Vuoti a Perdere e Viola

Un affresco italiano e salentino di Pervinca Paccini in

VUOTI A PERDERE e VIOLA

 

di Maria Antonietta Bondanese

 

In guerra contro il “mercato del nulla”, il vuoto dei valori, la comunicazione ipertrofica ma illusoria di “estranei viventi tra estranei”, Montale pubblicava nel 1966 la raccolta di saggi Auto da fé, esplicito atto d’accusa di una società tecnologica, mediatica ma senz’anima. Nel solco montaliano, la casa editrice milanese Autodafé, artigianale e di qualità, propone libri di narrativa aperti sulla realtà sociale dell’Italia d’oggi. Realtà che, tra le diverse possibili, trova una rappresentazione ricca di significati nelle opere di Pervinca Paccini, dove al lettore sono dati scenari in cui ricomporre la dispersione irrelata delle cose e rintracciare, tra analogie e differenze, anche la personale esperienza.

Complesso è lo sfondo che l’Autrice ricostruisce nell’antologia di racconti Vuoti a perdere, dando volti, nomi, immagini ad aspetti della vita problematici o marginali, destinati a rimanere muti ma che, grazie alla sua scrittura, diventano invece chiari, eloquenti. Ciò che era messo da parte o sottaciuto è riscoperto e finalmente si riesce a vederlo, ad esserne consapevoli. Funzione, questa, insostituibile del racconto o del romanzo, che lasciano modo a chi legge di trasformare una sensazione, una intuizione in pensiero e conoscenza. Quello che oggi, nell’universo dell’informazione istantanea e globale, finisce con l’essere smarrito. In un tempo che Bauman ha definito “puntillistico”, senza dimensioni, il tempo del web, della gigantesca rete in cui si consuma un’emotività potente ma effimera, crolla l’attitudine alla profondità, alla riflessione. La molteplicità dei contatti dissimula la sommarietà dei rapporti. Così che a rimanere sconosciuto è proprio il mondo abituale, a rimanere sconosciuto è chi ci passa accanto. Attraverso una parola letteraria lucida, a tratti ironica e graffiante, a volte densa di lirismo e di malinconia ma sempre concreta e coinvolgente, Pervinca Paccini inchioda la nostra attenzione sugli altri, sulla umanità in noi e attorno a noi. Umanità ristretta a livello biologico, senza redenzione, nel testo intitolato Carne, dove «fra gli ideali scarnificati e la carneficina degli ideali» di un “io” narrante autocritico e disilluso, monta la nausea per la “carne”, la calca che affolla le metropolitane, gli ipermercati urbani, votata al consumo ma deprivata della solidarietà. Una indifferenza che annienta la giovane rom dagli «occhi di ossidiana», Brenda, la cui vicenda di ordinario razzismo distilla tragica nello spazio bianco su cui amaro si chiude il racconto.

Storie di solitudini, schegge di singole vite vibrano in una pluralità di voci, che parlano di una quotidianità fatta di precarietà e di inquietudine. «Che te ne fai dell’orgoglio? Serve solo a rendere più tagliente il freddo e più densa la solitudine», avvilita se lo chiede la moglie tradita ma rassegnata al perdono, nello sfiorire della femminilità. «Mi sento in colpa perché non voglio ingrassare, perché non sono come vorrei, perché non sono come gli altri, perché mi sento sporca come una fogna», confessa la ragazza anoressica dalla sua spirale d’infelicità. Fra il dramma della coppia che si ama ma che non scorge più futuro «con i piedi ancora nel giorno e il cuore nella notte», il livore reciproco di coniugi anziani ma comunque inseparabili, il malessere si stempera però in gradazioni diverse, dal tragico all’umoristico. Fino al comico, nella vicenda di Gregorio, barista di professione, «ficcanaso» per passione, burlone non meno spassoso di Bruno e Buffalmacco, le simpatiche canaglie di Boccaccio. Figura stravagante, resiliente, attraverso la quale filtra in modo scherzoso l’interesse dell’Autrice al vissuto delle persone, quasi una dichiarazione di poetica sottotraccia: «Mi intrufolo nelle storie che mi raccontano e – quel che è peggio – non mi basta ascoltare. Mi immedesimo. Ci metto il becco. Fatti gli affaracci tuoi!, mi sono più volte minacciato da solo davanti allo specchio mostrandomi i denti e il pugno. Ma che ti frega degli altri?» Sconfitti ed emarginati o caustici ed integrati, i personaggi delle varie storie non sono mai ridotti però a tipi o categorie della commedia umana. Con pochi tratti e mimesi straordinaria, l’Autrice li salva dall’anonimato e li scolpisce nel nostro ricordo.

Intrico di memoria individuale e collettiva, il romanzo Viola si oppone all’ «inedia morale», al «sonno dei ghetti quotidiani», alla stagnazione del senso civico di partecipazione, all’isolamento prodotto dall’individualismo senza misura di oggi. Le speranze di una generazione «figlia dei grandi movimenti, quegli anni settanta così nitidi, così inflessibili nelle loro leggi per le quali si stava da una parte o dall’altra….così sicuri di poter cambiare il mondo», tornano nell’evocazione dei protagonisti che, pur nel disincanto dell’età matura, ancora avvertono «la fame di utopie». La «giovinezza che si riempiva la bocca di slogan gridati come si recitano le preghiere» prorompe di nuovo da queste pagine, con gli eskimo indossati «come una tonaca» e quella intransigenza che «uno dopo l’altro, andava smantellando i dogmi dei padri in nome di altre verità rivelate». La storia si dipana in Viola entro quattro “movimenti” costruiti, con modulato ritmo narrativo, sul rinvio tra passato e presente. La contestazione e i volantinaggi, i collettivi e le manifestazioni di ieri non sono resoconto di cronaca ma azioni e parole di protagonisti in carne ed ossa, che sognavano allora l’esodo da un mondo invecchiato. Oggi, però, ormai adulti, non saprebbero dire perché a quella rivolta etica abbia corrisposto non un disegno diverso di vita ma la rimozione, l’inerzia, o la deriva della violenza e del terrorismo. Interrogativi inespressi ma che il romanzo fa trapelare nel suo vivido affresco di un’epoca controversa che, nel bene e nel male, ha lasciato una eredità con cui dover fare i conti. Immobile, ferma nel tempo, resta soltanto l’immagine di Viola. Una giovinezza spezzata. Una morte improvvisa in circostanze non chiare il cui enigma irrisolto genera tensione, dolore e spinge infine la sorella Giulia alla ricerca della verità. Una ricerca a ritroso, che a tratti si tinge di giallo, a tratti porta a chiedersi cosa si è diventati nella trappola degli anni. Quando, per strada, si sono perduti persone, affetti e «in qualunque direzione si guardi, si vede solo il vuoto». Rimpianto che in Gabriele, a fianco di Giulia nell’indagine, è nostalgia delle origini, della «terra rossa e riarsa del Sud», del cielo del Salento dove «gli ulivi sono sculture antiche che le cicale svegliano ogni giorno». Radici che trattengono Gabriele dal farsi «sopraffare dall’insensatezza» di un presente contraddittorio, dalle domande inevase su Dio e sulla morte, «una bestemmia quando è così bastarda da incapricciarsi della giovinezza». Perché Viola è non solo romanzo di formazione, generazionale, politico ma anche narrazione di una crisi epocale e anelito a spalancare ancora una volta «le porte della speranza».

 

 

 

 

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