Dal Salento: fra i ricordi e il presente, i segni di uno speciale dopo “Coena”

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di Rocco Boccadamo

Secondo il calendario liturgico della Chiesa Cattolica, fra i riti della settimana che precede la Pasqua, come pure nel radicato sentire dei credenti e/o praticanti, spicca e si rinnova puntualmente la rievocazione del “Giovedì Santo”.

Le relative cerimonie religiose, com’è noto, culminano con la celebrazione della Messa denominata “in coena Domini” e, in particolare, con la Lavanda, per opera dell’officiante (dal Sommo Pontefice, sino al più umile parroco di montagna), dei piedi di dodici persone, di qualsiasi età o sesso o censo, che vogliono simboleggiare le figure dei Discepoli, riuniti a tavola accanto al Maestro, per l’ultimo pasto insieme prima del suo sacrificio sul Calvario.

Dopo di che, la pisside, contenente i segni sacramentali del corpo di Cristo, rimane esposta sino al giorno successivo, per l’adorazione da parte dei fedeli.

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A proposito del precipuo rito di detta ostensione, una volta si parlava di “sepolcro”, mentre, adesso, vige la definizione, semplicemente, di luogo di presentazione solenne del simbolo di Cristo, sempre vivente.

Con l’ormai cospicuo passare delle stagioni, nella mente del ragazzo di ieri, è venuta ad allestirsi una vera e propria galleria, vie più ricca, d’immagini del “sepolcro” o “luogo”, come meglio piaccia appellarlo, incominciando dai tempi dell’infanzia e dell’incipiente giovinezza nel paesello natio e giungendo all’attuale dimora nella Capitale del barocco.

E, così, per citare sul tema, dopo Marittima, a seguire in scansione temporale, Taranto, Messina, Squinzano, Napoli, Imperia, Catania, Monza, Roma, Milano e Lecce.

Eccettuato il riferimento alla località d’origine, dove era, ed è, aperta in via permanente al culto solo la Chiesa matrice, in tutte le altre città, in concomitanza con la sera del Giovedì Santo, è venuto a presentarsi il costume della visita a più chiese, in numero sempre dispari, e, di riflesso, l’occasione di scoprire e ammirare una considerevole serie di siti o luoghi o angoli del genere in discorso.

Da quelli assolutamente semplici per fattura, esponenti soprattutto vasi con tenere piante di lino o di grano, a quelli sontuosi ed eleganti, insomma di realizzazione in certo qual modo artistica.

Avevo addosso venti primavere, quando a Taranto, ho intrapreso i miei giri per le visite ai “sepolcri” e, però, seguito a compierli anche adesso, che mi trovo a quota settantasei, con le gambe e le ginocchia ovviamente un tantino arrugginite, ma, tuttavia, sembra, idonee a permettermi ancora la scarpinata, ispirata a devozione, di alcuni chilometri.

Anche ieri, dopo aver assistito ai riti nella Parrocchia del quartiere dove abito, mi sono messo in cammino, per circa un’ora e mezza, nella sera incalzante.

Di buona lena, ho raggiunto altri quattro luoghi sacri della città, che mi astengo dal citare nominativamente, giacché, nella circostanza, rappresentano grani, identici, del medesimo rosario di fede personale.

A ogni tappa, come dicevo all’inizio, l’approccio con un’immagine, anzi cornice, differente dal punto di vista dell’estetica e dei segni o simboli.

Nella prima sosta, mi si è parata innanzi agli occhi la scena di una piccola barca di legno, in parte ricoperta da mucchi di reti da pesca e recante in bella mostra, adagiati fra poppa e prua, una coppia di remi.

Una semplice idea di mare, insomma, un habitat a me specialmente familiare e caro, in cui ho pensato di individuare tre altrettanto semplici significati.

L’imbarcazione, alla stregua di simbolo, oggi purtroppo dall’impatto sovente tragico, e comunque anello di fratellanza, con il mondo che fra le onde lavora e, inoltre, s’avventura in viaggi, affrontandone i rischi e i pericoli, alla ricerca di una vita migliore.

Le reti, segno di speranza in risultati e traguardi positivi, i remi, infine, come arnesi e presupposti di buona volontà e d’impegno.

Nel secondo luogo, accanto al semplice tabernacolo, ho scorto alcune pagnotte, una serie di rametti d’ulivo e una giara con la scritta “offerte per i poveri”: non v’è dubbio, formule, pure queste, tutte di estrema concretezza ed essenzialità, anche alla luce delle caratteristiche tradizionali e naturali di questa terra, messaggi veramente espressivi e indicativi.

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Nella successiva chiesa, ho riscontrato la presenza di alcune focacce di grano, bianche, al naturale.

Nell’ultimo luogo visitato, invece, mi ha colpito un semicerchio di lanterne accese e, però, dalle fiammelle tenui, forse a voler suggerire sobrietà e umiltà, sentimenti che, anche in seno alle comunità avanzate e in parallelo alle più moderne tecnologie, v’è da pensare che non guastino.

Di fronte alle lanterne, la raffigurazione di un pozzo con abbinato flusso d’acqua incessante.

Nel percorrere il tratto di strada per il rientro a casa, quasi senza avvedermi del traffico circostante e della presenza, in pizzerie o ristoranti o pub, di persone intente a mangiare la cena o uno spuntino similmente a un giorno qualunque, ho rivisitato la sequenza del mio cammino, sentendomi, dentro, pieno e appagato, per aver vissuto, a modo mio e come sempre, l’esperienza dei riti conclusivi del Giovedì Santo, con lo speciale dopo “Coena” per finale.

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Il cammino dei Perdoni (quarta ed ultima parte)

Il Pellegrinaggio ai Sepolcri

Posta di perdoni in adorazione davanti al repositorio

 

Sono le 15 del Giovedì Santo, il Pellegrinaggio ai Sepolcri sta per avere  inizio e con esso si aprono i riti della Settimana Santa di Taranto.

Dal portone principale della Chiesa del Carmine, in piazza Giovanni XXIII, escono le poste dirette a far visita ai Sepolcri allestiti nelle chiese della città vecchia; le poste dirette ai Sepolcri della città nuova escono invece dall’ingresso della sagrestia, in via Giovinazzi. L’uscita della prima posta, è fissato per le ore 15 del Giovedì Santo, seguono poi a intervalli regolari le altre coppie di perdùne – in tutto sono circa cinquanta. I confratelli avanzano a passo lentissimo, alzando quel tanto che basta, ora l’uno, ora l’altro piede, per farlo ricadere quasi sullo stesso punto della strada, accompagnandosi con un tipico, estenuante, dondolio  chiamato ‘a nazzecàte. Il completamento dell’intero percorso può richiedere così diverse ore – pur essendo relativamente breve – e il Pellegrinaggioprosegue per tutta la serata fino alla mezzanotte, per riprendere poi la mattina presto del Venerdì Santo e concludersi intorno alle undici. Può capitare, la mattina del Venerdì Santo, che i confratelli del Carmine incrocino quelli dell’Addolorata, ancora intenti nella loro Processione, uscita la mezzanotte del giorno prima dal Tempio di San Domenico nella città vecchia; quando ciò avviene si genuflettono in segno di riverenza davanti alla Croce dei Misteri e alla statua dell’Addolorata.

L’ultima posta ad uscire dalla Chiesa del Carmine nella tarda serata del Giovedì Santo prende il nome di ‘u serrachiése ad indicare il compito di chiudere, serrare, le chiese per l’approssimarsi della notte. Nicola Caputo – noto studioso e appassionato cultore delle tradizioni tarantine, che ai riti della Settimana Santa ha dedicato numerose opere – avanza a tal proposito una suggestiva ipotesi: il termine serrachiése potrebbe derivare anche da “serraschiere” con il quale si indicava nell’impero ottomano il comandante supremo delle forze armate che ordinava l’uscita e, per l’appunto, il rientro delle truppe; così da serraschiere si sarebbe passati, nel nostro caso, aserrachiese (Cf  N. Caputo, I giorni del Perdono, Taranto 1995, 40).

Chiesa del Carmine, particolare del campanile

 Le chiese da visitare nel giro della città nuova sono: San Francesco di Paola, SS. Crocifisso e San Pasquale. Le poste dirette ai Sepolcri della città vecchia visitano invece le chiese di San Giuseppe, San Domenico, Basilica cattedrale (San Cataldo) e Sant’Agostino. Il loro numero si è notevolmente ridotto rispetto al passato, molte di esse infatti sono state distrutte o trasformate in Rettorie, per le quali non è concesso allestire il Sepolcro. A partire dagli anni sessanta discutibili scelte di politica industriale a livello nazionale e una certa miopia da parte degli amministratori locali nel valutare il peso delle loro decisioni in fatto di gestione del territorio, hanno determinato lo spostamento in massa della popolazione tarantina dalla città vecchia verso aree periferiche, del tutto anonime e prive delle necessarie strutture di carattere associativo – i famosi “quartieri dormitorio”. La città vecchia, abbandonata da gran parte dei suoi abitanti, ha subito così un lento e inesorabile declino, il cui esito è ancora oggi davanti agli occhi di tutti, nonostante i numerosi progetti di recupero urbanistico e i tanti cantieri aperti nel corso degli anni. Gli ultimi importanti interventi di risanamento e riqualificazione urbana del centro storico di Taranto fanno però sperare in una sua rinascita, ne è esempio la riapertura, anche se non ancora al culto, di molte delle sue splendide chiese.

Cambio delle poste per l’adorazione

Attualmente è solo la Confraternita del Carmine a compiere il Pellegrinaggio ai Sepolcri, ma in passato esso veniva svolto da tutte le confraternite tarantine ancora attive. Facilmente i numerosi e colorati cortei si incontravano lungo il percorso, e quando ciò avveniva i confratelli si salutavano con ‘u salamelìccheil salamalecco –  parola di origine araba che si rifà all’espressione al-salām ʿalaykum – “la pace sia con voi” – che in ambito islamico costituisce la maniera appropriata di salutare un proprio correligionario. Una sorta quindi di omaggio reciproco ancora oggi praticato dalle poste quandosi incontrano nelle chiese o per le strade della città: nell’incrociarsi le coppie di perdùne si tolgono i cappelli e si salutano sbattendo contro il petto i rispettivi rosari e medaglioni.  Se si considera poi che ogni sodalizio portava in processione la troccola – strumento di legno finemente lavorato e  intarsiato che, se opportunamente agitato, produce il caratteristico suono, vero e proprio simbolo dei riti della Settimana Santa tarantina – si può ben immaginare il frastuono che si poteva avvertire per i vicoli e le stradine della città vecchia. A tal proposito in un atto notarile del 1708 si legge che il Vicario Capitolare fu addirittura costretto a proibirne l’uso (Cf Caputo, I giorni della Perdono, cit.). Nel 1875 fu invece l’allora sindaco f.f. Domenico Sebastio  ad intervenire con un’ordinanza, ma non ne cavò nulla in quanto quell’anno la troccola uscì regolarmente (ivi.).

Per antico privilegio, sancito addirittura da sentenze di tribunale, ai confratelli del Carmine spettava – e spetta tuttora considerato che tale diritto non è mai stato abolito – la “dritta”, le poste del Carmine avevano cioè la precedenza su tutte le altre per quanto riguardava l’adorazione davanti al Sepolcro: al solo affacciarsi in chiesa dei confratelli del Carmine le coppie delle altre congreghe, anche se assorte in adorazione, si sarebbero dovute prontamente alzare per lasciare loro il posto.

I Sepolcri sono impropriamente chiamati così: infatti non rappresentano il luogo in cui fu deposto il corpo di Gesù la sera della sua crocifissione – che avvenne di venerdì – ma vogliono ricordare l’istituzione del sacramento dell’Eucarestia da parte del Cristo durante l’Ultima Cena  – per l’appunto il Giovedì Santo. Tutto intorno agli altari delle chiese che li ospitano vengono preparate importanti scenografie, utilizzando per lo più fiori freschi, candele, stoffe colorate, fondali dipinti, piccole statue in cartapesta ecc. In passato non era raro l’uso della cera che, abilmente modellata,  donava all’insieme un’atmosfera più calda e di maggiore suggestione. Non mancano i cosiddetti piatti del Paradiso: bassi contenitori in cui sono stati fatti germogliare, al buio, grano, orzo e, a volte, leguminose. Le pallide, esili, piantine vengono poi avvolte da fogli di carta crespa colorata e collocate sugli altari. In passato, trascorsa la Settimana  Santa,  le mogli dei contadini passavano in chiesa a riprendersi i piatti benedetti e le piantine, sbriciolate nei campi, avrebbero dovuto garantire, o almeno così si sperava, una stagione favorevole e un abbondante raccolto.

Saluto tra i confratelli anziani

Al centro del Sepolcro viene posto il Repositorio che contiene l’Ostia consacrata, davanti alla quale i confratelli, con il cappuccio alzato, si inginocchiano per l’adorazione. Al sopraggiungere della coppia che segue alle loro spalle, questi si abbassano il cappuccio mentre quelli appena giunti, dopo una breve genuflessione, si portano sul lato destro dell’altare. Il confratello più “anziano” della coppia appena arrivata si avvicina al più “anziano” di quella ancora inginocchiata e gli sussurra in un orecchio: “Sia lodato Gesù e Maria”, al quale viene risposto al medesimo modo: “Sempre sia lodato”. Segue l’abbraccio tra le due poste, entrambe si genuflettono davanti al Sepolcro e per i confratelli appena giunti, dopo essersi inginocchiati e aver alzato i cappucci, può iniziare il momento di adorazione. Il Pellegrinaggio prosegue e le coppie si alternano regolarmente fino a concludersi, come abbiamo visto, nella tarda mattina del Venerdì Santo, con il rientro di tutte le poste alla Chiesa del Carmine.

Poche ore ci separano dall’inizio della Processione dei Sacri Misteri, ma sono ore di calma apparente. Fedeli, turisti, semplici curiosi, confluiscono da ogni dove nelle vie del centro, per accalcarsi di fronte all’ingresso della chiesa. Tutta la città sembra ora fermarsi, quasi a voler trattenere il respiro, nell’attesa che il portone principale si riapri e lasci intravedere la sagoma del troccolante. Il lungo corteo dei confratelli incappucciati, uniti in un silenzioso raccoglimento, lentamente andrà sgranandosi tra le vie del borgo: i riti della Settimana Santa tarantina stanno per rivivere uno dei suoi momenti più intensi ed emozionanti.

(Fine)

 

Informazioni, notizie storiche, aneddoti e curiosità sui riti della Settimana Santa di Taranto, contenuti in questo e nei precedenti articoli, sono stati tratti in massima parte dalle opere di Nicola Caputo al quale rivolgiamo un doveroso ringraziamento per l’infaticabile lavoro di ricerca e conservazione delle tradizioni popolari tarantine.

Per le indicazioni bibliografiche e le note al testo ci permettiamo di rinviare a:

F. Lacarbonara, Il cammino dei Perdoni. Il Pellegrinaggio ai Sepolcri nei riti della Settimana Santa di Taranto, in «Spicilegia Sallentina», 7 (2010), 87-96.

 

Testo e foto di:

Francesco Lacarbonara – MMXI – tutti i diritti riservati –

 

Per la prima parte vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/25/taranto-il-cammino-dei-perdoni-prima-parte/

Per la seconda parte vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/26/taranto-il-cammino-dei-perdoni-seconda-parte/

Per la terza parte vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/27/taranto-il-cammino-dei-perdoni-terza-parte/

Taranto. Il cammino dei Perdoni (prima parte)

I riti della Settimana Santa di Taranto, tra fede, storia e tradizione popolare

Processione dei Sacri Misteri, poste di perdoni

 

di Francesco Lacarbonara

Raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto, per chi a Taranto è nato è vissuto come me, non è impresa facile. Basterebbe poco, infatti, per lasciarsi trascinare dai ricordi delle tante processioni alle quali si è assistito fin da bambino, col rischio di scivolare così in un nostalgico sentimentalismo che, seppur onesto e legittimo in quanto espressione di un sano attaccamento alle proprie origini, non renderebbe ragione della complessità del fenomeno che stiamo per trattare.
Non sarebbe però neppure corretto ridurre il tutto a una mera, e alquanto asettica, operazione di ricerca storico-antropologica (con i relativi risvolti sociali e psicologici) nel tentativo, forse vano, di analizzare razionalmente un evento che, a ventunesimo secolo ormai avanzato, continua a riproporsi con lo stesso immutato carico di coinvolgimento emotivo, vuoi per chi del rito è protagonista, vuoi per chi al rito partecipa come semplice, ma mai indifferente, spettatore.

Proveremo allora ad accostarci al rito della Perdonanza tarantina con la giusta dose di curiosità per una “sacra rappresentazione” che torna ad inscenarsi nuovamente tra le vie del borgo e della città vecchia di Taranto. Ma lo faremo anche con il dovuto rispetto per coloro che vivono la Settimana Santa con spirito di fede e devozione e, anche se solo per pochi giorni, si apprestano a trascendere i confini della quotidianità per affacciarsi, con un sentimento misto di timore e tremore, nella dimensione del sacro e del mistero. Seguiremo in particolare il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, oggi svolto solo dai confratelli della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo. Ci occuperemo in un secondo momento del rito della Processione dei Sacri Misteri (condotto anch’esso dai confratelli del Carmine) e di quello della Processione della B.V. Addolorata, tanto cara a tutti i tarantini e portata avanti, con devozione sincera e immutato attaccamento alle tradizioni, dai confratelli della Confraternita di Maria SS. Addolorata e San Domenico. Tale confraternita fu fondata nel 1670 dai Padri Domenicani che prestavano servizio nel Tempio di San Domenico, situato nella parte più alta della città vecchia di Taranto; il Tempio fu edificato nel 1302 sulle fondamenta di una Chiesa probabilmente sorta agli inizi del XIII secolo e fu solo a partire dal 1870 che la Confraternita assunse il titolo di San Domenico e dell’Addolorata.

Le origini
Occorre risalire al XVI secolo, periodo che vede Taranto sotto la dominazione spagnola, per ritrovare le prime tracce dei riti della Settimana Santa tarantina. Le numerose e nobili famiglie spagnole residenti in città introdussero e diffusero tra la popolazione locale usi e costumi importati dalla madre patria, anche a carattere religioso. Nascono così le prime confraternite e hanno inizio i primi pellegrinaggi, come avveniva già da diverso tempo in molte città della Spagna, quali, ad esempio, Siviglia, Saragozza, Malaga e Barcellona.
A questo periodo però si deve far risalire solo il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, che si svolgeva la mattina del Venerdì Santo da parte delle confraternite già allora esistenti in città. È probabile però che forme di devozione nei confronti dei sepolcri fossero diffuse già da prima, sulla scia di quanto raccontato nella Peregrinatio Aetheriae, nota anche come Itinerarium Egeria. Eteria, o Egeria – probabilmente una donna facoltosa di origine spagnola vissuta tra il IV e il V secolo – descrive in una lettera, scritta in un latino colloquiale, i luoghi da lei visitati durante un suo pellegrinaggio in Terrasanta. Dal suo racconto, ricco di particolari curiosi, si sarebbe iniziato a rappresentare nelle chiese scene riproducenti i luoghi santi, con il chiaro intento di riproporre i momenti più significativi della Passione e della Morte di Cristo, il tutto offerto alla devozione popolare.

Processione dei Sacri Misteri, statua di Cristo morto
Per le processioni dell’Addolorata e per quella dei Misteri si dovrà invece aspettare la metà del XVIII secolo, ma per raccontarne le origini occorre fare prima un piccolo passo indietro. Tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700 Don Diego Calò, discendente della omonima famiglia giunta a Taranto nel 1580, ordinò e fece venire da Napoli due statue, di cartapesta e di autore ignoto, quella dell’Addolorata e quella di Cristo Morto, per essere custodite nella cappella gentilizia del suo palazzo. In occasione del Venerdì Santo venivano invitate dal patrizio tarantino tutte le confraternite per portare in processione i suddetti simulacri tra le vie della città vecchia che a quel tempo, ma sarà così fino a ben oltre metà ottocento, rappresentava la sola area urbanizzata. La pia tradizione famigliare si trasmise fino al 1765, allorquando un suo discendente, Don Francescantonio Calò, fece dono delle due statue alla Confraternita Maria SS. Del Monte Carmelo, fondata ufficialmente il 10 Agosto del 1675 con un decreto dell’allora Arcivescovo di Taranto Mons. Tommaso Sarria. Diversi documenti riportano invece come data di fondazione il 1577, anno in cui la comunità dei frati Carmelitani si trasferì dalla Chiesa della Madonna della Pace, nella città vecchia, alla Chiesa di Santa Maria extra moenia, detta Chiesa della “Misericordia”, e per l’appunto nel 1577 dedicata alla Vergine del Carmelo.

Fu così che il Venerdì Santo del 1765 i due simulacri varcarono per l’ultima volta il portone di Palazzo Calò per raggiungere in processione quella che diventerà la loro sede definitiva, la Chiesa del Carmine extra moenia, ovvero in aperta campagna, in quello che è diventato adesso il cuore del borgo di Taranto, nella città nuova.
Questi due simulacri, più volte restaurati nel corso degli anni per ovviare all’inevitabile usura del tempo, sono gli stessi che vengono portati in processione ancora oggi dalla Confraternita del Carmine, insieme ad altre statue che si sono aggiunte nel corso degli anni, a completare il racconto plastico della Passione e Morte di Gesù mediante la raffigurazione dei suoi momenti più drammatici e significativi.

(Fine prima parte)

 

Testo e Foto di:

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