Mangiare piemontese… A Patù, ovviamente

 

Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)
Le Centopietre di Patù

di Gianni Ferraris

La strada scorre fra Lecce e Patù.

Là ci stanno le cento pietre, è un monumento funerario utilizzato come mausoleo sepolcrale per Geminario, il generale, uomo di pace, trucidato dai saraceni. Costruita con cento blocchi di roccia presi dalla vicina Vereto, città messapica, divenne poi chiesa. È strano, pensavo, come gli uomini di pace possano morire trucidati da quelli di guerra. Pare una storia infinita.

La strada scorreva ma non siamo andati a vedere le cento pietre, già la conoscevamo. In realtà non abbiamo visto nulla quel sabato sera. Arrivati in piazza c’erano ragazzi che giocavano, alcuni stavano seduti a raccontarsela, come succede in primavera nei paesini, d’estate saranno di più, e ci saranno signore sedute qua e là a raccontarsela. Illuminazione gialla, come si conviene ai centri storici. Pavimentazione in basoli. Il silenzio è quello dei paesi tranquilli del basso Salento, pochissime auto, voci dei ragazzi, voci di noi che parlottiamo aspettando di finire la sigaretta prima di entrare dove dovevamo andare.

“Vieni a Patù? Cucina piemontese” mi ha detto l’amico al telefono. Come rinunciare alla cucina piemontese nel basso Salento?

La Rua De Li Travaj si chiama il locale (la strada del lavoro)  Immediato il pensiero corre ad un antico detto piemontese “scapa travaj ca riv” (scappa lavoro che arrivo io), ovviamente dedicato agli scansafatiche. Il locale è trattoria, la dicitura è “cucina tipica salentina”. Però c’è la signora Fiorina che arriva dritta da Alba, città del tartufo bianco fra Asti e Cuneo. Terra di Langhe e Roero, un tempo poverissima, ne dice Nuto Revelli nel “Il mondo dei vinti” il libro che nessun piemontese dovrebbe ignorare, soprattutto quelli che lanciano strali contro gli immigrati. Intervistò contadini, Nuto, li fece parlare e loro dicevano parole di emigrazione in Francia e non solo. Della povertà e dei pasti fatti di castagne e castagne, polenta e polenta con castagne. Il mito del tartufo sarebbe arrivato dopo. Allora c’erano le ragazze che vendevano i loro lunghi capelli a chi li trasformava in parrucche per signore nobili, ricche, belle.

Città di origine preromane, divenne Alba romana, poi passò attraverso la storia, il Medio Evo, con le sue mura fortificate dalle “cento torri”, divenne giacobina dopo la rivoluzione francese. Poi accolse Napoleone in trionfo. Lui, anticipando altri governi del secolo XXI°, chiese un contributo per le spese militari pari a 123.000 lire dell’epoca. Assurdo, ingiusto, esoso. Alba inviò due ambasciatori a Parigi per trattare una cifra più equa, uno solo tornò, l’altro venne fucilato e divenne eroe (suo malgrado). Inutile dire che dovettero pagare.

Fino ad arrivare alla Resistenza, l’effimera Repubblica di Alba venne raccontata da Fenoglio (I 23 giorni della città di Alba), poi fu medaglia d’oro per il prezioso contributo alla liberazione dal nazi fascismo. Altre libere Repubbliche in altre terre echeggiano, Nardò insegna!

Oggi è famosissima per il miglior tartufo bianco al mondo e per i vini d’eccellenza, nelle sue terre si bevono vini DOC (Barbera, Dolcetto, Nebbiolo) e DOCG (Barbaresco e Moscato). Tradizioni culinarie eccellenti: bagna caoda, Bolliti e bagnet, Agnolotti, Fritto misto piemontese, Bonet, Insalata russa, Brasato e via dicendo.

Fiorina a Patù si è portata tutto il suo patrimonio e si è lasciata contaminare da quello che ha trovato qui. Ha cucinato per noi ottima bagna caoda, agnolotti, bolliti con bagnetto verde, brasato (al negramaro) e bonet. Un tripudio. Tutto mangiato sotto gli occhi attenti di Felice Cavallotti che ci guardava da una foto, e dalle fotografie in bianco e nero appese ai muri, tempi andati di quando c’erano tabacchine e andare da Patù a Lecce era viaggio vero, ci voleva un sacco di tempo.

Il prezzo è stato in linea con la quantità e qualità del cibo, tenendo conto che non è cucina usuale.

Poi di nuovo in strada, di nuovo verso Lecce, con profumi e sapori da ricordare. Pensando senza troppo livore ai casi della vita, ai non salentini che contaminano Salento con le loro conoscenze, la loro musica, le loro parole scritte, volatili, affabili, dure come sassi, o con il loro cibo. Ed il Salento accoglie e guarda, insegna e impara. Abbiamo cenato ed io pensavo ai casi della vita, l’amico medico in Salento per lavoro, campano di nascita e formazione, piemontese con i tentacoli della sua famiglia, il nonno lo era. Io piemontese, per caso in Salento. Altri amici di Lecce Lecce (come si diceva qui per indicare i cittadini), Lecce austera e fiera che diceva “Poppeti” indicando chi arrivava da fuori città, dal Capo forse. E pensavo a Pavese, Fenoglio, a Davide Lajolo, scrittore e parlamentare del PCI, che nel 1977 pubblicò lo stupendo “Vedere l’erba dalla parte delle radici” in cui raccontava di quella notte in cui venne colto da infarto e gli passò davanti tutta la sua vita. Sopravvisse, ne scrisse.

Tutti langaroli e monferrini, figli di quelle terre fatte di colline dolci, sinuose, ora piene di filari, un tempo anche di ulivi in qualche parte. Terra dalla quale si vede l’arco alpino dove il sole tramonta. Campi e lavoro duro. Storia e storie.

Come in Salento, in fondo. E pensavo a chi veniva fin quaggiù a comprare uva per rendere più corposo l’ottimo vino di Langa e Monferrato, agli scambi culturali. Mani che si stringono a distanza di mille Km, occhi che si guardano e imparano a osservare. Profumi di mosto e di finocchio selvatico. E pensavo che è bello, in fondo, conoscere il sapore delle cime di rapa e della bagna caoda, mischiarli nella memoria con i ricordi. Ed è bello bere negramaro con agnolotti piemontesi che fondono due culture. Anche alla faccia dei puristi che forse sapranno di cucina dotta e colta, ma rischiano di scordare l’emozione del lasciarsi contaminare.

Patù (Lecce). Veretum e il finis-terrae

di Stefano Todisco
 
 

Estremità dell’Italia, ultimo porto della Puglia meridionale, Finis Terrae così la chiamavano gli antichi: il confine della terra. Santa Maria di Leuca ed in particolare il santuario ivi fondato rappresenta il sommo limite di un promontorio che si getta tra due mari, l’Adriatico e lo Ionio, l’angolo di roccia che accoglie le onde da oriente e da occidente.

Il promontorio Iapigio detto Finis Terrae
Il promontorio Iapigio detto Finis Terrae

 

Un santuario messapico rupestre e l’inesplorato santuario di Minerva

Questo luogo, secoli prima di Cristo, divenne il posto ideale per ospitare un santuario marittimo, ricovero per i marinai che si spingevano avanti e indietro tra la Messapia (l’antico nome del Salento) e le coste italiche e greche. Sul capo di Leuca si trova Punta Ristola, sede di una grotta (la Porcinara) dove in tempi remoti si svolgevano riti in onore del dio Batas, nume maschile portatore della saetta. (1)

Il promontorio Meliso protegge un fianco della grotta ed accoglie, sulla propria sommità, i ruderi di un muraglione, unico indizio dell’antico insediamento dell’età del Bronzo. Suggestivo accesso alla Porcinara era un piccolo sentiero che tagliava il percorso di un’altra caverna, la Grotta del Diavolo, ove sono stati trovati vasi offerti alle divinità ctonie e marittime; da qui infatti si sente il rumore dei marosi sugli scogli. Superato questo antro si saliva la scalinata, intagliata nella roccia della grotta Porcinara, che permetteva di raggiungere l’acropoli attraversando l’area sacra. Il nome Batas (saettatore) è inciso sulla roccia ed è associato agli ex voto dei naviganti antichi.

L’equivalente di Zeus per i messapi era Zis ma l’aggettivo Batas potrebbe comunque riferirsi alla principale delle divinità, la cui caratteristica era quella di folgorare i nemici.

I fedeli appartenevano a più etnie: in base alla foggia dei vasi rinvenuti, gli attendenti erano indigeni messapi ma anche marinai greci che dedicarono vasi attici pregiati. Su una di queste offerte era incisa la parola “anetheke” (egli ha dedicato). (2)

Altre dediche a Leucotea e a Fortuna sono state rinvenute sulle pareti della grotta. (3)

Spesso si sente parlare del santuario della dea Minerva, costruito nel luogo ove ora è il santuario della Madonna de Finibus Terrae: la notizia, screditata dalle ricerche archeologiche, trova consensi grazie ad un reperto importante e ad una antica notizia.

Il primo è un’ara romana, custodita nella chiesa cristiana e che porta la scritta postuma:

“UBI OLIM MINERVAE SACRI
FICIA OFFEREBANTUR
HODIE OBLATIONES DEIPARAE RECIPIVNTUR”

(Traduzione: “Dove una volta si offrivano sacrifici a Minerva oggi si accettano offerte per la madre di Dio”)

Il secondo è un passo della Geografia di Strabone che cita:

“…dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena,
che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio,
il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale,
volgendosi poi in direzione del capo Lacinio…” (3)

Coi dati in nostro possesso è possibile identificare il santuario di Atena con quello di Minerva (stessa divinità, una con nome greco, l’altra in latino) ma non collocabile sotto l’attuale santuario. I greci chiamavano “Akra Iapygia” (estremità, capo, promontorio Iapigio) il capo di Santa Maria di Leuca e la descrizione di Strabone sembra collimare con la geografia dei luoghi in questione.

Il prof. D’Andria ipotizza, nel suo volume “Castrum Minervae”, che il famoso santuario sia da collocare tra Melendugno (fraz. Roca Vecchia) e Otranto (fraz. Porto Badisco), dove la natura dei luoghi potrebbe adattarsi alla descrizione dello storico greco d’età augustea.

 

Patù, l’antica Veretum messapica

Percorrendo per due km la strada che da Santa Maria di Leuca si dirige verso nord, a Patù, è possibile addentrarsi nei piccoli sentieri tra uliveti e vitigni per incappare nei ruderi dell’antico abitato messapico-romano di Veretum, poco noto e di scarso livello dal punto di vista architettonico-artistico ma di un certo interesse archeologico.

Citato sulla Tabula Peutingeriana, compare come estrema località del Salento a dieci miglia da Ugento e a dodici da Castra Minervae.

Veretum - Patù sulla tabula Peutingeriana
Veretum – Patù sulla tabula Peutingeriana

Distrutto nel IX secolo dai pirati saraceni giunti a razziare le coste italiane, Veretum conserva pochissime evidenze antiche ma di chiara matrice insediativa: un pavimento sul banco roccioso mostra alcuni buchi per l’inserimento dei pali di un edificio.

pavimento antico a Veretum
Pavimento antico a Veretum

La chiesetta medievale di San Giovanni Battista è il silenzioso testimone della desolazione del luogo insieme al ben più noto monumento chiamato “Le Centopietre”: si tratta di un piccolo edificio, alto 2,6 metri e misurante 7,2 x 5,5 metri di lato, realizzato con pietre rettangolari riutilizzate dagli edifici dell’abitato pre-cristiano. (4)

Centopietre, esterno
Centopietre, esterno

Centopietre, interno
Centopietre, interno

Centopietre, interno
Centopietre, interno

Centopietre, interno
Interno della Cripta del Crocefisso a Ugento

Si è incerti, ancora oggi, sulla funzione della struttura: monumento funerario messapico o tomba di un cavaliere cristiano? Infatti un tale Geminiano, secondo una leggenda, fu araldo delle milizie cristiane accorse per ricacciare i saraceni e da questi ucciso, contrariamente alle leggi dell’ambasceria.

Sempre secondo il mito, in seguito allo scontro armato che ebbe luogo nell’877 ai piedi della collina di Patù, detta Campo Re, le forze cristiane riuscirono a sconfiggere gli invasori riprendendo il corpo del cavaliere per la sepoltura che avvenne in questo piccolo santuario litico.

Unico indizio certo sono gli affreschi che labilmente si vedono sulle pareti interne, datati al periodo bizantino (XI-XIV secolo).

Entrando nella chiesa di San Giovanni Battista è possibile vedere un cippo con l’iscrizione latina:

M. FADIO M.F.
FAB. VALERIANO
POST MORTEM
FADIVS VALERIANVS PATER
ET MINA VALERIANA MATER
L.D.D.D. (LOCVM DATVM DECRETVM DECURIONVM)

[Traduzione: Fadio Valeriano padre e Mina Valeriana madre, dopo la morte, (lasciarono) il possedimento concesso tramite decreto dei decurioni, a Marco Fadio figlio di Marco e a Fabio Valeriano.]

stele dei Fadii da Veretum
Stele dei Fadii da Veretum

La sua datazione oscilla tra I e II secolo d.C. ed è un ulteriore indizio della vivacità di un centro abitato fino all’età romana, momento in cui fu elevato a livello di municipium. È plausibile pensare che l’acropoli dell’antico borgo sia concentrata nella zona sotto l’attuale chiesetta della Madonna di Vereto, punto apicale della collina che ospita il sito in questione. (5)

Quanto al nome potrebbe collegarsi al greco (6) patos (= suolo, terreno) e non a pathos (= passione, sofferenza) come vuole la leggenda.

Qualche rudere dell’antica cinta muraria si incontra tra la vegetazione che avvolge il luogo. Il modesto successo turistico di questo centro messapico deve il fatto alla mancanza di una metodica ricerca archeologica.

muri a secco a Veretum
M
uri a secco a Veretum

 

Note

  • (1) F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, p. 39.
  • (2) ibidem, pp.39, 40.
  • (3) E. GRECO, Magna Grecia, p. 204.
  • (3) STRABONE, Geografia VI, 3, 5-6.
  • (4) M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, p. 113.
  • (5) C. DAQUINO, I Messapi e Vereto, pp. 256-257.
  • (6) G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani. p. 563.

Bibliografia

  • M. BERNO, Salento : luoghi da scoprire, arte, storia, tradizioni, società e cultura, curiosità, Novara, 2009.
  • F. D’ANDRIA, I nostri antenati, viaggio nel tempo dei Messapi, Fasano, 2000.
  • F. D’ANDRIA, Castrum Minervae, 2009.
  • C. DAQUINO, I Messapi e Vereto, Cavallino, 1991.
  • G. GASCA QUEIRAZZA, Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani. Torino, 1990.
  • E. GRECO, Magna Grecia, Bari, 1980.
  • STRABONE, Geografia, VI, 3.

 

Foto e crediti

Tutte le foto sono state da me scattate, ad eccezione di quelle delle Centopietre e della stele dei Fadii.

Per le fotografie di Veretum:
http://www.lameta.net/blogsalento/?p=294

Per le fotografie de Le Centopietre:
http://www.torrevado.info/salento/cento-pietre.asp
http://www.lameta.net/blogsalento/?p=406

Info

Per raggiungere Le Centopietre e la chiesa di San Giovanni Battista si tenga come riferimento l’area tra via Rigno e via Aldo Moro.

Note dell’autore

chi scrive ha visitato il luogo nell’agosto del 2007. Purtroppo, un po’ a causa della mancanza di segnaletica, un po’ per la scarsità di fruizione turistica del luogo, questo sito non può ancora conoscere la notorietà che meriterebbe, in virtù dell’amenità del luogo e dell’antichità che qui si respira.

Patù, il paese delle 100 meraviglie

Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)
Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)

di Paolo Vincenti

A Patù si respira un fermento culturale particolarmente stimolante, sia per i cittadini locali sia per tutti gli amici della città dei patusci (come simpaticamente vengono soprannominati i patuensi).

Patù il paese delle 100 meraviglie è il titolo di un opuscolo in distribuzione gratuita, realizzato dalle due associazioni di via dei commercianti di Patù e della marina San Gregorio. L’obbiettivo, come spiegano Giovanni Spano, Presidente dell’ “Associazione di Via Centro Storico Patù”  e Antonio De Marco, Presidente dell’ “Associazione di Via San Gregorio”, è quello di unire gli sforzi per rivitalizzare un paese che ha tanto da offrire a tutti coloro che lo vanno a visitare, creando una sinergia fra turismo, artigianato e

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!