La pastiddha

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.amalaspezia.eu/foto/IMGP8316.jpg
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Spesso, laddove l’italiano ha bisogno di una circollocuzione, al dialetto basta una sola parola: è il caso del neretino (nel vocabolario del Rohlfs, però, risulta registrata per il Leccese solo a Castrignano dei Greci e a Lecce) pastiddha, la castagna secca sbucciata. Quanto dopo si dirà varrà pure per le varianti del Brindisino pastiddi (ad Oria), pastigli (a Mesagne) e pasticca (a Francavilla Fontana).

La trattazione del lemma da parte del grande filologo tedesco è piuttosto striminzita e difettosa, nel senso che egli prima si limita ad invitare ad un confronto con il calabrese pastiddha e poi rinvia a pastiddi, lemma inesistente anche nel terzo volume che funge da supplemento.

Pastiddha suppone un *pastilla, diminutivo del latino tardo pasta (da cui la voce italiana), che è dal greco τά παστά (leggi ta pastà)=tipo di farinata, neutro plurale sostantivato dell’aggettivo παστός/παστή/παστόν (leggi pastòs/pastè/pastòn)=cosparso con sale, a sua volta dal verbo πάσσω (leggi passo)=versare sopra.

Ricordo che nel latino classico è attestato pastillus o pastillum col significato di focaccina, panino, pillola (credo superfluo soffermarmi su come i tre significati germoglino da pasta col progressivo passaggio, partendo dalla comune idea di impasto e con le relative differenze dimensionali, da uno stato più umido ad uno più secco, che raggiunge il suo apice nella pillola).

Non è da escludersi che *pastilla non sia altro che il plurale della variante neutra (pastillum), cui è da collegare lo spagnolo pastilla; in tal caso l’asterisco andrebbe eliminato perché la voce (come già successo con pasta), inizialmente neutro plurale, avrebbe assunto, cosa che in questi casi succede molto frequentemente, un valore collettivo che spiegherebbe il suo cambio di numero (dal singolare al plurale) e di genere (dal neutro al femminile).

Siccome il pastilla spagnolo ha il significato generico di impasto e quello particolare espresso dall’italiano pastiglia (con nessun riferimento alla nostra castagna), debbo pensare che pastiddha derivi direttamente, attraverso il processo che ho già descritto, da un  latino pastilla.

Il significato latino utilizzato, però, in pastiddha sarebbe quello di pillola, per evidente analogia di forma.

Allo stesso principio mi pare uniformarsi il siciliano cruzziteddi (saranno graditissime altre segnalazioni, anche dal Polo Nord …), secondo me doppio diminutivo di crozza1, corrispondente all’italiano gruccia che è forse dal germanico krukkja, per il quale non mi sentirei di escludere un rapporto di parentela con il latino crux=croce.2

E a proposito di crozza viene immediatamente in mente, almeno a noi salentini, il Vitti na crozza supra nu cannuni (cantuni in altre versioni), primo verso della canzone popolare siciliana portata alla notorietà ed al successo dal Domenico Modugno. Crozza corrisponde all’italiano teschio, ma per arrivare a tale significato partendo da gruccia ha dovuto compiere, secondo me, molta strada, fino a che il teschio e due ossa incrociate non hanno finito per assurgere prima  a simbolo della morte, poi di pericolo della stessa. Lo confermerebbe il fatto che il significato di base di crozza sarebbe proprio quello di appendiabiti (mediato da quello di stampella attestato dal Pasqualino, vedi la nota 1), per cui dalla locuzione crozza ru mortu sarebbe nato poi crozza usato assolutamente nel significato di teschio. E non vi sembra che i cruzziteddi evochino tanti piccoli teschi, o calotte craniche che siano? A questo punto confido nell’aiuto di qualche lettore siciliano per avere lumi maggiori.

Tornando alla nostra pastiddha (meglio la pillola del teschio …), debbo aggiungere, alla luce delle osservazioni fin qui fatte, che non mi pare condivisibile la proposta etimologica che emerge da ciò che si legge in Francesco Antonio Angarano, Vita tradizionale dei contadini e pastori calabresi, L. S. Olschki, Firenze, 1973, pag. 201: … le castagne erano così lasciate ad affumicarsi per la durata di un intero mese: dopo questo periodo venivano nuovamente portate all’aperto e qui in un grosso recipiente di rozzo legno scavato nel tronco stesso di un albero erano pestate con una mazza irta di chiodi fino a quando si mondavano della buccia: perciò esse prendevano il nome di pastiddi (pestate) o munnule (mondate).3

Non capisco come, essende pestare in siciliano pistari, da quest’ultimo si possa essere sviluppato con vocalismo diverso pastiddi.

Condivido, invece, quanto leggo in Michele Castagnola, Fraseologia sicolo-toscana, s. n., Catania, 1863, pag. 290:

E ora tutti ad esclamare -Per forza, ti sei lasciato incantare dal cognome!-.

Sarà; perciò, per il resto vi lascio incantare dal post, datato ma non per questo certamente meno valido, dell’amico Massimo Vaglio (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/12/le-castagne-secche-pastiddhre-per-i-salentini).

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1 Ecco le forme diminutive registrate in Vincenzo Mortillaro, Nuovo dizionario siciliano-italiano, Stamperia di Pietro Pensante, Palermo, 1853, pag. 222:

Così cruzzitèddi dovrebbe essere, con cambio di genere e di numero, diminutivo di cruzzetta, già diminutivo di crozza.

2 Ecco il lemma come è trattato da Michele Pasqualino nel suo Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, Dalla Reale Stamperia, Palermo, 1785, tomo I, pag. 357:

Il Pasqualino, dunque, distingue quattro crozza, con diverse etimologie:

a) crozza=teschio, dal greco καρος. Va detto, anzitutto, che καρος va scritto καρός (leggi caròs)=testa. Si tratta, comunque, di un peccato veniale perché a quei tempi i caratteri greci con gli accenti non era facile trovarli. Mi pare inaccettabile, invece, quel καρόκιον (leggi caròchion) che nelle sue intenzioni dovrebbe essere un diminitivo di καρός; purtroppo tale diminutivo non è attestato, per cui risultano arbitrari tutti i successivi passaggi, dove egli, fra l’altro, si serve non più di caratteri greci, con l’intento, secondo me, di confondere le carte e a tal proposito faccio un esempio: crocion (che dovrebbe derivare da carokion per sincope) in caratteri greci sarebbe κρόκιον (leggi cròchion) che esiste ma significa nastro di lana.

Quanto al secondo etimo proposto (κράνειον, leggi cràneion) va detto che la voce in greco esiste ed è da κέρας (leggi cheras)=corno, ma designa il frutto del corniolo (evidente la somiglianza). Ora è vero che κέρας, κράνειον e καρός derivano da un’unica radice ma questo legame semantico si sfalda di fronte all’abisso fonetico che separa κράνειον e cranion da crozza.

b) crozza=gruccia, dal latino crux.

c) crozza=crosta (qui si direbbe che il Pasqualino ha pensato a crosta [dal latino crusta(m)]ma non ha avuto il coraggio di scriverlo, per cui l’etimo risulta assente.

d) crozza=misura. A carozzu leggo:

 

Avrei anche qui qualcosa da ridire ma non lo farò per brevità e, soprattutto, perché gli etimi proposti non hanno nulla a che fare con crozza nel significato che a noi interessa.

3 In Angelo Paganini, Vocabolario domestico genovese-italiano, Gaetano Schenone successore Frugoni, Genova, 1857, pag. 89:

 

 

Le castagne secche, pastiddhe per i Salentini

di Massimo Vaglio

 

Pastiddhre, con questo termine in larga parte della Puglia, ma anche della Sicilia e della Calabria, si appellano le durissime castagne secche senza scorza e “pellicina” che un tempo, in questa terra, costituivano il tipico pasto delle lunghe e fredde giornate di fine inverno. Facevano la loro comparsa in tutte le botteghe generalmente nel tardo inverno e venivano vendute a prezzo modico alla stregua dei legumi. Erano consumate principalmente previa cottura anche se i bambini se ne riempivano le tasche per sgranocchiarle durante il gioco.

Il castagno, come è noto, vegeta bene oltre i 700 metri sul livello del mare e quindi, nel pianeggiante Salento, venivano importate dalle regioni montuose più vicine. Erano spesso anche oggetto di baratto, infatti, avventurosi commercianti, con spirito e mezzi da veri pionieri, raggiungevano le impervie montagne della Basilicata e della Calabria, barattando i più tipici prodotti salentini: farina di grano duro, olio d’oliva, vino, mandorle e fichi secchi, con pastiddhre, castagne del prete e sovente anche con salsicce e maiali. Non mancavano neppure gli artigiani, soprattutto calzolai che andavano a vendere i loro manufatti nelle zone interne della Basilicata e della Campania, integrando spesso il compenso con qualche sacco di castagne che, al ritorno

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