Libri. Un romanzo storico in quel di Parabita

promessi_sposi

di Paolo Vincenti

 

L’amore per la piccola patria può avere diverse sfaccettature e portare  uno storico a farsi romanziere. Così l’erudito Ortensio Seclì  lascia le ricerche e la saggistica e profonde la sua abilità scrittoria nell’invenzione narrativa.  E dopo “Il giardino grande” (2012), pubblica, sempre con l’editore Il Laboratorio di Parabita, “Per amore…solo per amore” (2014). A dire il vero,  la commistione dei generi non è trovata di poco momento e lo sanno bene gli appassionati lettori dei romanzi storici.

In questo genere letterario di gran successo infatti si colloca il libro di Seclì, che unisce alla piacevolezza della fiction, la precisione del dato storico,  in un impianto narrativo solido cui fa da basamento la pluridecennale esperienza letteraria dell’autore.

La complessa vita sociale, politica e religiosa  parabitana fa da sfondo alla narrazione e si intreccia alle varie love stories raccontate. Nell’ordine:  quella sfortunata e senza prole fra il duchino Giovanni e l’ aristocratica napoletana Olimpia, che monopolizza la prima parte del libro e la cui sfortuna viene attribuita da un lato alla fama da jettatore che il nobiluomo Della Valle, padre di Olimpia si porta dietro, e dall’altro alla “maledizione di Rosaria”, vale a dire la protagonista della storia d’amore del precedente libro di Seclì, la quale, a detta di Lucia la Greca, madre di Giovannino, dopo aver disonorato la famiglia dei Ferrari in vita, a causa del matrimonio fra lei, popolana, e l’altolocato Don Saverio, continuava a portar sfortuna anche dopo morta. Poi la storia d’amore, pure molto tormentata, fra Vincenzo Ferrari, figlio di quella stessa Rosaria Cataldo, e Lucia Nicolazzo, che occupa la parte centrale del libro;  l’amore di Andrea Giannelli, noto esponente liberale del risorgimento salentino, e Agnese, una dei tre figli di Vincenzo e Lucia; la storia d’amore, complice Giuseppe Ferrari, fra l’umile falegname Gaetano e la bella Concetta;  e infine la storia d’amore fra lo stesso Giuseppe, terzo figlio dei signori Vincenzo e Lucia, anche Sindaco di Parabita dal 1857 e il 1860, ed una esponente del popolo, tanto povera quanto onesta e timorata di Dio, Nunziata.

Il libro dunque si caratterizza come una saga famigliare, e a fare da trade union fra le vicende narrate è proprio l’amore che impasta le vite dei protagonisti, dà sale alla storia globale raccontata, a partire dal titolo del libro che richiama quello di un film del 1993, “Per amore solo per amore”, tratto dall’omonimo romanzo di Pasquale Festa Campanile, ed anche il refrain di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni (“Per amore mio”).  Ma le biografie dei personaggi e l’orizzonte temporale dell’Ottocento parabitano preso in esame, si presentano complementari, in quanto le vicende personali sono sempre gravide di conseguenze che riguardano la collettività e le scelte individuali o famigliari degli aristocratici Ferrari si riflettono gioco forza sui destini della comunità, ancora all’epoca asservita ai ricchi feudatari. Una nota di merito alla scrittura di Seclì che scorre piana, limpida, adamantina per tutto il libro.  Molto bella la copertina opera del pittore-poeta Giuseppe, Pippi, Greco, mentre la progettazione grafica è di Sandra Greco.

Già recensendo suoi precedenti lavori, ho scritto che Ortensio Seclì è fedele metodologicamente  alla scuola storica degli Annales, quella dei vari Bloch, Lefebvre, Braduel, che cioè considerava la storia non solo, crocianamente, sotto il profilo etico-politico, ma anche nei suoi interessi  economici, sociali, antropologici, psicologici. Georges Lefebvre infatti affermava che “la storia non è scritta una volta per sempre, non è composta di una specie di materia morta e irrigidita per l’eternità, ma è in perpetua gestazione, si evolve con la civiltà degli uomini e con gli avvenimenti che segnano la loro esistenza”.

I ricercatori come Ortensio Seclì  non si accontentano di ricordare il passato ma lo reinterpretano, lo ricostruiscono sempre alla luce delle nuove acquisizioni che di volta in volta sgretolano parte di quelle che erano ritenute verità tradizionali. Il merito maggiore di questi due libri di Ortensio Seclì è quello di aver dato un volto, un cuore, sentimenti, a quei personaggi della storia parabitana che altrimenti sarebbero restati solo dei nomi incorniciati dalle due date di nascita e di morte. Seclì ha dialogato con l’Ottocento parabitano, ha animato i ritratti di questi dignitari del passato, gli ha dato colore, spessore, flatus vocis quasi, dalle righe intense dei suoi dialoghi.

Chiaro che l’autore abbia il culto della storia, il gusto di riportare all’attenzione dei contemporanei le vestigia del passato, e sebbene la sua ricostruzione sia  corretta filologicamente, essa è vivificata dall’invenzione letteraria, che sembra confermare l’assunto precedentemente svolto, ossia della storia intesa come continua ricerca. Senza mai perdere di vista l’alta funzione della storia. Significativo è a tal proposito quanto l’ autore fa dire a Don Giovannino, il quale parlando sul letto di morte, col frate Padre Damiano, sentenzia: “ La storia! La morte non ha alcun potere su di essa perché anche quando sembra che la storia sia stata cancellata, un bel giorno torna dal mondo dell’oblio nel quale sembrava fosse stata dimenticata e si impone prepotente agli uomini… è la memoria di noi, di ciò che abbiamo fatto, di come abbiamo saputo operare che viene conservata dalla storia e che ritorna anche dopo secoli a farci giudicare dal mondo”.

L’inclinazione di chi scrive si fa manifesta nelle ultime dieci pagine del libro dove il romanzo vira più decisamente verso il saggio storico, con le vicende relative alla nascita della Banca Popolare di Parabita. In questo cambio di passo sembra quasi che Seclì abbia voluto recuperare  la sua prima vocazione e con questa  suggellare la fortunata parentesi narrativa. Nel complesso, un buon libro, a cui dà lievito l’interesse della materia trattata e  dà sentimento, insufflata nell’impianto generale dell’opera, la passione di chi la muove.

 

Le “Omelie” di padre Francesco La Vecchia

domenicani-gallipoli-24

di Paolo Vincenti

 

“Per un editore che ha scelto la linea laica per la pubblicazione di prodotti editoriali, non sembri strano di aver scelto un volume di omelie. Intanto la scelta laica (non laicista) è dettata dalla necessità di non privilegiare prodotti letterari in funzione di una propria e limitata visione ideologica del mondo, ma dal bisogno di privilegiare espressioni, sensazioni, percezioni, prose, poesie, capaci di esprimere il meglio dell’esperienza umana.” Con queste parole, nella sua Nota dell’Editore, Aldo D’antico, spiega le ragioni che hanno portato la sua casa editrice, Il Laboratorio Parabita, a pubblicare “Omelie. Presenze e testimonianze a Parabita” di Padre Francesco La Vecchia (2013), nella collana “Contributi”.

L’autore è stato padre superiore dei Domenicani di Parabita fino a qualche tempo fa e questo libro raccoglie le sue predicazioni, ovvero le omelie, rivolte ai fedeli durante la Messa dopo le letture. Le occasioni sono le più disparate del calendario liturgico e si può riscontrare come Padre Francesco sia un religioso di grande preparazione il quale unisce al solido fondamento culturale che è proprio del suo ordine religioso, il pathos, ossia quella compartecipazione umana che è propria invece dell’autore.

E’ sempre l’editore a parlare: “Che senso hanno le omelie di Padre La Vecchia? Egli è stato padre superiore dei Domenicani di Parabita, un paese nel quale l’ordine dei predicatori di San Domenico arrivò nel lontano 1405, marginalizzando il culto greco che ivi si officiava, edificando un Convento e una Chiesa (Santa Maria dell’Umiltà) dichiarato monumento nazionale e successivamente scerpato, tagliato, suddiviso con uno scempio unico nel suo genere. Al loro ritorno hanno custodito la Madonna della Coltura per i Parabitani, la loro storia, memoria, cultura. Padre Francesco, nelle sue prediche richiama il senso della storia e della vita, propone il culto non solo come fatto di fede ma anche come dimensione dello spirito, fatto civile di adesione all’uomo e al suo valore. Leggendo le sue omelie un credente rafforza la propria scelta di fede, un non credente riflette sui destini dell’umanità. Motivi abbastanza validi per proporle come edizione”.

Presentato nella Parrocchia di Sant’Antonio in Parabita, il 14 dicembre 2013 da Don Angelo Corvo, Parroco della Chiesa matrice di Parabita, Remigio Morelli e Luigi Cataldo, il libro contiene un estratto da un’opera di Don Tonino Bello (“Parole d’amore”) e alcune lettere indirizzate da Luigi Cataldo, curatore del libro, all’autore. Da queste si evince il grande legame di affetto e fraterno vincolo di fede che unisce Cataldo a Padre La Vecchia, e il dispiacere di Cataldo, che è poi il rammarico dell’intera comunità parabitana, in occasione della partenza dalla città di Padre Francesco quando egli, a fine 2010, dovette andare perché destinato ad altro incarico.

Si comprende che sia abbastanza forte il segno lasciato dal domenicano nel paese della Madonna della Coltura se è vero che oggi esce questo libriccino che lo vede protagonista indimenticato nel cuore dei  fedeli  e degli amici parabitani. Contributi, quindi, di importanza storica, affettiva, contestuale, sociale, politica, con questa collana de “Il Laboratorio”, che risponde ad un bisogno di conoscenza e più ampia diffusione della cultura a tutti i suoi livelli.

 

Volti delle donne di un tempo, a Parabita

Spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”

Domenica 11 agosto, ore 21,30 – Piazza Umberto I, Parabita (Le)

 

Volti di donne_Locandina_Parabita copia

Il Comune di Parabita (Le) in collaborazione con l’Associazione ‘emergenze sud – cantieri culturali aperti’ di Parabita e l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano  promuove lo spettacolo teatrale “Volti delle donne di un tempo”, scritto e diretto da Paolo Rausa.

Tratto dalla raccolta di racconti “Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu” di Raffaella Verdesca, rappresenta attraverso la storia di 6 donne esemplari, vissute fra le due guerre e nel periodo postbellico, il percorso faticoso delle donne del sud per emanciparsi dalla fatica, dalla violenza e dalle intimidazioni, alle quali queste donne coraggiose rispondono con determinazione e grande dignità. Questi esempi rappresentano le donne  mediterranee e in particolare del nostro Sud, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea.

Sono ritratti i volti vivi di Vincenzina, operaia in una fabbrica di tabacco, di Nunziata, moglie di emigrante, di Teresina, contadina violata nel corpo e nello spirito, di Immacolata, curiosa e desiderosa di apprendere la cultura diversa degli ebrei, sfuggiti alla deportazione e che trovano al sud un momentaneo luogo di pace in attesa di raggiungere la terra promessa, di Uccia la mammana, che vive donando la vita e alla fine viene premiata con una vita trovata e adottata, e infine di Caterina, resa vedova per una diagnosi sbagliata, mortale per il marito, e che ora non si dà pace e lavora giorno e notte per assicurare il cibo e un futuro ai figli.

Donne di un tempo, ma che ritroviamo nelle tante donne acrobate di oggi che lottano per la vita nel nostro Sud e nel Mediterraneo, discriminate e oggetto di violenza, ma imperterrite nell’affermare il diritto al lavoro, all’istruzione e agli affetti.

Lo spettacolo è stato presentato in prima assoluta il 26 dicembre 2012 alla Casa di Riposo “Capece” di Nociglia (Le) in versione ridotta e successivamente la notte del 31 dicembre, ovvero alle 5 di mattina del 1° gennaio 2013, in versione completa al Faro della Palascìa (Otranto) nell’ambito della manifestazione l’Alba dei Popoli, organizzata da Legambiente in collaborazione con il Comune di Otranto, l’8 di marzo al Palazzo della Cultura di Poggiardo (Lecce) e il 12 marzo allo Spazio Oberdan-Cineteca Italiana di Milano.

L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

Salento, è festa grande con la “Bohème” della Stajano

di Francesco Greco
fuochi
Salento in festa dal 16 al 23 aprile (dalle ore 19 alle ore 24, in contrada Est Bavota) con la manifestazione musicale “Messapia in….rondine” che si svolge a Parabita (Lecce), la città delle celebri “Veneri” e il cui Comitato Organizzatore è presieduto dall’avv. Mario Nicoletti, personaggio molto noto in Salento ed extra-moenia.
Questo evento è considerato la festa di primavera di tutta la Murgia Salentina e cade nel periodo della secolare e tradizionale Festa della Madonna della Coltura, protettrice di tutti gli agricoltori, riconosciuta come tale da Giovanni Paolo II nel settembre del 1994, che così rafforzò un culto da secoli è molto sentito dalla popolazione di tutta l’area attorno alla mitica città messapica di Bavota.
   Il programma messo in cantiere prevede l’esibizione delle bande musicali di Conversano (Bari) e di Squinzano (Lecce), delll’Orchestra Filarmonica  “Valente” con la direzione del Maestro Salvatore Valente.
Ma a impreziosire questa edizione sarà la grande musica, il bel canto. La sera del 20 a Parabita arriva infatti la “Bohème”, l’opera immortale di Giacomo Puccini, portata dalla Compagnia Lirica “Mondo d’Arte” del tenore Davide Olivoni, che firma anche la regia.
davide olivoni
La “gemma” della serata sarà la guest-star Francesca Stajano (in foto), attrice cinematografica e televisiva, produttrice, di origine leccese: una personalità artistica eclettica e multiforme, un talento naturale, quel che si dice “un’eccellenza di Puglia”.
   “Mondo d’Arte” vede la luce nel 2006, quando Olivoni ebbe l’occasione di presentare al teatro “Ambra” di Poggio a Caiano (Grosseto) la sua prima opera lirica, un testo del teatro classico, “La statua” (ovvero le donne di Pigmalione), di George Bernard Show. Da allora è stato un crescendo di proposte e di spettacoli nei teatri di tutta Italia (dall’Emilia Romagna alla Sicilia, dalla Calabria al Piemonte) con un vasto repertorio di opere della nostra sconfinata e raffinata tradizione lirica: oltre all’opera pucciniana, “Elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, la “Traviata” di Giuseppe Verdi, i “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, sono solo alcuni dei successi da “tutto esaurito” di Olivoni e Stajano, una diva molto amata dal pubblico che la segue ovunque in tutte le “piazze”.
   A Parabita sarà la “Bohème” che piace al pubblico sin dal 2007, conforme all’originale: un allestimento che vedrà in scena i cantanti principali e altre figurazioni attoriali. “L’ambientazione scenica e costumistica sarà contemporanea, perché – fanno sapere dalla produzione – l’argomento dell’opera è attualissimo: la povertà degli artisti, e l’indistruttibilità dei loro sogni, sono sempre esistiti e continuano a esistere”. E, c’è da aggiungere, non c’è crisi né recessione che tenga: esistono sin dalle corifee ateniesi e le tragedie greche, passando per il Carro di Tespi sino alla polvere del palcoscenico dei teatri d’avanguardia, da Brecht a Beckett e Jonesco.
yuri yoshikawa
yuri yoshikawa
   I cantanti, oltre allo stesso Olivoni (“Rodolfo”), sono Yuri Yoshikawa nel ruolo di “Mimì”, Merita Dileo è “Musetta”, Stefano Lovato (“Marcello”) Stefano Madeddu (“Alcindoro”), Francesca Stajano (“Momus” e coro).
staiano
E non finisce qui: questa edizione della festa della Madonna della Coltura si annuncia memorabile, ricordata a futura memoria: nelle serate del 21 e 23 avranno luogo infatti anche due concerti lirici, presentati da Francesca Stajano, eseguiti sempre dai cantanti della Compagnia Lirica “Mondo d’Arte”. In programma arie e duetti tratti dalle opere liriche più conosciute e più amate da secoli dal pubblico di tutto il mondo: Verdi, Donizetti, Leoncavallo, Mozart, Puccini, Mascagni, Giordano, ecc.
   E’ proprio il caso di dire: è qui la festa! Sipario!

Due amanti ed un curato. Una patetica storia d’amore nella Parabita del XVIII secolo

promessi_sposi

di Paolo Vincenti

 

La storia che voglio raccontare parte da lontano. Un giorno di alcuni anni fa, curiosando fra gli scaffali dell’Archivio Storico Parabitano e conversando con il suo responsabile ed animatore Aldo D’Antico, mi colpisce una storia, quella de “I promessi sposi parabitani”, come semplicisticamente è stata ribattezzata, scritta su una vecchia rivista , della quale chiedo lumi a D’Antico. Egli mi spiega che l’estensore di quella nota storiografica è Mario Cala e che quindi a lui più di tutti io debbo semmai chiedere delucidazioni. Intanto però Aldo mi dona la collezione completa della vecchia rivista della Pro Loco parabitana perché è proprio su uno dei primi ingialliti fogli di quell’opuscolo che leggo la storia in oggetto. Per l’esattezza si tratta dell’articolo  Due amanti ed un curato. Una patetica storia d’amore nella Parabita del XVIII secolo, di Mario Cala,contenuto  in “A Parabita due notti d’estate”, 2° edizione, Parabita 1977. Si tratta di una storia d’amore che coinvolge due protagonisti della nobile famiglia Ferrari che tenne il feudo di Parabita fino all’Ottocento.

Questa storia venne resa nota con un documento del 1823 ,“Memoria pel Duca di Parabita nella causa co’ fratelli Ferrari” (Napoli, Tipografia di Nunzio Pasca), un trattato di giurisprudenza in cui era contenuta la storia raccontata da Mario Cala.

I fatti si svolgevano nell’anno 1780 quando Don Francesco Saverio Ferrari, figlio di Don Giuseppe, primo Duca di Parabita, viveva una clandestina e tormentata storia d’amore con tale Rosaria Cataldo, una popolana, probabilmente figlia di qualche governante di casa Ferrari. Chiaramente questa storia d’amore trovò la disapprovazione della illustre famiglia del rampollo parabitano, tanto che Francesco Saverio e Rosaria dovettero ricorrere all’astuzia per poter celebrare il loro matrimonio. I due giovani infatti, che avevano già avuto due figlioli, Francesco e Vincenzo, si recarono notte tempo da un recalcitrante arciprete, Don Vincenzo Maria Ferrari, costringendo con l’inganno il curato a dichiararli marito e moglie. L’arciprete negò che quel rito fosse valido e Rosaria e Francesco Saverio  vennero condannati l’una a stare richiusa in un monastero di Lecce e l’altro a star lontano e non più rivedere la sua amata.

Dopo una lunga battaglia legale, il matrimonio divenne finalmente valido. Ma nel frattempo Francesco Saverio , che tanto aveva sofferto per lo sdegno e l’onta subita e per la lontananza da Rosaria, si ammalò gravemente e morì dopo appena un anno.

Questa la storia degli sfortunati amanti documentata da Mario Cala che nel suo scritto allega anche un albero genealogico della famiglia Ferrari. Questo articolo di Cala viene poi ripubblicato in “Minima Storica Parabitana”, edito dall’Adovos di Parabita nel 1991 e in “Studi di Storia e Cultura meridionale”, volume della Società di storia Patria per la Puglia, Galatina 1992.  Intorno a questi fatti, qualche anno fa, si scatenò anche un certo clamore mediatico in quanto un giovane ricercatore, appropriandosi della storia, volle far credere che lo stesso Manzoni per la sua celebre pubblicazione si fosse ispirato ai due giovani parabitani. Ciò portò Mario Cala a smentire pubblicamente quanto arbitrariamente affermato, dal momento che lo stesso Cala, se aveva parlato di analogie fra la sua storia e quella dei Promessi Sposi  manzoniani, mai tuttavia aveva  millantato che il grande scrittore milanese si fosse recato a Parabita o  fosse in qualche modo venuto a conoscenza di questo documento storico.

Quella di Francesco Saverio e Rosaria resta comunque una bella storia d’amore, emersa dalle brume del settecento parabitano .  Ed è da lì  che si dipana quel sottile ma resistente filo di una matassa che arriva fino ai nostri giorni, con la pubblicazione in questo anno  2012, del romanzo “Il giardino grande” (Il Laboratorio editore) a firma di Ortensio Seclì, noto e stimato studioso di storia locale il quale me ne fa dono in uno dei nostri incontri sempre graditi e proficui per chi scrive queste note.

Si tratta di un libro che, in 35 capitoli più un Epilogo, partendo dalla documentazione di cui ho detto sopra, sviluppa una trama del tutto avvincente, tanto da far quasi dimenticare la realtà storica che fornisce a Seclì l’abbrivio per la sua narrazione. Il libro ha una  coperta rossa rigida con un bel disegno di Giuseppe Greco e  aggiunta di sopracoperta  arricchita da una bandella destra, con breve nota dell’editore, e bandella sinistra, con ritratto dell’autore ad opera di Giuseppe Greco e brevi note bio-bibliografiche.

Nella narrazione, agli elementi di pura fantasia, si uniscono degli inserti tratti dai documenti d’archivio e riportati in corsivo. La prosa di Seclì fluisce limpida e leggera nelle pagine di quest’opera amabile che si fa leggere dall’inizio alla fine senza nessun calo di interesse. Riemerge così da un passato sul quale sembrava si fossero ormai addensate le nebbie dell’oblio, grazie a questo omaggio letterario, la storia d’amore di Saverio e Rosaria (proprio a lei l’autore dedica il libro), i quali tornano a parlarci di un tempo in cui troppi ostacoli di carattere culturale e sociale impedivano il libero cammino di un amore mutuo e sincero che oggi (forse) non avrebbe incontrato nessuna riprovazione.

Il periodo storico in cui si dipana l’intreccio narrativo, attraverso le vicende reali e simboliche dei due amanti protagonisti, è il grande teatro del settecento parabitano, un’epoca che Seclì conosce bene per averle già dedicato una monografia qualche anno fa (“Parabita nel Settecento”, Il Laboratorio Editore). La narrazione, degna del miglior romanzo nazionale contemporaneo, come è già stato sottolineato, si muove con andamento lento ma vario, mai stanco, sorretta da una tecnica espressiva matura e da una efficace orchestrazione con cui l’autore, che ha orecchio musicale, mette in scena fatti e personaggi, fra motivi dinamici e statici, muovendo  le corde giuste al momento giusto per creare quel sicuro effetto di incantamento (ché il narratore cantastorie è sempre un poco stregone,fingitore, sciamano ) nel lettore.

Non sorprende la capacità narrativa di Seclì perché già nei suoi articoli di storia locale, comparsi su svariate riviste, ci aveva abituato alla nota di colore, all’inserzione di aneddoti e trance de vie all’interno della macronarrazione storica di cui si occupava. Sempre attento al minimo dettaglio e con una spiccata sensibilità verso gli umili, quei personaggi minori, se non minimi, delle nostre comunità municipali che Seclì ha sempre voluto dimostrare che fossero, quanto e più dei grandi personaggi,  calati nella storia e che come loro avessero pari dignità e medesimo spirito di appartenenza al contesto storico analizzato. Non sono mancati nemmeno, nelle sue noterelle storiche, degli spezzoni di umorismo a mitigare la fredda scientificità dei documenti compulsati e tutto ciò ha avvicinato il lettore ai precedenti articoli e libri di Seclì e, almeno per quanto mi riguarda, ha fatto intendere che, dietro lo storico, si stesse preparando il narratore, che insomma il romanziere attendesse solo il momento opportuno per rivelarsi. E il momento ora è arrivato. Una storia matura nella mente del proprio creatore nel tempo più o meno lungo della sua ideazione e in quello entusiasmante ma  laborioso della sua gestazione. L’autore vive dentro di sé i propri personaggi, le storie, gli avvenimenti ideati, fino a quando essi  non diventano pagine di libro da consegnare all’editore, il quale  a sua volta li consegnerà ai lettori con la dovuta apprensione che accompagna ogni nuova pubblicazione. Se questa pubblicazione poi incontra il gradimento di pubblico e critica, ciò significa che il lavoro svolto è stato ben fatto, le attese ben riposte i sacrifici fatti vengono ripagati. Ciò accade all’opera dell’amico Ortensio Seclì ed io sono lieto di darne testimonianza in questo mia modesta recensione. L’arte di raccontare del maestro Seclì ci consegna il suo frutto più maturo, la prova più compiuta,  con questo romanzo, se è vero che, alla fine della lettura, la polvere di quel mondo antico raccontato ci sarà rimasta attaccata alla suola delle scarpe e qualcosa di esso continueremo a portarci dentro a lungo nei nostri percorsi quotidiani.

 

Parabita. Si presenta Volti di carta, storie di donne del Salento che fu

Il Presidio del libro di Parabita  Cantieri culturali aperti – Emergenze Sud

è lieto di invitare la S. V.

alla presentazione del libro

VOLTI DI CARTA, STORIE DI DONNE DEL SALENTO CHE FU       (Ed. Albatros-Il Filo)

DI RAFFAELLA VERDESCA

MARTEDI’ 16 OTTOBRE ORE 18,30

PALAZZO FERRARI – PARABITA

Venti ritratti di donne salentine tra le due guerre, venti storie coinvolgenti sul piano emotivo e narrativo. Uno straordinario affresco del Salento tra le due guerre attraverso la fotografia delle sue donne.

Scrive Pier Paolo Tarsi nella prefazione:   Della sua terra di origine Raffaella Verdesca ci svela nelle pagine che seguono il passato femminile nelle sue forme più intime e pertanto inafferabili, quelle cioè del vissuto emotivo, restituendoci la profondità interiore di un mondo di donne a cui possiamo ridare nuovi confini e contorni, esplorandole attraverso ritratti da leggere, da sfogliare e da meditare, per scoprire cosa di quell’universo umano ancora sopravviva, ossia, con le parole dell’autrice,” l’insegnamento di un salento al femminile capace di dignità e dolore, speranza e riscatto, padrone del coraggio di credere ancora” .

Dialogheranno con Raffaella Verdesca Paolo Vincenti e Sonia Cataldo. Letture di Alfredo Romano.

Musica e canto di Giuliana Paciolla ed Enza Pagliara.

 

Iniziativa promossa da Regione Puglia- Assessorato al Mediterraneo – e dall’Ass. Presidi del libro col Patrocinio della Città di Parabita

 

Mario Cala, parabitano doc

MARIO CALA: L’UOMO DAI MILLE VOLTI

 

di Paolo Vincenti

La scrittura, la poesia e la pittura si intrecciano nella  variegata carriera artistica di Mario Cala, parabitano doc, un passato da sportivo e insegnante di educazione fisica di cui rimane traccia nel suo fisico robusto ed asciutto, come quello di un ragazzino, a dispetto dei suoi settanta anni e più di età. Fra i primi operatori culturali parabitani, Mario Cala, ex ufficiale carabiniere, ex insegnante elementare, è oggi un distinto signore che non lesina energie in fatto di ricerca storica, di scrittura e di promozione territoriale della sua adorata madre patria Parabita. Uomo garbato e gentile, sempre disponibile con gli altri, subito pronto, quando la conversazione tocca argomenti a lui congeniali, ad investirti come un fiume in piena di parole, di conoscenze e di saggezza. Mai a corto di ironia e di nuovi progetti, Cala, Vice Presidente della Società di Storia Patria-Sez. di Gallipoli (di cui è Presidente Vitantonio Vinci), è autore di numerose pubblicazioni in cui ha toccato  i più disparati argomenti, da quelli letterari e storici, alla cronaca giornalistica, alla poesia, in lingua e in vernacolo, al teatro, allo sport,  che hanno contribuito a far luce sia sul passato remoto che sul passato più recente della sua adorata Parabita e del Salento.Con Ortensio Seclì e Aldo D’Antico, suoi amici e sodali, costituisce la  aurea triade della pubblicistica parabitana, la “vecchia guardia”, se così si può dire, dove il termine “vecchia” non vuole ovviamente riferirsi al  fattore anagrafico, ma  vuole invece connotare  l’anzianità di servizio dei tre, vale a dire la loro

Non solo Barocco

 

Nel secondo volume di Kunstwollen, periodico di arte e cultura della casa editrice Edizioni Esperidi, la luce segreta delle architetture salentine rimaste in ombra, dal ‘500 agli anni 2000

 

Non solo Barocco

di Giorgia Salicandro

C’è un Salento segreto nascosto all’ombra del folgorante Barocco, un ricamo candido di pietra che si irradia dai vicoli del nobile Capoluogo ai campi del Capo, e attraverso l’eco immobile delle mura racconta una storia di feudatari, chierici e suore, contadini e notabili, sino alla società industriale del ‘900. Una storia che “Architetture salentine”, il secondo volume della rivista culturale Kunstowollen, edita dalla casa editrice di San Cesario Edizioni Esperidi, ha cercato di rubare alla dimenticanza per restituirla a quel Salento che racconta tanto altro oltre le magnifiche chiese barocche.

La scorsa settimana la chiesetta leccese di San Sebastiano è stata la cornice scelta per presentare il volume, il secondo dei tre editi a partire da giugno 2009. Nella raccolta navata della chiesa alle spalle del Duomo, Alice Bottega ha ripercorso a ritroso la storia del luogo attraverso le sue mura. Una storia di terrore e devozione, iniziata nel 1520 nel bel mezzo della pestilenza che sterminò intere famiglie e dimezzò la popolazione, quando con “elemosine e legati pii” la piccola costruzione fu eretta e dedicata al Santo protettore degli appestati. In verità la vocazione sacra del luogo era precedente al “terrore nero”: lì infatti, molto prima che vi si affacciassero vicoli e corti, sorgeva un’antica chiesa rupestre dedicata ai Santi Leonardo, Sebastiano e Rocco. Alcuni decenni più tardi una nuova costruzione accolse il convento delle pentite, che dopo una vita trascorsa “nel vizio” cercavano un ricovero del corpo e dello spirito al riparo del Sacro. Un luogo sobrio, estraneo alla magnificenza barocca che traboccherà dagli ordini superiori delle grandi chiese leccesi, dalla Cattedrale a Santa Croce. Un fascino diverso, raccolto nella grazia della propria semplicità che si presenta inequivocabilmente al fedele già dalla facciata a spioventi, ingentilita appena da fiori e motivi simbolici in pietra leccese intrecciati intorno al portale.

La chiesa di San Sebastiano non è sola a raccontare la bellezza nel Salento non-barocco. A Racale il Palazzo ducale è testimonianza di una lunga storia di famiglie e intrecci di potere. Il Palazzo, come gli altri castelli del Meridione d’Italia, a partire dall’inizio del ‘500 perde il suo connotato militare per divenire residenza nobiliare con funzioni di rappresentanza, così come imposto dalla Corona parallelamente al consolidamento del potere centrale nel Regno di Napoli. Nel primo cinquecento il barone Alfonso Tolomei aveva fatto abbattere la primitiva Parrocchiale dedicata a San Giorgio per fare spazio all’ambiente di rappresentanza per eccellenza, il salone, che viene costruito all’altezza del piano nobile a cui si accede attraverso un monumentale scalone a giorno che parte dal cortile. Altrettanto monumentale doveva essere l’immagine che accoglieva il nobile visitatore all’ingresso della sala: due cortili su entrambi i lati illuminavano l’ampio spazio, la lunga volta a padiglione traboccava di satiri, fauni e altri personaggi pagani tipici della fantasia rinascimentale, che sfidavano con la propria spensierata lascivia le austere scene di Santi di scuola napoletana, costretti a “reggere” corni e frutta dalle pareti laterali. Quando, nel 1695, l’edificio fu acquistato, insieme alla baronia di Racale, da Felice Basurto, il nuovo proprietario volle imprimere al palazzo un simbolo del proprio status, nello spirito controriformistico dell’epoca: fu così che nel salone spuntò un oratorio privato, a cui seguì un secondo fatto erigere da sua moglie Candida Brancaccio. Della storia “lignea”  e “pittorica” del palazzo oggi non rimane più nulla, tuttavia se ne può ricostruire il mosaico attraverso le tracce notarili conservate negli archivi. Un affascinante spaccato della nobiltà di periferia, impegnata nella divisione familiare dei propri beni – il corpo principale all’erede primogenito, un’ala ai genitori, l’altra al fratello chierico – e nella difesa della propria immagine aristocratica dall’invadenza costruttiva dei vicini, risolta con un atto notarile ad hoc che impediva l’erezione di piani più alti del prospetto del Palazzo, mentre al chiuso delle stanze si conservavano tutt’al più quadri “di carta” e mobili “vecchi”, come testimonia un inventario fatto compilare dalla moglie del duca.

Opposta alle logiche umane di ceti e fazioni, infine anche la “grande livellatrice” può divenire un racconto affascinante se ripercorso attraverso la memoria, i tabù e le altre proiezioni di chi resta “al di qua”. Il cimitero di Parabita, esperimento inconsueto nella periferia della periferia salentina, è una delle testimonianze della straordinaria capacità creativa di questa terra. Negli anni ’60 del ‘900 una lungimirante Amministrazione comunale affidò il progetto del nuovo camposanto ad uno Studio romano attivo nel dibattito della neo avanguardia architettonica. L’obiettivo era quello di dotarsi di un luogo degno di custodire le tracce rimaste della civiltà, che sfuggisse all’asettica logica “funzionale” madre di incommentabili ecomostri. E i progettisti romani seppero rispondere in modo illuminato.  “Mentre progettavamo non discutemmo mai dei significati della morte – ricordava più tardi l’architetto Alessandro Anselmi – eppure chi oggi entra nel recinto cimiteriale ha la netta sensazione di trovarsi in un luogo rituale e simbolico”. Un luogo che richiama la propria importanza ma senza ostentazione, sin dalla facciata che corre lungo una sinusoide, sfuggente come la vita terrena, per raccogliersi all’interno attorno alla figura del capitello disegnata dal succedersi delle cappelle private: “l’archetipo” architettonico che lega la pietra al rito della memoria collettiva.

(pubblicato su Paesenuovo del 12/2/2010) 

Francesco Marzano da Parabita (1858-1924), un illustre economista salentino

di Paolo Vincenti

Nella sua collana “Estratti”, Il Laboratorio -Archivio Storico Parabitano  ripubblica l’opera dell’illustre concittadino parabitano Francesco Marzano: Guida allo studio di Economia Politica, edita dallo Stabilimento tipografico Pomarici di Potenza, nel 1887.

Francesco Marzano, nato a Parabita nel 1858, fu uno dei più insigni rappresentanti della scuola economica salentina. Giurista ed economista, pubblicò il primo trattato italiano di scienza delle finanze, anticipando di circa 37 anni l’opera del grande Antonio De Viti De Marco, economista di chiara fama nazionale e deputato radicale al Parlamento italiano agli inizi del Novecento. Molto meno conosciuto, invece, il Marzano, ha dei meriti innegabili nel campo degli studi economici italiani, di cui può ben considerarsi  un luminare.

La sua fondamentale opera “ Compendio di Scienza delle Finanze” venne pubblicata nel 1887 dall’Unione Tipografica Torinese e poi ristampata, in seguito, dalla Utet. L’Ottocento, a Parabita, come informa Aldo D’Antico, in  Parabita – Memorie  e sue antichità di Giuseppe Serino (Il Laboratorio 1998), è un secolo in cui si respira un grande fermento in tutti i settori. Nascono molti frantoi e molini, che utilizzano anche strumenti industriali, e si strutturano in una società cooperativa chiamata “I molini di Parabita”; viene fondata una Società di Mutuo Soccorso, una Farmacia del Popolo e  cresce moltissimo il livello dell’occupazione  e dell’istruzione.

Nel 1888, inoltre, viene fondata la Banca Popolare di Parabita, ad opera di otto cittadini parabitani: Giovanni Vinci, Giuseppe Ferrari, Luigi Muja, Francesco Marzano, Domenico Ferrari, Luigi Giannelli, Donato Pierri e Salvatore Laterza.  Marzano, quindi, fu fra i fondatori della Banca Popolare Cooperativa di Parabita, di cui fu il primo Direttore Generale.  Fu anche Segretario della Camera di Commercio di Lecce e fondò e diresse riviste, come “Il Monitore”, “Il Rolandino”, “La Gazzetta del Notariato” e “Le leggi finanziarie”.

Fra i suoi trattati, di materia fiscale ed economica, ricordiamo: “Questioni di diritto positivo finanziario”, “La Riforma delle Tasse sugli Affari – Legge sulle tasse di registro”, “Teoria generale delle imposte sulla spesa, comunemente chiamate imposte indirette”, “Il commercio del vino nei principali stati del mondo”, e “Guida allo studio dell’Economia Politica”, che viene ora ripubblicata.

Marzano morì a Parabita nel 1924, passando il testimone ad un altro grande giurista, esperto di diritto commerciale: Alfredo De Gregorio (1881-1979), studioso di fama nazionale, anch’egli figlio della eccellente Parabita.

Rocco Coronese: manifesto all’arte

di Paolo Vincenti

Il Museo del Manifesto, a Parabita,  fondato nel 1982 ed unico in tutta l’Italia Meridionale, conta una vastissima collezione di manifesti raccolti nel corso degli anni, con sezioni di cinema, teatro, turismo, pubblicità, politica. Il suo fondatore, Rocco Coronese, voleva un museo aperto e dinamico, che potesse interagire con gli enti e le istituzioni pubbliche del territorio, soprattutto le scuole, per diffondere la cultura del manifesto in tutte le sue angolazioni. Rocco Coronese era nato a Parabita, nel 1931.

Aveva iniziato la sua attività come pittore, frequentando, negli anni Cinquanta, gli ambienti artistici romani. Dalla fine degli anni Sessanta, aveva iniziato l’attività di scultore che lo aveva portato ad esporre nelle maggiori città italiane. Sono numerose le manifestazioni organizzate da Coronese in spazi aperti, come a Roma, Lecce, Parabita, seguendo l’innovativo progetto di valorizzare, attraverso questi eventi artistici, anche i luoghi che li ospitavano e la loro storia. A Parabita, aveva realizzato, per il Parco Comunale, la grande Fontana centrale, i cancelli e la pavimentazione. Fin da quando era giovane studente, Coronese aveva fatto di Roma la sua patria d’elezione: qui, aveva conosciuto la moglie e con lei aveva messo su famiglia, ma il suo cuore era sempre a Parabita, l’amata Parabita.

Nella sua veste di esperto di grafica e comunicazione d’immagine, collaborava con diverse riviste nazionali, con aziende pubbliche e private ed anche, quando Sindaco della Capitale era Argan, famoso critico d’arte, con l’Ufficio Stampa del Comune di Roma. La stessa  città di Roma gli organizzò una mostra riassuntiva di sculture in Piazza Margana. Teneva anche prestigiose collaborazioni con la Rai, con il Coni, con diversi Enti Pubblici, Scuole statali e con la Finsider, le cui collezioni private espongono i suoi quotatissimi  lavori.

Aveva realizzato marchi per importanti aziende, tra cui la nostra Banca Sud Puglia, oggi Popolare Pugliese. A Roma fece molte amicizie, come quella con Vittorio Bodini, che scrisse delle pagine molto belle su di lui.

Un rapporto privilegiato aveva con Cesare Zavattini, con il quale condivideva la passione per il collezionismo di “mini quadri”. All’attività artistica, univa la sua professione di docente:  insegnante di grafica pubblicitaria all’Accademia di Belle Arti di Lecce e, in seguito, di Plastica ornamentale all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, di cui era anche Direttore.

L’idea di raccogliere dei manifesti e di creare uno spazio apposito per contenerli gli venne sul finire degli anni Settanta e, nel 1982, riuscì a realizzare questo ambizioso ed innovativo progetto, con l’apertura del Centro di attività per la comunicazione-Museo del Manifesto che, oggi, conta più di 70.000 pezzi. Nel 1984, venne tenuta una grande mostra: “ Il manifesto Polacco: Cinema Teatro e Musica”, in collaborazione con l’Ambasciata della Polonia in Italia.

L’attività del Museo, a Parabita, si arrestò nel 1987, a causa di problemi logistici, ma Coronese continuò ad organizzare eventi in altre località italiane.  Trovò nuovi stimoli ed interessi culturali a Ferentino, un piccolo ma significativo paese in provincia di Frosinone, dove nel frattempo si era stabilito, stanco del traffico e della frenesia dell’Urbe. In quel paese, grazie al grande interesse dimostrato dall’Amministrazione Comunale, si potè realizzare una nuova sezione del Museo del Manifesto, strettamente collegato a quello di Parabita, e le attività iniziarono già nel ‘96.

Nel  ‘97, presso l’Unione Industriali di Frosinone, in collaborazione con l’Ufficio Culturale Cinese in Italia, si tenne la mostra “Immagini dalla Cina”. Nel 2002, l’Amministrazione di Parabita,  ha destinato  finalmente al  Museo un’ala di Palazzo Ferrari, dove poter svolgere l’attività del Centro e, nel giugno di quello stesso anno, si è tenuta la  1° Mostra tematica  “L’Arte nei Manifesti”, di cui ha riferito tutta la stampa locale.Quella di Parabita è diventata, così, una sezione distaccata del Museo di Ferentino e questo ha portato ad un gemellaggio fra i due Comuni, nel nome di Rocco Coronese. Nel settembre del 2002, infatti,  una delegazione parabitana, guidata dal Sindaco Adriano Merico, è stata accolta, con tutti gli onori, dalla gemellata città ciociara. Rocco Coronese, per la sua attività di pittore e scultore, compare anche nella “Storia dell’Arte del 900” di Giorgio Di Genova (Bora 2000).

“Un’attività intensa, senza tregua, per la quale non risparmia energie né fisiche, né intellettuali”, dice di lui  Aldo D’Antico, suo parente ed amico, dalle pagine di NuovAlba, nel dicembre 2002, “ …la sua ricerca è costante, senza interruzioni: ma sempre il suo ritorno è a Parabita, il paese, la piazza, il centro storico, i contadini, gli artigiani, i giovani, gli operai, gli intellettuali”. L’artista è morto improvvisamente nel 2002. La figlia, Cristina Coronese, architetto, che oggi prosegue l’attività del Museo, nel solco tracciato dal padre, ci dice: “Quello che mi preme sottolineare è che il nome di mio padre è conosciuto in tutta Italia, per la sua  capacità creativa e per la grande innovazione apportata nel campo delle arti figurative. Mi rendo conto che, soprattutto a Parabita,  il Museo del Manifesto abbia finito per cannibalizzare la sua poliedrica attività e mettere un po’ in ombra gli altri suoi meriti artistici. Di lui hanno scritto Vittorio Bodini, Giuseppe Cassieri, Cesare Zavattini, Rosario Assunto, Sandra Orienti, Toti Carpentieri, ecc. Vivendo con Rocco Coronese, si respirava la sua tensione intellettuale di artista impegnato in una costante ricerca. Si condivideva la sua passione sociale e il rigore morale e con lui si inseguivano i sogni”. Nel 2003, si è tenuta la mostra “Il cinema nei Manifesti di Renato Casaro” e,  all’inaugurazione, Cristina Coronese , ha avuto modo di ricordare che molti erano i progetti che il padre aveva ancora in mente di realizzare.

La Madonna della Coltura di Parabita e l’incendio del campanile

di Paolo Vincenti

La venerazione della  Madonna della Coltura di Parabita è una delle più forti e sentite nel Salento e da molto tempo impegna studiosi ed appassionati nell’inestricabile eppur affascinante ricerca storica, antropologica, linguistica sulle origini di tale culto. Ortensio Seclì, in un suo saggio del 2001, apparso su “La Madonna della Coltura”, pubblicazione annuale sulla fede, la storia e la tradizione, a cura del Comitato Festa Patronale, in collaborazione con la Pro Loco e l’Archivio Storico Parabitano, ci riferisce della più remota testimonianza della leggenda parabitana sul ritrovamento del monolito della Madonna della Coltura; leggenda che,modificata con l’aggiunta di alcuni particolari fantasiosi, fu stampata nel 1896 per i tipi di Luigi Carra in Matino: “E’ tradizione che nella spianata Le Pane della Corte del territorio di Parabita, nel sito detto Cutura fu trovata,arandosi,la mozza lapide, su cui è dipinta a fresco l’immagine della nostra Protettrice, che si chiamò della Coltura, perché rinvenuta coltivando nel Campo Cutura”.

Sul significato dell’intitolazione della Vergine a Cutura, ci viene incontro Aldo D’Antico che, in un suo saggio comparso sempre su “La Madonna della Coltura”, ci dice che il termine, secondo le due ipotesi che si sono affermate nel corso dell’ultimo secolo, potrebbe derivare da cuddhrura, relativo alla Madonna del Pane, alla quale diversi altri paesi dedicano un culto, oppure da cuddhrura inteso come antica unità di misura del terreno seminativo. D’Antico propone poi un’altra ricostruzione.

Nell’iconografia orientale, questa Madonna era detta Hodegitria, perché considerata protettrice dei viandanti. Ed anche la Madonna della Coltura di Parabita era inserita nel percorso dei pellegrinaggi mariani per arrivare a Santa Maria di Leuca, attraverso Alezio (Santa Maria della Lizza), Parabita, Casaranello (Santa Maria della Croce) e Taurisano (Santa Maria della Strada).

A ridosso delle mura dell’antica Bavota, sita in contrada della Corte, e distrutta nel 927 dai Turchi, era probabilmente situata una laura basiliana nella quale era affrescata una Madonna Hodegitria, appunto “vigilatrice dei viandanti”, presso la quale i pellegrini sostavano per guadagnare le indulgenze promesse. Con la persecuzione che i Bizantini subirono tra il 1000 ed il 1300, i monaci furono costretti ad abbandonare la laura.Questa venne col tempo completamente sepolta sotto detriti ed altro materiale, fino a quando il vecchio contadino della leggenda, arando con i suoi buoi, non la riportò alla luce. Il luogo in cui avvenne il rinvenimento si chiamava “contrada la corte seu la cutura”, ed all’immagine venne quasi spontaneamente dato il nome di quel posto, da cui Madonna ta Cutura. La Madonna, patrona dei viandanti, trovata in una cutura, diventa così la protettrice delle coltivazioni e del mondo agricolo in genere, della cultura e della civiltà contadina. Questo culto poi si espande anche nei paesi limitrofi e in tutto il Salento, partendo proprio da Parabita, che si identifica totalmente nel culto della sua Patrona.

La festa per la Madonna ta Cutura si svolge verso fine maggio a Parabita. La giornata più importante è la Domenica,quando, in  mattinata, si ripete la tradizione dei Curraturi: secondo la leggenda, il meravigliato agricoltore, come scrive Mario Cala, altro noto studioso di storia parabitana, nel volume sopra citato, dopo avere prestato le prime dovute cure all’immagine della Vergine con Bambino, corse verso il paese per annunciare il prodigioso ritrovamento e il sacro monolito venne portato in trionfo dagli eccitati concittadini nella chiesa matrice. E dal XIV secolo, ancora oggi, si ripete questa bellissima tradizione, la domenica mattina della festa civile della Madonna della Coltura, a ricordo della corsa che gli antenati avevano fatto dopo il ritrovamento del monolito. Da segnalare ancora il suggestivo incendio del campanile della basilica, grazie ad una felice intuizione che ebbe nel 1971 padre Carlo Viviani,rettore dei Domenicani di Parabita, mutuando questa iniziativa da Santa Maria dell’Arco a Napoli, sede centrale dei Domenicani. Questa tradizione è stata poi ripresa sei anni fa con grande successo. Viene chiamato appositamente un gruppo pirotecnico, specializzato in simulazioni d’incendi di strutture architettoniche, e il campanile sembra davvero bruciare, tra gli applausi e gli sguardi sbalorditi del foltissimo pubblico che riempie Piazza Regina del Cielo, e, quando il campanile sembra ormai essere divorato completamente dal fuoco al suo interno, ecco accorrere la Madonna a spegnerlo e a salvare la sua casa, tra i rintocchi delle campane che suonano a festa.

Anche il lunedì successivo sarà festa, con una processione in ricordo della traslazione del monolito dalla chiesa al Santuario.

Mofificato da: “Il Tacco d’Italia” maggio 2004 e poi in “Di Parabita e di Parabitani” di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

Rocco Cataldi, l’uomo, il poeta

di Paolo Vincenti

L’anno scorso è scomparso Rocco Cataldi. Parabita ricorda un suo figlio devoto ed uno dei più rappresentativi poeti dialettali pugliesi degli ultimi anni. Uno dei temi ricorrenti nella sua poetica era il mondo degli umili, quella civiltà contadina alla quale egli si sentiva profondamente radicato e dalla quale mai volle staccarsi, rivendicandone orgogliosamente l’appartenenza in tutti i suoi scritti. Una civiltà contadina che era, però, al suo crepuscolo e questo determinava in Cataldi un senso di profonda nostalgia ed amarezza.

Il filo che lo teneva legato a quel mondo in dissoluzione era quello della memoria, del ricordo del buon tempo antico, un tempo fatto di semplicità di gesti e di parole, un tempo in cui bisognava certo tirare la cinghia per andare avanti alla meglio, ma in cui vi era una genuinità di sentimenti ed una bontà di intenti che, nella società ipertecnologica del 2000, Cataldi vedeva irrimediabilmente compromessi. Di qui, l’amaro sfogo contro le brutture e la tristezza dei tempi.

Poesia della memoria, la sua, quindi, e poesia pedagogica, cioè poesia che vuole insegnare, sul modello del Parini, che Cataldi amava, nel tentativo, da lui stesso dichiarato, di una restaurazione di quei principi morali ai quali era legato per formazione, come ad un “Pansieri fissu”. Quegli stessi valori che suo padre, uomo umile ed illetterato (che ricorda nella poesia “ Ci dici tà?”, una delle sue più belle), gli aveva trasmesso, e che lui voleva trasmettere ai suoi allievi, insieme alla “Speranza” di un domani migliore: “Quardati annanti… nu’ bbe scoraggiati! A rretu ‘lla nuveja, nc’è lu sule”.

Come ci riferisce la moglie, Signora Marisa, aveva paura di non riuscire a trasmettere ai suoi ragazzi il buon esempio, quei valori su cui, diceva, si costruisce la società. La scelta del dialetto ha questa valenza, quasi di una battaglia civile in difesa di quei principi di cui la sua storia era maestra (solo una raccolta, “Riflessi opachi” è in lingua italiana).

La sua, secondo Antonio Errico, è “poesia costruita sulle macerie di miti e deità che come ogni mito ed ogni deità esistono finchè esiste l’uomo che ci crede” (introduzione ad “Arretu ‘lla nuveja nc’è lu sule”).

La morale di Cataldi viene da Gino Pisanò, nell’introduzione ai suoi “Culacchi”, definita “esiodea”, “quindi millenaria come il messaggio dell’antico poeta greco, medesima epperò nuova, perché mai fuori tempo e fuori luogo: lavora e sii giusto”.
Rocco Cataldi era nato a Parabita il 9 gennaio 1927. Maestro elementare a Matino, Lecce, Racale e Parabita, dove era diventato una vera istituzione, nel 1985 era stato insignito dal Presidente Pertini dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”, ma Cataldi non amava sbandierare ai quattro venti questo importante riconoscimento, anche se ne andava fiero e, ci confida Ortensio Seclì, nel privato amava condividere le sue gioie e gratificazioni con gli amici più cari, fra i quali lo stesso Seclì .

La prima raccolta di poesie risale al 1947, “Robba noscia” (Editrice Bruzia), poi “Storria t’à Madonna t’à Cutura” (Paiano Galatina, 1950, poi ripubblicata dall’Adovos di Parabita, nel 1987, con prefazione di Padre Giuseppe Parrotta). Nel 1956, è la volta di “Riflessi opachi” (Gastaldi Milano) e, dopo una lunga pausa, “Lu Ggiudizziu ‘niversale” (Adovos Parabita, 1975), con prefazione di Aldo D’Antico.

Da piccolo, Cataldi aveva conosciuto un poeta dialettale di Taviano, Oronzo Miggiano il quale, cieco dalla nascita, ospitava volentieri il giovane Cataldi nella sua casa, dove viveva solo; un giorno, il Miggiano ascoltò alcune composizioni di Rocco, che aveva trovato il coraggio di leggergliele e, dopo un lungo silenzio(come ricorda lo stesso Cataldi in un aneddoto raccontato a Guido Pisanello su NuovAlba, aprile 2001), il Miggiano disse: “E bravu lu scettu” e lo incoraggiò a continuare sulla strada intrapresa: quella frase divenne il titolo di una poesia di Cataldi dedicata proprio al Miggiano.

A proposito della poesia dialettale del Cataldi, Donato Valli, nell’ultimo numero di NuovAlba (aprile 2005), tracciando un profilo del grande amico perduto, precisa il posto in cui si colloca Cataldi nel panorama della poesia dialettale in generale; spiega Valli, “nell’ambito di quella che Croce chiamava poesia dialettale “riflessa”, esistono almeno due livelli: uno è quello della poesia dialettale dotta (è il caso del poeta di Ceglie Messapico, Pietro Gatti e del poeta magliese Nicola De Donno), l’altro è quello dei poeti che rimangono legati, nella lingua e nei contenuti, alla matrice originaria di una popolarità sentimentale ed espressiva (ed è il caso di Cataldi)”.

Il nostro rientra, dunque, nel filone popolaresco della poesia in dialetto, ma non nel senso di poesia di origine popolare, come spiega ancora Valli, ma nel senso che essa muove da colori, umori e sapori che sono radicati nel popolo ritenuto, in una visione romantica e mazziniana, come depositario della bontà e della saggezza.

Nel 1977, viene pubblicato “Pale te ficalindie” dalla Editrice Salentina di Galatina, proprio con prefazione di Donato Valli. Nel 1982, è la volta di “Li sonni te li pòviri” (Congedo Editore), con prefazione di Luciano Graziuso e, nel 1989, “A passu t’ommu” (Congedo), introdotto e commentato da Gino Pisanò. Nel 1988, viene pubblicato dal Laboratorio di Aldo D’antico “A rretu ‘lla nuveja nc’è llu sule”, con introduzione di Antonio Errico.

Aldo D’Antico fa notare che, in un mondo colmo di “nu tumunu te moja e de mundizza”, rivolto solo all’interesse ed al profitto, “l’ironia, il sarcasmo, il paradosso sono le vendette morali con cui il poeta ripaga il mondo e gli altri della loro falsità” Nel 1996, esce “Culacchi”, con prefazione di Gino Pisanò, e il ricavato della vendita di questo libro, dedicato “Ai buoni perché si mantengano tali; agli altri perché lo diventino”, stampato in numero limitato, il poeta volle che fosse devoluto a favore dell’erigendo monumento a Padre Pio, a Parabita. E questo ci porta ad una altro aspetto del poeta Cataldi, cioè la sua forte religiosità; come conferma ancora la Signora Marisa, “avrebbe voluto fare il missionario”, ci dice “ e importantissimi erano questi sentimenti di umana pietà, senso del dovere e della famiglia, onestà intellettuale, che ha voluto trasmettere ai suoi quattro figli”. Si era adoperato per la costruzione di una piazza a Parabita dedicata a Padre Pio. A capo del Comitato Promotore, dovette combattere per anni contro la burocrazia, prima di vedere avverato il suo sogno: finalmente una piazza, all’interno della zona di espansione di Parabita, lungo la strada per Collepasso, con al centro una imponente statua bronzea di Padre Pio da Pietralcina, realizzata dai maestri scultori Donato e Carlo Minonni, grazie anche alla generosità di tanti parabitani e soprattutto del suo grande amico Raffaele Ravenna. “Un’occasione per contribuire alla crescita spirituale della nostra gente”, scriveva Cataldi in un articolo apparso su NuovAlba nel marzo 2002, “per guardare in alto”, “in un momento in cui si è assediati dal materialismo che costringe a guardare in basso” e pubblicava sulla rivista una poesia inedita che aveva scritto in onore del Santo, in occasione di una visita a San Giovanni Rotondo nel 1992, “Quell’unica, umilissima, campana…”.

L’ultimo libro, del 2000, è “Parole terra terra” (Congedo editore), con prefazione di Donato Valli e note esegetiche di Gino Pisanò. A questo bisogna aggiungere tutte le poesie scritte su cartoncini, per i suoi allievi, nelle più svariate occasioni dell’anno scolastico, come il Natale, la Pasqua, la festa della mamma, la festa del papà, sempre amorevolmente illustrate da Mario Cala e che si trovano ancora in molte case dei parabitani che sono stati allievi del Maestro Rocco. Rocco Cataldi- Mario Cala era diventato negli anni quasi un marchio di fabbrica: “la penna e il pennello”, come lo stesso Cala afferma in un commosso ricordo dell’amico e parente, “lu zì Rocco”, sull’ultimo numero di NuovAlba. Di prossima pubblicazione, è una raccolta di poesie inedite del maestro Rocco, a cura dell’Adovos di Parabita, “Mirando al cuore”, con una nota introduttiva di Aldo D’Antico. “E, òsci, ntorna sule. Comu ieri./ Comu nu stierzu. Sule Salentinu!/ Nù ‘ ccusta nensi, mancu te pansieri./ Cusì nc’è scrittu susu ‘llu bullinu…/ La mmane, s’aza prestu. E’ mattinieri./ E, gentirmente, s’offre pè spuntinu:/ ‘nu stozzu caddu caddu e ‘nnu bicchieri/ te Lacrima te Luna a mmatutinu./A cquai, lu sule è ffrancu. Nd’ave tentu!/ Lu poi truare, specie a mmenzatìa,/ mmiscatu a vere lacrime te chiantu/ te tanta ggente, ca nu’ ttròa la via/ pe ‘ nnu lavoru unestu e ssacrusantu./ E mangia sule, lu Salentu mia…/”.“

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI ROCCO CATALDI

Robba noscia , Bruzia Editore, Castrovillari 1949, con Prefazione di Francesco Russo

Storria t’a Matonna t’a Cutura, Paiano Editore, Galatina 1950

Riflessi opachi, Gastaldi editore, Milano 1956

Lu Ggiutizziu ‘niversale, Adovos Parabita, 1975, con Prefazione di Aldo D’Antico

Pale te ficalindie, Editrice Salentina, Galatina 1977, con Prefazione di Donato Valli

Li sonni te li pòviri, Congedo Editore, Galatina 1982, con Prefazione di Luciano Graziuso

Storria t’ ‘a Matonna t’ ‘a Cutura (ripubblicazione), Adovos Parabita, 1987, con Prefazione di P.Giuseppe Perrotta o.p.

A rretu ‘lla nuveja nc’è lu sule (Antologia 1948-1982), Il Laboratorio, Parabita 1988, con  Introduzione di Antonio Errico

A passu t’ommu, Congedo Editore, Galatina 1989, con Prefazione di Gino Pisanò

Culacchi, Parabita 1996, con Prefazione di Gino Pisanò
Parole terra terra , Congedo Editore, Galatina 2000, con Presentazione di Donato Valli
e Note esegetiche di Gino Pisanò

Mirando al cuore (postumo), Adovos Parabita, 2005, con commento di Mario Bracci, Prefazione di Mario Cala e Presentazione di Aldo D’Antico

Sue poesie ed articoli sono stati pubblicati, fra le altre, sulle seguenti riviste: “A Parabita due notti d’estate” , “Il Donatore”, “Paesenuovo”, “Sagra della patata”, “NuovAlba”.

Pubblicato su “Anxa news”, ottobre 2005 e poi in “Di Parabita e di Parabitani”, di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!