Quell’antico gioco con il papavero

Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/
Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/

 

di Maria Grazia Presicce

Immersa in un barbaglio di colori, Lisa, indugiava a cogliere boccioli di papaveri non ancora schiusi, che riponeva in una tasca del suo vestitino, attenta a farne contenere più che poteva. I suoi fratellini la imitavano allegri e cinguettanti. Dopo, seduti sul prato, ognuno ammucchiava in un posto la propria raccolta poi, tiravano a sorte e chi veniva estratto, per primo, iniziava il gioco.

Si trattava di indovinare il colore dei petali racchiusi nella capsula-bocciolo che si pigliava dal mucchio: il rosso corrispondeva all’inferno, il rosa al purgatorio, il bianco al paradiso. Lisa dirigeva il gioco per cui, preso in mano il bocciolo chiedeva: – inferno, paradiso o purgatorio? – L’interpellato dichiarava il colore pensato e solo allora si schiudeva la capsula del bocciolo per verificarne la risposta. Vinceva chi, alla fine, ne indovinava di più.

Era questo un semplice passatempo-divertimento che rendeva piacevoli le lunghe mattinate trascorse, da Lisa e i suoi fratelli, in campagna immersi in una natura meravigliosa, rigogliosa di fioriture primaverili e odorosa d’incantevoli effluvi.

Si giocava davvero con tutto e con niente allora! Altri tempi, è vero, anche se non molto lontani, quando era la fantasia a farla da padrona e trasportarci in mondi nuovi e non l’uso di un marchingegno qualsiasi! Quando, anche un semplice e delicato fiore dai grandi petali rossi poteva divenire un gioco divertente da condividere con i propri amici o fratelli.

Quel papavero rosso scarlatto, col suo meraviglioso colore continua a primeggiare ancora ed inonda in primavera le campagne salentine e i prati verdeggianti, ma i bimbi non giocano più con loro, hanno altre attrattive, sono abbagliati da altri colori più statici, da altri “boccioli” che non spandono effluvi e non immaginano che quel papavero rosso ha tanto da dire e da dare. Sicuramente non sanno che quella corolla fiammante indica semplicità, libertà, delicatezza e che una volta rappresentava la fedeltà.

Lisa ritorna a sognare, si rivede ragazzina, adolescente pervasa dai primi palpiti innocenti quando, nell’ingenua illusione, affidava a quel fiore il suo segreto fervore: staccava un petalo rosso, ne faceva un piccolo involucro e con forza lo batteva sul dorso della mano. Se lo schiocco repentino s’avvertiva, rivelava che il suo segreto si sarebbe avverato. Così, Lisa, rimaneva a sognare, cogliendo ed accartocciando altri petali rossi con tanti, tanti segreti racchiusi. Ed era sempre il papavero rosso ad armonizzare i suoi giochi e i suoi sogni e come allora continua a seguirli perché Lisa non l’ ha dimenticato quel fiore, ama ancora quel papavero rosso che in primavera, da sempre, pervade i suoi prati e colma di colore le sue fantasie, trasportandola in mondi incantati e, sulle ali di questo mondo fiabesco, riporto una  leggenda trovata per caso cercando tra vecchi giornali.

 

 

Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero
Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero

 

La democrazia

Anno V – Num.17

Lecce 27 Marzo 1904

Nel regno dei fiori

Vi parlo del papavero, che è uno dei più vagliati ornamenti dei prati e che vediamo sbocciare ardito fra un corteggio di candite margherite, di azzurri fiordalisi e di mille altri semplici fiorellini, bianchi, rosa, lillà, gialli, sui quali primeggia e domina col rosso infuocato della sua corolla.

Esso è l’emblema della consolazione.

Ecco una graziosa leggenda del papavero.

Fatma, la favorita, detesta il suo signore; lungo le rive del Bosforo ella ha visto  un giovane straniero e lo ha amato. Il sultano cerca con doni preziosi di dissipare la tristezza della sua bella, e poiché ella ama le perle, gliene fa intrecciare una collana così lunga che le cinga il collo, il fianco, le braccia. Vuole anche una perla nera da far incastonare in un ricco diadema.

Manda messi a cercarla per tutto il mondo.

Un prigioniero è introdotto alla reggia; egli ha la perla nera, non la vuol mostrare, non la darà che in cambio degli occhi di zaffiro che vide un giorno sulle rive del Bosforo. Il sultano freme di gelosia. Fatma solo possiede gli occhi azzurri.

Egli prega lo straniero, gli offre immensi tesori…lo straniero rifiuta. Infine si accontenta di presentare lui stesso alla favorita la gemma. Bisogna cedere. Con la perla, lo straniero porge a Fatma un biglietto “ Apri la perla, contiene una goccia di sangue: è il sangue mio, qualche cosa ne germoglierà”.

La bella scompare e va a compiere l’ordine.

Spunta una pianta di papavero. Si riproduce, dà fiori e semi ed altre piante. Lo straniero torna e consiglia il sultano di trarne il succo e di usarlo nel modo che egli gli insegna.

Il sultano diviene un fumatore d’oppio e mentre cade profondamente addormentato con tutti i suoi fidi, Fatma e lo straniero fuggono nei paesi del Nord.

La paparìna (il papavero) (III parte)

di Armando Polito

TERZA ED ULTIMA PARTE: LE TESTIMONIANZE DEGLI AUTORI GRECI, QUALCHE IMMAGINE DI IERI E DI OGGI, UNA SORPRESA FINALE…

Aristofane (V-IV secolo a. C.), Gli uccelli, vv. 159-160: E becchiamo nei giardino i bianchi sesami e i mirti e i papaveri (nel testo originale mèkona, accusativo plurale di mekon) e i sisimbri.

Callimaco (III secolo a. C.), Inno a Demetra, vv. 44-45: Subito, dopo aver assunto le sembianze di Nicippa che la città stessa aveva fatto sua sacerdotessa, prese in mano la fascia sacra, il papavero (nel testo originale màkona, accusativo singolare di makon, forma dorica per l’attica mekon) e aveva la chiave appesa in spalla.

Teocrito (III secolo a. C.), Idilli, VII, vv. 255-257: …che io possa ancora piantare nel mucchio [di grano] la mia grande pala e che lei [Demetra] sorrida tenendo nelle due mani fasci di spighe e papaveri (nel testo originale màkonas, accusativo plurale di makon, forma dorica corrispondente all’attica mekon).

Dioscoride Pedanio (I secolo d. C.)

Il papavero in una tavola dell’opera di Dioscoride contenuta nel Codex Vidobonensis (VI secolo), custodito nella Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, che costituisce il più antico erbario giunto fino a noi

Il papavero rhoeas (nell’originale greco mekon rhoiàs1) ebbe questo nome dal fiore che cade precocemente (alcuni lo chiamano oxytono (nell’originale greco oxýtonon2), i Romani papaverale (nell’originale greco papaberàlis), gli Egizi nanti). Nasce nei campi in primavera, periodo in cui viene pure raccolto. Le foglie sono simili a quelle dell’origano o della rucola o della cicoria o del timo, sono pennate ma lunghe e ispide. Ha il gambo esile,

La paparìna (il papavero) (seconda parte)

di Armando Polito

SECONDA PARTE: LE TESTIMONIANZE DEGLI AUTORI LATINI

Le proprietà soporifere del papavero sono note da tempi antichissimi, perciò non fa meraviglia che esso sia presente, con tale particolare riferimento, nelle opere scientifiche e letterarie greche e latine. Comincerò da queste ultime e precisamente da Plauto (III-II secolo a. C.)  e dalla sua similitudine: [Il denaro] finisce subito, come se tu gettassi semi di papavero alle formiche1.

Più fortuna ha avuto, invece, un aneddoto (da cui è nato per papavero il significato traslato di persona di grande importanza che occupa un posto di primo piano nella vita pubblica di un paese) riportato dallo storico Tito Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Presso i soldati poi, [Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo] condividendo con loro pericoli e fatiche, elargendo il bottino con tanta generosità, aveva accresciuto il suo carisma al punto che il padre Tarquinio non era a Roma più potente di quanto lui lo fosse a Gabi. E così, quando vide che aveva radunato uomini sufficienti per ogni tentativo, mandò a Roma uno dei suoi per chiedere al padre che cosa voleva che lui facesse, visto che gli dei gli avevano concesso il potere assoluto a Gabi. A quel messaggero poiché sembrava, credo, poco credibile, nulla fu risposto a voce; il re come se volesse riflettere si recò nel giardino del palazzo seguito dal messaggero del figlio e qui passeggiando si dice che col bastone abbia percosso in silenzio le alte teste dei papaveri. Il messaggero, stanco di porre domande e non ottenere risposta, credendo che la sua missione fosse fallita, se ne tornò a Gabi e riferì quello che aveva detto e quello che aveva sentito e che il re o per ira o per odio o per congenita superbia non aveva detto una sola parola. Quando a Sesto fu chiaro che cosa il padre voleva con il suo oscuro comportamento, eliminò i più importanti cittadini discreditando alcuni presso il popolo e approfittando dell’invidia che era nutrita nei loro confronti. Molti furono uccisi direttamente, altri, contro i quali non poteva essere formulata un’accusa specifica, di nascosto. Fu concessa ad alcuni che lo volevano la fuga o furono mandati in esilio e i beni degli assenti e degli uccisi furono spartiti. Così il sentimento del male pubblico fu lenito dalla dolcezza della elargizione e della preda e dell’interesse privato finché Gabi, privata di potere e di aiuto, passò nelle mani del re romano senza alcun contrasto2.

Se la soluzione appena vista non fosse il classico cadere dalla padella (del figlio) nella brace (del padre) essa sarebbe l’ideale per risolvere i tanti problemi attuali causati dai moderni papaveri. Mi resta, però, un dubbio atroce, cioé che veramente pappa, con stabilizzazione del significato con riferimento esclusivo al mondo degli adulti (compreso il pappa in cui la forma abbreviata per pappone certamente non ha comportato una parallela riduzione della voracità), sia l’etimo di base di papavero

In fondo, alle stesse conclusioni era giunto il testo della canzone Papaveri e papere di Panzeri3, Rastelli e Mascheroni classificatasi al secondo posto al Festival di Sanremo del 1952 nell’interpretazione di Nilla Pizzi, testo inteso da alcuni, nella sua apparente demenzialità, come allusivo agli esponenti del partito allora dominante, la Democrazia Cristiana; da quest’ultima la risposta non si fece attendere poiché i suoi comitati civici  per le elezioni di quell’anno idearono un manifesto in cui campeggiavano papaveri (simboleggianti, questa volta, il Partito Comunista Italiano) svettanti in un campo di grano e attraversati da un grande paio di forbici nell’atto di tagliarli.

È meglio tornare ad un passato più remoto…

La coltivazione del papavero (è il colmo per una specie infestante…) e il suo uso culinario sono attestati da Marco Porcio Catone il Censore (III-II secolo a. C.): Se non potrai vendere la legna e i ramoscelli e non hai pietre da

Tra le verdure più gustate dai Salentini: li paparine

LA PAPARÌNA (il papavero)

di Armando Polito

PRIMA PARTE: NOMENCLATURA ED ETIMOLOGIE

Un campo di papaveri costituisce ancora oggi, fortunatamente, almeno nel Salento, uno di quei fenomeni naturali che, al pari del sorriso di un bambino, della sensibilità di un animale, della bellezza di un tramonto e di una donna non ritoccata (ormai il come mamma l’ha fatta è stato soppiantato da come il chirurgo estetico l’ha trasformata e, in più di un caso, ridotta…), mi emozionano e mi commuovono.

Claude Monet, Musée d’Orsai, Parigi

Questo lavoro vuole essere, perciò, un omaggio a questo nostro compagno di avventura sulla Terra e solo alla sua varietà innocua, con tutto il rispetto per le altre (mi riferisco a quelle da oppio) che la perversione umana, in una delle sue innumerevoli contraddizioni (in cui, nonostante la loro da noi presunta inferiorità non incorrono le restanti specie animali) ha fatto assurgere da un lato a rimedio del dolore (e chi, meglio degli animali, conosce le proprietà terapeutiche delle piante?), dall’altro a folle evasione nel tentativo disperato di superare la propria debolezza. Se però, qualcuno conosce il caso di un solo animale non umano morto, dico morto, per aver abusato di qualche erba, me lo faccia sapere. Quella delle droghe è una piaga antica quanto l’uomo e tra le testimonianze del passato sulle innumerevoli varietà del papavero non è azzardato supporre che più di una faccia riferimento proprio a quelle con proprietà profondamente e in qualche caso irriversibilmente stupefacenti. Io mi limito solo a riportarle, lasciando a chi ha la preparazione scientifica, che io non ho,  il compito di riconoscerle.

nome  scientifico: Papaver rhoeas L.

famiglia: Papaveraceae

nome italiano: papavero rosso, rosolaccio

nome dialettale: paparìna

Papaver e rhoeas erano i due nomi usati dai Romani per indicare la nostra pianta (vedi più avanti le relative testimonianze).

Comincio dal primo. Papaver è troppo lungo perché non sia un nome

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