L’arciprete di Lucugnano… poco arci, per nulla prete (forse)

bishop-botero

di Elio Ria

 

Chi era costui? Un prete esistito nel XVI secolo, in un periodo che va dal 1520 al 1560. Fu arciprete dal 1589 al 1591  nel paese di Lucugnano frazione di Tricase, quasi nel lembo estremo del Salento: luogo che tende la mano al capo di Santa Maria di  Leuca, dove le pietre sono l’icona della durezza della semplicità.

Papa Galeazzo era dedito quanto basta alle cose di Dio, con una predisposizione smisurata alla burla, fuori dai canoni, imprevedibile, cinico, giocondo, beffardo. Non si conosce il suo curriculum vitae et studiorum: le notizie riguardanti la sua vita sono scarne. I suoi culacchi sono frutto della fantasia popolare,  manipolati e aggiustati nel tempo per renderli  piccanti.

Un’invenzione letteraria del popolo salentino – vessato e oppresso –   per menare sberle a destra e a manca ai signori e al clero. Dal ritratto del Buia, il nostro arciprete appare con il viso tondo e gonfio, due occhietti spiritati, un naso troppo dritto con narici spesse, baffi all’inglese, mento piccolo, capelli lunghi ondulati. Così come ci è stato tramandato nel disegno pare più un bonaccione che un burlone. Di statura piccola e grassottello, non disdegnava qualche approccio amoroso con la contadina del luogo.

Nei fatterelli, raccontati nel libro, curato da Michele Paone, Il Breviario di Papa Galeazzo, (edito da Congedo, 2001), il gusto morboso della risata accompagna il sentimentalismo populistico con cui sono narrati i vizi, la miseria, la frustrazione e la tipica concezione fatalistica della gente del Sud a tirare a campare, comunque.

L’agire dell’arciprete si stemperava in riparazione di errori commessi dalla gente del luogo, come incomprensioni coniugali e sociali, bisticci e altro. Consolatore degli afflitti con piglio sarcastico, come nel caso della Marchesa di Alessano sofferente per i dolori del parto, stesa sul letto di una stanza, dove su una parete era collocata l’immagine sacra di Santa Liberata. Alle implorazioni della nobildonna, Galeazzo si rivolge alla santa, a mani giunte, proferendo:

Oh, mia Santa Liberata,

Fa che dolce sia l’uscita

Come dolce fu l’entrata,

Oh, mia Santa Liberata.

 

La marchesa rise così tanto che il marchesino venne alla luce.

Un microcosmo, quello dell’arciprete, in cui si dipanano gli eventi spiccioli che coinvolgono protagonisti e comparse. I racconti sono ridotti alla dimensione di figurine Panini, di soldatini di collezione. Si leggono d’un fiato, alcuni divertono, altri privi di condimento letterario sono insipidi e deludono  per l’overdose d’insignificanti aspetti narrativi.

Il prete nei fatti assorbe la centralità per le sue eccentriche e bislacche trovate innestate nell’umorismo campagnolo del Sud, che allora era assoggettato fin troppo alle cose dei preti e agli affari della chiesa. Un vizio che ancora la gente del Sud non riesce a scrollarsi di dosso.

 

Nei fatti del Breviario non è difficile, comunque, scorgere l’ironia dei valori e dei principi: la religione come arma per sottomettere anime “innocenti” e condannarle alla servitù del culto; i galantuomini che dominano sui cafoni,  seppure in una condizione sociale apparente  di buonismo trasfigurato in una narrazione favolistica, priva di riferimenti storiografici.

 

L’arciprete è una caricatura della quale manca il perfezionamento dei tratti somatici da identificare con il simbolo di rappresentatività di un’epoca che nello sfondo dei fatti di cui egli è protagonista è  marginale. Spicca invece il suo spirito libero e indomito che gli fornisce gli strumenti per confezionarsi una vita senza troppi problemi perennemente in conflitto tra la realtà e l’irrealtà, tra il vero e il falso. Giocoso, bislacco, icastico irriverente, insomma assomma a sé fin troppe specificità caratteriali che lo rendono nei fatterelli adattabile a situazioni differenti. Tra l’altro era ostile e irriverente all’ortodossia e alla gerarchia ecclesiastica, e questo è inverosimile che un prete, in particolare modo nel sedicesimo secolo, si comportasse in quel modo. Valga a mo’ di esempio, il fatterello dal titolo Le reliquie di S. Cristoforo:

 

Tra un quarto di secolo e l’altro i Vescovi solevano procedere alla verifica delle reliquie. […] Papa Galeazzo, che non aveva reliquie da presentare[…] non volendo rinunziarvi, pensò di confezionarsi una reliquia, come infatti fece, rivestendo con un vecchio manico marocchino un bel manico di zappa […] tempestato da mille bolli di cera rossa. […]Monsignore […] giunse così all’Arciprete di Lucugnano. – Che reliquia avete portato? Domandò il Vescovo.

–        Il … di S. Cristoforo, rispose Papa Galeazzo, reliquia molto miracolosa nei casi di sterilità. Eccellenza.

–        I documenti?

–        I documenti, Eccellenza? I documenti? Meglio documento di questo!!? rispose subito Papa Galeazzo. Quale Santo. Eccellenza, poteva portare in terra un …, che uguagliasse questo?

 

Invero, è irrispettoso il comportamento di Galeazzo nei confronti del Vescovo di Alessano; c’è da supporre, come in altri aneddoti che lo riguardano, che la fantasia popolare avesse davvero costruito l’episodio per manifestare il proprio disprezzo nei confronti di un clero arrogante per minarne la credibilità. Tutto questo spiegherebbe l’assenza di uno stile e di una eleganza letteraria negli aneddoti di papa Galeazzo che si perdono in episodi di scarsa vena inventiva, statici e in molti casi dozzinali, con l’unico scopo di rimediare una risata immediata come nelle migliori barzellette moderne italiane; sono pagine in cui l’ironia diventa troppo acre e la volontà di colpire si fa troppo scoperta.

 

Indubbiamente nelle facezie dell’arciprete vi è il gioco dei valori e dei principi, in cui prevalgono l’affermazione dell’egoismo individuale, la supremazia dei più forti, la scaltrezza della povera gente, il primato dell’utilitarismo, l’egoismo come significazione dell’altra faccia (esasperata) del bisogno. In un contesto sociale così omologato dalle necessità primarie si può comprendere l’assenza di eroi, vi sono rappresentate, invece, piccole furbizie, occasioni di imbrogli, furtarelli di fichi.  Galeazzo del sistema sociale è la vittima, mai l’eroe: gli attribuiti affibbiategli dalla tradizione popolare sono troppi ed esagerati… insomma forse sarebbe il caso di reinventarlo.

 

Il Pulcinella del Salento. Papa Galeazzo

Lucugnano

di Alessandro Bianco

Molto spesso quando parliamo del Salento ci vengono in mente le sue splendide spiagge, il mare pulito e cristallino, la natura verdeggiante dai secolari alberi d’ulivo, le pajare etc. Non sempre, però, ricordiamo che il Salento è fantastico anche per le sue bellissime tradizioni popolari, leggende, storie mistiche, fantastiche  ma anche allegre e divertenti, tramandate dai nostri nonni o da coloro che come i satirici, “storpiando” storie e giocando su gesti o atteggiamenti di facile risata, hanno mantenuto viva la tradizione popolare salentina, studiando l’aspetto sociologico e  gli usi e costumi del nostro territorio. Tra questi è d’uopo annoverare Papa Galeazzo, storico arciprete di Lucugnano, piccolo paese del Basso Salento, il quale con il suo modo di fare, bizzarro e allegro, ha saputo rallegrare gli animi di noi salentini.

Pare ormai assolto che papa Domenico Galeazzo sia veramente esistito, tant’è che se ne è documentata la presenza  a Lucugnano tra il 1589 e il 1591, rintracciando anche il suo cognome che lo fa appartenere ad una famiglia de Palma. Riteniamo che l’immaginario popolare salentino abbia via via contribuito a caricare la figura del parroco di Lucugnano di caratteristiche e di attributi che lo rendono, inequivocabilmente, maschera simbolo di un’epoca e di una condizione, uno spirito che, pur limitato dall’ignoranza e dalle basse radici sociali, sa comunque sempre emergere col trarsi d’impaccio in ogni circostanza, rivendicandosi indomita libertà, spesso egocentrica, sia pure espressa con malizia, in maniera rozza e spesso becera, capace anche di cogliere, con imprevedibilità, gli aspetti comici e paradossali delle situazioni.

Leggendo gli aneddoti su don Galeazzo corre spontaneo il paragone a riferimenti letterari, quali la commedia attica antica, il teatro plautino, il Decamerone, la commedia dell’arte e tutta la vasta produzione satirico- burlesca. Papa Galeazzo rappresenta emblematicamente  la condizione di buona parte del clero del XVI- XVII secolo, tante volte stigmatizzato dai vescovi di Terra d’Otranto che nelle loro SS. Visite annotavano l’ignoranza e la sciatteria di non pochi ecclesiastici, vessati dalle gerarchie della Chiesa che, a volte, si comportavano in maniera poi non tanto dissimile dalla gretta e rapace feudalità, padrona assoluta di uomini e cose.

Galeazzo, alla maniera di Pulcinella, conosce l’arte di arrangiarsi, usa la parola come uno staffile, non si fa scrupoli di ricorrere all’espediente ed è mutevole, sornione, arguto, furbo, possiede insomma, nel bene e nel male, le peculiarità dell’animo meridionale.

 

Le traduzioni di Papa Galeazzo

Papa Galeazzo insegnava latino in Alessano e il libro suo prediletto di testo erano le Bucoliche di Virgilio. Un giorno ebbe ad assegnare come compito la traduzione del canto pastorale: Titire tu patulae recubans sub tegmine fagi, che alcuno della scolaresca seppe tradurre.

– Bestie!!! Gridò Papa Galeazzo e tradusse: Titire si rifuggiò sotto la pentola dei fagiuoli!!!.

 

Amici dappertutto

Ricorrendo la festa di S.Michele, 29 settembre, e per quanto l’Arcangelo non fosse santo devoto del popolo di Lucugnano, pure l’arciprete volle che si accendessero candele dinanzi alla sua immagine che adornava uno degli altari laterali della chiesa maggiore.

Mentre che il sacrestano finiva di accendere le candele capitò in chiesa Papa Galeazzo.

–         Che cosa avete fatto? Domandò l’Arciprete al sacrestano; le candele son troppe vicine, l’una all’altra; e rimuovendone una, egli stesso la collocò davanti alla figura del diavolo che era dipinta all’estremità del quadro.

–         Arciprete, osservò il sacrestano, ma voi, così, fate ardere la candela anche al diavolo?

–         Eh! Caro mio, rispose tosto Papa Galeazzo. Nessuno sa ove s’abbia e finire; bisogna farsi degli amici dappertutto!

 

Ad oculos per istam sanctam unctionem 

Chiamato Papa Galeazzo al letto di un moribondo per somministrare gli ultimi sacramenti, dopo aver recitato i due oremus ed aperto il rituale, intinse il pollice nell’olio santo e fece segno al sacrestano di rimuovere le coltri del letto.

Il sacrestano, pratico di tali funzioni, domandò all’ Arciprete da quale parte dei sensi volesse cominciare la santa unzione.

– Dalla prima indicazione, rispose Papa Galeazzo, ad culos per istam sanctam unctionem, e in ciò dire pose sotto gli occhi del sacrestano il rituale.

L’assistente, sorpreso, pur non sapendo leggere, gli fece notare che la prima indicazione prescrive che si cominci dagli occhi.

L’arciprete portò sotto il suo naso il rituale e si accorse che il tarlo aveva roso la vocale o per cui egli aveva letto ad culos, da dove aveva voluto incominciare la santa unzione.

 

 

Fonte

RIZZELLI RUGGERO, Gi aneddoti di papa Galeazzo, Capone Editore, 1993, p.3.

La vera storia di papa Galeazzo di Lucugnano

di Ezio Sanapo

Difficile dire quanto i periodi felici della storia, abbiano riguardato le popolazioni del sud e in particolare di Terra d’Otranto, zona questa, così fuori mano. Ma il periodo che sta tra il ‘500 ed il ‘700, è stato la notte più fonda della storia, la vera “notte della taranta” per gli abitanti di quella zona.

Al morso della taranta e della fame si aggiungeva quello della paura e della disperazione a causa del clima inquisitorio messo in atto dal regime spagnolo, coadiuvato dal clero, per scongiurare il dissenso che nasceva dentro e fuori la Chiesa. Vengono in mente immagini di paesaggi torbidi, senza aurore né tramonti come nei versi di un’antica filastrocca salentina:

 …Cquai nu ssé canta gallu

e nnù sse vite luna.

Nuddhru fiju te mamma

camina mai a quist’ura…

Ma il Sud, che aveva risorse proprie, sopravvisse a tutto ciò, esorcizzando il proprio disagio con la superstizione e la magia e in situazioni estreme anche con l’ironia: al simbolo pagano della taranta se ne aggiunse un altro altrettanto contrapposto alla chiesa da far pensare ad una presa di distanza dalla fede: nacque in un così ostile contesto e come rimedio a tutti i mali, il personaggio di “Papa Galeazzo” del paese di Lucugnano e paludi limitrofe, a sud del Regno di Napoli, zona questa, soprannominata le ” Indie” d’Italia”.

“Papa Galeazzo”, che non ha nessuna certificazione anagrafica comprovante la sua reale esistenza, è la trasposizione in chiave ironica, di un anonimo cittadino di Lucugnano, nella persona immaginaria, di un Papa malizioso e bonario, metafora di quello che nella realtà era un inquisitore temuto e potente.

In certe situazioni può succedere dunque che ciò che è troppo temuto e potente, può essere, anche da una singola persona, esorcizzato o ridimensionato a condizione che questa abbia, una forte consapevolezza della propria identità e che tenga in dovuto conto la caducità e la transitorietà di ogni vicenda umana. La commiserazione, la tolleranza o l’ironia sono risorse conseguenti che tale persona acquisisce a completamento di tutto ciò, senza lasciare spazio a nessuna forma di violenza.

L’idea del personaggio di Lucugnano, era nata, probabilmente, a danno di un omonimo parroco,a quel tempo, realmente esistito in quel paese. Si presume che esso non fosse ben visto dalla povera gente di quel luogo, tanto da essere beffeggiato con l’appellativo di “Papa”, un Papa che però si atteggia, ragiona e vive come uno di loro. Sta di fatto che molti preti, a quel tempo, oltre alle loro funzioni liturgiche, aiutavano il Potere Temporale svolgendo compiti “polizieschi” che culminavano con la persecuzione di persone a volte anche innocue e innocenti. Anche per queste vicende la gente di quel luogo avvertiva ormai la necessità di far valere le proprie ragioni, e non potendo farlo liberamente, ha dato delega a “Papa Galeazzo”, maschera tragicomica di un personaggio creato a imitazione di un prete non al servizio di Dio ma dei potenti, nel quale si incarna e diventa tutt’una l’anima di un “cafone” o di un “picaro”, che forte della sua carica ironica e trasgressiva, mette in atto, una rappresentazione a scena aperta, delle reali condizioni di vita della propria comunità. Nella storia anonima e mai scritta di quella gente, questo tipo di “ribellione” in apparenza puerile ed insignificante non era nuovo se consideriamo che, per esempio il turpiloquio cioè l’uso di espressioni oscene ed esplicitamente sessuali nel linguaggio dialettale Salentino era motivato da una repressione sessuale, premeditata e sistematicamente messa in atto, per tanti secoli dalle stesse autorità, con tutte le devianze, le sottomissioni e le frustrazioni, che da questa ne sono derivate.

ancora un ecclesiastico dipinto da Botero

Anche l’abitudine di esprimersi con imprecazioni e bestemmie rivolte a Dio, Madonne e Santi è sempre stata una forma di disubbidienza che si è diffusa proprio in quegli anni e le stesse autorità se ne preoccuparono tanto da ricorrere a torture come la mordacchia e a leggi speciali.

Di ribellioni “liberatorie” come queste, molti anni più tardi, ne ha fatto le spese l’arma dei carabinieri. Questi, quando giunsero per la prima volta nel Salento, non furono visti di buon occhio dalla popolazione. I salentini che storicamente lavorano la terracotta, li hanno copiati e prodotti in serie come pupazzi in miniatura con tanto di pennacchio, baffoni, e un curioso fischietto attaccato al fondoschiena: Dritti sull’attenti a guardia di un popolo salentino notoriamente scettico e prevenuto ai cambiamenti. E’la riprova che tutto ciò che viene imposto dall’alto crea sempre disagio, inquietudine e quindi rigetto.

Oggi che viviamo tempi di relativa libertà di pensiero e di parola, possiamo comprendere meglio il disagio di tante generazioni, all’ombra delle quali, anonimi autori controcorrente, in quel clima di caccia alle streghe, hanno avuto il coraggio, di “inventarsi” ad ogni male, rimedi così irriverenti e irriguardosi nei confronti dei rigidi ed opprimenti costumi di allora, sapendo di rischiare l’accusa di eresia e finire sul rogo, come è capitato ai filosofi Giordano Bruno di Nola e Cesare Vanini di Taurisano, nello stesso periodo e sotto lo stesso regime.

Papa Galeazzo dunque, più che l’interprete di una volgare comicità demenziale, come oggi ci fanno credere, si distingue invece come un autorevole personaggio salentino del sedicesimo secolo nato con il diffondersi della letteratura spagnola cosiddetta picaresca, che per la prima volta raccontava la realtà nuda e cruda della gente comune e che poi si è estesa, per merito di autori, a volte non a caso anonimi, in tutta Europa con i personaggi Lazzaro da Tormes, Justine, Moll Flanders, Tom Jones, Gil Blas e tanti altri meno noti.

Nella premessa a “La letteratura picaresca: cultura e società nella Spagna del l600”, di José A. Maravall, si racconta di una società, quella spagnola, divisa in tre categorie fondamentali: Una, quella privilegiata del clero e dei nobili aristocratici, l’altra costituita dal ceto medio, che condivideva quei privilegi ma criticamente e proponendo riforme. La terza categoria infine è quella dei dissenzienti, ossia il ceto più povero in tutta la sua moltitudine: Un sottogruppo di questi, ancora più emarginato era quello dei “picari” ai quali indubbiamente si ispiravano, per dissenso o per scrupolo, intellettuali del ceto medio o elementi illuminati del popolo stesso, per dare vita a personaggi immaginari e renderli messaggeri di una denuncia che diversamente sarebbe stato impossibile fare.

Nacquero perciò da un contesto sociale così ingiustamente delimitato, i comportamenti del “picaro”, persona libera e senza regole, individualista e senza padroni, con i suoi comportamenti (non avendo più niente da perdere), al limite della legalità, abituato com’era, a vivere ai margini di una società, quella spagnola, che comprendeva nella sua più estrema periferia anche il paese di Lucugnano in provincia di Lecce.

La figura di Papa Galeazzo storicamente è collocata sotto il regime spagnolo di Filippo II, quando ormai finiti i fasti del Rinascimento, tutta l’Europa, attraversava un periodo di difficoltà economiche che ogni Stato cercava di tamponare proponendosi unito a investire in attività mercantili. In Italia questo non fu possibile per l’influenza della Chiesa cattolica che impediva ogni tentativo di unificazione del Paese. Divisa perciò in tanti piccoli stati contrapposti tra loro, l’Italia non fu in grado di far fronte alla concorrenza degli altri paesi europei e questo portò ad un suo ulteriore impoverimento.

Le precarie condizioni di vita in una realtà così difficile e incerta, furono giustificate con la teoria tutta clericale dell’esistenza terrena come periodo transitorio e di espiazione. Una realtà che, per essere accettata così com’era, aveva tuttavia bisogno di essere mitigata con un tocco di virtualità: Per ingannare l’occhio si sovrappose allora ad essa, una visione architettonica ricca, imponente e solenne a fare da facciata e come per miracolo, Chiese e palazzi signorili mutarono forme e si arricchirono di fregi ed elementi decorativi esagerati, allo scopo di ostentare maggiore prestigio e pretendere più rispetto: nacque così il Barocco che trovò il suo epicentro proprio in Spagna e Terra d’Otranto.

In questo rimarcato conflitto tra il reale e l’irreale e tra il vero e il falso, può succedere allora che nel più piccolo e sperduto angolo del Regno,un picaro o un qualsiasi cafone, delle borgate più povere e fatiscenti di Lucugnano, può diventare “Papa”. Un Papa che per descrivere le reali condizioni di vita della gente comune deve necessariamente farsi interprete della loro storia, con comportamenti e racconti di vita ironici e maliziosi, come sfogo alle loro paure, alle loro inibizioni e alla loro impotenza. Storie e racconti di vita realmente vissuta e non più censurata. Si realizzava così il sogno del “picaro”, che è quello di riscattarsi sul proprio destino, diventare qualcuno, conquistare il posto più alto della società ed essere considerato dalla storia, così come non era mai stato. Un sogno che non poteva durare e il risveglio fu tragico e amaro. Dopo il concilio di Trento, in pieno periodo di restaurazione, tutto rientrò sotto il controllo dell’ordine costituito e seppellito poi dal tempo e dall’oblio: La Taranta, simbolo pagano, passò sotto la tutela di S.Paolo protettore, furono travisate le sue ragioni e impedita la sua autonomia. Di “Papa” Galeazzo, finito lo spettacolo e calato il sipario non se ne seppe più nulla: Il suo virtuale personaggio svanì con tutta la sua carica ironica e trasgressiva. Trecento anni dopo, con l’Italia unità e liberata, Papa Galeazzo ricomparve sulla scena come lobotomizzato, senza più nessuna motivazione storica e senza parrocchia. A lui sono stati attribuiti, “cunti e culacchi” cioè volgari racconti da osteria e come un patetico e ridicolo buffone è stato consegnato ai giorni nostri.

Papa Galeazzo è invece quell’anonimo eroe popolare che crede ancora in sé stesso, perciò capace ancora di sognare, e che vive da sempre in noi sospeso tra la fantasia e la realtà. Forse, sotto le sue mentite spoglie di figura barocca, continua a battere un cuore tenero di umile contadino che sa di essere destinato a soccombere e che ride soltanto, per nascondere dentro di se, un pianto che dura dalla notte dei tempi.

 

Il luogo e la leggenda… Papa Cajazzu e lu Crucifissu te lu Feu

Gallipoli – Crucifissu te lu Feu – prospetto principale ed Osanna


testo e foto di Piero Barrecchia

 

E’ facile ritrovarsi tra le rughe di un ritratto in bianco e nero, appeso tra le polveri del tempo, in quel di Lucugnano. Non c’è salentino che, incrociando le sue gesta, non si ritrovi in qualche sua geniale “trovata”. C’è una lezione per tutti. E’ l’animo della gente semplice ed al contempo arguta. E’ un illuminista sacro, l’Esopo di questa terra, da cui trarre una morale tutta pratica. Sagace, irriverente a volte, falso ignorante, filosofo del pratico. Di chi sto parlando? Ma certo lo ricorderete. E’ lui, don Galeazzo, l’arciprete di Lucugnano, per tutti papa Cajazzu! Le sue gesta non sono fatte a caso; le sue storie sono racconti spensierati, coloriti dal sole del Sud, adombrati da un ulivo, da pareti mediterranee, da luoghi sacri. Cartoline d’epoca spedite a noi, moderni, che  spesso non sappiamo risolvere i problemi della vita quotidiana. Ma, si può far affidamento alla sua morale: soluzione pratica a tutto, con il sorriso sulle labbra. E non solo. Se si vuol seguire un corso di geografia, di toponomastica o di archeologia salentina, ecco venirci incontro la sua figura che, mentre è intenzionata a sferrare il colpo finale alla dotta ignoranza, rappresentata spesso da un suo superiore diretto, non disdegna di regalare, al lettore divertito, una fotografia del luogo ove avviene il “misfatto”.

Non si può certo ignorare che il prete bontempone è dovizioso nei riferimenti dei luoghi visitati, facendo trapelare la sua puntuale conoscenza della terra salentina, fino ai più intimi anfratti.

Tra gli altri, vi è il caso del “Crucifissu te lu Feu”, in agro di Gallipoli. Una chiesa nascosta tra macchia mediterranea ed ulivi secolari, della quale sono incerti i natali e le vicissitudini e che solo il buon narratore non ha abbandonato all’anonimato, facendone scena prima di una lezione del tutto singolare. Una questione di sopravvivenza, per sopravvivere in pace, senza imprevisti. Fate voi, ma a me diverte l’idea di notare, il nostrano prelato approfittare del nostro parlar comune e della spicciola arguzia, per dare lezioni di materie del trivio e del quadrivio!

Gallipoli- Crucifissu te lu Feu- altare nella chiesetta

Così, si narra che il vescovo di Gallipoli, non avendo la possibilità di far celebrare messa in giorno festivo nella piccola chiesa di campagna del “Crucifissu te lu Feu”, invocò soccorso al vescovo di Alessano. Poco ci volle per l’esimio prelato alessanese, pensare ad un suo dipendente, dal quale aveva ricevuto qualche lezione e che proprio mal sopportava, per la sua manifesta tracotanza, espressa nei suoi confronti. Più volte, infatti, era stato spogliato, metaforicamente, dalle vesti paonazze ed era stata messa a nudo la sua umanità che lo accomunava alle altre creature, non superiore, certo, per quel potere rivestito. Più volte, era stato messo in crisi dal quel tal prete, in pubblico e soprattutto in privato. Non ci furono esitazioni. Affidò l’incarico all’arciprete di Lucugnano, don Galeazzo!

Implicitamente il presule di Alessano, accordando un favore al suo collega di Gallipoli, avrà certamente pensato ad un suo tornaconto personale. Che sollievo togliersi dai piedi, almeno per un po’, la sua spina nel fianco! Il povero don Galeazzo, avrebbe dovuto sopportare, a malincuore e con fatica fisica, il peso dell’ordine superiore ed obbedì.

Arrivò in quella contrada, di domenica, lontano dalla sua Lucugnano, celebrò la messa ed impartì la benedizione ad un popolo che non era il suo e poi ripartì. Lungo il tragitto, polverosa la via,con l’unico compagno di viaggio il suo pensiero, la sua ossessione su come ben servire il suo vescovo, come evitare il suo scomodo ordine… senza subirne conseguenze! Poco tempo ci volle, alla sua mente già allenata, per partorire la soluzione. Semplice, efficace!

Decise perciò di non presentarsi più presso quella chiesa. Infausto fu il giorno in cui l’ira del vescovo di Alessano si manifestò all’arciprete. Le sue gote ben si abbinavano al colore del suo abito! Che brutta figura gli aveva procurato quel prete, osando disertare il suo ordine! Ma il nostro prete aveva già pensato alla soluzione! E certo, il suo superiore si sarebbe calmato, ascoltando nefandezze ben più gravi del suo atteggiamento. Il suo superiore e lui, seduto l’uno, in piedi l’altro, di fronte, quasi in un duello, in casa dello sfidato! Ma, il nostro don Galeazzo non si perse d’animo e dopo aver ascoltato l’attesa “predica” del suo superiore, si limitò a riferire che non avrebbe più messo piede in quel di Gallipoli, poichè i frequentatori della chiesa de “ lu Crucifissu te lu Feu”, erano, per natura, assuefatti bestemmiatori e non abbandonavano le loro bestemmie sulla soglia della chiesa, anzi usavano quelle come saluto, all’ingresso del luogo! Il superiore ritirò la sua ira ed avvisò il vescovo di Gallipoli e, per essere sicuri di quanto aveva raccontato l’arciprete, entrambe organizzarono un blitz dell’epoca! Escogitarono, quindi, di far ritornare papa Cajazzu in quel luogo, per fargli celebrare messa. Nel contempo i due presuli si sarebbero nascosti nei confessionali ed avrebbero accertato la veridicità di quanto riferito dall’arciprete. Fu così che i due vescovi, inorriditi, dietro le quinte, ascoltarono le innumerevoli bestemmie e le abbondanti imprecazioni che, a titolo gratuito, erano elargite al cielo, non appena quei volgari ed immorali intervenuti intingevano le loro dita nelle acquasantiere, varcando l’uscio del luogo sacro. Il provvedimento fu istantaneo! Le autorità ecclesiastiche si scatenarono contro quel luogo ed i suoi frequentatori. Lanciarono anatemi contro gli infedeli e sconsacrarono la chiesa del “Crucifissu te lu Feu”! Ed il buon papa Cajazzu, ritenuto il defensor ecclesiae, ritornò nella sua cara Lucugnano. Obiettivo raggiunto!

Gallipoli- Crucifissu te lu Feu- nicchia con statua in cartapesta del Risorto

Ma non tutto appare com’è… e neanche in questo caso! Se, infatti, i due alti prelati avessero indagato sulla causa di tanto sfacelo ed avessero intinto, anche loro, la mano nell’acquasantiera, avrebbero avvertito anch’essi il dolore fisico che provocava cotante imprecazioni e forse poco sarebbe mancato che anche loro…forse, no!… Ma questa è un’altra storia! Comunque sia, se avessero indagato, si sarebbero accorti che l’acqua lustrale era stata sostituita con olio bollente! Se avessero indagato, avrebbero forse attenuato la loro ira verso quella popolazione ed avrebbero compreso anche l’autore della provvidenziale sostituzione. Provvidenziale per papa Cajazzu, non certo per il luogo sconsacrato, che con un atto riparatore, ancora vive nella memoria collettiva grazie all’aneddoto raccontato. Perché il luogo non è leggendario, esiste veramente!  E’ lu Crucifissu te lu Feu, in agro di Gallipoli.

Gallipoli- Crucifissu te lu Feu- acquasantiera sulla parete destra della chiesetta

Culàcchi te papa Cajàzzu

La contramizione

di Alfredo Romano
 

Se cunta a Galàtune ca ‘na fiata papa Cajàzzu spicciàu na matìna cu ddica na messa te suffràgiu e sse buscàu le mille lire ca ne spettàvanu. Cu lli sordi mpóscia, essìu te la chiesa cu ttorna ccasa, quandu, pe’ la strata, ne vinne cu schiatta te pišciàre. Ṭruàndusi a nnanzi lla villa comunale, cce ffice?: nna! trasìu, se aźàu la tonaca e sse mise ppišciàre contru a nn àrberu te la villa. Addhai ca se ddunàu ‘na cuardia te la Comune. Ca ne tisse: «Papa Cajàzzu, sei in contramizione: nu’ sse pote pišciàre intra llu sciardinu comunale. «Ah!, e quantu àggiu ppacàre?» tisse papa Cajàzzu. «Mille lire,» ne rispuse la cuardia. «Nna!, àggiu tittu messa pe’ llu cazzu!» tisse tuttu giratu te capu papa Cajàzzu.

Lucugnano, 4 – 7 settembre 2012. I giorni dell’armonia, all’insegna del profumo di una rosa

 

di Rocco Boccadamo

 

Io, c’ero.

Per la qual cosa, da subito, ho registrato, dentro, una sensazione d’inusitata e speciale contentezza e, tuttora, vado cullando il piacere della voluta, ma pur sempre fortunata, presenza.

Ai primi bagliori, vivi ma morbidi e soffusi, del crepuscolo di martedì 4 settembre, a Lucugnano, piccola frazione del Basso Salento, nella carinissima cornice dell’atrio di Palazzo Comi, si vive la serata d’apertura della quattro giorni recante il titolo “I giorni dell’armonia”.

Una lodevole iniziativa, pensata, curata e organizzata, con sapienza e classe, in omaggio alla figura di Girolamo Comi – salentino, nativo di un’altra non lontana minuscola frazione, Casamassella, vissuto a lungo, sino alla fine, giustappunto a Lucugnano – preclaro poeta e letterato del Novecento, viepiù esemplare e ammirevole per la semplicità, genuinità e linearità della propria esistenza, come a dire tanto poco barone blasonato, pur vantandone il titolo, quanto molto, anzi moltissimo, uomo alla pari di tutti, aperto e disponibile con chiunque.

Mi tocca rendere una preventiva confessione che, peraltro, sgorga lieve e liberatrice da un limite, una carenza: prima del 4 settembre 2012, a parte veloci transiti lungo la statale 275, non mi era mai capitato di fermarmi a Lucugnano; inoltre, pur non ignorando il lustro di Comi, prevaleva l’associazione di detta località alle vicende, di tutt’altro genere e spessore, ruotanti intorno a tale Papa Galeazzo (Caiazzu, in gergo dialettale) e alla presenza, almeno nel secolo e nei decenni passati, di un cospicuo numero di fabbriche artigianali di articoli in terracotta e, fra essi, le pignatte o pignate (i cotimari).

Al contrario, stavolta, si tratta di una visita chiaramente e precisamente finalizzata e, già nel parcheggiare l’auto, si fa avanti una sorta di benvenuto ideale, sottoforma o meglio nei panni di una ventina di giovanissimi d’entrambi i sessi, in divisa da bandisti, sparsamente assembrati nello slargo e in procinto di dirigersi verso una meta che è anche la mia: Palazzo Comi, affacciato nella sua composta magnificenza proprio lì davanti e raggiungibile dopo qualche passo, appena il tempo di sfilare a fianco del busto artistico del grande poeta e intellettuale.

Ad accogliere i convenuti in arrivo, il sobrio e insieme piacevole atrio, da cui si offre alla vista l’interno dello stabile, con spicco del primo piano della nobile dimora, adornato da pregevoli balconate e perimetrato da elevati infissi e ampie vetrate. Una chicca: l’intera apertura dell’interno verso l’alto è coperta da una rete a maglie strette, appena percettibile, d’indiscussa utilità pratica, sia di giorno, che di sera e di notte.

Pendente su un lato, un lenzuolo bianco a una piazza per larghezza e a due per lunghezza, con il testo di una poesia dialettale di Giuseppe Greco “ A lla ‘mpete”.

Appena raggiunta la meta, mi si offre la gradevole sorpresa della presenza e del benvenuto della collega e amica Giuliana Coppola, già conosciuta in altre occasioni, scrittrice che leggo sempre con particolare piacere, giacché, a parte le altre doti e qualità, lei è solita mettere l’anima nelle sue righe.

Scopro che, lucugnanese doc,  è la principale organizzatrice dell’iniziativa, con un lavoro e una dedizione che datano da più di un anno. Alla mia domanda sullo svolgimento della sua stagione estiva, m’informa, Giuliana, che, escludendo le doverose cure e attenzioni riservate ai sei nipotini, è sempre rimasta fissa a presidiare, unitamente ad altri volontari, Casa  Comi, al fine di cercare di scoraggiare, esorcizzare e dissolvere l’ombra dell’infausta destinazione di una parte del palazzo e del relativo giardino a esercizio di trattoria.

Indipendentemente dall’avvenuta chiusura dei manicomi, si vede proprio che, di pazzi (ma, qui, si tratta unicamente di pazzi?), ve ne sono tantissimi.

Amore di Giuliana, un’operazione senza  uguali; la speranza, ovviamente,  è che l’ombra del sacrilegio resti fugata e allontanata in via definitiva.

Subito dopo il piacevole impatto con Giuliana, mi viene dato di conoscere di persona lo scrittore, poeta e critico Vito Antonio Conte e il poeta Marcello Buttazzo, da tempo noti e stimati attraverso i loro frequenti interventi su “Il Paese Nuovo”.

Il primo, da par suo, ossia con incisiva padronanza e maestria, presenta la più recente raccolta poetica di Marcello, intitolata “E ancora vieni dal mare”; ho il privilegio di ricevere in dono, dall’autore, una copia del volumetto, oltre che di declamarne un brano.

Dice, Buttazzo, nella dedica riservatami: “La scrittura getta un ponte…”; a casa, mi sono letto d’un fiato tutte le sessantasette composizioni, che mi riprometto di passare ancora e più volte in rassegna. Sono di una bellezza e di un’arte fine davvero uniche.

Nella foga, credo di aver trascurato una doverosa precedenza, nel senso che, a introdurre e intervallare gli afflati dei versi, si sono esibiti i ragazzi in uniforme da bandisti incontrati all’arrivo a Lucugnano, i quali hanno dato vita, con l’aiuto delle scuole e delle amministrazioni locali, a una reale e autentica banda chiamata “Filarmonica del Capo di Leuca”.

Confidenza di Giuliana, l’idea è nata dalle ripetute insistenze di un’anziana del paese, invalida e relegata in casa, la quale, nell’offrire, ogni tanto, una tazzina di caffè, le andava da qualche tempo segnalando di avere un nipotino alle medie che studiava pure musica, sino a imparare a suonare uno strumento. “Mi piacerebbe tanto che il mio piccolo entrasse in una banda di giro” si augurava la donna e, adesso, il suo sogno si è avverato, anzi, con l’occasione, la “Filarmonica”, prima di esibirsi nell’atrio di Palazzo Comi, ha compiuto un giro per tutte le strade del paese, compresa la via della nonna del giovanissimo musicante.

Dopo i poeti, verso l’epilogo della serata, ho potuto gustare anche un’intensa sintesi dell’intellettuale Luigi Mangia, anche lui assiduo collaboratore de “Il Paese Nuovo”.

Sono volati via novanta minuti, lo stesso tempo di una partita di calcio, di coinvolgimento in una lodevole iniziativa di cultura vera, preziosa e senza fronzoli e, in particolare, stasera, di ascolto di versi vellutati.

Con il contorno, diffuso nell’atrio di Casa Comi, di profumi rari che non si dissolvono, come l’essenza della rosa del giardino del poeta, espressamente eternata sotto forma di un’artistica riproduzione in pietra locale.

 

Culacchi te papa Cajàzzu.2

Lu messone

di Alfredo Romano

‘Na fiata papa Cajàzzu, siccomu nde cumbinava tante te le soe, foe casticatu te lu Vescuvu cu bàscia ffazza lu prete a nn addhu paese. Acquai ca li cristiani, vitendu lu prete nou, ci cchiùi scia nne ddumanda quantu se facìa pacare cu ddica messa. Quandu se sparse la voce a llu paese ca se pijàva sulamente centu lire, mbece te le mille ca se pijàvanu l’addhi preti, mo’ ìi bitìre comu tutti fucìanu a ddha papa Cajàzzu cu ordinànu messe. Papa Cajàzzu te la matina ‘lla sera nu’ ffacìa addhu ca cu ssegna messe susu la liźètta, puru vinti-trenta lu stessu giurnu, e ppe’ ogni ordine se facìa tare le centu lire ‘nticipate.
Mo’ a ll’addhi preti ne uschiava lu culu, ca nišciùnu scia cchiùi a ddha iddhi cu ssègna messe. E sse ddumandàvanu cumu cazza[1] putìa fare papa Cajàzzu cu ddica tutte quiddhe messe.
Sicché li preti nu giurnu se rratunàra e šcira tutti te paru a ddha papa Cajàzzu. E nne ddumandàra: «Papa Cajàzzu, sapìmu ca vènanu tutti cqua ttie cu ssègnanu messe: ma se po’ ccapire cumu sangu faci poi cu ddici tutte quiste messe?»
«Na!,» tisse papa Cajàzzu «ca sta be proccupàti tantu? Ca ticu nu messone e bale pe’ ttutti.»

Un tesoro nascosto in rete

Nu tesoru scusu intra lla rete

di Damiano Rotondo

Internet è una gigantesca libreria nella quale ci si può imbattere ogni giorno in gradevolissime sorprese. Una di queste è, per colui che voglia approfondire il tema della cultura salentina, il sito www.antoniogarrisiopere.it. Si tratta di una vera e propria acchjatura, un tesoro nascosto, un forziere in cui è racchiusa l’essenza stessa del paese di Cavallino, patria del sommo De Dominicis.

Il sito raccoglie, come il dominio suggerisce, le tantissime opere scritte da Antonio Garrisi. Mi dispiace di non aver trovato notizie biografiche sull’autore, che credo sia (o fosse?) originario di Cavallino e ha scritto soprattutto negli anni 80 e 90 dello, ahimè, scorso secolo, nonostante alcuni dei suoi lavori siano di questo secolo.

La pagina principale del sito è abbastanza semplice e spartana, aiutando in questo modo il lettore a visualizzare in maniera rapida ed efficace il contenuto, senza perdersi in particolarità grafiche che, se è vero che abbelliscono un sito web, molto spesso finiscono per renderlo poco navigabile.

Alle opere si può accedere sia utilizzando la barra laterale, dove sono tutte elencate con una piccola immagine, sia dalla barra superiore dove è invece possibile scegliere il tema da approfondire: Libreria serve per ritornare alla home page; Cavallino raccoglie i libri che parlano della storia, della gente e, in generale, del paese di Cavallino; in Racconti l’internauta può trovare tre raccolte di cunti: cose te pacci è un’antologia di cinquanta novelle e fiabe della tradizione orale leccese e documentano la parlata leccese intorno agli anni 30 dello scorso secolo; li cunti te Papa Caliazzu è una selezione di storielle, aneddoti, racconti burleschi, che hanno per protagonista il curato Papa Galeazzo. Costui è un bizzarro arciprete di Lucugnano, frazione del comune di Tricase, ispirato probabilmente ad un parroco realmente esistito nel XVII secolo; infine Suntu… fatti nesci è una raccolta di vecchie storie di Cavallino nonché

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