Arte| Rotomatismi di Marcello Toma

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di Paolo Vincenti

 

“Rotomatismi”, con un curioso neologismo, chiama Marcello Toma queste sue opere, a metà tra futurismo e surrealismo. Gli ingranaggi ossessivamente riprodotti nelle tele vengono da un passato che è ormai storia, ci parlano del progresso della tecnica che ha portato al grande sviluppo industriale del Novecento, anzi le cupe atmosfere grigio fumo dei quadri richiamano proprio quelle del cielo di Londra, ossia di quella nazione, l’Inghilterra, in cui è scoppiata due secoli fa la rivoluzione industriale. Le macchine però sono calate in una ambientazione onirica, vagamente cupa, inquietante.  Il primo riferimento che balza alla mente dello spettatore è a quel capolavoro del cinema che fu “Metropolis” di Fritz Lang, così come a “Tempi moderni” di Charlie Chaplin, quindi alla condizione di straniamento del lavoratore delle grandi fabbriche e alla sua alienazione, robotizzazione.

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In questi “rotomatismi”, si muove lo spirito del capitalismo moderno. Attraverso i perversi meccanismi di un capitalismo senza volto e senz’anima, quello del “produci consuma e crepa”, la strada del progresso  intrapresa dalla odierna società del benessere non può che portare al baratro, alla catastrofe. Attraverso le macchine, l’uomo ha affermato il suo potere, il suo dominio sulla natura, ma poi da queste stesse macchine è stato soggiogato, schiacciato, come ne “Il grande ingranaggio”, una delle pitture più significative di Toma. L’homo tecnologicus  si affida agli automatismi che guidano con estrema regolarità la sua esistenza e infine egli stesso diventa una macchina e ci saltano agli occhi le scene di “Blade runner”. Gli ingranaggi dunque sono emblema dell’esistenza dell’uomo moderno, schiacciato fra impegni e responsabilità, orari e routine, la cui vita frenetica può essere iconizzata da quel “Concerto meccanico”, altra notevole rappresentazione del nostro autore.

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Toma predilige la tecnica dell’olio su tela. Si coglie un classicismo nelle sue opere, che è dovuto sicuramente alla formazione artistica dell’autore e ai suoi studi universitari. Laureato in architettura, è uno che ha confidenza con la geometricità, con l’essenzialità delle linee, che si riflettono in opere come “Rotomatismo”, “Labirinti”, “In blu”,“Il presente ha un cuore grigio”, con scoperti debiti verso il divisionismo e la pittura metafisica. Alla compattezza quasi materica dell’acciaio, di pistoni, bielle, dinamo, ruote, si contrappone l’atmosfera onirica, la consistenza lieve e aerea degli sfondi e di oggetti quotidiani decontestualizzati, come una candela, delle carte da gioco, le costruzioni dei bambini, una lumaca, una barchetta, una tazzina di caffè, che sembrano messi lì a caso.  Il colore è forte, pregnante, ma non sovraccarico, è funzionalizzato al tema dell’opera, nelle sue infinite variazioni. Toma infatti dipinge sempre lo stesso soggetto, declinato in diverse modulazioni. Che cosa vuole comunicarci con questi perni, bulloni e altri pezzi di archeologia industriale, attrezzi di una realtà ormai dismessa, superata, consunta? Sarebbe facile cogliere la connotazione metaforica di queste opere, la loro connessione con la psicologia, darne insomma una lettura esistenzialistica o introspettiva. Non nego che anche il mio primo approccio sia stato caratterizzato da un forte impatto psicologico, cioè che queste opere abbiano parlato alla mia anima prima ancora che al mio cuore, all’intelligenza razionale prima ancora che a quella emotiva, alla ragione prima che agli occhi. Come non farsi trascinare, infatti, da un turbine di suggestioni letterarie osservando l’opera “Macchina del tempo”, in cui il dipinto è diviso in due campi e al grigio plumbeo di un passato di lavoro e sfruttamento dell’uno, si contrappone, nell’altro, il presente (e il futuro) di un bimbo che gioca con le sue coloratissime lego? La valenza simbolica degli ingranaggi è forte, certo, e rischiamo noi stessi di rimanerne schiacciati, stritolati.  Ma poi mi sono volto all’aspetto formale dei quadri, alla loro dimensione estetica, e credo di poter affermare che queste opere possano vivere anche staccate da ogni interpretazione psicanalitica. Vivere nella loro fisica identità, come pura forma, come colore, senza guardare al messaggio. Del resto, dopo queste macchine, sono passate tutte le mutazioni del postmoderno e delle avanguardie artistiche e di ogni tipo di sperimentazione; porre un filtro cognitivo fra noi e queste opere, come si fa con l’arte concettuale, significherebbe ormai svalutarle, neutralizzarle, o al più ritenerle anacronistiche. Si dovrebbe dunque consegnare all’utopia questa sorta di back to the future, che Toma ci propone, ossia un ritorno al passato per correggere gli errori della storia, abbandonare l’interpretazione critica, affidarsi ai sensi, e scaricando di ogni valore etico questi soggetti, depotenziando il simbolo, si potenzierà il segno.

 

Da Melanton un “Buon viaggio nel villaggio” di Paolo Vincenti

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di Antonio Mele “Melanton”

C’è sicuramente un mio piccolo ‘alter ego’, riconoscibile e forse neanche così piccolo, in Paolo Vincenti, scrittore ottimo, e congiuntamente poeta, per quel suo modo lieve e forte, e spesso anche lirico, d’osservare e raccontare il mondo e la vita: con cortesia e armonia, con acutezza, ma anche con ironico e sapido senso del gioco. Così come ho già fatto anch’io, e faccio ancora, forse più con la matita che con la penna, ma il concetto, infine, non cambia di molto.

Spero, e ne sono anzi certo, che l’accostamento gli sia gradito. D’altronde, l’avermi invitato a leggere/scrivere di lui lo comprova.

Più leggo Paolo, più egli evoca le mie mai perdute giovinezze e curiosità, con varie analoghe sperimentazioni letterarie di ieri come di oggi, sempre foriere di scoperte, conoscenze, sorrisi, conquiste e coscienza critica, proponendole intanto senza speciose accademie, per congenito e schietto piacere personale, e sempre congiunte al sanguigno desiderio di condividerle serenamente con il lettore, come in un incontro di festa.

Rabdomante di parole sorgive – quelle che servono per umettare appena la mente e il cuore, lasciando a chi legge ogni libero variabile completamento con le proprie modulazioni sentimentali – è Paolo Vincenti. Egli ha il pregio non comune di attrarre alla sua scrittura e alle sue folgoranti ispirazioni, chiunque vi si accosti, per volere o per caso, producendo un’istintuale commistione di emotività, curiosità e sapere, e rilasciando infine, tramite l’incanto delle parole, un senso quasi tattile di arricchimento e rigenerazione.

Una dovizia offerta a piene mani, generosa e sincera.

«La sperimentazione continua, forse un’ansia sempre insoddisfatta» – rivela Paolo – «mi portano a scrivere testi molto diversi fra loro, e rendono difficile riunire materiali eterogenei in una raccolta che abbia caratteri di organicità, unicità, completezza».

Mi permetto di dissentire. Proprio nella diversità ed eterogeneità io trovo, invece, una sorta di affascinante (e assai colto) fil rouge, che lega solidamente quei preziosi e pur dissimili appunti, osservazioni, riflessioni, arguzie o note di costume, elevandoli da misurati ‘frammenti’ a corposi ‘sentimenti’ di vita, in un’organica ed elevatissima testimonianza esistenziale-umanistica. Lo registra ampiamente questo libro perfetto (dal pregnante e caustico titolo L’osceno del villaggio), che a buon diritto si pone accanto alle opere migliori di altri autorevoli saggisti, scrittori e maestri di letteratura o di giornalismo moderno.

In più c’è la musica.

È l’altro fil rouge che collega e perfeziona le variegate proposizioni di Paolo Vincenti, sempre o quasi introdotte dai versi di un cantautore dei suoi preferiti (Dalla, Vasco Rossi, Paolo Conte, Venditti, Vecchioni, Jovanotti, Bennato…). Non un semplice vezzo, bensì una motivazione aggiuntiva – quando non perfino ispiratrice – per meglio e più consistentemente avviare e sviluppare le proprie tematiche, tanto da considerarla «…una compagna di viaggio preziosa per me da una vita, al pari della letteratura».

Ben oltre i contesti specifici (in qualcuno entreremo a curiosare volentieri più avanti), emerge decisa, e quasi prepotente, la sensibilità di Vincenti per fatti di cronaca non effimeri né banali; o per storie di vita agra che rilasciano tracce di amara dolcezza; ma anche per eventi che sommuovono la coscienza e partecipazione civile, in un’analisi energicamente espressa e utilmente partecipata, trasfondendo i propri umori, sentimenti, rabbie, speranze o ragioni al proprio lettore: il quale, come nel classico concetto espresso da Indro Montanelli, è per chi scrive il vero compagno e giudice ultimo.

Pur nella consapevolezza del proprio valore, fa altresì onore a Paolo Vincenti la sua umiltà di fondo. Confida: «Anche se a volte affronto temi di drammatica attualità, lo faccio con il sorriso sulla bocca, con la leggerezza di chi non si prende mai sul serio. Io intendo la letteratura come intrattenimento e divagazione… E sempre, anche quando affronto temi particolarmente importanti, mi ritengo un disimpegnato. Il mio approccio ai fatti di cronaca e di politica, ai mezzi di comunicazione, all’invasione tecnologica, alla barbarie linguistica e alla deriva di questi nostri tempi, non è quello dell’accademico che non sono, certamente non è quello del sociologo o del filosofo, ma semmai quello del letterato…».

Si può credere a tale confessione d’innocenza? Certamente, sì. Senza riserva alcuna.

Se le modalità espressive di Paolo Vincenti sono fra le più moderne ed esemplari di una letteratura d’avanguardia, priva di orpelli formali e densa invece di contenuti e sollecitazioni (utili e fors’anche indispensabili a ‘sentire’ il mondo pulsante intorno a noi, in rapida e spesso non convincente evoluzione), l’essere intimo di questo scrittore giovane e antico è – molto naturalmente – uno scrigno esuberante di sentimenti da condividere in purezza e semplicità.

Come quando si tira tardi con gli amici ad aspettare l’alba, parlando liberamente di tutto e di nulla, sentendosi infine più solidi e fortificati. E, soprattutto, più uomini.

Forse oggi non ce la farei – come in passato ho fatto più di mille volte – a riempire la notte di parole e di pensieri, con un amico o con cento, nelle piane di maggese o di tabacco di Torrepinta o sulle scogliere delle Quattro Colonne di fronte al mare e al faro di Gallipoli o a Bordighera e a Tolentino (e in vari luoghi extra moenia, ma non estranei), o infine da moccioso nelle piane metapontine di San Basilio a Pisticci, con mio padre, esule per lavoro, che m’insegnava a riconoscere fra milioni di stelle il Grande Carro, l’Orsa Maggiore.Un nulla, allora, ci divideva dal cielo. Ed è lo stesso pensiero che mi sovviene ora, pensando proprio a quello che scrive Paolo Vincenti, e a come lo scrive. Con lui, e radunando altri eletti, riproverei probabilmente a fare ancora mattino, andando e riandando, in nessun dove e dovunque.

Certo, il Salento può stargli adesso troppo stretto. Adesso, dico, perché immagino che il suo furore letterario e quell’ansia sempre insoddisfatta di cui si diceva all’inizio lo pressino ora da molto vicino, lusingandolo a cogliere nuovi orizzonti. «Oltremare è l’anelito, il desiderio per rotte che nessun comandante ha tracciato, per traguardi che nessun equipaggio sa indicare o soltanto immaginare», scrive Paolo ai Salentini, e comunque a se stesso.

Quien sabe? C’è probabilmente un Ulisse in ognuno di noi.  Anche questo anelito verso l’avventura e l’inconoscibile è un altro segno del mio ‘alter ego’ in Paolo. Ma non avrei consigli da dare. Ognuno è se stesso. Una è la scelta. Quello che sicuramente posso offrire, a lui come ai suoi fedeli e sempre ammirati lettori di cui mi sento parte, sono alcune mie illustrazioni e vignette (alcune, credo, molto conosciute, altre del tutto inedite e specificamente realizzate per questo libro), con il serio proposito – mi auguro confortato dal gradimento di chi legge – di offrire un ironico, e a suo modo anche filosofico, complemento di divagazione.

Buon viaggio nel villaggio, cari amici.

 

PAOLO VINCENTI L’OSCENO DEL VILLAGGIO (ARGOMENTI EDIZIONI 2016)

“La malapianta”, il romanzo di Rina Durante

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di Paolo Vincenti

“La malapianta” è un romanzo di Rina Durante (1928-2004), pubblicato nel 1964 nella collana “Zodiaco” della Rizzoli. La Durante aveva esordito giovanissima con una raccolta di poesie, “Il tempo non trascorre invano” (Misura 1951), ed era stata collaboratrice del periodico letterario “Il Critone”, importante rivista giuridico-culturale, guidata per la parte letteraria da Vittorio Pagano.

La Durante fu segretaria di redazione della rivista dal 1961 fino al 1966. E proprio sulle pagine del “Critone” pubblicò nel 1963 il racconto “Tramontana”, da cui Adriano Barbano trasse il film omonimo del 1965.  Rina Durante, che viveva a Melendugno, si trasferì per motivi di lavoro a Roma e collaborò con Giovanna Marini nell’ambito degli studi demo etno antropologici che divennero poi una costante del suo impegno di intellettuale militante.

Dopo “Da verga a Balestrini. Antologia della condizione meridionale” (Saedi 1975), pubblicò “Tutto il teatro a Malandrino” (Bulzoni 1977), poi “Il sacco di Otranto” (Adda 1977), “Lecce e la sua provincia” (Adda 1981), e soprattutto “Gli amorosi sensi” (Manni 1996), con Prefazione di Maria Corti. “La malapianta” rimane dunque un unicum nella sua lunga carriera ed è ormai un classico della pubblicistica salentina. Oggi questo libro viene ripubblicato da Zane Editrice per le cure di Antonio Lucio Giannone, che ne scrive una puntuale Introduzione.

Un unicum, dicevamo, perché la Durante, autrice versatile,  profuse i suoi interessi su tante e diverse tematiche, tutte comunque accomunate dal fil rosso della sua passione civile e del suo impegno militante. Si occupò di teatro, di musica e tradizioni popolari, riprendendo gli studi di Ernesto De Martino e fondando il “Canzoniere Greganico Salentino”, e collaborò con la Rai tv e con la radio alla produzione di documentari di carattere antropologico. Proprio dal suo “Il sacco di Otranto”, la Rai trasse uno sceneggiato per la radio trasmesso nel 1977. Pubblicò racconti e saggi, su volumi e riviste. Prestigiosa la sua collaborazione con la Guida dell’Espresso e importanti le sue pubblicazioni sulla cultura enogastronomica del nostro territorio; significativa anche la sua lunga collaborazione con la rivista leccese “Qui Salento”. Nel 2005 venne pubblicato, postumo, “L’oro del Salento. Per una storia sociale dell’olio d’oliva in Terra D’Otranto”, a cura di Massimo Melillo (Besa).

“La malapianta”, come spiega A.L. Giannone nell’ Introduzione, è un romanzo che, pur nato in un periodo storico caratterizzato dal punto di vista letterario dalla corrente del neorealismo, se ne distacca in realtà, sebbene i personaggi e gli ambienti descritti portino a pensare a quell’epopea di miserabili e a quelle atmosfere di arretratezza e di emarginazione in cui viveva il Sud in quegli anni. Si tratta invece di un romanzo dalle forti connotazioni psicologiche e il malessere che accomuna tutti i personaggi della storia conferisce al libro una connotazione esistenzialistica. “Solitudine, incomunicabilità, inettitudine, alienazione, aridità interiore, nessuno di essi sembra sfuggire a questo ‘male oscuro’”, scrive Giannone facendo riferimento all’opera di Giuseppe Berto, appunto “Il male oscuro”, coeva a quella della Durante.

Il romanzo narra la storia della famiglia Ardito ed è ambientato a Melendugno negli anni della Seconda guerra mondiale. A proposito della genesi del libro della Durante, apprendiamo che, nella sua prima versione, esso non incontrò il favore di Elio Vittorini, al quale la scrittrice lo propose in lettura. Purtroppo  non si dispone della prima versione, sicché non si può operare un raffronto. Tuttavia appare interessante leggere quanto Vittorini scriveva alla Durante e capire poi come l’autrice abbia fatto tesoro dei consigli del grande scrittore e abbia, non sappiamo se parzialmente o radicalmente, modificato la struttura del libro.

“La malapianta” venne insignito nel 1964  del prestigioso Premio Salento, la cui motivazione è riportata in Appendice insieme ad una bella foto che ritrae la giovanissima autrice mentre riceve le congratulazioni di Maria Bellonci , che della giuria faceva parte insieme a Mario Sansone, Bonaventura Tecchi e Sandro De Feo. Nella presente ripubblicazione compare anche una scheda bio-bibliografica della Durante, curata da Simone Giorgino. Inoltre, nell’Appendice, vengono riproposti uno scritto di Massimo Melillo, “In memoriam”, e uno di Francesco Guadalupi, “Un mondo magico e disperato”. La foto dell’autrice che compare sull’aletta di retrocopertina la ritrae col cappello da marinaio in testa e rimanda all’altra grande passione della Durante, quella per il mare e la navigazione, e su questi aspetti intimi ma non meno importanti della vita privata della scrittrice e critica letteraria si sofferma proprio Melillo nel suo commosso ritratto dell’amica e collaboratrice.

“La malapianta” proiettò la Durante su una ribalta ben più ampia di quella provinciale e segnò la sua affermazione come scrittrice di vaglia e intellettuale attenta alle problematiche del territorio.

Il libro dunque si allontana dagli schemi collaudati del neorealismo per avvicinarsi al romanzo moderno del Novecento. Soprattutto l’analisi psicologica dei personaggi, le problematiche affrontate, della solitudine e dell’incomunicabilità, di una aridità dei sentimenti che si riflette nel paesaggio stesso teatro della narrazione, e poi il linguaggio usato, che,  soprattutto nelle parti descrittive, è abbastanza lirico, sul modello della prosa d’arte novecentesca, come ben chiarito da Giannone; tutti questi elementi insomma, ne fanno un esperimento originale, una scrittura di mezzo, fra la prosa neorealista del dopoguerra e l’avanguardia letteraria della seconda metà del Novecento. Ciò detto, il libro è tutto da leggere, non solo per il suo valore documentario, perché è doveroso conoscere un classico come questo, ma anche perché la fabula è ben congegnata, l’intreccio narrativo avvince e convince.

Il dialetto galatinese nell’ultimo libro di Rino Duma

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 

di Paolo Vincenti

“La Taranta. Il dialetto galatinese (ovvero la lingua del popolo)”, è l’ultima proposta editoriale di Rino Duma, scrittore e attivo operatore culturale galatinese.

L’opera, dalla mole consistente, 569 pagine con elegante copertina cartonata bianca, pubblicata dall’Editrice Salentina (2016), è una raccolta di commedie, poesie, proverbi, modi di dire, soprannomi, filastrocche, indovinelli, ed altro, in dialetto galatinese.

Un viaggio letterario, un excursus filologico nella saggezza popolare, nella lingua madre dell’autore e nelle tradizioni ormai in via d’estinzione di una micro realtà municipale, Galatina, tanto ricca di storia ed arte. Alla confluenza con l’era digitale informatica, Duma, facendosi aedo di un tempo perduto, compartecipe cantore della cultura primitiva e spontanea del popolo salentino, ha voluto regalare ai suoi lettori ed estimatori questo scrigno di perle di saggezza, divertimento e leggerezza.

La taranta riportata in copertina è un’opera del maestro Antonio Mele Melanton: una libera interpretazione di uno spaccato sociale che ha caratterizzato in maniera indelebile il passato di questa città, il tarantismo, col suo portato di sofferenza, folklore, cultura popolare. Ancora oggi il nome di Galatina è legato al culto di San Paolo e alle tarante, sebbene il fenomeno si sia ormai concluso.

Ma Rino Duma, Presidente del Circolo culturale Athena e direttore della rivista “Il filo di Aracne”, da studioso e appassionato ricercatore di memorie patrie, ha voluto riportare all’attenzione dei suoi concittadini, degli anziani ma soprattutto dei giovani, il recupero delle cose di un tempo, nel vecchio “scascione de dialettu”, cioè “trabiccolo di dialetto”, come scrive nella sua Prefazione, perché questo “è l’antica e inalienabile carta d’identità della nostra anima cittadina”.

E lo ha fatto con questo corposo volume, una miscellanea, un florilegio di brani diversi raccolti insieme e accomunati dalla lingua usata; lingua che diventa un formidabile strumento di diffusione del sapere, se solo la si considera non museificata, imbalsamata, cioè immobile, inerte nel suo stanco perpetuarsi o sopravvivere a sé stessa, come un certo atteggiamento intellettual snobistico potrebbe suggerire, ma come materia viva, cultura fermentante di un popolo, sua riappropriazione identitaria. Si tratta insomma non di stereotipi anacronistici, superati, bensì di letteratura, disimpegnata, ma di sicuro interesse.

Il presente repertorio linguistico espressivo assume così una doppia valenza: quella di recupero memoriale per i più agée e quella di riscoperta, riproposizione delle radici, per i più giovani sol che questi ditteri, modi di dire, aneddoti e tranches de vie siano guardati come strumenti in grado di attivare processi collettivi.

Nel libro sono proposte quattro commedie, ovverosia farse in dialetto galatinese in tre atti: si comincia con “Reparto Ortopedia”, poi si passa a “Befana miliardaria a Corte Vinella”, poi a “La telefunata” (in quattro atti), e quindi “Natale tra vecchie comari” (in due atti), tutte scritte interamente dall’autore. Le poesie sono: “Poveru mmie”, “L’urtima taranta” che è un vero poemetto in dialetto al centro del quale è il mitico animale, “Pizzaca, Taranta beddhra!”, “Vulia cu èggiu”.

A interpuntare i testi, numerose fotografie in bianco e nero davvero pregevoli e molto vecchie che provengono dal patrimonio comune galatinese. Nella seconda parte del libro, viene pubblicata una sezione dedicata ai Modi di dire galatinesi, una ai Proverbi, una alle Filastrocche, Ninnananne, scioglilingua e Indovinelli, e un’altra, gustosissima, ai Soprannomi galatinesi, divisi in ordine alfabetico. A questo punto del libro, Duma propone la coniugazione di alcuni verbi in dialetto galatinese e qui la trattazione si fa ancora più interessante e divertente, per sfociare poi nella goliardia e nella risata crassa con “Frizzuli dialettali”, e con l’esilarante “Ma cce cazzu!”.

Nell’ultima parte del libro, trovano posto una foto dell’indimenticato pasticcere galatinese Andrea Ascalone, scomparso l’anno passato, ed una scheda bio-bibliografica dell’autore. Questo patrimonio di fiabe e proverbi acquista un enorme significato non solo storiografico ma anche valoriale e riallaccia i fili consunti di una comunità che vi si ritrova, che si specchia in questo “come eravamo”, con il sorriso nostalgico e bonario dell’uomo della strada ma anche con la riflessione del ricercatore , dello studioso.

Così il libro è in grado di suscitare sentimenti che credevamo relegati nel passato perché riesce ad accendere “la miccia esplosiva riposta nel già stato”, per citare Walter Benjamin . E tali sentimenti sono profonde scaturigini dell’immaginario collettivo e della enorme ricchezza che è il deposito culturale di un territorio.

I soprannomi di Galatina

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di Paolo Vincenti

Dedicato “ad Andrea Ascalone, uomo onesto e maestro di vita”, esce, per i tipi della Editrice Salentina “Ditteri e ‘ngiurie di Galatina”, di Rossano Marra e Francesco Papadia (2015) con le illustrazioni di Melanton.

Non si tratta certo di operazione originale, come gli stessi autori affermano nella loro Presentazione, poiché altri esempi vi sono stati in passato non solo con riferimento al Salento ma anche alla stessa città di Galatina.

Il libro però risulta godibile, fresco, e come non ha pretese di esclusività, non ne ha di esaustività né di organicità. Si presenta al lettore per quello che è: uno strumento di immediata consultazione, di facile divulgazione, un divertissement insomma, dove per l’appunto l’elemento ludico gioca una parte fondamentale. L’opera è comunque supportata da una Prefazione di tutto rispetto, perché firmata dal professor Rosario Coluccia.

Le vignette di Antonio Mele “Melanton” costituiscono il valore aggiunto. Forse può sembrare anacronistico oggi, nell’era di Internet e della comunicazione globale, pubblicare un libro del genere, che offre uno scavo nelle radici del nostro popolo salentino, e in effetti lo è, anacronistico, ma per questo forse a suo modo poetico, romantico, della bellezza del demodé, del vintage, di tutto ciò che è passato. Non si tratta, beninteso, di un reliquario, di una collezione di antichità, ma di una riproposizione in chiave identitaria di quel patrimonio antropologico che sono i soprannomi, i modi di dire, i proverbi, le favole e i cunti, di una comunità. Nella prima parte del libro, vengono proposti i proverbi o “saggezza dei popoli”, molti dei quali già noti o semplicemente volti in dialetto galatinese dall’italiano.

Questi ditteri sono attinti dalla viva voce della gente, come specificano gli autori che ringraziano anche alcuni collaboratori che li hanno aiutati nel lavoro di ricerca. La seconda parte, certamente più interessante, riguarda le ‘ngiurie, cioè i soprannomi o nomignoli galatinesi. E in questo lungo e colorato elenco, si trovano dei soprannomi davvero curiosi, ridicoli, altri esilaranti, insomma si ride di gusto quando si incontrano alcuni di questi epiteti.

Fra gli illustri precedenti del libro di Marra e Papadia, occorre citare certamente il Rohlfs che nel suo “Dizionario storico dei soprannomi salentini” catalogò molti di essi. Gli agnomi potevano prendere spunto dal nome del padre dell’ “ingiuriato”, e in questo caso si dicono patronimici, oppure dal nome della madre, matronimici. Oppure potevano essere legati a qualche episodio particolare, a qualche evento eccezionale nella vita di coloro che ne erano marchiati. Ancora, potevano scaturire da qualche difetto fisico o mania, abitudine reiterata. Oppure potevano derivare dai mestieri o dal luogo di provenienza, toponimici.

Spesso erano causa di ilarità, sarcasmo, a scapito di coloro a cui venivano affibbiati i soprannomi, i quali ne venivano sbeffeggiati. Quello che gli autori vogliono salvare con questa “operazione simpatia”, come potremmo definire il libro in parola, è il patrimonio non solo linguistico ma soprattutto socio antropologico della città galatinese, messo a rischio oggi dal crescente processo di omologazione culturale in corso, nel senso che la globalizzazione, con la sua forza parimenti centrifuga e centripeta, tende ad azzerare le specificità, le peculiarità dei luoghi, le loro tradizioni, per fondere tutto in un una sorta di meltin pot linguistico che è un coacervo, un ibrido senza storia, senza anima; perché ciò che è senza passato è anche senza futuro. Questi modi di dire, racconti, filastrocche, proverbi erano trasmessi oralmente dalla gente prima di venire codificati e raccolti in volume dagli studiosi. Nei secoli scorsi, quando l’alfabetizzazione era ancora scarsa, ci si tramandava a viva voce soprannomi e aneddoti, i cosiddetti “culacchi”, e possiamo ben renderci conto di come gli sforzi di memorizzazione fossero notevoli pure da parte di illetterati contadini.

Con l’avvento di Internet poi, molte di queste ricerche sono state informatizzate, e oggi gli archivi sono consultabili on line. Occorre però che ci sia un interesse da parte dei giovani, altrimenti questo materiale resta inerte e non più consultato, dimenticato. Lode al merito dunque di chi rimette mano a queste pinzillacchere, carabattole, magari con nostalgia del tempo che fu, e così facendo, desta curiosità, crea interesse intorno a qualcosa che si sarebbe irrimediabilmente perduto e cioè la memoria di una terra, di una città, un patrimonio di cultura e di identità. Come per dire “ecco, così eravamo”. Lo scenario dei soprannomi è ampio.

Come per tutti i nostri paesi e paesini, si tratta di una parte considerevole della storia locale che ha coinvolto nel vivo il popolo minuto, le classi più basse, meno agiate, ma di cui anche quelle più alte serbano memoria. Un libro da leggere insieme, genitori, figli e nonni.

Melanton: misteri, prodigi e fantasie

Vignetta Melanton

di Paolo Vincenti

 

Antonio Mele, in arte Melanton, uno dei più importanti vignettisti italiani, che mi onora della sua amicizia, mi regala un libro bello denso, il suo ultimo, “Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia, Racconti e Leggende”. Capone Editore, Lecce, uscito nel 2015.

È lungo l’elenco dei premi e riconoscimenti ricevuti durante la sua carriera, mi basterà citare la Targa conferita nel 1997del Presidente della Repubblica Italiana per meriti culturali nella promozione e diffusione dell’arte satirica e umoristica. Le sue vignette sono note, i libri forse di meno, ma è importante sottolineare come Melanton abbia portato avanti entrambe le carriere, coltivato entrambe le passioni, quella di disegnatore e quella di scrittore, la matita e la penna che, in alcuni casi, si danno la mano.

Ha pubblicato nel 1994 “Caro Federico, omaggio a Fellini umorista”, nel 1999 “20th Century Humour” (progetto storico-artistico per la XX Biennale di Tolentino), nel 2000 “Smile in style” (antologia per la mostra a New York del Museo della Caricatura di Tolentino), nel 2001 “La civiltà del sorriso”, nel 2002 “Scalarini: la vita e le caricature politiche”, nel 2003 “Sorridendo nei secoli “ (antologia curata per conto dell’Arma dei Carabinieri), nel 2006 “La tentazione comica” (con Fabio Santilli), nel 2008 “Melanton, sorrido ergo sum” (catalogo monografico della mostra antologica al Museo di Maglie, Lecce).

Questo asciutto elenco per dire che la sua carriera di scrittore, iniziata molti anni fa, non è affatto velleitaria, è notevole, ragionata, corposa, ed oggi si arricchisce di questo titolo che non tarderà a diventare un piccolo classico nella pubblicistica salentina. Melanton è anche poeta. Ha pubblicato, fra gli altri,  “Aspetta, luna…” (Leonforte, 1996), “Poesie di terra” ( Arezzo, 2000), “Da un altro cielo” (Treviso, 2002), “Il tempo contadino” (Leonforte,2003). “A mio padre scrivo”, Pieraldo Editore, Roma,2004.

Col libro in parola, Melanton ha raccolto una serie di cunti, fiabe e leggende attingendo dall’enorme patrimonio popolare di cui è depositaria la nostra terra. Lo ha fatto con l’amore filiale del salentino, con la passione dell’affabulatore, del cantastorie, e con l’acribia del ricercatore serio. Ne è venuta fuori una miscellanea di favole e una galleria di personaggi e maschere, dall’inafferrabile e dispettoso Piripicchiu al mago di Soleto Matteo Tafuri, fra sciacuddhi, manceddhi, carcagnuli e altri folletti e lu Titoru di Gallipoli, fra la pietra miracolosa di San Vito a Calimera e lu Toniceddhu e la rondine, davvero notevole e assai gustosa.

Il libro è impreziosito da due firme prestigiose che curano la prefazione e la postfazione, rispettivamente Antonio Errico, “ Le storie, la memoria”, e Maurizio Nocera, con “Melanton o di un nuovo umanesimo nel riso e nel sorriso”. Quest’ultimo è amico di vecchia data del maestro Melanton ed è del pari esperto di leggende e cunti di Terra d’Otranto, in quanto ricercatore preparato e attento di antropologia culturale. Antonio Errico è uno dei più importanti scrittori e critici letterari salentini. Voglio dire, per Melanton si muove il ghota delle lettere e della cultura.

Anche Melanton scrive una presentazione del libro, “E cammina, e cammina…”, nella quale si legge “…Appariva come un mago nella piazzetta e nei vicoli dove giocavamo, e quand’eravamo stanchi e ci sedevamo per terra, allora ci chiamava tutti per nome, e sussurrava: «Mo’ vu cuntu nu cuntu…». E cominciava a raccontarci storie incredibili: le più belle e fantasiose che si possano immaginare. E si faceva sera, e nel cielo tornava la luna imperiale, mentre noi restavamo incantati, perdendoci tutte le volte nel Paese dei misteri e della fantasia, affollato di orchi, di draghi, di spiriti folletti, e d’introvabili tesori nascosti. E cammina e cammina, superando gli incantesimi di orchi e di streghe, in lande sperdute dove non canta gallo e non luce luna, giungevano infine gl’invincibili eroi per liberare la figlia del Re! Quarantasette storie e leggende – fantasiose e sentimentali – riprese dal tempo, dalla memoria e dal sogno, per riassaporare il gusto di quel magico gioco, che da bambini ci consentiva di abbracciare la vita e il mondo con un sorriso.”  

Antonio Mele non è nuovo alla ricerca demoetnoantropologica, tanto vero che sulla rivista “Il filo di Aracne”, di Galatina, da anni cura una rubrica dal titolo “Il Salento delle leggende” corredata da sue vignette, e di cui questo libro si può considerare una estensione, una più diffusa trattazione.

Ho citato Galatina: occorrerà dire che questa è infatti la città natale del Nostro, la patria amata, dove dalla sua residenza romana, ritorna negli ultimi anni sempre più spesso, inseguendo quel nostos di classica memoria che gli procura algos, sofferenza, struggimento, che è una affezione dell’anima prima ancora che amore per le radici, riappropriazione identitaria, prima ancora che ritorno a casa, saudade, come dicono in altre latitudini di sud, un regressus ad uterum per trovare quella linfa vitale che solo la terra madre può dare. Ha collaborato e collabora con importanti giornali e riviste fra cui il Corriere canadese”, “Quotidiano”,“Il Carabiniere”, “la Repubblica”, il settimanale satirico “Marc’Aurelio”,  “IlTravaso”, altro celebre periodico umoristico romano, e poi “Il Galatino” e “Il filo di Aracne”.

Melanton mi riceve nella sua bella casa gallipolina dove parliamo di tanti progetti che ci accomunano. Il suo eloquio è colto, fluido, torrenziale. I suoi modi umili, nonostante il noblesse obblige dovuto ad una carriera sfolgorante. Ogni racconto del libro di cui sto trattando è associato a una località pugliese diversa, sicché diventa un viaggio, non solo nella memoria e nella fantasia, ma anche in lungo e in largo nella nostra regione.

«Per fare questo libro”, dice Melanton ad Ilaria Marinaci in un’intervista pubblicata su Quotidiano di Puglia, “ho cercato di spaziare in tutta la regione e, quindi, ho giocato qualche volta un po’ di fantasia. Ad esempio, c’è un racconto che io ambiento nella Selva di Fasano, perché ben si sposava quella collocazione con la storia, ma la maggior parte delle leggende sono proprio originarie del luogo che ho indicato. In qualche caso, per dare un’ambientazione a storie che sono generiche, ho scelto città a cui sono affettivamente legato, come nel caso di Cutrofiano e Acquaviva Delle Fonti».

Melanton rivela da tanto, nei suoi scritti, l’amore per il mistero, per l’esplorazione dell’insondabile, dell’anomalo, dell’inspiegabile e ciò è confacente con la sua natura di creativo: la fervida immaginazione corre verso i terreni subliminali dell’inconscio e il suo è un viaggio al tempo stesso magico e inquietante nel regno dell’arcano, della follia, impastati alla tradizione popolare.

Melanton ha l’esperienza dell’uomo navigato e gli stupori del fanciullo coniugati insieme. Non si può non amare la sua opera.

Tris di cuori per la letteratura salentina

di Paolo Vincenti

turbata

TURBATA

La prima autrice di cui ci occupiamo è Gloria De Vitis, con il suo recente libro, “Turbata”, edito da Esperidi (2015). Un libro di appena 69 pagine, che narra storie al centro delle quali c’è sempre l’Io, sembra che su questo si concentri l’indagine dell’autrice, attraverso un’analisi psicologica molto forte dei suoi personaggi, sembra quasi che scandagli il fondo dell’essere di ognuno. Gloria De Vitis è pittrice e scrittrice. Nasce a Lecce il 10 aprile del 1966. Nel 1985 frequenta il laboratorio artistico di Bogdan Bajalica perfezionando le tecniche pittoriche già respirate nella tradizione artistica familiare grazie al nonno scultore e al cugino di lui Temistocle De Vitis. Partecipa a diverse manifestazioni artistiche, negli anni, e tiene mostre personali. Si dedica anche alla fotografia. In campo letterario, negli anni ’90 collabora con il giornale «Avanti».  Nel 2003, pubblica il libro di poesie “Squarci”, edito da Manni, nel 2006, “Nuda” edito da Besa e nel 2011 per Lupo Editore, il romanzo “Lucignola”. “Turbata” (alla De Vitis piace declinare al femminile i titoli delle sue opere)  è la seconda prova narrativa. E tutte le storie del libro, che ne siano uomini o donne protagonisti, sono attraversate da un turbamento che porta il lettore a farsi molte domande, nella non ben chiarità distinzione fondante fra bene e male, fra riso e pianto, gioia e dolore. L’io, che è il nucleo tematico intorno al quale si addensano i destini di questi personaggi, si intrecciano le trame di questo libro, diventa una ricerca disperata, ma una ricerca a sfondo esistenziale, perché l’autrice dimostra di saper pensare prima ancora che scrivere. Utilizza un linguaggio dell’uso, colloquiale, sicuramente moderno, fatto di paratassi, periodi brevi racchiusi in paragrafi brevi, di agile lettura; la sua è una scrittura nervosa, frutto delle elucubrazioni mentali  che si dipanano nel corso delle pagine con una tecnica narrativa molto vicina al procedimento del flusso di coscienza. Vi è, cioè, un libero fluire, sulla pagina, di pensieri, emozioni e riflessioni . “Questo breve libro più che narrare storie, vuole scuotere il lettore”, scrive la De Vitis. “Qual è il vero confine tra il bene e il male, tra amore e disprezzo? Amore è veramente gentilezza o nache violazione dell’integrità degli individui? È un libro dedicato alla vita, alla sua multiforme natura”.  È una scrittura cerebrale ma anche carnale e ciò non paia contraddittorio, non è un inestricabile ossimoro, perché l’autrice comunica attraverso il corpo, con le sue funzioni primarie, fisiologiche, e attraverso gli istinti bestiali, le pulsioni carnali, il livello più alto, cioè gli stati della coscienza, attraverso la sensualità si interroga sull’amore, sul tempo e sulla vita e, in alcuni brevi passaggi, tocca i liminari di una notevole, per quanto istintiva, speculazione filosofica. Anche senza scomodare artiste borderline, come Claudia Ruggeri, che pure è citata nel libro, si può cogliere una cifra di velato “maledettismo”, nell’opera della De Vitis, che ne fa un’artista sicuramente sui generis, provocatrice e piuttosto dirompente.

fata

FATA DEL CUORE MIO

“Inutilmente cercheremo la felicità lontano e vicino, se non la coltiviamo dentro noi stessi”: con questa citazione da Jean-Jacques Rousseau, si apre il libro “Fata del cuore mio”, edito da Kimerik (2015),  il secondo romanzo di Rossella Maggio. Si tratta di un’opera matura, benché opera prima, che attraverso la girandola delle situazioni descritte, imbriglia i suoi personaggi, come gli uccelletti nella pania, nella fitta trama delle loro stesse vite. Infatti ciascuno di essi “nelle amorose panie s’invescò”, per dirla con Boccaccio, così insidiose sono le lusinghe d’amore che l’autrice ha ordito per loro.  Introdotto da una Prefazione della stessa Maggio e da una poesia di Asclepiade di Samo, il volume, che in copertina reca un bellissimo dipinto di Velàzquez, “Venere allo specchio”, consta di 176 pagine sicché appare davvero agevole leggerlo anche tutto d’un fiato. Rossella Maggio, docente di scuola superiore, vive e lavora a Lecce. Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo “In sostanza l’amore” , edito da Albatros. Poi è uscita la sua prima silloge poetica, “In amore per amore con amore”, sempre edito da Albatros. Da alcuni mesi è impegnata in un lungo giro di presentazioni di questo libro nel Salento e non solo. Potremmo definirlo un romanzo erotico. Il plot, la trama del libro, è tracciata nella sinossi di quarta di copertina: “Il Professor Alberico Diobono, celebre studioso di Storia Medievale, conduce una vita caotica, fatta di studio, di impegni di lavoro e di incontri più o meno passionali orientati più a soddisfare il suo appetito sessuale che a fargli sorgere dentro un vero e proprio sentimento. Dopo il fallimento del suo matrimonio è diventato allergico ai legami troppo intensi e duraturi e preferisce non perdere mai il controllo della situazione. Gli resta, però un’insoddisfazione perenne, una sete d’anima che non riesce a decifrare con chiarezza finché non s’imbatte in una giornalista dal nome strano, Amo. La totale assenza nella donna, di ogni forma di pregiudizio e la sua serena solarità lo attirano inesorabilmente. Intanto, tra le tante donne d’occasione, gli capita di frequentare una ex modella che ha preso in seria considerazione la possibilità di fare del noto medievista il suo strumento di riscatto personale, sociale ed economico”. Si tratta di una storia d’amore, così la definisce la stessa autrice, un amore carnale, appassionato, sfrenato, a volte amaro, a volte giocoso, che potrebbe apparire a momenti tetro, asfittico, ma è un rischio si corre quando si affronta una tematica del genere. I personaggi sono ben delineati, l’autrice scava nella loro vite, nei loro destini, nei meandri della loro coscienza, col piglio della scrittrice di vaglia. Il linguaggio usato è fluido, leggero, semplice, diretto. La sua è una scrittura che balugina femminea, uterina, umorale. Vi è, nel libro, una diversificazione degli stadi di coscienza, differenti nei quattro personaggi: Diobono, Amo, Catena, Guido. Ciascuno deve fare i conti con la propria interiorità che è poi la fata del titolo, l’essenza profonda di noi. Il professore Diobono è un personaggio complesso, problematico. Nel sesso furente e selvaggio, in quei corpi di donna che appagano la sua lussuria, confondono i suoi sensi, soddisfano sia pure momentaneamente la sua insaziabile, vorace libido, nei suoi impulsi intermittenti e contrastanti, si manifesta tutta la straziante amarezza dell’inappagato, dell’insoddisfatto. Molto carica la vita di questo moderno libertino, che vorrebbe dirsi un nipotino, se non di Don Giovanni, almeno di Casanova (impossibile arrivare a certe sublimi altezze), ma che in realtà sembra solo soffrire, nella sua disarginata incontinenza, una affezione da priapismo che lo farebbe rassomigliare alle statue itifalliche con cui gli antichi greci raffiguravano questo osceno dio minore, divinità della fertilità dei campi, una maschera comica e tragica. Ancora più interessante, almeno nella possibilità di rispecchiamento del lettore, il personaggio di Amo che incarna bene (già nel suo nomen omen) il messaggio del libro, che è poi il leit motiv di tutta la tua produzione della Maggio. La narratrice, attenta, intensa, racconta la vita più come è che come dovrebbe essere. Racconta l’aridità dei sentimenti, l’amore e il disamore, il suo narrato è il crivello che serva a smascherare convenzioni, a provocare, a lasciare il segno. Fra le pieghe della vita e le pagine di un libro, sempre per amore.

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PRIMA CHE VENGA DOMANI

Annamaria Colomba presenta “Prima che venga domani… (poetiche tracce)”, una raccolta di versi stampata da Editrice Salentina (2015). Un’opera prima anch’essa, per un’autrice che ha già maturato molte esperienze nel gran teatro della vita, ed è poi approdata al teatro, inteso come arte, rappresentazione. “A difesa dell’anima di libere ali ho vestito il pensiero”, scrive, e questo deve essere il percorso che l’ha portata a rivoluzionare la propria vita, da manager in quel di Milano, a contadina nel Salento, da persona pratica immersa nel business e nella vita frenetica della metropoli, a donna contemplativa, delicata poetessa, dedita all’arte e a coltivare i rapporti umani e il tempo. La silloge è dedicata “Alla mia Grande Madre Magnifica. Al suo esemplare coraggio, al suo pensiero semplice e schietto, così acuto, profondo, al suo generoso cuore, fonte inesauribile d’amore, dove mi era dolce sognare…”. Questo rende l’idea di uno spaccato di vita importante, intensamente vissuto. Magnifica infatti era il nome della nonna dell’autrice la quale avendo perduto la madre in tenera età, venne da lei allevata, prima che il padre si risposasse e facesse della nuova moglie una seconda madre per Annamaria. Dopo una vita a Milano, la Colomba, originaria di Galatina, ritorna in Salento. E decide di rimanerci. Studia a Lecce recitazione e inizia nel 2012 il suo percorso di attrice. Collabora con i poeti salentini de “L’Incantiere”, che ringrazia nel libro, e vive a San Cesario di Lecce. La bellissima copertina, “Futuro” (tempera 50 x 70 cm), è un’opera della stessa autrice, che oltre alla penna, coltiva del pari l’amore per il pennello. Il libro è dedicato anche alla figlia, Greta, e reca una Prefazione di Maria Conte. Possiamo, nelle pagine intense, entrare nel mondo poetico della Colombra, attraverso il narrato del suo vissuto, partecipare ansie, gioie, timori, ricordi e speranze, di un animo sensibile, condividere il suo patrimonio valoriale. Intervallate alle poesie, numerose foto, in bianco e nero, a suggello dei componimenti, ne corredano i versi, sottolineano visivamente alcuni momenti, danno corpo, immagine, all’afflato lirico. La sezione “La Grande Madre” è dedicata “a Maria, Magnifica, Lucia, le mie tre madri”, rispettivamente la madre biologica, perduta in giovanissima età, la madre adottiva, e la nonna, presenza costante e fondamentale nella vita della Colomba. In questa sezione del libro, così intima e carica, c’è l’attaccamento alle proprie radici e compaiono quelle memorie famigliari di cui l’autrice si fa depositaria, gelosa custode. Anche nella sezione “Vita e ricordo”, dedicata “al mio DNA”, protagoniste sono le rimembranze, l’amore contrastato per il padre, il ricordo gradito per la madre persa troppo presto, l’amore filiale che si trasmette anche agli oggetti, le care cose dell’infanzia e dell’adolescenza, e forte, lacerante, il dolore del distacco, della separazione, dell’allontanamento dagli affetti. In “Terra e natura”, è protagonista il loco natìo, la “dolce terra di Puglia”, luogo dell’anima, nido d’infanzia e ultimo approdo, in ordine di tempo, per l’autrice, meta di una sorta di cammino à rebours per riappropriarsi dell’identità, della storia, della voce del vento, del mare, degli uccelli, delle facce rugose degli ulivi, dei fichi, delle nuvole, del cielo perlaceo e luminoso e anche dei silenzi del sud. In questa natura, si immerge l’autrice, in un microcosmo di sapori e colori tipici di questa terra ferace e primeva. In “Sociale”, dedicato al Papa Wojtila, protagonista della poesia “Karol”, si pone l’accento sui drammi che vive l’umanità, sul suo cammino travagliato, fra povertà e disagio sociale, con i fatti di cronaca, le guerre ed i grandi conflitti, l’odio del simile contro il proprio simile, il seme della violenza, la fragilità. In “Ballate, canzoni, pensieri”, dedicata “al mio RA e al suo canto”, altre poesie sparse che pagano tributo al grande amore dell’autrice per il teatro, la rappresentazione scenica, ma si trovano anche ironia, arguzie. In totale, 56 composizioni. Versi cesellati, delicati e preziosi, quelli che regala Annamaria Colomba, in questo scrigno della memoria, a chi riesce ancora a trovare la poesia nelle piccole cose, nei sentimenti semplici, ad emozionarsi per poco, per niente.

 

PAOLO VINCENTI

L’ombra della madre, di Paolo Vincenti

ombra

Paolo Vincenti è una sorpresa piacevole, nel senso che è sorprendente… Nei sui romanzi ci trovi di tutto, amore innanzitutto, passione, humor, thriller, cultura, senso della vita, satura lanx, parresia, grottesco… insomma un pranzo o una cena da Paolo Vincenti ti costa ma ti sforna ogni ben di dio. Se poi accanto a lui schiera un certo strimpellatore di nome Michele Mike Bovino allora non ti salvi più. Resti inchiodato alla sedia e reclami un altro verso, un altro brano, un altro ritmo. Non finirà che con nuove letture, nuovi versi e brani e canzoni e poi altri… Rimani scioccato e colpito, chiedi venia, chiedi il bis. E’ tutto così bello che non ti accorgi del trascorrere del tempo… tutto fila liscio fino alla mezzanotte. Del dopo non rispondo, e neanche loro credo.  Paolo Rausa

 

SANGUE DROGA E SESSO NEL CULTO DI CIBELE E ATTIS

“Nello svolgimento logico della vita, accadono dei fenomeni che facilmente sconvolgono la nostra traballante sicurezza, il nostro equilibrio precario. […] Al di là di ogni previsione, all’infuori di ogni prospettiva, si verificano delle coincidenze significative, che annullano la catena di causa ed effetto. È la sincronicità, il portento che ci afferra le braccia, il paradosso, l’occasione illuminante, lo scandalo, l’alchimia, il caso che entra nella nostra esistenza e in un attimo la scombina”. Queste parole aprono la seconda parte del romanzo “L’ombra della madre” (Edizioni Kurumuny, Calimera, 2015) di Paolo Vincenti e in esse sono condensati i momenti salienti del thriller-noir, anticipandone – a pensarci bene – il finale. In questo ultimo, in ordine di tempo, romanzo del giovane scrittore-professore di Ruffano vengono esaltate la grande cultura personale e la soprattutto la padronanza della materia trattata, il mistero, in cui si immergono i protagonisti del romanzo in terra salentina. Infatti Francesca, Riccardo, Fabrizio, Alessandra ed altri ancora, che vivono a Lecce, vengono ineluttabilmente assorbiti dai riti del culto antichissimo di Cibele e di Attis. La elegante narrazione avvinghia sempre più il lettore alle pagine del romanzo, mentre i personaggi (a volte vittima, a volte carnefice, a seconda delle situazioni) si immergono nei riti satanici col proprio e l’altrui sangue in un susseguirsi di droga, canti, balli (pizzica) e soprattutto sesso in tutte le sue accezioni, esercitato anche con gay e con trans. Ambientato nel Salento, il romanzo si sviluppa con continui colpi di scena assolutamente imprevedibili e con l’entrata in scena di personaggi nuovi che fanno da contorno ai protagonisti che, col trascorrere delle pagine, evidenziano la vera essenza della loro natura (demoniaca?). Il finale è mozzafiato e naturalmente non va svelato in questa sede: basti sapere che una stessa donna, la madre appunto, è stata artefice dei destini di tutti i protagonisti della storia. Il romanzo va sicuramente letto, anche perché la prosa di Paolo Vincenti, talmente ricercata da dover tenere sempre a disposizione un vocabolario della lingua italiana, introduce a studi specifici sul misticismo, solleticando la curiosità del lettore.

Rossano Marra

in “Il Galatino”, Galatina, 10 luglio 2015

 

“L’ombra della madre” di Paolo Vincenti, pubblicato da Kurumuny Editore, non è solo un noir in cui si intrecciano le storie di Francesca, Riccardo e Fabrizio, ma è soprattutto un romanzo psicologico nel quale si possono trovare sottili congiunzioni nella mente dei protagonisti che rivelano tra le pagine di un libro avvincente e ricco di pathos, dell’incredibile.

La trama ambientata nella cittadina leccese con vari richiami all’arte, alla storia, alla cultura, alla musica e alle tradizioni del Salento, è resa intricata per via dei misteri che cela con grande abilità Francesca Colasanti, una donna intelligente, affascinante e sensuale, ma con un risvolto inquietante della propria vita. Docente di Storia delle religioni presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, dopo gli anni trascorsi a Roma, Francesca agli occhi di chi le sta intorno risulta irresistibile eppure nella sua apparente determinazione e sofisticata spigliatezza c’è un lato oscuro che si svelerà lentamente. Ed è nella sua città d’origine che Francesca tenta di trovare il senso della sua vita. Intorno a questa figura intrigante e amletica c’è Sauro, il suo ex compagno, un uomo violento che non accetta la separazione da Francesca; Fabrizio, il suo amante, e Riccardo Valentini, professore alla sua seconda laurea, al quale è affidato il complesso compito di districare i nodi esistenziali della donna della quale si innamora perdutamente anche per l’aurea di mistero che la circonda. “Privilegio e dannazione: questo significava averla conosciuta”. Riccardo frequentando Francesca diventa sempre più consapevole di qualcosa di imponderabile che caratterizza il loro rapporto: “Sei bella e perversa” le diceva “e io sono caduto nella tua trappola, ci sono caduto e non ne so più uscire”. Con lei “Donna diabolica e bambina innocente, spudorata e selvaggia, eppure fragile e quasi ingenua” il ragazzo scopre una parte della propria natura rimasta per anni quiescente.

Essenza di questa storia è la ricerca storico-religiosa che prevale nel romanzo “L’ombra della madre” tanto da risultare impregnato di un aspetto arcaico ed esoterico come il rito ancestrale a cui lo scrittore già autore di vari testi, differenti tra loro ma simili nello stile raffinato e incisivo, fa riferimento. Si tratta di un culto antichissimo, orgiastico e salvifico che si praticava a Roma durante i primi secoli dell’Impero. “Fra canti languidi, musiche ossessive e danze vertiginose, i fedeli delle Magna Mater Cibele e del dio Attis si abbandonavano completamente alla mistica ammaliati dallo splendore e dalla pompa delle feste” .

Con richiami all’antropologia culturale e dettagli che rendono il volume oscillante tra un fantasy e un noir, padroneggia la bellezza senza tempo di una terra come il Salento alla quale le si attribuisce quell’aspetto magico che caratterizza una storia resa peculiare grazie all’abilità letteraria di Vincenti che squarcia quella patina un po’ stucchevole attribuita ad un territorio che in realtà sa essere in grado di sorprendere e stupire. Ne “L’ombra della madre” emerge un fascino celato da un buio depositario di segreti e rivelazioni.

PAOLA BISCONTI

IN WWW.LINKIESTA.IT   NOVEMBRE 2015

 

Fernando Baglivo, mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il mare del Salento

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

di Paolo Vincenti

 

Fernando Baglivo è un salentino della più nobile e autentica schiatta, un salentino del Capo di Leuca, di quella Finibusterrae che è luogo di partenze e di ritorni, di aeree nostalgie e azzurri approdi, di cielo e di mare, di terra rossa e di verde sfolgorante. Porta su di sé i segni della mappa genetica di un popolo, li porta sul proprio volto, nelle mani, nella sua parlata dalla cadenza  simpaticamente tricasina.

Fernando Baglivo è un salentino giramondo e nei suoi viaggi  reca con sé questo patrimonio indissolubile di sapere e sapori, odori e tradizioni, colori e folklore di casa.

Fotografo dilettante ma appassionato, ora pubblica sul nostro sito le sue splendide istantanee. Fernando inizia come antiquario e oggi si occupa di ristrutturazioni di antiche dimore.  In estrema sintesi, potrei dire che Baglivo è un uomo con i piedi per terra, il cuore vagabondo e la testa fra le nuvole. I suoi piedi infatti sono ben piantati in questa nostra terra salentina, essendo egli per temperamento uomo concreto e aduso ad un realismo del fare, che gli viene dagli insegnamenti ricevuti dalla nostra gente contadina in mezzo alla quale  è cresciuto; ma il suo cuore  va sempre ramengo dietro nuovi progetti, e anche quando è qua a Tricase, Fernando viaggia con la fantasia, sognando di tornare in uno dei posti meravigliosi ai confini del mondo che ha visitato, soprattutto l’India che esercita su di lui un fascino particolare ; e la sua testa è sempre immersa fra le nuvole, fisiche e metafisiche: quelle vere che vede trascorrere dal finestrino dell’aereo durante i suoi viaggi,  e quelle metaforiche che alimentano la sua creatività di uomo cartoon,  che sembra a volte appena uscito da un fumetto.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ha visitato mezzo mondo e vive ogni giorno come se dovesse partire il giorno dopo. “Sono un viaggiatore e un navigatore, e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima”, sembra dire Fernando, con Gibran. Ma i viaggi, cui è abituato fin da quando era un ragazzino, hanno rappresentato anche la sua personale “Bildungsroman” ossia, proprio come nei romanzi di formazione della narrativa tedesca (penso, su tutti, a quel capolavoro che è Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister, di Goethe), il suo personale cammino di formazione verso l’età adulta e la piena maturazione e consapevolezza.

Vive in uno splendido eremo nella campagna tricasina, sempre aperto ad amici, sodali, intellettuali. Nella sua magione, un’antica casa di pastori sapientemente ristrutturata, sono passati tanti visitatori non solo salentini. Baglivo infatti ha ospitato tanti  artisti, celebri attori, registi e scrittori, anche star holliwoodiane,  tutti irrimediabilmente innamorati di questo estremo lembo di terra madre padre Salento, e Fernando a far loro da mentore fra le contrade e i recessi, le coste aspre e il  mare, i castelli e i palazzi e tutte le bellezze culturali della penisola salentina.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Alcune di queste celebrità hanno acquistato casa qui in provincia di Lecce,che hanno eletto a proprio buen retiro, anche per il tramite di Fernando. Il quale però,  fedele al suo dovere di ospitalità,  non ama fare i nomi dei propri amici internazionali per non violarne la privacy, venendo così meno al tacito vincolo di amicale discrezione. I suoi ospiti hanno potuto apprezzare le delizie della nostra cucina, i colori del nostro paesaggio e la bellezza della nostra architettura rurale. Fernando è molto attento alla salvaguardia dei luoghi e più volte si è rivolto anche con toni polemici a ingegneri, architetti, maestranze, amministratori locali, quando si è corso il rischio che questi deturpassero con i loro interventi invasivi la peculiarità degli edifici storici dei nostri centri.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Egli ha sollecitato gli addetti ai lavori ad accostarsi con rispetto e con religioso scrupolo a queste antiche dimore, ponendosi in sacro ascolto, cercando di intervenire in maniera semplice e conservativa, nel rispetto dei luoghi che è anche rispetto di se  stessi. “E’ sufficiente tutelare quello che abbiamo”,  ha scritto Fernando, “nella nostra meravigliosa e ricca terra e costruire case di qualità con un atteggiamento d’amore e di umile ascolto dello spirito dei luoghi.

In questo modo si instaura una dialogo con la natura circostante, dando vita a presenze architettoniche che non cessano di essere parte integrante del corpo del mondo, nella consapevolezza che l’identità degli individui si costruisce nell’interazione fra interiorità e mondo esterno e che l’inospitalità e la disumanità dei luoghi finisce per lasciare segni preoccupanti sull’identità umana, innescando una spirale di reciproca insensibilità fra essere umano e mondo, con conseguenze preoccupanti quanto devastanti”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Quante volte egli ha girato in lungo e in  largo il Salento in compagnia del suo caro amico Florio Santini (un altro grande viaggiatore) potendo approfondire e mettere in pratica queste sue riflessioni. Fernando ha sposato in tempi non sospetti quello che oggi è il concetto di “glocal”, ossia di locale e globale fusi insieme, secondo la nota sentenza “parla del tuo paese e sii universale”.

La sua casa è stata recentemente censita nella pubblicazione “Abitare in Salento” di Patrizia Piccioli e Cristina Fiorentini ( Idea books editrice). Ma la prima grande pubblicazione è stata fatta oltre 10 anni fa sulla rivista “Petra”, che ora si chiama “Casa antica” (Trentini editore-Ferrara). Per la prima volta veniva pubblicata  una masseria ristrutturata salentina. Da allora è scoppiato tutto un interesse per il recupero di queste antiche dimore.  Ed è nato anche tanto lavoro. “La Regione Puglia dovrebbe darmi un premio per questo” dice scherzando Fernando.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Ogni mattina immancabilmente, estate ed inverno, autunno e primavera, si immerge nelle acque di Marina Serra per un bagno rilassante e rigeneratore. Ci vuole preparazione certo per poter affrontare un’esperienza del genere, soprattutto d’inverno, vincendo i rigori del freddo durante le giornate della merla. Ma una volta che il fisico si è abituato, Fernando garantisce che non si riesca più a farne a meno, e infatti ormai un nutrito drappello di suoi fedelissimi si immerge con lui ogni mattina e del fenomeno hanno iniziato ad interessarsi i media locali. Fernando ama immergersi all’alba e nelle risposte date ci spiega il perché.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

La profonda curiosità che lo anima, lo ha portato a fare ogni tipo di esperienza, anche quelle più estreme di meditazione e pratiche orientali, ad incontrare tante persone da un capo all’altro del mondo.

Baglivo vive di relazioni, incontri, scambi proficui e arricchenti, e, nella sua sete di conoscenza, sembra che egli vada incontro alla gente rovesciando la nota lezione filosofica  gnosce te ipsum, a vantaggio dell’insegnamento di Gibran “Mi dicono ‘se tu conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini’. E io dico ‘solo quando avrò cercato tutti gli uomini conoscerò me stesso’”.

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Baglivo è un uomo libero, un uomo certo non pacificato ma rasserenato, se così posso dire, consapevole di essere in marcia, che la sua ricerca deve sempre continuare, ma certo affrancato da qualsiasi tipo di repressione, condizionamento, interesse materiale, calcolo. La sua, una libertà piena, ma che oggi vuole vivere e godere pur sapendo che bastano pochi sonagli aggiunti al suo berretto della libertà per farne il berretto della follia. Questo è un rischio che è disposto a correre, posto che già pazzo, nella gretta mentalità dei superficiali, è sempre colui che è diverso, che fuoriesce dalla media, che si distingue e si distacca dal luogo comune.

Una intensa parabola umana la sua, nella quale una parte importante hanno avuto pure le donne, quelle che ha amato, dalle quali è stato amato, e quelle che ama ancora. Mi confessa di scrivere anche poesie d’amore che però non pubblicherà mai. Trovo tutto dentro di me!” mi dice Fernando, “ i viaggi in India, i viaggi nell’ Altrove aiutano ad andare dentro di Noi, a trovare quello che già c’è, perché dentro  c’è già tutto!”!

E così lo lascio sul far della sera. Quando esco da casa sua, so che a breve egli si siederà di fronte al suo grande camino con il suo maestro sufi   Mevlana Jelaluddin Rumi e insieme discetteranno intorno al “Fuoco dell’amore divino”. E con questo, che è forse l’autore più amato dal mio amico, mi piace concludere il nostro incontro:

Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi, 
produca finimondi di fuoco 
da ogni parte del mondo! 
Voglio un cuore come inferno 
che soffochi il fuoco dell’inferno 
sconvolga duecento mari 
e non rifugga dall’onde! 
Un Amante che avvolga i cieli 
come lini attorno alla mano 
e appenda,come lampadario, 
il Cero dell’Eternità,entri in 
lotta come un leone, 
valente come Leviathan, 
non lasci nulla che se stesso, 
e con se stesso anche combatta, 
e, strappati con la sua luce i 
settecento veli del cuore, 
dal suo trono eccelso scenda 
il grido di richiamo sul mondo; 
e,quando,dal settimo mare si volgerà 
ai monti misteriosi da 
quell’oceano lontano spanda 
perle in seno alla polvere!

 

alba salentina (ph Fernando Baglivo)
alba salentina (ph Fernando Baglivo)

Un libro in omaggio all’illustre Gino Rizzo

di Paolo Vincenti

A ottobre 2005, a dieci anni di distanza dalla scomparsa del professore Gino Rizzo, italianista, docente presso l’Università degli Studi di Lecce e anche Preside di Facoltà, viene pubblicato dal “Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo” di Cavallino, “<Metodo e intelligenza> Gli studi di Gino Rizzo tra filologia e critica”, per le edizioni Congedo (2015), a cura di Fabio D’Astore e Marco Leone.

Si tratta di una raccolta di contributi a firma di alcuni esperti di letteratura italiana che hanno conosciuto Rizzo e hanno avuto con lui contiguità d interessi, in omaggio all’illustre scomparso, come memento per la sua città di Cavallino, per il Salento e per tutta la comunità di studiosi e amanti delle lettere affinché di lui possa serbarsi grato ricordo. Il libro, che esce con il patrocinio della Città di Cavallino, dopo una Premessa dell’On. Gaetano Gorgoni, Vice Sindaco e Assessore alla Cultura di Cavallino, è introdotto da una Prefazione di Antonio Lucio Giannone, Presidente del “Centro Studi Sigismondo Castromediano”, ente ideato e fondato proprio da Gino Rizzo, che ne fu il primo Presidente, insieme a Gorgoni, allora Sindaco del comune leccese.

Il centro intendeva dare impulso agli studi e alle ricerche sulla cultura salentina dell’Ottocento e Novecento, con particolare riferimento alle figure di Giuseppe De Dominicis e di Castromediano, come ricorda proprio Giannone il quale rImarca i filoni di ricerca seguiti da Rizzo nella sua carriera, lamentando la sua troppo prematura scomparsa. Il professor Rizzo infatti avrebbe dato certamente ancora molto, sia come ricercatore attento che come promotore di iniziative culturali di vario genere. All’intervento di Giannone, segue nel libro una Introduzione dei curatori Fabio D’Astore e Marco Leone, i quali sono stati allievi e amici di Rizzo.

Essi spiegano che il sottotitolo del libro, “metodo e intelligenza”, “filologia e critica”, non è stato scelto a caso perché questi due accostamenti rappresentano i titoli di altrettante opere di Rizzo contenenti saggi sulla letteratura italiana fra Seicento e Novecento.

Una segnalazione per la bellissima copertina del libro, opera di Guercino, “Paesaggio al chiaro di luna”(1616). Il libro lumeggia i vari aspetti dell’indagine critica eseguita dal professor Rizzo negli anni.

Il primo contributo è di Pasquale Guaragnella, “Un ricordo di Gino Rizzo, studioso del Barocco”; poi interviene Marco Leone, con “Il Barocco di Gino Rizzo tra saggi ed edizioni”; il terzo contributo è a firma di Giuseppe A.Camerino, con “Settecento in Terra d’Otranto, nelle ricerche di Gino Rizzo”; è poi la volta di Emilio Filieri, con “Sul Settecento inedito fra Salento e Napoli. Fedeltà alla ragione con il mito del sentimento”; segue Raffaele Giglio, con “L’impegno di Gino Rizzo per la poesia ottocentesca”; il sesto contributo è di Fabio D’Astore, con “Critica-filologia-esegesi: gli studi di Gino Rizzo su Giovanni Verga”; il settimo contributo è di Ettore Catalano, “Gli studi novecenteschi di Gino Rizzo tra accertamento filologico e ricchezza analitica”; infine Antonio Lucio Giannone, con “Tra filologia e critica: il ‘Fenoglio’ di Gino Rizzo”. Attraverso gli interessi letterari di Rizzo, nella sua carriera di studioso, i suoi numerosi volumi, saggi, edizioni, articoli, le sue frequentazioni anche amicali, i convegni, seminari e incontri di studio organizzati, si ricostruisce anche buona parte della memoria collettiva e del contesto storico culturale di una terra che ha avuto in lui uno dei figli più stimati e apprezzati.

 

Libri. Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano

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L’ATTIVITA’ LETTERARIA DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO E L’ULTIMO LIBRO DI FABIO D’ASTORE

 

di Paolo Vincenti

“Manoscritti giovanili di Sigismondo Castromediano. (Archivio Castromediano di Lymburg)”, edito da Mario Congedo (2015), è l’ultima fatica di Fabio D’Astore, Presidente della Società “Dante Alighieri” di Casarano e docente di Lettere presso la Scuola Media – Istituto Comprensivo di Ruffano. D’Astore è un profondo conoscitori dell’attività letteraria del “duca bianco” Sigismondo Castromediano, avendo ad essa dedicato molti studi, fra i quali “Mi scriva, mi scriva sempre… Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano” (Pensa multimedia 1998);  “Dall’oblio alla storia. Manoscritti di salentini tra Sette e Ottocento” (Congedo editore 2001); Le biblioteche private nel Salento e “La Biblioteca” di Sigismondo Castromediano, in “Archivi e Biblioteche: la formazione professionale e le prospettive della ricerca in Puglia (Atti del Convegno di Studi, Arnesano 25 ottobre 2002)”, a cura di F. de Luca, Milella 2005;  Beni culturali e identità nazionale in Sigismondo Castromedianoin “L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi (Atti del Convegno di Studi, Cavallino, 30-31 ottobre 2003)”, a cura di A. Quondam e G. Rizzo, Bulzoni 2005.

La figura di Castromediano, cui è intitolato il nostro Museo Provinciale di Lecce, indefesso ricercatore di memorie patrie, personaggio di spicco del Risorgimento italiano, è stata appena affrontata dal recentissimo libro “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura. Atti del convegno Nazionale di Studi (Cavallino di Lecce, 30 novembre-1 dicembre 2012)”, a cura di F. D’Astore e A.L.Giannone, edito da Congedo per il “Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo” (2014). Nel libro, a lumeggiare sul Castromediano letterato è stato proprio D’Astore col suo saggio “Passi inediti di un manoscritto delle Memorie di Sigismondo Castromediano”. Nello specifico, D’Astore si è soffermato sull’opera maggiore di Castromediano, quella per cui noi tutti lo conosciamo come scrittore, ossia le “Memorie” di cui, anche alla luce di documenti di recente acquisizione, D’Astore sta curando la riedizione critica. Varrà la pena ricordare che il libro “Carceri e galere politiche. Memorie del Duca Sigismondo Castromediano”, del 1895,  che riporta ai duri anni trascorsi dal liberale Castromediano in prigione, ed è una delle opere più significative della memorialistica risorgimentale, è stato ripubblicato in ristampa fotomeccanica, prima nel 2005 e poi nel 2011 da Congedo per le cure di Gaetano Gorgoni. E di questa opera, di cui si conoscono numerose varianti, si è anche di recente ritrovata una nuova versione, manoscritta, recante la stesura completa delle Memorie, grazie allo studioso Gigi Montonato che ne riferisce in “Notizia intorno al recupero di un manoscritto delle Memorie”, nel volume degli Atti sopra riportato.

Ora, in quest’ultimo libro appena pubblicato, con il patrocinio della Città di Cavallino e del “ Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo”, con una Premessa di Gaetano Gorgoni e una puntuale Prefazione di Antonio Lucio Giannone, D’Astore si occupa del materiale contenuto nell’archivio dei Castromediano di Lymburg a Cavallino di Lecce, oggi riordinato e inventariato grazie a Rosellina D’arpe la quale, dopo avere annunciato le linee guida del  lavoro nel convegno del 2008, i cui atti sono stati poi pubblicati in “I Castromediano di Lymburg e il loro archivio – primi interventi e prospettive. Atti del convegno di Studi (Cavallino di Lecce, 28 novembre 2008)”, a cura di R. D’Arpe, edito da Congedo nel 2010 (e in cui è contenuto il saggio di D’Astore “Lettere a Sigismondo Castromediano e suoi scritti giovanili”), ha poi reso noto l’esito del lavoro svolto, nel Convegno del 2012 e quindi nel saggio “Un contributo alla storia di Terra D’Otranto: i Castromediano di Lymburg e la loro memoria storica”, contenuto nel già citato “Sigismondo Castromediano: il patriota, lo scrittore, il promotore di cultura” (2014).

Torniamo al libro che si presenta. Nel Catalogo dei manoscritti di argomento letterario, D’Astore censisce i seguenti testi: un manoscritto cartaceo, autografo, contenente “Il parricida cegliese. Versi”(fra 1834 e 1837); un ternione cartaceo, autografo, contenente “Cenni biografici. Caballino” (1839); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente la novella “Il forzato di Brindisi” (1839), la poesia “Alla bella dormente. Versi” e “Il suicida”; un manoscritto cartaceo autografo contenente la breve prosa autobiografica “Schizzo del mio carattere” (1839), la prosa di viaggio “Frammenti d’impressioni in un viaggio fatto al Capo di Leuca” (fra 1838 e 1840), la novella “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839); un senione cartaceo, autografo, contenente la stesura definitiva di “Uno istante e la sorpresa. Avvenimento storico” (1839), la poesia “Discorso preceduto ad un’Accademia di poesia pel Natale di Cristo e recitato nella parrocchiale di Caballino nel 1842” (1839), e il breve racconto autobiografico “Parlo di lei. Al Cappuccino P.Alessandro da Uggiano la Chiesa” (1842); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il breve racconto autobiografico “La Carità italiana. A Giovanni Grassi – Lettera” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, dal titolo “Indirizzo di nobil cuore” (1846); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente il dramma storico “Il sacco di Pavia”; un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto paesaggistico “Un sogno” (1860-1862); un altro contenente la versione francese, “Un reve”, dello scritto di sopra; un altro contenente lo scritto “Esposizioni e riflessioni sul dramma intitolato La vita come Dio la manda di Olimpia Savio Rossi” (1859); un manoscritto cartaceo, autografo, contenente lo scritto autobiografico “Emendamenti, aggiunte e dichiarazioni alla biografia di Sigismondo Castromediano per Bartolomeo De Rinaldis” (1863) con due aggiunte del 1865; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente delle varianti dell’opera “Memorie”; un quinterno di fogli protocollo, idiografo, contenente ancora altre versioni dell’opera sua maggiore “Memorie”; un manoscritto cartaceo, idiografo, contenente tre stesure dell’opera “Caballino – comune presso Lecce e l’antica Sibaris in Terra D’Otranto” (1890 circa); un altro contenente il testo “Commento al libro secondo delle Odi di Orazio”; un quaterno cartaceo che tratta di problematiche letterarie; e infine un duerno cartaceo contenente il testo “De Petronio satyrarum auctore quaestiones”. Di questa imponente mole, D’Astore analizza e riporta  nelle pagine centrali del libro, alcune opere, che, anche a detta di A.L. Giannone, sono le più interessanti e letterariamente pregevoli: tutte prodotte dal Castromediano prima dell’arresto e della lunga degenza nelle galere borboniche, dunque fra  il 1838 e il 1846. Il libro ci fa conoscere la produzione giovanile di Castromediano, su cui si erano soffermati in passato altri studiosi, data l’importanza di questa produzione nella ricostruzione della bibliografia ma anche dei motivi di ispirazione, dei modi e degli accenti della sua carriera letteraria.  D’Astore cataloga questi scritti con grande competenza filologica, fornendo tutte le varianti delle opere e corredando il testo di un poderoso apparato critico. Viene fuori un quadro il più possibile completo del personaggio Castromediano; il vasto diorama della sua produzione letteraria denota una ampiezza di interessi ed  un eclettismo che lo rendono figura di intellettuale universale . Dalla prosa ai versi, dalle novelle ai racconti, dagli scritti di contenuto amoroso al dramma storico, dalla memorialistica al racconto di viaggio, agli scritti di carattere erudito, spazia fra i generi e gli stili, la sua versatilità. Tutti questi caratteri, l’autobiografismo, la passione civile, le istanze didattiche e pedagogiche, l’amore per la nostra terra, presenti in nuce negli scritti giovanili, troveranno poi massima esplicazione nelle opere della maturità. Perciò il libro  realizzato da D’Astore appare prezioso e necessario, nella pur fecondissima messe di studi fiorita intorno alla figura del Duca Castromediano.

Libri. L’ombra della madre

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L’OMBRA DELLA MADRE
DI PAOLO VINCENTI
KURUMUNY EDIZIONI 2015

“C’è una linea obliqua che attraversa la vita. Una linea che interseca incontri e pensieri, andate e ritorni, aspettative e fallimenti. Su quella linea si incontrano i destini dei personaggi di questo libro. Il tempo danza con loro al ritmo delle occasioni perse.”

Un noir in cui si intrecciano in modo incredibile i destini dei protagonisti, Francesca, Riccardo e Fabrizio, sospesi tra la routine del quotidiano e i riti misterici di un passato che si perde nella notte dei tempi.
Quale valore assume il culto della Grande Madre Cibele nella vita disordinata della protagonista femminile dell’opera? Francesca è una docente di Storia delle religioni, una donna colta e intelligente, con molti nodi irrisolti nella propria vita, a partire da un complicato rapporto con la madre. E chi è davvero Fabrizio, suo ex amante e come lei adepto del culto di Cibele, che alla fine del racconto sarà al centro di una rivelazione sconcertante? A Riccardo il compito di dipanare il bandolo della intricata matassa, di ricomporre i pezzi di un quadro che si tinge di colori foschi, di mettere ordine nella vita di una donna che lo ha travolto, in un turbine di mistero e sensualità, scardinando ogni sua certezza, demolendo ogni equilibrio.
Una storia intrigante, narrata con una scrittura versatile, densa, impreziosita da un’interessante ricerca storico-religiosa che ci riporta molto indietro nel tempo

Vocazione e mestiere dello scrittore

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di Paolo Vincenti

 

Il profumo greve di tabacco si mischia all’aroma del caffè nella mattina dal sorriso aperto in verginale aspetto, quando balugina l’idea e la creazione prende forma sullo schermo del pc. La sua faccia si contorce in un lieve spasmo, mentre lo sforzo del parto tende i suoi nervi in un momento sospeso, che sarà fermo a jamais nel ricordo. L’aria carica di elettricità nella tensione del fiat, la luce del lampadario che tremola nell’istante supremo in cui l’idea risplende, ambigua, femminea, sensuale, plastica, lussureggiante, prima di esplodere e disperdersi in tanti rivoli. Ma egli questa volta l’ha colta, torrenziale, vorticosa, travolgente, impetuosa, e l’ha piegata nelle proprie mani fabbrili alla fiamma accesa dell’ingegno.  Fulmen in clausola, stoccata finale, momento magico, calce viva ribollente, bilanciamento  di fiele e miele, aprosdoketon, tinnire di campane a festa, exultet che dalla pergamena prende il volo per cieli salvifici e immensi.

Lo scrittore, in vestaglia  da camera blu, ora si accende un’altra sigaretta e guarda ispirato fuori dalla finestra. Ai nuovi lucori del giorno, quello che si presenta ai suoi occhi poco prima sgranati in cauda venenum è uno spettacolo ancestrale di luce che Mater Matuta effonde sul mondo. E luce sia.

E la scrittura è un pensiero che marcia sempre, che cammina insieme da mattino fino a mezzogiorno e poi di nuovo da pomeriggio fino a sera. Un tarlo che non l’abbandona, un pungolo, un alibi, un’ipoteca sul futuro, il sale quotidiano, un grillo, un biglietto che gli ha impedito di spararsi una revolverata, una polizza sulla vita, al limite. Al limite di un giorno cremisi di ricordanze, di ansiti leggeri e rondini che svolazzano disordinatamente, c’è quel pianto sottile che attende al varco dei sogni, sul bordo del letto, al limitare di un ingresso che non attraversa due volte chi lo oltrepassa. Lo scrittore, mentre si prepara un altro caffè, guarda verghiano fuori dalla finestra.

Due nerboruti contadini portano a far riferrare il cavallo in una vicina mascalcia, ma intanto l’equino sgancia sulla strada i suoi maleodoranti bisogni che diverranno concime fertile di altre vite. Ciuffi di margherite ondeggiano nel grande campo screziato di giallo e di bianco che, al soffio dell’ostro, sembra quasi un mare fatato. Lontano, le ubertose colline e le valli in fiore festeggiano il giugno con un trionfo di odori e colori che sembrano inventati. Ora lo scrittore, dopo aver risposto al telefonino, si porta sull’altro lato dell’abitazione che si affaccia sul panorama di un orto concluso. Mentre bombiscono le api sulle ortensie e sugli agapanthus di cui gelose suggono il polline, ammira le insalatine e le patate, e già sente un languorino nello stomaco.

Più lontano dalla bassa cancellata del giardino partono dei sentieri di campagna, che si perdono nell’indefinito. Al poco vento, i cardi disperdono i loro semi e cicaleggianti contadine, appoggiate a grigie biciclette, invadono parlottando quei percorsi. Lo scrittore risponde ad un’altra chiamata e poi inforca gli occhiali borca lozzo che aveva posato su un tavolino e si rimette a lavorare sedendo allo scrittoio. Un uzzolo, un arabesco, un vagabondo pensée lo fanno di quando in quando rinterrogare su quali aeree aspirazioni, quale ghiribizzo, dalla sua terra di origine, al Nord, lo abbiano portato a trasferirsi nell’Ausonia, fra casette e stradine di campagna, veloci lucertole e muretti a secco, gente affabile e cordiale e ritmi di vita più lenti e umani. I raggi del sole riempiono la stanza e tutto brilla, come stillasse una pioggia di diamanti mandati dall’aldilà; il posacenere conta già dieci mozziconi  e la tazzina è di nuovo piena di caffè. Il rincorrere dei pensieri tiene dietro al sentimento indifeso, fra provvidenziali resipiscenze e malvagie recrudescenze.

Lo scrittore guarda di nuovo fuori e il cielo d’Ausonia si riempie di presagi,  segni dell’infinito,  e il facitore compone l’opera armonica, come il ritocco del tempo, un avviso da oltre mondi, un incanto, uno scialo di luce, un portento. E su tutto questo, e su altro ancora, egli scrive.

A bordo del veliero: Laura Petracca

paesaggio_acrilico_laura_petraccadi Paolo Vincenti

 

Dal 16 al 23 maggio 2015, si terrà nelle sale del castello di Copertino, la sesta edizione della manifestazione “Il veliero parlante”, Mostra dei libri prodotti dalle scuole. Alla manifestazione, è stata invitata, dalla dirigente dott.ssa Ornella Castellano  dell’Istituto “G.Falcone” di Copertino, la pittrice Laura Petracca, che partecipa insieme a Gian Piero Leo, un altro “artista a Bordo del veliero”.

Di Laura Petracca, che  insegna “Disegno e Storia del Costume” nell’indirizzo “Abbigliamento e Moda” presso l’I.I.S.S. Polo Professionale “Don Tonino Bello” di Tricase, abbiamo già detto che a colpire è il cromatismo intenso delle sue pitture.

La natura che compare nelle sue opere non è raffigurata nello stile tel quel della tipica pittura verista ma viene reinventata,attraverso l’uso sapiente dei colori, trasfigurata dalla sensibilità calda e mediterranea di questa artista salentina. Così, ecco esplodere sulla tela l’immaginario pittorico forte e intenso dell’universo poetico della Petracca, il suo pennello segue i tracciati dell’anima, la sua rappresentazione palesa una interiorità profonda, un vissuto intimo ed esperenziale che conosce vastità, confini, emozioni, intrecci.

Laura Petracca realizza pitture su legno, pitture su stoffa (come abiti decorati, tende, coordinati e fiocchi per neonati o per carrozzina, coperte), fregi, specchi decorati e finanche poster, a testimonianza di una grande versatilità. Passa dal paesaggio all’astratto con estrema facilità.

Nella sua formazione artistica, molta parte hanno avuto il Futurismo e Fortunato Depero, per quella dinamicità del segno che le è congeniale. Ma fortemente influenzata è stata anche dagli astrattisti come Kandinsky . E notevoli e particolari sono i suoi omaggi a Klimt, a Depero, a Matisse, allo stesso Kandinsky. In alcune opere, pubblicate nel suo libro “Il senso dell’incanto” (Libellula Edizioni 2013), si assiste ad una sintesi affascinante fra vecchio e nuovo, fra la tradizione e lo sperimentalismo. Ammirando i suoi quadri, si può cogliere una rappresentazione polisemantica che tocca tutti i punti focali dell’arte e della vita e di entrambe fuse insieme.

Anche quelle  esposte alla mostra “Il veliero parlante” sono opere astratte, d’ispirazione futurista . Insieme a queste vi è anche una realizzazione nuova, l’opera dal titolo: “Il veliero dei sogni”, che l’artista ha deciso di donare alla scuola. Un veliero, simile ai galeoni degli antichi pirati, naviga su un mare increspato di onde azzurre e blu ed un arcobaleno che dall’acqua si dirama nel cielo, in un sole giallo acceso forte intenso, simile a quello delle favole. Infatti è l’elemento favolistico ad avere ispirato alla Petracca quest’opera in cui accentua l’uso espressivo del colore. Questo veliero ci parla di antiche rotte corsare, di sfida del pericolo, di avventure per mare in quel tempo e in quello spazio sospesi che sono il regno della fantasia. Le dimensioni del reale si dilatano e il soggetto si fa aereo, immateriale, impalpabile come la materia dei sogni.

Questo veliero non parla solo ai bambini, pronti ad imbarcarsi per méte sconosciute, in viaggi di scoperta, ma anche ai grandi, affinché possano ritrovare la fantasia perduta, e insieme il coraggio di tentare, di andare oltre le apparenze e le quotidianità, per tornare a credere che non è tutto nel finito il senso di questa vita, ma che c’è qualcosa che va oltre il transeunte, per cui vale ancora la pena lottare con il coltello tra i denti: lottare per tornare a vivere.

L’osceno del villaggio

di Paolo Vincenti

 

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L’osceno del villaggio in 13.756 battute,spazi inclusi . “Glob, l’osceno del villaggio” era una trasmissione televisiva satirica trasmessa per diversi anni da Raitre la domenica in seconda serata e condotta da Enrico Bertolino. Il titolo parafrasava quello di un’altra trasmissione televisiva di grande successo, cioè “Blob” (tuttora in onda su Raitre) e inoltre il modo di dire “lo scemo del villaggio”, molto diffuso, soprattutto in passato, per indicare un personaggio un po’ eccentrico, un minorato mentale, presente nei piccoli paesini e oggetto di derisione da parte degli abitanti. Lo scemo diventa “l’osceno” per Glob, e il piccolo paese di provincia diventa il villaggio globale della moderna comunicazione di massa.

Ma che cos’è oggi osceno in Italia? Sono partito da questa domanda, quando ho deciso di attribuire il summenzionato titolo alla mia rubrica. Il dizionario Zingarelli fornisce dell’aggettivo “osceno” la seguente definizione: “che offende la moralità e il pudore; si dice specialmente di cose che si leggono o si guardano… molto brutto, indecente, licenzioso, scandaloso, sconcio, scurrile, vergognoso”. Insomma, la definizione è ampia, ma anche il concetto di moralità estensivamente interpretato mi porterebbe lontano dallo scopo di questo articolo. Diciamo che qui viene presa in considerazione l’idea di ciò che è bene e che è male più diffusa e comunemente percepita. Non parliamo del moralismo, che della morale,nella sua accezione negativa (di falso moralismo), costituisce una degenerazione, perché questo ci porterebbe ancor più lontano. Dunque, per molti oggi, osceni potrebbero essere i raggiri, la frode,l’imbroglio,il plagio, gli intrallazzi e gli affari illeciti in genere. Per molti, l’osceno del villaggio è il manager pubblico con super stipendio, con il quale arrivo a 1813 battute.  Per altri, oscene sono la vacuità degli scrittori e le presentazioni letterarie definite sempre “eventi” ma che spesso sono piccole e tristi autopromozioni. Per me, osceno potrebbe essere il pubblico sempre disposto a farsi turlupinare dai mercanti dell’industria culturale italiana e da quei geni, i fenomeni da baraccone, che con i loro salti doppi, le piroette e gli inchini, esaltano la folla nel gran circo mediatico della nostra penisola . L’Italia è piena di Turlupin, come si faceva chiamare il comico del Seicento Henry Legrand, ossia di furbastri bravissimi a gabbare gli ingenui. Ah, i libri degli scrittori di successo… Grazie ad un enorme battage pubblicitario messo in piedi dalle case editrici ad ogni nuova pubblicazione, anche chi non ha mai letto un rigo di un determinato libro penserà di conoscerlo e anzi ne serberà un’ottima impressione; alla fine, l’ autore, per il pubblico medio dei lettori, conseguirà un’aura di bravura che lo accompagnerà per tutta la carriera, facendogli vendere “paccate” di libri. Come dice Villers de L’isle Adam : “ogni successo ha la sua ombra, la sua parte di frode, di meccanismo, di nulla, che si potrebbe chiamare la tattica, l’intrigo, il saper vivere, la Pubblicità. Insomma, la claque!” . Ho usato prima un termine molto colorito, “paccate”, che potrebbe far storcere il naso ai puristi della lingua, come io storco il naso quando sento chi dice “ti amo di bene”, insulsa espressione molto usata fra i giovani. Per qualcun altro, osceno potrebbe essere il pirla milanese che sta coi Blackblock, e che insieme ai suoi decerebrati compagni, spranga e sfascia, spacca le vetrine e dà fuoco alle macchine ma non sa nemmeno perché sta protestando.

Turlupin
Turlupin

L’osceno del villaggio, per molti, quasi per tutti, è il mariuolo, l’imbroglione patentato. In effetti, osceno è il costo della corruzione in Italia, secondo alcune stime pari a 60 miliardi di euro. Secondo i bilanci della Guardia di Finanza, cinque appalti pubblici su dieci sarebbero irregolari. Osceno è l’ammontare dell’evasione fiscale, fra i 120 e i 150 miliardi di euro che, sommati a quelli della corruzione, danno una cifra da capogiro. La più modesta somma delle mie battute invece è pari a 4038.

Venendo alla televisione, “cattiva maestra”, secondo la famosa definizione di Karl Popper, per me osceno potrebbe essere l’ospite fisso delle trasmissioni televisive, che dice la propria su ogni argomento dello scibile umano, e per il quale è stato coniato il termine “opinionista, che rappresenta la trans avanguardia della categoria dell’imbecille televisivo. “Potrebbe essere”, ho pocanzi asserito, ma senz’altro “è” oscena la televisione del dolore, che fa sciacallaggio dei morti ammazzati e ci costruisce puntate su puntate,perché lo share si alza e l’audience premia. Certo, da “Telefono giallo” a “Quarto Grado” e a “Pomeriggio Cinque”, la deriva è stata inarrestabile e il cinismo degli autori televisivi non ha conosciuto confini. Come la gente che trascorre ore ed ore in diretta nel salotto pomeridiano di Maria De Filippi, si innamora per finta, si fidanza e scopa per finta, si sfidanza e si insulta sempre per finta. E a proposito: qualcuno si meraviglia del fatto che i due mediocri e banali inviati di “Striscia la notizia”, Fabio e Mingo, siano stati allontanati dalla trasmissione? Fingevano anche loro, è chiaro! Costruivano interviste e filmati posticci, come quello fatto dalla giornalista di “Mattino Cinque” alla ragazza rom che afferma di guadagnare rubando 1000 euro al giorno e che questa sia l’occupazione più bella del mondo, specie se a danno di una vecchia che tanto deve schiattare comunque. Ma d’altra parte, Fabio e Mingo, così come gli altri inviati di Striscia, come potrebbero non mandare servizi finti in una trasmissione che è essa stessa del tutto finta? E siamo così a 5662 battute. Olè! L’etimologia del termine osceno viene dal latino obscenus o obscaenus,ossia “di cattivo augurio”, poi successivamente “turpe, laido,indecente”.  Osceni sono i talk show politici, come “Ballarò” o “Di Martedi”, “Piazza Pulita” o “Quinta colonna”, che si trasformano in una passerella di narcisi, come giustamente accusa Aldo Grasso, vengono riempiti di contenuti fino all’inverosimile ma al pubblico non rimane niente se non un’indigestione di parole, concetti e numeri. Osceni per me sono i social network dove circola la spazzatura del mondo che galleggia, come su un mare nero, la mucillagine. Osceno, non il mezzo in sé, ma l’uso che se ne fa. Soprattutto Facebook diventa ricettacolo delle più retrive abitudini, delle mode più cretine, delle più squallide barbarie verbali che menti di folli, psicopatici, repressi, mitomani, possano concepire. Ognuno si sfoga sul social, vomitandovi tutto il marciume della propria anima ributtante. Oscene, le guardie penitenziarie che, al suicidio di un detenuto nel carcere di Milano, commentano “meglio così, uno in meno”. Osceni, i rimborsi pazzi dei consiglieri regionali, le feste dei consiglieri laziali vestiti da antichi centurioni romani, le mutande verdi, la nutella, le gomme da masticare messe a rimborso da quelli lombardi, o ancora le cene da migliaia di euro, e poi i cocktail a base di mojito, campari e negroni, del “Trota” Renzo Bossi, o le creme anti age e il libro “Mignottocrazia” di Paolo Guzzanti della consigliera Nicole Minetti.

Per tanti italioti oscena è la classe politica tutta, senza distinzione. Naturalmente, più ci si sposta sulle estreme della rappresentanza politica, destra e sinistra, più è facile che gli umori si scaldino e che il dissenso cresca nei confronti dei partiti di governo. Questi ultimi invece, nel catalizzare il consenso, producono anche una sonnolenta acquiescenza nell’elettorato, una condiscendenza tipica del servo sciocco o del cortigiano che per natura tende ad adulare il potente. Osceni sono il populismo e la becera demagogia di alcuni politicanti di casa nostra. Gli attacchi all’Europa diventano il cavallo di Troia di una classe politica che cerca di legittimare sé stessa screditando l’avversario. Agitare poi lo spettro di un nemico esterno, che siano i burocrati dell’Eurozona o gli zingari dell’est oppure ancora i nordafricani che arrivano sulle carrette del mare , strumentalizzare queste paure ad uso interno, aggrava soltanto la situazione e allarga il divario fra la buona politica e l’improvvisazione degli “Stenterelli“. Peraltro, puntare sulla paura per aumentare il consenso è quello che fanno i tiranni. È osceno mandare al parlamento europeo dei rappresentanti politici che nell’Europa non credono, Stenterelli appunto, come la maschera tradizionale, cioè poltroni e faceti che in parlamento nemmeno si presentano e pensano di risolvere con l’arguzia le notevoli defaillances dovute alla loro impreparazione. Che senso ha mandare sui banchi di Stasburgo e Bruxelles dei politici impresentabili, ignoranti, disinteressati o razzisti? Almeno questi ultimi, in quanto agitati permanenti, spesso inscenano delle manifestazioni rozze e volgari che (de)legittimano la loro folkloristica e pulcinellesca presenza. Ma quelli dei partiti di maggioranza che non hanno alcun interesse al futuro della Ue ma solo al presente del loro collegio elettorale? E allora, come diceva il buon Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea:sono più osceni questi politici oppure gli elettori che li votano? Le 9213 battute impiegatefin qui non ce lo dicono.

Quando in alcuni frames di Blob tratti dalle varie trasmissioni televisive, la telecamera va a posizionarsi su certi particolari anatomici dei soggetti che parlano, per esempio sulla bocca o sul naso, sui capelli, ecc., Ghezzi e Giusti fanno un’opera di decostruzione che è sospesa a metà fra l’iperrealismo e l’astrazione. Così quando negli ultimi tempi oscurano i volti dei politici con della nebbia,nelle loro intenzioni essi, ammantando nella nebulosità lo sconcio dei parlanti, vorrebbero antifrasticamente porre ancora più in risalto lo sconcio stesso, l’ oscenità delle loro facce equiparate al culo o al pene. In realtà, secondo me, la loro operazione di velare i volti dei rappresentanti politici è più oscena dei volti stessi . Così come quando un bollino nero copre le pudenda degli attori porno, come avviene per esempio nelle trasmissione “Le Iene” che sempre più spesso si occupa del mondo dell’hard, il bollino nero è più osceno delle “scene” di sesso. Nel senso che toglie rappresentazione ad una sequenza pornografica che è già di per sé assenza di rappresentazione, se vogliamo stare alla definizione etimologica che Carmelo Bene ha dato del termine osceno (anche se questa non risulta da nessuna fonte ufficiale), dal greco “o-skenè”, cioè che è fuor di scena: “o” sta per alfa privativo e “schenè” , scena. “L’osceno è sacro” per Dario Fo, che ha così intitolato un suo libro, ma in questo caso il concetto viene dilatato e adattato alla riflessione, a metà fra il comico e il sociologico, dell’attore teatrale.

Sul concetto di osceno nell’arte, ovvero su ciò che è arte e ciò che è solo volgarità, si scrivono trattati di estetica. La storia più recente è piena di opere che hanno diviso pubblico e critica, destando pareri discordi, contrapposti. Prendiamo la mostra del fotografo David Lachapelle, grandissimo artista del surrealismo pop, che si tiene in questi giorni a Roma (“Dopo il diluvio” al Palazzo delle Esposizioni).

David La Chapelle
David La Chapelle

L’artista è osannato come un genio, ma io mi chiedo come la gente possa andare a vedere queste cose e stupirsi. C’è davvero qualcuno che si scandalizza perché viene rappresentato un Gesù gay in delirio sadomaso? Dopo “Jesus Christ superstar “, è ancora possibile attualizzare la figura di Cristo in maniera credibile, innovativa e, diciamo, artistica? E poi , c’è un’icona gay più gay del San Sebastiano trafitto dalle frecce? Già i pittori rinascimentali se ne erano accorti e D’Annunzio, nel Martyre de Saint Sébastien, con le  musiche di Claude Debussy, fece interpretare il martire cristiano da Ida Rubinstein, ballerina bisessuale russa, scatenando una violenta reazione da parte della censura. E si era solo nel 1911. Come si può essere originali oggi, negli anni Duemila? Si può operare una rivisitazione ( dichiarata negli intenti) dei classici, dei grandi del passato. Ma a mio avviso, queste cose, come la Madonna che piange sperma, esposta a Bologna qualche anno fa, Cristo sulla sedia elettrica di Paul Fryer, il Gesù immerso nella pipì di Andres Serrano, o il Cristo rana crocefisso di Martin Kippenberger, non sono oscene, ma solo ridicole. Almeno a me fanno molto ridere. E intanto, conto 12.424 battute. Rientra perfettamente nella definizione di osceno la pornografia. L’industria (non a caso definita tale) del porno offre una visione del consumo sessuale fine a sé stessa, senza alcuna mediazione artistica, come avviene nel cinema erotico. Cioè, l’atto sessuale viene prodotto meccanicamente dagli attori e meccanicamente filmato, senza essere filtrato dalla sensibilità di un soggettista, dalla visione del mondo di un regista. In questo senso, al porno si può applicare la definizione data da Carmelo Bene di “o-schenè”, assenza di scena. Nel porno, oggetto e soggetto si fondono insieme giungendo a quella che Bene definisce “oggettità carnale”. Ma Flavio De Marco, studioso di Carmelo Bene, va ancora oltre e afferma che questo osceno non è trasgressivo ma solo sconcio e ridicolo. Nell’atto sessuale infatti vi è una transazione, come nel rapporto con le prostitute, e dunque una rappresentazione ben codificata e in ultima analisi borghese. Insomma è innegabile che, se appena si esce fuori dal tracciato, ci si allontana dalla comune morale, l’osceno può anche attrarre e anzi mostrare un potere di seduzione davvero diabolico. E se si vuol fare un pieno di volgarità e sconcezze, basta andare nella sezione “Cafonal” del sito di Dagospia. Ed io sono giunto alle prefissate 13.756 battute, spazi inclusi.

UN CAFFE’ CON MAX VIGNERI

vigneri

di Paolo Vincenti

 

“Suggestioni un po’ crepuscolari / delle sedie misto-vimini In un caldo,estivo,pomeriggio / di un barocco sud”        – Max Vigneri

 

 

Il cielo plumbeo di marzo è uno sfondo di cui farei volentieri a meno, ma è ciò che mi riserva questa mattinata leccese e mi devo accontentare. “Mentre fuori impazza il temporale, sto attento per le scale ché si può scivolare, … mentre fuori impazza il temporale, umani ed animali perfettamente uguali… Nina che danzi su una stella fra nuvole di pioggia e piene di umidità…” (Il temporale)

Ormai da noi piove sempre. L’ “Apulia sitibonda”di cui parlano le fonti storiche è solo un’immagine letteraria, la nostra regione non è più “siticulosa” come diceva Orazio, anche se rimane lo schifoso scirocco, “atabulus”, come lo definiva lo scrittore latino, perche portava la malaria. Il calpestio dei pedoni sull’antico basolato fra il Palazzo dei Celestini e la Chiesa di Santa Croce mi accompagna mentre mi dirigo al luogo del mio appuntamento. Gente che va, gente che viene, tutti in marcia verso il giorno che inghiotte ansie e stress, rancori e umiliazioni, successi e fallimenti. Il presidente di un’associazione ambientalista, megafono in una mano e volantini illustrativi nell’altra, tiene una improvvisata conferenza su fantomatici disastri ambientali, destando gli “evviva” di uno sparuto drappello di entusiasti e  i cenni di consenso di due giapponesi in bicicletta protesi ad immortalare col loro telefonino qualsiasi infinitesimale byte di vita  si muova sotto il cielo. Ma io ho dimenticato qualcosa in macchina e, smozzicando imprecazioni, sono costretto a ritornare indietro per prenderla. Attraverso la Villa Comunale. Passo in mezzo ai viali alberati, con un’espressione ordinaria, feriale, tipica di un giorno infrasettimanale. Fra i busti di Sigismondo Castromediano e Giuseppe Libertini, Cosimo De Giorgi e Leonardo Prato, due giovani seduti su una panchina si baciano appassionatamente, i due anziani di fronte a loro li guardano bonari, e sembra la scena di una pubblicità dei baci Perugina.

Il mio amico cantautore Max Vigneri mi aspetta in una bar di Piazza Sant’Oronzo. È già al secondo caffè. Il berretto di lana calato sulla testa per paura dei reumatismi, dice. “Ho ascoltato il cd, Max”, lo informo, “bello! Davvero” “Caffè Buda”, è il  suo cd di esordio, uscito un paio di anni fa per Edizioni Musicali CittàFutura Lecce. Testi e musiche di Max Vigneri (Piazza Indipendenza), che non è un neofita, sebbene sia arrivato a pubblicare abbastanza tardi. Ma tardi, poi, per cosa, mi vien da chiedermi. Per lo star system? Per il successo planetario? O solo per “imbarcare” meglio e di più a fine serata? Il fattore anagrafico non può essere una discriminante, un limite, quando un artista ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Può esserlo, forse, se si sogna di conquistare il grande pubblico, di entrare nei circuiti importanti, ma queste ambizioni appartengono alle boy band, ai cantanti da talent show, non ad uno come Vigneri, perso dietro ai suoi sigari e ai reumatismi. Max canta dappertutto, ovunque lo chiamino. Quello che mi colpisce nel suo album è il perfetto mix fra musica e versi, nel senso che entrambi sono bilanciati e ben sostenuti dall’arrangiamento, curato da Andrea Neglia. La sua voce, calda e graffiante, di primo acchito può ricordare quella di Paolo Conte, questo almeno è l’accostamento che a tutti vien fatto di portare quando lo si ascolta. Ciò potrebbe riguardare le parti basse, per una certa pastosità del suo timbro, ma non di sicuro le parti alte, gli acuti. Anzi, ad un ascolto meno superficiale, si capisce che di Paolo Conte la voce di Max ha ben poco: è sì abbastanza arrochita, ma non così gracchiante come se avesse ingoiato un rospo, gratta, ma non ha la carta vetrata nella gola come l’avvocato astigiano. Secondo me invece, è molto più simile a quella di Mimmo Locasciulli, glielo dico e Max sorride. È un artista interessante, sospeso fra la scuola del cantautorato italiano e lo swing, con notevoli e riconoscibili influenze jazz e blues. Ha esperienza e un  bagaglio di vita vissuta, come chi ha superato da un pezzo gli “anta”, e questo si riflette nella sua produzione.

Nell’angolo dell’Anfiteatro Romano, due ragazzetti, sculture viventi di tatoo e piercing, intrecciano i loro nomi ad un lucchetto che appendono alla colonna degli innamorati e la voce melodiosa di Tito Schipa dal Bar Alvino vola nella Piazza Sant’Oronzo, in una mattinata pallida ed emaciata, che trasmette l’idea di giorni banali, non vissuti.

La canzone “Quante storie” parla del diavoletto da cui è posseduto il musicista, mentre “Marta ha 10 anni” è una delicata composizione dedicata alla figlia, che supera brillantemente la prova melassa, poiché il rischio del retorico, quando si scrive una canzone del genere, è più che concreto. In “E’ quasi l’alba, un uomo ritorna a casa inseguito dai ricordi e dai rimorsi di una vita strascinata, come i suoi passi lenti sull’asfalto del nuovo giorno.  “Sai Max, se proprio dovessi fare un accostamento, perché qualcuno me lo chiedesse nel recensire il tuo disco…”  “Come? Hai detto disco?” , sussulta, mentre gira lo zucchero nel caffè. “ Scusa, volevo dire cd (“dal vinile all’mp3, ne abbiamo viste di rivoluzioni io e te”, canta Renato Zero), insomma se proprio mi si chiedesse di dare un riferimento al panorama musicale nazionale, farei il nome di Jimmy Villotti, che conosciamo in due, tre in Italia, credo”. “ Il chitarrista di Francesco Guccini e di Paolo Conte”,  mi viene incontro Max, “Invento splendori d’autunno, La crema”, e inizia a snocciolare alcuni titoli di Villotti.  “Ma come, lo conosci?”, gli domando strabiliato, e subito mi rendo conto di aver così boriosamente sopravvalutato le mie competenze musicali. I due brani più belli del disco sono “Caffè Buda” e “El Cid”. Il primo brano, che è poi il pezzo portante del lavoro, fotografa la movida, cioè lo struscio tipico di una grande città  i cui avventori “Martoriavano granite fredde Inespressivi e snob”e ancora  “Percussioni sopra marciapiedi  di tacchi da 15/ nella seta si perdevano gli sguardi inebetiti e atonici / donne afone da logorroici temi / su inquietanti amenita’”. In effetti, il caffè Buda, caro alla memoria dei leccesi più anziani, era un bar che si trovava proprio al centro di piazza Sant’Oronzo, dove è oggi la sede della banca Monte dei Paschi di Siena. Ma si tratta anche di un topos letterario: il Caffè Buda per Max corrisponde a quello che il Roxy Bar rappresenta per Vasco Rossi, il Mocambo per Paolo Conte, il Bar Mario per Ligabue, un punto in cui si incontrano personaggi, storie e vicende, un luogo fisico ma anche dell’anima, come il “Castello dei destini incrociati” di Calvino. “El Cid” si ispira alla figura dell’epico condottiero spagnolo, Rodrigo Díaz de Vivar, protagonista dei cantari del 1100 durante il periodo della Reconquista spagnola, ma quello di Vigneri è “un cavaliere errante … Conquistador di amazzoni di poca fede disfattiste e conflittuali biforcute e cerebrali al limite del count-down”. In questo brano, Max canta di “fuochi pirotecnici e scintille e linee maginot”.

Quello che mi piace di più di Max Vigneri è che non assomiglia a nessun altro del panorama musicale salentino, in cui impera la riproposizione della tradizione musicale nostrana nel segno della pizzica. Max non fa folk revival, non infarcisce le sue canzoni con suoni tarantati o dialettismi, i suoi testi sono scritti in un italiano corretto ed essenziale; un lessico, il suo, non ricchissimo ma denso, evocativo, come i suoi “manichini di Cocò Chanel” e le sue “storie di patetici pierrot”. Le sue radici salentine sono forti e tradite, nel parlato, dal forte accento leccese, intrecciate alle sue note swingeggianti, mescolate alle sue “gocce di adriatico e malvasia”, ma la sua appartenenza geografica non viene sbandierata nel cd; Lecce ed il Salento non sono mai citate nelle canzoni e, a mio avviso, è questo è il punto di rottura, l’originalità di questo chansonnier un po’ sornione, ad un tempo svagato e puntuto, giocoso e engagé.I testi sono minimalisti, ma le atmosfere sembrano quelle alcoliche di un night in una notte piovosa con i vetri che si appannano e il ghiaccio che si squaglia nei tumbler, il fumo che sale lento disegnando bizzarri ghirigori nell’aria opaca. Interessanti anche “Comprati un sogno” e “L’abbandono”.

È già pronto e sarà a breve pubblicato, il suo secondo cd che, a giudicare dalle nuove canzoni che ho ascoltato e che si trovano in rete sul canale youtube, sarà ancora più convincente. “Vado Max, gli impegni mi chiamano e fra poco inizia a piovere”. “Ci vediamo in giro, vieni a trovarmi per ascoltarmi dal vivo”, mi saluta, invitandomi ad una delle prossime date in qualche locale perduto nella nostra provincia infinita e mutevole.

La musica non finirà mai. A presto, Max Vigneri.

MAMMA LI TURCHI!

turchi a otranto

di Paolo Vincenti

Chi ricorda il famoso spot della Levis degli anni Ottanta, saprà che l’autore di quella straordinaria canzone, “When a man loves a woman”, era Percy Sledge, scomparso da pochi giorni all’età di 74 anni.  La canzone era del 1966 ma presto diventata un classico, evergreen. Così, chi ha letto il bellissimo libro  “Memoria del fuoco”, ha appreso in questi giorni della scomparsa del suo autore, l’uruguayano Eduardo Galeano, che gli amanti del calcio conosceranno anche per un’altra famosa opera, “Splendori e miserie del gioco del calcio” del 1997. Ma perché scrivo queste note? Non mi appassionano i necrologi. Lo faccio solo per affermare, una volta di più, il grande valore della memoria. Nessuno può negare che  Percy Sledge sia stato un grande cantante, nessuno che Galeano sia stato un enorme scrittore.  In questi giorni è tornato di attualità il massacro degli Armeni compiuto dai Turchi nel 1915. Così nessuno può negare che quello sia stato un “genocidio”. Il genocidio degli Armeni, operato dall’esercito turco, è una triste pagina di storia del Novecento e si configura come una sorta di terribile preludio allo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Nelle persecuzioni, persero la vita moltissimi poveri armeni, anche se le cifre esatte non sono conosciute e anzi sono materia di scontro fra gli studiosi. Fra la cifra di un milione e mezzo di cui parlano gli Armeni e i cinquecentomila dichiarati dal governo turco, la verità dovrebbe stare nel mezzo, dunque si potrebbe parlare di ottocentomila morti. La strage di questo popolo viene commemorata il 24 aprile.

In realtà gli Armeni erano perseguitati già dall’Impero ottomano nell’Ottocento. Ma nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale, precisamente nell’aprile del 1915, iniziò una lenta ma decisa oppressione, prima nei confronti degli intellettuali armeni, che vennero deportati in Anatolia e massacrati, poi, la persecuzione si allargò a tutta la popolazione, da sempre mal tollerata dai Turchi. Vennero chiuse scuole, chiese, e i sacerdoti massacrati all’interno di esse. Si iniziarono così delle deportazioni, chiamate “marce della morte”, in cui persero la vita, per fame e stenti, o perché fucilati,  una larga parte della popolazione armena. I soldati dell’esercito oppressore e principali responsabili delle fucilazioni, erano conosciuti come “Giovani Turchi”: essi avevano preso il potere nel 1909 ed erano giovani indipendentisti e rivoluzionari che contestavano il vecchio regime ottomano e che, sebbene liberali e costituzionali, finirono per essere sommersi dal caos che imperversava nella nazione in quella temperie storica e per macchiarsi anche di orrendi delitti. (Il fatto che un gruppo di dissidenti interni all’attuale Partito Democratico italiano abbia adottato questo nome, non fa certo onore alla stessa corrente di partito). Il governo turco non ha mai riconosciuto la responsabilità di quella strage ed essa è sempre stata una delle maggiori cause di tensione fra la Turchia e l’Europa. In particolare, la questione armena, oltre ad essere al centro di un lungo e infuocato dibattito politico e ideologico, ha portato molti europei, contrari all’ingresso della nazione turca nell’UE, a sostenere la tesi dell’incandidabilità. Bisogna dire infatti che pure gli studiosi si sono divisi in riferimento al genocidio. Gli storici turchi sono totalmente negazionisti, e addirittura ad Ankara viene punito con il carcere chiunque affermi l’esistenza del genocidio. Gli studiosi della comunità internazionale invece sostengono con forza l’atrocità e la programmatica persecuzione operata ai danni del popolo armeno. Recentemente il dibattito si è riacceso in occasione di alcune dichiarazioni del  Papa Francesco I che ha parlato esplicitamente di “genocidio”. Il Papa ha sostenuto una inequivocabile verità, chiedendo di pregare per i tanti cristiani armeni trucidati. In occasione del centenario del massacro, questo fatto diventa di tutta evidenza. Le reazioni del governo turco sono state immediate e violente. Un durissimo attacco del Presidente Erdogan ha messo a repentaglio le relazioni internazionali fra il Vaticano e la Turchia. Ma l’uscita di Papa Francesco  ha colpito nel segno, andando a toccare una ferita aperta, una piaga ancora purulenta. In questo Bergoglio è stato in continuità con il suo predecessore Giovanni Paolo II che pure parlò di genocidio quando, nel 2001, firmò una dichiarazione congiunta con il Patriarca Karekin II. I debiti con la storia vanno saldati e alla memoria riconosciuto il grande valore che essa ha per i popoli e per le generazioni avvenire. Le ritorsioni della Turchia non tarderanno e infatti Erdogan ha già dichiarato che saranno espulsi 100.000 armeni. “Ha ferito la nostra società”, ha affermato l’ambasciatore presso il Vaticano, Adnan Sezgin, costretto prontamente a tornare in patria; “un attacco vergognoso” lo ha definito Erdogan, “avverto il Papa di non ripetere questo errore, e lo condanno”.  Lo sceriffo turco lancia l’anatema sul vicario di Pietro. Anche Antonio Gramsci l’11 marzo del 1916, su  “Il Grido del popolo” dedicò un articolo al genocidio. Era, il suo, un monito affinchè quanto successo in Armenia non cadesse nell’oblio. “L’indifferenza è figlia dell’ignoranza”, dice Gramsci. Nei campi di sterminio, venne attuata una operazione di pulizia etnica, in quanto gli armeni erano considerati dei sovversivi poiché di religione cristiana e di etnia diversa, dunque difficilmente omologabili nello stato ottomano,  a fatica “gestibili”. Il loro sterminio venne programmato dai Giovani Turchi con furore nazionalista. Nel loro progetto panturco, non vi poteva essere posto per culture e lingue diverse, quindi anche per i Greci  e per i Curdi. Il massacro venne stabilito ed attuato con una mobilitazione massiccia dell’esercito e con i conseguenti delitti di torture, stupri,  umiliazioni di ogni genere, islamizzazione forzata dei cristiani armeni e loro seppellimento nelle fosse comuni. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. I loro beni e le loro terre vennero sequestrate, le donne superstiti al massacro inviate negli harem e cancellata anche scientemente la loro memoria.

Il genocidio armeno fu riconosciuto, nel 1985, dalla sottocommissione dei diritti umani dellOnu, e nel 1987 dal Parlamento europeo. I Paesi che riconoscono il genocidio sono 20, tra cui l’Italia, dopo una risoluzione votata dalla Camera nel novembre 2000. Una interessante posizione di mediazione fra le due tesi contrapposte è sostenuta sull’ “Internazionale” di aprile 2015 dal reporter Gwinne Dyer , il quale, sostenendo di aver esaminato moltissimi documenti, afferma che la verità non sta tutta da una parte o dall’altra. “L’impero ottomano” sostiene Dyer, “ nel novembre del 1914 era  incautamente entrato nella prima guerra mondiale a fianco della Germania. L’esercito turco aveva marciato verso est per attaccare la Russia, allora alleata di Regno Unito e Francia. Quell’armata fu annientata in mezzo alla neve vicino alla città di Kars  e i turchi furono presi dal panico. Per un errore strategico i russi non contrattaccarono subito, ma se avessero deciso di farlo ai turchi non sarebbe rimasto quasi niente per fermarli. I turchi si sforzarono di mettere insieme una qualche forma di linea difensiva, ma alle loro spalle, nell’Anatolia orientale, c’erano dei cristiani armeni che da qualche decennio stavano lottando per l’indipendenza dall’impero ottomano. Vari gruppi di rivoluzionari armeni avevano preso contatto con Mosca, offrendosi di provocare delle rivolte alle spalle dell’esercito turco nel momento in cui le truppe russe fossero arrivate in Anatolia. Quando ricevettero la notizia che l’esercito turco era in rotta, alcuni di loro pensarono che i russi stessero arrivando e agirono prima del tempo. Analogamente i rivoluzionari armeni del sud, vicino alla costa mediterranea, erano in contatto con il comando britannico in Egitto e avevano promesso di scatenare un’insurrezione in coincidenza con gli sbarchi britannici previsti nella costa meridionale della Turchia, vicino ad Adana. All’ultimo momento Londra decise di spostare l’invasione molto più a ovest, ma anche in questo caso alcuni rivoluzionari armeni non ricevettero il messaggio e scatenarono comunque la ribellione. Il governo turco andò nel panico. Se i russi fossero penetrati nell’Anatolia orientale, tutti i territori arabi dell’impero sarebbero stati tagliati fuori. Per questo ordinarono la deportazione di tutti gli armeni nell’est della Siria, attraverso le montagne, d’inverno e a piedi, dato che non c’era ancora una ferrovia. E poiché non c’erano soldati regolari disponibili, furono soprattutto le milizie curde a scortare gli armeni verso sud. Molti miliziani curdi approfittarono dell’occasione per violentare, rapinare e uccidere. La mancanza di cibo e il clima fecero il resto, provocando la morte di quasi la metà dei deportati. Per quanto non sia chiaro fino a che punto il governo turco fosse informato di questa tragedia, di certo non fece nulla per fermarla. Altri armeni morirono a causa del clima torrido e delle malattie nei campi in cui furono ammassati in Siria. Fu un genocidio commesso attraverso il panico, l’incompetenza e l’incuria deliberata, ma non può essere paragonato a quanto successe agli ebrei europei”.

Il Segretario dell’Onu Ban Ki Moon ha definito il massacro degli armeni “crimine atroce”, mentre il Presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato prudentemente di “massacro” per non compromettere i delicati rapporti con lo stato turco. Ma un conto è la diplomazia e un conto la verità storica. La stampa mondiale non è d’accordo con Dyer e continua a parlare di “genocidio”.

In Turchia la situazione è davvero esplosiva. Fuori da ogni ipocrisia linguistica ed accomodamento,quella di Erdogan è una dittatura. I diritti umani sono spesso calpestati come Amnesty International denuncia da anni. Ci sono movimenti di protesta violenti, come quello dei nazionalisti curdi e inoltre una guerra non dichiarata con la Siria. Aggiungiamo l’annosa questione di Cipro che da tempo immemore divide la Turchia dalla Grecia sul possesso di quell’isola. Con tutto questo, e anche con altro, si vorrebbe far entrare Ankara nell’Ue, cioè un paese a libertà controllata, un regime, in un consesso democratico come l’Unione Europea. È un modo per tenerla a bada, qualcuno dice, per addomesticarla. Mah!

Sono tre milioni gli abitanti dell’Armenia ma questo popolo, quasi come quello ebreo, ha subito negli anni una enorme diaspora. Secondo le fonti ufficiali, gli armeni nel mondo sono circa 8,5 milioni, dei quali la maggiore concentrazione si trova in Russia e in Usa, con 1 milione in entrambi i paesi. In Italia, risiedono stabilmente 2000 armeni. Il silenzio a volte può essere davvero assordante. Io  spero che, a cento anni dal massacro del popolo armeno, almeno nel nostro paese  si possano  debitamente ricordare quel sacrificio e commemorare le vittime. Cento anni di oblio sono davvero troppi. La ragione  e la pietà umana dovrebbero andare al di là della fede religiosa e portare anche il governo turco a fare un mea culpa, chiudendo  i conti con il passato. Del resto, basta ascoltare le musiche tradizionali armene, come a me è capitato qualche giorno fa attraverso la radio che commemorava l’olocausto,  per commuoversi al suono del duduk, il tipico strumento musicale armeno, e della voce sgraziata ma toccante dei loro canti di dolore.

SERGIO TORSELLO 1965-2015

sergio torsello di Paolo Vincenti

 

Se ne è andato Sergio Torsello, storico, giornalista, saggista e operatore culturale. Una grave perdita per il Salento e per la comunità degli studiosi di tradizioni popolari. Una voce autorevole, la sua, una  penna raffinata, una presenza costante accanto a giovani studiosi e ricercatori, docenti ed editori, musicisti e artisti in genere. “Un uomo serio. Sono in molti a dovergli tanto”, scrive Eugenio Imbriani sul “Corriere del Mezzogiorno” del 21 aprile 2015. “Sergio è stato uno studioso serio, maniacale compilatore di preziose bibliografie, esploratore di testi sconosciuti, autore e curatore di testi importanti, direttore di collane editoriali, collaboratore di riviste prestigiose” . Il suo cuore ha smesso di battere improvvisamente, lasciando sgomenti parenti e amici. Si è spento a 49 anni, nella sua città natale, Alessano, Finibusterrae. “La sua tela infinita si è spezzata, ripariamola insieme”, scrivono Andrea Carlino e Giovanni Pizza sempre sul “Corriere del Mezzogiorno” del 21 aprile 2015, facendo riferimento al titolo di una delle sue opere maggiori, appunto “La tela infinita” ( Besa Editore2006). Il giorno delle esequie ad Alessano,  c’era una folla immensa, come era prevedibile per uno che ha ricoperto gli importanti incarichi di componente dell’Istituto Diego Carpitella e di direttore artistico della Notte della Taranta. Ma accanto ai politici e ai tantissimi artisti venuti  a rendergli  omaggio, c’era tanta gente comune, cioè i suoi concittadini, gli amici di Alessano tutti “percossi e attoniti” per dirla col Manzoni,  ancora traballanti per lo scossone ricevuto. Il suo funerale è stato semplice e sobrio, come lui avrebbe voluto. Un lungo e mesto corteo che in un silenzio religioso si è dipanato dalla casa di Sergio fino alla stupenda chiesa di Sant’Antonio dove si sono celebrate le esequie, passando per la piazza del paese ed il Municipio dove lui prestava servizio da molti anni. Niente strepiti, niente musica sparata a tutto volume come siamo abituati a sentire sempre più spesso nei funerali cafoni e cialtroneschi che si celebrano oggigiorno. I politici che erano presenti non facevano nessuna passerella o, se la facevano, erano bravissimi a fingere. Significativa e vibrante l’omelia del parroco che ha avuto parole di grande conforto per i famigliari di Sergio, e  riflessioni di alta teologia che non siamo abituati ad ascoltare dai nostri ignoranti e superficiali parroci. Il corteo funebre era un muto serpentone, nero come la terra che ci lascia più orfani, privi di tanto esempio, soli nel malinconico incedere pensoso. “Un corteo di anime afflitte, nel tragitto fino alla piazza assolata di un paese mai così bello, …la solitudine che ci angoscia immaginando il domani senza di te e un futuro senza memoria, la musica senza più radici”, scrive su Fb Michela Santoro. Ma tantissime sono in rete le testimonianze di amici e colleghi che lo hanno conosciuto ed amato, poiché le due cose con Sergio, andavano necessariamente di pari passo. Poi, al cimitero, l’emozione, la rabbia, l’amarezza  di chi si sente orbato da tanto ingiusta dipartita, si sono sciolti in un lungo e straziante canto di dolore eseguito a cappella dalla voce di Antonio Castrignanò mentre  la salma di Sergio veniva tumulata,  a pochi passi da quella di un altro alessanese illustre che qui riposa, Don Tonino Bello. Il video di questo triste momento è trasmesso in rete e il canto di Castrignanò tocca l’anima, come l’immagine di Gigi Chiriatti che si porta il fazzoletto agli occhi per asciugare le lacrime. Ciao Sergio Torsello, ci mancherai molto.

Uova e colombe nella tradizione pasquale

di Paolo Vincenti

Strettamente collegate alla Pasqua sono le uova di cioccolato che nei bar ed in casa fanno bella mostra di se durante il periodo festivo. Fin dagli albori della storia umana, l’uovo è considerato la rappresentazione della vita e della rigenerazione.

I primi ad usare l’uovo come oggetto beneaugurante sono stati i Persiani che festeggiavano l’arrivo della primavera con lo scambio di uova di gallina. I Romani erano soliti sotterrare un uovo dipinto di rosso nei campi come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto.

La tradizione di colorare le uova è tutta romana. Da Plinio il Vecchio sappiamo che si prediligeva il rosso perché questo colore doveva distruggere ogni influsso malefico. Da Elio Lampridio, la credenza che il giorno della nascita dell’Imperatore Alessandro Severo, una gallina di famiglia avesse deposto un uovo rosso, segno di buon auspicio.

L’uso di regalare uova è collegato al fatto che la Pasqua è anch’essa la festa della fecondità e del rifiorire della natura, in primavera, dopo la morte invernale. L’uovo dunque è il simbolo della natura e della vita che si rinnova ed auspicio di fecondità. I primi cristiani, infatti, fecero propria questa simbologia del tutto pagana, con riferimento alla Resurrezione,  e nel giorno di Pasqua usavano sistemare sopra l’altare un cestino pieno di uova perché

I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

Scuola e vacanze

 

albert-anker-passeggiata-scolaresca3di Paolo Vincenti

A rischio le vacanze estive dei ragazzi? Direi di no, sebbene ai Ministri Poletti e Giannini non vadano bene tre mesi di vacanza dalla scuola. Troppo lunghi, affermano. Occorre fare lavorare i ragazzi e allungare la permanenza a scuola. Sicuramente è possibile rimodulare il tempo estivo e coinvolgere i ragazzi in attività formative, come propone il nuovo Ddl Scuola. Occorre però dire che le vacanze servono, eccome, per ritemprare corpo e spirito. Oggi i ragazzetti in età scolare sono assorbiti da mille impegni, hanno un carico extra-scolastico che noi ai alla loro età nemmeno potevamo immaginare. Oltre ai compiti a casa, il loro tempo è preso, inghiottito, triturato, dalle continue ricerche di gruppo assegnate dagli insegnanti sui più peregrini argomenti dello scibile umano, qualsiasi cosa, purché non abbia nulla a che fare con quanto si studia a scuola. Poi dai PON (ossia i “piani operativi nazionali” finanziati dai Fondi Strutturali Europei) che quasi tutti regolarmente frequentano nel pomeriggio, almeno un giorno a settimana. Il loro tempo è risucchiato dall’attività fisica (palestra o piscina, calcio, pallavolo, tennis, karate,danza per le ragazze, ecc.), dalle lezioni di musica (pianoforte e chitarra gli strumenti più gettonati), almeno due volte a settimana, e fino al primo anno delle scuole superiori, dal Catechismo, uno o due pomeriggi a settimana anch’esso. Basta? No! La sera ci sono le feste di compleanno dei compagni di classe, ognuno invita tutti; e ancora compiti, che non hanno terminato nel pomeriggio per via delle svariate attività extracurriculari e formative, e ancora compiti…  I tre mesi estivi, dunque, anche se difficilissimi da gestire per i genitori (poiché mettono a dura prova il loro fragile sistema nervoso), servono ai ragazzi per coltivare l’ozio, non il padre dei vizi,  ma quello creativo, da impiegare principalmente leggendo. Niente, meglio della stagione estiva favorisce l’avvicinamento dei ragazzi alla lettura, fuori dai testi di scuola. Il termine vacanza viene dal latino vacare, cioè “esser sgombro, libero”. Dunque i fanciulli hanno bisogno di un periodo in cui sgomberare la mente dagli affanni (che pure la loro giovane età comporta) ed essere liberi da orari e imposizioni. Tolti i campus estivi, che impegnano alcuni nell’ultima metà di giugno o al massimo fino alla prima metà di luglio, gli studenti devono spezzare il ritmo quotidiano dell’anno appena trascorso. Vero che tre mesi possono sembrare troppi. È giusto che, chi può, faccia dei lavoretti, come suggerito dal ministro Poletti, che potrebbero essere strutturati come degli stage, secondo quanto propone la riforma Giannini. Ma bisogna fare attenzione perché questi stage siano ben congegnati e, sia pure modestamente, retribuiti, ché sappiamo bene quanto la formazione professionale in Italia, e in particolare al Sud, non abbia mai funzionato a dovere e che sul settore scuola-lavoro e apprendistato non si è certamente fatta una legislazione che favorisca questi strumenti formativi. Attività extracurricolari o stage erano già previsti dalla riforma Moratti, ma non sono stati messi in pratica. Come dice bene Beppe Severgnini sul “Corriere della Sera” del 24 marzo 2015, l’importante è che questi lavori non siano imbrigliati dai lacci e laccioli burocratici per i quali la nostra nazione è famosa.”Negli Usa l’impiego estivo dei ragazzi è un rito di passaggio… Ma il summer job americano è privo di qualsiasi formalità. Ehi, mi dipingi lo steccato per 100 dollari? A lavoro finito, il ragazzo intasca i 100 dollari e se ne va. Una parte di vacanza è pagata. In Italia la stessa attività violerebbe almeno dieci norme civili, fiscali, assicurative, sindacali. Il ragazzo ha partita iva? Toglie forse lavoro ad altri? Sono stati consultati gli uffici di collocamento? I contributi come vengono conteggiati? Si tratta di lavoro a chiamata? Sono stati avvertiti gli ispettori del lavoro? Il lavoratore è assicurato? Pensate cosa accadrebbe…”. Quand’ero piccolo, molti miei compagni di scuola d’estate accompagnavano i genitori in campagna, oppure andavano a bottega dal falegname, dal meccanico, dal tornitore, ecc.  Io non lavoravo d’estate, i miei genitori non lo ritenevano necessario in quanto le condizioni economiche della famiglia erano agiate ma, a volte, provavo un po’ di invidia per gli amici impegnati a tagliare, saldare, trinciare, affettare, incollare, ecc. Dunque è certamente costruttivo che i ragazzi facciano degli stage lavoro, oppure, sempre attraverso la scuola, dei corsi di cittadinanza attiva, artistici, di attività fisica, ecc. Il tempo ben speso è il tempo migliore. L’importante è che le vacanze siano proficue perché gli studenti possano riprendere il nuovo anno scolastico sotto i migliori auspici.

 

Scene da un funerale

di Paolo Vincenti

I funerali, si sa, nei nostri piccoli centri, sono occasioni di socializzazione, si rivede gente che non si incontrava da tanto, si scambiano quattro chiacchiere, meglio ancora di come si farebbe in piazza dove il rumore assordante delle autovetture di passaggio non concilia. In quel luogo di lutto, invece, si è favoriti dalla pace  e dal religioso silenzio che vi regnano e si riesce anche ad entrare in un’intimità confidenziale che in altri contesti non si avrebbe. Si parla a fior di labbra, sussurrando le frasi, per non dare nell’occhio (o meglio, nell’orecchio) di chi è assorto nella veglia funebre, vale a dire i congiunti del de cuius ed i parenti più stretti. Ci si aggiorna sulle rispettive vite, si maligna di imbrogli e infedeltà coniugali, si calunniano gli assenti, specie nei paesini dove ci si conosce un po’ tutti e ciascuno è roso da livore e invidia nei confronti di chi la sa più lunga di lui.

Questo avviene  sia ai funerali dei poveri Cristi, pincopallini qualsiasi, sia a quelli di un personaggio di spicco, uno dei notabili del paese, come può essere un maresciallo dei carabinieri, un sacerdote o parroco, un grosso imprenditore, un aristocratico, un pubblico amministratore, o un arruffapopolo dei tanti che scalmanano da mattina a sera nelle piazze dei nostri sgarrupati paesotti.   Fra un “l’eterno riposo” e un “padre nostro”, si ripensa agli episodi della propria vita insieme con la persona scomparsa, si ripercorrono i momenti belli ma anche quelli brutti, difficili,  e si indirizza allo scomparso un saluto affettuoso, un augurio di buon viaggio. Si fanno anche dei resoconti personali e ci si accorge quasi sempre di aver fallito; i rimorsi o i rimpianti dal feretro si propagano e iniziano a lambire i nostri piedi salendo su fino alla giacca, e ci si deve allontanare per  sfuggire a quella pressione fastidiosa, a quel venticello mortifero. Se il defunto non è un congiunto, ci si limita  ad esprimere il cordoglio ad amici e parenti; se invece si tratta di un famigliare, si portano dei fiori oppure, quando i fiori non sono richiesti, del denaro che, contenuto in una bustina dove si è fatto ben attenzione a indicare il mittente,  viene lasciato nel cestello sistemato ai piedi della bara. Se poi il grado di famigliarità è ancora più stretto, allora si commissiona un cuscino o una  corona di fiori che l’impresario delle pompe funebri si premura di recapitare.

Quando si avvicina l’ora fatale delle esequie, solitamente le 15 o le 16 di pomeriggio,  il prete  che celebrerà la funzione viene a casa  a fare una ispezione preliminare e ad impartire l’estrema unzione al trapassato. A quel punto l’impresario  fa capire a tutti che occorre prepararsi per il drammatico momento e sigilla la bara per il trasporto. Allora si levano più strazianti i lamenti dei famigliari. Su tutti spiccano quelli della vedova inconsolabile e delle figlie femmine, mentre se a dipartire è lei, il vedovo resta contrito in un cupo silenzio e a volte leva gli occhi al cielo in un gesto di sfida e di ingiuria. Circola infatti, nel comune sentire dei nostri paesi,  la stramba teoria secondo cui in una famiglia, se è proprio necessario che uno dei coniugi perisca prima dell’altro ( e in effetti morti simultanee se ne vedono di rado), sia lui, il marito, a precedere, perché in questo modo la casa  rimane aperta e frequentata (in poche parole la vita continua a scorrere come sempre, fra beghe famigliari, pettegolezzo e vendette incrociate). Se invece  a decedere è lei, la moglie,  allora comari, compari, figli e amici non hanno più interesse a frequentare la casa e lasciano il vedovo  a spegnersi  nella solitudine.

Dopo la funzione religiosa e il rito più o meno lungo delle condoglianze in chiesa, la bara viene sistemata di nuovo nell’auto e ci si avvia al cimitero per la tumulazione. Qui il corteo di macchine che ha accompagnato la mercedes funebre si sfalda e ognuno va via in ordine sparso. Al camposanto, è facile per i famigliari, assistendo all’ingrato compito svolto dal necroforo, venire assaliti  di nuovo dal dispiacere, dallo sconforto, che si esprime in un pianto dirotto dovuto alla consapevolezza di non rivedere mai più il proprio congiunto. Quando si fa rientro  a casa, è ormai sera inoltrata. A quel punto, riunendosi la famiglia intorno al tavolo per la cena, può succedere che sia quella l’occasione per iniziare a discutere anche animatamente del futuro in termini di successione e divisione dei beni. Non sempre i famigliari sono d’accordo e capita che i figli e soprattutto le nuore litighino preventivamente, a babbo morto, come si suol dire,  prima di essere duramente richiamati dalla madre, la neo vedova, che rinfaccia  loro di non avere rispetto per il cadavere ancora caldo del genitore.

A volte, nel nostro sud sottosviluppato, si incontrano delle sopravvivenze folkloriche come quella delle chiangimorti. Non mi pareva vero ma, ad una veglia funebre cui partecipai qualche tempo fa, incontrai un drappello di pie donne, moderne “prefiche”, assoldate dai congiunti per  conferire ancora più pathos all’atmosfera di lutto.  Non riuscivo a credere a quello che vedevo e che io pensavo fosse ormai solo confinato nei libri di storia e in quei rari documentari in bianco e nero girati nel Salento qualche decennio fa.

Credevo si trattasse di una finta, cioè una ricostruzione inscenata a vantaggio di telecamera e mi aspettavo che da un momento all’altro sbucasse fuori la troupe di cameramen e antropologi interessati. Invece era tutto vero a ai lai delle chiangimorti si univano le urla disperate della moglie e dei figli del morto in una scena davvero straziante. All’uscita da casa poi, il lento corteo funebre fino alla chiesa venne accompagnato dal suono della banda e anche questa è una tradizione che va ormai a scomparire. Si rimane colpiti dall’attaccamento, dall’amore muliebre, dalla devozione filiale. Capita poi che, trovandomi al cimitero il giorno dei defunti, io veda che nell’urna di quello scomparso, a distanza di alcuni mesi, non sia ancora stata apposta alcuna lapide e vi campeggi ancora il piccolo ritratto formato fototessera appiccicato sbrigativamente alla calcina il giorno delle esequie. Strano.

Vengo poi a sapere da chi è sempre informato su tutto che, appena incassata la cospicua eredità del defunto, i figli hanno mollato il lavoro e si sono trasferiti ad Ibiza dove gestiscono una discoteca. La madre invece,  insieme al compaesano con il quale teneva una relazione extraconiugale da molti anni prima della dipartita del becco, si è trasferita in Olanda dove,  grazie alla legislazione vigente in materia di prostituzione,  fa la tenutaria di un bordello mentre il compagno trascorre da magnaccia le giornate, bevendo e mangiando a ufo e  fumando il narghilè. Tutto vero, mi dicono, vedendomi leggermente incredulo, e la tomba spoglia della lapide lo conferma. Sarà apposta solo a Natale, quando ritorneranno a casa per le feste.   Tutto vero, insistono, lo può confermare anche  il marmista che ha ricevuto l’incarico di realizzare il manufatto. Eh sì, meglio che a perire per primo sia il marito. Davvero, molto meglio.

La Grecia, da Socrate alla Teoria dei giochi

grecia

 

di Paolo Vincenti

 

“Io sono là  nelle parole greche,  / dove la fine è il principio,  /il silenzio l’insieme di ogni voce.  Cosa aspetti Edipo,  / cosa aspetti a muoverti,  / che cosa aspetti a venire?  Cosa aspetti Edipo,  / cosa aspetti a muoverti,  / che cosa aspetti a venire?  Tí méllomen choreîn  / Tí méllomen choreîn  / Tí méllomen choreîn”

Esodo – Roberto Vecchioni

 

Dopo il mio articolo “Io sono greco” ( in “S/pagine”, 8 febbraio 2015 ), qualcuno, commentandolo, ha contestualizzato quanto scrivevo rispetto alla situazione attuale della Grecia, cioè alle contingenze economico-politiche che quel paese sta vivendo. Gli spunti di riflessione sono tanti e vasta è la materia di interesse. Ormai da molto va avanti un estenuante ping pong fra Grecia e Comunità Europea sul non più sostenibile debito ellenico. Da quando, con le elezioni politiche, si è insediato il nuovo Governo Tsipras, poi, il dibattito fra Atene e l’Eurozona si è fatto ancora più acceso, perché radicalizzato dalle opposte ed estreme posizioni del  “compagno” Alexis Tsipras e della “marescialla” Frau Angela Merkel.

A 322 miliardi di euro ammonta il debito greco, al netto di un primo salvataggio avvenuto nel 2010. Il primo debitore fra i paesi europei è la Germania (c’erano dei dubbi?), con 60 miliardi, poi la Francia con 46 miliardi, l’Italia con 40 miliardi, la Spagna con 26 miliardi, l’Olanda con 12.  Il negoziato si è arrestato sulla richiesta fatta dalla Grecia di un prestito ponte di 10 miliardi e di una ulteriore dilazione dei pagamenti per risanare l’enorme scompenso di quella nazione. La “Troika” valuta, ma è chiaro che qualunque decisione venga presa avrà delle ripercussioni su tutta la comunità europea essendo noi tutti, giocoforza, coinvolti in questa convivenza  in cui, come nel domino (appunto, giocoforza), muovendo una tessera cascano tutte le altre. Ma attraverso il negoziato fra la Grecia e l’Europa  – leggo dal Corriere della Sera del 19 febbraio 2015- , entra nella discussione qualcosa che apparentemente sembrerebbe molto lontano dalla politica, ma che invece vi è connesso: la Teoria dei giochi. Al tavolo delle trattative, in una animata discussione col ministro greco dell’economia, Yanis Varoufakis, il nostro Ministro Padoan avrebbe fatto riferimento a quella teoria. E allora, si chiede il Corrierone, il Ministro Varoufakis (muscoli, economia e camicie sportive), sceglierà la ragazza bruna o la bionda? Ma di che si tratta? È stato il filosofo Wittgenstein ad elaborare la teoria dei giochi linguistici. Su di essa si è poi basata la teoria  di John von Neumann, elaborata a metà Novecento.

La Game Theory, come scrive Danilo Taino, è  “la scienza che analizza la ricerca di decisioni strategiche in situazioni negoziali attraverso modelli matematici di conflitto e cooperazione fra esseri razionali”. Chi ha dato una ulteriore sistemazione alla teoria è stato il matematico John Nash (Premio Nobel Economia 1994), che noi tutti conosciamo per il film capolavoro del 2001 “A beautiful mind”.

Per chi, come il sottoscritto, non è un filosofo né un matematico,  la teoria si può spiegare in maniera semplice facendo riferimento ad una scena del film, ricordato dal Corriere della Sera. “Nash, il protagonista, si rende conto, all’università, di fronte ad un gruppo di ragazze tutte brune eccetto una, che se lui e i suoi amici puntano tutti sulla bionda applicheranno una strategia perdente, nessuno la conquisterà. Meglio sarebbe distribuire le forze, i risultati sarebbero complessivamente migliori. Puntare alla scelta B invece che alla scelta A, perché strategicamente più vantaggioso,  turba Nash, ma non gli impedisce di sviluppare in matematica il concetto, che alla fine verrà conosciuto come Equilibrio di Nash e non si limiterà a mettere in guardia dalle ragazze bionde, ma entrerà in una lunga serie di attività umane. Compreso il campo delle strategie negoziali”.

Così il ministro Varoufakis , secondo il giornale, non dovrebbe puntare all’obbiettivo massimo, perché quasi certamente perderà, ma dovrebbe usare un approccio diverso, nelle trattative con Bruxelles. Cioè, se  il ministro  (che è uno che alle ragazze piace molto),  sceglierà la bionda, fallirà quasi certamente; se invece sceglierà la bruna, avrà più possibilità di successo. Tuttavia, come detto sopra, la teoria dei giochi si estrinseca fra soggetti intelligenti e razionali. Ora, parlando di politica (tutto il mondo è paese), chiaro che la cosa diventa ardua, quasi impossibile. Nell’incontro di Bruxelles, il ministro Pier Carlo Padoan avrebbe detto al collega greco “Ma qui non stiamo mica discutendo del dilemma del prigioniero!” .

Il “dilemma del prigioniero” è uno dei casi più conosciuti della Game Theory. Ci riporta alla mente il lungo periodo della guerra fredda fra Usa e Urss. “Si prendono due spacciatori di droga che vengono arrestati e chiusi in due celle separate. Viene detto loro che si faranno due anni di prigione. Il magistrato si accorge però che sono responsabili anche di un reato più grave, un furto d’armi. Ma non ha le prove. Quindi fa la stessa proposta ai due ma tenendoli separati. ‘Se confessi il furto, diamo un anno di carcere a te e dieci anni al tuo compare; se neghi, e l’altro confessa, i dieci anni li prendi tu e lui uno. Se ambedue confessate, vi diamo tre anni ciascuno. Se entrambi negate, restate con i due anni per spaccio’. Quest’ultimo è lo scenario più vantaggioso per entrambi. Lo sarebbe. Ma dal momento che i due non si fidano l’uno dell’altro, faranno un calcolo diverso, che rientra nella teoria, e decideranno di confessare perché quello è il rischio minore tenendo conto di cosa potrebbe decidere l’altro.

È un caso di gioco non cooperativo nel quale l’equilibrio (di Nash) si raggiunge quando ciascuno dei protagonisti fa la scelta migliore per se stesso tenendo conto della decisione dell’altro. Se sarà questo il finale fra Atene e Bruxelles si vedrà”. Comunque Varoufakis è un esperto della teoria dei giochi e quindi sarebbe interessante sapere cosa abbia risposto alla provocazione di Padoan , un economista altrettanto brillante.  Il dilemma del prigioniero, secondo il giochino prima esposto, riflette una situazione di grande rilievo in campo economico e sociale, e cioè la scelta fra “cooperare” che corrisponde alla strategia  di “negare”, e “non cooperare”, che sarebbe a dire “confessare”. Dalle ultime riunioni fatte, sembra che il governo greco stia prendendo la strada della collaborazione, che è quella più auspicabile.

L’opinione pubblica europea si divide in due scuole di pensiero in merito al debito greco:  quelli che ritengono doveroso salvare la Grecia e quelli che invece vorrebbero lasciarla sprofondare nel default, sostenendo che, essendo causa del proprio mal, la Grecia ha solo da piangere sé stessa.  Vero che, come alcuni commentatori sostengono, la Grecia non faccia molto per rendersi simpatica a Bruxelles. Infatti, di fronte alla bulimia europea, che vorrebbe far entrare anche la Turchia nell’Eurozona, la Grecia non si impegna minimamente per risolvere la disputa epocale  sull’isola di Cipro, il cui territorio è diviso in due fra i possessi di Atene e quelli di Ankara. Non solo, lo “scravattato” Tsipas flirta pure pericolosamente con la Russia di Putin e, in un momento in cui la tensione internazionale è massima per via della situazione ucraina, questo non depone a suo favore.  Alcuni amici, dopo il mio articolo, mi hanno scritto di non avere nessuna com-passione, veruna partecipazione emotiva per la crisi greca. Altri invece hanno sostenuto  di esserne particolarmente scossi, di sentirsene coinvolti.  Qualche giorno fa ho trovato, con mia sorpresa, una  interessante presa di posizione da parte di una testata tedesca, la Bild, riportata dal Corriere della Sera. Il giornale più letto in Germania lancia una sorta di appello alla memoria e ai sentimenti, scrivendo: “Cara Grecia, se perdiamo te, non se ne vanno in fumo solo i nostri miliardi di euro, ma anche il nostro cuore. Il greco si parla da 4.000 anni ed è la lingua più antica d’Europa, tutti la parlano” ( ed elenca una serie di termini di derivazione greca). “Il Nuovo Testamento è stato scritto in greco, quando il resto d’Europa (compresi i Germani) si aggirava con le schiene coperte da pelli”. E ancora, in un accorato appello alla Cancelliera Merkel, “Dobbiamo salvare la Grecia.

Che cosa sono i miliardi contro Omero, Aristotele, Socrate? Il denaro è niente, il pensiero conta, la Grecia vale più di tutti i miliardi”. Gli dei salvino la Grecia, insomma, da Socrate alla bionda di Varoufakis!    E se “Parigi val bene una messa”,  stando all’autorevole parere della Bild, la Grecia dovrebbe valer bene qualche miliardo.  Lo sapremo presto.

 

Mondo cane!

cani

di Paolo Vincenti

Eh sì, è la tendenza del momento quella di avere un cane, meglio se di piccola taglia (perché fa più chic e tenerezza ) da portare a passeggio, possibilmente nelle vie principali del paese o della città, quelle  maggiormente frequentate, in modo da esibire, o per meglio dire ostentare, la propria cinofilia agli occhi del mondo, come scrive il maestro Melanton, al secolo Antonio Mele, sul numero 3  del quindicinale “Il Galatino”(Galatina, 13 febbraio 2015, “Costume  malcostume”).  Aggiungo che la moda stupida quanto inutile di esibire il proprio cane porta con sé il triste  e conseguente fenomeno del randagismo. Ormai non si può più camminare a piedi nei nostri paesi, non solo per strade di campagna, ma anche nei centri abitati, senza imbattersi in mute di cagnoli fastidiosi e abbaianti. Io, per fare jogging, percorro spesso sentieri di campagna e non c’è volta in cui la mia corsa non sia accompagnata, per non dire interrotta, da quadrupedi che mi sbucano da ogni dove. Non si tratta solo di meticci ( quelli che in gergo vengono chiamati “bastardi o bastardini”, “cani vagliò”, oppure “cani minchia”), ma anche di cani di razza; a volte si incontrano splendidi esemplari che quegli stessi viziatissimi padroncini di cui parla Melanton hanno abbandonato.

Alcuni animali, quelli di più piccola taglia, sono facilmente aggirabili, altri, quelli più grossi e minacciosi, mi costringono a fermarmi. Non c’è niente di peggio, per chi corre, che interrompere la propria marcia quando si è entrati nel ritmo giusto, e dovere poi riprendere da capo! Certe volte la cosa mi fa talmente arrabbiare che li sterminerei tutti, se non avessi paura, per ritorsione da parte delle associazioni animaliste, di essere crocefisso nella pubblica piazza. Il problema del dilagante randagismo è addebitabile agli sciocchi e vanesi umani che abbandonano i propri cani ma anche al fatto che i nostri Comuni, avendo tutti problemi di bilancio e quindi  finanziari, non rinnovano le convenzioni con i canili, con la conseguenza che nessuno si cura di questi animali. Ed essi scodinzolano incontrollati per strade e stradine di ogni città.

 

 

“Perché Sanremo è Sanremo”

sanremo

 

 

di Paolo Vincenti

Un timido sole su Lecce. Nonostante sia febbraio, il caldo è umido e fastidioso, i muri sono tappezzati da manifesti di concerti, assemblee pubbliche, bandi comunali e dagli immancabili batti e ribatti della polemica politica fra maggioranza ed opposizione. Nel parco cittadino trionfa un color zafferano che richiama luci di altre vite, rimanda bagliori di lontane atmosfere. Che ci faccio in una mattinata così a Lecce? Lavoro e un appuntamento culturale. Quando posso, cerco di unire le due cose, che sono le costanti di una vita arlecchinesca.

 

Vado a piedi, fra i perditempo che si gingillano nei bar e le piccole fiammiferaie sui boulevards percorsi da giovani annoiati in cerca di avventura e affaristi che vanno di corsa nei loro mocassini testa di moro. Il sole, come malato, lancia i suoi raggi che cadono sghembi sulle teste delle persone e intarsiano i loro volti con striature violacee. Tutto è in cammino, come sempre, ma le nuvole che sporcano il cielo sembrano correre più veloci; nell’acqua della fontana di Piazza Mazzini si delinea un volto malevolo, qua un caporale maggiore che si affretta verso la caserma, là degli studenti che hanno bigiato e osservano chi li guarda con sospetto, ora un leggero mulinello fa turbinare quattro foglie giallo malinconia, poi il fruscio di una fiammella esce dalla porta della chiesa di Sant’Irene e si perde nella strada. Da un retrobottega, sguscia un miasma pestifero di polvere e collanti. L’extra comunitario nero nerò lancia una maledizione al passante che è passato troppo velocemente senza accorgersi di lui, e intanto che si alza profumo di polli arrosto, all’angolo di Via Lupiae, la donna in fusò e spolverino bianco appena uscita da casa sblocca con sollievo la password del telefonino. Attraverso Porta Napoli e Davide, l’amico che mi accompagna, osserva che il frontale del Teatro Paisiello ricorda quello di un tempio pagano. Il sole si è nascosto dietro la tendina di nuvole e si respira come un’aria di attesa, di sospensione, che fa tendere i nervi. Percorrendo Corso Vittorio Emanuele, che da Piazza Sant’Oronzo porta al Duomo, fra le scintillanti vetrine dei negozi dietro le quali pingui commercianti sorbiscono il cappuccino insieme ai loro emaciati commessi, sotto braccio con un uomo dall’aria altolocata, un padre gesuita rammenta, a sé stesso oltre che al magnanimo amico, che siamo fatti di carne e che non ci porteremo mica i nostri averi nell’aldilà, che scienza, sapienza, ragione, senza Dio, sono solo nubi passeggere come quelle che inzaccherano, contadine, il bel cielo cittadino, e che perciò è inutile adornarci come damerini se, dopo morti, i vermi divoreranno le nostre carni nella tomba. Poi, introducendosi nel bar della libreria Feltrinelli, i due amici ordinano un caffè d’orzo mentre sbirciano i titoli dei giornali. “Hei, amico, dammi qualche spicciolo, dai, almeno per un panino”, mi intima l’extracomunitario, appollaiato all’entrata dei portici come un falco che aspetta il passaggio del cervone. Il mio amico Davide è un musicista dilettante, suona la chitarra. Dunque la conversazione vira sul Festival di Sanremo da poco concluso. “Hai guardato il festival?”. Alla mia risposta affermativa, Davide si meraviglia non poco: “pensavo che uno come te non guardasse certe trasmissioni”. “Davide, ti dico che in tutta sincerità a me piace molto la televisione nazional-popolare. Sono soprattutto attratto dalle derive trash che spesso questa prende. Trasmissioni come quelle di Maria De Filippi per esempio hanno una valenza sociologica niente male, perché ci dicono verso quale abisso di squallore e vuoto mentale sta andando il Paese. O almeno, un certo Paese. E poi, per quanto riguarda Sanremo, a me piace la musica. Quindi cosa c’è di meglio che guardare il festivalone per sfogare il mio razzismo culturale?” . “Ah ah…”, Davide ride ma non sa se scherzo o dico davvero. E in fondo non lo so nemmeno io. “A me è piaciuta molto Malika Ayane e anche Nek. A te?” . “ A me Malika Ayane piace per la voce, ma la sua canzone era inconsistente. Così pure per Nek. Ha scritto canzoni molto migliori di questa”. “E che ne dici dei ragazzi de Il Volo?”. “Per carità, Davide, quelli sono televisione, marketing, al limite musica, ma non arte. Ci avrei scommesso fin dall’inizio che avrebbero vinto loro perché erano tipicamente sanremesi. Andavano sul sicuro puntando, con la loro canzone, su casalinghe e pensionati, cioè lo zoccolo duro del pubblico del festival. Però mi chiedo: come si può cantare una canzone che si intitola “Grande amore”? È aberrante negli anni duemila. E lo è ancora di più, se si pensa che sono ragazzini di vent’anni. Cioè questi, alla loro età, dovrebbero fare rock satanico, sfasciare gli strumenti, attaccare il sistema rappando, non indossare occhiali e smoking e cantare per le mamme. Il loro manager Michele Torpedine è un genio del male!”. “Anche a me fanno cagare, ma i tenorini portano avanti la tradizione melodica del nostro paese”. “ Ma secondo me un conto è conservare la grande tradizione musicale italiana, operazione che i tre ragazzi fanno meritoriamente, un altro è invece scrivere una canzone, oggi, con quegli stilemi. Il recupero della canzone napoletana è cultura, “Grande amore” è anacronistica, furba, falsa, sdolcinata, una chiavica!” . “Vero. Ma non salvi nessuno del Festival allora?”. “ Sì, se proprio devo salvare qualcuno, prendo il duo dei Soliti Idioti, anche se esprimevano, nella loro “Vita d’inferno”, un concetto vecchio quanto il mondo: è meglio non esser mai nati e una volta nati morire nella culla. Lo dicevano già gli antichi greci. Delle nuove proposte, salvo i Kutso (che si pronuncerebbe “cazzo”). Ma in assoluto, la proposta più interessante e innovativa delle cinque serate è stato il chitarrista tenore. Quello che ha suonato Puccini. Come si chiamava?”. “Federico Paciotti” “Lui! L’androgino. Mi è sembrato un mix eccezionale fra tradizione e innovazione. Anche il suo look era super! Ho letto che da ragazzino faceva parte dei “Gazosa”. Beh, è la dimostrazione che gli sbagli si possono sempre recuperare. Ora studia al Conservatorio Santa Cecilia di Roma ed ha un grande avvenire davanti”.

 

Intanto, viene giù un’acquerugiola subitanea che titilla le teste pelate dei passanti i quali corrono al riparo per paura che, risuonando a vuoto la pioggerella sulle loro zucche, evidenzi come esse siano cave. “Cave canem” è scritto sul cartello della cancellata di un palazzo nobiliare nei pressi di Porta Napoli, mentre ritorno insieme con il mio amico a riprendere l’auto e, con invidiabile finesse, sul Viale degli Studenti, un tamarro lancia imprecazioni a una donna incinta che ha occupato metà corsia con la sua macchina in sosta. Tutto passa e tutto torna. Ho sbrigato solo alcune delle commissioni che mi ero riproposto e Mauro e Piero, che dovevamo incontrare al Fondo Verri, all’ultimo momento ci hanno dato buca. Ma alla radio, mentre ritorniamo in macchina, passano le canzoni di Sanremo: “Dimmi che sei. Che sei il mio unico grande amore!!!”

 

 

in “S/Pagine”, 8 marzo 2015

Asinerie

asinello

di Paolo Vincenti

“Ah, formidabile / Il tuo avvocato è proprio un asino  /no, certe cose non si scrivono / che poi i giudici ne soffrono”   .  Parole d’amore scritte a macchina –   Paolo Conte

 

Nel numero precedente parlavo di asini. In senso proprio e in senso figurato, nel senso degli animali e nel senso degli uomini. Dalla parte degli animali, sempre. Infatti, come si fa a non amare il simpatico ciuchino, non fosse altro che per solidarietà con la sua vita non certo facile, maltrattato e angariato come è sempre stato.  Per quanto riguarda gli esseri umani poi, ce ne sono di simpatici e ce ne sono di detestabili.  Ma non sarei coerente e credibile se non cominciassi da me medesimo.  Il mio libro “NeroNotte. Romanza di amore e morte”, pubblicato qualche tempo fa, contiene un certo numero di svarioni, grammaticali intendo, che tacer non posso. A farmeli notare è stato il solito professore del tempo che fu, di quelli che oggi bisogna cercare col lanternino come faceva  Diogene: un professore vecchio stampo, rigoroso quanto severo, che sulla forma giustamente non transige e al quale porto in visione il libro sempre troppo tardi (ossia quando è già pubblicato), per paura del suo implacabile giudizio. Ebbene, anzi purtroppo, di fronte a “un idiota” scritto con l’apostrofo, “sovrappensiero” scritto con una sola “p” e “orticarie” invece di “orticaria” (queste le perle collezionate da quello sciagurato mio libercolo), non ci sono scuse. Hai voglia ad attribuire la responsabilità alla tipografia oppure alla casa editrice, a dire che di vere case editrici non esistono qui nel Salento, con un comitato di lettura e un editor preparato che eviti all’autore certe figuracce. Hai voglia a chiamare in causa il titivillus, cioè il demonietto delle tipografie (Antonio Verri ci intitolò anche una rivista), quel folletto dispettoso  che porta i refusi, oppure ancora dar la colpa al computer o alla trasmissione elettronica che fa sballare i dati. La firma sul libro è mia e mia la responsabilità di quegli strafalcioni. Asino io, dunque, prima e più di tutti. Pagato questo debito di onestà intellettuale, passiamo alla categoria degli asini pubblici, cioè dei personaggi famosi la cui asinità,  a loro maggior danno,  viene accentuata proprio dalla sovraesposizione mediatica: tanto più è in alto la posizione che occupano nella scala sociale, tanto più sarà fragorosa la caduta. Ma così va la vita (“O quam cito transit gloria mundi“).

Avevo proposto ai lettori di scegliere fra i tre personaggi  più di spicco nella vita pubblica del 2014: Papa Francesco, Matteo Salvini e Matteo Renzi. Da un sondaggio molto poco professionale (non sono mica la Ghisleri!) condotto fra i lettori e gli amici, al primo posto assoluto è risultato essere Matteo Salvini. Il super arrabbiato esponente della Lega Nord, infatti, oltre a collezionare una serie incalcolabile di errori grammaticali, lessicali e di organizzazione delle frasi nei suoi interventi pubblici, dovuti forse alla foga con cui esala la propria vis polemica, ha conquistato il poco invidiabile record di politico che legge di meno nella media già sconfortante degli altri. Premesso che la nuova classe politica nazionale, se l’ attentato alla consecutio temporum fosse un  reato, sarebbe già tutta agli arresti, Salvini ha innescato in mondovisione una polemica con Renzi proprio sui rispettivi livelli culturali. Nel suo intervento al Parlamento europeo,in occasione della chiusura del semestre di presidenza italiana, Matteo  Renzi ha citato Dante Alighieri, esattamente il canto di Ulisse nell’Inferno. E subito cori di “buuu” si sono sollevati dalle file della Lega Nord. «Capisco che leggere più di due libri è difficile, per alcuni…»  ha velenosamente osservato Renzi. E  Salvini, di rimando, gli ha rinfacciato il fatto di poter leggere  perché non avrebbe nulla da fare, mentre lui, novello Atlante che porta il mondo sulle spalle,  sarebbe impegnato tutto il giorno a risolvere i problemi del paese. E come? Schizzando a velocità supersonica da una trasmissione televisiva all’altra, da mattina presto fino a notte inoltrata? Egli infatti è, fra i leaders politici, il più presente sui media. Ma per non farsi passare la mosca sotto il naso, il “celodurista” Salvini, che è pure collegato permanentemente in contemporanea su tutti social network del globo, ha inserito l’immagine dei due ultimi libri che avrebbe letto: “Sottomissione» di Michelle Houellebecq e «Mondo nuovo» di Aldous Huxley. Passi per Huxley ( ma il dubbio viene), ma come avrebbe potuto leggere il libro di Houellebecq (che immagina nell’immediato futuro una Francia conquistata dall’Islam con un presidente musulmano) che era appena stato quel giorno distribuito in Italia? Lettura veloce? “Ma mi facci il piacere!” . Il cappello con le orecchie d’asino dunque è super meritato dal Salvini nazional popolare. E a proposito di asinerie  televisive, davanti al confronto, svoltosi qualche giorno fa nella trasmissione televisiva “Di Martedi”,  fra Massimo Dalema e Marine Le Pen, ovvero l’astro decaduto della sinistra italiana e quello nascente della destra francese, chi, dico chi, non ha immediatamente pensato al noto detto popolare “l’asino dice al bue cornuto”? . Peccato che il siparietto sia durato molto poco perché poi la trasmissione condotta da Giovanni Floris è tornata ad occuparsi di politica interna e di corruzione e malaffare.  Il somaro, inteso come equide, ci fa sbollentare la rabbia e ci riporta il sorriso (guardare in rete il filmato dell’asino che ride per credere). Nel film “Asini” con Claudio Bisio, la storia è ambientata in un collegio francescano dove si trovano ragazzi un po’ disagiati, asini a scuola, insieme ad asini veri, e dove il protagonista Bisio viene mandato a fare l’insegnante di ginnastica. Ma, come ho già scritto, ci sono somari e  somari. Ci sono quelli simpatici, che ispirano affetto e tenerezza e ci sono quelli antipatici,pedanti: la carota ai primi,  il basto ai secondi. E quelli simpatici possono decorare spillette, magliette e gadgets vari ed anche aiutare l’uomo multiproblematico. infatti esiste la onoterapia. Il ciuchino dunque sia la mascotte delle giornate più liete.

 

in “S/pagine”, 1 febbraio 2015

Nel fotti fotti…

ladri di biciclette

di Paolo Vincenti

 

“Italia si’ Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi.  Italia sob Italia prot, la terra dei cachi. “ –  La terra dei cachi – Elio e le Storie Tese

“Paese di zucchero, terra di miele / Paese di terra di acqua e di grano / Paese di crescita in tempo reale / E piani urbanistici sotto al vulcano / Paese di ricchi e di esuberi / e tasse pagate dai poveri

Paese di banche, di treni di aerei di navi che esplodono / Ancora in cerca d’autore

Paese di uomini tutti d’un pezzo / Che tutti hanno un prezzo / e niente c’ha valore!”

Tempo reale – Francesco De Gregori

 

Capita di passare mattinate intere dietro alla burocrazia. La legislazione degli ultimi anni in materia di semplificazione amministrativa avrebbe dovuto rendere la vita più facile al cittadino, invece  l’ha complicata ulteriormente. Ci vuole una marca da bollo anche per andare al gabinetto.  “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!”.  Come fotografava bene, questa scena esilarante del film “Non ci resta che piangere”  (già il titolo era profetico), l’ottusità del burocrate tipo il quale, quando non è a casa per malattia o a donare il sangue, ti presta attenzione e si premura di evadere la tua pratica solo se gli allunghi una generosa mancia. Ma è l’Italia, bellezza, e il supermagistrato Cantone dovrà farsene una ragione (già uno che si occupi di lotta alla corruzione con l’accento napoletano è un ossimoro, vogliamo dirlo?). Certo, il politicamente corretto impone di non generalizzare, per rispetto nei confronti di quei dieci onesti su un milione di mariuoli, e noi allora, che siamo sensibili alle minoranze protette, non generalizziamo ( e viva la foca monaca!). Comunque nel fotti fotti endemico di questo paese, ognuno cerca di arrabattarsi come può. E  imbrogli, malaffare, raccomandazioni e bustarelle hanno talmente inquinato il sistema che uno non pensa nemmeno che ci potrebbe essere un’altra via, diciamo più trasparente, per ottenere le cose. Chiunque dà per scontato che ci si debba rivolgere all’amico, al compare, insomma al facilitatore di turno, per ottenere qualcosa che gli spetta di diritto,  e  la filosofia del “ tirare a campare” sembra connaturata al modus vivendi italiano. Un giorno della settimana scorsa,  mi trovo a Lecce per l’odioso quanto consueto disbrigo di pratiche amministrative. Quando è ormai mezzogiorno, dopo essermi sciroppato tre file in tre diversi uffici, mi accingo a scalare il quarto. “Scalare”, in senso letterale,  poiché in mancanza di ascensore, fermo per un guasto, devo percorre ben cinque piani a piedi. Lungo i gradini essudanti in un’umidità davvero mefitica che conferisce alla tromba delle scale un odore nauseabondo, penso che prima o poi mi trasferirò in Svizzera o in Germania, insomma in uno di quei climi freddi e secchi del nord che ti riconciliano con la vita. “Burocrazia” è un termine coniato nel Settecento dall’economista Vincent de Gurnay, (da “bureau”,  ufficio e “crazia”, potere). Giunto nella sala d’attesa dell’ufficio in questione, trovo a precedermi un gruppuscolo disassortito di varia umanità. C’è l’anziana signora che in un deliquio mistico impiega il tempo recitando preghiere a mezza  voce, il pensionato affetto da Parkinson che sfrega  furiosamente il braccio sul cappotto liso, lo pseudo intellettuale che legge un libercolo di cui non riesco a intravedere il titolo. Un giovane ciccio bombo col cappellino, che assomiglia a Chris, il figlio dei Griffin, solo che questo è  marezzato e allupato e non stacca gli occhi dalle gambe generosamente accavallate della “gnocca” di turno. E su tutti si staglia giunonica lei, la vamp, una bambolona dipinta e vanesia,  con minigonna e tacchi a spillo (come cavolo avrà fatto ad arrampicarsi sulle scale per cinque piani..) che ascolta il vaniloquio di un ruffiano  accompagnatore (capisco che i due sono insieme perché esibiscono un unico numerino), un giovinastro ben vestito e pettinato, che mi ricorderebbe un dandy fuori stagione se non ostentasse un atteggiamento alquanto effeminato. E ad una battuta di quello, la bambolona prorompe in una risata uterina. Tutti volgono lo sguardo nella direzione dei due e nell’espressione del cicisbeo si coglie un moto di imbarazzo per aver destato quella malvoluta attenzione. Un avventore esce dall’ufficio e subito il pensionato tremens  infila  il corridoio per prenderne il posto. Altri stami infecondi di esistenza vanno e vengono. Poi è  la volta della Circe col suo Ulisse all’acqua di rose, ma l’attesa per me è ancora lunga. Non ho l’abitudine di smanettare col telefonino se non il minimo necessario e dunque mi cerco qualcosa da leggere per poter ammazzare il tempo. Ma, a parte una copia spiegazzata  del Quotidiano di Lecce, che io ho già letto la mattina presto, sul tavolino malfermo della saletta giacciono, in ordine sparso: un “Oggi” vecchio di qualche mese, un “Vero”  ancora più vecchio, un “Di più” e una”Diva e donna” di cui non leggo la data. Ok, mi connetto col telefonino.  Apro e da  “Il Fatto Quotidiano on line”, su cui ho impostato da qualche tempo la mia home page, leggo che l’Italia è prima in Europa per corruzione, sopra la Bulgaria e la Grecia, dati 2014. La classifica, Corruption Perception Index, è stilata da una non meglio precisata  Transparency International, che riporta le valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione di 175 paesi del mondo. L’indice 2014 colloca il nostro paese al 69esimo posto nella classifica mondiale, come negli anni precedenti.  La corruzione ammonterebbe a 60 miliardi di euro. Non so se questa cifra (riportata anche dal blog di Beppe Grillo) sia esatta. Infatti su “Corriere.it” c’è una secca smentita. Si tratta di una cifra inventata, dice il Corriere, che non si basa su dati scientifici tanto che anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ne ha confermato l’infondatezza . Purtroppo questa curiosa storiella continua a circolare di bocca in bocca, o meglio di media in media, e finisce per essere accreditata come ufficiale.  Certo è che, se fosse vera, o anche verosimile, sarebbe una notizia stratosferica. Quante cose si potrebbero fare con 60 miliardi?  Quante opere pubbliche si potrebbero completare? Quante strade, quanti asili, quanta nuova edilizia popolare in quartieri meno degradati? E quanta ricerca scientifica si potrebbe finanziare  nella lotta a quelle malattie, come il cancro, che non hanno ancora una cura certa? Viene il mal di testa. Invece di migliorare i trasporti pubblici, eliminare le barriere architettoniche nelle città, creare servizi più efficienti, alcune migliaia di funzionari  e politici pensano ad ingrassare alle spalle dei milioni di pirla che invece tirano la carretta. E si dedicano ai loro loschi affari, alle piccole e grandi convenienze, alle scalate a banche e società di Stato. Intanto guardo il presunto intellettuale chino sul suo libercolo e penso che per avere successo dovrei scrivere dei libri per quel genere di persone che, quando leggono, muovono le labbra. Escono la vamp in minigonna e tacchi a spillo con accompagnatore, ed entra il ragazzotto simile a Crhis Griffin che lancia un’ultima infuocata occhiata alla signorina tutta curve.

Ad un certo punto, mentre credo di dover ancora attendere, odo una voce oltretombale che richiama la mia attenzione. La voce fa proprio il mio nome. Ma mi inganna la tromba di Eustachio o è reale? Nessuno mi aspettava, o almeno nessuno dovrebbe conoscermi  in questo posto. Percorro il corridoio e mi sento un po’ Fantozzi quando sale nell’ufficio all’ultimo piano del mega direttore galattico. Ad un certo punto, un viso conosciuto mi viene incontro. Un mio vecchio amico, che è diventato direttore di quel posto e, avendomi visto entrare, ha pensato bene di favorirmi mettendomi un impiegato a disposizione. Lassù qualcuno mi ama. Dopo i convenevoli di turno, mi infilo nell’ufficio indicatomi. Il depravato impiegato, che evidentemente non era al corrente della mia vista, spegne fulmineo  il pc su cui stava guardando un porno e si mette a mia disposizione. In breve, evado la pratica, ringrazio la mia buona stella  e mi affaccio all’ufficio del direttore per  un ultimo saluto. “Entra, entra” mi invita l’amico e io penso che aver usufruito di una corsia preferenziale è stato del tutto inutile. “Come va, come va?”, mi si rivolge mellifluo. Così ci aggiorniamo sulle rispettive vite privare. Mi dice di essere spostato anche lui ma separato, con due figli piccoli. “Mi dispiace” asserisco, “sono cose che capitano. È davvero preoccupante quanto sia aumentato il numero di separazioni e divorzi negli ultimi anni.” “Già”, fa quello con un’espressione trita e contrita. “Comunque io e la mia ex moglie manteniamo un rapporto civile, almeno fino a domenica scorsa”. “Perché, cosa è successo?” domando. “Sai, ci siamo riuniti per il pranzo. Ogni tanto lo facciamo, per amore dei figli”.  “Eh..” “ Solo che io ho avuto un lapsus freudiano e lei è montata su tutte le furie. Invece di dire <Carla passami il sale>,  ho detto < maledetta puttana mi hai rovinato la vita!>”.  “Urka!” strabilio. Si crea un silenzio di imbarazzo e, dopo un po’, quello inizia a digrignare i denti e quindi prorompe in una risata grassa “Ma sto scherzando, minchione, ahhhaahh.!. è una battuta, l’ho sentita ieri sera in televisione, a Zelig!” . “Ma vaffanculo!”.  Il silenzio si squaglia come cera che ci cola sulle teste. Avevo dimenticato, dopo averlo perso di vista per alcuni annetti, quanto questo amico  fosse un buontempone e un amante degli scherzi pesanti. “Con mia moglie andiamo d’amore d’accordo”, mi rassicura, “ ed è tutto ok!”  “Bene”.  Finalmente ci salutiamo e io mi metto in macchina per ritornare a casa. I dati sulla corruzione in Italia continuano a ballonzolare nella mia testa.  “Ladri, ladri, ladri!”,  una vocina  esce dai precordi ed ha la voce di Pannella.  È davvero una vergogna detenere un primato del genere. Quel che è peggio, ma non voglio fare vieta retorica, è che questo sistema continua ad alimentarsi da sé, come dire per partenogenesi, nella connivenza, collusione, compiacenza di molti, e nell’acquiescenza, nella supina accettazione di altri ( “si è sempre fatto così. Munnu era e munnu ete”).  È la mentalità della gente che dovrebbe cambiare. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, come dicono Elio e le storie tese. Il paese dovrebbe cambiare con atti concreti, dal basso, non con pistolotti come rischia di apparire questo mio articolo. Così non si può continuare. Per dirla con Corrado Guzzanti , “per cambiare veramente le cose ci vogliono le idee. Io ci metto questa”.

 

BLU BLU BLU LE MILLE BOLLE BLU…

la lavandaia, di Camille Pissarro
la lavandaia, di Camille Pissarro

di Paolo Vincenti

 

(“La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città ” – Tradizionale )

Da qualche tempo, il fenomeno delle lavanderie a gettoni si è allargato e dal Nord Italia ha preso piede anche qui da noi al Sud. Non c’è paese che non abbia almeno una lavanderia self service.  Dici bubble wash e pensi all’America, naturalmente. Tutti ricordano quel famoso spot della Levis  trasmesso negli anni Ottanta, in cui il modello Nick Kamen entrava in una lavanderia a gettoni e, sotto lo sguardo stupito e imbarazzato  dei presenti, si spogliava  e metteva a lavare i suoi jeans, mentre in sottofondo andavano le note di  “I heard it through the grapevine” di Marvin Gaye. All’epoca le lavanderie a gettoni non esistevano ancora qui da noi ma esistevano già le lavanderie industriali. E dire lavanderie industriali, per uno che è cresciuto davanti alla tv negli anni Ottanta, riporta subito alla mente un nome: quello di George Jefferson. La serie “I Jefferson”,  trasmessa dalle tv della Fininvest, era molto seguita e riscuoteva un enorme successo di pubblico grazie ai siparietti comici fra il sulfureo e intrattabile George ( star indiscussa della serie) e la governante Florence, con la moglie di lui,  Louise-Wizzie, a far da paciera.  Esilaranti anche i diverbi fra l’inimitabile George e i vicini di casa, la famiglia bianco nera dei Willis, sui quali l’imprenditore (tipico self made man americano) esercitava la propria pesante ironia, definendoli “zebre” per il fatto che si trattava di un matrimonio misto (un caso dunque di  razzismo inverso, esercitato dai neri sui bianchi). Inoltre, per sommo disappunto del vulcanico omino, il figlio Lionel era fidanzato proprio con la figlia dei Willis.

Se volessimo andare alle origini del settore delle lavanderie, troveremmo le lavandaie.  Dal Medioevo fino all’Ottocento, non esistevano certo le lavatrici, e quello di lavare i panni era un compito manuale ed un’occupazione esclusivamente femminile. Lungo le rive dei fiumi, dove si incontravano per lavare il bucato, le donnine chiacchieravano allegramente fra di loro oppure si scambiavano informazioni di ogni tipo e molto spesso intrecciavano canti della tradizione popolare. Il lavare infatti è sempre andato molto d’accordo con il cantare. ” E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene” scrive Giovanni Pascoli nella poesia “Lavandare”.Un mestiere duro ed umile ma molto diffuso, e continuò ad esserlo anche quando comparve la prima forma rudimentale di  lavatrice meccanizzata nel 1850. Le lavandaie eseguivano il lavoro a domicilio, oppure presso i lavatoi pubblici. Le loro forti mani, sformate dall’artrite, operavano energicamente sull’asse di legno (“lu lavaturu” era chiamato qui da noi) per smacchiare e sbiancare indumenti di ogni tipo.  Nel Salento arcaico, le massaie facevano lu cofanu (dal nome del contenitore di creta che conteneva il bucato). Sistemavano nella parte bassa del recipiente le robe bianche e in quella superiore le colorate, separate da uno strato di teli su cui veniva messa la cenere. Con un recipiente più piccolo versavano più volte colate di acqua bollente procedendo a successivi risciacqui, fin quando i panni non ritornavano come nuovi. Dall’acqua di scolo poi, che fuoriusciva da un foro praticato nel cofanu, veniva ricavata la lissìa (lisciva) riutilizzata per lavare gli abiti più scuri e come shampoo per i capelli delle donne. Oggi questa pratica sopravvive solo nei musei delle tradizioni popolari e in alcune messe in scena tenute durante i presepi viventi a Natale. il mestiere delle lavandaie viene rappresentato dall’impressionista Gauguin  nelle opere “Lavandaie a Pont-Aven” del 1886 e “Lavandaie al Canal Roubine du Roi” del 1888 e in letteratura da Verga ne “I Malavoglia”. Più o meno nello stesso periodo, anche Zola fa di una lavandaia e stiratrice, l’umile Gervaise, la protagonista del suo romanzo “L’ammazzatoio”. Honoré Daumier  dipinge molto realisticamente nel 1863 “La lavandaia”.Ma forse il più bel dipinto che ritrae le dure condizioni di vita di queste lavoratrici è “Il ponte di Langlois”  di Van Gogh.

La lavatrice moderna viene inventata in America nel 1906 e introdotta in Italia solo nel 1946. Dunque passa tanta acqua sporca sotto i ponti prima che il progresso della tecnica possa affrancare la massaia da una fatica tostissima.   La prima lavatrice che io ricordi a casa mia, fine Anni Settanta, è una  Zoppas. Come quasi tutte, si caricava dalla finestrella centrale (pochissime avevano la carica dall’alto), ed era bianca zincata. Essa, insieme al frigorifero e alla cucina Ariston, rappresentava plasticamente il sopraggiunto benessere economico nella mia famiglia. Gli anni Duemila hanno portato  enormi trasformazioni sociali, oltre che economiche e politiche. Sono cambiate le abitudini della gente, cambiato il modo di vivere le nostre giornate. L’ultima frontiera del lava e asciuga è la lavanderia self service, che da principio era appannaggio degli studenti universitari fuori sede, dei militari o degli extra comunitari, così massicciamente stanziati nelle nostre città. Ora invece tante famiglie ricorrono alla lavanderia a gettoni, e non solo per il cambio stagionale (piumoni, coperte, giubbotti voluminosi) ma anche per la biancheria, per il cambio di ogni giorno. È il segno dei tempi (si dice sempre così no?). il segno, in semiotica, è l’unione di significato e significante. E se il significato è il contenuto, quello di lavare ed asciugare panni e biancheria, il significante è la forma, dunque le bolle blu delle speedy wash, che diventano addirittura una nuova icona pop  (come il gruppo delle dj svedesi Caroline Hjelt e Aino Jawo, quelle che cantano “I love it!”).

Alcune lavanderie a gettone sono veramente spoglie ed essenziali, altre invece sono attrezzate anche per intrattenere i clienti in quel lasso di tempo necessario alla lavatura ed asciugatura dei capi. Ecco dunque, in alcune bubble wash, l’angolo giochi per i bambini, la tv sempre accesa che trasmette i cartoons, o la musica in filodiffusione, altre ancora addirittura posseggono un angolo lettura, dove l’utente può sfogliare il giornale o leggere un testo dalla piccola libreria che è all’interno. Sono sicuro, si finirà per fare delle presentazioni di libri nelle lavanderie self, e alla lunga, anche delle conferenze o dei piccoli raduni e convegni. Diverranno luoghi di ritrovo sociale, o i templi di una nuova popsophia, che qualche giovane e rampante pensatore nipotino di Derrida non tarderà a formulare. Viva le bubble wash, dunque, e viva la filosofia pop!

 

in “S/pagine”, 18 gennaio 2015

 

Io sono greco…

je suis

di Paolo Vincenti

 

 “I am Elivis Presly / I am a macho man  / Sono Napoleone  /Io sono un’impressione  / Io sono un super deejay  /Yo soy el matador  /Yo soy marinero  /Yo soy el capitan  /I am dynamite  /I am wrong, I am right  /Sono disorientato  /I am looking for love  /I am Frank Sinatra  /I am Spiderman  /Ich bin der Kommissar  /I do the best I can”  –   La medicina    Jovanotti

 

In seguito ai fatti di cronaca internazionale di queste ultime settimane, agli attentati di Parigi e alla conseguente scomposta reazione dell’Europa di fronte all’ennesimo rigurgito di intolleranza religiosa e fanatismo omicida, abbiamo sentito sui mezzi di informazione commenti di ogni tipo, affermazioni schizofreniche e deliranti, prese di distanza, acute analisi politiche e filosofiche insieme a grossolane rivendicazioni di appartenenza.  È Il villaggio globale massmediatico, che ci rulla ogni giorno nelle orecchie. In particolare, abbiamo letto quelle sdilinquite e retoriche espressioni di solidarietà globale che, trasformate in slogans, fanno presto a diventare merchandising. E via dunque con i vari Je suis Charlie, Je suis Ahmed, ecc.  Come sovente accade, si è allestito un grande circo in cui tanti, rispolverando la teoria dello scontro di civiltà,  ballavano una pericolosa danza con i fantasmi del passato. Da “Io sono Malala”, il libro di Christina Lamb e Malala Yousafzai, sulla ragazzina pakistana vincitrice del Nobel per la Pace 2014, tutte queste espressioni di identificazione con l’altro, si rifanno alla celebre frase, “Ich bin ein Berliner”, pronunciata da J.F. Kennedy nel 1963 a Berlino che però, sebbene fosse un capolavoro di retorica, cadeva in un contesto storico completamente diverso.

Comunque, sull’onda emotiva del dibattito ideologico apertosi, anch’io ho provato a fermare su un foglio bianco una personale presa di posizione, una mia testimonianza di impegno civile, oggi che quel muro nella città in cui il Presidente Kennedy parlava cinquant’anni fa, è crollato. Ci ho rimurginato a lungo ma non mi riusciva di scrivere alcunché. “ Io sono… Io sono …”. Ho provato più volte, ma dopo il pronome personale e il verbo mi uscivano solo i puntini di sospensione.

A proposito, pare che nel linguaggio 2.0 , quello dei social network e dei telefonini, i puntini di sospensione siano i più usati fra i segni di interpunzione, anche se ne servirebbero tre ma alcuni ne mettono due e altri dieci. Tutto ciò, al netto degli acronimi e delle sigle che sono usati soprattutto dai giovanissimi e dei tantissimi strafalcioni o solecismi che ormai sono entrati nel linguaggio comune, come per esempio, la x al posto di “per”, o la k (e non sembri una facezia ricordare il noto detto “per un punto Martin perse la cappa”) al posto di “chi” o “che”. L’altro giorno ho scoperto (o dovrei dire “sgamato” per usare il gergo studentesco) mia figlia che scriveva “xké”  su “Whatsapp” (il computer mi segnala in rosso questa parola, segno che non è ancora stata acquisita). “Tuoni e fulmini!”: ho avuto una reazione incontrollata. Le ho detto: “No, questa è una pugnalata! Non me la dovevi dare! Qualsiasi cosa, ma non questo!” . La ragazza è rimasta basita e mi ha giurato sul Devoto Oli che non lo farà mai più.

Ma tornando alla mia monca professione di fede, vano è stato esercitarmici tutto il giorno, fra una pausa e l’altra del lavoro. Dopo soggetto e copula, per completare la frase, non mi sovveniva nessun pertinente nome del predicato. Provato anche in altre lingue: Je suis, j am, oppure yo soy, ma stesso risultato. La sera, tornato a casa, mollo la borsa di lavoro sulla sedia accanto alla scrivania e una vocina interiore mi sorprende. Mi guardo intorno e la voce si fa sempre più reale e mi ripete: “Tolle lege, tolle lege!”, proprio come racconta Sant’Agostino con le Lettere di San Paolo. “Prendi e leggi, prendi e leggi!”, e il mio sguardo cade su un libro impilato sulla scrivania che mi ero promesso di rileggere, scosso dalla recente scomparsa del suo autore: “Paflasmos. Il battito del Mar Egeo. Viaggio nell’anima della Grecia”, di Cesare Padovani (Diabasis Editore 2010). Ma è davvero un’illuminazione celeste, una accensione mistica, un prodigium!

Il libro tratta di un viaggio nel cuore della Grecia moderna alla ricerca però di quella passata, sulle tracce delle vestigia dell’antica civiltà classica, di quelle testimonianze della grandezza del pensiero filosofante nato proprio in quella terra, culla della civiltà occidentale. Ecco completata la frase, allora: “Io sono greco!”. Sì, finalmente ho trovato il modo di completare quanto scritto sul foglio bianco. E d’altro canto, l’ho sempre saputo. Come mai non me ne rendevo conto? Il libro di Cesare Padovani, studioso e saggista riminese, è un diario di viaggio alla ricerca della propria anima, di quello che di sé si è perduto. Un ritorno alle origini,alla sorgente vera della propria cultura, per abbeverarsi a quelle fonti da cui sgorga acqua pura e cristallina. E anche se si sa che quell’acqua non esiste più, che la si è perduta per sempre, tuttavia ci si rivolge indietro, la si cerca con la memoria, con tutto il dolore per il non ritorno, “con quella malinconia”, dice l’autore, “che già Aristotele avvertiva come sofferenza culturale, o eccesso di consapevolezza, e che certamente aveva riconosciuto nel sorriso ironico di Socrate, anche quando Socrate stava per andarsene da questo mondo. Andarsene da qualcosa che si ama è provare nostalgia ancor prima del momento del distacco. Come la vita, un viaggio del genere non può non mantenere in sé quel residuo malinconico”. Eppure, nonostante la sorgente non esista realmente, ci sgorga dentro, fluisce nelle nostre vene, la avvertiamo anche se non odiamo più il suo gorgoglio, questo basta a farci dire a noi stessi che è ancora viva.

Cesare Padovani, che mi addolora sapere scomparso, profondo conoscitore del mondo classico, sull’attualità dei miti ha condotto parecchi seminari e conferenze. E questo suo romanzo è proprio una riscoperta dei miti di cui è piena la letteratura greca, dei simboli di cui essa pullula. Paflasmós” per l’autore significa quel particolare sciabordio del mare che «accompagna il lettore tra odori, rumori, visioni e anfratti di sapienza della Grecia meno conosciuta, per scorgerne il tragico vigore antico, ma anche il pigro dormiveglia delle attese. “Paflasmós rinvia all’“andimámalo”, parola magica nella lingua greca moderna, per raffigurare l’andirivieni dolce delle onde che si spengono sulla battigia e subito tornano verso il mare». “Perché sospiri? A cosa stai pensando?” gli chiede la moglie Giovanna. “Ti sembrerà sciocco ma, lasciando questo paradiso, sto pensando al Paflasmos” E alla moglie che gli chiede cosa significhi, risponde: «Prova a ripeterlo, scandendo le tre sillabe senza però staccarle: Pa-flas-mós”. Quale immagine ti suscita? / “Pa-flas-smòs”? Non saprei, forse il “pa” e il “flas” riproducono il rumore dell’acqua che si riversa sulla riva… / Appunto, quell’onda leggera e sottile che spegne i suoi bisillabi sulla battigia e sulle fiancate delle barche…» .

Le varie tappe toccate dalla sua Periegesi della Grecia sono i pretesti per rispolverare altrettanti miti e scoprire quanto essi siano ancora attuali, quanto il pensiero dei primi filosofi greci abbia ancora validità nel mondo supertecnologico di oggi. Con la leggerezza di un volo di farfalla, come per il suo successivo e ultimo libro “Farfalle Aforismi” (Il Vicolo Editore 2011), passando da una sentenza ad una massima tratta dall’epica di Omero o dalle tragedie di Euripide, Sofocle ,Eschilo, la cultura mediterranea arcaica viene portata alla luce dell’attualità del nostro quotidiano sociale e politico.

Ed è proprio questa la mia formazione, sui classici greci e latini anch’io mi sono costruito. Ho iniziato al Liceo e non li ho più lasciati. E allora di fronte al dibattito in corso, fra cristiani e musulmani, pacifisti e guerrafondai, xenofobi ed esterofili, posso piantare anch’io un seme di appartenenza, crociare una casella, apporre una bandierina nella sconfinata terra di nessuno del deserto intorno. “Io sono greco!”.

Paola Cazza, l’arte in mutamento

 

di Paolo Vincenti

Presso il circolo Arci Spazio Kronos di Collepasso, per l’attenta cura di Luigi Marzano e Fernanda Cataldo, è in esposizione la mostra personale di pittura “Nessuna voce” di Paola Cazza, un’artista ancora poco conosciuta nel panorama salentino, ma del tutto degna di attenzione. Nata a Sassuolo, Paola Cazza è salentina di Nardò ed ha manifestato fin da bambina una certa sensibilità artistica. Autodidatta, si è ritagliata un proprio spazio di comunicazione nell’universo sfaccettato e multiforme dell’arte visiva. Le sue opere pittoriche e scultoree sono state esposte, negli anni, in spazi pubblici di caffetterie e associazioni culturali delle diverse città italiane nelle quali ha vissuto per brevi o lunghi periodi. Paola è un’artista in mutamento, in continua trasformazione: questo mi dice presentandosi, ma questo è ciò che anch’io colgo ad un immediato approccio con la sua mostra. Paola utilizza vari linguaggi, sia quello della pittura che quello della scultura su pietra leccese.

Da una prima ispirazione paesaggistica, il suo alfabeto lirico passa a visioni più astratte, indugia sulle figure umane, vira poi sull’informale. La sua gamma cromatica non è ampia ma efficace. Non ci sono infatti toni forti e accesi nelle pitture di Paola, come il rosso, il nero, ma colori intermedi, molti chiaroscuri. Non c’è autocompiacimento in queste opere, nessuna oleografia, esse sono lontane da un certo vedutismo di maniera che ha caratterizzato altre stagioni della pittura salentina. Il paesaggio è presente ma sempre filtrato dalla sensibilità profonda dell’autrice e soffuso di una certa aerea malinconia, caratterizzato da un’atmosfera di sospensione favorita dallo sfumato dei colori. La realtà non si sfalda mai completamente ma è come se venisse rappresentata in maniera enigmatica, di essa venisse colto l’aspetto più misterioso, oscuro, il suo procedere larvato verso destinazioni non conosciute. È come se nei suoi quadri corressero delle vibrazioni impercettibili che, al tatto con la loro superficie rugosa, io ho colto.

Alcune opere trasmettono allo spettatore il desiderio di andare oltre, a fondo, di penetrare nei loro meandri, come nei recessi dell’anima dell’autrice. Molto interessante si mostra l’inserimento di elementi materici sulle tele, vecchie chiavi arrugginite, lucchetti, oggetti agricoli attaccati con dello spago sui quadri, dunque ritrovati della nostra civiltà contadina arcaica a far da contrappunto all’opera pittorica, ad iconizzare quasi un passaggio di consegne fra il vecchio ed il nuovo, a simboleggiare la continuità fra la matrice larica, archetipica della nostra cultura e la modernità. Notevole il ciclo delle madri: la fertilità femminile metafora e auspicio di fertilità della terra alla quale queste donne gravide sono congiunte: dai loro grembi viene la rigenerazione del mondo. Decisamente prevalenti i corpi femminili su quelli maschili, però essi non sono sezionati come su una tavola anatomica ma appaiono rannicchiati, raggomitolati e intrecciati fra di loro, quasi a celare profondità, gli abissi imperscrutabili della femminilità, come la natura che ama nascondersi, secondo il famoso aforisma di Eraclito. D’impatto la Crocifissione, dove sulla croce è messo un Cristo donna, con una serie di fili di spago a cingerle i fianchi e la testa. I supporti, ricavati nel legno, sono staccati dalle tele e le incorniciano senza contenerle. L’inserimento di elementi astratti nel figurativismo di base (per esempio i pesci che in alcune opere attraversano la scena), conferisce un’impronta onirica e fantastica alle rappresentazioni pittoriche. Infine, vedo alcuni esperimenti in cui le tele vengono bruciate e poi riutilizzate e ricomposte insieme, a formare quadri nei quadri o grovigli e masse informi. Queste tele, che sembra siano state brutalizzate, mi ricordano gli esperimenti di Lucio Fontana che traumatizzava le opere con buchi e tagli.

In questa mostra della Cazza, nella polisemia del suo messaggio artistico, intravedo un filo di arianna che sottotraccia ne percorre la parabola, ed è una sorta di inquietudine, un mal di vivere, che Paola, come ogni artista, si porta dietro, come un passo falso, un controcanto, un suo calco negativo, un demone interiore con cui fare i conti e al quale pagare pegno per giungere sulla tela ad eternare l’attimo.

Tubi

da www.ioarte.org
da www.ioarte.org

L’osceno del villaggio. “Di tutto un pop”

 

di Paolo Vincenti

“La viaggiatrice che attraversò le Halles alla fine dell’estate/ camminava in punta di piedi / la disperazione innalzava al cielo i suoi gigari così belli” . Leggo Breton, fondatore del movimento surrealista francese e di fronte alla mia finestra c’è un cantiere, uno dei pochi ancora in piedi, in questo periodo di crisi edilizia ed economica. Vedo delle impalcature, ormai le 16.30, i muratori hanno staccato e regna la calma assoluta. “La scrittura è tutta una porcheria” dice Antonin Artaud, uno degli esponenti di punta del surrealismo. La poesia fa parte della raccolta “I campi magnetici”(1920), di Breton e Soupault, e penso all’ ècriture automatique, nella quale questi poeti si cimentarono. Oggi sarebbe difficile ripetere certi esperimenti letterari, senza sembrare ridicoli. Non solo per le mutate condizioni storiche e per la mancanza di geni visionari come Picabia,Eluard, Renè Crevel, Max Ernst, ma proprio perché ormai la mort difficile nell’arte si è consumata. Tutto è già stato scritto. “E nella borsetta c’era il mio sogno, quel flacone di Sali / respirati solo dalla madrina di Dio/ i torpori si diffondevano come la nebbia/ al “can che fuma”/ dove erano entrati il pro e il contro/”. Fa scuro e le impalcature davanti a me anneriscono con tutto il resto. Vedo decine di tubi modulari a formare i ponteggi. Così apro Internet e su Google scrivo “tubi”, per vedere cosa viene fuori. Azzardo commistioni (l’ho sempre fatto nelle porcherie che scrivo), come quella “della macchina da cucire e l’ombrello su una tavola anatomica”, su cui Battiato (con Sgalambro) ha costruito un album molti anni fa. Ma non posso tentare di imitare la tecnica degli accostamenti analogici casuali propugnata da Breton.

La prima voce che consulto è: “Il tubo di Pitot”. Esso “è uno strumento utilizzato per misurare la velocità macroscopica di un fluido (tipicamente un gas). Fu inventato nel 1732 dallo scienziato francese Henri Pitot.”(Wikipedia). Pitot in francese si legge “pitò” e solo a pronunciarlo un po’ più lentamente (“ pitooo..”) mi vengono in mente i cartoni animati per adulti “Southpark “(quelli che fanno vedere i sorci verdi al Moige) e il tipico intercalare di uno dei loro scorretti e volgarissimi personaggi: lo psicologo della scuola Mackey. Poi c’è il tubo multistrato: utilizzato dagli idraulici per l’installazione dell’impianto idrico o degli impianti di riscaldamento e idrosanitari o anche per la distribuzione del gas metano. Essi sono di quasi esclusiva competenza degli installatori autorizzati  e devono rispondere a determinate normative europee. Non così invece il semplice tubo monostrato, di plastica o di gomma, utilizzato per l’irrigazione e nel nostro dialetto comunemente (e orrendamente) chiamato “suga”(dal latino sucare, “succhiare” perché serviva per aspirare il liquido, generalmente il vino, dal recipiente). Come molti della mia generazione, sono nativo dialettale, e ricordo le difficoltà e l’imbarazzo, da piccolo, di tradurre in italiano questo sconcio sostantivo. Però penso che un tubo, una “suga”, potrebbe essere oggetto di un quadro di Duchamp come ready made, cioè quegli oggetti banali del quotidiano elevati ad opera d’arte e potrebbe avere la stessa dignità del famoso “Orinatoio”.

Se passiamo alla biologia,  Il tubo neurale è presente sia negli embrioni animali che negli embrioni umani. In questi ultimi, “durante il corso dello sviluppo, l’estremità cefalica del tubo neurale perde la forma cilindrica e si allarga in vescicole encefaliche, abbozzi delle diverse parti dell’encefalo;la restante parte del tubo neurale, discostandosi in misura minore dalla forma originaria, dà origine al midollo spinale.”( da: Wikipedia)

Poi c’è il tubo di Venturi o venturimetro che “è uno strumento che serve a misurare la portata di una condotta. Questo strumento sfrutta l’effetto Venturi e prende il nome proprio dal fisico Giovanni  Battista Venturi.” Venturi però a me fa pensare a due cose diverse ed entrambe variamente collegate all’estetica: ad un manuale sui pittori italiani e alle tette. Sì, il manuale “Pittori italiani d’oggi” (1958), giace riposto e mai aperto nella mia libreria, lascito chissà di quale circostanza della vita, e sul frontespizio c’è scritto “ a cura di Lionello Venturi”. Le tette invece sono quelle di Alessia Venturi ( in realtà Ventura), modella e showgirl che ogni tanto rivedo sgambettante in qualche trasmissione televisiva.

“ Il tubo di Crookes è un particolare tubo a vuoto di vetro, a forma di cono, che presenta 3 elettrodi : 1 anodo e 2 catodi. Deve il suo nome al suo inventore, il fisico William Crookes, e rappresenta l’evoluzione del tubo di Geissler e il precursore del tubo catodico”. Crookes mi riporta per assonanza ai cookie del pc, quelli che indicano tutte le preferenze di navigazione che abbiamo e che si usa disattivare per mantenere una certa privacy; ma anche al Cuki, cioè il contenitore di fogli di alluminio per alimenti, ma anche agli adesivi per dentiere di una vecchia pubblicità (Kukident).

Di fronte al tubo catodico, ovviamente, si apre un mondo, solo a pensare a quanta e quale fantasmagorica varietà abbia accompagnato negli ultimi cinquant’anni la vita degli italiani, elettrizzati, annoiati,stimolati,infreddoliti,depressi, felici, addormentati o catatonici, davanti all’elettrodomestico amico (“ la televisione, che felicità, nuova dimensione della civiltà”- Edoardo Bennato). E mi vengono in mente, come in un Blob schizoide montato dai più diabolici Ghezzi e Giusti: Fantastico 8, Mondiali di Argentina dell’86, Che tempo fa, Almanacco del giorno dopo, Sanremo ‘87, Aboccaperta, Mi manda Lubrano, Il postino, Avanzi, Maurizio Costanzo show..

Ma quando uno dice tubi, quelli a cui immediatamente pensa sono i cosiddetti “tubi Innocenti” (dal nome della famosa ditta meccanica milanese,poi anche produttrice automobilistica con la prima Mini Minor): i tubi cioè comunemente utilizzati in edilizia nella costruzione di ponteggi. E quando guardo il cantiere edile di fronte a me il mio cervello va a quel famoso scatto in bianco e nero in cui si vedono degli operai in un grattacielo di New York sospesi su una trave d’acciaio ad una altezza vertiginosa. La foto è del 1932 e gli operai, in pausa pranzo, erano quelli che lavoravano alla costruzione del Rockfeller Center. I tubi possono avere mille usi. E a questi si è ispirato il gruppo musicale italiano “Marta sui tubi”.

Poi abbiamo i tubi led, cioè le lampade tubolari al neon che, sebbene poco attraenti esteticamente, hanno il vantaggio di illuminare a giorno qualsiasi ambiente, di un bianco che più bianco non si può. Un tubo è quello che porta, o meglio dovrebbe portare, il gas dall’est europeo in Italia, via Grecia e Albania, attraverso il Canale d’Otranto: e questo mi fa pensare alla TAP e alla guerra ideologica che si è scatenata qui nel Salento fra sostenitori del gasdotto, cioè la join venture delle multinazionali che lo realizzeranno e chi lo avversa, cioè quasi tutto il territorio con in testa il comune di Melendugno. Il dibattito è aperto e le telecamere dei tg pronte a immortalare scontri verbali e fisici fra i manifestanti. Torno a Breton: “I piccioni viaggiatori i baci di soccorso / si univano ai seni della bella sconosciuta / dardeggiati sotto il crespo dei significati perfetti / una fattoria fioriva dentro Parigi / e le sue finestre si affacciavano sulla via lattea/”

Tube”, cioè “tubo”, comunemente chiamano nel Regno Unito la metropolitana, underground: un termine quest’ultimo ( coniato da Duchamp negli anni Sessanta)che mi fa immediatamente pensare alla cultura “underground”, cioè a quel vasto movimento giovanile di controtendenza che fra gli anni Sessanta e i Settanta dagli States al Regno Unito, ma anche all’Italia, ha fatto sfaceli, fra fiori e cannoni, sesso e mariuana, radio libere ma libere veramente e stampa alternativa. E cogitando così, mi viene in mente il gruppo dei Velvet Underground e la copertina del loro primo album con quella famosa banana disegnata da Warhol.   Con la testa che penzola fra tubi e tubi, mi sovviene lo Youtube su cui posso rivedere le puntate perse delle trasmissioni televisive, soprattutto i litigi e le risse, i video musicali, convegni e presentazioni di libri, interviste e filmati amatoriali di svalvolati in cerca del loro quarto d’ora di celebrità.

Elucubrando, attraverso una serie infinita di tubi, esco infine dal tunnel della mia neurolabile serata e mi ritrovo, non so come, a mangiare una pizza e bere una birra al pub “Al tubo” di Catania.

 

in “S/pagine”, 11 gennaio 2015

 

Chi ben comincia…

2015

 

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.

(“L’anno che verrà” – Lucio Dalla)

 

E l’anno che è venuto è  solo un anno che è venuto  e l’anno che è venuto è solo un  anno che è passato  e l’anno che è passato è solo un anno che ho vissuto e l’anno che è passato è solo un anno che se n’è andato via.

(“L’anno che è venuto” – Roberto Vecchioni)

 

di Paolo Vincenti

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” . Confesso che per un momento mi ha sfiorato il dubbio amletico di Nanni Moretti in “Ecce Bombo”, quando ho declinato gli inviti di amici e parenti a festeggiare la notte di San Silvestro in grande stile, fra cenoni in case private o in locali à la page. Ma per quest’anno ho preferito restare a casa, dando a ciascuno di essi delle motivazioni differenti e il più possibile credibili. Agli amici che so essere  votati ai valori della famiglia e della tradizione e amanti del calore del focolare domestico, ho detto: “no, non vengo, preferisco godermi le gioie degli affetti famigliari quest’anno”. A quelli che hanno i genitori molto anziani oppure li hanno perduti da poco, ho fatto sapere che preferivo restare a far compagnia ai miei anziani genitori ( i quali invece sono andati a divertirsi insieme ai loro amici ad un cenone organizzato). Agli amici scapoli impenitenti, che mi invitavano a festeggiare in un locale da ballo, ho risposto con aria finto sconsolata: “ehh.. sapeste che invidia mi fate! Purtroppo a me, con moglie e figli piccoli, certi divertimenti sono preclusi “( e mentre lo dicevo, i miei ragazzi si scatenavano con lo stereo acceso al ritmo di vari balli latini). Con gli amici colti, intellettuali di sinistra, ho sentenziato: “ma lo sapete che disdegno queste feste caciarone e volgari, io resto a casa a guardare un bel film di Nanni Moretti, come ‘Aprile’ ( lo rivedi ed è sempre nuovo), oppure di Gillo Pontecorvo,  come il bellissimo ‘Kapò’”. Agli amici intellettuali di destra, ho notificato: “me ne frego delle feste e dei veglioni, resto a casa a guardare un film di Pasquale Squitieri, anzi meglio, di Renzo Martinelli, e penso che sceglierò  ‘Barbarossa’. Sì, proprio così”.  Agli amici simpatizzanti del Movimento Cinque Stelle ho fatto sapere: “rimarrò fra le mura domestiche a guardare un vecchio film di Beppe Grillo, “Cercasi Gesù”, uno dei migliori della cinematografia italiana, un film profetico!”(coi Cinque Stelle bisogna sempre calcare un po’ la mano). Infine, convincere mia moglie è stato facilissimo, puntando sul costo eccessivo delle quote di partecipazione alle cene organizzate ( “e che, di questi tempi, mica si possono buttare i soldi, eh..!”)

Così, raggiunto lo scopo prefissato, il 31 dicembre mi predispongo ad una tranquilla serata casalinga e alle 20.30 ascolto il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, trasmesso a reti unificate, in cui Napolitano annuncia le sue dimissioni per avanzati limiti di età. L’ultimo dell’anno è sempre tempo di bilanci, consuntivi, e troppo spesso questi sono in rosso, dunque meglio evitare il colpo apoplettico del default  rinnovando, per una sera, la bolla euforica speculativa e mantenendo nei confronti del futuro una dotta ignoranza poiché di esso, come di Dio, non si può dire nulla. (Maghi astrologi e santoni esibiscano regolare dispensa prima di vaticinare).  E dopo il messaggio presidenziale, via alla musica e ai sorrisi e canzoni con la trasmissione di Rai 1 “L’anno che verrà”,  condotta da Courmayeur  da Flavio Insinna ( uno che, per varietà di linguaggio, pare un Accademico della Crusca in confronto a Carlo Conti, il negro di Viale Mazzini). Per il deficit di bilancio di cui sopra, meglio evitare la trasmissione di Rete 4 “Terra”, che propone un resoconto dell’anno 2014 (da dimenticare). Su Rai 2, un film di fantascienza, che però i ragazzi non sembrano apprezzare (riescono a pronosticare se un film piacerà oppure no già dal primo frame, incredibile..). Purtroppo, non avendo nessuno dei dvd dei film di cui ho parlato agli amici e nemmeno l’abbonamento a Sky Cinema, c’è davvero poco da scialare, televisivamente parlando.  Su Canale 5, una trasmissione omologa di quella di Rai 1: la festa organizzata da Gigi D’Alessio  e Anna Tatangelo, nella centrale Piazza Plebiscito di Napoli. Su Rai 3, il solito circo di Montecarlo, di una tristezza  infinita. E  mentre  sui canali generalisti, cantanti intrattengono, comici  cantano, soubrette conducono e   conduttori soubretteggiano, mi rimane Sky tg 24 a manetta, pressappoco  come tutte le altre sere.  E dunque via ai commenti più disparati al discorso presidenziale appena pronunciato, alle immagini della tragedia a bordo del traghetto Norman Atlantic nel canale d’Otranto e alla notizia dell’ennesimo bambino, Simone, scannato dalla madre a San Severino Marche. A questo punto, la depressione comincia a lambirmi. Mia moglie mi guarda fra il contrito e  l’indispettito, per il fatto che pure la notte di capodanno le è toccato spadellare e lavare piatti;  i miei figli mi guardano torvi perché avrebbero preferito stare a divertirsi con gli amichetti in qualche serata danzante e sfogano la loro vivacità repressa dando fondo a tutte le scorte di rauti e mortaretti di cui dispongono:  in un impeto di euforia sansilvestrina fanno anche tremare i vetri ed esplodere due vasi di gerani della casa dirimpetto alla nostra, tanto che devo subire al telefono l’ira funesta degli anziani vicini bruscamente destati  dal placido sonno. Inoltre,  dei parenti  che telefonano dopo la mezzanotte per dare gli auguri, suocera, sorelle, fratelli, cognati, nipoti, nessuno chiede di me,  tutti evidentemente offesi dal mio rifiuto di unirmi a loro per i festeggiamenti.  A questo punto, non so da quale andito della memoria,mi vengono in mente i versi del Dies irae di Tommaso da Celano (XIII Secolo):  “Dies Irae, dies illa/solvet saeclum in favilla:/ teste David cum Sybilla. “Il giorno dell’ira, quel giorno che / dissolverà il mondo terreno in cenere / come annunciato da Davide e dalla Sibilla. /Quanto terrore verrà /quando il giudice giungerà/ a giudicare severamente ogni cosa”. 

Quando si avvicina la fine dell’ anno, o di un evo, è facile che l’umanità venga condizionata da paure, timori ancestrali, e risulti più sensibile ad oscure profezie (le più gettonate, nel giro di boa del 2000, sono state quelle di Nostradamus). Per i cristiani in passato, c’era (ma c’è ancora) l’Apocalisse di Giovanni: “ed ecco si fece un gran terremoto, e il sole si fece nero, e la luna si fece tutta sangue, e le stelle caddero dal cielo sopra la terra […] e ogni monte e le isole si mossero dai loro luoghi. E i re della terra e i principi e i tribuni e i ricchi e i forti e ogni servo e libero si nascosero nelle spelonche e nelle pietre dei monti. E dicono ai morti e alle pietre: Cadete sopra noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sopra il trono e dall’ira dell’Agnello, poiché è venuto il grande giorno dell’ira”. Per i pagani, vi erano le profezie della Sibilla Cumana, a cui si richiama appunto Tommaso da Celano: “Teste David cum Sibylla”. Ogni passaggio importante, ogni svolta epocale della storia, porta con sé psicosi difficili da vincere. San Cipriano, nel 250 d.C. , voleva offrire la prova scientifica che le profezie, sia cristiane che pagane, erano prossime ad avverarsi, “il giorno del giudizio si avvicina”. Cipriano affermava che la secolare lotta fra Dio e il Diavolo era giunta all’ esplosione finale e che bisognava aspettarsi le trombe del Giudizio. L’umanità , nel Medioevo, si fece condizionare dalla suggestione che il dies irae fosse vicino e ad ogni nuova invasione barbarica, ad ogni epidemia, guerra o sconvolgimento politico, si faceva concreta la psicosi dell’Anticristo. In realtà, nell’anno Mille non risuonarono le bibliche trombe del giudizio universale, come non sono risuonate qualche anno fa, nel Duemila, e il mondo non è ancora precipitato nelle fiamme dell’Apocalisse. “La tromba diffondendo un suono mirabile/ tra i sepolcri del mondo / spingerà tutti davanti al trono. / La Morte e la Natura si stupiranno / quando risorgerà ogni creatura / per rispondere al giudice.”

Per il capodanno del 2000, torme di futurologi e cialtroni mediatici si scatenavano a prevedere apocalissi tecnologiche ( ricordate il millennium bag?).  Quest’anno invece, a movimentare l’attesa della vigilia, solo le profezie sull’imminente fine del mondo di Ali Agcà, l’attentatore di Papa Woityla, lui sì una macchietta, che fa ridere più dei comici insipienti  di Rai 1 e Canale 5. E mentre in tv cantano Fedez e Albano, Francesco Renga e Raf, e fra ricchi premi e cotillons scatta il countdown per la mezzanotte, ritorno ancora ai versi di Tommaso da Celano: “ Sarà presentato il libro scritto / nel quale è contenuto tutto, / dal quale si giudicherà il mondo. / E dunque quando il giudice si siederà, / ogni cosa nascosta sarà svelata, / niente rimarrà invendicato.”.  I telegiornali trasmettono le immagini della nave Blue Sky che arriva a Gallipoli con 800 migranti clandestini, uno degli sbarchi più imponenti degli ultimi decenni, e intanto informano  che va stringendosi il cerchio intorno alla madre assassina del piccolo Loris Stival, inchiodata alle proprie responsabilità. Così vado a dormire, fortemente scosso, mentre gli spari che risuonano nelle strade, nel mio blob onirico, si frammischiano ai rumori dei bombardamenti di qualche guerra nel medio oriente,  e dei morti e feriti vittime ogni anno dei botti di San Silvestro.  E fra “male erbe e sterile zizzania che ricoprono i campi”, come scriveva nell’XI Secolo il monaco Rodolfo il Glabro, in una orripilante descrizione della carestia che aveva colpito in quel tempo la Borgogna, “e viandanti che vengono assaliti e poi tagliati a pezzi, cotti col fuoco e divorati, persone che vagano per sfuggire alla carestia, trovano ospitalità lungo la strada e poi vengono sgozzate durante la notte e servono da nutrimento a coloro che le hanno accolte”, chiese che sono spogliate dei loro ornamenti, abitazioni depredate, invasione di cavallette, piaghe e pestiferi bubboni, singhiozzi, afflizione, gemiti disperati, il mio sonno è più agitato che mai. Basta, l’anno prossimo, al cenone organizzato, mi prenoto fin da novembre.  Qualsiasi cosa, meglio degli incubi apocalittici, anche le stelle filanti,  le marcette,  i trenini e “ ay ay caramba” e “il mio amico Charlie Brown”! Molto meglio le trombette sfiatate pepperepè, che le trombe di Giosafatte!

 

Per una storia del presepe. I presepi artistici nel Salento

LA MAGIA DEL PRESEPE DA SAN FRANCESCO AD OGGI 

di Paolo Vincenti

Che Natale sarebbe senza il presepe? Soprattutto nel nostro Meridione, è ancora viva e molto sentita la tradizione di allestire nelle proprie case “o’ presepio”, come lo chiamano a Napoli (come dimenticare quella famosissima scena dell’opera teatrale napoletana “Natale in casa Cupiello”, in cui il grande Eduardo chiede insistentemente al figlio “te piace o’ presepio?”), elemento straordinariamente poetico e romantico, a differenza del più recente albero di Natale, che rimanda all’elemento profano e consumistico della festa. Il presepe è per noi uno dei simboli più cari del periodo natalizio. Storicamente, il merito di avere “inventato” il presepe, viene attribuito a San Francesco il quale si rifece alle sacre rappresentazioni che fin dal primissimo Medioevo venivano inscenate in chiesa durante la liturgia della notte di Natale. Il Santo dei poveri riprodusse la scena della Natività a Greccio, piccolo paesino in provincia di Rieti, nel 1223, secondo la testimonianza di San Bonaventura, con personaggi in carne ed ossa, per rendere più vicino anche alle persone umili e semplici e agli analfabeti, che non potevano leggere le Sacre Scritture, il miracolo della nascita di Gesù.

Molto bella la storia dell’arrivo di San Francesco a Greccio, nel 1209, ancora oggi rievocata nel piccolo paesino montano in provincia di Rieti.

pastorelli in cartapesta leccese

Suggestiva la leggenda della scelta del luogo dove costruire un convento, che venne affidata al tizzone lanciato da un ragazzino, l’incontro di San Francesco con il Signore di Greccio, Giovanni Velita, al quale raccontò di voler rappresentare la nascita di Gesù in una grotta sui Monti Sabini, e quindi l’allestimento del primo presepe vivente della storia, con pastori, Giuseppe, Maria e il Bambino, il bue e l’asinello Il più antico presepe inanimato si deve invece ad Arnolfo di Cambio, che lo scolpì in legno, nel 1289, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, anche detta “Ad Presepe”, perché conserva i resti della Sacra Culla. Secondo la tradizione, questa Culla sarebbe stata trasportata  da Betlemme a Roma all’epoca di Papa Teodoro I (642-649). L’ usanza  di allestire dei presepi artistici divenne così popolare che presto tante altre chiese vi aderirono. Ognuna creava un proprio presepio particolare ed unico, dove le scene della Natività erano spesso ornate con oro, argento, gioielli e pietre preziose.

Secondo la leggenda, comunque, il Salento vanta un invidiabile primato in fatto di presepi: infatti, il primo presepe artistico del mondo sarebbe stato realizzato a Lecce da San Francesco nel 1222. Il Santo tornava da un viaggio in Oriente e si sarebbe fermato a passare le feste a Lecce. Qui, avrebbe realizzato un presepe artistico con statue in terracotta, un anno prima del “presepe vivente” di Greccio.

Il Salento conserva una tradizione presepiale antichissima. Moltissimi presepi, di tutti i tipi, viventi, artistici, meccanici, piccolissimi ed enormi, sono realizzati in ogni angolo della nostra provincia: nelle chiese, nelle piazze, nelle masserie di campagna, nei “trappeti”, nelle grotte in riva al mare, se non addirittura in fondo al mare. Il termine “presepe”, che vuol dire propriamente “stalla, greppia”, deriva dal latino “praesepium”,  parola composta dal prefisso “prae” che significa “davanti”, e “saepes”, che significa “siepe”, ossia un recinto limitato da una siepe, ad intendere appunto una stalla, o, più specificamente, la “mangiatoia” degli animali, nella quale nacque Gesù. In tutti i presepi sono raffigurati la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello, scaldato dal bue e l’asinello. Fuori dalla grotta, i pastori, vestiti con pelli di agnello, gli zampognari che con le loro cornamuse allietano la fredda nottata, poi il  “guardastelle”, un pastore con lo sguardo rivolto al cielo in cerca della stella cometa.

Un posto d’onore è riservato a  Santu Scilesciu, San Silvestro, un pastore che è sempre raffigurato in ginocchio, con un fagotto sulle spalle che simboleggia l’anno che è trascorso e, quindi, la vicinanza del Capodanno quando, appunto, viene festeggiato San Silvestro.

Poi, i Magi con i loro doni di oro incenso e mirra. Sulla grotta, sono presenti due angeli che reggono un cartiglio con la scritta “Gloria in excelsis Deo”.

Riguardo l’asino e il bue, la leggenda vuole che, nella santa notte, mentre il bue si avvicinò al bambino che aveva freddo per scaldarlo col suo alito, l’asino, invece, stupido e testardo, si mise a ragliare come se fosse estate, impedendo così al bambino di addormentarsi. La Madonna, allora, lo punì, rendendolo rozzo ed ignorante, a differenza del bue che è invece un animale forte ed intelligente.Si deve adOrigene, importante erudito dell’antichità cristiana, aver aggiunto nella grotta le figure del Bue e dell’Asinello.

presepe di Torre Santa Susanna

Se fu San Francesco il primo a dar vita ad una rievocazione della nascita di Gesù, con pastori, bestie e Sacra Famiglia in carne ed ossa, la raffigurazione della Natività ha origini ben più antiche. Infatti, i primi cristiani usavano rappresentare con graffiti la scena della Natività nei loro luoghi di incontri e, successivamente, quando finirono le persecuzioni, anche nelle prime chiese, con rilievi ed affreschi.

L’uso di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel Quattrocento, soprattutto nel Regno di Napoli: infatti, molto importante è il presepe di San Giovanni a Carbonara (1484), conservato, sia pure parzialmente, a Napoli, con pregevoli figure lignee.

Ideatore del presepe popolare è invece San Gaetano da Thiene che, nel 1500, immise nel presepe, insieme con i personaggi storici, personaggi secondari, vestiti con gli abiti del tempo, che dovevano fare da contorno alla scena madre della Natività.

Oltre ai francescani, a diffondere la tradizione del presepe furono poi i domenicani e i gesuiti.

Nel Cinquecento,  molti presepi erano allestiti nei conventi romani e, fra questi, particolarmente apprezzato era quello dell’Aracoeli, dove si trovava un Gesù Bambino che un anonimo frate francescano, secondo la tradizione, aveva intagliato direttamente da un tronco d’ulivo del Getsemani, come riferisce il francescano spagnolo Juan Francisco Nuno nel 1581.

Nel Seicento, dalla Toscana e dal Nord Italia, la tradizione si diffuse moltissimo nell’Italia Meridionale e arrivò anche in Campania, in Sicilia, in Molise e in Puglia.

A Napoli, fra i più belli, vi è il presepe che fu realizzato nel Palazzo dei Padri Scolopi e poi, importanti presepi furono realizzati nella Chiesa di Santa Maria in Portico e nella chiesa di San Gregorio Armeno, paese che oggi vanta un indiscusso primato in Italia in fatto di realizzazioni presepiali.

Dopo il 1700, si cominciò ad ammirare il presepe anche fuori delle chiese, nelle case private, e si diffuse l’abitudine di avere nel presepe statuine rappresentanti personaggi appartenenti a tutte le categorie sociali ed anche personaggi contemporanei. In Terra d’Otranto, l’arte presepiale in cartapesta ha avuto una straordinaria fioritura a partire dal Seicento, ma il culto del presepe è molto più antico;  anzi, ormai tutti gli studiosi hanno accertato che questo culto  è antecedente al presepe di Greccio creato da San Francesco nel 1223.

Infatti, in Terra D’Otranto, alla fine del XIII secolo, già questa tradizione è in piena espansione, mentre nelle altre parti d’Italia bisognerà attendere la fine del Quattrocento.

Il culto presepiale salentino si ispirava nella iconografia al modello siriaco, con la Madonna coricata, mentre il modello francescano ha poi proposto la Madonna inginocchiata in adorazione del Figlio.

Gallipoli, chiesa di San Francesco, presepe

Fra i presepi più antichi, in provincia di Lecce, come informa Maurizio Nocera, in un numero di “Il Ponte. Salento- Brianze” (Anno 2004), il presepio del XV secolo, forse il più antico del Salento,  costruito in pietra locale da Stefano da Putignano nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli Vecchia, e il presepe, pure del XV secolo, costruito da Gabriele Riccardi nel Duomo di Lecce.

Non si possono certamente passare in rassegna tutte le opere esistenti ma accontentiamoci di fare solo un breve excursus fra i maggiori presepi salentini.

Degni di nota sono, a Galatina, nella Basilica di  Santa Caterina d’Alessandria, il  Presepe realizzato da Nuzzo Barba e nella Chiesa del Carmine, il Presepe di Emanuele Manieri del XVIII secolo.

Molto bello è il Presepe della Chiesa del Crocifisso o di San Pasquale, a Parabita, attiguo all’ex Convento degli Alcantarini e confinante con l’attuale Cimitero. Questo presepe, di scuola napoletana, voluto nel XVIII secolo dal Duca di Parabita, Giuseppe Ferrari, fu eseguito in roccia marina e pietra leccese, e le statuine sono per la maggior parte in cartapesta.

A Cutrofiano, molto forte la tradizione dei pupi in terracotta. Nel Museo Comunale della Ceramica si conservano pezzi del presepe del prelato di corte Alemanni e i pupi realizzati dall’artista cutrofianese Vincenzo Galeone, detto Pingisanti.

Nella cripta di Otranto è affrescato il Presepe di Greccio di San Francesco.

A Lecce, si possono citare l’ Altare del Presepe della Chiesa di San Giovanni d’Aymo o del Rosario, opera del barocco leccese, il Presepe allestito dall’Amministrazione Comunale nell’Anfiteatro Romano in Piazza Sant’Oronzo; la  Mostra dei presepi artistici nella pinacoteca francescana del Convento Sant’Antonio a Fulgenzio e le numerose botteghe, sparse nel centro storico, dei maestri pupari; nel Convento dei Teatini, poi, si tiene la Fiera di Santa Lucia, la più importante esposizione di pupi in cartapesta e terracotta dell’Italia Meridionale dopo quella di San Gregorio Armeno a Napoli.

A Squinzano, da segnalare Santa Maria di Cerrate, con il portale del XIII secolo con la raffigurazione della Vergine e dei Magi.

Nel Seicento, quando si diffuse in Terra D’Otranto l’arte presepiale, si crearono tre scuole, cioè quella dei “sammacaleri”, pupari di San Michele, quella dei pastori di Cutrofiano e Ruffano, esperti nella lavorazione della terracotta, e quella dei barbieri leccesi, pupari esperti nella cartapesta.

Copertino, chiesa matrice di S. Maria ad Nives, presepe

ACopertino, presso Santa Maria ad Nives, si può visitare il presepe in pietra fine ‘500-inizio ‘600;  a Corigliano d’Otranto, nella  Chiesa San Nicola, l’ Adorazione dei Magi, tela d’altare del ‘600; a Maglie, l’Arazzo del ‘700 con Natività, donato alla chiesa Matrice da Francesca Capece; a Gallipoli, nella  chiesa di San Francesco, il Presepe di Aurelio Persio da Montescaglioso.

A Salice Salentino, vi è il Presepe in schiuma espansa realizzato da Francesco Spagnolo, tra i più belli d’Italia; a Giuggianello, presso la tenuta “La Cutura”, il presepe con pupi di pezza realizzato da Totò Cezzi;a  Diso, il  Presepe permanente organizzato dall’Associazione culturale  “Diso e futuro”.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Sempre a Lecce, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, l’ “Adorazione dei pastori” di Serafino Elmo.

Per quanto riguarda  la mostra dei pupi che si tiene in occasione della Fiera di Santa Lucia, nel capoluogo salentino, da tempo immemorabile, tutti i pupari leccesi si danno convegno in questa che è per eccellenza la fiera dei pupi, testimoniata già nel XVII secolo da Giulio Cesare Infantino nella sua opera “Lecce Sacra”. La tradizione dei pupari a Lecce è stata in passato veramente rigogliosa. Da una ricerca condotta da Edoardo Foscarini e riportata da Maurizio Nocera ( “Il Ponte. Salento-Brianza” anno 2004) sono venuti fuori i nomi di alcuni pupari leccesi del passato, come Francesco Ingrosso, Ignazio Pietro Sugente, Francesco Calabrese, Vincenzo Oronzo Greco, ecc. Il primo maestro cartapestaio accertato fu Mesciu Chiccu Perdifumu, che modellava le preziose statuette insieme alla moglie Assunta. Questa tradizione, che si rinnova ogni anno in occasione della Fiera di Santa Lucia, è stata molto ben documentata negli ultimi anni da La Fera, storica rivista fondata nel 1984 dal maestro puparo leccese Gino Totaro, che continua le sue pubblicazioni ancora oggi, ad opera di Fulvio Totaro.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Lo stesso Nocera riferisce poi del bellissimo presepe Gotico di Michele Massari (1902-1954), costruito nel 1947 e ubicato in una delle sale del Castello Carlo V, dove si trovano anche altri importanti presepi leccesi.

Queste mostre ci riportano ad un’altra nota consuetudine di questo periodo, cioè quella dei mercatini di Natale, presenti nei nostri paesi durante il mese di dicembre,  e che, famosi in tutta Europa, sono una tradizione legata ai paesi nordici.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto.

A Natale

vincenti

di Paolo Vincenti

 

(“Quando verrà Natale, tutto il mondo cambierà”  – Antonello Venditti)

 

Fra pochi giorni, tutto il mondo festeggerà il Natale. E del resto, come sfuggire ad un evento così importante e sentito? Se si pensa che il Natale si è innestato su una festa pagana come quella del Natalis Solis Invicti o che la nascita di Cristo ha soppiantato quella del dio persiano Mitra, qualche dubbio viene, ma lasciamo ai dotti e ai razionalisti queste rilevazioni e per noi sia vivo il Natale con annessi presepe e albero. Tuttavia, perché il dì  di festa sia davvero speciale, bisognerebbe adottare delle precauzioni e osservare alcune semplici ma importanti prescrizioni tese a evitare che giorno sì gaudioso tosto si trasformi in giorno funesto.  Prendetelo come un personale prontuario di autodifesa, un vademecum,  una posologia, una ricerca del giorno perfetto, una strategia  di evitamento degli effetti collaterali del Natale. E dunque la prima regola da osservare sarebbe quella di tenere ben spenta la tv. E se si pensa che, in mancanza di argomenti di discussione, un silenzio tombale calerebbe sulla tavola, e  non si può fare a meno dell’elettrodomestico amico, evitare almeno telegiornali e trasmissioni di cronaca nera.

Sapere di guerre che ancora funestano tante parti del mondo o di omicidi-suicidi o sgozzamenti di casa nostra, certo non stuzzica l’appetito (come le pizzette catarì delle quali ringhiava, in un vecchio spot,un  famelico Giorgio Bracardi). Sapere di gente scannata e buttata in qualche fosso non va molto d’accordo con quel piacevole languorino  pre abbuffata natalizia.

La seconda regola di questa personale precettistica è quella di evitare la Messa del Papa il quale, più che alzare la voce ( vox in deserto clamantis) di fronte alle guerre e ai crimini contro l’umanità, non può fare. Una volta era diverso. Nel Medioevo lo sceriffo del mondo non erano certo gli Stati Uniti, ma era lui, il successore di Pietro, il vicario di Dio in terra, il Pontefice Massimo. Quando un popolo minacciava la pace e la tranquillità di un altro, ancor peggio poi se attentava al Patrimonium Sancti Petri, il Papa mandava il suo santo esercito a sterminare i manigoldi e farne pasto per gli uccelli. Vecchia storia quella della divisione dei poteri  temporale e spirituale e dei due soli in cielo: a che cosa portano due immensi termosifoni che ardono contemporaneamente se non all’effetto global warming ,con la conseguenza che ormai festeggiamo il Natale in t shirt e maniche di camicia?

Dove è finito il bel freddo di una volta, quando a Natale si indossavano cappelli e cappotti e, se si era molto fortunati, al risveglio la mattina si poteva trovare anche la neve? Sembra il  Pleistocene, ma si parla di venti, trenta anni fa. Altra cosa da evitare, nel giorno in cui nasce il divin bambino,  sono gli sms di auguri sul telefonino, quelli stupidissimi e preconfezionati senza il nome del destinatario, trionfo di una banalità che, al confronto, i baci perugina sembrano “ La fenomenologia dello spirito” di Hegel. L’anno scorso ho mandato a quel paese  coloro che me li avevano inviati. Quest’anno, per non cadere in tentazione, terrò accuratamente spento il telefonino. Se c’è ancora qualcosa da cui sottrarsi,  è di andare a Messa la mattina del Natale. Chi è un fervente devoto può sempre farlo nel pomeriggio.  Non solo, come tutti potrebbero immaginare, per non affogare nel vaniloquio della trita omelia del parroco, perché a quel polpettone indigesto si può resistere opponendogli altri più ludici pensieri  o pregustando le leccornie che si mangeranno a pranzo. Ma soprattutto per scansare lo scambio di auguri all’uscita della messa e più in generale in tutti i luoghi di ritrovo sociale, quando adoranti parenti e  amici vi verrebbero incontro per  salutarvi e baciarvi. A che varrebbe ritrarvi e allungare la mano? Quelli, con forza raddoppiata dall’impeto buonista, vi stringerebbero a sé e via a slinguazzarvi le guance, mentre formulano  logore espressioni propiziatorie. Ad eludere dunque tali bavose dimostrazioni di affetto, ed anche che qualcuno, vedendovi scappare a gambe levate, creda siate affetti dalla sindrome di Michael Jackson, ossessionato dai microbi, evitate di uscire di casa, e per una mattina fingetevi agorafobici. Anche perché, a frequentare pubblici consessi, si corre un altro rischio, ovverosia quello che, di fronte a mendici ed extracomunitari imploranti carità, avendo consumato tutti gli spiccioli fra l’offertorio in chiesa e l’acquisto di stelle di natale, bonsai, oleandri e baobab contro ogni tipo di malattia, si passi per spilorci, non potendo più elargire alcuna elemosina.

Qualcuno potrebbe credervi intolleranti e xenofobi e un bel giorno potreste vedervi recapitare a casa qualche simpatico omaggio, tipo una felpa della Lega Sud con la scritta: “più terroni meno negroni”. Ma continuando con questa posologia, se c’è una cosa da veramente tenere alla larga quel  giorno sono i parenti serpenti.

Degli amici mi hanno riferito di pranzi di Natale che si sono trasformati in liti furibonde per questioni di interesse, con il tavolo diventato un ring di pugilato. Perché è chiaro, succede soprattutto con i parenti con i quali non ci si frequenta molto, magari emigrati in Svizzera e tornati per le feste , che quella del pranzo di Natale o del cenone della vigilia diventi l’occasione per risolvere, o cercare di risolvere, vecchi problemi, per saldare conti rimasti in sospeso. Emergono così invidie, celati malumori, sopite gelosie, sottaciute delusioni, striscianti rammarichi per questioni di eredità, che, ad un nonnulla, possono deflagrare in violenti alterchi. E magari, un’offesa tira l’altra, saltano fuori i coltelli o le pistole e il Natale finisce in una carneficina, con il faccione esanime dello zio o del cognato spiaccicato sulla lasagna al forno.

Largamente preferibile dunque festeggiare il giorno sacro fra parenti stretti, rimanendo nell’alveo, forse monotono ma  rassicurante, della  propria famiglia. E se proprio si potesse chieder tanto alla Provvidenza, ma questo decalogo si tramuta così in un  libro dei sogni, allora sarebbe da scansare anche la moglie perché, è risaputo, nessuno più di una coniuge testarda, attaccabrighe e petulante, è capace di rovinare le feste e rendere nefasto un giorno fasto. E  lo diceva già Seneca “perché all’uomo saggio non convenga prender moglie”, confermando quanto espresso da Epicuro,  e lo ribadiva, da scapolo impenitente, Alberto Sordi (“ e che, me metto n’estranea  in casa?”).

Se poi tutte queste pre condizioni dovessero realizzarsi e il giorno di Natale rivelarsi radioso,  e la sera, confortati da tanta pace, si volesse uscire a far due passi, consiglio vivamente di rifuggire sagre paesane e presepi viventi. Basta col maniscalco, col ciabattino col berretto Nike, col ferraciucci che per noia gioca col telefonino, con la filatrice con le Hogan ai piedi (alla faccia della ricostruzione storica) e con le pittule che non sono mai gratis come ti dicono all’entrata (“ un’offertina, prego”)!  Vieppiù,sconsiglio di frequentare i cinema. Cioè perché nel migliore dei casi ci si imbatte nel duecentocinquantesimo cine-panettone di quei guru della vecchia destra pecoreccia, ovvero ostricara e shampagnara , che sono i Vanzina, col loro portato di flatulenze, rutti,  sbroccamenti e  volgarità varie. Nel caso migliore, dicevo. Nel peggiore, invece, in qualche cinema d’essai, ci si può imbattere nel film straniero con sottotitoli, di quelli pluripremiati cinesi o coreani, che fanno tanto radical chic  e piacciono a certi intellettuali di sinistra che ne riferiscono entusiasti ai colleghi d’Università (“ sai, ho visto “Lanterne scese” di Fan kul ‘ho,  a Natale,  non ho capito un cazzo ma è stato bellissimo!”).

Insomma, fra tricche e ballacche, il mio manuale di sopravvivenza si avvia al termine. Con impegno e convinzione, parte di questi desiderata possono diventare cosa concreta, e si può riuscire a schivare ogni iattura. Nell’ambito poi dei desideri iperbolici, megagalattici, si potrebbe chiedere di essere teletrasportati per quel giorno in un’altra dimensione, in un platonico iperuranio, evitando noie e affanni, e saltando a piè pari direttamente al giorno dopo.  Il risveglio sarebbe  traumatico e duro l’atterraggio.  Ma quello astrale, sarebbe certo  il Natale più bello.

 

in “S/Pagine” del 21 dicembre 2014

Natale ai tempi della crisi

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“Se qualcuno ruba un fiore per te, sotto sotto c’è crisi”

Toromeccanica

 

di Paolo Vincenti

Come ogni anno, arriva Natale, dopo che la spoliazione fiscale di acconti e saldi ha ridotto sul lastrico gli italiani e che la legge di stabilità ha spento anche quel barlume di speranza che pochi incorreggibili ottimisti conservavano. L’augurio che sovente si fa è che il Natale possa durare tutto l’anno. Beh, di questi tempi, oserei dire che non sia una prospettiva auspicabile. Anzi, c’è da augurarsi che il periodo natalizio passi al più presto senza troppo ferire, almeno dal punto di vista economico. Perché fra allestimenti natalizi, regali e regalini da dispensare a destra e a manca, spese per pranzi e cene dei giorni festivi, andrebbe in fumo ben più della tredicesima che gli italiani hanno già consumato prima di ricevere. Ad esser cattivi, si potrebbe dire, come lo Scrooge, di Dickens: “Buon Natale! In giro ad augurare Buon Natale! Che cos’è il Natale per te se non il momento per pagare i conti senza avere i soldi, il momento in cui ti trovi più vecchio di un anno e non più ricco di un’ora? Un momento per fare il bilancio e vedere che ogni voce, nel giro completo di dodici mesi, è in passivo? Se potessi fare di testa mia, ogni idiota che va in giro con Buon Natale in bocca dovrebbe esser bollito insieme al suo pudding e sepolto con un paletto di agrifoglio che gli trafigga il cuore. Proprio così!”.Ma chi è buono, come il Tenerone del Drive In, come fa a rinunciare a quelle consuetudini, a quei simboli, che da sempre fanno parte del Natale, la festa più magica dell’anno? Oggi esistono i presepi preconfezionati o elettronici che non richiedono alcuno sforzo di fantasia e di realizzazione. Si tirano fuori dal cellophane nel quale erano stati impacchettati e si sistemano ai piedi dell’albero di Natale o, a mo’ di soprammobile, su qualsiasi componente d’arredo della casa. Tutt’altra cosa, il presepe tradizionale, realizzato dalle amorevoli mani di papà e mamma, magari con l’aiuto dei figli, ed esposto in una posizione centrale della casa. Vuoi mettere la soddisfazione (non frustrata, come quella di Eduardo in “Natale in casa Cupiello”) ed anche la componente aggiunta di poesia e romanticismo, di fronte ad una scala che non tiene, al laghetto di carta stagnola un poco raggrinzita, alla fontana da cui, mentre dovrebbe farlo, l’acqua non zampilla, proprio quando si vorrebbe esporre, fieri, a parenti e amici, i frutti del proprio lavoro? Quand’ero ragazzo, il presepe si sistemava nell’angolo più in vista della casa e sembrava un patchwork , perché i pupazzi erano quasi tutti di colore e grandezza diversi , in quanto riciclati o frutto di regali negli anni da parte di nonni e parenti, e quando proprio veniva a mancare un pezzo importante, come un re magio, o una pecorella o la fontana dell’acqua, allora si andava a comprali dal maestro puparo (almeno uno per paese ve ne era, mentre oggi questo mestiere sopravvive solo a Lecce). Così anche per l’albero di Natale, che non aveva niente a che fare con quelli sintetici e stilizzati che compaiono oggi nelle nostre case, ma era sempre un albero naturale, agghindato con grossi e lunghi nastri e grandi palle, tutte rigorosamente disassortite perché ereditate dagli anni precedenti; e quanto più passavano gli anni e le decorazioni si usuravano, più queste apparivano meravigliosamente fuori dal tempo e da ogni moda. Io li contemplavo con gli occhietti luccicanti come il cielo di carta stellata, mentre con tutta la famiglia eravamo seduti intorno al tavolo a mangiare. Ma oggi che c’è crisi, non ci si può permettere l’essenziale, figurarsi il superfluo. Dunque, a quanto pare, bisogna ritornare proprio a quei tempi del passato in cui si viveva più semplicemente, prima del grande boom pacchiano e omologante che ha ingrassato la società fino agli anni Duemila, affogandola in una melassa di cibo spazzatura e trigliceridi, ricchi premi e colesterolo, centri benessere e finanziamenti a pioggia. Bisogna rivalutare le vecchie ricette povere, quei dolci della tradizione che si possono realizzare in casa con poca spesa e molto resa. E per fare di necessità virtù, un ottimo rimedio sono le pittule (e a chi non le sa fare, mal gliene incolga). Te la Maculata, la prima pittulata: già dall’8 dicembre si può iniziare a preparare queste gustose sfizierie. Vero che oggi le pittule (orrendamente italianizzate in pettole) si trovano in tutti i periodi dell’anno perché per i turisti fanno tanto “love Salento”, quindi hanno un po’ perso il valore tradizionale natalizio, ma pazienza. Le pittule possono essere semplici o ripiene di cavolfiore lesso, di cime di rape lesse oppure , con pomodorini, cipolla olive nere e peperoncino, oppure ancora, e sono quelle che io preferisco, dolci, zuccherate e ripiene di mela. Non possono mancare i caranciuli,dei bastoncini grossi quanto un dito, tagliati a tocchetti, avviluppati di miele e cosparsi con cannella e confettini ( questi, fino ad ora, a luglio ce li hanno risparmiati). I caranciuli, anche detti purciddhuzzi, perché hanno la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini, sono una ricetta di derivazione persiana, portata dagli Arabi in Spagna e poi dagli Spagnoli in Puglia. Dunque, meno Pandori (troppo costosi) e più carteddhate (così economiche)!. Straordinariamente buone sono pure le pucce e i taraddhi che hanno il doppio vantaggio di potersi fare in casa e di unire intorno alla loro preparazione, la suocera con la nuora, la sorella maggiore con la sorella minore, magari il marito con la moglie, la nonna con la commare o la vicina di casa, ecc. E per brindare? Lo spumante costa troppo (non parliamo dello shampagne), e allora più rosoliu per tutti! Se ne è perduta la memoria, ma il rosoliu era un liquore zuccheroso fatto in casa, che suggellava l’abbondantissimo cenone della vigilia. E per quanto riguarda il cenone? Federconsumatori fino a qualche anno fa snocciolava delle cifre folli, quelle di media che spendono gli italiani per la cena della vigilia. Ma oggi c’è crisi e bisogna economizzare (i taccagni sorridono compiaciuti, come Bruno Vespa davanti al plastico di Cogne). Meno apparenza e più sostanza. Per mascherare le ristrettezze economiche si potrebbe essere oltranzisti e darsi arie da intellettuali snob e per niente esterofili (ma in epoca di globalizzazione appare anacronistico e soprattutto la vedo difficilissima farla passare ai figli). Si potrebbe cioè, in un rigurgito nazionalista e farisaico, richiamarsi all’ortodossia, al rispetto delle tradizioni autoctone, mettersi a inveire contro le mode importate come l’albero di Natale, affermando che in casa propria un simbolo dello spreco, dell’opulenza e della colonizzazione culturale americana non lo si vuole. Il rischio che si corre è che i famigliari possano chiedere un t.s.o. urgente e i vicini denunciarvi con furore maccartista come spia sovietica. Ci si potrebbe spingere ancora più in là: per eludere l’attesa notturna di Babbo Natale e la conseguente distribuzione di doni, elucubrare che il simpatico e rubicondo vecchietto dalla barba bianca altri non è che il Santa Claus statunitense inventato ed inviato dalle multinazionali americane in the world per incentivare i consumi e che quindi noi non siamo mica dei sudditi inermi e proni ad avallare un sistema perverso, in una resa totale ai padroni del vapore. E se poi la moglie o i figli chiedono di andare a fare una visita ai mercatini di Natale, a scoraggiare eventuali velleità consumistiche, si potrebbe rispondere che sì, va bene la passeggiata in giro per le bancarelle, ma tenendo conto che i mercatini sono una tradizione nordica (tedesca e austriaca ), solo importata qui da noi. Che c’azzecca il vin brulè con la nostra terra salentina negramara? Meglio un buon bicchiere di malvasia. E i wurstel ? Meglio un panino con i pezzetti di cavallo. E ancora, in tema di utile dulci, ci si potrebbe professare ferventi sostenitori della tradizione e al tempo stesso secondare folklore e superstizione, mangiando le castagne, che si dice favoriscano la nascita della prole e la fecondità della terra, chiamandole magari marron glaces per nobilitarle quel minimo, oppure, in mancanza del panettone, i chicchi di uva passa che richiamano l’immagine delle monete e che quindi porteranno ricchezza, come le lenticchie che si mangiano l’ultimo dell’anno. Ai tempi della crisi bisogna industriarsi e lavorare di fantasia. E se proprio le finanze sono disastrate, leva Ferrero, Pernigotti e Nestlè e metti il pesce di pasta di mandorla fatto da mammà . Fingi di snobbare il Grand Marnier a vantaggio del liquore al cioccolato dell’anziana zia Uccia. Potresti ostentare che alla Vecchia Romagna preferisci di gran lunga il limoncello o il finocchietto realizzati dalla commare Assunta. Disdegnare lo spritz, perché trendy e senz’anima, e decantare, con impeto reazionario, l’anisetta fatta in casa. Coraggio allora, e Buon Natale!

 

in “S/pagine”,  18 dicembre  2014

 

“La pittora dei demoni”, ultima prova narrativa di Antonio Errico

pittora

di Paolo Vincenti

 

Che si scriva  per rabbia o  per amore, si scrive, che si scriva per colmare un vuoto, per una mancanza o per un empito, per un eccesso di vita, si scrive. Che si scriva per fare i conti con i propri demoni, si scrive; oppure si dipinge, come fa la protagonista  di “La pittora dei demoni” (2014), ultima prova narrativa di Antonio Errico, per Manni Editore. Ambientato nel Seicento, fra Napoli e altre località non meglio precisate dell’Italia meridionale, questo romanzo affronta un periodo caratterizzato da grande fermento artistico, attraverso le cupe e tormentate vicende dei suoi personaggi. Una pittrice e un violinista: vite parallele seminate di luci e ombre, inseguite da rimorsi, tallonate da colpe. Due vite parallele, di amore e morte, che ne sussumono altre, nell’ampia  orchestrazione creata  dall’autore, che è anche  raffinato intellettuale, saggista, dirigente scolastico. Due vite, quelle dei due artisti , destinate a correre come due rette parallele senza incrociarsi mai, se non intervenisse invece il fato, l’elemento insaputo, l’arcano, a sconvolgerle e renderle perpendicolari. La scrittura di Antonio Errico scorre piana, circolare,  e anche stavolta il senso di questo romanzo è negli aggettivi, nei sinonimi e nei contrari, e soprattutto negli spazi bianchi fra una parola e l’altra, tra una frase e l’altra. Anche stavolta si tratta di un libro che si impone all’attenzione non solo per la sua resa artistica ma anche per la sua proposta originale nell’indagine psicologica così attenta a cogliere ogni emozione dei suoi personaggi,  ogni sussulto, ogni momento rivelatore della coscienza.

Il genere letterario nel quale si colloca il libro infatti  è quello del romanzo psicologico, nato agli inizi del Novecento in seguito agli studi di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Da  Svevo a Pirandello, il punto di forza di questa forma di romanzo è lo scandaglio interiore, l’attenzione ai moti dell’animo dei personaggi che si muovono sulla scena, alle loro pulsioni, alla loro vita interiore. Così nei romanzi di Errico la narrazione si frantuma, si disgrega  in una sorta di flusso di coscienza ininterrotto, alla Joyce. La descrizione del mondo esterno, se c’è,  non è mai oggettiva, ma sempre filtrata dalla sensibilità di chi lo guarda.  E’, la sua,  una narrazione di odori, colori, pensieri, memorie, riflessi, fortemente impressionista.  Non una scrittura di cose, insomma, ma di sensazioni. Questa tecnica narrativa si serve del monologo interiore, diventa sospesa, rarefatta , onirica, vagamente metafisica.

Una grandiosa impalcatura sorregge la storia di questa pittrice, Marianna, donna che deve fare i conti con i propri demoni interiori.  La tensione drammatica contrappunta le pagine del romanzo, bilanciato in perfetto equilibrio fra dato storico e dato inventivo. Una meditata e lunga fase preparatoria, come rivela lo stesso autore, e poi  l’abrupto, l’accensione della fantasia, resa con plastica evidenza nella trama complessa della sua fabula. Tutti i libri di Errico sono, per così dire, romanzi storici,  il ché sottrae l’autore dai rischi che si corrono quando si scrive di contemporaneità,  vischiosa, fluida,  insidiosa, proprio in quanto tale. Errico invece mette al centro del suo racconto l’uomo, con le alterne fortune, il cumulo di speranze, di vittorie e sconfitte, con le sue passioni, rabbie, gioie, dolori, incongruenze. Per questo, i suoi sono drammi universali, scardinate anche le categorie di tempo e di spazio, a volte il protagonista non ha nemmeno un nome, oppure lo si apprende molto dopo, verso la fine del libro, come nel caso in questione.  La sintassi viene spezzata in mille proposizioni brevi che, se non fanno a meno della punteggiatura, certo la riducono all’essenziale, del tutto inesistenti i punti esclamativi ed interrogativi, i puntini di sospensione, ecc.  Così pure non sono mai presenti, nel libro, dei sottotitoli o la classica divisione in due tempi  della narrazione, che invece consta di capitoletti brevi, tutti  quasi della stessa lunghezza. Come ho già avuto modo di scrivere, lo stile di Antonio Errico è ormai del tutto riconoscibile per via della sua originalissima prosa lirica, di cui caratteristiche sono: l’ossimoro, “histeron-proteron”, cioè il paradosso intrinseco alla sua scrittura, di vita-morte, presenza-assenza, fuga-ritorno;  poi l’anafora, l’iterazione , le numerose rime interne, assonanze, consonanze,  e i neologismi. E poi ancora, la sua scrittura si caratterizza per alcuni “sconfinamenti,” per usare un termine caro allo stesso Errico, per un “dereglement de sens”, cioè una libera fluttuazione delle parole  sulla pagina e, a volte, in ceri passaggi di più vorticoso narrare, direi quasi che rasenta la scrittura automatica, nel senso heideggeriano secondo il quale non è l’autore a dominare la scrittura ma la scrittura a dominare l’autore, il significante che predomina sul significato.

Quandoquoque dormitat Homerus, diceva Orazio: a volte sonnecchia Omero, cioè  non sempre produce capolavori. E anche se questa massima non è applicabile in alcun modo al presente volume di Errico, a mio modesto avviso, il suo capolavoro finora insuperato resta “Stralune” del 2008.  Ciò detto, “La pittora dei demoni”  è un colpo messo a segno,  un ulteriore tassello nella pluripremiata carriera letteraria del suo autore.  Da leggere e meditare.

Libri. Un romanzo storico in quel di Parabita

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di Paolo Vincenti

 

L’amore per la piccola patria può avere diverse sfaccettature e portare  uno storico a farsi romanziere. Così l’erudito Ortensio Seclì  lascia le ricerche e la saggistica e profonde la sua abilità scrittoria nell’invenzione narrativa.  E dopo “Il giardino grande” (2012), pubblica, sempre con l’editore Il Laboratorio di Parabita, “Per amore…solo per amore” (2014). A dire il vero,  la commistione dei generi non è trovata di poco momento e lo sanno bene gli appassionati lettori dei romanzi storici.

In questo genere letterario di gran successo infatti si colloca il libro di Seclì, che unisce alla piacevolezza della fiction, la precisione del dato storico,  in un impianto narrativo solido cui fa da basamento la pluridecennale esperienza letteraria dell’autore.

La complessa vita sociale, politica e religiosa  parabitana fa da sfondo alla narrazione e si intreccia alle varie love stories raccontate. Nell’ordine:  quella sfortunata e senza prole fra il duchino Giovanni e l’ aristocratica napoletana Olimpia, che monopolizza la prima parte del libro e la cui sfortuna viene attribuita da un lato alla fama da jettatore che il nobiluomo Della Valle, padre di Olimpia si porta dietro, e dall’altro alla “maledizione di Rosaria”, vale a dire la protagonista della storia d’amore del precedente libro di Seclì, la quale, a detta di Lucia la Greca, madre di Giovannino, dopo aver disonorato la famiglia dei Ferrari in vita, a causa del matrimonio fra lei, popolana, e l’altolocato Don Saverio, continuava a portar sfortuna anche dopo morta. Poi la storia d’amore, pure molto tormentata, fra Vincenzo Ferrari, figlio di quella stessa Rosaria Cataldo, e Lucia Nicolazzo, che occupa la parte centrale del libro;  l’amore di Andrea Giannelli, noto esponente liberale del risorgimento salentino, e Agnese, una dei tre figli di Vincenzo e Lucia; la storia d’amore, complice Giuseppe Ferrari, fra l’umile falegname Gaetano e la bella Concetta;  e infine la storia d’amore fra lo stesso Giuseppe, terzo figlio dei signori Vincenzo e Lucia, anche Sindaco di Parabita dal 1857 e il 1860, ed una esponente del popolo, tanto povera quanto onesta e timorata di Dio, Nunziata.

Il libro dunque si caratterizza come una saga famigliare, e a fare da trade union fra le vicende narrate è proprio l’amore che impasta le vite dei protagonisti, dà sale alla storia globale raccontata, a partire dal titolo del libro che richiama quello di un film del 1993, “Per amore solo per amore”, tratto dall’omonimo romanzo di Pasquale Festa Campanile, ed anche il refrain di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni (“Per amore mio”).  Ma le biografie dei personaggi e l’orizzonte temporale dell’Ottocento parabitano preso in esame, si presentano complementari, in quanto le vicende personali sono sempre gravide di conseguenze che riguardano la collettività e le scelte individuali o famigliari degli aristocratici Ferrari si riflettono gioco forza sui destini della comunità, ancora all’epoca asservita ai ricchi feudatari. Una nota di merito alla scrittura di Seclì che scorre piana, limpida, adamantina per tutto il libro.  Molto bella la copertina opera del pittore-poeta Giuseppe, Pippi, Greco, mentre la progettazione grafica è di Sandra Greco.

Già recensendo suoi precedenti lavori, ho scritto che Ortensio Seclì è fedele metodologicamente  alla scuola storica degli Annales, quella dei vari Bloch, Lefebvre, Braduel, che cioè considerava la storia non solo, crocianamente, sotto il profilo etico-politico, ma anche nei suoi interessi  economici, sociali, antropologici, psicologici. Georges Lefebvre infatti affermava che “la storia non è scritta una volta per sempre, non è composta di una specie di materia morta e irrigidita per l’eternità, ma è in perpetua gestazione, si evolve con la civiltà degli uomini e con gli avvenimenti che segnano la loro esistenza”.

I ricercatori come Ortensio Seclì  non si accontentano di ricordare il passato ma lo reinterpretano, lo ricostruiscono sempre alla luce delle nuove acquisizioni che di volta in volta sgretolano parte di quelle che erano ritenute verità tradizionali. Il merito maggiore di questi due libri di Ortensio Seclì è quello di aver dato un volto, un cuore, sentimenti, a quei personaggi della storia parabitana che altrimenti sarebbero restati solo dei nomi incorniciati dalle due date di nascita e di morte. Seclì ha dialogato con l’Ottocento parabitano, ha animato i ritratti di questi dignitari del passato, gli ha dato colore, spessore, flatus vocis quasi, dalle righe intense dei suoi dialoghi.

Chiaro che l’autore abbia il culto della storia, il gusto di riportare all’attenzione dei contemporanei le vestigia del passato, e sebbene la sua ricostruzione sia  corretta filologicamente, essa è vivificata dall’invenzione letteraria, che sembra confermare l’assunto precedentemente svolto, ossia della storia intesa come continua ricerca. Senza mai perdere di vista l’alta funzione della storia. Significativo è a tal proposito quanto l’ autore fa dire a Don Giovannino, il quale parlando sul letto di morte, col frate Padre Damiano, sentenzia: “ La storia! La morte non ha alcun potere su di essa perché anche quando sembra che la storia sia stata cancellata, un bel giorno torna dal mondo dell’oblio nel quale sembrava fosse stata dimenticata e si impone prepotente agli uomini… è la memoria di noi, di ciò che abbiamo fatto, di come abbiamo saputo operare che viene conservata dalla storia e che ritorna anche dopo secoli a farci giudicare dal mondo”.

L’inclinazione di chi scrive si fa manifesta nelle ultime dieci pagine del libro dove il romanzo vira più decisamente verso il saggio storico, con le vicende relative alla nascita della Banca Popolare di Parabita. In questo cambio di passo sembra quasi che Seclì abbia voluto recuperare  la sua prima vocazione e con questa  suggellare la fortunata parentesi narrativa. Nel complesso, un buon libro, a cui dà lievito l’interesse della materia trattata e  dà sentimento, insufflata nell’impianto generale dell’opera, la passione di chi la muove.

 

Incontrarsi

panchina

di Paolo Vincenti

Siamo tutti soli, siamo quelli abbandonati,  siamo stati accantonati, forse usati poi lasciati.  Siamo tutti soli coi ventricoli spezzati.  Noi ci siamo organizzati, consultati, confortati...”  (“Cuori solitari”- Enrico Ruggeri)

 

Meetic. E-date, Parship.it, E-darling, Be2, Dammisesso.it: la rete è piena di siti di incontri. Incontri di tutti i tipi, per tutti i caratteri e per tutte le tasche. Incontri per i belli e per i brutti. C’è Ashley Madison per gli incontri extra coniugali. Alcuni siti sono gratuiti (e forse per questo poco attendibili), altri a pagamento. In alcuni casi, è libero solo un primo livello e poi è necessario sottoscrivere un abbonamento per procedere oltre, come per i siti pornografici (di cui pure la rete trabocca dacché per la tv il porno è divenuto off limits).

Insomma, se ci si vuole incontrare, ci si incontra in maniera veloce e discreta, se si è alla ricerca dell’anima gemella si può esser certi che nello spazio di un byte, Internet ce la farà trovare. Bisogna abbonarsi ad una di queste reti, creare un proprio profilo, inserire il maggior numero di informazioni possibili e magari una bella foto e “ i contatti inizieranno a fioccare!” assicura il web.

Succede però che anche su facebook e sugli altri social network, diciamo tradizionali (cioè non dedicati), si offra saltuariamente la possibilità di fare degli incontri. In questo caso, dipende dalla discrezionalità dell’utente che si è imbattuto nel profilo camuffato di qualche maitresse, cogliere l’opportunità (quasi sempre a pagamento) oppure no. Una volta, non era così. Prima dell’avvento di internet, intendo. All’inizio c’era “M’ama non mama”.

Correvano i ridenti anni Ottanta. Io ero un adolescente vivace ed entusiasta e quando, dopo svariati richiami di mia madre, rientravo a casa dalle scorribande pomeridiane insieme ai compagni di brigata, trovavo già il resto della famiglia (mamma, sorella e nonna) sintonizzato su Rete 4, e alle 19.30 iniziava lo storico programma televisivo. Dopo la prima stagione, accanto a Marco Predolin, Sabina Ciuffini venne sostituita con la salentina Ramona Dell’Abate. Due concorrenti cacciatori si contendevano quattro prede rispondendo “vero o falso” ad una serie di domande intorno ad una enorme margherita elettronica che costituiva il centro scenografico della trasmissione. Nel 1987 la trasmissione venne ripresa da una televisione locale, Odeon tv, e condotta da Sebastiano Somma e Simona Tagli.

A sfogliare i petali della margherita elettronica, anche concorrenti che poi sarebbero diventati personaggi famosi come Francesca Dellera, Corrado Tedeschi, Giorgio Mastrota e addirittura Rocco Siffredi. Ricordo che quell’anno dell’exploit di “M’ama non m’ama”, – doveva essere l’85 o l’86, d’estate al mare con la mia famiglia a Marina Serra, ospiti di alcuni parenti di Tricase, incontrammo proprio Ramona Dell’Abate, reduce dal grande successo in tv. Allora mia madre si fece ardita e le chiese se gli incontri nella trasmissione da lei condotta fossero veri oppure, come noi sospettavamo, costruiti, preorganizzati. Ricordo che ella rivolse alla mia sfacciata genitrice uno sguardo sdegnoso e si tuffò nelle azzurre acque del mare adriatico.

Erano gli opulenti anni Ottanta, gli anni di plastica, come sono stati definiti. Gli anni dell’imperante edonismo reaganiano, del trionfo del made in italy nel mondo, dei grandi concerti musicali e delle televisioni commerciali. Dopo “M’ama non m’ama”, fu la volta de “Il gioco delle coppie”, a partire dal 1985, condotto per alcune stagioni dallo stesso Marco Predolin. Una trasmissione di grandissimo successo, poi condotta da Corrado Tedeschi, che annoverò fra le vallette anche Linda Lorenzi e Federica Panicucci. Della Lorenzi, in particolare, che nei primi anni Ottanta era stata anche valletta di Corrado nel quiz per famiglie “Il pranzo è servito”, ricordo la sua partecipazione, in vesti molto più discinte, al sexi game “Colpo grosso”, condotto da uno spumeggiante Umberto Smaila. Mi colpiva il fatto che la Lorenzi, presente sulle televisioni Fininvest in versione acqua e sapone, ragazza della porta accanto, di giorno, potesse trasformarsi poi di notte in femme fatale e mi chiedevo, nella mia ingenuità adolescenziale, quale delle due versioni, se quella di educanda oppure di panterona, corrispondesse alla sua vera natura. A maggior ragione quando scoprì che la Lorenzi (il cui vero nome è Anna Chetta, originaria di Squinzano) aveva posato nuda su diverse riviste per adulti ed era stata la prima prestigiatrice donna, e sexi, d’italia. “Il gioco delle coppie” da Italia 1 venne trasferito poi su Canale 5, dato il grande successo di pubblico, e insieme al conduttore Corrado Tedeschi era presente, come valletta, Elena Guarnieri, oggi compunta giornalista Mediaset. Molto semplice ma anche accattivante il meccanismo del gioco. Un cacciatore uomo doveva scegliere fra le tre prede donne, separate da un muro che gli impediva di guardarle in viso e poi, successivamente, a parti inverse, era una cacciatrice donna che doveva scegliere fra tre bellimbusti dietro il separé. Tra le altre vallette del gioco, Karim Nimatallah, Elvira Zenga (allora moglie del portiere dell’Inter Walter), Ketty Mrazova. Nel 1993 la conduzione del gioco passò a Giorgio Mastrota e Natalia Estrada, all’epoca marito e moglie, ed ebbe tanto successo che venne riproposto anche in versione estiva, “Il gioco delle coppie estate”, sempre con gli stessi conduttori e, l’anno successivo, “Il gioco delle coppie beach”, con lo scassato gruppo comico napoletano Trettrè e la giunonica Wendy Windham.

Dopo fu la volta di “Agenzia matrimoniale”, condotta da Marta Flavi all’epoca consorte di Maurizio Costanzo, che poi sarebbe diventato il “signor Maria De Filippi”. Questo programma perdeva l’elemento ludico e divertente del quiz per essere più una trasmissione di servizio e, soprattutto, ospitava non solo giovani in cerca dell’anima gemella ma anche gente matura e attempata. In diretta continuità con “Agenzia matrimoniale” oggi è la trasmissione “Uomini e donne”, condotta da Maria De Filippi, specchio, attraverso la cafoneria cialtrona dei suoi ospiti, della deriva culturale che ha intrapreso la nostra “Italietta”.

Comunque ormai, fuori dalla finzione della tv, l’anima gemella si incontra in rete, come conferma l’agenzia Eliana Monti, la più grande organizzazione Italiana che si occupa di Single, ma occorre prendere le dovute precauzioni. E a consigliare prudenza è lo stesso web, ché la filmografia thriller sugli appuntamenti al buio che si trasformano in trappole mortali certo è molto nutrita. Io personalmente, vuoi per mancanza di esperienza diretta, vuoi per una congenita diffidenza, sarei molto inquieto se dovessi affidarmi alla rete: avrei una concreta paura di ritrovarmi rapinato o peggio picchiato e accoltellato. E mi vedo, come in un incubo, steso in un letto d’ospedale, a lottare tra la vita e la morte, con la faccia buona ma anche severa e di rimprovero della fatina Marta Flavi o del sensale Marco Predolin a darmi conforto. Ma certo questi sono scherzi della mia troppo fervida fantasia, poiché milioni di persone, colpite dal Cupido elettronico, hanno trovato la persona giusta tramite il dating on line. Ché , se “la vita è l’arte dell’incontro” come titolava un vecchio album di Vinicius De Moraes, incontrare la vita è l’arte di questi nostri solitari tempi moderni.

 

in “S/pagine”,  30 novembre 2014

Ai tempi del futuro

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di Paolo Vincenti

 

Da qualche giorno compaiono nei nostri paesi dei manifesti giganti firmati Telenorba nei quali  la nota emittente televisiva pugliese pubblicizza il nuovo palinsesto e l’offerta dei  programmi. Pur essendo molto conosciuta, nel nostro territorio salentino, questa televisione non è stata mai troppo popolare per via della sua vera o presunta “baricentricità”. Occorre dire che da qualche anno la televisione, che ha sede a Conversano, ha superato questo gap con la nascita delle redazioni giornalistiche locali nelle varie città dell’ampio territorio sovra regionale in cui trasmette. Ma molti anni fa non era così. Ricordo, ai tempi del Liceo, in una classe in cui tutti i miei amici facevano il tifo per la squadra del Lecce (c’era stata la prima storica promozione della squadra in serie A, nel 1985), gli strali lanciati dai miei compagni all’indirizzo della suddetta televisione, accusata di partigianeria e faziosità a favore della squadra barese. Io, che grande appassionato di calcio non sono mai stato e che per spirito di contraddizione non ho mai amato cantare nel coro, accoglievo quelle rimostranze con finta partecipazione ma tiepida adesione.

Per me infatti, Telenorba significava ben altro. Prima di tutto, i cartoni animati: quei meravigliosi manga giapponesi, come Geeg robot d’acciaio, Gundam, Jetta Robot, Kyashan, che, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta (le tv della Fininvest lanciavano ancora soltanto i primi vagiti), Telenorba trasmetteva nei caldi e assolati pomeriggi estivi della mia infanzia.  Io allora ero del tutto immune ( e lo sono  rimasto)  da quel sopore che intorpidisce le membra di chi lavora fin dalla mattina presto e ama concedersi un rilassante sonnellino pomeridiano, che per l’italiano medio rappresenta un must, come il caffè che viene dopo. Venivo però costretto a coricarmi nel letto matrimoniale insieme a mio padre, onde facilitarmi il negletto assopimento  e sbarrarmi nel contempo eventuali vie di fuga, così come a mia sorella toccava coricarsi insieme a mia madre. Ma io, fingendo di cadere presto fra le braccia di Morfeo, in realtà detestato come il peggior villain dei fumetti dell’ Uomo Ragno, attendevo che mio padre si appisolasse e, al suo primo ronfare, sgattaiolavo via dalla camera da letto, mi portavo nel soggiorno e accendevo la tv  col volume al minimo per non farmi scoprire. E così seguivo le avventure dei miei robot umanoidi.

Andando ancora più indietro nel tempo, ricordo che, durante l’inverno – frequentavo la quarta o la quinta elementare-, mi alzavo la mattina presto, quando il resto della famiglia era immerso nell’ultimo sonno e in casa regnava una calma assoluta, accendevo la tv (manualmente, ché il telecomando doveva ancora venire), e mi sintonizzavo proprio su Telenorba.

Alle 6.30 cominciava la programmazione con il segnale di inizio trasmissioni. Poi, il jingle della concessionaria di pubblicità Fono.Vi.Pi.  Bellissimo il filmato in cui, nel mezzo di un paesaggio a colori un po’ naif, in un vallone verde con poche casette simili a quelle delle fiabe, un corso di fiume e un bel cielo blu nel quale splendeva un simpatico sole, spuntavano dal nulla tante altre case che riempivano all’inverosimile il locus amoenus rendendolo una giungla di cemento, prefigurazione, credo, nei sogni a più cifre del patron della tv, Ingegner Montrone, dei lauti proventi che sarebbero derivati dalla speculazione edilizia a cui guardavano  i nostrani palazzinari, emuli del più grande e intraprendente palazzinaro d’italia, ovvero il Cavalier B. Nel filmato, una voce fuori campo recitava: “Questo è quanto succede ancora in molte zone della Puglia e della Basilicata (e qui il sole si oscurava e  giù scrosci di pioggia torrenziale): niente. La mancanza di occupazione per tutti è un problema che Telenorba sta affrontando  con successo.  Se vuoi andare avanti anche tu (e a questo punto ritornava il sereno), scegli Telenorba, è un investimento vincente”.

Dopo questo filmato veniva trasmesso uno dei miei telefilm preferiti: Buch Rogers,  serie di fantascienza che trasportava la mia fantasia bambina fra astronavi e pianeti sconosciuti, galassie e asteroidi, in cerca del Futuro.  Che il futuro poi, quello con la f minuscola, sarebbe stato meno “fantastico” non potevo sapere allora, ma questa è un’altra storia. Telenorba per me è stato anche altro. Qualche anno più tardi, quando vivevo i pruriti della pubertà, la tv trasmetteva a notte inoltrata ( in terza serata, come si direbbe oggi) i primi filmetti pornografici (dei porno soft o degli erotici più spinti), antesignana di tutte le altre televisioni locali private che di lì a poco avrebbero trasmesso filmati pornografici, porno televendite  e hot lines a go gò, animando le libidinose notti del maschio italico. In seguito,  una direttiva dell’Autority del 2007 avrebbe vietato 24 ore su 24 ogni forma di pornografia nelle televisioni in chiaro.

E come dimenticare, sempre in terza serata, la mitica trasmissione “Colpo grosso”,  sexi game condotto da Umberto Smaila, con le procaci “ragazze cin cin”? Un profluvio di sederi, gambe e seni in bella evidenza fra i lustrini e le paillettes di una scenografia trionfo di un kitsh tutto anni Ottanta. Telenorba è stato questo ed anche altro. Pensiamo ai primi Toti e Tata che esprimevano il loro talento comico nella trasmissione satirica “Il Polpo”.

Ed è su Telenorba che hanno mosso i primi passi tanti comici, come il campione d’incassi Checco Zalone, presentatori, giornalisti, oggi alla ribalta nazionale. Questa tv era anche il regno delle telenovelas argentine e brasiliane e nel primo pomeriggio di quegli anni si trasformava per l’occasione in una valle di lacrime : quelle versate dalle massaie come mia madre che a quell’ora, fra l’acciottolio dei piatti e il rumore delle prime aspirapolveri, seguivano le svenevoli  avventure sentimentali di “Cuore Selvaggio”, “Anche i ricchi piangono”, ecc. Il gruppo Norba dunque aveva capito fin da allora l’importanza delle cosiddette “casalinghe di Voghera” (anche se si è in Puglia), definizione infelice e sciovinista con cui oggi i massmediologi  indicano il pubblico medio delle tv commerciali.

Delle altre televisioni locali, fiorite fra gli anni Ottanta e i Novanta, non conservo molti ricordi, se non dei loro nomi: oltre a Teledue , che è poi entrata nel gruppo di Telenorba, potrei citare Tele Salento(poi passata a Telerama), la racalina Top Video, L’Atv di Cavallino, Tele Terra D’Otranto (poi Canale 8), la ostunese Teleradiocittàbianca, la casaranese TeleSud (vera meteora nell’etere salentino), Tele Libera Maglie, e naturalmente Tele Lecce Barbano, la prima emittente privata salentina nata nel 1975. Molto spesso queste non erano visibili nel mio paese Ruffano, per via di una cattiva ricezione del segnale (“c’è riso” diceva mia madre riferendosi a quella nebbiolina, simile appunto ad un riso fino, o a ghiaietta, che compariva sullo schermo in mancanza di segnale).

Eppure proprio negli anni Ottanta venne potenziato il segnale con l’installazione di un enorme ripetitore televisivo sulla collina di Parabita. Come scordare, a questo proposito, le battaglie portate avanti dai primi sparuti drappelli di ambientalisti salentini e fra questi il mio docente di storia e filosofia del Liceo, Giovanni Seclì?  Il professor Seclì, all’epoca anche esponente politico del partito della Democrazia Proletaria (che si sarebbe poi sciolta nel PCI) inscenava plateali manifestazioni di protesta a vantaggio della salubrità dell’aria salentina messa così duramente a repentaglio da Bim Bum Bam , Telemike e La ruota della Fortuna.

Non potevo immaginare allora che, mutatis mutandis, oggi,per i suddetti ambientalisti,  nemici della salubrità dell’aria e della nostra salute, al posto dei ripetitori televisivi o telefonici, sarebbero stati  le centrali a biomasse e gli impianti eolici. E magari domani lo diventeranno i voli spaziali! Di Telelecce Barbano, dicevo, che poi sarebbe confluita nel circuito di Rete A, non ho una esperienza diretta da spettatore,  ma so di questa emittente e del suo fondatore Adriano Barbano, dalle informazioni prese in rete o dalla lettura di qualche saggio.

Ritornando a Telenorba che oggi comprende oltre alle due tv generaliste Tn7 e Tn8, anche una tv all news (tg norba 24) e una radio, il video promozionale della concessionaria di pubblicità Fono Vi.Pi., trasmesso  in quei lontani anni della mia infanzia adolescenza, aveva una musichetta molto orecchiabile che ricordo ancora. E al di là delle riflessioni sociologiche, specie sulla deriva culturale che questo paese avrebbe intrapreso a causa delle televisioni commerciali, al di là delle visioni obbligatoriamente politiche o peggio ideologiche sull’argomento (che noia, amici bacchettoni e moralizzatori di destra e di sinistra!), quando io dico Telenorba, penso ancora a quella musichetta sedimentata nella memoria.

 

in “S/pagine”,  23 novembre 2014

 

E’ il momento di lasciarlo, questo Salento

salento

di Paolo Vincenti

 

Outremer era il nome che i primi Crociati diedero al regno di Gerusalemme, la Terra Santa: destinazione finale, agognata mèta per tanti e tanti giovani che, dalle nostre coste, si imbarcavano non già o non solo alla volta di un luogo fisico, ma più che altro alla ricerca del proprio destino, della propria fortuna. Con questo nome venivano indicate nel Medioevo quelle terre del vicino Oriente che rappresentavano, nella fantasia degli artisti e dei sognatori, nella brama di ricchezza dei mercanti e degli affaristi, un favoloso altrove, un “oltre”, di là dal mare, dove tutto era possibile, realizzabile, una nuova terra promessa vagheggiata da cavalieri, religiosi, derelitti, ciarlatani, filosofi e poeti.

Outremer è dunque il sogno, il desiderio di fuga, l’ansia, l’aspirazione. Oltremare, “overseas”,  è l’anelito di libertà che agita i cuori tormentati, che scioglie il torpore , che smuove quell’inerzia in cui a volte si è precipitati  dalla noia, dalla disperazione, da un incidente dei tanti che la vita può riservare.  Oltremare è un colore: un blu intenso che prende il nome proprio da quei territori del vicino Oriente da cui venivano importate le pietre preziose come il lapislazzulo, dal quale deriva questa gradazione di blu. Oltremare è l’anelito, il desiderio di partire per rotte che nessun comandante ha tracciato, per traguardi che nessun equipaggio sa indicare o soltanto immaginare.

Noi sappiamo solo,  come il protagonista de “La linea d’Ombra” di Conrad, che bisogna salpare, che, quando è il momento, zaino in spalla e coraggio nel cuore, non si può indugiare, ma bisogna partire, “perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; “ dice George Gray, uno dei morti sulla collina di Spoon River, “l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti./E adesso so che bisogna alzare le vele /e prendere i venti del destino, /dovunque spingano la barca./ Dare un senso alla vita può condurre a follia / ma una vita senza senso è la tortura /dell’inquietudine e del vano desiderio/ è una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Ché, da sempre, viaggiare  non è solo andar per mare, esplorare il mondo, ma è soprattutto esplorare il proprio animo, conoscere sé stessi. Come dice Kavafis in “Itaca”, “I Lestrigoni e i Ciclopi /o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere d’incontri /se il pensiero resta alto e il sentimento /fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.”: Itaca non è solo la mèta del viaggio ma è il viaggio stesso, è il pensiero che cammina e si perfeziona strada facendo.

Il viaggio è ragione di vita per Ulisse che attraverso le insidie tese da Nettuno cerca la sua isola pietrosa e materna e compie così un percorso di purificazione attraverso le mille prove che deve affrontare. Ma l’eroe omerico diviene per Dante uomo astuto e intraprendente, il simbolo stesso dell’uomo moderno, mosso da inestinguibile curiosità verso il mondo e le cose, riscatto dalla condizione di brutalità e spinta verso la virtù e la conoscenza. Dal prode Odisseo fino a noi, quella spinta è forte in colui che “al largo sospinge ancora il non domato spirito” come dice Saba nella poesia intitolata proprio “Ulisse”.

Varcare i limiti, insomma, superare quella fatidica soglia delle Colonne D’Ercole, per sapere cosa c’è al di là del mare, nell’oltremare. E non farsi vincere dalle tempeste, non farsi abbattere dalle avversità che certamente si incontreranno nel viaggio ma anzi, dopo un naufragio, trovare la forza di ripartire, proprio come nella poesia di Ungaretti: “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare.”

Il mare è inconscio, arcano mistero, Il mare è sintesi perfetta fra quiete e movimento, stasi e azione, desiderio e paura, ragione e sentimento. Il mare è traversia, spirito di avventura, sfida con sé stessi prima ancora che con la sua eminenza blu.  Non sappiamo cosa ci aspetta domani, quali sorprese ci riserva il nostro cammino, ma la bellezza della vita è proprio questa, è questa la seduzione del nostro misterioso destino.

Partire, lasciare questo Salento è decisione sofferta, dolorosa, è un salto nel vuoto, spina nel fianco, dubbio tormentoso, notte dell’Innominato, travaglio di pene. Ma è scelta da farsi, urgente, improcrastinabile, inevitabile. Perché troppo si è scritto, troppo si è detto, e chi è abituato a cantare solo, alla lunga prova disagio, non ce la fa più, a cantare nel coro.

Oltre il mare, forse, c’è soltanto il mare, ma l’importante è viaggiare. E’ venuto il momento di lasciarlo, questo Salento. Buon viaggio a tutti!

 

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