L’ombra della madre, di Paolo Vincenti

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Paolo Vincenti è una sorpresa piacevole, nel senso che è sorprendente… Nei sui romanzi ci trovi di tutto, amore innanzitutto, passione, humor, thriller, cultura, senso della vita, satura lanx, parresia, grottesco… insomma un pranzo o una cena da Paolo Vincenti ti costa ma ti sforna ogni ben di dio. Se poi accanto a lui schiera un certo strimpellatore di nome Michele Mike Bovino allora non ti salvi più. Resti inchiodato alla sedia e reclami un altro verso, un altro brano, un altro ritmo. Non finirà che con nuove letture, nuovi versi e brani e canzoni e poi altri… Rimani scioccato e colpito, chiedi venia, chiedi il bis. E’ tutto così bello che non ti accorgi del trascorrere del tempo… tutto fila liscio fino alla mezzanotte. Del dopo non rispondo, e neanche loro credo.  Paolo Rausa

 

SANGUE DROGA E SESSO NEL CULTO DI CIBELE E ATTIS

“Nello svolgimento logico della vita, accadono dei fenomeni che facilmente sconvolgono la nostra traballante sicurezza, il nostro equilibrio precario. […] Al di là di ogni previsione, all’infuori di ogni prospettiva, si verificano delle coincidenze significative, che annullano la catena di causa ed effetto. È la sincronicità, il portento che ci afferra le braccia, il paradosso, l’occasione illuminante, lo scandalo, l’alchimia, il caso che entra nella nostra esistenza e in un attimo la scombina”. Queste parole aprono la seconda parte del romanzo “L’ombra della madre” (Edizioni Kurumuny, Calimera, 2015) di Paolo Vincenti e in esse sono condensati i momenti salienti del thriller-noir, anticipandone – a pensarci bene – il finale. In questo ultimo, in ordine di tempo, romanzo del giovane scrittore-professore di Ruffano vengono esaltate la grande cultura personale e la soprattutto la padronanza della materia trattata, il mistero, in cui si immergono i protagonisti del romanzo in terra salentina. Infatti Francesca, Riccardo, Fabrizio, Alessandra ed altri ancora, che vivono a Lecce, vengono ineluttabilmente assorbiti dai riti del culto antichissimo di Cibele e di Attis. La elegante narrazione avvinghia sempre più il lettore alle pagine del romanzo, mentre i personaggi (a volte vittima, a volte carnefice, a seconda delle situazioni) si immergono nei riti satanici col proprio e l’altrui sangue in un susseguirsi di droga, canti, balli (pizzica) e soprattutto sesso in tutte le sue accezioni, esercitato anche con gay e con trans. Ambientato nel Salento, il romanzo si sviluppa con continui colpi di scena assolutamente imprevedibili e con l’entrata in scena di personaggi nuovi che fanno da contorno ai protagonisti che, col trascorrere delle pagine, evidenziano la vera essenza della loro natura (demoniaca?). Il finale è mozzafiato e naturalmente non va svelato in questa sede: basti sapere che una stessa donna, la madre appunto, è stata artefice dei destini di tutti i protagonisti della storia. Il romanzo va sicuramente letto, anche perché la prosa di Paolo Vincenti, talmente ricercata da dover tenere sempre a disposizione un vocabolario della lingua italiana, introduce a studi specifici sul misticismo, solleticando la curiosità del lettore.

Rossano Marra

in “Il Galatino”, Galatina, 10 luglio 2015

 

“L’ombra della madre” di Paolo Vincenti, pubblicato da Kurumuny Editore, non è solo un noir in cui si intrecciano le storie di Francesca, Riccardo e Fabrizio, ma è soprattutto un romanzo psicologico nel quale si possono trovare sottili congiunzioni nella mente dei protagonisti che rivelano tra le pagine di un libro avvincente e ricco di pathos, dell’incredibile.

La trama ambientata nella cittadina leccese con vari richiami all’arte, alla storia, alla cultura, alla musica e alle tradizioni del Salento, è resa intricata per via dei misteri che cela con grande abilità Francesca Colasanti, una donna intelligente, affascinante e sensuale, ma con un risvolto inquietante della propria vita. Docente di Storia delle religioni presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, dopo gli anni trascorsi a Roma, Francesca agli occhi di chi le sta intorno risulta irresistibile eppure nella sua apparente determinazione e sofisticata spigliatezza c’è un lato oscuro che si svelerà lentamente. Ed è nella sua città d’origine che Francesca tenta di trovare il senso della sua vita. Intorno a questa figura intrigante e amletica c’è Sauro, il suo ex compagno, un uomo violento che non accetta la separazione da Francesca; Fabrizio, il suo amante, e Riccardo Valentini, professore alla sua seconda laurea, al quale è affidato il complesso compito di districare i nodi esistenziali della donna della quale si innamora perdutamente anche per l’aurea di mistero che la circonda. “Privilegio e dannazione: questo significava averla conosciuta”. Riccardo frequentando Francesca diventa sempre più consapevole di qualcosa di imponderabile che caratterizza il loro rapporto: “Sei bella e perversa” le diceva “e io sono caduto nella tua trappola, ci sono caduto e non ne so più uscire”. Con lei “Donna diabolica e bambina innocente, spudorata e selvaggia, eppure fragile e quasi ingenua” il ragazzo scopre una parte della propria natura rimasta per anni quiescente.

Essenza di questa storia è la ricerca storico-religiosa che prevale nel romanzo “L’ombra della madre” tanto da risultare impregnato di un aspetto arcaico ed esoterico come il rito ancestrale a cui lo scrittore già autore di vari testi, differenti tra loro ma simili nello stile raffinato e incisivo, fa riferimento. Si tratta di un culto antichissimo, orgiastico e salvifico che si praticava a Roma durante i primi secoli dell’Impero. “Fra canti languidi, musiche ossessive e danze vertiginose, i fedeli delle Magna Mater Cibele e del dio Attis si abbandonavano completamente alla mistica ammaliati dallo splendore e dalla pompa delle feste” .

Con richiami all’antropologia culturale e dettagli che rendono il volume oscillante tra un fantasy e un noir, padroneggia la bellezza senza tempo di una terra come il Salento alla quale le si attribuisce quell’aspetto magico che caratterizza una storia resa peculiare grazie all’abilità letteraria di Vincenti che squarcia quella patina un po’ stucchevole attribuita ad un territorio che in realtà sa essere in grado di sorprendere e stupire. Ne “L’ombra della madre” emerge un fascino celato da un buio depositario di segreti e rivelazioni.

PAOLA BISCONTI

IN WWW.LINKIESTA.IT   NOVEMBRE 2015

 

Le Rose d’Acciaio

Le Rose d’Acciaio

Spettacolo-Documentario che si sofferma sull’universo femminile che vive dentro e intorno l’Ilva di Taranto

le rose d'acciaio

di Paola Bisconti

Parlare del mostro siderurgico che da anni sta distruggendo la vita dei cittadini tarantini a causa di un inquinamento senza limiti è un atto di giustizia nei confronti di tutti coloro che ogni giorno hanno a che fare con le drastiche conseguenze dovute alla produzione dell’acciaio nel più grande polo siderurgico d’Europa che sorge nel cuore della città dei due mari.

Taranto, un tempo capitale della Magna Grecia, merita di risplendere e di tornare a vivere delle proprie bellezze paesaggistiche, del suo incantevole centro storico, del suo splendido mare, delle risorse della sua terra. È da troppo tempo che il capoluogo pugliese ha smesso di sognare a causa di un’acciaieria nata come un’industria statale sotto il nome di Italsider in seguito diventata di proprietà del gruppo Riva.

Oggi Taranto, stando alle statistiche, è una delle città più inquinate d’Italia, e fra chi lotta per tenersi stretto un posto di lavoro e chi combatte ogni giorno contro le malattie tumorali c’è chi ha deciso di far parlare le donne, le “titane” di questa battaglia. L’attrice Roberta Natalini, il giornalista Maurizio Distante e la video maker Silvana Padula hanno realizzato un progetto che presta attenzione alle voci delle madri, mogli, figlie e fidanzate di coloro che lavorano all’interno della mega azienda o che vivono intorno all’impresa.

Tutto ha avuto inizio il 16 ottobre scorso proprio nell’epicentro di questo terremoto mediatico e giudiziario, dove sotto un cielo plumbeo e un’atmosfera quasi surreale sono iniziate le riprese del video. Il percorso si concluderà a marzo con la messa in scena di una pièce teatrale durante la quale i monologhi di Roberta Natalini saranno accompagnati dalla musica del pianista Danilo Leo. “Le Rose d’acciaio” è un’iniziativa che attraverso la pagina facebook: http://www.facebook.com/LeRoseDacciaio?fref=tsive , promuove i passaggi salienti di questo iter sui generis nato dalla volontà di tre ragazzi che pur non essendo originari di Taranto hanno avvertito la necessità di ascoltare le testimonianze delle donne dalle quali emerge una profonda sensibilità. Ecco perché la scelta di usare l’immagine della rosa, simbolo per antonomasia della delicatezza femminile, accostata all’acciaio, materia prima prodotta dall’Ilva.

Lo spettacolo andrà in scena il 7, il 14, il 21 aprile nei teatri delle province di Lecce, Brindisi e Taranto. Per sostenere le spese gli ideatori hanno colto un innovativo metodo di raccolta fondi, si chiama crowd funding, un processo collaborativo che invita chiunque a partecipare al progetto versando una piccola quota attraverso la piattaforma “Produzioni dal basso”: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_1908.html. Ciascuno di noi può così diventare co-autore del documentario e ricevere una copia del cd dove comparirà il proprio nome fra i titoli di coda.

Mentre il governo e la magistratura si prodigheranno a risolvere una delle questioni più difficili affrontate fino ad ora, tra chi tenta di far riavere liquidità all’azienda, chi intende attenuare il ricorso alla cassa integrazione e chi ancora garantisce una bonifica occorre ascoltare le voci dei cittadini che attraverso “Le rose d’acciao” parlano e si raccontano per confrontarsi e non essere più vittime di ingannevoli compromessi e speculazioni fondate su “leggi ad aziendam” varate per consentire a chi di giorno fingeva di rispettare le regole e di notte inquinava senza esitazione.

 

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