Muretti a secco e serpi nel Salento di fine Ottocento

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO 

A TU PER TU CON I SIPALI 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

   (…) Se nella zona arida delle masserie e in quella marginale degli oliveti la sacàra  (serpe) nidificava intr’a lli scrasciàli (muretti a secco rivestiti di scrasce [rovi]), nella campagna pienamente vissuta, ossia quella coltivata a ficheti, vigne e ortaggi in genere, trovava rifugio nei sipàli, essendo pressoché uguali le caratteristiche di asilo che le due strutture di recinzione offrivano. Per scrasciàli – come già detto – si intendevano i muretti a secco appositamente costruiti, livellati nell’altezza e intenzionalmente ricoperti di rovi; i sipàli invece, di solito situati ai confini interni del fondo come linea di demarcazione fra due proprietà diverse o come prode ai canali di scolo,  erano stati elevati man mano nel tempo con elementi casuali, ossia attraverso un progressivo accumularsi di detriti, originariamente costituiti da risulte di spietramento e via via incrementati dallo scarico dei rifiuti casalinghi e da pietre occasionali.    All’epoca, se si escludeva la sparuta presenza di uno o due spazzini, incaricati solo di scopare le vie centrali del paese, non esisteva servizio di nettezza urbana che assicurasse lo smaltimento dei rifiuti; e se li rumàte, ossia  i rifiuti trasformabili in concime (rumàtu), avevano facile deflusso nella foggia* e li mmunnàzze t’ampa (le immondizie da fuoco) venivano utilizzate come mpizzicatùru (esca) nel camino, li scigghe toste (le scorie dure) nonché li cupérchi e lli itri rutti (i cocci e i vetri rotti) non trovavano altra destinazione se non proprio quella di…sobbra’a llu sipàle.

   Qui però occorre intendersi, cioè non visualizzare i sipàli come dei grandi immondezzai partendo dalla connotazione del consumistico getta-getta odierno, che se perpetrato all’epoca li avrebbe resi sì altrettante scale di Giacobbe alte sino al cielo: la vita correva sui binari dell’essenzialità e l’alimentazione stessa assumeva in pieno il concetto dell’indispensabile, basata com’era, da un anno all’altro, sulla pietanza unica di legumi e verdure, inframmezzata dal domenicale piàttu ti mmaccarrùni e solo rallegrata dalle purpètte ti ciùcciu (polpette d’asino)  in occasione delle grandi festività. Se sui sipàli arrivavano valve di mitili erano quasi sempre di provenienza padronale,

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