Nardò, piazza Osanna, ieri e oggi; e domani?

di Armando Polito

L’amore per la propria terra si manifesta anche mettendo a disposizione del maggior numero di persone le fonti, nel nostro caso di oggi una foto. E grande sensibilità ha mostrato l’amico Dino Martano , benemerito titolare del blog http://www.nardoartt.it/cartoline-datate-1890.html, che, dopo avermela fatta conoscere in privato,  mi ha concesso  il privilegio di renderla pubblica. Il mio intervento sostanzialmente si limita all’inserimento dell’immagine che segue, mostrante lo stato attuale dei luoghi, tratta ed adattata da Google Maps (che qui ringrazio pubblicamente, insieme con la rete in genere, perché mi ha consentito, come in altre occasioni, di ovviare alle mie difficoltà di deambulazione, senza le quali avrei senz’altro esibito una foto mia.

Comunque, la prospettiva pressoché identica consente a chiunque, anche non neretino, di fare ogni confronto e, ai più fantasiosi, d’immaginarsi quella che fra cento anni potrebbe essere la terza foto (magari allora anche gli ologrammi saranno superati …) che, come la famosa isola di Bennato (è il padre più famoso, ma quello originale, James Matthew Barrie, risale a cent’anni prima), qui non c’è …

 

La Domenica delle Palme

di Emilio Panarese

Un documento manoscritto relativo alle processioni a Maglie, la domenica delle palme e il venerdì santo, risale alla seconda metà del ‘700[1], ma già prima, nel ‘400[2], il popolo di Maglie col barone e col clero si recava in processione, la Domenica delle palme, presso la chiesetta greca di S. Maria della Scala, dov’era un Osanna o Pasca Sannài o semplicemente Sannà per piantarvi un ramo di ulivo benedetto.

Oggi quell’antica processione non si fa più, ma è rimasto intatto il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo.

Dalle prime ore della mattina sino all’ultima messa, sul sagrato della chiesa madre (o della Presentazione del Signore, come oggi è ufficialmente denominata) e delle altre due chiese parrocchiali (del Sacro Cuore e dell’Immacolata), gruppi di contadini, di artigiani e di ragazzi si assiepano con fasci di rami e pallido ulivo e di lunghe foglie di tenera palma.

Una volta benedetti e dopo la messa con il Passio cantato, entreranno nelle case e dei rametti saranno appesi alla cornice di un quadro di un Santo o della Madonna, al capezzale del letto, alla porta d’ingresso, custoditi in mezzo alla biancheria o legati alla rocca del camino oppure torneranno nei campi, in mezzo ai prati, agli orti, alle vigne, su una canna o su un cippo, al centro del fondo, sul portone d’ingresso della masseria o della casa colonica, sui traini, nei pagliai, nelle botteghe, nelle officine, nei negozi.

Sono simboli di pace, a cui sino ad alcuni decenni fa i contadini del Basso Salento, secondo antiche tradizioni preistorico-mediterranee e successivamente romano-pagane[2], attribuivano il potere magico di propiziazione delle divinità contro le insidie del male; contro il Sannà o contro un menhir essi erano soliti sbattere i fasci di palme o di rami d’ulivo, convinti di poter scacciare così il diavolo o le streghe (macàre), che vi erano annidati.

Oggi il magico è solo convenzione, formalismo intellettuale. Quel giorno in segno di devozione i nostri contadini usavano recitare tanti pater noster quante erano le foglioline dei rami benedetti e condire la pasta solo con briciole di pane fritto.

Ma la Domenica delle palme era anche giorno di mercato di ramoscelli di ulivo argentato o dorato, di croci, di panierini.

Si confezionavano questi ultimi con foglie di palma legate otto, dieci giorni prima in un grande fascio (massa) e sepolte, per l’imbianchimento e una maggiore flessibilità, nel tufo o nella terra umida, oppure con foglie strappate dalla cima, dal cuore della pianta, che viene così assai danneggiata: sono queste foglie di un giallo pallido, paglierino, perché non esposte prima alla luce, le più tenere e le più adatte ai lavori d’intreccio tanto delle croci quanto dei panierini. Per fare le croci si prendono due o quattro foglie di palma (spade) e si piegano in modo da formare una croce; al punto di intersezione si fissa l’anellu o circhiu, perché le spade non si spostino.

Ve ne sono di vari tipi: intrecciata (o croce Marta), intarsiata o imperiale (arricchita con rametti d’ulivo benedetto), a stella, di tipo semplice e di tipo ricco, se ornate di nastri rossi (il rosso è il colore dominante nella Pasqua) o di fiorellini o arricchiti di confetti e cioccolatini.

Anche di panierini se ne fanno di vari tipi, di varia forma, di diversa grandezza: a globo (a gglobbu), a pannocchia (a ppupu), a ditale o a piramide (a ddiscitale), che è il più diffuso.

Come per la croce, si prepara prima la piattaforma con le spade divise in quattro fili: due vengono piegati (ggirati) uno sull’altro e sotto di questi si fanno sfilare i rimanenti. Si tirano ben bene tutti i fili e si continua, restringendo via via verso l’alto. Infine si uniscono i quattro capi in un solo nodo. Di panieri se ne fanno pure piccolissimi per chi voglia appenderne uno con uno spillo all’asola del petto della giacca, al posto del fiore o del distintivo. Comune è pure il tipo a forma di globo: le spade, unite in fili sottili, vengono intrecciate (a ttrecciuline) ed unite a forma di globo, sormontato dalle punte sfilacciate della foglia (ciuffi).

I panieri di una certa grandezza serrano, a spazi intervallati, varie ghiottonerie: caramelle, cioccolatini, bonbons, piccolissimi agnelli di zucchero o di pasta reale con la bandierina rossa sul dorso, piccole uova pasquali colorate.

I giovani fidanzati se li scambiano come dono di pace.

Note al testo:

[1]“Le processioni che sogliono farsi in questa parrocchia [di S. Nicola] sono quelle di S. Marco, delle Rogazioni, dell’Ascensione di Cristo, della Pentecoste, della Purificazione di Maria SS.ma, della Domenica delle palme e del Venerdì santo” (Risposta dell’arciprete di Maglie don Nicola M.Leonardo Montagna all’arcivescovo di Otranto Giulio Pignatelli, 1775, A.D.O.).

[2]La chiesa durante i primi secoli della diffusione del Cristianesimo non sempre riuscì a sradicare le inveterate usanze del mondo pagano, anzi a volte, pur modificandole in parte, dovette tollerarle per accelerare la conversione delle masse.

  

 

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e inMaglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.363-364]

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

Osanna e menhir

di Emilio Panarese

Verso l’anno mille circa dell’era cristiana, invalse l’uso di graffire delle croci con pietre o metalli appuntiti sulle facce di un menhir o di piantarvi in alto delle croci di pietra.

Per questo processo di cristianizzazione i menhir erano chiamati impropriamente culonne o croci o in griko sannà, da osanna (che in ebr. significa “salvaci!”) col significato metonimico altomedievale di “Domenica delle palme”.

menhir “Crocemuzza” o delle Franite (Maglie)

Non bisogna però confondere i menhir, benedetti dai papâs bizantini e adattati a sannà, coi sannà veri e propri o culonne cu ccroci commemorative della Passione di Cristo, innalzati, secondo l’usanza medievale di alcuni paesi della Grecìa salentina, alla periferia del paese e, più tardi, nel ‘600/’700, anche nel centro storico.

È molto probabile che pure il sannà sopra ricordato, nei pressi della chiesa greca magliese di S.Maria della Scala, sia stato un menhir.

croci graffite sul menhir (ph R. Panarese)

Di questo menhir o Crocemuzza, allo Scamata, alla periferia occidentale del paese, non è rimasto che il ricordo nelle antiche carte, com’è avvenuto per l’altro esistente presso la masseria di Maglie o del castello, tra l’ingresso del cimitero e il Palombaro, e quello nei pressi dell’Àviso, a sud della campagna di S. Sidero. E’ andato pure distrutto il menhir detto S. Biagio o Crocemuzza o Croce, al confine tra il feudo di Maglie e quello di Melpignano. Del menhir S. Rocco, poco distante da quest’ultimo, dà notizia solo il De Giorgi. Così di tutti i menhir, esistenti in tempi passati alla periferia più o meno vicina al casale magliese, oggi ne sono rimasti solo tre: quello a S. E., detto menhir Crocemuzza o delle Franite, ad est della strata vecchia di Scorrano, un altro detto Spruno tra la strada ferrata Maglie-Bagnolo,  e quello a N.E. detto menhir Calamàuri (Cfr. gli Inventari di Maglie del 1483/84, A.S.N., “fovea sita et posita in Sannà […] in loco de Scala”, e la cerimonia del 1° gennaio 1585, nella quale i francescani compaiono per la prima volta in Maglie, “piantando la croce appresso il sannà”.

 

(Emilio Panarese, La vicenda storica dei francescani di Maglie, 1585-1982, estr. da “Contributi”, 1982,I,4).

 

La Domenica delle Palme

di Emilio Panarese

Un documento manoscritto relativo alle processioni a Maglie, la domenica delle palme e il venerdì santo, risale alla seconda metà del ‘700[1], ma già prima, nel ‘400[2], il popolo di Maglie col barone e col clero si recava in processione, la Domenica delle palme, presso la chiesetta greca di S. Maria della Scala, dov’era un Osanna o Pasca Sannài o semplicemente Sannà per piantarvi un ramo di ulivo benedetto.

Oggi quell’antica processione non si fa più, ma è rimasto intatto il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo.

Dalle prime ore della mattina sino all’ultima messa, sul sagrato della chiesa madre (o della Presentazione del Signore, come oggi è ufficialmente denominata) e delle altre due chiese parrocchiali (del Sacro Cuore e dell’Immacolata), gruppi di contadini, di artigiani e di ragazzi si assiepano con fasci di rami e pallido ulivo e di lunghe foglie di tenera palma.

Una volta benedetti e dopo la messa con il Passio cantato, entreranno nelle case e dei rametti saranno appesi alla cornice di un quadro di un Santo o della Madonna, al capezzale del letto, alla porta d’ingresso, custoditi in mezzo alla biancheria o legati alla rocca del camino oppure torneranno nei campi, in mezzo ai prati, agli orti, alle vigne, su una canna o su un cippo, al centro del fondo, sul portone d’ingresso della masseria o della casa colonica, sui traini, nei pagliai, nelle botteghe,

O tu che passi per questa via, non ti scordar di salutar Maria!

edicola votiva nel centro storico di Copertino

di Armando Polito

La locuzione, con varianti di poco conto, è un classico delle edicole sacre1 che in un passato neppure tanto lontano punteggiavano le strade cittadine e di campagna, emblema di una religiosità semplice e sentita, forse un po’ troppo ingenua, che amava ricordare l’al di là anche se l’al di qua poneva problemi forse peggiori di quelli attuali. Oggi il nostro (di noi italiani…) sguardo si posa con attenzione su costruzioni di enormi dimensioni possibilmente recenti e funzionali allo sport…mentre un giapponese (è solo uno dei tanti esempi) si ferma incantato a guardare quella che a noi sembra una semplice, miserabile pietra corrosa dal tempo. Eppure, anche il giapponese è avviluppato, come noi e più di noi, dal ritmo frenetico della vita di oggi; però ha conservato il culto della cultura (mi si perdoni il gioco di parole che, per chi non lo sapesse, si chiama figura etimologica), l’amore per la conoscenza, il rispetto del passato.  E noi?

L’unica giustificazione per il nostro atteggiamento a dir poco trascurato è che l’enormità del patrimonio culturale di cui siamo gli eredi scialacquatori, nonché il fatto che ce lo abbiamo sempre sotto gli occhi2, ha finito per disorientarci sulla graduatoria d’importanza (è antipatico dover parlare, in campo artistico, di graduatoria ma bisogna pur farlo perché ad essa dev’essere poi correlato, concretamente, il concetto di tutela) dei tanti beni dei quali il destino ha voluto fossimo gli affidatari. Abbiamo fatto della quantità un alibi per non tener conto neppure della qualità, con i risultati catastrofici che sono sotto gli occhi di tutti. E l’ignoranza, non solo della nostra storia, ha finito per dilagare…

Sarebbe utopico, perciò, quanto ingenuo, pretendere che la locuzione del titolo fosse accolta dal frettoloso viandante locale con l’unica variante della perdita, eventuale, della rima e del mutato complemento oggetto finale: la Maria di turno potrebbe essere un qualsiasi manufatto e il saluto avrebbe il significato tutto laico di interesse alla conoscenza, riflessione sul passato non avulso dal presente.

È quanto mi accingo a fare con l’Osanna di Nardò. Per la sua storia evito di ripetere cose ben note già trattate da altri3 ; mi limiterò solo a fare delle osservazioni che abbiano attinenza con il titolo e con le amare riflessioni espresse subito dopo, lasciando al lettore, com’è naturale, la più ampia facoltà di stigmatizzarne  (gli sarei profondamente grato, però, se ne rendesse pubblici i motivi) ogni più o meno sospetta strumentalizzazione.

La rappresentazione più antica che conosco del nostro tempietto risale al 1663, ed è un dettaglio della carta che a Nardò dedicò il cartografo olandese Joan Blaeu (in sequenza la carta nel suo insieme e il dettaglio dell’Osanna con la vicinissima chiesa di S. Maria della Carità).

Per il momento notiamo come il tempietto sembri poggiare su un basamento (si direbbe circolare e senza gradini) piuttosto alto.

Le tre testimonianze successive (due tavole e un brano testuale) risalgono al 1735, anno della prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia ricorrente) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane4.

Alla pagina 34 seguono le due tavole in basso riprodotte con il dettaglio del tempietto evidenziato in rosso.

Nella prima la fabbrica che ci interessa presenta chiaramente cinque gradini. La seconda, in pratica una mappa, consente con la sua visione prospettica dall’alto di rilevare solo il basamento ottagonale mentre una ricostruzione del numero di gradini tenendo conto della distanza tra il limite esterno delle colonne e quello del basamento stesso (coincidente col perimetro dell’ultimo gradino) appare (almeno a me profano di tali calcoli piuttosto virtuali…) francamente aleatorio.

Passiamo ora alla descrizione della fabbrica fatta dal Tafuri a pag. 41: “Il medesimo è di forma essagona con una cupola sostenuta da sette colonne di Pietra Gentile, detta comunemente Leccese, le quali sono piantate sopra altrettanti gradini della medesima pietra.”

Notiamo la discrepanza tra gli altrettanti (7) gradini e i cinque visibili nella tavola. Fino al 2001 avremmo avuto un buon motivo per credere ad una sbruffonata del Tafuri, anche se qualcuno di gradini ne ha messi in campo addirittura nove5. Ma per lo storico neretino del Settecento, famigerato confezionatore insieme col Pollidori di documenti falsi, potevano pure due semplici gradini in più costituire motivo di maggior vanto e orgoglio per le memorie cittadine? Vada per i ponti sull’Asso di qualche post fa, ma due gradini! Saremmo stati autorizzati comunque, pur nel dubbio, a fargli fare la fine della nota favola del pastore che per burla  gridava a casaccio al lupo! invocando aiuto e che alla fine non ebbe aiuto proprio nell’unica fatale circostanza in cui diceva la verità. Ma, come abbiamo anticipato, la risistemazione dell’area effettuata nel 2001 ha riportato alla luce i due ultimi gradini che erano rimasti coperti dal progressivo innalzamento del livello stradale. La questione dei 5 o 7 o 9 gradini sembrerebbe, dunque, risolta per sempre.

Come spiegare, a questo punto, la discrepanza tra i sette gradini del testo e i cinque della tavola e a quale testimonianza dare più credito? Io privilegerei il testo6 perché è noto che le vedute e le mappe di quell’epoca non sempre erano perfette nel dettaglio e non sempre eseguite da persone del luogo e tenendo innanzi agli occhi il soggetto. Se così non fosse bisognerebbe immaginare che già ai tempi del Tafuri i gradini visibili fossero cinque, come fino al 2001, e che i sette del testo si riferissero a quelli originari. Anche nell’acquerello di J. L. Desprez del 1785, in basso riprodotto, propenderei a riconoscere la presenza più di cinque che di sette gradini.

Torniamo ora all’alto basamento della carta del Blaeu. Anche qui, se non si trattasse di fisiologica infedeltà rappresentativa (basta guardare la rappresentazione mastodontica della vicinissima chiesa di S. Maria della Carità), potremmo ipotizzare che verso la metà del XVII° secolo l’Osanna posasse su un unico alto basamento (questa configurazione, presumibilmente originaria, ben si accorderebbe con la teoria, sostenuta da G. Palumbo7, secondo la quale questi tempietti non sarebbero altro che l’adattamento cristiano di monoliti pagani) che rendeva praticamente impossibile quella fruizione cultuale diretta che avrebbe avuto successivamente grazie all’aggiunta dei gradini.

Se le cose stessero come prospettato nell’ultima, pur discutibile ipotesi, la recente sistemazione dell’area (che ha di fatto prodotto una cavea dovuta al recupero degli ultimi due gradini al di sotto del piano stradale, generando, come giustamente afferma l’amico architetto Giancarlo De Pascalis in Il tempietto dell’Osanna a Nardò, in Il tesoro delle città, Kappa, Roma, 2003, pag. 189, una decontestualizzazione della fabbrica non più direttamente utilizzabile per le funzioni liturgiche come la consueta benedizione delle Palme) avrebbe, sia pure involontariamente, una volta tanto, ripristinato sul piano strutturale un passato più recente (7 gradini) e, forse,  su quello strutturale e funzionale (cavea, aggiungo inversa, che ha lo stesso effetto di un alto basamento) un passato ancora più antico.

Tutto questo, dubbi compresi, non è sufficiente perché il nostro tempietto (e in questo il suo destino è in comune con quello di tanti altri monumenti) meriti un’attenzione, se non religiosa almeno tutta laica ed estetica, maggiore di quella fugacemente riservata ad una semplice rotatoria? Probabilmente sì, ma, intanto, può essere fatto solo passandoci a piedi e senza che qualcuno di mia conoscenza abbia l’infelice idea di apporvi nelle vicinanze un cartello con su scritto: O tu che passi per questa via, non ti scordar di Osanna e (con riferimento alla vicinissima chiesetta di S. Maria della Carità) di Maria, con una sciagurata integrazione non certo disinteressata…

________

1L’aggiunta di quest’aggettivo, superflua per gli addetti ai lavori e per le persone di una certa età oltre che cultura, è per le nuove generazioni che come edicola conoscono solo quella dei giornali (sportivi…) e che a causa del Maria precedente potrebbero essere indotti a credere che il post sia dedicato alla moglie di Maurizio Costanzo.

2 Gli occhi, però, dovrebbero servirci pure a constatare il degrado che, per giunta, non è nemmeno tanto lento…

3 Vedi il post Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò di Marcello Gaballo su questo sito  e il saggio di  Giancarlo De Pascalis Il tempietto dell’Osanna a Nardò all’indirizzo http://www.scienzemfn.unisalento.it/c/document_library/get_file?folderId=2981496&name=DLFE-34311.pdf

4 L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1848. In questa edizione le due tavole sono assenti.

5 Emilio Mazzarella, Nardò sacra, Mario Congedo editore, Galatina, 1999, pag. 286: “Vi si accedeva mediante nove gradini; oggi ve ne sono quattro, poiché il livello stradale è stato elevato notevolmente…”. Il computo, probabilmente, è stato fatto sommando i 4 (in realtà erano 5) gradini visibili ai cinque che consentono, scendendo rispetto al piano stradale, l’accesso alla chiesetta di S. Maria della Carità che sorge a poca distanza in posizione frontale defilata a destra (per chi guarda l’’Osanna con le spalle a porta S. Paolo).

6 Anche se le colonne, escludendo dal conteggio quella centrale, sono otto, come appare nella seconda tavola e non sette come si legge nel testo, per cui l’ìncontro di attendibilità testo-tavola di fatto si chiude con un pareggio.

7 Nota 7 del saggio di Giancarlo De Pascalis più avanti citato.

Osanna e menhir

di Emilio Panarese

Verso l’anno mille circa dell’era cristiana, invalse l’uso di graffire delle croci con pietre o metalli appuntiti sulle facce di un menhir o di piantarvi in alto delle croci di pietra.

Per questo processo di cristianizzazione i menhir erano chiamati impropriamente culonne o croci o in griko sannà, da osanna (che in ebr. significa “salvaci!”) col significato metonimico altomedievale di “Domenica delle palme”.

menhir “Crocemuzza” o delle Franite (Maglie)

Non bisogna però confondere i menhir, benedetti dai papâs bizantini e adattati a sannà, coi sannà veri e propri o culonne cu ccroci commemorative della Passione di Cristo, innalzati, secondo l’usanza medievale di alcuni paesi della Grecìa salentina, alla periferia del paese e, più tardi, nel ‘600/’700, anche nel centro storico.

È molto probabile che pure il sannà sopra ricordato, nei pressi della chiesa greca magliese di S.Maria della Scala, sia stato un menhir.

croci graffite sul menhir (ph R. Panarese)

Di questo menhir o Crocemuzza, allo Scamata, alla periferia occidentale del paese, non è rimasto che il ricordo nelle antiche carte, com’è avvenuto per l’altro esistente presso la masseria di Maglie o del castello, tra l’ingresso del cimitero e il Palombaro, e quello nei pressi dell’Àviso, a sud della campagna di S. Sidero. E’ andato pure distrutto il menhir detto S. Biagio o Crocemuzza o Croce, al confine tra il feudo di Maglie e quello di Melpignano. Del menhir S. Rocco, poco distante da quest’ultimo, dà notizia solo il De Giorgi. Così di tutti i menhir, esistenti in tempi passati alla periferia più o meno vicina al casale magliese, oggi ne sono rimasti solo tre: quello a S. E., detto menhir Crocemuzza o delle Franite, ad est della strata vecchia di Scorrano, un altro detto Spruno tra la strada ferrata Maglie-Bagnolo,  e quello a N.E. detto menhir Calamàuri (Cfr. gli Inventari di Maglie del 1483/84, A.S.N., “fovea sita et posita in Sannà […] in loco de Scala”, e la cerimonia del 1° gennaio 1585, nella quale i francescani compaiono per la prima volta in Maglie, “piantando la croce appresso il sannà”.

 

(Emilio Panarese, La vicenda storica dei francescani di Maglie, 1585-1982, estr. da “Contributi”, 1982,I,4).

 

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio, ma sarebbe stato opportuno commemorarlo e propagandarlo in maniera appropriata… perché lo merita!

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