Aurei rimedi popolari per far passare l’orzaiolo

da http://www.amicopediatra.it/

di Marcello Gaballo

Secondo la tradizione popolare salentina l’orzaiolo, volgarmente detto “rasciulu”, si manifesta dopo aver assistito a scene particolarmente piacevoli (tra gli esempi: una bella donna, una tavola imbandita, oggetti preziosi).

La fastidiosissima infezione batterica delle ghiandole palpebrali procura arrossamento del margine della palpebra, bruciore, fastidio alla luce, con la sensazione di corpo estraneo nell’occhio.
Il disturbo può durare anche dei giorni, finchè non compare al centro dell’orzaiolo un puntino giallognolo, che poi si rompe spontaneamente con riduzione o scomparsa del dolore.
Per curarlo oggi si ricorre alle pomate antibiotiche, ma un tempo, quando queste ultime non erano ancora disponibili, le nostre nonne applicavano sull’occhio dolente un impacco tiepido contenente semi di lino preventivamente bolliti in poca acqua lasciata poi raffreddare.
Era questo uno dei rimedi validamente consigliati dal medico curante o dal farmacista di fiducia, cui non sempre ci si rivolgeva per una così apparentemente banale infezione.
Il popolo più sprovveduto, come mi raccontava mia nonna, ricorreva allora ad una tecnica di cui non si conosce l’epoca di adozione e che consisteva nello strofinare per 3-5 volte sul bordo della palpebra il dorso della fede nuziale, d’oro.
Il ricordo do questo metodo empirico, da me stesso ritenuto del tutto inutile e senza logica, mi è sovvenuto oggi, scorrendo le agenzie di stampa medica che riportano testualmente:

Letteratura Scientifica

Cerotti con nano-filamenti d’oro riparano il cuore infartuato
Creati dei ‘cerotti’ capaci di riparare il cuore colpito da infarto grazie a dei piccolissimi filamenti d’oro, che migliorano la trasmissione dell’impulso

L’urgialuru

L’URGIALURU

di Armando Polito

Sarebbe (l’uso del condizionale si capirà dopo) un piccolo polpo di scoglio. Ignoravo la voce (che, peraltro, è assente nel vocabolario del Rohlfs) fino a che non l’ho letta nel pregevole saggio La cucina del Salento (Edizione “A.N.D.O.”, 1996, pag. 6) dell’amico Massimo Vaglio. Essa è irreperibile anche in Rete ma, siccome ho troppa stima di Massimo per credere che se la sia inventata, mi son chiesto quale ne potrebbe essere l’origine.

Il corrispondente (solo formale, non semantico) italiano potrebbe essere, anche per quanto si dirà, orzaiolo, che è dal latino tardo hordèolu(m), derivato di hòrdeum =orzo, per la forma simile a un chicco d’orzo, forse con influsso del latino, sempre tardo, varìola =vaiuolo, a sua volta derivato di vàrius=vario, chiazzato. Ma cosa hanno a che fare orzo e orzaiolo con il nostro polpetto?

Nella commedia Càsina di Tito Maccio Plauto (3°-2° secolo a. C.) l’autore al verso 493 fa dire al vecchio Lisidamo:

– Èmito sepìolas, lòpadas, loligùnculas, hordèias…-

Comprerai seppioline, patelle, calamaretti, orzaioli (traduco così provvisoriamente hordeìas).

E immediatamente nel verso successivo il servo Chalino ribatte:

-Immo triticèias, si sapis-

Anzi granaioli (traduco così provvisoriamente triticèias), se sai il fatto tuo

La traduzione provvisoria di hordèias è dovuta al fatto che per questa voce il Castiglioni-Mariotti dà la definizione  generica di un pesce o  mollusco, il Calonghi di specie di mollusco, il cui nome richiama hòrdeum. Ma sono stato costretto a tradurre orzaioli per mantenere il gioco di parole insito nel successivo triticèias (forma aggettivale da trìticum=grano) che ho dovuto rendere con granaioli.

Hòrdeum, l’avevamo visto, significa orzo, trìticum, l’ho appena detto, grano: è evidentissima nella battuta del servo la contrapposizione tra i due cereali di diverso pregio; solo che la voce designante il cereale meno pregiato (l’hòrdeum), aveva certamente il suo derivato in hordèia (che inequivocabilmente è una specie marina, dal momento che si accompagna ad altre: sepìolas, lòpadas e loligùnculas); quello più pregiato (il trìticum) aveva il suo derivato in triticèia che nella lingua comune era un aggettivo indicante ciò che si riferiva al grano, ma non una specie marina, che qui fantomaticamente viene evocata solo per dar vita ad uno dei giochi di parole così frequenti in Plauto. Insomma hordèia indicherebbe una specie marina somigliante a chicchi di orzo: se è così non è azzardato supporre che figlio del plautino hordèia sia urgialùru che denoterebbe, così, un suffisso –alùru corrispondente all’italiano –aròlo, [variante di –aiòlo, composto da –aio, dal latino –àriu(m) e –olo, dal latino –èolu(m)], con passaggio –o->-u– (*-arùlo) e metatesi –rul->-lur-. Tutto ciò sarebbe confermato dal fatto che il vocabolario del Rohlfs, pur non registrando, come ho detto all’inizio, la voce neritina, riporta però la parallela orgialùru attestata per Aradeo, Melpignano e Ruffano solo col significato di orzaiolo.

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