Libri. Un romanzo storico in quel di Parabita

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di Paolo Vincenti

 

L’amore per la piccola patria può avere diverse sfaccettature e portare  uno storico a farsi romanziere. Così l’erudito Ortensio Seclì  lascia le ricerche e la saggistica e profonde la sua abilità scrittoria nell’invenzione narrativa.  E dopo “Il giardino grande” (2012), pubblica, sempre con l’editore Il Laboratorio di Parabita, “Per amore…solo per amore” (2014). A dire il vero,  la commistione dei generi non è trovata di poco momento e lo sanno bene gli appassionati lettori dei romanzi storici.

In questo genere letterario di gran successo infatti si colloca il libro di Seclì, che unisce alla piacevolezza della fiction, la precisione del dato storico,  in un impianto narrativo solido cui fa da basamento la pluridecennale esperienza letteraria dell’autore.

La complessa vita sociale, politica e religiosa  parabitana fa da sfondo alla narrazione e si intreccia alle varie love stories raccontate. Nell’ordine:  quella sfortunata e senza prole fra il duchino Giovanni e l’ aristocratica napoletana Olimpia, che monopolizza la prima parte del libro e la cui sfortuna viene attribuita da un lato alla fama da jettatore che il nobiluomo Della Valle, padre di Olimpia si porta dietro, e dall’altro alla “maledizione di Rosaria”, vale a dire la protagonista della storia d’amore del precedente libro di Seclì, la quale, a detta di Lucia la Greca, madre di Giovannino, dopo aver disonorato la famiglia dei Ferrari in vita, a causa del matrimonio fra lei, popolana, e l’altolocato Don Saverio, continuava a portar sfortuna anche dopo morta. Poi la storia d’amore, pure molto tormentata, fra Vincenzo Ferrari, figlio di quella stessa Rosaria Cataldo, e Lucia Nicolazzo, che occupa la parte centrale del libro;  l’amore di Andrea Giannelli, noto esponente liberale del risorgimento salentino, e Agnese, una dei tre figli di Vincenzo e Lucia; la storia d’amore, complice Giuseppe Ferrari, fra l’umile falegname Gaetano e la bella Concetta;  e infine la storia d’amore fra lo stesso Giuseppe, terzo figlio dei signori Vincenzo e Lucia, anche Sindaco di Parabita dal 1857 e il 1860, ed una esponente del popolo, tanto povera quanto onesta e timorata di Dio, Nunziata.

Il libro dunque si caratterizza come una saga famigliare, e a fare da trade union fra le vicende narrate è proprio l’amore che impasta le vite dei protagonisti, dà sale alla storia globale raccontata, a partire dal titolo del libro che richiama quello di un film del 1993, “Per amore solo per amore”, tratto dall’omonimo romanzo di Pasquale Festa Campanile, ed anche il refrain di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni (“Per amore mio”).  Ma le biografie dei personaggi e l’orizzonte temporale dell’Ottocento parabitano preso in esame, si presentano complementari, in quanto le vicende personali sono sempre gravide di conseguenze che riguardano la collettività e le scelte individuali o famigliari degli aristocratici Ferrari si riflettono gioco forza sui destini della comunità, ancora all’epoca asservita ai ricchi feudatari. Una nota di merito alla scrittura di Seclì che scorre piana, limpida, adamantina per tutto il libro.  Molto bella la copertina opera del pittore-poeta Giuseppe, Pippi, Greco, mentre la progettazione grafica è di Sandra Greco.

Già recensendo suoi precedenti lavori, ho scritto che Ortensio Seclì è fedele metodologicamente  alla scuola storica degli Annales, quella dei vari Bloch, Lefebvre, Braduel, che cioè considerava la storia non solo, crocianamente, sotto il profilo etico-politico, ma anche nei suoi interessi  economici, sociali, antropologici, psicologici. Georges Lefebvre infatti affermava che “la storia non è scritta una volta per sempre, non è composta di una specie di materia morta e irrigidita per l’eternità, ma è in perpetua gestazione, si evolve con la civiltà degli uomini e con gli avvenimenti che segnano la loro esistenza”.

I ricercatori come Ortensio Seclì  non si accontentano di ricordare il passato ma lo reinterpretano, lo ricostruiscono sempre alla luce delle nuove acquisizioni che di volta in volta sgretolano parte di quelle che erano ritenute verità tradizionali. Il merito maggiore di questi due libri di Ortensio Seclì è quello di aver dato un volto, un cuore, sentimenti, a quei personaggi della storia parabitana che altrimenti sarebbero restati solo dei nomi incorniciati dalle due date di nascita e di morte. Seclì ha dialogato con l’Ottocento parabitano, ha animato i ritratti di questi dignitari del passato, gli ha dato colore, spessore, flatus vocis quasi, dalle righe intense dei suoi dialoghi.

Chiaro che l’autore abbia il culto della storia, il gusto di riportare all’attenzione dei contemporanei le vestigia del passato, e sebbene la sua ricostruzione sia  corretta filologicamente, essa è vivificata dall’invenzione letteraria, che sembra confermare l’assunto precedentemente svolto, ossia della storia intesa come continua ricerca. Senza mai perdere di vista l’alta funzione della storia. Significativo è a tal proposito quanto l’ autore fa dire a Don Giovannino, il quale parlando sul letto di morte, col frate Padre Damiano, sentenzia: “ La storia! La morte non ha alcun potere su di essa perché anche quando sembra che la storia sia stata cancellata, un bel giorno torna dal mondo dell’oblio nel quale sembrava fosse stata dimenticata e si impone prepotente agli uomini… è la memoria di noi, di ciò che abbiamo fatto, di come abbiamo saputo operare che viene conservata dalla storia e che ritorna anche dopo secoli a farci giudicare dal mondo”.

L’inclinazione di chi scrive si fa manifesta nelle ultime dieci pagine del libro dove il romanzo vira più decisamente verso il saggio storico, con le vicende relative alla nascita della Banca Popolare di Parabita. In questo cambio di passo sembra quasi che Seclì abbia voluto recuperare  la sua prima vocazione e con questa  suggellare la fortunata parentesi narrativa. Nel complesso, un buon libro, a cui dà lievito l’interesse della materia trattata e  dà sentimento, insufflata nell’impianto generale dell’opera, la passione di chi la muove.

 

Due amanti ed un curato. Una patetica storia d’amore nella Parabita del XVIII secolo

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di Paolo Vincenti

 

La storia che voglio raccontare parte da lontano. Un giorno di alcuni anni fa, curiosando fra gli scaffali dell’Archivio Storico Parabitano e conversando con il suo responsabile ed animatore Aldo D’Antico, mi colpisce una storia, quella de “I promessi sposi parabitani”, come semplicisticamente è stata ribattezzata, scritta su una vecchia rivista , della quale chiedo lumi a D’Antico. Egli mi spiega che l’estensore di quella nota storiografica è Mario Cala e che quindi a lui più di tutti io debbo semmai chiedere delucidazioni. Intanto però Aldo mi dona la collezione completa della vecchia rivista della Pro Loco parabitana perché è proprio su uno dei primi ingialliti fogli di quell’opuscolo che leggo la storia in oggetto. Per l’esattezza si tratta dell’articolo  Due amanti ed un curato. Una patetica storia d’amore nella Parabita del XVIII secolo, di Mario Cala,contenuto  in “A Parabita due notti d’estate”, 2° edizione, Parabita 1977. Si tratta di una storia d’amore che coinvolge due protagonisti della nobile famiglia Ferrari che tenne il feudo di Parabita fino all’Ottocento.

Questa storia venne resa nota con un documento del 1823 ,“Memoria pel Duca di Parabita nella causa co’ fratelli Ferrari” (Napoli, Tipografia di Nunzio Pasca), un trattato di giurisprudenza in cui era contenuta la storia raccontata da Mario Cala.

I fatti si svolgevano nell’anno 1780 quando Don Francesco Saverio Ferrari, figlio di Don Giuseppe, primo Duca di Parabita, viveva una clandestina e tormentata storia d’amore con tale Rosaria Cataldo, una popolana, probabilmente figlia di qualche governante di casa Ferrari. Chiaramente questa storia d’amore trovò la disapprovazione della illustre famiglia del rampollo parabitano, tanto che Francesco Saverio e Rosaria dovettero ricorrere all’astuzia per poter celebrare il loro matrimonio. I due giovani infatti, che avevano già avuto due figlioli, Francesco e Vincenzo, si recarono notte tempo da un recalcitrante arciprete, Don Vincenzo Maria Ferrari, costringendo con l’inganno il curato a dichiararli marito e moglie. L’arciprete negò che quel rito fosse valido e Rosaria e Francesco Saverio  vennero condannati l’una a stare richiusa in un monastero di Lecce e l’altro a star lontano e non più rivedere la sua amata.

Dopo una lunga battaglia legale, il matrimonio divenne finalmente valido. Ma nel frattempo Francesco Saverio , che tanto aveva sofferto per lo sdegno e l’onta subita e per la lontananza da Rosaria, si ammalò gravemente e morì dopo appena un anno.

Questa la storia degli sfortunati amanti documentata da Mario Cala che nel suo scritto allega anche un albero genealogico della famiglia Ferrari. Questo articolo di Cala viene poi ripubblicato in “Minima Storica Parabitana”, edito dall’Adovos di Parabita nel 1991 e in “Studi di Storia e Cultura meridionale”, volume della Società di storia Patria per la Puglia, Galatina 1992.  Intorno a questi fatti, qualche anno fa, si scatenò anche un certo clamore mediatico in quanto un giovane ricercatore, appropriandosi della storia, volle far credere che lo stesso Manzoni per la sua celebre pubblicazione si fosse ispirato ai due giovani parabitani. Ciò portò Mario Cala a smentire pubblicamente quanto arbitrariamente affermato, dal momento che lo stesso Cala, se aveva parlato di analogie fra la sua storia e quella dei Promessi Sposi  manzoniani, mai tuttavia aveva  millantato che il grande scrittore milanese si fosse recato a Parabita o  fosse in qualche modo venuto a conoscenza di questo documento storico.

Quella di Francesco Saverio e Rosaria resta comunque una bella storia d’amore, emersa dalle brume del settecento parabitano .  Ed è da lì  che si dipana quel sottile ma resistente filo di una matassa che arriva fino ai nostri giorni, con la pubblicazione in questo anno  2012, del romanzo “Il giardino grande” (Il Laboratorio editore) a firma di Ortensio Seclì, noto e stimato studioso di storia locale il quale me ne fa dono in uno dei nostri incontri sempre graditi e proficui per chi scrive queste note.

Si tratta di un libro che, in 35 capitoli più un Epilogo, partendo dalla documentazione di cui ho detto sopra, sviluppa una trama del tutto avvincente, tanto da far quasi dimenticare la realtà storica che fornisce a Seclì l’abbrivio per la sua narrazione. Il libro ha una  coperta rossa rigida con un bel disegno di Giuseppe Greco e  aggiunta di sopracoperta  arricchita da una bandella destra, con breve nota dell’editore, e bandella sinistra, con ritratto dell’autore ad opera di Giuseppe Greco e brevi note bio-bibliografiche.

Nella narrazione, agli elementi di pura fantasia, si uniscono degli inserti tratti dai documenti d’archivio e riportati in corsivo. La prosa di Seclì fluisce limpida e leggera nelle pagine di quest’opera amabile che si fa leggere dall’inizio alla fine senza nessun calo di interesse. Riemerge così da un passato sul quale sembrava si fossero ormai addensate le nebbie dell’oblio, grazie a questo omaggio letterario, la storia d’amore di Saverio e Rosaria (proprio a lei l’autore dedica il libro), i quali tornano a parlarci di un tempo in cui troppi ostacoli di carattere culturale e sociale impedivano il libero cammino di un amore mutuo e sincero che oggi (forse) non avrebbe incontrato nessuna riprovazione.

Il periodo storico in cui si dipana l’intreccio narrativo, attraverso le vicende reali e simboliche dei due amanti protagonisti, è il grande teatro del settecento parabitano, un’epoca che Seclì conosce bene per averle già dedicato una monografia qualche anno fa (“Parabita nel Settecento”, Il Laboratorio Editore). La narrazione, degna del miglior romanzo nazionale contemporaneo, come è già stato sottolineato, si muove con andamento lento ma vario, mai stanco, sorretta da una tecnica espressiva matura e da una efficace orchestrazione con cui l’autore, che ha orecchio musicale, mette in scena fatti e personaggi, fra motivi dinamici e statici, muovendo  le corde giuste al momento giusto per creare quel sicuro effetto di incantamento (ché il narratore cantastorie è sempre un poco stregone,fingitore, sciamano ) nel lettore.

Non sorprende la capacità narrativa di Seclì perché già nei suoi articoli di storia locale, comparsi su svariate riviste, ci aveva abituato alla nota di colore, all’inserzione di aneddoti e trance de vie all’interno della macronarrazione storica di cui si occupava. Sempre attento al minimo dettaglio e con una spiccata sensibilità verso gli umili, quei personaggi minori, se non minimi, delle nostre comunità municipali che Seclì ha sempre voluto dimostrare che fossero, quanto e più dei grandi personaggi,  calati nella storia e che come loro avessero pari dignità e medesimo spirito di appartenenza al contesto storico analizzato. Non sono mancati nemmeno, nelle sue noterelle storiche, degli spezzoni di umorismo a mitigare la fredda scientificità dei documenti compulsati e tutto ciò ha avvicinato il lettore ai precedenti articoli e libri di Seclì e, almeno per quanto mi riguarda, ha fatto intendere che, dietro lo storico, si stesse preparando il narratore, che insomma il romanziere attendesse solo il momento opportuno per rivelarsi. E il momento ora è arrivato. Una storia matura nella mente del proprio creatore nel tempo più o meno lungo della sua ideazione e in quello entusiasmante ma  laborioso della sua gestazione. L’autore vive dentro di sé i propri personaggi, le storie, gli avvenimenti ideati, fino a quando essi  non diventano pagine di libro da consegnare all’editore, il quale  a sua volta li consegnerà ai lettori con la dovuta apprensione che accompagna ogni nuova pubblicazione. Se questa pubblicazione poi incontra il gradimento di pubblico e critica, ciò significa che il lavoro svolto è stato ben fatto, le attese ben riposte i sacrifici fatti vengono ripagati. Ciò accade all’opera dell’amico Ortensio Seclì ed io sono lieto di darne testimonianza in questo mia modesta recensione. L’arte di raccontare del maestro Seclì ci consegna il suo frutto più maturo, la prova più compiuta,  con questo romanzo, se è vero che, alla fine della lettura, la polvere di quel mondo antico raccontato ci sarà rimasta attaccata alla suola delle scarpe e qualcosa di esso continueremo a portarci dentro a lungo nei nostri percorsi quotidiani.

 

Bibliografia di Ortensio Seclì

di Paolo Vincenti 

 

 

1975

Chiedere o donare, in “Il Donatore”, Parabita, ottobre 1975.

1978

 Popolari personaggi. Rocco Marzano  –  All’emigrante (poesia),  in “A Parabita due notti d’estate”, Pro Loco, Parabita 1978.

1984

In attesa del riscatto,  in “Il Donatore”  Parabita, dicembre 1984.     

1985                          

Popolari personaggi.  Don Vincenzo  Muscari, in “A Parabita due notti d’estate”, Pro Loco, Parabita 1985.                      

1988

 Salute e turnisi, in “Il Donatore”, Anno I , N.0, Parabita, giugno 1988.

1989                                                              

 Santu Latteri,  in “Il Donatore”, AnnoI, N.1, Parabita, marzo 1989.

1990

Consultorio familiare, ieri e oggi, in “Il Donatore”, Anno II, N.2, Parabita, giugno 1990.

1991

Santu Latteri –  Chiedere o donare? – Salute e turnisi –  Consultorio familiare, ieri e oggi –  Il Santuario di Maria Ss. della Coltura , in “Minima Storica Parabitana” , a cura di Mario Cala, Luigi Barone, Massimo Crusi, Ortensio Seclì,  Adovos “F.Greco”, Parabita 1991.

Parabita –Origine Storia Genealogie di 99 cognomi (Presentazione di Ettore Garzia), Il Laboratorio, Parabita 1991.

1992

Note e documenti sul culto della Madonna della Coltura di Parabita 

Libri/ Tuglie. La storia, le storie di Ortensio Seclì

di Paolo Vincenti

E’ stato pubblicato  Tuglie la storia, le storie di Ortensio Seclì, edito dal Laboratorio di Parabita (2007) per la collana di studi e ricerche “La Meridiana”. Abbiamo ormai imparato a conoscere Ortensio Seclì come uno studioso attento e rigoroso, esperto di “storie e genealogie di Terra d’Otranto”; ce ne ha già dato ampia prova con i precedenti  Parabita. Origine storia genealogie di 99 cognomiMatino tra ‘500 e ‘700, Casarano grande e piccola, tutti editi dalla parabitana casa editrice Il Laboratorio di Aldo D’Antico, il quale, sulla seconda di copertina del libro in esame, afferma: “ Questo lavoro su Tuglie riveste diversi significati: tra i più evidenti c’è quello di restituire ad un paese il proprio orgoglio e la propria dignità di essere e di manifestarsi, tra i più profondi quello di contribuire a capire la storia di tutti noi, di Tuglie come di Parabita, del Salento come della Puglia, in quanto tutti facciamo parte del grande disegno dell’avventura umana. Ortensio Seclì non si smentisce, anzi dimostra sempre di più cosa significhi ricercare, cosa vuol dire scrivere la storia, con un rigoroso metodo di consultazione delle fonti e dei documenti, avvalorando ormai una consolidata procedura d’indagine storiografica che si differenzia notevolmente dalle narrazioni agiografiche e incensatorie dei tradizionali racconti storici. Archivi, scritture, registri, relazioni, regesti, relevi, sono i materiali su cui lavora uno storico serio, per ricondurre alla conoscenza e alla visibilità dei moderni non tanto le nostalgie del passato

Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche

 

TIESIRE TIESILLA, CONCEPATO E CONCEPILLA

 

di Paolo Vincenti

“Matonna mia te la Cutura/ quantu è bella la tua ficura/ Famme turmire,/ famme ripusare,/ se nc’è bisognu/ famme ddisciatare/”.

Una splendida Madonna della Coltura, amata protettrice di Parabita, campeggia sulla copertina di questo libro, “Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche”, di Anna Piccino e Ortensio Seclì,  edito dal Laboratorio, di Aldo D’Antico, nella collana di studi e ricerche “La Meridiana” (2007). E parabitani doc sono i curatori del libro stesso: Anna Piccino è la coordinatrice del Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura” di Parabita, che ha voluto questa pubblicazione; Ortensio Seclì, promotore dell’associazione culturale “Progetto Parabita” è un conosciuto ed apprezzato studioso, impegnato da molti anni sul fronte della ricerca e della divulgazione storica, autore di numerose pubblicazioni tutte puntualmente accompagnate da una discreta fortuna critica oltrechè da un notevole successo di pubblico.

Come si può vedere, la Madonna della Coltura ricorre spesso in questa pubblicazione, e sotto i suoi buoni auspici nasce il libro di Seclì e Piccinno, che si è scelto di pubblicare proprio nei giorni della festa della Patrona parabitana, protettrice degli agricoltori. 

Il libro è una gustosa raccolta di preghiere ed invocazioni sacre che fanno parte di quel patrimonio straordinario che sono le tradizioni religiose del nostro popolo salentino.

Un volume preziosissimo, dunque, non solo per lo scavo storico, antropologico e linguistico che è stato condotto dai suoi attenti curatori, ma anche perché ci consegna uno spaccato della vita e delle abitudini della società contadina dei secoli scorsi, che si esprime, vibrante e pregno di significati, nelle filastrocche, nei modi di dire, nelle invocazioni al Signore, alla Madonna e ai Santi di volta in volta interpellati. 

Questo sostrato di cultura popolare è  custodito gelosamente nell’archivio memoriale di quei vecchi parabitani che sono stati consultati dai curatori del

Libri/ Parabita nel 700. Dinamiche storiche di un secolo

“PARABITA NEL  700” DI ORTENSIO SECLI’
 
di Paolo Vincenti

“Un popolo che ignora il proprio passato non capirà mai nulla del proprio presente”: con queste parole del grande Indro Montanelli, Ortensio Seclì apre la sua trattazione su Parabita nel XVIII secolo.

Parabita nel 700 – Dinamiche storiche di un secolo è appunto il titolo dell’ultimo lavoro dello studioso Ortensio Seclì, esperto di storia parabitana. Il libro, che fa parte della Collana di studi e ricerche “La Meridiana”, è edito dal “Laboratorio” di Aldo D’Antico, che ne cura anche la Prefazione.

Ortensio Seclì è uno stimato ed attento studioso di storia locale, autore di numerosi contributi, molto importanti per una migliore e più approfondita conoscenza del nostro territorio, come, solo per citarne alcuni, Parabita- Origini, storia, genealogia di 99 cognomiNote e documenti sul culto della Madonna della Coltura di Parabita ed il divertente Tirittùppiti- Soprannomi, modi di dire, storie ed immagini di Parabita.

Nel presente volume, Seclì si occupa di Parabita in un tempo, come il

La Madonna della Coltura di Parabita e l’incendio del campanile

di Paolo Vincenti

La venerazione della  Madonna della Coltura di Parabita è una delle più forti e sentite nel Salento e da molto tempo impegna studiosi ed appassionati nell’inestricabile eppur affascinante ricerca storica, antropologica, linguistica sulle origini di tale culto. Ortensio Seclì, in un suo saggio del 2001, apparso su “La Madonna della Coltura”, pubblicazione annuale sulla fede, la storia e la tradizione, a cura del Comitato Festa Patronale, in collaborazione con la Pro Loco e l’Archivio Storico Parabitano, ci riferisce della più remota testimonianza della leggenda parabitana sul ritrovamento del monolito della Madonna della Coltura; leggenda che,modificata con l’aggiunta di alcuni particolari fantasiosi, fu stampata nel 1896 per i tipi di Luigi Carra in Matino: “E’ tradizione che nella spianata Le Pane della Corte del territorio di Parabita, nel sito detto Cutura fu trovata,arandosi,la mozza lapide, su cui è dipinta a fresco l’immagine della nostra Protettrice, che si chiamò della Coltura, perché rinvenuta coltivando nel Campo Cutura”.

Sul significato dell’intitolazione della Vergine a Cutura, ci viene incontro Aldo D’Antico che, in un suo saggio comparso sempre su “La Madonna della Coltura”, ci dice che il termine, secondo le due ipotesi che si sono affermate nel corso dell’ultimo secolo, potrebbe derivare da cuddhrura, relativo alla Madonna del Pane, alla quale diversi altri paesi dedicano un culto, oppure da cuddhrura inteso come antica unità di misura del terreno seminativo. D’Antico propone poi un’altra ricostruzione.

Nell’iconografia orientale, questa Madonna era detta Hodegitria, perché considerata protettrice dei viandanti. Ed anche la Madonna della Coltura di Parabita era inserita nel percorso dei pellegrinaggi mariani per arrivare a Santa Maria di Leuca, attraverso Alezio (Santa Maria della Lizza), Parabita, Casaranello (Santa Maria della Croce) e Taurisano (Santa Maria della Strada).

A ridosso delle mura dell’antica Bavota, sita in contrada della Corte, e distrutta nel 927 dai Turchi, era probabilmente situata una laura basiliana nella quale era affrescata una Madonna Hodegitria, appunto “vigilatrice dei viandanti”, presso la quale i pellegrini sostavano per guadagnare le indulgenze promesse. Con la persecuzione che i Bizantini subirono tra il 1000 ed il 1300, i monaci furono costretti ad abbandonare la laura.Questa venne col tempo completamente sepolta sotto detriti ed altro materiale, fino a quando il vecchio contadino della leggenda, arando con i suoi buoi, non la riportò alla luce. Il luogo in cui avvenne il rinvenimento si chiamava “contrada la corte seu la cutura”, ed all’immagine venne quasi spontaneamente dato il nome di quel posto, da cui Madonna ta Cutura. La Madonna, patrona dei viandanti, trovata in una cutura, diventa così la protettrice delle coltivazioni e del mondo agricolo in genere, della cultura e della civiltà contadina. Questo culto poi si espande anche nei paesi limitrofi e in tutto il Salento, partendo proprio da Parabita, che si identifica totalmente nel culto della sua Patrona.

La festa per la Madonna ta Cutura si svolge verso fine maggio a Parabita. La giornata più importante è la Domenica,quando, in  mattinata, si ripete la tradizione dei Curraturi: secondo la leggenda, il meravigliato agricoltore, come scrive Mario Cala, altro noto studioso di storia parabitana, nel volume sopra citato, dopo avere prestato le prime dovute cure all’immagine della Vergine con Bambino, corse verso il paese per annunciare il prodigioso ritrovamento e il sacro monolito venne portato in trionfo dagli eccitati concittadini nella chiesa matrice. E dal XIV secolo, ancora oggi, si ripete questa bellissima tradizione, la domenica mattina della festa civile della Madonna della Coltura, a ricordo della corsa che gli antenati avevano fatto dopo il ritrovamento del monolito. Da segnalare ancora il suggestivo incendio del campanile della basilica, grazie ad una felice intuizione che ebbe nel 1971 padre Carlo Viviani,rettore dei Domenicani di Parabita, mutuando questa iniziativa da Santa Maria dell’Arco a Napoli, sede centrale dei Domenicani. Questa tradizione è stata poi ripresa sei anni fa con grande successo. Viene chiamato appositamente un gruppo pirotecnico, specializzato in simulazioni d’incendi di strutture architettoniche, e il campanile sembra davvero bruciare, tra gli applausi e gli sguardi sbalorditi del foltissimo pubblico che riempie Piazza Regina del Cielo, e, quando il campanile sembra ormai essere divorato completamente dal fuoco al suo interno, ecco accorrere la Madonna a spegnerlo e a salvare la sua casa, tra i rintocchi delle campane che suonano a festa.

Anche il lunedì successivo sarà festa, con una processione in ricordo della traslazione del monolito dalla chiesa al Santuario.

Mofificato da: “Il Tacco d’Italia” maggio 2004 e poi in “Di Parabita e di Parabitani” di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

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