Aldo De Bernart e la foresta di Supersano

supersano-celimann
Cripta di Coelimanna a Supersano

di Maria A. Bondanese

 

Un dì

per queste balze  

salmodiando salian

di buon mattino

barbuti monaci di S. Basilio.

Li accompagnava

un timido raggio di sole  

tra le rame del Bosco Belvedere

e il cinguettio gioioso degli uccelli      

saltellanti nella guazza.

 

Sembra di vederli quei monaci pensosi, evocati dal verso gentile¹ di Aldo de Bernart che alla profonda cultura, alla perizia di storico, al rigore di studioso univa la dedizione per i nostri luoghi, la cui identità ha insegnato ad amare e riscoprire. Luoghi in cui specchie, dolmen e pietrefitte rinviano ad epoche remote, a un tempo immobile, circolare ed arcano, laddove chiese, torri e castelli, densi di memoria, raccontano come dalla periferia vengano i fili alla trama della grande storia.                                                                                   Il tratto armonioso, l’eloquio dotto e persuasivo, Aldo de Bernart era solito sbalzare fatti e personaggi della realtà municipale con dovizia di particolari e vivida precisione, così da significarne il ruolo nella storia di questo territorio, segnato da lenti ma inarrestabili mutamenti nel suo patrimonio architettonico, viario e paesaggistico. Casali e masserie costellano la campagna salentina offrendosi testimoni silenti di un sistema insediativo antico ma residuale, come tratturi e sentieri, stretti tra filiere di muretti a secco, appaiono relitti di suggestive ma ormai desuete percorrenze.

La via misteriosa, via della ‘perdonanza’, serba però ancor oggi intatto l’incanto che l’esatta e suasiva descrizione fattane da Aldo de Bernart² riesce a trasmettere al lettore. In età medievale, quando viandanti e pellegrini si muovevano «per mulattiere insicure e per sentieri alpestri»³, la via misteriosa o «via degli eremiti»⁴ incardinando, tra le ombre della boscaglia, le chiese rupestri della Madonna di Coelimanna (Supersano) e della Madonna della Serra (Ruffano), costituiva quel percorso di crinale che dai dintorni di Supersano si snodava lungo il Salento delle Serre fino a S. Maria di Leuca.

«Legato alla primitiva antropizzazione di questo territorio quando, presumibilmente, solo dalla sommità delle Serre si poteva avere un quadro territoriale significativo, mentre le valli erano coperte fittamente di boschi e di paludi»⁵, il percorso di crinale lambiva la ‘foresta’⁶ plurimillenaria di Belvedere sulla quale amabilmente, in più di un’occasione⁷, Aldo de Bernart ha voluto soffermarsi, catturato dal fascino dell’immenso latifondo di querce, pressochè scomparso.

Pochi esemplari ne attestano ancora la superba bellezza ma la sua storia è narrata nel “Museo del Bosco”(MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso.

quercia spinosa
quercia spinosa

L’eccezionale polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni : Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»⁸ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere» , come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»⁹.

La caccia, la pesca, la raccolta di frutti e legna, di giunchi e canne palustri, la coltura di lino e canapa, l’allevamento di pecore e suini erano le attività più praticate all’interno del Bosco, assieme alla produzione di carbone. Tali le risorse del magnifico Belvedere, da conferire ai casali che di esso disponevano un valore di stima superiore a quelli che ne erano privi. Aldo de Bernart ricorda come «Fabio Granai Castriota, barone di Parabita, quando nel 1641 vende a Stefano Gallone, barone di Tricase, la Terra di Supersano con il bosco Belvedere e con il feudo di Torricella e della sua foresta, con i relativi diritti feudali, realizza il prezzo di 40.000 ducati»¹⁰. Cifra ragguardevole per i tempi e addirittura doppia rispetto all’ “apprezzo” che, nel 1531, ne aveva fornito Messer Troyano Carrafa nella compilazione dei feudi confiscati in Terra d’Otranto ai baroni schieratisi contro la Spagna.

La relazione¹¹, contenuta nell’ Archivio General de Simancas, rientrava nei lavori della commissione incaricata, nel 1530, dall’imperatore Carlo V di redigere l’elenco e la stima dei beni sottratti ai nobili ribelli, durante l’annoso conflitto tra francesi e spagnoli in Italia, che aveva travolto anche l’assetto feudale di Terra d’Otranto e giungerà a conclusione solo nel 1559. Al di là delle umane traversie, il Bosco continuava a prosperare lungo una superficie di oltre 32 kmq., delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro, ricca di acque alluvionali che sboccavano, come ricordava il ruffanese Raffaele Marti, «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni»¹².

Nel fitto bosco di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, si ergevano anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco, cui facevano corona piante e fiori del sottobosco e della macchia mediterranea quali alloro, corbezzolo, lentisco, mirto, viburno, pungitopo, rosmarino, gelso, rose di San Giovanni e senza che vi mancassero mele, pere, sorbe, nespole, uva allo stato selvatico. “Delizie” definisce perciò Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹³, in cui trovavano asilo cervi, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli, lepri, conigli, tassi, martore e puzzole accanto ai voraci lupi e ai possenti cinghiali, di cui l’ultimo sarà abbattuto nel 1864. Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane abbondanti in autunno ma che, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano »¹⁴, propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, aveva annotato che è «in luogo di aria non sana»¹⁵ .

Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del Sombrino entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino»¹⁶. Supersano, tra l’altro, acquista d’allora fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo – Supralzanum – di origine prediale, avanzerà l’ipotesi che il suo nome potesse essere «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»¹⁷, con chiara allusione alla bontà del clima.

Ma il Bosco, il cui legname pregiato nel 1464 era stato richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce¹⁸, subisce un progressivo e drastico impoverimento al punto che lo stesso Arditi nel 1879, scriveva :«Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»¹⁹. Non estranea comunque alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese.

Dopo lunga contesa con i Principi Gallone, in possesso del Bosco di Belvedere che assicurava loro «la pingue rendita di L.42.500»²⁰, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici.

«Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, viepiù affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»²¹. Mutato il contesto paesistico, solo il Casino della Varna, stupendo ritrovo di caccia d’impianto seicentesco tuttora esistente nell’agro di Torrepaduli, la cui «mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa», non più luogo d’incontro di nobili per lieti conviti, «rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere»²². La cui memoria però, intesa non come semplice conservazione e inerte deposito di dati ma piuttosto azione creativa e trasfigurazione del passato, è custodita nel Museo del Bosco di Supersano.

Nella memoria, infatti, tutto ci è coevo²³: il monaco filosofo Giorgio Laurezios di Ruffano, insegnante di filosofia morale per i novizi che “salmodiando salian” alla chiesa-cripta della Coelimanna, in una Supersano fantasma del XIII secolo con appena 120 abitanti terrazzani sparsi per le campagne, come ci ha spiegato Aldo de Bernart, maestro di vita, arte, letteratura, la cui missione educatrice e culturale resta operante nella mente e nell’animo di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo.

 

pubblicato nel volume antologico Luoghi delle cultura Cultura dei luoghi, a cura di Francesco De Paola e Giuseppe Caramuscio, Grifo Editore

 

Note

¹ A. De Bernart, Notizia su Giorgio Laurezios di Ruffano e la sua scuola di filosofia nella Supersano medievale, «Memorabilia» 28, Ruffano, aprile 2011, riportato anche da «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 20

² Cfr. A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina 1994. Di Mario Cazzato è doveroso sottolineare la lunga e fruttuosa collaborazione con Aldo de Bernart nella valorizzazione del patrimonio architettonico e paesaggistico salentino.

³ Ivi, p. 23

⁴ Cfr. C. Sigliuzzo, Leuca e i suoi collegamenti nel Basso Salento, in Nuovo Annuario di Terra d’Otranto, Vol. I, Galatina 1957,               pp.73-76

⁵ A. De Bernart-M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, cit., p.15

⁶ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente» (C. U. de Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, p. 140-141).

⁷ Cfr. A. De Bernart, La foresta di Supersano, «Il nostro Giornale», a. IV-n. unico, Supersano, 8 maggio 1980; A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere in A. de Bernart-M. Cazzato-E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, pp. 29-34

⁸ F. De Paola, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589) in M. Spedicato, I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85

Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano

¹⁰ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., p.31

¹¹ Cfr. F. De Paola, “O con Franza o con Spagna…” Note sulla geografia feudale di terra d’Otranto nel primo Cinquecento , in               M. Spedicato (a cura di) Segni del tempo. Studi di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro,Galatina , 2008,                       pp. 85-87

¹² R. Marti, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23

¹³ A. de Bernart, Torrepaduli Belvedere, cit., ivi

¹⁴ C. De Giorgi, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, 1882, rist. Galatina 1975, Vol. I, p.148

¹⁵ L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.

¹⁶ R. De Vitis, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.                                                                                                             Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia,                                              cfr. M.A. Visceglia, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25

¹⁷ G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p.577

¹⁸ Cfr. G. Fiorentino, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. Arthur-V. Melissano (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24

¹⁹ G. Arditi, op. cit., p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco di Belvedere perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.

²⁰ A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²¹ M. Mainardi, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108

²² A. De Bernart, La foresta di Supersano, cit.

²³ Cfr. Maria A. Bondanese, Sul tempo ed altro, «Il nostro Giornale», a. XXXV- n.75, Supersano, 25 dicembre 2011, p. 21

‘Pòppiti’ alla masseria Capriglia, in agro di Ortelle

 

‘Pòppiti’ alla masseria Capriglia, in agro di Ortelle (Le),

il 10 agosto 2014 a rimirar le stelle

 

Lo spettacolo teatrale Pòppiti dal Faro della Palascìa, il 1° gennaio 2014 alle 4 del mattino, alla piazza San Giorgio di Ortelle il 1° giugno, ora sceglie come proscenio direttamente i luoghi in cui si svolsero i fatti narrati nell’omonimo romanzo di Giorgio Cretì (1933-2013), la masseria di Capriglia, lungo la vecchia strada comunale fra Vignacastrisi e Santa Cesarea Terme. Sentirete parlare di Pitria, Serricella, pajare e ascolterete la storia d’amore e di guerra che ha coinvolto questi pòppiti del basso Salento infuocato, immersi in un paesaggio multicolore, variopinto di erbe e malerbe, mentre la loro vista spazia oltre l’orizzonte verso est in direzione Albania, ancora timorosa delle galee turche,  e verso sud in direzione S. Maria di Leuca, dove i salentini dopo morti ritornano con il cappello in testa, ricorda Vittorio Bodini.

Dal romanzo la scrittrice Raffaella Verdesca ha tratto il testo teatrale, che la Compagnia Teatrale ‘Ora in Scena’ porterà sulle scene naturali dei luoghi in cui si svolse questo dramma popolare. La regia dello spettacolo è di Paolo Rausa,  montaggio e assistente alla regia Ornella Bongiorni. Una storia d’amore e di passione vissuta nel Salento rurale, abbiamo detto. Sullo sfondo incombe la guerra di Libia, è il 1911.

Nel minuscolo universo della masseria si intreccia la storia d’amore di Ia e di Pasquale, che l’ha ingravidata e perciò decide di portarla via, in fuga. Pasquale è poi richiamato in guerra, Ia resta col bimbo da svezzare. Al suo ritorno Pasquale trova la situazione che meno si sarebbe aspettato. Un dramma che spinge ancora una volta alla fuga con la moglie e il figlio, per iniziare una nuova vita dove può coltivare un’altra terra, lontana, quella che “con il sangue abbiamo conquistato in Libia”.

I dialoghi sono accompagnati dai ritmi tradizionali di P40 e Lucia Minutello, immagini di Antonio Chiarello e Carlo Casciaro, la coreografia di Kalimba Studio Dance. Gli interpreti: Ia, Pasquale (Florinda Caroppo, Michele Bovino), Massaro Rosario (Antonio Rizzo), Rocco (Fernando Circhetta), Dorotea (Maria Orsi), Cirina, Peppino Parmatiu (Norina Stincone, Luigi Cazzato).

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

copertinafronte

A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

La masseria di Capriglia nell’agro di Ortelle in un documento inedito

Ciò che sopravanza della masseria Capriglia
Ciò che sopravanza della masseria Capriglia

La masseria di Capriglia nell’agro di Ortelle in un documento inedito, un contratto di affitto stipulato a Napoli nel 1918 fra la Duchessa di Nardò e Salvatore Merola di Cerfignano

 

di Paolo Rausa

La masseria di Capriglia è conosciuta per essere stato il luogo in cui Giorgio Cretì ha ambientato il romanzo ‘Pòppiti’, ripubblicato recentemente a cura della Fondazione Terra d’Otranto e rappresentato come dramma popolare al Faro della Palascìa a Otranto e parzialmente nella piazza di Ortelle il 1° giugno. La pioggia ne ha impedito la conclusione. Il testo è di Raffaella Verdesca, la regia di Paolo Rausa.

Capriglia l contratto di affitto

In un documento notarile del 20 febbraio 1918 viene trascritto a Napoli il contratto di locazione della ‘vasta masseria denominata Capriglia’ di proprietà della Eccellentissima Duchessa di Nardò, Donna Maria Zunica, gentildonna e proprietaria, con Salvatore Merola di Cerfignano, agricoltore e proprietario.

Di questo atto, descritto con minuzia di particolari negli elementi costitutivi della proprietà e negli obblighi a cui è tenuto il fittuario, è importante estrarre la componente agriculturale di conduzione dei fondi e di manutenzione dei beni, ben definita sia che si tratti di muri a secco, dei locali della masseria, persino del giardino che abbellisce la Cappella di S. Eligio e degli arredi sacri che vengono ricevuti dal precedente affittuario e perpetuati dal nuovo. Il ciclo dei campi si invera e si comprendono le condizioni sociali e culturali che permangono nelle campagne salentine fino a un secolo fa e forse anche oltre. In premessa l’oggetto del contratto, si descrive la composizione dei fondi indicati coi nomi di Pitria, Capriglia, Chiusura Finocchio, Aia, Ortore limitrofo all’Aia, Giardino della Cappella, Santaloja Vecchia, Masseria Capriglia, Ortore adiacente e contigua, Vignali, Serra pascolosa, Monte e Larghi la Croce, Monte Finocchito, Larghi Pezza li Monaci, Caggiubba e Larghi li Monaci, Chiusura lo Viero, Chiusura la Grotta, Cicirumella, Spitali e Pezza la Casa, giusta le antiche denominazioni dei fondi medesimi.

Capriglia Una masseria della zona

L’intera masseria Capriglia è di circa centosettanta tomolate, cioè di circa 83,30 ettari, considerandovi la consuetudinaria tomolata di circa are 49. Seguono gli altri elementi essenziali per la stipula del contratto: la durata in sei anni, dal 1° settembre 1918 al 31 agosto 1924; l’affitto  annuo in lire 8.600 per la masseria da versare con tempi e modalità prestabilite e lire 400 in compenso della decima e metà del prodotto della vigna. Seguono le descrizioni in dettaglio delle doti di cui dispone la masseria: gli animali bovini ‘di giusta età ed atti al lavoro’, sessanta pecore di corpo, delle quali trentasei di ottima qualità, e ventiquattro recettibili, cioè non cieche, non zoppe e né mancanti di denti, tre montoni e quattro capre, di buona qualità. Dopo gli animali la dotazione dei prodotti di scorta, definiti nella quantità, e degli attrezzi che il fittuario riceve dall’uscente: grano,  orzo,  avena,  fave, lupini, ecc., tutti generi di buona qualità e per uso di semenza – viene specificato -, poi paglia di grano e di orzo,  immesse nella pagliera, una carretta, tre aratri ‘coi rispettivi gioghi buoni e servibili’, due vomeri di ferro ‘con la specifica del peso e servibili’, una madia per la ricotta salata, in buono stato ma senza serratura, un caccavo di rame rosso, otto mangiatoie nella masseria; cinque pile ed un pilone vicino al pozzo, e due altre pile vicino alla cisterna della masseria. Tutto specificato nei dettagli in modo che non sorgano liti o incomprensioni.

Questo tanto per cominciare. Nel caso di maltempo o di malattia delle piante che potessero distruggere in tutto o in parte il raccolto, come  grandine e alluvioni, o la mosca olearia, la filossera, la peronospera, l’oscamorina, la grittogama, ecc. il fittuario non può esimersi dal pagare quanto pattuito.

Tra i vari punti da sottoscrivere alcuni si richiamano alla regola d’arte nella coltivazione dei terreni e secondo gli usi locali, per es. seminando ogni due anni i terreni per la pastorizia, lasciando l’ultimo anno della locazione venti tomoli di maggesi e venti di erba, piantando secondo la volontà tabacco, purché non si rechi danno alle coltivazioni e alle piante esistenti, specie agli ulivi. Altri riguardano il governo degli animali in dote alla masseria e quelli aggiunti dal locatario, l’obbligo a farli dimorare e pernottare nella masseria, e di utilizzare il letame per concimare esclusivamente i terreni della masseria e non altri, altrimenti si incorre in una penale. L’approvvigionamento dell’acqua dal pozzo di Capriglia, che  deve essere mantenuto sgombro da materiali, e la cura dei canali di scolo sono altre prescrizioni contenute nel contratto insieme alla manutenzione dei locali affidati e alla loro riparazione ordinaria.

Capriglia
Pòppiti nel territorio di Capriglia

L’adempimento di tutti i patti e le condizioni sono suggellati e garantiti da una ipoteca che grava a garanzia su tutte le  proprietà del fittuario, compresi case e fondi. Oltretutto sono consentite visite ispettive di personale inviato dalla signora Duchessa di Nardò per verificare l’osservanza delle varie condizioni poste  e sottoscritte.

Ce la farà il povero Salvatore Merola di Cerfignano a lavorare la terra e a rispettare tutte queste clausole contrattuali? Non lo sappiamo. Vedendo le condizioni in cui è ridotta la masseria di Capriglia, ora diroccata, sembrerebbe di no.

Ci ritorneremo con lo spettacolo teatrale ‘Pòppiti’ il 10 di agosto, la Notte di San Lorenzo, riportando vita in un lembo di territorio agricolo, seppure per la durata di questo dramma popolare.

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

copertinafronte

A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

Quei “fiuri de la Pathria” recisi combattendo sul Carso

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di Paolo Vincenti

 

Mercoledi 30 aprile, in risposta ad un gentile invito di Paolo Rausa, giornalista, scrittore e regista teatrale, mi sono recato in quel di Poggiardo, Palazzo della Cultura, per assistere alla presentazione del libro “Li fiuri de la Pathria. Poesie sulla grande guerra” di Fernando Rausa (Comune di Poggiardo 2014), a cura di Paolo Rausa.

L’evento rientrava nell’ambito della manifestazione  “Dialogos. Rassegna culturale di Terra d’Otranto”, patrocinata dal Comune di Poggiardo – Assessorato alla Cultura, ed organizzata dall’alacre operatore culturale Pasquale de Santis. La rassegna, nella sede della Biblioteca Comunale, ha ospitato diversi autori salentini, a partire dal 22 marzo con la presentazione del libro “Il senso dell’incanto” di Laura e Pina Petracca e fino al 31 maggio con “Il sigillo del marchese” di Giuseppe Pascali.

Prima della presentazione del libro, ho potuto anche ammirare la personale dell’artista Vincenzo De Maglie, una mostra di sculture in legno di noce e di ulivo, ospitata nel piano terreno del poggiardese Palazzo della Cultura in Piazza Umberto I.

L’amico Paolo, milanese di Poggiardo o poggiadese di Milano, mi aveva già informato di questa iniziativa editoriale, in uno dei tanti nostri incontri in occasione dei suoi frequenti ritorni nella terra dei padri.

Si tratta di una serie di poesie in dialetto salentino che hanno a tema la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra appunto, vista dagli occhi un salentino di Poggiardo che ad essa non ha partecipato ma che da essa è stato scosso nell’intimo. E dunque i tragici avvenimenti bellici sono filtrati dalla sensibilità poetica dell’autore, in un canto accorato di umana pietà e compartecipazione, abbraccio solidale.

Sostanzialmente Rausa canta la vita e il suo grande valore, tanto più grande quanto più essa è minacciata dalle contingenze. E di fronte al cruento conflitto bellico, la sensibilità del poeta sa cogliere questo valore  raddoppiato. “Li fiuri de la Pathria” furono recisi combattendo sul Carso, credendo nell’italia, come scrive Paolo Rausa, il quale si chiede:  “ha senso pubblicare in dialetto salentino versi che trattano avvenimenti lontani nel tempo e nello spazio? Ci siamo risposti di sì!

Perché ovunque arda l’amore per la propria terra e per l’estremo atto di sacrificio, ovunque ci si ricordi di un Ettore che sotto le mura di Troia non esita ad affrontare il nemico/avversario in una sfida fatale, lì il verso sprona a veder oltre, a lacrimare sulla sventura nelle trincee della vita”.

Certamente ha senso ricordare, soprattutto quando questa operazione viene sorretta da afflato poetico e nobiltà d’intenti, sincerità d’animo e vicinanza umana, tanto più se si pensa che queste poesie non erano nate per essere pubblicate, e quindi lontane da qualsiasi calcolo editoriale-commerciale. Esse rappresentano il canto d’amore, accorato e sincero, di un figlio della patria nei confronti dei suoi fratelli più sfortunati, recisi appunto come fiori e come gigli di campo (per citare il De Andrè della celeberrima “Canzone di Piero”, le cui note sono risuonate durante la serata), strappati ai loro affetti, passioni, interessi e alla loro terra, dall’abominio e dall’odio umani.

Fernando Rausa, 1926-1977, operaio edile e poeta autodidatta, pubblicò in vita le raccolte “Poggiardo mia” e “L’occhi ‘ntra mente” nel 1969, poi “Fiuri… e culuri”nel 1972 e infine “Guerra de pace” nel 1976. Ma scrisse tante altre poesie sparse ed anche un racconto inedito. Dopo trent’anni dalla sua morte, grazie alla cura del figlio Paolo, sono state pubblicate Terra mara e nicchiarica” (Manni 2006), con Prefazione di Donato Valli, “L’Umbra de la sira  (Edizioni Atena 2009), con Prefazione di Rita Pizzoleo. Valeva la pena però far conoscere, fra i materiali rimasti ancora inediti, queste poesie patriottiche, in specie a vantaggio delle giovani generazioni sempre troppo scarse di begli esempi ed edificanti riferimenti: questo deve aver pensato ancora Paolo, infaticabile promoter dell’opera del padre, quando ha deciso di dare alle stampe la presente pregevole raccolta.

Sulla prima pagina è riportato un brano tratto da “La grande guerra” di Paolo Rumiz. E durante l’incontro di Poggiardo,  è stato proiettato un filmato documentario,”L’albero tra le trincee” di Alessandro Scillitano con commento del giornalista Paolo Rumiz, in cui si ripercorrono quei luoghi, da Trieste all’Adamello, circa 600 kilometri di frontiera, che hanno fornito triste scenario alle vicende belliche: importante questo filmato, nella sua ricostruzione storica, sia per il suo valore documentale che memoriale. Durante l’incontro di Poggiardo, la lettura delle poesie di Rausa ha dato ai presenti in sala, fra i quali gli studenti del locale Istituto D’arte “Nino Della Notte”, emozioni intense, facendo entrare gli ascoltatori in quell’atmosfera di abbandono, abbrutimento, disfatta, evocata dai versi, ma anche di eroismo e di orgoglio di nazione. Dopo i saluti dell’Assessore alla Cultura Giuseppe Orsi,  l’intervento e le letture di Paolo Rausa, e le canzoni del cantautore salentino P40.

La grafica del libro è curata da Ornella Bongiorni, consorte di Paolo Rausa, la quale è intervenuta alla presentazione del libro con letture e numerosi spunti di riflessione. Nel libro compaiono le Presentazioni del Sindaco Giuseppe Colafati e dell’Assessore Giuseppe Orsi e poi la Nota del curatore .

I testi riportano in calce la traduzione in italiano. La poesia di Fernando Rausa ha una intima ispirazione, è una poesia molto sentita perché affonda i sentimenti di amore della patria nella nostra cultura rurale e si serve della lingua legata alla nostra terra e stratificata. Leggiamo allora di Vittorio Veneto e di Caporetto, del Piave e di Monte Grappa, di Enrico Toti e Francesco Baracca, della Folgore, di combattenti e reduci; a tutti va la parola del poeta, forgiata nella lingua degli avi, impastata con la nostra terra “mara e nicchiarica”. E sui vincitori e sui vinti, sui caduti di tutte le guerre, sventola quella bandiera italiana (“bandiera mia”) la cui poesia suggella la raccolta, che diventa simbolo di salvezza e di rinascita.

Ortelle. Paesaggi e personaggi … con gli occhi (e il cuore) di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello

Fiera di Ortelle-il cibo nei quadarotti

di Paolo Vincenti

 

Nell’ambito della manifestazione “Omaggio a Giorgio Cretì” che si tiene ad Ortelle sabato 31 maggio e domenica 1 giugno 2014 in Piazza San Giorgio, è allestita la mostra di pittura “Ortelle. Paesaggi Personaggi … con gli occhi (e il cuore) di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello”, presso Palazzo Rizzelli sempre nella centrale Piazza San Giorgio.

L’occasione è di quelle importanti. Infatti, nel salotto buono della città, Ortelle rende omaggio ad un suo figlio illustre, Giorgio Cretì autore del romanzo “Pòppiti” con una serie di incontri e conferenze e finanche una riduzione teatrale dell’opera summenzionata a cura di Raffaella Verdesca e Paolo Rausa.

Ma torniamo alla mostra pittorica di Casciaro e Chiarello, Chiarello e Casciaro.

I due ortellesi offrono un viaggio attraverso i propri personali mondi pittorici che si incontrano e si specchiano in omaggio ad un altro ortellese del passato, appunto Cretì.

Nell’evenienza  della mostra, è stato pubblicato un catalogo, con lo stesso titolo e una doppia speculare copertina, realizzato con il patrocinio del Comune di Ortelle, dell’Università del Salento, del CUIS e della Fondazione Terra D’Otranto.

Anche il catalogo vuole essere un omaggio allo scrittore ortellese, come è manifesto dalla copertina che in una banda marrone nella parte superiore reca scritto “Per un antico (pòppitu) eroe. Omaggio a Giorgio Cretì”. Nella parte centrale della copertina, la foto di un bellissimo antico portale del centro storico di Ortelle. All’interno del volumetto, Casciaro e Chiarello si dividono equamente gli spazi: da un lato le opere dell’uno e dal lato opposto quelle dell’altro, realizzando una sorta di residenza artistica o casa dell’arte su carta.

Il libro è introdotto da una bellissima poesia di Agostino Casciaro, dedicata proprio ad Ortelle e da una Presentazione della critica d’arte Marina Pizzarelli. Quindi troviamo i volti di Carlo Casciaro, fra i quali, ultimi realizzati, proprio quello dello Pòppitu Cretì, in un acrilico su tela del 2014; poi quello di Agostino Casciaro, sotto il quale vengono riportati alcuni versi di Renato Grilli, e quello di Giuseppe Casciaro (1861\1941), pittore del passato e maggior gloria ortellese. Inoltre, l’opera “Ortelle”, acrilico su tela 2012, con una citazione di Franco Arminio, “Capriglia”, acrlico su tela 2014,con una citazione di Giorgio Cretì,  “Largo Casciaro”, acrilico su tela 2013 e infine una scheda biografica di Carlo Casciaro.

Di Carlo ho già avuto modo di scrivere:  <Dalla fotografia alla pittura, Carlo Casciaro  comunica attraverso la sua arte e mi sembra perfettamente integrato con  il microcosmo di una piccola e fresca cantina nella quale ha ricavato il suo studio e dalla quale osserva il mondo esterno,  senza spostarsi da casa, indagatore dell’anima, collezionista di memorie, archivista di emozioni.  Carlo è un viaggiatore fermo, un nomade stanziale, se mi si perdona l’ossimoro. Da Milano, dove ha vissuto e lavorato diversi anni, è ritornato al paesello, nella sua amata Ortelle, e qui ha ripiantato radici,  la sua è diventata  una scelta di fede, perché è facile essere attaccati al paese dove si è nati, ciò è naturale e scontato, ma quando invece lo si risceglie in piena consapevolezza,  dopo essere stati via per anni, e lo si rielegge a propria residenza,  questo ha un valore raddoppiato. Così  Carlo ha deciso di vivere qui, nell’antica Terra Hydrunti,  a fotografare vecchi e vecchine, parenti, amici, sdentati  e sorridenti personaggi schietti e spontanei  di quella galleria di tipi umani che offre l’ecclesia ortellese, a immortalarli nei suoi ritratti a matita e pastello e ad appenderli con le mollette a quei fili stesi nella sua cantina a suggellare arte e vita, sogno e contingenza>.

Mutando verso del catalogo, si ripetono la poesia di Casciaro e la Presentazione di Pizzarelli, e poi troviamo le opere di Antonio Chiarello. Fra i versi di Antonio Verri e Vittorio Bodini, sette acquerelli con una piantina turistica di Ortelle, cartoline e vedute panoramiche della città di San Vito e di Santa Marina e una “Vecchia porta + vetrofania” del 2011. Quindi, la scheda biografica di Antonio Chiarello.

Anche di Antonio, fra le altre cose, ebbi a scrivere: <Antonio Chiarello, “cuore messapo”, vuole raccontare l’anima vera del Salento… Il nostro autore porta dentro di sé uno smisurato amore per  questa terra di mezzo che sempre affascina chi fa arte e chi ha un animo sensibile disposto all’ascolto. Chiarello si sente per intero  figlio di questa terra bagnata dai due mari e dei suoi angoli nascosti, delle sue pietre parlanti, del culto dei suoi santi, delle sue grotte, dei suoi millenari monumenti, dei suoi alberi e delle sue case, di Castro e di Porto Badisco, del suo cielo incantato e incantatore,  di Santa Cesarea e di Otranto, dei gabbiani che volano basso, delle sue chiese e delle sue storie, che è bello continuare a tramandare come favole di bimbo, come perle di una collana di tristezza e di felicità intrecciate per l’indissolubile.

Tutto queste cose fanno il “Salento d’autore” di Antonio Chiarello, cioè la sua veduta del nostro paesaggio, che è poi l’interpretazione che ad esso dà un pittore-grafico-fotografo di vaglia come il Nostro. Nella sua avventura umana ed artistica, Chiarello ha avuto la fortuna di circondarsi di personaggi di primo piano della cultura salentina, quali, ad esempio, Antonio Verri, Donato Valli, Antonio Errico, Pasquale Pitardi, Fernando Bevilacqua, Rina Durante.  E allora, per accostarsi all’universo poetico di Antonio Chiarello, è bello andare a visitare questa mostra che conferma esattamente quanto diceva Ugo Foscolo, ossia che “L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentarle con novità”.>  E quest’ultima citazione vale dunque, e anzi doppiamente, come invito per la mostra di Ortelle.

Omaggio a Giorgio Cretì. A Ortelle

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“Per un antico(pòppitu)eroe” è l’incipit che accompagna il progetto/omaggio a Giorgio Cretì, giornalista, scrittore, cultore della gastronomia e delle tradizioni popolari, scomparso lo scorso anno. Ortelle, sua cittadina natale, gli rende merito con due iniziative culturali, che hanno lo scopo di celebrarne la memoria e anche di far germogliare altri semi che Cretì seppe spargere amorevolmente in terre lontane dal suo Salento.

Le manifestazioni si svolgeranno in piazza San Giorgio, agorà del borgo di Ortelle, Sabato 31 maggio con l’illustrazione del progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, un progetto promosso dal Comune di Ortelle che si è valso della collaborazione della “Fondazione Terra d’Otranto”, finanziato dal CUIS e sostenuto  dall’Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali.

Dopo i saluti delle autorità,i familiari di Cretì illustreranno la bio-bibliografia,mentre il presidente della Fondazione Terra d’Otranto dott. Marcello Gaballo presenterà il volume antologico che comprende i due romanzi, racconti inediti e foto d’archivio dello stesso Cretì.

Il volume, riccamente illustrato, sarà distribuito ad ogni famiglia del Comune, con ciò rispettando la volontà di Giorgio Cretì e della stessa Fondazione Terra d’Otranto, a cui sono stati ceduti i diritti dei testi pubblicati.

Domenica 1 giugno, alle 21, si alza il sipario sullo spettacolo teatrale “Pòppiti”, tratto dall’omonimo romanzo di Cretì. Il testo scritto dalla scrittrice Raffaella Verdesca sarà rappresentato dalla Compagnia teatrale ‘Ora in scena’, diretta da Paolo Rausa. Le musiche e le canzoni della tradizione salentina saranno eseguite da P40 e Lucia Minutello, la coreografia daKalimbaStudio Dance. Il racconto è unaffresco di salentinità,una storia d’amore e di guerra ambientata a Capriglia, una masseria collocata nell’entroterra fra Santa Cesarea Terme e Vignacastrisi. Le vicende si svolgono nel 1911 e si intrecciano con la guerra di Libia.

Nei due giorni è possibile visitare la mostra “Ortelle /Paesaggi Personaggi” con opere dei pittori locali Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e la “lettura” fotografica di Pòppiti a cura di Stefano Cretì, allestita nell’atrio e nelle sale di Palazzo “Rizzelli”, in piazza San Giorgio.

Info: Comune di Ortelle, 0836 958014, www.comune.ortelle.le.it

 

Paesaggi e personaggi a Ortelle

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“ORTELLE. PAESAGGI/PERSONAGGI  …con gli occhi (e il cuore )  di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello“ è il titolo di una mostra pittorica a quattro mani  che si svolgerà a Ortelle dal 23 al 27 aprile .

Allestita negli affascinanti sale di Palazzo “Rizzelli”, in Piazza S.Giorgio, aprirà di fatto le celebrazioni per il progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei” attuato dal Comune di Ortelle insieme al Cuis, all’Università del Salento(Dipartimento Beni Culturali)  e alla Fondazione Terra d’Otranto.

Tale evento si terrà il 31 maggio e il 1 giugno p.v. con un nutrito e articolato programma in fase di ultimazione.

La mostra pittorica è quindi l’anteprima di questo omaggio a Giorgio Cretì,”antico (pòppitu)eroe” ortellese scomparso l’anno scorso.

L’esposizione sarà inaugurata significativamente ,il 23 aprile in concomitanza con la festa patronale di S.Giorgio con la seguente scaletta:  ore 19- Saluti  del Sindaco Francesco Rausa e dell’assessore alla cultura Antonella Maggio.

A seguire Con/tibuto poetico di Marina Pizzarelli (Critica d’arte) e lettura della poesia “Ortelle” dalla voce del suo autore Agostino Casciaro.

Le opere in mostra  anche se diverse per stile e tecniche sono un atto d’amore per il borgo natio da parte dei due artisti  e un tributo sia ai loro “illustri compaesani” Giorgio Cretì e Giuseppe Casciaro, che agli umili “pòppiti” che hanno popolato Ortelle e le amene campagne.

L’esposizione sarà visitabile dal 23 al 27 aprile  e poi nei due giorni  31 maggio  e 1 giugno con i seguenti orari: 17-21 feriali  e 10-13,  17- 21 festivi.

 

Paesaggi e personaggi a Ortelle attraverso le pitture di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello

casciaro3di Paolo Rausa

 

Sono visti con gli occhi e con il cuore – ci tengono ad aggiungere i due artisti ortellesi – i Paesaggi rurali e gli angoli più pittoreschi di Ortelle e i Personaggi che li hanno attraversati come meteore, lasciando la scia del loro passaggio, perciò li hanno ritratti in una mostra pittorica, gioco forza a quattro mani,  gli artisti Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e li hanno esposti in più giorni, ma non tanti, dal 23 al 27 aprile.

Dove? In una magione dall’architettura imponente che sovrasta piazza San Giorgio a Ortelle, nientemeno che il Palazzo Rizzelli. Ampi saloni, volte geometriche, pareti dipinte, una vista dai suoi balconi che spazia sulle marine di Castro e di Santa Cesarea Terme.

Mostra ancor più significativa perché anticipa e prepara il progetto di omaggio ad un figlio illustre di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha onorato il suo paese con l’amore e la penna scrivendo racconti, romanzi (Pòppiti sarà ripubblicato e presentato la sera del 31 maggio in piazza mentre il giorno dopo sarà rappresentato lo spettacolo teatrale tratto dal romanzo), libri di ricette salentine, del sud, e di alcune regioni del nord, dove ha vissuto, compilati non solo come espressione del gusto ma come strumento di conoscenza di un territorio e della agri-cultura praticata come strumento di armonia con la natura e non di sfruttamento e stravolgimento.

Questo il senso di una vita, questo il senso del progetto complessivo che i due artisti ortellesi introducono con questa mostra pittorica: “Ortelle e gli Ortellesi, attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, promosso dal Comune di Ortelle, dall’Università del Salento (Dipartimento dei Beni Culturali), dalla Fondazione Terra d’Otranto e cofinanziato dal CUIS e dal Comune di Ortelle.

E’ stata scelta per l’inaugurazione dell’esposizione la data del 23 aprile, in coincidenza con la festa patronale di S. Giorgio.

La cerimonia di apertura prevede alle 19,00 i saluti del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura Antonella Maggio, a seguire il contributo poetico della critica d’arte Marina Pizzarelli e di Agostino Casciaro, con la lettura della sua poesia dedicata a Ortelle.

Le opere in mostra,  diverse per stile e tecnica per la poliedricità degli artisti, rappresentano un atto d’amore per il borgo natìo  e un omaggio, modesto ma significativo, ai loro illustri compaesani Giorgio Cretì e Giuseppe Casciaro, e ai tanti pòppiti, inteso proprio come villani, contadini,  che hanno costituito il nerbo sociale che ha consentito di preservare il paesaggio rurale ortellese e salentino.

Apertura dal 23 al 27 aprile, il  31 maggio  e 1 giugno con i seguenti orari: 17,00/21,00 nei giorni feriali, 10.00/13.00 e 17.00/21.00 nei giorni festivi.

Info: tel. 0836 958014, fax 0836 958748, www.comune.ortelle.le.it.

La Fiera di San Vito a Ortelle

Fiera di Ortelle-il cibo nei quadarotti

La Fiera di San Vito a Ortelle (Le), in mostra i prodotti dell’agricoltura, dell’artigianato e dell’allevamento, locali e salentini.

In ricordo di Giorgio Cretì.

 

di Poalo Rausa

 

Torna dal 24 al 27 ottobre ad Ortelle, un paesino a sud-est in provincia di Lecce a metà strada fra gli insediamenti messapici di Vaste (Basta) e di Castro Marina (Castrum Minervae), un qualche migliaio di  abitanti, territorio prevalentemente agricolo e fecondo di artisti – tacendo dei viventi, è necessario citare almeno il pittore Giuseppe Casciaro (Ortelle, 9 marzo 1861 – Napoli, 25 ottobre 1941), l’avvocato e benefattore Francesco De Viti (Ortelle, 4 giugno 1875 – Ortelle 19 Luglio 1919) e da ultimo, non per importanza, Giorgio Cretì (Ortelle 1933 – 9 gennaio 2013), giornalista, fotografo e scrittore, amante della sua terra al punto di aver rivolto il suo esclusivo interesse alla cucina salentina, alle ‘erbe e malerbe’ (il titolo di un suo saggio) e all’epopea dei vinti, in racconti e in romanzi (di ‘Pòppiti’ si sta proponendo la ripubblicazione a cura del Comune e della Fondazione di Terra d’Otranto e la rappresentazione teatrale su testo della scrittrice Raffaella Verdesca e regia di Paolo Rausa).

Intorno al Santuario di San Vito e Santa Marina, costruito poco dopo il 1770, e alla cripta della Madonna della Grotta del XIII secolo, su un sito di culto  preesistente di epoca messapica e forse preistorica, si è sviluppato questo luogo di scambio o mercato  la cui data di origine si perde nella notte dei tempi.

Fiera di Ortelle-vendita del vino
Fiera di Ortelle-vendita del vino

Questo spazio diviene per alcuni giorni, verso la fine del mese di ottobre – quest’anno dal 24 al 27 – , capitale del maiale ospitando la tradizionale Fiera di San Vito, una delle più antiche del Sud Italia. La manifestazione si fregia del riconoscimento di “Manifestazione Fiera Regionale” e si prepara a divenire riferimento per le fiere tradizionali dei paesi del Mediterraneo meridionale. Piatto forte, oltre all’esposizione di prodotti agricoli e artigianali, è la carne di  maiale, preparata e servita in svariate modalità, dalle più tradizionali (lessa e servita con sale e pepe a volontà) alle più originali, che ne valorizzano sapore e proprietà.

La fiera di San Vito però non è solo gastronomia. Oltre alle prelibatezze culinarie, infatti, offre diverse iniziative di arte, cultura, musica tradizionale (protagonisti saranno Nandu Popu dei Sud Sound System che presenta il libro “Salento fuoco e fumo” e il gruppo degli Aria Corte)  e riti sacri.

Spazio anche ad un concorso di fotografia, aperto ai fotoamatori con l’esposizione degli scatti che hanno ripreso la fiera negli anni precedenti, mentre un premio è previsto per lo scatto più significativo che riprende l’evento di quest’anno.

La Fiera di San Vito è organizzata con la collaborazione di Mercatini nel Salento. Info: Comune di Ortelle, Pasquale De Santis, tel. 329.2740780 – infofiera@comune.ortelle.le.it).

Storia di guerra e passione nel Salento rurale

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Giorgio Cretì

di Francesco Greco

 

Nel Salento rurale dell’altro secolo, mentre sullo sfondo incombe la guerra di Libia, nel minuscolo universo che era la masseria si intreccia una storia d’amore e di miseria, di uomini consumati dal lavoro della terra e dalle passioni. Tripoli, bel suolo d’amore, richiama nel deserto la meglio gioventù. Alla masseria a sud di Otranto, fra Santa Cesarea e Ortelle, c’è anche Pasquale, che ha messo gravida la bella Maria, detta Ia, la figlia di Peppino “Parmatiu” ormai “valagna” (in età fertile). Non resta che organizzare una fuga d’amore per gettare fumo negli occhi della gente e salvare la faccia. Pasquale e Ia se ne vanno in una pajara (trullo a tolos).

E’ l’incipit di “Poppiti”, romanzo che lo scrittore salentino Giorgio Cretì (nato a Ortelle nel 1933, è morto a gennaio scorso, laureato in Scienze Politiche, ha vissuto a Pavia) pubblicò con “Il Rosone”, la rivista dei pugliesi di Milano nel 1996 e che la scrittrice Raffaella Verdesca e il regista Paolo Rausa hanno adattato come testo teatrale in quattro atti, esaltando il pathos di una storia in cui compaiono molti archetipi della cultura meridiana, dinamiche sociali, rapporti famigliari e interpersonali, usi e costumi, spiritualità, sessualità, ecc.

Il tutto calato nella magia della campagna salentina, fra erbe e malerbe, con la natura dotata di un suo struggente carisma, elevata a elemento portante della narrazione. Sintetizzato, scarnificato, colto nella sua nuda, solare essenzialità, il testo risulta si può assimilare al Neorealismo letterario (verghiano) e cinematografico (De Sica), pregno di una energia e una vitalità da leggere come transfert e prosecuzione di quelle in di cui è pregna una terra selvaggia, un popolo onesto e fiero, scosso dal vento del desiderio, delle passioni (politica, civile, sessuale) che tende alla tragedia (dna magnogreco), una cultura che si regge sull’agorà dei sentimenti, una civiltà con la “c” maiuscola di cui s’indovina tuttoggi lo splendore. Pasquale parte “per conquistare l’Africa”, Ia resta col bimbo da svezzare. Il marito è fatto prigioniero e per mesi non dà sue notizie. Sindaco e speziale non sanno dire niente di più sulla sua sorte. La ragazza soffre la solitudine, “non sono da buttare, che scema!”. Potrebbe avere tutti gli uomini delle masserie, ma a guardarla con desiderio è il vecchio suocero: “Tu mi piaci ragazza e… non come figlia”. “Io sono la moglie di Pasquale, tuo figlio, non dimenticartelo!”.

Quando questi fa ritorno dalla Libia, trova la situazione che meno si sarebbe aspettato. Dopo essera andato a un funerale “nero come l’angoscia che mi porto dentro”: non gli resta che emigrare: “Bandirò dai miei occhi e dai miei pensieri questa terra… Andrò a coltivarne un’altra lontana, quella che con il sangue abbiamo conquistato in Libia, e mia moglie e mio figlio verranno con me a iniziare una nuova vita”.

Dopo la prima a Poggiardo, a casa Rausa (la dimora del grande poeta Fernando Rausa, “Terra mara e nicchiarica”), la compagnia “Ora in scena!” porterà in autunno lo spettacolo a Ortelle, nel contesto di un progetto di valorizzazione dell’opera dello scrittore di Ortelle voluto dal sindaco del paese.

Sono previste anche altre tappe. Pasquale, Rocco, Dorotea, Ia, Cirina, Crocefissa, massaro Rosario e Peppino Parmatiu sono interpretati da Michele Bovino, Florinda Caroppo, Luigi Cazzato, Norina Stincone, Francesco Greco, Maria Orsi, Rosaria Pasca, Tiziana Montinari. Musiche di Pasquale Quaranta (P40) e Lucia Minutello.

 

Dalla fotografia alla pittura, Carlo Casciaro e Ortelle

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di Paolo Vincenti

Ortelle è un giorno di sole e il caldo che ti segue fra le stradine del centro.

Ortelle è la Madonna della Grotta e la Fiera di San Vito.

Ortelle è il culto di San Vito e Santa Marina, testimonianza di quella devozione popolare che impasta la cultura di questi piccoli borghi della nostra penisola salentina.

Ortelle sono i volti allegri spensierati, tristi malinconici, stirati, rugosi, ritratti da Carlo Casciaro. E Ortelle è Carlo Casciaro, che vado a trovare in una mattina in cui schiocca scirocco fra le pieghe delle case calcinate, di un bianco rilucente e abbagliante; e nella mia fantasia , il paese si identifica totalmente con il suo cantore, aedo del pennello, celebratore di  luoghi e persone, pietre e stagioni, percorsi della memoria.

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Dalla fotografia alla pittura, Carlo Casciaro  comunica attraverso la sua arte e mi sembra perfettamente integrato con  il microcosmo di una piccola e fresca cantina nella quale ha ricavato il suo studio e dalla quale osserva il mondo esterno,  senza spostarsi da casa, indagatore dell’anima, collezionista di memorie, archivista di emozioni.

Carlo è un viaggiatore fermo, un nomade stanziale, se mi si perdona l’ossimoro. Da Milano, dove ha vissuto e lavorato diversi anni, è ritornato al paesello, nella sua amata Ortelle, e qui ha ripiantato radici,  la sua è diventata  una scelta di fede, perché è facile essere attaccati al paese dove si è nati, ciò è naturale e scontato, ma quando invece lo si risceglie in piena consapevolezza,  dopo essere stati via per anni, e lo si rielegge a propria residenza,  questo ha un valore raddoppiato. Così  Carlo ha deciso di vivere qui, nell’antica Terra Hydrunti,  a fotografare vecchi e vecchine, parenti, amici, sdentati  e sorridenti personaggi schietti e spontanei  di quella galleria di tipi umani che offre l’ecclesia ortellese, a immortalarli nei suoi ritratti a matita e pastello e ad appenderli con le mollette a quei fili stesi nella sua cantina a suggellare arte e vita, sogno e contingenza. “Anime appese” le chiama Carlo Casciaro, “catturate con armi di matita e passione”, a vantaggio di coloro che possono ammirarli nelle personali che di tanto in tanto egli tiene, come l’ultima sua mostra svoltasi nell’agosto del 2012 e dalla quale ha tratto un piccolo catalogo che mentre torno a casa porto con me, prezioso omaggio amicale. E in questa brochure leggo le osservazioni critiche sulla sua arte ad opera di Paolo Rausa, Nino Pensabene e Raffaella Verdesca, tutti nomi a me noti ed al mio uniti dalla comune militanza nelle file del cenacolo culturale  “Fondazione Terra D’Otranto”.

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E trovo anche fotografata su una polverosa carrareccia a ‘Vignavecchia’ in agro di Vitigliano,  frazione di S.Cesarea Terme, l’anziana madre di Carlo, “Mamma Eleonora” con le sue 90 margherite di giugno. E trovo suo padre, u Totu camillu “sigaretta nturtiiata” una matita su cartoncino : e questo soprannome, che allude all’antica abitudine dei nostri contadini di arrotolare le sigarette artigianalmente o anche di masticare il tabacco, mi riporta sorprendentemente allo stesso Carlo che, come tanti di questa nostra generazione, hanno ripreso ad arrotolare cartine (come dire, laddove non arriva la nostalgia, ci pensa la crisi). L

’oggetto privilegiato dalla pittura di Casciaro, pronipote di ‘Tata Peppe’ , ossia Giuseppe Casciaro (Ortelle 1861-Napoli 1941), pittore di scuola napoletana, è il paesaggio salentino.  Il suo è un naturalismo che richiama quello dei più grandi maestri salentini,  fra tutti Vincenzo Ciardo. Un paesaggismo delicato, abbastanza fuori dal convenzionale, dal naif.

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Scrive Raffaella Verdesca:  “Casciaro ama la sua terra e ce ne regala i colori migliori attraverso immagini che nel passato scovano l’armonia del vissuto, del semplice, di quel palpitare non più ovvio se immortalato nei volti che quelle stesse strade e piazze hanno abitato. Ed ecco affacciarsi i ritratti di personaggi che hanno il sapore della storia, forse della favola. In caso di dubbio sulla giusta direzione, è a loro che Carlo ci suggerisce di chiedere”.

Nelle sue tele, dai vivaci colori, in cui vengono quasi sezionati i reticolati urbani dei nostri paesini, più spesso le aree della socialità come le piazze, gli slarghi, le corti, si ammirano animali come pecore, buoi, galline, gazze, convivere in perfetta armonia con oggetti e persone, in un’epoca ormai lontana, fatta di ristrettezze e di fatica, quella della civiltà contadina di qualche decennio fa. E poi un cielo attraversato da nuvolette dispettose; il  sole non appare mai in tutto il suo splendore ma sempre filtrato dalle nubi passeggere di un cielo velato madreperlaceo, occhieggiante fra le fenditure e i recessi del paesaggio  incantato, così salentino ortellese. Sembra quasi un minuto prima della pioggia, quell’aria di sospensione, in cui gli animali restano assorti immobili nella percezione dell’addiveniente. Oppure, la quiete dopo la tempesta, con quelle strade slavate e quelle pozzanghere ancora imbevute e già il contadino che si mette in cammino per la campagna e l’artigiano che ritorna all’opera usata.

Il segno colore di Casciaro dà ai suoi paesaggi un’immagine di gioia temperata, di una serenità appena percepita, voglio dire non un idillio a tutto tondo, tanto che il cielo incombente sulle scene di vita quotidiana sembra sempre minaccioso e il sole, come già detto, non si mostra mai. Intanto i volti ci guardano dall’acrilico delle sue tele, ci scrutano, mentre chiacchieriamo amabilmente di un tempo perso che più perso non si può, il tempo dell’arte, quello che fuga le mene e le paturnie della  vile quotidianità. I volti di Carlo, a dire il vero, sembra che scrutino più me, che forse ho l’aspetto troppo urbano per stare a mio agio in questo posto così semplice e austero,  ma è solo un pregiudizio, perché io mi trovo bene in ogni luogo in cui si respira arte e cultura,  e ora mi metto anch’io ad arrotolare sigarette con Carlo e a ricambiare quegli sguardi scrutatori dei suoi volti di carta, mentre con l’autoscatto della sua macchinetta fotografica immortaliamo il nostro incontro.

Saluto Carlo che si rammarica perché mi dice che nel paesello non c’è nemmeno un bar dove possa portarmi ad offrirmi un caffè. Io lo ringrazio comunque perché di caffè, a quell’ora della mattina, in genere ne ho già bevuti  di più di quanti magari lui ne berrebbe in tutto il giorno, e lo saluto affettuosamente. Accomiatandomi, mi accorgo che i suoi  volti disegnati non mi guardano più di sottecchi ma iniziano forse a prendere famigliarità con questo cronista che è venuto a rompere la loro calma assidua assorta silenziosa silente. Ma è troppo tardi, perché nel frattempo io sono già sulla mia scatarrante jeep,   “sulle strade di Carlo Casciaro”.

 

 

Il Calvario di Ortelle

di Angelo Micello

 

Commissionato da una nobile famiglia ortellese, come per tutte queste architetture religiose aperte ed esterne, il calvario di Ortelle si pone in posizione fortemente scenica rispetto al contesto urbano formando la perfetta la quinta finale di corso Vittorio Emanuele II in direzione sud.

Nato negli ultimi decenni dell’ottocento come buona parte dei calvari dell’area Jonico-salentina, è caratterizzato da una struttura a portico in pietra leccese (ad eccezione del prospetto posteriore) che dispone di un proprio spazio urbano formato da una grande villetta appositamente dedicata. Se in altri ambiti la struttura  devozionale è ubicata su piccoli larghi o appoggiata ad altri fabbricati civili, qui ad Ortelle alla struttura è dedicato un proprio spazio e concorre alla definizione delle visuali prospettiche urbane nell’ambito di maggiore prestigio del paese.

Per un approfondimento sui calvari pugliesi segnalo uno studio organico di Bruno Perretti e alcune considerazioni su queste architetture minori di Francesca Talò.

Fu affrescato da Giuseppe Bottazzi (1821-1890) probabilmente negli ultimi anni della sua attività, un vero e proprio manierista delle rappresentazioni religiose e dei calvari in particolare. I tagli, le pose e i colori delle figurazioni del Bottazzi sono replicate per esempio nel calvario di Montesano Salentino (commissionato nel 1873). Formatosi presso il concittadino Francesco Saverio Russo, dopo una pausa di studio e di prime esperienze a Napoli, nel 1849 fece ritorno a Diso ed ebbe tra i suoi disceppoli Paolo Emilio Stasi di Spongano, Giuseppe Mangionello e Nino Palma di Maglie, Vincenzo Valente di Specchia, Roberto Palamà di Sogliano, Alessandro Bortone di Diso, Emilio Iannuzzi ed altri.

Per la sua capacità tecnica nei dipinti murali ben presto gli vennero commissionati molte opere all’aperto, soprattutto calvari; tra quelli finora certi: Ortelle, Specchia Preti, Montesano Salentino e Morciano di Leuca tutti eseguiti con la tecnica del mezzo fresco che gli permetteva di ridurre di molto i tempi di esecuzione delle opere.

A Ortelle, come negli altri calvari, illustrò le immagini della Passione di Gesù Cristo, raffigurandovi i cinque Misteri Dolorosi del Rosario secondo lo schema delle Litanie Lauretane. Tre delle cinque scene sono collocate sull’abside centrale. Al centro la Crocifissione con la Vergine, San Giovanni e la Maddalena.

Alla sinistra la Flagellazione

Alla destra una stazione dell’Andata al Calvario, con la Maddalena

Nei due bracci laterali altre due stazioni della Passione, come la Coronazione di spine

e l’ultimo quadro la Preghiera nell’orto degli ulivi:

L’edificio, pregevolissimo negli equilibrati prospetti in pietra leccese, è arricchito da cancelli in ferro e ghisa e da ringhiere di pietra di pianta quadrata.

Le foto del post ed altre di dettaglio, in maggiore risoluzione, le scaricate QUI

La Fiera di S. Vito e l’ucceria di un tempo

di Rocco Boccadamo

Si svolge ad Ortelle, piccolo paese del Sud Salento, l’annuale e ormai secolare Fiera di S. Vito, fra le più antiche dell’ Italia meridionale, assurta al rango di “Manifestazione Fiera Regionale” e rappresentante, come si legge sulle apposite locandine, un “appuntamento imperdibile per espositori, produttori ed estimatori, anzitutto, del maiale, la cui carne viene venduta, preparata e servita in tanti modi che ne valorizzano sapore e proprietà”.

Mette subito conto di sottolineare che, negli ultimi tempi, la manifestazione di cui trattasi ha progressivamente registrato una radicale evoluzione e trasformazione, passando da “Fiera“ del genere “mercato all’aperto omnicomprensivo”, quale, tradizionalmente, si poneva una volta, ad una sorta di agorà, anfiteatro, tempio di culto specifico per leccornie culinarie ottenute dal corpulento suino.

Specialità, piatti, sfizi, vieppiù ricercati e, perché no, gustosi e stimolanti; ciò, sulla base del consueto, rigoroso ricorso a materie prime genuine e di qualità, accompagnato, nel contempo, dalle tecniche di preparazione maggiormente raffinate acquisite e poste in atto man mano.

che, sul maiale e sul consumo della sua carne, una volta si dicevano tante cose, anche non veritiere, ad esempio che la carne di maiale è troppo grassa e, quindi, va evitata, specie quando fa caldo.

Sulla base dell’anzidetta credenza, nel periodo, all’incirca, da giugno a settembre e anche ottobre, non se ne vendeva, né, ovviamente mangiava (i freezer erano sconosciuti) e proprio la Fiera di S. Vito, l’ultima domenica d’ottobre, segnava la canonica riapertura del consumo di tale alimento.

Si diceva, con riferimento ad una volta, di fiera del genere mercato, dove le famiglie del luogo e dei paese vicini solevano portarsi, a piedi o in bici o su traini, ai fini di preordinati acquisti utili: spezzoni di stoffa per far confezionare pantaloncini per i figli piccoli, scarpe, giacche di panno pesante per l’inverno. Se avanzava qualche spicciolo, il giro in fiera si concludeva con la compera di alcuni etti di sanguinaccio.

Ben diverso appare lo scenario di oggigiorno, l’obiettivo dei visitatori attuali: si va ad Ortelle per una mangiata, chi più chi meno, di carne e/o specialità varie di maiale. Mangiata, ovviamente, affatto sostitutiva, bensì aggiuntiva rispetto ai normali pasti domestici.

Puntualizzazione, quest’ultima, confermata dall’interminabile colonna di autovetture che sabato 23 ottobre, intorno alle ventidue, si muoveva lungo la statale 16 e provinciali a seguire, sulla  direttrice Lecce – Maglie – Ortelle. Effetto collaterale dello straordinario richiamo e afflusso, le condizioni del traffico nell’abitato del paesino apparivano a livello di Roma centro.

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In un’altra minuscola località limitrofa ad Ortelle, verso la metà del ventesimo secolo, esisteva sì una macelleria (o ucceria), ma con apertura limitata alla domenica e, eccezionalmente, al sabato e in occasione di determinate vigilie. Giovannino “ucceri” doveva servire, infatti, due paesi contemporaneamente.

Del resto, allora, gli abitanti non si portavano in tale esercizio ogni giorno, ma, quando andava bene, con frequenza settimanale, compiendo acquisti misurati se non centellinati.

E, non tutti gli abitanti. Sicuramente, non conosceva per niente la macelleria, un compaesano con pochissime risorse e famiglia numerosa a carico, il quale, tuttavia, la domenica mattina si faceva puntualmente notare, in sosta lì fuori, accanto alla porta del locale. Alla domanda di taluno in merito al motivo dell’ immancabile presenza, questa era la sua risposta: ”Siccome non posso per- mettermi di comprare la carne, mi metto qui, in modo che, perlomeno, mi sia dato di saziarmi attraverso il suo profumo”.

La ritrattistica, e non solo, di Carlo Casciaro

 

di Paolo Rausa

Un pomeriggio infuocato salentino di quasi metà luglio non era il momento più indicato per incontrarsi con un artista. Mi aveva colpito un suo quadro in acrilico che riproduceva la piazza di un paesino accanto al suo, Diso, con alcuni elementi innovativi: le piccole costruzioni addossate le une alle altre, poste a ridosso della chiesetta e intorno ad una colonna votiva, una strada o viottolo, alcune figure umane, molto piccole, che animavano la rappresentazione, colori pastosi e il cielo che sovrastava limpido e sereno, insomma un paesaggio andino in pieno Salento!

Il giorno dopo ero a trovarlo nel suo studio a Ortelle, ricavato da una cantina,

Ortelle. Antonio Chiarello, figlio devoto della Terra Madre

ANTONIO CHIARELLO: DI SOLE E D’AZZURRO

 

di Paolo Vincenti

“Antonio Chiarello, classe 1955, vive in un eremo del basso Salento: Ortelle. Adora il sole e la terra. Dipinge e fotografa. Spesso e volentieri ama librarsi in voli pindarici con: poesie, cartoline, fiori, libri, nuvole, brochure, aquiloni, gabbiani, lune, … sogni! Una moglie e due figli lo riportano poi con i piedi per terra”.

Antonio Chiarello, pittore e fotografo, vive e lavora nel paese di San Vito e della sagra del maiale: Ortelle. Proprio alla Fera de lu Porcu, che si tiene ogni anno nel suo paese in ottobre, una delle sagre più antiche e conosciute di Terra d’Otranto, egli ha dedicato molte energie, con le sue fotografie, con le sue pitture, con preziosi consigli, e coinvolgendo anche i suoi amici e compagni di viaggio come Antonio Verri, Fernando Bevilacqua, Rina Durante, Agostino Casciaro, Pasquale Pitardi e Antonio Errico.

Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Lecce, Chiarello utilizza, per le sue Pittoriche visioni del Salento , la tecnica dell’acquerello; e l’acqua, elemento primordiale, liquido vitale, è spesso  presente nei suoi lavori, come conferma la mostra Di/Segni d’acqua, sette tavole per un luogo di mare, tenuta ad Otranto nel giugno del 2001. E nell’acqua e nella terra si sostanzia il nostro Salento, Terra Madre alla quale Chiarello, figlio devoto, dedica  ogni suo sforzo, ogni idea, tutto il suo tempo , attraverso la sua opera di promozione territoriale portata avanti con tenacia ed impegno fin dal 1987, anno della sua prima mostra,  Salento immaginifico, tenuta nel Castello di Otranto. La sua arte chiama a raccolta anche gli altri  elementi, del vento –  insopportabile  scirocco d’Africa-, dell’aria  – il cielo salentino, un cielo spesso mago e ingannatore- e  del fuoco – il sole del Salento, che spacca le pietre e brucia questa  nostra terra rubra – .

Il Salento d’autore di Antonio Chiarello sono l’infinito blu del mare e le  vertiginose scogliere  di Castro e di Santa Cesarea, è il volo dei gabbiani su Otranto,  i frantoi ipogei e le pitture rupestri dei basiliani, la luna e il cielo stellato su Poggiardo, la cripta dei Ss.Stefani di Vaste; il Salento d’autore di Antonio Chiarello è il mare “un brivido etereo che riproduce l’immagine spirituale del Cielo” (G.Comi, “Cantico del Mare” ) e la terra “spaziosità di tombe e d’ombre” (Comi, “Cantico del Suolo”) di questa nostra vecchia amata odiata regione iapigia; è la cripta della Madonna della Grotta di Ortelle, primo incontro della mattina per Chiarello  ed ultimo della sera prima di rincasare; gli  ulivi secolari,  la chiesetta bizantina di San Pietro e il Faro della Palascia di Otranto; il Salento di Chiarello è Sant’Antonio, sono le grotte di Porto Badisco, le cave di Cursi,  è la  Cattedrale di Otranto e il suo mosaico pavimentale; insomma, parafrasando Italo Calvino ne “Le città invisibili”, il Salento per Chiarello non sono solo “le sette o le settantasette meraviglie” che offre, “ma è la risposta che dà ad ogni tua domanda”. Il viaggio nella sua terra ha portato Chiarello a tenere varie mostre, come: Ortelle: Luci e Colori, nel 1989 a Ortelle, e poi Visioni di Sanarica, nel 1990, nella Casa Canonica di Sanarica, Olea Eurpoaea, dedicato all’ulivo, all’Euro Art Expo di Verona, nel 1991, e Post vedute, a Santa Cesaria, sempre nel 1991. Ha realizzato inoltre alcuni cofanetti fotografici su Castro e su Santa Cesarea. Il procedimento fotografico utilizzato dal nostro autore, questo post-vedutismo chiarelliano,  viene definito “scrittura con la luce” da Donato Valli, che coglie la confluenza dell’esperienza estetica di Chiarello in quella letteraria di Girolamo Comi, poeta molto amato dal Nostro. Nel 1993, Chiarello tiene, presso il Museo Diocesano di Otranto e poi presso il Frantoio Ipogeo di Cursi, la mostra Lapides Sacri: Frammenti di religiosità rupestre, forse la punta più alta della sua carriera . Dice il Pittore Pitta Santi all’Uomo dei curli che “alle soglie del terzo millennio, nella Madonna de a Crutta, si accorse di essere figlio di Bisanzio, e allora si mise a pittar Santi e Madonne, memore di un’infanzia spesa giocando in un eremo abitato da silenzi muffe e licheni. Continuò a cercare in quel suo pittar Santi il Segno primigenio. Con questi Frammenti di Religiosità Rupestre volle partecipare a tutti un unico messaggio: Salviamo gli ultimi resti!”: una interessante ed originale rassegna sulla pittura basiliana, con presentazione di Marina Pizzarelli. Nel 1996, Chiarello tiene la mostra  S’era pittore jeu…, ode in sette tele per un cuore messapo, a Muro Leccese;  nel 1998,  è la volta di Di/Segni D’acqua –dodici tavole per Santa Cesarea– e Di/Segni D’acqua –sette tavole per Badisco-, mentre nel 1999, tiene a Larissa (Grecia) la mostra Finibus Terrae, Acquaforte per Rassegna grafica. Dice Antonio Errico: “Dove la terra e il mare hanno per confine solo la vertiginosità di uno strapiombo; dove i colori dell’aria e dell’acqua sono la magia di una confusione; dove dalle torri di guardia l’immaginazione può scorgere ancora flotte turchesche verso l’orizzonte, è lì che Antonio Chiarello scruta con lo sguardo, è lì il punto in cui cerca i colori. Dove il Salento ha la fisionomia del mito, dove ogni cosa muore e risorge nello stesso istante, dove le leggende non sono mai finite, in quei posti dove vibra una voce strana e strabiliante, che viene da una fantasia e una suggestione, in quei posti Antonio Chiarello trova i motivi per le sue narrazioni di colori.” Nel 2005, Chiarello ha realizzato la mostra devozionale Sant’Antonio, giglio giocondo, che è partita da Spongano ed ha avuto un grosso successo. Si tratta di una mostra onomastica che Chiarello ha voluto dedicare prima di tutto a se stesso, in occasione dei suoi cinquant’anni, e poi a tutti coloro che si chiamano Antonio. Con la voce recitante di Agostino Casciaro e la musica dei Menamenamò che eseguono inni popolari dedicati a Sant’Antonio, santo molto popolare in tutto il Salento, questo progetto- ex voto raccoglie tredici carte devozionali, che il suo creatore vuole far portare in giro per la provincia di Lecce in tutti i paesi dove vi sia il protettorato o almeno una devozione per Sant’Antonio. Da diversi anni, inoltre, l’artista realizza un calendario d’autore per le Terme di Santa Cesarea. Sue opere sono in molte collezioni private e pubbliche. Ma sono ancora tanti i progetti che ha in mente di realizzare Chiarello, cuore messapo. Continuerà ancora a raccontare l’anima autentica del Salento, i suoi dolmen, i suoi menhir e, seguendo le sue stesse parole, “i suoi paesaggi abitati da fichi, oleandri, carrubi, dal geco e dalla tarantola, capperi, fichi d’India, vite e gran selve d’olivi. Immensi, millenari, biblici Olivi. E tutt’intorno cullati dal liquido primordiale: il Mare. Un mare di leggende, un mare di paure, un mare di speranze… Bassi agglomerati di calce sotto un immenso cielo, dove l’uomo dialoga ancora con la terra ascoltandone il sibilo lungo di millenaria cultura. Tutto questo e tanto altro ancora èla Terra D’Otranto, dove finisce la terra e lievitano leggeri i Sogni.”

Le strade di Carlo Casciaro

di Raffaella Verdesca

 

“Tutte le strade portano a Roma” era il detto più usato da questa nostra nazione fin nei villaggi più sperduti dello stivale.

Orgoglio patriottico e bussola per i distratti, gli insicuri e i maratoneti d’ogni giorno, quelli bisognosi di traguardi.

A me basta osservare il cielo per trovare la strada giusta, e il cielo che oggi mi è amico è quello fitto di nuvole e schiarite che Carlo Casciaro appende in alto alle sue tele per far luce sulle strade di Diso, Giuggianello, Vignacastrisi. Salento crocevia di piazze, di storie e di vita.

I prospetti bianchi delle case sono illuminati da un sole che non si vede ma si intuisce dalle tonalità celesti sopra le case senza tetti, dai giochi d’ombra sotto i cornicioni senza abbandono, fatali connubi che attestano che Casciaro riprende ciò che esiste e fa esistere ciò che ritrae.

Se fisso dove si specchiano i raggi sui muri so in quale parte del cielo danza il sole prima dell’applauso finale, so quando l’ultimo gatto lascerà la soglia della propria casa per la caccia notturna, riesco a sentire il richiamo delle madri sui giochi di strada dei figli, vedo i curiosi ritirarsi dalla facciata di una locandina che informa il mondo della Mostra Pittorica di Carlo Casciaro, quella che li farà conoscere al pubblico.

E io chiudo gli occhi certa dei miei passi.

Insieme a voi arriverò fino a ‘Roma’, ovvero alla sorgente naturale della meraviglia, calpestando le vie che una mano d’artista ha segnato attraverso l’occhio mite e attento del suo respiro innamorato.

Casciaro ama infatti la sua terra e ce ne regala i colori migliori attraverso immagini che nel passato scovano l’armonia del vissuto, del semplice, di quel palpitare non più ovvio se immortalato nei volti che quelle stesse strade e piazze hanno abitato.

Ed ecco affacciarsi i ritratti di personaggi che hanno il sapore della storia, forse della favola. In caso di dubbio sulla giusta direzione, è a loro che Carlo ci suggerisce di chiedere.

Fra tutti questi fogli appesi a consigliarci c’è u Dunatu Capone u Peppe Zainu  Mescia Cosima’,  non mancano la stessa madre e lo stesso padre  del pittore.

La metamorfosi del tratto dell’artista fa scomparire d’incanto il colore dai ritratti, come sciolto dal sudore di una vita dura a cedere il passo alla dimenticanza.

Chiunque avrà la fortuna di ammirare queste splendide tavole di Carlo Casciaro avrà l’impressione di essere osservato da uomini e donne in carne ed ossa, figure fiere di quel chiaro-scuro che oggi di loro racconta il sacrificio, la bontà, l’inquietudine dettata da una passione da realizzare o da seppellire, la beatitudine alimentata da un sogno da consacrare o da dimenticare.

Arriveremo tutti a ‘Roma’ sani e salvi, novelli Magi all’inseguimento di cieli brillanti d’azzurro, di sguardi carichi di emozioni e di forti legami con la terra, gli stessi che scavano le strade che Carlo Casciaro oggi ci offre come un viaggio, il viaggio alla scoperta di noi stessi, l’avventura che non dura il tempo di una Mostra, la mappa di ogni cacciatore di vita che si rispetti.

 

 

 

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