Pietro Marti, cultura e giornalismo in Terra D’Otranto

Marti frontespizio1

di Oronzo Russo

Chi ha letto le “Memorie di un cane giallo” dell’americano O. Henry non dimenticherà l’istrionesca figura di Judson Tate, viaggiatore di commercio e frivolo banditore dalla eletta faringe, che semina al suo passaggio storie arabescate di umanissima povertà, di amori, di improbabili fantasie e di più manifeste assurdità, al solo scopo di vendere una scatoletta di pastiglie medicamentose per il mal di gola. Al prezzo neppure tanto simbolico di mezzo dollaro.

Tanto per dire quanto lontano sia Ermanno Inguscio da simile espediente  che, con caparbietà, ci consegna, in “Pietro Marti, cultura e giornalismo in Terra D’Otranto”, una sorta di prontuario della post-unità, frantumato in “certezze”, senza  pretesti narrativi.

Vasta e vertiginosa è, infatti, l’area di scavo, un enorme buco nero, dove il salentino Pietro Marti si muove disposto a parlare e ad ascoltare, perchè forte di una cultura immensa e spregiudicata, per nulla prigioniero di inferiorità meridionale. Sa calarsi, infatti, fra tutti, che siano angeli custodi o eccelsi inquisitori, contrabbandieri o bracconieri per fame, viandanti, assassini o callidi adulatori, i personaggi che incontra e tratta agiscono a ridosso di una normalità in perenne affanno, problematica e lunare, portata alla ribalta, nello spazio scenico e nel verbo teatrale, quasi da un Carmelo Bene del pensiero “dispensato”.

Ed Ermanno s’è saputo calare tra tante corse e diversità con una inusitata sagacia che sorprende. Si ritrova a meraviglia dietro “quell’uomo che nella cultura costruì il suo riscatto economico-sociale con strumenti come istruzione, attività editoriale e giornalistica, puntando alla riscoperta della civiltà della Puglia e del Salento”.

Le vicende della vita di Pietro Marti appaiono così appendici di un romanzo unico ed incompleto; capitoli, pur frammentari, di una vicenda che segue la prima, appena abbozzata, stesura della storia post-unitaria. I personaggi s’incarnano in una narrazione a puntale, che si meteorizza nel “feuilleton” di un quotidiano sociale che mai si presta alla convenzionale oleografia delle rivisitazioni. Pietro Marti, giornalista, editore e scrittore, studioso di Terra d’Otranto non è, comunque, solo una cerniera fra più persone, o più situazioni: rappresenta anche, e soprattutto, il punto di ritrovo concettuale di idee, di aspirazioni, di fallimenti e di successi individuali. Se la confessione è la “psicanalisi dei poveri”, il Marti si evidenzia nel ruolo dell’amico, confidente e complice, presenza discreta, alla ribalta di un illuminismo culturale proiettato, ormai, nel secolo delle certezze. Il novecento si materializza già nelle ultime pagine della storia precedente, da rileggere con il rimorso di chi non è stato protagonista e, forse, neppure comparsa. Gli interventi di Marti risentono di questa frattura, al di là delle singole aderenze culturali e politiche. Sono interventi esistenzialisti, qualcuno anche romantico, e persino byroniano. Che sono poi la denuncia di una crisi personale che sfocia nel campo pubblico, coniugandosi con le poche verità assicurate dall’Italia ottocentesca. Da qui la scoperta di Inguscio che capisce che ogni argomento che Marti tratta nasconde, dietro di sé, un “male” oscuro e imprecisato che emerge, di volta in volta, da una tensione, non solo espressiva, che recita, nel teatro sotterraneo dell’inconscio, un conflitto sociale e gli interrogativi della novità.

Sono interventi che denunciano una profonda solitudine alla quale non cede, con l'”escamotage” di una prova d’appello sempre rinviata ed, alla fine, inevitabile. E non è un caso che il terminale dell’intero carteggio sia l’uomo di un Meridione disaggregato e frenato socialmente, nonostante i suoi numerosi apporti culturali. In questo senso, ogni azione del Marti accetta la precarietà dell’immediatezza e della contiguità fisica, o geografica, per divenire romanzo e racconto: un passo ancora, ed è già storia.

Dicevamo di meriti, veramente tanti. Ma diciamo dell’abilità di Inguscio di incastonare le conoscenze dei luoghi e delle tradizioni, delle credenze popolari e delle sensazioni emotive che solo chi conosce questa terra può descrivere quasi fosse una storia “contenitore”, inventata sul filo di narrazioni fantastiche e leggende popolari per avvicinare tanto lavoro al gradimento.

Un notevole sforzo. Non era facile coniugare la cartapesta con Liborio Romano, i ruderi con la fine arte di Bodini.

Ed invece è venuto tutto così naturale che il libro si legge tutto d’un fiato, a riprova che Inguscio ha saputo presentare Pietro Marti come il campione meridionale capace di evidenziare la metafora esatta del tempo macinato e disintegrato, altrimenti perso, ma anche dell’amicizia, della complicità e del tradimento, della colpa e del rimorso, della fuga e del ritorno, sintesi di una riappacificazione che passa attraverso il filtro della parola e di un’onestà ruvida e incondizionata. Per codici e patti cavallereschi, sempre leale. Il tempo era sempre quello dell’immediato passato e permetteva di osservare ancora moduli ottocenteschi, pur se in fase evanescente.

“Pietro Marti, cultura e giornalismo in terra d’Otranto”, infatti, non è una provocazione, ma un atto d’amore,  una malia,  un incantamento. E un giuramento di lealtà. Incantamento per il giornalismo, innanzitutto, del quale sia Marti e, conseguentemente, Inguscio sono innamorati perduti. Non altrimenti saprei definire questa passione per la parola.

Fare il giornalista, a tutti i costi,  è la dichiarazione di intenti, di un apprendistato erratico e avventuroso che incalzerà Marti per tutta la vita. In ordine sparso, ogni volta un nuovo approdo, rimettendosi in gioco,  in una categoria disastrata da quanti, giornalisti, si credono anche scrittori.

Il resto , in questo libro, è funzionale a questo amore per la scrittura, a questo tacito patto di lealtà con se stesso. E la chiave di lettura del libro segue questo intreccio, si sdoppia, perché è sì la storia di un giornalista, ma è anche la storia speculare di un uomo, Ermanno Inguscio,  dalla caparbia ansia di apprendere, di leggere per apprendere, con l’umiltà di chi ha voglia di cultura., senza ricorrere alle pastiglie medicamentose per il mal di gola da propagandare tra la povera gente.

Detti e proverbi delle genti del Capo di Leuca

 

“Alli pacci mini petre? – Detti e proverbi delle genti del Capo di Leuca”, di Oronzo Russo

 

di Paolo Rausa

“Se a Llèviche no vvei de vivu, vei de mortu” (Se a Leuca non vieni da vivo, verrai da morto). Non poteva iniziare che da Leuca questo viaggio nella cultura popolare salentina, per la precisione nel sud del Salento, l’ultima propaggine d’Italia dove il Capo fa da spartiacque  e la terra sembra protendere “il suo grembo aprendosi da ogni lato al commercio dei popoli e lei stessa, come per aiutare gli uomini,  slanciandosi ardentemente verso i mari”, così scrive nella Naturalis Historia Plinio il Vecchio.

Una terra ricca di storia e di cultura dunque, dove il mito del suo biancore splendente (Leucade) si riverbera sulle due fanciulle (Rìstola e Meliso), che ormai prive della passione ardente sono pietrificate, forse per rammentare agli uomini che il sentimento d’amore quanto più è intenso e travalica la dimensione umana tanto più spiace agli dei – ne sono invidiosi – ed è punito nella metamorfosi delle rocce. Una terra che ha conosciuto la poesia di Vittorio Bodini (E’ qui che i salentini/dopo morti fanno ritorno/col cappello in testa), di Girolamo Comi, di Salvatore Toma, di Rina Durante, dei romanzi di Maria Corti, dei tanti poeti che hanno scelto di esprimere nella lingua dialettale le aspirazioni di un popolo, forse genti come dice bene l’autore di questa raccolta Oronzo Russo, le sue passioni, i desideri, i fermenti, le ansie e

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