Mitilo Salentino e le sue scrasce. Come far parlare la natura salentina su Facebook

ph Fabrizio Arati
ph Fabrizio Arati

di Oreste Caroppo

IN TERMINI NATURALISTICI VI E’ UN ALTRO IMPORTANTE “MIRACOLO CULTURALE” PARTITO DAL SALENTO in questi mesi e che sta già ampiamente valicando i confini salentini, diffondendo la sua costruttiva filosofia rinaturalizzante ovunque: parliamo della massima nobilitazione delle erbe spontanee, la loro riscoperta, il ritorno a prestare ad esse massima attenzione, il risveglio della curiosità scientifica e per la biodiversità più in generale, come per la storia naturale!
Un’ attenzione ed una sensibilità antica, che negli ultimi decenni dei criminali agro-nemici servi delle industrie dei diserbanti chimici di sintesi avevano del tutto cancellato, prima nelle menti di tante persone, poi, “de factu”, facendo irrorare tali veleni su piante, funghi e animali (insetti, lumache, ecc.) utilissimi e bellissimi, come ogni specie vivente!
E così oggi quotidianamente nel Salento, e non solo, data la potenza e apertura dello strumento facebook, decine di persone si guardano ovunque attorno, fotografano, come un tempo dipingevano, rapiti da bellezza e meraviglia della natura, postano foto e commentano, ricercano, si informano, scambiano informazioni etnografiche e biologiche, con anche l’amichevole consulenza di tanti esperti delle più varie discipline.


Questo miracolo nasce dalla sensibilità di Mitilo Salentino (Wilma Vedruccio), fondatrice del gruppo facebook di cui discorriamo, intitolato “Fra Le Scrasce”, che ormai conta adesioni innumerevoli e da ogni parte del mondo. Un fenomeno della rete, i cui effetti cominciano a valicare piacevolissimamente la dimensione del social network, e le persone cominciano a scambiarsi semi, a ripropagare piante autoctone di oggi o di un tempo, e non, anche rare e a rischio di estinzione, per salvarle, per restaurare il paesaggio, per la rinaturalizzazione dei luoghi, facendo da esempio e pungolo per le istituzioni pubbliche affinché avviino politiche di scientifica riforestazione, di ricostruzione paesaggistica rinaturalizzante con restauro anche dei beni culturali nel principio “dov’ erano e com’ erano”.

Ed è così che i propri giardini si riscoprono in tutta la loro potenzialità di veri e propri orti botanici, oasi nei deserti artificiali della compromissione, depauperamento e devastazione della natura da risanare, e pertanto centri di ripropagazione e ripopolamento da cui le specie possono ridiffondere nei loro territori antichi; giardini delle meraviglie, e arche di Noè della beatitudine naturalistica!

Anche il termine “scrascia”, in dialetto salentino il nome degli spinosi rovi, aveva, fino alla creazione del gruppo, un’ accezione negativa, che in questa riaffermazione di dignità territoriale e paesaggistica storica e naturalistica, è andata fortemente ridimensionandosi!
https://www.facebook.com/groups/fralescrasce/

Da Soleto, un accorato “no” ai bioputrefattori

SOLETO: UN ACCESISSIMO CONVEGNO DOVE IN MASSA I CITTADINI HANNO DETTO NO AL “BIOPUTREFATTORE”

E DOVE SI SON POSTE LE BASI PER LA NASCITA DI UN COMITATO CIVICO PER LA TUTELA DEL TERRITORIO

 

“NO AI NUOVI BIOPUTREFATTORI NE’ QUI, NE’ ALTROVE !”

 

SI AI BUONI PRINCIPI DEL MICRO-COMPOSTAGGIO DIFFUSO E QUINDI DILUITO SUL TERRITORIO E ALLA RICONVERSIONE E UTILIZZO DEI BIOSTABILIZZATORI GIA’ ESISTENTI PER PRODURRE COMPOST E NON DANNOSO BIOSTABILIZZATO COME OGGI!

a cura del Forum Ambiente e Salute

 

Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire
Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire

A seguito del partecipatissimo convegno tenutosi a Soleto nei giorni scorsi, sul preoccupante tema di un progetto per un megaimpianto di compostaggio-biogas, i cittadini qui scriventi informano che da quella grande mobilitazione si stanno ponendo le basi per la nascita di un comitato aperto e trasversale mirato a fermare la costruzione di quelli che oramai sono stati ribattezzati eloquentemente “bioputrefattori”, gli immensi impianti costruiti ex-novo di compostaggio-biogas; un comitato a difesa del paesaggio, della salute e dell’agricoltura che deve essere e continuare ad essere nel Salento un’ agricoltura della salubrità e della tradizione alimentare di qualità ed eccellenza, e che quindi non deve essere assolutamente corrotta ed asservita alla produzione immorale di speculativo biogas; una speculazione anche denunciata dalla trasmissione di inchiesta giornalistica “Report” su Rai 3 (link: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-c8210399-a212-4753-a2b7-e36b663c52cc.html ).

Cogliamo l’occasione per ringraziare i tantissimi cittadini che hanno preso parte all’accesissimo convegno tenutosi a Soleto nei giorni scorsi e che in massa e accoratamente hanno ribadito, con esemplare educazione e solidi argomenti, ormai patrimonio comune di tutti, i tanti motivi del NO forte al mega-impianto. Il convegno ha visto tra i relatori anche la partecipazione del famoso oncologo dott. Giuseppe Serravezza, presidente della LILT (Lega Italiana per la Lotta ai Tumori) della provincia di Lecce, che nel suo mirabile intervento applauditissimo ha ribadito con grandissima forza la sua contrarietà a questo tipo di impattanti impianti che taluni volevano costruire ex-novo tra Soleto e Galatina, come in altre aree del territorio salentino!

Ulteriore preoccupazione nei cittadini ha provocato la diffusione sui social network delle foto del premiato impianto di biogas-compostaggio di Salerno presso il quale si sono recati nei giorni successivi al convegno alcuni amministratori e cittadini di Soleto, tra i quali, erroneamente a quanto ha dichiarato sulla stampa il sindaco di Soleto, che ha lamentato l’assenza di rappresentanti di associazioni ambientaliste critiche al progetto, era anche presente Giuseppe Spagnolo facente parte sia dell’associazione socio-culturale Nuova Messapia, quanto attivista del Movimento 5 Stelle Soleto, associazione e movimento anche loro fortemente contrari nei confronti dell’ipotesi prospettata dall’amministrazione di realizzare un simile impianto nel feudo cittadino.

Le foto del megaimpianto di Salerno mostrano le immense cementificazioni che un simile opificio ex novo implicherebbe, con immense strutture e vaste superfici per il trattamento di grandi volumi di rifiuti e di percolato, nonché grandi capannoni industriali in cemento in tutto e per tutto identici a quelli già presenti nel territorio salentino negli impianti, chiamati biostabilizzatori, per il trattamento dei rifiuti.

Cogliamo l’occasione per stigmatizzare la responsabilità politica delle amministrazioni locali di Soleto e Galatina i cui rappresentanti durante il sopracitato convegno hanno espressamente affermato di aver operato per inceppare il virtuoso processo di riconversione, che è in corso, degli impianti di biostabilizzazione, che son già esistenti,  in impianti di compostaggio, al fine di rendere necessaria la costruzione di impianti ex novo con la conseguente compromissione, come nel caso di Soleto e non solo, di aree ad oggi del tutto vergini all’industria e al cemento.

Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire
Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire

In un quadro nazionale che vede la nascita di innumerevoli comitati contro le centrali a biogas e i grandi impianti di compostaggio forieri di innumerevoli danni alla salubrità ambientale suscitano perplessità i criteri non ben chiari con i quali l’amministrazione di Soleto ha scelto di far visita proprio all’impianto di Salerno, in un contesto di fortissime contraddizioni che sono emerse a tal proposito, ad esempio:

-) inizialmente per l’impianto di Soleto si parlava di un opificio per la produzione di energia elettrica da combustione di biogas, mentre gli amministratori nella sede del convegno hanno poi parlato di  un impianto diverso che avrebbe immesso il gas prodotto nella rete di distribuzione nazionale del gas, salvo poi promuovere la visita all’impianto di Salerno che, come anche ribadito lì dall’ ingegnere capo responsabile della struttura, è invece un opificio per la combustione del biogas lì prodotto, finalizzato alla produzione di energia elettrica, e con conseguente immissione dei fumi di combustione in atmosfera. Non si capisce, pertanto, se tale confusione sia nella mente dei proponenti della “gita” a Salerno, o se la si voglia inculcare nei cittadini.

-) Si è assistito, qui tra Soleto e Galatina, all’uso di una serie di termini mistificatori atti a sminuire l’impatto ambientale dell’impianto di Salerno chiamato talvolta impropriamente come semplice impianto di compostaggio, e a volte persino, cosa a dir poco ridicola “compattatore”. Non si è comunicato poi che quell’ impianto di Salerno, per produrre lucroco biogas, non usa solo rifiuti umidi urbani. Qualcuno, fuorviando le parole dell’ingegnere, ha creduto trattarsi di un impianto per l’immissione del gas nella rete del gas, quando invece bene il tecnico ha spiegato, come ben si ascolta in un video, (ma si può leggere questo ovunque in merito a quell’opificio campano), che lì il gas prodotto viene bruciato in loco per produrre energia!

 

Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire
Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire

Ci facciamo qui portavoce delle lamentele di tanti cittadini per la quasi del tutto assente ed inadeguata pubblicità e comunicazione data dall’amministrazione circa la visita organizzata a Salerno. Visita nella quale, hanno comunque informato i rappresentanti delle associazioni che vi hanno partecipato, non son mancati i persistenti mefitici odori nauseabondi e vomitevoli, che i locali tecnici attribuivano ad altre strutture(?), dei depuratori adiacenti. E guarda il caso, anche per Soleto, si vorrebbe legare la filiera del simile impianto immaginato nel feudo comunale, e in parte in quello della confinate Galatina, a quello del prossimo depuratore mal funzionate nell’area industriale di Galatina!

Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire (2)
Impianto biogas da rifiuti di Salerno, le medesime cementificazioni e impatti che a Soleto-Galatina si devono impedire

 

Legati a quella filosofia di ambientalismo scientifico fortemente affermatasi nel Salento che studia fin nei minimi termini non solo gli impianti in sé, ma anche i rapporti ecologici tra ambiente naturale e dinamiche umane socio-culturali, politiche, economiche e storiche, dinamiche che anche nel recente passato hanno portato a disastri e hanno trasformato idee positive in strumenti di speculazione e devastazione, come nel caso del fotovoltaico, dell’eolico e delle biomasse, (di cui il biogas fa parte), già avevamo ben sottolineato, anche in sede del convegno, i grandi rischi sottesi alla creazione di un simile impianto.” – dice Oreste Caroppo del Forum Ambiente e Salute, – “per questo non possiamo che giudicare positivamente la prudenza esposta dallo stesso sindaco di Soleto, all’indomani della visita a Salerno, sui giornali locali”. Sindaco che, come riportato e titolato dalla stampa, ha affermato: “Ancora dubbi” “Non abbiamo ancora deciso, dobbiamo sciogliere alcuni dubbi perché, pure in presenza di innegabili ritorni economici, la salute dei cittadini viene prima di tutto“.

 

In questa brutta vicenda si sta assistendo da parte di taluni ad un uso strumentale di un falso ambientalismo piegato e asservito ad interessi ben lontani dal Bene Comune; un brutto uso distorto ed incoerente dell’ecologia che già il territorio ha conosciuto, (ed ha imparato ormai a riconoscere), nella dannosa speculazione della Green Economy Industriale, i cui mezzi imbonitori già ben conosciamo, come ad esempio i premi preconfezionati con i quali si cercava di mielare e legittimare agli occhi dei cittadini tutta una serie di progetti di nocive centrali a biomasse, (e il biogas è una di queste), altamente impattanti. Centrali nella stragrande maggioranza dei casi fermate sul nascere nel Salento grazie alla grande sensibilità civica del territorio sollevatosi in massa contro, a tutela dei diritti delle future generazioni e non solo.

Allacciandoci alle perplessità evidenziate dallo stesso sindaco, chiediamo di operare tutti assieme per porre un punto fermo consistente nell’affermazione di un pieno NO al progetto che sta togliendo il sonno ai cittadini di Soleto, di Galatina e di tutto il territorio circostante, e chiediamo che:

se da un lato è giusto riconvertire, a zero consumo di nuovo suolo, gli enormi impianti già esistenti ed operanti di biostabilizzazione in impianti di mero compostaggio aerobico, (possibilità incontrovertibile dal punto di vista tecnico-ingegneristico contro ogni insostenibile e strumentale bugia, e che basterebbero di gran lunga per il trattamento dell’intera frazione umida dei rifiuti urbani della provincia di Lecce; possibilità che già di per sé svuota le vane tesi di coloro che tentano di avallare nuovi impianti paventando l’ “emergenza” rifiuti; riconversione che risponde ad ogni buon principio di economicità), dall’altro occorre operare anche per ridurre le frazioni umide lì destinate, favorendo piccoli impianti di compostaggio a dimensione comunale, (che, trattando minori quantità di frazione organica a sistema aerobico, le possono ben trattare direttamente su suolo agricolo a km zero, eventualmente con rotazione dei terreni), e favorendo il compostaggio domestico familiare, (ed in merito a questi punti già esiste una avanzata pianificazione a dimensione comunale redatta dai virtuosi cittadini di Soleto e disponibile); in tal modo la stessa frazione umida dei rifiuti da conferire agli impianti di compostaggio, (ottenuti dagli ex-biostabilizzatori nei loro medesimi siti), verrebbe infinitesimamente ridotta, se non anche annullata, secondo la virtuosa filosofia, che qui nei fatti si stava per calpestare e strumentalizzare, del ciclo Rifiuti Zero.

Infine riportiamo a conclusione le sagge parole di Oreste Caroppo del Forum Ambiente e Salute: “occorre rivedere l’intera pianificazione del nostro territorio nel verso della contrazione delle aree ad oggi nei piani urbanistici destinate, in maniera quasi sempre eccessiva e ridondante, ad opifici industriali, facendole ritornare agricole, favorendo anche opere di decementificazione, rinaturalizzazione, restauro paesaggistico e rimboschimento con piante autoctone. Così, cosa molto grave che, a fronte della visita fatta all’impianto di Salerno, non sia stata organizzata una visita ai suoli nei fatti agricoli e naturali, e quindi preziosi, che oggi rischiavano a Soleto di essere distrutti in questa irresponsabile ipotesi progettuale che si stava avallando. Pertanto, opportuna invece, nell’affermazione del principio virtuoso di Stop al Consumo del Territorio, operare per realizzare lì invece un Bosco, ad affermazione simbolica di una ripristinata virtuosità amministrativa nel verso della tutela vera del Bene Comune e della corretta pianificazione territoriale.”

Il Sommacco siciliano (Rhus coriaria), nel Salento

di Oreste Caroppo 
E’ una spezia tipica dell’ Europa meridionale e del Medio Oriente!
Una pianta da rivalorizzare massimamente nel nostro Salento!
sommacco
sommacco (ph Oreste Caroppo)


Finalmente ho scoperto il nome di questa specie di pianta che da tempo ho osservato nel Salento e che persino son riuscito a ripropagare con grande successo. Tutto questo grazie all’ amico facebook Gabriele Maiorano, che mi ha chiesto in questi giorni se fossi a conoscenza della presenza di questa specie nel Salento! Cercando in internet foto della specie da lui indicatami finalmente ho scoperto il nome tassonomico da me tanto cercato. (Per lo meno, la coincidenza di tutte le caratteristiche è massima!)
Ne ho trovato sin ora due stazioni nel basso Salento.Una, osservata nel luglio 2012 alla periferia sud del paese di Melpignano (Lecce) con anche esemplari maggiori lungo i margini di un campo e tantissimi esemplari piccoli, una distesa. il tutto purtroppo in un’area di espansione edilizia.L’altra, osservata diversi anni prima, e da cui ho prelevato dei virgulti con radice, ben più piccola, l’ ho osservata lungo l’attuale vecchia strada SS 275, lungo, se non erro, il tratto Alessano-Gagliano del Capo (Lecce), nei pressi di un semaforo, cresciuta sul margine strada entro un muretto a secco.

E quindi la terza stazione quella che ho fatto nascere io stesso, in un giardino non di mia proprietà, in contrada Luci in agro di Scorrano (Lecce)!

Foto di Oreste Caroppo: Melpignano (Lecce) periferia sud del paese, nei pressi del convento degli Agostiniani noto per il grande concertone della Taranta, formazione estesa di Rhus coriaria, il Sommacco siciliano. Data dello scatto: un pomeriggio del luglio 2012

La Quercia elegante di Carpignano

RICOMINCIA LA STAGIONE DELLE GHIANDE. Mi raccomando a tutti gli appassionati di Natura salentina e mediterranea, cominciano i giorni in cui la rarissima Quercia elegante di Carpignano dona le sue preziosissime ghiande, non lasciamone nessuna ai roditori, ma siano raccolte, una volta cadute a terra, accudite perché germoglino e piantate tutte! Informatene anche gli appassionati che non hanno facebook! Un bene rarissimo e prezioso che è un peccato sciupare! Finché non ne avremo piantumate un centinaio ovunque, la varietà è ancora a rischio! Pensate che a fine ottobre verrà anche un gruppo di appassionati di querce appositamente dall’ Olanda proprio per prenderne le preziose ghiande!

Oreste Caroppo

caroppo
Quercus caroppoi, Carpignano Salentino. Foto di Oreste Caroppo del 14 settembre 2012

ECCEZIONALE SCOPERTA BOTANICA nel Salento: la Quercia Elegante (Quercus caroppoi) esemplare unico al mondo e sconosciuto
(testo diffuso dal Forum Ambiente e Salute)

Che il Salento fosse terra di meraviglie, questo lo si sapeva già, ma oggi ancor di più il Salento si scopre e mostra in tutta la sua ricchezza territoriale e biologica, fregiandosi di una perla rarissima, anzi, unica al mondo! A Carpignano Salentino, borgo simbolo di agricoltura e tradizioni fortissime e millenarie (documentate e riscoperte dal grande drammaturgo Eugenio Barba e il suo sperimentale Odin Teatrer), la già ricca biodiversità salentina oggi si arricchisce di una gemma preziosissima.

Proprio nel territorio di Carpignano Salentino è stato scoperto un inedito e unico esemplare al mondo di quercia, tanto da meritarsi quale nome scientifico lo stesso nome del suo scopritore, Oreste Caroppo, difatti questa perla rarissima di biodiversità è stata battezzata quale “Quercus caroppoi” e che per la sua innegabile bellezza e eleganza si è meritata il nome di Quercia Elegante di Carpignano Salentino.

ph Oreste Caroppo
ph Oreste Caroppo

L’esemplare scoperto è l’antichissima testimonianza ancora viva e vegeta del mitico, variegatissimo e lussureggiante “Bosco dei Greci”, e prima ancora dei Messapi, ricordato, a tutt’oggi, dagli anziani e dagli abitanti di questi luoghi magici; bosco di straordinaria bellezza che si estendeva da Calimera, dove ancora oggi, presso la famosissima chiesetta di San Vito, nel cui interno si trova l’apotropaica megalitica pietra forata, si possono ancora notare degli imponenti esemplati di Leccio (Quercus ilex, localmente chiamato in vernacolo “lizza”), guardiani e custodi di una delle porte di accesso nell’area boschiva che a partire la lì ammantava il territorio fino alle porte di Martano, comprendendo il borgo di Carpignano Salentino e Serrano declinando da un lato verso Borgagne e Roca Vecchia e le attuali marine di Melendugno quali Torre dell’Orso-Sant’Andrea-San Foca, fin su a congiugersi con la foresta delle Cesine e di Rauccio, la foresta di Lecce, e dall’altro lato unendosi a sud-est con l’area boschiva dei Laghi Alimini e Otranto, e a sud fino a fondersi con le selve (la Silva) della immensa e antichissima Foresta Belvedere, nel cuore del basso Salento, ricchissima di biodiversità mediterranea e di una relitta flora appenninica lì conservatasi grazie a particolari condizioni microclimatiche geologiche e orografiche sin dall’epoche preistoriche, e che a sua volta si congiungeva a sud con le macchie di Tricase ricche di Quercie Vallonee (Quercus macrolepis, specie quercina, questa, emblematica e vivente in Italia soltanto in Terra d’Otranto, salvata dall’estinzione locale grazie alla corale partecipazione spontanea dei salentini, che ne hanno preso le ghiande e l’hanno ripropagata quasi ovunque possibile; una mobilitazione civico-ambientalista che fa oggi ben sperare per una rapida massima diffusione di questa nuova e, forse, anche molto antica entità quercina, la Q. caroppoi, ritrovata e vivente in territorio di Carpignano.

ph Oreste Caroppo
ph Oreste Caroppo

Questa strabiliante scoperta, oltre a riempire di indicibile gioia tutti i cittadini del Salento, a dimostrazione dell’estrema importanze e vitalità che giorno dopo giorno ci regala questa straordinaria terra, impone un’importante presa d’impegno da parte di tutti, e, soprattutto, da parte di tutte le istituzioni, ovvero la doverosa attivazione di un programma di massima salvaguardia e tutela di questo esemplare unico al mondo con la creazione pianificata di una campagna di propagazione tramite un sano e doveroso piano di ripristino naturale dei luoghi storici, con sistematiche azioni di riforestazione e salvagaurdia, con azioni puntuali di bonifica-decementificazione e deasfaltizzazione, seguendo un certosino restuaro paesaggistico-territoriale. Un’entità botanica che ha bisogno dell’amore di tutti affinché le sue preziosissime ghiande siano raccolte e coltivate con massima cura negli orti e giardini del territorio pugliese per un’azione partecipata e condivisa volta alla salvezza di questa splendida, e bisognosa di cure, Quercia Elegante. Allo stesso tempo è importante la ripropagazione e diffusione da parte del Corpo Forestale dello Stato di questa inedita entità quercina.

ph Oreste Caroppo
ph Oreste Caroppo

Qui a seguire si può leggere l’importante e ufficiale relazione redatta dal prof. Piero Medagli ricercatore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali (Di.S.Te.B.A.) dell’Università del Salento.

———————————————————

Lecce 21 maggio 2013

Spett.le Amministrazione Comunale di Carpignano Salentino,

su segnalazione di Oreste Caroppo e verifica del sottoscritto con successive indagini bibliografiche e di laboratorio, è stata accertata la presenza in agro di Carpignano Salentino di un esemplare arboreo bicormico (con due tronchi separati partenti da un ceppo comune) di una quercia di origine ibridogena derivante dall’incrocio tra quercia di Palestina o quercia spinosa (Quercus calliprinos Webb) e cerro (Quercus cerris L.). Benché gli ibridi nel genere Quercus siano abbastanza diffusi in natura, l’ibrido in questione risulta costituito da una combinazione nuova e del tutto inedita alla scienza e si tratta dell’unico esemplare vivente fino ad ora conosciuto di questa rara entità alla quale è stato ufficialmente dato il nome di Quercia di Carpignano, sulla base della sua collocazione geografica (nome scientifico Quercus x caroppoi in onore di colui che per primo ha posto attenzione su questa nuova entità ibrida). I due tronchi risultano avere un’età di circa 20 anni ciascuno e sembrano scaturire alla base da un ceppo di circa 300 anni di età attualmente ricoperto e nascosto da un muretto a secco. Forse si tratta di un esemplare residuo di un’antica formazione forestale oggi scomparsa. La assoluta rarità di questo esemplare unico al mondo, sulla base delle conoscenze attuali e la sua collocazione lungo un bordo strada, impone rigorose misure di salvaguardia dell’esemplare ed iniziative volte alla conservazione e adeguata diffusione del nuovo ibrido con la creazione di nuovi individui prodotti da autoimpollinazione naturale e collocazione in aree idonee da individuare, al fine di scongiurarne l’estinzione. Ovviamente gli studi scientifici su questa entità sono ancora in corso presso l’Orto Botanico dell’Università del Salento e mirano a ricostruire le caratteristiche e le modalità di formazione del nuovo ibrido la cui origine, come accennato risale a circa tre secoli fa, in un contesto ambientale assai diverso dall’attuale. In ogni caso le informazioni acquisite sono sufficienti affinché venga data ufficialmente comunicazione all’Amministrazione Comunale di Carpignano Salentino allo scopo di predisporre adeguate iniziative di tutela. Ovviamente sia il sottoscritto che l’amico Oreste Caroppo restiamo a disposizione per ogni ulteriore chiarimento. Con i migliori saluti.

Dott. Pietro Piero Medagli – Botanico Università del Salento

———————————————–

 

ph Oreste Caroppo
ph Oreste Caroppo

La rinascita della stupenda valle del fiume Asso

asso
ph Maurizio Calò

di Oreste Caroppo
Un sogno comune da materializzare tutti insieme e al più presto, nella nostra Apulia Salentina!

Dopo il processo virtuosissimo ed in corso in tutto il cuore del basso Salento, volto alla partecipatissima rinascita del grande Parco naturale dei Paduli e della sua antica e magica Foresta Belvedere, è giunto il tempo di seminare nei cuori e nelle menti di noi tutti quei semi di speranza e di impegno per la rinascita e la massima valorizzazione, tutela e innanzitutto massimo restauro paesaggistico e di biodiversità, del nostro più grande fiume Salentino e della sua intera valle, il Fiume Asso!
Fiume che nasce proprio nei Paduli, tra Collepasso e Cutrofiano, due città del Parco della foresta Belvedere, e da lì si snoda verso settentrione attraversando i feudi di Galatina, Galatone e Nardò, dirigendosi in direzione di Leverano e Copertino, per affossarsi nel sottosuolo, prima di questi paesi, in una grande voragine, chiamata la Vora del Parlatano, in agro di Nardò, dove le sue acque, come alcuni dei più sacri fiumi endoreici dell’antica Grecia, si inabissano nelle viscere della terra, scorrendo nella falda freatica profonda, per poi riaffiorare, sostengono alcuni, nelle polle sorgive nelle “spunnulate” della Palude del Capitano sulla costa neretina prossima a Sant’Isidoro, nel Golfo di Taranto, e da qui sfociando in mare!
Nei suoi tratti iniziali il fiume attraverserebbe anche delle profonde caratteristiche gole, mi dicono alcuni dei locali, ma io non l’ho ancora completamente esplorato questo nostro fiume lungo tutto il suo corso, e credo che sarà un’ avventura emozionante percorrerlo, scoprendone la ricchezza di natura, storia e suggestioni, e sognando ad ogni passo quali interventi dolci e aggiuntivi dobbiamo noi tutti realizzare per ridare a lui e a noi massima dignità!
Un fiume da riscoprire, Sacro, come sacro era ogni fiume per gli antichi, ma cancellatoci dalla memoria da indefinibili consorzi di bonifica, che continuano a farne vilipendio speculativo da fermare assolutamente invertendone il logorante andazzo!

Lungo il suo corso dobbiamo aggiungere vegetazione alla vegetazione esistente, specie autoctone e originarie a specie, non depauperarlo di quanto di naturale già accoglie e conserva come in uno scrigno del tempo, come in un’ Arca di Noe!

Dobbiamo pulirlo da ogni rifiuto antropico che lo inquina lungo il suo corso e sui suoi margini! Come oggi lungo i 200m di corso in feudo di di Galatina, da una stupidissima rete plastica, più una soffocante pellicola plastica, che andrebbe se non rimossa oggi subito, ad inquinare tutto il corso del fiume, non solo il tratto oggi così palesemente e orribilmente vilipeso, quando iniziarà a sfaldarsi. E’ stata
lì deposta dopo aver tagliato irresponsabilmente i canneti, sugli argini a soffocamento biocida della vegetazione. Va rimossa subito o rischia di assassinare anche le preziose presenze dei narcisi che decorano gli argini del fiume! Interventi speculativi e deliranti, definiti “sperimentali”, in un tratto persino tutelato paesaggisticamente nel nuovo PPTR (il virtuoso Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Puglia)! Ed invece con quella plastica nera si è reso quel tratto di fiume, nell’aspetto, quello di un canale da fogna o da stabilimento industriale!
A quell’ orrore che è sotto gli occhi di tutti da alcune settimane, han dato il mistificatorio nome di “geostuoia”! Era un esperimento!? Ok, è fallito rimuovetela subito la vostra geostuoia sacrilega perché l’argine terroso torni e vivere, verdeggiare e respirare! Non pensate di estendere con altra speculazioine altrove il fallimentare esperimento!
Dobbiamo decementificarlo quel nostro fiume nei suoi tratti più belli, i margini terrosi devono esser trattenuti dalla flora, e dalle radici degli alberi igrofili da piantarvi massimamente! Decementificazione che includa la voragine in cui sfocia nel suo corso endoreico, voragine da valorizzare invece massimamente con muretti (e massicciate al più) in pietra a secco, non certo con il cemento e con oscene reti metalliche!
Interventi di ingegneria naturalistica vera, e non obbrobri e cementificazione di argini ed inghiottitoi carsici con la scusa speculativa della prevenzione del dissesto idrogeologico, per la quale dei folli avevano tentato strumentalmente di proporre, persino, in Italia, di piantare mostruose brevettate piante, alberi anche, ogm mutate artificialmente con ingegneria genetica! Siamo al delirio da conoscere e fermare!

Dobbiamo fare nascere invece progetti virtuosi e scientifici di reitroduzione e ripiatumazione, in collaborazione con l’Univesità del Salento (Orto Botanico, Disteba Dipartimento Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali), il Museo di Storia Naturale di Calimera, cooperative di giovani laureati volenterosi e ispirati che coinvolgano altri giovani ed i territori, ecc. ecc.
Era il fiume che congiungeva la Foresta Belvedere del cuore del basso Salento, con le aree paludose e macchiose dell’ Arneo, e da qui, attraverso queste con le foresta lucane ripariali e costiere delle valli alluvionali, e con quella oritana e quindi con le aree naturali murgiane delle gravine e quindi appenniniche!
Dobbiamo guardare alla flora e alla fauna di queste aree prossime per ricostruire la flora e la fauna, e dunque il paesaggio del nostro Fiume Asso! Far sì che nelle sue acque tornino i Granchi di fiume (Potamon fluviatile, che ancora vivono nelle gravine delle Murge tarantine), che vi siano introdotti sperimentalmente i Gamberi di fiume italici (Austropotamobius pallipes, e non invasive specie aliene!), la permanenza delle acque lì tutto l’anno, lungo il suo corso, è un fiume perenne, permette questi interventi ricostruttivi fluviali seri!
Dobbiamo immaginare la creazione di laghetti naturali lungo il suo corso dove la natura geologica e orografica lo permette, per la massima diversificazione della biodiversità, per creare aree rifugio per la fauna e flora acquatica nel caso di periodi di estiva siccità. Aree di naturale impaludamento lungo il suo corso!
Ricostruire la fauna malacologica, studiando quella già esistente.
Introdurre i mitili, cozze d’acqua dolce, come l’ Anodonta cygnea, già ritrovabili nei più vicini fiumi lucani, e che svolgono un’ importante azione di filtraggio delle acque, importante insieme a quella fitodepurativa delle tife (Typha latifolia, Typha angustifolia) e di altre piante palustri.
Diversi paesi nel corso dell’ Asso sversano in esso le loro acque pluviali, che si aggiungi ungono alle acque del suo bacino idrografico naturale, più quelle del depuratore consortile di Maglie che convoglia innumerevoli paesi del basso Salento. Fermo restando che i depuratori dovrebbero funzionare sempre al meglio, è proprio la presenza della vegetazione spontanea che garantisce una azione di importantissima fitodepurazione, motivo per cui questa va massimamente conservata e gestita con massima oculatezza!

Reintrodurre la Castagna d’Acqua (Trapa natans, dai siti europei più prossimi in cui vegeta, segnalata nel recente passato nel Salento, nel Canale dei Samari a Gallipoli)

Reintrodurre l’ Ululone dal ventre giallo appenninico (Bombina pachypus, che ancora vive nelle gravine delle Murge tarantine, ed in passato segnalato nelle aree umide di Ugento), ad arricchimento della fauna anfibia, insieme al Tritone italico (Triturus italicus, forse già presente, poichè presente nei rivi dei Paduli), e al Tritone crestato (Triturus cristatus carnifex, segnalato nel salentino Parco naturale umido costiero delle Cesine); progetti virtuosi di incremento della biodiversità e rinaturalizzazione che vedono simili interventi già avviati con succeso nella zona di Matera, ma che stentano ad essere avviati anche nel basso Salento! E quale luogo migliore del rinascente Fiume Asso, volgarizzato in canale, da rivo, fiume che era e che deve ornare ad essere!

La permanenza delle acque tutto l’anno e la natura perenne di questo corso d’acqua fanno si che vi si peschino pesci d’acqua dolce, non so se vi siano pesci rossi e carpe, come in molti bacini del Salento, (e data la loro origine asiatica nel nostro continente euro-asiatico, e data la loro ampia diffusione in natura in Italia da tantissimo tempo, ritengo che non dovremmo ormai tacciarli quali specie alloctone da combattere, ma anzi, specie da apprezzare massimamente)!
Ma c’è anche chi mi ha giurato d’aver pescato lì dei cavedani alcuni anni fa, (una specie d’acqua dolce italica), e chi mi ha confermato comunque come sia un fiume pescoso ancora oggi, tanto più grazie ai continui apporti di acqua dei depuratori!

Ed immagino che vi vivano anche le anguille, che percorrono anche le cavità carsiche, e che da questo fiume, anche, forse raggiungevano le aree umide dei Paduli in passato, ed il grande Lago Sombrino di Supersano (che attende di rinascere anch’esso nel Parco dei Paduli, e dall’ ‘800, quando dall’ uomo fu prosciugato!), come dal mare sempre le anguille raggiungono attraverso corsi d’acque, paludi, prati umidi e forse anche percorsi d’acqua sotterranei il Lago Trasimento in Umbria, pur non avendo questo grande lago interno continentale, del centro italia, fiumi emissari superficiali!

Importante pertanto in un fiume con pesci, la paludi sui margini, da straripamento del corso d’acqua per la biodiversità dei crostacei e degli anfibi.

Ecc. ecc. per le reintroduzioni di piante ed animali guardando alla fauna e alla flora del Salento, della intera Puglia e della Lucania. E guardando ai progetti già di Rinascita della umida in parte antica Foresta Belvedere, dove erano le sue sorgenti!

E’ un fiume vivo, con presenza di aironi, cavalieri d’Italia, cicogne nere persino pare, bianche, ecc. ecc. ecc. in merito alle ricchezze avifaunistiche!
Un Fiume e la sua valle dalle grandi potenzialità, anche per la introduzione di pesci fluviali tipici del sud e centro Italia, e comunque europei!

Lungo le sue sponde dobbiamo farvi tornare una foresta igrofila a galleria, con piantumazione di Salici bianchi (Salix alba), Pioppi bianchi (Populus alba), (e neri, Populus nigra, ma in purezza! Non ibridi!), Farnie ed altre querce, Ontani neri (Alnus glutinosa, come presenti lungo il corso del fiume Sinni nella vicina Policoro, nel Bosco Pantano), e poi Platani orientali (Platanus orientalis, in purezza! Non ibridi! Come presenti lungo le fiumare del Bruzio e delle prossime terre Greche ed Albanesi). Tutti alberi del sud Italia, amanti dell’ acqua dolce, tipici delle foreste planiziali e igrofile!

Basta assolutamente a piante ibride commerciali diffuse da vivai ed enti di falsa ricerca a fini speculativi!

Immagino il restauro dei vecchi ponti in pietra lungo il suo percorso, nella filosofia dov’erano e com’erano! Il rivestimento in pietra di quelli in cemento, se non sostituibili, la costruzione di ponti in legno di valenza paesaggistica, ma anche funzionale, staccionate in legno lungo alcuni tratti!
Tutto nella filosofia di un Parco fluviale, da collegare a fondere al Parco dei Paduli, sua propaggine settentrionale, corridoio ecologico importantissimo!

E lì, lungo una valle talmente rinata, tutto riassumerebbe dalla bellezza del paesaggio, massima e nuova luce!
Lì, un’ Agricoltura delle tipicità, anche riscoperte, e fondata sulla massima filosofia della salubrità agroecologica, che acquista marchio e valore aggiunto dal luogo pittoresco!

Il restauro delle masserie e degli abituri rurali, dov’erano e com’erano, e mi raccontano persino di un villaggio rupestre in una gravina attraversata dal nostro fiume!

Tutto senza cemento, senza altro asfalto, senza architontiche trovate offensive di land art, tutto nella riscoperta e massima esaltazione del “Genius Loci”, senza hi-tech interventi di illuminazione offensiva.

Tutto questo meraviglioso e comune sogno territoriale del Salento attraversato dall’ Asso, il suo più lungo fiume, i salentini lo possono fare materializzare! C’è l’acqua, e l’acqua è vita; se la sappiamo gestire bene, trattare e rispettare, questo sogno diventerà presto virtuosa rilassante piacevole realtà da cui lasciarsi fieri pervadere!

 

Nota foto:
Fiume Asso, da una foto diffusa su facebook di Maurizio Calò il 20 ott. 2013, un tratto in feudo di Galatina

Renata Fonte eroina del nostro Meridione

 
 
DOVE SI DEVASTA IL PAESAGGIO Lì C’è MAFIA!

di Oreste Caroppo

Renata Fonte è un’eroina del nostro Meridione ed il suo sacrificio oggi assume un valore nuovo ed importante, vivo, che non stiamo cogliendo come dovremmo! Il Salento muore oggi sotto la stessa avidità speculativa per cui oggi Renata non è più tra noi a difenderci nei consigli comunali dai mafiosi e dalla mafia pugliese fatta anche e soprattutto di quegli uomini politici che, come traditori che dall’interno delle città, vendutisi, aprivano le porte delle loro città assediate ai nemici, stanno svendendo, per un piatto di lenticchie o per laute tangenti, il nostro territorio sul patibolo del business dei mega impianti eolici e fotovoltaici industriali, ubicati nelle nostre zone agricole e naturali; una follia che calpesta ogni principio di pianificazione urbanistica ed energetica ed ogni buon principio di prevenzione e precauzione!
E’ quanto sta avvenendo con la mafia della Green Economy, degli imprenditori e delle multinazionali delle cosiddette energie pulite, mega eolico e mega fotovoltaico! Non credo sia stato un caso che il moto popolare, divampato nel Salento, di opposizione a questo scempio inaudito e di proporzioni bibliche sia partito proprio da Nardò, dalla difesa di quella stessa costa, dell’orizzonte di Porto Selvaggio, dove ogni passo si carica del ringraziamento a Renata e del dispiacere che scaturisce dalla consapevolezza che per godere del bello oggi, un tale sacrificio sia stato pagato da una donna e dalla sua famiglia!
Nardò, baia di Uluzzo
Renata fu assassinata dalla mafia per essersi opposta ad una speculazione edilizia lungo la bellissima costa neretina di Porto Selvaggio, nella prima metà degli anni ’80. Oggi, proprio lungo quella stessa costa, è in progetto un enorme paradossale impianto eolico con decine di torri di 150 m circa d’altezza. Dalle proteste divampate dall’animo dei neretini a difesa di quella stessa costa, tutti abbiamo presto scoperto quanto le dimensioni dello scempio eolico fossero spropositate: migliaia di torri eoliche d’acciaio in ogni dove nella campagna salentina, una selva d’acciaio di pali e pale eternamente rotanti, un carcere pronto a privarci della nostra libertà, una campagna cancellata, con la sua natura e la sua potenzialità economica silvo-agro pastorale; cancellata la memoria e la cultura di un popolo intero che ha nel suo paesaggio il suo libro aperto al cielo, sotto distese desertificate e sconfinate di pannelli fotovoltaici! Rubato il cielo, il diritto all’orizzonte!
fonte
L’inganno degli inganni, tutto ciò fatto in nome dell’effetto serra per evitare il surriscaldamento globale, la desertificazione naturale la morte delle specie, si diceva, e nel Salento nella Puglia, la terra viene invece desertificata artificialmente e la biodiversità cancellata, con la morte anche degli uccelli tra le fauci d’acciaio delle torri, proprio in nome di questo impegno “ecologista”; ecologia strumentalizzata al fine di intascare i lauti incentivi statali, nostri, per le fonti rinnovabili!
Menzogna su menzogna, produzioni d’energia in surplus, in una Puglia che già produce ben oltre il suo fabbisogno, tanto da esportare in gran parte energia altrove, disperdendone così gran parte nel trasporto, inevitabilmente! Altro che efficienza energetica! Con la menzogna che le produzioni industriali d’energia rinnovabile abbasseranno la produzione d’energia da fonti fossili, carbone, petrolio, gas: nulla di più falso, sarà invece l’opposto, poiché acquistando dei certificati, cosiddetti strumentalmente ‘verdi’, che lo Stato concede a chi produce energia rinnovabile, lo Stato consente alle ditte di continuare a bruciare indisturbate combustibili fossili, che così possono anche eventualmente incrementare le immissioni di gas serra in atmosfera; ambiente distrutto dai grandi impianti d’energia falsamente pulita, e gas serra immessi indisturbati in atmosfera! Si dovrebbe fermare questo business speculativo a favore solo degli impiantini fotovoltaici di nullo impatto ambientale ubicati sui tanti tetti e tettoie di edifici recenti, ma nulla, il business privato e speculativo è la vera molla di tutto un sistema incostituzionale legislativo regionale messo in piedi ad hoc per questa frode che è semplicemente “la più grande speculazione della storia d’Italia, la più devastante!”. Tutto perché lobby politico-imprenditoriali, ditte straniere, depredino il nostro territorio ed il nostro futuro, e con esso i nostri fondi pubblici, lasciando miseria e nessuna ricaduta occupazionale al Salento, cancellando la sua potenzialità economica turistica fonte di ricchezza diffusa tra le famiglie, a favore invece di accentramenti di denaro nelle mani dei signori delle rinnovabili, e dei politici e funzionari corrotti.
Nardò, Portoselvaggio
Oggi la conferma da tante procure: si ricicla il denaro sporco in questi impianti, vi son collusioni politico-mafiose, affarismo che sta corrompendo tutti i nostri comuni ed enti territoriali, violato da cotanto stupro del paesaggio l’art. 9 della Costituzione Italiana con cui i padri costituenti si preoccuparono di sancire la priorità inviolabile della tutela del paesaggio della nazione, violato il diritto alla salute a causa dell’uso massiccio di diserbanti sotto i pannelli, che avvelenano terra ed acque potabili sotterranee, e a causa dell’aggravarsi dell’inquinamento acustico e da elettrosmog ovunque, (elettrosmog che scaturisce da qualsiasi produzione e trasporto d’energia elettrica), ed un messaggio allora si impone e ci spinge ad agire nel ricordo mai troppo presente di Renata Fonte: “DOVE SI DEVASTA IL PAESAGGIO Lì C’è MAFIA!”; il paesaggio la scenografia della nostra esistenza, il presupposto della nostra felicità; e solo dove ci impegneremo davvero, senza paura per migliorare il nostro paesaggio, rispettarlo e renderlo più sano e bello, esaltandone l’intrinseca essenziale “naturalità”, lì, al di là delle targhe che il tempo corrompe, lì il nome di Renata Fonte sarà sussurrato come ricompensa alle nostre orecchie dal vento che soffia tra i rami dei pini e delle querce!

Grazie Renata

Oreste

P.S.:
Segnalo questi tre importanti articoli:

“Corriere della Sera” di Carlo Vulpio
Meglio l’eolico del narcotraffico, si guadagna molto di più e si rischia molto meno. Anzi, se si incrociano i politici “giusti” è come vincere al Superenalotto. E in nome della “economia verde”, l’energia costa il triplo. Ma c’è un giudice a Berlino?

http://carlovulpio.files.wordpress.com/2010/09/sulle-rotte-dei-grifoni-minacciati-dal-parco-eolico.pdf

Puglia-Salento: PANNELLI SOLARI E PALE TRA GLI ULIVI E LA STORIA MUORE
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (autori del famoso libro-inchiesta “La Casta”) due paginoni e riferimento in prima pagina sul “Corriere della Sera”

http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=49722688

Da “Nuovo Quotidiano di Puglia”
La richiesta dai mille comitati salentini alla Regione Puglia e a Nichi Vendola della urgente moratoria di tutti gli impianti. Tergiversare oltre sarebbe solo sinonimo di collusione con quanto sta avvenendo:

http://forumambientesalute.splinder.com/post/23230433/appello-a-vendola-e-nicastro-stop-allo-scempio-del-fotovoltaico-ed-eolico-selvaggio-in-puglia-e-nel-salento

http://forumambientesalute.splinder.com/post/23222901/salviamo-il-salento-lappello-dei-sud-sound-system-in-mondo-visione-alla-notte-della-taranta

Il Camaleonte mediterraneo

Foto tratta da: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=369676556464611&set=o.343833822369902&type=1&theater
Foto tratta da:
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=369676556464611&set=o.343833822369902&type=1&theater
di Oreste Caroppo
Il Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon Linneus, 1758) è l’unica specie di camaleonte presente in Europa. Autoctono, anche se rarissimo, ma presente in natura anche in Salento, sud della Puglia dove vi si riproduce, non a caso, spontaneamente. Ne è stato ritrovato un nucleo selvatico negli anni passati nella contrada Arneo, l’ ultima vasta contrada salentina ad esser stata selvaggiamente disboscata nel Salento, denaturalizzata dall’ uomo, e per questo ancora con alcuni interessanti relitti floro-faunistici da salvaguardare e ridiffondere.
Si tratta di una specie diffusa in maniera ormai frammentaria in diverse località dell’ Europa meridionale: in Grecia, Penisola Iberica (come in Andalusia), ex Jugoslavia, Bosforo, Creta, Puglia, e alcune segnalazioni di questa specie europea anche in Sicilia e a Malta, e nei decenni passati anche in Sardegna, Friuli e Delta del Po!!! Vive poi la medesima specie anche nel Sud-Est Asiatico e nel Nord Africa.
A rischio di estinzione da scongiurare assolutamente attraverso il suo ripopolamento e ricostruzione dei suoi habitat mediterranei, che ben deve essere attuata dagli enti preposti alla tutela della biodiversità originaria euro-mediterranea! Tale diffusione selvatica della specie ancor oggi, a macchia di leopardo purtroppo ormai, è comunque una prova ulteriore, se ve ne fosse bisogno, dell’autoctonato di questa specie selvatica in Europa meridionale nel passato, quando la sua diffusione era certamente ben più omogenea.
Ma oggi, il paradosso: tale rarità, e gli occasionali rinvenimenti, la perdita della memoria storica naturalistica, portano talvolta taluni, come accaduto nel Salento, a gridare all’ alloctonato e alla specie aliena da “sterminare”, al ritrovamento di un così importante assolutamente innocuo ed importante vivo fossile vivente dell’antica fauna euro-mediterranea! Immaginate che assurdità, si rinviene qualcosa dal passato, ancor vivo, e invece di gridare “evviva, ergo massima cura, tutela e impegno ambientalista”, si rischia di scatenare follie sterminatrici eco-suicide! E poi come può meravigliare la presenza di un rettile così discreto di un genere dalla maggiore diffusione nella vicina Africa, che tanti dimenticano è un continente vicinissimo all’ Europa e che bagna tante coste mediterranee!? E lo stesso Salento è geologicamente connesso alla zolla-placca tettonica africana, geologicamente parlando. Come può meravigliare tale fauna odierna, quando i nostri progenitori sapiens incontravano in Europa, e rappresentavano sulle pareti delle nostre grotte in epoca paleolitica, leoni, elefanti e rinoceronti, che molto probabilmente i nostri stessi progenitori contribuirono ad estinguere localmente!!!?
Nel centro storico di Lecce è persino ben rappresentato questo nostro camaleonte in un antico fregio in locale pietra leccese sul prospetto di una casa! Questa la foto del Camaleonte scolpito a Lecce, scoperto, fotografato e pubblicato dall’ amico e studioso, Sandro d’Alessandro: qui in link http://cerbi.ldi5.com/IMG/jpg/bip26f024.jpg (e di cui segnalo anche un suo studio proprio dedicato al Camaleonte nel Salento http://www.criptozoo.com/it/criptozoologia/dossier/criptidi-terrestri/item/114-il-camaleonte-nel-salento-una-realtà-tra-storia-e-leggenda).
E nel Salento, il Camaleonte è un animale ammantato di tante leggende! Alcuni esemplari recentemente ritrovati, mi hanno raccontato, pare siano stati definiti da cittadini locali, di cultura “grika”, cioè greco-salentina, “dracuddhi”, draghetti, traducendo dal dialetto grecanico salentino. Un termine greco, “drago”, frequente e di lato impiego nel regno dei rettili.
009fig020 Basilisco e stemma di Basilea XVI sec Ottfried Neubecker
Non solo, secondo   una interpretazione etimologica, il termine greco “dragon”, deriverebbe da una radice significante proprio vista, occhio, guardare, e nel camaleonte proprio la vista e le particolarità del suo sguardo sono elementi che affascinano e colpiscono molto l’ osservatore attento. Ma il camaleonte salentino era, con ogni provabilità, anche il mostruoso mitico “fasciuliscu”, della tradizione basso salentina, ed in particolare del magliese.
Si diceva, raccontavano le nonne di Maglie (città nel cuore del basso Salento), fosse un piccolo mostro che, diceva la gente, nasceva dall’uovo deposto eccezionalmente da un gallo, che notoriamente in quanto maschio non depone le uova come la sua femmina, la gallina.
Tale essere mostruoso e dalle piccole dimensioni con il suo sguardo terribile era in grado di uccidere gli animali, solo puntando i suoi occhi negli occhi delle sue vittime, si riteneva, motivo per cui se si osservavamo strane, difficilmente spiegabili altrimenti, morti di animali domestici, anche di grandi dimensioni, si immaginava fosse nato un “fasciuliscu” e si doveva andare alla ricerca del mostruoso piccolo essere per ucciderlo e fermare così la moria. A volte, in alcune varianti, si racconta che ipnotizzasse le vittime, le “fatasse”, con lo sguardo. Si riteneva fosse solito nascondersi sotto “le pile”, le grandi vasche scavate in blocchi unici di pietra diffuse nella civiltà contadina salentina e talvolta sollevate da terra su dei sostegni, poste in cortili e masserie.
basilisco
basilisco
A volte viene descritto come avente un solo occhio, e come somigliante grosso modo ad un mostruoso “purginu”, il pulcino appena nato dall’ uovo. E’ infatti “fasciuliscu” una corruzione locale salentina del nome dell’antico temibile “basilisco” dei bestiari antichi, simbolo oggi del paese griko di Sternatia (Lecce) nella sua iconografia fantastica.
Termine di origine greca, “basilisco”, che vuol dire piccolo re; era ritenuto il “re dei serpenti”, da cui il suo nome greco. Del mito del basilisco abbiamo già attestazioni di epoca romana, ed è meraviglioso osservare come, con continuità culturale ininterrotta, il mito popolare sopravvissuto nella città di Maglie del “fasciuliscu” conservi elementi delle leggende sul basilisco riportate per iscritto già in età romana e poi nel medioevo.
basilisco
L’identificazione con il camaleonte, pur nelle aggiunte mitico-fiabesche, è più che certa! La conformazione della testa dell’animale, il camaleonte è un rettile, a mo’ di corona, o meglio di mitra, da cui l’appellativo di re dei serpenti, dei rettili. La sua cresta da cui l’ associazione con la cresta del gallo. La presenza nel mito del basilisco dell’ elemento dell’ uovo, e il camaleonte depone le uova, come in genere ogni rettile. La commistione con uccelli, il gallo, e anfibi, il rospo in particolare, che talvolta coverebbe secondo i bestiari medioevali l’uovo deposto da un anziano gallo, da cui nascerebbe il basilisco; la raffigurazione mitologica del basilisco che innesta elementi morfologici del gallo per la testa e del camaleonte, (ad esempio la coda e il busto del basilisco son quelli del camaleonte), e che affonda anche le sue ragioni nelle vicinanze ben visibili, e filogenetiche tra anfibi, rettili e uccelli, osservabili nel camaleonte; e poi il discorso nei bestiari dello sguardo e del fiato mortale del basilisco, ben traducono a mio avviso la caratteristica del camaleonte di fulminare le sue prede con lo sparo della lunghissima lingua retrattile ed appiccicosa con cui cattura e porta fulmineamente alla bocca le sue prede, solitamente insetti.
Basilisco
Da non confondere il basilisco della antica tradizione popolare e dei bestiari, con alcuni rettili scoperti e viventi nell’ America tropicale, (come quello qui in foto, un Basilisco verde), che tassonomicamente dagli zoologici sono stati chiamati con l’ uso del medesimo antico e mitologico nome, “basiliscus”, per designarne il loro comune genere.
Siamo nella genesi dei miti anche spesso di fronte a forme di tentativi proto-scientifici di spiegazione dell’ osservazione naturalistica. E poi l’incedere lento del camaleonte senza fuggire via, (sperando di passare inosservato, mimetizzato ad eventuali suoi possibili predatori), come quasi di chi non ha alcun timore, come un re coraggioso; lo sguardo del camaleonte quasi unico tra gli animali superori, e dalle suggestioni misteriose, con i suoi bulbi oculari che possono ruotare indipendentemente l’uno dall’ altro, un aspetto che pare quasi conferire all’animale il magico potere di destabilizzare ed ipnotizzare la sua vittima; elemento della intensità dello sguardo che spiega anche la variante fiabesca magliese del “fasciulisco” con un solo fatale occhio.
AMIAMO IL NOSTRO CAMALEONTE SALENTINO!
SPERO DI POTER VEDERE NASCERE NEL SALENTO INTERE RISERVE OASI NATURALI DI TUTELA E RIPOPOLAMENTO CON OGNI CURA SCIENTIFICA DEL NOSTRO CAMALEONTE, (per poi da lì poter passare ad una sua ridiffusione in tutto il territorio), COME SON PRESENTI AD ESEMPIO IN SICILIA, PENSIAMO AL PARCO NATURALE DEI NEBRODI E A QUELLO DELLED MADONIE DOVE LA MEDESIMA SPECIE ANCORA VIVE!
BASTA SPERPERI IN INUTILITA’ VERGOGNOSE CHE PARLANO DI BIODIVERSITA’ NEL SALENTO MA CHE IN REALTA’ SON SOLO VORAGINI INUTILI DI SPECULAZIONE, GLI ESEMPI, TANTISSIMI… a cui è ora di dire BASTA!
Nota tratta da internet: “Nella terra salentina il camaleonte è stato segnalato nella penisola italiana, per la prima volta, in Puglia, il 5 settembre 1987 da Roberto Basso; sito di ritrovamento furono le campagne di Nardò, in provincia di Lecce. La scoperta suscitò non poche perplessità e diffidenze fra gli erpetologi. Successive ricerche portarono all’individuazione di un’area estesa (un rettangolo di circa 50 x 20 km), sempre sul versante jonico dove la specie è diffusa e nota ai contadini, che anzi lo ricordano “da sempre”; basti dire che – per la sua stranezza e presunta pericolosità e comunque in accordo con l’atavica avversione dell’uomo agricoltore per tutto ciò che è rettile e selvatico – se lo trovano, puntualmente lo uccidono, o lo uccidevano (va registrata oggi un’acquisita sensibilità in seguito agli appelli, alle informazioni corrette e ad un’opera di divulgazione naturalistica).”

Mal affaire Xylella

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

di Oreste Caroppo

 

Lo sporco squallido e abominevole “mal affaire Xylella” evidenzia purtroppo forte il problema dell’ istruzione in Italia, abbiamo risolto l’analfabetismo, ma non si può avere una popolazione per oltre il 90% completamente digiuna dei rudimenti basilari della biologia, e più in generale delle scienze. Non è questione qui di formazione universitaria, ma di formazione di base!

Il mal funzionamento dell’ istruzione poi permette a dei farabutti ascesi a settoriali conoscenze, di costituire una casta dalla quale presentare traballanti costruzioni pseudo-scientifiche per imporre i loro piani nel pubblico spaventato appoggio! Una meschinità. Ma quand’anche non si hanno rudimenti di liceale biologia, almeno la logica, la logica, che è innato appannaggio di tutti, si cominci ad applicare quella, e le contraddizioni così emergono ugualmente palesi; e le contraddizioni o son frutto di incompetenza o di macchinazione, e nell’ uno e nell’altro caso quanto sta accadendo va fermato in tempo!
Chi poi specializzato nei settori più coinvolti vede e può vedere più degli altri, ha una responsabilità morale e professionale, e non può continuare a tacere!

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

NdR:

https://www.facebook.com/notes/tin-up/lincognita-fantomatica-e-fastidiosa/181075572091756

Lo sguardo di Oreste

oreste caroppo

di Wilma Vedruccio

 

Scrivevo così di Oreste Caroppo, conosciuto sul web, rincorrendo ora uno ora l’altro, dei suoi tanti interessi, per cercar di capire.

Uno scritto che pensavo un po’ fantasioso, per metter insieme alcuni indizi che si potevano cogliere dai suoi appunti, dagli articoli numerosi, dalle posizioni sull’uso del nostro territorio.

Poi è arrivata la strabiliante notizia, diffusa dalla stampa locale: la presenza, nel nostro territorio, dell’unico esemplare di una Quercia unica al mondo, denominata “Quercus Caroppoi ” dagli studiosi dell’Università del Salento.

 

Lo sguardo di Oreste

Era stato sempre così, fin dalla scuola elementare.

Aveva avuto un bel da fare il suo maestro a tenere a bada quell’alunno che squarciava l’orizzonte dell’aula a ogni lezione per proiettarsi nell’ampio mondo geografico, senza frontiere, senza il rispetto dei tempi convenzionali ma come a bordo della macchina del tempo.

Apportava dunque correttivi alla lezione svolta secondo i programmi, ma non il giorno dopo, dopo approfondimenti nel pomeriggio ovattato fra le mura domestiche e colte… no, subito, lì per lì, partivano le domande, i distinguo, le precisazioni a cui il maestro, preoccupato all’equilibrio della classe intera, provava a porre un argine.

Erano domande, prospettive inusitate che offriva e pretendeva risposte rigorose, non gli importava se i compagni seguissero le sue traiettorie, contava su una certa naturale fascinazione che faceva sì che avesse seguaci fedeli pronti a tutto. Per non dire delle femminucce, si schieravano in suo favore a prescindere, senza neppur sapere il motivo del contendere.

Qualche problema cominciò ad averlo alle superiori, ai professori non andava a genio che ne sapesse più di loro…era imbattibile se si trattava del proprio territorio, pareva aver vissuto prima in un’altra vita, tanto ne sapeva. Le visite al museo erano frequenti, presso la biblioteca comunale era di casa, ma soprattutto era a cavallo di una vecchia bicicletta che il mondo circostante gli svelava i suoi intriganti e fascinosi segreti.

Metteva in relazione i segni, ipotizzava, cercava il conforto nei libri, forzava un po’ la mano… e giungeva a conclusioni che potevano essere diffuse con probabilità e certezza scientifiche.

Forzava la mano? Solo per dare alimento a certe sue teorie che pareva non stessero in piedi e a cui teneva molto, col tempo sarebbero state accettate e si poteva così esplicitarle bene. “Discorsi utopici” tagliava corto il professore al quale non andava che nello svolgere la sua funzione istituzionale di insegnare, potesse offrire il più piccolo spiraglio per una qualunque innovazione, anche solo linguistica.

Ma Oreste non mollava…alla prima interrogazione utile si presentava armato di citazioni, riferimenti dotti, documenti. Presa la parola non accennava a privarsene se prima non avesse esplicitato interamente la sua ricerca con uno argomentare dialettico che era difficile interrompere. Nel rispetto dei ruoli e delle regole.

Intanto, fra una disavventura scolastica e un successo, portava avanti il suo personalissimo percorso di conoscenza del mondo circostante. Non tralasciava di cogliere ogni segno, storico, geologico, scientifico che fosse. Tracciava collegamenti fra un sentiero, un menhir, un’ icona campestre.

Spiava covate e germogli, riproduceva pianticelle da semi raccolti nella passata stagione, contava i nidi…e sognava di veder la gallinella d’acqua raggiungere senza paura una pozza d’acqua sorgiva nel bosco dei Paduli.

Sognava di veder attraversare i cieli da una stuolo di cicogne, studiava le rotte migratorie e ipotizzava che i volatili avrebbero prima o poi dato una regolatina al loro natural “navigatore” per soddisfare il suo grande desiderio di vederli nel cielo cittadino.

Risvegliava la memoria di animali belli ed estinti nel panorama dell’oggi ed arrivava a prevederne il ritorno se solo avessimo rimosso qualche bilio-tonnellata di cemento e di asfalto dalle nostre mortificate contrade.

quercus caroppoi

Sognava, oltre a cieli da “Popolo Migratore” , oltre a boschi e terre da epoca precolombiana, sognava comportamenti corretti fra la sua gente: no alla corruzione, spese inutili, clientelismi…si appellava a un buonsenso, raro quale merce preziosa, alla professionalità, al rigore, sempre più sconosciuti.

Lo sguardo di Oreste aveva pian piano offerto scenari agli occhi di tanti conterranei, erano scenari semplici di cui solo i più anziani avevano memoria, ed ora erano in più a sognare, sognare… che tornino a volare le cicogne, che l’acqua sorgiva torni a scorrere, che si possa sentire il canto delle gru sui tetti di città garbate. E pur io mi ritrovo a sognare.

 

 

Oreste e le gru a Maglie

Grus-grus-web-IMG_4088-24-2008

di Oreste Caroppo

HO LA PELLE D’OCA!

Ore 3.50 della notte del 15 aprile 2013, stavo andando a dormire, e trovo la porta che da in strada aperta, l’avevo lasciata aperta rientrando nottetempo, anche per fare circolare un po’ l’aria, ed ecco che magicamente mi richiama fuori quel suono magico tanto atteso, proprio in quell’ istante, come per un appuntamento prefissato. Erano loro, le mie Gru nel cielo, forti i loro richiami in volo, e con il cuore in gola ad ascoltarle a guardare nel buio della notte, coprendo la luce dell’alto lampione con la mano, la strada deserta e il loro eco che echeggia sui muri delle case, ed io piano quasi a seguirle per alcuni metri, non vedendole ma sentendo nell’affievolirsi del suono la loro direzione di volo volta verso Nord …
E’ dunque la mia casa in Maglie (Lecce), tra la Chiesa del Sacro Cuore e quella della Madonna della Scala e dell’ Ospedale, esattamente su una ben precisa e fissa rotta migratoria di questo clan di Gru, che ad ogni stagione, con i nuovi nati, si tramanda questo percorso sui cieli del Salento!
Qualcosa di così raro, di così magico, che dopo averlo scritto, quasi non mi pare vero, un sogno … eppure era realtà, e come avvenuto negli anni scorsi non mi meraviglierei se ora dalla zona giungessero foto e altre visive diurne segnalazioni delle Gru, oggi qui nel loro passo migratorio primaverile!

 

gru in prossimità della centrale Federico II di Brindisi (ph roberto gennaio)
gru in prossimità della centrale Federico II di Brindisi (ph roberto gennaio)

Santa Maria di Pompignano

La chiesa matrice di Santa Maria di Pompignano

un bene culturale medievale da salvare ad ogni costo

di Romualdo Rossetti e Oreste Caroppo

 

Chi si trova a percorrere la strada provinciale 363 che da Maglie conduce a Santa Cesarea Terme, all’altezza dello svincolo per Muro Leccese, posta su di una piccola altura in agro di Sanarica, compare sulla sinistra ciò che rimane della chiesa del villaggio medievale di Pompignano, uno dei tanti borghi satelliti (denominati in epoca bizantina choria) che insieme a quelli di Brongo, di Miggiano, di Miggianello e di Pulisano orbitavano intorno al nucleo urbano più importante denominato in epoca medievale Santa Maria de Muro, che a sua volta sorse sullo stessa area urbana in cui anticamente governò l’importante polis messapica di Mios.

VLUU L100, M100  / Samsung L100, M100
Ingresso di Santa Maria di Pompignano con arco ogivale e volta a crociera (foto Romualdo Rossetti)

Il luogo di culto mariano è ubicato lungo la vecchia strada comunale che conduceva a Palmariggi, a due chilometri dal centro abitato di Sanarica e ad appena un chilometro da quello di Muro Leccese. Ciò che lascia sgomenti è lo stato di abbandono in cui versa l’antico edificio di culto che, per ampiezza volumetrica e localizzazione fisica, testimonia un illustre passato.

Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)
Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)

La struttura della chiesa, risalente grosso modo al X secolo d.C., risulta di pianta rettangolare ad una sola navata che si apre con un grande arco ogivale di fattura quattrocentesca, che introduce in un primo spazio su cui compare una volta a crociera. Nel corpo dell’edificio retrostante si nota ancora la stessa foggia degli archi portanti da cui si diramavano le stesse tipologie di volte ormai irrimediabilmente perdute per l’opera degli agenti atmosferici ed il sovrapporsi, nel corso degli anni, di vegetazione spontanea (rovi ed arbusti di caprifico).

Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)

I continui crolli, soprattutto quello che ha interessato il lato settentrionale della struttura, ha evidenziato a destra della parete absidale la presenza di una stele di epoca presumibilmente romana o addirittura anteriore, presenza archeologica importantissima e forse unica nel territorio comunale di Sanarica dove ricade oggi il bene architettonico in questione.

Risultano caratteristiche anche due finestre  di foggia ellittica,  anch’esse quattrocentesche, poste sulla parte destra e sulla porticina rettangolare dell’ingresso laterale sinistro dell’edificio. Fino a poto tempo addietro si potevano osservare anche dei resti d’intonaco affrescato per terra.

La chiesa di Santa Maria di Pompignano (…ecclesia sub titolo Sancte Marie de Pulpignano”) ricadeva molto probabilmente nel novero delle chiese e dei luoghi di culto facenti riferimento al gran cenobio di San Nicola di Casole, come lo fu per molto tempo il monastero dei monaci basiliani di San Zaccaria (ora del Santo Spirito) e l’abbazia di S. Spiridione sita nel feudo di Sanarica.

Non è improbabile che il borgo medievale di Pompignano sia sorto sulla stessa area dove operava un piccolo fortilizio messapico, e successivamente tardo romano, posto a difesa dei traffici su via. Dell’antico villaggio medievale non esiste più traccia.

Insieme a tantissimi luoghi di culto di rito greco come  S. Eutimio, S. Salvatore, S. Menna, S. Maria di Costantinopoli, S. Spiridione, S. Giorgio, S. Zaccaria, S. Barbara, S. Pantaleone, S. Andrea, S. Maria di Corignano, presenti a Muro, si ritrovano cenni sulla vitalità di questo luogo di culto nelle “sacre visite” pastorali del 1522 e del 10 gennaio del 1540. Quest’ultima fu effettuata per volere dell’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua, che incaricò il domenicano Antonius de Becharis ed il reverendo Mariano Bonusio a recarsi nella “parochie terrum seu Casalis muri”. Dalla lettura del resoconto della visita pastorale  emergeva lo spaccato della vita religiosa della parrocchia sotto esame. Il rito greco persisteva ancora, anche se irrimediabilmente volto al declino, e  nel lungo elenco delle chiese presenti un buon numero di queste risultavano ancora consacrate a santi greci come S. Elia, S. Giorgio, S. Sofia e S. Pantaleone. Alla liturgia greca subentrò pian piano quella latina che si professò nelle chiese dedicate a San Sebastiano e a S. Maria dell’Assunzione.  Per quel che concerneva il rendiconto  dei due religiosi riguardo allo stato degli edifici di culto traspariva che la maggior parte di questi necessitasse già all’epoca di riparazioni strutturali.

Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Scorcio lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto Romualdo Rossetti)

Per ciò che concerne Santa Maria di Pompignano si può oggi ipotizzare che la chiesa versasse ancora in discrete condizioni, possedendo un patrimonio fondiario costituito da piccoli appezzamenti di terreno agricolo ed alcuni alberi di ulivo situati sia nelle immediate vicinanze del luogo di culto che in altre zone poco distanti. Si conosce altresì anche la presenza di un cappellano, di nome Palmerius Gramalatius, che doveva essere uno dei presbiteri della chiesa di Pompignano.

Ora dell’antica chiesa, di proprietà privata, resta solo un rudere prossimo a scomparire, violentato dai continui cumuli di materiali di risulta che gente a dir poco incivile continua ad accatastare ai suoi piedi e nelle vicinanze, proprio in quei luoghi in cui leggende contadine narravano di esemplari e fortuiti ritrovamenti ossei  come femori ed ulne dalle dimensioni gigantesche ed archeologici  come monili e oggetti di vestiario di epoca medievale e moderna.

Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)
Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)

Dinanzi a tanto oblio svetta alto un imperativo categorico: “Bisogna al più presto e ad ogni costo ricostruire Santa Maria di Pompignano dov’era e com’era”.

Restaurare è atto tanto nobile in sé perché non significa riedificare qualcosa che rischia di non essere più, restaurare è recuperare anche la storia ed il carico simbolico che un bene ha posseduto nel corso della sua esistenza. Oggi grazie alla scienza del restauro che si perfeziona sempre di più, e cum grano salis è possibile porre in essere interventi esteticamente parlando poco invasivi che non alterano la struttura originaria con un “nuovo” sovrapposto al “vetusto”. Basta dunque a quelle trovate stupide, come quelle di certa deviata scuola che non vuole ricostruire com’era, ma indicare con colori e materiali diversi il nuovo restaurato, dal vecchio. Oggi restaurare significa tenere conto della complessità dell’oggetto e del contesto in cui l’oggetto viene a trovarsi. Dunque si proceda non solo alla riedificazione ma anche a far ritornare il paesaggio circostante nelle condizioni originarie ( qualora ciò sia possibile s’intende! ndr). Il bene come parte della scenografia delle nostre esistenze che deve essere quanto più possibile gradevole. In questo caso il restauro della chiesa di Santa Maria di Pompignano deve essere integrale e non conservativo altrimenti si è compartecipi della condanna di quel bene alla sua perenne  mutilazione estetica! Supponiamo di avere un affresco (ma vale per tutto), di cui si è consapevoli  di com’era in origine perfettamente, in linee e colori. Se oggi nell’ intervento si  cerca solo di conservare ciò che è rimasto, diciamo il 50 % senza integrare le parti mancanti, nel futuro restauro, ne sarà rimasto solo il 40%, poi il 30% e così via, finché nel 2300 il restauro vorrà dire presentare al pubblico una parete vuota o quasi, senza più percettibili linee e colori, seppur neo-restaurata con grande dispendio di risorse economiche! Il bene culturale è presenza e informazione insieme, informazione anche comprendente il materiale adoperato, e l’informazione si conserva ritrascrivendola in continuazione, come nei computer e nella replica del DNA negli esseri viventi, e così che si dovrebbe intendere il restauro, come è stato inteso nel passato, ermeneutica dell’arte che non solo ha conservato  ma ci ha trasmesso buona parte delle opere che oggi ammiriamo. L’opera, in tal modo, con la sua immutata presenza vivrà nel tempo aionico e continuerà a trasmettere, a comunicare contro il tempo cronico che tutto degrada, persino la pietra. Ed è per questo che il restauro deve essere rispettosissimo del Genius loci dei luoghi e dello spirito delle opere, talvolta dotate di un’ anima stratificatasi nei secoli  che giunge fino ai giorni nostri.

Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)
Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)

Il verde Salento che vuole rinascere!

 

La riscoperta del frassino meridionale e del Bosco di Belvedere. La produzione della dolce manna salentina, dal marchio “Foresta Belvedere”. Il ritrovato Orniello, il Frassino orno, stretto cugino del Frassino meridionale!

di Oreste Caroppo

Ritrovai alcuni esemplari di Frassino ossifillo o meridionale (Fraxinus angustifolia), ancora perfettamente vegetanti, alcuni anni fa, nell’area dei Paduli-Bosco Belvedere, in particolare negli agri di Scorrano, Surano e Nociglia, lungo alcuni corsi d’acqua, dopo decenni di creduta scomparsa locale, di questa storica e ben nota specie autoctona igrofila dell’antica foresta chiamata “Bosco Belvedere”, che si estendeva in tutto il cuore del basso Salento. Il primo esemplare di un gruppo relitto di non più di 5 alberi, lo scovai con immensa gioia, nel pomeriggio del 10 agosto del 1995, protetto in una umida vallata tra gli ulivi, lungo un corso d’acqua nascosto da alte canne domestiche (Arundo donax L.), Pioppi neri (Populus nigra L.), e tantissimi Olmi campestri (Ulmus minor L.), dove anche viveva, e vive, qualche pruno selvatico e querce caducifoglie. Era lungo il Canale del “Fosso la Castagna”, così chiamato, non lontano da contrada Silva, nei Paduli, in agro di Scorrano.

“Paduli”, segno dell’atavica presenza di estese paludi, acquitrini, ancor oggi in quei luoghi persistenti nelle stagioni piovose per parecchi mesi all’anno. “Silva”, il nome della selva impenetrabile in latino, eco toponomastico dell’antica locale Foresta del Belvedere. Allo stesso modo il termine “Foresta” non è andato perduto, ma è passao ad indicare alcune voragini

Le gazze, questi poveri bellissimi ed intelligenti corvidi

Interazione gazze-agricoltura nel territorio del Salento leccese

di Oreste Caroppo

Non si inizi una nuova crociata contro gli innocenti! E mi spiego. Vada bene per i monitoraggi e la quantificazione agronomica degli eventuali danni all’agricoltura dovuti alle Gazze, ma prima di avventarsi in cacce, contro questi poveri bellissimi ed intelligenti corvidi, protetti dalla Convenzione Internazionale di Berna, in interventi drastici di diminuzione della popolazione con soluzioni chimiche, magari volte a ridurne la fertilità e con l’eliminazione fisica delle gazze stesse, fermiamoci a riflettere un attimo. L’eventuale aumento della popolazione di gazze nel Salento, (da verificare con eventuali studi avifaunistici scientifici accurati, come lei giustamente suggerisce), non rappresenterebbe che l’effetto di uno squilibrio dell’ecosistema, di cui le gazze non sono certo colpevoli! Il colpevole sarebbe solo e soltanto l’uomo, che ha alterato nel tempo, ed in maniera più

La fratellanza sallentina ieri e oggi

La fratellanza sallentina ieri e oggi, i Messapi e il meridionalismo moderno.

Tutela dell’ambiente e amore del territorio

 

Giovanni D’Elia

Ambiente, ecosistema, tradizioni popolari, artigianato tipico ed artistico, storia e cultura dei Messapi. Queste parole, questi concetti hanno un filo comune che li lega indissolubilmente.

A volte l’errore che noi commettiamo è quello di ragionare per compartimenti stagni, abituati come siamo ad attribuire ad ogni concetto un significato univoco. Dunque Ambientalismo lo traduciamo con mera difesa dell’ecosistema e spesso viene visto dai più come un ostacolo allo sviluppo, nell’ottica per cui lo sviluppo di una società si misura in termini di maggior numero di infrastrutture, di strade, porti, strutture ricettive, centrali e quant’altro rappresenta il segno della modernità, il tappabuchi per le esigenze cogenti e attuali.

Analogamente pensiamo alla tutela delle tradizioni locali come ad un tentativo di porre in una teca da museo il nostro passato, forse in termini un po’ romantici e nostalgici, e anche qui non mancano le accezioni negative, in quanto per decenni il folklore è stato considerato come un’espressione pittoresca e rudimentale degli usi e costumi di popoli che non hanno avuto la possibilità di civilizzarsi. E la civiltà non è altro che quella che dapprima Gramsci e oggi l’UNESCO, nelle sue diverse Convenzioni per la salvaguardia della cultura e del folklore, chiamano Cultura dominante.

Anche questa concezione, di stampo illuministico, è passata nelle nostre coscienze come un assioma, per cui la cultura non è altro che un’attività intellettuale superiore, frutto, appunto dell’educazione di Stato. Gli studi antropologici, per fortuna, ci dimostrano che cultura è l’espressione dell’arte e della scienza vista non in termini qualitativi ed evoluzionistici, ma come fenomenologia materiale e immateriale di ogni singola comunità stanziata su un certo territorio, che cambia e si sviluppa sia autonomamente sia in contatto con altre comunità.

Infine, allo stesso modo guardiamo alla storia come ad un mero ricordo di ciò che è stato e non è più, come una serie di nozioni scolastiche ormai prive di senso, perché superate dal progresso. In tale contesto la storia locale non passa una vita migliore, perché la sua conoscenza non è frutto dell’insegnamento pubblico, ma della volontà individuale (spesso ostacolata dalla scarsità di fonti) di conoscere il proprio territorio e la sua storia.

Ecco che, in quest’accezione, un Dolmen, un Menhir o una Specchia sono semplici pietre, e quando qualcuno ne distrugge l’esistenza, come è accaduto pochi giorni fa a Giurdignano e a Surbo, alcuni, anche pubblicamente, ne sminuiscono la portata, riducendo il valore culturale, storico ed identitario di siffatte opere all’espressione di una storia che non ci appartiene più.

Da qui parte questa riflessione che giovedì 21 giugno vorremo condividere con voi, lettori ed appassionati di cose locali, parte dai termini che vi ho citato all’inizio: Ambiente, ecosistema, tradizioni popolari, artigianato tipico ed artistico, storia e cultura dei Messapi, e il filo comune, il collante che tiene uniti questi termini è un concetto molto elementare e allo stesso tempo complesso: identità.

E’ il senso d’identità che ci contraddistingue, ci rende in un certo senso testimoni e allo stesso tempo attori di una storia attuale che sotto certi versi stupisce e fa discutere chi si trova, a vario titolo, a parlare del Salento e del fermento culturale che lo contraddistingue.

Spesso si sente dire che la Pugliaè la Regione meno meridionale del Sud, perché i sistemi mafiosi sono meno penetranti che nelle altre regioni, perché il PIL è di poco superiore rispetto alle regioni contermini, e per altre e variegate ragioni. Beh, non credo sia così. La Puglia è una regione meridionale, forse la più meridionale, perché in Puglia si sta sviluppando sempre più un meridionalismo moderno, il cui vocabolario è composto proprio dai termini che vi ho appena citato e che rappresentano la base da cui partire per costruire una coscienza meridionale fatta non di scontro e separazione, in una becera visione conflittuale, ma di inclusione, dialogo e amore del territorio, nonché della sua storia, colta e popolare, materiale e immateriale, antica e recente, scritta e non scritta.

Ecco perché oggi abbiamo voluto parlare di Messapi, un popolo che per secoli ha coltivato, adornato, venerato e difeso la propria terra nonché ha dato origine ad un artigianato tipico, come espressione materiale della propria cultura.

Infatti non a caso abbiamo scelto la Mostra Permanentedell’Artigianato come contenitore culturale per questa prima iniziativa. L’arte è l’espressione materiale della cultura di un popolo. Da ciò ne discende che l’artigianato locale tipico è un elemento di memoria, un prodotto che ci identifica e che non può scomparire sotto i colpi martellanti del modello cinese. Ma c’è di più. C’è un artigianato artistico, frutto della memoria unita all’evoluzione stilistica, alla continua ricerca del bello, un bello spesso legato ai temi della natura, del paesaggio, dell’ambiente circostante. Quale migliore ispirazione per gli artigiani del Consorzio che l’ambiente che li circonda? E quale migliore collante che il senso di identità?

Dunque il filo comune che lega la storia dei Messapi alle tradizioni popolari, all’ambiente e alla tutela e valorizzazione dell’artigianato è proprio il senso d’identità, grazie al quale possiamo tracciare un percorso che – forte della memoria e dell’attaccamento alla terra – si sviluppi in armonia con la natura, in lentezza, e in alternativa all’ossessione competitiva, per cui tutto ha un valore economico, continuamente al ribasso, e ciò che non è suscettibile di valutazione economica diviene preda di interventi modernizzanti o di scempi della memoria.

Non a caso – c’è da dirlo a conclusione di questo umile scritto – l’ossessione competitiva, che colpisce soprattutto gli amministratori della cosa pubblica, lontani dalle esigenze reali dei cittadini e dei visitatori di questo splendido lembo di terra, li porta ad inseguire continuamente un modello di sviluppo che proprio non ci appartiene, progettando strade inutili e decontestualizzate dal territorio, sognando un Grande Salento collegato dalla testa ai piedi in cui il turista può raggiungere Leuca da Taranto o da Bari nel minor tempo possibile. Ma se il visitatore volesse perdersi tra gli ulivi e la macchia mediterranea? Si perderebbe tra gli svincoli e le uscite (magari con le mappe del navigatore non aggiornate…). E se andasse alla ricerca di strade sterrate e piccole piccole, per disintossicarsi da 11 mesi e passa di autostrade e grandi arterie che percorre ogni giorno? Ritroverebbe lo stesso paesaggio di casa sua…E se mentre percorre le strade che da Taranto portano a Leuca volesse cacciare la testa fuori dal finestrino per sentire gli odori del timo, del lentisco, del rosmarino o del mirto? Sarebbe invaso dagli odori delle marmitte dei TIR che portano i tamburelli cinesi da destinare alle bancarelle locali… E se ad un certo punto, colpito da una pajara che troneggia al centro di una campagna, volesse fermarsi per fotografarla? Dovrebbe attendere l’uscita successiva o fermarsi in una piazzola di sosta e respirare gli odori dell’asfalto fresco fresco…

Dunque storia, memoria, amore del territorio…sono la bussola che ci dovrebbero guidare alla ricerca della nostra identità, lungi da quell’ossessione competitiva che non dovrebbe far parte del nostro vocabolario.

Vi aspettiamo giovedì 21 giugno p.v. a Lecce, presso la Mostra Permanente dell’Artigianato (via Rubichi, nei pressi del Comune di Lecce, accanto alla Chiesa del Buon Consiglio, a due passi da Piazza S. Oronzo) per discutere di tutto ciò e per gustare insieme i prodotti della terra salentina e godere di un po’ di buona musica popolare. Perché le rivoluzioni (pacifiche) iniziano sempre da una discussione, una frisa e uno stornello…

(www.laputea.com)

Arneo, la Maremma della Puglia

di Oreste Caroppo

LE LOTTE CONTADINE PER DISTRUGGERE IL PARADISO SELVAGGIO DELL’ARNEO, LA MAREMMA DELLA PUGLIA!
UN ERRORE STORICO GRAVE CUI SI DEVE RIMEDIARE OGGI CON L’ESTESA RINATURALIZZAZIONE-RIMBOSCHIMENTO DI ARNEO CON PIANTE AUTOCTONE!

Un errore storico, non l’occupazione delle terre per le esigenze di tutti contro lo strapotere dei baroni-latifondisti, ma la folle foga devastatrice degli ecosistemi forestali plurimillenari lì esistenti, fonti di prodotti alimentari e di un’economia intrecciata silvo-agro-pastorale, che andavano sfruttati ecosostenibilmente, ma che furono invece quasi del tutto cancellati a scapito poi di chi vi praticò, tra mille sacrifici, le monoculture dagli esiti a lungo termine più che mediocri! Un fallimento agronomico!

Sabato sera, 27 maggio 2012, a Lecce si è tenuto il virtuoso Festival della Dieta Med-Italiana, finalmente un festival di valore ambientalista vero a Lecce dopo la kermesse volgare e strumentale del Festival dell’ Energia tenutosi per tre anni a Lecce prima di essere cacciato via a calci e fischi dai salentini, poiché mirava palesemente, nel progetto dei suoi ideatori, a fare del Salento una desolata inquinata landa dove produrre energia da ogni fonte da esportare altrove!

Tra gli appuntamenti del Festival della Dieta Med-Italiana, un bel convegno sulle lotte contadine novecentesche di Arneo, l’area del Salento che si affaccia sull’arco ionico del Golfo di Taranto, da Gallipoli a Nardò fino a Manduria e oltre.

Ho avuto lì modo di ascoltare i racconti delle lotte contadine di Arneo per l’occupazione delle terre “incolte” anche dalla voce dei vivi protagonisti dell’

Il Bello costa meno del Brutto!

TORNI IL BUON GUSTO DEL VIVERE E DELL’ABITARE ANCHE NEL SALENTO!

Il Bello costa meno del Brutto! Purché lo si desideri e progetti a monte!

di Oreste Caroppo

Che paradiso questa foto! Una lezione per tanti architetti e geometri salentini schiavi del cemento che dovrebbero fare un corso post-laurea di formazione presso i nostri sapienti “mesci paritari” della pietra a secco!

MA, NOTA POSITIVA, NEI CAMPI DEL SALENTO E NELLE CITTA’ SI ASSISTE AL RITORNO DEL BUON GUSTO!

Ovunque maestranze al lavoro per realizzare muretti a secco, rivestimenti o abitazioni interamente in stile neoclassico e nelle pietre locali. Ritornano gli antichi pozzi con vele fatte in pietra, e si restaurano o costruiscono ex-novo casette in pietra viva e a tetto in legno e tegole, talvolta persino cannicciata senza cemento, persino trulli anche nuovi e nello stile basso salentino come nello stile murgiano Valle d’Itria!
Tutti buoni esempi da fotografare, documentare, diffondere, emulare e superare!
Da PREMIARE con mille iniziative!!!

A questo brulicare del bello. che ritorna grazie alla cultura e all’amore della gente, e che va incoraggiato fino al totale completo risanamento ovunque del nostro paesaggio salentino, occorre accompagnare la demolizione-sostituzione del brutto a partire dai muretti di cemento nei campi in primis!

Occorre evitare che sui neo-muretti in pietra secco si appongano reti metalliche, come taluni hanno in mente di fare; è il brutto che ritorna, ma al

In lotta per il Salento: contro speculazione e "falso-green"

Bonificate il Salento !!!

di Oreste Caroppo 

Tra le più scandalose autorizzazioni concesse per impianti fotovoltaici, quella per un deserto di pannelli di 45 ettari, nella contrada Miggianello a Scorrano (LE), in un’area rimboschita con finanziamento europeo (misura 2080/92 CEE del 1992). Un unico mega impianto della ditta tedesca Schuco, finanziato sempre dalla Deutsch Bank, frazionato all’atto della richiesta delle autorizzazioni in sotto-impianti adiacenti per eludere la legge, come sentenziato dal TAR, Tribunale Amministrativo della Puglia-Bari, sezione distaccata di Lecce, per usufruire di procedure semplificate d’autorizzazione, come avvenuto, senza neppure la sottoposizione a VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) di quell’ opificio industriale fotovoltaico realizzato in piena area agricola per altro. Si trattava di una sentenza, del locale tribunale amministrativo regionale, a favore della associazione Italia Nostra onlus, poi inspiegabilmente e misteriosamente ribaltata per cavillosità nelle oscure stanze del Consiglio di Stato a Roma, cui la ditta era ricorsa in appello, con condanna dell’associazione portatrice di interessi diffusi, Italia Nostra, al pagamento addirittura delle spese legali, per diverse migliaia di euro.

Anziché ricevere invece un’onorificenza dal Presidente della Repubblica, come avrebbe meritato, per aver denunciato gli scandali in corso in Puglia con la colpevole complicità dell’ente regionale e degli enti comunali e provinciali, e non solo.

Quotidiani oggi i sequestri proprio di mega impianti fotovoltaici ed eolici frazionati in sottoimpianti all’atto delle richiesta di autorizzazione per esulare

Vaste, la nostra Pompei!

Ancora un’emergenza nel Salento. Questa volta parte dal gruppo operante su Facebook, gli “Indignados Poggiardesi”, che rendono nota la lottizzazione prossima all’ormai celebre Parco archeologico dei Guerrieri,  a Vaste, sulla strada che porta a Cocumola.

Gli 11mila metri quadrati in zona “Melliche” (sito ben noto a livello internazionale per gli importanti reperti di epoca messapica in esso sono stati rinvenuti) non lasciano tranquilli, nonostante le apparenti rassicurazioni del sindaco di Poggiardo, Giuseppe Colafati, che dichiara in una intervista: “l’amministrazione comunale da me rappresentata osserverà la massima vigilanza sul rispetto, da parte dei titolari della lottizzazione, dei rilievi e delle

Stop al mega eolico nel Parco dei Paduli in feudo di Supersano

Forum Ambiente e Salute del Grande Salento (province di Lecce, Brindisi, Taranto)

Comitato Nazionale contro fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi (più in generale “aree naturali”)

Un Bel Regalo di Natale dalla Regione Puglia per il “Parco naturale dei Paduli”:

SI alla Rinascita della Foresta Belvedere,

NO alle immorali devastazioni della Green Economy Industriale!

Dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Lecce giunge lo stop al mega eolico nel Parco dei Paduli in feudo di Supersano e negli altri feudi;

e da Regione Puglia, Provincia di Lecce ed Università del Salento, e dai comuni coinvolti, giunge l’impegno per ripiantarla, facendola rinascere per il bene di tutti, l’antica estesissima Foresta del Belvedere che ammantava il cuore del

Alberi di Natale da ripiantare per una nuova foresta

 

LA FESTA NATALIZIA DELLA RINASCITA ARBOREA!

UN’ INTERA NUOVA FORESTA AD OGNI NATALE!

di Oreste Caroppo

Ritengo sia una bellissima tradizione quella di comprare l’albero di Natale, ma solo se si comprano alberi o arbusti di specie autoctone della zona con radice e vaso o comunque involucro di contenimento ottimale delle radici, da mantenere umido l’interno, per poi aver cura di ripiantarlo a gennaio in campagna o in un parco cittadino urbano o periurbano!
Le feste natalizie quindi non finirebbero con l’Epifania, ma nel “giorno della Rinascita Arborea” fissato immediatamente poco dopo l’Epifania! Una vera e propria festa densa di belle promesse e felicità in cui tutte le famiglie ripiantano i loro alberi natalizi con amore e massima cura e gioia!
Un’ iniziativa privata virtuosa delle famiglie da promuovere, che
raggiungerebbe l’apice della virtuosità civica e politica se accompagnata da iniziative pubbliche parallele per coloro che non hanno terreni privati dove piantar le piante a fine Natale!

Avremmo ogni anno boschi enormi, gratis per gli enti pubblici, crescenti di anno in anno, in ogni città, se i comuni e/o delle associazioni si preoccupassero di indicare una serie di vivai con le specie da consigliare, e ottenute dai vivai convenzionati da germoplasma  autoctono, e delle aree

Lequile (Lecce). Si profila ancora una strage per 720 innocenti nonni argentei

Comunicato stampa congiunto Urgente del Coordinamento Civico apartitico per la Tutela del Territorio e della Salute del Cittadino e del Forum Ambiente e Salute del Grande Salento (province di Lecce, Brindisi, Taranto)

Lequile (Le) ENORME oliveto a Rischio. Foto satellitare-indicazioni

FERMIAMO La “STRAGE DEI 1000 INNOCENTI” OLIVI !

La strage dei “GIGANTI BUONI”, si deve evitare!

SI DENUNCIA E SEGNALA CON URGENZA MASSIMA QUANTO RISCHIA DI AVVENIRE A LEQUILE (Lecce).

NO AD UN’ALTRA STRAGE DEGLI INNOCENTI !

Lequile. L’uliveto che dovrà essere espiantato

Appello urgente a

-) Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola

-) Assessore della R. Puglia alla’ Agricoltura, Dario Stefano

-) Assessore all’ Assetto del Territorio, Angela Barbanente

-) Assessore all’ Ambiente Lorenzo Nicastro

Per una richiesta di ampliamento della zona industriale già cospicua del paese, il Comune di Lequile avrebbe richiesto alla Commissione regionale preposta alla valutazione delle domande di espianto degli uliveti, l’autorizzazione all’espianto di circa 1000 alberi d’ulivo, di cui diversi anche monumentali ed ultra centenari. Un uliveto che si estende su numerosi ettari a perdita d’occhio!

L’area in cui si vorrebbe ampliare la già cospicua zona industriale fa anche da cuscinetto tra un’ oasi di protezione faunistica in cui insiste anche un bosco-

La mucca podolica pugliese

Mucche della bella e pregiatissima razza Podalica Pugliese, allevata nei secoli passati, con numerose mandrie nel cuore del Salento. Numerose ossa fossili trovate nel feudo di Maglie testimoniano la presenza dell’Uro nelle aree del Bosco Belvedere già in epoca paleolitica. Un graffito rupestre paleolitico sulle pareti di Grotta Romanelli a Castro, raffigura proprio un Uro

Ritornino in tutta la Terra d’Otranto le vacche sacre della razza autoctona podolica pugliese. Il Toro di razza “Pugliese”!

di Oreste Caroppo

Nel paesaggio d’un tempo del cuore del basso Salento, tra le sue Serre orientali e quelle occidentali, dominato dall’estesissima Foresta del Belvedere, allo stato brado si allevavano le mucche della razza autoctona “Podolica Pugliese”!
Il suo allevamento esteso e brado, che connotava il paesaggio del sud Salento fortemente con note pittoresche uniche collegate anche al bellissimo portamento di questa mucca dalle grandi corna ed ai suoi colori, è però venuto meno con il disboscamento selvaggio, dall’800 ad oggi, tanto che orami solo pochissime masserie nella zona dell’Arneo (Nardò) allevano questa specie nel sud Salento.

Tra ‘800 e ‘900 molto importanti sono stati gli allevamenti nel basso Salento della razza bovina detta “pugliese” appunto, (quella che oggi in terminologia zootecnica si chiama “podolica pugliese” sui testi), del senatore Vincenzo Tamborino di Maglie.

Nella sua masseria Franite in feudo di Maglie, ma non solo, ancora nella prima metà del ‘900, possenti tori di razza pugliese, dal mantello scurissimo, erano impiegati per la monta.
Ancora nei racconti di mia madre, all’epoca bambina, ritorna spesso il ricordo di quella furia della natura che a stento le catene di ferro riuscivano ad imbrigliare, una furia che nel ricordo di una fanciulla non poteva che impressionarne profondamente ed indelebilmente la fantasia, quando per una gita domenicale o per qualche faccenda al seguito dei suoi genitori ebbe modo di visitare quella operosa, all’epoca, masseria!
Alcuni tori del senatore si distinsero per importanti riconoscimenti da primato nelle gare zootecniche nazionali!

Eccezion fatta per l’ Arneo, ed anche lì per pochissime masserie, altrove oggi

Una conversazione a cinque su olio extravergine di oliva e olio lampante

Anche l’olio di oliva lampante del Salento leccese è usato per le frodi?

di Antonio Bruno

Mentre il dibattito sull’olio lampante del Salento leccese continua, il Nucleo agroalimentare del Corpo forestale dello Stato, a seguito di una lunga indagine iniziata nel settembre del 2010 e finalizzata a verificare la filiera di qualità dell’olio extravergine di oliva, hanno riscontrato, presso diversi stabilimenti di confezionamento a Firenze, Reggio Emilia, Genova e Pavia documenti di trasporto falsificati utilizzati per regolarizzare una partita di 450mila chilogrammi di olio extravergine di oliva destinata ad essere commercializzata, per un valore di circa 4 milioni di euro.

L’ipotesi degli investigatori è che i documenti siano stati contraffatti per ingannare sulla vera natura del prodotto che, secondo la Procura di Firenze, conterrebbe olio di oliva deodorato, di bassa qualità e dal valore commerciale tre volte inferiore a quello etichettato come extravergine.

La deodorazione è un’operazione di rettifica dell’olio di oliva che consente di trasformare oli di oliva non commestibili di scarsa qualità in oli di oliva senza difetti, ma che una volta subito questo trattamento non possono più essere commercializzati come oli di oliva extravergine. Questa pratica illecita diventa quasi obbligatoria quando passa molto tempo tra la raccolta dell’oliva e la sua trasformazione, visto che potrebbero insorgere fermentazioni dannose alla qualità del prodotto, o in caso di super-maturazione delle olive o ancora nei

Un' occasione per reintrodurre nel Salento il daino

da http://www.naturamediterraneo.com/

di Oreste Caroppo*

 

IL RITORNO DEL DAINO NEL SALENTO OGGI PUÒ GIÀ DIVENTARE REALTÀ !

NON UCCIDETE quei cento DAINI Pugliesi !
Abbattere quei 100 Daini (o sterilizzarli) per una questione di sovraffollamento sarebbe un’operazione aberrante!
Da pochi giorni lo spiraglio: chi volesse in Puglia può ADOTTARLI e chiedere degli esemplari da ALLEVARE nella propria proprietà o nei parchi regionali!

 

Un’ occasione per reintrodurre nel Salento, nei suoi parchi naturali, nelle aziende agricole e parchi privati, ad esempio ricadenti anche nel neoistituito Parco dei Paduli-Foresta Belvedere nel cuore del basso Salento (tra Otranto, Leuca e Gallipoli), e nel Salento tutto, a scopo naturalistico, didattico e paesaggistico, il Daino (Dama dama), autoctono nel Salento già in epoca paleolitica, come innumerevoli resti fossili attestano scientificamente, prima che l’azione dell’uomo lo portasse all’estinzione locale insieme ad i suoi habitat, che oggi abbiamo il dovere di ricostruire diffusamente con un’azione nuova di “Rimboschimento Razionale e Partecipato” perfettamente conciliato con le attività silvo-agro-pastorali (vedi: “L’unica vera infrastruttura di cui ha urgentemente bisogno il Grande Salento sono i Grandi Boschi !!!” Link: http://www.lavalledeitempli.net/2011/03/22/lunica-vera-infrastruttura-di-cui-ha-urgentemente-bisogno-il-grande-salento-sono-i-grandi-boschi/ )!

Ancora nel secolo scorso, nei boschi del Salento era uso diffuso allevarvi allo stato brado proprio dei Daini, (come anche i Cinghiali, i “neri” anche chiamati in alcuni catasti del ‘700, relativi alla foresta del Belvedere – questi animali

Il variopinto Colombo selvatico, compagno irrinunciabile delle nostre città!

di Oreste Caroppo

Quando i Corvi abbandoneranno la Torre di Londra – ammonisce una leggenda – l’Inghilterra cadrà sotto la mano di un invasore straniero”.

E cosa accadrà anche al Salento quando avremmo sterminato ogni cosa?!
Quando invece bastava applicare il motto latino “est modus in rebus”, “in media stat virtus”, anche nei confronti dell’eventuale eccesso dei variopinti Colombi selvatici (Columba livia), nelle nostre città!

Le infrastrutture vere che più mancano al Grande Salento sono i "Grandi Boschi"!

di Oreste Caroppo

 

No ad altro asfalto e cemento: le infrastrutture vere che più mancano al Grande Salento sono i “Grandi Boschi”!

Mentre alcuni politici parlano nel Grande Salento di altre infrastrutture ridondanti che rischiano di compromettere ancora altro territorio pugliese si leva l’appello preventivo dal mondo ambientalista del Grande Salento per indicare la strada della pacificazione e della crescita vera e virtuosa del territorio!

L’albero della manna nelle campagne di Supersano (Le)

di Francesco Tarantino*

Le campagne di Supersano, piccola cittadina del centro del Salento Leccese, potrebbero sembrare a prima vista, assolutamente banali e quasi soprattutto scontate se non ci si addentra nelle sue specialità ormai rare.

Certamente insolito tale paesaggio nel Salento leccese per l’assenza quasi del tutto dei tipici muretti a secco molto più presenti in altre aree ove il carsismo è più palese.

In realtà, a ben vedere, le specificità del paesaggio e degli habitat naturali in questo territorio sono solo apparentemente nascosti, ma molto evidenti ed affascinanti sapendo di essere  nel Salento e non in contesti continentali e pede-montani.

Un incredibile insieme di fattori geologici e climatici ha fatto la storia di questo luogo spesso però assolutamente sconosciuto alle popolazioni del territorio, con  le conseguenze che ne derivano dall’ “ignoranza storica”: la distruzione, il degrado o addirittura il falso storico, eventi negativi che si sono verificati in questi ultimi due secoli a Supersano.

Ciò che nel resto del territorio leccese è rarità, qui è la norma ad iniziare dall’acqua di superficie. Nei periodi  autunno-vernini trovare affioramenti di acqua nelle campagne è la norma, tanto che nelle annate più abbondanti di piogge i terreni diventano impraticabili per mesi interi, senza meraviglia per nessuno. Ciò si verifica per effetto della presenza di banchi di argilla poco sotto la superficie del suolo agrario che rendono impermeabile il tutto, facendo diventare tutto il comprensorio una vera e propria bacinella di acqua. Tali accumuli si verificano in maggior misura nelle aree di compluvio ed in particolare nella località che attualmente è denominata “serra di Supersano”. Un tempo davano origine anche a ciò che Cosimo De Giorni ha descritto come “lago di Sombrino”, prosciugato nel secolo scorso con l’imponente opera di bonifica che ha portato alla costruzione della voragine assorbente ancora oggi funzionante.

Quando le piogge sono temporalesche e copiose l’acqua corre verso la “serra” da tutti i comuni limitrofi: Ruffano, Montesano, Scorrano, inondando i canali che corrono parallelamente alla dorsale del promontorio, ma spesso non trovando via di  deflusso rimane stagnante e putrida come succede nella parte interna verso Botrugno, Scorrano e Cutrofiano. Spesso i canali di bonifica non riescono a svolgere a pieno il loro

Proposta per il recupero ambientale di cave dismesse

 

L’acqua di pioggia e i reflui depurati nelle cave esauste e nelle doline da crollo pure, fresche e dolci acque dei 97 laghetti del Salento leccese

di Antonio Bruno*
 

È stato pubblicato, il 22 luglio scorso, dalla Regione Puglia, un avviso pubblico per la selezione di interventi volti al recupero ambientale di cave dismesse. Si tratta di risorse derivanti da fondi europei destinati al risanamento e riutilizzo ecosostenibile delle aree estrattive.
Grazie ad una proroga, il termine ultimo per la consegna delle domande di ammissione a contribuzione finanziaria è scaduto alle ore 13 del 19 novembre 2010, se ci fosse un’ulteriore proroga il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li foggi” potrebbe presentare il progetto sintetizzato in questa nota.

Antico esempio di aridocoltura nei pressi della chiesetta bizantina di San Mauro

L’Enigma di San Mauro! Forse un antico esempio di aridocoltura nei pressi della chiesetta bizantina di San Mauro in Gallipoli

di Oreste Caroppo
Serra dell'Alto in località San Mauro, la chiesa di San Mauro in alto, sul rilievo collinare. Il vallone alto, costellato di cumuli di pietre a secco, è quello che si intravede al centro in fondo, tra la chiesetta a destra, e l’albero alloctono di eucalipto sulla sinistra, alla stessa quota o poco più in basso della chiesetta. La foto è di Oreste Caroppo ed è stata scattata il 13 agosto del 2007, verso le ore 15

 

Nei pressi dell’antica chiesetta bizantina di San Mauro sulla Serra dell’Altolido, non lontano da Gallipoli, lungo la litoranea Gallipoli-Santa Maria al Bagno, a circa 70m di altezza sul livello del mare, ed in territorio del Comune di Sannicola, si osserva, sul costone roccioso della chiesetta che degrada verso il mare, poche decine o centinaia di metri, grossomodo a Nord, di questa, e più o meno alla stessa quota, una singolare distesa rocciosa, quasi in una sorta di largo alto vallone sempre nel versante del costone roccioso che guarda e degrada verso il mare, il Golfo di Taranto, (mare poco distante e che domina tutto il bel panorama che lì si gode).
In questo enigmatico campo, a pochi metri l’uno dall’altro, si elevano cumuli di spietramento a centinaia; alcuni cumuliformi, altri a forma di muraglioni

Misteriosi viaggi migratori delle gru

LE GRU (Grus grus) NEI CIELI DEL SALENTO!

di Oreste Caroppo

In autunno e in primavera, imprevedibili, di giorno o nel pieno della notte, nel cuore della Puglia del Sud, anche sulla Città di Maglie, nei loro magici misteriosi viaggi migratori attraverso mari e monti, le Gru attraversano il cielo, ed i loro canti, coro di instancabili ric…hiami, di solide collaborazioni, risvegliano il nostro cuore nel suscitato ricordo di selvagge immutate melodie quasi udite dai nostri avi nei millenni trascorsi e impresse nei meandri più inconsci del nostro sangue!
Sebbene ligie ai loro atavici transiti sulla terra salentina, quanti possono riconoscersi oggi tanto fortunati d’averne visto o udito i loro stuoli signori dei cieli !?
Pochi, eppure chi le ode non ne dimenticherà mai più la magia, ed ogni simil suono ritmato nel cielo, susciterà in loro, come in me, un sussulto, come di innamorati dei misteri più antichi e belli della natura, ed un impulso

Renata Fonte eroina del nostro Meridione

 
 
DOVE SI DEVASTA IL PAESAGGIO Lì C’è MAFIA!

di Oreste Caroppo

Renata Fonte è un’eroina del nostro Meridione ed il suo sacrificio oggi assume un valore nuovo ed importante, vivo, che non stiamo cogliendo come dovremmo! Il Salento muore oggi sotto la stessa avidità speculativa per cui oggi Renata non è più tra noi a difenderci nei consigli comunali dai mafiosi e dalla mafia pugliese fatta anche e soprattutto di quegli uomini politici che, come traditori che dall’interno delle città, vendutisi, aprivano le porte delle loro città assediate ai nemici, stanno svendendo, per un piatto di lenticchie o per laute tangenti, il nostro territorio sul patibolo del business dei mega impianti eolici e fotovoltaici industriali, ubicati nelle nostre zone agricole e naturali; una follia che calpesta ogni principio di pianificazione urbanistica ed energetica ed ogni buon principio di prevenzione e precauzione!
E’ quanto sta avvenendo con la mafia della Green Economy, degli imprenditori e delle multinazionali delle cosiddette energie pulite, mega eolico e mega fotovoltaico! Non credo sia stato un caso che il moto popolare, divampato nel Salento, di opposizione a questo scempio inaudito e di proporzioni bibliche sia partito proprio da Nardò, dalla difesa di quella stessa costa, dell’orizzonte di Porto Selvaggio, dove ogni passo si carica del ringraziamento a Renata e del dispiacere che scaturisce dalla

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!