Il dramma eternato: la tomba Bonifacio nella chiesa dei SS. Severino e Sossio a Napoli

Monumento Andrea Bonifaciodi Nicola Morrone

Di recente abbiamo avuto occasione di visitare una delle più belle chiese di Napoli, quella dei SS. Severino e Sossio, chiusa a lungo per lavori di restauro e da poco riaperta.

Grazie alla collaborazione dei volontari della locale sede del Touring Club, è stato possibile effettuare una visita guidata.

La chiesa conserva uno dei capolavori assoluti della scultura rinascimentale meridionale, cioè la tomba Bonifacio, collocata nei pressi della sagrestia. Si tratta di un notevole monumento sepolcrale in marmo, realizzato alla memoria di Andrea Bonifacio, figlio dei nobili Roberto Bonifacio e Lucrezia Cicara (con residenza a Portanova) morto all’età di appena sei anni, nel secondo decennio del’500[1].I genitori, affranti per la perdita prematura, vollero far erigere l’arca affidandone l’esecuzione agli artisti spagnoli Bartolomè Ordonez e Diego de Siloe.

Una lettura dei caratteri iconografici e formali permette di comprendere gli aspetti salienti dell’opera. Essa è costituita da un basamento, che reca gli stemmi della famiglia Bonifacio-Cicara e l’iscrizione funeraria, stesa dall’umanista Jacopo Sannazaro. Nella predella è raffigurata la scena della sepoltura del giovane Andrea, che è rappresentato come un eroe (ha la testa adorna di una ghirlanda) e colto nel momento della deposizione nell’urna sepolcrale. Ai lati, isolate eppure partecipi della vicenda, si notano due gruppi di piangenti, e ai due margini estremi del riquadro compaiono altre due figure in atteggiamento mesto, una di esse con un abito di evidente foggia cinquecentesca.

La zona centrale dell’arca, oltre a motivi decorativi ricorrenti nella scultura rinascimentale napoletana, ospita in posizione centrale la statua di Sant’Andrea, alla cui protezione evidentemente i genitori vollero affidare il figlioletto scomparso. Chiude il monumento un vero capolavoro di scultura, l’urna inghirlandata contenente le spoglie del giovanissimo defunto, il cui coperchio è retto da putti piangenti.

La tomba Bonifacio, esaltata già dal De Dominici come una tra le più bella opera plastiche di Napoli, è stata oggetto di studio anche in tempi recentissimi da parte di storici dell’arte qualificati, che hanno cercato di sciogliere i principali nodi problematici posti dall’opera. La quale, come affermato da una nota studiosa, racchiude ancora molti “segreti”.

Le fonti documentarie sono infatti incredibilmente avare di notizie sulla tomba Bonifacio, le cui coordinate storiche, stilistiche ed iconografiche, si sono finora potute ricostruire essenzialmente partendo dall’opera , che resta pur sempre “il primo documento di se stessa”.

Piuttosto vasta è la bibliografia relativa al monumento, che qui non richiamiamo: accenniamo soltanto al fatto che, se la questione attributiva pare pressochè risolta, restano ancora non completamente sciolti i nodi relativi all’iconografia (e all’iconologia). In questo senso proponiamo agli studiosi di approfondire la narrativa della movimentata predella, poiché non è ancora chiaro, al di là dell’evidente valore allegorico della scena rappresentata (che associa la morte del giovane Andrea Bonifacio a quella di Cristo), se essa contenga, come a noi pare, anche elementi di verismo. Essa potrebbe infatti contemplare la presenza dei genitori del giovanetto, Roberto e Lucrezia, ai margini estremi della raffigurazione. E’ un’ipotesi suffragata anche da altri studiosi, coi quali l’abbiamo recentemente discussa.

Molto resta comunque da dire su questo capolavoro plastico, oggetto di ammirazione anche dei viaggiatori stranieri , che periodicamente si recavano nella capitale del Regno, spesso illustrandone i monumenti sui loro taccuini.

 

[1]Roberto Bonifacio fu anche marchese d’Oria. Ebbe tre figli maschi: Andrea, Dragonetto e Giovanni Bernardino. Quest’ultimo fu grande umanista e appassionato bibliofilo. Nato a Oria nel 1517, precocemente convertitosi al protestantesimo, fu esule in Europa “religionis causa”, e morì a Danzica nel 1597.

 

La cripta della Madonna di Loreto nella chiesa matrice di Manduria

Madonna di Loreto (Chiesa Matrice)

di Nicola Morrone

 

Tra i luoghi di culto manduriani meno conosciuti vi è la cripta della Madonna di Loreto, collocata sotto il presbiterio della Chiesa Matrice.

La sua storia, antichissima, è di grande fascino. In origine, pare che la cripta costituisse una primitiva chiesa bizantina, verosimilmente realizzata intorno al sec. IX, d.C., al tempo di Gorgolano, luogotenente del condottiero Niceforo Foca[1].

Alla chiesetta “greca” sarebbe stata successivamente affiancata una cappella “latina”, edificata su impulso dei Normanni, che alla fine del sec.XI avevano sostituito i Bizantini nel governo del Mezzogiorno.

La chiesetta normanna fu in seguito abbattuta per realizzare l’attuale Matrice, di dimensioni più ampie e conclusa nel 1532. La nuova chiesa finì per inglobare anche la cripta bizantina, Questa cappella, le cui origini sono dunque antichissime, assunse nel corso del tempo un aspetto molto diverso da quello primitivo, raggiungendo infine l’attuale configurazione[2].

La cripta, cui si accede attraverso due ingressi, posti in corrispondenza della scalinata che conduce al presbiterio, si presenta come un vano rettangolare, lungo m.14 e largo m.10[3]. La cappella è descritta in dettaglio dal Tarentini, il quale afferma che essa , provvista in origine di tre altari e di un soffitto dipinto, alla fine del sec. XIX risultava corredata di un solo altare, qualificato da una statua della Madonna col Bambino[4], che è quella tuttora visibile.

Completavano il corredo della chiesetta una Natività rinascimentale in pietra leccese, anch’essa ancora fruibile, e un dipinto raffigurante la Madonna della Nuvola, purtroppo perduto[5]. Il Tarentini sostiene che nella cripta erano allogate alcune tombe gentilizie (famiglie Micelli, Barci, Goffredo), e due sepolcri della Congregazione della Madonna di Loreto[6]. La presenza dei sepolcri comuni si giustifica con l’intitolazione della cripta, a partire dal sec. XVII, alla Vergine SS. di Loreto, cui fu annessa una Congregazione laicale che mantenne vivo il culto per tre secoli.

Il Tarentini ricostruisce l’origine della Congregazione, oggi non più esistente, con dovizia di particolari. L’iniziativa di introdurre a Casalnuovo il culto della Madonna di Loreto si deve (come confermato dai referti documentari) al sacerdote gesuita Gabriele Mastrilli, il quale, giunto a Casalnuovo come predicatore, suggerì ai fedeli convenuti nella Chiesa Matrice di avviare la devozione lauretana. L’invito fu accolto, e con il sostegno dell’Arciprete Dilorenzo e del Capitolo, la Confraternita fu canonicamente eretta, con sede temporanea appunto nella cripta[7].

I confratelli, riunitisi sotto la regola dettata da Padre Mastrilli, cercarono in seguito di provvedere alla costruzione di una propria cappella. L’operazione non riuscì, per cui si stabilì che la cappella pertinente al sodalizio fosse costituita proprio dalla cripta.[8]

Dopo l’assegnazione definitiva della sede, i confratelli si preoccuparono di abbellire il luogo di culto: fecero decorare la volta con stucchi, e la corredarono anche di tre dipinti di soggetto mariano. Nel 1720 essi si provvidero di una statua della Madonna di Loreto, da utilizzare per le processioni, sostituita nel 1879 da un altro simulacro[9], che è quello attualmente visibile[10].

Come già segnalato, il sodalizio confraternale, ancora attivo alla fine del sec. XIX e impegnato nel solennizzare la Vergine SS. di Loreto nella relativa ricorrenza, si sciolse in un’epoca imprecisata.

A testimonianza dell’esistenza di questa istituzione restano i documenti, e le altre evidenze materiali: le opere d’arte e la stessa cripta che, attualmente occupata dai materiali di scavo, si spera sia presto restituita alla piena fruibilità.

 

[1] Cfr.A.Lopiccoli, Compendio storico della città di Manduria (manoscritto del 1884), p.205 e 269.; Cfr.inoltre P.Brunetti, Manduria tra storia e leggenda (Manduria 2007),pp.171-172.Niceforo Foca fu generale alle dipendenze dell’imperatore bizantino Basilio I (867-886 d.C).Recenti scavi all’interno della cripta della Chiesa Matrice hanno restituito, tra le altre cose ,anche una moneta di Basilio I.Dei materiali di scavo si attende la pubblicazione.

[2] Uno spoglio degli atti delle Visite Pastorali dei vescovi di Oria potrebbe fornire indicazioni relative all’aspetto della cripta nei secc.XVII-XIX.

[3] Cfr.L.Tarentini, Manduria Sacra (n. ed., Manduria 2000), p.98.

[4] Cfr.L.Tarentini, op.cit.,p.98. La statua, datata al sec.XVI, è stata ricondotta dagli studiosi all’ambito del Maestro della Madonna di San Benedetto, seguace di Stefano da Putignano.

[5] Cfr.L.Tarentini, op.cit.,p.98.

[6] Cfr.L.Tarentini, op.cit.,p.99. In seguito ai recenti scavi archeologici , è stato individuato il sepolcro confraternale, con le relative inumazioni ed alcuni oggetti di corredo.Anche di questi materiali si attende la pubblicazione.

[7] Al sodalizio confraternale, in origine composto esclusivamente da contadini (“foretani”), presero parte successivamente anche gli artigiani.

[8] Cfr.L.Tarentini, op.cit.p.99..

[9] Cfr.L.Tarentini, op.cit.,p.100.

[10] Cfr.S.P.Polito, La cartapesta sacra a Manduria.Sec.XVIII-XX (Manduria 2002),pp.48-49.

Uno stemma dei Del Balzo D’Orange in San Pietro in Bevagna

MINIMA ICONOGRAPHICA

di Nicola Morrone

Come avemmo modo di osservare qualche tempo fa, per ricostruire il contesto storico in cui un dato bene culturale è stato prodotto, si può partire anche da alcuni dati minimi, come gli elementi araldici che, eventualmente, lo contrassegnano.

Nel santuario di San Pietro in Bevagna vi è uno stemma gentilizio, più volte segnalato dagli studiosi, che, se correttamente interpretato, può fornire importanti indicazioni di carattere storico-cronologico circa la dinamica costruttiva della chiesa stessa. L’emblema, collocato sopra l’arco ogivale che qualifica la parete est dell’attuale presbiterio, è stato scoperto nel 1991, in seguito ad una campagna di saggi condotti dalla Soprintendenza ai Monumenti di Taranto, miranti a fare chiarezza sulle fasi storiche del complesso chiesa-torre[1].

Stemma Del Balzo d'Orange nel santuario di San Pietro in Bevagna
Stemma Del Balzo d’Orange nel santuario di San Pietro in Bevagna

 

L’emblema in oggetto, di cui forniamo un’immagine[2], è dipinto a tempera. Esso è sormontato da una corona reale e circondato da un nastro nero, ed è qualificato nella parte superiore dalla presenza di una stella a sedici raggi su campo chiaro e un corno azzurro legato su campo rosso, che si invertono nella parte inferiore[3].

Dello stemma si era già occupato lo storico locale L.Tarentini, che ne aveva dato una descrizione, tra l’altro imprecisa[4]. Un altro storico locale, il Lopiccoli, aveva riprodotto l’emblema nel suo compendio storico su Manduria, fornendone anch’egli una breve descrizione. Da ultimo , F.Musardo Talò ha dedicato allo stemma un’attenta disamina, finalizzata ad una contestualizzazione dello stesso nell’ambito della bimillenaria storia del santuario petrino[5]. La studiosa, sulla base di alcuni confronti , riferisce lo stemma alla famiglia gentilizia degli Orsini Del Balzo, che governò il Principato di Taranto a partire dal sec.XV.

Secondo la studiosa , la presenza dello stemma nella cappella di Bevagna potrebbe giustificarsi sulla base di un intervento di restauro operato per volontà di G.A. Orsini, principe di Taranto (+ 1463), che avrebbe voluto così lasciare un ricordo perenne della sua munificenza nei confronti del santuario petrino.

Tale stemma , operando come una sorta di “marcatore territoriale”, potrebbe inoltre rimandare alla definitiva inclusione del santuario nelle terre del Principato di Taranto. Tale ricostruzione, puntigliosa ed in parte accettabile, si fonda però su un’errata interpretazione dello stemma in oggetto. Infatti,in corrispondenza dell’arco ogivale dell’area presbiteriale della chiesa di San Pietro in Bevagna non è dipinto lo stemma degli Orsini Del Balzo, ma quello dei Del Balzo D’Orange, nobile casata di origine francese, che solo più tardi si imparenterà con quella degli Orsini[6].

Nell’emblema di Bevagna mancano, di fatto, le insegne della famiglia Orsini, cosicchè la cronologia della vicenda va ricostruita in modo differente.

Blasone Orsini del Balzo, tratto da commons.wikimedia.org
Blasone del Balzo Orsini, tratto da commons.wikimedia.org

I Del Balzo d’Orange governarono il Principato di Taranto nella seconda metà del sec.XIV: titolare del grande feudo fu Giacomo Del Balzo, che lo tenne dal 1374 al 1383[7]. Fu Giacomo del Balzo , dunque, e non G. A. Orsini , a voler legare la memoria della sua famiglia a quella del santuario bevagnino. Quest’ultimo, evidentemente, ricadde nei territori del Principato ben prima della metà del sec.XV, epoca della nota controversia tra Taranto ed Oria circa il controllo della piccola fiera (il “paniere”) che si svolgeva da tempo immemorabile nei pressi della piccola cappella, di cui riferisce il Coco[8].

Precisata l’attribuzione dello stemma, restano da chiarire le motivazioni della presenza di quest’ultimo nella cappella di Bevagna. In questo senso , concordiamo sostanzialmente con le ipotesi formulate dalla Talò: lo stemma dei Del Balzo d’Orange dovette fungere da “marcatore territoriale”, ribadendo visivamente che la cappella petrina , oggetto di una devozione secolare, era collocata nei domini del Principato. Verosimilmente, il feudo di Bevagna, pur in capite ai Benedettini d’Aversa , dovette ricadere nei territori del Principato già a partire dal 1381-82, cioè dagli anni in cui Giacomo Del Balzo si impossessò con la forza del Principato, pretendendo dagli abitanti delle terre occupate il giuramento di fedeltà e l’omaggio [9]. Lo stemma principesco fu quindi dipinto al tempo del “restauro” della zona absidale della cappella medievale di Bevagna, corrispondente all’area presbiteriale della chiesa attuale.

L’abside originaria fu parzialmente tompagnata con un arco ogivale (di cultura, cioè, gotica) probabilmente per ragioni statiche. Si distinguono tuttora i differenti profili delle nicchie: a tutto sesto quella primitiva (secc. X-XI), a sesto acuto quella posticcia (sec. XIV).

Partendo dall’ interpretazione di un indizio “minimo”, quale può essere uno stemma, abbiamo voluto ricostruire il contesto storico e politico in cui esso trova la sua ragion d’essere. La vicenda proposta ci pare confermi quanto asserisce lo studioso B. Vetere , il quale magistralmente sostiene che “attraverso la serie di figure e segni di cui si serve l’araldica è possibile leggere parti di un libro che narra, con la storia di famiglie importanti per i ruoli di natura pubblica di cui furono investite, le vicende di ben più ampie realtà che non quelle semplicemente familiari. Nel linguaggio simbolico di quelle figure e di quei segni, accostati nei quarti in cui si divide uno scudo nobiliare, viene fissata la memoria di potenziamenti di natura politica, di ampliamenti territoriali, di nuovi equilibri ed alleanze tramite i meccanismi di strategie matrimoniali rispondenti molto spesso a concreti progetti di natura politica”[10].

 

[1]Cfr. A.Ressa, Torre-Santuario di San Pietro in Bevagna. Problematiche di restauro, in “Quaderni Archeo”, 1 (1996), pp.13-15.

[2] La foto è tratta da V.M.Talò, San Pietro in Bevagna, un bene culturale da salvare (Manduria 2011), p.102.

[3] La descrizione dello stemma è in V.M.Talò, op.cit., p117.

[4] Cfr.L.Tarentini, Manduria Sacra (Manduria 1899), p.36.

[5] Cfr V.Musardo Talò, op.cit., pp.117-120.

[6] Lo stemma dei Del Balzo d’Orange è presente, tra l’altro, in Santa Caterina a Galatina (riferibile a R.Del Balzo, conte di Soleto e Galatina)e in Santa Maria del Casale a Brindisi (riferibile a Giacomo del Balzo). Sul rapporto tra i Del Balzo d’Orange e gli Orsini, cfr. A.Cassiano-B.Vetere, Dal Giglio all’Orso (Galatina 2006), p.XIII. La lapide sepolcrale di Giacomo Del Balzo è ancora collocata nel Duomo di Taranto. L’arme del principe è inquartata con quella della moglie, Agnese D’Angiò Durazzo, che egli sposò nel 1382.

[7] Sul personaggio cfr. G.Antonucci, Giacomo del Balzo principe di Taranto, in “Rinascenza Salentina”, II, (1934),pp.184-188. Cfr.anche S. Fodale, Giacomo del Balzo, in DBI, vol.36 (1988).

[8] Cfr. A.P. Coco, Il santuario di San Pietro in Bevagna (Taranto 1915), pp.122-130.Ci ripromettiamo di approfondire la vicenda della fiera di Bevagna in un prossimo contributo.

[9] Cfr. G.Antonucci, op.cit., p.184.

[10] Cfr. A.Cassiano-B.Vetere, op.cit., pp.IX-X.

Presenza scolopica a Manduria (1688-1817)

sigillo degli Scolopi
sigillo degli Scolopi

 

di Nicola Morrone

 

LE FONTI

Le principali fasi dello sviluppo storico della comunità scolopica di Manduria devono ancora essere delineate con chiarezza. Ciò potrà avvenire solo attraverso la consultazione delle fonti archivistiche, ad integrazione dei dati provenienti dalla letteratura specifica, già ampiamente noti agli studiosi.

Le fonti d’archivio relative alla casa scolopica manduriana sono collocate fondamentalmente a Roma (A.G.O.S.) e ad Oria (A.V.O.). Ci è stato finora possibile procedere esclusivamente ad un sondaggio dei documenti conservati nell’Archivio Vescovile di Oria; ci ripromettiamo di integrare le nostre note, in un successivo contributo, con i dati provenienti dalle carte romane, peraltro già compulsate in buona parte da altri studiosi.

La documentazione dell’A.V.O. riguardante la casa scolopica di Manduria è collocata nella busta n.75, che contiene documenti dal 1681 al 1831. Essa copre , di fatto, tutto l’arco cronologico in cui è racchiusa la vicenda della fondazione manduriana. I documenti sono di varia natura: si tratta principalmente di permute, enfiteusi, vendite, censi, cause. Il faldone si compone in totale di 32 cartelle. Il materiale conservato nell’A.V.O., oltre ad offrire un ragguaglio sulla vicenda fondativa, ci permette soprattutto di fare luce su alcuni aspetti della gestione patrimoniale del convento manduriano.

Purtroppo, la documentazione non risulta nel complesso particolarmente utile a ricostruire fenomeni essenziali della vita della comunità , quali l’attività religiosa, educativa ed assistenziale. E’ auspicabile che , in tal senso, alcune importanti indicazioni possano venire da uno spoglio dei documenti romani.

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LA VICENDA FONDATIVA

Sulla base dei più recenti studi (Tanturri, Gaudiuso) e con il conforto di alcuni inediti documenti d’archivio, siamo oggi in grado di stabilire con maggiore certezza l’epoca della fondazione del collegio scolopico di Manduria, e di precisare al contempo le reali motivazioni che portarono all’istituzione di questa periferica “casa” di Terra d’Otranto.

A Manduria gli Scolopi giungono nell’ultimo ventennio del sec. XVII: quali le ragioni e le modalità di tale scelta insediativa? I riferimenti principali per la ricostruzione della vicenda provengono dalla storiografia, locale ed accademica, non meno che dall’evidenza documentaria. A. Tanturri , in un monumentale saggio [ cfr.“Gli Scolopi nel Mezzogiorno d’Italia in età moderna”, in “Archivum Scholarum Piarum”, 50 (2001)] ha modo di soffermarsi nel dettaglio proprio sulle circostanze della fondazione della casa scolopica manduriana.

Lo studioso inquadra la vicenda nell’ambito delle logiche insediative generali dell’Ordine, evidenziando le resistenze del locale clero regolare rispetto a ciò che stava per configurarsi. Le linee generali della vicenda, confermate dai documenti e segnalate piuttosto rapidamente anche dagli storici municipali, si possono così riassumere:

  1. Il sacerdote manduriano Giacomo Antonio Carrozzo, dopo una serie di colloqui con il provinciale di Napoli Tommaso Simone, decide di donare tutti i sui beni all’Ordine degli Scolopi, con la condizione per quest’ultimo di aprire un collegio di istruzione. I beni donati dal Carrozzo ammontano, tra mobili e stabili, a 10000 ducati. Il sito scelto per l’abitazione dei Padri è “il meglio della terra”, e non manca di un ampio giardino”abondante di acque perfettissime”.
  2. La trattativa è agevole. Unico ostacolo all’istituzione della nuova casa scolopica è l’opposizione del clero regolare manduriano, costituito da Cappuccini, Serviti, Domenicani e Agostiniani. Gli ordini adducono a motivo della loro opposizione la forte concentrazione urbana dei conventi e la povertà del luogo, che dunque non sarebbe stato capace di ospitare una nuova presenza regolare.
  3. Il Vescovo di Oria Mons. Cuzzolino e la Marchesa Brigida Grimaldi Imperiale mostrano un atteggiamento favorevole nei confronti dell’operazione avviata dal Carrozzo. Anche grazie al sostegno di questi ultimi, l’opposizione dei regolari manduriani viene superata.
  4. Il 12 Novembre 1681, il notaio G. B. Nasuti roga in Manduria l’atto formale di donazione. Il Carrozzo dona all’Ordine degli Scolopi i sui averi, finalizzati all’apertura della nuova casa, della chiesa e del collegio, con la clausola che, qualora i Padri non fossero riusciti a concretizzare l’operazione, i beni sarebbero andati a beneficio del Capitolo manduriano.
  5. La predetta clausola dà avvio ad un contenzioso tra gli Scolopi e il Capitolo, che ritiene di essere titolare degli averi del Carrozzo. La causa dura 5 anni.La spuntano gli Scolopi,che finalmente, nel 1688, nominano il primo rettore (Dionisio Cesario) ed avviano l’attività scolastica.

L’evidenza documentaria fornisce altre interessanti notizie circa le motivazioni che inducono il sacerdote G. A. Carrozzo a fondare la nuova casa scolopica. L’atto di Notar Nasuti, da noi recentemente rintracciato, illustra la vicenda con esemplare chiarezza:

[…] come sono più anni che esso Don Giacomo Antonio [Carrozzo] have deliberato nella sua mente di veder fondato in questa terra di Casalnuovo un monastero di dette Scole Pie, riflettendo sempre, che dalla virtù depende la maggior cognizione di Dio,e che però, quando detto Monastero fusse in detta terra li cittadini haverebbero commodità d’imparar virtù a maggior honor di Dio benedetto e della sua Santissima Madre Maria, siendo l’Instituzione di detti Padri insegnar li figlioli prima nella vita cristiana, e secondariamente nell’humanità, dal che anche ne nasce l’utilità dell’anima, per tanto ha deliberato donare a detti Reverendissimi Padri irrevocabiliter inter vivos tutto il suo havere di stabili, casamenti, vigne, oliveti, e tutto il mobile, bestiame di qualsivoglia sorte che si trovarà dopo la sua morte, come anche tutti li crediti, che si trovaranno dopo la detta sua morte, attioni, raggioni e successioni , con l’infrascritti patti, conditioni e vincoli che si metteranno più a basso, quali s’intendono posti tanto nel principio, quanto nel mezzo, e fine della presente donatione , di modo tale che si habbino per sustanziali di essa […]

Don Giacomo Antonio Carrozzo, dunque, resta il motore di tutta l’operazione, che, come sottolineato da A. Tanturri, ha caratteri piuttosto insoliti: nella maggior parte dei casi, infatti, le fondazioni scolopiche prendevano avvio dall’iniziativa (e dal sostegno finanziario) di vari soggetti, solitamente membri della nobiltà, o, più raramente, dal vescovo e dall’Università. Ciò produceva alcuni inconvenienti: le trattative con molteplici soggetti, o con l’Università, si presentavano certamente più laboriose rispetto a quelle con un solo interlocutore. E, come si è visto, il caso di Manduria rientra in questa seconda tipologia. Qui, gli Scolopi avevano a che fare “con un prete solo, che non sa replicare a quel che vogliamo noi”.In definitiva, le maggiori difficoltà che i Piaristi incontrarono nell’istituire la nuova casa sono da ricondurre all’atteggiamento del locale Capitolo e all’iniziale opposizione dei regolari. La controversia con il Capitolo, generata dalle infondate pretese di quest’ultimo e durata un lustro, è documentata dagli atti collocati in un corposo fascicolo dell’A.V.O. D’altro canto, l’opposizione del clero regolare manduriano ad un’eventuale ingresso degli Scolopi in città, di cui rimane traccia documentaria,era palesemente “interessata”. L’atteggiamento dei regolari locali rappresentò sempre una delle incognite principali delle trattative per la nascita di una nuova casa piarista: l’episodio di Manduria lo documenta in modo esemplare. Fatta salva infatti l’esistenza delle condizioni basilari per la creazione di una nuova casa scolopica,indicate dal fondatore dell’Ordine, per concludere positivamente l’operazione-fondazione occorrevano il consenso dell’ordinario diocesano e quello dei superiori dei conventi di regolari eventualmente presenti. Ciò fino al 1731, quando una bolla di Clemente XII esentò i Piaristi da quest’ultimo vincolo. L’opposizione dei regolari ad una nuova fondazione scolopica si fondava soprattutto sul timore di perdere le elemosine, le donazioni e i contributi finanziari provenienti dai lasciti testamentari. Vi erano talora anche motivazioni che esulavano dall’ambito strettamente economico: i Domenicani e i Gesuiti, in particolare, temevano la concorrenza degli Scolopi sul versante dell’istruzione e della pratica educativa, da effettuare a vantaggio dei ceti sociali più poveri. Si prenda, a titolo di esempio, il caso di Lecce: gli Scolopi non poterono insediarvisi proprio a causa della tenace opposizione dei Gesuiti. Tornando alla fondazione manduriana, s’è detto che i regolari (Cappuccini, Serviti, Domenicani e Agostiniani), fatta eccezione per i Riformati, in origine si espressero negativamente rispetto alla nuova fondazione piarista. Ciò è testimoniato da un interessante documento del 1682, ratificato dell’università, che evidenzia come l’eventuale fondazione di un nuovo convento avrebbe ulteriormente appesantito la già eccessiva concentrazione urbana dei fabbricati monastici. Si trattava, evidentemente, di una osservazione pretestuosa: le preoccupazioni dei regolari , come sottolineato in precedenza, dovevano essere di ben altra natura.In seguito,comunque, le frizioni si smorzarono, anche per l’intervento dell’ordinario, come testimoniato dalla residua documentazione.

stemma dei Carrozzo
stemma dei Carrozzo

 

L’ATTIVITA’ EDUCATIVA

Il carisma fondamentale degli Scolopi fu, fin dalla istituzione dell’Ordine, quello dell’insegnamento. Per usare l’espressione di A. Tanturri, esso rappresentò il quarto ”voto” espresso dai Piaristi, oltre ai tre tradizionali (castità, povertà, obbedienza) comuni a tutti i religiosi. L’ordine calasanziano si inserì a pieno titolo nell’ambito dell’attività educativa, fino ad allora prerogativa dei Gesuiti, e, in misura minore, dei Barnabiti e dei Somaschi. Nel Mezzogiorno, in particolare, gli Scolopi si mostrarono in grado di fornire una risposta qualificata alle richieste di istruzione che la società nel suo complesso esprimeva da tempo, con le specificità ed i limiti tipici del contesto meridionale.I collegi meridionali strutturarono per tempo la loro offerta didattica, sulla base delle indicazioni fornite dal fondatore, San Giuseppe Calasanzio, nella sua Breve relatione del 1604-1605, anche se, come sottolineano gli studiosi,lo schema teorico dell’insegnamento fu qui applicato in maniera semplificata, fatta eccezione per l’importante collegio napoletano della Duchesca.Nel merito, la didattica scolopica si presentava, per l’epoca, con caratteri innovativi, per almeno tre ragioni:poiché estendeva la sua influenza educativa al di là dell’aula;perché aveva una chiara proiezione verso il futuro dell’educando, preoccupandosi delle sue possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro; perché, istruendo i figli delle classi più povere,provocava di fatto una trasformazione della realtà sociale, favorendo la crescita di una società più democratica. I doveri dei Padri Scolopi in fatto di didattica erano d’altronde stati fissati dal pontefice stesso, Papa Paolo V, che nella Bolla Ad ea per quae (1617) ratificò le indicazioni fornite in materia dallo stesso Calasanzio.Il fondatore aveva raccomandato di insegnare ai fanciulli “gratis, senza alcuno stipendio, mercede, salario o onorario,i primi rudimenti di Grammatica, Calcolo, e soprattutto i principi della Fede Cattolica , fondandoli nei buoni costumi ed educandoli cristianamente”. Questa pedagogia, evidentemente innovatrice, incontrò largo favore presso le popolazioni; l’assistenza scolastica liberava dall’ignoranza le classi povere, e il Collegio scolopico diveniva potente elemento di progresso all’interno del tessuto cittadino. Anche la casa scolopica manduriana dovette predisporre per tempo l’attività didattica.Sulla base della rarissima documentazione disponibile presso l’AVO, siamo in grado di affermare con certezza che anche a Manduria si insegnarono Grammatica e Retorica, e che, verosimilmente , risultarono attivi sempre due soli docenti.L’insegnamento della Retorica ebbe comunque una certa fortuna, cosicchè a Manduria si fondò uno studentato finalizzato all’apprendimento di questa particolare disciplina.Le fonti locali sono piuttosto avare di dati relativi al funzionamento della scuola manduriana.E’certo che al 1779, vale a dire nel periodo del massimo sviluppo, la comunità annoverava 16 membri (6 sacerdoti, 4 chierici professi, 5 laici professi, 1 terziario); i docenti, come detto , erano due.Nel collegio manduriano si formò, tra gli altri, una gloria dell’ordine scolopico, Serafino Gatti (1771-1834).

Entrato nello studentato all’età di 15 anni, fu presto trasferito nel collegio di Campi Salentina, per effettuarvi il noviziato.Ventenne,fu inviato a completare gli studi nel collegio di Napoli, dove seguì i corsi di eloquenza, scienze filosofiche e matematiche.Dopo l’ordinazione sacerdotale, il Padre Gatti fu trasferito nel collegio beneventano, ad insegnarvi teologia, filosofia e matematica, e fu in seguito in Francavilla Fontana, città in cui lasciò un buon ricordo di sé.Seguì un’esperienza foggiana, e, poi, la definitiva consacrazione a rettore del collegio napoletano; qui, si distinse soprattutto per le innovazioni apportate alla didattica, e per le sue indiscutibili doti di oratore. Tra le sue molteplici pubblicazioni a stampa si ricordano saggi riguardanti la psicologia, la teologia, il calcolo, la geometria, oltre che i vari saggi di eloquenza redatti per le occasioni più varie.

 

LA SOPPRESSIONE

Dopo più di un secolo di attività,il collegio scolopico manduriano, al pari di tante altre realtà consimili, fu soppresso nel 1817 in seguito all’emanazione delle leggi murattiane, che abolivano tutti gli ordini religiosi possidenti.

Una petizione del Decurionato cittadino ottenne dal Re il ripristino della casa manduriana, che continuò ad essere attiva sul piano religioso, educativo ed assistenziale per buona parte dell’800. Ancora nel 1824, infatti, gli Scolopi gestivano due scuole, di Umanità e di Retorica, frequentate rispettivamente da 8 e 20 alunni. I calasanziani dovettero poi abbandonare definitivamente Manduria dopo l’Unità d’Italia, in conseguenza delle leggi soppressive emanate dallo stato sabaudo.

E’ opportuno che oggi si rinnovi il ricordo della loro presenza , che, caratterizzata soprattutto da un’ intensa attività didattica, ha costituito un indiscutibile momento di crescita per tutta la comunità.

 

[Si ringrazia Don Daniele Conte, Direttore dell’Archivio Vescovile Oritano, per aver concesso la consultazione e la riproduzione dei documenti]

Nel profondo silenzio. L’incontro con padre Giovanni Lunardi osb

 lunardi
di Nicola Morrone

Nell’ambito delle nostre ricerche sugli aspetti salienti della storia di Manduria, ci siamo occupati, negli ultimi tempi, delle vicende relative agli ordini religiosi, maschili e femminili. Il clero regolare, presente nel nostro territorio dall’XI sec. ed attualmente ancora vivo e operante insieme a quello secolare, ha segnato in modo indelebile la storia della nostra comunità, costituendo per secoli un sostegno sicuro per i concittadini, in riferimento sia ai bisogni pratici che a quelli spirituali.

In questo senso, particolarmente significativa è stata l’incidenza dell’ordine benedettino (il primo ordine monastico della cristianità occidentale) nella sua duplice presenza, quella maschile (comunità di San Pietro in Bevagna) e quella femminile (comunità di San Giovanni Battista).

I benedettini, giunti a Manduria alla fine del sec. XI, hanno dovuto abbandonare il territorio all’epoca delle soppressioni di età murattiana (inizi sec. XIX), mentre le benedettine, insediatesi nel sec. XVII, sono tuttora operanti. La storia della comunità maschile è stata ricostruita da G. Lunardi (Cfr. “San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione”, Manduria 1993) mentre delle vicende della comunità femminile si è occupato  E. Dimitri (Cfr. “Il monastero delle Benedettine di Manduria: ricerca storico-archeologica, Manduria 2005).

La ricerca futura si occuperà di mettere in luce altri aspetti, finora poco noti, della presenza benedettina a Manduria, anche al fine di meglio valutare, nei vari aspetti, l’incidenza delle due comunità religiose sul territorio in cui esse si sono trovate ad operare, per un non breve arco di tempo. Al fine di approfondire alcuni tratti del “carisma” benedettino, abbiamo recentemente incontrato proprio padre Giovanni Lunardi, insigne storico benedettino, nell’eremo della Madonna della Scala, a 6 km. di distanza da Noci (BA).

Siamo giunti alla Scala con non poche difficoltà: non esistono navette di collegamento tra Noci e l’abbazia, che pure è la più importante realtà benedettina di Puglia, conosciuta per il sua laboratorio di restauro del libro e del manoscritto, unico nell’Italia Meridionale. Abbazia e chiesa abbaziale sono in stile neoromanico.

Attaccata al complesso di nuova costruzione c’è la cappella del sec. XI-XII, unica testimonianza della primitiva comunità benedettina qui insediatasi, in una posizione da cui si domina tutto il paesaggio circostante. Poco discosti, un roseto, e la cappella cimiteriale, in cui riposano i padri defunti.

Abbiamo appuntamento con Padre Lunardi nel primo pomeriggio: dopo una breve sosta in chiesa, lo aspettiamo nell’ampio cortile esterno, nel profondo silenzio dell’eremo, ripassando le domande da fare. Dopo un po’, i quesiti sono dimenticati e prevale abbondantemente il silenzio. All’orario concordato, il monaco ci accoglie in una saletta e la chiacchierata ha inizio. Apre lui, con una citazione da un monaco del medioevo: ”Gli angeli, in Paradiso, esclusivamente amano. I demoni, nell’Inferno, esclusivamente temono. L’uomo, sulla terra, è chiamato a dar spazio all’amore e a sottrarlo al timore, in uno sforzo incessante”.

Pensiamo subito ai drammi che il timore di amare (cioè, in sostanza, di coinvolgersi) ancora produce: come per ogni altro limite creaturale, se ne viene fuori solo con la preghiera. Siamo di fronte ad uno dei più grandi conoscitori viventi del monachesimo benedettino, e si impone la necessità di focalizzare le questioni essenziali.  Con Padre Lunardi si discute essenzialmente di tre argomenti: 1) La differenza che c’è tra la preghiera benedettina di ieri e quella di oggi; 2) Il significato attuale della “fuga dal mondo” che caratterizza la vocazione benedettina; 3) L’importanza dell’affettività nella vita del monaco.

Rispetto al primo punto, l’insigne storico del monachesimo è piuttosto perentorio: i benedettini del Medioevo, che praticavano assiduamente la “lectio divina” (cioè la lettura e la meditazione della Parola, in un costante clima di preghiera) lo facevano senza gli intellettualismi che spesso caratterizzano la stessa pratica nella versione contemporanea. La “lectio” aveva allora molto più spazio nella vita del monaco e si praticava con criteri meno “scientifici” di oggi, cioè con meno attenzione all’analisi dettagliata delle parole, e un invito a focalizzare piuttosto la sostanza del messaggio

Scherzando (ma non troppo) padre Lunardi afferma che bisognerebbe ritornare ”medievali”, cioè capaci di avere una visione globale della realtà, per potervi operare serenamente, ma in questo senso non abbiamo dubbi:  l’universo che ci aspetta fuori dall’Abbazia non predispone ad un tale compito. Si arriva dunque, su questa scia, al tema caro ad ogni benedettino, e che, anzi, sostiene la scelta stessa del monaco, cioè quello della “fuga mundi”.

Come è noto, le comunità benedettine, fin dalla loro nascita, e per espressa indicazione del fondatore, si sono sistemate sempre in posizione appartata rispetto alla comunità cittadina, pur condividendone, nel bene e nel male, la vicenda storica. Questa scelta di separazione rispetto all’ambito più propriamente urbano ha permesso alle comunità monastiche soprattutto di garantirsi il clima giusto per la preghiera, presupposto per affrontare serenamente i non semplici impegni quotidiani. Padre Lunardi sottolinea che, al di là della specifica scelta benedettina, ogni cristiano è di fatto chiamato alla “fuga mundi”, cioè al rifiuto delle logiche mondane che pervadono la nostra quotidianità. Tra le altre, la bulimia consumistica, che avrebbe la pretesa di colmare i nostri vuoti interiori. Infine, padre Lunardi, profondo conoscitore del pensiero dei grandi scrittori cristiani di ogni tempo, ha voluto concludere l’incontro con alcune osservazioni sull’importanza dell’elemento affettivo nella vita del monaco, ed in quella di ogni uomo. Egli sostiene che per conoscere nel profondo gli uomini non si può prescindere dall’attivazione delle facoltà affettive. Al monaco benedettino non deve mancare l’”humanitas”, cioè la capacità di relazionarsi in modo equilibrato con gli altri, e cioè è possibile solo se si riconosce il giusto spazio all’affettività. La stessa attivazione di facoltà “empatiche” è indispensabile anche a chi studia il passato. Essa è quindi richiesta allo storico, come suggerì, prima di morire, il massimo studioso del monachesimo benedettino italiano, don Gregorio Penco (cfr. L’Osservatore Romano, 14/12/2013).

La vera conoscenza, in conclusione, non si esaurisce mai, in nessun ambito, in un puro sforzo intellettuale. Padre Giovanni Lunardi, anziano ma lucidissimo, continua ad avere una produzione saggistica invidiabile. Abbiamo apprezzato, durante l’incontro, la sua intelligente ironia, nonchè il suo senso dell’umorismo, che non sempre gli studiosi, e gli storici in particolare, possiedono.

Lasciamo l’Abbazia, nel silenzio, a malincuore: quello che ci aspetta fuori, lo conosciamo già.

Nuove ipotesi sul sacello di San Pietro in Bevagna

Statuetta San Pietro

di Nicola Morrone

Uno dei monumenti manduriani più carichi di fascino e di mistero è senza dubbio la chiesa di San Pietro in Bevagna, alla quale ormai da anni dedichiamo la nostra attenzione.

Se le varie fasi costruttive che interessano il santuario sono già state da tempo precisate, anche con l’ausilio dei documenti, resta una parte del complesso architettonico sulla cui datazione gli studiosi non sono ancora concordi. Si tratta della struttura più antica, cioè del cosiddetto “sacello”, dai manduriani identificato con il termine dialettale “nnicchju”, cioè “nicchia”.

Si tratta di una costruzione dalle dimensioni ridotte, orientata in senso liturgico (E-W) ,e che ha un notevole valore sacrale e devozionale, poiché vi sono allogati gli oggetti del culto petrino: il quadro, il fonte battesimale, la pietra d’altare.

Tra gli interrogativi che il sacello bevagnino pone c’è, come detto, quello di una sua corretta datazione, che risulta problematica anche data la vetustà della struttura. Un elemento che può agevolare gli studiosi è , tra le altre cose, la struttura del paramento murario, che riprende, anche se in maniera più rudimentale, la tecnica romana dell’ “opus Quadratum”.

I conci, squadrati e di varie dimensioni, non sono disposti a file regolari: tutta la nicchia absidale ha una tessitura irregolare, che ci fa ipotizzare l’intervento di maestranze “di tradizione”. Ulteriori interrogativi pone la natura del materiale utilizzato per la costruzione: ci pare si tratti di calcare sabbioso compatto (carparo), ben distinto dal tufo: per esplicita scelta dei committenti e dei costruttori, l’opera, destinata ad ospitare le reliquie del passaggio di San Pietro per la contrada, doveva durare nel tempo.

Tutto il paramento murario dell’abside e del vano corridoio antistante andrebbe comunque attentamente studiato, anche per chiarire se il materiale utilizzato per la costruzione sia stato cavato in loco. Di fatto, comunque, a proteggere l’absidiola, il vano ogivale antistante e la cappella del sec. X-XI, tutti ancora pienamente fruibili, è intervenuta la costruzione della torre di difesa anticorsara (sec.XVI), cui in seguito è stato addossato un avancorpo (sec.XX).

Per ciò che riguarda la committenza, gli studiosi (Jurlaro, Lepore) ipotizzano che l’iniziativa della costruzione dell’absidiola sia stata presa intorno al sec. IX dall’allora vescovo di Oria Teodosio, che volle sistemare in modo più dignitoso il luogo che ospitava le reliquie petrine. D’altro canto, pur essendo stato costruito in età bizantina, il nucleo primitivo del santuario ha sempre destato l’interesse della diocesi latina di Oria, come risulta dall’epigrafe collocata nella adiacente chiesa del sec. X-XI, che attribuisce la costruzione dell’edificio al vescovo di Oria Giovanni (996-1033).

Per ricavare ulteriori elementi di riflessione, proponiamo in questa sede di confrontare l’aspetto dell’abside di Bevagna con quello della chiesa superiore di San Pietro Mandurino.

La struttura absidale della chiesa superiore di San Pietro Mandurino (sec. XI-XII), anch’essa realizzata in “opus quadratum”, presenta un paramento murario più regolare rispetto all’absidiola di Bevagna: qui i conci sono disposti appunto su file regolari, quasi isodome (si contano 12 ricorsi) anche nelle campate. Questa differenza può essere attribuita a due fattori: la minore antichità della cappella di San Pietro Mandurino rispetto a quella di Bevagna , oppure la maggiore perizia dei costruttori.

Può anche darsi che la spiegazione possa attribuirsi ad entrambi i fattori, anche in considerazione del fatto che la cappella di Bevagna è verosimilmente più antica di due secoli rispetto a quella di San Pietro Mandurino, ed è probabile che, nel corso del tempo, il bagaglio tecnico dei costruttori possa essersi perfezionato.

Molti problemi , dunque, rimangono ancora aperti riguardo alla “nicchia” del santuario di San Pietro in Bevagna: per chiarire i punti oscuri occorreranno indagini archeologiche organiche, estese anche all’area immediatamente adiacente alla torre.

 

Un patrimonio da riscoprire: le cinquecentine della Biblioteca Comunale “Marco Gatti”

 Cinquecentina 1

Alla memoria di Elio Dimitri

 

di Nicola Morrone

Tra le istituzioni culturali più significative della nostra città è da annoverare la civica biblioteca ”Marco Gatti”, tra le più cospicue del Salento in quanto a dotazione libraria (oltre 50.000 volumi).

Il suo primitivo nucleo fu costituito, come è noto, grazie all’impegno dei concittadini Nicola Schiavoni e Gregorio Sergi. L’uno fu patriota e poi senatore del Regno d’Italia, l’altro era sacerdote: di idee politiche opposte, si trovarono uniti dall’amore per la cultura, e, mettendo ordine tra mucchi di volumi di vario argomento e provenienza, finirono per fondare, di fatto, la Biblioteca Comunale, ufficialmente riconosciuta come tale nel 1897. Tuttora, i volumi in essa conservati, fondamentalmente di argomento umanistico, rappresentano uno strumento insostituibile per chi voglia cimentarsi con questioni di storia locale (cittadina, regionale e del Mezzogiorno). E tra i volumi più antichi, anche se meno noti, della nostra biblioteca civica sono da annoverare gli “incunaboli”, cioè le edizioni a stampa realizzate entro il 1520, e le “cinquecentine”, cioè i volumi stampati nel successivo ottantennio.

Si tratta di rarità bibliografiche: ogni biblioteca storica che si rispetti ne possiede un fondo, più o meno consistente, e la “Gattiana” ne annovera una collezione di 180, già catalogata sapientemente dal dott. Michele Greco diversi decenni fa [cfr. il “Catalogo alfabetico degli incunaboli e delle edizioni cinquecentine , coll.MS-D-XII] e di recente sottoposta ad un ulteriore controllo. Il fondo pone una serie di questioni relative alla provenienza del materiale e alla natura delle opere presenti.

Per ciò che riguarda il primo punto, riteniamo più che probabile che tanto gli incunaboli quanto le cinquecentine provengano dal patrimonio degli Ordini religiosi soppressi dopo l’Unità d’Italia (1861), come sostenuto tempo fa da uno studioso [Cfr. R. Fiorillo, Incunaboli posseduti da alcune biblioteche del Salento, in “Rinascenza Salentina”, pp.264-266] e come del resto confermato da un verbale del Decurionato di Manduria del 22 Settembre 1809, in cui è scritto che “ si crede necessario che dalle librerie dei Padri Agostiniani e Padri Domenicani si dovesse formare una pubblica Biblioteca di cui si è privo [il Comune] acchè li non pochi talenti degli individui studiosi di detta città non stessero privi di leggere i Santi Padri, li critici sagri, la storia sagra e profana, li Teologi, li predicabili e tutt’altro in dette librerie si trova” [Cfr.Biblioteca Comunale, Ms A-XVIII-5].

Per ciò che concerne il secondo punto, una recente ricognizione di massima del fondo delle cinquecentine ci ha permesso di ricavare alcuni dati interessanti, che, forse, potranno essere utili a chi vorrà avviare uno studio scientifico di questo notevole patrimonio librario. Quali autori, innanzitutto, compaiono nelle opere a stampa del sec. XVI? Vi è un pò di tutto: dagli antichi (Aristotele, Aristofane, Platone,Plinio il Vecchio, Agrippa, Diogene Laerzio, Ovidio, Senofonte, Aulo Gellio, Ippocrate, Giuseppe Flavio, Luciano, Cicerone, Livio, Sallustio, Quintiliano, Virgilio, Cesare e Plutarco) ai medievali (San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso D’Aquino, Severino Boezio, Cassiodoro, Giustiniano, Avicenna) ai moderni (Pietro Bembo). Si segnalano, tra l’altro, un volume di memorie sul Concilio Tridentino, e una copia dell’Indice dei Libri Proibiti.

Cinquecentina 2

Ci siamo impegnati in una schedatura personale degli stampatori, facendo uso della fondamentale catalogazione di Michele Greco. Tra le 180 cinquecentine, vi sono 113 edizioni stampate a Venezia, 15 a Lione, 5 a Parigi, e altrettante a Roma e a Basilea, 4 a Napoli, 3 a Francoforte, Firenze e Padova, 1 ad Anversa, Bergamo, Bologna, Fano, Mantova, Torino, Strasburgo, Palermo, mentre 14 edizioni non presentano marca tipografica, e andranno identificate attraverso criteri specifici. Confrontando il fondo della “Gattiana” con quello di altre biblioteche salentine, vi si ritrova, in percentuale,la presenza dei medesimi stampatori: la parte del leone la fa sempre Venezia, seguita, soprattutto nella seconda metà del Cinquecento, dalle città del centro e del settentrione d’Europa. La stampa, inventata nel 1454 da Johann Gutenberg, nel sec.XVI, supera ad opera dello stampatore veneziano Aldo Manuzio i criteri che improntavano la realizzazione degli incunaboli, ancora legati al manoscritto medievale, dando vita al “libro, completo, vivo e vario nei suoi elementi, con illustrazioni quasi tutte in taglio dolce e su tavole fuori testo […]

Il Cinquecento fu il secolo del maggior splendore della tipografia in Italia; i libri stampati nelle tre lingue allora universali (italiana, latina e greca) portarono in tutta Europa la tecnica perfetta e la bellezza delle nostre pagine che, molto imitate, non furono superate da altri” [Cfr. G.D.E.Utet, vol.XVII, p.690,voce “Stampa”]. Tutti i principali stampatori italiani e vari altri europei, sempre di prim’ordine, sono presenti con le loro edizioni nel fondo delle “cinquecentine” della biblioteca comunale “M.Gatti”: i veneti Manuzio (Aldo, Andrea e Paolo), le cui edizioni sono contrassegnate dalla nota marca tipografica (l’ancora), Arrivabene, Degli Avanzi, Giunti,Giolito, Farri, Percaccini, Muschio, Scoto, Sessa, Senese, Valgrisio, Varisco, Zenario, ecc.; i napoletani Cancer, Carlino et Pace, Suganappo, Fabro, ecc.

Tra gli stranieri, si segnalano Birckmann (Colonia), Barbous (Lione), Wechel (Francoforte), Hulderico Fuggerio (Anversa) e infine il gruppo degli stampatori di Basilea, su cui ci soffermiamo brevemente. La nostra biblioteca comunale possiede 5 edizioni a stampa del sec. XVI realizzate da tipografi di Basilea,vale a dire Andrea Cratandro, Giovanni Bebelio, Henricus Petrus (Officina Henricpetrina), Frobenius (Officina Frobeniana).

Si tratta di tipografi svizzeri di prim’ordine, che, come accadeva a molti colleghi italiani, esercitavano il mestiere da generazioni. Ancora oggi, a Basilea, è possibile visitare i luoghi in cui, cinque secoli fa, sorgevano le loro officine.

I volumi da essi stampati, come del resto quelli di ogni tipografia storica, possono essere agevolmente identificati anche attraverso le marche tipografiche, meritevoli, per la loro varietà e fantasia, nonchè per il significato che sottendono, di uno studio specifico, sia iconografico che iconologico. Spesso ad esse si accompagna il “motto” della tipografia, che riassume la “filosofia” dello stampatore. Diversi tipografi italiani nel sec.XVI si recarono a Basilea per lavorare, poichè in Svizzera la chiesa Cattolica non esercitava il controllo sulla stampa, e gli artigiani di fede protestante (il caso più noto è quello del lucchese Pietro Perna) poterono stampare liberamente le opere della chiesa riformata senza temere alcunchè. La ragione della minor presenza nelle biblioteche d’Italia di opere a stampa provenienti dalle tipografie svizzere e delle nazioni protestanti si deve probabilmente proprio all’ostracismo della Chiesa, divenuto maggiore soprattutto dopo il Concilio di Trento (1545-1563), e naturalmente perdurato ben oltre il sec.XVI.

 

[Si ringrazia vivamente la Direzione della Biblioteca Comunale “M.Gatti” per aver concesso la consultazione di alcune cinquecentine e la riproduzione fotografica dei relativi frontespizi]

Tra psicologia e storia: incontro con il prof. Manfred Welti

Il marchese Bonifacio
Il marchese Bonifacio

di Nicola Morrone

 

Tra le figure più affascinanti e controverse del ‘500 salentino vi è certamente quella di Giovanni Bernardino Bonifacio, marchese d’Oria (1517-1597) noto agli studiosi nel suo duplice aspetto di fine umanista e di precoce aderente alla confessione protestante augustana.

La sua vita fu per molti versi singolare: proprietario del feudo di Oria, e signore di Francavilla e Casalnuovo/Manduria, dopo la sua giovanile conversione al protestantesimo, che lo rese inviso all’Inquisizione, fu costretto ad abbandonare le residenze salentine (i castelli di Oria e Francavilla) e iniziò a vagare in esilio per l’Europa, alla ricerca di un luogo in cui poter professare liberamente la sua fede. Morì a Danzica, città alla quale donò la sua collezione di preziosi volumi a stampa, che egli era solito portare con sè nei continui spostamenti.

I testi di proprietà del marchese (che trattavano gli argomenti più vari e in cui non mancavano classici latini e greci) costituirono, di fatto, il primo nucleo librario della nascente Biblioteca Civica di Danzica, di cui l’esule oritano può considerarsi a pieno titolo il fondatore.

Tra i principali conoscitori della vita e del pensiero di Giovanni Bernardino Bonifacio vi è lo storico ed archivista svizzero Manfred Edwin Welti (1936), grande studioso del protestantesimo .Egli ha dedicato molti anni allo studio delle vicende dell’esule religionis causa, focalizzando la sua attenzione, in ultimo, perfino sulla psicologia e sulla vita privata del marchese, allo scopo di definirne meglio la non comune personalità. Lo storico svizzero si è avvalso, in questo senso, soprattutto dello studio dei componimenti poetici, delle lettere e delle note marginali che il Bonifacio soleva apporre ai volumi letti (diverse centinaia), dall’analisi delle quali emergono i dati principali relativi alle sue convinzioni in materia di morale e di fede.

Ne risulta una personalità complessa e ricca di sfumature, in continua evoluzione, orientata, come sottolineano gli studiosi, in direzione di un protestantesimo di marca melantoniana, con forti accenti moralistici.

Al fine di approfondire la nostra conoscenza di questo personaggio per più versi eccezionale (purtroppo sconosciuto al vasto pubblico) abbiamo contattato personalmente il Prof.Welti, con il quale abbiamo anche discusso del metodo utilizzato nelle sue ultime ricerche, fondato sull’approccio cosiddetto psicostorico.

In relazione alle vicende ed al pensiero di Giovanni Bernardino Bonifacio, Welti ha sostanzialmente richiamato le osservazioni fatte nei principali volumi da lui dedicati all’esule, vale a dire “G.B.Bonifacio, Marchese d’Oria, im Exil, 1557-1597”(Ginevra 1976); ”Dall’Umanesimo alla Riforma. G.B.Bonifacio, Marchese d’Oria, 1517-1557 (Brindisi 1986); “Un addio a G.B.Bonifacio Marchese d’Oria ,1517-1597 (Basilea 2011).

A questi contributi, oltre che alla vasta bibliografia sull’esule oritano, rimandiamo il lettore che volesse approfondire l’interessante argomento. Rispetto invece al metodo di indagine utilizzato, Welti ha sottolineato che esso risulta incentrato appunto sulla prospettiva psicostorica.

Dall'Umanesimo alla Riforma

La psicostoria costituisce un indirizzo storiografico che, per definizione, tende ad “integrare nell’indagine storica gli approcci metodologici propri delle discipline psicologiche” (cfr. PBM Storia, ad vocem). Si tratta di una prospettiva innovativa di ricerca storica, non di rado osteggiata dagli ambienti accademici, ma che possiede comunque una sua dignità scientifica. Essa si fonda appunto sull’ interpretazione dei dati documentari e filologici alla luce delle nozioni fondamentali della psicologia.

Attraverso il metodo psicostorico si sono indagate personalità eminenti quale , ad es., quella di Martin Lutero (Cfr.E.Rivari, La mente e il carattere di Lutero, 1914), nonchè aspetti fondamentali della mentalità, delle istituzioni e del costume degli uomini dei secoli passati.

Rispetto all’approccio psicologico, con cui Welti ha indagato anche le vicende dell’esule Bonifacio, lo storico svizzero sottolinea che esso deve fondarsi comunque sempre su una solida base filologico-documentaria , al fine di evitare di ricadere nel romanzo storico, con i suoi inevitabili caratteri di finzione letteraria. Anche se lo scopo della ricerca storica resta quello di giungere ad una ricostruzione verosimile della realtà dei fatti, fondata sui documenti, un utile contributo può comunque venire , come già detto, anche dalle discipline psicologiche, che possono rivelare aspetti delle personalità e dei popoli del passato spesso non sufficientemente illuminati dalla tradizionale documentazione d’archivio.

Il ricercatore che si avvale del metodo psicostorico non esita ad indagare anche gli aspetti più reconditi delle figure del passato, come, ad esempio, la vita sessuale ed i rapporti familiari e sentimentali, allo scopo di fornire un quadro più esaustivo delle personalità studiate.

Il prof.Welti ha già prodotto una serie significativa di pubblicazioni sull’argomento, che, redatte in tedesco, attendono solo di essere tradotte in lingua italiana e diffuse presso il grande pubblico. E se è vero che un romanzo come Anna Karenina può fornire una serie di indicazioni più che attendibili sulla società russa dell’Ottocento, al pari di ogni ricerca storica puntuale condotta sull’argomento, è prevedibile che gli studi psicostorici avranno ancora lunga vita.

Manduria| Il Crocifisso ritrovato

crocifisso manduria

di Nicola Morrone

 

Tra i restauri più significativi di opere d’arte manduriane recentemente effettuati, si segnala senza dubbio quello relativo all’antico crocifisso ligneo di formato “terzino”, allocato nella chiesa dell’Immacolata. Si tratta di un’opera di dimensioni ridotte, ma di notevole interesse, per ragioni sia storiche che formali.

Non conosciamo il nome dell’intagliatore (probabilmente un maestro locale), ne’ possediamo documenti che ci permettano di datare il manufatto, ma, sulla base degli elementi stilistici, si può ipotizzare che l’opera sia stata realizzata nella seconda metà del sec. XVI, o al massimo, in considerazione di un probabile attardamento, nei primissimi anni del sec. XVII.

L’opera, di cultura rinascimentale e di sapore arcaico, potrebbe corrispondere al crocifisso menzionato nella Visita Pastorale di mons. Lucio Fornari (1603), di proprietà della Confraternita dell’Immacolata [cfr. M. Fistetto, Se Concetta ho Maria (Manduria 1997), p.45].

Il crocifisso, restaurato dalla maestra A. Falco con il contributo finanziario di un’anonima famiglia di confratelli, è stato restituito ad una piena leggibilità: in un’epoca imprecisata, infatti, il suo aspetto originale era stato modificato da ampie ridipinture, che ne avevano alterato le cromie. L’anonimo ridipintore aveva accentuato gli aspetti drammatici e patetici della scultura, connotando il corpo di Cristo morto con abbondanti fiotti di sangue, probabilmente sulla base di un’estetica controriformata, mirante a toccare le corde più intime dell’osservatore, anche al fine di indurre il fedele ad una riflessione più profonda sul mistero della passione di Cristo.

Oltre a quello della datazione, rimane aperto anche il problema attributivo: non abbiamo finora trovato termini di confronto pertinenti per questa scultura, la quale, comunque, prescinde dai modelli più in voga in ambito locale tra i sec. XVI e XVII, vale a dire quello “genuinesco” e quello “francescano”, di cui a Manduria sono presenti alcuni esempi.

Per il momento, l’unica opera che pare essere parzialmente accostabile alla nostra è forse il crocifisso ligneo della chiesa di San Francesco a Gallipoli, attribuito ad un ambito culturale di pieno Rinascimento [Cfr. F. B. Perrone, I Conventi della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia (Galatina 1981),vol.2, p.21].

L’anonimo maestro del crocifisso manduriano, come quello gallipolino, modella il legno in maniera sintetica, con pochi, sicuri colpi di sgorbia, ma riserva la giusta attenzione anche ai particolari (si noti, in questo senso, il trattamento del perizoma, del torace e delle braccia). Il pathos è decisamente contenuto: se non fosse per il compiacimento virtuosistico che caratterizza alcuni dettagli (per es. la capigliatura di Cristo), nonchè per l’assetto generale del corpo del Nazareno, di impressionante magrezza, ci troveremmo di fronte ad un artista che, per il senso di equilibrio che caratterizza la composizione e per la padronanza del dato psicologico, potrebbe dirsi “classico”.

 

Nicola Morrone

Una fortificazione moderna: la torre di San Pietro in Bevagna

Chiesa-torre di San Pietro in Bevagna

di Nicola Morrone

 

Tra le emergenze architettoniche più significative del territorio di Manduria  (TA) figura senza dubbio la torre costiera di San Pietro in Bevagna, secolare baluardo militare, eretto con un duplice scopo: quello di proteggere la cappella e il sacello sottostanti (luoghi centrali della religiosità manduriana) e quello di avvistare i navigli corsari, che, soprattutto a partire dal sec. XVI, insidiarono le popolazioni rivierasche. Forniremo al lettore, in questa sede, un ragguaglio architettonico sulla torre, che, con il suo insolito sviluppo planimetrico “stellare”, rappresenta uno dei pochi esempi di torre costiera vicereale di tipo moderno. Seguirà un approfondimento sulla cultura dell’anonimo architetto progettista e, infine, una sintesi della vicenda storica relativa alla costruzione.

Un’architettura insolita

La torre di San Pietro in Bevagna (sec.XVI), diversamente dalla maggior parte delle coeve torri che punteggiano le coste di quello che fu il Regno di Napoli, presenta un’architettura del tutto particolare. Anzichè riproporre la consueta planimetria circolare o quadrangolare, essa ha pianta ottagonale, meglio definita come di “stella a quattro punte” o a “cappello di prete”, per l’effettiva analogia con il berretto che sogliono portare i sacerdoti. Questo tipo di sviluppo, in pianta e in alzato, che la torre di San Pietro in Bevagna condivide con pochissime altre torri costiere e con una ristretta serie di edifici fortificati del sud Italia, deriva dall’applicazione dei nuovi precetti dell’architettura e dell’ingegneria militare, teorizzati per primo dal valenciano Pedro Luis Escrivà (1482 ca-1568 ca). Egli,commendatore dell’Ordine di Malta, definito dagli studiosi il “miglior ingegnere militare della corona spagnola”, fu chiamato a coordinare il sistema difensivo del Regno di Napoli per far fronte al pericolo turco.

Fu in Italia certamente tra il 1528-1535, e passò alla storia per aver scritto il primo trattato di fortificazione moderna, vale a dire la “Apologia y excusacion in favor de las fabricas del Reino de Napoles” (1538), attualmente conservato in due copie (una manoscritta e una a stampa) presso la Biblioteca nazionale di Madrid, e liberamente consultabile in rete, sul sito della Biblioteca stessa (”bdh.bne.es”). Il prototipo italiano della moderna fortificazione a pianta stellare, che supera quella medievale (impostata sullo schema quadrangolare con torri ai lati) è costituito da Castel Sant’Elmo, notissima fortezza napoletana, sulla quale Pedro Luis Escrivà fu chiamato ad intervenire nel sec. XVI.

Il castello esibisce appunto una pianta di stella a sei punte, che stupì non poco gli architetti “tradizionalisti” dell’epoca, dalle accuse dei quali Escrivà si difese attraverso il suo trattato. Ma il nuovo modello di fortezza si rivelò quanto di più efficiente potesse esserci, poichè, giocato sulla introduzione del sistema dei bastioni “a tenaglia”, permetteva un più razionale sistema di difesa ed offesa, anche attraverso la sistemazione delle archibugiere a tiro incrociato. Non è da escludere che l’architetto, nell’escogitare il nuovo sistema “a tenaglia”, abbia ripreso lo stesso motivo presente nello stemma dell’ordine di cui era commendatore, sintetizzando così nella nuova tecnica fortificatoria l’aspetto pratico e quello simbolico, come non di rado accadeva agli architetti di quel tempo lontano. La studiosa A.Camara Munoz, a questo proposito,sostiene appunto che in relazione alla forma stellata delle fortificazioni e’ forse possibile rintracciare un ”simbolismo latente”,  [Cfr.A.Camara Munoz, Las torres del litoral en el reinado de Felipe II, in “Espacio, Tiempo y Forma”,VII, 1990, pp.55-86].

Ad ogni modo, secondo l’autorevole parere di Oronzo Brunetti, dal modello della fortezza “stellare”di Sant’Elmo deriverebbero quello dell’omonima fortezza di Malta, di alcune fortezze toscane, e quelli di alcuni esempi minori, vale a dire il castelletto di Melendugno, la masseria Pettolecchia a Fasano, il casino dell’Arso a Mandatoriccio (CS) [Cfr.O.Brunetti, A difesa dell’Impero, (Galatina 2006), p.37].

A questi esempi gli studiosi hanno aggiunto le torri costiere vicereali di San Pietro in Bevagna presso Manduria (TA), di Santa Sabina presso Carovigno (BR), di Torre della tonnara di Cofano presso Custonaci (TR), le uniche tra le oltre trecento del Regno ad avere forma di “stella a quattro punte”. Tutte le altre, pur concepite da valenti ingegneri (ad es. Giovanni Tommaso Scala) sono state realizzate con il tradizionale sviluppo planimetrico circolare o quadrangolare.

 

Pianta Torre San Pietro in Bevagna
Pianta Torre San Pietro in Bevagna

L’anonimo architetto

Allo stato attuale delle ricerche, non disponiamo di documentazione probante circa la originaria vicenda costruttiva della torre di Bevagna. Sappiamo solo che essa fu fatta costruire dai monaci benedettini di San Lorenzo d’Aversa a protezione del sacello e della cappella di San Pietro, e fu acquisita dall’autorità vicereale intorno al 1578 “a beneficio del regno e del popolo, per tenere i soldati e difendere la zona contro i corsari “[Cfr. P.Coco, Porti, castelli e torri salentine (Roma 1930), p.113]. Le carte conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, ben note agli studiosi, sono infatti essenzialmente di natura fiscale, e rappresentano fedi di pagamento del personale, forestiero ed autoctono, che si successe nel servizio alla torre e alla relativa fascia costiera (torrieri, cavallari, pedoni, ecc.).

Va comunque ancora esplorato l’Archivio General de Simancas (Madrid), che conserva, oltre a fondi specifici, anche un interessante raccolta di disegni relativi a torri e castelli del “Reino de Napoles”. Per il momento, per comprendere le scelte progettuali che furono alla base della realizzazione della torre di Bevagna, dobbiamo fare esclusivo riferimento alla struttura del manufatto, che fornisce comunque, di per sé stessa, alcuni interessanti elementi di valutazione. L’anonimo architetto, che, per ragioni squisitamente cronologiche, non può essere stato lo stesso Pedro Luis Escrivà, si potrebbe identificare con uno dei due architetti salentini che furono a contatto con lo stesso, e ne svilupparono le novità progettuali. Essi furono, principalmente, Giangiacomo dell’Acaya (morto nel 1570) e Evangelista Menga (morto nel 1571). La cronologia relativa ai due capomastri conforta la nostra ipotesi, poichè, come risulta dal documento riportato dal Coco, la torre di San Pietro in Bevagna fu quasi certamente eretta a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del sec. XVI, quando le novità progettuali introdotte da Escrivà, ampiamente dibattute a livello mediterraneo (segnatamente nei cantieri di Napoli e Malta) erano già state assimilate dai tecnici del Regno.

Al modello avanzato di fortificazione (a pianta stellare, bastionata, con muri laterali “a forbice” ed archibugiere a tiro incrociato) si ispirò dunque anche l’anonimo architetto della torre bevagnina, che potrebbe essere stato salentino, e forse anche, come lo stesso Escrivà, appartenente all’ordine dei Cavalieri di Malta. L’ordine forniva infatti al Viceregno i migliori architetti ed ingegneri militari, e favoriva “canali privilegiati per diffondere saperi militari ed architettonici” [Cfr.O Brunetti, op.cit., p.34]  E, se affiliato all’ordine, non è da escludere che l’architetto sanpietrino fosse in contatto con la vicina Commenda magistrale di Maruggio, anche se la torre di San Pietro ricadde sempre, di fatto, nelle pertinenze del comune di Manduria.

 

Cronologia

Sec.XVI: Il Monastero di San Lorenzo d’Aversa fortifica il sacello e la cappella di San Pietro in Bevagna facendo costruire una torre a protezione degli stessi dagli assalti dei pirati turchi.

1578: La Regia Corte espropria la torre, corrispondendo ai Benedettini d’Aversa la somma di 807 ducati

1845: Con suo decreto,Francesco II di Borbone Re di Napoli cede la torre al Vescovo di Oria, per dimora del Rettore del Santuario o del custode

1860: Con l’incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d’Italia, la torre diventa di proprietà demaniale.

1900: Con atto di compravendita, il Demanio statale cede la torre al Comune di Manduria (TA).

Manduria. Il San Lorenzo conteso

Manduria. Statua San Lorenzo (sec.XVIII)
Manduria. Statua San Lorenzo (sec.XVIII)

di Nicola Morrone
Tra i primi e più importanti martiri della cristianità occidentale c’è senza dubbio San Lorenzo, nato a Huesca (Spagna) nel 225 e morto a Roma, il 10 agosto 258, nell’ambito della persecuzione dell’imperatore Valeriano.

Trasferitosi in gioventù dalla Spagna a Roma, una volta giunto nell’Urbe divenne arcidiacono, cioè responsabile delle attività caritative della Diocesi. In seguito ad un editto emanato dall’imperatore, all’età di 33 anni Lorenzo fu messo a morte perchè presbitero, cioè sacerdote. Molto probabilmente (anche se, in questo senso, mancano testimonianze storiche inequivocabili) venne bruciato vivo su una graticola ardente. La graticola, perciò, diventò in seguito il suo attributo iconografico.

Piuttosto tardivamente, il culto per il martire giunse anche a Manduria. La devozione locale non nacque per impulso della Diocesi, ma, come talora accade, su iniziativa privata. Intorno al 1547, con un lascito del notaio Giovanni De Basiliis, su un terreno di sua proprietà, fu edificata una cappella dedicata al santo, che risulta già crollata nel 167O [Cfr. L.Tarentini, Manduria Sacra (1899), p.17].

Nell’iconografia pittorica e plastica manduriana, San Lorenzo è presente, in maniera particolare, in due distinti luoghi di culto: la chiesa della Madonna del Carmelo (Scuole Pie) e la cappella della Natività di Maria Vergine (in Sant’Antonio).

Alle Scuole Pie, il santo è abbondantemente riprodotto: a lui è dedicato il secondo altare a sinistra della navata, qualificato da una grande tela centrale che raffigura il suo martirio e da quattro telette laterali con scene della sua vita (ambito dei pittori Bianchi, sec. XVIII). Nella chiesa è inoltre presente una statua in cartapesta che rappresenta il santo, opera di R. Caretta (sec. XX).

Nella cappella della Natività di Maria Vergine (in Sant’Antonio) si può invece ammirare un bel dipinto con il santo in atteggiamento estatico (sec. XVII, scuola pugliese) e una statua in cartapesta di artista locale (sec. XVIII). La statua, come tutto il corredo artistico della cappella, è stata realizzata su iniziativa dei Frati Cappuccini (uno dei tre ordini mendicanti della famiglia francescana, sorto nel 1520) che officiavano il culto nella chiesetta già dalla seconda metà del sec. XVII. Giunti a Manduria intorno al 1660, essi, anche con il sostegno dell’aristocrazia locale, avevano realizzato la cappella e il convento annesso, e tra gli altri, solennizzavano il culto per San Lorenzo Martire con una festicciola nei pressi della contrada [cfr. L.Tarentini, Manduria Sacra (1899), pp.56-65].

Ma la comunità cappuccina, dopo appena due secoli di presenza in città, dovette abbandonare Manduria in seguito alle soppressioni monastiche postunitarie (1866). All’allontanamento della comunità monastica seguì un periodo di abbandono della cappella e del convento, in cui si verificarono, tra le altre cose, anche spoliazioni del patrimonio artistico.

Nell’ambito di quel convulso frangente storico, che ha interessato molte fondazioni monastiche italiane, la statua manduriana di San Lorenzo è stata al centro di una vicenda molto particolare, che abbiamo recentemente ricostruito con l’ausilio di documenti rintracciati nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, sulla scorta delle indicazioni fornite in un saggio scientifico [cfr. A.Gioli, ”Monumenti e oggetti d’arte nel Regno d’Italia. Il patrimonio artistico degli Enti religiosi soppressi tra riuso, tutela e dispersione” (Roma 1997)].

Presso L’ACS (fondo Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale delle Antichita’ e Belle Arti, Affari per Province, busta 16, fascicolo 41) esiste infatti un incartamento, della consistenza di cc. 8, riguardante i Cappuccini di Manduria, contenente documenti risalenti all’anno 1872. Sei anni prima, il Regio Decreto n.3036 del 7 Luglio 1866 aveva stabilito la soppressione degli Ordini religiosi possidenti. La legge non prevedeva forme particolari di tutela dei beni artistici presenti nelle chiese e nei fabbricati monastici. E mancando appunto un sostegno giuridico alla salvaguardia dell’immenso patrimonio artistico degli Ordini religiosi ebbe luogo, nell’immediato periodo postunitario, la grande dispersione delle opere d’arte di proprietà claustrale, la cui sorte, nella gran parte dei casi, non è più possibile ricostruire.

Dopo l’allontanamento dei Cappuccini dalla casa manduriana, lo stesso destino sarebbe toccato, tra gli altri, anche alla statua in cartapesta di San Lorenzo Martire, ma stavolta le cose, per una curiosa circostanza, andarono diversamente. Infatti, tra i documenti da noi ritrovati a Roma ce n’e’uno, datato 1872, da cui si evince che la Congrega del Carmine di Manduria (Scuole Pie) aveva fatto istanza ad un particolare ufficio del neonato Regno d’Italia (l’Amministrazione del Fondo per il culto) per ottenere la statua di San Lorenzo Martire, già appartenuta ai Cappuccini, al fine di istituire nella propria chiesa il culto del santo e solennizzarlo con una festa annuale (10 agosto).

Per permettere lo spostamento della statua dalla chiesa dei Cappuccini a quella delle Scuole Pie occorreva però, secondo le leggi del tempo, che essa fosse riconosciuta “di nessun valore artistico”. In caso contrario, essa sarebbe rimasta di proprietà dello Stato, come patrimonio acquisito in seguito alla soppressione della comunità cappuccina di Manduria. Gli ufficiali del Regno d’Italia incaricarono dunque la Regia commissione Conservatrice di Monumenti storici e delle Belle Arti di stimare il valore artistico della statua, e, anzichè mettere tutto nelle mani di tecnici forestieri, si affidarono al personale del Museo provinciale di Terra d’Otranto (Lecce), che avrebbe inquadrato l’opera nel giusto contesto storico ed artistico, e ne avrebbe poi fornito, in base a questi parametri, una stima anche economica. E così fu.

Nel fascicolo da noi consultato a Roma, c’è infatti una bellissima relazione, senza data, sottoscritta dal Direttore del Museo Provinciale di Lecce (il patriota Sigismondo Castromediano). Dalla sua lettura si evince che una commissione del Museo, composta da Luigi De Simone, Cosimo De Giorgi, Pietro De Simone e lo stesso Castromediano, si recò a Manduria la sera del 13 settembre 1872 e, dopo essersi accordata col sindaco, col ricevitore del demanio e con i RR. Carabinieri, il giorno successivo prese visione della statua.

Questa era già stata collocata nella chiesa del Carmine. Dopo essere stato riconosciuto sotto l’aspetto formale come opera di gusto barocco, il manufatto fu giudicato dalla commissione come opera di “artista poco perito”. Alla fine della meticolosa relazione si sottolinea che “se v’ha alcun pregio in questa statua non è certo estrinseco od estetico; la è una brutta copia, è una pessima caricatura di tante statue consimili di San Lorenzo che si trovano in diversi paesi della provincia, le quali potranno avere soltanto un valore archeologico tra un milione di anni, se la materia prima con la quale sono state modellate potrà resistere alla corruzione del tempo, del tarlo, e della tignola. Per tutti questi motivi la Commissione giudica la statua di nessun valore artistico, e crede che il prezzo dell’opera quale attualmente si trova sia di 80 a 100 lire italiane”.

Sulla base di questa valutazione, l’Amministrazione per il Fondo del Culto accordò alla Congregazione del Carmine di Manduria l’utilizzo della statua, anche se i confratelli, come detto, avevano già provveduto a spostare l’opera dalla sua sede originaria, con processione solenne.

La statua di San Lorenzo Martire, dunque, è rimasta a Manduria proprio per esser stata considerata “di nessun valore artistico”. Questa valutazione, effettuata nel 1872 dagli esperti leccesi, è stata dunque provvidenziale, poichè ha permesso all’opera, a differenza di tante altre disperse, di rimanere nella sua città. La valutazione della commissione, però, pur provvidenziale, non fu criticamente equilibrata. Il Tarentini afferma che, all’epoca, la statua “riscosse erroneamente fama di grande lavoro artistico”, senza però motivare questo suo giudizio negativo.

Lo studioso S. P. Polito, tra i massimi conoscitori della cartapesta salentina, si esprime invece sul San Lorenzo manduriano in termini decisamente positivi, descrivendolo come un manufatto “pregevole”, che “denota nei tratti e nel gesto una tenuta qualitativa non eccellente, ma, ad ogni modo, piuttosto alta [….] non troppo lontana dagli esiti raggiunti dal Manieri” [Cfr.S.P.Polito, La cartapesta Sacra a Manduria (Manduria 2002), pp. 20 e 136].

Nella fattispecie, si tratta, tra l’altro, di un vero e proprio incunabolo della cartapesta salentina, dal momento che i primi manufatti di plastica cartacea documentati nel Salento risalgono appunto al sec. XVIII. Il verdetto dei tecnici leccesi pare anche a noi eccessivamente severo: osservando direttamente la statua, che fu realizzata più di due secoli e mezzo fa, si nota uno sviluppo solido ed equilibrato della massa plastica, una sufficiente attenzione al dettaglio decorativo, e, non ultima, una buona capacità di caratterizzazione psicologica.

In ogni caso, a quella lontana valutazione “al ribasso” dobbiamo comunque, lo ribadiamo, il salvataggio dell’opera dalla sua sicura dispersione. La statua di San Lorenzo, dopo essere stata acquisita dai Confratelli del Carmine per le loro esigenze cultuali (tra l’altro legittimate da una devozione che, nata su impulso privato, era presente alle Scuole Pie già dal primo ‘700) ritornò poi, giustamente, nella sua sede originaria, cioè nella cappella della Natività di Maria (ora in Sant’Antonio).

Nelle Scuole Pie fu, al suo posto, collocata un’altra statua in cartapesta del Santo, quella realizzata ai primi del ‘900 dal leccese Raffaele Caretta.

In conclusione, da una superficiale valutazione tecnica dell’importanza di un’opera d’arte è venuto alla comunità manduriana un vantaggio, di cui i concittadini possono tuttora beneficiare. Purtroppo, di tante altre opere, di cui si fece a suo tempo “corretta” valutazione artistica, si è perso finanche il ricordo.

 

Nicola Morrone

 

Nuovi documenti sul rapporto tra Giovanni Bernardino Bonifacio e l’Università di Casalnuovo

IL MARCHESE E LA CITTA’

 Nuovi documenti sul rapporto tra Giovanni Bernardino Bonifacio e l’Università di Casalnuovo

di Nicola Morrone

Nello scorso mese di luglio ci siamo recati presso l’Archivio di Stato di Napoli, allo scopo di reperire nuove fonti documentarie relative alla storia di Manduria. Oltre ad una serie di sondaggi in alcuni fondi archivistici già noti agli studiosi di storia locale, abbiamo effettuato una ricognizione in alcuni faldoni che costituiscono il cosiddetto “Archivio imperiali”.

Preliminarmente al nostro sondaggio archivistico, necessariamente selettivo, abbiamo consultato i regesti dell’Archivio Imperiali, compilati dalla dott.ssa V. Minniti e cortesemente messi a nostra disposizione dal personale della Biblioteca civica di Francavilla Fontana. Lo spulcio dell’ingente materiale documentario, al di là delle carte più direttamente collegate alla famiglia genovese, non ha mancato di riservare alcune sorprese.

Nel fascio n. 98 del fondo “Giunta degli Allodiali, I serie” è infatti collocato un documento di estremo interesse, utilissimo a chi voglia ricostruire su basi più certe la storia della nostra comunità, e che trova tra l’altro termini di confronto in una serie di documenti consimili, redatti nello stesso periodo.

Il documento in questione è un fascicoletto cartaceo, manoscritto, costituito di 9 fogli numerati, compilati sul “recto” e sul “verso” (per un totale di 17 facciate di testo) e di varie altre carte bianche. In queste pagine sono contenuti i “capitoli”(o grazie, o privilegi) concessi negli anni 1538-1540 alla città di Casalnuovo dal Marchese d’Oria Giovanni Bernardino Bonifacio (1517-1597). Il documento da noi consultato non costituisce l’originale, ma una copia tarda, estratta in un’epoca imprecisata dal XXXII quinternione della Regia Camera della Sommaria e  autenticata dal notaio casalnovetano Giovanni Tommaso Pasanisi nel 1634. I capitoli originali, redatti su carta pergamena, muniti di sottoscrizione del feudatario e provvisti di sigillo pendente, sono probabilmente andati perduti.

morrone

Il documento, finora ignoto agli studiosi [cfr. M.Welti, Dall’Umanesimo alla Riforma.Giovanni Bernardino Bonifacio Marchese d’Oria (Brindisi 1986), p.27] è tanto più importante, in quanto getta una luce significativa sui rapporti intercorrenti, di diritto e di fatto, tra i principali attori politici del tempo: la Corona reale, il feudatario, il Comune (o “universitas”). Nel 1538 Giovanni Bernardino Bonifacio aveva concesso vantaggiosi capitoli alla città di Oria [cfr.M.Welti, ibidem, p.26], e nello stesso periodo anche Francavilla Fontana era stata beneficiata degli stessi provvedimenti [Cfr.P.Palumbo, Storia di Francavilla Fontana (Lecce 1870), pp.437-447].

Siamo ora in grado di dimostrare concretamente, dopo la nostra scoperta nell’Archivio di Stato di Napoli, che anche Casalnuovo ottenne importanti privilegi dal Marchese d’Oria, peraltro nello stesso torno di tempo (1538-40). I capitoli concessi alla nostra città furono redatti parte in latino e parte in volgare. Le parti in latino, se si eccettuano alcune importanti  indicazioni di carattere storico e cronologico, sono comunque piuttosto ripetitive, impostate sulle formule tipiche degli atti ufficiali redatti nel sec.XVI. Decisamente più interessanti sono le parti redatte in volgare, che costituiscono, nella sostanza, il corpo delle 20 “grazie” richieste (ed ottenute) dall’Università di Casalnuovo.

Come è ricordato nello stesso documento, la comunità di Casalnuovo, al pari di tante altre di Terra d’Otranto, godeva fin dal tempo di Re Ferdinando I d’Aragona di particolari privilegi, che il Re aveva concesso tra la fine del 1463 e i primi del 1464 [Cfr. G. Papuli, Documenti editi ed inediti sui rapporti tra le Università di Puglia e Ferdinando I….(Galatina 1971), pp.375 e segg.]. Dai tempi di Re Ferrante erano comunque passati molti anni e la comunità, more solito, decise di farsi confermare i privilegi fino ad allora posseduti, ed impetrò le grazie al feudatario, che, da parte sua, gliele concesse.

Alcuni studiosi hanno giudicato la concessione dei capitoli alle “universitates” di Oria, Francavilla e Casalnuovo un atto di debolezza politica del nuovo feudatario: non sempre, infatti, i capitoli erano concessi con facilità. In ogni caso, in quell’occasione le comunità la spuntarono e il documento che di seguito esamineremo ne costituisce la prova.

Come già detto, i privilegi concessi alla comunità casalnovetana, che allora contava 700 fuochi, cioè circa tremila abitanti [Cfr. G. Jacovelli, Manduria nel ‘500 (Galatina 1974), p. 22] sono 20 e sono scrupolosamente elencati ai ff. 2-6 del fascicolo, con un richiamo numerico sul margine sinistro del foglio, che ne favorisce l’identificazione. Si tratta di provvedimenti che riguardano vari aspetti della vita cittadina (amministrativi, economici, giuridici): ne forniamo brevemente l’elenco, con una sintesi del contenuto, lasciando ad altri il compito di esaminarli nello specifico, e di confrontarli con quelli concessi da Giovanni Bernardino Bonifacio alle città di Oria e Francavilla Fontana.

manduria

CAPITOLI CONCESSI DAL MARCHESE D’ORIA ALL’UNIVERSITA’ DI CASALNUOVO (1538-40)

Capitolo 1: Si chiede al feudatario che i cittadini di Casalnuovo vengano giudicati, sia per le cause civili che per quelle penali, esclusivamente entro la loro città, e da ufficiali in essa presenti.

Cap.2: Si chiede che i delinquenti di Casalnuovo e qualsiasi individuo ristretto nel carcere cittadino, non possa essere trasferito in altro carcere fuori dalla città.

Cap.3: Si chiede che il capitano (cioè il rappresentante del feudatario) sia sostituito ogni anno, come prevede la prammatica del Regno di Napoli.

Cap.4: Si chiede che il Marchese d’Oria provveda la comunità di persona idonea ed atta all’esercizio della amministrazione della giustizia, e che eserciti l’ufficio personalmente e non attraverso sostituti, e che, in caso la giustizia sia amministrata da un sostituto, la comunità non debba pagargli lo stipendio.

Cap.5: Si chiede che l’università resti, secondo l’antica consuetudine, nel possesso dei proventi delle pene pecuniarie rivenienti da tutte le condanne impartite dai tribunali cittadini, con la facoltà di deputare due o tre cittadini, che intervengano allo scopo di evitare che si commettano frodi sui proventi a danno dell’Università.

Cap.6: Si chiede che i cittadini di Casalnuovo non siano costretti ad alloggiare nelle loro case gli ufficiali del Marchese, ne’ a consegnare loro panni, letti e qualsivoglia altra masserizia, ne’ gratuitamente, ne’ a pagamento, ma che, all’opposto, i cittadini abbiano facoltà di decidere se ospitarli o meno.

Cap.7: Si chiede che l’erario cittadino debba dar conto al Marchese esclusivamente delle entrate feudali e baronali.

Cap.8: Si chiede che, come è antica consuetudine, la decima dello zafferano si debba pesare in frutto, e non in fiore, e che le stesse piante possano entrare nella città attraverso tutte le porte, e non solo dalla porta grande.

Cap.9: Si chiede che i cittadini di Casalnuovo possano vendere liberamente frutti, frumenti, vini, olii, legumi senza licenza del Marchese o del suo ufficiale, e che non siano obbligati ad attendere che prima vengano venduti i generi alimentari di proprietà della corte baronale, come anche a vendere nelle loro botteghe gli stessi, ne’ a pagare la decima delle cipolle.

Cap.10: Si chiede che il castellano di Casalnuovo, che alloggia nel castello con la sua famiglia e che, oltre ad affittare il castello a persone di sua conoscenza, pretende di essere esente dal pagamento dei dazi, debba all’opposto, come è vecchia consuetudine, pagare anch’egli dazi e gabelle, poichè è anch’egli un cittadino come tutti gli altri.

Cap.11: Si chiede che ogni cittadino di Casalnuovo porti il peso del pagamento da effettuare presso la Regia Corte, per impedire che i poveri sopportino il peso fiscale di coloro che, per essere esenti dal pagamento delle tasse, presentano al Marchese lettere di raccomandazione.

Cap.12: Si chiede che il Marchese non si intrometta nei fatti relativi al governo dell’Università, nè nelle cause che sono di competenza di quest’ultima.

Cap.13: Si chiede, come è antica consuetudine, di poter creare liberamente il sindaco, gli auditori, gli ordinati e i camerlenghi, e gli altri ufficiali del governo cittadino, sulla base del consenso popolare, evitando altre modalità di elezione, per impedire che vengano elette persone non idonee, o che uno stesso cittadino si ritrovi più volte eletto.

Cap.14: Si chiede che il Marchese permetta che il sindaco, e gli ufficiali di Casalnuovo possano conservare i libri e le scritture redatte in passato dagli ufficiali dell’università, come è antica consuetudine, e che nè il Marchese nè i suoi ufficiali possano sottrarle, e che, infine, le medesime restino depositate esclusivamente presso gli ufficiali cittadini.

Cap.15: Si chiede che, come è antica consuetudine, la decima del mosto si paghi davanti alla porta della città, quando il vino viene introdotto in essa, e non quando lo stesso si trova già nel palmento.

Cap.16: Si chiede che il Marchese non ordini a nessun cittadino, nè a pagamento, nè gratuitamente, di effettuare prestazioni di lavoro personale, nè attraverso il proprio bestiame, se non a coloro che di diritto possono essere comandati dal Marchese ad effettuarle.

Cap.17: Si chiede che i capitani, e gli ufficiali del Marchese, nell’ingresso del loro ufficio in Casalnuovo giurino di osservare i privilegi e le consuetudini della città.

Cap.18: Si chiede che il Marchese ratifichi tutti i privilegi, le grazie, le consuetudini, i costumi che sono stati concessi alla città da re Ferdinando I d’Aragona. Si chiede che lo stesso li confermi, e non li  impedisca, ne’ contraddica in alcun momento, ne’ direttamente, ne’ indirettamente.

Cap.19: Si chiede che, come è antica consuetudine, si possa proibire la vendita del vino al taverniere della corte baronale, prima che i cittadini di Casalnuovo non abbiano venduto tutto il loro.

Cap.20: Si chiede che, come è antica consuetudine, l’università possa eleggere ogni anno un cittadino con l’incarico di mastro d’atti.

Il Marchese d’Oria Giovanni Bernardino Bonifacio, dopo aver accordato il suo “placet” a tutte le richieste dei casalnovetani, promette solennemente, giurando con la mano posta sul Vangelo, di osservare, e di fare osservare dai propri eredi, e successori, e dai suoi ufficiali e ministri, tutto ciò che è contenuto nei capitoli, sottoscritti ad Oria, e che il Marchese spedisce poi a Napoli per ottenere il “regio assenso”, cioè la ratifica dei capitoli stessi da parte del Re. Infine, il Marchese stabilisce in mille ducati la pena pecuniaria da somministrare a quegli ufficiali che non osserveranno, ne’ faranno osservare i provvedimenti contenuti nei capitoli.

Con la sottoscrizione del Marchese, del suo segretario Antonio Vinciguerra e di un auditore si conclude il lungo documento, ricopiato da mano anonima in un’epoca imprecisata, e da noi recentemente riportato alla luce. Come già detto, esso costituisce uno dei pochi testi sulla base dei quali lo studioso può tentare di ricostruire alcuni aspetti del funzionamento dell’università (o comune) di Casalnuovo nel sec. XVI, e della sua modalità di relazionarsi con la Corona e il feudatario.

Si auspica che, in futuro, anche con l’apertura alla consultazione degli archivi privati, possano essere prodotte altre testimonianze documentarie sulla vita di questa importante istituzione, che, in fondo, ha rappresentato e rappresenta tutti noi.

Batti il ferro quand’è caldo, ovvero le torri costiere di Terra d’Otranto in una relazione del 1624 (1/2)

di Armando Polito

In un post molto recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/19/uninedita-relazione-sullo-stato-delle-torri-costiere-del-regno-di-napoli/) Nicola Morrone ha riportato alcuni stralci di una relazione manoscritta, datata 12 giugno 1624, sulle torri costiere del Regno di Napoli, fornendo anche gli estremi a beneficio di chi volesse consultare direttamente il documento inserito insieme con altri nel terzo dei tre tomi (sarebbe più corretto chiamarli faldoni) che recano il titolo di Papeles historico-politicos tocantes a Napoles, custoditi nella Biblioteca Nazionale Spagnola e catalogati tra i manoscritti con il n. 988. Tuttavia, per rendere più facile il compito al lettore che ha interessi di questo tipo, rendo più precisa ed immediata l’indicazione fornita da chi mi ha preceduto dicendo che il documento in questione può essere integralmente letto e scaricato tomo per tomo (rispettivamente ff. 1-140, 141-280 e 281-422) all’indirizzo http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000040846&page=1. Nella stessa biblioteca, infatti, sono custoditi altri manoscritti dal titolo più o meno simile; per esempio, il n. 2445, anch’esso in tre tomi (rispettivamente ff. 1-129, 130-258 e 259-386), reca il titolo Papeles historicos y politicos tocantes a Napoles). Il link diretto che ho riportato eviterà perdita di tempo a chi pensasse, com’è naturale, di fare la ricerca in base al titolo.
Ogni scritto è come se avesse a disposizione due nascite: la prima avviene quando l’autore ne completa la sua stesura pressoché definitiva, la seconda al momento della sua pubblicazione (quando la stampa ancora non esisteva questa funzione era assunta dalle copie), che rende partecipe della sua esistenza, almeno teoricamente, il maggior numero possibile di persone.
Il documento di cui qui si sta parlando appartiene a quell’ampia schiera di fonti che come tante altre (penso immediatamente ai repertori notarili) hanno avuto una sola nascita e tanti aborti, nel senso che la loro pubblicazione è stata parziale, legata agli interessi contingenti del ricercatore. Se, poi, qualcuno voleva controllare la bontà della trascrizione (quando essa veniva attuata …), doveva sobbarcarsi a scomodi spostamenti dal suo abituale luogo di vita e ad onerosi esborsi per i vari diritti-balzelli che la burocrazia ha vergognosamente alimentato e che il legislatore continua altrettanto vergognosamente a mantenere in vita. Per il nostro documento, in particolare, esistono solo riferimenti in qualche pubblicazione. Un titolo per tutti: Giuseppe Caridi, Uno “stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi, Roma, 1988.
Poi venne la digitalizzazione nella quale l’Italia, i cui governanti si sciacquano ogni tanto la bocca con l’agenda digitale, nesso di cui molto probabilmente non conoscono nemmeno il significato, è spaventosamente arretrata rispetto al resto del mondo. Credo che fra poco anche qualche finora sconosciuta popolazione dell’Amazzonia ci mostrerà le spalle, il che, in questo campo non è certo, nonostante la nostra furbizia, una posizione favorevole …
Gli archivi digitali creati dagli altri consentono oggi a chiunque lo voglia una fruizione o un controllo gratuito e in tempo reale. Così oggi sono grato a Nicola Morrone per la sua segnalazione, perché mi consente di aggiungere un altro pezzo di questo interessante documento. Lo so, due aborti (nel senso prima detto) non costituiscono una nascita, ma chi sa che prima o poi questa gravidanza non possa essere portata felicemente a compimento …
Poi per me è già un fatto positivo che due interessi convergano, perché, a differenza di quelli economici, i culturali non dovrebbero suscitare conflitti, ripicche, gelosie. Mi rendo conto che così non è, solo se penso alla scarsa concorrenza che, in generale, vedo nel mondo accademico italiano, dove ognuno sembra attento, più che a ricercare, a cercare di non invadere l’orto o, in qualche caso, il feudo del vicino …; non è così, secondo me, che la conoscenza progredisce.
Sono sicuro, però, che Nicola Morrone accetterà di buon grado, prima che io passi al dettaglio che del nostro documento intendo esaminare, un’ipotetica integrazione ad un suo punto interrogativo posto proprio all’inizio della trascrizione del foglio 279r e relativo al destinatario della relazione.
Credo di poter integrare, sciogliendo le abbreviazioni, nel modo che segue: Al circunspetto1 Scipione Reggente Brandolino. I Brandolino ricoprirono alte cariche e Scipione in particolare quella di reggente. Ecco cosa di Scipione si legge in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1804, tomo VII, p. 325: Scipione Brandolino fu altro degno soggetto del secolo XVII. Nel 1612 fu creato Presidente della Regia Camera, e nel 1623 Reggente di Collaterale del Supremo Consiglio d’Italia in Ispagna, e morì in Barcellona con titolo di marchese di Melito.
È tempo di pensare e di passare ai fatti miei. Alla fine della trascrizione dello stesso foglio Nicola avvertiva: segue l’elenco delle province del Regno, con le torri costiere e le città nel cui territorio esse ricadono.
Delle restanti torri del Regno esistenti all’epoca non mi interessa più di tanto, ma con quelle di Terra d’Otranto la musica cambia, anche per le orecchie, voglio sperare, di più di un lettore.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/23/batti-il-ferro-quande-caldo-ovvero-le-torri-costiere-di-terra-dotranto-in-una-relazione-del-1624-22/

_________
1 Oggi circospetto è sinonimo di accorto o, addirittura, di diffidente. Qui circunspetto sta nel significato etimologico [da circumspectu(m), participio passato di circumspìcere=guardare attorno], ma semanticamente volto dal passivo (che è stato guardato attorno) all’attivo (che ha guardato attorno), come si conviene al destinatario di una relazione che dovrebbe essere essa stessa basata su dati attentamente controllati. Comunque, circunspetto è il titolo che normalmente nelle prammatiche (editti o decreti regi) di quel tempo è riservato agli alti funzionari.

 

Un’inedita relazione sullo stato delle torri costiere del Regno di Napoli

Fede di pagamento del caporale della Torre di San Pietro in Bevagna (1578)
Fede di pagamento del caporale della Torre di San Pietro in Bevagna (1578)

di Nicola Morrone

Come è ampiamente noto agli studiosi e ai cultori della materia, sulle torri costiere del Regno di Napoli esiste ormai una vastissima bibliografia, che copre pressochè tutte le prospettive di ricerca. L’argomento, però, è tutt’altro che esaurito: fonti storiche sempre nuove vengono progressivamente alla luce, confermando o confutando le ipotesi formulate dai ricercatori.

Presentiamo appunto ai lettori, in questa sede, un documento inedito, relativo allo stato delle torri costiere del Regno al 1624, redatto dal regio percettore Giacomo Antonio Galano.

Il testo illustra alcuni aspetti del funzionamento del sistema delle torri di avvistamento, mettendo altresì in evidenza le problematiche connesse alla manutenzione di questa rete di fortificazioni, che andava ad integrare quella costituita dai castelli.

Il complesso sistema difensivo era stato eretto a partire dalla seconda metà del sec. XVI per far fronte al pericolo delle incursioni corsare, e secondo le più recenti ricerche (e al di là di consolidati luoghi comuni) dovette assolvere il suo compito con discreto successo).

Il documento, tratto da un volume manoscritto conservato nella Biblioteca Nacional de Espana (mss/988), fa parte delle ”Papeles historico-politicos tocantes a Napoles”, tomo 3, pp.285-292, ed è consultabile, come risorsa digitale, sul sito della Biblioteca Digital Hispanica (“bdh.bne.es”).

torre-colimena

Relazione di Giacomo Antonio Galano sullo stato delle torri del Regno di Napoli (12 Giugno 1624)

 

Fol.279 r

Al Circunspetto (?)

Havendome Vostra Signoria ordinato che come credenziero delle Regie Torri si faccia relazione di quante torri sono in questo regno, che soldati vi dimorano, che soldo tengono, che armi vi sono, et che distanzia vi è da una torre all’altra, et hobedendo come devo, ho riconosciuto la scrittura della visita generale per me fatta l’anno 1620. D’ordine dell’Illustrissimo Signor Cardinal Borgia, allhora vicerrè, et della Reverenda Camera della Summaria giontamente con l’ingegner Bartolomeo Cartaro, et altre scritture c’appresso di me si conservano, ritrovo che diece province di questo regno participano del mare al lito, delle quali per sua maestà vi sono edificate molte torri per custodia d’esse, et naviganti oltre delli cavallari che se pongono presso le torri convicine alla marina alli quali se li paga il lor salario a ragione de ducati quattro ciascheduno cavallaro il mese per sette mesi dell’anno da marzo per tutti setti in la mittà per la Regia Corte, et l’altra mittà per l’università convicine, et detti cavallari se deputano secondo il sito, et distanza della marina et sono obligate contribuire tutte le altre universita’ che sono infra il numero di miglia dodici alla marina pro rata focularia et nelli lochi alpestri, et montuosi dove li cavallari non possono scorrere la marina ne se deputino guardiani a piedi in loro se detti cavallari quali se pagano alla ragione come di sopra et l’altra mitta’ alle università per ducati dui per ciascheduno pedone il mese la mittà anco paga la Regia Corte per il tempo utile et le Province sono cioè Terra di Lavoro Principato Citra, Basilicata Calabria Citra, Calabria Ultra, Terra d’Otranto, Terra di Bari, Capitinata, Apruzzo Citra et Apruzzo Ultra, nelle quali sono edificate le infrascritte torri in territorio delle infrascritte terre che participano al mare.

[Segue l’elenco delle province del regno, con le torri costiere e le città nel cui territorio esse ricadono]

[……..]

Fol 285 r

Ne le quali torri per ognuna ne se deputa per suo comodo un torriero con il nome di caporale ed un soldato quali assisteno ne la guardia tutto l’anno tanto di notte come di giorno alli quali se li paga per la Regia Corte il lor salario cioè al caporale ducati quattro il mese et al soldato carlini 25 che se li pagano dalli Percettori Provinciali de denari dell’Imposizione della guardia delle torri, et l’estate (?) in territorio delle quali sono situate dette torri ne si pone un soldato aggionto per ogni torre dal mese di marzo per tutti sette a spese d’esse Università oltre delli detti cavallari o pedoni (?)nelle torri edificate in terra ferma però quelle che sono nell’isola ne se deputano dui soldati ordinary per la Regia Corte oltre il caporale et l’aggionto per le università et se li da’ anco per la Regia Corte una barchetta ogni otto o diece anni per posser andare, et venire da terra.

Et perchè la maggior parte di dette torri sono edificate dove vi sono Porti, ridotti o fiumare per la Regia Corte in alcune d’esse vi ha portato per posserhose difendere detti luochi uno o dui pezzi d’artelleria secondo la necessità del sito alli quali per dette università ogn’anno se provete di polvere, palle et miccio, cioè dove è un sacro diece rotole di polvere, dove ve ne sono dui venti rotole et quelle torri che sono edificate per coprire cale , et non vi sono artellerie tengono un mascolo per dar laviso, et dui archibusci per le predette università se li da’ quattro rotola di polvere ogni anno.

Et anco nella Provincia di Terra d’Otranto vi è una torre nominata San Cataldo, alla quale sua maestà ha fatta grazia di titulo di castellano et se li paga il solito salario di ducati cinquecento l’anno conforme se li pagano agli altri castellani del Regno. Et gode tutti li privileggi che godono tutti gli altri castellani del Regno.

 

Fol.285 v

Circa la distanza dall’una torre all’altra dove sono montagne ad ogni loco che vi è cala vi è edificata una torre che sarrà d’un miglio in circa, et dove sono spiagge ogni quattro, o sei miglia vi è una torre secondo le necessità dei luochi et in dette spiagge vi corrono anco li cavallari, et nelle montagne li pedoni in tempo d’estate che guardano dette marine quali si pagano come di sopra.

Lasciando de dire a Vostra Signoria, che vi sono molte torri incominciate, in più parti del Regno et non sono finite per la scarsezza de moneta, poichè si bene vi è la Imposizione per la fabrica de torri che si paga nel Regno che l’importa de diecemila ducati l’anno non se ne spende neanco ducati duimilia l’anno perchè li denari vanno in Cassa (?), dove si spendono per altro effetto, che si detta Imposizione andasse al banco come prima di detta situazione di Cassa (?), le dette torri in meno d’anni sei et spendendosi li denari ad altri effetti le fabriche incominciate se deteriorano, et marciscono, et dove al presente basterrebono di spesa per esempio ducati cento dacqua ad un anno ve ne bisognano cinquecento. quali infrascritti s’esigono dalla Regia Corte.

Da quelle terre che sono infra le dodici miglia alla marina grana (?) a foco l’anno et da quelle che sono distante oltre le dodici miglia la marina la metta’ che sono grana (?)quale Imposizione importa ducati diecemilia

Et cossi’ anco la Regia Corte exigge dal Regno la guardia de Torri da quelle terre infra le dodici miglia alla marina grana 4 e mezzo et detta imposizione importa ducati 34416 delli quali se ne pagano li caporali , et soldati di dette torri, et la Rata che paga la Regia Corte alli cavallari seu pedoni che guardano la marina del Regno come si è detto di sopra.

E questo è quanto posso referire a V.S. infino a questo

 

Fol.286 r

(?) et lunga vita bacciandoli le mani

Napoli 12 di Giugno 1624

La spesa per reparare , et finir le torri incominciate per quello che si puo’ giudicare ascenderia a ducati 800.000—Incirca

Devotissimo Humilissimo Servo

Giacom’ Antonio Galano

 

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La storia infinita. Vicende antiche e recenti del quadro di San Pietro in Bevagna

pietro

di Nicola Morrone

 

Il 14 Marzo u.s. è stato portato solennemente in processione  a Manduria  il quadro di San Pietro Apostolo, collocato tutto l’anno nell’omonimo  Santuario di Bevagna. Esso rimarrà nella chiesa Matrice per otto giorni, insieme ai simulacri dell’Immacolata e di San Gregorio, e al termine dell’ottavario sara’ processionalmente riportato nella sua dimora. Il quadro ha una storia del tutto particolare, che in questa sede ripercorreremo brevemente, sulla base delle testimonianze a nostra disposizione. Come è noto, quello che si puo’ ammirare in questi giorni in Chiesa Madre non è il primitivo dipinto del santo , ma un’ennesima, recente copia.

In relazione alle vicende, antiche e recenti, riguardanti la venerata e taumaturgica immagine, proponiamo la seguente cronologia. In epoca altomedievale (secc.V-X), nel primitivo sacello di Bevagna, officiato dai monaci italo-greci (i cosiddetti  “basiliani”) era certamente presente un’icona su tavola, in stile bizantino, definitivamente perduta. Di essa non è in alcun modo possibile ricostruire l’aspetto originario: si può solo ipotizzare, per analogia con i tanti manufatti coevi presenti in chiese dell’ecumene cristiano sia occidentale che orientale, che presentasse San Pietro in posizione frontale, con atteggiamento ieratico, alla maniera di tante altre icone.

Nel Bassomedioevo, dopo l’affidamento del  santuario al clero benedettino ad opera dell’autorità politica normanna, in un periodo  imprecisato (ma verosimilmente nel sec. XVI) l’originaria “tavola picta” bizantina venne sostituita con un’altra tavola, di stile e iconografia completamente differenti. L’immagine rappresentata nel dipinto, come direbbe Cennini, muto’ di greco in latino”, assumendo un impianto stilistico e compositivo moderni, che l’avrebbero contrassegnata fino ai giorni nostri.

Su questi aspetti si è soffermata la studiosa B.Tragni [Cfr.G.Lunardi-B.Tragni, San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione (Manduria 1993), pp.74-75]. Il nuovo schema figurativo, fissato non anteriormente al sec. XVI (nelle province meridionali, infatti, gli schemi bizantini prevalsero in pittura fino al sec.XV) propone un’immagine del Santo piuttosto insolita, molto lontana dalla nota  tipologia. San Pietro, qui rappresentato  a mezzo busto e con gli attributi iconografici specifici, non porta il consueto abbigliamento (tunica azzurra e mantello giallo), ma indossa vesti dalle tonalita’ più scure. Nella sua Manduria Sacra il Tarentini riporta che nel 1854 fu effettuato una sorta di “restauro al dipinto petrino, ad opera delpittore Semerano, al quale fu dato agio di richiamare alcune linee già sbiadite [Cfr.L.Tarentini, Manduria Sacra (Manduria 1899), p.42].

Chi era questo pittore? Si trattava con ogni probabilità di Antonio Vito Semeraro, pittore di Locorotondo, che in quello stesso anno 1854 firmava la tela con San Rocco e gli appestati, tuttora collocata nella chiesa di San Rocco a Locorotondo. Gli abitanti di Locorotondo avevano infatti uno storico legame con il Santuario di Bevagna: vi si recavano in pellegrinaggio, insieme ad altri cittadini del barese, il giorno della festa del Santo (29 Giugno) e per le “Perdonanze” (1, 2 e 3 Aprile), come testimoniato ampiamente da ex voto, documenti e ricordi personali.

Non è da escludere che il “restauro” del quadro di San Pietro, che segui’ di due anni il ritocco della tempera con i SS.Pietro, Andrea e Marco ad opera del pittore calabrese F.A.Lupi, sia stato finanziato proprio da uno dei tanti pellegrini di Locorotondo, che probabilmente contattò personalmente il pittore suo compaesano. Ieri come oggi, infatti, tutto ciò che è legato al Santuario, oltre che il clero, vede sempre in primo piano i devoti.

Come è noto, il quadro del sec.XVI fu rubato nella notte tra il 13 e il 14 Settembre del 1914, ma fu ridipinto “ a memoria” dalla pittrice manduriana Olimpia Camerario, e reso disponibile gia’ dal 24 Dicembre dello stesso anno.

Il quadro della Camerario fu sostituito con in altro dipinto, realizzato nel 1972 dal pittore maltese Oscar Testa su commissione dell’allora vescovo di Oria Mons. Semeraro, mentre quello attuale, se non andiamo errati, dovrebbe essere opera del pittore ungherese F. Miklos, che vi ha apposto la sua firma in basso a destra, appena leggibile poichè coperta dalla cornice lignea. Insieme alla firma, si indica anche che il quadro è copia da Olimpia Camerario.

Il dipinto attuale è dunque totalmente moderno, anche come valori luministici: il soggetto, chiaroscurato, è infatti colpito da una lucemistica che ne illumina il volto. L’immagine è inserita in una ricca cornice che rappresenta anch’essa un piccolo capolavoro di artigianato, corredato, in alto, dai segni della potestà pontificale di Pietro e, in basso, da tre ex voto argentei, che testimoniano l’attaccamento al Santo da parte della comunità.

 

Cronaca relativa al quadro di San Pietro in Bevagna

(Archivio Vescovile Oritano, Fondo San Pietro in Bevagna,“Libro de’ conti” del Santuario di San Pietro in Bevagna, compilato dal rettore Venusto Pezzarossa)

 

Anno 1914

“Il 26 Giugno si ebbe la nuova cornice per il quadro di San Pietro, fatta per desiderio espresso dal popolo, il quale si era dispiaciuto della cornice che c’era anche nuova, fatta a spese del divoto Cosimo Tatullo.Questa cornice non fu eseguita secondo il sistema della prima ed  e’ percio’ che il popolo non vedeva bene cio’ che si allontanava dal tipo antico. Il cappellano, incoraggiato da alcuni divoti, cercò di appagare il desiderio popolare, dandone l’incarico a Vincenzo Digiacomo di Michele da Manduria, e dimorante in Napoli. Questo esegui’ il lavoro d’intaglio per la somma di lire 300,00; lire 150,00 furono spese per la doratura, e lire 35,75 per imballaggio, cassa, viaggio, ecc, ecc.Per questa cornice quattro divoti hanno dato la somma di lire 330,00…” [e segue con i nomi dei devoti che hanno finanziato la realizzazione dell’opera]

[………..]

“La sera del 13 Settembre, data memoranda, fu rubato dal Santuario il quadro di San Pietro; i ladri, compiendo un atto di vero vandalismo, bruciarono la parte inferiore della porta secondaria e riuscirono cosi’ a poter entrare per compiere l’orrendo sacrilegio. Il popolo rimase addoloratissimo; l’arma dei reali carabinieri fece delle indagini, se ne interesso’ molto lo stesso Ministero, trattandosi di un quadro pregevole per antichita’ del 1500 e per il suo valore di lire 2000,00. Fatto sta che, per quante ricerche si potettero fare, non si venne a capo di nulla.”

[……….]

“Il 24 Dicembre si acquisto’ il nuovo quadro di San Pietro per la somma di Lire 500,00, quadro dipinto dalla concittadina Olimpia Camerario fu Giovanni.La pittrice seppe molto bene imitare il quadro rubato e il popolo ne rimase oltremodo contento.Il 29 dello stesso mese monsignore D.Antonio di Tommaso venne per benedire il detto quadro, e la sera del 30 se ne fece l’inaugurazione nella Chiesa Collegiata.Il denaro per l’acquisto del quadro fu versato dal vescovo e preso dalla somma che lo stesso vescovo si ebbe dal dottor Tommaso Massari e che gia’ aveva impiegato per culto del Santuario.”

Gallipoli. Il santo, il tempio, il cavaliere

Ugo Lusignano

La storia di Ugo VII Lusignano

di Nicola Morrone

 

Tra i più significativi monumenti del territorio di Gallipoli vi è senza dubbio la chiesa di San Pietro dei Samari, ubicata nell’omonima contrada, poco distante dalla costa. Si tratta di un edificio risalente al sec. XII, attualmente di proprietà privata, e abbisognevole, invero, di un pronto intervento di restauro.

Lo abbiamo visitato nella Pasquetta scorsa, realizzando un vecchio sogno: la sua storia, documentata, è infatti di grandissimo fascino. Del monumento si è occupata di recente, con la consueta perizia, M. Stella Calò Mariani, la quale ne ha redatto una scheda pressochè esaustiva [Cfr. Gallipoli, San Pietro dei Samari. Il voto di un crociato, in “La Terrasanta e il crepuscolo della crociata” (Bari 2001), pp.44-54].

Al lettore, comunque, rammentiamo i più significativi dati relativi alla chiesa: si tratta di un edificio a navata unica absidata, coperta da due cupole in asse. Esso è stato realizzato nel 1148 dal cavaliere francese Ugo Lusignano, che ne ha finanziato la costruzione una volta sbarcato sulle coste di Gallipoli al rientro dalla (sfortunata) spedizione della seconda crociata in Terrasanta, da lui compiuta al seguito del re di Francia Luigi VII.

San Pietro dei Samari

La chiesa è ben nota ai gallipolini, ed è stata aperta al culto almeno fino al sec. XIX: per molto tempo, infatti, vi si è regolarmente celebrata la ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo (29 giugno), in occasione della quale, nel largo antistante la cappella, si svolgeva anche una piccola fiera.

Approfondiremo, in questa sede, la figura di Ugo Lusignano, nobile francese a cui si deve la costruzione della chiesa, che con la edificazione della stessa ha voluto lasciare perenne testimonianza della sua devozione per l’Apostolo Pietro, anch’egli sbarcato, molto tempo prima, sulle coste di Gallipoli, come ricorda la tradizione.

Di Ugo VII Lusignano (1065 ca.-1151 ca.) restano scarne notizie biografiche e pochi, ma significativi documenti. Un sintetico ragguaglio biografico è contenuto nell’opera “Notices Historiques sur la Maison de Lusignan (Paris 1853), pp.14-15. Dalla lettura apprendiamo che Hugo VII, signore di Lusignan e conte della Marche, passò buona parte della sua vita a guerreggiare contro i signori vicini. Egli, citato sempre nelle carte come “il bruno”(per via del colore dei capelli) fu un individuo decisamente particolare: uomo turbolento, come altri nobili del suo tempo ebbe non di rado un atteggiamento vessatorio nei confronti dei coloni delle sue terre. Ma fu soprattutto infido nei confronti dell’autorità ecclesistica. Rispetto ad essa, egli fu benefattore, poichè fondò con il suo patrimonio l’abbazia cistercense di Bonnevaux, ma anche malfattore, poichè non esitò ad impadronirsi con la forza dei beni del priorato di San Pietro la Celle, ragion per cui fu scomunicato (1142) ,anche se poi fece ammenda (1144), finchè non decise di partire per la seconda crociata (1146). Elenchiamo di seguito, in ordine cronologico,le notizie riguardanti il nobile francese,da noi rintracciate attraverso una breve ricerca.

 

1110:

Alla morte del padre, Ugo VII diviene signore di Lusignano [Cfr.Chronique de Saint-Maixent, p.424]

 

1115 ca:

Con l’assenso di sua moglie Sarrazine, Ugo VII rinuncia a tutti i cattivi comportamenti di cui lui e suo padre si sono resi responsabili a Frontenay, nei confronti degli abitanti di Nouaille’ [Cfr.Chartes de l’Abbaye de Nouaille’(Poitiers 1936), pp.306-307]

 

1120:Ugo VII e sua moglie Sarrazine fondano il monastero benedettino cistercense di Bonnevaux, in Diocesi di Poitiers [Cfr. Gallia Christiana, tomo II (Paris 1820), Instrumenta, LIX]

 

1142:Ugo VII viene scomunicato per aver usurpato i beni della chiesa di San Pietro la Celle, presso Poitiers

 

1144:Ugo VII, “confidando nella misericordia divina”, chiede scusa per cio’ che ha sottratto ingiustamente alla chiesa di San Pietro la Celle . [Cfr. Documents Historiques Inedits tires de la Biblioteque Royale, tome II (Paris 1843), p.27, doc. XII].

 

1146:Ugo VII parte per la Seconda Crociata

 

1148:Ugo VII fa edificare, di ritorno dalla crociata, la cappella di San Pietro dai Samari presso Gallipoli.

 

A quest’appendice salentina della storia del nobile francese dedicheremo le nostre riflessioni conclusive. Siamo informati sulla costruzione della chiesa di Samari attraverso un’iscrizione, collocata sul fronte , il cui testo latino così traduciamo: ”Ugo Lusignano, condottiero dei crociati, reduce dalla Palestina, nell’anno del Signore 1148, promosse ed eresse dalle fondamenta questo tempio consacrato al Principe degli Apostoli, nel luogo in cui San Pietro, spinto dalla Samaria verso questi lidi, lasciò le sue impronte”.

Dalla lettura dell’iscrizione, dunque, si apprende che Ugo Lusignano volle edificare una chiesa dedicata a San Pietro nel luogo stesso in cui verosimilmente, molti secoli prima , era sbarcato l’Apostolo, lasciandovi le sue impronte (“vestigia”).

In altri termini, sbarcato in localita’ “Samari”, Ugo ebbe modo di osservare un’antica “memoria” del passaggio di San Pietro sul posto e decise di sostituirla con una costruzione monumentale, cioè la bella chiesa tuttora esistente. Di tutto ciò, volle poi tramandare il ricordo nell’iscrizione che corre sulla parte alta dell’avancorpo della chiesa, di epoca ottocentesca, ma che riprende alla lettera il testo dell’iscrizione originale, un tempo certamente conservata nella chiesa. Alla base della scelta del cavaliere crociato di costruire una chiesa dedicata a San Pietro, oltre alla tradizione gallipolina del passaggio dell’Apostolo, ci furono probabilmente altre due motivazioni.

In generale, Ugo proveniva da una terra in cui il culto per San Pietro era antichissimo: egli era signore di Lusignan, nei pressi di Poitiers, città in cui, oltre alla stessa Cattedrale, esistevano nel sec. XII varie chiese dedicate all’Apostolo. Esistevano inoltre, nei pressi di Poitiers, un monastero femminile dedicato al santo, e persino una contrada, denominata “San Pietro le chiese”.

Il culto dell’Apostolo nel Poitou era dunque particolarmente radicato. Inoltre, Ugo doveva sentirsi personalmente motivato alla costruzione della chiesa, poichè, con un gesto di prepotenza, egli aveva depredato la chiesa di San Pietro la Celle ed era perciò stato scomunicato. Pur essendo stato perdonato dal vescovo di Poitiers, il nobile doveva ancora sentirsi in obbligo verso il Santo, cui appunto era intitolata la chiesa francese da lui spogliata, e appena quattro anni dopo, sbarcato a Gallipoli, ebbe occasione di estinguere il debito, facendo erigere a proprie spese la cappella di San Pietro dei Samari. In seguito, fece rientro in Francia e, con ogni probabilità, non tornò più in Palestina, ne’ nel Salento, dove è ancora possibile contemplare la traccia imperitura del suo passaggio.

 

Nella luce meridiana: la pittura di Daniele Bianco

di Nicola Morrone

Daniele Bianco, Cavalcata a Torre Uluzzo, olio su tela
Daniele Bianco, Cavalcata a Torre Uluzzo, olio su tela

L’estate scorsa, passeggiando nella Piazza delle Perdonanze a San Pietro in Bevagna, abbiamo conosciuto una giovane promessa della pittura locale. Si tratta di Daniele Bianco, artista originario di Nardò, la cui poetica abbiamo approfondito recentemente attraverso una chiacchierata svoltasi nella saletta di un noto bar del centro di Manduria.

Daniele nasce nel 1982 in Germania , ad Aschaffenburg, ma e’ residente a Nardò dal 1990. Frequenta tra il 1997 e il 2001 l’Istituto d’arte cittadino (sez. Architettura e arredamento), studiando soprattutto Disegno dal vero, ed avvicinandosi al colore solo negli ultimi anni di frequenza.Tra il 2001 e il  2007 egli frequenta l’Accademia di Belle Arti di Lecce, e matura progressivamente una reale confidenza con la pittura: la sua figura di riferimento, cioè il Prof. Antonio Elia (docente di  Anatomia Artistica) lo aiuta a comprendere che il disegno, lungi dall’essere mera espressione di abilità manuale, prevede anche lo sviluppo di un’adeguata capacita’ concettuale. Il disegno è infatti una sorta di crogiuolo in cui si fondono le conoscenze e le competenze reali dell’artista: dal suo sviluppo si può comprendere molto sulle effettive capacità dell’operatore.

Avvicinatosi subito, e in modo del tutto naturale alla pittura di paesaggio, Daniele Bianco decide di approfondire la sua personale ricerca in direzione dello studio del paesaggio salentino, familiare e riconoscibile, ma personalmente interpretato secondo la sua visione poetica. Esso non e’ mai un paesaggio riprodotto “fotograficamente”, nè secondo un realismo di maniera: sempre mosso, appassionato, vibrante, e connotato essenzialmente da tonalità cromatiche calde, sotto la tersa luce meridiana.

Si consideri, in questo senso, la “Cavalcata a Torre Uluzzu”: il pittore vi ha riprodotto , con un taglio prospettico non convenzionale, un paesaggio ben noto, spesso frequentato in solitaria alla ricerca di nuove suggestioni visive e “sentimentali”, e perciò riprodotto in termini abbastanza fedeli. Al suo interno, la donna a cavallo, e il cane che la segue, rappresentano  a loro volta piccoli, felicissimi inserti  di vita e colore. Le torri costiere salentine, memorie  della presenza militare vicereale nel Sud Italia, affascinano da sempre il pittore, per gli echi di antichi eventi bellici, legati  agli sbarchi dei corsari turchi e alla difesa dell’entroterra da parte delle milizie cristiane.

L’artista è altresì fortemente suggestionato dal “limen” che divide la terra dal mare, il certo dall’incerto, la realtà dal mito, che, in questo senso, non puo’ che essere quello di Ulisse.

Tarantata

Altro tema caro al nostro creativo è quello della cultura popolare salentina. Di questa serie fanno parte dipinti come “La Tarantata”, commissionati all’artista da un operatore culturale di Nardo’, il Dott. Marcello Gaballo, direttore della prestigiosa rivista di cultura salentina “Il delfino e la mezzaluna” e animatore della Fondazione Terra d’Otranto.

Daniele Bianco ha illustrato con una serie di disegni ad inchiostro di china , e con 4 dipinti, l’ultimo numero della predetta rivista (Ottobre 2014); i disegni ad inchiostro illustrano, in particolare, il “Mito di Aracne”. Questi ultimi sono tutti ad alto potenziale drammatico, perche’ drammatico è l’esito della vicenda che illustrano, la triste conclusione della storia di una rivalità tra una dea e una fanciulla. Nelle scene che riproducono le fasi salienti della vicenda mitica, niente è lasciato al caso, neanche nell’ambientazione: l’artista si è meticolosamente documentato su interni, arredi e costumi del contesto storico di riferimento (Grecia Antica) per conferire alla sua interpretazione il massimo della fedeltà storica, evitando ogni genericità.

Vibranti e drammatiche anche le scene della “Tarantata”, coloratissime e cariche di umanità, mai realistiche nel senso canonico del termine, mai virtuosistiche.

Completa la produzione di Daniele Bianco una serie di opere di soggetto fantastico e surreale, che partono pero’ sempre da un riferimento naturale, poi trasfigurato in modo assolutamente personale.

Senza titolo

La pittura di questo giovane creativo è dunque tematicamente completa: surrealismo e realismo, finzione e verità.

Molto apprezzata dai turisti, in generale, la sua originalissima pittura su tegole, in cui ritroviamo le caratteristiche salienti della pittura su tela: una esplosione di colori, nella luce mediterranea.

Ce n’è a sufficienza per pronosticare, al di la’ dei risultati  attuali, un futuro ricco di gratificazioni.

La canna e il ginepro. Istantanee per la processione degli alberi

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Riproduzione vietata. Copyright Nicola Morrone

di Nicola Morrone

 

Ci siamo alzati alle 5 del mattino, pensando di arrivare  al santuario tra i primi: siamo invece arrivati quasi per ultimi. Alle 6 la chiesa è gia’ affollata e in fondo alla navata il quadro tollera paziente le carezze dei fedeli, prima di essere portato  in processione. Gli altri pellegrini giungono alla spicciolata: di fronte alla chiesa si intravedono già, ammucchiati, i loro rudimentali bordoni, caratterizzati dai segni secolari della devozione petrina (la canna, il ginepro, l’immagine di san Pietro).

Dentro la cappella procede la liturgia cantata, fuori è già una festa di volti, voci, colori. Arrivano i primi gruppi di fedeli  che recano gli “altarini”, di squisita fattura artigianale. Nella paziente cura con cui sono stati confezionati, oltre che nel sacrificio con cui verranno trasportati, a spalla, per dieci lunghi chilometri, si esprime una devozione  ancora fortemente radicata nei confronti del Principe degli Apostoli.

Questi gruppetti, stretti intorno alla loro macchina processionale, rappresentano l’altra faccia della socialità religiosa, quella spontanea, che ha deciso di organizzarsi  per condividere, in maniera informale, questo importante momento di fede. Alle loro spalle, dietro  lo stendardo e distinti dall’abito di pertinenza, procedono le confraternite, immagine  della socialità religiosa istituzionale.

Nell’arcaico slancio emotivo dei primi e nell’ordinato procedere  delle seconde si riassume buona parte della processione petrina, integrata naturalmente dai fedeli che procedono separatamente ai lati, e dal gruppo conclusivo, costituito dal clero, che si stringe intorno al quadro del Santo. All’altezza di C.da Piacentini si aggiungono infine i portatori di tronchi, coloro che hanno deciso di compiere lo sforzo penitenziale più grande e al tempo stesso più vistoso.

E’ una fatica non lieve: i portatori procedono a piccoli tratti, e la loro sosta è sottolineata dal tonfo greve dei tronchi, un “tunf” preceduto dal consueto “Ahi Maria!”.

Vivendo dall’interno questo momento collettivo di preghiera e penitenza, si comprende la specificità della processione petrina che, a dfferenza delle altre processioni manduriane, ha una struttura estremamente semplice, fortemente ripetitiva e cantilenante, “circolare”. Poichè essa è scandita nella quasi totalità del suo lungo percorso da un unico canto, quel “Dio ti salvi o Maria”, notissima preghiera semidialettale che la connota da tempo immemorabile.

Per noi, che l’abbiamo ascoltata l’ultima volta nella processione del 1989, cui partecipammo insieme all’indimenticabile padre Raffaele Bonaldo, risentirla ha costituito una grande emozione, come è stato per gli amici che ci hanno accompagnato durante il percorso  e, crediamo, per tutti i partecipanti.

Nessuno era da solo nel compiere il lungo cammino di penitenza, da tutti effettuato  in modo composto  e lieto, con un occhio al tempo, clemente, e alla meravigliosa campagna circostante. All’arrivo nel paese i pellegrini ritrovano lo stesso mare di voci, suoni e colori lasciato a Bevagna, ma decuplicato.

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Nei pressi della cappella della Pieta’ si rinnova il rito della “consegna” del quadro alle autorità cittadine. Poi San Pietro “andrà a trovare” la Madonna e San Gregorio e insieme saranno esposti nella Chiesa Matrice alla venerazione dei fedeli; tutto terminera’ con il rientro del quadro a Bevagna.Ce ne torniamo a casa rincuorati: nei momenti che contano, sappiamo ancora stare insieme.

 

Le radici di un mito: Felline, Fellone e lo sbarco di San Pietro a Bevagna (III parte)

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di Nicola Morrone

 

FELLINE

Ricordato  nella leggenda come “Castello vicino all’antica Manduria, distante dal Fiume tre miglia chiamato Fellini, oggi però i Castelli”, il villaggio rurale di Felline è storicamente esistito.Lo studioso E.Dimitri vi ha dedicato un interessante saggio[1], sostenendo che l’identificazione del sito in cui esso sorgeva presenta problemi di non facile soluzione, definendo la questione come un vero e proprio “ mistero archeologico”, meritevole di approfondimento. In realtà, al di là del cosiddetto “mistero”, esistono alcuni elementi  storici, archeologici e topografici per ricostruire le origini  della  piccola comunità rurale. I primi elementi di chiarificazione sono forniti dal toponimo stesso. Alcuni storici locali sostengono che il toponimo derivi dal greco, e significhi  “canneto” o  “luogo paludoso”. Questa congettura ha permesso a qualcuno di credere che il villaggio sorgesse nei pressi del litorale manduriano, caratterizzata effettivamente, prima delle recenti bonifiche, da impaludamenti e da fitti canneti, alcuni dei quali ancora visibili. In realtà, il toponimo “Felline” deriva con ogni probabilità dal latino, ed ha tutt’altro significato. Come per l’altra Felline, quella ubicata in provincia di Lecce, il nome centro demico deriva da “figlinae”, con il significato di “luogo deputato alla produzione di ceramica”, caratterizzato  dunque dalla presenza di fornaci per la produzione di manufatti fittili. Gli scavi del Prof. Cosimo Pagliara dell’Università di Lecce, effettuati nel 1967,hanno appunto appurato che a Felline (Le) il nucleo abitato si strutturò in epoca romana proprio intorno alle fornaci , finalizzate alla produzione di anfore per il commercio delle derrate alimentari rivenienti dallo sfruttamento del “latifundium” circostante. Anche nel piccolo villaggio di Felline presso Manduria, che dall’impianto delle fornaci prese il nome, vigeva la  stessa dinamica economica, basata essenzialmente sull’agricoltura, sul pascolo, sulla caccia, e sull’industria fittile. Si trattava di un’economia diversificata, e, come accadeva negli altri “pagi” dell’Italia romana, le anfore prodotte servivano a inserire nella rete dei commerci il surplus della produzione agricola. Come vedremo, la posizione particolare del villaggio di Felline, a poca distanza dalla costa, facilitava queste operazioni di scambio. C’è poi il problema dell’esatta ubicazione del villaggio rurale. Non concordiamo, in questo senso, con quanto sostenuto dallo studioso R. Jurlaro, il quale afferma che il centro abitato di Felline era collocato “presso la costa , alle spalle di Torre Columena, là dove ancora resiste il toponimo rurale “Feddicchie”[2]. Tra “Felline” e “Feddicchie” non esiste probabilmente alcuna relazione, derivando il primo , come già detto , dal latino “figlinae”, ed il secondo quasi certamente dal latino “feliciae”. La contrada che attualmente prende il nome di “Feddicchie”, infatti , è indicata con l’appellativo di “ Fielici” in una vecchia carta topografica del sec. XVII, ora in proprietà privata. La maggior parte degli studiosi ritiene che il villaggio di Felline fosse ubicato  , sin dalla sua fondazione nei pressi della collinetta de “Li Castelli”, sita a metà strada tra Manduria e il mare. In effetti, vi sono indizi significativi che il piccolo “pagus” romano si sia strutturato nei pressi della collinetta, in particolare alla base occidentale dell’altura. Tutta l’area della collinetta de “Li Castelli” presenta infatti tracce di prolungata frequentazione umana, dal Neolitico, all’età messapica, romana e medievale. Le ricognizioni di superficie hanno rilevato la presenza di materiale ceramico in riferimento a tutte le epoche segnalate[3]. Ed in effetti, dopo le originarie frequentazioni di sparuti nuclei di capannicoli, cui segui, in età storica, la colonizzazione della collina di Castelli ad opera dei Messapi, che vi fondarono una città anonima, in età romana sorse il villaggio di Felline, che recuperò certamente strutture abitative preesistenti. Felline era uno dei tanti “pagi” inserito all’interno di un più vasto “latifundium”, la cui proprietà era detenuta, come era tipico dell’Italia romana, da un ricco patrizio, forse un romano stabilitosi in provincia. E fu di certo il proprietario del “pagus” ad incentivare la realizzazione di quella industria figula che avrebbe contrassegnato  il nome del borgo , distinguendolo dai villaggi vicini, caratterizzati da un’economia esclusivamente agricola. Il “pagus “ di Felline, che sorgeva nei pressi di una via di comunicazione (l’antichissimo tratturo Manduria-mare, oggi strada comunale Manduria-San Pietro) ed era collocato a non molta distanza dalla costa. Perciò, esso si poteva agevolmente inserire nella rete commerciale destinata a smaltire il surplus agricolo. Ciò che distingueva il villaggio era, come detto, la presenza delle “figlinae”, cioè delle fornaci per la cottura delle anfore. L’impresario dell’industria figula  “era sempre un grande proprietario terriero, che impiantava la sede dell’opificio nelle sue terre (….) In genere gli affari erano appannaggio dei proprietari, i quali però spesso demandavano le incombenze ai loro schiavi o liberti capaci, dividendo gli utili”[4]. Spesso , il proprietario terriero si recava di persona nel luogo di produzione e controllava tutta l’attività. Non di rado, infine, il padrone, che spesso era anche “mercator”(mercante) deteneva una carica politica, la cui importanza era direttamente proporzionata al censo. I nomi di questi personaggi eminenti dell’Italia romana non ci sono tutti pervenuti. Ci è però pervenuto il nome del padrone del “pagus” di Felline, che si chiamava Fellone: su questo nome faremo alcune considerazioni.

 

[1] Cfr. Guida-Annuario di Manduria (1984-85), pp.69-78.

[2] Cfr. R. Jurlaro, San Pietro in Bevagna(TA). Il sacello e la chiesa altomedievale nel quadro dell’architettura salentina , in “Studi  in memoria di Padre Adiuto Putignani” (Cassano Murge 1975), p.64.

[3] Cfr. R.Scionti – P.Tarentini, Emergenze e problemi archeologici. Manduria-Taranto-Heraclea (Manduria 1990), p.204 e ss.

[4] Cfr.V.A. Sirago, Puglia Antica (Bari 1999), p.305.

Le radici di un mito: Felline, Fellone e lo sbarco di San Pietro a Bevagna (II parte)

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di Nicola Morrone

 

LA LEGGENDA DI BEVAGNA

Vari storiografi fanno riferimento, nelle loro opere, al passaggio di San Pietro nel Golfo di Taranto: ricordiamo  tra tutti  Antonio De Ferrariis , detto il Galateo, il quale scrive che “a dodici miglia da Saturo si incontra una chiesa dedicata a San Pietro, il qual luogo dicono che San Pietro venendo dall’Oriente toccasse per primo in Italia, ed ivi sacrificasse”[1]. Il luogo menzionato dal Galateo dovrebbe coincidere con il lido di Bevagna, presso Manduria. In seguito, vari altri storici locali hanno liberamente ampliato il riferimento  galateano. Di fatto, però, l’unico narrato che riporta per intero la leggenda dello sbarco dell’Apostolo a Bevagna rimane  quello dell’erudito  Domenico Saracino o.p., che dedica alla vicenda  alcune pagine della sua opera manoscritta  sulla storia di Manduria. Dell’opera del Saracino esistono due copie, di diverso titolo, data e collocazione. La copia più antica si intitola “Brieve descrizione dell’Antica città di Manduria, oggi detta Casalnovo, 1741”, ed  è in proprietà privata. La copia più recente è invece conservata nella Biblioteca Comunale “Marco Gatti” di Manduria, e si intitola “Antichità di Manduria oggi detta Casalnovo Raccolta da moltissimi autori, così Paesani, come Greci, e da Manuscritti più antichi che si trovano sparsi per la Provincia d’Otranto. Alla memoria dè Posteri MDCCLXXVIII 1778”. Il manoscritto  è liberamente consultabile in Biblioteca. Per la stesura del presente contributo abbiamo fatto riferimento al testo riportato nel manoscritto del 1741, già pubblicato  dagli storici locali e un tempo riprodotto in un grande pannello cartaceo all’interno del Santuario di San Pietro in Bevagna, a beneficio dei fedeli. La leggenda è quella da noi precedentemente riportata. Nel redigere la sua opera storiografica, il Saracino si è avvalso della consultazione di numerose fonti ,la gran parte delle quali sono a noi sconosciute, perchè l’autore non le ha citate. Essendo un consacrato, avrà verosimilmente consultato le biblioteche monastiche del Salento. Per ciò che riguarda la leggenda petrina, il frate non ha comunque citato la fonte di riferimento. Al fine di verificare se il narrato riportato dal Saracino presenta qualche elemento di verosimiglianza, focalizzeremo dunque la nostra attenzione su alcuni elementi del narrato leggendario.

 

[1] Cfr. Galateo, Liber De situ Japigiae (Basilea 1558), pp.27-28.

Le radici di un mito: Felline, Fellone e lo sbarco di San Pietro a Bevagna (I parte)

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di Nicola Morrone

 

L’evento fondativo del cristianesimo nel Salento, come è noto, è fatto risalire dalla tradizione alla evangelizzazione delle nostre terra da parte dell’apostolo Pietro, svoltasi a partire dal 42-44 d.C., cioè nel periodo immediatamente successivo alla partenza del santo da Antiochia, prima chiesa cristiana d’Oriente da lui stesso istituita. Tutte le narrazioni riguardanti la presenza dell’apostolo in terra d’Italia, Salento compreso, costituiscono l’ampio corpus letterario noto come “tradizione petrina”: si tratta di una cospicua mole di racconti, considerati spesso leggendari, ma in cui è in realtà difficile distinguere il vero dal falso, anche in considerazione dell’epoca lontanissima in cui sono collocati i fatti narrati.

Le  leggende costituiscono per definizione un misto di elementi autentici e fittizi, spesso strettamente intrecciati : occorre capire se al loro interno si cela un nucleo di verosimiglianza. In questo senso, ci pare utile richiamare l’assunto del Croce, il quale considerava le leggende alla stregua di documenti storici, e sosteneva che “il primo dovere è di rispettarle come documenti”[1]. Lo storico locale A.P. Coco, dal canto suo, sosteneva che “è vero che ci sono delle leggende ovvie, puerili, piene di anacronismi, per questo, però, c’è bisogno di molta circospezione e accortezza nel ritenerle, e anche nel rigettarle”(….) e che” tante volte si perviene finanche a scoprire il nucleo delle leggende, attestanti verità fondamentali”[2].

Con ogni probabilità, il racconto più avvincente che la tradizione ha consegnato ai manduriani, e di cui ogni concittadino, devoto e non, conosce le linee fondamentali , è la leggenda dello sbarco di San Pietro Apostolo sul lido di Bevagna nell’anno 44 D.C., a seguito di un naufragio indotto da un forte vento di scirocco. La leggenda racconta che egli avrebbe convertito al cristianesimo Fellone, il signore del vicino villaggio di Felline, permettendogli, dopo il battesimo avvenuto nelle acque del fiume Chidro, di guarire all’istante dalla lebbra che lo aveva colpito. In seguito, il santo avrebbe convertito, battezzato e guarito dalla malattia le genti vicine, fino a Oria e a tutto il Salento, per poi proseguire il suo viaggio fino a Roma.

La leggenda di Bevagna si inserisce nel più ampio problema storico dell’effettiva attività evangelizzatrice di San Pietro sul suolo pugliese, ancora dibattuto tra gli studiosi. In questo senso, si distinguono due posizioni: v’è chi sostiene che la tradizione petrina (di Bevagna, di Taranto, di Brindisi, ecc.) documentata da fonti altomedievali, “è da ritenere pur sempre leggendaria, perchè non è possibile desumere da queste narrazioni alcun dato storico certo”[3]. Altri ritengono , invece, che “quando esistono in una tradizione una serie di elementi concomitanti di natura storica e geografica che la possono rendere probabile almeno in parte , non è corretto continuare a ritenerla del tutto fabulosa e assurda (almeno fino a quando non saranno stati realizzati studi più approfonditi sull’argomento e sistematiche ricerche archeologiche) e annullare qualsiasi valore alla tradizione orale”[4].

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Più di recente, si è sostenuto che “pur essendo una realtà inconfutabile l’inquietante silenzio delle fonti scritte nei primi secoli del cristianesimo, tuttavia, la Storia dovrebbe fare i conti con una così diffusa e radicata tradizione , vantata in maniera insistente anche nel tarantino e a Manduria”, e che , dunque, “torna utile, in tal senso, un atteggiamento di cauta sospensione del giudizio su questa vexata quaestio , non negare in maniera ottusa e non avallare con qualunquismo, in attesa che la voce dei secoli possa parlare, in un verso o nell’altro”[5]. Infine, non si può tacere l’autorevole parere di C.P. Thiede, il quale ha sottolineato che ”non è possibile scartare la possibilità geografica, pratica e storica di questa tradizione, anche se le sue più antiche tracce documentarie risalgono al Medioevo”[6].

Della “vexata questio” petrina ci siamo occupati per la prima volta in occasione della stesura della nostra tesi di laurea in Agiografia, discussa nel 2005 presso l’Università degli studi di Perugia , intitolata “La tradizione dello sbarco di San Pietro in Puglia. Aspetti e problemi”(Relatrice la chiar.ma Prof.ssa Giuliana Italiani). Dopo aver esaminato tutta la  bibliografia prodotta fino ad allora sull’argomento, concludemmo che quella del passaggio dell’Apostolo in terra pugliese restava  semplicemente un’ipotesi, che andava vagliata con attenzione. In realtà, ci eravamo  convinti che sarebbe stato preferibile  relegare la vicenda , per dirla con il Lenormant, “dans le domaine des fables”. Ma il desiderio di fare luce su una vicenda  dai contorni ancora nebulosi rimaneva: le ricerche personali dell’ultimo decennio, condotte  tenendo conto degli studi più aggiornati, ci portavano allora , inaspettatamente, a ribaltare il nostro vecchio convincimento, aprendoci uno scenario del tutto nuovo, che in questa sede vogliamo proporre al lettore.

 

[1] Cfr. B.Croce, Curiosità Storiche (Napoli 1919), p.159.

[2] Cfr. A.P. Coco, Francavilla Fontana nella luce della storia (Taranto 1941), p.69.

[3] Cfr. C. D’Angela, La chiesa di Taranto, vol.1 (Galatina 1977), p.30.

[4] Cfr. V. Farella, La cripta del Redentore di Taranto, in “Le aree omogenee della civiltà rupestre nell’ambito dell’impero bizantino: la Serbia” (Galatina 1979), p.231.

[5] Cfr. V. Musardo Talò, San Pietro in Bevagna. Un bene culturale da salvare (Manduria 2011), pp.11-12.

[6] Cfr. C.P. Thiede, Simon Pietro dalla Galilea a Roma (Milano 1999), pp.17-18.

San Francesco e i piedi di Gesù. Brevi osservazioni su una novità iconografica

Crocifisso ligneo in Santa Chiara ad Assisi (sec. XIII)
Crocifisso ligneo in Santa Chiara ad Assisi (sec. XIII)

di Nicola Morrone

 

A metà degli anni ’90 eravamo studenti universitari  a Perugia. Nell’ambito del corso di Storia dell’Arte Medievale, il professore ci suggerì calorosamente di intensificare le nostre visite presso la  Galleria Nazionale dell’Umbria , dove sono conservati, sin dalla fondazione dell’istituzione museale, diversi capolavori della pittura prodotta dai maestri umbri, la gran parte  ivi collocati  per una  più ampia fruibilità.

Durante la nostra visita avemmo modo di osservare per la prima volta un crocifisso ligneo dipinto,  di grandi dimensioni, uno di quelli che, nelle chiese medievali, si appendevano in corrispondenza dell’arco trionfale, cioè nel punto di snodo tra  la navata centrale e il presbiterio. Si trattava , nella fattispecie,  del grande Crocifisso attribuito all’anonimo  “Maestro di San Francesco”, risalente al  1272 e delle dimensioni di cm. 410 X 328.

Di solito, chi osserva dal basso  questi crocifissi di grandi dimensioni, non può averne  una perfetta visione d’insieme: può comunque osservarne  senza particolare sforzo  la parte bassa, e soprattutto  il cosiddetto “suppedaneo”, cioè il tabellone inferiore della croce su cui poggiano i piedi di Cristo crocifisso.

Quel pomeriggio di quasi vent’anni fa, a Perugia, nel contemplare la bellissima opera del pittore umbro ci concentrammo però  su tutto, fuorchè sul suppedaneo, in cui comunque riuscimmo a distinguere la piccola figura di San Francesco d’Assisi pietosamente chino sui grandi piedi di Gesù . La scena  non ci sembrò degna di particolare attenzione: eravamo piuttosto interessati allo stile, potentemente  arcaico , dell’anonimo pittore umbro.

Nel nostro studio manualistico, scoprimmo poco dopo che in  diversi crocifissi lignei del sec. XIII realizzati nell’Italia Centrale (Toscana, Umbria, Marche) nell’ambito della  rivoluzione figurativa che  impose nelle tavole dipinte l’immagine del Cristo Sofferente (Christus patiens) su quella del Cristo Trionfante sulla Morte (Christus triumphans) anche  l’estrema parte bassa della tavola aveva subito delle modifiche. Vi era stata appunto  introdotta l’immagine di  Francesco, il santo di Assisi (1182-1226).

È possibile verificare questo nuovo motivo iconografico , tra le altre opere,  nel Crocifisso ligneo del tipo  “patiens” in Santa Chiara ad Assisi, che nella parte bassa raffigura appunto San Francesco (oltre che Santa Chiara) chino sui piedi di Gesù.

Acquisiamo  però  solo oggi, a distanza di tanti  anni dalla nostra visita alla Galleria Nazionale, la portata rivoluzionaria del motivo iconografico innanzi descritto,  il cui significato , al di là dell’aspetto puramente formale,  si comprende  solo nell’ottica del nuovo approccio mentale e pratico introdotto da San Francesco nell’ambito del Cristianesimo.

L’iconografia conferma  anche in questo caso la sua funzione di “specchio” delle tendenze dottrinali e culturali presenti nella Chiesa, a vantaggio soprattutto degli illetterati.

In cosa consiste la novità iconografica ? Nel fatto che nessun artista orientale o occidentale , forse anche per i limiti imposti dal clero, aveva mai osato rappresentare in modo così “flagrante” e inequivocabile  l’idea della compartecipazione umana alle sofferenze di Cristo. Neanche gli artisti bizantini, che hanno monopolizzato la figuratività occidentale e orientale per un periodo lunghissimo.

D’altro canto, nell’ iconografia classica del Nuovo Testamento, gli  individui che hanno il privilegio di un contatto ravvicinato con il corpo di  Gesù sono San Giovanni Evangelista nell’Ultima Cena (notissimo il suo tenero e fiducioso appoggiarsi alla spalla del  Maestro) e Maria di Magdala  sotto la croce, nell’atto di abbracciare i piedi di  Cristo (ma più con il gesto di chi vuole trarre conforto dal morente, che con quello di chi vuole fornirglielo). Altri ancora toccheranno il corpo di Cristo solo al momento della Deposizione dalla croce.

A partire dal sec. XIII, nei grandi, tradizionali crocifissi lignei  interviene quindi un grande cambiamento: in cima alla grande immagine del Cristo morente resta l’impassibile Dio Padre, in corrispondenza delle braccia rimangono la Madonna e San Giovanni umanamente dolenti, ma in basso,  in posizione defilata, comincia ad apparire un piccolo uomo, che prende nelle sue mani il grande piede di Gesù morente, vi appoggia teneramente il capo,  e lo bacia.

San Francesco abbraccia i piedi di Cristo (Part. del Crocifisso in Santa Chiara ad Assisi)
San Francesco abbraccia i piedi di Cristo (Part. del Crocifisso in Santa Chiara ad Assisi)

Questa scenetta, che i pittori italiani del Duecento si sono inventati di sana pianta, ed hanno realizzato con tutta la loro affascinante carica “primitiva”, testimonia appunto visivamente , senza possibilità di equivoci, la rivoluzione introdotta dal santo di Assisi  nella mentalità del tempo. Grazie a lui si inizia a comprendere che,  evidentemente, non si può essere realmente  cristiani se non si raggiunge  un intimo , fisico contatto con Cristo. Se non si arriva, cioè, a toccarne il corpo (che è, al suo livello più immediato e riconoscibile, quello del fratello a vario titolo bisognoso ) e, se del caso,  a baciargli i piedi. Evidentemente, non come molti  suoi coetanei erano abituati a baciarli , in segno cioè  di totale sottomissione , ai potenti del tempo, ma come sommo atto d’amore, dalle conseguenze immediate,  dirompenti e definitive , sia per l’amante che per l’amato.

Nella tavola dipinta, San Francesco bacia i piedi di Gesù per entrare con lui in quella relazione amorosa che lo sosterrà  nella sua breve e non semplice esistenza. L’illetterato di Assisi, che affermava  che il Vangelo andava accolto “sine glossa”(cioè senza più o meno colti  commenti a margine ) procedette da subito  su una strada diversa rispetto a quella dei fratelli  “colti”. Il suo percorso, dopo la conversione,  non fu quello dell’”itinerario della mente in Dio”. Non fu cioè un’operazione astratta,  ma  si svolse, all’opposto,  all’insegna del contatto amoroso con il Cristo sofferente. La sua resta, ancor oggi l’unica esperienza  in grado,  di dare un senso autentico alla vita umana, e quella più appropriata a ricucirne le lacerazioni , che  a volte  possono  apparire insostenibili.Quanti, sulla soglia del  contatto decisivo con Cristo (da rinnovare comunque  necessariamente, senza sosta, attraverso la preghiera) si sono fermati , volendo appunto  prima capire, studiare, pianificare le  mosse , per poi infine ,annoiati o  logorati, abbandonare  l’impresa? E quanti non ci hanno neanche provato?

Il santo di Assisi arrivò al cuore di Dio e dell’uomo, comunque,  in modo certo  più semplice e diretto di quello dei Dottori della Facoltà di Teologia di Parigi, i cui nomi , e i cui pesanti tomi, sono ricordati , ora , solo nei convegni universitari.

A lui , al di là di ogni pesante mediazione dottrinale e culturale, si deve invece  questa grossa intuizione,  divenuta per molti pratica di vita:  è l’amore che porta alla comprensione,  e non viceversa. La via di Francesco, sempre percorribile, e dai frutti immediati, abbondanti e sicuri, la vediamo oggi rappresentata , a perenne testimonianza, nel “suppedaneo” di quel Crocifisso gigantesco che un giorno osservammo  nella Galleria Nazionale dell’Umbria, pur senza comprenderne , allora, l’autentico significato.

 

 

 

MANDURIA RESTITUTA o RESTITUITA? Il mistero s’infittisce o, al contrario, forse si dirada

di Armando Polito

immagini tratte ed adattate da Google Maps
immagini tratte ed adattate da Google Maps

In riferimento al recentissimo post di Nicola Morrone Porta S. Angelo a Manduria: il mistero di un’iscrizione (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/19/porta-santangelo-a-manduria-il-mistero-di-uniscrizione/), non avendo potendo condensare le mie note nello spazio riservato ai commenti (che, fra l’altro, per motivi tecnici, non possono essere corredati di immagini) col rischio che esse sfuggissero magari proprio al diretto interessato, osservo qui quanto segue.

A meno che i restauri passati e recenti non siano stati barbaramente sovvertitori, è evidente che posto per un’altra I  non poteva esserci, tenendo conto anche della spaziatura notevole che, nonostante la loro fisiologica “magrezza”, accompagna le altre due lettere simili. La conferma potrebbe venire da una foto anteriore al restauro. Tuttavia credo che risolutivo sia quanto si legge in  Il Mercurio Olivetano, overo la Guida per le strade dell’Italia, per le quali sogliono passare i Monaci Olivetani. Dando contezza delle distanze d’un luogo dall’altro, et accennando alcune cose più notabili delle Città, Castella, Ville, de’ Fiumi, e d’altri luoghi che si trovano. Inviato da D. Secondo Lancellotti  da Perugia Abbate Olivetano, Accademico Insensato et Affidato, Angelo Bartoli Stampatore Episcopale, Perugia, 16281.

pag. 58 (dettaglio)

 

In base a questa testimonianza il 1628 costituisce il terminus ante quem, cioè la costruzione della porta e l’ iscrizione sono entrambe certamente anteriori al 1628, il che spiegherebbe, fra l’altro, gli agganci permanenti con lo stile rinascimentale, ridimensionando, se non annullando, il giudizio di mancato aggiornamento stilistico ai canoni barocchi, anche se l’indeterminatezza di non hà gran tempo (=non molto tempo fa) non consente di fare con sufficiente certezza (uno, due, cinque anni, un decennio?) ulteriori operazioni sottrattive rispetto al 1628. Cade pure l’allusione all’evento del 1789 e RESTITUTA potrebbe significare, molto più semplicemente, ricostruita (insomma, un riferimento alla Manduria moderna), come se l’arco fosse il tappo e l’epigrafe l’etichetta di un ideale contenitore parzialmente riconoscibile in quel che restava delle antiche mura (Porta grande … fatta per ornamento) . Il fatto, poi, che l’arco avesse una funzione celebrativa degli antichi fasti (col ricordo del primitivo nome, mentre quello in uso all’epoca era Casalnuovo) lo si deduce inequivocabilmente dall’iniziale  Da qui a Casal nuovo Terra. La presenza delle statue, poi, coeve o meno all’arco, avrebbe contemperato l’istanza civile e quella religiosa, anche se nel tempo l’aspetto devozionale potrebbe aver preso il sopravvento mettendo in campo la storia del fulmini.

Non è finita: sulla parte media della faccia interna dei piedritti ci sono, perfettamente contrapposte, due altre epigrafi. Potendo disporre solo delle immagini sottostanti che ho tratto da Google Maps e che non offrono, specialmente per la prima che già di suo manifesta tutti gli acciacchi dell’età, un’adeguata definizione, posso solo far notare come la seconda potrebbe aver propiziato una ricostruzione non fedele del significato di quel RESTITUTA e fatto datare  l’iscrizione come posteriore (e non di poco …) all’arco.

 

 

Rimarrebbe da fare un ulteriore controllo sul titolo del testo del Tarentini perché nelle schede dell’OPAC si legge: Leonardo Tarentini, Cenni storici di Manduria Antica Casalnuovo Manduria restituita, Tanfani-Latronico, Taranto, 1901 (ristampe: Tipografia La veloce, Cosenza, 1931; Marzo, Manduria, 1984 e, col titolo Cenni storici di Manduria, Alesa, Bologna, s. d.); quando, però, questo testo viene citato da altri studiosi nel titolo compare ora restituita, ora restituta. Credo che la prima forma sia quella adottata, perché sarebbe strano che nel titolo restituta fosse l’unica parola latina; ma,  per quanto ho detto, la sua traduzione con restituita (e non ricostruita, secondo il significato esclusivo che, oltretutto, il verbo latino restituere assume nelle iscrizioni) è stata probabilmente indotta dall’epigrafe del 1895 con il suo ricordo dell’evento del 1789.

Ecco l’elenco delle biblioteche più vicine nelle quali il testo è reperibile, nella speranza che quella stessa rete che ha reso possibile il mio quasi istantaneo contatto con la testimonianza secentesca riportata, favorisca anche l’incontro, complice sempre la rete, tra uomo e uomo, grazie alla buona volontà di qualche gentile lettore che si renda disponibile a tale controllo:

(1901)

Biblioteca arcivescovile Giuseppe Capecelatro – Taranto – TA

(1931)

Biblioteca comunale Isidoro Chirulli – Martina Franca – TA

Biblioteca S. Francesco – Sava – TA

Biblioteca arcivescovile Giuseppe Capecelatro – Taranto – TA

(1984)

Biblioteca comunale Marco Gatti – Manduria – TA

Il testo del Palumbo citato dall’autore del post cui si riferisce questo mio  è disponibile presso la Biblioteca Carlo Gatti di Manduria. M‘intrigherebbe l’idea di una foto della citata  pag. 71 …

Se, poi, si potesse avere pure una foto in alta definizione dell’iscrizione che ho definito malridotta (son riuscito a leggere solo MANDURIA alla fine della prima linea e TARANTO alla fine della quarta) la mia gratitudine sarebbe completa;  e ancora più completa se potessi decifrarla integralmente, perché sono convinto che potrebbe contenere qualche elemento utile a dissipare definitivamente quelle tenebre addensatesi nel tempo e che il nostro monaco2, probabilmente più per metodo di lavoro che per un caso fortuito, ha, secondo me, abbondantemente diradato non dimenticandosi, quel giorno, di volgersi adietro e di leggere l’epigrafe esattamente come la leggiamo noi oggi.

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1 Il volume, da cui ho tratto le foto, è consultabile e scaricabile all’indirizzo http://books.google.it/books?id=CklYAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=IL+MERCURIO+OLIVETANO&hl=it&sa=X&ei=VPEBU-CjIOi_ygPAyYKgAw&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=IL%20MERCURIO%20OLIVETANO&f=false

La guida è stata ripubblicata in Viaggi di Monaci e pellegrini, a cura di Pietro De Leo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002.

2 E Secondo Lancellotti (Perugia, 1583-Parigi, 1643) non fu un monaco qualsiasi. Lo attesta il numero sterminato di pubblicazioni e di scritti rimasti inediti, questi ultimi conservati nell’Archivio di Monte Oliveto Maggiore, nella Biblioteca comunale Augusta di Perugia e nella Biblioteca Nazionale di Roma.

Porta Sant’Angelo a Manduria: il mistero di un’iscrizione

Arco di Sant'Angelo

di  Nicola Morrone  

Le recenti osservazioni di alcuni amici, comunicateci sul notissimo social network “ Facebook”, ci hanno spinto, più o meno casualmente,  a riconsiderare un aspetto , probabilmente secondario , ma certamente  curioso, della nostra storia cittadina.

Si tratta, in sostanza, della corretta lettura  e interpretazione, nonche’ contestualizzazione storica, dell’iscrizione  collocata su uno dei monumenti piu’ significativi della nostra città, cioè il cosiddetto “Arco di Sant’Angelo”.

L’Arco e’  un  monumento realizzato nella seconda metà del sec. XVII, tra i più notevoli dell’ambito urbano, eretto  secondo canoni strutturali e decorativi tipicamente rinascimentali. L’opera, secondo recenti ed attendibili studi (cfr. G.Contessa , “Osservazioni sull’Arco di Sant’Angelo”, in “Quaderni Archeo”,1 (1996), p.109-121) fu eretta intorno al 1664-65  su iniziativa dei cittadini  di Manduria, e con il concorso (cioè con il contributo economico) di Don Andrea Imperiale, all’epoca Marchese d’Oria e Signore di Casalnuovo.

L’Arco di Sant’Angelo fu eretto per motivazioni essenzialmente devozionali, cioè per impetrare la protezione dell’Immacolata , di San Gregorio Magno e di San Carlo Borromeo sulla città, allo scopo di  liberarla dal flagello dei fulmini e dei temporali,  le cui conseguenze sull’economia del tempo , che era sostanzialmente agricola,sono facilmente immaginabili.

Sul prospetto ovest del monumento sono raffigurati, procedendo da sinistra a destra,  i riferimenti religiosi e devozionali del tempo: San Gregorio Magno, l’Immacolata, e San Carlo Borromeo. Al di sotto del simulacro della Vergine, è posto lo stemma civico.

La statua dell’Immacolata, posta al centro del fastigio,  è collocata  sensibilmente più in alto rispetto alle altre, perchè la devozione verso la Vergine era allora (come probabilmente anche oggi) in assoluto  la più sentita tra i manduriani.

Le tre statue, dunque, rimangono ancora oggi segno tangibile, oltre che  del sentimento  religioso della comunità manduriana, anche del bisogno di protezione di quest’ultima dalle avversità, naturali e non. Inoltre, i tre simulacri hanno da sempre la funzione ulteriore di “accogliere” idealmente il visitatore, il quale, una volta varcato il monumentale Arco e introdottosi in città, può godere anch’egli della relativa protezione dei suddetti riferimenti religiosi.

Da un punto di vista strettamente artistico, invece, le tre statue, in pietra tufacea, sono un buon esempio di scultura litica della seconda metà del sec. XVII , opera di un ignoto artefice, probabilmente salentino.

Tutto il monumento, nel suo complesso, sia sul piano strutturale che su quello decorativo risulta piuttosto “attardato”, presentandosi come il  prodotto di un clima artistico tenacemente ancorato ad una cultura ”conservativa” (cioè di stampo ancora rinascimentale) anche se, di fatto, concepito  e realizzato in un momento storico (1664-65) in cui nei grandi centri dell’arte  (Roma, Napoli) si erano  già da tempo affermate  le novità dell’arte barocca.

Anche i semicapitelli, che segnano il passaggio dal registro inferiore al registro superiore del fronte ovest dell’Arco, risultano essere di  gusto pienamente rinascimentale, come le rosette che li fiancheggiano, e riprendono i  medesimi motivi che ornano alcune finestre del centro storico di Manduria, risalenti appunto al sec. XVI.

Uno degli elementi che caratterizzano il prospetto ovest dell’opera, su cui proponiamo un approfondimento, è l’iscrizione, ancor oggi leggibile, che corre in corrispondenza dell’architrave, immediatamente sopra il fornice dell’arco. Essa è stata incisa, come vedremo, in età posteriore alla costruzione del monumento (circa 120 anni dopo) ed è stata  situata in posizione “strategica”, perchè fosse visibile a tutti, in special modo a chi  arrivasse a Manduria provenendo da Taranto, o addirittura da Napoli.

Arco di Sant'Angelo_1

L’iscrizione, a lettere incise sulla pietra tufacea, è stata finora letta (tanto dai cittadini che transitano casualmente  sotto l’arco, quanto dagli storici locali che ne hanno fatto oggetto di studio) nel seguente modo: “MANDURIA RESTITUTA”.

In realtà, le osservazioni di alcuni storici locali ci portano a non escludere che  detta iscrizione, recentemente sottoposta a restauro (anno 2013) insieme all’intero monumento , sia stata originariamente realizzata in altra forma , e cioè:  “MANDURIA RESTITUITA”.

L’iscrizione dunque, da tutti letta e citata come latina, potrebbe essere stata in origine concepita, dettata e realizzata in italiano. Quale è il significato del testo? Esso  fa riferimento ad un evento di grande importanza per la nostra città: la restituzione, con Decreto del Re di Napoli  del 14 Novembre 1789, su formale richiesta degli abitanti, dell’antico nome  messapico di “Manduria” al nostro nucleo urbano, che a partire dal 1090, cioè per ben sette lunghi secoli, era stato denominato “Casalnuovo”.

Il dubbio che l’iscrizione in oggetto non sia  stata dettata in lettere latine, ma in lettere italiane, e’ generato :

 

  1. Dalle osservazioni, accompagnate da un meticoloso  rilievo grafico (basato probabilmente, a sua volta, su un rilievo fotografico, oltre che naturalmente sull’osservazione diretta) che  fece, a suo tempo,  il compianto cultore di storia locale Nino Palumbo, in una sua  pregevole opera non piu’ ristampata (Cfr.N.Palumbo, Epigrafi Manduriane, Manduria 1993, p.71).
  2. Dalle parole dello storico locale L. Tarentini, il quale, sulla base probabilmente di alcuni documenti consultati,  così si esprime: ”L’epoca di questa data memoranda [Il 1789, data della restituzione dell’antico nome messapico] fu festeggiata dall’Università, che fece incidere sulla Porta di Napoli [cioè l’Arco di Sant’Angelo] la seguente scritta, sormontata dallo stemma civico messo a nuovo: “MANDURIA RESTITUITA”. Dal clero, con solenni funzioni, e “Te Deum”, e  dal popolo, con segni di pubblica rimostranza.” (Cfr.L.Tarentini, “Cenni storici di Manduria Antica , Casalnuovo, Manduria Restituita” (Cosenza 1901), p.192.

Precisiamo che il significato dell’iscrizione, e il suo valore di testimonianza storica, non mutano nella sostanza, sia che il testo si  legga in latino, sia che esso si legga in italiano.

Il punto, allora, ci pare essere il seguente: qual è il testo autentico  dell’iscrizione?

Si consideri che le lettere sono state verosimilmente  incise alla fine del sec. XVIII, cioè più di due secoli fa. Su di esse hanno esercitato un’implacabile azione di degrado gli agenti atmosferici. All’azione di questi ultimi, si devono aggiungere gli esiti della recente operazione di restauro, risalente appunto  al 2013.

Perchè ci  pare necessario ricostruire il testo originario dell’iscrizione? Non certo  per mero vezzo  di erudizione , quanto perchè esso possa essere correttamente letto, e dunque citato, non solo negli studi locali, ma anche, per es. nelle  visite guidate, ecc.

In fondo, si tratta di fare corretta memoria del fondamentale momento in cui Manduria  riprese l’antico nome messapico, ben sette secoli dopo la sua rifondazione con il nome di “Casalnuovo” (1090).

Invitiamo allora  il Comune di Manduria, unitamente magari  ai tecnici che si sono occupati del restauro,  a fare una verifica  diretta sul testo dell’iscrizione, per appurarne finalmente,  con un attento studio, la veste  originaria, ed eliminare ogni dubbio.

Ci sia consentita, infine, una piccola osservazione di carattere storico. Il  testo  autentico dell’iscrizione  collocata  sull’Arco di Sant’Angelo,  che a partire dall’ultimo restauro si legge,  a tutti gli effetti,  “MANDURIA RESTITUTA” (alla latina),  e che  come tale è riportato anche dagli storici locali più recenti (cfr. P.Brunetti, “Manduria tra storia e leggenda”, Manduria 2007, p.356) potrebbe, in teoria,  essere verificato con l’aiuto dei documenti. A partire, cioè, dal  testo  dalla relativa Delibera Decurionale (prodotta chiaramente dopo il decreto reale del 14 Novembre 1789),  attraverso la quale certamente  si stabilì il testo esatto, l’artefice  e il costo dell’iscrizione da riprodurre sull’Arco.

Tale delibera, come molte altre relative all’attivita’ del nostro Decurionato, è però con ogni probabilità andata perduta. A meno di ritrovarla nell’Archivio di Stato di  Napoli, che conserva comunque ben poche carte prodotte  dal nostro Comune nel sec. XVIII,  essa non è certamente reperibile  nell’Archivio di Stato di Taranto,  poichè le  Delibere del Decurionato di Manduria ivi depositate  iniziano con l’anno 1799. Nell’Archivio Storico del Comune di Manduria , infine,  si conservano documenti risalenti nella quasi totalità al periodo postunitario.

Un utile ausilio all’ indagine  potrebbe provenire, a questo punto, solo dallo  studio delle carte custodite negli archivi privati. Della  consistenza di questo patrimonio documentario, però, nessuno studioso, nè locale , nè accademico, ha purtroppo  la minima cognizione, poichè i documenti stessi, finora, non sono stati resi consultabili. Non è escluso che alcune di queste fonti, se messe  a disposizione degli studiosi,  chiaramente nel rispetto delle prerogative  dei loro legittimi proprietari, possano  sostenere concretamente le ipotesi di ricerca, nonchè, forse, dare una  risposta risolutiva  ai non pochi interrogativi  che la nostra storia cittadina ancor oggi pone.

                                                                                                                                                                                                                                       

“Post fata resurgat”. La travagliata storia del monumento ai Caduti di Manduria

Il maestro De Bellis nel suo laboratorio
Il maestro De Bellis nel suo laboratorio

 

 di Nicola Morrone

 

Collocato in pieno centro cittadino, precisamente sull’estremo  margine occidentale della Villa Comunale, vi è uno  tra  i monumenti di  pubblica committenza  più significativi della Manduria contemporanea: il Monumento ai Caduti.

Delle complesse vicende relative a quest’opera, progettata sin dal 1949 e inaugurata solo diciassette anni dopo,  nel 1966, cercheremo di tracciare un profilo, segnalando le più significative tappe che portarono, attraverso un percorso lungo e  quanto mai travagliato, alla sua erezione. Intendiamo con queste  nostre note  (suscettibili chiaramente di ulteriori approfondimenti) contribuire ad una migliore e più diffusa conoscenza di un monumento la cui vicenda costruttiva, pur essendosi svolta appena mezzo secolo fa, rimane certamente ai più sconosciuta.

Il Lavoratore del pensiero
Il Lavoratore del pensiero

LE FONTI DOCUMENTARIE

Ci siamo avvalsi essenzialmente, per queste note, dei documenti conservati nell’Archivio di Deposito (Carteggio) del Comune di Manduria, ubicato attualmente al piano superiore dell’Ex Monastero delle Servite. Archivio inventariato  e gestito, insieme a tutto il patrimonio documentario  comunale, dal consorzio General Services di Noci (BA), a partire dall’anno 2000. L’accesso alla documentazione è avvenuto in conformità a quanto previsto dall’art. 122 del Decreto Legislativo 22/1/2004 (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), che disciplina le modalità di consultazione e riproduzione dei documenti conservati negli archivi pubblici. La documentazione superstite  che illustra la storia  del Monumento ai Caduti è interamente collocata  nell’Archivio di Deposito del Comune di Manduria, Categoria VIII (Leva e Truppa), Busta 1, fascicoli 4-9.

I fascicoli contengono documentazione compresa tra gli estremi cronologici 1949-1970 (si segnala la presenza, all’interno del fascicolo 9, di 28 foto in bianco  e nero del Monumento, eseguite dalla ditta fotografica Corcelli di Bari). Ed effettivamente la storia del Monumento ai Caduti di Manduria si svolge tutta tra queste due date: 1949 -1970. Al 24/6/1949 risale infatti la Delibera del Consiglio Comunale in cui si stabiliscono l’ubicazione e il finanziamento del monumento. Al 1970 risale invece l’ultima richiesta fatta dal Comune di Manduria allo scultore Vitantonio de Bellis, relativa ad un’ultima revisione globale  dell’opera.

Il Lavoratore del braccio
Il Lavoratore del braccio

LA VICENDA STORICA

Queste, in estrema sintesi, le tappe della vicenda, come risultano da un pro-memoria  allegato ai documenti contabili.

Il 24 Giugno 1949 lo scultore  Vito Antonio De Bellis di Bari spiega al Consiglio Comunale il concetto idatore del progetto del Monumento ai Caduti, che deve sorgere in Manduria ad iniziativa della locale sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, e ne illustra il bozzetto che si trova nella sala [I Combattenti, costituendo un comitato per il Monumento ai Caduti, avevano indetto un concorso nazionale per il progetto dell’opera, di cui purtroppo non abbiamo reperito alcun altro bozzetto  partecipante]. Il Consiglio Comunale (Sindaco Florenzo Di Noi) ad unanimità di voti, delibera che il Monumento deve essere ubicato nella Villa Comunale  e che la costruzione deve essere realizzata in pietra di Trani.

Il 16 Febbraio 1954 il Consiglio delibera di dare parere favorevole alla concessione del suolo occorrente per la edificazione del Monumento al centro del giardino pubblico, previa sistemazione definitiva di quest’ultimo, mediante pavimentazione.

Il 12 Novembre 1960 il Consiglio delibera di assumere l’impegno di completare il Monumento ai Caduti e di disporre i lavori di cui alla relativa perizia dell’ufficio tecnico del Comune. L’Associazione dei Combattenti, infatti,  non potendo piu’ sostenere l’onere dell’impresa, aveva chiesto al Comune, con lettera  di Aurelio Pasanisi, di subentrare nell’iniziativa.

Il 5 Novembre  1961 la Giunta Municipale delibera  di commettere allo scultore Vitantonio De Bellis di Bari  la fornitura di due statue di bronzo monumentale, da servire a completamento del monumento progettato dallo stesso, e di demolire i plinti provvisori esistenti e di costruire i nuovi con massi ciclopici, modificandoli poi in basamenti da ricavarsi con roccia marina e opportunamente sagomata, e infine sostituendoli con plinti in muratura e rivestimento con lastre di travertino.

Il 22 Maggio 1964 la Giunta Municipale delibera di commettere a trattativa privata, ad una ditta locale, i lavori di completamento del Monumento, da effettuarsi in ordine alla relativa perizia dell’ufficio tecnico comunale.

Il 4 Novembre 1966 , sindaco l’Ing. Ferdinando Fiorenza , alla presenza delle autorità civili, militari e religiose si inaugura nella Villa Comunale il Monumento ai Caduti.

 

Il Caduto
Il Caduto

IL PROGETTISTA

Vitantonio De Bellis nacque in Rutigliano il 24 Novembre 1887 da Giuseppe, costruttore edile, e Maria Carmela Pappalepore. Sin da bambino mostrò una spiccata attitudine per il disegno e la scultura. I genitori assecondarono questa sua inclinazione, iscrivendolo al prestigioso Istituto di Belle Arti di Napoli, dove maturò il suo estro sotto la guida dei principali artisti dell’epoca. Terminati gli studi, all’età di 20 anni tornò a Rutigliano per iniziare la sua lunga e feconda carriera artistica. Sono numerose e tutte di notevole pregio le opere da lui realizzate, come i celebri Monumenti ai Caduti eretti in molte città di Puglia e Basilicata: oltre a quello di Rutigliano, che domina piazza XX Settembre, vanno citati, tra gli altri, quelli di Conversano, Carbonara, Casamassima, Modugno, Cassano, Torre Santa Susanna, Erchie, Genzano e Brindisi.
Della sua vasta produzione vanno ricordati anche i busti di molti personaggi di rilievo, tra cui quelli del venerabile mons. Giuseppe Di Donna (nella villa comunale di Rutigliano), di mons. Domenico Morea (collocato nella piazza principale di Alberobello) e dell’on. Giuseppe Di Vagno. Fu anche progettista in Bari della chiesa del Redentore e della chiesa dei Padri Cappuccini, nonché autore della celebre fontana monumentale dell’Acquedotto Pugliese, ubicata nella Fiera del Levante.
Sposò nel 1943  Anna Maria Sebastiani, consigliere del Sindacato Internazionale d’Arte di Roma, conosciuta a Pisa dove De Bellis soggiornò per lavoro per un breve periodo.
Morì in Bari (città in cui aveva aperto il suo laboratorio artistico) nel 1977.
La sua città natale, Rutigliano, gli ha dedicato una via solo di recente, mentre Bari già da molti anni aveva intitolato una strada del centro allo scultore Vitantonio De Bellis.

 

Il bozzetto vincente
Il bozzetto vincente

LE MAESTRANZE 

Per la realizzazione della cripta sottostante il  Monumento ai Caduti, il Comune stipulò un contratto con la locale ditta Camillo Bagorda. Non siamo riusciti a precisare se la stessa  ditta fu  incaricata  di realizzare la restante parte dell’imponente architettura. Sappiamo invece con certezza che lo scultore De Bellis, dopo aver realizzato nel suo atelier i bozzetti  in creta , inviò i modelli in gesso delle statue a grandezza naturale, per la definitiva  fusione  in bronzo, alla Fonderia Artistica Ferdinando De Luca di Napoli, che disbrigò il lavoro a regola d’arte.

 

IL SIGNIFICATO DELL’OPERA

Un documento di estremo interesse è costituito dai  due fogli  senza data , redatti su carta intestata dallo  scultore Vitantonio De Bellis, dal titolo “Relazione sul Monumento ai Caduti di Manduria”. In essi l’artista spiega dettagliatamente il significato del monumento. Lo riportiamo integralmente, certi di contribuire a svelare un arcano iconografico. Quanti concittadini, infatti,e quante volte, si saranno  chiesti  cosa rappresenta  realmente la complessa struttura architettonico-scultorea che domina prepotentemente lo scenario della Villa Comunale?

Lasciamo la parola allo scultore De Bellis:

“La concezione alla quale si ispira il Monumento ai Caduti di Manduria può riassumersi nel seguente pensiero: il grande arco che inquadra le figure simboleggia la vita che continua, l’altro semicerchio, che dovrebbe raffigurasi sottoterra, rappresenta la morte. Morte da cui nasce la Vita, e Vita da cui nasce la Morte, nella perpetuità di un ritmo che infonde fede e coraggio, speranza e bontà. Le due fiaccole poste alle basi esterne dell’arco [poi non piu’ realizzate] rette da mani, simboleggiano lo spirito eternamente vivo di chi è morto per un supremo ideale, sembrano dire : “la nostra morte corporea è e deve essere la vita che torna. Noi siamo morti, affinchè dal nostro sacrificio potesse nascere migliorato questo eterno ritmo della vita che torna incessantemente! Siamo morti per far vivere ed agire i vivi in un mondo più completo e più libero”. La vita deve essere riedificata su nuove basi ed a questa riedificazione tutti gli uomini debbono partecipare. La nuova società, quindi, deve nascere dagli sforzi del Lavoratore del pensiero, che dallo studio deduce le leggi eterne dell’armonia, e della giustizia, e dal sudore del Lavoratore del braccio, che dalle viscere della terra trae l’alimento necessario alle esigenze della vita quotidiana. L’arco nelle sue linee armoniche e nella sua solidità sta, quindi, a significare che soltanto l’equilibrata comprensione di queste due forze può gettare le basi della nuova società; società in cui tutti i suoi componenti, consci dei diritti e dei doveri, trovino la giustizia e l’amore, uniche fonti di pace e di prosperità. Sull’area centrale, staccata dal grande arco, sta il Caduto, esempio di chi ha sofferto per la libertà e l’unità della Patria; esso è e sarà sempre un raggiante lume sul cammino degli Italiani. E’ il fiore della nostra stirpe che versa il suo sangue per santificare l’avvenire della nostra Patria. Il Fante! E’ la figura luminosa del popolo italiano, uscito da una trincea e ritorna nel solco, ora armato di spada, ora di martello. La sua storia è un’epopea che continua! Per tale motivo e per questa continuità che si tramanda nei secoli, desidero che l’arco sia costruito con quei massi ciclopici disseminati per chilometri e chilometri intorno a Manduria, massi che costituivano le mura erette in difesa della città messapica. Così, nei millenni passati, come oggi si perpetua la lotta per la libertà, e come quei massi costituirono le mura della difesa, così oggi nella continuità storica essi costituiranno l’arco glorioso eretto alla memoria dei Caduti morti nei millenni per la difesa dell’eterna civilta’. In quelle pietre corrose dai millenni, vivrà ancora l’anima dei gloriosi soldati che si immolarono per la patria, come oggi vibrerà l’ardente spirito dei Caduti, perchè è retaggio di glorie passate e presenti che si onoreranno nella sublimazione del Monumento. Per l’erezione di quest’arco occorreranno all’incirca una settantina di massi, da recuperare tra quelli disseminati, appunto, lungo le campagne, non già da togliersi dalle mura. Dietro l’ara è stato progettato un altare dove saranno celebrate le messe per i Caduti, mentre sul davanti dell’ara stessa verranno sottoscritte le seguenti parole: “POST FATA RESURGAT” – Manduria ai suoi Caduti”,

Al di la’ di qualche considerazione forse un po’ troppo retorica, il concetto dell’erigendo monumento risulta abbastanza chiaro.

 

CONCLUSIONI

Faremmo torto alla  verità se non segnalassimo, in conclusione,  che  il Monumento ai Caduti di  Manduria, così come oggi possiamo ammirarlo, non rispetta pienamente  la volontà dello scultore e progettista  De Bellis.  E questo, sia in relazione alla  concezione originaria (si confronti il bozzetto vincitore del concorso con il risultato finale: mancano addirittura  alcuni elementi scultorei e inoltre nel bozzetto l’opera  risultava di dimensioni piu’ contenute); sia in relazione al  materiale impiegato (l’arco non  fu realizzato con i massi ciclopici provenienti dalle mura messapiche, e la qual cosa, se si  fosse concretizzata, avrebbe rivestito un fortissimo carattere simbolico, come era nell’idea di De Bellis); sia, infine, in relazione al contenuto dell’epigrafe dedicatoria. Su quest’ultima ci fu, prima dell’inaugurazione dell’opera,  una serrata discussione tra i rappresentanti delle forze politiche (ottobre 1966), che convennero poi, adducendo varie motivazioni (alcune  francamente  curiose )sull’attuale testo, che nulla ha a che vedere  con le parole in origine scelte da De Bellis. E non era, quella dell’epigrafe, una questione secondaria: nelle sue parole  si condensava il significato autentico  dell’intero monumento, che doveva essere pressappoco il seguente “La società risorga dopo i destini avversi” (Post fata resurgat), del tutto cancellato  in favore dell’attuale  “Manduria civile ai suoi caduti per la liberta’ nella pace “.

 

 

[ Dobbiamo qui  ringraziare quanti hanno agevolato il nostro lavoro di ricerca: il Dott. Vincenzo Dinoi, per aver concesso l’autorizzazione alla consultazione dei documenti; la Dott.ssa Carmelina Greco, per averne  facilitato la riproduzione fotografica (eseguita in gran parte dall’amico Ivan Pinto); il Dott. Gregorio Dinoi e il Maresciallo Leonardo Stano per l’aiuto fornito nel reperimento del fascicolo; il Maresciallo Girolamo Libardi per averci consentito di effettuare un sondaggio nell’Archivio della locale sezione dei Combattenti e Reduci.]

I capricci della storia (in margine ad una ricerca d’archivio sulla Salina dei Monaci)

Salina dei Monaci

di Nicola Morrone

Giovedi’ 18 Luglio scorso si è svolta, presso i cortili del Torrione di Avetrana , la  presentazione al pubblico  dell’interessante  volume di P. Scarciglia e L. Schiavoni, intitolato “Cronologia commentata intorno alla questione di Torre Columena”.

Il libro è edito per conto dell’Associazione “Terra della Vetrana”, che ha curato l’evento in tutti i suoi aspetti (compreso il gradito aperitivo finale). In una fresca serata di Luglio, dunque, nella cornice particolarmente suggestiva del fortilizio medievale, Scarciglia e Schiavoni hanno proposto al folto pubblico intervenuto i risultati della loro indagine d’archivio sulla “vexata quaestio” del possesso legittimo delle terre site attualmente nella marina di Manduria, tra Specchiarica e Torre Colimena. Siamo stati invitati a prendere parte all’incontro proprio dagli amici dell’Associazione “Terra della Vetrana “, Pietro Scarciglia, Luigi Schiavoni e Paola Addabbo. Invito accolto con grande piacere, dal momento che la stessa benemerita Associazione  ci aveva invitati , lo scorso 21 Aprile, a tenere una conferenza su “Culto e Iconografia di San Biagio di Sebaste” nell’altrettanto significativo  contesto  della  Chiesa Matrice di Avetrana , ospiti del padrone di casa, il gentilissimo Don Giovanni Di Mauro, parroco della stessa chiesa.

Orbene, questa  meticolosa ricerca d’archivio , si inserisce a pieno titolo nell’ambito della piu’ classica pubblicistica di storia locale salentina. Lo scopo delle  87 pagine del volumetto (distribuito tra l’altro a un prezzo estrememente conveniente, che dovrebbe facilitarne una  più capillare diffusione, almeno presso la popolazione avetranese) è quello di portare il maggior numero di prove documentarie a sostegno della tesi secondo la quale le terre inglobanti la Salina dei Monaci e la Torre Colimena, attualmente ricadenti in territorio di Manduria, sono appartenute in passato, all’opposto, al “tenimento” di Avetrana, rientrando a tutti gli effetti nella sua giurisdizione, se non da sempre, almeno per buona parte della loro storia documentata.

La ricerca si inserisce  in un filone di lavori consimili prodotti dai ricercatori di Avetrana nel  tempo (si ricorda qui soltanto il volume di M.Spinosa-B.Pezzarossa-P.Scarciglia dal titolo “Relazione per la rideterminazione del territorio di Avetrana, Taranto 1995) e si avvale, in particolare, di un ricco apparato documentario, in gran parte inedito, oltre che della riproduzione fotografica (sempre utile ) di molti dei documenti citati.

Come è noto, la “vis polemica” degli amici avetranesi in relazione al problema  è stata rinfocolata dall’affermazione di uno  storico locale manduriano, il quale ha sostenuto anni orsono, in un articolo giornalistico, che il territorio oggetto di indagine, era  “da sempre” appartenuto alle pertinenze di Casalnuovo- Manduria .L’affermazione non è veritiera, dal momento che la fascia territoriale che va da Specchiarica alla Columena non ha storicamente avuto un proprietario fisso. Il territorio in questione, invece, è rientrato, nelle varie epoche per le quali è possibile documentarne la storia (cioe’ dalla fine del sec. XI alla fine del sec.XIX), nelle pertinenze di vari proprietari.

Per la Torre anticorsara della Columena,  è stata dimostrata , con questo volume, l’appartenenza al” tenimento”  di Avetrana nel sec. XVI, dal momento che un  documento (riportato anche in copia fotografica) prova che il comune di Avetrana pagava il personale in servizio alla torre .La  Salina dei Monaci, invece, che di quella disputata fascia territoriale rappresenta un po’ il fulcro (per essere stata  fonte di ricchezza, nel corso dei secoli, oltre che per Manduria e Avetrana,  anche per comunità  vicine, come Gallipoli) dopo essere stata donata alla fine del sec. XI dai Re normanni ai monaci benedettini del Monastero di San Lorenzo d’Aversa (CE) è stata verosimilmente  proprietà  del comune di Casalnuovo (Manduria), per poi passare al demanio regio al tempo degli Aragonesi (sec. XV) e poi di Carlo V, e quindi rientrare fino all’800 , come hanno ampiamente dimostrato con la loro ricerca Scarciglia e Schiavoni, nel “tenimento” di Avetrana.

Come gli amici avetranesi si sono preoccupati di portare le prove a sostegno dell’appartenenza storica ad Avetrana, così noi, in questa sede, vogliamo riassumere i documenti certi che, integrati a quelli citati nel volume ,  riconducono in qualche modo la Salina al territorio di  Manduria –Casalnuovo, ripromettendoci di produrre in futuro più ampi riferimenti documentari relativi alla questione.

Siamo costretti purtroppo, in questo caso, a partire da un documento “fantasma”, cioè un documento citato con estrema precisione da storici locali manduriani del passato, che pur dovette esistere, ma che nessuno si è mai preoccupato di produrre concretamente, e che costituisce, a nostro avviso, l’elemento che per eccellenza proverebbe il possesso della Salina da parte di Casalnuovo-Manduria, almeno alla metà del sec. XV. Si tratta di un diploma, datato in Lecce 8 Dicembre 1463, in cui sono elencate le modalità di cessione delle saline di Casalnuovo al demanio regio, cioè alla Corona Aragonese, probabilmente, come suppone lo Jacovelli, per facilitare l’approvazione da parte del sovrano dei capitoli dell’Universita’, cioe’ dei diritti e delle consuetudini comunali.

Tale documento, citato dagli storici locali Saracino, Ferrari e Da Lama, al punto tale da precisarne con esattezza la data cronica e quella  topica,  a nostro avviso dovette pur esistere, anche se non si è purtroppo conservato nel  Libro Rosso della città di Lecce, che a quella data registra uno sconfortante vuoto . Si spera che, in futuro, prima o poi il documento possa saltare fuori, per dare definitivamente forza di prova alle citazioni degli anzidetti storici locali.

Allo stato attuale, comunque, si può con certezza affermare che a cavallo tra i secc. XV e XVI , e precisamente tra il 1498 e il 1526, le Saline furono di proprietà regia, prima aragonese e poi  vicereale (al tempo di Carlo V). Cio’ si può sostenere sulla base di  quattro documenti, ben noti agli studiosi, e cioè tre facenti parte del Libro Rosso di Gallipoli, e uno pertinente al Libro Rosso di Lecce, entrambi liberamente consultabili rispettivamente nella Biblioteca Comunale di Gallipoli e nell’Archivio Storico del Comune di Lecce.

Il documento del Libro Rosso di Lecce  è datato  Napoli , 27 Gennaio 1498; quelli confluiti nel Libro Rosso di Gallipoli datano invece da Castiglione,  4 e 6 Settembre 1503, e da Granada, 23 Giugno 1526.Quest’ultimo diploma, emesso da Carlo V, è stato  riportato  anche da Bartolomeo  Ravenna nel suo volume “Memorie Istoriche della Citta’ di Gallipoli”, Napoli 1836, alla pag.282. Tutti e quattro i documenti sono citati dalla studiosa Michela Pastore , che nel suo contributo ”Fonti per la storia di Puglia : regesti dei Libri Rossi e delle pergamene di Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza” , uscito in “Studi Chiarelli”, II, pp.153-295, ne ha fornito appunto i regesti, cioe’ la sintesi del contenuto.Ci ripromettiamo di riprodurne in copia i passi relativi alla  Salina, in  essi  denominata  appunto sempre “di Casalnuovo”. Ma perchè i documenti citati denotano con  l’espressione ”di  Casalnuovo”, una struttura che ricadeva già da tempo nel demanio regio? Riteniamo che ciò sia accaduto proprio perchè, pur possesso ormai del Re , le Saline ricadevano topograficamente, anche se non più  giuridicamente, appunto nel “tenimento” di Casalnuovo-Manduria.

In conclusione, il lavoro di Scarciglia- Schiavoni è sicuramente ben condotto, ma in realtà una completa seriazione cronologica delle vicende che hanno interessato la zona compresa tra Specchiarica e Torre Columena deve ancora essere prodotta. Molti punti restano oscuri. Quando, e perchè le Saline passarono dai Monaci Benedettini d’Aversa all’Università di Casalnuovo? E quando, e perchè, le Saline, dopo essere state  possesso del Re, entrarono nella disponibilità dell’Università di Avetrana? E soprattutto, quando, e con che modalità, la zona in questione passò definitivamente a Manduria?

E’a  quest’ultimo interrogativo che, soprattutto, preme dare una risposta  agli amici avetranesi, e a loro facciamo i nostri migliori auguri per una sua  definitiva risoluzione.

Nell’incontro, infine, si è tornato a parlare anche, e in termini piuttosto decisi, della proposta di rideterminazione dei confini del territorio di Avetrana, legittimata, secondo i ricercatori, proprio dai dati documentari .Come abbiamo affermato quella sera, ribadiamo in questa sede che, a nostro avviso, non ci pare corretto , ne’ utile, utilizzare una ricostruzione storica pur documentata come quella realizzata dagli amici avetranesi allo scopo di far tornare il Comune di Avetrana in possesso  della zona rivierasca. I problemi attuali di quella fascia territoriale , causati senza dubbio (lo diciamo da manduriani) dalla storica indifferenza  del nostro Comune in materia di politiche turistiche, da avviare immediatamente sui 18 Km di costa relativa, vanno risolti con spirito di collaborazione, piuttosto che di contrapposizione, quand’anche essa si fondi su dati storicamente inoppugnabili.

 

Horror vacui. Il libero sfogo della fantasia di uno sconosciuto pittore moderno

Affresco (part.)

di Nicola Morrone

La festa di Sant’Antonio (13 Giugno) ci ha permesso di riscoprire un antico luogo di culto, verosimilmente  misconosciuto dalla gran parte dei concittadini manduriani.

Si tratta della cappella della Natività di Maria, che si apre sul lato est della imponente chiesa neogotica dedicata al santo francescano di Padova.

La cappella, la cui dedicazione risale al 1703, sotto il pontificato di Clemente XI (come recita l’iscrizione posta sul lato sud del vano) presenta più di un elemento di interesse. Ad iniziare certamente dal dipinto collocato sulla parete d’altare, che rappresenta la Madonna del Suffragio, i SS.Antonio e Francesco d’Assisi, il committente e storie mariane della vita della Vergine.

Non si tratta di uno dei tanti dipinti, di qualità talora dozzinale, che è possibile osservare nelle non poche chiese di Manduria: quello in questione è invece uno dei pochi dipinti manduriani  (se ne contano in tutto non piu’ di una decina) di qualità assoluta. L’autore ne e’ il napoletano Fabrizio Santafede, che lo dipinse nel 1580, quasi certamente su committenza del nobile casalnovetano Francesco Antonio Barberio, effigiato nel dipinto.

Nello spazio ristretto di questo piccolo luogo di culto è possibile inoltre apprezzare le opere di vari artisti legnaioli francescani (tutti anonimi, fino a quando i ricercatori non  faranno parlare  le carte  d’archivio). Essi realizzarono, nel sec. XVII, i tre altaroli laterali della cappella della Natività di Maria, intagliando e intarsiando legni di svariata tipologia, e creando opere che, a nostro avviso, possono essere ben considerate  esempi di alto artigianato. Gli altaroli sono caratterizzati dalla presenza di vistosi paliotti con motivi floreali ad intarsio (un vero incanto per gli occhi del visitatore) nella parte bassa; la zona centrale è valorizzata dalle cromie dei dipinti o delle statue in cartapesta; le macchine d’altare  terminano, nella parte alta, con un timpano spezzato in mezzo al quale si inserisce un ulteriore motivo decorativo floreale o lo stemma dell’ordine.

Tutta la cappella, insomma, è un delizioso contenitore d’arte e artigianato, in cui la perizia tecnica e ideativa degli esecutori , e in taluni casi  la loro “audacia” figurativa , a  un certo punto, ci sorprendono ancora di più.

Sulla parete sinistra dal vano,  in corrispondenza del presbiterio, è infatti  collocato un affresco di autore ignoto, per più versi straordinario. Tutto il disegno, che ha una impaginazione orizzontale, e che ricorda tanto una sorta  di finto paliotto d’altare, colpisce subito, ancor prima che per la modalità esecutiva,  per la concezione, improntata chiaramente  alla classica idea  di “horror vacui”, tipica della mentalità barocca, segnatamente salentina. L’anonimo maestro, che  potrebbe anche essere locale, è probabilmente anche in questo caso  da ricercare tra le maestranze francescane (come è noto, l’ordine francescano disponeva di pittori, architetti e scultori reclutati tra gli stessi consacrati, in maniera tale da essere completamente autarchico sul piano della produzione artistica. Produzione che, se pur non raggiunse quasi mai livelli di eccellenza, si attestò non di rado su livelli qualitativi  più che dignitosi…).

L’affresco è da considerarsi un inedito, dal momento che non è stato censito nella catalogazione effettuata da Massimo Guastella (Iconografia Sacra a Manduria, Manduria 2002).

L’opera, una sorta di celebrazione apoteotica e fastosa della natura, è di soggetto interamente profano. La circostanza curiosa è che siffatto affresco è effettivamente  collocato in un luogo di culto. E’ come se l’anonimo artista si fosse concesso per un attimo, libero dai vincoli della committenza religiosa , uno sfogo della propria  fantasia, che, nei soggetti rappresentati (puttini, uccelli, fiori, frutti) non può non ricordare gli analoghi, consueti temi degli altari barocchi dei maestri leccesi, i quali, pur nella evidente esuberanza delle forme plastiche, non possono tuttavia esibire,  se non in rarissimi casi , l’incanto del colore.

 

Il luogo della memoria: San Pietro in Bevagna tra storia e antropologia

San Pietro in bevagna

di Nicola Morrone

Da tempo, ormai, ci occupiamo delle varie problematiche connesse al santuario di San Pietro in Bevagna. Questo  piccolo luogo di culto, che meriterebbe certo maggiore considerazione da parte della Curia Vescovile di Oria (in relazione alla sua promozione e all’incremento della sua visibilità sul piano religioso e turistico) ha una importanza che, di fatto, supera quella di molte altre realtà consimili.

Ciò deriva dal fatto che il santuario è il perfetto paradigma del “luogo della memoria”, nel senso che a questa espressione attribuisce lo storico francese Pierre Nora. Questi afferma che un “luogo della memoria” è uno “spazio fisico e mentale che si caratterizza per essere costituito da elementi materiali o puramente simbolici , dove un gruppo, una comunità o una intera società riconosce se stessa e la propria storia con un forte aggancio con la memoria collettiva”.

Il santuario petrino, per questi motivi, si presenta emblematico di questa tipologia. Esistono tre luoghi, a Manduria, particolarmente carichi di significato sul piano religioso. Essi sono la Chiesa Madre, la chiesa dell’Immacolata, e il santuario di San Pietro in Bevagna. Sono i luoghi fisici in cui si conservano i simulacri, rispettivamente, di San Gregorio Magno, dell’Immacolata, e di San Pietro Apostolo, portati in processione in occasione delle varie ricorrenze. Essi sono un po’ la “summa” della religiosità mandurina.

Di questi tre luoghi fisici del culto e della devozione, però, solo il santuario petrino si qualifica come “luogo della memoria”, cioè come luogo (cui sono correlati particolari oggetti) direttamente collegato alla presenza del Santo, nella comunemente acquisita coscienza storico/mitica. Proprio in virtù del leggendario passaggio del Santo, il santuario  petrino presenta  per la coscienza collettiva quella che P. Nora chiama “eccedenza semantica”, in grado di stabilire  e generare delle connessioni con esperienze emotive, mitiche, immaginali, capaci di trasferire nel tempo un contatto con le esperienze e i fatti significativi del passato”.Qual è la differenza  tra il santuario sul mare e  gli altri due importantissimi luoghi del culto manduriano? Si sa che nella Chiesa Madre si conservano le due statue di San Gregorio Magno. Il santo fu invocato, nei secoli passati (l’ultima volta, a quanto pare, nel tardo ‘700) per liberare Manduria dalla peste. Di questa intercessione si è naturalmente persa la memoria, e attualmente il Santo si invoca, immaginiamo, per altri motivi. Il santo, però, non è mai stato fisicamente presente a Manduria, e il cappellone,in quanto tale, non costituisce perciò  un luogo dalla valenza mitica, in grado di stimolare la memoria collettiva. Esso rimane un luogo, dal grande valore artistico, simile a tanti altri luoghi del culto. Allo stesso modo, la chiesa dell’Immacolata, in cui è conservata la statua della comprotettrice di Manduria, non si carica di valenze storiche o mitiche tali da riattivare nella collettività manduriana un meccanismo memoriale condiviso. Nel santuario di San Pietro in Bevagna, invece, è ancora pienamente funzionante il dispositivo memoriale storico/mitico, riattivato di continuo, oltre che dalla memoria diffusa del leggendario passaggio di San Pietro, anche dagli oggetti in esso conservati, nella comune opinione legati comunque al passaggio dell’Apostolo. Ogni volta che i pellegrini e i devoti  osservano quegli oggetti (la pietra d’altare, il fonte battesimale, ecc.) riattivano nella loro coscienza il meccanismo memoriale, e dal punto di vista antropologico , ha un ‘importanza del tutto marginale il fatto che  gli oggetti osservati siano o meno prove autentiche del passaggio di San Pietro su questi nostri lidi. La loro presenza tra quelle mura ha consacrato per sempre il santuario petrino come  “luogo della memoria” di importanza eccezionale soprattutto per la comunità manduriana. Sempre rimanendo sul piano antropologico, tra le problematiche  più macroscopiche  correlate al santuario petrino c’è quella relativa alla processione per la pioggia, sulle cui origini si deve ancora fare pienamente luce. Non è questa la sede adatta per richiamare gli studi più significativi sull’argomento (Cirese, Jurlaro, Tragni, ecc.), ma ci pare importante sottolineare che, per il momento, uno studio di questa ritualità si potrà condurre solo sul piano sincronico (confrontandola, cioè, con il funzionamento di  altre ritualità consimili, caratterizzate dalla presenza dell’elemento arboreo/vegetale), dal momento che un’indagine sul piano diacronico è gravemente ostacolata dalla assoluta  mancanza di documenti  che possano fare luce su come la processione arborea si è strutturata nel corso della sua storia. Rimane aperta, tra le altre, la questione dell’origine storica di questo complesso rituale. Recentemente, uno storico locale ha  affermato , probabilmente con eccesiva leggerezza, che la processione è di età controriformata (posteriore, cioè, al Concilio di Trento, che si concluse nel 1563). Altri affermano che essa è piuttosto recente, addirittura, forse, ottocentesca. Noi riteniamo invece che per questa ritualità non si possa escludere un’origine precristiana, come peraltro adombrato da vari studiosi del fenomeno. L’elemento dominante della processione è il simbolo arboreo, recato un tempo dai pellegrini sulle spalle in segno di penitenza, e al tempo stesso di propiziazione della pioggia. Il tronco, di leccio o di quercia, va quindi letto nella sua duplice valenza di oggetto propiziatorio (aspetto pagano della ritualità) e oggetto penitenziale (aspetto cristiano della ritualità). Ci pare, in sostanza, che non si possa escludere che  la processione possa leggersi come un rito pagano, poi orientato in senso cristiano dalla Chiesa Cattolica. Ma uno studio antropologico organico è tutto ancora da fare.

 

Architettura del Rinascimento a Manduria

ARCHITETTURA DEL RINASCIMENTO A MANDURIA: TRE ESEMPI DI STILE CATALANO-DURAZZESCO

 

di Nicola Morrone

 

Nell’ambito della millenaria vicenda storica di Manduria, caratterizzata da momenti luminosi ma anche da lunghi, oscuri periodi di decadenza, si segnala per la sua singolarità  l’epoca rinascimentale.                                                            Chi volesse averne un quadro documentato, anche se non esaustivo, puo’ rileggere il sempre valido saggio di G. Jacovelli (Manduria nel ‘500, Galatina 1974). Anche alla luce delle preziose indicazioni fornite dall’autore, e data l’ampiezza delle testimonianze superstiti, sarebbe auspicabile la realizzazione di un archivio fotografico del ‘500 mandurino, risultante da  un censimento della totalità delle testimonianze rinascimentali nel nostro paese.

Si tratterebbe di un validissimo strumento, utile, oltre che  sul piano scientifico, anche su quello didattico. E tra i monumenti superstiti  del sec. XVI a Manduria spiccano soprattutto i palazzi nobiliari: essi superano, per numero, tutte le altre testimonianze architettoniche coeve.

Manduria, portale del ghetto
Manduria, portale del ghetto

Il palazzo nobiliare si presenta oggi  ai nostri occhi sotto un duplice aspetto. Esso è l’ immagine concreta  del potere di una classe sociale, l’aristocrazia, detentrice per lunghi secoli, insieme al clero, della quasi totalità delle risorse economiche del territorio, titolare  di privilegi scandalosi e in buona parte responsabile, con la sua inerzia, del ritardo di  sviluppo economico dell’intero Mezzogiorno.

Ma il palazzo patrizio  è anche, indiscutibilmente, un’opera d’arte, frutto dell’ingegno umano,  e in questa prospettiva soprattutto vogliamo considerarlo nelle nostre brevi note.

Ci occuperemo, nello specifico, di tre episodi architettonici rinascimentali, che qualificano il nostro centro storico. Si tratta di Palazzo Bonifacio, della cosiddetta Sinagoga, e di  Palazzo Pasanisi, e ne approfondiremo la tipologia dei portali, tutti e tre riconducibili al cosiddetto stile “catalano-durazzesco”.           E’ questo uno stile che caratterizza i portali di molti  edifici patrizi , in tutto il Sud Italia, dalla Campania al Molise, alla Puglia , alla Sicilia, e perfino alla Sardegna. Secondo lo studioso R. Pane, il prototipo di questa tipologia, e al tempo stesso il primo esempio documentato, è il napoletano Palazzo Penne, risalente al 1406. Esso era la residenza di Antonio Penne, segretario del re di Napoli Ladislao di Durazzo.                                                                                                                                   Gli studiosi hanno per molto tempo pensato che l’ elemento che caratterizza questa  particolare tipologia architettonica,  cioè l’arco a sesto ribassato inquadrato in una cornice rettangolare, fosse di provenienza spagnola , segnatamente catalana. Ostano però a questa ipotesi due elementi: 1) il fatto che i catalano-aragonesi giunsero a Napoli solo nel 1442, mentre Palazzo Penne è del primissimo ‘400 e 2) il fatto che nè  in Catalogna, nè altrove in Spagna, ne è stato rintracciato alcun esempio

Le ricerche piu’ recenti inducono  invece a pensare che questa tipologia, tipica del solo Sud Italia e debitrice di originari modelli tardogotici, rappresenti una fusione, verosimilmente maturata in ambito napoletano, di elementi conservativi (tardomedievali) e innovativi (quattrocenteschi), variamente attinti anche da  un repertorio straniero.

Questo tipo di portale, poi, si diffuse dalla capitale del Regno alle province, in cui fu riproposto anche nel secolo XVI. Per quanto riguarda il Salento, portali di tipo catalano-durazzesco sono presenti  a Brindisi, nel Palazzo Granafei-Nervegna (1565) e nel  Palazzo  Ripa (1588), mentre a Lecce si ricordano almeno una decina di esempi, tra cui i Palazzi Guarini, Giustiniani, Palmieri, Giaconia, de Raho, e le ville Ammirato e Della Monica.

Esaminiamo ora partitamente i portali catalano-durazzeschi presenti a Manduria, iniziando dalla periferia occidentale di quella che un tempo era l’antica “terra murata” di Casalnuovo.

All’imbocco di  via Carceri Vecchie, in un’area  fortemente degradata, ci si para innanzi Palazzo Bonifacio. In esso alloggiava appunto, durante i periodici spostamenti a Manduria, la potente famiglia dei Bonifacio, feudatari che avevano la loro residenza abituale in Napoli , e che, dopo aver acquistato il feudo di Oria nel 1500, acquistarono  intorno al  1522 anche i feudi di Francavilla e Casalnuovo. Una tradizione  vuole che in questo Palazzo sia morto intorno al 1527 (e non nel 1554, come erroneamente  riferisce  il Tarentini) il giovane poeta Dragonetto Bonifacio, forse deceduto in seguito ad una caduta da cavallo. Un’altra versione  vuole invece che il giovane sia  morto  per “violento fumo di veleno”, mentre distillava un filtro amoroso (questa versione pare pero’ sorta in epoca piuttosto tarda).

Il palazzo Bonifacio di Manduria conserva il portale d’ingresso originario, anche se piuttosto malconcio: sulla ghiera esterna,  in pietra scelta, sono visibili  ancora le tracce della primitiva decorazione a rosette, che lo apparenta strettamente  agli altri due esempi manduriani, cioe’ il portale della presunta Sinagoga e quello di palazzo Pasanisi.

In effetti, anche nel portale d’ingresso di quella che da tutti  viene considerata la Sinagoga in cui si radunava la piccola comunità ebraica residente a Manduria, ritroviamo gli stessi elementi del portale di Palazzo Bonifacio, cioe’ la tipologia catalano-durazzesca, qui caratterizzata dalla prepotente presenza delle rinascimentali rosette decorative.

A proposito di questo edificio, siamo propensi a ritenere che esso, più che il luogo in cui si riuniva una comunità a scopo di preghiera, sia piuttosto il vestibolo di un palazzo patrizio del ‘500, che forse si apriva su un cortile. L’ambiente è molto piccolo, caratterizzato dalla presenza di una volta a sesto ribassato sostenuta da peducci del tipo “ad unghia” . Non ci è stato finora possibile esplorare l’ intero edificio che incorpora quest’ambiente, ma  teniamo a precisare che all’esterno (l’interno e’ stato stravolto) esso non presenta tracce di un uso cultuale. Il problema dell’effettiva destinazione d’uso di questo piccolo  ambiente potrà essere risolto solo con un attenta analisi delle strutture complessive dell’edificio che lo ingloba; il fatto che la tradizione vi identifichi la Sinagoga ebraica puo’ far pensare che essa  effettivamente sorgesse nell’area in cui poi fu costruito il palazzo.

Chiude la breve  rassegna dei portali catalano-durazzeschi manduriani l’esempio di Palazzo Pasanisi, sito in via Omodei. Esso presenta l’arco inquadrato dalla cornice rettangolare, e le rosette, questo inconfondibile motivo  decorativo rinascimentale  che tra l’altro ritroviamo in uno degli esemplari forse piu’ compiuti di portale cinquecentesco manduriano, cioe’ quello di Casa Ferrara, sito nella via  che prende il nome dal famoso cardinale. Il palazzo Pasanisi, mirabile esempio di architettura del ‘500 conservatosi pressochè intatto , è ulteriormente valorizzato in facciata  dalla presenza di un loggiato e di due finestre con cornici originali. In una zona piu’ nascosta del fronte si intravedono addirittura i resti di un’edicola affrescata con soggetto religioso, sicuramente d’epoca.

Concludiamo  qui questa breve disamina di alcuni fra i tanti episodi architettonici del rinascimento manduriano, segnalando in conclusione  che, nell’economia estetica del palazzo baronale , il portale svolge sempre  un ruolo-chiave: esso, al tempo stesso  reale e simbolico elemento di mediazione tra l’interno e l’esterno del palazzo nobiliare , rappresenta , come afferma G. Labrot, ” il gran pezzo di architettura”.

 

Manduria. Venerdì santo: istantanee per una processione

ph Nicola Morrone
ph Nicola Morrone

di Nicola Morrone

In altri paesi del Salento (Taranto, Francavilla, Gallipoli), a quanto pare,i giorni che precedono Pasqua si vivono all’insegna del raccoglimento e, per quanto ciascuno ne è capace, della preghiera. Nella nostra città, invece, questo Giovedì Santo è stata l’immagine della contraddizione spinta all’estremo, dell’incapacità dei manduriani di riappropriarsi della loro dimensione più intima. La serata dei cosiddetti “Sepolcri” si è svolta infatti in un contesto caotico, rumoroso e disordinato, del tutto privo del minimo barlume di buon senso e razionalità. Davanti ai nostri occhi, intorno alle 21.00, la contraddizione è esplosa. Un gruppo di confratelli, pregando e camminando con ordine dietro la Croce, percorreva la zona di Piazza Commestibili. Gli faceva eco l’assordante rumore (chiamarla musica e’ un eufemismo….) di un impianto HI-FI predisposto per l’inaugurazione di un locale, spento per un attimo solo al momento del passaggio del gruppo, per poi essere riacceso. Ci è venuta in mente , come per una folgorazione, l’urlo sacrosanto di un vecchio pescatore  di San Pietro in Bevagna, che costrinse i tecnici delle prove di un concerto estivo a spegnere l’audio, perchè di li a poco si sarebbe dovuta svolgere la Santa Messa… E che dire dei confratelli (e consorelle) delle varie congreghe, che percorrevano le strade del paese dietro la Croce di Cristo, sopraffatti dalla violenza del traffico automobilistico? L’isola pedonale, quella sera,sarebbe dovuta durare molto di più.Davanti ai nostri occhi esterrefatti (siamo infatti  degli ingenui…) si è riprodotto il feroce contrasto tra “tradizione” e modernità, una ferita che è davvero difficile possa prima o poi rimarginarsi .Del tutto differente , invece, è stato ciò che abbiamo visto la sera successiva. La  processione del Venerdì Santo (è proprio il caso di dirlo: grazie a Dio) si è svolta  in un clima di silenzio e preghiera, presentandosi  come un percorso strutturato, condiviso e soprattutto atteso. Che ci ha restituito, naturalmente , il piacere intimo che solo le processioni del Sud Italia  riescono ancora a dare.

Queste brevi note non sono nient’altro che la sintesi di ciò che i nostri occhi sono stati capaci di cogliere quella sera. I nostri occhi, cioè  la perfetta “macchina da presa”, capaci   soprattutto di non disturbare,  con la loro discreta  presenza, questo evento religioso, che l’uso diffuso di fotocamere e altre diavolerie rischia costantemente  di ridurre a spettacolo popolare.  Abbiamo preso parte  alla processione, come sempre, dall’interno del corteo, soprattutto per evitare di sentirci semplici spettatori di un momento di fede. A Manduria, come è noto,  la Processione dei Misteri è sostanzialmente   diversa  rispetto a quella di altre note località del Salento. Da noi, niente confratelli  incappucciati, niente penitenti con pesanti croci sulle spalle, nessuna concessione di troppo all’esteriorità. Non diamo giudizi di valore, non facciamo confronti: la nostra processione , da che vi partecipiamo, ha sempre avuto questo aspetto. Ciò che ci colpisce , anno dopo anno, è invece la  grande partecipazione della gente, all’interno e all’esterno del corteo: la processione del Venerdì Santo, a Manduria, è forse l’unico momento dell’anno, insieme  alla Festa di San Gregorio e a quella dei Santi Medici, in cui è possibile avere un’idea della consistenza numerica dei manduriani. Che sono tanti , davvero tanti, e vederli tutti insieme fa un certo effetto. Ci sono passate davanti, quasi come in una carrellata cinematografica, le loro facce , mentre procedevamo dietro la statua di Cristo Crocifisso. Facce sfuggenti, la cui sostanza umana è chiaramente inafferrabile. Facce dietro cui , singolarmente , si nascondono certamente  slanci e chiusure inimmaginabili. Una sola  certezza, però, su gran parte di questa  gente  (la nostra  gente) ce l’abbiamo, e la verifichiamo quotidianamente. Ed è la seguente. La maggior parte di quelle facce chiude i momenti principali della sua quotidianità nella  confortevole dimensione del proprio privato domestico, senza dedicare tempo alla comunità. La maggior parte dei Manduriani, diciamola tutta,  non ha la minima percezione della comunità. Vizio antico del Meridione, forse, con conseguenze pesantissime sulla realtà concreta della nostra città, che vive un momento di declino a cui , qualche anno fa, non immaginavamo neanche lontanamente si potesse arrivare. Confidavamo ad un amico, in processione, un nostro personale convincimento. Lassù , una domanda ci verrà sicuramente fatta. Colui che giudica, dopo essersi puntualmente informato su come ci siamo comportati nell’ambito familiare (e i nostri concittadini, feroci difensori del  vessillo del privato, avranno naturalmente la risposta pronta) , vorrà probabilmente sapere quanto del nostro tempo abbiamo dedicato alla comunità cittadina. Immaginiamo fin da ora molte facce sorprese, molti trasalimenti, molte risposte smozzicate…

 

 

L’arte contemporanea a Manduria: quello che c’era e quello che (non) c’è

 

Galleria Pliniana

di Nicola Morrone

 

Rovistando tra i materiali non catalogati della Biblioteca Comunale “M.Gatti, cortesemente messi a disposizione dalla Direttrice Dott.ssa Carmelina Greco, ci è recentemente occorso di trovare alcune interessanti testimonianze dell’attivita’ culturale cittadina dei tempi passati. E ci siamo non poco sorpresi nello scoprire che quarant’anni fa, sicuramente tra il 1973 e il 1978, fu attiva a Manduria addirittura una galleria d’arte contemporanea.

Non abbiamo ricordi personali di quel periodo storico, ma, in astratto, eravamo portati a pensare che il fermento culturale cittadino di quarant’anni fa fosse piu’ limitato rispetto a quello attuale, che di per se stesso già non è particolarmente significativo. Questa nostra impressione si basava su assunti di tipo sociologico: minor livello generale di scolarizzazione, piu’ bassa quantita’ di stimoli culturali offerti dai media, ecc.

Chi ha vissuto personalmente quella temperie sociale e culturale, invece, concordemente afferma che Manduria, quarant’anni fa, era senz’altro più vivace di oggi , anche dal punto di vista del fermento artistico. Ci siamo allora messi sulle tracce di quella piccola ma singolarissima esperienza rappresentata dal Centro artistico culturale “Galleria d’arte Pliniana”, cercando di riassumerne la storia, breve ma intensa, raccogliendo informazioni , per quanto possibile, da coloro che da vicino condivisero quell’avventura.

Un’avventura che, non lo nascondiamo, vorremmo si ripetesse ancora una volta, come per magia, animando con il suo soffio il desolante panorama culturale cittadino.

D'Aloisio

La “Galleria d’arte Pliniana”, come riferisce la Sig.Rita Stranieri, fu fondata nei primissimi anni ’70 da due privati cittadini, cioe’ la Prof.ssa Marisa D’Aloisio (ideatrice) e il Sig. Giuseppe Stranieri (principale collaboratore). Fu una iniziativa eminentemente privata, legata all’attivita’ di pittrice della Prof.ssa D’Aloisio, e non ebbe alcun contributo dal Comune di Manduria, se si eccettua il sostegno finanziario per l’allestimento della mostra collettiva “Incontro di pittori salentini”, che si tenne nei locali della Galleria dal 24 Marzo al 2 Aprile 1973.La Galleria , inizialmente ubicata in via Cesare Cantu’, si sposto’ poi sulla via per Maruggio.L’esperienza espositiva manduriana si concluse dopo circa un quinquennio (1973-1978), perchè i Sig.ri D’Aloisio e Stranieri decisero di aprire a Taranto la galleria d’arte “Diesse”.

Sulla base delle testimonianze raccolte, non siamo in grado di accertare quanto la Galleria Pliniana abbia stimolato il mercato dell’arte, che a Manduria è stato sempre oltremodo asfittico, ma pare sicuro che quello spazio espositivo rappresentasse un punto di riferimento per la locale borghesia colta.

La galleria promosse nomi famosi della pittura dell’epoca , come Armando Pizzinato, ma anche iniziative rivolte ai giovani artisti, come documentano i vari cataloghi delle mostre, stampati in un formato e con una grafica moderni. Erano, a quanto pare, anni fortunati:a Taranto e a Lecce esistevano due attivi Licei Artistici, e vari giovani manduriani li frequentavano, creando automaticamente un’osmosi tra quegli ambienti e la situazione cittadina.

La Sig.ra Patrizia Tatullo, nipote della Prof.ssa D’Aloisio, ricorda chiaramente il fermento di quegli anni lontani, e in particolare evidenzia che nella casa tarantina della Prof.ssa D’Aloisio (che rimase sempre il vero motore dell’iniziativa) si riunivano i pittori che , prima di esporre in Galleria, discutevano appassionatamente dei principali problemi artistici contemporanei.

Il Prof. Enzo De Cillis, da sempre inserito nell’ambiente artistico cittadino, ricorda l’atmosfera degli anni della “Pliniana”,alla cui esperienza partecipo’ direttamente, e ci tiene a sottolineare con chiarezza che , rispetto ad oggi, c’era in generale piu’ interesse intorno all’arte contemporanea. E aggiunge che , in ogni caso, l’esperienza della Galleria Pliniana, per la professionalità dei gestori e il livello degli espositori, non si può paragonare a cio’ che e’ venuto dopo, cioè ai piccoli tentativi di aprire spazi espositivi (privati) tutti destinati ad esaurirsi subito.

Da quello che emerge, insomma , l’esperienza della Galleria Pliniana, anche se breve , è stata significativa. Appartiene però, ormai, al passato.

La situazione attuale, invece,almeno in relazione alla quantità e qualità degli spazi espositivi per i giovani ( e meno giovani) artisti contemporanei è francamente desolante. Una città delle dimensioni di Manduria non offre, allo stato attuale, alcuno spazio pubblico per l’esposizione e la fuizione di opere d’arte contemporanea.

La nostra realtà, quando ne è in grado, esibisce (giustamente) le glorie artistiche di un passato più o meno lontano (a volte lontanissimo) ma è totalmente sorda al riconoscimento dei valori artistici contemporanei. Il prof. Pietro Guida (artista che non ha certo bisogno di presentazioni) ribadisce senza mezzi termini che il contesto manduriano è ” totalmente inerte” di fronte alle sollecitazioni dell’arte contemporanea.

E il prof. Aldo Pezzarossa, anch’egli da tempo impegnato, con significativi risultati, sulla scena artistica contemporanea , sottolinea i limiti che da sempre caratterizzano il contesto locale, in special modo rimarcando , oltre che il ridotto coinvolgimento dell’Ente Pubblico rispetto al passato,la totale, storica assenza di sostegno dell’imprenditoria privata nei confronti degli artisti.Quali sono, in questa situazione, le prospettive per il futuro?

Difficile dirlo.

A nosto avviso, se i creativi locali , vecchi e nuovi (alcuni dei quali, purtroppo, patologicamente centrati solo su se stessi) volessero iniziare un’avventura comune, si potrebbe ripartire dagli spazi pubblici.

In particolare, dal Monastero delle Servite, che dopo la felice esperienza della mostra “Numero Zero” non ha più ospitato eventi artistici di rilievo. Ma occorre una progettualita’ chiara e collettiva, oltre che il coinvolgimento dell’Ente Pubblico. Per Manduria,comunque, uno spazio espositivo dedicato al’arte contemporanea non esaurirebbe la sua funzione solo come contenitore d’arte, ma costituirebbe soprattutto un centro d’aggregazione permanente.

E Dio solo sa quanto si ha bisogno di questi spazi, alle nostre latitudini…

Nicola Morrone

nicola morrone

Nato a Manduria (TA) il 21/01/1975, si diploma presso il Liceo Classico “F.De Sanctis” nel 1994. Si Laurea in Lettere Moderne presso l’Universita’ degli Studi di Perugia nel 2005, discutendo una tesi in Agiografia dal titolo ”La tradizione dello sbarco di San Pietro in Puglia: aspetti e problemi”, relatrice la Chiar.ma Prof.ssa Giuliana Italiani (votazione: 110 e lode). Si abilita all’insegnamento della Storia dell’Arte nelle Scuole Superiori  nell’anno 2009,dopo aver regolarmente frequentato la Scuola di Specializzazione all’ insegnamento (SSIS Puglia sede Bari, IX ciclo). Dall’A.S. 2009/2010 all’A.S. 2011/2012 e’ docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Linguistico Paritario “Jack London” di Manduria (TA). Dal 2012 e’ Tutor Diocesano dei Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Oria.Collabora a giornali locali con contributi di carattere culturale, in attesa di conseguire il tesserino di pubblicista.E’ guida turistica della Regione Puglia.

 

Si elencano di seguito i contributi giornalistici, a riviste specializzate, ecc., dal  2000  a tutt’oggi:

 

1)“Ipogeo di contrada “Poverella “( in collaborazione con G.Attanasio, L.Gennari, F.Moscogiuri,  “in “Quaderni Archeo” nn.4-5 (2000) pp.225-241.

2)“Una preziosa testimonianza di pittura medievale a Manduria: un frammento di affresco in una campata di San Pietro Mandurino”, in “Liberamente”, 7/4/2002

3)“Una rara reliquia di pittura medievale: raffigura San Giacomo Maggiore e San Nicola “, in “Liberamente”, 28/4/2002

4)“Architettura bizantina nel territorio di Manduria: la piccola cappella di contrada  “San Giovanni”, in “Liberamente”, 12/5/2002

5)“Un’altra significativa testimonianza archeologica di cultura bizantina : un piccolo edificio di culto che si trova in contrada “Cumentu Ecchiu”, in “Liberamente”, 23/6/2002

6)“Un dipinto inedito di G.Bianco nella cappella di Masseria “Cuturi”, in “Liberamente”, 27/10/2002

7)“Origini e  significato di un “inquietante” dipinto del ‘600 della Chiesa Matrice di Manduria”, in “Liberamente”, 11/1/2004

8)“Inedito ciclo decorativo ad affresco rinvenuto nella chiesa di San Cosimo”, in “Liberamente”, 12/3/2006

9)“Il pulpito ligneo della Chiesa Matrice di Manduria (1608): una committenza  civica  di un’opera d’arte di Vespasiano Genuino?” , in “Liberamente”, 25/6/2006

10)“Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli: i preziosi stucchi barocchi “, in “Ribalta  di Puglia”, 31, Gennaio-Febbraio 2007

11)“Quattro turisti “speciali”in visita a Manduria: un ricercatore dell’Universita’ di Madrid e tre docenti dell’Universita’ del Salento “, in “Liberamente”, 17/6/2007

12)Scheda critica per il Catalogo della mostra “Sculture di eta’ barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna “(Lecce, 16 Dicembre 2007-28 Maggio 2008)

13)“Perche’ si sono interrotti gli scavi a San Pietro?”, in “La Voce di Manduria”,  18/9/2009

14)“Se la chiesa si aprisse anche all’arte”, in “La voce di Manduria “, 12/10/2010

15)“Il Natale con gli scolari e un ricordo a padre Raffaele”, in “La Voce di Manduria”, 30/12/2010

16)“Un inedito crocifisso di Vespasiano Genuino nella chiesa di San Giovanni    Battista di Manduria.E’ uno scultore gallipolino che ha realizzato numerose opere fra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600”, in “Liberamente”,17/4/2011

17)“Le origini della Chiesa Matrice di Manduria: un mistero non ancora chiarito”, in “Liberamente”, 18/12/2011

18)“I falo’ di Natale scomparsi e le crisi moderne “, in “La voce di Manduria”,

27/12/2011

19)“Dietro le immagini:incontro con Antonella Musiello”, in “ManduriaOggi”, 26/7/2012

20)“Il quadro, il fonte, la pietra .Nuovo contributo sul Santuario di San Pietro in  Bevagna “, in “Liberamente”, 5/8/2012

21)“Il fonte battesimale di San Pietro in Bevagna: un mistero risolto.”, in “ManduriaOggi, 12/9/2012

22) “La rifondazione normanna di Manduria nel 1090:realta’ o mito?”, in  “Liberamente”, 7/10/2012

23) “Un documento ritrovato: il Campione del Convento del SS.Rosario di Manduria”, in “Casalnuovo”, 4/11/2012

24)“Iconografia Sacra popolare a Manduria: spunti di riflessione”, in “Casalnuovo”,18/11/2012

25) “Novita’ archivistiche sul Santuario di San Pietro in Bevagna”, in “Casalnuovo”, 25/11/2012

26) “Iconografia Petrina nel Salento: Manduria, Taranto, Galatina”, in “Liberamente”,  23/12/2012

27)“Iconografia nicolaiana a Manduria” ( o il Santo in trasferta), in “Casalnuovo”, 20/1/2013

28)“Architettura del rinascimento a Manduria: tre esempi di stile catalano-  durazzesco”, in c.d.s.

29)“L’arte contemporanea a Manduria: quello che c’era e quello che (non) c’e’”, in  “Casalnuovo”, 3/3/2013

 

 

Santa Maria di Costantinopoli: una devozione dimenticata

Statua

 

di Nicola Morrone

 

Appena distinguibile nella penombra, collocata in una nicchia nella parete di fondo di una delle piu’ belle chiese barocche di Manduria, c’è la statua della Madonna di Costantinopoli.

E’ una delle poche opere di scultura litica policroma che il patrimonio artistico cittadino puo’ annoverare, ma soprattutto è l’unica testimonianza superstite, insieme a non piu’ di un paio di dipinti,  di una devozione dimenticata, alimentata in passato dall’esistenza di  una  specifica  confraternita.

La devozione per la Madonna di Costantinopoli nelle terre del Sud Italia ha origine da un fatto drammatico per la cristianità: nel 1453  i Turchi, di religione musulmana, assediarono e conquistarono Costantinopoli,  cioè il principale punto di riferimento religioso per i cristiani d’Oriente, oltre che la  capitale di un vasto impero (l’impero bizantino) la cui parabola storica era durata quasi un millennio. Gli abitanti di Costantinopoli si rivolsero, in quella triste circostanza, alla protezione della Madonna Odegitria, che  sottrasse  la popolazione a  conseguenze ancora piu’ disastrose.

Il culto per la Vergine, già fortemente radicato in Oriente, si rafforzò dunque  ulteriormente dopo il dramma della conquista musulmana. I Turchi, nell’ambito del loro progetto  espansionistico, arrivarono però ad insidiare anche l’Occidente: presero Otranto nel 1480, e da allora il pericolo  di un assoggettamento  non  solo delle terre meridionali, ma dell’intera penisola, e di tutta l’Europa, si fece terribilmente concreto. Così, la gente meridionale decise  di mettersi sotto la protezione particolare  della Vergine di Costantinopoli, e il clero decise di sostenere questa esigenza collettiva con  l’edificazione di cappelle ed edicole votive dedicate alla nuova patrona.

Questo  si verificò  anche a Manduria. Stando a quanto sostiene  il Tarentini nella sua “Manduria Sacra” (Manduria 1899), ai primi del sec.XVI, cioè  ad appena mezzo secolo dalla caduta della capitale dell’impero bizantino in mano turca, si sviluppò nella cittadina messapica  una devozione specifica per la Vergine  di Costantinopoli. In verità, per il momento non disponiamo di  un riferimento cronologico preciso relativo alla nascita  di questa devozione in ambito locale . Lo stesso  Tarentini, però,  riferisce, su base documentaria,  che nel 1587 esisteva sicuramente un confraternita sotto il titolo di Santa Maria di Costantinopoli, che faceva riferimento ad una cappella, situata  nel sec. XVI nel luogo in cui  attualmente sorge la chiesa di San Leonardo Abate.

Non siamo in grado di sapere, per mancanza di documenti, se oggetto concreto  della venerazione dei confratelli fosse un dipinto (un’opera tardo bizantina?) o una statua: della suppellettile della distrutta cappella non rimane la minima traccia, nè artistica nè documentaria.

La cappella fu distrutta nel 1702  per far posto all’erigenda chiesa di San Leonardo, attualmente visibile, ma il culto verso la Madonna, evidentemente radicato in modo significativo nella popolazione, non si estinse con la distruzione della  vecchia chiesa.

Dopo circa due secoli di permanenza nel luogo di culto originario, infatti,  la devozione “migrò” in un nuovo edificio, già in costruzione, che sarebbe stato intitolato proprio alla Madonna invocata contro il pericolo turco.

Oggi, le uniche  testimonianze visive della devozione per Santa Maria di Costantinopoli  a Manduria sono  costituite da due dipinti e da una statua litica. Nella  Chiesa Matrice si trova  una tela raffigurante  la Madonna di Costantinopoli, San Nicola e il committente (un ecclesiastico non identificato). In Santa Maria , invece, le testimonianze del culto sono due, un dipinto e una statua, rispettivamente realizzate la prima  su impulso privato (nobiliare), e la seconda  su iniziativa  ecclesiastica (ordine degli Agostiniani).

Sono entrambe accomunate  dalla presenza di  un  attributo iconografico particolare, l’unico che di fatto ci permette di ricondurre entrambi i manufatti  ad una devozione per la Vergine  di Costantinopoli. Sia nel dipinto che nel basamento della statua sono raffigurati infatti alcuni soldati  turchi che scappano da un edificio in fiamme, evidente riferimento all’assedio musulmano di Costantinopoli del 1453 e alle probabili profanazioni di luoghi sacri, le cui conseguenze furono mitigate, ma non del tutto impedite, dall’intervento della Vergine .Il dipinto, di intonazione marcatamente devozionale , è probabilmente opera dell’astigiano Secondo La Veglia, che lo realizzò nella seconda metà del sec. XVIII.

La statua in pietra policroma, graziosa, anche se invero collocata in posizione piuttosto appartata, è opera di autore ignoto, forse locale, ed è fatta risalire, col conforto documentario, al 1725, anno della consacrazione della chiesa.

Si tratta di una scultura di intonazione devota: la Madonna,dalle fattezze spiccatamente popolari e dallo sguardo fermo, regge in braccio il Bambino, che si rivolge all’osservatore con gesto benedicente. Ella indossa velo bianco, tunica rossa e mantello azzurro, questi ultimi caratterizzati dalla presenza di una decorazione floreale dorata, che pare  imitare,  in modo semplificato, il ricco “estofado ” delle  coeve sculture lignee barocche, di cui nelle chiese manduriane è apprezzabile più di un esempio.

Dipinto

 

Iconografia nicolaiana a Manduria (o il santo in trasferta)

1)Morte di San Nicola
Morte di San Nicola

di Nicola Morrone

San Nicola di Bari, si sa, è il patrono di Uggiano Montefusco. Nella frazione di Manduria esiste infatti la cappella del sec. XVIII dedicata al Santo, corredata della statua di cartapesta dipinta del sec. XIX e del relativo reliquiario.E sarebbe interessante che i ricercatori locali precisassero, nei limiti consentiti dalla documentazione disponibile, quando è stato introdotto a Uggiano il culto del Santo. Ma esistono tracce di una devozione per San Nicola anche nella vicina Manduria. Le abbiamo recentemente rintracciate e ricostruite, anche sulla scorta di un interessante documento manoscritto a firma di don Salvatore Greco (1842-1922), arciprete di Manduria dal 1898 alla morte. Tale documento si trova nel Fondo Manoscritti della Biblioteca Comunale di Manduria, recentemente riordinato dallo studioso Elio Dimitri e cortesemente messo a disposizione dei ricercatori di patrie memorie dalla Dott.ssa Carmelina Greco.

Il foglio manoscritto, collocato MS-A-XVII-13, può ben rappresentare, per le notizie in esso contenute, un ragguaglio storico sull’iconografia nicolaiana a Manduria. Lo abbiamo verificato ed approfondito, per avere un’idea complessiva delle tracce superstiti del culto del vescovo di Myra nella città messapica. Di cosa si tratta? Di una lettera, che don Salvatore Greco inviò il 25 Settembre 1898, su richiesta dal vescovo di Oria, fornendo alcune indicazioni storiche sul culto di San Nicola nella nostra città, poco prima che Leonardo Tarentini pubblicasse la sua “Manduria Sacra”, uscita per i tipi della D’Errico nel 1899.

Siamo portati ad immaginare che il Greco si sia consultato con il Tarentini per le notizie storiche da fornire al vescovo: il Tarentini era infatti a quell’epoca il miglior conoscitore delle vicende storiche della chiesa mandurina, nelle sue varie articolazioni.

2)Morte di San Nicola

L’arciprete della chiesa matrice afferma di essersi comunque documentato soprattutto nell’Archivio della Collegiata, che all’epoca del Tarentini rappresentava una vera miniera di notizie, prima delle dispersioni di documenti che ebbero luogo nel sec. XX.Orbene, nella sua notizia il Greco afferma testualmente che “nell’anno 1300 esisteva in questa Collegiata un altare dedicato a San Nicola, di cui si ignora l’origine. Nel 1555 lo stesso altare fu demolito e rifatto immediatamente . Nel 1755 fu assolutamente distrutto per le modifiche avvenute nella chiesa, ma il Capitolo per conservare la memoria del Santo fece scolpire una statua in pietra di Lecce, dorata, che tuttora esiste in una nicchia nell’abside dell’altare maggiore. Nel 1640 esisteva fuori dalle mura di questa città una chiesolina dedicata al Santo, e propriamente sita alla metà di quel viottolo che comincia poco più in là del convento dei Padri Passionisti, e avea detta chiesa un altare ed un affresco rappresentante il Santo Vescovo fra un coro di angeli.[….] Nel 1737 la detta cappella era quasi cadente, tanto che il Capitolo medesimo ne ordino’ la demolizione, e fino a questi ultimi tempi si vedevano gli ultimi avanzi. Nel 1720 la famiglia Arno’-Quattrocchi, devotissima di questo Santo, fece costruire a proprie spese un altare di marmo nella chiesa dei PP. delle Scuole Pie in Manduria, ed ora la Congrega del Carmine, con un quadro di tela rappresentante la preziosa morte del Santo Vescovo. Il bozzetto di detto quadro trovasi nella Chiesa degli ex Cappuccini di Manduria, ora i frati minori di San Francesco, regalato dal sig. Felice Sala. Nella Chiesa dell’Immacolata anche in Manduria nel 1737 esisteva un altare, dedicato al detto Santo fin dal 1667, con un affresco rappresentante il Santo in atto di pregare“.

Fin qui, la notizia di don Salvatore Greco.Ma in effetti cosa resta, allo stato attuale, delle testimonianze materiali del culto di San Nicola elencate scrupolosamente dal Greco nella sua lettera al Vescovo? Esaminiamole partitamente. Chiaramente, non vi è traccia , neanche documentaria, del presunto altare del XIV sec. collocato nella chiesa matrice dell’allora Casalnuovo, spazzato via dalla totale ricostruzione della chiesa effettuata nel sec. XVI.

3) Arc.Salvatore Greco

Sparito anche l’altare rifatto nel 1555, la cui esistenza si potra’ verificare, eventualmente, solo con uno spoglio delle visite pastorali nell’Archivio Vescovile di Oria. Tale altare rinascimentale, verosimilmente “sacrificato” nell’ambito delle varie modifiche che nel corso dei secoli hanno caratterizzato l’assetto della chiesa matrice, non compare comunque nel “Campione “ del 1738, che invece documenta l’esistenza di una reliquia di San Nicola.

In sostanza, oggi l’unica testimonianza visibile della presenza di San Nicola nella Collegiata mandurina ò la statua in pietra leccese dorata, citata dal Greco e collocata ancora al suo posto, cioè nell’abside della chiesa matrice. Essa è stata realizzata, come è noto, dallo scultore Placido Buffelli di Alessano nel sec. XVII. E’ invece del tutto scomparsa la cappella campestre di San Nicolo’, un tempo collocata nei pressi del convento dei PP.Passionisti, e di cui il Tarentini , sul finire del sec. XIX, poteva ancora osservare i ruderi. Del resto, completamente alterato è l’aspetto della cappella di San Nicola che esisteva nella chiesa dell’Immacolata. Essa era caratterizzata dalla presenza di un affresco parietale e del corrispettivo altare, la cui esistenza era ancora verificabile al tempo della Santa Visita di Monsignor Francia (1698). Al posto dell’originaria iconografia nicolaiana, nella chiesa dell’Immacolata c’è ora una tela con la Presentazione di Maria al Tempio.

In conclusione, l’unico elemento superstite di una vera e propria devozione per il Santo Vescovo di Myra a Manduria èattualmente la cappella collocata nella chiesa dei SS. Apostoli (comunemente detta delle Scuole Pie), sul lato destro dell’unica navata. Si tratta di una notevole testimonianza d’arte, di marca schiettamente barocca, costituita da un insieme organico e ben strutturato di elementi architettonici, plastici e pittorici. Essa documenta la presenza di una devozione di segno aristocratico (di cui non possiamo valutare l’attecchimento nella popolazione, per mancanza di testimonianze): l’iniziativa della costruzione della cappella si deve infatti alla famiglia patrizia degli Arno’-Quattrocchi, che nel 1710 (secondo il Tarentini) o nel 1720 (secondo Don Salvatore Greco) vollero finanziare la realizzazione dell’opera, come documentano, tra l’altro, gli stemmi nobiliari posti nei cantonali della macchina d’altare. La cappella è caratterizzata dalla presenza di un sobrio altare, un commesso marmoreo ad intarsio (verosimilmente opera di artefici napoletani), e da una cona poco aggettante , che occupa l’intera parete della cappella, e che è qualificata dalla tela centrale, un dipinto di ambito pugliese raffigurante la Morte del Santo, risalente, secondo la recente catalogazione effettuata da M. Guastella (2002) alla meta’ del ‘700. Ai lati della tela, due interessanti inserti plastici: due putti alati su mensole, che reggono gli attributi iconografici di San Nicola, denotanti la sua dignità episcopale, cioè la mitra e il pastorale (quest’ultimo perduto).

San Nicola  alle Scuole Pie 001

Due maschere antropomorfe, a mo’ di capitelli, chiudono la cona, valorizzata, come tutto l’insieme, anche dalla presenza dei marmi policromi. Arricchiscono la cappella sul piano decorativo anche quattro telette laterali, rappresentanti Miracoli di San Nicola e attribuiti dubitativamente da M. Guastella alla scuola manduriana dei Bianchi. Si è inoltre salvata anche la tela con la Morte di San Nicola, verosimilmente di ambito pugliese della metà del ‘700, custodita presso il convento di Sant’Antonio e riportata fedelmente nella lettera di don Salvatore Greco.

Ci piace infine ricordare che esiste una ulteriore, piccola testimonianza figurativa della presenza di San Nicola a Manduria, rappresentata dal frammento di affresco bizantino collocato sulla scala che conduce alla Biblioteca Comunale. Esso, che raffigura il Santo Vescovo di Myra insieme a San Giacomo Maggiore, riconoscibili dai rispettivi attributi iconografici, faceva parte di una perduta scena di “Dormitio Virginis”, collocata probabilmente in una cappella medievale dedicata alla Madonna. L’affresco e’ databile al sec. XIV.

 

Novità archivistiche sul santuario di San Pietro in Bevagna

Santuario di San Pietro in Bevagna

 

di Nicola Morrone

Come è noto ai più, gran parte delle fonti storiche utili ad una ricostruzione delle vicende che hanno interessato le istituzioni religiose secolari e regolari della nostra diocesi è conservata nell’Archivio vescovile di Oria , sito appunto nella graziosa cittadina messapica, nei pressi della Cattedrale. Soprattutto dopo il recente riordino, a partire da questo ricco patrimonio documentario, costituito da migliaia di carte, lo storico locale e quello accademico possono studiare con profitto anche la storia della chiesa mandurina, nelle sue varie articolazioni.

Con il cortese consenso di Don Daniele Conte, direttore dell’Archivio, e con l’aiuto delle sue collaboratrici, ci siamo piu’ volte accostati ai fondi manoscritti, nella speranza di trarre notizie utili, in particolare, ad una ricostruzione della storia artistica mandurina dei secoli moderni. Soprattutto per le epoche più antiche, non sempre i risultati sono stati proporzionati alle aspettative (i fondi contengono documentazione in particolar modo a partire dal sec. XVI) ma da uno studio accurato dei documenti sono comunque emersi dati interessanti, e in alcuni casi, vere e proprie novità archivistiche.

Ci siamo negli ultimi tempi dedicati allo studio delle comunita’ religiose maschili, delle cappelle rurali, e in particolar modo abbiamo scandagliato il faldone (gia’ noto da tempo agli studiosi, a partire da Primaldo Coco) riguardante l’abbazia di San Pietro in Bevagna.

Abbiamo avuto il primo approccio con quest’ultimo fondo manoscritto al tempo della stesura della nostra tesi di laurea sul Santuario costiero manduriano, tra il 2004 e il 2005, traendone utili e, in taluni casi, inedite informazioni, chiaramente sostenute, per una loro migliore comprensione, dalla preliminare lettura di tutto la bibliografia prodotta sull’argomento, riassunta da E.Dimitri in un saggio del 1993.

A quella prima ricognizione ne seguirono altre, tutte finalizzate a trarre il maggior numero di indicazioni utili ad una ricostruzione dell’aspetto materiale della cappella di San Pietro in Bevagna nel corso dei secoli, e possibilmente, anche dell’abbazia benedettina che ancora resiste, allo stato di rudere, ad un centinaio di metri di distanza dal santuario, in direzione Nord.

Allo stato attuale, le notizie piu’ preziose per la nostra ricerca sono state fornite dai documenti del sec. XIX. Questi ultimi, tra l’altro, si sono rivelati nella gran parte dei casi anche di piu’ facile lettura rispetto alle carte dei secoli precedenti (XVII e XVIII),che pure riveleranno in futuro, a chi avra’ la pazienza di compulsarle, molti altri preziosi dati.

Particolarmente proficua per la ricerca storico-artistica e’ stata la consultazione degli “Inventari dei beni” del santuario, che periodicamente venivano redatti dai Rettori, al fine di avere (e trasmettere ai superiori) una conoscenza precisa della suppellettile in dotazione alla cappella petrina.

Il primo documento utile alla nostra ricerca è risultato essere un inventario redatto da Don Giuseppe Ferrara, rettore del Santuario, risalente al 1836 (pubblicato dal Coco in appendice alla sua monografia su San Pietro in Bevagna, data alle stampe nel 1915). Dalla sua lettura abbiamo appreso che nella cappella petrina esisteva ancora, alla meta’ dell’800, una dignitosa suppellettile liturgica e un buon numero di paramenti sacri, di cui però non è precisata la datazione.

Barca d'argento (1889)

 

 

Nella chiesetta, per esempio,vi erano ancora “una pisside con la coppa d’argento e piede d’ottone, un calice con la sua patena tutto d’argento, una reliquia di San Pietro con l’ostensorio [leggasi:reliquiario] fogliato d’argento” , e ancora “quattro candelieri con la croce all’altare di marmo e quattro piu’ piccoli con la croce all’altare di pietra detto Spirito Santo tutti otto di ottone; quattro frasche di foglie di ottone,(….) il quadro di San Pietro con la sua cornice e lastra, ecc.”.

Sia detto per inciso: tutti questi oggetti, ancora in uso nel Santuario fino a due secoli fa, sono stati purtroppo accomunati da un unico destino, cioe’ la dispersione, e a nessuno e’ certamente dato recuperarli.

Come scrive Michele Paone in relazione alla vastissima quadreria degli Imperiale di Francavilla, questi oggetti sono ”cose di un tempo perduto, cose ormai lontane, disperse, forse distrutte, sono lacrimae rerum”, sottolineando pero’ che, grazie ai descrittivi inventari cartacei ancora superstiti, essi “riacquistano spessore e consistenza, umore, forme e colori, in una parola, la loro antica realtà”.

Il secondo documento rappresenta una vera e propria scoperta archivistica, relativa ad un oggetto tuttora conservato nel Santuario, miracolosamente scampato alla dispersione dell’intera suppellettile ottocentesca.Questo oggetto e’ la “barca d’argento”(visibile nell’elaborazione fotografica dell’amico Mino Morrone) applicata per molto tempo alla base del quadro processionale di San Pietro, e proprio in virtù di tale pratica esigenza, ancora esistente, ed attualmente collocata in una vetrinetta nel sacello petrino, insieme a due altri significativi ex-voto di privati cittadini. Il documento ad esso pertinente e’ collocato nella cartella 40 del fondo “San Pietro in Bevagna”, con l’indicazione “Dono del popolo di Manduria al Santuario” e la data 1889. Questo il testo del documento: ”L’anno 1889, il giorno 25 del mese di Giugno si e’ presentato in questa Curia Vescovile il Sacerdote D. Saverio Polverino da Manduria, ed ha presentato un oggetto di argento del peso di once undici e tre quarti, fatto lavorare da una Deputazione di Manduriani, de’ quali ci ha presentato ancora i nomi, per rimetterlo alla chiesa di San Pietro in Bevagna, come offerta fatta dal popolo a San Pietro. L’oggetto rappresenta una Barca sormontata da un triregno, con lavori e pietre, filettato d’oro, con sopra un globo dorato, e al di sopra di questo una croce, colle infule anche lavorate con ornati d’oro, con un’ancora che lo sostiene; piu’ una Croce a destra e un Pastorale Pontificio a sinistra. Tutti questi accessori che trovansi al di sopra della Barca son tutti d’argento. Noi dichiariamo di aver ricevuto l’oggetto sopradescritto, per rimetterlo al Cappellano del detto Santuario di San Pietro in Bevagna. Oria, dalla Curia Vescovile, 8 Agosto 1889. (Firmato) Tommaso vescovo di Oria [trattasi di Monsignor Tommaso Montefusco, vescovo di Oria dal 1888 al 1895].

Il manufatto, di cui non si conosce l’autore (verosimilmente un argentiere locale) e’ importante proprio perche’ e’ un ex-voto offerto da tutta la comunita’ manduriana al Santuario. Infine, in dotazione da almeno tre secoli alla chiesa di San Pietro in Bevagna c’è pure un’altra, in questo caso monumentale, reliquia del passato, cioe’ il meraviglioso altare maggiore, che campeggia al centro del presbiterio. Si tratta di un commesso marmoreo policromo barocco, verosimilmente di scuola napoletana, su cui non abbiamo rintracciato finora documentazione d’archivio (quest’ultima potrebbe dare una risposta a molteplici interrogativi:in quale anno esso fu realizzato,chi ne fu l’artefice,quanto costo’, ecc.). L’altare, comunque, fu con ogni probabilità commissionato dal potente ordine monastico dei Benedettini d’Aversa, nel cui possesso ricaddero il Santuario e l’abbazia dalla fine del sec. XI all’inizio del sec. XIX. Vale la pena descriverlo brevemente.

E’caratterizzato da un paliotto a motivi rettilinei, che diventano volutiformi nel medaglione centrale, ed ha ampia mensa retta da mensoloni a volute su snelli pilastrini. Il postergale, a due ordini, è concluso alle estremità da putti capialtare. Il tabernacolo, figurato, non conserva la portella d’argento originaria. Nei cantonali non compare lo stemma del committente, mentre nella parte posteriore, purtroppo, non c’e’ l’epigrafe con l’anno di consacrazione.

 

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Nelle chiese manduriane, tra l’altro, sono ancora presenti una decina di commessi marmorei barocchi napoletani, di cui solo la ricerca d’archivio potrà precisare datazione, artefici, committenti e costi. Si tratta di opere che, ingiustamente definite seriali, rappresentano invece (come del resto le molteplici statue lignee policrome che spesso le sormontano) veri e propri capolavori dell’arte napoletana dei secoli d’oro, meritevoli, per la loro importanza, di uno studio di carattere monografico.

In conclusione, le informazioni rintracciate sulla suppellettile del Santuario di San Pietro in Bevagna (in passato ricca e preziosa), in uno con le opere ancora superstiti, ci obbligano a riconsiderare l’importanza storica di quella che, a motivo del presunto passaggio petrino e di una radicatissima devozione popolare, fu sempre, per il popolo, molto piu’ che una piccola e periferica cappella campestre.

 

 

 

 

Iconografia sacra a Manduria: spunti di riflessione

di Nicola Morrone

Nel 2002 fu pubblicato un volume di importanza fondamentale per la conoscenza del patrimonio artistico locale, vale a dire “Iconografia Sacra a Manduria”, curato da M.Guastella. Da questo imponente lavoro ormai non si potra’ prescindere , ogni qualvolta si vorranno ricostruire le vicende della produzione pittorica manduriana , magari apportando precisazioni e integrazioni alle informazioni ivi contenute. Con la pubblicazione del predetto volume, in ogni caso, la gran parte del patrimonio iconografico sacro “culto” del territorio di Manduria puo’ dirsi catalogato.Esiste pero’ un’altra produzione pittorica, che si è sviluppata parallelamente rispetto a quella “culta”, di qualità più o meno sostenuta, di collocazione prevalentemente urbana. Essa è precisamente la produzione definita”popolare”, di qualità nel complesso inferiore, e di collocazione prevalentemente rurale. Siamo dell’idea che anche questa produzione, pure quantitativamente minore rispetto a quella della città, meriti di essere catalogata con criteri scientifici. Ci riferiamo a tutta quella serie di dipinti (a fresco, a secco, a tempera su rame) collocati nelle edicole e nelle cappelle votive, la gran parte rurali, ma qualcuna anche urbana, alcune delle quali , pur nell’ambito di una compagine artistica comunemente definita”popolare”, sorprendono per il grado di elaborazione mostrato. E’ venuto quindi il tempo, dopo la pubblicazione della ” Iconografia sacra”, di rendere nota anche la “Iconografia sacra popolare” relativa al nostro territorio. Non si tratterà di un lavoro impegnativo quanto quell’altro, data, lo ripetiamo, la esiguità numerica delle testimonianze pittoriche “popolari” sparse tra la città e il contado, e comunque la ricerca si potra’ avvalere di alcuni strumenti preparatori, quali i volumi di B. Perretti (“Testimonianze cristiane nel territorio rurale di Manduria”, Manduria 2000) e di R.G.Coco (“Manduria tra Taranto e Capo d’Otranto. Etimo, mito e storia del territorio“, Manduria 2009). Alle indicazioni fornite in queste due opere , utili anche a meglio precisare l’ubicazione dei monumenti, per lo più votivi, che ospitano i manufatti pittorici (collocati spesso nei pressi delle vie di comunicazione principali della campagna) si dovrà aggiungere solo il lavoro di catalogazione vero e proprio, che preciserà soggetto, datazione, tecnica d’esecuzione e misure delle pitture e del monumento che le ospita.

Per quanto riguarda la datazione, sappiamo che la gran parte delle edicole superstiti e relativi dipinti risalgono a non prima del sec. XIX, epoca a partire dalla quale vi fu una vera e propria proliferazione di queste piccole ma significative testimonianze d’arte e, soprattutto, di fede. Gli autori sono, naturalmente, anonimi, nè è dato in qualche modo ricostruire la loro identità attraverso testimonianze scritte o orali. Ci si potrebbe però chiedere quale sia la necessità di realizzare un lavoro di catalogazione scientifica di questo patrimonio pittorico. Rispondiamo che si tratta non solo di una necessità meramente conoscitiva; non si tratta, cioè, solo di avere un’idea piu’ precisa della portata, qualità e quantità di questo patrimonio ritenuto comunemente “minore” o addirittura “minimo” rispetto alla contemporanea produzione pittorica “culta”, qualitativamente sostenuta, che rappresenta giustamente il vanto dell’arte locale. Le ragioni di un simile, auspicabile, anzi doveroso lavoro si giustificano con l’importanza intrinseca di questo piccolo patrimonio di cultura figurativa, per più motivi alternativo rispetto a quello dell’area urbana.

L’importanza della pittura manduriana definita “popolare” è essenzialmente di ordine storico, estetico e antropologico. Importanza storica, perchè le immagini sacre di fattura popolare sono un documento di una cultura figurativa che per lunghi secoli si è evoluta parallelamnete rispetto a quella colta e ufficiale. Lungi dall’essere frutto di “spontanea”ispirazione, anche la tradizione figurativa popolare ha avuto una sua tradizione tecnica e di contenuti, chiaramente non più ricostruibile per l’assoluta mancanza di testimonianze documentarie che nessuno, verosimilmente, si è mai preoccupato di produrre, proprio per la perifericità di questa cultura pittorica. Importanza estetica, perchè le immagini sacre popolari rappresentano un universo che si è evoluto con caratteri iconografici e formali propri, sempre facilmente distinguibili, e non certo riducibili (come di solito ritengono gli storici dell’arte) a copie più o meno fedeli di prodotti “colti”.

Il fascino che esercitano queste immagini apparentemente “senza tempo” è indubbio, proprio data la loro permanente carica di “primitivismo”. Questo patrimonio artistico, inoltre, si pone spesso in aspra opposizione, sul piano estetico, rispetto a quello “colto”, elaborato, formalmente più “evoluto”. Importanza antropologica, perchè le immagini popolari sono specchio non solo di un diverso modo di realizzare visivamente un dato tema iconografico, ma sottendono anche (come ha puntualmente sottolineato l’antropologo A. M. Cirese) una vera e propria concezione del mondo, se non addirittura un’ideologia, degne di essere studiate al pari di quelle espressione delle classi dominanti .Tutta la produzione pittorica popolare, quindi anche quella a soggetto sacro, oltre che avere un valore prevalentemente collettivo, si caratterizza sul piano formale per alcune costanti, in particolare per lo schematismo rappresentativo, per la stilizzazione che semplifica forme e tratti, per l’espressività caratterizzata da atteggiamenti fissi, per l’assenza di profondità spaziale e la mancanza di dettagli anatomici precisi, per l’assenza di valori chiaroscurali. Sul piano sociale, essa si sviluppa in un ambito di artigianato domestico e si tramanda nelle zone più periferiche e subalterne. Inoltre (riprendendo ancora una fondamentale osservazione di un noto studioso) una caratteristica costante che identifica il prodotto figurativo popolare è la riproposizione dei motivi. Cioè, ciò che caratterizza in prima istanza un manufatto pittorico popolare (come anche un prodotto poetico-letterario popolare) è ”la ripetizione, talora variata, di un modello, e il cui ideale non sta tanto nella novità del messaggio, quanto invece nella capacità, talora vertiginosa, di restare saldi all’interno di un sistema e di operare variazioni interne che sfruttano tutte le possibilità logiche del sistema stesso” (A. M. Cirese).

In seno a questo ampio patrimonio figurativo, che, come già detto, dobbiamo doverosamente riscoprire e scientificamente catalogare, saremo comunque sempre in grado di distinguere il singolo prodotto, la singola mano del pittore- contadino che, pur avendo maturato la sua esperienza nell’ambito della vasta koinè artistica che definiamo “popolare”, lascia il segno della sua individualità, ma sempre in ossequioso rispetto del modello.

 

Un documento ritrovato: il “Campione” del convento del SS. Rosario di Manduria (1697)

di Nicola Morrone

Durante le nostre peregrinazioni nei luoghi istituzionali della cultura (musei, archivi, biblioteche) ci e’ capitato nei giorni scorsi , auspice un  fortunato riferimento bibliografico, di rinvenire  un antico  codice, ritenuto dagli studiosi  ormai definitivamente perduto, al pari di tanti altri importanti documenti relativi alla storia  di Manduria. Si tratta di un codice manoscritto, conservato nell’Archivio di Stato di Lecce, precisamente nel Fondo “Intendenza di finanza, Platee dei Monasteri soppressi”. E’ un volume cartaceo, di cm. 25,5 X 37 , composto di 115 carte numerate, alcune delle quali bianche, in discreto stato di conservazione, intitolato ”Campione, Codice et Inventario maggiore di tutti stabili, et annui censi, che possiede il Venerabile Convento del SS. Rosario, seu della Pace dell’Illustrissima Religione di Santo Domenico, della Terra di Casalnovo”. In concreto, il volume manoscritto  è una “platea” (o inventario, o stellone, o cabreo, nelle diverse denominazioni), cioe’ lo strumento fondamentale di cui si  dotarono nei secoli  i monasteri allo scopo di ricostruire con precisione il patrimonio posseduto, e di poter garantire un corretta ed efficace amministrazione di beni di diversa provenienza, che soprattutto nei secoli XVII e XVIIII iniziarono ad arricchire i monasteri stessi, e soprattutto per prevenire eventuali usurpazioni a danno dei beni posseduti, che , spesso distribuiti su ampie superfici territoriali, erano difficili da controllare.

Il documento in oggetto, come  ogni “platea” monastica, descrive con estrema precisione (naturalmente per un arco di tempo limitato, cioè grosso modo il sec. XVIII) i diversi beni immobili posseduti, costituiti per lo più da fabbricati (abitazioni e masserie)  e beni fondiari (orti, vigneti e uliveti). Ancora vengono descritte nel codice le donazioni fatte a vario titolo, i pesi delle messe annue per legati pro-anima effettuati in favore del monastero, con l’annotazione puntigliosa della notizia dei relativi istrumenti notarili.

Il  ritrovato “Campione” del Convento dei Padri Domenicani di Manduria (che allora si chiamava ancora Casalnuovo), visionato verosimilmente, prima della nostra scoperta, dal solo Tarentini (che lo utilizzo’ per la redazione del relativo capitolo della sua Manduria Sacra uscita nel 1899) è un documento estremamente interessante, non solo perchè permette di ricostruire, al pari di tutte le Platee conventuali , la storia economica di un’importante istituzione monastica in un preciso  ambito territoriale  (nel nostro caso  quella domenicana, fondata in Casalnuovo alla fine del sec. XVI e soppressa agli inizi del sec. XIX), ma anche perchè fornisce, non di rado,  oltre a un preciso ragguaglio storico-giuridico sulla  fondazione dell’istituzione stessa, utili notizie relative  alla fabbrica del Monastero e della Chiesa ad esso pertinente.

E proprio con il desiderio di “spigolare” qualche  notizia relativa alla storia architettonica ed artistica della Chiesa del Rosario ci siamo in verita’ accostati a questo ponderoso documento, che non ha mancato di fornirci poche, ma  utilissime indicazioni in tal senso.

Il compilatore del Codice manoscritto, l’anno di conclusione del lavoro (parziale, poiche’ il codice e’ stato puntualmente aggiornato nel corso dei decenni del sec. XVIII) ed alcune curiosita’ sono precisati  nella carta 1 v, in questi termini: ”Nell’anno 1697 questo libro fu scritto e finito dal Dottor Ottavio Marrazza di questa terra [Casalnuovo], con grandissima fatiga. Il medesimo ha difeso d’Advocato questo Convento per anni trenta gratis, percio’ supplica li R.di Padri e fratri a questo Convento assignati, e venturi, che si degnino pregare Dio per la salute dell’anima sua, di sua moglie e dei suoi discendenti. Amen”.

Nella pagina successiva è riportato, in transunto  (cioè in copia), un documento di fondamentale importanza, cioe’ la Bolla episcopale di fondazione del Convento. Traducendola (e’ scritta interamente in latino), si apprende che in data 11 Novembre 1572, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII,  il vescovo di Oria Mons. Bernardino de Figueroa, arcivescovo di Oria-Brindisi (la separazione tra le due diocesi avverra’ piu’ tardi, precisamente nel 1591) concesse ai frati dell’Ordine Domenicano il consenso di costruire un convento nei pressi della chiesa di San Giorgio, fuori dalle mura di Casalnuovo, dalla parte della tramontana (cioè a nord). Rientra nella logica dell’ordine domenicano il fatto di costruire fuori le mura della città: francescani e domenicani, in quanto ordini mendicanti e “borghesi”, si insediano storicamente appunto nel borgo, cioè fuori  dalla citta’ murata.

Oltre alla preziosa Bolla di fondazione (che, come gia’ detto, il Tarentini utilizzo’ nella compilazione della sua ancor oggi  fondamentale  opera  sulla storia religiosa di Manduria) nel codice manoscritto da noi ritrovato c’e’ anche una sintetica descrizione della Chiesa del Rosario e del Convento, cosi’ come era possibile verificare alla data di compilazione del documento, cioe’ nel 1697.

La Chiesa risulta suddivisa in una decina di cappelle, pressappoco corrispondenti a quelle attuali, ciascuna caratterizzata dalla dedicazione a un santo, e identificata dal relativo altare. E ad ogni cappella corrispondevano  uno o piu’ legati pii , cioe’ obblighi di celebrare un certo numero di messe a vantaggio dell’anima di un defunto, solitamente un membro del patriziato cittadino, che lego’ cosi’ per sempre il suo nome alla chiesa dei Domenicani. E proprio sulla base dei patronati delle singole cappelle, puntigliosamente indicati nella platea,  attraverso un confronto con gli stemmi nobiliari ancora oggi  collocati sul fastigio dei singoli  altari, si puo’ verificare la rispondenza dei dati d’archivio alle informazioni che  la configurazione attuale degli altari medesimi suggerisce, e tentare cosi’  una ricostruzione storica dei patronati nobiliari rispetto  ad una delle piu’ importanti chiese della  Manduria  moderna.

Rispetto alla problematica  storico –artistica, il codice manoscritto e’ comunque , in generale,  piuttosto laconico (a  differenza, per esempio, del Campione della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, o di quello della Chiesa Matrice, che descrivono minuziosamente altari ed arredi),  tranne che per la  Cappella di San Vincenzo Ferrer, di cui e’ indicata in dettaglio la vicenda artistica ed architettonica. E’ quest’ultimo, evidentemente, il dato storico –artistico piu’ interessante che emerge dalla lettura dell’intero manoscritto, che ci permette di stabilire un vero e proprio  punto fermo riguardo la costruzione di un altare , ancora oggi  esistente, e del suo corredo pittorico.Alla carta 14 v del codice si legge infatti , circa la cappella di San Vincenzo Ferrer, che fu “eretta nell’anno 1702 dall’Eminentissimo Cardinal  Ferrari di Casalnuovo, con un capo altare di pietra di Lecce lavorata, con un quadro di San Vincenzo, e sopra, un altro della Vergine.” Questa indicazione cronologica sincrona  fornita dall’anonimo compilatore ci permette di stabilire con certezza, cioe’ su base documentaria, che uno dei due meravigliosi altari di pietra leccese della chiesa del Rosario  fu realizzato nel 1702, e nel medesimo anno furono realizzati i due dipinti che lo corredano, che  tra l’altro sono  tra i piu’ belli ( e qualitativamente sostenuti) di tutto il patrimonio pittorico mandurino. La data delle’esecuzione del dipinto della Predica di San Vincenzo Ferreri , opera del noto pittore Francesco Trevisani da Capodistria (1656-1746), fatta risalire da studi recenti al 1705 circa , va quindi anticipata di tre anni.

Risulta al tempo stesso definitivamente precisata al 1702 la data di esecuzione del dipinto della Madonna col Bambino, di ambito romano marattesco, che occupa il fastigio del medesimo, pregevolissimo altare barocco. Il documento, purtroppo, non precisa chi furono gli artefici del suddetto altare barocco in pietra leccese; a questo proposito, a meno di  ulteriori, fortunati ritrovamenti documentari, per il momento solo un serrato confronto stilistico-tipologico potra’ permettere di attribuire, in via ipotetica, quest’imponente opera ad una precisa maestranza  di scalpellini leccesi operante comunque  tra i secoli XVII e XVIII.

In ultimo, il “Campione” non manca  di precisare, alla carta 2v, il numero dei consacrati presenti nel Convento domenicano alla meta’ del ‘700: nel 1760 erano  in servizio al Rosario di Manduria tredici frati e cinque laici.

Alla fine della nostra breve disamina, occorre comunque spiegare perche’ un documento come quello da noi esaminato,  approntato per le esigenze di  un ente ecclesiatico, si trovi collocato in un fondo archivistico “estraneo” quale quello della Intendenza di Finanza di Terra d’Otranto, poi confluito, con altri documenti di natura amministrativa e contabile, nell’Archivio di Stato di Lecce. Invero, dopo essere stato detenuto dal Monastero dei Domenicani, il codice manoscritto, in seguito alla soppressione dell’Ordine Domenicano stabilita dalla legge murattiana del 7 Agosto 1809, n. 448 (che faceva seguito al decreto del 13 Febbraio 1807, ordinante  la soppressione degli ordini religiosi benedettini possidenti con le loro affiliazioni) e’ stato incamerato , con gli altri beni del convento, nel Demanio dello Stato. Gli uffici finanziari statali  che si sono  occupati dell’amministrazione dei beni dei conventi e monasteri, interessati dalle soppressioni murattiane e risorgimentali, hanno  rilevato  il codice manoscritto, che e’ stato poi, dopo  successivi  passaggi, traferito all’intendenza di Finanza di Terra d’Otranto. Da questa e’ stato poi versato all’Archivio di Stato di Lecce, in cui attualmente si trova ed e’ liberamente consultabile, insieme alle platee di altri monasteri  salentini soppressi.

La rifondazione normanna di Manduria nel 1090: realtà o mito?

 di Nicola Morrone

Come è noto ai più, non è ancora possibile ricostruire con sufficiente chiarezza le vicende che hanno interessato il territorio di Manduria in epoca medievale. In relazione al periodo altomedievale (secc. V-X) i dati documentari a nostra disposizione sono per il momento davvero esigui, per non dire quasi inesistenti, e poche sono anche le evidenze monumentali a partire dalle quali si possa tentare di delineare un quadro degli accadimenti.

In questo senso, un contributo significativo rispetto alla conoscenza di tanti fatti ancora avvolti dall’oscurità potrà venire solo dalla ricerca archeologica, di cui auspichiamo una decisa ripresa.

Per ciò che riguarda invece il periodo basso medievale (secc. XI-XV), nella ricostruzione delle vicende che hanno interessato il nostro territorio, tutti gli storici (locali e accademici) partono solitamente da un dato tradizionale, cioè la rifondazione di Manduria con il nome di Casalnuovo ad opera di Ruggero il normanno nell’anno 1090.

Roberto il Guiscardo e Ruggero il Normanno

Ora, sulla fondatezza storica di questo dato tradizionale vorremmo fare alcune considerazioni, tentando altresì di ricostruire, con i pochi elementi a nostra disposizione, una verosimile sequenza di ciò che realmente può essere accaduto in quello scorcio dell’XI secolo nel nostro territorio. A questo proposito, il necessario punto di partenza del nostro discorso è la testimonianza dell’anonimo compilatore del Chronicon Breve Northmannicum (Rerum Italicarum Scriptores, tomo V) il quale ci fa sapere che, alla data del 1061, “mense Ianuario Rogerius comes intravit Mandurium”. Cioè, letteralmente, “nel mese di Gennaio (del 1061) il conte Ruggero entrò in Manduria”. È questo l’unico dato storiografico che, indipendentemente dalla sua veridicità, possediamo sulle vicende manduriane dell’XI secolo, dal momento che, come già detto, il 1090 è un dato tradizionale, che non è per il momento possibile verificare nè in relazione alle cronache coeve, nè tantomeno in relazione a un’evidenza documentaria.

Nell’ultima, pregevolissima  ricostruzione globale della storia di Manduria dalle origini ai giorni nostri, quella cioè di Pietro Brunetti (Manduria tra storia e leggenda, Manduria 2007), alla pagina 159 si afferma che “Roberto il Guiscardo e il figlio Ruggero Borsa sono impegnati nella conquista della Puglia” negli anni 1061-1063. In realtà, in considerazione della cronologia dei singoli personaggi storici, il dato andrebbe lievemente corretto: ad essere impegnati nella conquista della Puglia in quegli anni sono precisamente Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero I d’Altavilla. Cioè il Ruggero che verosimilmente nel 1061 entrò in Manduria è appunto il fratello minore del Guiscardo, colui che nel 1062 diventò il “Gran Conte”.

Ruggero I a cavallo (da numismaticavaresi.binside.com)

Fin qui arrivano i dati verificabili nella storiografia ufficiale. Parallelamente alla storiografia “ufficiale” si è però sviluppato un altro filone, quello portato avanti dagli storici locali, che hanno tenacemente tramandato sino ai giorni nostri la “famosa” presunta data della rifondazione di Manduria con il nome di Casalnuovo, cioè il  1090. Se qualcosa è veramente successo in quella data, cioè a ben trent’anni di distanza dall’effettivo ingresso dei Normanni nell’area dell’antica Manduria messapica, avrà però riguardato un altro Ruggero il normanno, cioè Ruggero Borsa, figlio di secondo letto di Roberto il Guiscardo. Ruggero I, infatti, zio di Ruggero Borsa, non poteva trovarsi a Manduria, essendo impegnato verosimilmente su scenari di guerra siciliani (al 1090 data infatti l’assedio e la conquista normanna di Butera ad opera del Gran Conte). Anche in relazione a questo dato, le osservazioni fatte a pagina 159 dell’ultima sintesi della storia di Manduria vanno lievemente corrette.

La domanda, molto concreta, che ci si pone allora a questo punto è: tenendo presente la cronologia, si può arrivare a stabilire con relativa certezza quando è stata rifondata Manduria con il nome di Casalnuovo?

La famiglia Altavilla. Da sinistra verso destra: Tancredi e Fressennda, i figli in ordine di età: Serlone, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto, Malgero, Guglielmo, Alveredo, Tancredi, Umberto e Ruggero

Il dato da tenere presente è sempre il 1061. Se davvero in quell’anno Ruggero I occupò Manduria con le sue truppe, qualcosa sarà pure successo nei trent’anni che passano dal 1061 al 1090. C’era tutto il tempo, in questi trent’anni, di fondare un nuovo nucleo abitato (casale), ripopolandolo con le genti accorse dalla campagna, dopo aver fatto costruire la civica chiesa, com’era strategia consolidata dei conquistatori normanni.

In conclusione, alla data tradizionale del 1090 a Casalnuovo erano verosimilmente già successe molte cose, purtroppo ancora non sufficientemente documentate. È probabile quindi che la stessa fondazione della cappella normanna del casale (di cui non rimane traccia) debba essere anticipata di qualche decennio. La data del 1090 come quella della rifondazione della comunità mandurina fu poi pubblicamente “consacrata” e resa visibile ai cittadini nel 1895 con la collocazione di una lapide posta sul retro dell’Arco di Sant’Angelo. Non sappiamo a quale fonte abbia fatto riferimento l’estensore dell’epigrafe, ma è evidente che in quel momento il 1090 come anno topico per la rifondazione di Manduria era ormai un dato tradizionalmente acquisito.

Resta da chiarire come questa data ha fatto il suo ingresso nella storiografia della città. Abbiamo riscontrato la presenza della data del 1090 solo nell’opera di uno storico locale, comunemente definito Anonimo Oritano, autore di un manoscritto intitolato Narrazione Storica delle Antichità Oritane. Egli appunto afferma che nel 1090 Casinovi (Casalnuovo) fu edificata in un angolo dell’antica Manduria per ordine di Ruggero. Come era però consuetudine dei raccoglitori di patrie memorie di quell’epoca, l’autore non fa riferimento ad alcuna fonte documentaria per supportare la veridicità delle sue affermazioni; di conseguenza, fino a quando non sarà possibile verificarlo documentalmente, il 1090 resta un dato puramente tradizionale. Dall’Anonimo Oritano, poi, il 1090, già per altre vie entrato nella storiografia mandurina, passa verosimilmente al Pacelli e, quindi, agli storici locali successivi, per essere finalmente consacrato con la lapide del 1895.

Ma, al di là della tradizione locale, cosa afferma la storiografia accademica in relazione alla fondazione normanna di Casalnuovo? Il prof. Cosimo Damiano Poso, massimo conoscitore della storia del Salento in età normanna, addirittura esclude che il toponimo “Casalenovum” con cui fu chiamata la Manduria rifondata possa attribuirsi ad epoca normanna. L’illustre accademico leccese giunge a questa conclusione, però, solo sulla base dei pochissimi documenti dei secoli XI-XII a noi pervenuti, in cui effettivamente (a differenza, per esempio, di san Pietro in Bevagna, Felline e Mandurino) Casalnuovo non compare. Il prof. Poso, come ogni accademico che si rispetti, ragiona cioè in linea di assoluta scientificità, ma in considerazione della ricostruzione da noi proposta in precedenza, e soprattutto tenendo conto della mole di documenti di età normanna andati perduti, riteniamo che la rifondazione normanna di Casalnuovo si debba ammettere, almeno come ipotesi. E l’ipotesi con cui ci sentiamo di concordare è, più o meno, quella avanzata dallo storico locale Pietro Brunetti, proposta a pagina 159 del suo volume sulla storia di Manduria.

In conclusione, poichè gli eventi del passato non sono ricostruibili in laboratorio, una comprensione piena di ciò che effettivamente accadde in quella convulsa seconda metà dell’XI secolo nel territorio di Manduria ci è per ora in parte negata, almeno fino a quando nuove ed auspicabili scoperte documentarie ci consentiranno di fare maggior luce sugli accadimenti. Tuttavia, pur con le grosse difficoltà che un razionale approccio al problema pone, mettendo insieme le scarne testimonianze documentarie e dando ai dati tradizionali il credito che meritano, siamo portati a ritenere che in ogni caso veramente, nella seconda metà dell’XI secolo, in un angolo della gloriosa Manduria messapica si dovette fondare un piccolo centro abitato da cui, dopo i difficili e lunghi secoli del Medioevo, si originò la Manduria moderna.

 


Manduria/ Stucchi barocchi nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

Altare in stucco (Sec.XVIII)(ph Agostino Quaranta. Tutti i diritti riservati)

di Nicola Morrone

Tra le chiese barocche di Manduria merita senz’altro un approfondimento quella dedicata a Santa Maria di Costantinopoli, fatta erigere nel 1718 dai padri Agostiniani (insieme all’annesso convento) e collocata nei pressi dell’attuale via XX Settembre. All’esterno la chiesa si presenta con un alto prospetto a due piani scanditi da paraste, e termina con un fastigio mistilineo. Degna di nota anche la bella cupola con mattonelle policrome, decorata secondo un motivo tipico di varie chiese dell’area salentina e, più in generale, meridionale.

(ph Agostino Quaranta. Tutti i diritti riservati)

L’interno ha pianta  a croce latina , con ampio transetto e spazioso presbiterio quadrato, ed è notevole soprattutto per la decorazione barocca a stucco, pressochè integra e resa più fruibile dai recenti restauri. Spiccano anche, tra le altre cose, il meraviglioso altare maggiore commesso di marmi policromi risalente al 1725, opera di valenti scultori napoletani, e l’organo ligneo a canne, anch’esso settecentesco.

Numerose sono le tele, tra cui si segnala un trittico dedicato a Sant’Agostino e due dipinti raffiguranti la Madonna della Cintura, che rimandano all’esistenza di una confraternita sotto lo stesso titolo, attiva certamente nel secolo XVII  e poi scomparsa. Vogliano soffermarci in questa sede proprio sulla decorazione barocca a stucco, che è senza dubbio uno dei punti che più qualificano la chiesa a livello artistico. Fatta eccezione  infatti per il marmoreo altare maggiore, tutti i restanti altari, che si distribuiscono lungo le pareti laterali ed il transetto della chiesa, sono stati realizzati tra il 1752 e il 1754 dallo stuccatore tarantino Francesco Saverio Amodei, su commissione dei

Le origini della chiesa Matrice di Manduria: un mistero non ancora chiarito

di Nicola Morrone

Quello circa le origini della chiesa Matrice di Manduria  è uno dei tanti problemi relativi alla storia della nostra citta’ a tutt’oggi non ancora definitivamente risolto. A questo proposito, una tenace tradizione storiografica (mancando i documenti) concorda su un assunto: prima che nel sec. XVI (1532)  sorgesse l’attuale  chiesa Madre, dedicata alla SS. Trinità, al suo posto esisteva  una cappella  di epoca normanna, sorta intorno al 1090, al tempo cioe’ della fondazione di Casalnuovo ad opera dell’intraprendente Ruggero Borsa , figlio  del duca di Puglia Roberto il Guiscardo.

Questa ricostruzione si scontra  però, come è noto, con due dati di fatto inoppugnabili, e cioè con la  mancanza di un documento che faccia esplicito riferimento alla fondazione della primitiva chiesetta, e, parimenti, con l’assenza di emergenze artistiche o architettoniche che possano farci ragionevolmente ipotizzare l’aspetto della chiesetta stessa.

Secondo gli studiosi, comunque, parrebbe sussistere  almeno un elemento riconducibile alle vestigia della cappella dell’XI sec., e cioè i due leoni in pietra calcarea  che adornano attualmente il magnifico portale rinascimentale della nostra chiesa Madre ( la cui iconografia complessiva, del resto,  attende ancora di essere debitamente studiata).

A nostro avviso, però, anche da una semplice occhiata risulta alquanto problematico riferire questi due bei manufatti, di epoca certamente medievale, al corredo decorativo di una chiesa del sec. XI o XII. Difficilmente questi due leoni, maestosi “guardiani” della soglia della più importante chiesa manduriana, possono appartenere, anche solo per ragioni schiettamente stilistiche, alla primitiva cappella normanna di Casalnuovo.

Confrontando infatti le due sculture con prodotti simili dei secc. XI-XII ancora superstiti in area salentina, e in particolare con i mostri dell’Episcopio di Oria, con i leoni stilofori della chiesa di San Giovanni al Sepolcro a Brindisi,

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