Nicola De Donno: la poesia dalla mente al cuore

de donno nicola

di Giuseppe Magnolo

Nicola De Donno, una delle voci più importanti nel panorama della poesia salentina. Il poeta magliese è venuto a mancare il 7 marzo 2004 all’età di 84 anni. La circostanza ci sollecita a ricordarne la grande umanità, la vasta cultura, e soprattutto l’alto valore della sua produzione in versi, che si distingue per ampiezza di temi, qualità formale, profondità di sentire.

Laureato in filosofia alla Scuola Normale di Pisa, De Donno fu docente e preside nei licei. Sensibile alle tematiche sociali e assertore convinto del valore della cultura salentina, volle promuoverla rimanendo ancorato alle proprie origini anche in ambito professionale oltre che linguistico-culturale. Assai importanti i suoi contributi all’innovazione scolastica, che a partire dagli anni settanta del secolo scorso videro il liceo “Capece” protagonista di primo piano a livello nazionale nella sperimentazione di nuovi indirizzi di studi e metodologie didattiche. Importanti anche i suoi contributi connessi all’esperienza di Tempo d’Oggi e alla “Società di Storia Patria per la Puglia”.

La poesia di Nicola De Donno è fortemente caratterizzata dalla sua scelta di usare il dialetto salentino, anzi magliese, volendo egli con ciò mantenere salde le proprie radici non solo con il suo ambiente originario ma anche riguardo al codice linguistico, di esso ritenuto componente essenziale. Lungi dall’intendere l’espressione dialettale come una forma limitativa di provincialismo culturale, De Donno la riteneva una logica conseguenza del particolarismo regionale che sempre ha contraddistinto la storia italiana, attribuendole una funzione assolutamente positiva, che può consentire alla cultura nazionale di accogliere e rispecchiare una pluralità di lingue e culture diverse. Il dialetto è quindi da lui considerato come la lingua degli affetti autentici, della spontaneità sincera, rispetto alla lingua nazionale destinata ad esprimere contenuti puramente utilitaristici, istituzionali o di scambio, che sono agli antipodi della poesia.

Sul piano tematico i connotati fondamentali della ricerca poetica ed esistenziale di Nicola De Donno muovono inizialmente da un tormentato agnosticismo, in cui ragione e senso producono un impeto di ribellione contro le miserie e i mali del cosiddetto vivere civile, mentre l’impulso verso la trascendenza, costantemente avvertito con lacerante delusione, impatta contro gli usi strumentali a cui essa si presta attraverso le figure di ordini gerarchici primariamente rivolti a sancire privilegi e collusioni con l’establishment. Pertanto l’esperienza del mondo reale è progressivamente pervasa dall’ombra di una sofferenza individuale che sfocia in un pessimismo cosmico, tale da non lasciare alcuno spazio alla rassegnata accettazione dello status quo se non nel presupposto che la morte sia l’esito naturale di tutte le cose, l’unica certezza su cui la coscienza possa fondare la possibilità di apprezzare la vita per quello che essa veramente è, lungi da illusioni ingannevoli.

Questo senso di delusione e di risentimento nella produzione poetica di De Donno è contraddistinto nelle raccolte iniziali da spirito prevalentemente satirico, rivolto ad aspetti e a circostanze occasionali propri dell’ambiente salentino di appartenenza, come si può constatare nei componimenti di Crònache e Paràbbule (1972) e Paese (1979). Successivamente la riflessione si orienta verso una più ampia prospettiva storico-sociale, riferita a vicende sia di taglio personale, come l’esperienza della seconda guerra mondiale e la campagna di Russia (La guerra guerra, 1987), che di rievocazione storica, in particolare la presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480 (La guerra de Uṭrantu, 1988). Queste opere presentano un comune legame nella tendenza dell’autore a considerare la storia dal punto di vista degli umili, che sono sempre la parte perdente in ogni conflitto.

Nella fase poetica più avanzata l’ispirazione assume toni più intimi e personali, focalizzandosi soprattutto su temi esistenziali: lo scorrere del tempo, il mutare delle stagioni, la perdita degli affetti (Mumenti e ṭrumenti, 1986). Il confronto con l’idea della morte e ciò che può sopravviverle, la riflessione sul senso della vita, ed infine la ricerca di uno spiraglio verso la fede pervadono le ultime raccolte (Lu senzu de la vita, 1992; Palore, 1999; Filosufannu?Cu lle vite la vita, 2001).

Considerando le strutture poetiche adoperate da De Donno, è facile constatare come anche per questo versante egli intendesse muoversi nell’alveo della tradizione letteraria, che per lui rappresentava non solo un indispensabile legame con il passato, ma anche una forma di autoimposta disciplina che da un lato tutelasse l’estro creativo da impulsi troppo dirompenti, e dall’altro preservasse un senso di rispetto verso il lettore e le sue possibilità di comprensione del prodotto artistico. Queste ragioni sono alla base delle sue scelte per quanto attiene alle forme adottate, in particolare la sua marcata preferenza per una struttura poetica breve e pregnante come il sonetto.

È comunque significativo il fatto che nei componimenti delle ultime raccolte il senso della rinunzia verso le sollecitazioni dell’esistenza fisica si rispecchi spesso nell’abbandono della consueta compostezza metrica in favore di una estrema stringatezza di linguaggio, con una tecnica di marcato sfrondamento.

Nella convinzione che la formulazione di un giudizio generale sulla poesia di qualunque autore sia meno rilevante rispetto alla necessità di rendere chiaramente percepibile per il lettore le qualità peculiari da cui esso scaturisce, riteniamo opportuno far parlare i testi, seppur con l’essenzialità richiesta da un saggio breve. A tal fine riportiamo tre sonetti, che pur nella diversità tematica che li distingue, possono ben rendere sia l’intensità dei sentimenti dell’autore che la sua efficacia espressiva. Il primo componimento è classificabile come poesia visiva. Esordisce con immagini riferite alla realtà naturale, per poi creare delle corrispondenze di carattere concettuale con lo stato d’animo del poeta nell’approssimarsi della fine, e chiudere sulla metafora della luce destinata a spegnersi come la vita:

Duce sta primavera nuvembrina

       calleggia rari susu ll’onde chiare

       fiuri de scome càndite. Ṭraspare

       jundu allu fundu d’alica zzurrina.

E lluntanu me porta all’àuṭru mare

ca me mareggia an fundu, e mme nturcina

ṭrumenti su llu gnenti e lla scatina

de l’otaluri cucchi a llu nfucare.

       Puru, tardìa sta primavera è ssia

       ca m’àe lluciuta n’arba ggià sparuta

       -quannu? – a llu gnenti. E sse arba è dde bbuscìa

e ccasciu, nu m’è mmara sta catuta

fantasticannume luce. Poi, sia

se lampu sia de lampa ca se stuta.

(“Tardìa sta primavera”[1])

Il secondo sonetto rievoca il ricordo straziante del figlio Luigi, morto a metà del suo cammino di vita per un male inguaribile, che lo ha strappato ai suoi cari, impedendogli di realizzare il suo sogno di farsi frate francescano dopo aver abbracciato la fede in Cristo:

Cce auṭru nc’ete ca te pozzu dare

se nu nnu fiuru ca nu giova a gnenti

se nu nna tomba ca mancu la senti

e nnu ricordu ca s’à scancellare

   mpena jeu me scancellu? Né autrimenti

   tie urmài de mie tieni cosa a cercare.

   Tra la morte e la vita nc’è nnu mare

   ca màncane llu varchi bastimenti.

E però morti e vivi pari gnenti

suntu, e lu gnenti è tuttu: morti e vivi,

e celu e terra, e llegrità e ṭrumenti.

   Ma quasisìa nu nc’è, chiantu cultivi

   alla chiccara mea, minu simenti

   e spettu … cu tte rrivu e cu mme rrivi.

(“Spettu”[2])

Il terzo sonetto è dedicato dal poeta alla moglie Maria, la compagna di una vita cosparsa di molte asperità, ma sostenuta dall’affetto. Sicuramente è da considerare una delle più belle poesie d’amore che mai siano state scritte, un componimento in cui la forza di questo sentimento si riafferma a dispetto del tempo che passa:

Tu si’ la ggioventù ca se n’è sciuta

annu dopu annu senza mai nne lassa,

senza lla tocca lu tiempu ca mmassa

ràppuli e rrèume e llentu ne ṭramuta.

   Vita de osci duce comu pàssula

   de l’ua de jeri a ll’ànima. Sparuta

   ogne ddurezza de pena patuta,

   ogne nnùticu llenta e sse smatassa.

A ffiancu a ffiancu l’imu caminata

sta via ca sale e scinne de la vita,

e mmo nu mmanca mutu a lla fermata.

   Tènite pronta, vèstite de sita

   comusìa ntorna ca è lla prima fiata

   e cca è ll’amore, sempre, ca ne nvita.

(“Vestite de sita”[3])

L’amore vince la forza dissolutrice del tempo, che pure assiepa rughe e acciacchi senza sminuirne il vigore. L’amore nel tempo matura, come l’uva lasciata a seccare sul grappolo che diventa sempre più dolce, e attenua le pene patite sciogliendo con l’affetto ogni nodo di pianto. L’amore condiviso scandisce ogni tappa del lungo cammino della vita e permette di compiere serenamente anche il passo estremo della morte, che diventa un evento gioioso a cui presentarsi col vestito della festa. L’amore, soltanto l’amore, riunisce in un unico anelito l’umano e il divino, il tempo e l’eternità.

La parabola dell’evoluzione poetica di Nicola De Donno si sviluppa in sintonia con il suo percorso di vita, con una traiettoria in cui la mente e il cuore sono contrapposti ai due poli estremi. Partendo da premesse logico-sensoriali, egli ha dapprima posto la ragione a fondamento del suo giudizio sulla realtà e sugli obiettivi poeticamente perseguiti. Nella maturità gli impulsi contrastivi del poeta hanno ceduto, lasciando il campo al sentimento, che gli ha permesso di aggrapparsi alla religione degli affetti. Nella rassegnata accettazione della propria limitatezza egli ha infine trovato un approdo verso la fede ed una spontaneità di confessione intima che sostanzia la sua voce poetica, toccando le corde più profonde dell’umano sentire.

 

[1] NICOLA DE DONNO, Palore, Milano, Scheiwiller, 1999, p. 59. [Dolce questa primavera novembrina / tiene a galla sulle onde chiare radi / fiori di spume candide. Traspare / un ondeggiare sul fondo di alga azzurrina. // E lontano mi porta all’altro mare / che mi mareggia nel profondo, e mi attorciglia / rodimenti sul niente e lo scatenarsi / dei vortici prossimi all’affogare. // Pure, questa tardiva primavera è come / se mi abbia accesa un’alba già sparita / – quando? – nel niente. E se è alba bugiarda // e cado, non mi è amara questa caduta / fantasticandomi luce. Poi, non importa / se sia lampo di lampa che si spegne.]

[2] Ibid., p. 66. [Che altro c’è che ti posso dare / se non un fiore che non giova a niente, / se non una tomba che neanche la senti / e un ricordo che si ha da cancellare // appena io mi cancellerò? Né altrimenti / tu ormai hai qualcosa da cercare a me. / Tra la morte e la vita c’è un mare / che mancano bastimenti per varcarlo. // E però morti e vivi uguali niente / sono, e il niente è tutto: morti e vivi , / e cielo e terra, e allegria e tormenti. // Ma come se non ci fosse, pianto coltivazioni / nel mio orticello, getto semi / e aspetto… che io ti raggiunga e tu mi raggiunga.]

[3] NICOLA DE DONNO, Mumenti e ṭrumenti, Lecce, Manni ed., 1986, p. 60. [Tu sei la gioventù che se n’è andata / anno dopo anno senza mai lasciarci, / senza che la toccasse il tempo che accumula / rughe e reumatismi e lento ci trasforma. // Vita di oggi dolce come chicco seccato / dell’uva di ieri all’anima. Sparita / ogni durezza di pena patita, / ogni nodo si allenta e si scioglie. // A fianco a fianco l’abbiamo percorsa / questa via della vita che sale e scende, / e ora non manca molto alla fermata. // Tieniti pronta, vestiti di seta, / come se fosse di nuovo la prima volta / e fosse l’amore, sempre, che ci invita.]

 

Libri/ Canti allo specchio di Cosimo Corvaglia

di Paolo Vincenti

“Certo, si può vivere senza musica, senza poesia, senza amore. Ma mica tanto bene!”:  questa citazione, da Vladimir Jankelevitich, è messa in epigrafe a Poesia, liminare lirica di “Canti allo specchio”, nuova silloge poetica di Cosimo Corvaglia, edita da Besa (2006).

“Nel dilagare di tanta (pseudo) poesia dilettantistica e rozza, le sue non facili composizioni, così raffinate e sofferte insieme, riconciliano con l’arte moderna”: così scriveva Carlo Prato, nel 2000, di Corvaglia. 

“Canti allo specchio”  non reca alcuna prefazione o postfazione, ma si presenta così, scabra, essenziale, senza nessun apparato critico, se non fosse per alcune sparute note esemplificative ed un breve profilo biografico dell’autore in terza di copertina. Ciò è dovuto, forse, al fatto che l’autore vuole che queste sue poesie giungano ai lettori senza alcuna mediazione, cosicché ognuno possa dare ai testi una propria interpretazione. L’ambiente della formazione dell’autore  è del tutto estraneo al Salento, avendo egli studiato prima ad Agropoli e poi  a Genova.

Un “salentino di ritorno”, quindi, Corvaglia, poeta classico, nel senso più nobile del termine, e moderno, per certi versi addirittura sperimentale, al tempo stesso.Egli ha pubblicato numerosi saggi critici, nel corso della sua

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