La culia (lo spicchio)

di Armando Polito

Mi è capitato spesso di non poter rispondere nello spazio riservato ai commenti a qualche gentile lettore che si è degnato, suscitando in me una gratitudine di gran lunga superiore a quella che di solito accompagna un mi piace facebookiano, di fare le sue critiche e fondate affermazioni o di dare il suo prezioso contributo integrativo. Anche questa volta sono costretto a ricorrere ad un post ad hoc non solo e soprattutto perché il tema che ora svilupperò richiedeva adeguata riflessione e qualche indagine, in parole povere un po’ di tempo, ma anche perché esso meritava, almeno, credo una visibilità, che mi auguro comporti ulteriore partecipazione, difficilmente assicurabile da una semplice risposta ad un commento.

Per chi fosse interessato segnalo come punto di partenza la lettura (o rilettura) del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/03/23/lu-giunculu-lo-spicchio/ dove troverà il commento che di seguito riproduco in formato immagine.

Dato per scontato che il signor Fernando non è un buontempone che vuole divertirsi alle spalle del sottoscritto e che la voce nevianese esiste veramente, la prima tappa, scontata o quasi, per chi si occupa di queste cose è consultare il Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs. Ed è stata la prima doccia fredda: nell’opera citata la voce è assente. Ma, si sa, le docce fredde sono estremamente stimolanti …

Il secondo passo è consistito nel prendere in mano il vocabolario di greco. Seconda doccia fredda (nessun vocabolo che potesse candidarsi come padre di culia), ancora più stimolante della prima …

Infatti di colpo mi è venuto in mente che parecchie parole dialettali (ma anche italiane, per esempio rena da arena) sono il frutto di un’aferesi (perdita della sillaba iniziale) dovuta ad un’errata discrezione dell’articolo (per rena: l’arena>la rena>rena). Immaginando che culia sia frutto dello stesso processo, verrebbe fuori un originario *aculia, il quale, a sua volta, fa pensare immediatamente all’italiano aguglia (il pesce) che è dal provenzale agulha, a sua volta dal latino tardo acùcula, diminutivo di acus=ago (evidente il riferimento alla forma del muso). E proprio da aguglia, per aferesi dovuta all’errata discrezione dell’articolo, si è sviluppato in italiano guglia: l’aguglia>la guglia>guglia.

Che il corrispondente italiano del nevianese culia sia proprio guglia? Sul piano semantico tutto procede perfettamente. Ogni spicchio, infatti, ha non una ma addirittura due estremità appuntite. Sul piano fonetico, però, se culia derivasse direttamente da guglia, mi sarei aspettato un cugghia, come in magghia da maglia.

Cerco aiuto nel glossarro del Du Cange, dove per il latino medioevale vedo registrato il lemma acùlea che di seguito riproduco in formato immagine con a fronte la mia traduzione.

Il nostro culia potrebbe più agevolmente sul piano fonetico discendere da aculea (anche lui da acus).

Più in basso nello stesso glossario vi è registrato il lemma aculium.

Per completezza di documentazione riporto pure beccusfredus.

 

Al di là della traduzione leggermente differente dello stesso testo per via di marinus nel lemma precedente accordato con ferrus, qui diventato marinas che si accorda con naves, il beccusfredus (parola composta da beccus=becco e fretum=mare) sembra essere la versione manuale e portatile del rostro.

Ritornando al nostro culia, esso potrebbe derivare da acùlia, plurale di acùlium; la conservazione fonetica sarebbe più spinta ed il plurale spiegherebbe il doppio becco che ogni spicchio presenta.

Tutta questa ricostruzione che ha coinvolto aghi, pesci e macchine da guerra sarebbe perfetta se, segnando l’accento (che con le parole dialettali andrebbe sempre posto, anche quando si trova sulla penultima sillaba, il culia del gentile lettore dovesse leggersi cùlia e non culìa. In quest’ultimo caso in riferimento a quanto fin qui (spero chiaramente …) esposto e, in particolare, alle aguglie nominate all’inizio, sarei il primo ad esclamare: – Certi pesci! -.

A proposito di soprannomi

il palazzo ducale di Seclì
il palazzo ducale di Seclì

di Alessio Palumbo

 

Leggendo, in calce alla poesia “L’innamorato imbranato”, lo scambio di commenti tra Armando Polito e Alfredo Romano sui nomignoli legati alla provenienza cittadina, mi è tornato alla mente un episodio riguardante il mio paese d’origine: Aradeo.

Da ragazzino irrequieto ed eccessivamente vivace qual ero, non di rado mi sentivo appioppare l’appellativo di “taratiaulu”. Il fatto che fossero più persone ad utilizzare quel termine mi incuriosì e, dopo un po’ di tempo, riuscii a risalire al motivo del soprannome, chiaramente frutto dell’unione tra la parola “taraddotu” (ossia aradeino) e “tiaulu” (diavolo). Tutto ha origine dalla inveterata rivalità tra aradeini, seclioti e nevianesi.

Vuoi la vicinanza reciproca, vuoi gli stretti vincoli parentali, vuoi le dimensioni demografiche non eccezionali, sta di fatto che Aradeo, Neviano e Seclì, da secoli, sono strettamente legati tra di loro. Tempo fa, un pescatore gallipolino in vena di canzonare, venendo a conoscere le mie origini aradeine mi chiese:

“Come ve la passate negli Stati Uniti?”

“Gli Stati Uniti?” chiesi io

“Si! Aradeo, Neviano e Seclì…gli Stati Uniti del Salento”

Insomma, tre paesi federati, con una cantina sociale comune, un frantoio comune, iniziative comuni ma, soprattutto, una stazione ferroviaria in comune. Un piccolo parallelepipedo giallo, come tanti altri in Terra d’Otranto.

Come ci insegna la storia e l’esperienza comune, le convivenze non sono mai facili: a dimostrazione di ciò, si potrebbero citare le vecchie poesie di scherno reciproco tra i paesi[1]; oppure vi sarebbe bastato assistere, qualche anno fa, ai derby Aradeo-Seclì ( “li ciucci contru li cavaddhri” diceva qualcuno, ma non sto qui a specificare quale delle due squadre fosse composta da asini) per capire come la federazione non avesse per nulla sminuito le rivalità campanilistiche. Ma torniamo al casus belli, la piccola stazione: proprio questo edificio è stato motivo di accese rivalità tra i tre paesi o perlomeno così tramandano alcuni.

Immediatamente dopo la sua costruzione, sorse un problema di enorme gravità: in quale ordine piazzare i nomi dei paesi? Ovviamente nessuno avrebbe accettato di venire dopo gli altri. Seclì pretendeva il primato in quanto la stazione ricadeva nel proprio feudo. Neviano portava a proprio favore la maggiore vicinanza del centro abitato. Aradeo, infine, cercava di far valere il maggior peso demografico ed il fatto che il terreno dove era sorta la stazione fosse stato espropriato ad un aradeino. Dopo mesi di discussioni, la decisione finale fu: Seclì, Neviano e Aradeo. Un tremendo smacco per gli aradeini.

Ma la faccenda non finì qui e, proprio dagli episodi che seguirono, derivò l’appellativo di “taratiauli” ancora oggi usato da qualcuno.

Tutto si deve ad un imbianchino di Aradeo, incaricato di pitturare sulla facciata dell’edificio i tre nomi. Memore dello smacco ricevuto, l’imbianchino preparò due miscele diverse: una indelebile e l’altra con uno strano composto (si dice con fuliggine). L’aradeino rispettò l’ordine dei nomi oramai stabilito, ma utilizzò la tinta alla fuliggine solo per Seclì e Neviano e quella indelebile per Aradeo. Bastarono le piogge di pochi mesi a smascherare il trucco: la stazione passò ben presto da Stazione di Seclì, Neviano, Aradeo a Stazione di…Aradeo. Una trovata diabolica, secondo i rivali di sempre: “roba de taratiauli”  insomma.

 


[1] Gli aradeini usavano ad esempio recitare: “Ssichijatu cciti patucchi/vai alla chiesa e nu te ngianucchi/ nu te cacci lu coppulinu/ ssichijatu malandrinu”

L’abbazia di San Nicola di Macugno a sud dell’abitato di Neviano (Lecce)

di Cosimo Napoli

L’abbazia di San Nicola di Macugno è un insediamento bizantino ubicato a sud dell’abitato di Neviano, in località “Specchia di Macugno”.
L’insediamento è raggiungibile dalla Neviano – Collepasso per una antica carraia scavata nella roccia, segnata da solchi profondi (per un buon tratto distrutta da uno sbancamento abusivo nel 1985) ed  è annunciato da due tratti di muri secolari; sul limite del muro di destra è incisa una croce patente (simbolo templare).
Il complesso consta di quattro grotte sotterranee; una di esse è assai vasta, con pilastro al centro, e fu, evidentemente, una cripta.
I fabbricati sono costituiti da un corpo turrito fortificato con tracce di caditoia e da un ampio locale con volta a botte e forno.
L’insediamento s’inerpica sul pianoro, oltre i 100 mt. sul livello marino, da dove si domina la vallata sottostante punteggiata dagli abitati di Neviano, Collepasso, Cutrofìano.
Una delle due nicchie della torre ospita ancora uno sbiadito affresco relativo alla figura del Santo Vescovo con mitra e pastorale: si tratta, probabilmente, di San Nicola di Bari, che vigila tuttora sul complesso grottale Nevianese.

II sito è coperto da lecci e vegetazione tipica delle macchie; sul crinale (la serra) esso è chiuso e protetto da un muraglione medievale di dimensioni straordinarie, circa mt. 2,5/3,00 di larghezza e mt 2,00 di altezza.
Oltre che delimitativo, l’avanzo murario in questione sembra abbia dovuto assolvere ad una funzione di terrazzamento, proteggendo le grotte e il complesso monastico, posti lungo il declivio, dalle frane e dalla piena delle acque.
Numerosi accessi a scala scandiscono quella specie anche di antemurale ogni 5/6 mt., consentendo di montare in cima e quindi di penetrare all’interno.
L’abbazia di San Nicola di Macugno è attestata per la prima volta nel 1578, nella visita pastorale di Mons. Cesare Bovio, vescovo di Nardò, tra le ” Abatie nuncupate civitatis et dioecesis Neritonensis”.
Essa dipendeva dalla chiesa di Nardò cui doveva obbedienza ed il tributo di una libra di cera all’anno in occasione della festa dell’Assunta.
Nel 1612 il beneficio ” S. ti Nicolai de Macugni appare traslato nella cappella del castello (“in castro dicti Casalis Neviani”) che patronato dei baroni pro-tempore di Neviano, i Pirelli.
Il suo modesto patrimonio fondiario nel 1618 consisteva di “12 tomoli di terre scapole in loco detto lo Prato in medio cuiu adest Ecclesia S. Nicolai. Abbatia nuncupata iuxta bona curiae baronalis dicti Casalis, bona doctoris Thomae Megha de Galatone, ex pluribus lateribus, bona Francisci Epifani di Galatone et alios confines, sei tomoli in loco detto la Ruca, dodici tomoli di terre scapole in loco “nuncupato le Pile seu li Mucchi de la Fontana”.

Una ventina di anni dopo, nel 1636, l’arciprete di Galatone Cosimo Megha, convisitatore del Vicario Granafei, la annotò tra le quindici abbazie della diocesi.
Nel 1650 i terreni abbaziali risultano affittati a tal Colamaria Magi, che per essere moroso viene condannato al pagamento di 300 libre di cera.
Notizie scarse e imprecise dà dell’abbazia, dell’ordine monastico e del sito, il Vetere, il quale in forma dubitativa la ipotizza come istituzione bizantina maschile da localizzare in territorio di Neviano.
L’abbazia fu, quindi, polo di aggregazione per i rurali che vi si insediarono e dettero vita ad un casale.

particolare con la croce potenziata

I Registri Angioini ci forniscono alcune informazioni sulle intestazioni feudali del casale di Macugno, che viene anche denominato Matunii e Matundi.
Nel 1269, appena sedato il turbine delle contrapposizioni svevo-angioine, Carlo I D’Angiò concede ai fratelli Rodolfo e Teobaldo Belerio o De Bulleriis, militi, i casali di Matugnii, Neviani, et Melloni con ” provisio pro possesione”.
Anche in seguito, negli anni 1271-1272-1276-1277, l’angioino conferma e rinnova ai due suoi partitanti “casalia Neviani et Macugnii”.

Trapela dalla medesima fonte che prima della infeudazione in favore dei fratelli de Bulleriis, i nobili Narzone de Toziaco e Riccardo de Petravalda avevano posseduto Neviano e metà di Macugno.
Evidentemente de Toziaco e Petravalda dovevano essere stati signori tra il 1266 e il 1269.
Agli inizi del secolo XIV Macugno è in potere degli Amendolia ed è qualificato come feudo. Dopo essere succeduto al padre Giovanni, Tuzzolino de Amigdolea aveva assegnato il casale Matundi al fratello Nicola, con Neviano, Melissano e Maturano.
Coinvolto nelle oscure lotte tra angioini e durazzeschi, il ribelle Nicola Amendolia fu privato di Macugno nel corso della campagna pugliese del 1384 e fu sostituito col fedele Orso Minutoli.
Fin qui le notizie storiche che si è riusciti ad ottenere.

Nel 2005, dopo diversi secoli di abbandono, l’ abbazia di San Nicola di Macugno è stata acqustata dal Comune di Neviano e, grazie ai finanziamenti europei del PIS 14, è stata nel 2008 completamente restaurata e resa funzionale. Attualmente è sede dell’associazione “Ecomuseo del Paesaggio delle Serre di Neviano”. L’insediamento è visitabile previa prenotazione, contattando il Comune di Neviano.

Le foto sono di Cosimo Napoli

Da una foto del 1911 ecco il Grande Laboratorio di fichi secchi di Neviano

di Armando Polito e Marcello Gaballo

La foto, gentilmente messa a nostra disposizione  dall’amico Cosimo Napoli, fondatore del gruppo di Facebook ” Neviano – Abbazia di San Nicola di Macugno – Ecomuseo delle serre” , costituisce un prezioso documento non solo sotto l’aspetto storico ma anche sotto quello artistico e del costume.

Cominciando dal primo, la didascalia ci fornisce dati preziosi sulla cronologia e sul soggetto: Grande Laboratorio di fichi secchi diretto dal proprietario Sig. Rocco Miccoli Neviano (Lecce) Ottobre 1911 Fot. Cosimo Greco – Nardò.

Non tutti sapranno e pochi potrebbero pure immaginarlo che fino agli anni ’50 dello scorso secolo il fico1 ha rappresentato un prodotto di spicco nell’economia del Salento. Chi oggi ha più di sessant’anni e da piccolo ha avuto l’opportunità di trasferirsi con la famiglia per la villeggiatura in una casa di campagna (casìnu2) avrà un ricordo, per quanto vago, della raccolta giornaliera dei fichi, operata di solito dagli uomini, mentre alle donne era per lo più riservato il compito di spaccarli e di collocarli sui graticci (cannìzzi3) perché seccassero. Al tramonto del sole, poi, i cannìzzi venivano di solito trasferiti in un locale coperto o, comunque, protetti dall’umidità della notte. Il giorno successivo, dopo che i fichi erano stati rivoltati, venivano riesposti al sole e quest’operazione si ripeteva finché il processo di essiccazione non era completato, il che richiedeva che trascorresse un tempo variabile in funzione delle condizioni atmosferiche, ma, comunque, non inferiore ad una decina di giorni. Quando tutto il prodotto era perfettamente essiccato i fichi venivano lavati e riesposti al sole ad asciugare; dopo di che avveniva un’operazione di scelta: i migliori, di solito quelli di pezzatura maggiore, venivano richiusi con all’interno una mandorla e pezzettini di scorza di limone e sistemati verticalmente uno a stretto contatto con l’altro in grandi teglie rettangolari a bordi bassi (stanàti4); gli altri, per così dire di seconda qualità, trovavano la stessa collocazione ma in

Nell’area del castello di Neviano un insediamento Neolitico?

di Cosimo Napoli

I lavori di sistemazione dell’area circostante il castello baronale di Neviano, eseguiti nel 2009, hanno dato risultati sorprendenti: dai saggi archeologici effettuati, con l’assistenza della Soprintendenza Archeologica di Taranto e la sorveglianza continua dell’Archeologa Dott.sa Barbara Vetrugno, sono venuti alla luce dei reperti di importanza straordinaria.

Sono state trovate le fondamenta di locali precedenti a quelli edificati nel 1700 e poi demoliti nel 1970. Si tratta di locali medioevali del XIII secolo. Scavando il battuto medioevale è stata ritrovata una moneta del V secolo dopo Cristo. Durante il proseguo degli scavi in quella zona ci si è imbattuti in un altro reperto importante: un dado da gioco in osso. Molto antico (foto).

Ma la scoperta più incredibile è stata un coltello del neolitico: una lama in selce della lunghezza di ben 9 centimetri.

E’ un ritrovamento molto raro per il Salento. La selce infatti non si trova nella nostra penisola ed è praticamente impossibile che sia giunta nell’area del castello per puro caso. Tale minerale in quell’epoca aveva un valore enorme, serviva per armi e utensili necessari alla sopravvivenza.
Dal ritrovamento di diversi frammenti di ceramica di impasto, della stessa epoca del coltello, si presume che nell’area del castello di Neviano vi sia stato un insediamento neolitico.

Entrambi i reperti, più tre monete che sono al vaglio degli studiosi, sono stati presi in consegna dal Centro Operativo di Lecce dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia.
L’Amministrazione Comunale nel 2009 ha fatto il suo dovere, oggi, deve procedere ad incrementare la cultura e la storia del nostro comune. Occorre reperire i fondi necessari all’acquisizione del castello e al recupero dello stesso.
A livello storico-archeologico è importante che per ogni lavoro, specialmente pubblico, da effettuare nella zona del centro storico siano previsti dei saggi archeologici.
E’ auspicabile, pertanto, non cambiare rotta. Neviano ha diritto ad avere il suo castello, valorizzato, funzionale alle esigenze culturali dei cittadini.

Anche l’associazione “Ecomuseo del Paesaggio delle Serre di Neviano” chiede il recupero del monumento più importante del paese, da tutti riconosciuto come un vero e proprio baluardo difensivo, proteso verso la pianura salentina.

 

Le foto sono di Cosimo Napoli.

I Tafuri… senza peli sulla lingua!

antico stemma dei Tafuri

 

di Piero Barrecchia

 

Non di rado in terra salentina capita di imbattersi in brandelli del passato, in qualche cimelio di vita consumata tra meandri di palazzi ed alternanze di luci ed ombre di chiostri familiari, tra ruderi e restauri sapienti.

Non di rado in terra salentina, succede di far conoscenze con chiarissime casate nobiliari, colonizzatrici di questa penisola, quasi mai indigene.

Spesso in terra salentina, si è accolti da parenti desueti, di un aristocratico lignaggio, che t’accompagnano lungo il perimetro dei loro manieri, accostando gli usci per impedire la violenza della luce, svelandosi tara le ombre, in quella prorompente discrezionalità e riservatezza, incomprensibile ai più.

Ti esibiscono le loro facciate, tra casine, dimore di residenza e perpetui riposi, tra paraste sinuose o liscie pareti, a volte essenziali, in stile rinascimentale, a volte sorprendenti, in  tardo barocco, rococò o neogotico. Lasciano tracce ed al contempo fuggono dalla tua conoscenza. Tale è il D.N.A. tratto dal midollo storico ed architettonico della famiglia nobiliare dei Tafuri. E non se la prenda qualche discendente, che non ho il piacere di conoscere, ma i suoi antenati sono così schivi da non consentirmi la sua vicinanza, poiché nobili, letteralmente e formalmente nobili, di quella nobiltà ortodossa, inviolabile che non si concede e non permette che l’altrui sguardo varchi la soglia della blasonata casa, per non compromettere la discendenza della stirpe, per non consentire miscele sanguinee o intellettuali, se non a casati con pari requisiti.

E non fanno poi tanta fatica a nascondere la loro indole se tra le loro dimore visitate ho ben percepito, oltre all’eleganza usata e mai esagerata, una certa soggezione ed un certo disagio nel porgere anche e solo lo sguardo sui loro domicili.

Non vi è possibilità di penetrare nelle loro stanze e loro stessi mi avvertono di non attendermi un invito all’ingresso, uno zerbino con su scritto “Benvenuto”.

Il loro diniego ad un’estranea visita è esplicitato in parole, motti e figure.

Sembra volerlo ripetere un qualsiasi pertugio dei loro prospetti “Voi siete un’altrà realtà, qui è un altro mondo, un altro modo di esistere. Ammirateci pure dall’estrerno, ma non vi è concesso entrare nelle nostre viscere. Quel che nostro è nostro!”. Se l’Ade dantesca ostacola l’ingresso alla speranza, l’Eden dei Tafuri è inaccesibile ad anima e corpo. Sfido il visitartore a soffermarsi sul varco principale di una qualsiasi loro dimora e di trovar aperto un varco. Sfido il visitatore a voler percepire qualsiasi forma di benvenuto, nel second’ordine del piano nobiliare, racchiuso in perimetri di finestre serrate al pubblico. Sfido il visitatore a trovar ampie balconate nei loro prospetti. Risulteranno prettamente estetiche, assolutamente impraticabili, quasi un auto-impedimento, affinchè sia precluso ogni contatto tra i due mondi.  Sfido, ancora, lo stesso visitatore ad affermare che non sia stato avvertito, come nel costume dei nobili, con  una frase, con un mascherone apotropaico, con lo stemma stesso.  La pena è un duello subito da parte dell’intervenuto. Antico passo carrabile, divieto d’accesso vetusto, ma sempre e comunque da rispettarsi.

Gallipoli – Palazzo Tafuri, particolare dell’ingresso principale

Così, in Gallipoli, se lo stile rococò, esuberante, invita alla briosità della vita, lo scongiuro alla visita è  percepito dalle serrate imposte ed è amplificato ed esplicitato nell’astrusa capite ingiuriante, che sormonta l’ingresso.

E mentre Soleto si fregia, ora, dei natali del suo Matteo e dell’opera da lui consegnata all’intera comunità, poco o nulla gli interessa della casa natale dell’illustre figlio dei Tafuri. E così, la decadenza e l’incuria osano irrompere nella patrizia dimora, senza, tuttavia, dimostrare alcun coraggio nel contaminare il monito del geniale cittadino: “Humile so et hulmità me basta: Dragon diventarò se alcun me tasta”.

La guglia di Soleto

E gli scrigni residenziali e le ultime dimore dei Tafuri riecheggiano di tal monito in Lecce, Nardò, Galatina, Alezio ed in chissà quante altre località del Salento.

Se lo stemma estrinseca l’indole di una famiglia, allora, è ben esplicita l’araldica dei Tafuri nelle sue due varianti riscontrate.

La prima variante rappresenta una quercia, simbolo della famiglia, sormontata da un’aquila bicipite, spiegando la provenienza albanese della stirpe. Nella seconda variante, è presente la quercia sormontata da saette che, tuttavia, non la scalfiscono!

Gli impedimenti agli accessi nobiliari, come già detto, sono vari, ma esclusivo mi è sembrato l’ultimo ritrovato.

Un palazzo nobiliare seicentesco, la dimora dei Tafuri in Neviano.

Neviano- Palazzo Tafuri – particolare del quadrato

Scansione simmetrica di finestre rinascimentali, misurata eleganza, alcuna prorompenza estetica, asimmetria dell’ingresso principale alla dimora e centralità del sacro. Tutto, o quasi, lineare, se non fosse per quel mediano campanile a vela, che campeggia sul prospetto principale. Tutto, o quasi, lineare, se non fosse per quel finestrone curvilineo che apre uno spiraglio lì, sempre sulla facciata principale. Tutto, o quasi, lineare, anche nel bianco intonaco, se non fosse per quel quadrato lapideo, lì, sulla porta di un probabile luogo di culto, al quale si potrebbe accedere, se non fosse per quella porta chiusa, come nell’indole propria di questa famiglia. Tutto lineare, ma proprio tutto, se la tradizione dei moniti della famiglia Tafuri, anche qui non è smentita, proprio per quel quadrato lapideo, sul quale è incisa la scritta:“QUI NON SI GODE IMMUNITA’ ”.

Esecuzione tassativa a quanto disposto dal Sommo Pontefice Clemente XIII, nella sua “Pastoralis Officii”, nella quale si  elencano le fattispecie di illeciti criminali per i quali è interdetto ogni tipo di immunità e si specificano i luoghi ove godere di tale beneficio e, per il nostro caso, così recita:

 

“”(…) 3. Di immunità ecclesiastica invece non devono affatto godere: ” Le Cappelle, e gli Oratori esistenti nelle Case de’ Particolari, e Magnati, quantunque abbiano privilegio di Cappelle pubbliche, e l’adito in strada pubblica;(…)

4. Affinché queste Nostre sopraddette disposizioni raggiungano il loro effetto, imponiamo ed ordiniamo con la presente Lettera a Voi, Fratelli Arcivescovi e Vescovi, che ognuno di Voi nelle sue rispettive città e in qualsiasi terra, paese e castello delle rispettive diocesi assegni ai rei e ai criminali che si trovano nelle chiese e nei luoghi immuni il tempo congruo, secondo il Vostro giudizio, e si affiggano i pubblici manifesti ed avvisi, informandoli che in avvenire, secondo la Nostra presente Disposizione, in alcune chiese e luoghi sopraddetti non debbano assolutamente godere dell’immunità ecclesiastica coloro che si trovano presentemente accusati di crimini commessi (…)

(…)  Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il 21 marzo 1759, nel primo anno del Nostro Pontificato.””.

E’ ovvio, dunque, che presso la nobiliare dimora dei Tafuri non era prevista tutela dalla legge ordinaria, per ogni tipo di illecito commesso.

Non è invece ovvio ed è del tutto sorprendente e particolare che la disposizione papale, emanata per tutto il Regno, sia stata eseguita letteralmente e pedissequamente, con l’affissione del quadrato presente sul prospetto di Palazzo Tafuri di Neviano.

Non escludo che vi siano disseminati altri esemplari in Salento.

Tuttavia, è sintomatico che il divieto, ampliamente pubblicizzato su una delle dimore di proprietà dei Tafuri, declami la “chiarezza” della nobile famiglia, poiché, come si suol recitare, le cose “ non le manda, certo, a dire!”.

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