Sono veramente, indiscutibilmente, arrivate le feste!

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di Pier Paolo Tarsi

Mi infilo in quello sgabuzzino che apro tre o quattro volte l’anno e raccolgo quei sacchi neri dove avevo riposto tutto, giusto un po’ prima della scorsa Pasqua. Libero l’angolo dove il mio capolavoro dovrà venire alla luce e anometiddiu comincio. Faccio la prova della prima serie di luci, non funziona, figurati! Per un attimo mi compiaccio profondamente che siano sottopagati quei fottuti operai cinesi, imparassero a fare cose durature! Mi ricordo del cacciavite, il mio unico attrezzo per ogni lavoro di casa (dovrebbe dare l’idea della mia intraprendenza nel fai-da-te). Non è a croce, e nemmeno a taglio, è semplicemente spezzato, non pervenuto insomma, per le mie necessità è sempre stato abbastanza però, potrei persino difendermi da un armadillo inferocito un giorno, vi pare poco? Provo con quello a smontare la scatolina in cui termina il filo delle lampadine e addirittura ci riesco. Provo a collegare un filo staccato, collego alla presa e per poco non ci resto secco nella sfiammata che ne segue. “Fanculo, non ci esco di casa manco morto”, decido di farmi bastare l’altra serie (già, l’altra serie!). Comincio a comporre l’opera, apro l’albero artificiale, ne distendo i rami, ci appendo le solite palle rosse decorate e tutte le carabattole variopinte, qualche angelo e qualche pigna finta. Dopo una mezzoretta, ai piedi ci metto una capanna, due pecorelle che non stanno in piedi, una madonna e un sangiuseppe, un bue e un asinello, una culla e due re magi (il terzo è disperso, non esco, non esco ho detto!). “È fatta quasi, è fatta dai..” – nemmeno il tempo di pensarlo e suonano al citofono. No! Lo zio M., lo zio M. cazzo! Lo zio M. ha deciso da un paio di mesi a sta parte di fare finalmente il gran salto dal telefonino allo smartphone, e ha deciso naturalmente che dovrò immetterlo io nella nuova era. Col computer ho impiegato solo sette anni a fargli capire come si manda una mail, e ciò nonostante mi chiama ogni volta che deve inviarne una. Niente, respiro profondamente e mi rassegno a una mezzora di inutile consulenza informatica e divagazioni sul senso della vita. Sono ad ogni modo là col puntale di polistirolo dell’albero in mano, pronto a godermi il momento imminente in cui dovrò riporre la ciliegina sulla mia torta quando, alle spalle, sento la voce dello zio M. che entra: “Hei, hai visto che hai una ruota della macchina forata?”. “Forata?”. “Si, vieni a vedere”. Esco col puntale dorato e brillantato in mano e non ci sono più dubbi: sabato sera andato! Impossibile trovare un gommista aperto! Una illuminazione mi risolleva: anche se molto sgonfio ho visto un ruotino prima in quello sgabuzzino e vado a prenderlo. C’è, che culo, c’è! Seppure molto sgonfio c’è davvero! Lo zio M. decide saggiamente di tornare un’altra volta ed io mi metto a smanettare, sudo come un camionista australiano finché non riesco a infilare quel ruotino. Vado a raccogliere crick e l’altra ferraglia necessaria a cambiare la gomma e a quel punto mi accorgo che il cane sta sgranocchiando quel che rimane del puntale di polistirolo che avevo poggiato per terra! Ormai è ridotto a brandelli! “Porc….nel canile ti dovevo lasciare, nel canile, maledetto!”. Fa nulla, “anche senza un puntale sarà un lavoro accettabile” penso mentre rientro a casa soddisfatto! Le mani imbrattate come un minatore mi costringono a un’ultima incombenza prima di dedicarmi a gustare il mio capolavoro, lavarle. Sapone finito, ecchecazzo! Non importa, anche zozzo voglio contemplare l’opera, me lo merito: vado a collegare la seconda serie di luci (ve la ricordate?!) e niente, buio totale, nemmeno un bagliore nell’universo oscuro! L’imprevisto sul lavoro di riparazione della prima serie mi aveva distratto e non ho più pensato a testare l’altra prima di procedere all’addobbo! Tutto da rifare, non ci posso credere! Sporco e sudato me ne sto accovacciato al buio sotto l’albero a chiedermi: quali scienza che indaga il caos può spiegare tutte queste sfighe intrecciate? Nessuna, solo questa è la ragione: sono veramente, indiscutibilmente, arrivate le feste!

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

Per una storia del presepe. I presepi artistici nel Salento

LA MAGIA DEL PRESEPE DA SAN FRANCESCO AD OGGI 

di Paolo Vincenti

Che Natale sarebbe senza il presepe? Soprattutto nel nostro Meridione, è ancora viva e molto sentita la tradizione di allestire nelle proprie case “o’ presepio”, come lo chiamano a Napoli (come dimenticare quella famosissima scena dell’opera teatrale napoletana “Natale in casa Cupiello”, in cui il grande Eduardo chiede insistentemente al figlio “te piace o’ presepio?”), elemento straordinariamente poetico e romantico, a differenza del più recente albero di Natale, che rimanda all’elemento profano e consumistico della festa. Il presepe è per noi uno dei simboli più cari del periodo natalizio. Storicamente, il merito di avere “inventato” il presepe, viene attribuito a San Francesco il quale si rifece alle sacre rappresentazioni che fin dal primissimo Medioevo venivano inscenate in chiesa durante la liturgia della notte di Natale. Il Santo dei poveri riprodusse la scena della Natività a Greccio, piccolo paesino in provincia di Rieti, nel 1223, secondo la testimonianza di San Bonaventura, con personaggi in carne ed ossa, per rendere più vicino anche alle persone umili e semplici e agli analfabeti, che non potevano leggere le Sacre Scritture, il miracolo della nascita di Gesù.

Molto bella la storia dell’arrivo di San Francesco a Greccio, nel 1209, ancora oggi rievocata nel piccolo paesino montano in provincia di Rieti.

pastorelli in cartapesta leccese

Suggestiva la leggenda della scelta del luogo dove costruire un convento, che venne affidata al tizzone lanciato da un ragazzino, l’incontro di San Francesco con il Signore di Greccio, Giovanni Velita, al quale raccontò di voler rappresentare la nascita di Gesù in una grotta sui Monti Sabini, e quindi l’allestimento del primo presepe vivente della storia, con pastori, Giuseppe, Maria e il Bambino, il bue e l’asinello Il più antico presepe inanimato si deve invece ad Arnolfo di Cambio, che lo scolpì in legno, nel 1289, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, anche detta “Ad Presepe”, perché conserva i resti della Sacra Culla. Secondo la tradizione, questa Culla sarebbe stata trasportata  da Betlemme a Roma all’epoca di Papa Teodoro I (642-649). L’ usanza  di allestire dei presepi artistici divenne così popolare che presto tante altre chiese vi aderirono. Ognuna creava un proprio presepio particolare ed unico, dove le scene della Natività erano spesso ornate con oro, argento, gioielli e pietre preziose.

Secondo la leggenda, comunque, il Salento vanta un invidiabile primato in fatto di presepi: infatti, il primo presepe artistico del mondo sarebbe stato realizzato a Lecce da San Francesco nel 1222. Il Santo tornava da un viaggio in Oriente e si sarebbe fermato a passare le feste a Lecce. Qui, avrebbe realizzato un presepe artistico con statue in terracotta, un anno prima del “presepe vivente” di Greccio.

Il Salento conserva una tradizione presepiale antichissima. Moltissimi presepi, di tutti i tipi, viventi, artistici, meccanici, piccolissimi ed enormi, sono realizzati in ogni angolo della nostra provincia: nelle chiese, nelle piazze, nelle masserie di campagna, nei “trappeti”, nelle grotte in riva al mare, se non addirittura in fondo al mare. Il termine “presepe”, che vuol dire propriamente “stalla, greppia”, deriva dal latino “praesepium”,  parola composta dal prefisso “prae” che significa “davanti”, e “saepes”, che significa “siepe”, ossia un recinto limitato da una siepe, ad intendere appunto una stalla, o, più specificamente, la “mangiatoia” degli animali, nella quale nacque Gesù. In tutti i presepi sono raffigurati la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello, scaldato dal bue e l’asinello. Fuori dalla grotta, i pastori, vestiti con pelli di agnello, gli zampognari che con le loro cornamuse allietano la fredda nottata, poi il  “guardastelle”, un pastore con lo sguardo rivolto al cielo in cerca della stella cometa.

Un posto d’onore è riservato a  Santu Scilesciu, San Silvestro, un pastore che è sempre raffigurato in ginocchio, con un fagotto sulle spalle che simboleggia l’anno che è trascorso e, quindi, la vicinanza del Capodanno quando, appunto, viene festeggiato San Silvestro.

Poi, i Magi con i loro doni di oro incenso e mirra. Sulla grotta, sono presenti due angeli che reggono un cartiglio con la scritta “Gloria in excelsis Deo”.

Riguardo l’asino e il bue, la leggenda vuole che, nella santa notte, mentre il bue si avvicinò al bambino che aveva freddo per scaldarlo col suo alito, l’asino, invece, stupido e testardo, si mise a ragliare come se fosse estate, impedendo così al bambino di addormentarsi. La Madonna, allora, lo punì, rendendolo rozzo ed ignorante, a differenza del bue che è invece un animale forte ed intelligente.Si deve adOrigene, importante erudito dell’antichità cristiana, aver aggiunto nella grotta le figure del Bue e dell’Asinello.

presepe di Torre Santa Susanna

Se fu San Francesco il primo a dar vita ad una rievocazione della nascita di Gesù, con pastori, bestie e Sacra Famiglia in carne ed ossa, la raffigurazione della Natività ha origini ben più antiche. Infatti, i primi cristiani usavano rappresentare con graffiti la scena della Natività nei loro luoghi di incontri e, successivamente, quando finirono le persecuzioni, anche nelle prime chiese, con rilievi ed affreschi.

L’uso di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel Quattrocento, soprattutto nel Regno di Napoli: infatti, molto importante è il presepe di San Giovanni a Carbonara (1484), conservato, sia pure parzialmente, a Napoli, con pregevoli figure lignee.

Ideatore del presepe popolare è invece San Gaetano da Thiene che, nel 1500, immise nel presepe, insieme con i personaggi storici, personaggi secondari, vestiti con gli abiti del tempo, che dovevano fare da contorno alla scena madre della Natività.

Oltre ai francescani, a diffondere la tradizione del presepe furono poi i domenicani e i gesuiti.

Nel Cinquecento,  molti presepi erano allestiti nei conventi romani e, fra questi, particolarmente apprezzato era quello dell’Aracoeli, dove si trovava un Gesù Bambino che un anonimo frate francescano, secondo la tradizione, aveva intagliato direttamente da un tronco d’ulivo del Getsemani, come riferisce il francescano spagnolo Juan Francisco Nuno nel 1581.

Nel Seicento, dalla Toscana e dal Nord Italia, la tradizione si diffuse moltissimo nell’Italia Meridionale e arrivò anche in Campania, in Sicilia, in Molise e in Puglia.

A Napoli, fra i più belli, vi è il presepe che fu realizzato nel Palazzo dei Padri Scolopi e poi, importanti presepi furono realizzati nella Chiesa di Santa Maria in Portico e nella chiesa di San Gregorio Armeno, paese che oggi vanta un indiscusso primato in Italia in fatto di realizzazioni presepiali.

Dopo il 1700, si cominciò ad ammirare il presepe anche fuori delle chiese, nelle case private, e si diffuse l’abitudine di avere nel presepe statuine rappresentanti personaggi appartenenti a tutte le categorie sociali ed anche personaggi contemporanei. In Terra d’Otranto, l’arte presepiale in cartapesta ha avuto una straordinaria fioritura a partire dal Seicento, ma il culto del presepe è molto più antico;  anzi, ormai tutti gli studiosi hanno accertato che questo culto  è antecedente al presepe di Greccio creato da San Francesco nel 1223.

Infatti, in Terra D’Otranto, alla fine del XIII secolo, già questa tradizione è in piena espansione, mentre nelle altre parti d’Italia bisognerà attendere la fine del Quattrocento.

Il culto presepiale salentino si ispirava nella iconografia al modello siriaco, con la Madonna coricata, mentre il modello francescano ha poi proposto la Madonna inginocchiata in adorazione del Figlio.

Gallipoli, chiesa di San Francesco, presepe

Fra i presepi più antichi, in provincia di Lecce, come informa Maurizio Nocera, in un numero di “Il Ponte. Salento- Brianze” (Anno 2004), il presepio del XV secolo, forse il più antico del Salento,  costruito in pietra locale da Stefano da Putignano nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli Vecchia, e il presepe, pure del XV secolo, costruito da Gabriele Riccardi nel Duomo di Lecce.

Non si possono certamente passare in rassegna tutte le opere esistenti ma accontentiamoci di fare solo un breve excursus fra i maggiori presepi salentini.

Degni di nota sono, a Galatina, nella Basilica di  Santa Caterina d’Alessandria, il  Presepe realizzato da Nuzzo Barba e nella Chiesa del Carmine, il Presepe di Emanuele Manieri del XVIII secolo.

Molto bello è il Presepe della Chiesa del Crocifisso o di San Pasquale, a Parabita, attiguo all’ex Convento degli Alcantarini e confinante con l’attuale Cimitero. Questo presepe, di scuola napoletana, voluto nel XVIII secolo dal Duca di Parabita, Giuseppe Ferrari, fu eseguito in roccia marina e pietra leccese, e le statuine sono per la maggior parte in cartapesta.

A Cutrofiano, molto forte la tradizione dei pupi in terracotta. Nel Museo Comunale della Ceramica si conservano pezzi del presepe del prelato di corte Alemanni e i pupi realizzati dall’artista cutrofianese Vincenzo Galeone, detto Pingisanti.

Nella cripta di Otranto è affrescato il Presepe di Greccio di San Francesco.

A Lecce, si possono citare l’ Altare del Presepe della Chiesa di San Giovanni d’Aymo o del Rosario, opera del barocco leccese, il Presepe allestito dall’Amministrazione Comunale nell’Anfiteatro Romano in Piazza Sant’Oronzo; la  Mostra dei presepi artistici nella pinacoteca francescana del Convento Sant’Antonio a Fulgenzio e le numerose botteghe, sparse nel centro storico, dei maestri pupari; nel Convento dei Teatini, poi, si tiene la Fiera di Santa Lucia, la più importante esposizione di pupi in cartapesta e terracotta dell’Italia Meridionale dopo quella di San Gregorio Armeno a Napoli.

A Squinzano, da segnalare Santa Maria di Cerrate, con il portale del XIII secolo con la raffigurazione della Vergine e dei Magi.

Nel Seicento, quando si diffuse in Terra D’Otranto l’arte presepiale, si crearono tre scuole, cioè quella dei “sammacaleri”, pupari di San Michele, quella dei pastori di Cutrofiano e Ruffano, esperti nella lavorazione della terracotta, e quella dei barbieri leccesi, pupari esperti nella cartapesta.

Copertino, chiesa matrice di S. Maria ad Nives, presepe

ACopertino, presso Santa Maria ad Nives, si può visitare il presepe in pietra fine ‘500-inizio ‘600;  a Corigliano d’Otranto, nella  Chiesa San Nicola, l’ Adorazione dei Magi, tela d’altare del ‘600; a Maglie, l’Arazzo del ‘700 con Natività, donato alla chiesa Matrice da Francesca Capece; a Gallipoli, nella  chiesa di San Francesco, il Presepe di Aurelio Persio da Montescaglioso.

A Salice Salentino, vi è il Presepe in schiuma espansa realizzato da Francesco Spagnolo, tra i più belli d’Italia; a Giuggianello, presso la tenuta “La Cutura”, il presepe con pupi di pezza realizzato da Totò Cezzi;a  Diso, il  Presepe permanente organizzato dall’Associazione culturale  “Diso e futuro”.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Sempre a Lecce, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, l’ “Adorazione dei pastori” di Serafino Elmo.

Per quanto riguarda  la mostra dei pupi che si tiene in occasione della Fiera di Santa Lucia, nel capoluogo salentino, da tempo immemorabile, tutti i pupari leccesi si danno convegno in questa che è per eccellenza la fiera dei pupi, testimoniata già nel XVII secolo da Giulio Cesare Infantino nella sua opera “Lecce Sacra”. La tradizione dei pupari a Lecce è stata in passato veramente rigogliosa. Da una ricerca condotta da Edoardo Foscarini e riportata da Maurizio Nocera ( “Il Ponte. Salento-Brianza” anno 2004) sono venuti fuori i nomi di alcuni pupari leccesi del passato, come Francesco Ingrosso, Ignazio Pietro Sugente, Francesco Calabrese, Vincenzo Oronzo Greco, ecc. Il primo maestro cartapestaio accertato fu Mesciu Chiccu Perdifumu, che modellava le preziose statuette insieme alla moglie Assunta. Questa tradizione, che si rinnova ogni anno in occasione della Fiera di Santa Lucia, è stata molto ben documentata negli ultimi anni da La Fera, storica rivista fondata nel 1984 dal maestro puparo leccese Gino Totaro, che continua le sue pubblicazioni ancora oggi, ad opera di Fulvio Totaro.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Lo stesso Nocera riferisce poi del bellissimo presepe Gotico di Michele Massari (1902-1954), costruito nel 1947 e ubicato in una delle sale del Castello Carlo V, dove si trovano anche altri importanti presepi leccesi.

Queste mostre ci riportano ad un’altra nota consuetudine di questo periodo, cioè quella dei mercatini di Natale, presenti nei nostri paesi durante il mese di dicembre,  e che, famosi in tutta Europa, sono una tradizione legata ai paesi nordici.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto.

A Natale

vincenti

di Paolo Vincenti

 

(“Quando verrà Natale, tutto il mondo cambierà”  – Antonello Venditti)

 

Fra pochi giorni, tutto il mondo festeggerà il Natale. E del resto, come sfuggire ad un evento così importante e sentito? Se si pensa che il Natale si è innestato su una festa pagana come quella del Natalis Solis Invicti o che la nascita di Cristo ha soppiantato quella del dio persiano Mitra, qualche dubbio viene, ma lasciamo ai dotti e ai razionalisti queste rilevazioni e per noi sia vivo il Natale con annessi presepe e albero. Tuttavia, perché il dì  di festa sia davvero speciale, bisognerebbe adottare delle precauzioni e osservare alcune semplici ma importanti prescrizioni tese a evitare che giorno sì gaudioso tosto si trasformi in giorno funesto.  Prendetelo come un personale prontuario di autodifesa, un vademecum,  una posologia, una ricerca del giorno perfetto, una strategia  di evitamento degli effetti collaterali del Natale. E dunque la prima regola da osservare sarebbe quella di tenere ben spenta la tv. E se si pensa che, in mancanza di argomenti di discussione, un silenzio tombale calerebbe sulla tavola, e  non si può fare a meno dell’elettrodomestico amico, evitare almeno telegiornali e trasmissioni di cronaca nera.

Sapere di guerre che ancora funestano tante parti del mondo o di omicidi-suicidi o sgozzamenti di casa nostra, certo non stuzzica l’appetito (come le pizzette catarì delle quali ringhiava, in un vecchio spot,un  famelico Giorgio Bracardi). Sapere di gente scannata e buttata in qualche fosso non va molto d’accordo con quel piacevole languorino  pre abbuffata natalizia.

La seconda regola di questa personale precettistica è quella di evitare la Messa del Papa il quale, più che alzare la voce ( vox in deserto clamantis) di fronte alle guerre e ai crimini contro l’umanità, non può fare. Una volta era diverso. Nel Medioevo lo sceriffo del mondo non erano certo gli Stati Uniti, ma era lui, il successore di Pietro, il vicario di Dio in terra, il Pontefice Massimo. Quando un popolo minacciava la pace e la tranquillità di un altro, ancor peggio poi se attentava al Patrimonium Sancti Petri, il Papa mandava il suo santo esercito a sterminare i manigoldi e farne pasto per gli uccelli. Vecchia storia quella della divisione dei poteri  temporale e spirituale e dei due soli in cielo: a che cosa portano due immensi termosifoni che ardono contemporaneamente se non all’effetto global warming ,con la conseguenza che ormai festeggiamo il Natale in t shirt e maniche di camicia?

Dove è finito il bel freddo di una volta, quando a Natale si indossavano cappelli e cappotti e, se si era molto fortunati, al risveglio la mattina si poteva trovare anche la neve? Sembra il  Pleistocene, ma si parla di venti, trenta anni fa. Altra cosa da evitare, nel giorno in cui nasce il divin bambino,  sono gli sms di auguri sul telefonino, quelli stupidissimi e preconfezionati senza il nome del destinatario, trionfo di una banalità che, al confronto, i baci perugina sembrano “ La fenomenologia dello spirito” di Hegel. L’anno scorso ho mandato a quel paese  coloro che me li avevano inviati. Quest’anno, per non cadere in tentazione, terrò accuratamente spento il telefonino. Se c’è ancora qualcosa da cui sottrarsi,  è di andare a Messa la mattina del Natale. Chi è un fervente devoto può sempre farlo nel pomeriggio.  Non solo, come tutti potrebbero immaginare, per non affogare nel vaniloquio della trita omelia del parroco, perché a quel polpettone indigesto si può resistere opponendogli altri più ludici pensieri  o pregustando le leccornie che si mangeranno a pranzo. Ma soprattutto per scansare lo scambio di auguri all’uscita della messa e più in generale in tutti i luoghi di ritrovo sociale, quando adoranti parenti e  amici vi verrebbero incontro per  salutarvi e baciarvi. A che varrebbe ritrarvi e allungare la mano? Quelli, con forza raddoppiata dall’impeto buonista, vi stringerebbero a sé e via a slinguazzarvi le guance, mentre formulano  logore espressioni propiziatorie. Ad eludere dunque tali bavose dimostrazioni di affetto, ed anche che qualcuno, vedendovi scappare a gambe levate, creda siate affetti dalla sindrome di Michael Jackson, ossessionato dai microbi, evitate di uscire di casa, e per una mattina fingetevi agorafobici. Anche perché, a frequentare pubblici consessi, si corre un altro rischio, ovverosia quello che, di fronte a mendici ed extracomunitari imploranti carità, avendo consumato tutti gli spiccioli fra l’offertorio in chiesa e l’acquisto di stelle di natale, bonsai, oleandri e baobab contro ogni tipo di malattia, si passi per spilorci, non potendo più elargire alcuna elemosina.

Qualcuno potrebbe credervi intolleranti e xenofobi e un bel giorno potreste vedervi recapitare a casa qualche simpatico omaggio, tipo una felpa della Lega Sud con la scritta: “più terroni meno negroni”. Ma continuando con questa posologia, se c’è una cosa da veramente tenere alla larga quel  giorno sono i parenti serpenti.

Degli amici mi hanno riferito di pranzi di Natale che si sono trasformati in liti furibonde per questioni di interesse, con il tavolo diventato un ring di pugilato. Perché è chiaro, succede soprattutto con i parenti con i quali non ci si frequenta molto, magari emigrati in Svizzera e tornati per le feste , che quella del pranzo di Natale o del cenone della vigilia diventi l’occasione per risolvere, o cercare di risolvere, vecchi problemi, per saldare conti rimasti in sospeso. Emergono così invidie, celati malumori, sopite gelosie, sottaciute delusioni, striscianti rammarichi per questioni di eredità, che, ad un nonnulla, possono deflagrare in violenti alterchi. E magari, un’offesa tira l’altra, saltano fuori i coltelli o le pistole e il Natale finisce in una carneficina, con il faccione esanime dello zio o del cognato spiaccicato sulla lasagna al forno.

Largamente preferibile dunque festeggiare il giorno sacro fra parenti stretti, rimanendo nell’alveo, forse monotono ma  rassicurante, della  propria famiglia. E se proprio si potesse chieder tanto alla Provvidenza, ma questo decalogo si tramuta così in un  libro dei sogni, allora sarebbe da scansare anche la moglie perché, è risaputo, nessuno più di una coniuge testarda, attaccabrighe e petulante, è capace di rovinare le feste e rendere nefasto un giorno fasto. E  lo diceva già Seneca “perché all’uomo saggio non convenga prender moglie”, confermando quanto espresso da Epicuro,  e lo ribadiva, da scapolo impenitente, Alberto Sordi (“ e che, me metto n’estranea  in casa?”).

Se poi tutte queste pre condizioni dovessero realizzarsi e il giorno di Natale rivelarsi radioso,  e la sera, confortati da tanta pace, si volesse uscire a far due passi, consiglio vivamente di rifuggire sagre paesane e presepi viventi. Basta col maniscalco, col ciabattino col berretto Nike, col ferraciucci che per noia gioca col telefonino, con la filatrice con le Hogan ai piedi (alla faccia della ricostruzione storica) e con le pittule che non sono mai gratis come ti dicono all’entrata (“ un’offertina, prego”)!  Vieppiù,sconsiglio di frequentare i cinema. Cioè perché nel migliore dei casi ci si imbatte nel duecentocinquantesimo cine-panettone di quei guru della vecchia destra pecoreccia, ovvero ostricara e shampagnara , che sono i Vanzina, col loro portato di flatulenze, rutti,  sbroccamenti e  volgarità varie. Nel caso migliore, dicevo. Nel peggiore, invece, in qualche cinema d’essai, ci si può imbattere nel film straniero con sottotitoli, di quelli pluripremiati cinesi o coreani, che fanno tanto radical chic  e piacciono a certi intellettuali di sinistra che ne riferiscono entusiasti ai colleghi d’Università (“ sai, ho visto “Lanterne scese” di Fan kul ‘ho,  a Natale,  non ho capito un cazzo ma è stato bellissimo!”).

Insomma, fra tricche e ballacche, il mio manuale di sopravvivenza si avvia al termine. Con impegno e convinzione, parte di questi desiderata possono diventare cosa concreta, e si può riuscire a schivare ogni iattura. Nell’ambito poi dei desideri iperbolici, megagalattici, si potrebbe chiedere di essere teletrasportati per quel giorno in un’altra dimensione, in un platonico iperuranio, evitando noie e affanni, e saltando a piè pari direttamente al giorno dopo.  Il risveglio sarebbe  traumatico e duro l’atterraggio.  Ma quello astrale, sarebbe certo  il Natale più bello.

 

in “S/Pagine” del 21 dicembre 2014

Il nostro Presepio

di Emilio Panarese

Il Natale, allora, si sentiva nell’aria e nel cuore, quasi due settimane prima, sin dalla festa dell’Immacolata.
Sin da questa festa – ricordo – io e mio fratello andavamo già raccattando qua e là, negli angoli più remoti della spaziosissima bottega artigiana di mio padre, assicelle di legno e ritagli di compensato di varia forma, e, di soppiatto, occultavamo tutto anche i chiodi, una piccola sega, il martello e le tenaglie in un cantuccio del lungo capannone, dove mesciu Totu Pàssaru se ne stava chino, ore ed ore, diligentemente assorto a verniciare i calessini leggeri come piume.

Bisognava subito darsi da fare, perché in dicembre, nel mese di Natale, i giorni camminano lesti e sono scarsi di luce.

Il presepio grande, che occupava tutta una stanza, quello che nostro padre con quattro colpi di martello magistralmente ci allestiva, quello ricco di pastori alti quanto un braccio, e vivi e parlanti, scintillante di luci e di colori, ci sembrava troppo bello, quasi irreale; noi gli preferivamo quello rustico, fatto con le nostre mani inesperte, sconnesso e traballante e miseruccio, con la sola capanna della nascita, la via tortuosa dei Magi, con le montagne di sprùscini (carbone bruciato) e i pupi de crita, il venditore di fichidindia, la lavandaia, il pastore con le pecore zoppe, il massaru con le ricotte.

Ci attraeva perché era il “nostro” presepio, un presepio fatto di niente, che alle deboli luci di due lumini, con quei rametti di mortella e di ginepro, coi pani di molle muschio, assumeva l’aspetto di un paesaggio vero, l’aspetto delle umili cose godute con trepida gioia.

Stavamo a contemplarlo, specialmente la sera della vigilia, incantati, trasognati nell’ora favolosa della nascita del Bambino, quando con candido, innocente fervore noi si canticchiava giulivi il noto ritornello: «Eccu è nnatu lu Mamminu,/ jancu e rrussu comu milu,/ cu lli rasci de lu sule,/ li dicimu ttre palore…».

Poi di colpo il sogno del viaggio a Betlemme veniva infranto dalla voce della mamma che ci invitava a rientrare, noi riluttanti, in casa… nella casa fragrante di miele e di vaniglia… di fumanti pìttule d’oro e di cartellate cosparse di zucchero e cannella…

 

In «Tempo d’oggi», II (26), 1975

Un antico piatto salentino per la vigilia di Natale

LETTERATURA GASTRONOMICA  

IL BIANCO MANGIARE,

 antica ricetta salentina

 

Nel latte ricavato dalle mandorle, la vigilia di Natale, si cuocevano li  passaricchi di pasta, aggiungendo zucchero e insaporendo, a cottura avvenuta, con molta cannella e manciate di canditi.

collezione privata, ph Nino Pensabene (riproduzione vietata)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Venivano nei giorni precedenti il Natale, avvolte nei lunghi scialli e dondolando i fianchi, diventati enormi per via delle gonne arricciate. Arrivavano di prima mattina, ciarliere come le gazze, con un sorriso appena accennato sul viso cotto dal sole: Peppa, Cìa e Ssunta, le tre contadine che, nei periodi di maggiore lavoro, venivano ad aggiungersi alle due domestiche.

Appena arrivate, sgusciavano oltre il cortile, in una stanza grande dalla volta bassa sagomata a spigoli, tanto da sembrare una stella. Più che una stanza poteva dirsi un salone, anche se i lunghi tavoli appoggiati al muro e le vasche di pietra allineate al centro ne limitavano lo spazio.

“San Martino ti cresca il lavoro” si auguravano in dialetto  l’un l’altra prima di cominciare, e si segnavano col pugno chiuso, quasi per completare una cerimonia, un rito che per me, rimasta a curiosare sull’uscio, aveva un certo che di misterioso, un fascino che si sommava a quello del Natale vicino.

Rimanevo con loro, accoccolata su uno sgabello, con la bambola in grembo e gli occhi fissi al loro sfaccendare. Avevo poco più di cinque anni e non mi badavano mentre si raccontavano le loro pene. Parlavano in fretta, quasi a sincronizzare il suono delle parole con i colpi di martello, battuti con decisione sulla corteccia dura delle mandorle.

Quando i tavoli risultavano sommersi da una massa di mandorle schiacciate, si sospendeva il ticchettio, per separare il gheriglio dalla corteccia e versarlo, a larghe manate, nelle vasche di pietra. Poi, attinta l’acqua con le giare di coccio, colmavano le vasche, lasciando le mandorle a gonfiarsi.

collezione privata, ph Nino pensabene (riproduzione vietata)

Uscendo, chiudevano a chiave la porta, come a tutelare una congiura e, a fila indiana, si avviavano in cucina, dove un mucchietto di farina bianchissima era già pronta sulla piattaforma di marmo. Sistemata a cono, con un pozzetto nel centro a forma di cratere, mi dava l’idea di un vulcano pronto per l’eruzione ma, al posto della lava, scorreva acqua tiepida, mentre le mani di Cìa, a scatti nervosi, impastavano a lungo.

Ne veniva fuori una palla di pasta molto densa, dalla quale, con una lestezza invidiabile, a pizzicotti, le donne traevano dei pezzettini che, strofinati fra pollice e indice, assumevano la forma di sottilissimi pinoli. Una specie di chiodini che le donne chiamavano “passaricchi” e che disponevano in un grande staio per farli asciugare.

antiche lucerne, collezione privata, ph Nino pensabene (riproduzione vietata)

Dopo due giorni di sospensione si riprendeva il lavoro, togliendo le mandorle dalle vasche per sgusciarle. Dalla loro camicia marroncino saltavano fuori bianche, lucide, e ammucchiate davano l’idea di una risata aperta, incontenibile. Anche le donne apparivano meno addolorate e attendevano, con una specie di euforia, l’ingresso di Gaetano.

antica bilancia da tavolo, collezione privata, ph Nino Pensabene (riproduzione vietata)

Arrivava sul mezzogiorno, con il suo berretto da campagnolo e la giacca scura dei giorni segnati; se ne liberava subito, arrotolando le maniche della camicia a quadri e sistemando – operazione preliminare – il grande mortaio di marmo sul tavolo centrale. Con un peso di bronzo, si dava poi a pestare le mandorle sino a ridurle in poltiglia. E man mano che il lavoro andava avanti, le donne raccoglievano la poltiglia in sottili fazzoletti bianchi che immersi, così pieni, nell’acqua fresca e strizzati, davano fuori un latte bianchissimo.

In quel latte, la vigilia di Natale, si cuocevano i pinoli di pasta, aggiungendo zucchero e insaporendo, a cottura avvenuta, con molta cannella e manciate di canditi.

Ne veniva fuori un dolce cremoso, gustosissimo, che, certo per via del suo colore, si chiamava “Bianco mangiare”.

Se ne preparava in abbondanza, giacché era uso della famiglia riunire, la notte di Natale, contadini e giardinieri per il consueto cenone di mezzanotte.

Il ritrovo avveniva nella cantina più vasta, quella sottostante al salone delle feste, dove fra botti piene di malvasia e orci ribollenti di “aleatico” si preparava un tavolo lunghissimo, magicamente illuminato da lanterne.

I natali della mia infanzia sono rimasti caratterizzati da quella cena e dal “bianco mangiare”. Più volte, trascinata dal ricordo nostalgico, ho ridato vita alla vecchia ricetta, anche se la turbinosa realtà dell’oggi non consente lunghe soste in cucina.

L’ultima volta l’ho preparato per Peppa. Tornata nella mia terra salentina, me la vidi venire incontro con il viso incartapecorito e negli occhi la distaccata lontananza di chi sta per andarsene. Era la sola a portare ancora la lunga gonna arricciata e a vederla camminare tra lo sfrecciare dei motori e l’irrompere delle ragazze in minigonna, dava l’idea di un fantasma, risvegliato per il compimento di chi sa quale missione.

Mi abbracciò piangendo e continuò a piangere, mentre rivangava i natali del passato. “Vorrei riviverli”, ripeteva.

Non era Natale, ma io volli preparare ugualmente una scodella di “bianco mangiare”, con tanta cannella e tutto un ricamo di canditi.

“Cìa, Ssunta e Ccaitànu no nci sontu cchiùi” (“Lucia, Assunta e Gaetano non ci sono più”) diceva piano “sono morti e io, soltanto io sono rimasta…”!. E si annodava più forte il fazzoletto e si segnava, guardando il “Bianco mangiare” così come si guarda la foto dei propri morti.

Da “L’APOLLO BONGUSTAIO”, ALMANACCO GASTRONOMICO PER L’ANNO 1970, a cura di Mario Dell’Arco (Dell’Arco Editore in Roma).

Il presepio in cantina

presepe di Ortelle del 2011, realizzato da Antonio Chiarello

di Giorgio Cretì

Era andato al bosco dello Scravasciu per tagliare qualche ramo di alloro da mettere come sfondo al presepio che sta­va costruendo con i bambini in un ango­lo della cantina, tra la catasta della le­gna e l’angolo della capra. Lo costruiva lì per due motivi: primo perché quello era l’unico spazio disponibile e poi perché in cantina non c’era mai freddo.

Il supporto era costituito da due casse da tabac­co vuote, affiancate e poste contro la pa­rete coperta in molti punti dal salnitro, bianco come zucchero, che, a causa dell’umidità, affiorava dalla pie­tra. Certi ciocchi di ulivo, massicci e pe­santi, si prestavano molto bene per l’ar­chitettura della parte montagnosa del paesaggio e, una volta sistemati, veniva­no ricoperti con carta ricavata da vecchi sacchi di cemento, spruzzata con calce e tempera di vario colore. La stessa archi­tettura prevedeva anche la grotta verso la quale si spostavano le statuine rappresen­tanti i Magi che venivano da lontano, i pastori, i contadini e gli artieri con le loro umili bot­teghe. La parte piana veni­va ricoperta con il velluto, il muschio, pure raccolto nel fitto del bosco dello Scravasciu ed un frammento di spec­chio, ben camuffato, serviva a dare l’idea di un laghetto o di un fiumiciattolo presso cui venivano piazzati gli armenti. I Magi viag­giavano a dorso di cammello e giungeva­no dal sentiero tra le montagne sullo sfondo del quale, tra le frasche dell’allo­ro, si intravedevano alcune palme da dattero, abbozzate su carta da imballag­gio azzurrina. Sopra una grossa radice nodosa e contorta, che era servita per ri­cavare la forma della grotta, era già piantata una stella di latta che comincia­va ad arrugginire.

Era tornato a casa con i rami di alloro ed aveva trovato i bambini che armeg­giavano per conto loro con i ciocchi di le­gna, con una certa difficoltà. Montò

Metereologia salentina e celebrazione dei Santi, dall’8 settembre a Natale

da un vetrino a coppia stereoscopica (per gentile concessione di Nino Pensabene)

CULTI MAGICO-RELIGIOSI  NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

TI LA MMACULATA

L’ACQUA SERVE SULU PI LLI PUCCE

 

 Le celebrazioni dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico in una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Dal niente al troppo. Era questa la scomoda altalena della meteorologia salentina, nel cui quadro però, il “troppo” non veniva tanto rappresentato dagli improvvisi nubifragi – statisticamente rari nel Salento -, quanto dalle possibili eccedenze pluviali del tardo autunno, capaci di determinare, con l’impantanamento delle campagne, non solo la crisi economica dei coltivatori (era periodo di semine e di raccolta delle olive), ma soprattutto la disperazione dei sciurnaliéri (giornalieri) che, privati di ogni possibilità di trovare ingaggio di lavoro, soffrivano la fame.

Uno spauracchio che nella frequenza del suo proporsi aveva generato una vera e propria psicosi stagionale, a sua volta convertita, quasi a contrasto propiziatorio, in una sorta di tabella delle piogge da scandire in misura calendariale, ovverosia assumendo le celebrazioni native dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico. Riferimento che, sia pure inconfessatamente, voleva adire alla messa in orbita di un condizionamento, la cui sostanza magico-religiosa la si poteva carpire più che dalla valenza delle singole aggiudicazioni, dalla curiosa eterogeneità di significanti espressi dallo stessa scadenzario, nel quale venivano a confluire, unitamente ai sensi di affidamento devozionale, una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

Tela della Vergine Immacolata e Santi. Per gentile concessione di Nino Pensabene

Appena iniziato settembre, con ancora sulla nuca lo specchio ustorio dell’estate, i contadini cominciavano a parlare di pioggia come di un ospite che avesse già annunziato il suo arrivo, fissandone la data in concomitanza con la festa della Madonna delle Grazie (8 settembre), giorno ritenuto di stura ai doni celesti e perciò quanto mai adatto a segnare l’avvio di quello che era il ciclo di fertilità della terra:

Pi’ lla Matònna ti li razzie,

ssetta li roddhre, scupa la lliàma

e mminti lu limmu sott’a llu canàle,

scuscitàtu ca l’acqua la tiéni an capitàle.

Entro la ricorrenza della Madonna delle Grazie, / sistema i semenzai, scopa la terrazza / e metti la vaschetta sotto il canale di scolo, / sicuro di avere l’acqua già sotto il guanciale.

Pur se attinte al comune canovaccio delle consuetudini contadine e perciò ricche di una certa spontaneità nella scelta, le tre azioni da compiere in sostanza risultano ideologicamente mediate nella sovrapposizione dei simboli, ovverosia finalizzate a rappresentare il passaggio da un presente ancora in debito col passato a un presente già in commistione col futuro: la terrazza da liberare dalle scorie accumulatesi durante  il tempo dell’arsura; la presenza della conca che da vuota deve farsi piena; la sistemazione dei semenzai– momento icastico del rinnovamento nel festoso schiudersi dei germogli -, nel mentre provvedono ad assolvere a quelli che sono gli strascichi della patita sofferenza estiva, si convertono in rituale di accoglienza dell’acqua, peraltro celebrata non in quanto oggetto della speranza, ma come bene già assicurato, prova ne sia che la si dà presente sotto il guanciale, notturno posto di deposito dei risparmi contadini e quindi significante il pieno possesso del tesoro.

Non è infatti difficile notare come il tutto tenda a stabilire un magico processo di decretazione, quasi si voglia, attraverso la forza coercitiva del pensiero, vincere le leggi della fisicità facendole incappare nel tranello di una finzione che vuole dare per conclusa una stagione ancora in attivo.

Malgrado gli alberi di fico fossero ancora carichi di frutti in maturazione e si prevedesse di continuare il lavoro di essiccazione per tutto settembre, li ficalùri (i ficaioli) si imponevano l’aria del disarmo già dai primi del mese, non trascurando di far rimbalzare da campo a campo l’interessato monito:

A Mmatònna rriàta,

furnìta la spaccata…

Stà rrusce lu mmuddhràtu…

ncanìscia lu siccàtu,

ccuégghi lu siccatiéddhru

e lli littére mìntile a ccastiéddhru.

L’8 settembre, / la spaccatura dei fichi è conclusa!… / Si avverte già il crepitìo della pioggia… / ci conviene, pertanto, radunare nella canestra l’ultimo prodotto seccato, / raccogliere da terra quello appassito sugli alberi / e mettere i cannicci a deposito, sistemandoli, come si fa a ogni fine stagione, uno sull’altro a mo’ di castello.

Né diversamente si comportavano gli ortolani di Copertino: pur sapendo che avrebbero aspettato la festa ti li paisàni [1] (19 settembre) per portare al mercato li ponte ti cucùzza (le cimature delle piante di zucca), ritenute una leccornia in quanto raccolte solo una volta all’anno – in concomitanza cioè con l’estirpazione di tutta la coltura -, nell’approssimarsi della festa della Madonna delle Grazie davano già per conclusa la stagione orticola:

La tìa ti li ràzzie

no ffranca la mmuddhràta:

scigghiàmu la pagghiàra

e ffacìmu scapuzzàta.

Il giorno dedicato alla Madonna delle Grazie / non ci rinfranca dalla pioggia: / smontiamo perciò il pagliaio / e, raccogliendo gli ultimi frutti, sradichiamo le piante.

 

A quanti potranno trovare assurda tanta finzione, magari giudicandola incompatibile col rozzo semplicismo campagnolo, facciamo presente che lo spirito d’impostura non era estraneo al comportamentale  dei contadini spesso obbligati dalla necessità a prospettare ai padroni, più precisamente ai fattori, una situazione  – familiare, economica o agricola – diversa da quella reale, all’uopo mendicando la complicità dei vicini e sempre riservandosi la possibilità di cambiarne i termini allorché venivano a mutare le tangenze della loro convenienza.

Ugualmente impotenti di fronte alle forze della natura, trovavano logico ricorrere allo stesso stratagemma, credendo di poter influire sul proporsi della fenomenica meteorologica così come, imbrogliando, condizionavano le decisioni dell’avversario padrone: unica differenza  che questa volta la complicità la chiedevano ai santi, delle cui ricorrenze si servivano come di altrettante chiavi di volta in sintonia con i loro tornaconti. L’avere scelto la festività della Madonna delle Grazie a data della prima pioggia, rientrava in un loro calcolato piano di ipotetica regolamentazione degli avvicendamenti atmosferici, nella convinzione che solo attraverso lo scatto del primo passo le nuvole stabilivano il tempismo dei successivi: un partire col piede giusto, in base al quale – e proprio in virtù di quelle che erano le naturali leggi di avvicendamento fra periodi di sereno e giornate piovose -, una volta piovuto ai primi di settembre, si sarebbe avuto bel tempo durante la vendemmia, il cui travaglio aveva inizio subito dopo la festa di San Giuseppe da Copertino (18 settembre).

Processione di S. Giuseppe da Copertino, 1914. Immagine ricavata da un vetrino a coppia stereoscopica. Collezione Nino Pensabene

Va da sé che simili previsioni erano del tutto aleatorie, nessuno essendo certo che una volta ottenuta la pioggia questa non avrebbe poi continuato a cadere per giorni e giorni, miseramente fagocitando quello scampolo di sereno necessario ai vendemmiatori, nonché a quanti dovevano approntare i campi per la semina delle granaglie. Un’apprensione che, sollecitando al rimedio preventivo, faceva sì che i contadini, appena superata la festa della Madonna delle Grazie, avessero di colpo a cambiare bandiera, incentrando la loro volontà – sino a quel momento evocativa della pioggia – in uno scongiuro orientato a ottenere bel tempo. E poiché la vendemmia, come già detto, si poneva a ruota delle celebrazioni patronali, era proprio a San Giuseppe che si appellavano, coinvolgendolo in un’azione di salvaguardia comprendente festa e campagna:

Ti la paratùra e ddi lu innimàre

Sangiséppu nuésciu no ssi nni pote scirràre.

Della luminaria e della vendemmia / San Giuseppe nostro non se ne può dimenticare.

   L’associazione delle due proposte beneficiarie – luminaria e vendemmia – risultava più che pertinente ai fini atmosferici, e non soltanto perché l’addobbo stradale, per essere l’elemento più fragile della festa, offriva perfetta corrispondenza alla deperibilità dell’uva in caso di gravi intemperie, ma anche per il sottile concatenamento di incomodi che pure una semplice piovuta avrebbe provocato e ai festeggiamenti e ai vendemmiatori.

Per comprendere l’oggettività della concatenazione, occorre rifarsi all’epoca, cioè tenere presente che nell’Ottocento, essendo l’illuminazione elettrica una realtà di là da venire e non avendo il  Salento adottato quella ad acetilene – attestatasi solo ai primi del Novecento -, le luminarie venivano ancora allestite fissando alle arcate di legno – in una composizione a tappeto – dei piccoli bicchieri di vetro variamente colorato, che debitamente riempiti d’olio  e muniti di luminelli venivano accesi dai paratori con un paziente passare di stoppino.

Copertino, Festa patronale 1925. Nell’evoluzione dei tempi l’illuminazione non è più ad olio ma ad acetilene. Lo rivelano i tubicini di conduttura del gas applicati alla luminaria. Collezione Nino Pensabene

A tanta laboriosità di accensione corrispondeva un’altrettanta precarietà di funzionamento, essendo bastevole un semplice piovasco a decretare non soltanto l’immediato abbuiarsi, ma anche l’intransitabilità delle strade addobbate: la pioggia, colmando i bicchieri, faceva infatti traboccare l’olio, macchiando i vestiti di chi si trovava a passare sotto gli archi e, quel che era più grave, rendendo pericolosamente sdrucciolevole il selciato. Un incomodo che durava anche a pioggia finita, convertendosi in vero e proprio ostracismo al passeggio, soprattutto a quello dei contadini, i quali, calzando acchétte cu lli tacce (stivaletti con le suole bullonate), nel contatto fra metallo e pietra unta facilmente finivano stesi per terra.

Analoghe conseguenze si registravano in campagna se la vendemmia si svolgeva sotto la pioggia: nel passa e ripassa fra i filari di vite, il terreno bagnato diventava estremamente viscido, non  offrendo stabile appiglio ai piedi nudi ti li scufanatùri (dei trasportatori) che, già sbilanciati dal peso delle tinéddhre (tinozze) rette sulle spalle, sommavano capitomboli con grave rischio per la loro incolumità e ovvio danneggiamento dell’uva così malamente scodellata per terra. C’è da aggiungere che all’impraticabilità dei terreni faceva riscontro quella dei viottoli e strade sterrate, per cui spesso capitava che i carri pieni d’uva s’impantanassero, richiedendo,  per il loro disincaglio, immani sforzi di uomini e bestie messi insieme.

Alla luce di tanta collimanza e soprattutto tenendo presente la stretta successione dei tempi – inizio di vendemmia a fine celebrazioni – , vien fatto di pensare che i contadini, nel basare la richiesta di protezione sull’abbinamento “paratùra-innimàre”, al di là dell’indiscusso interesse alla buona riuscita dei festeggiamenti, perseguissero un calcolo di opportunistica connessione delle due citazioni, volendo far sì che l’una (luminaria) avesse a risultare il preambolo dell’altra (vendemmia): se infatti avesse piovuto durante i giorni di festa, all’untuosità del selciato avrebbe corrisposto la fanghiglia della campagna, mentre il bel tempo assicurato ai festeggiamenti – qui rappresentati dalla luminaria – si convertiva in terreno asciutto per chi si accingeva a vendemmiare. Un esplicito sfruttamento delle circostanze, che trasferito sul piano morale veniva a configurarsi in manovra di incastro per le buone disponibilità di S. Giuseppe, il quale, dopo aver vigilato sinu all’ùrtimu scungulàre ti nucéddhre (fino all’ultimo sgusciare di noccioline [fino agli ultimi minuti di festa]), e presumibilmente soddisfatto per le onoranze ricevute, non poteva ingratamente uscirsene con un ”Sparàti li fuéchi, ccenca bbole fazza, fazza!” (“Una volta esplosi i fuochi d’artificio, quel che il tempo vuol fare, faccia!”), fregandosene della vendemmia: se per tre giorni consecutivi il paese si trasformava in un “paradiso di suoni e di luci”, lo si doveva in buona parte al contributo economico di pastori e contadini, i quali, abituati com’erano all’obbligatoria  spartizione dei prodotti cu lli patrùni ti stu munnu (con i padroni terreni), si facevano scrupolo di non concorrere personalmente e tangibilmente alla spesa per i festeggiamenti in onore ti lu  patrùnu an celu ti tuttu lu paése (del santo padrone di tutto il paese). Quasi il pagamento di una decima, il cui saldo, per i contadini avveniva proprio durante la vendemmia, quando i componenti del comitato feste patronali imboccavano i viottoli campestri sollecitando i coltivatori – così come d’estate avevano fatto con i pastori per le pezzotte di formaggio – a offrire uno o più panieri d’uva.

Nna stiddhra ti miéru pi llu Santu nuésciu!…” (“Una goccia di vino per il nostro santo!…”), chiedevano con voce stentorea fermando al margine del campo il loro traino con sopra due botti vistosamente contrassegnate da più croci dipinte con la calce; e a ogni vuotata di paniere si facevano obbligo di prendere un grappolo d’uva e sollevarlo verso il cielo, quasi volessero lasciare intendere che S. Giuseppe stava lì, affacciato a conteggiare l’entità dell’offerta. “Bbiùnnali a ccentu vussignurìa…” (“Ricompensali centuplicando, vostra signoria…”), dicevano infatti, dandone per scontata la presenza; e  rifacendosi alla necessità del momento, concludevano pressanti: “E stiénni la manu a ttiémpu ssuttu… ca topu nn’annu ti fatìa, no bbògghia Ddiu àggianu a sprangìre jastìme!…” (“E stendi la mano a trattenere il bel tempo… ché dopo un anno di lavoro, non voglia Dio abbiano motivo di snocciolare bestemmie!…”).

Copertino, vendemmia 1924. Immagine ricavata da un vetrino a coppia stereoscopica. Collezione Nino Pensabene

L’abitudine a minacciare i santi di un possibile ricorso alla bestemmia in previsione di un qualsivoglia accadimento avverso – viziosità della religione popolare, altrove messa in rilievo – in questo caso viene a spogliarsi da ogni sospetto di esagerazione nella causa, suffragata com’è dal fatto che settembre era periodo di rotture atmosferiche, facili a passare dalla semplice piovuta alla catastrofica grandinata. Un peggio che se pure scaramanticamente taciuto per non creare nell’alone evocativo dell’immagine una qualche forza di richiamo, era nel senso e nella destinazione dell’appello, implicitamente intendendo stabilire nella raccomandazione “stendi la mano a trattenere il bel tempo” il più radicale dei fermi all’evoluzione del negativo.

Non a caso fra richiesta di intervento e minaccia di ricorso all’imprecazione scatta la cognizione di causa “dopo un anno di lavoro”, pregiudiziale che nel mentre si fa consuntiva dei sacrifici affrontati, allude a una temuta vanificazione degli stessi, qualificando lo stato apprensivo in paura di completa distruzione dell’uva. Un attestarsi sul problema di fondo – quello degli interessi economici -, del resto implicito nello scongiuro iniziale, non certo esauribile agli incomodi provocati dalla banale piovuta ma chiaramente finalizzato a salvaguardare quello che era il nocciolo e della vendemmia e della festa: il guadagno, appunto.

Dietro l’ostracismo al passeggio, in sé per sé patetico – e diciamo pure alquanto comico -, scattava l’anticipato rientro dei pellegrini, decurtando, se non addirittura azzerando, l’introito dei venditori. E in quei tre giorni di festa, venditore non era soltanto il piazzista venuto da fuori a rizzare la sua bancarella, ma anche la contadina che, collocando sulla soglia di casa uno sgabello con sopra tre fichi e un grappolo di ua rosa (uva da tavola bianco-rosata), invitava i forestieri a entrare e comprare i frutti della sua campagna; o l’artigiana che, sperando di ottenere commesse di lavoro, appendeva agli stipiti della porta – a seconda se era tessitrice, frangiaia o filatrice – un lembo di tela, due fiocchetti di frangia o una matassina di cotone filato. Un intrecciarsi di piccole industrie casalinghe che venivano a saldarsi agli introiti delle improvvisate trattorie, ai contributi pro-festa, alle offerte lasciate in chiesa e – perché no? – all’accarezzata speranza delle ragazze di trovare marito, assillo che le madri fronteggiavano corredando le figlie di un vestito nuovo, magari stentatamente pagato cu ssordi pigghiàti a spiéttu (con denaro preso in prestito) e per la cui restituzione attendevano i risultati della vendemmia.

Nel malaugurato caso di una grandinata, altro che mancato pagamento del vestito! Dopo un intero anno di lavoro non retribuito in quanto svolto nel proprio campo, e privata di quella che sarebbe stata la giusta ricompensa dei sudori, la famiglia si ritrovava sul lastrico, impossibilitata non solo ad assolvere ai debiti contratti nell’attesa del raccolto, ma tragicamente catapultata nel contesto di una miseria in alcuni casi talmente nera da far dubitare circa le possibilità di sopravvivenza. Ecco perché a scongiurare simile catastrofe i componenti il comitato festa patronale si rifacevano all’uso del ricatto: furbamente menzionando il disperato ricorso alla bestemmia erano convinti che S. Giuseppe, interessato come tutti i santi a salvare l’anima dei fedeli, pur di non indurre in tentazione i contadini facendoli peccare, avrebbe soddisfatto le loro suppliche, quella preventiva e quella memorativa, che ripetevano in continuazione mentre vendemmiavano:

Sangiséppu no tti nni scirràre

mantiéni lu tiémpu

pi’ ttuttu lu innimàre.

 

S. Giuseppe non te ne dimenticare; / trattieni il bel tempo / finché tutti abbiano finito di vendemmiare.

 

Richieste che in fin dei conti si riducevano a ottenere solo una breve parentesi di sereno, essendo bastevoli pochi giorni a eseguire il taglio di tutte le uve: a parte l’abbondanza della manodopera, all’epoca il Salento non vantava le odierne estensioni di vigneto, trovando gli agricoltori pari convenienza economica in coltivazioni alternative, quali i seminativi e i ficheti, senza parlare poi degli uliveti, ai cui impianti secolari nessuno si sarebbe mai azzardato di sostituire la vite. “Cinca tàgghia nn’àrriru t’aulìa / scetta nna chésia!” (“Chi taglia [estirpa] un albero d’ulivo / abbatte una chiesa!”), dicevano i contadini a difenderne la sacralità, ben lontani dall’immaginare i sacrilegi che invece furono perpetrati subito dopo la seconda guerra, quando, col sorgere delle cantine sociali e quindi nel miraggio di una redditizia esportazione vinicola, vaste zone furono selvaggiamente disarborate.

C’è da aggiungere che, allora, si coltivavano solo ue nustràli (uve nostrane, cioè vitigni non innestati), capaci di dare qualità, non quantità di prodotto, per cui a fine settembre la vendemmia poteva dirsi conclusa o quanto meno agli sgoccioli. In verità, se qualche ritardo c’era, lo si doveva al caparbio ordine di quei padroni che, dovendo vinificare solo per uso familiare, pretendevano uva ultramatura, spesso cozzando con gli intendimenti dei coloni, il cui credo, in tempo di vendemmia, era solo quello di “manisciàmune mmanisciàmune prima ca rrìanu l’àngili”  (“sbrighiamoci, sbrighiamoci, prima che arrivino gli angeli”).

Nel loro quadro meteorologico, infatti, il 2 di ottobre (festa degli Angeli custodi) era giornata di rientro nel clima piovoso; e questo porsi nuovamente in aspettativa dell’acqua lo si poteva notare già nella mattinata del 27 settembre, quando le donne, convenendo in chiesa per la messa dei SS. Cosimo e Damiano (protettori della salute), si auguravano l’un l’altra: “La casa a mmanu a lli Santi miétici / e lli gnofe a mmanu a ll’Angili ti Ddiu” (“La casa sia affidata ai Santi medici [affinché custodiscano la salute degli abitanti] e le zolle agli Angeli di Dio [affinché non le abbiano a privare dell’acqua]”). Un buttare in avanti le mani nel timore che il bel tempo, una volta instauratosi, non avesse più a finire, in questo caso confermando lo sgradito detto:

Ci l’Angilu no ssi mmoddhra l’ale

no cchiòe fenca a Nnatale.

Se il 2 ottobre l’Angelo non si bagnerà le ali / non pioverà fino a Natale.

 

Previsione preoccupante per l’andamento agricolo, essendo ottobre e novembre gli antonomastici mesi delle piogge, periodo che i contadini, vigili traduttori delle necessità della campagna, definivano ti mpurpamiéntu (di rimpolpamento [nutritizio]), poeticamente immaginando la terra nello stadio della primissima infanzia, quando unico compito – e spettanza – è quello di dormire e succhiare. Dal canto loro avevano provveduto ad assicurare questo nutrimento, spargendo a larghe manate il letame curato nelle concimaie, ma affinché lo stesso penetrasse ingrassando le zolle e raggiungendo le radici delle piante, occorreva la collaborazione delle nuvole, ovverosia l’azione dissolvente della pioggia, in assenza della quale il processo rigenerativo non sarebbe avvenuto, mettendo in serio dubbio la sperata produttività:

Fiàcca nnata si para nnanti

ci ti tutti li Santi

la nuégghia no cchiànge

e lla gnofa no rrufa!…

Cattiva annata si prospetta / se arrivata la festività di Ognissanti / la nuvola non piange / e la zolla non tracanna!…

Luigi Bechi, Raccolta delle olive

Situata com’era il I° di novembre, proprio al centro di quello che veniva ritenuto il periodo delle piogge, la festa di Ognissanti si poneva a data di resoconto della situazione, diciamo pure di verifica dell’ansia insorta un mese prima, cioè quando, ricorrendo la festa degli Angeli custodi, si era paventata la iattura di un asciutto protratto sino a Natale. Ormai non si era più nell’ambito delle ipotesi, bensì dei riscontri oggettivi, al di là dei quali c’erano solo urgenze, venendo inesorabilmente a restringersi il tempo giudicato utile all’impinguamento idrico della campagna. La ricorrenza di San Martino (11 novembre) era vicina e per quella data ogni acquiescenza nell’attesa si intendeva bandita, letteralmente cancellata dal montare di una fretta tradotta in perentorietà di affermazione:

Ti Santu Martinu

la gnofa s’à ttaccàre a lla menna ti la nuégghia

comu lu mbriàcu a lla entre ti la otte.

 

Di San Martino / la zolla deve attaccarsi alla mammella della nuvola / come l’ubriaco si attacca al ventre della botte.

 

     Considerando come questo era l’ultimo dei detti affermanti la necessità della pioggia e senza trascurarne il senso di voluttuosa imbibizione – già espresso nel detto riguardante la ricorrenza di Ognissanti e perciò piuttosto esasperante nella rimarcatura -, vien fatto di pensare che i contadini, nella scelta della data e  più che altro mediante la metafora comparativa terra-ubriaco, intendessero – sia pure in modo indiretto – prefigurare i termini di quella che, nella loro visuale, doveva essere la svolta meteorologica.

Decretando l’immancabilità della pioggia per l’11 novembre, in sostanza concedevano parecchio spazio al pacifico susseguirsi delle precipitazioni, ma nell’istintiva rimonta dell’atavica diffidenza prudentemente cercavano di segnarne  la cessazione ricorrendo, appunto, alla comparazione terra-ubriaco: se da una parte l’ubriachezza relazionava l’avidità del bere, per cui ne usciva esclusa l’immagine limitativa del bicchiere – controfigura dell’isolata pioggerellina -, dall’altra, proprio in virtù dell’ingordo tracannare, scattavano i limiti dell’assorbimento: continuando a bere, l’ubriaco rischiava di vomitare, così la terra, nell’esagerato intridersi, si sarebbe impantanata.

Una deduzione che potrebbe apparire frutto di arzigogolamento, se ad assolvere ogni dubbio di arbitraria interpretazione non concorresse il successivo detto imperniato sul 30 novembre, ricorrenza di S. Andrea Apostolo:

Pi’ Ssantu Ndrea ti li corde

tinne croce fatta;

ca ci nno rria jùtu ti limòne

nni tocca lu maru ti lu fele.

Il giorno di Sant’Andrea delle corde[2] / devi dire “Sia croce fatta [punto e basta]”; / perché se non viene in aiuto il limone [fermo della pioggia] / ci toccherà l’amaro del fiele [vomito, cioè tanta pioggia d’averla a nausea].

 

Ora, premettendo come questi detti, che a noi possono apparire isolati, in realtà si ponevano a tasselli di un mosaico unico, per cui, nascendo concatenati nella significazione, l’uno si prestava a complementarità dell’altro, va sottolineato che quest’ultimo riguardante S. Andrea non aveva esclusiva applicazione agricolo-meteorologica, essendo ampiamente sfruttato dai cantinieri allorché, per una certa etica professionale, si vedevano costretti a rifiutare la mescita agli ubriachi che palesemente non erano più in grado di reggere altro vino. Esortazione-imposizione che accompagnavano appunto con l’offerta di un limone (ne tenevano sempre un cesto pieno sul banco), le cui proprietà antiemetiche e astringenti venivano a rappresentare sia il rimedio pratico, sia la scansione simbolica del punto e basta.

Detto questo, al lettore risulterà chiara – e soprattutto giustificata – l’interpretazione fornita circa il ricorso alla comparazione terra-ubriaco; tanto più se riuscirà a convincersi che i simbolismi popolari – spesso esposti in accozzaglia – non erano riducibili a semplice funzione connotativa, ma erano invece condizioni della decifrabilità stessa dell’esposto, in quanto metro delle effettive denotazioni psicologiche. Un eleggere l’immagine a mezzo di svisceramento della tensione interna, e che, per quanto riguardava il 30 novembre, denunciava un vero e proprio subbuglio negli animi, venendo di lì a due giorni a scattare la ricorrenza di S. Bibiana, giornata pericolosa ai fini meteorologici, gravata com’era dalla scoraggiante affermazione:

Ci chiòe ti Santa Bbibbiana

quarànta sciùrni e nna simàna.

Se piove il giorno di S. Bibiana / pioverà per quaranta giorni e una settimana.

 

     Se in ottobre e novembre l’acqua veniva invocata, compiacentemente  tollerandone anche l’eccesso, con l’attestarsi di dicembre si reclamava un tassativo ritorno del sereno, nel timore che le granaglie già seminate avessero, per il troppo ammollo, a marcire e ponendosi la fretta di iniziare la raccolta delle olive, per la quale occorreva poter contare su un terreno agibile al via-vai dei passi. Ansia che, pur quando veniva brillantemente superato lo scoglio di S. Bibiana, non  si acquietava, tant’è che il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, ci si impegnava a dire e ridire “Ti la Mmaculàta / l’acqua serve sulu pi lli pucce” (“Il giorno dell’Immacolata / l’acqua serve solo per fare le pagnottelle con le olive”), enucleando, nella laconicità della frase, e la tangenza del rifiuto, e la blandizie devozionale.

Essendo le pucce assurte a emblema del digiuno vigiliare, nominandole si faceva presente alla Madonna la pia disponibilità alla penitenza, implicitamente chiedendole, a contropartita, di appoggiare il rifiuto dell’acqua, peraltro espresso in una forma che oseremmo definire elegante, cioè basandolo su un simbolo privilegiato e facendolo nascere per gioco di antitesi: nel dichiarare l’acqua necessaria solo alla produzione delle pucce, ci si riferiva a quella occorrente per sciogliere il lievito e impastare, operazione per la quale si adoperava solo acqua piovana, essendo quella sorgiva di scarso sollecito alla fermentazione; nel momento però che si tirava in campo la panificazione, automaticamente si entrava nell’aura di quelli che erano i rituali domestici, sicché l’immagine mentale che ne conseguiva escludeva l’acqua piovana come contemporaneità di effetto-pioggia, focalizzata com’era sulla madre di famiglia che, scoperchiando la cisterna – sua o della vicina di casa -, religiosamente vi attingeva ripetendo ad alta voce una delle tante antiche formule di benedizione scrupolosamente trasmesse da madre a figlia. Tirando le somme e tenendo presente che in quel periodo le cisterne erano già colme, si può affermare che nel dire “L’acqua serve solo per le pucce” i contadini intendevano precisare: “La pioggia non serve affatto”.

Dal diplomatico rifiuto all’aperta provocazione il passo era breve; sette giorni appena, quelli appunto che intercorrevano fra la vigilia dell’Immacolata e la ricorrenza di S. Lucia (13 dicembre), al cui approssimarsi i contadini non si peritavano di commentare “Santa Lucia éte pisciacchiàra!…” (“S. Lucia è pisciona!…”), furbamente sperando che la santa, risentita per così irrispettoso epiteto, si impegnasse a smentirlo tenendo lontana la pioggia.

Azzardo curioso nel suo farsi chiave di convincimento attraverso l’offesa, ma non certo unico nella proposizione, poiché se ne trovava copia pressoché conforme il 16 di luglio, quando la Madonna del Carmine veniva definita “La Madonna latra ca pìzzica la ua” (“La Madonna ladra che ruba l’uva”), nell’ingenuo convincimento, appunto, di indurla a moderare i raggi solari che, battendo sui chicchi d’uva ancora troppo teneri, ne provocavano la bruciatura con ovvia decurtazione del raccolto.

E’ chiaro che, pur se anomali nella formulazione, tali detti nascevano per così dire comprovati, traendo origine dal riscontro oggettivo di quelle che erano le climatiche stagionali: se la Madonna del Carmine diventava “ladra”, era perché, essendo piena estate, bastava una giornata di sole più cocente a danneggiare i chicchi in gonfiatura; così come con  S. Lucia, alla quale si dava della “pisciona” perché piscione poteva essere il tardo autunno, spesso caratterizzato da uno snervante rincorrersi di pioggerelle che, si sapeva, erano di preludio a quelle più compatte dell’inverno ormai alle porte.

L’accanimento con il quale i contadini perseguivano lo stralcio di sereno era dovuto in  buona parte a questa consapevolezza, diciamo pure paura dei mesi a venire, a moderare la quale altro non rimaneva che aggrapparsi alla consolatoria previsione scandita a chiusura della tabella calendariale:

Ci uéi bbegna nna bbona nnata

Natàle ssuttu e Pasca mmuddhràta.

Per avere una buona annata / Natale asciutto e Pasqua sotto la pioggia.

Vergine Immacolata nella cappella della “Casa dei Poeti” a Copertino. Per gentile concessione di Nino Pensabene

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[1] Essendo la festa di S. Giuseppe da Copertino (16-18 settembre) frequentatissima da pellegrini che giungevano da tutto il Salento, gli abitanti del luogo, per un senso di ospitalità, l’avevano soprannominata “Festa ti li furastiéri”. Di contrasto, il 19, giornata ritenuta di ponte fra la stanchezza delle celebrazioni e la ripresa della normale attività lavorativa, era festa tutta per loro; festa ti li paisàni, appunto, durante la quale potevano, senza la confusione dei giorni precedenti, fermarsi con calma alle bancarelle superstiti, comprare a minor prezzo, e a sera, sia pure a luminaria pressoché spenta, assistere tranquillamente all’esibizione concertistica di una delle bande rimasta in paese esclusivamente per loro.

[2] Detto “delle corde” per agevolarne la visualizzazione iconografica che lo presentava su una croce decussata, oltre che confitto, legato con più giri di grosse funi.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari 1994, pagg. 359-373

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

Gastronomia natalizia salentina

di Paolo Vincenti

Sulle tavole salentine il Natale è allietato da una quantità notevole di delizie e ghiottonerie nostrane, come le pittule, di cui abbiamo già ricordato la leggenda sull’origine di queste frittelle, che possono essere semplici oppure dolci, zuccherate e ripiene di mela, o ancora salate ripiene di cavolfiore lesso, di cime di rape lesse o con pomodorini, cipolla, olive nere e peperoncino, o ancora con pezzetti di acciughe sotto sale.

Il Natale, la festa più magica dell’anno, porta con sé infinite tradizioni, riti, leggende, proverbi e detti popolari, che uniscono il sacro al profano, documentati da molti studiosi di tradizioni popolari nelle loro pubblicazioni.

Facciamo allora un tuffo nel Natale del passato, per vedere come questa festa veniva vissuta dai nostri antenati. Secondo la tradizione i piatti del pranzo di Natale dovevano essere tredici anche se, in passato, le condizioni economiche della famiglia non erano certo molto buone ed allora si contavano anche gli ingredienti per poter arrivare al canonico numero di tredici. Sicuramente non potevano mai mancare ciciri e tria,  i purciddhuzzi e le ncarteddhate.

I purciddhuzzi, così chiamati perché essi avevano la forma del muso di un porcellino, fritti in olio bollente e decorati con confettini, sono una ricetta di derivazione persiana, portata dagli Arabi in Spagna e poi dagli Spagnoli in Puglia.

Le ncarteddhate, fritte e cosparse di miele, erano servite insieme ad altri dolci, come gli anisetti, che erano dei piccoli e policromi confetti, simili a chicchi di grano, e il pesce di mandorla, che richiamava il Cristo, rappresentato nell’iconografia cristiana dei primi secoli con il simbolo del pesce, che molto spesso compariva nelle catacombe  dove si rifugiavano i cristiani perseguitati. A proposito delle ncarteddhate, alcuni studiosi fanno derivare questo dolce da una specialità marocchina, anzi dal dolce più tipico del Marocco, la cebakeia, preparato durante il periodo del Ramadan. Questo dolce, ottenuto mescolando insieme farina, zucchero, uova, olio, fiori d’arancio, cannella, sesamo, semi di finocchio e lievito, fritto in pezzi cosparsi di miele caldo e semi di sesamo arrostiti, è straordinariamente simile alle nostre ncarteddhate, pur essendo frutto di una cultura religiosa completamente diversa e lontanissima  ( quella musulmana) dalla nostra. Nelle ncarteddhate,  A.E.Foscarini ha individuato come derivazione quei dolci che nell’antichità i salentino offrivano alla Dea Minerva, protettrice della Terra D’Otranto, in occasione delle “Quinquatrie”, cioè le feste in onore della dea che si celebravano dal 1 al 15 marzo.

Le pittule, ottime se mangiate calde, appena tolte dall’olio di frittura, potevano essere accompagnate da lu cottu, cioè il vin cotto, e, insieme alle pucce e ai taraddhi, accompagnavano tutto il periodo natalizio. Fra le ricette salentine di questo periodo, vi erano i caranciuli,dei bastoncini grossi quanto un dito, tagliati a tocchetti, avviluppati di miele e cosparsi con cannella e confettini, e poi, per la gioia del palato di grandi e piccoli, scajozzi, cupeta, pane cottu.

Nei paesi della Grecìa Salentina, immancabili sono li jermiceddhi cu lu ronghettu, le sagne ncannulate e i classici pezzetti de cavaddhu; ancora, rape nfucate, li turcinieddhi, la pasta al forno, i peperoni arrostiti, il capitone e poi la carne, preparata in tutti i modi, frutta di stagione, dalle arance ai mandarini clementini, alle mele e alle pere, e i fichi secchi con le mandorle.

Si è perduta anche la memoria del rosoliu, un liquore zuccheroso fatto in casa che suggellava l’abbondantissimo cenone della vigilia. Dalla strada veniva il fracasso dei tronetti, i tricchi tracchi, fatti esplodere in segno di gioia.

Dopo la mezzanotte, ci si scambiava i doni sotto l’albero, si deponeva il Bambinello nella mangiatoia e ci si faceva gli auguri per un altro Natale arrivato, quello più bello, il Natale dei ricordi.

Tradizioni di Natale. Gli zampognari del meridione salentino

 di Cristina Manzo

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente

e hanno destato né suoi tuguri

tutta la buona povera gente

Giovanni Pascoli

Se comandasse lo zampognaro

che scende per il viale,

sai cosa direbbe il giorno di Natale?

“Voglio che in ogni casa

spunti dal pavimento

un albero fiorito

di stelle d’oro e d’argento” …

Gianni Rodari

 
zampognari

Zampognari che suonano per le strade, la novena di natale

 

Tutte le tradizioni natalizie, nei secoli passati erano molto più suggestive di quelle di oggi. Ce ne accorgiamo leggendo Usi, costumi e feste del popolo pugliese (1930) di Saverio La Sorsa e Folklore garganico (1938) di Giovanni Tancredi, opere fondamentali per gli appassionati di antiche tradizioni popolari pugliesi.

Una di queste tradizioni, la storia degli zampognari, che potremmo quasi definire un mito, è appunto uno di quei fenomeni importantissimi, che purtroppo sembra essere quasi finito nel dimenticatoio.

zampognaro

Figura antichissima, legata indissolubilmente a quella dei pastori e della transumanza. Quando essi portavano al pascolo tutti gli animali, spingendosi a seconda dei periodi, anche molto lontano dalle loro case, era consuetudine infatti che ognuno di loro portasse con sé uno strumento: chi la zampogna, chi la ciaramella, chi l’organetto, chi il tamburello, chi i flauti di canna, e ogni pastorello imparava da quello più grande. Così, durante il riposo, quando gli animali erano giunti al pascolo, tra un sorso di vino e un pezzo di formaggio, si liberava nell’aria un vero concerto musicale dalle note soavi e dolcissime.

La ciaramella e la zampogna, sono gli strumenti più tipicamente pastorali, proprio perché realizzati con la pelle di capra. La zampogna è un aerofono a sacco dotato da 4-5 canne che vengono inserite in un ceppo dove viene legata l’otre. Solo 2 canne sono strumento di canto mentre le altre fanno da bordone (suonano una nota fissa). Le canne terminano con delle ance che possono essere singole o doppie, tradizionalmente realizzati in canna, e recentemente anche in plastica. La sacca di accumulo dell’aria, otre, è realizzata con una intera pelle di capra o di pecora, utricolo, e oggi anche da altri materiali o da una camera d’aria di gomma, nella quale il suonatore immette aria attraverso un insufflatore, cannetta o soffietto, che mette in vibrazione le ance innestate sulle canne melodiche: sempre due, quella destra per la melodia, quella sinistra per l’accompagnamento e nei bordoni detti basso e scantillo.

Esiste una grande varietà nella lunghezza dei diversi tipi di zampogne. Mentre nell’Italia meridionale, l’unità di misura utilizzata per indicare la lunghezza della zampogna è il palmo, nell’Italia centrale la misura e quindi la tonalità, dello strumento, viene indicata in modo alquanto insolito, con un numero (ad es. 25) corrispondente alla lunghezza in centimetri del fuso della ciaramella corrispondente.

 

 

zampogna

Modello di zampogna

Secondo alcune leggende la zampogna sarebbe in qualche modo legata alla figura di Pan; il dio Pan, poggiato su un cane, ha nella mano destra un bastone e nella sinistra il flauto di Pan, cioè la siringa. Il bastone simboleggia tutti gli elementi maschili del cosmo, la siringa tutti quelli femminili. Secondo il nostro storico i sacerdoti del dio Pan hanno, deliberatamente, trasformato il bastone in un bordone di zampogna, la siringa nel chanter con tre fori. Cioè hanno riproposto l’immagine del dio Pan, molto presente nell’iconografia del dio, in chiave musicale, sonora, per poter, attraverso il suono, armonizzare gli elementi maschili del cosmo con quelli femminili.

panChe sia uno strumento natalizio deriva dal fatto che il dio Pan, al solstizio di inverno, con la zampogna incoraggiava la rinascita del sole e, in più, dirigeva il caos da lui stesso provocato verso un nuovo ordine cosmico. L’iconografia medievale ben ci informa della diffusione e della varietà morfologica dello strumento. Una leggenda narra che San Francesco abbia inserito per primo una coppia di suonatori di zampogna nel suo Presepe… che da allora sono rimaste figure sempre presenti.

In epoca più vicino a noi troviamo ampie descrizioni della zampogna in Praetorius e Mersenne. Essa fu fonte di ispirazione anche per i musicisti colti e letterati. Una pastorale del Messiah di Handel trae ispirazione da melodie popolari di zampognari (forse gli zampognari ciociari: Haendel soggiornò ad Alvito, a pochissimi chilometri dalla zona da cui ancor oggi provengono moltissimi di questi musicisti). Hector Berlioz ebbe occasione di ascoltarli a Roma e furono d’ispirazione per la “Sèrenade d’un montagnard.” Lo zampognaro, quindi, è il suonatore di zampogna.

Le regioni dove è tradizionalmente presente la zampogna sono: Lazio (province di Frosinone e Latina), Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia.

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Con l’arrivo del Natale, in particolare durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione e del Natale, essi abbandonando temporaneamente il loro lavoro di pastori, scendono a valle nei paesi, o nelle piazze, percorrono le vie cittadine, in abiti tipici, suonando motivi natalizi tradizionali, quali ad esempio “tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori,” e, comunque, il loro repertorio comprende sempre pastorali, giaculatorie e storie di Natale. Generalmente gli zampognari suonano in coppia, uno la zampogna vera e propria ed un altro la ciaramella o altri strumenti a fiato e talvolta sono accompagnati anche da donne o bambini, con nacchere, tamburelli e scacciapensieri. Essi sono vestiti con brache corte, giacca di fustagno, ampio mantello, sostituito qualche volta dal pelliccione, berretto di panno, e calze con fiocco e cioce ai piedi.1 Accurata è la descrizione che il Tancredi ci fa del costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato:

cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, robone bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo “taurino”, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci. Il tutto avvolto da un ampio mantellone pesante di lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra. I due mistici pastori, uno anziano, l’altro molto più giovane, attorniati e seguiti da gruppi di ragazzini festanti, suonavano le loro “allegre novene” innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare. Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina. Ed entrambi accordavano le caratteristiche nenie in onore della Madonna e di Gesù. Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una “scappellata” salutando il capofamiglia con un addio, sor padrò, con l’intesa di rivedersi l’anno successivo. Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero” conclude poeticamente il Tancredi, “ si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo”2

Nel Salento fino agli anni settanta, come in tutto il meridione, quando arrivava il 6 di dicembre e sino alla festa dell’Epifania, gli zampognari giravano ininterrottamente per tutte le strade di Lecce, in particolar mondo nel cuore storico della città, facendo felici soprattutto i bambini, che ascoltando il suono delle loro zampogne, capivano che finalmente stava arrivando il Natale, per loro, la festa più attesa di tutto l’anno. Poi la notte del ventiquattro dicembre e il mattino dopo, si posizionavano all’ingresso delle chiese, dove i cittadini andavano a pregare durante la veglia per la nascita di Gesù, e per la celebrazione della messa natalizia, suonando le loro melodiche nenie. Continuavano la loro performance, fino al giorno dell’epifania.

La loro scomparsa non è stata repentina, ma è avvenuta in modo graduale, prima accorciando i giorni delle loro…serenate durante la novena dicembrina e poi scomparendo dalla città, per restare ancora qualche anno come consuetudine e costume dei paesi.

Oggi, però, chi è legato particolarmente alle tradizioni, perché comprende l’importanza e il valore che esse hanno nella nostra cultura, per cui non dovrebbero assolutamente andare smarrite, può ammirare queste carismatiche figure, nel contesto dei presepi viventi, fenomeno sempre più diffuso, nel Salento, dove si svolge una vera e propria sfida, tra il borgo o il paese che riesce a realizzare quello più suggestivo.

Si entra così in un’atmosfera surreale di magia del Natale, dove lungo il percorso si incontrano, pastori, ciabattini, fabbri, falegnami, pescatori, che svolgendo il loro mestiere, abitano un villaggio magico, lungo un sentiero che tra rocce e ruscelli, porta sino alla grotta di Betlemme, dove giace tra Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello, il bambino Gesù, circondato dagli angeli, e dal suono celestiale delle zampogne. Nel Salento ve ne sono alcuni veramente belli, e i visitatori arrivano da ogni luogo. Inoltre, le tradizioni antiche, vengono di continuo recuperate e restaurate, esattamente come è successo con la musica popolare. Questo grazie ad un gruppo, fondato nel 1975 dalla scrittrice Rina Durante, il Canzoniere Grecanico Salentino, che è il più importante gruppo di musica popolare salentina, il primo ad essersi formato in Puglia. L’affascinante dicotomia tra tradizione e modernità caratterizza la musica del CGS: il gruppo è composto dai principali protagonisti dell’attuale scena pugliese, che reinterpretano in chiave moderna le tradizioni della musica passata. Un membro in particolare di questo gruppo, il giovane Giulio Bianco, animato da grande curiosità e passione per gli strumenti a fiato, si dedica ad uno studio meticoloso e costante dei flauti (dritti e traversi), dell’armonica a bocca e della zampogna italiana. L’esigenza di ampliare le possibilità dello strumento lo porta, inoltre, a intraprendere lo studio della zampogna a chiave “Melodica” e della zampogna zoppa, che gli permette il confronto con altri generi musicali, e che gli da l’opportunità, nella riproposta della musica popolare salentina, di usare lo strumento con una sensibilità moderna e personale.3

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1 Natale, storia, racconti, tradizioni. Paoline editoriale libri, 2005, p.98

2 Giovanni Tancredi, Folklore garganico, 1938

3 Giulio Bianco, membro del canzoniere grecanico salentino, il primo e più antico gruppo di musica popolare salentina ad essersi formato in Puglia, più di 35 anni fa.

 

Spigolature natalizie

di Paolo Vincenti

Simbolo di felicità, il vischio è considerato un portafortuna. Secondo una tradizione di origine anglosassone, baciandosi sotto il vischio ci si sposerà entro l’anno seguente.

Il vischio era considerato una pianta apportatrice di fecondità, dato che le sue bacche schiacciate davano un liquido molto simile al seme umano.

I Druidi, i sacerdoti degli antichi Celti, consideravano questa pianta sacra perché le attribuivano particolari virtù come quella di allontanare le epidemie. Questa  pianta veniva recisa dall’albero su cui nasceva con una solenne cerimonia che si svolgeva, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, il sesto giorno della luna e veniva tagliata con un falcetto d’oro. Questo utensile univa in se le opposte energie solari (l’oro è infatti un metallo legato al sole) e lunari (la falce ha la forma di una mezzaluna), ed era quindi simbolo della riunione dei due principi, maschile e solare con quello femminile e lunare.

Il  vischio è considerato come una panacea di tutti i mali poiché esso cresce sui rami degli alberi e non ha quindi contatti con la terra. Virgilio, nell’Eneide, lo cita per le sue virtù magiche.

Il Vangelo apocrifo Armeno assegna loro i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre Una antica consuetudine era anche quella di preparare le focare cioè accendere dei fuochi ai crocicchi delle strade del paese ai quali si dava fuoco la vigilia di Natale.

La famosa “stella di Natale”, che da secoli si lega agli allestimenti tipici del Natale, nasce dal regalo di un bimbo. Narra la leggenda che il 25 dicembre di un anno imprecisato,  un bimbo povero entrò in una chiesa per offrire un dono a Gesù nel giorno della sua nascita. Si trattava di un esile mazzo di frasche ed il bimbo, triste e vergognoso per il suo magro regalo, cominciò a piangere. Ma le sue lacrime, che bagnavano quei

Le origini del Natale

Parigi, Museo del Louvre, Adorazione dei pastori (ripreso da Francesco Salviati)

di Paolo Vincenti

Vengono da molto lontano le origini del Natale cristiano. Proviamo a ricostruirle. In concomitanza con la parabola terrena di Gesù e la prima diffusione del Cristianesimo, a Roma si diffondevano alcune religioni provenienti dall’Oriente, come il culto della Dea frigia Cibele, la Grande Madre, il culto degli dei egizi Iside, Osiride e Serapide, e quello del dio persiano Mitra. Il trionfo dei culti orientali concludeva, a Roma, un processo di penetrazione iniziato in epoca remota, perchè sempre straordinariamente sensibile era stata Roma alle religioni “altre”, estranee alla cultura autoctona, importate grazie a quel processo di sincretismo che caratterizzava la religione romana. La promessa della salvezza costituiva la caratteristica principale delle religioni orientali che, per questo, sono chiamate “salvifiche”. Le divinità, che si credeva avessero conosciuto la morte e la risurrezione, erano più vicine all’uomo di quanto non lo fossero gli dèi della religione di Stato, così lontani e irraggiungibili.Il loro culto comportava una iniziazione molto elaborata, in seguito alla quale il neofita era ammesso nella confraternita, insieme agli altri adepti.

Religioni “misteriche”, dunque, ed “esoteriche”, che esercitavano un fascino particolare non solo sulle classi più colte ed abbienti ma anche sulle classi popolari, penetrando a fondo nel tessuto religioso, politico e culturale romano. Di fronte ad un nemico così forte come il paganesimo, la religione cristiana aveva due strade davanti: quella di combatterlo strenuamente, impresa ardua, quasi impossibile, oppure quella di assimilarlo in se stessa, rendendolo, per così dire, innocuo. La storia dimostra che il cristianesimo scelse questa seconda strada.

Kronos Mitraico – Aeon o Zervan Akarana (da http://mitra-nabarzes.blogspot.com)

Fra le religioni orientali, una di quelle  che maggiormente attecchirono, a Roma, era il Mitraismo, al punto da far scrivere allo studioso Ernest Renan che “se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione da qualche malattia mortale, oggi il mondo sarebbe mitraico”. Assimilato con la religione del Sole, il mitraismo, durante il regno di Aureliano, godette di una vasta fortuna, oltre che nell’esercito, soprattutto tra le classi più modeste della società: schiavi, liberti, operai, artigiani, ecc.

Dagli stessi strati popolari muoveva l’altra grande religione monoteista dell’epoca: la religione cristiana, che, con i suoi apologisti, come Giustino, Tertulliano, Firmico Materno, avversò il mitraismo come il suo più pericoloso avversario. In effetti, oltre alle comuni origini orientali, molti erano gli elementi sorprendentemente somiglianti fra i due culti. Innanzitutto, la leggenda della nascita di Mitra in una grotta, la sua vita sulla terra di trentatre anni e l’aureola che il Sole gli dona. L’episodio di Mitra che fa scaturire l’acqua dalla roccia richiamava il miracolo della rupe di Mosè e il miracolo della fonte di San Pietro; non può sfuggire il parallelismo tra le lustrazioni e il battesimo cristiano, la comune credenza nella resurrezione dei morti e nel giudizio finale, la data di nascita del dio, fissata il 25 dicembre, poco dopo il solstizio d’inverno, da entrambe le religioni.

Il rituale mitraico prevedeva sette gradi di iniziazione, stesso numero dei misteri cristiani, e chi raggiungeva il grado più alto era chiamato “Pater”, stesso appellativo con cui ci si rivolge ad un sacerdote cristiano, e questi era colui che officiava i riti, era considerato il ministro della divinità in terra, indossava un berretto ed un vestito rossi, come i cardinali, ed aveva un bastone da pastore con la punta ricurva, come la mitra dei vescovi cristiani. Ben presto i cristiani considerarono il mitraismo un travisamento satanico dei riti della loro religione, perseguitandolo aspramente. Nella lotta tra le due comunità, una prima vittoria fu conseguita dai cristiani, con l’Editto di Costantino del 313 d.C. Anche Costantino, prima della conversione, era un fedele del culto solare e vedeva nel “Sol Invictus” il fondamento del suo impero.

Dio del Sole con una quadriglia (da http://mitra-nabarzes.blogspot.com)

In seguito, il Sole venne subordinato al Dio supremo e questa fu la prima conseguenza della conversione al cristianesimo dell’imperatore. Il 28 ottobre del 312, Costantino sconfisse il suo avversario Massenzio sul Ponte Milvio. Secondo Lattanzio, Costantino ricevette in sogno un avvertimento, cioè di far imprimere sugli scudi il segno celeste (“in hoc signo vinces”) e di attaccare battaglia in questo modo; egli obbedì e fece iscrivere sugli scudi il nome di Cristo. L’anno dopo (313) si giunse così all’editto di Milano.La restaurazione pagana di Giuliano l’Apostata (361-363) permise una ripresa del culto di Mitra, facendo momentaneamente fermare la distruzione dei mitrei che nel frattempo era cominciata. Con la vittoria di Teodosio su Eugenio (394 d.C.), la religione cristiana prevalse definitivamente su quella mitraica e a Roma, sopra i mitrei, saccheggiati e distrutti, vennero erette chiese e basiliche. I primi simboli cristiani incominciarono a comparire sulle monete fin dal 315, mentre le ultime immagini pagane comparvero nel 323.

Ma tornando al Natale, come si sa, la data del 25 dicembre, in cui si festeggia la nascita di Nostro Signore, è puramente convenzionale. Già le antichissime feste dei Saturnali si svolgevano a Roma dal 19 al 25 dicembre. Non fu facile giungere a questa data. Il racconto di San Luca, il più completo sull’argomento, narra di pastori che passarono la notte all’aperto, cosa che fa pensare ad una stagione primaverile piuttosto che al rigido inverno.

Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe, Cornelis Cort: Adorazione dei pastori (1565)

Anche tutta la tradizione patristica fissava la nascita di Gesù in un giorno di primavera, variamente il 18 aprile, il 28 marzo o il 29 maggio. Clemente d’Alessandria l’aveva stabilita il 19 aprile. Fu il monaco Dionigi a collocare la nascita di Gesù al 25 dicembre. Il Papa Giovanni I, infatti, aveva incaricato questo monaco astronomo di calcolare la data della Pasqua, perché questa fosse fissata per tutto un secolo, a  partire dal 525 d.C.. Gli studi di Dionigi, che contemplavano astronomia, matematica, fede cristiana e tradizioni pagane, portarono ad una modifica del calendario. Invece di contare gli anni a partire dall’incoronazione di Diocleziano, come si faceva fino ad allora, Dionigi si riferì alla data dell’incarnazione di Cristo che, secondo le sue stime, era avvenuta 753 anni dopo la fondazione di Roma. La data fu ricavata calcolando a ritroso gli anni di Cristo. Si partì dal numero magico 33, quanti sono gli anni che Cristo avrebbe trascorso sulla terra. Poiché la morte di Cristo era stata già fissata al 25 marzo, presumendo che questa fosse avvenuta, appunto, 33 anni dopo la sua incarnazione, che quindi veniva anch’essa fissata ad un 25 marzo, la nascita non poteva allora essere avvenuta che nove mesi dopo la sua incarnazione nel ventre di Maria, e quindi il 25 dicembre.

Le prime tracce del Natale come festività cristiana si incontrano nel III secolo dopo Cristo e il suo definitivo affermarsi verso la metà del IV secolo: precisamente, la festa del Natale fu introdotta ad Antiochia dopo il 375 e ad Alessandria dopo il 430.

Da San Nicola a Santa Claus

DA BARI ALLA LAPPONIA: STORIA E LEGGENDA DI BABBO NATALE
 
di Paolo Vincenti

Uno dei personaggi più popolari dell’immaginario collettivo è sicuramente Babbo Natale, l’allegro e paffuto vecchietto dalla barba bianca che, durante il periodo natalizio, imperversa su giornali, internet, tv, centri commerciali  e in tutti i luoghi di aggregazione sociale, dai quali  ci sorride immancabilmente il suo faccione rubicondo. Come ormai tutti sapranno, il personaggio storico da cui il Nostro prende le mosse è San Nicola. Il Santo, nato da una ricca famiglia a Patara, in Turchia, nel IV secolo, è molto venerato anche nel Salento. Calato nella vasca per ricevere il battesimo, il piccolo Nicola si reggeva in piedi da solo, congiungeva le manine al petto e pregava. Inoltre, ogni settimana, il mercoledì e il venerdi, giorni di digiuno per i fedeli dei primi secoli, non voleva mai succhiare il latte e si opponeva con gesti e grida alle insistenze della madre Giovanna, che voleva indurlo a poppare. E questi sono solo alcuni dei suoi miracoli.Uomo onestissimo e integerrimo, divenuto vescovo di Myra, partecipò al Concilio di Nicea del 325 per combattere l’eresia di Ario. Così, già in vita, si diffuse la fama della sua magnanimità e della sua santità e, quando morì, le sue spoglie furono deposte a Myra. Molti ambivano di possedere le sue ossa. Nel 1087, un gruppo di mercanti baresi, con alcune navi cariche di frumento, partirono per Antiochia. Da lì, avendo il disegno di impossessarsi delle ossa di Nicola, si diressero a Myra, che si trovava sotto la dominazione dei Turchi. Riuscirono così, anticipando altri mercanti, come i veneziani, che pure avevano di mira il prezioso bottino, a conoscere il luogo dove era depositato il santo sepolcro e, non senza ostacoli e violenze, riuscirono a rompere la pietra del pavimento e scoprire la tomba. Un soave odore di incenso indicò

13 dicembre. La Fiera di Santa Lucia a Lecce

 

LA FIERA E LA FERA.  LA TRADIZIONE DELLA FIERA DI SANTA LUCIA A LECCE

di Paolo Vincenti

Quella della Fiera di Santa Lucia a Lecce è una tradizione antichissima, legata alla Festa di Santa Lucia, che si celebra il 13 dicembre. Già Giulio Cesare Infantino ne parla nella sua opera “Lecce sacra” del 1634, definendo l’antichissima fiera “ principalissimo mercato dove concorrono diversi venditori e compratori con diverse sorti di robbe”. I festeggiamenti, da sempre, si svolgevano intorno all’antica chiesetta di Santa Lucia, demolita nei primi anni del 1960 ed oggi non più esistente. La statua della Santa venne trasportata nella chiesa di San Giuseppe, dove si trova ancora oggi. Come informa Rossella Barletta in “Natale nel Salento” (Guitar Edizioni, 2003), “quando vigeva l’abitudine di pagare l’affitto di casa, la cosiddetta terza, a scadenza quadrimestrale, molti espositori speravano nel ricavato delle vendite di tutto ciò che serviva all’allestimento del presepe […] per poter fare fronte a quell’impegno; data la stagione invernale avanzata e l’incostanza del clima, gli espositori trepidavano per la buona riuscita della fiera e non mancavano di rivolgere interessate preghiere al cielo: ci bà chioe, sta sciurnata, sorte mia!, se va a piovere, in questo giorno, povero me!”. Dalla stessa fonte apprendiamo che il 13 dicembre 1931 fu inaugurata la “I Fiera del Presepe”, organizzata dalla Segreteria Provinciale della Federazione Artigiana di Lecce, in Piazza Sant’Oronzo, sotto l’alto patronato del Gerarca del Fascismo Achille Starace.

Nel 1937, si tenne la “I Mostra Dopolavoristica del Presepe” e nel 1946, la “I Mostra Artigiana Mercato del Presepio” a cura della Camera di Commercio, che protrasse la durata della fiera dal 13 al 24 dicembre.

Un’arte antica, quella della lavorazione dei tradizionali pupi in terracotta, un’arte iniziata, pare, a Lecce, dai barbieri i quali, avendo molto tempo a

Gallipoli. Melodie, sapori e tradizioni, nell’attesa del Natale.

 

 

di Piero Barrecchia

Impossibile intraprendere il periplo delle mura antiche senza affacciarsi a quel balcone fantastico che è il connubio tra cielo e mare, tra natura e opera umana.

Nei tramonti si perde lo sguardo del visitatore.

Negli stessi tramonti trabocca il cuore del gallipolino che si fa prendere da nostalgie di profumi, suoni, pensieri e persone, che sono ancora nel ricordo vivo, che irrompe, come nelle narici, il vento della tramontana. In questo periodo di freddo e vento, in questo periodo caldo per il cuore, che si lascia intenerire da tradizioni sacre ed attese.

Antichi ricordi e tempi presenti, per nulla saturi di quella monotonia globalizzata.

Giorni, tra speranze e nostalgie, vissuti intensamente; giorni attesi.

I cinque Santi dell’Avvento gallipolino: Teresa “Madre”, il 15 ottobre, Cecilia, il 22 novembre, Andrea il “Pescatore”, il 30 novembre,  l’Immacolata, 8 dicembre e  Lucia, il 13 dicembre . Sono loro a scandire l’orologio dell’attesa.

Presenze discrete, che incedono lentamente tra le vie del centro storico, ondeggiando, “nnazzacando” al ritmo di una musica soave, fatta da strumenti popolari, che non varcano le soglie delle grancasse o dei teatri. Musica della pace interiore, note tradizionali ed anch’esse nostalgiche che per nulla possiedono il sangue bleu delle auliche sonate, anzi, ben si distinguono nel genere, chiamato “Pastorale”, il che è tutto dire!

Illuminate da fioche luci, le sacre statue notturne, che si affacciano per un attimo alle mura urbiche, quasi avvertissero anch’esse il vento fisico, riparando subito, virando nel labirinto delle vetuste vie.

Santi familiari da rispettare, ma che li porti perfino in tavola, perché è un giorno di festa ordinaria, un giorno di festa familiare, in cui si fa di tutto per accontentare il festeggiato preparando le sue pietanze preferite.

E’ così che il menù oscilla tra rape stufate ed il baccalà, tra i calamari appena pescati ed il decotto, tra il vino ancora novello e l’acredine delle olive incastonate nel pane delle “pucce”, tra gli aciduli capperi, le salate acciughe ed alici, un digiuno prefestivo per l’Immacolata e le immancabili “pittule” semplici o farcite con vari ingredienti, tutti previsti.

L’odore acre degli agrumi, il sapore dolce dei datteri di palma ed in preparazione gli “scajozzi” e li “purciaddruzzi”, si confonde con l’odore della colla di farina, fra mille pezzi di giornale, che le mani sapienti, modellano per preparare un posto dignitoso al Messia.

Sapori forti e vivi che collegano il gusto al cuore, mentre fuori dall’uscio tutto tace, nell’intermittenza fioca delle luci, nell’avvicinarsi e nell’allontanarsi della Pastorale, tra le “monzette” ed i “cappucci” svolazzanti dei confratelli, che, lenti incedono, recando i ceri votivi, la cui fiamma incerta tutelano con una mano. Visioni viventi dei quadri di Rembrant, tra luci profuse ed ombre non definite.

E lì, oltre il perimetro delle mura custodi, il mare circonda le isole del “Campo”, dei “Piccioni” e di “Sant’Andrea”, che nell’autonomia del suo faro, riproduce in proprio, la sua processione, nei riverberi della sua luce nelle acque marine, nel vento che ulula, nel suo stesso nome.

Lì, tra le sere del mare, dall’altura della “Serra”, si intravedono finte costellazioni, prodotte dalle imbarcazioni, mentre, i pescatori sono intenti alla cattura dei calamari, che le donne, saggiamente, sezioneranno per le “pittule”.

Giorni magici, di quella magia che ci fa riscoprire umani, mentre i presepi di cartapesta, si asciugano al vento della tramontana e prendono vita dai colori del sangue, del cobalto, del grano, della terra, della neve, del muschio.

Giorni dei semplici che donano una ricchezza interiore incomparabile.

Giorni nostri, tranquilli, di famiglia.

Il mio Natale a Martina Franca

 

 

di Dora Liuzzi

Era mia nonna che, subito dopo la festa dell’Immacolata, cominciava a creare, in casa, l’atmosfera natalizia che noi ragazzi sognavamo per un intero anno; tutto aveva inizio con il suo invito caloroso:  “piccini, cominciate a raccogliere il materiale per il presepe”.

I miei fratelli allora avevano campo libero: c’era un falegname che aveva la sua bottega di fianco al portone di casa di mia madre (io vivevo a casa di nonna dove si svolgeva la vita di noi tutti); il suo nome era Antonuccio “pizzaridd”; da lui essi prendevano pezzi di legno di varia lunghezza e di diverso spessore; rientravano carichi e cominciavano a depositarli nel “maiazzl”, un’ampia stanza-deposito per le provviste che, pcr1’occasione, si trasformava in laboratorio.

Seguiva la raccolta dei giornali c poiché allora non c’era tanta carta in giro come oggi, per metterne insieme un bel po’, bisognava penare diversi giorni; si facevano ricerche nel retrobottega di nonno, dal cartolaio-libraio Mimi Carrieri, amico di famiglia e sempre tanto generoso (da lui mamma comprava i libri di scuola per noi quattro, “a rate” interminabili perché quelle di un anno si incrociavano con quelle dell’anno successivo) e talvolta anche qualche Famiglia cristiana, a cui mamma era abbonata, serviva allo scopo.

Tempi difficili quelli, di guerra e dell’immediato dopo-guerra, ma il presepe in casa non doveva mancare (come in casa Cupiello); mia zia, che sovrintendeva alle masserizie, brontolava sempre quando doveva mettere fuori la farina che serviva per preparare la colla: in un vecchio barattolo Nino e Pietro impastavano acqua e farina e non dovevano essere molto bravi, a detta di zia, se consumavano tanta, tanta farina; io allora vedevo colla dappertutto, sul pavimento, sui loro vestiti, sulle pareti e mi estasiavo, ma non “davo una mano” perché quello era lavoro esclusivo dei “maschi”.

Preparata la struttura del presepe, con montagne impervie, valli nascoste, qualche raro sentiero e una minuscola grotta, si passava alla seconda fase, la coloratura: con polvere verde e marrone il paesaggio veniva delineato meglio, anche se, a rivederlo oggi con gli occhi della memoria, mi rendo conto che quello era un paesaggio inesistente in quanto né in Palestina, né in

Dicembre e le sue festività

 

DICEMBRE. NATALE SI AVVICINA

di Paolo Vincenti

Il mese di dicembre, dal latino “december” (cioè il “decimo mese” secondo l’antico calendario giuliano), è caratterizzato da innumerevoli feste, che culminano in quella del Natale, tanto da essere definito il “mese santo” per eccellenza. Se le ricorrenze della Madonna Immacolata, 8 dicembre, e di Santa Lucia, 13 dicembre, (ma non dimentichiamo la festa di San Nicola di Myra, il 6 dicembre) sono feste autenticamente cristiane, proprio la festa del Natale può  essere considerata una festa  paracristiana, poiché affonda le sue radici in un passato pagano che si perde nella notte dei tempi. Si sa, infatti, che la data del 25 dicembre è una data arbitraria, stabilita dalla Chiesa per festeggiare in un fissato giorno la nascita del Cristo. Questa data venne scelta anche per sovrapporsi alla festività pagana del “Natalis Solis Invicti”, cioè il “Natale del Sole Invincibile”, che nella Roma imperiale  era festeggiato e molto sentito in tutte le province. Questo culto si era innestato su un culto ancora più antico e proveniente dalla Persia, vale a dire il culto del Dio Mitra, anch’egli “Dio della Luce”, che veniva festeggiato dalla comunità mitraica (molto fiorente fino al III secolo d.C.) il 25 dicembre, dies natalis di questo dio orientale, definito l’Invitto.  Alla data del 25 dicembre, inoltre, corrispondeva la festa ebraica della “Hannukah”, ossia la purificazione del Tempio, e questa era chiamata “Festa della Dedicazione” o “Festa delle Luci”. Inoltre, questa data era molto vicina a quella del solstizio d’inverno, che cade il 21 dicembre, e che comporta un cambiamento, una rigenerazione della natura, sia pure ancora impercettibile.

Quale data più appropriata di quella del 25 dicembre, allora, per collocarvi il dies natalis di Colui che ha portato il più grande cambiamento di tutti i

Naso all’insù. Passeggiando a Lecce nel periodo natalizio

Lecce, piazza Duomo

Quanto è bella, Lecce!

di Rocco Boccadamo

  

Non nasce, il presente titolo, ad imitazione di canzoni di moda di qualche decennio fa, esso ha, bensì, origine dall’esclamazione/esternazione spontanea dell’amico di passeggiata in questa serata: un leccese doc, il quale ha trascorso l’intera esistenza a contatto degli angoli e, perciò, conoscendo come nessun’ altro il luogo, la città.

Eppure, egli è ancora pazzamente innamorato dell’aria, del volto della capitale del barocco, tanto da essere indotto a una dichiarazione d’amore un po’ speciale, giustappunto “quanto è bella Lecce”, paragonabile soltanto al modo di dire di un coniuge all’altro, insieme da cinquanta o sessanta anni con altrettanti calendari di albe e di notti a contatto di respiro, “quanto è bella la mia compagna (o compagno) di vita”.

E’ d’uopo una premessa, una piccola premessa, banale solo all’apparenza. Si parte dall’idea, di due coppie, di mangiare una pizza, semplicemente per stare insieme, per parlare e, quindi, ci si incontra in un locale del centro, dove si ha modo di assaporare la comunissima specialità tipicamente italiana, rivelatasi peraltro ottima, preceduta appena da uno stuzzichino paesano.

Forchetta e coltello sono veloci, particolarmente lesti nella circostanza, quasi che rechino dentro una molla, una spinta, non passa neppure mezzora, tre quarti d’ora da quando ci si è seduti e prevale l’idea di sbrigarsi, farsi portare il conto e uscire, girare un po’ per Lecce.

La serata è mite, leggermente umida ma gradevole, una temperatura insolita per il periodo, il primo sguardo intorno, uscendo dal locale, è per una ampia piazza, un luogo importante del tessuto urbano, racchiudente anche vestigia antiche, che da tempo immemorabile aspetta d’essere sistemata, rimessa a nuovo, esposta in pieno nella la sua bellezza. Esistono già progetti pronti, ma, naturalmente, la burocrazia non è mai troppa in questo paese.

Le scivoliamo lentamente accanto e, poi, l’abbraccio con le mura possenti del castello Carlo V, a dir la verità da poco sistemato, oggetto di restauro e che, quindi, si presenta nello splendore che gli è proprio. Pochi passi ancora e ci si tuffa in quello che è definito il cuore per antonomasia della capitale del barocco, ossia Piazza S. Oronzo.

Nell’area dell’anfiteatro sono già state allestite le casette di pietra o pajare per il tradizionale presepe di Natale, erette sebbene non ancora completamente pronte, l’inaugurazione avverrà qualche giorno prima del 25, ma, sin d’adesso, affacciandosi e osservando,è come se si anticipasse e si vivesse l’avvento della santa notte.

Lecce, chiesa del Gesù, particolare (ph Giovanna Falco)

Piazza S. Oronzo, è recentemente ritornata custode di un gioiello luccicante, di una sorta di bellezza unica per conto suo: il preclaro monumento barocco del Sedile è uno splendore d’argento fra cristalli e luci particolari, con elementi architettonici rimessi a nuova vita e a regola d’arte, medaglioni nella classica pietra leccese che s’affacciano ammalianti agli occhi del passante, come del visitatore o dell’esperto, a guisa di opere autenticamente mirabili.

Secondo gli usi e costumi dominanti, ogni settore della società moderna vuole spazio, la sua parte e, di qui, in Piazza S. Oronzo, sono stati allestiti, per il periodo natalizio, una serie di padiglioni in materiali moderni, al cui interno si espletano attività commerciali, sia pure nobilitate, in questo caso, con l’etichetta di sagra o fiera dei pupi, ossia a dire delle statuine tipiche dei presepi domestici.

Lecce, particolare del campanile del duomo (ph Giovanna Falco)

Si nota parecchia gente fra i banchi di vendita, il che fa prevalere il senso e il clima del commercio, l’aria degli affari, connotati non proprio in linea con la bellezza della location.

Al contrario, un’idea apprezzabile può definirsi quella delle piccole tende allestite lungo il perimetro del Palazzo di Città o Palazzo Carafa. Sono ambiti composti, che non stonano; in aggiunta ad essi, da quest’anno per la prima volta, sulle pareti del medesimo Palazzo Carafa, sono stati appoggiati, addirittura sembrano inseriti dentro i conci, modelli di stelle, evidentemente sempre in omaggio al prossimo Natale.

E’ naturale che, come fanno tutti i leccesi e non solo, da Piazza S. Oronzo si passi in una delle vie dell’eleganza cittadina, Vittorio Emanuele. Oltre a veder affacciati lungo i suoi lati eleganti negozi e vetrine di classe, tale arteria è diventata il primo tratto del centro storico cittadino dove si estrinseca, ogni giorno e in tutte le stagioni, il rito, l’abitudine, l’usanza del sedersi all’aperto, del bere o mangiare qualcosa ai tavoli appositamente allestiti, non un aperto qualsiasi, uno stare fuori qualunque, bensì in angoli rivestiti di particolare attrazione, contenuto e significato.

Lecce, particolare di palazzo Adorno (ph Giovanna Falco)

Un esempio degno di apprezzamento, fra le iniziative di tale tipo, è dato da una rinomata libreria, i cui titolari, con saggezza e lungimiranza, hanno deciso di abbinare alla vivissima attività a sfondo culturale e didattico, imperniata su un vasto catalogo e una ricca dotazione di opere scolastiche, d’arte e scrittorie in genere, anche l’attività d’intrattenimento, attraverso una bella infilata, per un’intera piazzetta, di tavolini e sedie all’esterno.

L’esercizio citato è solo il primo tassello, giacché da lì, partendo da una parete della chiesa di S. Irene e poi a seguire, uno dietro l’altro, si trova tutta una serie di similari angoli di intrattenimento, di sosta, non soltanto dei giovani: vi si consumano gli alimenti o bevande o ingredienti più disparati, da tutti gli avventori traspare il piacere di fare questo in questo modo, fidanzati, amici, gruppi familiari, nugoli di turisti, finanche persone del posto, di una certa età, le quali, la sera, abdicano al desco ordinario in casa per uscire e mangiare qualcosa fuori.

Ciascuno di detti angoli si differenzia dagli altri, non si nota una catena di montaggio, ma la personalizzazione distintiva dei vari posti dove sostare.

Lecce, chiesa del Carmine, particolare della facciata (ph Giovanna Falco)

Da via Vittorio Emanuele è d’obbligo la svolta a sinistra per accedere al cuore dell’arte leccese, Piazza Duomo.

Se Piazza S. Oronzo è il cuore della tradizione, l’epicentro dell’arte nel capoluogo è, appunto, Piazza Duomo: si può ragguagliare a un nido, un concentrato di bellezze, gli occhi si appagano, si saziano, s’illuminano nel passare in rassegna gli edifici che fanno da contorno e da perimetro a questo sito.

ph Giovanna Falco

Seminario, i due ingressi della chiesa cattedrale, gli altri edifici, i negozi artigiani, la sede dell’Archivio Diocesano, l’insieme dà l’idea di uno scrigno di gioielli. Non occorre necessariamente che si sia esperti o addetti ai lavori, anche gli animi semplici, i volti e gli sguardi di chiunque, dai bambini ai nonni, ne traggono gioioso godimento.

Stasera, in Piazza Duomo, si registra una presenza in più, sottoforma di svettante albero di Natale realizzato con piccole luci di colore dorato, a sagoma di abete snello. Invero, l’aver sostituto il naturale verde dei suoi rami con fianchi di minuscole lampadine dorate lo rende più caldo, meglio in sintonia con i contorni dell’ambiente: in definitiva, va giudicato opportuno, discreto e composto, l’intervento di chi ha voluto realizzare il simbolico abbellimento.

E però, in questa serata, la preziosità d‘eccellenza e fantastica, fermandosi in Piazza Duomo, consiste nel poter godere della visione di un binomio, una coppia di meraviglie, che, senza tema d’esagerare, è dato di definire uniche e in certo senso irripetibili.

V’è l’elevatissimo campanile, naturalmente illuminato nelle sue arcate progressive sino alla sommità, che sembra ergersi al pari di una scala per accedere oltre la volta azzurra o, di notte, blu scura e, appena a ponente, a sormontarne la cima, trovasi affacciato il volto pressoché tondo, placido, luminoso, se non sorridente inequivocabilmente sereno, della luna.

Ecco, la luna, rispetto alla configurazione assegnata al campanile, si pone nel ruolo di un’ulteriore passerella per arrivare proprio al cospetto di Chi tutto ha ideato e creato.

ph Giovanna Falco

Bastano sparuti attimi per essere presi appieno dalla magia della descritta eccezionale contingenza, di questo insieme fuori del comune, campanile del duomo e luna: la sequenza conferisce l’immagine di voci che parlano alle coscienze, alle menti e ai cuori degli umani, si traduce in fiore all’occhiello di questa città bella, realtà che affascina tutti, non cessa di piacere a chi vi è nato e in pari tempo non manca di catturare l’apprezzamento, la gioia di circolarvi, da parte di quanti arrivano da ogni parte, da ogni altra realtà, magari non meno bella e interessante, Lecce è unica, è ineguagliabile.

Le bellezze e gli angoli sfiorati e scrutati nell’odierna passeggiata serotina, sono ovviamente una piccola parte del patrimonio artistico di Lecce, per completare la rassegna occorrerebbero giri e osservazioni ben più prolungati.

Fra le sensazioni della camminata in compagnia della coppia di amici, un altro aspetto colpisce: la presenza consistente, considerevole di gente in giro, nonostante si sia in dicembre, nonostante, come detto all’inizio, che vada calando e penetri una spanna d’umidità, le strade sono affollate, le piazze e piazzette pullulano, pullulano letteralmente di adulti, ma specialmente di giovani, ragazzi, ragazze.

Di tutti i tipi, figure le più variegate, dissimili e, nondimeno, aventi in comune il piacere di vivere, non ci può essere esitazione, in altri termini, a definire questo popolo della sera, l’affollato popolo della sera, anch’esso come una serie di monumenti, parimenti degni d’attenzione, anzi di particolare attenzione, trattandosi di monumenti in carne e ossa, viventi.

E’ bello soffermarsi su qualche viso, sul modo di abbigliarsi di determinate figure, magari giovanissime e che però denotano, alla luce di minuscoli particolari, i segni di personalità non vuote, bensì piene, specchio di animi e interiorità pieni, è in fondo appagante constatare come molti di questi ragazzi siano portati a distinguersi, ad essere loro e basta, la predisposizione o  il desiderio in tal senso promettono bene riguardo al divenire, alla vita da adulti dei giovani protagonisti in discorso.

Lungo innumerevoli pub, locali, ritrovi, banconi di mescita, Lecce si rivela viva e attiva come non mai, in questo modo il quadrante dell’orologio in cui si vive va ad estendersi, non più atti da svolgersi canonicamente sotto la luce del sole e basta, sono belle, piene e intense anche le sere: quelle come l’odierna, hanno poi un sapore del tutto indicativo, segnando la vigilia di una festa, di una venuta.

Purtroppo, a Lecce, come dovunque, attualmente non ci sono solo svaghi,  volti belli, consolatori, promettenti, si annidano anche difficoltà, disagi, carenza di lavoro, problemi di persone, di istituzioni, problemi finanziari in particolare.

Anzi, riguardo a questi lacci e fardelli, la vita responsabile c’impone di essere sensibili, equilibrati e vigili a tempo pieno nel corso della nostra quotidianità. Rispetto a tale doveroso vincolo, un piccolo strappo, una deroga, resti separata la rievocazione di una breve passeggiata di piacere, di piacere autentico attraverso Lecce e  fra le sue bellezze.

Leggende sotto l’albero

di Paolo Vincenti

L’Albero di Natale.  Una leggenda vuole che l’Albero di Natale sia uno degli alberi del giardino dell’Eden, per l’esattezza quello da cui Eva colse il frutto proibito. Questo albero sarebbe avvizzito e non sarebbe più fiorito, fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino .Un’altra leggenda vuole che, dopo la cacciata dall’Eden, Adamo avesse portato con sé un ramoscello dell’albero del bene e del male. Da questo ramoscello sarebbe poi fiorito l’abete che fu usato per l’Albero di Natale.

Il pettirosso. A Betlemme un piccolo uccellino entrò nella stalla dove la Sacra Famiglia dormiva. Di notte, vedendo che il fuoco si stava spegnendo, volò giù verso le braci e tenne il fuoco vivo per tutta la notte con il movimento delle sue ali, per tenere in caldo Gesù Bambino. Al mattino, il petto dell’uccellino divenne rosso, come premio per l’amore che aveva avuto per il neonato Re.

Le campane di Natale. La leggenda delle campane di Natale è legata ad un episodio accaduto dopo la nascita di Gesù Bambino. Tutti i pastori accorrevano alla grotta di Betlemme, ma un piccolo bimbo cieco, sentendo l’annuncio degli angeli, pregava i passanti di condurlo da Gesù , ma nessuno

Per una storia del presepe. I presepi artistici nel Salento

LA MAGIA DEL PRESEPE DA SAN FRANCESCO AD OGGI 

di Paolo Vincenti

Che Natale sarebbe senza il presepe? Soprattutto nel nostro Meridione, è ancora viva e molto sentita la tradizione di allestire nelle proprie case “o’ presepio”, come lo chiamano a Napoli (come dimenticare quella famosissima scena dell’opera teatrale napoletana “Natale in casa Cupiello”, in cui il grande Eduardo chiede insistentemente al figlio “te piace o’ presepio?”), elemento straordinariamente poetico e romantico, a differenza del più recente albero di Natale, che rimanda all’elemento profano e consumistico della festa. Il presepe è per noi uno dei simboli più cari del periodo natalizio. Storicamente, il merito di avere “inventato” il presepe, viene attribuito a San Francesco il quale si rifece alle sacre rappresentazioni che fin dal primissimo Medioevo venivano inscenate in chiesa durante la liturgia della notte di Natale. Il Santo dei poveri riprodusse la scena della Natività a Greccio, piccolo paesino in provincia di Rieti, nel 1223, secondo la testimonianza di San Bonaventura, con personaggi in carne ed ossa, per rendere più vicino anche alle persone umili e semplici e agli analfabeti, che non potevano leggere le Sacre Scritture, il miracolo della nascita di Gesù.

Molto bella la storia dell’arrivo di San Francesco a Greccio, nel 1209, ancora oggi rievocata nel piccolo paesino montano in provincia di Rieti.

pastorelli in cartapesta leccese

Suggestiva la leggenda della scelta del luogo dove costruire un convento, che venne affidata al tizzone lanciato da un ragazzino, l’incontro di San Francesco con il Signore di Greccio, Giovanni Velita, al quale raccontò di voler rappresentare la nascita di Gesù in una grotta sui Monti Sabini, e quindi l’allestimento del primo presepe vivente della storia, con pastori, Giuseppe, Maria e il Bambino, il bue e l’asinello Il più antico presepe inanimato si deve invece ad Arnolfo di Cambio, che lo scolpì in legno, nel 1289, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, anche detta “Ad Presepe”, perché conserva i resti della Sacra Culla. Secondo la tradizione, questa Culla sarebbe stata trasportata  da Betlemme a Roma all’epoca di Papa Teodoro I (642-649). L’ usanza  di allestire dei presepi artistici divenne così popolare che presto tante altre chiese vi aderirono. Ognuna creava un proprio presepio particolare ed unico, dove le scene della Natività erano spesso ornate con oro, argento, gioielli e pietre preziose.

Secondo la leggenda, comunque, il Salento vanta un invidiabile primato in fatto di presepi: infatti, il primo presepe artistico del mondo sarebbe stato realizzato a Lecce da San Francesco nel 1222. Il Santo tornava da un viaggio in Oriente e si sarebbe fermato a passare le feste a Lecce. Qui, avrebbe realizzato un presepe artistico con statue in terracotta, un anno prima del “presepe vivente” di Greccio.

Il Salento conserva una tradizione presepiale antichissima. Moltissimi presepi, di tutti i tipi, viventi, artistici, meccanici, piccolissimi ed enormi, sono realizzati in ogni angolo della nostra provincia: nelle chiese, nelle piazze, nelle masserie di campagna, nei “trappeti”, nelle grotte in riva al mare, se non addirittura in fondo al mare. Il termine “presepe”, che vuol dire propriamente “stalla, greppia”, deriva dal latino “praesepium”,  parola composta dal prefisso “prae” che significa “davanti”, e “saepes”, che significa “siepe”, ossia un recinto limitato da una siepe, ad intendere appunto una stalla, o, più specificamente, la “mangiatoia” degli animali, nella quale nacque Gesù. In tutti i presepi sono raffigurati la Madonna, San Giuseppe ed il Bambinello, scaldato dal bue e l’asinello. Fuori dalla grotta, i pastori, vestiti con pelli di agnello, gli zampognari che con le loro cornamuse allietano la fredda nottata, poi il  “guardastelle”, un pastore con lo sguardo rivolto al cielo in cerca della stella cometa.

Un posto d’onore è riservato a  Santu Scilesciu, San Silvestro, un pastore che è sempre raffigurato in ginocchio, con un fagotto sulle spalle che simboleggia l’anno che è trascorso e, quindi, la vicinanza del Capodanno quando, appunto, viene festeggiato San Silvestro.

Poi, i Magi con i loro doni di oro incenso e mirra. Sulla grotta, sono presenti due angeli che reggono un cartiglio con la scritta “Gloria in excelsis Deo”.

Riguardo l’asino e il bue, la leggenda vuole che, nella santa notte, mentre il bue si avvicinò al bambino che aveva freddo per scaldarlo col suo alito, l’asino, invece, stupido e testardo, si mise a ragliare come se fosse estate, impedendo così al bambino di addormentarsi. La Madonna, allora, lo punì, rendendolo rozzo ed ignorante, a differenza del bue che è invece un animale forte ed intelligente. Si deve ad Origene, importante erudito dell’antichità cristiana, aver aggiunto nella grotta le figure del Bue e dell’Asinello.

presepe di Torre Santa Susanna

Se fu San Francesco il primo a dar vita ad una rievocazione della nascita di Gesù, con pastori, bestie e Sacra Famiglia in carne ed ossa, la raffigurazione della Natività ha origini ben più antiche. Infatti, i primi cristiani usavano rappresentare con graffiti la scena della Natività nei loro luoghi di incontri e, successivamente, quando finirono le persecuzioni, anche nelle prime chiese, con rilievi ed affreschi.

L’uso di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel Quattrocento, soprattutto nel Regno di Napoli: infatti, molto importante è il presepe di San Giovanni a Carbonara (1484), conservato, sia pure parzialmente, a Napoli, con pregevoli figure lignee.

Ideatore del presepe popolare è invece San Gaetano da Thiene che, nel 1500, immise nel presepe, insieme con i personaggi storici, personaggi secondari, vestiti con gli abiti del tempo, che dovevano fare da contorno alla scena madre della Natività.

Oltre ai francescani, a diffondere la tradizione del presepe furono poi i domenicani e i gesuiti.

Nel Cinquecento,  molti presepi erano allestiti nei conventi romani e, fra questi, particolarmente apprezzato era quello dell’Aracoeli, dove si trovava un Gesù Bambino che un anonimo frate francescano, secondo la tradizione, aveva intagliato direttamente da un tronco d’ulivo del Getsemani, come riferisce il francescano spagnolo Juan Francisco Nuno nel 1581.

Nel Seicento, dalla Toscana e dal Nord Italia, la tradizione si diffuse moltissimo nell’Italia Meridionale e arrivò anche in Campania, in Sicilia, in Molise e in Puglia.

A Napoli, fra i più belli, vi è il presepe che fu realizzato nel Palazzo dei Padri Scolopi e poi, importanti presepi furono realizzati nella Chiesa di Santa Maria in Portico e nella chiesa di San Gregorio Armeno, paese che oggi vanta un indiscusso primato in Italia in fatto di realizzazioni presepiali.

Dopo il 1700, si cominciò ad ammirare il presepe anche fuori delle chiese, nelle case private, e si diffuse l’abitudine di avere nel presepe statuine rappresentanti personaggi appartenenti a tutte le categorie sociali ed anche personaggi contemporanei. In Terra d’Otranto, l’arte presepiale in cartapesta ha avuto una straordinaria fioritura a partire dal Seicento, ma il culto del presepe è molto più antico;  anzi, ormai tutti gli studiosi hanno accertato che questo culto  è antecedente al presepe di Greccio creato da San Francesco nel 1223.

Infatti, in Terra D’Otranto, alla fine del XIII secolo, già questa tradizione è in piena espansione, mentre nelle altre parti d’Italia bisognerà attendere la fine del Quattrocento.

Il culto presepiale salentino si ispirava nella iconografia al modello siriaco, con la Madonna coricata, mentre il modello francescano ha poi proposto la Madonna inginocchiata in adorazione del Figlio.

Gallipoli, chiesa di San Francesco, presepe

Fra i presepi più antichi, in provincia di Lecce, come informa Maurizio Nocera, in un numero di “Il Ponte. Salento- Brianze” (Anno 2004), il presepio del XV secolo, forse il più antico del Salento,  costruito in pietra locale da Stefano da Putignano nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli Vecchia, e il presepe, pure del XV secolo, costruito da Gabriele Riccardi nel Duomo di Lecce.

Non si possono certamente passare in rassegna tutte le opere esistenti ma accontentiamoci di fare solo un breve excursus fra i maggiori presepi salentini.

Degni di nota sono, a Galatina, nella Basilica di  Santa Caterina d’Alessandria, il  Presepe realizzato da Nuzzo Barba e nella Chiesa del Carmine, il Presepe di Emanuele Manieri del XVIII secolo.

Molto bello è il Presepe della Chiesa del Crocifisso o di San Pasquale, a Parabita, attiguo all’ex Convento degli Alcantarini e confinante con l’attuale Cimitero. Questo presepe, di scuola napoletana, voluto nel XVIII secolo dal Duca di Parabita, Giuseppe Ferrari, fu eseguito in roccia marina e pietra leccese, e le statuine sono per la maggior parte in cartapesta.

A Cutrofiano, molto forte la tradizione dei pupi in terracotta. Nel Museo Comunale della Ceramica si conservano pezzi del presepe del prelato di corte Alemanni e i pupi realizzati dall’artista cutrofianese Vincenzo Galeone, detto Pingisanti.

Nella cripta di Otranto è affrescato il Presepe di Greccio di San Francesco.

A Lecce, si possono citare l’ Altare del Presepe della Chiesa di San Giovanni d’Aymo o del Rosario, opera del barocco leccese, il Presepe allestito dall’Amministrazione Comunale nell’Anfiteatro Romano in Piazza Sant’Oronzo; la  Mostra dei presepi artistici nella pinacoteca francescana del Convento Sant’Antonio a Fulgenzio e le numerose botteghe, sparse nel centro storico, dei maestri pupari; nel Convento dei Teatini, poi, si tiene la Fiera di Santa Lucia, la più importante esposizione di pupi in cartapesta e terracotta dell’Italia Meridionale dopo quella di San Gregorio Armeno a Napoli.

A Squinzano, da segnalare Santa Maria di Cerrate, con il portale del XIII secolo con la raffigurazione della Vergine e dei Magi.

Nel Seicento, quando si diffuse in Terra D’Otranto l’arte presepiale, si crearono tre scuole, cioè quella dei “sammacaleri”, pupari di San Michele, quella dei pastori di Cutrofiano e Ruffano, esperti nella lavorazione della terracotta, e quella dei barbieri leccesi, pupari esperti nella cartapesta.

Copertino, chiesa matrice di S. Maria ad Nives, presepe

A Copertino, presso Santa Maria ad Nives, si può visitare il presepe in pietra fine ‘500-inizio ‘600;  a Corigliano d’Otranto, nella  Chiesa San Nicola, l’ Adorazione dei Magi, tela d’altare del ‘600; a Maglie, l’Arazzo del ‘700 con Natività, donato alla chiesa Matrice da Francesca Capece; a Gallipoli, nella  chiesa di San Francesco, il Presepe di Aurelio Persio da Montescaglioso.

A Salice Salentino, vi è il Presepe in schiuma espansa realizzato da Francesco Spagnolo, tra i più belli d’Italia; a Giuggianello, presso la tenuta “La Cutura”, il presepe con pupi di pezza realizzato da Totò Cezzi;a  Diso, il  Presepe permanente organizzato dall’Associazione culturale  “Diso e futuro”.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Sempre a Lecce, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, l’ “Adorazione dei pastori” di Serafino Elmo.

Per quanto riguarda  la mostra dei pupi che si tiene in occasione della Fiera di Santa Lucia, nel capoluogo salentino, da tempo immemorabile, tutti i pupari leccesi si danno convegno in questa che è per eccellenza la fiera dei pupi, testimoniata già nel XVII secolo da Giulio Cesare Infantino nella sua opera “Lecce Sacra”. La tradizione dei pupari a Lecce è stata in passato veramente rigogliosa. Da una ricerca condotta da Edoardo Foscarini e riportata da Maurizio Nocera ( “Il Ponte. Salento-Brianza” anno 2004) sono venuti fuori i nomi di alcuni pupari leccesi del passato, come Francesco Ingrosso, Ignazio Pietro Sugente, Francesco Calabrese, Vincenzo Oronzo Greco, ecc. Il primo maestro cartapestaio accertato fu Mesciu Chiccu Perdifumu, che modellava le preziose statuette insieme alla moglie Assunta. Questa tradizione, che si rinnova ogni anno in occasione della Fiera di Santa Lucia, è stata molto ben documentata negli ultimi anni da La Fera, storica rivista fondata nel 1984 dal maestro puparo leccese Gino Totaro, che continua le sue pubblicazioni ancora oggi, ad opera di Fulvio Totaro.

Lecce, chiesa di San Giovanni d’Aymo, altare della Natività, particolare

Lo stesso Nocera riferisce poi del bellissimo presepe Gotico di Michele Massari (1902-1954), costruito nel 1947 e ubicato in una delle sale del Castello Carlo V, dove si trovano anche altri importanti presepi leccesi.

Queste mostre ci riportano ad un’altra nota consuetudine di questo periodo, cioè quella dei mercatini di Natale, presenti nei nostri paesi durante il mese di dicembre,  e che, famosi in tutta Europa, sono una tradizione legata ai paesi nordici.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto.

Ecco i “dolci” natalizi del Salento!

A Natale il verbo preferire mia suocera lo usa così… e come si fa a darle torto?

 

di Armando Polito

La celebrazione dell’Immacolata costituisce il primo collaudo psico-fisico in vista delle grandi manovre culinarie del lungo periodo festivo immediatamente successivo e le pèttule1 ne sono l’immancabile bandiera.

Si tratta di un impasto di farina di forma tondeggiante, lasciato adeguatamente lievitare e poi cotto nell’olio bollente. Le forme più “ricche” prevedono l’inglobamento di cavolfiore o cicoria o capperi o baccalà o alici in salamoia o funghi.

La facilità (relativa all’esperienza…) di preparazione ha dato vita al detto E cce sso’, pèttule? per indicare qualcosa che non può essere fatta in breve tempo e che richiede un certo impegno. L’appiccicosità dell’impasto, poi, ha dato vita ad espressioni del tipo quìddhu ete nna pèttula riferito a chici sta insistentemente appresso o ci annoia (in questo secondo caso con un significato simile all’italiano che pizza!)

Per il Rholfs pèttula è diminutivo di pitta, un tipo di focaccia, fatto derivare dubitativamente dal greco pitta o pissa=pece1; per l’insigne studioso, inoltre, pèttula  per traslato ha dato vita alla identica voce che indicava uno dei due lembi posteriori della camicia di un tempo. Si può facilissimamente constatare come il greco pitta/pissa non potesse andar meglio dal punto di vista fonetico ma appare piuttosto traballante da quello semantico (anche se il pensiero vola subito alle olive nere, ingrediente fondamentale della nostra pitta rustica), da cui, credo, il dubbio dello stesso studioso tedesco2.

Dubbi, invece, non ha mia suocera (si chiama Concetta, 87 anni), formidabile forchetta dallo stomaco di amianto e dal fegato di acciaio, nonostante il diabete. L’8 scorso festeggiava il suo onomastico e davanti ad una tavolata di una trentina di persone (solo trenta, perché parecchi componenti della numerosa discendenza erano fuori sede, altrimenti saremmo stati almeno il doppio) alla domanda: “Nonna, quale pèttula preferisci?” ha fulmineamente risposto: “Preferiscu queddha a ssola e queddha cull’alice e queddha cu llu caulufiùru e queddha cu llu bbaccallà e queddha cu lli fungi, e queddha ssuppàta intr’a llu mele e queddha ssuppàta  intr’allu cuèttu e…sirà ca sta mmi ‘ndi scordu quarchetùna…”3. All’enunciato è seguita la pronta dimostrazione…

Il problema è che fa così con qualsiasi preparato abbia delle varianti più o meno significative, nonché quando sarebbe più opportuno per la salute gustare solo uno dei tre dolci natalizi di cui ora parlerò,  o tutti, ma in modica quantità o porzione ridotta: cartiddhàte, purciddhùzzi e scagliòzzi.

Le cartiddhàte sono strisce di pasta fritte e poi cosparse di miele.

Il nome secondo il Rohlfs deriva dal siciliano cartèddha=cesta, per la forma che rassomiglia ad un intreccio; cartèddha, aggiungo io, è dal greco

Metereologia salentina e celebrazione dei Santi, dall’8 settembre a Natale

 

 

CULTI MAGICO-RELIGIOSI  NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

 

TI LA MMACULATA L’ACQUA SERVE SULU PI LLI PUCCE

 

 Le celebrazioni dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico in una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Dal niente al troppo. Era questa la scomoda altalena della meteorologia salentina, nel cui quadro però, il “troppo” non veniva tanto rappresentato dagli improvvisi nubifragi – statisticamente rari nel Salento -, quanto dalle possibili eccedenze pluviali del tardo autunno, capaci di determinare, con l’impantanamento delle campagne, non solo la crisi economica dei coltivatori (era periodo di semine e di raccolta delle olive), ma soprattutto la disperazione dei sciurnaliéri (giornalieri) che, privati di ogni possibilità di trovare ingaggio di lavoro, soffrivano la fame.

Uno spauracchio che nella frequenza del suo proporsi aveva generato una vera e propria psicosi stagionale, a sua volta convertita, quasi a contrasto propiziatorio, in una sorta di tabella delle piogge da scandire in misura calendariale, ovverosia assumendo le celebrazioni native dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico. Riferimento che, sia pure inconfessatamente, voleva adire alla messa in orbita di un condizionamento, la cui sostanza magico-religiosa la si poteva carpire più che dalla valenza delle singole aggiudicazioni, dalla curiosa eterogeneità di significanti espressi dallo stessa scadenzario, nel quale venivano a confluire, unitamente ai sensi di affidamento devozionale, una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

Appena iniziato settembre, con ancora sulla nuca lo specchio ustorio dell’estate, i contadini cominciavano a parlare di pioggia come di un ospite che avesse già annunziato il suo arrivo, fissandone la data in concomitanza con la festa della Madonna delle Grazie (8 settembre), giorno ritenuto di stura ai doni celesti e perciò quanto mai adatto a segnare l’avvio di quello che era il ciclo di fertilità della terra:

Pi’ lla Matònna ti li razzie,

ssetta li roddhre, scupa la lliàma

e mminti lu limmu sott’a llu canàle,

scuscitàtu ca l’acqua la tiéni an capitàle.

Entro la ricorrenza della Madonna delle Grazie, / sistema i semenzai, scopa la terrazza / e metti la vaschetta sotto il canale di scolo, / sicuro di avere l’acqua già sotto il guanciale.

Pur se attinte al comune canovaccio delle consuetudini contadine e perciò ricche di una certa spontaneità nella scelta, le tre azioni da compiere in sostanza risultano ideologicamente mediate nella sovrapposizione dei simboli, ovverosia finalizzate a rappresentare il passaggio da un presente ancora in debito col passato a un presente già in commistione col futuro: la terrazza da liberare dalle scorie accumulatesi durante  il tempo dell’arsura; la presenza della conca che da vuota deve farsi piena; la sistemazione dei semenzai– momento icastico del rinnovamento nel festoso schiudersi dei germogli -, nel mentre provvedono ad assolvere a quelli che sono gli strascichi della patita sofferenza estiva, si convertono in rituale di accoglienza dell’acqua, peraltro celebrata non in quanto oggetto della speranza, ma come bene già assicurato, prova ne sia che la si dà presente sotto il guanciale, notturno posto di deposito dei risparmi contadini e quindi significante il pieno possesso del tesoro.

Non è infatti difficile notare come il tutto tenda a stabilire un magico processo di decretazione, quasi si voglia, attraverso la forza coercitiva del pensiero, vincere le leggi della fisicità facendole incappare nel tranello di una finzione che vuole dare per conclusa una stagione ancora in attivo.

Malgrado gli alberi di fico fossero ancora carichi di frutti in maturazione e si prevedesse di continuare il lavoro di essiccazione per tutto settembre, li ficalùri (i ficaioli) si imponevano l’aria del disarmo già dai primi del mese, non trascurando di far rimbalzare da campo a campo l’interessato monito:

A Mmatònna rriàta,

furnìta la spaccata…

Stà rrusce lu mmuddhràtu…

ncanìscia lu siccàtu,

ccuégghi lu siccatiéddhru

e lli littére mìntile a ccastiéddhru.

L’8 settembre, / la spaccatura dei fichi è conclusa!… / Si avverte già il crepitìo della pioggia… / ci conviene, pertanto, radunare nella canestra l’ultimo prodotto seccato, / raccogliere da terra quello appassito sugli alberi / e mettere i cannicci a deposito, sistemandoli, come si fa a ogni fine stagione, uno sull’altro a mo’ di castello.

Né diversamente si comportavano gli ortolani di Copertino: pur sapendo che avrebbero aspettato la festa ti li paisàni [1] (19 settembre) per portare al mercato li ponte ti cucùzza (le cimature delle piante di zucca), ritenute una leccornia in quanto raccolte solo una volta all’anno – in concomitanza cioè con l’estirpazione di tutta la coltura -, nell’approssimarsi della festa della Madonna delle Grazie davano già per conclusa la stagione orticola:

La tìa ti li ràzzie

no ffranca la mmuddhràta:

scigghiàmu la pagghiàra

e ffacìmu scapuzzàta.

Il giorno dedicato alla Madonna delle Grazie / non ci rinfranca dalla pioggia: / smontiamo perciò il pagliaio / e, raccogliendo gli ultimi frutti, sradichiamo le piante.

 

A quanti potranno trovare assurda tanta finzione, magari giudicandola incompatibile col rozzo semplicismo campagnolo, facciamo presente che lo spirito d’impostura non era estraneo al comportamentale  dei contadini spesso obbligati dalla necessità a prospettare ai padroni, più precisamente ai fattori, una situazione  – familiare, economica o agricola – diversa da quella reale, all’uopo mendicando la complicità dei vicini e sempre riservandosi la possibilità di cambiarne i termini allorché venivano a mutare le tangenze della loro convenienza.

Ugualmente impotenti di fronte alle forze della natura, trovavano logico ricorrere allo stesso stratagemma, credendo di poter influire sul proporsi della fenomenica meteorologica così come, imbrogliando, condizionavano le decisioni dell’avversario padrone: unica differenza  che questa volta la complicità la chiedevano ai santi, delle cui ricorrenze si servivano come di altrettante chiavi di volta in sintonia con i loro tornaconti. L’avere scelto la festività della Madonna delle Grazie a data della prima pioggia, rientrava in un loro calcolato piano di ipotetica regolamentazione degli avvicendamenti atmosferici, nella convinzione che solo attraverso lo scatto del primo passo le nuvole stabilivano il tempismo dei successivi: un partire col piede giusto, in base al quale – e proprio in virtù di quelle che erano le naturali leggi di avvicendamento fra periodi di sereno e giornate piovose -, una volta piovuto ai primi di settembre, si sarebbe avuto bel tempo durante la vendemmia, il cui travaglio aveva inizio subito dopo la festa di San Giuseppe da Copertino (18 settembre).

Va da sé che simili previsioni erano del tutto aleatorie, nessuno essendo certo che una volta ottenuta la pioggia questa non avrebbe poi continuato a cadere per giorni e giorni, miseramente fagocitando quello scampolo di sereno necessario ai vendemmiatori, nonché a quanti dovevano approntare i campi per la semina delle granaglie. Un’apprensione che, sollecitando al rimedio preventivo, faceva sì che i contadini, appena superata la festa della Madonna delle Grazie, avessero di colpo a cambiare bandiera, incentrando la loro volontà – sino a quel momento evocativa della pioggia – in uno scongiuro orientato a ottenere bel tempo. E poiché la vendemmia, come già detto, si poneva a ruota delle celebrazioni patronali, era proprio a San Giuseppe che si appellavano, coinvolgendolo in un’azione di salvaguardia comprendente festa e campagna:

Ti la paratùra e ddi lu innimàre

Sangiséppu nuésciu no ssi nni pote scirràre.

Della luminaria e della vendemmia / San Giuseppe nostro non se ne può dimenticare.

   L’associazione delle due proposte beneficiarie – luminaria e vendemmia – risultava più che pertinente ai fini atmosferici, e non soltanto perché l’addobbo stradale, per essere l’elemento più fragile della festa, offriva perfetta corrispondenza alla deperibilità dell’uva in caso di gravi intemperie, ma anche per il sottile concatenamento di incomodi che pure una semplice piovuta avrebbe provocato e ai festeggiamenti e ai vendemmiatori.

Per comprendere l’oggettività della concatenazione, occorre rifarsi all’epoca, cioè tenere presente che nell’Ottocento, essendo l’illuminazione elettrica una realtà di là da venire e non avendo il  Salento adottato quella ad acetilene – attestatasi solo ai primi del Novecento -, le luminarie venivano ancora allestite fissando alle arcate di legno – in una composizione a tappeto – dei piccoli bicchieri di vetro variamente colorato, che debitamente riempiti d’olio  e muniti di luminelli venivano accesi dai paratori con un paziente passare di stoppino.

A tanta laboriosità di accensione corrispondeva un’altrettanta precarietà di funzionamento, essendo bastevole un semplice piovasco a decretare non soltanto l’immediato abbuiarsi, ma anche l’intransitabilità delle strade addobbate: la pioggia, colmando i bicchieri, faceva infatti traboccare l’olio, macchiando i vestiti di chi si trovava a passare sotto gli archi e, quel che era più grave, rendendo pericolosamente sdrucciolevole il selciato. Un incomodo che durava anche a pioggia finita, convertendosi in vero e proprio ostracismo al passeggio, soprattutto a quello dei contadini, i quali, calzando acchétte cu lli tacce (stivaletti con le suole bullonate), nel contatto fra metallo e pietra unta facilmente finivano stesi per terra.

Analoghe conseguenze si registravano in campagna se la vendemmia si svolgeva sotto la pioggia: nel passa e ripassa fra i filari di vite, il terreno bagnato diventava estremamente viscido, non  offrendo stabile appiglio ai piedi nudi ti li scufanatùri (dei trasportatori) che, già sbilanciati dal peso delle tinéddhre (tinozze) rette sulle spalle, sommavano capitomboli con grave rischio per la loro incolumità e ovvio danneggiamento dell’uva così malamente scodellata per terra. C’è da aggiungere che all’impraticabilità dei terreni faceva riscontro quella dei viottoli e strade sterrate, per cui spesso capitava che i carri pieni d’uva s’impantanassero, richiedendo,  per il loro disincaglio, immani sforzi di uomini e bestie messi insieme.

Alla luce di tanta collimanza e soprattutto tenendo presente la stretta successione dei tempi – inizio di vendemmia a fine celebrazioni – , vien fatto di pensare che i contadini, nel basare la richiesta di protezione sull’abbinamento “paratùra-innimàre”, al di là dell’indiscusso interesse alla buona riuscita dei festeggiamenti, perseguissero un calcolo di opportunistica connessione delle due citazioni, volendo far sì che l’una (luminaria) avesse a risultare il preambolo dell’altra (vendemmia): se infatti avesse piovuto durante i giorni di festa, all’untuosità del selciato avrebbe corrisposto la fanghiglia della campagna, mentre il bel tempo assicurato ai festeggiamenti – qui rappresentati dalla luminaria – si convertiva in terreno asciutto per chi si accingeva a vendemmiare. Un esplicito sfruttamento delle circostanze, che trasferito sul piano morale veniva a configurarsi in manovra di incastro per le buone disponibilità di S. Giuseppe, il quale, dopo aver vigilato sinu all’ùrtimu scungulàre ti nucéddhre (fino all’ultimo sgusciare di noccioline [fino agli ultimi minuti di festa]), e presumibilmente soddisfatto per le onoranze ricevute, non poteva ingratamente uscirsene con un ”Sparàti li fuéchi, ccenca bbole fazza, fazza!” (“Una volta esplosi i fuochi d’artificio, quel che il tempo vuol fare, faccia!”), fregandosene della vendemmia: se per tre giorni consecutivi il paese si trasformava in un “paradiso di suoni e di luci”, lo si doveva in buona parte al contributo economico di pastori e contadini, i quali, abituati com’erano all’obbligatoria  spartizione dei prodotti cu lli patrùni ti stu munnu (con i padroni terreni), si facevano scrupolo di non concorrere personalmente e tangibilmente alla spesa per i festeggiamenti in onore ti lu  patrùnu an celu ti tuttu lu paése (del santo padrone di tutto il paese). Quasi il pagamento di una decima, il cui saldo, per i contadini avveniva proprio durante la vendemmia, quando i componenti del comitato feste patronali imboccavano i viottoli campestri sollecitando i coltivatori – così come d’estate avevano fatto con i pastori per le pezzotte di formaggio – a offrire uno o più panieri d’uva.

Nna stiddhra ti miéru pi llu Santu nuésciu!…” (“Una goccia di vino per il nostro santo!…”), chiedevano con voce stentorea fermando al margine del campo il loro traino con sopra due botti vistosamente contrassegnate da più croci dipinte con la calce; e a ogni vuotata di paniere si facevano obbligo di prendere un grappolo d’uva e sollevarlo verso il cielo, quasi volessero lasciare intendere che S. Giuseppe stava lì, affacciato a conteggiare l’entità dell’offerta. “Bbiùnnali a ccentu vussignurìa…” (“Ricompensali centuplicando, vostra signoria…”), dicevano infatti, dandone per scontata la presenza; e  rifacendosi alla necessità del momento, concludevano pressanti: “E stiénni la manu a ttiémpu ssuttu… ca topu nn’annu ti fatìa, no bbògghia Ddiu àggianu a sprangìre jastìme!…” (“E stendi la mano a trattenere il bel tempo… ché dopo un anno di lavoro, non voglia Dio abbiano motivo di snocciolare bestemmie!…”).

L’abitudine a minacciare i santi di un possibile ricorso alla bestemmia in previsione di un qualsivoglia accadimento avverso – viziosità della religione popolare, altrove messa in rilievo – in questo caso viene a spogliarsi da ogni sospetto di esagerazione nella causa, suffragata com’è dal fatto che settembre era periodo di rotture atmosferiche, facili a passare dalla semplice piovuta alla catastrofica grandinata. Un peggio che se pure scaramanticamente taciuto per non creare nell’alone evocativo dell’immagine una qualche forza di richiamo, era nel senso e nella destinazione dell’appello, implicitamente intendendo stabilire nella raccomandazione “stendi la mano a trattenere il bel tempo” il più radicale dei fermi all’evoluzione del negativo.

Non a caso fra richiesta di intervento e minaccia di ricorso all’imprecazione scatta la cognizione di causa “dopo un anno di lavoro”, pregiudiziale che nel mentre si fa consuntiva dei sacrifici affrontati, allude a una temuta vanificazione degli stessi, qualificando lo stato apprensivo in paura di completa distruzione dell’uva. Un attestarsi sul problema di fondo – quello degli interessi economici -, del resto implicito nello scongiuro iniziale, non certo esauribile agli incomodi provocati dalla banale piovuta ma chiaramente finalizzato a salvaguardare quello che era il nocciolo e della vendemmia e della festa: il guadagno, appunto.

Dietro l’ostracismo al passeggio, in sé per sé patetico – e diciamo pure alquanto comico -, scattava l’anticipato rientro dei pellegrini, decurtando, se non addirittura azzerando, l’introito dei venditori. E in quei tre giorni di festa, venditore non era soltanto il piazzista venuto da fuori a rizzare la sua bancarella, ma anche la contadina che, collocando sulla soglia di casa uno sgabello con sopra tre fichi e un grappolo di ua rosa (uva da tavola bianco-rosata), invitava i forestieri a entrare e comprare i frutti della sua campagna; o l’artigiana che, sperando di ottenere commesse di lavoro, appendeva agli stipiti della porta – a seconda se era tessitrice, frangiaia o filatrice – un lembo di tela, due fiocchetti di frangia o una matassina di cotone filato. Un intrecciarsi di piccole industrie casalinghe che venivano a saldarsi agli introiti delle improvvisate trattorie, ai contributi pro-festa, alle offerte lasciate in chiesa e – perché no? – all’accarezzata speranza delle ragazze di trovare marito, assillo che le madri fronteggiavano corredando le figlie di un vestito nuovo, magari stentatamente pagato cu ssordi pigghiàti a spiéttu (con denaro preso in prestito) e per la cui restituzione attendevano i risultati della vendemmia.

Nel malaugurato caso di una grandinata, altro che mancato pagamento del vestito! Dopo un intero anno di lavoro non retribuito in quanto svolto nel proprio campo, e privata di quella che sarebbe stata la giusta ricompensa dei sudori, la famiglia si ritrovava sul lastrico, impossibilitata non solo ad assolvere ai debiti contratti nell’attesa del raccolto, ma tragicamente catapultata nel contesto di una miseria in alcuni casi talmente nera da far dubitare circa le possibilità di sopravvivenza. Ecco perché a scongiurare simile catastrofe i componenti il comitato festa patronale si rifacevano all’uso del ricatto: furbamente menzionando il disperato ricorso alla bestemmia erano convinti che S. Giuseppe, interessato come tutti i santi a salvare l’anima dei fedeli, pur di non indurre in tentazione i contadini facendoli peccare, avrebbe soddisfatto le loro suppliche, quella preventiva e quella memorativa, che ripetevano in continuazione mentre vendemmiavano:

Sangiséppu no tti nni scirràre

mantiéni lu tiémpu

pi’ ttuttu lu innimàre.

 

S. Giuseppe non te ne dimenticare; / trattieni il bel tempo / finché tutti abbiano finito di vendemmiare.

 

Richieste che in fin dei conti si riducevano a ottenere solo una breve parentesi di sereno, essendo bastevoli pochi giorni a eseguire il taglio di tutte le uve: a parte l’abbondanza della manodopera, all’epoca il Salento non vantava le odierne estensioni di vigneto, trovando gli agricoltori pari convenienza economica in coltivazioni alternative, quali i seminativi e i ficheti, senza parlare poi degli uliveti, ai cui impianti secolari nessuno si sarebbe mai azzardato di sostituire la vite. “Cinca tàgghia nn’àrriru t’aulìa / scetta nna chésia!” (“Chi taglia [estirpa] un albero d’ulivo / abbatte una chiesa!”), dicevano i contadini a difenderne la sacralità, ben lontani dall’immaginare i sacrilegi che invece furono perpetrati subito dopo la seconda guerra, quando, col sorgere delle cantine sociali e quindi nel miraggio di una redditizia esportazione vinicola, vaste zone furono selvaggiamente disarborate.

C’è da aggiungere che, allora, si coltivavano solo ue nustràli (uve nostrane, cioè vitigni non innestati), capaci di dare qualità, non quantità di prodotto, per cui a fine settembre la vendemmia poteva dirsi conclusa o quanto meno agli sgoccioli. In verità, se qualche ritardo c’era, lo si doveva al caparbio ordine di quei padroni che, dovendo vinificare solo per uso familiare, pretendevano uva ultramatura, spesso cozzando con gli intendimenti dei coloni, il cui credo, in tempo di vendemmia, era solo quello di “manisciàmune mmanisciàmune prima ca rrìanu l’àngili”  (“sbrighiamoci, sbrighiamoci, prima che arrivino gli angeli”).

Nel loro quadro meteorologico, infatti, il 2 di ottobre (festa degli Angeli custodi) era giornata di rientro nel clima piovoso; e questo porsi nuovamente in aspettativa dell’acqua lo si poteva notare già nella mattinata del 27 settembre, quando le donne, convenendo in chiesa per la messa dei SS. Cosimo e Damiano (protettori della salute), si auguravano l’un l’altra: “La casa a mmanu a lli Santi miétici / e lli gnofe a mmanu a ll’Angili ti Ddiu” (“La casa sia affidata ai Santi medici [affinché custodiscano la salute degli abitanti] e le zolle agli Angeli di Dio [affinché non le abbiano a privare dell’acqua]”). Un buttare in avanti le mani nel timore che il bel tempo, una volta instauratosi, non avesse più a finire, in questo caso confermando lo sgradito detto:

Ci l’Angilu no ssi mmoddhra l’ale

no cchiòe fenca a Nnatale.

Se il 2 ottobre l’Angelo non si bagnerà le ali / non pioverà fino a Natale.

 

Previsione preoccupante per l’andamento agricolo, essendo ottobre e novembre gli antonomastici mesi delle piogge, periodo che i contadini, vigili traduttori delle necessità della campagna, definivano ti mpurpamiéntu (di rimpolpamento [nutritizio]), poeticamente immaginando la terra nello stadio della primissima infanzia, quando unico compito – e spettanza – è quello di dormire e succhiare. Dal canto loro avevano provveduto ad assicurare questo nutrimento, spargendo a larghe manate il letame curato nelle concimaie, ma affinché lo stesso penetrasse ingrassando le zolle e raggiungendo le radici delle piante, occorreva la collaborazione delle nuvole, ovverosia l’azione dissolvente della pioggia, in assenza della quale il processo rigenerativo non sarebbe avvenuto, mettendo in serio dubbio la sperata produttività:

Fiàcca nnata si para nnanti

ci ti tutti li Santi

la nuégghia no cchiànge

e lla gnofa no rrufa!…

Cattiva annata si prospetta / se arrivata la festività di Ognissanti / la nuvola non piange / e la zolla non tracanna!…

Situata com’era il I° di novembre, proprio al centro di quello che veniva ritenuto il periodo delle piogge, la festa di Ognissanti si poneva a data di resoconto della situazione, diciamo pure di verifica dell’ansia insorta un mese prima, cioè quando, ricorrendo la festa degli Angeli custodi, si era paventata la iattura di un asciutto protratto sino a Natale. Ormai non si era più nell’ambito delle ipotesi, bensì dei riscontri oggettivi, al di là dei quali c’erano solo urgenze, venendo inesorabilmente a restringersi il tempo giudicato utile all’impinguamento idrico della campagna. La ricorrenza di San Martino (11 novembre) era vicina e per quella data ogni acquiescenza nell’attesa si intendeva bandita, letteralmente cancellata dal montare di una fretta tradotta in perentorietà di affermazione:

Ti Santu Martinu

la gnofa s’à ttaccàre a lla menna ti la nuégghia

comu lu mbriàcu a lla entre ti la otte.

 

Di San Martino / la zolla deve attaccarsi alla mammella della nuvola / come l’ubriaco si attacca al ventre della botte.

 

     Considerando come questo era l’ultimo dei detti affermanti la necessità della pioggia e senza trascurarne il senso di voluttuosa imbibizione – già espresso nel detto riguardante la ricorrenza di Ognissanti e perciò piuttosto esasperante nella rimarcatura -, vien fatto di pensare che i contadini, nella scelta della data e  più che altro mediante la metafora comparativa terra-ubriaco, intendessero – sia pure in modo indiretto – prefigurare i termini di quella che, nella loro visuale, doveva essere la svolta meteorologica.

Decretando l’immancabilità della pioggia per l’11 novembre, in sostanza concedevano parecchio spazio al pacifico susseguirsi delle precipitazioni, ma nell’istintiva rimonta dell’atavica diffidenza prudentemente cercavano di segnarne  la cessazione ricorrendo, appunto, alla comparazione terra-ubriaco: se da una parte l’ubriachezza relazionava l’avidità del bere, per cui ne usciva esclusa l’immagine limitativa del bicchiere – controfigura dell’isolata pioggerellina -, dall’altra, proprio in virtù dell’ingordo tracannare, scattavano i limiti dell’assorbimento: continuando a bere, l’ubriaco rischiava di vomitare, così la terra, nell’esagerato intridersi, si sarebbe impantanata.

Una deduzione che potrebbe apparire frutto di arzigogolamento, se ad assolvere ogni dubbio di arbitraria interpretazione non concorresse il successivo detto imperniato sul 30 novembre, ricorrenza di S. Andrea Apostolo:

Pi’ Ssantu Ndrea ti li corde

tinne croce fatta;

ca ci nno rria jùtu ti limòne

nni tocca lu maru ti lu fele.

Il giorno di Sant’Andrea delle corde[2] / devi dire “Sia croce fatta [punto e basta]”; / perché se non viene in aiuto il limone [fermo della pioggia] / ci toccherà l’amaro del fiele [vomito, cioè tanta pioggia d’averla a nausea].

 

Ora, premettendo come questi detti, che a noi possono apparire isolati, in realtà si ponevano a tasselli di un mosaico unico, per cui, nascendo concatenati nella significazione, l’uno si prestava a complementarità dell’altro, va sottolineato che quest’ultimo riguardante S. Andrea non aveva esclusiva applicazione agricolo-meteorologica, essendo ampiamente sfruttato dai cantinieri allorché, per una certa etica professionale, si vedevano costretti a rifiutare la mescita agli ubriachi che palesemente non erano più in grado di reggere altro vino. Esortazione-imposizione che accompagnavano appunto con l’offerta di un limone (ne tenevano sempre un cesto pieno sul banco), le cui proprietà antiemetiche e astringenti venivano a rappresentare sia il rimedio pratico, sia la scansione simbolica del punto e basta.

Detto questo, al lettore risulterà chiara – e soprattutto giustificata – l’interpretazione fornita circa il ricorso alla comparazione terra-ubriaco; tanto più se riuscirà a convincersi che i simbolismi popolari – spesso esposti in accozzaglia – non erano riducibili a semplice funzione connotativa, ma erano invece condizioni della decifrabilità stessa dell’esposto, in quanto metro delle effettive denotazioni psicologiche. Un eleggere l’immagine a mezzo di svisceramento della tensione interna, e che, per quanto riguardava il 30 novembre, denunciava un vero e proprio subbuglio negli animi, venendo di lì a due giorni a scattare la ricorrenza di S. Bibiana, giornata pericolosa ai fini meteorologici, gravata com’era dalla scoraggiante affermazione:

Ci chiòe ti Santa Bbibbiana

quarànta sciùrni e nna simàna.

Se piove il giorno di S. Bibiana / pioverà per quaranta giorni e una settimana.

 

     Se in ottobre e novembre l’acqua veniva invocata, compiacentemente  tollerandone anche l’eccesso, con l’attestarsi di dicembre si reclamava un tassativo ritorno del sereno, nel timore che le granaglie già seminate avessero, per il troppo ammollo, a marcire e ponendosi la fretta di iniziare la raccolta delle olive, per la quale occorreva poter contare su un terreno agibile al via-vai dei passi. Ansia che, pur quando veniva brillantemente superato lo scoglio di S. Bibiana, non  si acquietava, tant’è che il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, ci si impegnava a dire e ridire “Ti la Mmaculàta / l’acqua serve sulu pi lli pucce” (“Il giorno dell’Immacolata / l’acqua serve solo per fare le pagnottelle con le olive”), enucleando, nella laconicità della frase, e la tangenza del rifiuto, e la blandizie devozionale.

Essendo le pucce assurte a emblema del digiuno vigiliare, nominandole si faceva presente alla Madonna la pia disponibilità alla penitenza, implicitamente chiedendole, a contropartita, di appoggiare il rifiuto dell’acqua, peraltro espresso in una forma che oseremmo definire elegante, cioè basandolo su un simbolo privilegiato e facendolo nascere per gioco di antitesi: nel dichiarare l’acqua necessaria solo alla produzione delle pucce, ci si riferiva a quella occorrente per sciogliere il lievito e impastare, operazione per la quale si adoperava solo acqua piovana, essendo quella sorgiva di scarso sollecito alla fermentazione; nel momento però che si tirava in campo la panificazione, automaticamente si entrava nell’aura di quelli che erano i rituali domestici, sicché l’immagine mentale che ne conseguiva escludeva l’acqua piovana come contemporaneità di effetto-pioggia, focalizzata com’era sulla madre di famiglia che, scoperchiando la cisterna – sua o della vicina di casa -, religiosamente vi attingeva ripetendo ad alta voce una delle tante antiche formule di benedizione scrupolosamente trasmesse da madre a figlia. Tirando le somme e tenendo presente che in quel periodo le cisterne erano già colme, si può affermare che nel dire “L’acqua serve solo per le pucce” i contadini intendevano precisare: “La pioggia non serve affatto”.

Dal diplomatico rifiuto all’aperta provocazione il passo era breve; sette giorni appena, quelli appunto che intercorrevano fra la vigilia dell’Immacolata e la ricorrenza di S. Lucia (13 dicembre), al cui approssimarsi i contadini non si peritavano di commentare “Santa Lucia éte pisciacchiàra!…” (“S. Lucia è pisciona!…”), furbamente sperando che la santa, risentita per così irrispettoso epiteto, si impegnasse a smentirlo tenendo lontana la pioggia.

Azzardo curioso nel suo farsi chiave di convincimento attraverso l’offesa, ma non certo unico nella proposizione, poiché se ne trovava copia pressoché conforme il 16 di luglio, quando la Madonna del Carmine veniva definita “La Madonna latra ca pìzzica la ua” (“La Madonna ladra che ruba l’uva”), nell’ingenuo convincimento, appunto, di indurla a moderare i raggi solari che, battendo sui chicchi d’uva ancora troppo teneri, ne provocavano la bruciatura con ovvia decurtazione del raccolto.

E’ chiaro che, pur se anomali nella formulazione, tali detti nascevano per così dire comprovati, traendo origine dal riscontro oggettivo di quelle che erano le climatiche stagionali: se la Madonna del Carmine diventava “ladra”, era perché, essendo piena estate, bastava una giornata di sole più cocente a danneggiare i chicchi in gonfiatura; così come con  S. Lucia, alla quale si dava della “pisciona” perché piscione poteva essere il tardo autunno, spesso caratterizzato da uno snervante rincorrersi di pioggerelle che, si sapeva, erano di preludio a quelle più compatte dell’inverno ormai alle porte.

L’accanimento con il quale i contadini perseguivano lo stralcio di sereno era dovuto in  buona parte a questa consapevolezza, diciamo pure paura dei mesi a venire, a moderare la quale altro non rimaneva che aggrapparsi alla consolatoria previsione scandita a chiusura della tabella calendariale:

Ci uéi bbegna nna bbona nnata

Natàle ssuttu e Pasca mmuddhràta.

Per avere una buona annata / Natale asciutto e Pasqua sotto la pioggia.

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[1] Essendo la festa di S. Giuseppe da Copertino (16-18 settembre) frequentatissima da pellegrini che giungevano da tutto il Salento, gli abitanti del luogo, per un senso di ospitalità, l’avevano soprannominata “Festa ti li furastiéri”. Di contrasto, il 19, giornata ritenuta di ponte fra la stanchezza delle celebrazioni e la ripresa della normale attività lavorativa, era festa tutta per loro; festa ti li paisàni, appunto, durante la quale potevano, senza la confusione dei giorni precedenti, fermarsi con calma alle bancarelle superstiti, comprare a minor prezzo, e a sera, sia pure a luminaria pressoché spenta, assistere tranquillamente all’esibizione concertistica di una delle bande rimasta in paese esclusivamente per loro.

[2] Detto “delle corde” per agevolarne la visualizzazione iconografica che lo presentava su una croce decussata, oltre che confitto, legato con più giri di grosse funi.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari 1994, pagg. 359-373

Alberi di Natale da ripiantare per una nuova foresta

 

LA FESTA NATALIZIA DELLA RINASCITA ARBOREA!

UN’ INTERA NUOVA FORESTA AD OGNI NATALE!

di Oreste Caroppo

Ritengo sia una bellissima tradizione quella di comprare l’albero di Natale, ma solo se si comprano alberi o arbusti di specie autoctone della zona con radice e vaso o comunque involucro di contenimento ottimale delle radici, da mantenere umido l’interno, per poi aver cura di ripiantarlo a gennaio in campagna o in un parco cittadino urbano o periurbano!
Le feste natalizie quindi non finirebbero con l’Epifania, ma nel “giorno della Rinascita Arborea” fissato immediatamente poco dopo l’Epifania! Una vera e propria festa densa di belle promesse e felicità in cui tutte le famiglie ripiantano i loro alberi natalizi con amore e massima cura e gioia!
Un’ iniziativa privata virtuosa delle famiglie da promuovere, che
raggiungerebbe l’apice della virtuosità civica e politica se accompagnata da iniziative pubbliche parallele per coloro che non hanno terreni privati dove piantar le piante a fine Natale!

Avremmo ogni anno boschi enormi, gratis per gli enti pubblici, crescenti di anno in anno, in ogni città, se i comuni e/o delle associazioni si preoccupassero di indicare una serie di vivai con le specie da consigliare, e ottenute dai vivai convenzionati da germoplasma  autoctono, e delle aree

A Lecce, un presepio d’alta scuola di semplicità

 

di Rocco Boccadamo

Nell’incantevole cornice della Basilica di S. Croce, fiore all’occhiello dell’arte barocca che contraddistingue e impreziosisce il capoluogo salentino, in corrispondenza dell’altare a destra rispetto a quello centrale, trova posto, durante tutto il periodo natalizio, un piccolo ma speciale presepio.
Difatti, nel monumento sacro in questione, per precisa scelta del Parroco e del Rettore della confraternita che vi ha sede, la tradizionale rappresentazione della nascita di Gesù deve rispettare, con assoluta fedeltà, il semplice e naturale contesto ambientale in cui, due millenni addietro, si materializzò l’evento cardine della storia cristiana.

Agli anzidetti dettami, impronta rigorosamente le proprie ideazioni e la sua stessa manualità l’artista che, da cinque anni, si occupa, giustappunto, dell’allestimento del presepio in S. Croce, il professore Giuseppe Arseni, di Marittima, docente di discipline plastiche presso il Liceo artistico statale “V.Ciardo” di Lecce, il quale ha il pregio non comune di saper coinvolgere nel lavoro preparatorio anche gli allievi, raccogliendone qualche suggerimento.
In concreto, la realizzazione di Giuseppe Arseni è basata, pressoché esclusivamente, sul riutilizzo di materiali.

Così, cartoni/contenitori di elettrodomestici, rivoltati e verniciati con sabbione, tufo e calce, si trasformano in case e palazzotti. Involucri di sacchetti di cemento, opportunamente sagomati sopra un’anima di cassette di frutta, altri pezzi di cartone e rami d’albero, danno vita al paesaggio agreste. L’ambiente più importante, ossia la grotta della Natività, ha per colonne portanti frontali due cortecce di sughero, per intelaiatura e pareti strisce di legno di pallet e spessi cartoni, per copertura canne di mare stagionate, teli di juta ricavati da vecchi sacchi e frasche.

Tutto al naturale, niente colori o additivi chimici.

Il terreno è tappezzato, a tratti, con tufo bianco, sabbione e arbusti o cespugli; inoltre, di tanto in tanto, con macchie di muschio color verde scuro (in gergo dialettale, velluto), ricercato e colto pazientemente in angoli della campagna salentina non contaminati da diserbanti, defoglianti e robe del genere.
Sullo sfondo del cielo, infine, una miriade di piccole stelle realizzate con minuscoli batuffoli di cotone, e anche ciò non è a caso, intendendo bensì ricordare che, sino a tempi non molto lontani, nel Salento si coltivavano anche piante di cotone.

Completano, popolano e vivificano l’ambiente, stupende e pregevoli statue in cartapesta leccese, raffiguranti l’Angelo, la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, i pastori e i loro armenti, i Re Magi.

Due brevi sottolineature.

La prima è che Giuseppe Arseni, a parte il livello di bravura maturato con lo studio, l’impegno, la passione e attraverso l’esperienza di docente, è, come dire, un figlio d’arte proprio genuino: il papà faceva l’imbianchino (lattature, il termine dialettale), di fatto era un artigiano decoratore e pittore, e la nonna lavorava da fornaia, nei tempi in cui ogni famiglia si faceva preparare e cuocere il proprio pane, nel forno pubblico esistente in tutti i paesi.
La seconda, è che di presepi se ne costruiscono tanti, e però quello della Basilica di S. Croce è davvero un bell’insieme, rievocante, con sicura impronta artistica, certe buone immagini del passato, insomma da visitare e ammirare, anzi da gustare.

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