Voci e locuzioni neretine legate all’inverno, del passato …

Gli stupendi uliveti acquitrinosi del cuore del bassoSalento, beni paesaggistici da-tutelare, foto di Giovanni Enriquez
Gli stupendi uliveti acquitrinosi del cuore del bassoSalento, beni paesaggistici da-tutelare, foto di Giovanni Enriquez

 

di Armando Polito

Se alcune voci dialettali sono, direi fisiologicamente, condannate per quanto detto magistralmente da Pier Paolo Tarsi nel suo saggio che ho citato recentemente riferimento in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/06/carmare-e-craminare/, i cambiamenti climatici hanno sconvolto anche  i riferimenti stagionali, ragion per cui non è fuori luogo proporre ad autunno non ancora iniziato questa serie di vocaboli, alcuni dei quali rientrano, ormai, nell’elenco di quelli moribondi, se non già morti e seppelliti (almeno tra chi ha meno di quarant’anni. Sullo stato di salute o di putrefazione, comunque, mi soffermerò caso per caso.

scampare=spiovere

Il Rholfs registra due lemmi distinti.  Il primo è proprio il nostro, con un invito a confrontare la voce calabrese (che è tal quale) e lo spagnolo escampar. L’etimo proposto è da *excampare. Il secondo scampare è, tal quale, formalmente e semanticamente, la voce italiana usata intransitivamente col significato di sfuggire e transitivamente con quello di liberare (questo secondo dignificato muove da un valore fattitivo del primo: fare scampare=liberare). Per scampare 2 non è riportato alcun etimo, il che significa che per il Rohlfs  esso è lo stesso della voce italiana. Però, poiché essa deriva da s– (ciò che rimane della preposizione latina ex=lontano da)+campo, come faccio a non pensare che pure scampare 1 (tanto più con quell’*excampare) non abbia lo stesso etimo? Tuttavia, secondo me bisogna tener conto pure di campare che, alla lettera, vuol dire stare in campo. Non credo che il concetto di sopravvivenza sia legato al significato di campo connesso con la cultura contadina, per cui campare significherebbe fruire di ciò che il campo (colto o incolto) è in grado di offrire. Secondo me, purtroppo, il campo in questione è quello di battaglia, per cui campa chi ancora è in grado di combattere, scampa alla morte chi, ferito o di propria iniziativa, esce dal campo di battaglia. Così scampare2 non solo significherebbe che la pioggia (di solito connessa on il maletiempu che prevede tuoni e fulmini) sta uscendo dal campo visivo o che le nubi si stanno allontanando o dissolvendo,  ma pure che la battaglia meteorologica è terminata. Tutto ciò senza negare l’intermediario spagnolo. Finché questa sfumatura militare prevarrà su quella contadina la parola dialettale ha buone probabilità di sopravvivere, favorita anche dall’analoga italiana.

inziddhisciare=piovigginare

La voce è forma incoativa (ma finisce per assumere pure una sfumatura iterativa) di un inusitato ‘nziddhare, a sua volta da nziddhu=goccia. ‘Nziddhu è da un latino *uncillum (nel latino classico unciola, usato da Giovenale nel senso spregiativo di dodicesima parte di un’eredità,  d minutivo di uncia=oncia (dodicesima parte di un tutto). Certo, se l’eredità è cospicua anche un un dodicesimo non è da buttar via, ma l’oncia, a parte i significati tecnico-specialistici, ha assunto quello generico di piccola quantità. Credo, però che, non essendo oncia una parola di uso comune, nonostante la sua attualità come unità di misura di peso nei paesi anglosassoni …, anche la morte di ‘nziddhisciare, se non è già arrivata, è imminente.

trubbu=torbido, nuvoloso

Corrisponde all’italiano torbido che è dal latino tùrbidu(m), da turbare. Trubbu comporta la seguente trafila: tùrbidu(m)>*trùbidu (metatesi tur->tru-)>*trubdu (sincope di –i-)>trubbu (assimilazione –bd->-bb-). L’esito trubbu rispetto a torbido non depone a favore della durata per lungo tempo della voce dialettale.

ddirlampare=lampeggiare

Da un latino *dilampare, formato dalla preposizione de+il latino medioevale lampare=illuminare; trafikla:*dilampare>*dillampare (geminazione di –l– di natura espressiva)>dirlampare (dissimilazione –ll->-rl– propiziata dalla natura liquida di entrambe le consonanti.

sta ssitazza=pioggerellina sottile e incessante (alla lettera sta setacciando); a Vernole la locuzione è face lu sitazzu=fa il setaccio.

L’espressione, molto pittoresca (la pioggia sottile è paragonata ad una farina setacciata dalle nuvole), è tra quelle destinate a scomparire per prime, visto che il sitazzu (setaccio) è ormai un oggetto da museo, specialmente da quando in Puglia (e non solo) la coltivazione del grano è stata abbandonata e vengono importate farine che sarebbe già strano se fossero di grano tenero, un miracolo tutto da verificare se di grano duro …

sta lla face più piu=sta piovendo lentamente

La differenza rispetto a  sta ssitazza è nel ritmo più lento e rispetto a ‘nsiddhisciare nella quantità maggiore di gocce.La forma iterativa piu piu non credo sia mediata dal mondo contadino, dove è la riproduzione onomatopeica del pigolio dei pulcini e degli uccellini nel nido, con presunto  riferimento alle loro  dimensioni ridotte. Credo che potrebbe essere una riduzione eufemistica di pipì (pisciareddha è detta la pioggia dipoca durataed entità). Un’origine più nobile, invece, potrebbe essere vantata da piu piu se esso fosse connesso con piulisciari usato col significato di piovigginare nel Tarantino a Sava. Piulisciari è da un latino *pluvitiare, forma iterativa dal classico pluvies=pioggia; In ogni caso, essendo finiti i  tempi in cui si allevavano i pulcini (magari tenendoli in casa sotto il letto;oggi sopra al letto si potrà trovare, al più, un pulcino elettronico …) e non essendo di comune conoscenza il significato, non dico di Giove Pluvio, ma di un semplice pluviale, a piu piu, ammesso che sia ancora in vita,non rimangono molti giorni,

frùsciu=breve caduta di pioggia (da segnalare pure, decenza permettendo, scire a ffrùsciu=soffrire di attacchi di diarrea).

sta lla mena a ccieli pierti (alla lettera:la sta buttando a cieli aperti) oppure comu Ddiu cumanda (come Dio comanda)=sta piovendo a dirotto.

sta ‘ndi ‘nfoca (alla lettera: ci sta affogando)=ci sta sommergendo di pioggia. Da notare ‘nfoca è da ‘nfucare che,rispetto all’italiano affogare ha sostituito con la preposizione in (che poi ha subito aferesi) la preposizione ad che in affogare entra in composizione con il latino faux=gola.

Nardò| Quell’antichissima prece di ferragosto

assunta

di Marcello Gaballo

Non è ancora a me chiaro se l’antichissima tradizione ferragostana del popolo di Nardò sia esclusiva di questa città o anche di altre nel Salento.

E’ una prece, nota come li Centu Cruci, tramandata oralmente tra le generazioni ed oramai sconosciuta alla maggior parte, il cui pensiero è occupato da ben altro per l’inevitabile modernità dei tempi e per l’evoluzione dei costumi.

Mi è stata inviata proprio ieri dai miei congiunti ed è bene trasmetterla per non smarrirla (un ringraziamento dunque a Roberta Giuranna e Fernanda Fiore per averla recuperata).

Le donne neritine erano solite recitarla il 15 di agosto, giorno dedicato alla memoria della Vergine Assunta che si celebra in Cattedrale, alle 15 di pomeriggio, dopo essersi radunate con i propri cari e con i vicini, sciorinandola tra una “posta” e l’altra del Rosario:

Pensa anima mia ca ha murire,

la valle ti Josefat imu scire truare

e lu nimicu nanzi ndi ‘ole issire.

Fermu nimicu,

no mi tentare no mi ‘ffindire

ca centu cruci mi fici an vita mia

lu giurnu ti la Vergine Maria.

Mi li fici e mi li scrissi,

parte ti l’anima mia tu no nd’abbisti.

Naturale porsi la domanda perché questa preghiera osservasse questa rigorosa data e dunque potesse recitarsi solo il 15 agosto e non altri giorni dell’anno, visto che non sembrano esserci rimandi all’Assunta.

L’unico motivo che ci pare plausibile era collegato al particolare giorno, l’unico in cui tutti i sacerdoti, monaci, chierici, diaconi e suddiaconi, dovevano convenire nella città di Nardò, sede della diocesi, per prestare l’antichissimo e solenne rito dell’obbedienza.

Il rito dapprima si doveva prestare all’abate benedettino, che reggeva il monastero neritino, poi (dal 1413) al vescovo della diocesi di Nardò in occasione della festività dell’Assunzione della Beata Vergine, titolare della Cattedrale neritina (15 agosto)[1], secondo i decreti della Sacra Congregazione dei Riti.

Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

 

[1] Nello stesso giorno l’abate, e poi il vescovo di Nardò, dava mandato ad un ecclesiastico per ricoprire la prestigiosa carica del Maestro del mercato (Magister Nundinarum), ossia il responsabile della antichissima fiera cittadina, che durava ben otto giorni. Questi aveva potestà di giurisdizione civile su cittadini e forestieri, stabiliva i prezzi delle merci esposte, risolveva liti e percependo l’emolumento stabilito dalla Curia vescovile. La nomina, coincidente con l’inizio del mandato, dapprima si conferiva durante i Vespri della vigilia della festa dell’Assunta (14 agosto), poi ai Vespri del primo sabato di agosto, quando la città di Nardò celebrava la festività della B. Vergine Incoronata, e la fiera si svolgeva nei pressi della bellissima chiesa omonima, sita alquanto fuori dall’abitato. Tale privilegio si ebbe sino all’abolizione del feudalesimo.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Nardò, il Pio Monte di San Biase e le tasse

di Armando Polito

Ogni tanto si leva una voce piuttosto isolata che pone il problema della necessità di sottoporre i beni immobili ecclesiastici posti al di fuori della Città del Vaticano alla variegata tassazione che angustia qualsiasi cittadino onesto contribuente, sia che possegga una stamberga, sia una villa hollywoodiana o possa disporre di un attico di 250 m2
I detrattori di papa Bergoglio lo accusano di dire solo banalità, contrapponendo la sua figura a quella del suo predecessore, quasi fosse un miserabile populista succeduto ad uno splendido leader. Quel che dice Bergoglio sarà pure un coacervo di cose banali, ma in questo mondo improntato alla superficialità ed all’abitudine vale forse la pena ribadire concetti ovvii riguardanti gli autentici valori persi di vista piuttosto che perdere tempo avventurandosi in sottili distinguo teologici che non coinvolgono certo il comune fedele (figurarsi chi tale non è …) e che ben pochi, comunque, capiscono o sono disposti a capire. Se poi alle parole seguissero i fatti, non è che io diventerei di colpo meno anticlericale di quanto non sia da tempo o altrettanto repentinamente rivedrei la mia posizione nei confronti delle religioni, tutte, nessuna esclusa: forse ingenue e pure solo nel momento della loro nascita, poi progressivamente strumento formidabile di potere che sfrutta la paura della morte, promettendo mirabilie paradisiache in una vita futura (forse non ci rimettono solo i gatti …) e facendo ben poco per lenire almeno una porzione di quella sofferenza infernale che coinvolge la maggior parte dell’umanità per colpa di una squallida minoranza di cui, con maggiore o minore responsabilità, faccio parte pure io.

E allora, se papa Francesco decidesse di fondere o di porre all’asta il Tesoro del Vaticano e di mettere il ricavato a disposizione dei Poveri della Terra, se con iniziativa propria si dichiarasse disponibile a trattare sull’esenzione fiscale di cui godono i beni ecclesiastici posti al di fuori dei confini della Città del Vaticano, mandando al diavolo, sia pur in parte, il Concordato a suo tempo stipulato con un tirannello, ma soprattutto la Convenzione finanziaria rimasta pressoché immutata nella revisione del 1984, se …
Indietro non si va (nonostante il fare un passo indietro sia diventato, sempre verbalmente, di moda) ma qualche volta sarebbe opportuno andare ancora più indietro. Per esempio: in esecuzione del Concordato del 1741 tra la S. Sede e la Corte di Napoli fu istituito il Tribunale misto, con componenti nominati da entrambe le corti, il quale aveva l’ufficio di ispezione su tutti i luoghi pii, laicali e misti. Aveva potere consultivo relativamente alle questioni che gli venivano sottoposte e potere amministrativo nella tutela degli interessi dei luoghi nominati. Le sue attribuzioni furono trasfuse dopo la sua abolizione nel Consiglio generale degli Ospizii. Durò fino al 1806.

Nel 1788 vennero pubblicati degli opuscoletti ognuno dei quali conteneva per ogni territorio un indice dei luoghi, cui seguiva una nota dettagliata del tributo dovuto da ciascuna istituzione ivi esistente. Di seguito il frontespizio dell’opuscolo che ci interessa da vicino (scaricabile integralmente da https://books.google.it/books?id=SVrYWJAfogYC&pg=PP1&lpg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&source=bl&ots=BLKisPxh1O&sig=WylhpBoQTjipjMe88nVlGiW6meA&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjw9Iu9z5_OAhUBFxQKHQ7EAHQQ6AEIMjAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false).1

x

È interessante notare anzitutto la dicitura Provincia di Lecce in un opuscolo che include anche i centri della provincia di Brindisi e di quella di Taranto, per cui, a tutti gli effetti, qui (si tratta di un documento ufficiale) Provincia di Lecce sostituisce la vecchia dicitura Provincia di Terra d’Otranto. Manca in ciascun opuscolo della serie il nome dell’editore e quello del luogo di edizione e il fregio visibile in basso allude alla volontà del re ma non ci dà la certezza che gli opuscoli uscirono dalla Stamperia Reale di Napoli. Avrebbe richiesto troppo spazio riprodurre i dati relativi ad ogni luogo (sono 181), per cui riporterò solo quelli strettamente necessari.

Il tributo totale ammonta a 1216 ducati ed è così ripartito:provincia di Lecce ducati 811,50; provincia di Brindisi ducati 139,50; provincia di Taranto ducati 267.

Come si vede, la contribuzione dei centri della provincia di Lecce surclassa quella delle altre due (ed è certamente un sintomo di maggiore vivacità economica)  e nel suo ambito spiccano, dopo il capoluogo che deve versare 27 ducati, Nardò che ne deve versare 25. Ma, come in un gioco di scatole cinesi, qual è l’istituzione neretina che compare come il maggior contribuente? Vale la pena questa volta sfruttare più spazio e riporto, perciò, la scheda completa.

Su un totale di 25 ducati da corrispondere da parte di 8 istituzioni ben 15 sono a carico del Monte di San Biase. Quanto ad Opere di Misture credo che siano quelle che rientrano tanto nell’ambito laico quanto in quello religioso. Il lettore che lo vorrà troverà una breve ma documentata ed esauriente trattazione dell’amara storia connessa con questa istituzione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/20/la-nobilissima-famiglia-sambiasi-e-lingente-lascito-perpetuo-a-favore-dei-cittadini-di-nardo/.
Comunque siano andate le cose, vi pare azzardato da parte di qualcuno che volesse scriverne una versione più romanzata di quanto non sia stata la rocambolesca realtà, adottare il titolo La triste fine di un istituto benefattore nonché contribuente?
Un’ultima nota: tutti i monti di pietà citati nell’opuscolo sono sottoposti ad un tributo di ducati 1,50, fatta eccezione per questo di Nardò e del Monte sotto il titolo della Pietà dei poveri di Taranto, assoggettato al pagamento di ducati 57.
____________
1 Per chi, salentino o no, fosse interessato agli altri territori:

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Matera … (https://books.google.it/books?id=rm0y6dmU8UQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiAm8W94p_OAhVFaxQKHX2aDrMQ6AEIHjAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Capitanata … (https://books.google.it/books?id=oWKx7lSubDQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIJTAB#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato citra …
(https://books.google.it/books?id=E-l-zyyrjJsC&pg=PA44&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIQTAH#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato ultra … (https://books.google.it/books?id=wPjG9o_0yD0C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIKjAC#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia dell’Aquila … (https://books.google.it/books?id=Dk58umAR3a4C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEINDAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Chieti … (https://books.google.it/books?id=4QNsMynqt0sC&pg=PA11&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIODAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Napoli …
(https://books.google.it/books?id=ONK9K9Cqc-AC&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIPTAG#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Teramo… (https://books.google.it/books?id=UqnosfqChfwC&pg=PA7&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIRjAI#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Cosenza …
(https://books.google.it/books?id=QSB_Vqw8ELEC&pg=PA16&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEITDAJ#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Contado di Molise … (https://books.google.it/books?id=KytEfkRmQZ4C&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQgbMAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Terra di lavoro …
(https://books.google.it/books?id=INbuAQlD2CkC&pg=PA9&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQggMAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

NAUNA: sulla bontà dell’iscrizione ho qualche dubbio, su quella del vino nessuno

di Armando Polito

Nulla sapremmo dell’iscrizione, comunque andata perduta, se non ce ne avesse lasciato traccia Girolamo Marciano (Leverano, 1571-Leverano 1628) nella sua opera pubblicata postuma nel 1855.

Come si legge nel frontespizio, l’opera reca le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (Oria, 1638-Oria, 1685), ma credo, nonostante tali aggiunte formino un tutt’uno col testo originale e sia, perciò pressoché impossibile distinguere il contributo cronologicamente successivo, che tutto ciò che riguarda la nostra iscrizione sia da attribuire al Marciano anche per la maggiore vicinanza geografica di Leverano a Nardò rispetto ad Oria.

Di seguito il testo relativo tratto dalla parte dedicata a Nardò.

 

Il Marciano parla di due tavole di rame e dalla disposizione grafica del testo si direbbe che la prima ne contenesse uno enormemente più lungo. Per ora non procedo alla traduzione ed al commento, anche perché non posso passare sotto silenzio coloro che in varie epoche, dopo il Marciano, di questa iscrizione si sono occupati. Seguirò l’ordine cronologico.

il primo è una vecchia conoscenza di chi si occupa della storia di Nardò, vale a dire Pietro Pollidori (Fossacesia, 1687-Roma, 1748), al quale più di uno in tempi recenti ha rimproverato di aver prostituito il suo talento di storico nella confezione di documenti falsi allo scopo di dare prestigio alle memorie del luogo in cui volta per volta esercitava il suo servizio, in parole povere per assecondare, in modo certo non disinteressato, un deviato (e nefasto per la verità e per la storia) senso dell’orgoglio campanilistico. E tutto questo pure a Nardò, ai tempi di Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760) e del vescovo Antonio Sanfelice (1707-1736).

Suo è un ampio scritto pubblicato nel tomo VII della Raccolta di opuscoli filosofici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, 1732, pp. 410-496, recante il titolo Expositio veteris tabellae aereae, qua M. Salvius Valerius vir splendidus emporii Naunani patronus decernitur (Saggio sull’antica tavola di rame nella quale si legge Marco Salvio Valerio uomo splendido patrono della piazza commerciale di Nauna). Il saggio è preceduto da una lettera dedicatoria indirizzata all’arcivescovo Carlo Majello recante la data del 13 marzo 1725, che si conclude con l’augurio di un riscontro critico, che, a quanto ne so, non seguì, nel senso  che non ci è rimasto nessun documento in cui il Majello sembri accettare in toto o parzialmente, oppure respingere le argomentazioni del Pollidori.

L’ideale sarebbe stato riportare l’intero saggio, mentre il taglio divulgativo di questo post avrebbe reso sufficiente riportare in sintesi il pensiero del Pollidori. Ho scelto, invece, una strada intermedia perché ritengo che anche i non addetti ai lavori abbiano il diritto di conoscere le fonti originali e non solo la loro interpretazione. Riporterò, perciò, i passi più salienti con la mia traduzione a fronte e qualche nota esplicativa in calce.

 

ll saggio del Pollidori, dunque, non è il frutto di un esame autoptico ma solo uno studio della trascrizione che, secondo lui, presenta prerogative di maggiore fedeltà. A proposito di questa iscrizione si legge che essa risultava già perduta ai tempi del Mommsen (1817-1903). A questo punto tale perdita va retrodatata con certezza al  1725 e, viste le superfetazioni di cui s’è detto a proposito della trascrizione del testo, non è da escludersi che la data della sua scomparsa sia da retrodatare ancora. Rimane plausibile che la trascrizione del Marciano sia autoptica (quando essa venne rinvenuta, nel 1595, l’umanista di Leverano aveva 24 anni),

Dopo l’introduzione che abbiamo visto il Pollidori esamina il testo dell’iscrizione linea per linea, commentandone ciascuna prima di passare alla successiva. Di specifico interesse è la nota alle locuzioni EMPURII NAUNAE  (dell’emporio di Nauna) e, più avanti EMPURII NAUNITANI (dell’emporiio naunitano) perché, essendo stata l’epigrafe rinvenuta a Nardò,  si è pensato che Nauna fosse il nome del porto di Nardò e nel tempo  la si è identificata, giocoforza, con questo o quel punto della lunga costa ricadente nel territorio di Nardò, tenendo conto della presenza o meno di reperti archeologici che giustificassero, oltretutto, la funzione commerciale, per la verità già quasi scontata, direi, a meno che non si tratti di una base militare, per qualsiasi porto. Così, a parte Giovanni Alessio (Problemi di toponomastica pugliese, Cressati, Taranto,1955) che considerò Nauna, connesso con la stessa radice del greco ναῦς (leggi vaus)=nave,  come il nome messapico di Anxa, l’antico nome di Gallipoli, l’identificazione proposta ha riguardato, volta per volta, con riproposizione in qualche caso dello stesso toponimo con motivazioni più o meno diverse, le località che qui indico così come si presentano al visitatore spostandosi da Nardò fino a Porto Cesareo (che ora è un comune autonomo): S. Maria al Bagno, Frascone, S. Isidoro, Scalo di Furno). Per gli autori dell’attribuzione vedi alla fine la bibliografia.

Sorprende non poco, però, che, a quanto ne so,  nessuno di coloro che si sono occupati dell’iscrizione e di Nauna (a parte il Mommsen, ma en passant, come vedremo) hanno avuto la delicatezza di citare il Pollidori (nonostante abbia anticipato, in modo filologicamente impeccabile, molte osservazioni successive; ma tant’è, basta qualche peccatuccio perché non ti si dia retta nemmeno quando hai ragione …) sul toponimo così scrive (pp. 428-438):

 

Com’è noto, nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle scienze veniva istituito un comitato, guidato da Theodor Mommsen, con il compito di creare una collezione organizzata di tutte le iscrizioni latine pubblicate in passato dagli eruditi in ordine sparso. Nasceva così il C. I. L. (Corpus Inscriptionum Latinarum). Il primo volume uscì nel 1863 e mentre il Mommsen era in vita altri quattordici. La nostra fu pubblicata nel volume IX nel 1883. Di seguito il frontespizio e la relativa scheda, con il testo nella lettura del Mommsen che ancora è quella ufficiale (e resterà tale, credo, in eterno, a meno che non salti fuori all’improvviso, magari da qualche museo straniero …, l’originale).

 

Mi soffermo solo, prima di passare, finalmente, alla traduzione del testo dell’epigrafe su un solo dettaglio descrittivo che la dice lunga sull’acribia che è destinata sempre a subire duri colpi quando manca l’esame autoptico o esso, come nel nostro caso, era ed è ormai impossibile.

Il Mommsen scrive: tabula fastigiata cum foraminibus quattuor pingitur apud Marcianum (scr.) [viene descritta come una tabella terminante a punta con quattro fori [mano] scritto. Sfido chiunque a trovare conferma nel testo, che ho riportato all’inizio, del Morciano.

(Sotto i consoli Antonio Marcellino e Petronio Probino il 6 maggio, mentre il popolo dell’emporio di Nauna chiedeva per acclamazione che dovesse essere offerta a dio una tavola di bronzo incisa del patronato a Marco Sal() Valerio uomo splendido cui già da tempo secondo la voce e la volontà del medesimo popolo è stato offerto l’onore del patronato. Ciò che avvenisse di questa cosa, così della stessa cosa decisero avendo già da tempo il popolo devoto offerto pubblicamente l’onore del patronato a quel Marco Sal()= Valerio i cui immensi benefici offrì non soltanto ai cittadini del municipio ma in verità anche a noi stessi avendo sempre amato anche il nostro emporio così che, dovunque esercitò il potere, ci garantì sicuri e difesi. Per questo è necessario ricompensarlo; e così piace a tutto il popolo dell’emporio di Nauna che sia opportuno dovergli offrire una tavola di bronzo incisa affinché accetti con animo ben disposto quel che gli è stato offerto degnamente in onore dal devotissimo popolo del nostro emporio. Su decreto di Caio Giulio Secondo, del pretore Caio Id() Memio, Caio Ge(= Afrodisio, Caio Pro() degli altri)

Non meno vanti di sorta, ma, a quanto ne so, questa mia è la prima traduzione integrale dell’iscrizione. Lo stesso commento del Pollidori, d’altra parte, riguarda solo i nessi più significativi di ciascuna linea. Probabilmente chi ha tentato l’impresa si è lasciato scoraggiare dalla lezione del Mommsen che, per quanto autorevole, pone più di un problema di ordine grammaticale, D’altra parte sarebbe bastato tener conto di alcune varianti registrate dallo stesso studioso tedesco in calce al testo. Tra l’altro non sono neppure molte, anzi sono soltanto due: onor per onorem e oblatus per oblatum.

Prima che il lettore resti ubriacato da schede, citazioni, immagini, traduzioni, varianti, congetture e simili, è tempo che io riservi la sua residua sobrietà alla bottiglia di vino NAUNA che all’inizio campeggia accanto alle tavole di bronzo (naturalmente, fittizie). A questo punto qualcuno mi rinfaccerà l’intento pubblicitario del post. Ebbene, sì, lo confesso. tra me e il titolare dalla cantina neretina che lo produce è stato stipulato appena l’altro ieri in località Masserei (praticamente in casa mia …), alla presenza del notaio Se fossi fesso, ti direi chi sono (non esiste cognome più lungo e, come se non bastasse, fornito pure di virgola) un contratto che prevede a mio favore la fornitura gratuita di tale vino vita natural durante nella quantità di una bottiglia al giorno (la penale per la mancata osservanza prevede un risarcimento di tre bottiglie per ognuna non consegnata o, in alternativa, una somma pari al decuplo del prezzo corrente (che non è certo, e, onestamente, non può essere, popolare).

Anche se per ogni giorno che mi resta, appena sveglio, sarò costretto a toccarmi, mi piace pensare che il titolare, invece, per qualche tempo non si toccherà, ma si morderà le mani con cui ha firmato quel contratto, pensando che gli sarebbe costato molto meno, indipendentemente dal rispetto dei patti, rivolgersi alla migliore agenzia pubblicitaria …

Un’ultima riflessione: Nauna si legge Naùna oppure Nàuna? – Ecco il solito maniaco erudito da strapazzo; questa questione dell’accento fa il paio con “il Brexit o la Brexit?” per il quale, addirittura è stato scomodato un referendum tra i lettori (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/04/anchio-indetto-un-referendum/) – potrebbe osservare qualcuno dei pochi lettori, forse, arrivati fin qui. Nel fare presente che il referendum scade alle ore 24 di domenica 10 c. m., che non indirò un’altra consultazione, che respingo l’erudito (con i tempi che corrono è un’offesa) ma accetto, in un sussulto d’insolita umiltà il da strapazzo …), che nella ricostruzione della verità non solo storica ogni dettaglio formale (anche una virgola, un articolo, un accento) è prezioso, dico solo, a proposito di quest’ultimo dilemma, che la plausibilissima ipotesi dell’Alessio [dal greco ναῦς (leggi vàus)], ripresa poi dal Ribezzo, imporrebbe la lettura Nàuna (essendo au dittongo, come avviene per l’italiano causa), anche se l’esperienza mi dice che la pronuncia più corrente è, forse, Naùna, perché, non sapendo che au è dittongo, la parola è considerata trisillaba e nella scelta prevale una tendenza quasi istintiva legata alla maggiore musicalità di una  parola piana rispetto ad una sdrucciola.

 

BIBLIOGRAFIA  (alla fine di ogni volume citato riporto l’identificazione proposta, laddove compare, di Nauna).

Francesco Ribezzo, Nuove ricerche per il C. I. M., Roma, 1944, p.187, nota 1. (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Francesco Ribezzo, L’arcaicissima iscrizione messapica scoperta a Nardò e il suo “Portus Nauna”, in Archivio storico pugliese, V, 1952, pp. 68-77. (S. Maria al Bagno)

Mario Bernardini, Panorama archeologico dell’estremo Salento, bARI, 1955, p. 60 (S. Maria al Bagno).

Giancarlo Susini, Fonti per la storia greca e romana del Salento, Accademia dell’istituto delle scienze, Bologna, 1962, p. 91 (Scalo di Furno).

Alfredo Sanasi, Ricerche archeologico-topografiche su Neretum inetà romana, in La Zagaglia, anno VI, N. 21, 1964, pp. 36-40 (S. Maria al Bagno)

Maria Teresa Giannotta, Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, XII, Pisa-Roma, 1993, alla voce Nauna, pp. 314-316.

Cesare Marangio, CIL IX, 10 e il porto di Neretum, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del mediterraneo occidentale: geografia storica ed economia. Atti del XIV convegno di studio Sassari, 7–10 dicembre 2000, a cura di Mustapha Khanoussi, Paola Ruggeri e Cinzia Vismara, Carocci, Roma,  2002 (S. Maria al Bagno, identificazione ribadita nello studio successivo)

Cesare Marangio, Porti e approdi della Puglia romana, in I porti del Mediterraneo in età classica, Atti del V Congresso di Topografia Antica, Roma 5-6 ottobre 2004, Rivista di topografia antica, XVI, 2006, pp. 101-128  (S. Maria al Bagno).

Rita Auriemma, Chiara Pirelli e Gabriella Rucco, Il paesaggio come museo. Archeologia della costa di Nardò, in Notiziario numismatico dello Stato. Serie “Medaglieri italiani”, n. 8, 2016, pp. 144-150  (Frascone).

 

Episodi del 1860 a Nardò

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EPISODI IGNORATI SUGLI AVVENIMENTI del 1860 A NARDÒ

SECONDO UN’INEDITA CRONACHETTA DEL TEMPO

 

di Giovanni Siciliano

Sul n. 7 del settembre 1960 di « Zagaglia » (pag. 66) Ag. Gabrieli ha dato notizia di una lettera a monsig. Luigi Vetta vescovo di Nardò.

Ciò merita un maggior corredo di notizie riflettenti quel periodo storico.

Da un manoscritto, ch’è una cronaca che si inizia il 1848 e termina al 1861 (redatta dal notaio Policarpo Castrignanò padre dell’altro notaio Gregorio; come si evince dalla nota del giugno 1850 in cui fa cenno del contratto da lui stipulato per la costruzione del palazzo vescovile, e successivamente il 10 gennaio 1860, quando annota che, per atto di suo figlio G.(regorio) Castrignanò, fu redatta la convenzione tra la Commissione di beneficenza; poi Congregazione di Carità ed ora Ente comunale d’assistenza; il Comune e le « sorelle della carità» perché reggessero l’ospedale e come per tale atto si pagarono 1000 ducati = L. 4250; perché venissero dalla Francia), si possono trarre le seguenti notizie.

Da tale manoscritto risulta che il 2 feb. 1848 si ebbe conoscenza come il 29 gennaio Ferdinando II aveva, di sua volontà, concessa la Costituzione. La cronaca così annota :

« La mattina de’ due Febraro coll’arrivo della posta si ebbe la certa notizia, che il 29 caduto Gennaro, S. M. Ferdinando volontariamente si determinò dare la costituzione italiana, essendo uscito Lui medesimo a promulgarla, e quindi sul momento s’inalberò la bandiera tricolore, ed allegrezza generale gridando viva Pio IX, il Re, e la Costituzione. Il Vespero con tutta sollennità, e folla di Popolo e banda si cantò il Tedeum con Sermoncino del Primicerio Leante, ed indi si girò tutto il Comune così gridando, e con spari ».

In quel periodo pare che il vescovo fosse assente perché sotto la data del 20 giugno 1849 sta scritto :

« Essendo andato a Napoli il nostro vescovo D. Ferdinando Girardi prima del 29 Gennaro 1848, che sua Maestà decretò la costituzione Italiana, e che più non ritornò e fu traslogato nel Comune di Sessa, prese possesso di questo Vescovato il Sac. D. Luigi Vetta nativo del piccolo comune di Acquaviva delle Croci (Collecroce) nel Contado del Molise, Capitale in Campobasso, consagrato con delegazione del Pontefice, che si trovava in Gaeta, in Napoli. Fu investito di provicario Genie l’Arcidiacono D. Gius. e Leante già Vicario Capitolare e Proc.re, che ne prese il possesso dopo la lettura delle bolle e procura. Si cantò il Tedeum, con banda e spari ».

Di poi la cronaca di seguito annota :

« A 20 settem.e: d.° anno c. a. le ore 22, giunse in Nardò il d.° nuovo Vescovo, portando seco un segretario dal titolo di Uditore presso d. Vescovo, D. Giuseppe can.co Teta di Avellino, e propriamente del Comune di Nusco, ed un Cameriere; venendo da Lecce rilevato da’ Proc.ri del Capitolo Penitenziere Rucco ed Abbate D. Gio. Ingusci; ed anche dai Procuratori del Ceto. Uscirono avanti 4 carozze, ed arrivato all’Osanna, fu vestito nella Chiesa della Carità, ed indi all’appiè sotto d. Palio girò da sotto S. Antonio, Conservatorio, passando da S. Chiara, Piazza, e Cattedrale con pompa, e folla di Popolo, e dopo la solita cerimonia, fece seduto sul Faldistorio un’omelia, e fu condotto al Seminario, luogo per il suo domicilio, per la mancanza del Palazzo Vescovile.

Giunto in sede il Vescovo Vetta alla data del 20 settembre 1849 non restò inoperoso e, con contratto del giugno 1850, provvide a mandare a termine la casa episcopale nella parte posteriore alla facciata. Il cronista, lo stesso notaio così scrive :

In giugno 1850 per nuovo contratto da me stipulato si ripigliò il Fabrico del Palazzo Vescovile dallo stesso M.ro Donato Cimino, che contrattò con l’attuale vescovo D. Luigi Vetta ben intenzionato,giacché simile contratto l’avevano potuto fare gli anteriori Vescovi dopo la morte di Monsignor Lettieri, e non lo fecero.

Infatti la facciata del palazzo porta lo stemma di monsignor Salvatore Lettieri, a memoria del quale, come annota lo stesso Castrignanò; il 10 nov. 1852; e cioè precisamente dopo tredici anni dalla morte; che sarebbe quindi avvenuta nel 1839; fu murata una lapide attualmente esistente e che, sempre a dire del cronista, giunse via mare a Gallipoli, e accorsero 24 facchini per il trasporto.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Né la cura edilizia del Vescovo Vetta fu posta solo per il palazzo perché l’attuale chiesa dell’Immacolata (già S. Francesco) nella volta ha lo stemma di detto vescovo : una torre in vetta ad un monte; il che sta a dire che fu fatta a sue spese in una al contrafforte sul lato della strada, forse perché in antecedenza, data l’altezza e la mole; invece della copertura in pietra vi era una tettoia.

Sotto la data del 23 maggio 1853 il cronista annota :

« …si demolì interamente l’arco vecchio del seminario e per tutto il giorno 25 si sbarazzò la strada dal Materiale, dovendo il 26 g.no del Corpus passare la processione. Ciò avvenne dopo che di già si era fatto l’arco nuovo di comunicazione tra il seminario ed il Palazzo nuovo Vescovile principialo o sia ripigliato il fabrico in giugno del 1850 come sopra e già compito, ed abitabile, ma il Vescovo Vetta non ancora ci dormiva per la tinta di olio alle porte ed altro, ma le spese continueranno per perfezionare parte dei sottani, basulati e tutt’altro, ec. ec. e col fatto si osservava la ferma intenzione del Vescovoa fronte degli antecessori.

Dalle successive annotazioni risulta che il palazzo episcopale fu abitato dal vescovo solo nel gennaio 1854.

Ma il 7 agosto 1855 scoppiò il « cholera morbus » ed il cronista annota che fu fatta una processione di penitenza con la statua del protettore S. Gregorio Armeno e guidata dal vescovo Vetta. Il bilancio del male fu triste perché sino al 21 sett. 1855 ci furono 288 decessi; 528 contagiati e 200 guariti e fu in tale occasione che si dovette ampliare il cimitero in quella zona detta ancora « il colera ».

Durante l’epidemia anche il vescovo si prodigò recandosi presso gli ammalati.

Segue poi questa notizia :

« Nel dì 22 maggio dell’anno 1859 Domenica alle ore 17 3/4 passò all’altra vita il nostro Sovrano Ferdinando secondo in Caserta, ove da più anni domiciliava, e dietro una malattia di c.a mesi cinque chiamata da Medici, ascesso alla goscia destra, dell’età di anni 49 e mesi 4, si ebbe notizia la mattina ben presto che 23 d.° per il ramo della Polizia col telegrafo elettrico, e questa comunicata con dall’Intendente a questo giudice, e Sindaco, coll’annuncio di essere salito al Trono il Principe Ereditario Francesco secondo unico figlio procreato colla prima moglie Maria Cristina di Sardegna decretando nel tempo stesso, che ad eccezione del solo titolo, tutt’altro restare nello stato attuale fino a nuove disposizioni. Ciò fu con firmato colla notizia ufficiale avuta colla posta de’ 27 d° Mag.

A 4 giugno dell’anno il nro Vescovo Luigi Vetta ne fece il funerale pomposamente ed il Primicerio Marinaci l’orazione funebre; ma io nulla vidi perché incomodato ed i tempi non mi permettevano uscir di casa.

E si arriva già al regno d’Italia. Il cronista annota :

  • Con decreto de’ 11 sett. 1860 da Vittorio Emanuele Re’ d’Italia, che di già reggeva il Regno di Napoli fumo abolite le sepolture e richiamata in vigore la Legge sulli Campi Santi.

Il cronista tace su altri avvenimenti di carattere politico svoltisi successivamente e nell’anno 1861 annota :

« A 4 giugno 1861 si restituì in questa sua sede il nostro vescovo D. Luigi Vetta venendo dalli Bobbò di Lecce da dove fu rilevato dall’Arcid° Marinaci dal Primicerio Perrone; e non ancora da due dignità, al par delle altre, preso possesso da D. Giuseppe de Michele, dal giudice D. Vito Lorè, da D. Emanuele de Pandi e da d. Fra.co de Pandi sotto capo urbano, appositamente andati il mattino de’ 4 sud. con due carozze.

Egli lasciò la sua residenza per timore; ed andiede primo per pochi giorni allo Brusca, indi passò in Parabita, dove stiede per qualche tempo, ed indi, perché minacciato, coree si disse, si andiede a concentrare in Lecce tra i monaci Bobbisti ».

 nardò piazza

ERRATA CORRIGE

Le carozze furono tre – nella prima ci andava Monsignore – Il Giudice – Marinaci sud.°, ed il sotto Capo D. Francesco de Pandi -nella seconda il detto Perrone, ed il canonico Aprile, e nella terza li Sacerdoti D. Dom.co Antonio Asciutti, e D. Giuseppe De Michele.

Giunsero circa le ore 22 – e fin dalla Porta Maggiore della Cattedrale, un’immensità di Popolo echeggiando di evviva, accompagnò le carozze.

Entrato in Chiesa nella quale in un momento non si poté più penetrare per il concorso della Popolazione, fu ricevuto dall’intiero Capitolo, Preti e Chierici. Si espose il SSmo, e prima della benedizione e Tedeum, Monsignore seduto al Faldistorio, e quasi piangendo, fece un fervorino, inculcando la pace, l’unione e l’amore fra tutti e la pena da Lui sofferta lo star lontano dalla sua sede, ed amata Nardò.

E qui ha termine la cronaca la quale si occupa anche della nomina del frate Pro-Lettore domenicano nativo di Nardò : Michele Caputi di anni 43 a vescovo di Oppido Mamertino.

La cronaca è stata trascritta integralmente con il florilegio grammaticale chiarendo soltanto che « Brusca» è il nome di una masseria di Nardò in prossimità del mare e « Bobbò » è l’attuale reclusorio di Lecce che si vede uscendo da porta Rudiae nei pressi di S. Maria dell’Idria.

Il fatto che « per timore » e « minacciato » il vescovo si fosse allontanato, deve attribuirsi alle correnti politiche del tempo e cioè tra i favorevoli al nuovo stato di cose e quelli ancora ancorati alla dinastia borbonica.

I tempi si succedono sempre allo stesso modo e nei rivolgimenti politici occorre la sedimentazione per il trapasso tra un ordine di cose e l’altro.

Dalla piccola cronaca in mio possesso si rileva ancora che alle ore 8 e 10 minuti del 12 ottobre 1856 ebbe luogo un terremoto di natura ondulatoria che lesionò molte case e che anche a Napóli era avvenuto lo stesso e successivamente si accertò che Castrovillari era stata distrutta e metà di Catania. In complesso la cronaca consta di 20 pagine e cioè 40 facciate di cm. 21 per cm. 15 ed è scritta su càrta bianca di straccio non rigata con in trasparenza: la parola Almasso in un rettangolo e poi sempre in trasparenza : « Gius Baccan ». Ed al centro uno stemma con un’aquila con i piedi su di una specie di sgabello che posa su tre cumuli convessi. E’ da ritenere quindi che il vescovo non fu allontanato, ma; come si direbbe oggi: « reazionario » avverso il nuovo stato di cose; si trasferisse in volontario esilio nella masseria; « recessit in solitudinem », « per evitare le occasioni». Certamente se si fosse trattato di imposizione non sarebbe rimasto nel territorio della propria città e diocesi; ma sarebbe andato assai più lontano.

Come ieri anche oggi i tempi si equivalgono: per comodità si chiama fascista chi non la pensa come i criminali mentre gli antifascisti (che poi sono i fascisti di ieri) con improntitudine ripudiano il passato che vissero. Anche nel 1860 fu così.

Un ricco signore di Nardò morto ultranovantenne molti anni or sono raccontava che egli aveva già oltre 20 anni nel 1860 quando in Italia avvennero i nuovi eventi.

Recatosi in prefettura per avere il permesso di caccia; gli fecero sottoscrivere la dichiarazione di ossequio alla nuova monarchia mentre egli ed i suoi erano fedeli al Borbone. Egli firmò ed ottenne il permesso : e nell’andar via, con presenza di spirito disse all’impiegato: « ed ora che ho firmato siete sicuro della mia sincerità? ».

L’impiegato gli rispose : « figlio mio, anch’io la penso come te: debbo vivere! ».

Stolti coloro che credono a certe improvvise conversioni. Il vescovo Vetta, era di quelli che non subiscono le prepotenze derivanti dal successo del momento. Era un uomo di carattere anche se ciò dispiaceva ai nuovi venuti.

Nardò, piazza Osanna, ieri e oggi; e domani?

di Armando Polito

L’amore per la propria terra si manifesta anche mettendo a disposizione del maggior numero di persone le fonti, nel nostro caso di oggi una foto. E grande sensibilità ha mostrato l’amico Dino Martano , benemerito titolare del blog http://www.nardoartt.it/cartoline-datate-1890.html, che, dopo avermela fatta conoscere in privato,  mi ha concesso  il privilegio di renderla pubblica. Il mio intervento sostanzialmente si limita all’inserimento dell’immagine che segue, mostrante lo stato attuale dei luoghi, tratta ed adattata da Google Maps (che qui ringrazio pubblicamente, insieme con la rete in genere, perché mi ha consentito, come in altre occasioni, di ovviare alle mie difficoltà di deambulazione, senza le quali avrei senz’altro esibito una foto mia.

Comunque, la prospettiva pressoché identica consente a chiunque, anche non neretino, di fare ogni confronto e, ai più fantasiosi, d’immaginarsi quella che fra cento anni potrebbe essere la terza foto (magari allora anche gli ologrammi saranno superati …) che, come la famosa isola di Bennato (è il padre più famoso, ma quello originale, James Matthew Barrie, risale a cent’anni prima), qui non c’è …

 

La Palude del Capitano e la donna di malaffare

di Armando Polito

(tutte le foto, dell’autore, risalgono alla fine degli anni ’90)

Magari a poche ore dalla pubblicazione di questo post sarò subissato di critiche, ma come potevo io, piccolo uomo, resistere alla tentazione di un titolo che, magari, non sarà brutalmente sparato ma che, conformemente alla migliore prassi di scrittura giornalistica oggi più che mai in vigore, stimola la sacrosanta curiosità (che è, poi, la voglia di conoscere) del lettore, non certo col toponimo, noto probabilmente a livello planetario,  ma col nesso successivo che della curiosità sfrutta il suo aspetto morboso, correlato per eccellenza, poveri noi!, con la sfera sessuale?

Ho rinunciato volutamente, per non esagerare, ad aggiungere, sempre nel titolo, la parola record, per non fare un riferimento, per quanto redditizio sul piano dei contatti, allo sport che, insieme col sesso, costituisce l’altro campo umano in cui molte sono le parole e pochi i fatti , in cui, il paragone religioso non sembri blasfemo, tanti sono i credenti, pochi i praticanti …

Ed è proprio dal record che voglio cominciare. Come tutti sanno, la Palude del Capitano è il risultato del crollo di una cavità carsica, fenomeno etichettato nel dialetto locale con il termine spunnulata. In agro di Nardò è certamente la più estesa. Ma, da dove deriva spunnulata?

Sorprende non poco che questa voce sia assente nel vocabolario del Rohlfs, anche perché presumibilmente non sembra essere formazione recente. Me lo fa pensare la sua presenza nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, dal quale riporto in formato immagine i due lemmi che ci interessano.

 

Mentre il napoletano sfonnolara appare come forma deverbale inizialmente aggettivale, poi sostantivata (da uno *sfònnolo, diminutivo di sfonno) , il nostro spunnulata appare come participio passato di sfonnolare con semplice, normalissima  sostituzione di –f– con –p– (sfondare a Nardò è spundare, il che spiega, se ce ne fosse bisogno, il passaggio -o->-u-). Spunnulata, dunque, equivale a sfondata, con riferimento, però non al fondo ma alla volta della cavità carsica, che coincide con quello che prima del crollo era il livello di calpestio.

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A questo punto crolla, forse, qualcos’altro, cioè l’aspettativa del lettore più malizioso che si attendeva chissà quale rivelazione sulla vita sessuale del leggendario Capitano e, addirittura, era ansioso di conoscere il nome autentico di questa donna, e non solo il nome …

A me, invece, piace immaginare solo quest’uomo di mare che, secondo racconti locali, dato l’addio alla navigazione a causa dell’età, si rifugia in un luogo paradisiaco in cui con un pizzico di fantasia basta una semplice increspatura della superficie della palude per evocargli chissà quali tempeste.

La foto con cui mi piace chiudere, però, mi ricorda un’età relativamente verde, la mia, quando la Palude per motivi personali era la mia meta preferita; e la ricorda anche per quel dettaglio, evidenziato in bianco, che oggi non esito né mi vergogno di definire osceno (nel senso etimologico del termine: indegno di stare sulla scena): la staffa in cui veniva infilata una tavola sufficientemente lunga per fungere da trampolino per tuffarsi in quelle acque di cristallo, ma anche di ghiaccio per via della loro temperatura che, se non ci restavi secco, ti infondevano, loro sì, una carica di prorompente vitalità, come recitava uno spot pubblicitario di un bagnoschiuma in voga in quegli anni …

 

Li ‘mburde o li mburde? (il pantano)

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di Armando Polito

Sono abituato a ragionare sulla scorta di documenti che chiunque può controllare (anche questo è trasparenza …) e per questo chiedo scusa al lettore se esordisco con una sorta di ministoria (piccolo è bello non sempre  … lo abbiamo visto con le banche, anche se non è che le grandi …).

L’8 aprile u. s. Livio Romano mi poneva sulla mia bacheca di Facebook (https://www.facebook.com/armando.polito.3?fref=ts) il seguente quesito: Non so se è un modo di dire solo neretino. Un tempo (non credo qualcuno lo usi ancora) si diceva qualcosa tipo “Ha vissuto tanto tempo in mezzo alle MBURDE, e ora si dà tante arie”. Bene, ha a che fare con le feci, c’è qualche attinenza con la suburbia, o cosa?

Ecco la mia risposta quasi immediata: A Nardò “Li mburde” era pure il nome popolare di un quartiere. Non credo che la parola abbia a che fare col suburbio (tra l’altro ci sono difficoltà di natura fonetica) e nemmeno con la merda (stesse difficoltà). Per il momento le segnalo http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/10/la-manta/ ma non appena avrò un po’ di tempo mi riprometto di affrontare, sempre sul blog della fondazione, in modo più approfondito il problema. Se dovessi tardare troppo, non si faccia scrupoli a ricordarmelo.

Livio non ancora aveva finito di ringraziarmi che già Marcello Gaballo scriveva: Prende il nome dalla famiglia nobile Burdi, che abitava in questo quartiere. Le ultime discendenti furono delle donne, per cui “Burde”. Molto popoloso, da sempre, e assai centrale rispetto all’esteso centro storico. Magari dopo la famiglia citata divenne malfamato o poco lindo, per cui…

Iniziava così  uno di quei fuochi incrociati che per me sono vita e così, dopo averlo fatto con Livio, rispondevo a Marcello:

Mai intromissione fu più gradita e felice! Tuttavia, secondo me, potrebbe non esserci nessuna connessione tra “Burde”, “Burdi”, “Mburde” (per dissimilazione da “Bburde” (nome proprio) e “mburde” (nome comune), che sembra avere orizzonti più vasti di quelli neretini: il Rohlfs segnala, col significato di sporcare, per Alessano “mmurdare” e per Galatone “mburdare” (se è facile immaginare in quest’ultimo caso un’importazione neretina, non lo è altrettanto per Ruffano). Così quello che mi ripromettevo di dire ad integrazione della prima risposta a Livio Romano, che ringrazio per aver risvegliato il problema, l’ho detto, ma non è detto che, fra qualche tempo non abbia a dire di aver qualcosa in più da dire. A questo punto, però, è bene, non avendo altro da dire, che non continui a dire …

Pochi minuti dopo Marcello mostrava di condividere la mia osservazione: Continuo a riflettere che la zona in questione non poteva essere soggetta a ristagno di acque o fanghi, essendo posta in alto rispetto al circostante territorio. Le acque meteoriche o altro si riversavano naturalmente poco più in là, verso la “Maddalena”, dove oggi vi è la Ditta Bianco, alla fine di via Bernardini per intenderci. Acclarata la residenza della famiglia Burdi, sarei dell’opinione che il toponimo derivi da quella. Il termine mburde comunque veniva adoperato anche a Nardò, inteso come “pantano, zona di ristagno”. Ma occorre rifletterci ancora, come mi pare stiamo facendo.

Da quanto fin qui riportato, comunque, sembrerebbe che la famiglia abbia dato vita al toponimo (fenomeno ricorrentissimo da epoca remota: basterebbe pensare ai prediali risalenti alla centuriazione romana). Tutto, poi, è possibile, pure che la maliziosa illazione di Marcello sulla pulizia materiale del luogo o su quella fisico-morale delle rappresentanti femminili (e ti pareva …) della famiglia sia fondata.  Il suo secondo intervento, comunque, rende meno fondata l’ipotesi della sporcizia del luogo, specialmente dopo la sua osservazione su quella caratteristica che a Nardò sembra trascurata proprio da chi progetta interventi sul territorio: le pendenze, naturali o indotte che siano …

Quanto alla pulizia fisico-morale è vero che, come diceva Giulio (non Cesare, ma la differenza non è poi tanta …),  a pensare male si fa peccato ma spesso ci s’indovina (frase attualissima, ma andrebbe cambiata con l’aggiunta di di un politico e di quelli della sua greppia dopo male, di un non prima di si e con la sostituzione di spesso con sempre …); però, se la tanto sbandierata (soprattutto dai colpevoli …) presunzione d’innocenza ha un senso (anche in presenza di indizi o, addirittura, prove) prima della condanna definitiva (prescrizione, per alcuni …, permettendo), essa vale nel caso delle Burde, in cui nessun fascicolo fu all’epoca aperto e non credo che sia più possibile (ma in Italia non si sa mai …) che a qualcuno venga l’idea di aprirne uno a distanza di qualche secolo dai presunti misfatti …

centro storico di Nardò
centro storico di Nardò

Avrei fatto più presto a dire, come su Facebook avevo premesso, che secondo me quasi certamente il toponimo è legato alla famiglia e che il nome comune mburde ha tutt’altra origine. Già, ma quale?

Della questione mi ero occupato en passant e non ripeto qui quanto chiunque, volendolo, potrà leggere nel link segnalato nella mia risposta a Livio.

Seguendo l’ultimo invito di Marcello (non proprio l’ultimo, come dirò alla fine …) ho riflettuto e credo di potere avanzare un’ipotesi alternativa. La parola potrebbe derivare dal latino medioevale borda, per il quale il lessico del Du Cange reca, come definizione domus, aedes, tugurium. Le tre parole, che significano, rispettivamente casa, piccola casa, capanna costituiscono un climax ascendente (via via verso valori sempre più negativi) e non a caso proprio dal significato più basso nella graduatoria di valori (quello di tugurium=capanna) borda ha dato vita al francese borde, il cui diminutivo (bordel) ha dato a sua volta vita al nostro bordello. E il passaggio dal bordello al fango non è poi tanto arduo …

Ammesso che le cose stiano così, c’è, poi, ma questo sarebbe un dettaglio secondario, da porsi la domanda, se mburde è entrato dal francese (borde>*bborde>*mborde>mburde), se, cioé, ha la stessa origine di pòscia (=tasca, dal francese poche) o deriva direttamente (ma sempre attraverso la stessa trafila fonetica) dal latino medioevale. Altro dettaglio secondario, ma non troppo, sarebbe che la parola dovrebbe essere scritta ‘mburde se deriva (secondo l’ipotesi segnalata nel link iniziale) per aferesi da *imbordare o mburde se vale la nuova proposta.

Quanto al non proprio l’ultimo con cui ho prima corretto l’ultimo invito di Marcello mi riferivo all’altro quesito posto, prima ancora che il primo fosse stato sviscerato, in tre messaggi consecutivi che in un primo momento mi erano sfuggiti: Il termine mi pare simile a “lòtanu”, ancora adoperato il primo, a parte l’etimologia, quale la differenza tra i due termini?  il secondo, Forse lòtanu è più circoscritto di mburde? se ricordo bene il modo con cui venivano utilizzati, direi di si il terzo.

Comincio dall’etimologia riportando in sintesi  quanto si legge nel vocabolario del Rohlfs. Al lemma lòtani compaiono le varianti lòtane col significato di petulanza, lòtunu con quello di fossa per le immondizie, lòtani e lòtini con quello di piccoli arnesi, attrezzi, oggetti che ingombrano, utensili di poco valore. Nessuna variante è attribuita a Nardò, nessuna ipotesi etimologica viene formulata, nessun rinvio ad altro lemma viene indicato. Eppure io ho sentito lòtanu e lòtane usato dai miei suoceri per indicare una depressione appena appena accentuata del terreno, che si riempie d’acqua in seguito alla pioggia. Questo confermerebbe l’uso della voce pure a Nardò, secondo quanto detto da Marcello. Ma torniamo all’etimo.

Il merito più grande dei veramente grandi, secondo me, non consiste tanto in quello che palesemente ci hanno lasciato in termini di conoscenza; molto di più per me vale quello che chiamo il loro involontario sottinteso o una sublime dimenticanza. Se, infatti, andiamo al lemma òtunu (riportato per Manduria) leggiamo la definizione di pozzanghera, guazzo fangoso, come indicazione etimologica il greco βόθυνος (leggi bòthiunos)=fossa e il rinvio a vòtunu, dove si legge la definizione di pozzanghera, conca nel terreno, guazzo fangoso e la notizia che nel territorio di Martina Franca esiste una località Vòtene una volta fangosa; la trattazione del lemma si conclude con il rinvio a òtunu.

A beneficio del comune lettore va solo aggiunto a quanto riportato dal Rohlfs che vòtunu ha comportato rispetto al greco la trasposizione della consonante iniziale da b- a v-, fenomeno fonetico normalissimo nel dialetto salentino  (basti pensare ad erba>erva), che òtanu deriva da vòtunu per normalissima aferesi di v- (basti pensare a basso>vàsciu>àsciu o a voltare>utàre), che, infine, lòtanu deriva da òtanu per un fenomeno banale quanto frequente, quello dell’errata agglutinazione dell’articolo (l’otanu>lòtanu>lu lòtanu).

Per concludere dico che non sarei sincero se, dopo aver evitato, grazie al Rohlfs,  le insidie del lòtanu,dichiarassi di sentirmi completamente al riparo da quelle delle mburde, o ‘mburde che siano …

Il dipinto delle sante Maria Maddalena e Francesca Romana del pittore Donato Antonio D’Orlando

 

di Stefano Tanisi

Donato Antonio d'Orlando

Soggetto: Sante Maria Maddalena e Francesca Romana

Epoca: 1618

Autore: Donato Antonio D’Orlando (1560 ca. – 1636)

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 263,5 x 166

Stato di conservazione: recente restauro

Provenienza: Ugento, Museo Diocesano (già nella chiesa delle Benedettine di Ugento)

Iscrizioni: DONATO ANTONIO D’ORL.DO PICTORE DI NARDÒ 1618/ S. M. MADALENA / S. FRANCESCA ROMANA / scene lato sinistro: Christum adit cum Simone leproso mense acumbentem / Domum reversa aurea catena corpus suum asperrime castigat / Ad concionem cum Marta se confert ubi amore Dei vehementer accenditur / Romam adeunt a S. Petro inteletum cum Matalena vera pr[A]edicaret / Madalena indeserium locum abit ubi sacta vitam extremo die claudit / scene lato destro: Moltiplica il pane in refettorio / Esce odore soavissimo del suo corpo / Spesso dopuo la Comunione era rapita in estasi / Sana un putto del mal caduco / […]

 

La tela, proveniente dalla chiesa delle Benedettine di Ugento, raffigura le due Sante Maria Maddalena e Francesca Romana. È un’opera autografa del pittore Donato Antonio D’Orlando di Nardò, da come si può leggere dalla firma “DONATO ANTONIO D’ORL.DO PICTORE DI NARDÒ 1618”. Datata dunque 1618, allo stato attuale è l’ultima opera che si conosce con certezza del pittore neretino.

Il dipinto, come spesso si riscontra nelle opere del pittore, ha un carattere devozionale e didattico, grazie all’utilizzo di scenette che ritraggono gli episodi salienti della vita delle due sante accompagnate dalle relative didascalie che permettono ai fedeli una più facile lettura della rappresentazione sacra. Come in altre opere, il pittore utilizza delle bordature in foglia oro per delimitare le scene.

In passato la Chiesa latina accomunava nel culto di santa Maria Maddalena tre donne diverse: 1) la peccatrice perdonata a casa di Simone il lebbroso; 2) Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro; 3) l’indemoniata Maria Maddalena (da Magdala, città da dove proveniva) liberata da Gesù che diverrà la sua devota discepola. Essa fu tra le donne che assistette alla crocifissione e divenne la testimone diretta della resurrezione di Cristo. Ed è quest’ultima che va correttamente indicata come la nostra santa.

Nel dipinto ugentino la Maddalena è raffigurata a sinistra in ginocchio con le mani congiunte in segno di preghiera; il suo sguardo è diretto verso il cielo. Alle spalle è un vaso di vetro trasparente contenente il profumo con il quale avrebbe dovuto ungere la salma di Cristo la Domenica di Pasqua. Il lato sinistro è ripartito da cinque scenette con gli episodi della vita della santa, accompagnate da sintetiche didascalie in latino stentato, dove troviamo a partire dall’alto: Gesù mentre è a cena a casa di Simone guarito dalla lebbra, la peccatrice s’inginocchia ai suoi piedi (Christum adit cum Simone leproso mense acumbentem); a casa la santa fa penitenza in ginocchio frustandosi il petto con una catena d’oro di fronte a un tavolo dove è poggiato un crocefisso, il vaso dei profumi e il teschio simbolo della vanitas (Domum reversa aurea catena corpus suum asperrime castigat); Maria con la sorella Marta insieme a un gruppo di donne ascoltano la predica di Cristo posto su di un pulpito (Ad concionem cum Marta se confert ubi amore Dei vehementer accenditur); lo sbarco della Maddalena a Marsiglia, anche se la didascalia allude a una predica con san Pietro a Roma (Romam adeunt a S. Petro inteletum cum Matalena vera pr[A]edicaret); la morte della Maddalena e la gloria tra gli angeli (Madalena indeserium locum abit ubi sacta vitam extremo die claudit).

Donato Antonio d'Orlando

La Maddalena ugentina, pur nella rigidità della posa, ricorda la stessa santa raffigurata nella Crocifissione della chiesa matrice di Galatone. Entrambe, anche se dipinte specularmente, si dimostrano simili nella fisionomia del volto, nell’attacco della testa al lungo tozzo collo, nel modo di trattare la fluente capigliatura, nell’anatomia delle mani.

Donato Antonio d'Orlando

Queste due opere si rivelano assai decisive nell’attribuzione al D’Orlando di un noto dipinto raffigurante la Pietà, conservato nella chiesa dei Carmelitani di Nardò, attribuito nel 1964 da Michele D’Elia e Nicola Vacca al pittore Gian Serio Strafella (documentato dal 1546 al 1573) di Copertino: nonostante il recente restauro che ha evidenziato i colori e le forme, nel 2013, nel catalogo della mostra leccese dedicato ai pittori manieristi (Cassiano-Vona, 2013), gli studiosi hanno confermato tale dipinto al pittore copertinese. È chiaro che la qualità pittorica e coloristica dei tre dipinti menzionati è certamente differente (cosa assai palese nella produzione del pittore), ma mettendo a confronto i tre volti della Maddalena sorprendentemente si richiamano tra loro nella configurazione del naso e delle palpebre dell’occhio, particolari fisiognomici – riscontrabili anche in altri dipinti autografi – che sono peculiari della produzione del D’Orlando. Conferma si ha quando si raffronta anche l’anatomia del corpo esanime del Cristo nel compianto di Nardò con quella del Crocifisso di Galatone (confronta anche con il corpo di Cristo della tela della Madonna della Misericordia della chiesa omonima di Nardò o con quello dell’Allegoria del Sangue di Cristo della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Seclì).

Simmetricamente a destra troviamo raffigurata, sempre in ginocchio, santa Francesca Romana. La santa, vissuta tra il XIV e il XV secolo, fu sposa, madre, vedova e fondatrice a Roma dell’ordine religioso delle Oblate Benedettine di Monte Oliveto. Ha dedicato la sua vita all’unità della Chiesa, ai poveri, malati e morenti. Nel dipinto ugentino l’oblata è raffigurata nella sua consueta iconografia: vestita con abito nero e lungo velo, mentre nelle mani regge il libro delle regole. È affiancata dall’angelo custode – abbigliato con una vistosa dalmatica rossa e tiene in mano una palma con i datteri – che la difese dal demonio. Anche il lato destro è occupato da cinque scene dei miracoli della santa, con le relative didascalie scritte invece in italiano, dove troviamo: santa Francesca che moltiplica il pane nel refettorio di fronte alle consorelle (Moltiplica il pane in refettorio); la salma della santa distesa su un catafalco, dal cui corpo esce un odore soave, mentre le consorelle assistono sorprese e un monaco gli si è inginocchiato ai piedi (Esce odore soavissimo del suo corpo); la santa raffigurata in ginocchio davanti il tabernacolo mentre è rapita in estati dopo la Comunione (Spesso dopuo la Comunione era rapita in estasi); la santa guarisce dall’epilessia un giovane trattenuto da un anziano (Sana un putto del mal caduco); la santa visita un’ammalata distesa nel letto (didascalia consunta).

Lo sfondo, dalle contrastate tonalità fredde grigio-verde, è occupato in alto dal cielo plumbeo che va gradualmente a rischiarirsi sulle vette delle montagne alle cui pendici compaiono dei piccoli nuclei abitativi.

Il recente restauro ha restituito i colori e i dettagli del dipinto, oscurati da numerose ridipinture e strati di sporco. Nella rimozione delle parti ridipinte è emerso che le labbra delle due sante sono state in passato volutamente sfregiate.

 

Bibliografia:

– D’Elia M. (a cura di), Mostra dell’Arte in Puglia dal tardo antico al rococo, catalogo, Istituto Grafico Tiberino, Roma, 1964, p. 136;

– Vacca 1964 = Vacca N., Nuove ricerche su Gian Serio Strafella da Copertino, in Archivio Storico Pugliese, XVII, 1964, p. 33;

– Corvaglia F., Ugento e il suo territorio, ristampa, Tipografia F. Marra, Ugento, 1987, p. 110;

– Palese S., Monasteri e società in Terra d’Otranto. Le monache benedettine di Ugento, in «Archivio Storico Pugliese», Bari, Società di Storia Patria per la Puglia, a. XXXIII, 1980, pp. 271-272;

– Cazzato M., Sulle vie delle capitali del Barocco, Antonio Donato D’Orlando (XVI-XVII Sec.), Aradeo 1986, p. 22

– Cassiano A., Il Museo Diocesano di Ugento, in Antonazzo L., Guida di Ugento. Storia e arte di una città millenaria, Galatina, Congedo Editore, 2005, p. 90;

– Cassiano A. – Vona F. (a cura di), La Puglia il manierismo e la controriforma, catalogo della mostra, Congedo Editore, Galatina 2013, pp. 56-57, 224-225.

 

(Tratto da: Tanisi S., Scheda 6. Sante Maria Maddalena e Francesca Romana, in S. Cortese (a cura di), La fede e l’arte esposta. Catalogo del Museo Diocesano di Ugento, Domus Dei, Ugento 2015, pp. 51-53)

Lo stemma di Fabio Chigi, vescovo-fantasma di Nardò e poi papa, celebrato in versi

di Armando Polito

A chi volesse saperne di più sulla doppia apposizione che nel titolo accompagna il nome proprio e soddisfare la sua legittima quanto sana curiosità segnalo: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/06/iacopo-pignatelli-1625-1698-di-grottaglie-e-papa-alessandro-vii-gia-vescovo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/12/gli-orologi-del-vescovo-e-la-donna-del-mistero/

Ad integrazione aggiungo questa sua immagine (tratta da http://dp.la/item/9a0b75032e5f05f8fc354875a6902f26) perché la didascalia sintetizza eloquentemente l’importanza del personaggio ed in un climax ascendente riporta le cariche da lui ricoperte (nulla, in confronto a quelle collezionate da parecchi politici dei nostri giorni …) ed assumono un significato sarcastico (certamente involontario agli occhi dell’incisore, ma per me molto significativo) le lettere maiuscole che fanno risaltare proprio il titolo più insignificante ai fini del risultato (né poteva essere altrimenti, a meno che il titolare non avesse il dono dell’ubiquità …).

Essa recita:

FABIUS CHISIUS/EPISCOPUS NERITONENSIS SEDIS/Apost(olicae) ad tract(um) Rheni et infer(iorioris) Germa(niae) part(em) Nunci(us) Ord(inarius)/una et ad tracta(ta) Pacis extraordina(rius) mediator

FABIO CHIGI VESCOVO DI NARDÒ Nunzio Ordinario della sede Apostolica  alla riva del Reno  (Colonia) e alla parte della Germania inferiore nonché straordinario mediatore ai trattati di pace

E passo ora al frontespizio dello Speculum imaginum occultae del gesuita tedesco Jacob Masen, uscito per i tipi di Kinch a Colonia nel 1650 e dedicato proprio al vescovo neretino (https://books.google.it/books?id=uNaj1k56G8QC&printsec=frontcover&dq=speculum+imaginum+veritatis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjP65v_8efLAhVIuRQKHdpAAMMQ6AEILDAC#v=onepage&q=speculum%20imaginum%20veritatis&f=false).

Il volume fa parte di quella produzione che sinteticamente definirei emblematica, che tanto successo ebbe fino alla fine del XVII secolo e della quale in questo blog mi sono occupato a più riprese1. L’immagine presente non ha nulla a che fare con il nostro vescovo, essendo la marca tipografica dell’editore. Sul frontespizio torneremo più avanti, ora è sull’antiporta che fisseremo la nostra attenzione.

Spero che i dettagli più significativi in vista esplosa ne chiariscano sufficientemente la struttura e la lettura.

È giunto (finalmente!) il momento di parlare dello stemma vescovile che campeggia al centro, prima che qualche lettore infastidito pensi che mi sia dimenticato del titolo che io stesso ho dato al post.

Di quello che docrebbe essere il motto ho già detto. Per il resto lo scudo è, naturalmente, quello della famiglia Chigi (inquartato nel I e nel IV d’azzurro alla rovere sradicata d’oro; nel II e nel III di rosso ai monti a sei colli d’oro sormontato da una stella a sei punte dello stesso.

Altrettanto naturalmente il Chigi conserverà lo stesso stemma di base anche quando diventerà papa con il nome di Alessandro VII. L’immagine che segue è tratta da Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, Coleti, Venezia, 1717, tomo I, colonna 1058, nella parte dedicata alla serie dei vescovi di Nardò.

È difficile dire se l’Ughelli riportò del nostro lo stemma papale e non quello vescovile per non averne trovato nessun esemplare da riprodurre, oppure, e sembra più plausibile, per il fatto che il Chigi era stato, com’è tuttora,  l’unico vescovo di Nardò diventato papa. Per completezza va detto, però, che non mancano esempi, come lo stemma, di seguito riprodotto, sul monumento opera del Bernini in Piazza  della Minerva a Roma, in cui le stelle sono ad otto e non a sei punte.

Lo Speculum imaginum veritatis occultae ebbe parecchie edizioni, tra le quali la più interessante è senza dubbio quella del 1681 uscita sempre a Colonia, stampata dagli eredi dello stesso tipografio che aveva stampato l’edizione del 1650. L’antiporta si differenzia solo nella parte centrale, dove non compare il nome del Chigi che era morto nel 1667.

Pure il frontespizio presenta la la stessa composizione tipografica del 1650, a parte l’inevitabile cambiamento di qualche dettaglio.

Perché, allora, questa edizione sarebbe interessante? Perché essa contiene un componimento in latino che celebra la figura del Chigi con un occhio incollato allo stemma di famiglia. Segue la riproduzione del testo in questione, cui ho aggiunto, di mio, la trascrizione a fronte e in calce  la traduzione e qualche nota.

__________________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/17/un-manoscritto-per-lestate-ovvero-un-omaggio-del-1615-destinato-ad-un-leccese-e-finito-in-america-18/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

Santa Maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945

di Paolo Pisacane

Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro: d’inverno vi sono soltanto poche famiglie, ma d’estate è un rinomato luogo di villeggiatura.

Nauna al tempo dei Messapi; Portus Nauna per i Romani; abbazia di Sancta Maria de Balneo per i Basiliani, i Benedettini ed i Cavalieri Teutonici. E’ rinata nella seconda metà del 1800.

La spiaggia, anche se piccola, è ben riparata dai venti, specialmente dalla tramontana, mentre caldo è il clima dall’inizio della primavera ad autunno inoltrato. Non a caso i Romani circa duemila anni fa l’avevano scelta per costruirci le loro terme.

automezzi fermi nella piazza di Santa Maria al Bagno all’epoca dei fatti narrati

Il mare, di una trasparenza particolare, visto dalla collinetta denominata Croce, è di una bellezza quasi irreale con tutti i suoi colori che, a seconda del tempo o dei fondali, abbracciano tutte le sfumature dell’azzurro dal più scuro al più chiaro, per non parlare, poi, del colore purpureo che acquista, quando il sole è basso all’orizzonte.

Non è però solo la parte del mare visibile dall’esterno che è così meravigliosamente bello da guardare, ma, per chi ha la fortuna di poterne esplorare i fondali, resta abbagliato dai fantastici colori e dalle moltissime specie di pesci dalle forme più varie e più cromatiche. In questo scorcio meraviglioso la vita scorreva molto tranquilla, soprattutto a partire dagli inizi del ‘900… poi una notte, subito dopo le festività natalizie del 1943, arrivarono i profughi slavi e, dalla mattina dopo, tutto cambiò.

veduta d’epoca di Santa Maria

Tale territorio era stato scelto per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura e, quindi, non indispensabili per il domicilio dei proprietari. Moltissimi Slavi furono portati nella notte non solo a Santa Maria al Bagno, ma anche a Santa Caterina e alle Cenate, altre due amene località nel territorio di Nardò, mentre si andava definendo l’iter delle requisizioni delle abitazioni.

Scendevano dai camion ed occupavano le abitazioni, molte volte sfondando le porte e trovandovi, in qualche occasione, gli stessi proprietari. Il rumore dei camion, che andavano e venivano, e il vociare della gente non fecero dormire nessuno quella notte rimasta indelebile nella mente di chi la visse.

gruppi di Ebrei all’ospedale alle Cenate

La vita per la gente di Santa Maria al Bagno cambiò subito: si stava meno in giro e i ragazzi non giocavano più in strada. Per la verità, non tutti erano ostili e alcuni di loro, specialmente chi conosceva un po’ di italiano, cercavano di socializzare con i residenti.

Di solito mangiavano cibi in scatola, che venivano loro dati dall’UNRRA, ma qualche volta mangiavano alla mensa che era stata ubicata nella villa Leuzzi, in piazza, dove dagli addetti alle cucine, quasi tutti di Santa Maria al Bagno, venivano preparati i pasti.

gruppo di ebrei in gita a Gallipoli

Poi, pian piano, dopo qualche mese incominciarono ad andare via; ne rimasero solo poche centinaia, quasi tutti Ebrei. Con loro rimasero tutti i soldati. Dopo pochi giorni, riprese il via vai di camion e automezzi vari, che trasportavano profughi, questa volta tutti ebrei. Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da queste, nell’entroterra, fino alle Cenate lungo l’asse della strada tarantina.

Era stato organizzato bene, ed i profughi, appena arrivati, venivano presi in consegna dai soldati inglesi, comandati da mister Herman, che era l’assistente di mister J.Bond comandante del Campo. Messi in fila, erano accompagnati da Paolino Pisacane, abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.

I nuovi arrivati sembravano molto diversi dai precedenti: nella maggior parte erano molto taciturni e tristi e spesso pensierosi e soli camminavano con gli occhi bassi. E non si riusciva ad immaginare il perché. Lo si sarebbe scoperto solo successivamente attraverso i loro racconti. Altra cosa che meraviglia molto era lo scarso numero di bambini e la quasi totale mancanza di vecchi e di famiglie complete. A Santa Maria al Bagno, ormai, c’era tanta gente come in estate.

C’erano molti soldati inglesi e americani, ma anche di altre nazionalità. Tutto funzionava come in una città e molti artigiani, anche dei paesi vicini, specialmente da Nardò, lavoravano nel Campo, come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori.

Ai profughi non mancava certo da mangiare. Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, tramite gli aiuti americani, non facevano mancare loro la carne in scatola, il pane bianco, il cioccolato, il  formaggio, il latte in polvere, e tutte le altre cose che la gente del luogo, qualche mese prima, poteva solo sognare. Anche i residenti beneficiarono di tanto bene di Dio, che veniva barattato con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.

Già alla fine del 1944, passato il periodo di diffidenza verso i nuovi venuti, tutti si erano resi conto che gli ebrei erano brave persone, tanto che dalla diffidenza si passò all’amicizia, specialmente tra i giovani, vincendo anche la difficoltà delle diverse lingue.

Continuamente sopraggiungevano profughi in un frequente avvicendarsi in base alle scelte di trasferimenti che gli stessi decidevano, in gran parte soddisfatte.

Nel Campo tutto scorreva tranquillo, quando, il 14 dicembre del 1944, si verificò un fatto grave. Qualche notte prima erano state rubate da un deposito dell’UNRRA alcune centinaia di coperte. Il responsabile del magazzino addossò la colpa agli abitanti di Santa Maria al Bagno per cui si pervenne alla decisione di far abbandonare il Campo a tutti gli italiani, compresi i residenti.

Questi ultimi fra sconforto e sgomento cominciarono a protestare finchè non intervennero il sindaco Roberto Vallone e il vescovo Gennaro Fenizia presso il comandante affinché non si desse attuazione alla determinazione.

Intanto era stato predisposto l’elenco delle famiglie che dovevano sloggiare dal Campo: erano 146 per un totale di 733 persone. Era un brutto Natale quello che stava per arrivare!

I capifamiglia si incontrarono di nascosto e decisero di non accettare l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni. Infatti scesero in piazza e davanti alla sede del comando alleato protestarono. Il comandante, anche dopo aver sentito le ragioni dei dimostranti, non mutò la sua decisione, anzi fece schierare i soldati con le armi puntate. Ci furono pure degli spari in aria per disperdere la gente. Tuttavia la protesta non cessò.

Finalmente il 29 dicembre, quando ormai si disperava di trovare una soluzione, dopo un incontro tenutosi in Santa Maria al Bagno tra il comandantela Sub-Section N° 1 dell’A.C. Lt. Col. Oldfield, il capitano Fox ed il prefetto, sentito anche il vescovo che intanto aveva informato della situazionela Santa Sede, si comunicò al sindaco di Nardò che le famiglie stabilmente residenti potevano restare. Le altre, che occupavano le case solo per non farle requisire, dovevano andar via, anche perché continuamente giungevano profughi, soprattutto a partire dalla primavera del1945 a seguito della liberazione dai campi di sterminio e, in genere, della fine della guerra. Sul piano umano fu importante non allontanare i residenti, non solo perché non si impose loro la rinunzia alla propria abitazione, ma soprattutto perché questi poterono offrire concretamente solidarietà, tolleranza e collaborazione, facendo scoprire agli ebrei, da anni perseguitati e resi al disotto degli animali da braccare e uccidere, il senso della vita, il rispetto della dignità, la serenità della tolleranza e il gusto della libertà.

I nuovi venuti erano tutti Ebrei di nazionalità polacca, in prevalenza, ma anche greca, albanese, austriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese. Questi avevano anche un proprio corpo di polizia, composto da una quindicina di persone e comandato da un certo Elia, un ebreo di origine greca, molto bravo ed in ottimi rapporti con i residenti.

Nel Campo, la cui punta massima di ospiti fu di oltre 4 mila unità, vi era quanto necessario per   ricordare ai profughi la propria religione e le proprie tradizioni, tra cui la sinagoga, allocata in un locale dell’attuale piazza Nardò, la mensa,  il centro di preghiera per bambini e orfani, il kibbutz “Elia” nella vecchia masseria in località Mondonuovo e, infine, il municipio nella villa Personè (ora villa De Benedittis).

Erano assicurati tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità  di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale. I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola in Santa Maria al Bagno, mentre i più grandi il ginnasio e il liceo a Nardò.

I ragazzi italiani familiarizzavano sempre più con i ragazzi e le ragazze ebree. Erano sempre presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i saporitissimi ed abbondanti dolci che venivano preparati.

La loro cucina, molto diversa da quella dei locali, incuriosiva non poco quest’ultimi che si meravigliavamo nel veder preparare le polpette con la polpa di pesce cotta nel brodo zuccherato, sempre di pesce; oppure bagnare il pane nel latte preparato con il latte in polvere per essere passato nella farina e, dopo averlo zuccherato, essere usato per colazione con il thè. I dolci erano la loro specialità! Ne facevano di tutti i tipi, forme e sapori.

Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre murales, che era scampato, con una fuga rocambolesca durante un trasferimento, dal campo di  concentramento dove aveva perduto la moglie e il figlio.

Nelle ville delle Cenate alloggiarono gli ufficiali inglesi, delegati a gestire il Campo. Nella villa “Ave Mare”, sulla strada per Santa Caterina aveva sede l’alloggio e la mensa delle Crocerossine, e a Villa Tafuri, nelle vicinanze del parco di Portoselvaggio, il club Ufficiali della RAF. In questa villa venivano spesso organizzate feste da ballo, dove si poteva anche mangiare e bere a volontà.

Anche i giovani italiani frequentavano le feste con le loro amiche ed amici ebrei. Non mancarono gli spazi per il divertimento: campo di calcio presso l’Aspide (tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina), spettacoli e feste da ballo presso il circolo delle “Due Marine” a S. Maria al Bagno.

Durante una festa presso Villa Tafuri giovani ebrei dimostrarono tutta la loro amicizia ai coetanei italiani. I soldati inglesi, forse ingelositi perché le ragazze preferivano stare con i giovani italiani, decisero di mandarli via, ma dovettero recedere subito dalla loro decisione non appena si accorsero che anche le ragazze e i ragazzi ebrei in segno di solidarietà stavano  abbandonando la festa.

Gli Ebrei si trovavano bene, ma sapevano anche che un giorno sarebbero andati via: chi in America, chi sarebbe rimasto in Europa e forse in Italia, chi in Australia e chi ancora in Sud America. La meta preferita era però la loro “Terra Promessa”, dove era nato ed era vissuto per millenni il loro popolo. Sapevano, però, che questo non era facile per l’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il  protettorato.

Contro la posizione inglese, in campo internazionale, era molto attiva la società segreta Betar (B: Brit, patto + Trumpeldor, eroe ebreo), nazionalista, cui aderivano molti giovani, così come alcuni presenti nel Campo.

Pertanto non mancarono aspetti politici né giovani che poi sarebbero stati personaggi importanti per lo stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele (Knesset) dal 1977 al 1996, di cui fu Presidente dal 1988 al 1992.

Stando ai ricordi dei residenti del posto, ma per adesso non ancora supportati da alcun documento, furono presenti anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele, come David Ben Gurion,  all’epoca P r e s i d e n t e del l ‘Organizzazione ebraica mondiale e nel 1948 guida politica per la proclamazione dello stato d’Israele, di cui sarà il primo presidente, e Golda Meir, che sarà per molti anni Primo Ministro ed importante punto di riferimento per il suo paese.

Testimonianza dell’attività politica è rappresentata da tre murales, realizzati in altrettanti muri in una casetta, al tempo adibita a deposito. Nel 1947 il campo fu chiuso. Molti ebrei lasciarono con dispiacere i loro amici italiani. Si scambiarono gli indirizzi e si promisero a vicenda che si sarebbero tenuti sempre in contatto.

Successe per un po’ di anni, ma poi i contatti finirono anche se nel cuore rimase sempre il ricordo del tempo passato assieme.

E poi erano e sono lì i murales, anche se anch’essi, lentamente si stanno consumando.

Il murales centrale racconta la storia degli Ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati nel disegno dal filo spinato al centro dell’Europa, fino all’arrivo a Santa Maria al Bagno, nel Sud dell’Italia, dove l’identico teorema lunghissimo di persone riprende gioiosamente il cammino versola Terra Promessa, raffigurata dalla stella di David e dalle palme del deserto (le scritte: diaspora, sx, e Terra d’Israele, dx).

Il murales di sinistra evidenzia la religiosità del popolo ebraico, raffigurando il candelabro a sette braccia, posato su un altare con due soldati ebrei ai lati (le scritte: In guardia, sotto, e, ai lati della stella, Tel-Hai, dove fu ucciso il patriota Trumpeldor.

Il murales di destra presenta una madre con due bambini, che, al di qua di un posto di blocco, chiede ad un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme, ma invano: gli Inglesi osteggiavano la costituzione dello Stato di Israele (le scritte: Aprite le porte, tra la donna e il soldato, e Tel-Hai sulle bandiere).

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (5/6): NARDÒ

di Armando Polito

Plein in de stad Nardo (Piazza nella città di Nardò)

Come già per Lecce così per Nardò una sola tavola dedicata a quella che nell’immaginario collettivo e non solo costituisce il cuore di ogni città: la piazza, anche se motivi contingenti (emergenze archeologiche visibili) giustificano la maggiore “attenzione” mostrata, come abbiamo visto, per Brindisi, Gallipoli, Manduria e, come vedremo, per Taranto. Sul tema di oggi mi piace segnalare quanto ha scritto il concittadino Paolo Marzano in https://culturasalentina.wordpress.com/2013/07/25/vedute-di-citta-magnifiche/#more-2378 

Non potevo non chiudere con una foto attestante lo stato attuale dei luoghi. Chi ne avrà letto la didascalia mi accuserà probabilmente di nepotismo, ma ci tengo a far sapere che il solito pacchetto di toscanelli che mia figlia mi fornisce due volte la settimana questa volta mi è costato non cinque ma dieci euro …

Cosa non si fa per la cultura!

 

foto di Caterina Polito
foto di Caterina Polito

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/ 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/ 

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

 

Castellino ieri, oggi e domani

di Armando Polito

Un primo gruppo di testimonianze del toponimo risale al 1460. Cito da Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501) di C. G. Centonze, a. De Lorenzis e N. Caputo, Congedo editore, Galatina, 1988, pg. 163: Item habet in loco nominato Castellino, in feudo Pampigliani, terrarum ortos tres parum plus vel minus… (Parimenti possiede in località chiamata Castellino, nel feudo di Pompiliano, più o meno tre orti di terra…); pg. 168: Item habet dicta ecclesia in feudo Pampiliani, in loco nominato de Castellina, ortum vinearum unum desertarum… (Parimenti la chiesa citata possiede nel feudo di Pompiliano, in località chiamata Castellino, un orto di vigne abbandonate)].

 

Un secondo gruppo è del 1500. Cito dallo stesso volume di prima, p. 195: Item in feudo Pampiglani, in loco de Castellino, terrarum ortos tres et medium… (Parimenti nel feudo di Pompiliano, in località Castellino, tre orti e mezzo di terra…); pg. 196: Item in Castellino de terra orte quactro… (Parimenti   in   Castellino   4  orti  di   terra); pg. 241: Item in feudo Pampligani in loco de Castillino de terra orto uno et per quanto è servitutis decime, iuxta le terre et vigne di Angelo Pollichella et iuxta le olive dotali de Paduano Druci de Sancto Petro et altri confini… (Parimenti nel feudo di Pompiliano in località Castellino un orto di terra completamente soggetto a decima, presso le terre e le vigne di Angelo Pollichella e l’oliveto dotale di Padovano Druci di San Pietro e altri confini …).

 

La testimonianza che segue è citata da Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508) di Michela Pastore, Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 31: l’abate Angelo Antonio Nociglia, procuratore del Capitolo di Nardò, fa redigere in forma pubblica l’istrumento (del 1621, febbraio 20, Nardò) della  vendita che Giulio Cesare Cardami, di Nardò, fa agli abati Fabrizio Costa e Giovanni Tommaso Bove, procuratore del Capitolo, di 11 ducati annui sui primi frutti di un oliveto in feudo di Pompigliano, in località Castellino, per soddisfare un legato di 125 ducati che suo fratello Francesco Maria aveva fatto pro anima allo stesso Capitolo.

Castellino in tempi più vicini a noi è salito alla ribalta della cronaca per la presenza (poco gradita) di una discarica definitivamente (almeno, così pare) chiusa nel 2006 e che ancora attende, dopo gli improcrastinabili accertamenti innanzitutto delle responsabilità, di essere messa in sicurezza.

fotogramma tratto da un servizio di una tv locale datato 1991
fotogramma tratto da un servizio di una tv locale datato 1991
immagine tratta da http://www.leccesette.it/dettaglio.asp?id_dett=12598&id_rub=71
immagine tratta da http://www.leccesette.it/dettaglio.asp?id_dett=12598&id_rub=71

Solo un imbecille come me si può augurare che non venga praticato l’inverecondo giochetto del palleggio delle responsabilità, volgarmente detto dello scaricabarile, tanto più che si tratta di una discarica …

Ancora più imbecille a non rassegnarmi e ad augurarmi che non avvenga (anzi, che non continui a verificarsi) ciò che Nostrarmandus (probabilmente concorrente di un altro quasi omofono più famoso e del quale non dico chiaramente il nome per non fargli pubblicità …) già aveva profetizzato in quattro esametri che, contrariamente al solito, non hanno bisogno di interpretazione (c’è il toponimo e pure il demonimo: più chiaro di così il veggente non poteva essere). Per la gioia dei miei concittadini li riporto con la relativa traduzione.

Ecce viator se patefacit vinea felix

in loco vulgo quem Castellinum appellant.

Tempore purgamen superabit omnia damno

Neretinorum et fatum vincet crudele.

Ecco, viandante, una vigna felice si mostra nel luogo che comunemente chiamano Castellino. Col tempo la spazzatura prevarrà su tutto con danno dei Neretini e un destino crudele vincerà.

Le pasquinate di Nardò

di Armando Polito

Non si tratta di manifestazioni minori che avvenivano al tempo della Pasqua o, visto l’apparente diminutivo, della Pasquetta …

Forse non tutti sanno che a Roma la statua di Pasquino fu dal XVI al XIX secolo il supporto sul quale i cittadini puntualmente appendevano durante la notte foglietti di satira contro i potenti.

tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino#/media/File:Pasquino.jpg
tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquino#/media/File:Pasquino.jpg

Il 1° novembre del 1632 un fenomeno simile avvenne a Nardò e in un colpo solo l’intero governo della città venne messo alla berlina e per l’occasione vennero scomodate, addirittura, le sacre scritture (in alcuni casi vere e proprie citazioni adattate, in altri, a mio avviso, ne è ravvisabile l’eco), il che fa pensare che gli autori fossero persone di un certo livello culturale, direi gli intellettuali non allineati dell’epoca. Non mi spingo a pensare che la scelta di quel giorno sia stata motivata dall’intento di celebrare all’incontrario quelli che, se non si sentono santi, poco ci manca, anche perché dovrei immaginare a quale tentazione di issare il cartello il giorno dopo, con un sentimento facilmente immaginabile, i Neretini  abbiano dovuto resistere …

lo sfondo è un dettaglio della carta del Blaeu
lo sfondo è un dettaglio della carta del Blaeu

I brani che mi accingo a presentare separatamente  in formato immagine con la mia traduzione della parte in latino evidenziata in rosso nell’originale e, quando è il caso, con le mie osservazioni che non si limitano solo al reperimento, quando ci son riuscito, delle fonti, sono tratti dal Libro d’annali de successi accatuti nella città di Nardò notati da D. Gio. Battista Biscozzo di detta Città, una cronaca che copre gli anni dal 1632 al 1656. Il manoscritto autografo è andato perduto ma ne restano parecchie copie. Di una di esse curò nel 1936  la pubblicazione Nicola Vacca in Rinascenza salentina, anno IV, n. 4 e di questa mi sono servito (http://www.emerotecadigitalesalentina.it/-annali-de-successi-citta-Nardo).

1)

.

A nulla vale oltre, se non ad essere sbattuto fuori; ma ha buoi e pecore, si dedichi a loro.

Matteo, V, 13: Si sal evanuerit ad nihil valet ultra, nisi ut mittatur foras, et conculcetur ab hominibus (Se il sale di è disperso a nulla vale oltre se non che sia buttato fuori e disprezzato dagli uomini).

Da notare sul piano linguistico nichilum (per nihilum, variante di nihil) con l’esito ihi>-ichi- delle voci italiane annichilire e nichilismo, nichilità e nichilista.

Il Patrone dovrebbe essere il duca Giulio II Antonio Acquaviva, marito di Caterina, 6a duchessa di Nardò (la Domina citata più avanti nel brano n. 10).

2) 

ì

Il vino e le donne donne mi fecero traviare.

Ecclesiaste, XIX, 2: Vinum et mulieres apostatare faciunt sensatos (Il vino e le donne traviano i saggi).

3)

 

Non ricordare, o Signore, i peccati della mia gioventù e le mie ignoranze.

Salmi, XXV,7: Peccata iuventutis meae et delicta mea ne memineris; secundum misericordiam tuam memento mei tu, propter bonitatem tuam, Domine (Non ricordarti dei peccati della mia gioventù e dei miei delitti; Signore, secondo la tua misericordia, per la tua bontà ricordati di me)

Il ne memine vis che si legge (memine in latino non esiste e, oltretutto, l’intera locuzione non significherebbe nulla) è un errore per ne memineris. A questo punto, tenendo conto della dichiarazione che il Vacca fa nella prefazione  (Inutile dire che ho conservato fedelmente il dettato della copia in mio possesso, senza aggiungere né togliere) non vedo altra spiegazione se non una delle tre che seguono: 1) lettura errata da parte del copista del manoscritto originale o della sua copia da cui ha trascritto; 2) errore del Biscozzi nel leggere e trascrivere il testo del cartello 3) errore nel testo originale apposto sul cartello. L’ideale sarebbe fare la collazione delle copie per quanto riguarda il punto incriminato, ma la prima ipotesi mi pare la più attendibile perché l’errore non sarebbe stato ammissibile, soprattutto in quei tempi, in un abate e sarebbe strano che fosse quasi l’unico a comparire nel cartello.

4)

Guardatevi dai segnati da me e fate attenzione pure agli altri inganni.

Il testo pone seri problemi e la traduzione che ho fornito suppone l’emendamento di et alinque dolosa erve me in et aliqua dolosa cavete. La prima parte (cavete a signatis meis) è, al pari di effuge quem, signo turpi natura notavit (evita colui che la natura ha contraddistinto con un segno vergognoso),  un proverbio popolare di probabile origine medioevale che pretende di sintetizzare un passo della Bibbia abbastanza strano perché contrastante con lo spirito cristiano e fautore di una concezione emarginante del “diverso”, in linea col principio classico, altrettanto discutibile, per me idiota, della καλοκἀγαθία (la perfezione del corpo si accompagnerebbe a quella dell’animo e viceversa) e che nei nostri tempi ha trovato la sua applicazione più perversa nel famigerato concetto di razza pura e nell’attuale, dominante civiltà dell’immagine. Ecco il passo del Levitico (XXI, 16) da cui nasce questa vergognosa concezione: “Loquere ad Aaron: “Homo de semine tuo in generationibus suis, qui habuerit maculam, non accedet, ut offerat panem Dei sui; quia quicumque habuerit maculam, non accedet: si caecus fuerit vel claudus, si mutilo naso vel deformis, si fracto pede vel manu, si gibbus, si pusillus, si albuginem habens in oculo, si iugem scabiem, si impetiginem in corpore vel contritos testiculos. Omnis, qui habuerit maculam de semine Aaron sacerdotis, non accedet offerre incensa Domini nec panem Dei sui. Vescetur tamen pane Dei sui de sanctissimis et de sanctis. Sed ad velum non ingrediatur nec accedat ad altare, quia maculam habet et contaminare non debet sanctuaria mea, quia ego Dominus, qui sanctifico ea”” (“Dì ad Aronne: “L’uomo della tua stirpe nei suoi discendenti, che sbbia una macchia non si accosterà ad offrire il pane del suo Dio, poiché chiunque abbia una macchia non si accosterà: se sarà cieco o zoppo, se col naso mutilo o deforme, se col piede o la mano rotti, se gobbo,se piccolino, se ha gli occhi col leucoma, nel corpo la scabbia diffusa, l’impetigine o i testicoli schiacciati. Chiunque della stirpe del sacerdote Aronne che abbia un difetto non si accosterà ad offrire l’incenso dl Signore né il pane del suo Dio. Tuttavia si nutrirà del pane del suo Dio, delle cose santissime e delle sante. Ma non si accosti al velo né acceda all’altare, poiché ha una macchia e non deve contaminare i miei luoghi santi poiché io sono il Signore che li santifico””).

5)

Mi hanno circondato molti cani.

Salmi, XXII, 17: Quoniam circumdederunt me canes multi, concilium malignantium obsedit me (Poiché mi hanno circondato molti cani, l’assemblea dei calunniatori mi assedia).

6)

 

Il ricco e i poveri parlarono e dissero come qui si …

Anche qui quasi sicuramente, c’è un’eco biblica che, tuttavia, non sono riuscito ad individuare.

 

7)

La mia virtù venne a mancare nella vecchiaia.

Salmi, LXXI, 9: Ne proicias me in tempore senectutis; cum defecerit virtus mea, ne derelinquas me (Non farmi giungere alla vecchiaia: e quando sarà venuta meno la mia virtù non abbandonarmi).

 

8) 

Destinato ad essere un arretra, Satana, e non tenterai il Signore Dio tuo.

Marco, VIII, 33: Qui conversus et videns discipulos suos comminatus est Petro et dicit: “ Vade retro me, Satana, quoniam non sapis, quae Dei sunt, sed quae sunt hominum” (Egli giratosi e vedendo i suoi discepoli minacciò Pietro e dice: “Vai dietro me, Satana, poiché non sai quelle cose che sono di Dio ma quelle che sono degli uomini”).

Matteo, IV, 7: Ait illi Iesus: “ Rursum scriptum est: “Non tentabis Dominum Deum tuum” ” (Ma a lui Gesù: “Di nuovo fu scritto: “Non tenterai il Signore Dio tuo””).

Per Patrone vedi il brano n. 1.

9)

Vidi un empio esaltato a dismisura ed elevato al di sopra di tutto, come un cedro del Libano, e passai ed ecco non c’era, lo cercai e non fu trovato il suo posto.

Da notare: tranxivit errore per transivi e quaesivit per quaesivi; tutto il testo è, con qualche variante, da Salmi, XXXV, 35-36: Vidi impium superexaltatum et elevatum sicut cedrum virentem; et transivi, et ecce non erat, et quaesivi eum, et non est inventus (Vidi un empio esaltato a dismisura ed elevato al di sopra di tutto come un cedro rigoglioso; e passai ed ecco, non c’era, e lo cercai e non è stato trovato)].

Per Patrone vedi il brano n. 1.

10) 

Mi divora l’amore della mia padrona.

Da notare Domine per Dominae, mentre il dittongo si conserva in meae.

Anche qui ho il sospetto che si tratti di un adattamento biblico con concedit errore per comedit e sostituzione dI domus con Domine: Salmi, LXIX, 10: Quoniam zelus domus tuae comedit me (Poiché mi divora l’amore della tua casa]. Non sapremo mai se lo zelus è una forma di rispetto del potere della duchessa o un’illazione su qualcosa di più intimo …  

Per Patrone e per Domine vedi il brano n. 1.

11) 

Credo che l’errata lettura del copista (Gioculus potrebbe pure essere inteso per ioculus=scherzetto ma scandaliza è errore per scandalizat, mentre et ne eum non significa nulla) debba essere corretta sulla scorta del vangelo di Matteo XVIII, 9: et si oculus tuus scandalizat te erue eum … (e, se il tuo occhio è per te motivo di scandalo, strappalo …).

12)

Abbi cura di te stesso, in quanto ti hanno lasciato solo.

Luca,IV, 23: Et ait illis: “ Utique dicetis mihi hanc similitudinem: “Medice, cura te ipsum …”” (E disse loro: ” Senz’altro mi direte questa similitudine: “Medico, cura te stesso …””.

Marco, XV, 33-37: Et hora nona exclamavit Iesus voce magna: “ Heloi, Heloi, lema sabacthani? ”, quod est interpretatum: “ Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? ” (E a mezzogiorno Gesù ad alta voce esclamò: ““ Heloi, Heloi, lema sabacthani? ”, chwe significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).

Da notare relinquerunt (che s’incontra pure in testi a stampa dei secoli scorsi) per il classico reliquerunt.

13) 

Conosci te stesso, come, Lucifero, cadesti quando al mattino sorgevi.

La prima parte (nosce te ipsum) è la traduzione latina del greco Γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso); Porfirio (III-IV secolo) nel suo Sul conosci te stesso (di cui ci restano solo tre frammenti) ci ha tramandato che nell’opera di Aristotele Sulla filosofia (anche di questa ci restano solo frammenti), si dice che tale iscrizione campeggiava sul tempio di Apollo a Delfi quando esso venne ricostruito in pietra.

Da quomodo ad oriebaris è adattamento da Isaia, XIV, 12-14: Quomodo cecidisti de caelo, Lucifer, fili aurorae? (Come. Lucifero, figlio dell’aurora, sei caduto dal cielo?)].

14)

Mi venne meno la lingua in gola.

Sembra un adattamento parziale (è la parte evidenziata in rosso) di Salmi, XXI: Aruit tamquam testa palatus meus, lingua mea adhaesit faucibus meis et in pulverem mortis deduxisti me (Arse come una pentola il mio palato, la mia lingua si è incollata al palato e mi hai ridotto nella polvere della morte).

15)

Un uomo essendo in onore non lo comprese, fu paragonato alle stupide bestie da soma e divenne simile a loro.

È, con sostituzione, certamente più offensiva, di insipientibus (stupide) con quae pereunt (che muoiono), da Salmi, XLIX, 21 Homo, cum in honore esset, non intellexit; comparatus est iumentis, quae pereunt, et similis factus est illis (L’uomo, essendo in onore, non lo comprese; fu paragonato alle bestie da soma, che muoiono e divenne simile a loro).

 

 

 

 

 

 

Antonio Sanfelice: il monaco e il vescovo

di Armando Polito

I Sanfelice furono una delle famiglie nobili di Napoli più note e anche più titolate, contando numerosi feudi tra ducati, contee, principati e chi più ne ha più ne metta. La famiglia era ascritta al Seggio di Montagna di Napoli e godeva di privilegi anche nelle altre città del Regno di Napoli e in Francia.

Questo post riguarda due rappresentanti omonimi (vissuti in tempi diversi, uno soltanto in rapporto diretto con Nardò), la cui notorietà sembra aver resistito meglio per il vescovo che per il monaco e credo che ciò sia dipeso proprio dal maggiore o minore spessore pubblico, o, se preferite, di potere, legato ai rispettivi ruoli.

Seguirò l’ordine cronologico, anche perché, fortunatamente, mi consente di dare inizialmente rilievo proprio alla figura meno nota, un monaco appunto, e perciò considerabile, a torto come dimostrerò, meno importante rispetto alla più nota e citata, un vescovo, che, oltretutto, deve proprio alla sua posizione meno defilata, come ho detto, gli indubbi meriti che nessuno gli disconosce, appannati, tuttavia, da un eccesso di fiducia nei suoi collaboratori. Il mancato controllo, infatti, sovente sfocia nella complicità e non è possibile che con la sua cultura non si fosse accorto dell’attività truffaldina dell’abruzzese Pietro Pollidori e del discepolo di questi, il neretino Giovanni Bernardino Tafuri, in corsa a sprecare il proprio talento per confezionare testimonianze antiche che avallassero il prestigio della città di Nardò e della chiesa neretina.

Antonio Sanfelice fu un monaco francescano, erudito e letterato (dettagli tutt’altro che scontati sol perché era monaco …) la cui opera più importante è Campania, un trattato storico-geografico in latino uscito per la prima volta per i tipi di Sultzbach a Napoli nel 1541; mi sarebbe piaciuto riprodurre il frontespizio da http://pbc.gda.pl/dlibra/docmetadata?id=4589&from=&dirids=1&ver_id=&lp=1&QI=, dove il libro è integralmente leggibile, ma un maledetto plug-in che funziona solo con pc a 32 bit (il mio a 64, evidentemente, è troppo avanzato, ad onta della tanto decantata compatibilità verso il basso …) me lo ha impedito. Se qualche volenteroso volesse provarci e ci riuscisse, ce lo faccia sapere.

Se l’importanza di un libro è direttamente proporzionale al numero delle sue edizioni, bisogna ammettere che Campania godette di una grandissima considerazione vivente l’autore e per due secoli e mezzo dopo la sua morte.  Mi accingo a provarlo, non prima, però, di aver aggiunto che nello stesso anno 1541 uscì Clio divina, una raccolta di poesie religiose in latino (altre edizioni per i tipi di Amati, Napoli 1567 e in appendice alle edizioni della Campania del 1596 e degli anni successivi. Di seguito lo scarno, è il caso di dire  francescano, frontespizio tratto da https://archive.org/details/bub_gb_KIINOSR-PN0Cdove l’opera è integralmente leggibile.

 

Ritornando alla  Campania, successivamente al 1541 essa fu pubblicata da Cancer, sempre a Napoli, nel 1562; nell’immagine che segue il frontespizio, altrettanto povero quanto il precedente (immagine tratta da https://books.google.it/books?id=oXODlAyswQMC&pg=PT6&dq=antonii+sanfelicii&hl=it&sa=X&ved=0CEoQ6AEwB2oVChMI6ru1td6yyAIVxdcaCh1h8QOQ#v=onepage&q=antonii%20sanfelicii&f=false).

2

Nel 1596 un’edizione uscì per i tipi di Carlino e Pace. Il credito di cui l’opera godeva è dimostrato dal fatto che essa fu inserita da Andreas Schott, con in coda la poesia De Campano amphitheatro, nella raccolta da lui curata Italiae illustratae seu rerum urbiumque italicarum scriptores varii, In Bibliopolio Cambierano, Francoforte, 1600, dove occupa le colonne 745-784 (https://books.google.se/books?hl=it&id=E9RUAAAAcAAJ&q=sanfelice#v=onepage&q=sanfelice&f=false).

Col titolo di De origine et situ Campaniae uscì per i tipi di Maccarano a Napoli nel 1636 (con biografia di anonimo preceduta dal ritratto del nostro). Più avanti dirò perché non ho potuto riprodurlo.

Nel 1656 un’edizione col vecchio titolo Campania uscì ad Amsterdam per i tipi di Giovanni Blaeu, con aggiunte in testa una tavola della Campania Felix e la dedica a Giuseppe Sanfelice, arcivescovo di Cosenza, governatore di Fermo, Imola e Perugia e nel 1652 nunzio apostolico a Colonia; in coda l’epigramma, sempre in latino,  De Campano amphitheatro. Di seguito il frontespizio, questa volta decisamente meno francescano …, tratto da https://books.google.it/books?id=8Co3H_FET8wC&printsec=frontcover&dq=editions:n21_rlc0aLYC&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwAGoVChMI7PDn9-OyyAIVQ70aCh23pwUF#v=onepage&q&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

3

 

Del dedicatario Giuseppe Sanfelice ecco di seguito un’immagine tratta dal libro di Ferdinando Sanfelice (sento già qualcuno cominciare a parlare di parentopoli, nepotismo ed affini …) Diario dell’elezzione dell’Imperador Leopoldo I, Napoli, 1717, integralmente leggibile in  https://books.google.it/books?id=WctEc9pxGnUC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=Diario+dell%27elezzione+dell%27Imperador+Leopoldo+I&source=bl&ots=BuayLO8v8I&sig=JbVQBw9Jaumce-gVdyyx31xdj_w&hl=it&sa=X&ved=0CCUQ6AEwAGoVChMI4v3c3tS1yAIVSWkUCh1VhAf3#v=onepage&q=Diario%20dell’elezzione%20dell’Imperador%20Leopoldo%20I&f=false.

Ancora col titolo De situ et origine Campaniae, l’opera di Antonio venne inserita al terzo posto nella parte I del tomo IX della raccolta curata da Johann Georg Graeve Antiquitatum et historiarum Italiae, Vander, Lione, 1723.  (https://books.google.it/books/ucm?vid=UCM531796946X&printsec=frontcover&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false)

Nel 1726 uscì per i tipi di Paci a Napoli Campania con le note del vescovo Antonio1. Di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=Y4UqAO-bSwIC&printsec=frontcover&dq=antonii+sanfelicii+campania&hl=it&sa=X&ved=0CDMQ6AEwBGoVChMIxpOYs9m1yAIVAvFyCh07Gg5A#v=onepage&q=antonii%20sanfelicii%20campania&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

Nel 1796 ancora Campania per i tipi di Orsini a Napoli in un’edizione con il testo originale e la traduzione di Girolamo Aquino, a cura di Nicola Onorati; di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=5DhYAAAAcAAJ&pg=PR67&dq=antonius+sanfelicius&hl=it&sa=X&ved=0CEEQ6AEwBWoVChMIlbz8guayyAIVw9caCh2y8Ab_#v=onepage&q=antonius%20sanfelicius&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

Il volume è corredato all’inizio del ritratto dell’autore che di seguito si riproduce.

Dalla didascalia apprendiamo che il nostro era soprannominato Plinio, il che conferma, secondo me, ciò che ho detto sulla considerazione di cui godeva. Interessante quanto sul ritratto riporta l’Onorati a p. XV: “Il ritratto si è ricavato da un antichissimo bassorilievo di stucco, esistente nelle case de’ Sanfelici abitate per secoli nel borgo degli Vergini; dal quale bassorilievo io son di avviso che avesse fatto disegnare il Reggente Sanfelice quello, ch’ei premise alla sua ristampa del 1636, che, sebbene sia mal disegnato, e peggio inciso (qual era lo stato delle arti allora tra di noi); pur mostra assai chiaro di venire dal detto bassorilievo, o da pittura a quello somigliante: che il ritratto posto dinnanzi alla stampa di Napoli del 1726 dee essere assolutamente capriccioso, perché di un carattere affatto diverso; né al bassorilievo, né a quello datoci dal Reggente Sanfelice per niente somigliante; dal quale, come da monumento quasi che sincrono, volendosi il novello Editore dipartire; avea l’obbligo d’indicare donde ci avesse tirato il suo, come non fece.”.

Purtroppo non posso riportare il ritratto dell’edizione del 1636, irreperibile in rete e della quale l’Opac mi segnala l’esistenza di un solo esemplare nella Biblioteca universitaria di Bologna; nessun ritratto, invece, è risultato presente nell’edizione del 1726 consultata al link già indicato.

Comunque, il ritratto dell’edizione del 1796 fu poi ripreso, anzi copiato e firmato, da Giuseppe Morghen nell’incisione a corredo della biografia del nostro, a firma del citato Onorati, inserita nel terzo tomo (integralmente leggibile e scaricabile da https://books.google.it/books?id=M_xpH6MzQ20C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ved=0CFMQ6AEwCGoVChMIpb_4rNu1yAIVRtoaCh3sBgSl#v=onepage&q&f=false) di Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, 1816, da cui è tratta l’immagine che segue.

A p. XVI il curatore così si esprime, sempre a proposito dell’edizione del 1726: “Sonovi pure lunghe annotazioni fatte al testo da Monsignor Antonio Sanfelice, Vescovo di Nardò; ma lunghe tanto, che opprimono lo stesso testo, scritto con quella mirabile sobrietà, che ne forma il pregio maggiore: son poi queste annotazioni quasi tutte tolte di peso con pochissima fatica dall’Apparato di Cammillo Pellegrino”.

Una stroncatura senza appello del vescovo, dunque, per quanto riguarda questo suo intervento da letterato operato sul lavoro di un suo ascendente. E mi piace  chiudere, per rendere meno greve l’atmosfera, con l’ausilio proprio del nostro monaco e del suo De rhinocerote già citato in nota 1.

Ricordato che il nostro rinoceronte deriva dal latino rhinocerote(m), di cui il rhinocerote del titolo è il caso ablativo, che la voce latina è dal greco  ῥινόκερως/ῥινοκέρωτος (leggi rinòkeros/rinokèrotos) composto da ῥίνος (leggi rinos=naso)+κέρας (leggi keras=corno) e che la n del nostro rinoceronte probabilmente è dovuto ad influsso di elefante, non mi resta che riprodurre il testo della poesia, tradurla e commentarla. Debbo però premettere che essa fu ispirata da un distico elegiaco che lo stesso Paolo Giovio (1483 circa-1552) asserisce, nel suo libro di nota 1, posto nell’atrio del suo museo (inteso come residenza in cui gli piaceva circondarsi di opere a lui care) in cui degli affreschi illustravano la natura di alcune creature viventi. Il distico recitava: Humanos elephas retinet sub pectore sensus/Rhinoceros nunquam victus ab hoste redit (L’elefante nasconde in petto sentimenti umani/Il rinoceronte mai torna vinto dal nemico).

Ecco la poesia di Antonio, 12 esametri, in cui il rinoceronte parla in prima persona e si contrappone all’elefante.

 

Io sono il rinoceronte strappato al  nero Indo3 ; da qui, dove (sono)  il vestibolo della luce e le porte del giorno, salii su una nave dell’Esperia4, vele temerarie che osarono andare a vedere nuove terre ed un altro sole. La città (Roma) un tempo aveva assistito allo spettacolo dei nostri scontri nello spettacolo del circo e l’arena aveva presentato come (nostro) nemico l’elefante5. Questo, massa che fida nello smisurato corpo, sfoga con me le patrie ire e le eterne lotte. Ma (noi rinoceronti) siamo corazzati6 da una triplice pelle e (sono nostre) armi una forza eccezionale e un corno dall’invincibile punta. Cade lo stesso elefante; mentre una freccia si conficca nell’addome, la solerte prudenza (dell’uomo) espugna le (sue) stupide forze.

______________

1 A parte Clio divina di cui si è già detto, fu autore di componimenti in latino sparsi qua e là: Ad illustrem Paschalem Caracciolum epigramma, in Pasquale Caracciolo, La gloria del cavallo, Giolito de’ Ferrari, Venezia, 1567, s. p. (https://books.google.it/books?id=KctWAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=pasquale+caracciolo+la+gloria+del+cavallo&hl=it&sa=X&ved=0CCIQ6AEwAWoVChMIgfW79OK1yAIVAgwaCh0OAA01#v=onepage&q=pasquale%20caracciolo%20la%20gloria%20del%20cavallo&f=false); De rhinocerote, in Paolo Giovio, Gli elogi, Torrentino, Firenze, 1551, p. 207 (https://books.google.it/books?id=YyIBfYj26bsC&pg=PA319&dq=paolo+Giovio+gli+elogi&hl=it&sa=X&ved=0CCUQ6AEwAWoVChMI_YST4uS1yAIVhj8aCh3gEgqI#v=onepage&q=paolo%20Giovio%20gli%20elogi&f=false).

2 Vescovo di Nardò dal 1707 fino al 1736, anno della morte), fratello maggiore di Ferdinando (Napoli, 1675 – Napoli, 1748), architetto,  uno dei maggiori esponenti del barocco napoletano.

Ritratto del vescovo; dipinto di proprietà privata (immagine tratta da http://www.europeana.eu/portal/record/08504/23F03A0A2021CC373FBB1DD775168392F56AA434.html?start=1&query=antonio+sanfelice&startPage=1&qt=false&rows=24)

Ritratto dell’architetto; immagine tratta da wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Sanfelice), dove si legge Probabile ritratto del Solimena. Non so se l’estensore della scheda, o chi prima di lui, sia stato condizionato nell’attribuzione, per quanto probabile, dal fatto che l’architetto fu suo allievo o da motivazioni di carattere stilistico, ma, ad ogni buon conto, avrebbe fatto meglio a farci sapere da dove l’immagine è stata tratta; lo stesso rilievo  va fatto per l’immagine che si vede tal quale (cambia solo la didascalia che, in corsivo, appare evidentemente aggiunta a mano: Ferdinando San Felice/Architetto Napolitano contro FERDINANDUS SANFELICIUS/PATRITIUS NEAPOLITANUS/AETATE SUAE LX) in http://www.nobili-napoletani.it/sanfelice.htm

Sul vescovo vedi:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/03/il-conservatorio-della-purita-a-nardo-e-il-vescovo-antonio-sanfelice/Marta Battaglini, I paramenti sacri del vescovo Antonio Sanfelice descritti nella visita pastorale del 1719, Congedo, Galatina, 1989; ; AA. VV., Un vescovo, una città. Antonio Sanfelice e Nardò (a cura di Maria Teresa Tamblè e Benedetto Vetere) Negroamaro, s. l.,  2012 (estratto degli atti del convegno del 9-10 dicembre 2002); sul vescovo e sull’architetto vedi Antonio e Fernando Sanfelice. Il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento, a cura di Marcello Gaballo, Bartolomeo Lacerenza e Fulvio Rizzo, Congedo, Galatina, 2003; sull’architetto: Mario Cazzato, Un inedito di Ferdinando Sanfelice, in Nardò nostra, Studi in memoria di don Salvatore Leonardo (a cura di Marcello Gaballo e Giovanni De Cupertinis), Congedo, Galatina, 2000.

3 Si sente l’eco del niger Indus di Marziale, Epigrammi, VII, 29.

4 Esperia è dal greco Ἐσπερία (leggi Esperìa)=terra occidentale, da ἐσπέρα (leggi espèra)=sera, regione del tramonto, ovest. Non credo sia casuale la contrapposizione, pur messa in bocca al coccodrillo, tra l’oriente e l’occidente, in cui l’alba e il tramonto diventano metafora della vita e della morte …

5 Nel 1514 un elefante bianco (chiamato Annone, in onore del generale di Annibale) giunse a Roma, dono del re del Portogallo al papa Leone X per la sua incoronazione. Dopo due anni lo stesso re donò allo stesso papa un rinoceronte. Quest’ultimo fu più fortunato perché perì per il naufragio nel golfo di La Spezia della nave che lo trasportava, al contrario di Annone che morì di angina due anni dopo il suo arrivo nella capitale. Ho definito il rinoceronte più fortunato dell’elefante perché la morte gli risparmiò la convivenza con l’uomo, profondamente convinto come sono  che nessun essere vivente, neppure un albero, debba essere eradicato e trapiantato senza la sua volontà, se non per il suo bene o per cause di forza maggiore, condizioni che, nella fattispecie, come in tante altre vicende dei nostri giorni, non mi sembrano assolutamente ricorrere. Vedi anche la nota precedente.

6 Traduco così loricamur, prima persona plurale dell’indicativo presente attivo del verbo loricare, non attestato nel latino classico ma in quello medioevale (e con entrambi  il nostro monaco giocava in casa …) , nel quale, oltretutto, loricati (participio passato di loricare) erano chiamati (cito dal glossario del Du Cange) Monachi sanctiorisas vitae, qui pro mortificatione, ut vocant, loricam ferream jugiter ad cutem induebant, nec pro quavis necessitate deponebant. Hos inter eminuit S. Dominicus cognomento Loricatus, a lorica ferrea quam per annos 15 ad carnem detulit (I monaci di vita più santa, che per mortificazione, come la chiamano, indossavano continuamente a fior di pelle una corazza di ferro e non se ne liberavano di fronte a qualsiasi necessità. Tra di loro eccelse S. Domenico detto il loricato, dalla corazza ferrea che per 15 anni indossò a contatto con la pelle).

 

A proposito delle epigrafi della “trozza” di Villa Scrasceta

di Armando Polito

Questo post vuole essere solo una piccola integrazione al saggio recente, interessantissimo e, come al solito, ottimamente documentato, di Marcello Gaballo (Un’architettura rurale impossibile da dimentica+re: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni, II parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/06/unarchitettura-rurale-impossibile-da-dimenticare-lo-scrasceta-dalle-origini-ai-nostri-giorni-ii-parte/).

Le osservazioni che farò, frutto di una ricognizione personale operata più di trenta anni fa (purtroppo all’epoca non esistevano le fotocamere digitali e una reflex di un certo livello non era nelle possibilità economiche di un modesto insegnante) hanno il solo scopo di evitare un’ulteriore proliferazione di errori dovuti non all’autore del post ma alla fonte primaria, cioè il pur pregevole, pluricitato  lavoro dell’indimenticato Emilio Mazzarella; prima che gli oltraggi del tempo e degli uomini le rendano totalmente incontrollabili …

Parto dalla prima epigrafe, quella del fastigio. La trascrizione del Mazzarella è la seguente:

NYNPHARUM LOCUS/SITIENS BIBE/LYMPHA SALUBRIS UBERIBUS/PULCRAE NAIADIS/ECCE FLUIT.

Va detto preliminarmente che l’iscrizione occupa non cinque ma sette linee e che la sua trascrizione esatta è la seguente:

NYMPHARUM/LOCUS HIC/SITIENS BIBE/LYMPHA SALUBRIS/UBERIBUS/PULCHRAE NAIADIS/ECCE FLUIT

e, con l’aggiunta della punteggiatura. della cui scelta darò ragione più avanti:

NYMPHARUM/LOCUS HIC. SITIENS BIBE!/LYMPHA SALUBRIS/UBERIBUS/PULCHRAE NAIADIS/ECCE FLUIT

L’immagine che segue (tratta da http://www.giannicarluccio.it/wordpress/?p=2614#more-2614) mostra chiaramente il degrado della seconda linea ma non so spiegarmi come, dopo la decifrazione ancora oggi possibile di LOCUS, sia sfuggito il visibilissimo HIC.

La questione non è di poco conto, perché l’omissione ha trasformato in una quasi inanimata epigrafe in prosa ciò che era e rimane un perfetto distico elegiaco.

Ne fornisco di seguito la scansione, non per idiota esibizionismo culturale ma solo perché è un passaggio indispensabile per motivare le osservazioni che farò dopo e facilitarne al lettore la comprensione.

Nymphā|rūm lŏcŭs|hīc||sĭtĭ|ēns bĭbě|lymphă să|lūbrĭs                     

ūbĕrĭ|būs pūl|chraē||Naīădĭs|ēccĕ flŭ|ĭt 

Qui (c’è) il luogo delle Ninfe. Tu che hai sete, bevi! L’acqua salutare,

ecco, scorre dalle mammelle della bella Naiade.

Ho definito il distico perfetto, ma ho bisogno però di perfezionare la mia definizione e di rilevare a tale scopo  come la tecnica di costruzione poetica riesca a risolvere tra l’altro pure i problemi derivanti dall’ambiguità grammaticale di una singola parola. Ciò che ho appena finito di affermare, che può sembrare astratto o, peggio ancora, criptico,  è impersonato dalla terza parola del primo verso (HIC) che teoricamente può valere:

1) come nominativo maschile singolare dell’aggettivo dimostrativo hic/haec/hoc (=questo).

2) come avverbio (=qui).

Nel primo caso le traduzioni possibili, tenendo conto della punteggiatura da me inserita in quella proposta, che è la finale, sarebbero:

a) Questo luogo (è) delle Ninfe.

b) Questo (è) il luogo delle Ninfe.

Entrambe le interpretazioni suppongono, dopo HIC, un EST (è) sottinteso che assumerebbe il valore di copula (in a , in particolare, in cui delle Ninfe ha il valore primario di genitivo di possesso:  se è è copula nell’espressione questo luogo è comune, non si comprende perché dovrebbe cambiare in questo luogo è di tutti e perché non dovrebbe esserlo nel nostro in cui delle Ninfe è equivalente a ninfeo), mentre HIC sarebbe attributo di LOCUS in a e complemento predicativo del soggetto (sempre LOCUS), in b.

Nel secondo caso (HIC avverbio di luogo) l’unica interpretazione possibile sarebbe Qui c’è il luogo delle Ninfe.

Se, però,  non si tiene conto, per quanto riguarda la punteggiatura, del punto fermo dopo HIC, in questo secondo caso, immaginando un punto fermo dopo LOCUS, sarebbe possibile, sempre teoricamente, anche quest’altra interpretazione: Il luogo è delle Ninfe. Tu che qui hai sete …

Da un punto di vista stilistico nulla potrebbe essere obiettato, poiché l’avverbio (HIC) risulterebbe sempre collocato correttamente prima del verbo (SITIENS), come avvenuto nel primo caso, dove, però, il verbo (EST) era sottinteso.

Come dipanare questa matassa? Grazie a due cospicui indizi che poi, confermandosi a vicenda,  diventeranno inequivocabili prove:

Il primo ce lo offre la stessa grafica dell’iscrizione, dove HIC è inciso alla fine della seconda linea, dopo la prima, iI cui ruolo di rilievo è stato riservato in via esclusiva a NYMPHARUM; il secondo la scansione metrica con la sua cesura pentemimera che cade proprio dopo HIC, obbligando nella lettura a fermarsi momentaneamente proprio in quel punto. Insomma, quella cesura corrisponde proprio al punto fermo che nella trascrizione ho posto dopo HIC.

Qualche pignolo ostruzionista teso, in buona o in mala fede, a considerare questa una mia farneticazione potrebbe obiettare che il verso in questione potrebbe anche essere scandito allo stesso modo ma con due cesure (la tritemimera e l’eftemimera) secondo lo schema seguente:

Nūmphā|rūm||lŏcŭs|hīc sĭtĭ|ēns||bĭbě|lūmphă să|lūbrĭs 

Anche il più scalcinato studente di latino, quello di un tempo, gli avrebbe fatto osservare che questa lettura è un brutale, arbitrario e insensato terremoto che spezza legami grammaticali (il genitivo NYMPHARUM separato brutalmente dal soggetto LOCUS che lo regge e SITIENS, participio sostantivato con valore di complemento di vocazione, dal suo verbo BIBE) che coincidono con valori logici, cioè, in ultima analisi, semantici, convergenti verso corretti fini prima espressivi e poi interpretativi.

Alla luce di queste considerazioni rimangono praticabili solo le interpretazioni a e b e ho privilegiato, come s’è visto, b per un fatto statistico: prevalentemente negli autori classici l’aggettivo dimostrativo precede e non segue il nome di cui è attributo, per cui è più plausibile, anche in considerazione, come si è appena visto,  dei sottili strumenti messi a disposizione dall’autore del testo per aiutare il lettore a risolvere le ambiguità teoriche,  che HIC sia avverbio che precede correttamente il verbo sottinteso (EST).

Non mi dilungo sulle ascendenze classiche di nessi e singole parole, che la dicono  lunga sulla raffinatezza culturale dell’autore del distico e del committente dell’opera (potrebbero essere stati un’unica persona) e mi riprometto di farlo solo se questo post registrerà un accettabile riscontro  (si scrive per essere letti, riletti e contraddetti, non per leggersi, rileggersi e non contraddirsi …).

Se la lettura imperfetta di questa prima epigrafe registrata dal Mazzarella non ha provocato travisamenti sostanziali del suo significato, lo stesso non può dirsi della seconda, alla base del puteale, così riportata dal Mazzarella per la prima parte:

PRAESENS FONS PERENNIS INCERTUS FUIT/DIE MARTII DCCXXXXVI

tradotta in nota in La presente fonte sorgiva (o perenne) fu incerta (fino al) marzo 1746.

E per la seconda:

AEMANAVIT ACQUA DIE XVI AUGUSTI MDCCXXXXVI

tradotta in nota in Emanò l’acqua il giorno 16 agosto 1746

Per la prima parte, invece, nonostante la seconda linea sia sepolta quasi per metà (come mostra la foto successiva tratta da http://www.giannicarluccio.it/wordpress/?p=2614#more-2614) dallo sciagurato strato di cemento utilizzato probabilmente per portare l’area che circonda pozzo al piano della vicinissima fabbrica (e non per fissare i quattro sostegni della griglia protettiva, in quanto la stessa sopraelevazione si nota anche in foto più antiche, in cui la griglia è assente), la lettura corretta è:

PRAESENS FONS PERENNIS INCAEPTUS FUIT/DIE VII MARTII MDCCXXXXVI

La presente fonte perenne fu iniziata il 7 marzo 1746 (data di inizio dello scavo)

Per la seconda:

A DIE XVI AGUSTI AEMANAVIT AQUA

Dal giorno 16 agosto sgorgò l’acqua (data di conclusione dello scavo e dell’intercettazione della falda freatica).

L’errata lettura riportata dal Mazzarella, in cui  INCAEPTUS risulta sostituito con INCERTUS e VII viene omesso dopo MARTII, è sfociata nella traduzione totalmente arbitraria che ho già riportato: La presente fonte sorgiva (o perenne) fu incerta (fino al) marzo 1746. Non si capisce per quale motivo si sarebbe dovuto registrare questo inconveniente e, oltretutto, il fino a sottinteso nella traduzione avrebbe supposto un AD DIEM (alla lettera: fino ad un giorno) e non l’ablativo DIE che, insieme con VII, forma un complemento di tempo determinato, che più determinato non si può.  Quanto ad INCAEPTUS: è participio passato di incìpere per il classico inceptus: si tratta (insieme con la variante INCOEPTUS) di un normalissimo esempio di ipercorrettismo presente già nel latino medioevale e particolarmente ricorrente nei testi in latino del XVII e XVIII secolo), modellato sul classico caelum/coelum, ma ancor più giustificato dal fatto che incìpere è formato da in+coèpere e che il participio passato di coèpere è coèptus. La stessa forma di ipercorrettismo si nota in AEMANAVIT per emanavit. Qui, però, non c’è giustificazione di sorta in quanto emanare è formato dalla preposizione e=fuori+manare=sgorgare e, se nel latino medioevale s’incontra celum (per il classico coelum o caelum), cioè il dittongo risolto in e, mai s’incontra il contrario, cioè un originario e ampliato in dittongo; infatti un latino aemanare non risulta attestato neppure una volta, se non qui …

Gli estremi temporali registrati nell’epigrafe sono importantissimi, non solo perché in altre trozze, a quanto ne so, s’incontra, quando s’incontra, solo la registrazione dell’anno di realizzazione,  ma anche perché essi danno un’idea dell’impresa quasi ciclopica dello scavo di un pozzo, con i mezzi di allora: picconi, mazze, punte di ferro e zappe larghe.

Un’ultima osservazione: questa seconda iscrizione, a differenza della prima, ha un carattere che potremmo definire documentario e burocratico ed è in prosa; quando mai, d’altra parte, la burocrazia è andata a braccetto con la poesia, nonostante la rima in comune?  Eppure, essa ci descrive temporalmente con precisione  il concepimento e la nascita della trozza (il periodo di gestazione è sottinteso, perché facilmente calcolabile), mentre quella del fastigio (e sotto questo punto di vista la collocazione non è casuale) evoca i valori senza tempo (purtroppo non posso dire di ogni tempo …): il pensiero d’amore per la natura, per la vita, per il patrimonio culturale dei padri, per la bellezza (purtroppo concretamente non alla portata di tutti, ma per comprenderli non è necessario essere ricchi economicamente …) che ispirarono la sua realizzazione. Lascio al lettore giudicare l’importanza dell’una e dell’altra.

 

 

Io i paesini li amo, amo i loro vicoli, amo di essi la noia e quella fottuta routine

Nardò. Piazza Salandra
ph Aristide Mazzarella

di Stefano Manca

Ha cominciato Marchionne, definendo Firenze una città «piccola e povera». Da lì la rivolta dei fiorentini e dell’allora sindaco Matteo Renzi. Un mese fa una concorrente di Nardò del Grande Fratello ha dichiarato di provenire da «un paesino della Puglia». Infuocate reazioni: «Paesino? Come si permette? Siamo 30mila!», ha reagito uno. «Siamo 32mila!», ha detto l’altro. «Siamo 38mila!», ha rilanciato un altro ancora. «Siamo 38mila marine escluse!», ha precisato un altro demografo. Ho smesso di leggerli prima che superassero Tokyo. Adesso la questione si ripresenta a Lecce. Una residente del centro non trova parcheggio nel fine settimana e lascia l’auto in sosta vietata con un biglietto: «Se dev’essere spostata citofonate al civico 8 di questa via. ‘Sti cazzo di paesani hanno intasato Lecce». Per «paesani» l’automobilista intendeva coloro i quali nel weekend abbandonano la provincia (il «paese», appunto) e vanno a Lecce (la «metropoli», evidentemente). In tutti e tre i casi citati («città piccola», «paesino», «paesani») i piccoli centri sono percepiti come le residenze di chi parte in svantaggio, di chi deve recuperare, di chi non sa allacciarsi le scarpe. Persino chi oggettivamente ci vive, in un paesino, ne rifiuta l’etichetta. Se il paese vi fa schifo, datelo a me. Io i paesini li amo, amo i loro vicoli, amo di essi la noia e quella fottuta routine, amo Totò e Peppino che arrivano a Milano e tirano fuori le galline dalla valigia, amo pure chi il paesino lo lascia, amo quel sentirsi un inviato all’estero quando scrivo di fatti minuscoli avvenuti a sei chilometri da casa mia, amo le biografie vere e quelle inventate che si mescolano nella piazza, amo l’arrivo del cantante vintage e se ne parla per otto mesi, amo il campanile e stanotte amo la mia mente chiusa perché così non entrano gli spifferi delle vostre cazzate.

 

Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (II parte)

scrasceta-buona

di Marcello Gaballo

L’ingresso della villa Scrasceta è a pianta mistilinea[1] e un recente cancello a doppia anta in ferro battuto, fissato a corpose colonne in tufo[2], isola la dimora dalla pubblica via. Il portale è caratterizzato “dai notevoli effetti chiaroscurali prodotti sia dalla aggettante cornice, sovrastante da piccole lesene che sorreggono corpose basi toriche, quasi sfiancata dalla convessa piramide calcarea, sostenenti una sfera”[3].

Alcune stanze poste a sinistra dell’ingresso rimandano ad una modesta dimora per la servitù e ad una probabile rimessa per gli animali.

All’edificio principale si accede tramite un viale di una cinquantina di metri che giunge di fronte all’ingresso. Era questo fiancheggiato da busti in carparo, dapprima rimossi dai rispettivi basamenti, poi asportati da ignoti circa 30 anni fa[4]. Dovevano essere almeno otto per lato, intervallati da identici blocchi quadrangolari della medesima pietra. Così scrive a riguardo E. Mazzarella: “…Menava all’abitazione del proprietario un famoso viale con circa, ogni cinque metri, curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone, chitarra, mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di mellone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano e un orciuolo nell’altra, con una ruota tra le mani davanti al petto, in vari modi ancora. Le statue attirarono la curiosità di moltissima gente e furono dette volgarmente li pupi ti lu Scrasceta”[5].

scrasceta2

La corruzione e l’usura della pietra non hanno purtroppo concesso di riconoscere le fattezze delle insolite figure e gli strumenti da essi tenuti tra le mani. Dalle poche foto di archivio sopravvissute[6] sembra trattarsi di figure maschili orientali, a causa dei copricapi che nella maggior parte dei casi richiamano i kefiah arabi, ricadenti sulla nuca e sulle spalle. Altrettanto arduo è poter riconoscere gli strumenti musicali a corda che alcuni di essi sembrano suonare: due di essi paiono liuti arabi (ud), con la cassa armonica a mandorla, un breve manico con la paletta terminale ricurva ad angolo retto, a quattro o cinque corde[7]; un terzo sembra suonare una sorta di oboe a forma di cono (mizmar degli arabi). Più arduo è il riconoscimento dello strumento che tiene in mano la figura con le sembianze di un cinese.

pupi1

La descrizione del caratteristico prospetto principale della nostra villa è ben riportata nella citata Relazione della Soprintendenza[8]: “… Il prospetto principale che presenta un compatto paramento, a conci di pietra locale perfettamente squadrata, è sfondato al centro da profondi effetti d’ ombra che scaturiscono dalla presenza di profondi archi sovrapposti impaginati da appena accennati riquadri smussati agli angoli. A piano terra un’ arcata a sesto ribassato, dalle accentuate modanature che si avvolgono, al di sotto delle reni, in ricche volute a fogliame smosso, producenti un piacevole effetto di instabilità statica evidenziato dalla corposa trabeazione d’ imposta sostenuta, quasi a fatica, da mensole a voluta, definisce un androne rialzato dalla quasi evanescente cortina muraria in cui i vuoti delle aperture vengono rafforzati dalle cornici mistilinee”[9].

prospetto

Nello stesso androne, in corrispondenza dell’unica porta, trova posto uno scudo, sagomato secondo il gusto settecentesco, su cui doveva essere dipinto lo stemma della famiglia, sormontato da una corona con fioroni. Le ridipinture rendono assai difficile la lettura dell’elemento araldico con i due guerrieri in lotta, tipici della nobile famiglia[10]. Sembrerebbe che a seguito della scomparsa del dipinto si sia rimediato con l’applicazione di una piccola formella scolpita con l’arme, di forma rettangolare e stridente con la bellezza dello scudo, assai più ampio.

Uno degli elementi di maggiore caratterizzazione del prospetto dell’edificio è senz’altro rappresentato dall’arco mistilineo del piano nobile con la sua imponente e raffinata balaustra, che permetteva di godere della proprietà circostante. “Sostenuta da tozze mensole e ritmata dal succedersi di volute e balaustrini scolpiti a puttini”[11], conferiva particolare eleganza all’edificio, travalicando gli aspetti prettamente funzionali del sito aziendale. Certo l’insolita iconografia, con i putti che sorreggono serti di alloro o fiori, per niente richiama al contesto agreste o bucolico in cui sorge la villa, per cui non è vano ipotizzare la provenienza di quella balaustra da altri contesti. Senza trascurare la fattura, il cui stile sembra distante da quello in auge nel Settecento, richiamando invece a sculture tardo-cinquecentesche ben note in città.

particolare del balcone trafugato
particolare del balcone trafugato

In due riprese, a distanza di pochi mesi, una trentina di anni fa la balaustra fu comunque trafugata da fini intenditori, senza che nessuno abbia mai saputo l’infelice destinazione.

Stessa triste sorte è toccata alla bellissima Immacolata lapidea, “una statua devozionale di notevole fattura”[12], che trovava collocazione in una nicchia della loggia al piano nobile, questa ancora visibile, con elegante cornice modanata che mostra nella parte superiore tre teste di cherubini ed una sontuosa corona che sovrasta il tutto. Oggi restano solo delle foto d’archivio a testimoniare la bellezza dell’edificio, la cui devastazione illustra fin dove arriva l’incuria e la sfrontatezza.

Le cornici mistilinee in stucco, secondo il gusto dell’epoca, applicate attorno allo stemma, alla porta e alle due finestre del pianterreno sono riprese in maniera omogenea anche nelle porte interne del vano centrale. Quest’ultimo, a pianta rettangolare, immette in quattro ambienti circostanti e sul giardino, come ha rilevato di recente F. Fiorito[13]. Tutte le coperture dei nove vani sono coperti a volta leccese, ad eccezione del vano adibito a cucina, un tempo coperto ad incannucciata e coppi, oggi in pessimo stato. Non è dato di sapere se nell’interno vi fossero volte e pareti affrescate o dipinte, come invece avvenne per la menzionata masseria Brusca[14]. Tutti i pavimenti interni sono di cocciopesto[15] e lastricato.

 

Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo
Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo

Altro elemento caratterizzante della nostra residenza è senz’altro il pozzo monumentale retrostante[16], che può ritenersi un’opera scultorea a sé e che conferma la condizione agiata e il buon gusto nel commissionare la singolare scultura, che resta tra i più importanti esempi di tal genere su tutto il territorio. Purtroppo anche in questo caso non abbiamo indicazioni circa l’autore, mentre è noto l’anno di costruzione, 1746, come si rileva dall’epigrafi inferiore della vera[17].

La presenza dell’impegnativo manufatto in carparo e pietra leccese, anche perché imponente nelle dimensioni, rende convenientemente dignitoso tutto il retro della villa, lasciando supporre che fosse stato realizzato in quel posto per una precisa esigenza scenografica e non solo funzionale o di arredo, a completamento del cortile e del giardino.

F. Suppressa, nel trattare dei vari sistemi di raccolta dell’elemento vitale per l’agricoltura, lo definisce a buon motivo “straordinario esempio… inserito prospettivamente nel complesso architettonico sorto attorno alla fine del Settecento per il piacere di vivere in campagna”[18]. Lo stesso, nel riprendere E. Mazzarella[19], si sofferma sulle epigrafi: “…nel timpano sorretto da possenti colonne e avvolto da sinuose decorazioni floreali, vi è incastonata un’emblematica epigrafe in latino:

NYMPHARUM LOCUS

SITIENS BIBE

LYNPHA SALUBRIS – UBERIBUS

PULCHRAE NAIADIS

ECCE FLUIT.

Ovvero “Questo è il luogo delle Ninfe, o sitibondo, bevi. Ecco qui scorre l’acqua chiara salutifera dai seni della bella Naiade”… Al di sotto della conchiglia vi è l’epigrafe PRAESENS FONS PERENNIS INCEPTUS FUIT DIE VII MARTII DCCXXXXVI (la presente fonte sorgiva fu incerta (fino al) 7 marzo 1746) e dall’altro lato, sempre al di sotto della conchiglia, AEMANAVIT AQUA DIE XVI AUGUSTI MDCCXXXXVI (Emanò l’acqua il giorno 16 agosto 1746)”[20].

pozzo2

G. De Pascalis ritiene il pozzo “collocato nel retroprospetto in posizione perfettamente assiale con le aperture del piano terra e con l’asse di riferimento dei viali”[21].

Certamente la sua realizzazione comportò una riqualificazione della parte retrostante dell’edificio, nel cui piccolo giardino con pergolati ed agrumi, sottoposto rispetto al cortile, sono ancora visibili tre edicole ed un pozzo di servizio.

Dunque tanti elementi architettonici ed artistici che hanno saputo coniugare l’arte con la natura, superando la monotonia del paesaggio agricolo circostante, sino a farle assumere una propria identità culturale, purtroppo oggi solo trasmissibile e parzialmente visibile.

 

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

[1] Cfr. S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 262-273; U. Gelli, Portali, pozzi, cisterne: esperienze di rilievo architettonico, ivi, pagg. 274-285.

[2] Su questa pietra, sul carparo e la pietra leccese, con cui sono realizzate le diverse parti della villa, la bibliografia è sterminata. Si vedano almeno: G. Marciano, Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli 1855; P. Cavoti, Il carparo e la pietra leccese nelle rocce salentine, Lecce 1884; C. De Giorgi, Note e ricerche sui materiali edilizi adoperati nella Provincia di Lecce, Lecce 1901, ristampa anastatica, Galatina 1981; V. G. Colaianni, Le volte leccesi, Bari 1967; F. Zezza, Le pietre da costruzione e ornamentali della Puglia. Caratteristiche sedimentologico-petrografiche, proprietà fisico-meccaniche e problemi geologico-tecnici relativi all’attività estrattiva, in «Rassegna tecnica pugliese – Continuità», anno VIII, N. 3-4, Luglio-Dicembre 1974, Bari 1974; Id., La pietra leccese, in AA.VV., La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano 1982, pagg. 155-160; M. Stella (a cura di), Le pietre da costruzione di Puglia: il tufo calcareo e la pietra leccese, Bari 1991; M. Mainardi, L’industria del cavar pietra. Le cave nel Salento, Lecce 1998; Id., Cave e Cavamonti. Documenti per una storia sociale del lavoro della pietra nella Puglia meridionale (1810/1965), Lecce 1999; D. G. De Pascalis, L’arte di fabbricare e i fabbricatori. Tecniche costruttive tradizionali e Magistri muratori in Terra d’Otranto dal Medioevo all’Età Moderna, Nardò 2002.

[3] Relazione della Soprintendenza, op.cit..

[4] A tal proposito si rimanda alla denuncia fatta dal circolo culturale “Nardò Nostra”, allora presieduta da chi scrive, che nel numero 7-8 (1985) del periodico locale “La voce di Nardò” chiedeva l’immediato ripristino in loco delle statue deposte dai basamenti, staccate per essere sostituite con vasi in cemento. Poco prima lo stesso giornale aveva denunciato la scomparsa di metà della balaustra.

[5] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op.cit., pagg. 397-400.

[6] Doveroso rimandare ancora una volta al ricco corredo fotografico di Michele Onorato nel citato volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò, figg. 193-205. Il fotografo, consapevole dell’importanza del luogo e quasi presagendo il triste destino che sarebbe toccato all’immobile, ha fotografato e fatto pubblicare il suo reportage, che resta fondamentale per la memoria visiva della nostra villa.

[7] “Nel IX secolo il giurista di Baghdad “ Miwardi ” utilizzava l’oud nel trattamento delle malattie, questa idea prese piede e perdurò fino al secolo XIX , l’oud vivifica il corpo, proprio perché agisce sugli umori corporali, rimettendoli in equilibrio. È considerato terapeutico, nella sua capacità di rinvigorire e dar riposo al cuore, veniva tradizionalmente suonato anche nei campi di battaglia” (http://www.etnoarabmusic.com/2011/03/08/oud-il-sultano-degli-strumenti-arabi/).

[8] Inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981.

[9] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[10] L’arme della famiglia è: spaccato di azzurro e di verde, e sul tutto due atleti di oro ignudi, in atto di lottare, accompagnati nel capo da una testa di mercurio del medesimo, con ali di argento e coperto da un berretto di nero.

Il motto: et pace et bello (sia in pace e sia in guerra) (M. Gaballo, Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra, Nardò 1996).

[11] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[12] Idem.

[13] F. Fiorito – M. V. Mastrangelo, Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n°7.

[14] In questa sopravvive un discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone, sul quale ho avuto modo di descrivere come “ il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore” (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca…, op. cit.).

[15] “la pavimentazione con cocciopesto consisteva in un primo strato composto da tufo frantumato, tufina e calce, impastato con acqua, in un secondo strato di malta grezza e in un ultimo strato di cocciopesto. Il massetto veniva

quindi cosparso di calce liquida, battuto e lucidato con cazzuola e latte di capra” (S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”).

[16] Come scrive A. Polito, trattasi di una trozza, ad estrazione manuale, mediante secchio legato ad una fune, ma con l’ausilio di una carrucola; al lemma trozza il Rohlfs: “confronta il greco antico τροχαλία2=carrucola, τροχιά3=cerchio di ruota, latino volgare *tròchia”. Rispetto al pozzo la struttura è molto più complessa e talora con pregevolissimi esiti estetici, come testimonia, per esempio, la trozza di Villa Scrasceta a Nardò.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/03/la-ngegna-forse-figlia-di-una-radice-molto-prolifica/

[17] Notevoli ci sembrano le analogie con alcune parti del bellissimo pozzo a due “vasche” ubicato nel giardino retrostante della citata villa in contrada La Riggia. La conchiglia sulla vera, le volute e gli elementi fitomorfi, la sommità dell’architrave, se non opera del medesimo autore del pozzo dello Scrasceta, possono far ritenere coeve le due singolari opere, che meritano ancora tanta attenzione da parte degli studiosi. Anche questo pozzo è stato fotografato da M. Onorato e pubblicato nel predetto volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (fig.211).

[18] F. Suppressa, Il paesaggio dell’Arneo attraverso i segni e i luoghi dell’acqua, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/15/il-paesaggio-dellarneo-attraverso-i-segni-e-i-luoghi-dellacqua/

[19] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op. cit., p. 399.

[20] Il pozzo è anche descritto da P. Congedo nel suo saggio Censimento di pozzi e cisterne del territorio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 289-290.

[21] G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rirale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neritino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., p.180.

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

 

 

Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (I parte)

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

 

di Marcello Gaballo

 

Nardò, Villa Scrasceta in una foto di una ventina d’anni fa

 

 

Uno dei luoghi a cui sono più affezionati i neritini è quello noto come “Scrasceta”, che intere generazioni hanno portato stabilmente nell’animo per via di quei “pupi” regolarmente piazzati lungo il viale d’accesso e che potevano ritenersi come patrimonio della memoria collettiva. Un tesoro di cui i cittadini, a giusto motivo, potevano ritenersi gelosi e che mai avrebbero pensato potesse scomparire.

La villa, intesa come insieme di palazzo e giardini, è situata a circa tre chilometri da Nardò, lungo la strada vicinale Corano che collega il centro abitato alle marine di Torre Inserraglio e Sant’Isidoro, in quello che un tempo era detto feudo Imperiale, esente dal pagamento di decime feudali.

In posizione ideale rispetto alla viabilità, è rimasta libera dall’antropizzazione del territorio dell’ultimo cinquantennio, circondata da terreni agricoli ancora produttivi, poco distante dall’antichissima masseria di Curano.

Soggetta a vincolo con D.M. del 17/9/1981 ai sensi della L. 1089 del 1939, talvolta è stata erroneamente inserita tra le masserie del neritino, trattandosi piuttosto di dimora signorile a carattere stagionale. La Soprintendenza difatti l’ha tutelata “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’ attività agricola e alle strutture socio-economiche dell’ area salentina nei secc. XVIII-XIX”[1].

Come ha scritto A. Polito, la più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376[2], la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427[3], una terza (in loco nominato la Scraseida) in una visita pastorale del 1460[4]. Lo studioso fa derivare il nome da scràscia (rovo) e la cui terminazione –èta rimanda al plurale del suffisso latino –ètum, designante insieme di piante e conservatosi nell’italiano –èto.

scrasceta

Impossibile individuare il nucleo originario dell’edificio, ma un rogito notarile del 1598 la attesta come proprietà del barone neritino Francesco Sambiasi, che in tale anno vende al barone leccese Lucantonio Personè un oliveto con mille alberi e una casa lamiata qui ubicati, per 170 ducati[5].

Nel 1610 il possedimento risulta accatastato tra i beni del nobile Ottavio Massa di Nardò[6]. Diciotto anni dopo, nel 1628, è divenuta proprietà del nobile Mariano de Nestore, che potrebbe aver apportato consistenti rifacimenti ed ampliamenti, a causa della maggiore quotazione del bene . L’edificio con tutti gli annessi nel documento risulta possedere una abitazione con cisterna all’interno, un orto con forno per il pane, un frutteto, due palmenti e due pile, oltre a 22 orte di vigneto delimitate da parete a secco (…cum domo lamiata cum cisterna intus… orticello cum furno intus et cum pomario diversorum arborum et cum una quantitate di quadrelli et cum duobus palmentis et duobus pilaccis intus… ortis viginti duobus vinearum incirca, cum diversis arboribus intus insepalata circumcirca parietibus lapideis…)[7].

La tenuta, a causa dei debiti del de Nestore, viene venduta nel 1624 all’abate Marcello Massa, tutore degli eredi di suo fratello Girolamo, deceduto nel 1622, per ben 1500 ducati[8], contro i 170 certificati nel documento precedente che lo assegnava al Personè.

Per quasi un secolo i documenti finora rinvenuti tacciono sugli eventuali passaggi di proprietà e solo nel 1722 lo Scrasceta viene donato da uno dei personaggi più in vista nella città, il barone Diego Personè (1681-1743), a suo figlio Lucantonio, barone di Ogliastro, generato con Raimondina Alfarano Capece. Nell’importante atto notarile, oltre al vigneto circostante, per la prima volta si fa esplicito riferimento ad una domo lamiata et eius palatio et palmentis duabus intus eum[9]. E’ facile pensare che sia stata questa facoltosa famiglia dunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, al culmine della floridezza economica, ad ampliare e a dare un nuovo assetto alla costruzione, visto che per la prima volta si fa riferimento alla realizzazione del “palacium”, annesso alla preesistente “domus lamiata”. Dunque non più una costruzione legata all’attività produttiva, ma una nuova dimora, resa agevole con opportuni miglioramenti per consentire ai proprietari di soggiornarvi in determinati periodi dell’anno.

La ristrutturazione e i possibili ampliamenti, oltre a voler dimostrare lo status dei proprietari grazie alle raffinate architetture apportate in una modesta “casina” di campagna, tengono perciò conto della praticità e funzionalità produttiva del luogo, ma puntano anche all’abbellimento della stessa.

scrasceta1

Nel clima arcadico di questi primi decenni del secolo la villeggiatura anche a Nardò diventa un piacere per l’ambiente naturale e per l’architettura di ville e giardini, lontani dagli usi noiosi del vivere cittadino[10], magari partecipando alla raccolta dell’uva e osservando i lavori dei “furisi” e delle loro donne, passeggiando nel giardino o sul viale e trovando ristoro con la fresca acqua attinta dal pozzo. La stessa presenza dei bizzarri busti lungo il viale porta ad ipotizzare la natura “di svago” della bucolica residenza, per segreti piaceri che i palazzi cittadini non consentono. In fondo era quello che stava accadendo in altri comuni di Terra d’Otranto, ma anche nelle poco distanti Villa La Riggia[11], Villa Taverna e masseria Brusca, dove il nobile medico Francesco Maria Zuccaro ampliava e abbelliva il giardino annesso al complesso masserizio, dotandolo di statue di ispirazione mitologica[12] e di fontana ornamentale, facendo scolpire profili clipeati e lo stemma familiare sul portale[13].

Tornando alle vicende patrimoniali della nostra villa, un altro rogito del 1744 conferma la proprietà a Lucantonio Personè (1704-1749), figlio del predetto Diego, coniugato con Lucrezia Scaglione, il quale in tale anno cede il tutto a suo fratello Francesco, avendone in cambio la masseria del Pugnale seu dello Scaglione, in feudo di Anfiano[14], che aveva avuto in eredità da sua madre Raimondina Alfarano Capece[15].

Questa cessione potrebbe far pensare che Lucantonio sia stato uno dei committenti della ristrutturazione, purtroppo non terminata, come rivela l’incompletezza della costruzione nella parte sinistra, come ancora si osserva. Lo stesso avrebbe però ultimato nel 1766 la cappella dedicata all’Immacolata Concezione, innestata sull’angolo destro della facciata[16], grazie all’intervento dei mastri copertinesi Ignazio Verdesca[17] e Adriano Preite[18], come riporta M. Cazzato[19].

Francesco, dopo aver acquisito la proprietà dello Scrasceta, decide di ampliare la proprietà e acquista nel 1749 altre orte quattordici e quarantali undici di vigneticontigui, con una casa a volta e due palmenti per spremere uva dentro, dal sacerdote Saverio Giaccari[20]. L’acquisto, pattuito per ducati 338 e grana 75, avviene con atto del notaio Felice Massa di Nardò, “per essere contigue ad altre del medesimo”.

Gli atti notarili di questo periodo se annotano i passaggi di proprietà purtroppo non forniscono dati utili per risalire alla ricostruzione delle parti. Nulla vieta però che parte dei lavori di ammodernamento siano stati fatti eseguire dal facoltosissimo Giuseppe, che risulta tenutario dell’immobile e dell’estensione dei vigneti nel 1773[21], come conferma un rogito dell’anno dopo[22].

Nel 1809 la dimora risulta del fratello di Giuseppe, Michele Personè[23], che lo aveva avuto in dono come da testamento del primo rogato il 31 maggio 1786[24].

Michele detiene ancora la proprietà nel 1821[25], prima di trasmetterla a suo figlio Diego che ne risulterà tenutario in un documento dell’anno successivo[26].

Diego Personè poi la vende al fratello Giuseppe, che la trasmetterà al figlio Luigi Maria (1830-1898), detto lo zoppo, da cui al figlio Giuseppe. Questi la trasmette infine a Luigi Maria (1902-2004), detto penna d’oro, che la vende a Pantaleo Fonte, i cui figli ancora la posseggono.

 

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

[1] Relazione inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981. La dimora è ubicata in catasto al Fg. 83, p.lle 84-87.

[2] A. Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari 1981, pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 84.

[4] C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Galatina 1988, pag. 168.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/

[5] Archivio di Stato di Lecce (d’ora in avanti A.S.L.), atti notaio Francesco Fontò di Nardò (66/1) anno 1598, cc.171r-173v.

[6] A.S.L., atti notaio Francesco Zaminga di Nardò (66/8) anno 1610, c.18r.

[7] A.S.L., atti notaio Santoro Tollemeto di Nardò (66/6) anno 1628, cc.63r-69v.

[8] Idem, c.69v.

[9] A.S.L., atti notaio Donato De Cupertinis di Nardò (66/13) anno 1722, c.67.

[10] Sul fenomeno del vivere in villa e sulla villeggiatura v. A. Costantini, Del piacere di vivere in campagna. Guida alle ville del Salento, in Guida alle ville del Salento, Galatina 1996, pagg. 9 e segg.; Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a c. di M. Gaballo, Martina Franca 2001, pagg.216-217.

[11] Sul portale di questa villa si intravedono due figure che rimandano ai busti dello Scrasceta. Anche in questo caso l’usura e la carie della pietra impediscono una lettura definita che possa far pensare alla stessa bottega. Si vedano le figg. 207-210, di Michele Onorato, nel volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV) a c. di B. Vetere (Galatina 1986).. Questo richiamo lo devo all’amico Paolo Giuri, che ringrazio.

[12] Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione qui presente di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Anche qui dunque una scenografica, quasi teatrale, disposizione di statue (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n° 6).

[13] Idem.

[14] Il feudo di Anfiano è nel territorio di Cannole, confinante con quelli di Torcito e Palanzano. La masseria citata è ancora esistente, anche se ne sopravvivono i soli muri perimetrali. Dai Personè di Cannole passò ai Granafei, quindi ai Salzedo, che la ebbero sino al XIX secolo. Ringrazio l’amico Cristaino Villani per le informazioni.

[15] A.S.L., atti notaio Angelo Tommaso Maccagnano di Nardò (66/14) anno 1744, c.92v.

[16] Nella citata relazione della Soprintendenza così è descritta: “delimitata dalle ombre appena accennate della cornice, lievemente modanata, e dallo spigolo, a semicolonna incassata, ha la facciata caratterizzata dal vuoto dell’ occhialone policentrico sovrastante un semplice portale, inserito in una apertura mistilinea tompagnata, che immette in un vano coperto a volta leccese in cui si nota la presenza di un altare di dignitosa fattura”.

Mazzarella scrive che in essa vi era una tela raffigurante “la Vergine in piedi col Bambino Gesù in braccio in atto di calpestare la mezza luna ed il serpente, tra larga e pregevole cornice”, con campanile, campana e “suppellettili ottime” (E. Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di M. Gaballo, Galatina 1999, pagg. 397-400).

[17]. Originari di Copertino, si hanno notizie dei fratelli capimastro Angelantonio (Copertino 1740 ca. – notizie sino al 1806) e Ignazio.(notizie dal 1776 al 1794 ca)., Cfr. M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, p.19; S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”.

[18] Famiglia di costruttori originaria di Copertino, che ebbe in Adriano (Copertino 1724-1804) l’esponente più noto. Tra gli interventi più importanti quello nel seminario di Gallipoli (1747), palazzo Colafilippi a Galatina

(1768-1772 ca.), palazzo Doxi (1775 ca.) e palazzo Romito (1770 ca.) a Gallipoli. Nel 1781 completa la

matrice di Tricase, nel 1783 realizza la parrocchiale di Soleto;, nel 1790 quella di Sternatia (cfr. M. CAZZATO-A. COSTANTINI, Grecìa Salentina, Arte, Cultura e Territorio, Galatina 1996; M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, pagg.17-18).

[19] M. Cazzato, Oltre la porta, op. cit., p.19.

[20] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le “Cenate” fra Barocco ed Eclettismo, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di V. Cazzato, Lavello 2006, p.190.. Dei vigneti acquistati in luogo San Martino orte dieci e mezza ricadono in feudo Imperiale, quindi franche di decima, orte tre e tre quarti decimali alla Commenda di Malta, con un annuo canone di carlini dodici all’abbazia di S. Stefano di Curano, ubicata nelle immediate vicinanze (Archivio Diocesi di Nardò, Platea del Venerabile Seminario di Nardò, ms., 1801, c.202).

[21] In tale anno, con consenso del 13 marzo rilasciato dal Vescovo e dai deputati del Seminario, viene confermato il possesso al barone Giuseppe, residente a Napoli e rappresentato da suo fratello Michele, come da procura del notaio napoletano Carlo Narice del 15 ottobre 1773. Nell’atto si legge che il complesso confina per austro con la strada publica della la Via dello Scraseta o sia di Spirto. Per ponente confina con le proprie vigne di esso stesso Michele Personè; per tramontana con la strada publica dello Faulo che porta a Santo Stefano, ed anche alla massaria delli Cursari, e per Levante confina con le vigne delle fu Sig.e sorelle de’ Manieri oggi possedute dal Mag. Giuseppe de Pace (Platea del Venerabile Seminario di Nardò, op. cit., c.215)

[22] A.S.L., atti notaio Nicola Bona di Nardò (66/16) anno 1774, c.139r.

[23]ASL, Catasto Provvisorio di Nardò, vol. III, ditta 1195.

[24] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò , op. cit., p. 190.

[25] A.S.L., atti notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) anno 1821, cc.301r-306v.

[26] A.S.L., atti notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò (66/31) anno 1822, c.61. Secondo P. Giuri (in op. cit., p.190) Diego ne entrò in possesso il 29 dicembre 1837, con atto del notaio Saetta di Nardò.

 

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

Un’allucinazione collettiva ed individuale legata alla rivolta di Nardò del 1647?

di Armando Polito

Questo post non vuole essere una sorta di invadente e scorretta anticipazione di ciò che il 19 p. v. persone più qualificate di me diranno nell’ambito della commemorazione meritoriamente promossa dalla fondazione, la cui presentazione è leggibile, per chi non l’avesse fatto o gli fosse sfuggito, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/12/19-agosto-2015-la-storia-di-nardo-narrata-da-un-neretino/.

Non ho, oltretutto, capacità divinatorie, ma mi è sembrato un peccato perdere l’occasione di fare qualche riflessione su un fatto che, secondo me, sarebbe troppo semplicistico liquidare come espressione di credulità popolare e che, a cose fatte, chiunque potrà a suo tempo, se ne ha voglia, approfondire.

Sulla triste ma gloriosa vicenda che vide Nardò sfortunata protagonista l’unica fonte contemporanea agli eventi a nostra disposizione è una cronaca manoscritta lasciataci da Giovanni Battista Biscozzi (1613-1683) preziosa  anche per la sua imparzialità, cosa abbastanza rara in documenti di questo tipo, in virtù della quale sono riportati gli eccessi di violenza commessi da entrambe le parti. L’autografo, purtroppo, è andato perduto ma per fortuna ci restano delle copie sulle quali illuminante è il ragguaglio lasciatoci da Nicola Vacca (http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_Biscozzi_libro_annali.pdf).

Dal testo della cronaca tratto dal Vacca da una copia e da lui pubblicato in Rinascenza salentina, anno IV, n. 4, n. s., 19361 (è lo stesso testo che i partecipanti alla commemorazione avranno in dono) riproduco di seguito due dettagli connessi con il titolo di questo post. Prego il lettore di tener conto soprattutto della parte che ho sottolineato in rosso nel primo.

 …………….

Si tratti o no, per quanto riportato nel secondo brano, di allucinazione prima collettiva e poi individuale, voglio solo far notare lo stretto collegamento che, secondo me, esiste tra i due brani. Evidentemente il sacrificio dei martiri, religiosi e civili (sacerdoti ammazzati … altri cittadini morti) aveva tanto scosso il sentimento di pietà (e paura …)  popolare che a distanza di poco più di un anno il suo ricordo non si era minimamente affievolito, tanto da attribuire loro, in buona o in mala fede (mi fu riferito da persona veritica; perché non fare nome e cognome?),  una sorta di capacità profetica post mortem e la funzione di intercessione di regola riservata ai santi, mentre la pluralità della visione in tempi diversi è una prova del perdurare del tragico, traumatizzante ricordo.

Che l’agognata pioggia, quella stessa che nel primo brano assurge a simbolo di purificazione dal sangue indotto dalla peste della violenza2, sia veramente giunta non è dato sapere né dal Biscozzi né dal suo anonimo informatore, ma forse sono io che pecco di sfiducia e pretendo dalle fonti ciò che, almeno per loro, è, forse, tanto scontato da non richiedere integrazioni o conferme di sorta.

Ho il sospetto, insomma, che il fatto prodigioso sia il surrogato della consueta processione ad petendam pluviam (per implorare la pioggia) incrociata con le leggende connesse con la processione dei morti che ancora oggi sopravvivono in alcuni racconti popolari sardi e che in questo sia da ravvisare il perdurare di un clima di paura basata sul rischio che un’innocua processione potesse essere scambiata per un assembramento con rinnovati intenti cospiratori e rivoluzionari.  Anche in questo caso sono sempre io a rimpiangere, almeno al momento, il conforto delle fonti …

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1 Integralmente leggibile e scaricabile in http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_annali_Biscozzi_I.pdf (la prima parte) e in http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_annali_Biscozzi_II.pdf (la seconda).

2 Poco meno di due secoli dopo col Manzoni la pioggia spazzerà via la peste autentica (I promessi sposi, capitolo XXXVII).

 

Un maestro neretino del XV secolo nel ricordo di un suo allievo (1/2)

di Armando Polito

Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro

(Leonardo da Vinci, codice Foster III)

È noto quasi a tutti che Socrate non ci ha lasciato opere di sorta ma in compenso ci è possibile conoscere il suo pensiero attraverso quelle dei suoi discepoli, Platone primo tra tutti. Non succede spesso che il maestro lasci in qualche suo allievo un’impronta così viva da spingerlo a ricordarlo espressamente, magari anche in modo fugace , come nel nostro caso.

Il maestro è il neretino Francesco Securo, l’allievo il mantovano Pietro Pomponazzi, campo comune del loro sapere è la filosofia.

Prima di entrare nel punto centrale del tema credo opportuno dire qualcosa sui due. Su Francesco Securo riporto in ordine cronologico  e in immagini (tratte dal testo reperibile al link volta per volta segnalato in nota e con a fronte la traduzione degli eventuali passi non in italiano), le più significative testimonianze, dicendo subito che quelle da lui cronologicamente più lontane poco aggiungono alle più antiche, che quel poco non è sempre suffragato dall’esibizione di fonti documentarie e che oggi è quasi impossibile, a meno di fortunati ritrovamenti, operare un controllo.

Antonio De Ferrariis detto Il Galateo, De situ Iapygiae (L’opera, terminata già intorno al 1520, fu pubblicata postuma per i tipi del Perna a Basilea nel 1553; il dettaglio sottostante è tratto dalla ristampa del 15581):

Leandro Alberti (1479-1552 circa), Descrittione di tutta l’Italia, Giaccarelli, Bologna, 15502, p. 214r:

 

Antonio Senese Lusitano, Bibliotheca Ordinis Fratrum Praedicatorum …, Nivellio, Parigi, 15853, pp. 81-82:

Quel claruit (fu illustre) del brano appena letto fa credere, almeno secondo l’autore, che Francesco raggiunse la fama nel 1490, cioè dieci anni dopo la morte, se accettiamo il 1480 tramandato dall’Alberti, subito dopo se optiamo per il 1489 riportato dagli altri.

Michele Pio, Della nobile et generosa progenie del P. S. Domenico in Italia, Cochi, Bologna, 16154, p. 382:

 

Ambrogio Del Giudice (detto Altamura), Bibliothecae Dominicane, Tinassi, Roma, 16775, p. 182 (anno 1455) e pp. 204-205 (anno 1480):

 

Niccolò Toppi (1607-1681), Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 16786, pp. 94 e 343:

Un Fra’ Felice da Castelfranco fu autore di una breve cronaca dell’ordine domenicano fino al 1565 ed è plausibile che si tratti di quello citato  dal Toppi. Non è chiaro, però, se è pure opera sua l’additione ad Antonium Sabellum in cui si fa l’elenco di alcuni illustri discepoli del Securo, sui quali mi pare opportuno riportare qualche notizia.

Domenico Crimani (1461-1523) non scrisse alcuna opera, ma è ricordato come un raffinato collezionista di sculture, pitture e manoscritti oggi in gran parte nella Biblioteca Marciana a Venezia.

Tommaso de Vio (1469-1534), detto, dalla città di nascita, il cardinal Caetano o Gaetano  fu autore abbastanza prolifico: In librum Job commentarii, Commentaria in III libros Aristotelis De anima, Commentaria super tractatum De ente et essentia Thomae de Aquino, De nominum analogia, Jentacula N.T., In Porphyrii Isagogen ad Praedicamenta Aristotelis, De conceptu entis.

Gaspare Contareno (1483-1542), più comunemente Gaspare Contarini, è cronologicamente incompatibile: come faceva, nato nel 1483, a seguire le lezioni del Securo che, come ci informa l’Alberti, era morto nel 1480? L’incongruenza si perpetua anche in Giovanni degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere Degli scrittori viniziani, Occhi, Venezia, 1754, tomo II7, dove a p. 189 s’include il Contarini tra gli allievi del Securo con citazione in nota del Toppi.

Antonio Pircimano in realtà è Antonio Pizzamano, che fu vescovo di Feltre dal 1504 al 1512, autore di parecchie pubblicazioni: In Divi Thomae Aquinatis vitam praefatio, Vita del Venerabile Sacerdote D. Ludovico Ricci Vicentino, De intellectu et intelligibili, De dimensionibus interminatis, De quaerenda solitudine et periculo vitae solitariae, Opuscula sancti Thome.

Fra’ Geronimo di Monopoli, essendo il meno titolato,  ha riscosso fin dal primo momento la mia simpatia, ma ogni tentativo di sapere qualcosa su di lui è miseramente naufragato.

Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, Micheli, Lecce, 16938, p. 531:

Il Cardinale Gaetano è il Tommaso De Vio già citato dal Toppi. Francesco Ferrariense è Francesco Silvestri di Ferrara (1474-1528), famoso teologo e filosofo tomista; la sua opera maggiore è In libros S. Thomae Aquinatis contra gentes commentaria, uscita a Venezia per i tipi di Giunta nel 1524 che fu ripubblicata in un numero impressionante di edizioni prima e dopo la sua morte e per volontà di Leone XIII fu inclusa nell’edizione che da lui ebbe il nome di leonina a fianco del testo di San Tommaso. Altre opere: Adnotationes in libros posteriorum Aristotelis, Eredi Scoti, Venezia, 1517, Apologia de convenientia institutorum Romanae ecclesiae cum evangelica libertate, Viani, Venezia, 1525, In tres libros de anima, uscito postumo nel 1535 a Venezia per i tipi di Ballarino.

Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II9, parte II, pp. 321-325:

Giambattista Lezzi10, in AA. VV., Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1826, Tomo XI:

Nella nota a della pagina iniziale della sua biografia, che riporto in dettaglio per comodità del lettore, il Lezzi attribuisce all’Altamura ciò che quest’ultimo mai scrisse:

Per la serie Anche le virgole nel loro piccolo sono importanti  lo dimostra eloquentemente il dettaglio della pagina dell’Altamura già riportata:

Come il lettore noterà, ex Baronibus de Sancto Blasio à puero grammaticen doctus è racchiuso tra due virgole, il che lega indissolubilmente doctus a ex Baronibus e non ad ortus. L’interpretazione del Lezzi sarebbe stata valida se dopo Baronibus ci fosse stata una virgola.

In compenso la biografia del Lezzi reca in testa il ritratto del Securo eseguito da Guglielmo Morghen (1758- 1833). Sarebbe interessante sapere se in qualche modo l’incisore entrò in contatto, se non con la statua ricordata dal Toppi, almeno con l’affresco voluto dal vescovo Salvio11 secondo quanto affermato dal Tafuri12 e da lui ripreso dal Lezzi. Purtroppo del destino della statua non si sa nulla e del ritratto non c’è traccia nel palazzo vescovile.

Nonostante alcuni degli autori qui riportati sostengano l’esistenza di opere a stampa del Securo, peraltro senza riportarne gli estremi editoriali, e Giambattista Lezzi affermi il contrario, del neretino ho trovato l’incunabolo di una summa teologica tomistica, che presenterò in altra occasione.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/22/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-22/

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1 https://books.google.it/books?id=SmLBPZvkHPsC&pg=PA122&dq=de+situ+iapygiae&hl=it&sa=X&ei=dM2fVZy0B8n_UuLOv5AL&ved=0CDMQ6AEwAw#v=onepage&q=de%20situ%20iapygiae&f=false

2 https://books.google.it/books?id=rCm1TS1GFOMC&pg=RA8-PA379&dq=Descrittione+di+tutta+Italia,+nella+quale+si+contiene+il+sito+di+essa&hl=it&sa=X&ei=OY6fVeP2G4G6sQG5mbXwDg&ved=0CDcQ6AEwBA#v=onepage&q=Descrittione%20di%20tutta%20Italia%2C%20nella%20quale%20si%20contiene%20il%20sito%20di%20essa&f=false

3 https://books.google.it/books?id=fMT1USCck1kC&pg=RA1-PA34&lpg=RA1-PA34&dq=lusitani+bibliotheca+fratrum+praedicatorum&source=bl&ots=WIWQxh-eED&sig=F4KCgYARbP-oSWu_9WMu7-r-MVA&hl=it&sa=X&ei=zfqfVbGFMYXyUJHoh9AG&ved=0CDMQ6AEwAg#v=onepage&q=claruit&f=false

4 https://books.google.it/books?id=2JHxEH1ljfkC&printsec=frontcover&dq=michele+pio&hl=it&sa=X&ei=kCOiVe30GorYU8zok7gN&ved=0CDYQ6AEwBA#v=snippet&q=nard%C3%B2&f=false

4 https://books.google.it/books?id=8RBEAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

5 https://books.google.it/books?id=kVmQuIYy5JkC&printsec=frontcover&dq=ambrosius+altamura&hl=it&sa=X&ei=RyqiVc2rNsesUaukh-AG&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=ambrosius%20altamura&f=false

6 https://books.google.it/books?id=dwqHjGEGHmcC&pg=PA195&dq=antonio+pizzamano&hl=it&sa=X&ei=I6qfVf6OCsG-UqyzgbgL&ved=0CCMQ6AEwAQ#v=onepage&q=antonio%20pizzamano&f=false

7 https://books.google.it/books?hl=it&id=Th4hAQAAMAAJ&q=lll#v=onepage&q=lll&f=false

8 https://books.google.it/books?hl=it&id=n5YKJvt0_noC&q=jkk#v=onepage&q=jkk&f=false

9 https://books.google.it/books?id=6bNLAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ved=0CCYQ6AEwAWoVChMIjevc1rraxgIVgls-Ch2oGwAr#v=onepage&q&f=false

10 Su di lui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/02/regolamentazione-dei-senza-fissa-dimora-nel-regno-di-napoli-secondo-la-testimonianza-di-giovanni-bernardino-manieri-di-nardo/; nel manoscritto ivi menzionato è assente la biografia del Securo.

11 Sull’alta considerazione che Ambrogio Salvio, vescovo di Nardò dal 1569 al 1577, ebbe di Francesco Securo ecco quanto si legge in Sebastiano Pauli, Della vita di Ambrogio Salvio, Stamperia arcivescovile, Benevento, 1716 (https://archive.org/details/dellavitadelvene00paol), p. 8:

12 Ribadito pure dal suo discendente Michele nella nota 1 all’opera di Giovanni Bernardino Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia degl’Infimi rinnovati di Nardò,  in Opere di Angelo, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Beranardino e Tommaso Tafuri di Nardò stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1848, v. I, p. 68, nota che riporto integralmente da https://books.google.it/books?id=IVFhPm_DxnMC&pg=PA61&dq=tafuri+ragionamento+istorico&hl=it&sa=X&ei=th-iVbv2DseAUYuKjoAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=tafuri%20ragionamento%20istorico&f=false

 

 

 

Il GAL(eotto) Terra d’Arneo di Sereno variabile del 12 luglio u. s.

di Armando Polito

 

 

Don’t shot the pianista (Non sparate sul pianista) recitava un cartello apposto dal proprietario del saloon nel Far West, poiché il locale, essendo frequentato da personaggi di vario tipo, era soggetto a risse che potevano degenerare. Secondo me, e attribuisco alle genti di origine non latina un senso dell’ironia che mai hanno avuto, in più di un caso il pianista fu vittima non di un proiettile vagante, ma delle sue scarse doti artistiche …

Dal Far West ai giorni della mia fanciullezza, quando sui mezzi pubblici campeggiava ben visibile (come oggi non succede sui moduli di contratti assicurativi, bancari, etc. etc., nonché sulle etichette a norma UE;  era da appena una settimana che non la mettevo in mezzo) il cartello È severamente vietato parlare al conducente. Immaginatevi quel povero cristo di tranviere romano costretto a non rispondere alla passeggera sexy che, magari con fare ammiccante, gli aveva posto la domanda: C’è una fermata in via Scopatori segreti?1.

Per quanto detto, e operando con quello che in linguistica si chiama incrocio, non parlerò al pianista  (inteso come musicista che suona il piano, non nel significato neologico non ancora registrato di chi ne tira uno di tipo geometrico o di altro tipo moralmente eccepibile …), che non c’è, e non sparerò, in assenza del conducente, nemmeno sul conduttore, nel nostro caso Osvaldo Bevilacqua, e sulle sue consolidatissime vesti (vista l’età cominciano ad apparire un po’ sdrucite …) di  conduttore/giornalista promotore turistico (sta bene a tutti) piuttosto che di giornalista/conduttore che scopre gli altarini (starebbe male a molti). Senza, perciò, lasciarmi influenzare più di tanto dal suo cognome che è in linea con le immancabili, televisive raccomandazioni stagionali (è dura per me, che, pur senza essere un alcolizzato, amo il vino fino ad essere giunto da ragazzo, quando mancava, ad ovviare con aceto, quello di una volta …, e zucchero), debbo però dire che la prossima volta, fossi lui, starei più attento a prestare la mia faccia ad un servizio televisivo potenziale vittima di un montaggio balordo (dando per scontata la buonafede …), che nel nostro caso ha finito per attribuire al territorio di Porto Cesareo ciò che invece appartiene a quello di Nardò.

Nardò, Piazza salandra
Nardò, Piazza Salandra

 

Le personalità politiche neretine non hanno perso tempo a stracciarsi le vesti in manifestazioni di sfegatato campanilismo, inattese e insospettabili da parte di alcune di loro, visti i precedenti.

C’è solo da sperare che a trasmissioni melense di questo tipo chi decide il palinsesto televisivo ne affianchi altre di più ampio respiro e che magari alla serie Sereno variabile si alterni una dal titolo Nuvoloso costante, affidandone la conduzione, tanto per fare un nome, a Milena Gabanelli (i soliti idioti diranno che omina omina, cioè i nomi sono presagi, dimenticando che Gabanelli si può collegare, tutt’al più, con gabbano (corta veste da camera, camice da lavoro), voce di origine araba che non ha nulla a che fare con gabbare, che è dal francese antico gab, di origine scandinava) riservando a lei l’ingrato (e pericoloso …)  compito di parlare di trivellazioni, TAP e del famigerato tubo della merda (contro il quale è nato il movimento NO-TUB2 ), attualmente, anche dopo un referendum,  oggetto di ripensamento (speriamo che a furia di pensare i residui neuroni non vadano in fumo …), per colpa del quale, se sarà realizzato, certamente non potremo esibire i luoghi, tutto sommato, ancora incontaminati e le acque cristalline del filmato.

Nardò, Parco di Portoselvaggio
Nardò, Parco di Portoselvaggio

Sarà, però, difficile attribuire al GAL(eotto) del titolo il significato di intermediario d’amore, che esso assume nel celebre verso dantesco3  , certamente più nobile di quello del suo omografo4, sinonimo, in pratica, di furfante, canaglia.

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1 Non so se la via esiste, ma Scopatori segreti erano chiamati gli addetti alla cura e alla pulizia degli ambienti privati del Papa. L’attuale, molto probabilmente (e lo dico, una volta tanto, senza ombra di ironia), lascerebbe scopatori ed eliminerebbe segreti.

2 https://www.facebook.com/groups/no.tub/?fref=ts

3 Galeotto fu il libro e chi lo scrisse (Inferno, V, 137). Da Galeotto (adattamento italiano del francese Galehault), nome del principe che nei romanzi del ciclo bretone favorisce l’amore tra la regina Ginevra e il suo amico Lancillotto. Insomma un uso antonomastico come successo, per esempio, con Cicerone, usato pure come sinonimo di guida.

4 Diverso l’etimo: da galèa, ai cui banchi il condannato era costretto a remare.  Variante di galèa era galera, da cui deriva l’attuale significato.

Nardò e l’oleandro

di Armando Polito

Foto tratta dall’album Porto Selvaggio: ogni commento è superfluo! di Piero Barrecchia (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=693359537457432&set=a.693339427459443.1073742016.100003501771335&type=3&theater)
Foto tratta dall’album Porto Selvaggio: ogni commento è superfluo! di Piero Barrecchia (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=693359537457432&set=a.693339427459443.1073742016.100003501771335&type=3&theater)

Insieme con l’olivo è l’ultima vittima (purtroppo temo che non sarà l’ultima) sacrificale della xylella fastidiosa, ammesso che sia lei la responsabile (o, più probabilmente, la corresponsabile …) della ingordigia umana che nella globalizzazione sembra aver trovato il terreno fertile per completare l’opera predatoria e distruttiva delle risorse del pianeta, vittime della cecità peggiore, quella che privilegia la vita di pochi e mette in pericolo, in ultima analisi, la stessa sopravvivenza della nostra specie.

La stessa parola biodiversità, concordemente considerata da tutti una ricchezza, rischia di vedere cambiata la sua definizione e, abbandonato il principio basilare della conoscenza e del rispetto della natura, di incarnarsi nella creazione innaturale di nuove specie grazie all’ingegneria genetica che, obbedendo al principio del tutto e subito e del profitto ad ogni costo, diventa solo una bomba ad orologeria destinata ad esplodere prima o poi, con l’irreversibile impossibilità di disinnescarla.

I nostri discendenti conosceranno, così, l’olivo e l’oleandro (e non solo …) grazie a qualche immagine e a qualche riga di testo, così come noi oggi conosciamo i dinosauri attraverso ricostruzioni virtuali; bisognerà, però, avere almeno il coraggio di ricordare che, a differenza dei dinosauri estintisi per volere della natura, l’olivo e l’oleandro si estinsero per colpa esclusiva della nostra specie.

La stessa parola perderà quella carica allusiva ed evocativa che ognuna quando è in vita trasmette anche ai più superficiali, ai meno insensibili, ai meno cerebralmente reattivi (leggi sinapsi poco allenate …), seguendo in questo l’amaro destino di tutte quelle che, pur in uso, indicano qualcosa che non esiste più. Sperando di non essere stato profetico, cerco di chiarire concretamente il concetto, cominciando da ciò che, pur nella sua precisione, più arido non può apparire: la scheda botanica.

Nome scientifico: Nerium oleander L., 1753

Famiglia: Apocynaceae

Nome italiano: Oleandro, Leandro, Mazza di San Giuseppe, Ammazza l’asino, Erba da rogna

Sarà meno arido il suo commento?

Comincio dalla nomenclatura binomia di Linneo risalente al 1753 e tuttora valida. Nerium è tratto da Plinio (I secolo d. C.), Naturalis Historia, XVI, 44:  Rhododendron, ut nomine apparet, a Graecis venit. Alii nerium vocarunt, alii rhododaphnen, sempiternum fronde, rosae similitudine, caulibus fruticosum. Iumentis capriaque et ovibus venenum est. Idem homini contra serpentium venena remedio (Rododendro, come si vede dal nome1, viene dai Greci. Alcuni l’hanno chiamato nerio, altri rododafne2: non perde mai le foglie, somiglia alla rosa, è cespuglioso. È veleno per i giumenti, per le capre e per le pecore. Lo stesso all’uomo è rimedio contro il veleno dei serpenti).

Più estesa è la testimonianza, per il mondo greco, del contemporaneo  Dioscoride, De materia medica, IV, 81: Νήριον· οἱ δὲ ῥοδόδενδρον, οἱ δὲ ῥοδοδάφνη καλοῦσι. Γνώριμος θάμνος, ἀμυγδαλῆς μακρότερα καὶ παχύτερα καὶ τραχύτερα τὰ φύλλα ἔχων, τὸ δὲ ἄνθος ῥοδοειδές, καρπὸν ὡς χέρας, ἀνεῳγμένον πλήρη ἐριώδους φύσεως, ὁμοίας τοῖς ἀκανθίνοις πάπποις· ῥίζα δὲ ἄποξυς καὶ μακρά, γευσαμένῳ ἀλμυρά· φύεται ἐν παραδείσοις καὶ παραταλοσσίοις τόποις καὶ παραποταμίοις. Δύναμιν δὲ ἔχει τὸ ἄνθος καὶ τὰ φύλλα κυνῶν μὲν καὶ ὄνων καὶ ἡμιόνων καὶ τῶν πλείστων τετραπόδων φθαρτικὴν, ἀθρώπων δὲ σῳστικήν, πινόμενα σὺν οἴνῳ πρὸς θηρίων δήγματα καὶ μᾶλλον εἰ πηγάνου τι παραμίξειας. Τὰ δὲ ἀσθενέστερα τῶν ζῳων ὡς αἴγες καὶ πρόβατα, κἂν τὸ ἀπρόβρεγμα αὺτῶν πίῃ, ἀποθνῄσκει (Nerion: alcuni lo chiamano rododendro, altri rododafne. Arbusto ben  noto, che ha le foglie più grandi e più ruvide di quella del mandorlo, il fiore roseo, un frutto come un corno allungato pieno di una sostanza lanosa simile al pappo delle spine, una radice aguzza e grande, di sapore salato; nasce nei parchi4 e nei luoghi vicini al mare e ai fiumi. Il fiore e le foglie hanno effetti mortali su cani, muli e molti quadrupedi, giovano agli uomini bevute con vino contro i morsi delle bestie e di più se mischiate con ruta. I più deboli tra gli animali, come capre e pecore muoiono anche se bevono acqua in cui (fiore e foglie) sono stati immersi).

La velenosità dell’oleandro è fonte di ispirazione per il capitolo XVII di Lucius sive asinus (in greco, nonostante il titolo latino con cui viene citato), un romanzo erotico attribuito per lungo tempo a Luciano di Samosatra (II secolo d. C.) ma oggi considerato apocrifo: … τὰ δὲ ῥόδα ἐκεῖνα οὐκ ἦν ῥόδα ἀληθινά, τὰ δ᾽ ἦν ἐκ τῆς ἀγρίας δάφνης φυόμενα· ῥοδοδάφνην αὐτὰ καλοῦσιν ἄνθρωποι, κακὸν ἄριστον ὄνῳ τοῦτο παντὶ καὶ ἵππῳ · φασὶ γὰρ τὸν φαγόντα ἀποθνήισκειν αὐτίκα (Quelle rose non erano vere rose ma fiori sbocciati da un alloro selvatico; gli uomini lo chiamano rododafne, cibo cattivo, questo,  per ogni asino e cavallo; dicono infatti che quello che se ne ciba muore immediatamente). Il narrante è un asino ex-uomo alla ricerca di rose, l’unico cibo che gli consentirà di tornare uomo.

Allo Pseudo Luciano si rifà il contemporaneo Apuleio, Metamorfosi, IV, 2-3: Ergo igitur cum in isto cogitationis salo fluctuarem, aliquanto longius video frondosi nemoris convallem umbrosam, cuius inter varias herbulas et laetissima virecta fulgentium rosarum mineus color renidebat. Iamque apud mea non usquequaque ferina praecordia Veneris et Gratiarum lucum illum arbitrabar, cuius inter opaca secreta floris genialis regius nitor relucebat. Tunc invocato hilaro atque prospero Eventu cursu me concito proripio, ut hercule ipse sentirem non asinum me verum etiam equum currulem nimio velocitatis effectum. Sed agilis atque praeclarus ille conatus fortunae meae scaevitatem anteire non potuit. Iam enim loco proximus non illas rosas teneras et amoenas, madidas divini roris et nectaris, quas rubi felices beatae spinae generant, ac ne convallem quidem usquam nisi tantum ripae fluvialis marginem densis arboribus septam video. Hae arbores in lauri faciem prolixe foliatae pariunt in <odori> modum floris [inodori] porrectos caliculos modice punicantes, quos equidem fraglantis minime rurestri vocabulo vulgus indoctum rosas laureas appellant quarumque cuncto pecori cibus letalis est. (Mentre dunque fluttuavo in questo mare di pensieri vedo al quanto lontana l’ombrosa valle di un fitto bosco tra le cui svariate erbe e la foltissima vegetazione risplendeva il colore vermiglio di splendenti rose. E già nel mio intimo non ancora completamente ferino credevo che quello fosse il bosco sacro a Venere e alle Grazie, nei cui oscuri recessi splendeva il regale fulgore del fiore delle due dee. Allora, dopo aver invocato l’allegro e propizio Evento [un dio], mi lancio in una folle corsa, tanto che, per Ercole!, mi sentivo non un asino ma un cavallo da corsa lanciato a folle velocità. Ma quello sforzo agile e spettacolare non potè ovviare all’avversità del mio destino. Infatti giunto sul posto non vidi quelle rose delicate e belle, madide di divina rugiada e nettare, quelle che i rovi dalla feconda spina generano, e neppure la valle ma solo la riva di un fiume cinta di fitti alberi. Questi alberi dall’aspetto di alloro dalle lunghe foglie  generano piccoli calici rosso pallido dal fiore senza odore nonostante ne abbia l’aspetto, che il popolo ignorante con parola contadina chiama rose d’alloro3 e sono letali per il bestiame che se ne ciba).

Molto probabilmente è lo stesso albero di cui un secolo prima aveva parlato Strabone, Geographia, XV, 2, 7: Ἦν δέ τι ὅμοιον τῇδάφνῃ φυτόν, οὗτὸ γευσάμενοντῶν ὑποζυγίων ἀπέθνησκε μετὰ ἐπιληψίας καὶ ἀφροῦ (Vi [in Gedrosia, antica regione dell’India] era un albero simile all’alloro e quella bestia da soma che se ne fosse nutrita moriva di epilessia e schiuma alla bocca).

Riservando alla fine le restanti riflessioni su Nerium, passo ad Oleander. Si tratta di formazione latina moderna modellata da Linneo (uno svedese!) sull’italiano oleandro, la cui storia è piuttosto lunga. Esso, infatti, è figlio di un lorandrum attestato da Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo), Etymologiae, XVII, 56: Rhododendron, quod corrupte vulgo lorandrum vocatur, quod sit foliis lauri similibus, flore ut rosa. Arbor venenata: interficit enim animalia, et medetur serpentium vexationes (Il rododendro che con deformazione popolare è chiamato lorandro poiché nelle foglie è simile all’alloro, nel fiore è come la rosa. Albero velenoso: infatti uccide gli animali e cura i morsi dei serpenti).

Insomma la somiglianza (che io non trovo neppure tanto spinta …) delle sue foglie a quelle dell’alloro sembrerebbe aver propiziato il passaggio del primo segmento (rodo-)  di rododendro a lorandro, in cui, togliendo –andro mi rimane lor– che foneticamente è vicino al latino laurus, dal quale, poi, deriva il nostro lauro. E alloro? Paradossalmente proprio la forma più usata è frutto di un errore, nel senso che deriva dalla locuzione latina (il)la(m) lauru(m)>la lauru>l’alauru (errata concrezione della –a dell’articolo)>l’alloro>alloro.

Il nome della famiglia,  Apocynaceae, è forma aggettivale da Apocynum, a sua volta trascrizione del greco ἀπόκυνον (leggi apòchiunon)=apocino,formato da ἀπό (leggi apò) =lontano da+κύων (leggi chiùon)=cane; alla lettera: (pianta) da cui tener lontani i cani o, più probabilmente, pianta efficace contro il morso dei cani.

Passo ai nomi italiani registrati nella scheda. Di oleandro ho già detto. Leandro deriva da oleandro per aferesi, anche qui indotta con un meccanismo simile ma inverso rispetto a quello già visto per lauro/alloro: l’oleandro>lo leandro>leandro. Mazza di San Giuseppe si rifà ad un racconto dei vangeli apocrifi (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/14/la-mazza-ti-san-giseppu-ovvero-la-malvarosa-il-malvone-il-rosone/ e, per la confusione dell’oleandro con la malvarosa, ivi la nota 2). Ammazza l’asino sembra contenere il ricordo di quanto abbiamo letto negli autori precedenti e in particolare, per quanto riguarda l’asino, nello Pseudo Luciano e in Apuleio. Erba da rogna per la sua efficacia contro alcune malattie della pelle ed in particolare la rogna (per chi vuole approfondire è suffciente andare alle pp. 426-428 del libro consultabile in  https://books.google.it/books?id=pghfAAAAcAAJ&pg=PA427&dq=oleandro+scabbia&hl=it&sa=X&ei=PQVmVa3XKcy7sQHZ_oGIAQ&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=oleandro%20scabbia&f=false).

Chi non si è dimenticato del titolo mi chiederà: -E Nardò?-. Per arrivare a Nardò, però, è indispensabile fare un passo indietro (ben diverso da quello, a parole, cui ci hanno abituato i politici …), cioè tornare al nèrium di Plinio o, è lo stesso, al νήριον (leggi nèrion) di Dioscoride, voci certamente nate molto prima che i due autori, quasi contemporanei, ce le trasmettessero.

La predilezione della nostra essenza per i luoghi umidi o, comunque, vicini al mare o ai fiumi ricordata da Dioscoride accomunerebbe la voce nèrium/νήριον ad altre che secondo gli studiosi si collegherebbero con la radice preindoeuropea nar-/ner=corso d’acqua. Di seguito riporto le più significative nell’attuale forma, laddove sopravvissute, con una sinteticissima ricostruzione del loro passato:

Nera: fiume che nasce nelle Marche, scorre in Umbria ed è il principale affluente del Tevere. Nera è deformazione dal latino Nare(m), accusativo di Nar/Naris.

Narni: comune in provincia di Terni, situato su uno sperone che domina il fiume Nera. Narni è dal latino Narnia(m), accusativo di Narnia, a sua volta derivato dal precedente Nar/Naris.

Nerèo: dio marino della mitologia greca, padre delle Nereidi. Nerèo è dal greco Νηρεύς (leggi Nerèus).

Nel greco moderno acqua è νερό (leggi nerò), connessa con le voci classiche ναρός [(leggi naròs)=scorrevole, liquido] e, ancor più strettamente, con νερόν (leggi neròn)=acqua fresca, entrambe da νάω (leggi nao)=scorrere.

L’ipotesi etimologica attualmente più accreditata5 per Nardò è che anche il suo nome rientri in quest’elenco, complice una falda freatica in molti punti molto superficiale e la nota connessa, bestiale (nel senso colloquiale di bellissima …)  leggenda del toro che raspando con la zampa fece zampillare l’acqua, per cui fu lui, in pratica, a determinare dove la città doveva essere fondata.

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1 Composto da ῤόδον (leggi rodon)=rosa+δένδρον (leggi dendron)=albero.

2 Composto da ῤόδον (leggi rodon)=rosa+δάϕνη (leggi dafne)=alloro.

3 Corrisponde al greco ῤοδοδάϕνη (leggi rhododaphne), per cui vedi la nota precedente.

4 La traduzione dell’originale παραδείσοις (leggi paradèisois) con parchi non è una forzatura indotta dalla foto di testa … la parola ha come primo significato proprio quello di parco, poi di giardino e di frutteto e, infine, di Paradiso terrestre e di Paradiso (la derivazione di Paradiso dalla voce greca è di un’evidenza assoluta).

5 Le ipotesi prima circolanti (in cui la mancata citazione della fonte primaria che non sia un manoscritto di anonimo è la regola …) erano quelle riportate da Luigi Tasselli in Antichità di Leuca, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, p. 214 (https://books.google.it/books?id=n5YKJvt0_noC&printsec=frontcover&dq=luigi+tasselli&hl=it&sa=X&ei=MgJvVd2NLornygPNmoHABw&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=nard%C3%B2&f=false):

 

Nardò nella poesia di un neretino contemporaneo

di Armando Polito

Se avessi riportato fin dall’inizio il titolo della poesia ed il nome dell’autore sicuramente avrei avuto più lettori di quanti non ne garantiscano Nardò e neretino (sulle chances di poesia in tal senso non mi pronunzio …); avrei, però, tradito la sua umiltà e riservatezza, due sole delle tante doti su cui è fondata la stima che da molti decenni ho di lui.

Su questo blog ho avuto spesso occasione di ricordare neretini del passato più o meno illustri, con particolare riferimento, più di una volta, alla loro produzione poetica. Spesso, però, per trovare autentiche perle non è necessario l’oculare di un cannocchiale per guardare lontano nel passato, basta inforcare gli occhiali (parlo di me, chi non ne ha bisogno può farlo ad occhio nudo) e leggere il presente. Può capitare, così, che su un social network, accanto a banalità sconcertanti spacciate per spunti geniali e subissate da una caterva di altrettanti idioti mi piace, compaia ogni tanto qualcosa che illumina il buio pesto dei valori che il nostro tempo sta vivendo. Proprio per questo, per la valenza educativa che essa, sia pure per pochi, può assumere, non la considero come la classica perla data in pasto ai porci. Mi è parso, perciò, opportuno, anzi, doveroso, recuperarla da quella sorta di calderone e riproporla in un contesto che consentisse di non condensare la propria ammirazione in un breve commento fatto di parole, tutto sommato, inflazionate e perciò banali o, peggio, in un lapidario e sbrigativo mi piace.

Debbo confessare che su quel social network, appena letta la poesia, pur sostenendo, e lo faccio da sempre, all’inizio del sintetico messaggio inviato che qualsiasi commento a qualcosa di bello può fare solo danni, subito dopo ho aggiunto che di questa mia stessa posizione teorica me ne fottevo e ho incarnato tutto questo in un contraddittorio quanto banale Bellissima!

Oggi mi piace spingere al massimo questa contraddittorietà largamente vissuta nella mia pratica professionale (anche perché se in classe mi fossi limitato solo all’aspetto fisiologico della lettura, pur coadiuvato da un paio d’occhiali all’ultima moda …, tutti avrebbero potuto accusarmi a buon diritto di essere un ignorante o, forse peggio, un opportunista e lavativo) ed ovviare, sia pur in minima parte, alla banalità di quel Bellissima!, pur nella consapevolezza del rischio di fraintendere il messaggio dell’autore (ma credo che qui non ci sia nulla che propizi l’equivoco) o, peggio, di incrostarlo con il mio modo di sentire (ma questo, forse, è l’inconveniente-destino più bello al quale ogni poesia possa andare incontro …).

Le righe fin qui scritte hanno abbondantemente coperto lo spazio iniziale (non a caso al festival di Sanremo e simili i posti di uscita più ricercati dai cantanti sono il primo e l’ultimo …) ed è giunto il momento di dire che il titolo della poesia è Nardò dentro e l’ha scritta il nostro concittadino , non nuovo, per chi non lo sapesse,  a prove del genere1 ma anche fine traduttore2, nonché autore del testo Inno a Nardò musicato da un altro neretino doc e di peso, il maestro Francesco Libetta.

Luigi mi perdonerà se ho scelto il modo forse più pedante e scolastico (le note, a fronte per renderne più comoda ed immediata la lettura) per sottolineare i momenti salienti del suo canto; un espediente, forse, per evitare un commento di ampio respiro (ammesso che fossi stato capace di articolarlo) ad un canto che di suo ne ha uno amplissimo.

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1 Alla mia terra: poesie, s. n., Nardò, 1960

Il velo del tempio, Cultura Duemila, Ragusa, 1991.

Fili e labirinti, s. n., s. l., 1994

Prechere nosce, s. n., s. l., 1994.

Nove salmi, Barbieri, Manduria, 1994.

Canto e lamento al secolo che muore, Tipografia Ruggeri, Nardò, 1996.

Il Guercio di Puglia,  s. n., Nardò, 1985; ristampa Besa, Nardò, 2006.

Nardò, mia cantilena, Besa, Nardò, 2003.

Vita e dintorni, Besa, Nardò, 2003.

2 Pierre de Calan, Dittature o libertà, Edizioni Paoline, Modena, 1975

Louys Bouyer, Il Padre invisibile: approcci al mistero della divinità, Edizioni Paoline, Roma, 1979.

Jean Guitton, La medaglia miracolosa: al di là della superstizione, la Vergine à Rue de Bac, San Paolo, Milano, 1997

Reynal Sorel, Orfeo e l’orfismo: morte e rinascita nel mondo greco antico, Besa, Nardò, 2003.

Georges Lapassade, Gente dell’ombra, transe e possessioni, Besa, Nardò, 2007.

Luisa Agrifani, Nardò: tutti i colori del Salento, Carrino, Nardò, 2008.

Nikolaj Stoyanov, Visto di transito, Besa, Nardò, 2008.

Gilles  Del Passas, Il bacio del grongo, Besa, Nardò, 2013.

I Salentini al tempo di Telemaco secondo Fènelon

di Armando Polito

Dato per scontato che almeno noi sappiamo chi sono i Salentini e dove si trovano e dopo aver ricordato a chi ha sentito parlare di Omero che Telemaco era il figlio di Ulisse, a chi no nulla, mio malgrado, perché ci vorrebbe troppo tempo …,  mi rimane da aggiungere per Fènelon (1651-1715) che il suo nome completo era François de Salignac de La Mothe-Fénelon e che fu, tra l’altro, arcivescovo di Cambrai. La sua opera più nota è Les Aventures de Télémaque, fils d’Ulysse.

Di seguito alcuni ritratti dell’autore francese (la prima immagine è tratta dall’edizione Lefèvre dell’opera prima citata, Parigi, 1824, tomo I;  la seconda dall’edizione della traduzione italiana di D. B., Fontana, Torino, 1842; le altre dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia).

Il pezzo che segue con la mia traduzione (cito il testo originale dall’edizione Lefèvre, Parigi, 1824, tomo I, pp. 287-288) è tratto dal capitolo X del  romanzo pseudo-storico citato all’inizio, in cui Telemaco è condotto dal precettore Mentore (nei suoi panni si nasconde l’autore) attraverso vari paesi dell’antichità, che a causa del malgoverno avevano vissuto problemi simili a quelli della Francia della fine del  XVII secolo, in primis le guerre. Qui Telemaco è accolto nella nostra terra da Idomeneo, re di una città chiamata Salento, che, dopo il compimento di un sacrificio a Giove per propiziarsi il dio nella guerra imminente contro i Manduriani, su domanda di Nestore, lo ragguaglia sulle caratteristiche militari dei popoli limitrofi  in vista della concessione del suo aiuto.

Les peuples de Crotone sont adroits à tirer des fléches. Un homme ordinaire  parmi les Grecs ne pourroit bander un arc tel qu’on en voit communément chez les Crotoniates; et si jamais ils s’appliquent à nos jeux, ils y remporteront les prix. Leurs fleches sont trempées dans le suc de certaines herbes venimeuses, qui viennent, dit-on, des bords de l’Averne, et dont le poison est mortel. Pour ceux de Nérite, de Brindes, et de Messapie, ils n’ont en partage que la force du corps et une valeur sans art. Les cris qu’ils poussent jusqu’au ciel, à la vue de leurs ennemis, sont affreux. Ils se servent assez bien de la fronde, et ils obscurcissent l’air par une grêle de pierres lancées; mais ils combattent sans ordre (Gli abitanti di Crotone sono abili a scagliare frecce. Un uomo normale tra i Greci non potrebbe caricare un arco come si vede comunemente fare tra i Crotonesi; e se mai essi partecipassero ai nostri giochi riporterebbero la vittoria. Le loro frecce sono intinte nel succo di certe erbe velenose che provengono, si dice, dalle rive dell’Averno e il oro veleno è mortale. Per quanto riguarda gli abitanti di Nardò, di Brindisi e di Messapia essi hanno in comune solo la forza del corpo ed un valore senza arte. Le grida che fanno volare fino al cielo alla vista dei loro nemici sono raccapriccianti. Si servono molto bene della fionda ed oscurano l’aria con una gragnuola di pietre lanciate; ma combattono senza ordine).

Il sacrificio di Idomeneo a Giove in due tavole tratte, rispettivamente, da Illustrations de Les Avantures de Télemaque, fils d’Ulysse, Delaulne, Parigi, 1717 e dall’edizione nella traduzione di Serafino Buonaiuti, Clarke, Londra, 1805

Ho definito pseudo-storico il romanzo di Fenelon, e, se già nel romanzo storico c’è il rischio che il lettore non smaliziato creda sia storia ciò che in realtà è finzione1, tale rischio diventa elevatissimo quando il romanzo non è storico ma, come nel nostro caso, pseudo-storico.

Non ricorrendo certo in Fènelon la malafede sinteticamente ricordata in nota 1, vale per lui il principio generale che all’artista si perdona tutto, compreso l’anacronismo di Crotone (poco prima c’era stato quello di Locri) che al tempo di Telemaco certamente non era stata ancora fondata. Tuttavia nell’abilità di arcieri attribuita da Fènelon ai Crotonesi è ravvisabile l’eco di un incrocio fra due testimonianze antiche.

La prima è quella di Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.) che riprendendo Apollodoro (II secolo  a. C.), parla di Filottete, l’amico più caro di Ercole, che dopo la morte dell’eroe gli aveva acceso la pira:  Apollodoro nel suo commento al catalogo omerico delle navi, ricordando Filottete, dice che alcuni affermano come partito verso la regione di Crotone popolò il promontorio Crimissa  e su questo la città di Cone dalla quale in questo territorio furono chiamati i Coni e che dopo la guerra di Troia giunto nel territorio dell’attuale Crotone fondò la città di Chone.2

La seconda è quella dello Pseudo-Aristotele: Si dice che Filottete è onorato dai Sibariti. Raccontano che egli di ritorno da Troia fondò quella che è chiamata Micalla del territorio di Crotone, la quale dicono che dista centoventi stadi e che collocò le frecce di Ercole. Dicono che i Crotoniati li spostarono da lì con la forza per portarle nel loro tempio di Apollo3.

E, dopo l’anacronismo, a Fènelon vanno perdonati anche altri dettagli che sembrano corroborare, passando dal campo militare a quello civile, altrettanti luoghi comuni (tali, almeno li considero quando sono riferiti solo a noi) ma estensibili ormai come realtà a tutta la popolazione; ed è poco consolante pensare che anche ciò che può apparire come totalmente negativo può nascondere, invece, almeno inizialmente, qualcosa di buono. Così quel valeur sans art (valore senza arte) denota da un lato il riconoscimento di un pregio (non necessariamente militare, come nel nostro caso) quasi innato, dall’altro la nostra incapacità a coltivarlo, oserei dire metterlo al servizio del profitto; se si pensa a quello privato, però (e non mi riferisco certo al giusto guadagno cui ognuno ha diritto per il lavoro che svolge), bisogna riconoscere che anche nel Salento parecchi ci riescono, anche se gli strumenti usati sono poco rispettabili e mettono in discussione il concetto stesso dell’iniziale, presunto “valore”. Ci sono poi les cris affreux (le grida terrificanti) che riportano alla mente tante risse televisive (magari non estemporanee, anche se questo contrasta con la nostra salentinità) e non, ma anche tanto rumore folcloristico (?) che accompagna la nostra esistenza; c’è, infine, quel sans ordre (senza ordine), cioè l’eccessivo individualismo, la disorganizzazione, l’incapacità di fare, come oggi si dice (pila4 docet! …) squadra cioè una mala concezione della libertà e poi, via via, il pressappochismo, l’assenza di regole o, al contrario, la loro abbondanza, che genera confusione e favorisce solo i furbi. E la Merkel sarà pure antipatica, ma, almeno in questo, secondo me, ha perfettamente ragione; però quel che è più grave, sempre secondo me, è che continuerà pure ad averla dopo le millantate nostre riforme che si tradurranno, come sempre, in una ripresa sì, ma nel senso di ulteriore presa per il culo dei pochi onesti rimasti.

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1 Trovo per questo criminale lo sfruttamento del romanzo storico spacciato come strumento di conoscenza della storia locale e come tale pubblicizzato nelle scuole col fraudolento fine di propaganda commerciale squallidamente mascherato dall’alibi dell’esposizione più accattivante, soprattutto per i più giovani, rispetto a quella di un saggio storico vero e proprio; per non parlare di altri lavori in cui leggende antiche vengono manipolate, tritate e servite in un cocktail osceno al turista che si beve tutto (non è certo quello straniero …)

2 Geograhia, VI, I, 3: Ἀπολλόδωρος δ᾽ ἐν τοῖς περὶ νεῶν τοῦ Φιλοκτήτου μνησθεὶς λέγειν τινάς φησιν, ὡς εἰς τὴν Κροτωνιᾶτιν ἀφικόμενος Κρίμισσαν ἄκραν οἰκίσαι καὶ Χώνην πόλιν ὑπὲρ αὐτῆς, ἀφ᾽ ἧς οἱ ταύτῃ Χῶνες ἐκλήθησαν.

3 De mirabilibus auscultationibus, 107: Παρὰ δὲ τοῖς Συβαρίταις λέγεται Φιλοκτήτην τιμᾶσθαι. Κατοικῆσαι γὰρ αὐτὸν ἐκ Τροίας ἀνακομισθέντα τὰ καλούμενα Μύκαλλα τῆς Κροτωνιάτιδος, ἅ φασιν ἀπέχειν ἑκατὸν εἴκοσι σταδίων, καὶ ἀναθεῖναι ἱστοροῦσι τὰ τόξα τὰ Ἡράκλεια αὐτὸν εἰς τὸ τοῦ Ἀπόλλωνος τοῦ ἁλίου. Ἐκεῖθεν δέ φασι τοὺς Κροτωνιάτας κατὰ τὴν ἐπικράτειαν ἀναθεῖναι αὐτὰ εἰς τὸ Ἀπολλώνιον τὸ παρ᾽ αὑτοῖς.

4 Pila in latino significa palla.

Millefanti sul desco pasquale

Un piatto tipicamente pasquale che si consuma a Nardò (e probabilmente in altri comuni del Salento) è quello dei milaffanti, una pasta miniaturizzata, altamente calorica e ricca dal punto di vista nutrizionale.

sfregamento dell’impasto per ottenere i milaffanti

Credevo di essere stato originale; invece, niente di nuovo sotto il sole di Nardò …

di Armando Polito

Sono trascorse pochissime settimane dalle 12 di venerdì 27 febbraio 2015 (il corsivo lo si capirà dopo) ma solo un delinquente più o meno abituale potrebbe ricordare cosa stesse facendo (non solo lui …) a quell’ora; quello decisamente incallito ricorderebbe pure per associazione (a delinquere …) di idee che la data in corsivo era il termine ultimo del concorso pubblico bandito per assicurare a Nardò città d’arte il suo bravo logo e, anche se la cosa,  provenendo da un delinquente non mi fa piacere, ricorderebbe anche che il sottoscritto aveva in merito fatto una proposta provocatoria il 4 febbraio (sarebbe in grado di dichiarare anche l’ora precisa …) in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/04/il-mio-logo-immaginario-per-nardo-citta-darte/.

Non conosco né m’interessa sapere quante sono state le proposte di logo presentate; mi riservo solo di fare, eventualmente, le mie osservazioni quando l’apposita commissione avrà formulato la sua scelta e presentato pubblicamente la creazione vincitrice dei 500 euro.

Nel frattempo debbo recitare il mea culpa cedendo momentaneamente la parola al nostro concittadino Francesco Castrignanò, del quale ho avuto già occasione di presentare parecchie poesie1. Lo faccio oggi con una non tratta, come le altre, da Cose nosce, Leone, Nardò, 1969 ma inserita ne La storia di Nardò esposta succintamente da Francesco Castrignanò, Mariano, Galatina, 19302. Riporto le pagine (49-57) originali, in cui ho sottolineato in rosso le parti che poi ho provveduto a commentare a fronte.

* http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/19/20-febbraio-1743-quel-fierissimo-tremuoto/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/20/nardo-il-terremoto-del-20-febbraio-1743-in-una-testimonianza-poetica-diretta-o-quasi/

* http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

** http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/06/antonio-caraccio-nardo-1630-roma-1702-note-iconografiche/

* http://www.agendaeventi.com/scheda-evento.asp?id=12634 

http://www.positanonews.it/articolo/15628/ispani-salerno-la-ldquo-musica-rdquo-della-banda-la-castellana

Metricamente la poesia è costituita da strofe composte ognuna da cinque endecasillabi a rima variabile (ad esempio: nella prima strofa ABABA, nella seconda ABBCC, nella penultima ABACC,nell’ultima ABABA come nell’iniziale). Come espressamente indicato dall’autore nella nota 1 della pagina iniziale il componimento è tratto dalla raccolta Il libro degli Acrostici: a turisti d’Italia, uscito nel 1929 a Matino per i tipi dei Fratelli Carra: il lettore avrà notato che le lettere iniziali di ogni strofa danno NARDO, l’acrostico, appunto. Tuttavia anch’esso, come già visto per le rime non è perfetto, nel senso che in alcune strofe le lettere iniziali non danno NARDO ma il suo anagramma (ODRAN nelle strofe 16, 20, 21, 22, 23, 24, 26, 34, e 38) Probabilmente nelle intenzioni del Castrignanò Odràn Nardò [udranno (parlare di) Nardò] doveva avere un valore beneaugurante.

Ora, per tornare al titolo e chiudere, l’acrostico è una tecnica di composizione antichissima (se ne rinvengono in alcuni testi sacri babilonesi), dunque il Castrignanò non ha inventato nulla; tanto meno io che proprio in un acrostico avevo condensato il motto per il mio logo-fantasma per Nardò città d’arte. Lo avevo fatto  autonomamente, anche perché della poesia del Castrignanò sono venuto a conoscenza qualche settimana dopo per puro caso, collateralmente ad un’indagine che con l’acrostico, con Nardò e con tutti gli argomenti annessi e connessi non aveva nulla in comune.

Ciò che più mi dà fastidio, però, è che, insieme con l’acrostico, nulla di nuovo viene offerto, per quanto riguarda i contenuti, rispetto al passato stigmatizzato dal mio illustre concittadino nella sua poesia di quasi un secolo fa, dalla realtà odierna di Nardò provocatoriamente messa in risalto dal mio logo.

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1

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/13/la-tigre-o-la-calamity-jane-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/08/ulia-bessu-vorrei-essere/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/06/cantine-sociali-cera-chi-piu-di-cento-anni-fa-a-nardo-aveva-le-idee-molto-chiare/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/03/un-neretino-a-new-york/http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/26/un-umanista-di-galatone-nel-ricordo-di-un-poeta-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/19/linnamorato-imbranato/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/16/quandu-nci-ole-nci-ole-quando-ci-vuole-ci-vuole/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/15/la-scuola-di-cento-anni-fa-vista-da-un-poeta-neretino-con-gli-occhi-di-una-donna-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/13/ritorno-al-passato/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/08/una-femminista-neretina-del-primo-novecento/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/04/luomo-e-le-macchine-in-una-poesia-in-dialetto-neretino-di-un-secolo-fa/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/30/gli-affreschi-di-cesare-maccari-a-nardo-visti-con-gli-occhi-del-popolo-e-raccontati-da-un-poeta-dialettale/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/27/una-grande-donna-dellottocento-nella-celebrazione-di-un-poeta-neretino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/23/meglio-morire-zitella/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/22/studia-bardascia-studia-giovanottoarmando-polito/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/20/lu-pittaci-il-quartiere-di-un-tempo-in-una-poesia-di-altri-tempi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/13/rusineddha-una-giovane-bagnante-di-cento-anni-fa-a-santa-caterina/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/10/nardo-vista-da-un-poeta-del-primo-novecento-tasse-incluse/

2 La Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò custodisce, oltre a questa, le seguenti altre pubblicazioni del Castrignanò:  Saggio di traduzione de Le orientali di Victor Hugo, Tipografia nazionale, Trani, 1884; Antonio Caraccio: cenno biografico-critico, Tipografia garibaldi, Lecce, 1895); Fiori di neve : versi, Tipografia neritina, Nardò, 1897; Cose nosce, Tipografia neritina, Nardò, 1909 (ristampa, assente nella Vergari, per i tipi di Leone, Nardò, 1969); Patria mia: rime, Vergine, Galatina, (1923?): Il libro degli acrostici: a turisti d’Italia, Fratelli Carra, Matino, 1926; Lo Czar e il chimico: novella in versi e liriche sacre, Vergine, Galatina, (1926?); A Benito Mussolini, Mariano, Galatina, 1928; L’ acquedotto pugliese e il duce : canzone in dialetto neritino, Mariano, Galatina (1930 ?); Versi, Mariano, Galatina, 1935;  Omaggio d’un settantenne a Mussolini : 25 marzo 1934, Gioffreda, Nardò, (1934?).

La storia di Nardò è l’unica opera del Castrignanò reperibile in rete in versione digitale e scaricabile all’indirizzo http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABRI0333832&teca=MagTeca+-+ICCU. Come risulta dall’immagine che segue è stato digitalizzato proprio l’esemplare custodito a Nardò. Quanto bisognerà aspettare per fruire in rete delle altre opere del Castrignanò, dell’intero patrimonio librario non solo della Vergari ma di tutte le biblioteche d’Italia? Per non parlare degli archivi di Stato …

Nardò: il terremoto del 20 febbraio 1743 in una testimonianza poetica diretta, o quasi …

di Armando Polito

L’ideale sarebbe, e non solo per la storia, che di qualsiasi fenomeno fosse testimone oculare, cioè diretto, un esperto, ma esperto veramente … dello stesso fenomeno, perché così sarebbe almeno salva l’attendibilità della testimonianza, nei limiti, tipicamente umani,  in cui anche l’acribia dello scienziato deve fare i conti con la sua sfera emotiva. Certo, la sfiga è sempre in agguato, come quasi duemila anni fa capitò a Plinio per essersi avvicinato troppo, per studiarlo meglio,  al Vesuvio in eruzione. È pur vero che sull’evento e sulla sua fine ne lasciò memoria l’omonimo nipote in due famose lettere indirizzate a Tacito; ma è avventato credere che quella relazione che il destino non concesse di compilare all’autore della Naturalis historia probabilmente avrebbe contenuto qualche dettaglio in più? E poco importa se esso non avrebbe, forse, alimentato la ridda di interpretazioni che nel corso dei secoli si sono accavallate sulle letterine del nipote. Noi, d’altra parte, con tutta la tecnologia che rappresenta, per prendere a prestito (con il solo cambio degli aggettivi possessivi) le malinconiche parole di una canzone di Sergio Endrigo, il nostro orgoglio e la nostra allegria, saremo in grado di consegnare a chi verrà testimonianze chiare, cioè destinate ad un’interpretazione univoca, sui fenomeni della nostra era, inquinamento compreso?

Non mi meraviglierei, ammesso che  mi fosse concesso di farlo in deroga alle leggi naturali …, se non venisse trascurata quella che, forse, è la più alta forma di conoscenza possibile, la poesia. E non sarebbe né la prima né l’ultima volta in cui per indagini di tipo scientifico vengono utilizzati, non come extrema ratio in mancanza di altro ma come probabile elemento integrativo, dati estrapolati da un testo poetico.

È quello che mi accingo a fare pur limitando il mio intervento alla sfera di mia, mi auguro non presunta, competenza; nelle note il lettore comune avrà modo di chiarire il significato di qualche passaggio, l’esperto di terremoti potrebbe trovare qualche indizio per convalidare, integrare o correggere  un’ipotesi.

Poiché all’epoca del terremoto l’autore, che via via scopriremo, aveva 22 anni, è legittimo pensare che il componimento sia stato scritto quando l’eco dell’evento si era, se non spento, quantomeno attenuato, anche a livello psicologico. Può aver sfruttato i ricordi del padre Giovanni Bernardino (1695-1760), del quale scrisse la biografia1 nella quale si legge:

La sua erudizione non meno, che la sua presenza di spirito in qualunque scabroso affare, ben tosto gli guadagnarono una particolar confidenza col Signor Conte di Conversano, da cui nella piccola dimora, che fece in detta Città, gli fu conferito il governo di essa con piena soddisfazione del Pubblico; ed avvenuto in quel tempo il noto orribil tremuoto, che quasi affatto distrusse una Città così riguardevole; ed accorsovi il Signor Duca di Ceresano allora degnissimo Preside nella Provincia d’Otranto, e conosciuta l’abilità, e la destrezza di detto Tafuri con animo quieto, e tranquillo se ne parli, lasciando il tutto raccomandato al di lui prudente regolamento. Ben corrispose egli alla buona opinione di detto Signor Duca, mentre non risparmiando fatiga, né riguardando gl’incomodi di una rigidissima stagione, assistè sempre personalmente a tutto: fè subito aprire le strade ingombrate, e le Chiese dalle precipitate macerie, fè disseppellire i morti, e fè ridurre tutt’i poveri storpi in un destinato luogo per Ospedale, provvedendo tutti di vitto, di Medici, e di medicamenti, e mostrando in tal congiuntura non solo una mente la più metodica, e regolata nel distribuire le cose, ma eziandio un animo ridondante di Cristina Carità, e quel ch’è più senza pregiudicare le solite ore da lui addette allo studio.2

Il componimento che tra poco leggeremo fu pubblicato per la prima volta da Giovanni Bernardino nella seconda parte del terzo tomo (senza segnatura di pagina) della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscito a Napoli, senza nome dell’editore, nel 17523, ma riproduco il testo, perché tipograficamente meglio leggibile, in formato immagine da un’altra pubblicazione4, aggiungendo di mio la traduzione a fronte e in calce le relative note (se il tutto dovesse risultare difficoltoso alla lettura, sarà sufficiente l’invio di un messaggio e il giorno successivo avrò già provveduto).

 


 


 

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1 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pp. 582-590.

(https://books.google.it/books?id=IgMi5BSSwKcC&pg=PA585&dq=Opere+di+Angelo,+Stefano,+Bartolomeo,+Bonaventura,+Giovanni+Bernardino+e+Tommaso+Tafuri+di+Nard%C3%B2+ristampate+ed+annotate+da+Michele+Tafuri&hl=it&sa=X&ei=u_jEVOfwLIrxUuqYgogO&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=Opere%20di%20Angelo%2C%20Stefano%2C%20Bartolomeo%2C%20Bonaventura%2C%20Giovanni%20Bernardino%20e%20Tommaso%20Tafuri%20di%20Nard%C3%B2%20ristampate%20ed%20annotate%20da%20Michele%20Tafuri&f=false)

2 Op. cit., pp. 589-590. Al padre Tommaso dedicò anche un componimento in distici elegiaci pubblicato da Giovanni Bernardino in Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II, s. p. (https://books.google.it/books?id=8D40AAAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ei=CgDFVOOrNoitaZmJgvAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false):

 

Traduzione: A GIOVANNI BERNARDINO TAFURI IL FIGLIO TOMMASO. O caro genitore, concessomi dagli astri favorevoli, tu che mi sostieni spinto da un amore particolare, voglia il cielo che io possa  procedere sulle tue orme e pari a te innalzarmi per l’onore del mio ingegno!  In me stesso, se c’è qualche forza, agisce il pericolo e ora grazie a te mi piace la sola Minerva. Quel tuo lavoro continuo mi atterrisce e con le lotte costringi tutti ad indietreggiare. Ma per te hanno un dolce sapore le arti della tua Tritonidea; ogni peso della fatica ha sempre un dolce sapore. Lucifero e Vesperob ti vedono immerso in profondi studi quando sarebbe necessario che anche una breve ora fosse libera da impegni. Ohimè, temo che tu, oppresso da tanta mole di fatica, mi venga a mancare (Dei, tenete lontana questa sventura!)c. Se il primo libro degli Scrittori del regnod piacque da tempo ai Sapienti, dovunque lo dimostra il plauso. Apollo è felice di conservarlo nei suoi scaffali e la dotta Minerva lo legge e rilegge come suo.  Ma il secondo si dirà degno di eterno onore, bella in esso la materia e alquanto piacevole.  Quanti Scrittori per te, quanti libri avesti cura di sfogliare, quante carte sporche di troppa polvere!  Qualsivoglia degli Autori mandò libri da lui messi insieme, ogni Biblioteca è al tuo servizio. Il tuo ingegno molto soffrì, fece, sudò e patì il freddo: ora, orsù, dà una pausa allo studio. La mente torna più sveglia alle consuete fatiche dopo un breve riposo: dunque mettine uno piccolo nel lavoro. Prego tutti gli dei che non mi rincresca ricorrere ai tuoi consigli qualora ti dessero la vecchiaia di Nestoree. O genitore, capo santo per tuo figlio, o veramente mia gloria destinata ad andare per tutte le vie del sole!

a Minerva, nata, secondo una delle tante tradizioni mitologiche, sulle sponde del lago Tritone (in Africa).

b Rispettivamente: stella del mattino e della sera.

c Purtroppo la sua paura si avverò perché Giovanni Bernardino morì a 64 anni.

d Il primo tomo della Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli uscì nel 1744 a Napoli per i tipi di Mosca; la composizione della poesia, perciò, è posteriore a tale data ed anteriore al 1748, anno come s’è detto, di pubblicazione.

e Il più saggio e vecchio dei condottieri greci.

Suo fu anche il testo della lapide apposta sulla tomba del padre nella chiesa di S. Francesco da Paola e poi rifatta nel 1920 da Antonio Tafuri. In essa è dominante il ricordo dell’impegno di studioso del padre.

 

Traduzione: A Dio Ottimo Massimo Qui sono sepolti i corpi di Giovanni Bernardino Tafuri e di Anna Isabella Spinelli coniugi patrizi neretini. Giovanni Bernardino illustre maestro di lettere come attestano moltissime sue opere edite con la fatica, la prudenza giovò alla patria e ai cittadini. Logorato più dal lavoro che dagli anni morì nel mese di maggio del 1760 all’età di sessantaquattro anni. Isabella assidua in chiesa per la carità profusa verso il prossimo, piissima verso dio chiuse la sua vita nel mese di giugno del 1751. Entrambi per la grande devozione verso S. Francesco da Paola, pur avendo  sepolcri gentilizi nel cenobio dei Padri Carmelitani vollero essere sepolti nella sua chiesa, dopo aver lasciato duecento ducati ai Padri per la celebrazione di messe in tempi stabiliti. Ai genitori amatissimi Tommaso Tafuri in lutto pose il 13 agosto 1760 dell’era volgare.

Essendo venuto meno il culto della chiesa la lapide, abbattuta nell’anno del Signore 1850, fu rifatta dall’arcivescovo Antonio Tafuri, figlio del pronipote nell’anno del Signore 1920.

Nell’immagine successiva il ritratto di Giovanni Bernardino Tafuri tratto da Domenico Martuscelli, Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo I, Gervasi, Napoli, 1813:

3 http://books.google.it/books?id=2rFRAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

4 Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura …,op. cit, Napoli, 1848, v. I, pp. 51-57. Le pp. 58-60 contengono i poemi minori di Tommaso Tafuri.

 

20 febbraio 1743. Quel fierissimo tremuoto…

di Marcello Gaballo

E’ uscito in questi giorni l’ultimo lavoro di don Giuliano Santantonio, direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, Quel fierissimo tremuoto. Nardò e le vittime del sisma del 1743. 28 pagine, stampate dalla tipografia Biesse di Nardò, che rileggono le vicende del funesto sisma del 20 febbraio 1743, che tanti danni arrecò a molti centri di Terra d’Otranto e alla città di Nardò in particolare.

 

san gregorio armeno

Un sisma di magnitudo M=6.9 che fu avvertito in tutto il Regno di Napoli e che causò danni ingenti e centinaia di morti, tra cui anche donne e bambini, dei quali elencati in dettaglio dall’autore nella pubblicazione.

“Gran parte del tessuto urbano – scrive Santantonio – fu sconvolto e gli apprezzi dei danni, fatti da lì a qualche mese, vanno dai 260.000 ducati circa ad oltre 400.000 ducati, somma ingentissima se si tiene conto che il salario medio annuo di un bracciante agricolo all’epoca ammontava a circa 30 ducati. Il Liber mortuorum della Chiesa Cattedrale registra per quell’evento 112 vittime, due delle quali rimaste insepolte sotto le macerie: si tratta di una rilevazione assolutamente certa e attendibile, mentre alcune fonti parlano di 150 vittime e altre addirittura di 349, numeri che appaiono piuttosto inverosimili per la sola Città di Nardò, dove se vi fossero stati dei dispersi rimasti sotto le macerie sarebbero stati sicuramente individuati e citati nel Liber mortuorum, come fu per i due riportati.

La statua di S. Gregorio Armeno, che dall’alto del sedile si vide ruotare per tre volte con la mano benedicente protesa quasi a fermare il flagello, diede da subito origine al convincimento che fu la protezione del Santo Patrono ad evitare un epilogo ancora più doloroso”.

Nella prima parte del volumetto, seppur già note, si riportano le fonti notarili che descrissero l’evento:

“Tra quelle che presentano maggiore interesse vi sono gli atti e le annotazioni di alcuni notai dell’epoca, testimoni diretti dell’evento, le cui particolareggiate descrizioni ci lasciano intuire quale impressione ebbe a destare nell’animo dei contemporanei un evento così drammatico.

Scrive il notaio Oronzo Ippazio De Carlo:

“Nel giorno di mercoledì venti febbraio, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa ore 23 nell’occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn’uno ed intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s’offuscò l’aria e pareva che mandasse fuoco, l’acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 traballò per causa d’un tremuoto Nardò, tornò a traballare, e finalmente muovendosi la terra à guisa dell’acqua che ferve nella pignatta, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono dà 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc.. I mobili e suppellettili dall’ingiurie delle pietre, polveri, e de tempi che susseguirono, restarono di minor momento e valore.  La statua della Beatissima Vergine Maria del vescovado sotto il titolo dell’Assunta sudò. La statua di San Gregorio Armeno che steva sopra del publico Sedile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di San Michele e Sant’Antonio cascarono. Il danno ascese ad un milione sento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto da tutta l’Europa, anzi dal mondo tutto” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo)”.

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Sempre Santantonio scrive:

“Lo stesso notaio ripropone nel medesimo protocollo un’altra descrizione dell’evento, con qualche discrepanza rispetto alla prima:

“Successe un fierissimo tremuto, che durò secondo la comune, sette minuti, e ruinò dalle fondamenta la Città di Nardò [….] morirono duecentoventiotto persone, oltre centinara di figlioli e quattrocento e sette persone restarono in gran parte della persona offese e ferite. Quali morti e feriti furono tutte quasi persone basse a riserba del canonico D.Tommaso Abbate Piccione, del suddiacono Giuseppe Nociglia e del Padre fra’ Michele Talà Carmelitano. La fedelissima città di Lecce mandò per carità à detti infermi con il suo maestro di piazza settecento rotola di pane, quattro castrati e contanti. L’eccellenza del Signor marchese di Galatone ò sia il Principe di Belmonte colla sua solita pietà provedè del necessario detti poveri avendo dato ricovero alle religiose dette del Conservatorio, ed à più e più persone che erano fuggite in Galatone, dove dimora detto Eccellentissimo duca di Cerisano preside e da dove giornalmente si porta per provedere agli bisogni di detta città. Varii furono gli eventi che precedettero à detto tremuoto e frà questi il Tutelare Padre S.Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra del Publico Sedile nella piazza nell’atto che la terra si scoteva, invocato dal popolo si voltò visibilmente verso il ponente dà dove s’insorse il tremuoto, e la mano che prima steva in atto di benedire ora si vede tutta aperta ed in atto che impedisce il flagello: a continua a star voltata verso di detto vento di ponente, avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma non già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S.Michele, e di S.Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso S.Gregorio…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo) “.

E completa con l’altra annotazione:

“Il notaio Vincenzo Fedele, sotto la dicitura “Notizia a’ Posteri” inserita nel suo protocollo del 1742-1743, racconta circa la statua di San Gregorio posta sul Sedile:

“trè volte si vidde dal popolo che presente era in Piazza nell’atto di precipitare, e nello stesso istante li caschò la midra dà testa […] onde considera ò mio lettore che forsa hà il nostro Gran Protettore davanti Sua Divina Maestà à liberare il suo popolo dà i suoi giusti castighi per le nostre colpe. Gran Protettore Gregorio quanto ti deve la Città neretina” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Vincenzo Fedele)”.

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Riguardo l’entità dei danni nella sola Nardò l’autore riporta quanto scrisse il notaio Nicola Bona a distanza di qualche mese in un elenco sicuramente incompleto:

la intiera chiesa del venerabile convento di S.Francesco di Paola; la mettà del venerabile monastero di S.Teresa; il quarto di quello di S.Chiara; il terzo del venerabile Conservatorio di donne monache sotto il titilo della Purità assieme colla gubola della chiesa frantumata; la chiesa del venerabile convento de Scalzi di S.Agostino sotto il titolo della Coronata divisa pe il mezzo; il vescovado tutto conquassato e parte rovinato; la catedrale tutta servata col campanile precipitato in due de suoi ordini; il campanile della chiesa dei PP.Predicatori frantumato l’ordine superiore e la chiesa minacciante rovina; le case della Città nella publica piazza colle carceri nella parte inferiore tutte tirate a terra colla morte di sette infelici carcerati…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Nicola Bona).

E per completezza vengono anche riportati i pareri di alcuni mastri muratori, chiamati a redigere una stima dei danni subiti dal campanile della chiesa di S.Domenico e del Seminario ricostruito da Ferdinando Sanfelice, di cui fu danneggiata “specialmente la facciata, furono ruinati da sotto le fondamenta, la scala che si sale sopra e l’ambulatorio precipitati à terra et anche la chiesa, con havere solamente rimasta in piedi lo pariete della strada, e tutta aperto, e le officine desolate…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano)”.

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Molto interessante, ma anche questa cronaca già nota agli studiosi, la perizia giurata dei mastri muratori Nicolantonio de Angelis di Corigliano e Lucagiovanni Preite di Copertino, che quantifica nel modo seguente l’entità complessiva dei danni:

  • ducati 62.512 per gli immobili appartenenti ai benestanti;
  • ducati 50.829 per gli immobili delle persone povere;
  • ducati 108.982 per gli edifici ecclesiastici;
  • ducati 8.000 per trasportare fuori le mura i materiali degli edifici crollati e di quelli da abbattere;
  • ducati 30.000 per ricostruire le mura e le torri
  • ducati 6000 per le case del Governatore e le carceri;
  • ducati 800 per il Sedile;
  • altre somme non quantificate per riparare il cappellone di San Gregorio nella Chiesa Cattedrale e le case, appartenenti alla Città e dati in uso ai Ministri regii di passaggio (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano).

Liber mortuorum frontespizio

La novità della pubblicazione è data proprio dall’elenco delle 112 vittime, riportato nel Registro dei Defunti della Chiesa Cattedrale di Nardò, vol. 18 – dal 1742 al 1766 in quel “Giorno di mercordì a 20 febraro 1743 ad’ore ventiquattro meno un quarto sortì un terremoto così grande che non solamente precipitò tutta la Città ma vi morirono sotto le pietre li sottoscritti videlicet 112″.

Lo studioso non solo trascrive i nominativi, ma riporta delle utili notizie genealogiche e anagrafiche proprie di ognuno dei defunti, contribuendo così a colmare un’altra lacuna della storia cittadina.

 

Nota informativa: la pubblicazione potrà essere ritirata presso la Cattedrale di Nardò.

Il mio logo immaginario per Nardò città d’arte

di Armando Polito

Alla retorica delle parole il nostro tempo, grazie anche alla tecnologia, ha accoppiato quella delle immagini, affidando alle une e/o alle altre il compito di veicolare un messaggio destinato a colpire l’immaginario di chi in quel messaggio, volontariamente, per caso o per altrui decisione, s’imbatte. Così la copertina di un libro, l’etichetta di un profumo o di una scatoletta di tonno diventano veste più importante del corpo, involucro più importante del contenuto. Succede anche per il logo e la cosa curiosa è che ben pochi sanno che logo è forma abbreviata di logotipo, composto dal primo segmento logo– [che è, guarda, guarda, dal greco λόγος (leggi logos)=parola] e dal secondo –tipo [che è, riguarda, riguarda, dal latino typum, a sua volta dal greco τύπος (legi tiùpos)=impronta]. Del logo, però, tutti riconoscono l’importanza, tant’è che anche le pubbliche amministrazioni da qualche tempo si danno da fare e al fine di promuovere il territorio vengono indetti referendum o bandi pubblici per la scelta, appunto, del logo. Non c’è nulla di riprovevole o scandaloso: la stessa fondazione per il cui blog sto scrivendo queste righe ha il suo e sarei uno stupido se sputassi proprio nel piatto in cui, come tanti altri, tento di saziare la mia voglia di conoscere. M’infurio, invece, quando, per un malinteso senso del prestigio, il singolo o, peggio, una collettività di propria iniziativa o, peggio, per induzione altrui, decide di esibire un’identità che non corrisponde a quella reale.

Per fare un esempio che più concreto non si può: l’amministrazione comunale di Nardò ha bandito un pubblico concorso  di idee per la creazione del marchio/logotipo e dell’immagine grafica coordinata per il brand “Nardò Città d’Arte” (bando-logo.pdf).

Se è vero che ogni popolazione ha il governo (di qualsiasi colore esso sia …) che si merita (e in questo per l’Italia vale il detto tutto il mondo è paese), io non mi scandalizzo se si pensa di educare il cittadino con un’operazione che l’opposizione (di qualsiasi colore essa sia …) non perderebbe l’occasione di definire a prescindere, come diceva quel gran genio (lui sì) di Totò, pubblicità ingannevole per il cittadino incivile (mai ossimoro fu più efficace …) che, magari fiero del logo, continua imperterrito a depositare per strada i suoi rifiuti, e per il visitatore civile che s’imbatte in quell’orrendo spettacolo, magari proprio ai piedi del cartello che pomposamente recita che la nostra è città d’arte.

Proprio perché voglio bene a Nardò e conservo ancora un minimo di rispetto per me stesso non invierò entro e non oltre venerdi 27 febbraio 2015 alle ore 12.00 la mia proposta. D’altra parte, dirà qualcuno, uno come te quale chance aveva di vedersi scelta la propria idea e di vincere il premio pari ad € 500,00 (cinquecento/00) lordi onnicomprensivi? Nessuna. Debbo aggiungere, però, che non trovo assolutamente interessanti i 500 euro, non perché siano pochi (a chi non farebbero, comunque, comodo? Solo per qualche ladro o evasore fiscale non rappresenterebbero nulla) ma perché un’iniziativa così nobile avrebbe dovuto far leva, secondo me, unicamente su pulsioni di natura spiritual-sentimentale. Nessuno si sarebbe fatto avanti? Bene, sarebbe stata la conferma che a quei cittadini simili a quello incivile di cui sopra di Nardò città d’arte non gliene fotte un cazzo e che la pubblicità ingannevole serve solo a far proliferare l’inciviltà.

Uno straccio di logo, comunque, sicuramente verrà fuori ed è già tanto se soldi pubblici non sono stati sperperati coinvolgendo nell’evocazione di valori nostrani personalità straniere, come è successo, solo per citare gli ultimi esempi, con Airan Berg per Lecce capitale della cultura e con Jannis Kounellis per La focara di Novoli.  Nell’attesa vi propongo il mio che avrei inviato se fossi stato un ipocrita. L’ho corredato pure della breve relazione descrittiva dell’idea progettata che indichi la tecnica, le caratteristiche dei materiali e spieghi gli intenti comunicativi e i processi logici seguiti nella elaborazione della strategia creativa sino alla formulazione della proposta.

Un rettangolo color marrone (evoca quello della terra; peccato che Emma è, sia pur di adozione, di Aradeo …) contiene un’ellisse, voce di origine greca che significa mancanza, con riferimento alla sua imperfezione rispetto al cerchio; qui simboleggia estensivamente l’imperfezione umana e restrittivamente quella dei Neretini: la modestia,anche quella falsa, fa più simpatia della presunzione … Nell’ellisse risulta allocato lo stemma della città (copia-incolla da wikipedia; forse ho sbagliato nel dirlo, ma ormai l’ho fatto …) affiancato dal motto, in latino, che occupa cinque linee e nell’insieme è un acrostico. Le cinque parole sono corredate dell’accento originale latino (nella speranza che chi legge lo rispetti …) e quello dell’ultima coincide con l’accento del nome della città. Il loro colore, poi, evoca, a parte il grigio che va sempre bene: l’azzurro le nostre marine, il rosso le glorie, ahimé trascorse, della squadra di calcio, il verde le nostre campagne (serve per camuffare la perdita della speranza …); il marrone, infine, ancora una volta, la terra, ma, a pensarci bene, anche una certa rottura …

Siccome ho voluto esagerare (le disgrazie non vengono mai da sole), come se non bastasse la genialità strutturale dell’impianto grafico (non so che significa, ma fa tanto effetto …), è venuto fuori un testo che letto sequenzialmente è pure un esametro, del quale di seguito vengono fornite scansione e traduzione:

Nērē|tum ārtĭfĭ|cūm || rā|rōrūm|dōnāns|ōrsă

Nardò che dona le conquiste di grandi artefici

Il verso condensa felicemente (se lo dico io che non ho interesse …) il ricordo del passato con la vocazione di farlo conoscere agli ospiti e valorizzare (come si fa, qualcuno mi chiede,  se non lo conosciamo noi?; alle domande idiote non rispondo …); da notare la polisemicità di orsa che alla lettera può significare cose iniziate (e non necessariamente ancora finite …), ma anche progetti, discorsi (parole, parole, parole …), poesie. Nessuno, insomma, alla resa dei conti potrebbe dire di essere stato ingannato se dovesse imbattersi in uno spettacolo simile a quello della vignetta con cui mi piace, esagerando appena appena, chiudere o quasi.

 

Il motto in latino (lo so, i più ne avrebbero gradito uno in inglese, mentre, addirittura, quel pazzo del sottoscritto ne aveva pensato inizialmente uno in dialetto neretino) ha la funzione, almeno nelle pie intenzioni, di generare un sentimento di curiosità e non di repulsione.

Per concludere: non mi illudo certamente che qualche componente della Commissione giudicatrice appositamente nominata, dopo aver letto, eventualmente, queste poche note, metterà in crisi se stesso prima e i colleghi giudici poi …

P.S. Nel motto c’è un probabile errore (altro ossimoro a suggellare i nostri limiti?). Dichiaro ufficialmente aperta la gara a chi lo individuerà per primo con le sue brave motivazioni. Il fortunato avrà come premio la citazione del suo nome su questo blog finché il web durerà. Amen.

 

 

Marco Antonio Delli Falconi di Nardò tiene a battesimo il Monte Nuovo

di Armando Polito

Esordisco con una mozione (manco fossi un politico …) che è più di affetto che di servizio, precisando che queste righe escono contemporaneamente su http://www.vesuvioweb.com/it/.

C’era una volta Napoli, centro culturale di eccellenza e polo d’attrazione, come oggi orgogliosamente, laddove è possibile, si dice, da ogni parte d’Italia e del mondo occidentale. Non ho la preparazione specifica e sufficiente per spiegare le ragioni di un amaro degrado che riguarda, e non da ieri, tutto il sud; e poi rischierei di rinfocolare una vecchia diatriba proprio mentre una parte politica, territorialmente vicina ad una dinastia  probabile (altro non dico …) responsabile del primo sfacelo, in una disgustosa miscela d’incoerenza e di faccia tosta tenta di fare proseliti pure al sud …

Dico solo che correva l’anno 1538 e che già da tempo chi voleva far carriera doveva giocoforza studiare a Napoli. La maggior parte degli “immigrati” non tornava, se non saltuariamente, nel paese d’origine. Tra di loro i salentini costituiscono una schiera nutrita e già mi son occupato, per restare al tema di oggi, di Giuseppe Battista di Grottaglie1,che cantò l’eruzione del Vesuvio del 1631.

Purtroppo gli eventi catastrofici hanno sempre fatto notizia, per diventare, placatasi l’onda emotiva, quasi un topos, non solo letterario, cioè un tema che un intellettuale non può esimersi dal trattare. Sotto questo punto di vista forse solo gli scritti in prosa  contemporanei all’evento hanno un valore documentario, nonostante i rischi, comprensibilissimi, di straripamenti enfatici più o meno involontari. L’evento trattato questa volta è la formazione del Monte Nuovo nei Campi Flegrei e parte del merito del ricordo immortalato in Dell’incendio di Pozzuolo Marco Antonio delli Falconi all’illustrissima signora marchesa della Padula nel MDXXXVIII va ascritto a Nardò, perché in questa città era nato l’autore dell’opuscolo appena citato, il cui frontespizio riproduco di seguito dal link in cui chi ha interesse troverà (e potrà scaricare) il testo integrale:

https://books.google.it/books?id=GZWcQN8cZu0C&pg=PT50&dq=delli+falconi+dell%27incendio+di+pozzuolo&hl=it&sa=X&ei=_oSuVN2cFo7dapLmgNgI&ved=0CEUQ6AEwBQ#v=onepage&q=delli%20falconi%20dell’incendio%20di%20pozzuolo&f=false

Il lettore noterà la data dell’evento inclusa nel titolo ma anche l’assenza della data di edizione e del nome dell’editore. Per quanto riguarda il primo punto, siccome il Monte Nuovo si formò tra il 29 settembre e il 6 ottobre del 1538, è plausibile ritenere che l’opera abbia fatto in tempo ad uscire in quell’anno. Per l’editore ci viene in soccorso il colophon che di seguito riproduco.

Marco Antonio Passaro fu editore e libraio a Napoli dal 1534 al 15692. Si servì delle tipografie di Mattia Cancer e di Giovanni De Boy. Nel 1754 fu arrestato insieme con il collega, pure lui napoletano, Marco Romano per vendita di libri proibiti3.

Dopo questa piccola parentesi per bibliofili è il caso di dire qualcosa di più sul neretino. Chi si aspettasse di trovare notizie biografiche nello storico locale Giovanni Bernardino Tafuri4 resterebbe in parte deluso e a tratti feroce è la critica mossagli da Lorenzo Giustiniani in I tre rarissimi opuscoli di Simone Porzio, di Girolamo Borgia e di Marcantonio Delli Falconi scritti in occasione della celebre eruzione avvenuta in Pozzuoli nell’anno 1538, Marotta, Napoli, 18175. In questo volume il lettore che ne abbia interesse troverà la possibilità di comparare il resoconto del neretino con quello di altri due testimoni diretti e per ognuno dei tre autori una completa e documentata scheda biografica. Quella del neretino occupa le pagine 261-283, in confronto alle quali, nonostante parecchie di esse si attardino sulla figura della dedicataria marchesa della Padula, le due paginette del Tafuri appaiono veramente striminzite.

Chiunque voglia approfondire un fenomeno del passato per comprendere meglio la sua manifestazione attuale è obbligato a ricercare e studiare le fonti, tanto più preziose quanto più esse sono il frutto di un’osservazione diretta. Non a caso, perciò, il resoconto del neretino fu tenuto in grandissimo conto da due luminari dell’epoca:  William Hamilton7 (1730-1803) e Jacques Gibelin (1744-1828), secondo quanto riportato dal Giustiniani (p. 281): Che un tale opuscolo sia poi divenuto assai raro e ricercato ancora, ne abbiamo un attestato del Signor Maty Segretario della Società Reale di Londra, col quale dice, che stando in qualità d’Inviato di quella Corte in Napoli Guglielmo Hamilton, celebre antiquario, ed indagatore delle cose naturali, avendone proccurato un esemplare, e rinvenuto ancor l’altro opuscolo del sullodato Pietro Giacomo da Toledo, che ha per titolo: Ragionamento del tremuoto del Nuovo Monte, dell’aprimento di terra in Pozzuoli nell’anno 1538, e della significazione di essi, stampato in napoli per Giovanni Sulztbac Alemanno a 22 di gennaio 1539, ne fece un dono al Museo Brittannico, dove avendogli osservati il celebre Gibelin, morto non è gran tempo, è di avviso, aver ritrovate le dette relazioni curiosissime6, e non poco ancor se ne valse nel suo Compendio delle transazioni filosofiche della Società Reale di Londra; e quindi nelle medesime riferisce in succinto, prima quello, che contiene la relazione del nostro delli Falconi, e poi quello, che si contiene nell’altra del Toledo; e finalmente descrivendo il monte, e le qulità delle materie, che lo formarono, è di sentimento, che così all’improvviso fossero surti tutti quegli altri monti, che veggonsi in tutta la regione vulcanica di Pozzuoli, e sarà molto da abbracciarsi la sua opinione.8

Voglio chiudere con sei immagini che in qualche modo riassumono la vita del Monte Nuovo, dalla nascita ad oggi.

La prima è una tavola tratta dall’opuscolo del Delli Falconi, del quale prima ho riportato il frontespizio.

 

La seconda è una tavola del Theatrum illustriorum Italiae urbium tabulae cum apendice celebriorum in maris Mediterranei insulis civitatum, Ex officina Joannis Janssonii, Amsterdam, 1657 (chi ne ha interesse può fruirne in alta definizione all’indirizzo http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000130550; qui ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (lettera Q della didascalia).

La terza è la tavola 26 di Campi Phlegraei di William Hamilton, Fabris, Napoli, v. II, 1776 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1082424.r=william+hamilton.langEN).

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La quarta è tratta da Earthquake-Phenomena, in Popular Science Montley (marzo 1873), Appleton & C., New York, v. II, p. 515 (https://archive.org/details/popularsciencemo02newy).

La quinta è tratta da Principles of geology, di Clarles Liell, 12° edizione, Murray, Londra, 1875 (http://archive.org/stream/principlesgeolo19lyelgoog#page/n9/mode/1up). Ho evidenziato con la circonferenza rossa il Monte Nuovo (n. 5 nella didascalia). Il lettore noterà subito come questa tavola sia derivata da quella del 1776 dell’Hamilton.

La sesta, tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/04/MonteNuovoTW3028.JPG, mostra, infine, lo stato attuale dei luoghi.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/ e http://www.vesuvioweb.com/it/2015/01/leruzione-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano/

2 Lo desumo dalle date della prima e dell’ultima pubblicazione fin qui rinvenute: Giovanni Gallucci,  Utile instruttioni et documenti per qualsevoglia persona ha da eliger officiali circa il regimento de populi. E ancho per officiali serranno eletti. E Universitate che serranno da quelli gubernate e colle rite della Vicaria è (sic) pragmatice vlgare (sic), se vendono alla libraria de m. Marco Antonio Passaro allo Episcopato, Giovanni Sultzbach, Napoli, 1534; Paolo Regio, Siracusa pescatoria, Gio De Boy, ad istanza de Marcantonio Passaro, Napoli, 1569.

3 Notizie più dettagliate e documentate in Romano Canosa, Storia dell’Inquisizione in Italia: Napoli e Bologna, Sapere 2000, Roma, 1990, pp. 71-72.

4 Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, s. n., Napoli, 1752, tomo III, parte II, pp. 68-70 (https://books.google.it/books?id=-1pDjf-jXksC&printsec=frontcover&dq=editions:yDTnfHb8_WwC&hl=it&sa=X&ei=V4quVOX2E5HraPnxgtAC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false).

5 https://books.google.it/books?id=WIM5AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=I+tre+rarissimi+opuscoli+di+Simone+Porzio,+di+Girolamo+Borgia+e+di+Marcantonio+Delli+Falconi&hl=it&sa=X&ei=2YquVPv-DYjZasnlgoAC&ved=0CCkQ6AEwAA#v=onepage&q=I%20tre%20rarissimi%20opuscoli%20di%20Simone%20Porzio%2C%20di%20Girolamo%20Borgia%20e%20di%20Marcantonio%20Delli%20Falconi&f=false

6 Non nel senso, oggi dominante, di strane se non ridicole, ma in quello di dettate da profonda curiosità scientifica, ricche di dettagli descrittivi e perciò interessantissime.

7 La sua pubblicazione vulcanologica più nota è Campi Phlegraei uscita a Napoli in due volumi per i tipi di Fabris nel 1776; un supplemento sull’eruzione del Vesuvio del 1779 uscì in quell’anno per lo stesso editore.  Un’immagine, tratta dal secondo volume, verrà riprodotta più avanti.

8 Chi ne abbia interesse può consultare il testo del Gibelin, Stella, Venezia,  1793, tomo I, pp. 151-170 all’indirizzo https://books.google.it/books?id=y8E3HsSYdYAC&printsec=frontcover&dq=editions:Tz8GhvL4HucC&hl=it&sa=X&ei=6JOuVILCIpbjauqZgNgI&ved=0CCoQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false.

Due stelle musicali salentine a cavallo di due secoli: Benedetto Serafico di Nardò e Antonio De Metrio di Manduria

di Armando Polito

Se tre anni fa mi sono occupato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/20/quando-provare-ad-eliminare-significa-recuperare-ovvero-il-capitone-e-il-compositore/) di Benedetto Serafico di Nardò, città nella quale vivo da quando avevo pochi mesi, per la par condicio mi è parso opportuno non lasciarmi sfuggire l’occasione di parlare di Antonio De Metrio di Manduria, città nella quale sono nato. Al di là della faccenda personale, che da sola non avrebbe avuto nessuna importanza, altri particolari ben più sostanziali uniscono i due personaggi temporalmente separati da una generazione di differenza. Entrambi furono musici famosi del loro tempo e composero madrigali a cinque voci. E, come per il neretino è disponibile nel locale Centro di servizi culturali e bibliotecari la copia fotostatica della pubblicazione originale (custodita nella biblioteca estense di Modena; la versione digitale è reperibile all’indirizzo http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/mus/i-mo-beu-mus.g.147.html) uscita a Venezia nel 1575 per i tipi di Gugliemo, così per il compositore di Manduria presso la locale biblioteca è disponibile il microfilm dell’originale, che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Francia, uscito in ristampa a Napoli per i tipi di Vitale nel 1618. Ecco il frontespizio tratto dal sito della citata biblioteca (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84260096/f6.image).

Ignoro la data in cui l’opera uscì la prima volta ma dovrebbe essere, comunque, anteriore al 1612, anno di morte di un personaggio, Davide Imperiali, ricordato nel testo come vivente e del quale avrò occasione di parlare più avanti.

Il madrigale come genere musicale ebbe notevolissima diffusione tra il XIV ed il XVII secolo e non ripeto qui quanto ebbi a suo tempo a dire parlando del musico di Nardò.

Sono passati tre anni e le mie conoscenze musicale oggi come allora si limitano al numero delle note ed al loro nome, ragion per cui rimane attuale e rinnovato l’invito rivolto a qualche competente che mi faccia capire se, ascoltando la loro esecuzione,  tali composizioni sono più vicine a quella cantilene soporifere che negli anni della mia infanzia dovetti sorbirmi trasmesse da Radio Tirana e tollerate solo per gli effetti luminosi (!) che l’occhio magico offriva nel processo (manuale, naturalmente) di sintonizzazione, oppure al ritmo ossessivamente monotono (artisticamente non mi pare che ci siano grosse differenze rispetto alle ricordate nenie albanesi …) di un rap dei nostri giorni. Spero che questa volta qualcuno dia soddisfazione alla mia curiosità. Nel frattempo faccio, nei limiti della mia competenza specifica, qualche osservazione di natura testuale.

Le pagine 3-4 contengono alcuni elogi di illustri contemporanei (nativi tutti di Manduria eccetto il primo che era di Melfi e con qualche dubbio per il secondo) espressi in versi nei riguardi dell’autore. Li riproduco integralmente con in calce le mie note. A chi dovessero sembrare troppo altisonanti faccio presente che, per quanto riguarda la sostanza, a quei tempi era una moda irrinunciabile e che, per quanto riguarda la forma, non sono questi gli esempi più ampollosi, nonostante anche questo fenomeno fosse, sempre all’epoca, normalissimo.  E poi, pensando a tante recensioni, prefazioni e postfazioni recenti, sarà coerente infierire su certe abitudini del passato? Almeno nel XVII secolo si tentava di stupire con giochi di parole (non sempre riusciti, come vedremo …) ed ardite metafore; oggi lo si fa con parole roboanti, citazioni più o meno oscure e termini tanto ambigui che possono contemporaneamente significare un concetto e il suo esatto contrario, tutto e niente.

Del musicista di Manduria riproduco di seguito, a mo’ di assaggio, due testi, uno più convenzionale, l’altro un po’ più spinto (?).

Il lettore avrà notato i nomi di donna evocanti la mitologia e le ripetizioni quasi ossessive nella miscela di endecasillabi e settenari; sono dettagli che oggi assicurerebbero l’insuccesso a chi volesse conquistare una donna, fosse anche la più romantica del pianeta …

Probabilmente avrà pure pensato che componimenti simili sarebbe in grado di comporne mille in una sola ora. Anche io sarei capace, ma solo per la parte testuale che nel Serafico, fra l’altro, era costituita da versi di Petrarca, Sannazzaro ed altri (non per questo l’originalità del De Metrio rappresenta una nota di merito …).  Per quella musicale, che, dunque, in questo genere riveste un ruolo dominante rispetto alla testuale, rinvio il mio giudizio (beninteso, da uomo del mio tempo) a quando la mia trepida attesa di lumi sarà stata soddisfatta …

Per ora dico solo che un ipotetico festival del madrigale a cinque voci con la partecipazione allargata anche ad altri concorrenti non avrebbe previsto, come avviene (non sempre opportunamente …) oggi, l’attribuzione del premio per il miglior testo e che l’eventuale vittoria del De Metrio, anche se motivata con i versi in latino (quattro distici elegiaci, oggi cinque parole su quattro sarebbero inglesi …) del primo elogio, sarebbe stata accolta con una bordata di fischi. E non lo dico per campanilismo: lo stesso sarebbe successo se avesse vinto Benedetto Serafico, ma almeno gli spettatori si sarebbero risparmiato la motivazione, visto che la pubblicazione del neretino non contiene elogi di sorta ma solo un’umile e dimessa autopresentazione.

Li zezzi russi

Vignetta Melanton

 

di Salvatore Chiffi

In Nardò, verso la metà degli anni ’50, sulla strada “ti mare”, proprio di fronte a “lu torrino” (cisterna sopraelevata dell’acquedotto) viveva un ricco signore molto conosciuto per la sua stazza, ben oltre i duecento chili, che lo costringeva a stare sempre seduto su una “poltrona” appositamente costruita per lui e lo limitava nei movimenti.

All’epoca la zona era ai margini della città, quasi in aperta campagna, e la sua abitazione era situata al centro  di un podere di terra coltivata prevalentemente  a vigneto e frumento che si estendeva per oltre cinque ettari.

Alla casa, di stile colonico,si accedeva attraversando un lunghissimo “stradone”, i cui margini erano delimitati da un rigoglioso pergolato di uva bianca a “candellino”, alberi di albicocche, cachi, prugne, pesche e terminava davanti ad una spaziosa aia ombreggiata da un secolare albero di “zezzi” (gelsi) che, innestato da mani sapienti, produceva due varietà di frutto: quello bianco più comune e quello rosso più raro, molto grosso e più gustoso.

Aveva preso in moglie una delle cinque sorelle di mio nonno, le altre quattro erano rimaste  zitelle, e mia madre, la più vicina di casa fra i nipoti, non mancava di andare di tanto in tanto nei pomeriggi estivi a trovare gli zii.

Io, ragazzetto, l’accompagnavo spingendo la carrozzina con mio fratello Luigi e, mentre la mamma aiutava la zia in qualche faccenda domestica come ad esempio separare i fagioli dai “mammuni” (gorgoglioni, bachi delle leguminacee) per poterli cucinare “alla pignata”, le noci appena raccolte dal mallo o stirare le lenzuola fresche di “cofanu”, mi intrattenevo a giocare sull’aia rincorrendo lucertole o cercando di acchiappare qualche cavalletta fino a quando lo “zio panzone” non mi affibbiava qualche incarico.

Salvatò, e nno ti faci dare ti la zia lu cestinu e mi ccugghi to zezzi ti quiddhri russi? Però, mi raccumandu, cunnossia va ti li mangi ca cinò ti tingi l’occa ti russu e bisogna cu ti llavanu la lengua cu lu sapone!”.

Detto fatto. Felice per l’incarico, mi arrampicavo sul gelso, agile come uno scoiattolo e cominciavo la raccolta.

Salvatò, cce scola faci?”.

Aggiu spicciatu la prima e mo’ a ottobre ccumenzu fare la seconda”.

Bbrau, bbrau, e ci ete lu mesciu tua?”.

Lu mesciu Spanu”.

Naaah, quiddhru ca sona lu violinu. E canzuni no’ bbi ‘ndae ‘mparate?”.

Sine, tante, puru l’innu di Mameli”.

Bbrau ,bbrau, l’innu ti Mameli lu sacciu puru iò. E no’ mmi lu canti cu bisciu ci ete lu stessu?”.

Ed io, a squarciagola, “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’Elmo di Scipio …………………. ……. dov’è la vittoria ………………….. stringiamoci a coorte …………….    …… l’Italia chiamò”.

Bbrau, bbrau, ete comu quiddhru ca sacciu iò. Lu cestinu no’ ll’hai chinu ancora?”.

Sine l’aggiu chinu”.

Beh, bastanu bastanu, scindi e mi raccomandu attentu quando scindi cu no’ ti cadinu li zezzi, ci no addiu fatica”.

Sceso velocemente e consegnato il cestino colmo…

Lu sai ca tieni ‘na beddhra voce! Cce t’hannu tagghiutu li tonzille?”.

No, no, li tegnu li tonzille”.

Non ci creu! Fammile itire

Spalancavo così la bocca e il furbo “tricheco” poteva controllare che la mia lingua non avesse preso lo stesso colore delle dita divenute violacee per la raccolta “ti li zezzi”.

Verso la metà di ottobre di quell’anno, l’avaro rese l’anima a Dio.

Li ‘enne  ‘nu corpu”, dissero, e da morto diede più fastidio che da vivo.

Intanto toccò alla moglie e alle sue quattro sorelle il gravoso compito di lavare la salma e di rivestirla con l’abito “da morto” e data la mole del de cuius possiamo immaginare quanto il compito debba essere stato “pesante”; poi la veglia funebre recitando rosari, Ave Maria e atti di dolore intervallati ad arte dalle  “lodi” al defunto, urlate da qualche “prèfica” e dagli isterici scoppi di pianto della neo vedova.

Com’era allora usanza, per tutto il pomeriggio, la notte e il mattino del giorno successivo alla dipartita la casa rimase aperta per permettere ai familiari di ricevere le visite di condoglianze da parte di amici e conoscenti. Poi, verso le 15.30, iniziarono le “grandi manovre” per il funerale.

La bara costruita in fretta e furia risultò essere un po’ strettina e i parenti, a cui era devoluto l’arduo compito di sistemarlo nella bara, oltre alle ovvie difficoltà del “peso morto” dovettero ingegnarsi non poco a farlo “entrare” nel “tautu”;  ma alla fine “’ncarra ti qua e ‘ncarra ti ddhra”, riuscirono nell’intento (qualcuno raccontò che dovettero persino salire in due sulla salma e saltarci sopra con i piedi per farla entrare e permettere al coperchio di chiudersi).

Le maledizioni lanciate durante l’operazione di “incassamento” si moltiplicarono quando fu data la notizia che lo “stradone” era troppo stretto e che “lu carru fuci fuci” (il carro funebre), trainato da quattro cavalli,  non riusciva a passare attraverso le due colonne che reggevano il cancello d’ingresso.

Il feretro doveva essere trasportato a spalla sino alla strada e, siccome la chiesa dei Cappuccini dove si sarebbe officiata la messa funebre era proprio accanto a “lu torrino”, i malcapitati avrebbero dovuto pure allungare il percorso di un altro centinaio di metri.

In quel momento qualcuno degli astanti avrebbe voluto scomparire, ma non potette, così sei tra le persone più giovani presero in spalla il feretro e si avviarono lentamente verso la chiesa.

Il trasporto non fu facile soprattutto perché i sei baldi “volontari” non erano tutti della stessa altezza e oltretutto ogni tanto qualcuno  sbagliava il passo. Sui due più bassi, posti sul davanti, gravava quasi tutto il peso del “tavutu” e così, tra un “ahiaiai la spaddhra”, “no’ spingiti ca mo casciu”, “sciati chianu chianu ca sta’ scinucchiu”, “spetta pocu pocu cu spostu lu pisu”, “cu pozza scoppiare, quantu pesa”, si riuscì a depositare la salma in chiesa.

Dopo la Messa, l’operazione per sistemare il feretro nel carro fu molto più facile, e il funerale si concluse al cimitero con l’ennesimo conferimento delle condoglianze alla vedova e ai parenti più stretti, ma… ma quel “cu pozza scoppiare”… arrivò a buon fine.

Qualche giorno più tardi, infatti, i parenti furono informati che, a causa della gran quantità di gas prodotto dalla decomposizione, il de cuius era letteralmente esploso e che l’esplosione aveva danneggiato anche alcune tombe adiacenti.

… e a me, grazie alla “tirchiaggine” di un furbacchione e alla mia ingenuità, dopo tanti anni, non fu mai dato a sapere “cce sapore tiniànu ddhri zezzi russi!”.

Ricette all’Italiana. A Nardò, con tre piatti tipici

Davide Mengacci e Anna Falangone con un gruppo di cittadini durante la trasmessione odierna di Ricette all'Italiana (ph Paolo D'Addario)
Davide Mengacci e Anna Falangone con un gruppo di cittadini durante la trasmessione odierna di Ricette all’Italiana (ph Paolo D’Addario)

 

La troupe di Retequattro nella giornata di oggi ha effettuato le riprese per tre puntate che andranno in onda tra meno di una settimana. “Ricette all’italiana” è il noto programma di cucina che conterrà le riprese odierne effettuate a Nardò, illustrando alcune buone ricette della nostra cucina e le curiosità più suggestive della nostra città.

Il programma itinerante, che quotidianamente racconta segreti e tradizioni del territorio, è condotto da Davide Mengacci, che ha scelto di fare sosta nel Salento, alla scoperta delle unicità gastronomiche e culturali del Belpaese.

Nel contesto urbanistico della bella piazza Salandra di Nardò il noto giornalista ha illustrato tre ricette tipiche delle mense neritine: la pitta di patate, la carne a pignatu e le orecchiette con i pomodorini freschi e cacio ricotta, preparati in diretta e con gli esaustivi commenti di Anna Falangone. Per niente emozionata e molto fotogenica, la cuoca ha spiegato le diverse fasi di preparazione dei piatti, che la troupe avrà certamente consumato a fine riprese.

Ma non ci si è limitati all’aspetto culinario, perché hanno impreziosito l’evento, oltre l’abile conduzione dell’inossidabile Mengacci, i commenti storico-artistici di Paola e l’intervista al sindaco Marcello Risi, che ha creduto nell’iniziativa e l’ha fortemente voluta.

Davide Mengacci e Anna Falangone  durante la trasmissione odierna di Ricette all'Italiana (ph Paolo D'Addario)
Davide Mengacci e Anna Falangone durante la trasmissione odierna di Ricette all’Italiana (ph Paolo D’Addario)

Purtroppo si deve registrare una nota spiacevole, ovvero la mancanza di informazione dell’evento alla cittadinanza, alle testate giornalistiche, ai mass media, che sono rimasti all’oscuro dell’iniziativa, senza poterla divulgare attraverso i loro organi. Da ciò la scarsa presenza del pubblico nella piazza, che invece avrebbe dovuto fare da corona all’insolito evento, che poteva fornire un importante ritorno di immagine alla città che si sforza di lanciare la sua immagine turistica, avendone tutte le potenzialità.

Non dico che sarebbe stato utile far convergere nella piazza le scolaresche, o far esibire la banda locale, ma almeno far presenziare le associazioni cittadine, la pro loco, i tanti rappresentanti politici che seggono a Palazzo Personè.

A parte il Sindaco, l’assessore al Turismo Leuzzi e il consigliere provinciale Siciliano, non si è visto nessun altro, se non uno sparuto gruppo di cittadini che casualmente si son trovati a passare e hanno avuto piacere a fermarsi ed applaudire, come si fa in trasmissioni del genere.

ph Paolo D'Addario
ph Paolo D’Addario

Ancora un’occasione sprecata. E questa volta non per insensibilità dei cittadini, ai quali certamente avrebbe fatto piacere conoscere l’inusuale vetrina e assistervi di persona, ma per disinteresse o apatia o distrazione di chi doveva pubblicizzare l’evento, che da settimane era stato programmato, come si desume dalla delibera di giunta e dall’ordinanza.

 

Il sindaco di Nardò Marcello Risi durante la trasmessione odierna di Ricette all'Italiana (ph Paolo D'Addario)
Il sindaco di Nardò Marcello Risi durante la trasmessione odierna di Ricette all’Italiana (ph Paolo D’Addario)

 

Antonio Caraccio (Nardò 1630-Roma 1702): note iconografiche

di Armando Polito

Per il taglio dato al titolo sono costretto ad omettere altre notizie1 che sul letterato neretino il lettore potrà agevolmente trovare nella scheda relativa del Dizionario biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani on line (http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-caraccio_(Dizionario-Biografico)/), da cui apprenderà, fra l’altro, se già non lo sapesse, che le sue opere principali furono un poema epico (L’imperio vendicato) e una tragedia (Il Corradino).

La serie di immagini inizia proprio dai loro frontespizi.

Prima edizione del poema (integramente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=QAflQ_8pVwEC&printsec=frontcover&dq=caraccio+l%27imperio+vendicato&hl=it&sa=X&ei=a3QpVNqJCMS07Qbpo4HYDg&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=caraccio%20l’imperio%20vendicato&f=false) per i tipi di Bussotti, Roma, 1679. L’edizione comprende solo i primi venti canti.

Di seguito il frontespizio della seconda edizione uscita per i tipi di Tinassi a Roma nel 1690 con l’aggiunta di altri venti canti e non senza ritocchi apportati a quelli della prima (anche questa integralmente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=ZbRTWu00WqwC&pg=PP16&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=2#v=onepage&q&f=false).

Nell’immagine che segue e che mostra i due frontespizi a confronto il lettore potrà agevolmente notare le minime differenze che intercorrono e che riguardano solo i righi 3-5 del primo (POEMA EROICO/D’ANTONIO  CARACCIO/BARONE DI CORANO) e 3-4 del secondo (DEL/BARONE ANTONIO CARACCIO) e quelle che sembrano essere le marche tipografiche, dettaglio su cui vale la pena spendere qualche parola in più.

 

Anzitutto va detto che in tutte le opere uscite per i due editori che ho potuto controllare neppure una volta appare il disegno della marca. I due leoni, pertanto, ribadiscono solo l’omaggio a Venezia già espresso nel titolo. In particolare in quello della seconda edizione compare sul libro PAX TIBI MARCE (Pace a te, o Marco) e probabilmente quest’aggiunta è legata al titolo di cavaliere di S. Marco di cui ho detto prima. Coincidenze obbligate o calcolata operazione di marketing ante litteram in omaggio al detto squadra vincente non si cambia (editore a parte, per motivi che ignoro)?

Mi piace far notare anche l’impegno editoriale in senso strettamente grafico (un ingrediente, credo anche allora, non secondario del successo che l’opera, al di là del suo quanto meno discutibile valore intrinseco, ebbe, tant’è che gli valse il titolo di cavaliere di S. Marco) come mostra la tavola, presente in entrambe le edizioni, un’incisione di Pietro Santi Bartoli (Perugia, 1635-1700) su disegno di Carlo Maratti (Camerano, 1625-Roma, 1713), una coppia costituita da due delle firme più prestigiose del tempo nei loro rispettivi campi.

Ecco ora il frontespizio de ll Corradino uscito per i tipi di Buagni a Roma nel 1694.

A differenza della pubblicazione precedente, la figura che appare in basso è la marca editoriale.

Non mi rimane ora che presentare i ritratti a me noti dell’illustre concittadino. Di seguito le tavole presenti, rispettivamente, nella prima e nella seconda edizione de L’imperio vendicato.

Unica differenza, nel secondo ritratto, la presenza della croce di cavaliere di S. Marco. Entrambi recano la firma  di Franςois Spierre (come si legge distribuito agli angoli sinistro e destro che ho evidenziato in rosso e che di seguito riproduco una sola volta in dettaglio).

F(ranςois) Spier(re) del(ineator) sculp(tor)=Franςois Spierre disegnatore (e) incisore

Ecco la scheda che su di lui è presente in Jean-Baptistre Ladvocat, Dictionnaire historique portatif, Vedova Didot, Parigi, 1760, v. II, pp. 778-779: Dessinateur & Graveur, natif de la Lorraine, dont les Ouvrages sont rares & estimés. La Vierge, qu’il a gravée d’apres le Correge, passe pour son chef d’ouvre (Disegnatore ed incisore, nativo della Lorena, le cui opere sono rare ed apprezzate. La Vergine che ha inciso dopo il Correggio, passa per il suo capolavoro).

Passo ora al ritratto presente in Domenico De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, parte I, s. n.., Napoli, 1710 (opera integralmente leggibile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=DUk_AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Y5wjMq4fmSMC&hl=it&sa=X&ei=0pApVMOwFcXdywPbtoG4CA&ved=0CC0Q6AEwAg#v=onepage&q&f=false; per la parte II, Raillard, Napoli, 1713: http://books.google.it/books?id=iHGZ7NSoDzwC&pg=PA156&dq=de+angelis+caraccio&hl=it&sa=X&ei=u38lVJK3IKbMyAPBgYKIDw&ved=0CCQQ6AEwAQ#v=onepage&q=caraccio&f=false), in cui la biografia del Caraccio occupa le pp. 165-207.

8

Autore della tavola è l’incisore napoletano Francesco De Gradis, come si legge negli angoli, evidenziati questa volta in bianco, che riporto di seguito in dettaglio.

Franc(iscus) de Gradi(s) Sculp(tor) Neap(olitanus)=Francesco De Gradis incisore napoletano. La s finale di Gradis la si ricava dal dettaglio evidenziato in rosso nelll’incisione del frontespizio (di altra opera di altro autore) di seguito riprodotta.

Tornando al ritratto, singolare appare il fatto che esso è l’unico a recare la firma dell’autore tra tutti quelli che accompagnano le biografie del De Angelis. Sul De Gradis non son riuscito a trovare nessuna notizia ma nel nostro caso mi pare abbastanza evidente che il modello anche qui è quello della seconda edizione con l’ovale contenente il ritratto vero e proprio invertito orizzontalmente (operazione che ho fatto in basso); appare riprodotta pedissequamente perfino l’ombra dell’originale nel suo contorno.

In basso nel dettaglio che di seguito ho ingrandito si legge:

Antonio Caraccio Neritonensi/S. Marci Equiti/nat(oMDCXXX, OBI(TO) MDCCII/Dominicus de Angelis Lycien(sis) D(onum) D(edit)

(Ad Antonio Caraccio di Nardò, cavaliere di S. Marco, nato nel 1630, morto nel 1702, Domenico De Angelis di Lecce diede in dono)

L’ultimo ritratto che prenderò in considerazione (immagine tratta da http://www.portraitindex.de/documents/obj/33405773) è anch’esso una stampa custodita a Munster nel LWL-Landesmuseum für Kunst und Kulturgeschichte.

Per l’iscrizione che si legge in basso (CVC/LACONI CROMITIO P. A. DF./POETAE LOGISTUS NEMEAEUS/P. A. AMICO B. M. F. C. OLYMP. DCXXI/AN. I. A. B. A. I. OLYMP. IV ANN. III C. L. A.) cedo la parola al De Angelis (op. cit. p. 192).

Fornisco ora la traduzione quanto più possibile letterale dell’iscrizione le cui abbreviazioni, almeno per me, senza la testimonianza del De Angelis sarebbe stato non arduo ma impossibile sciogliere2:

Per decisione dell’intera assemblea/a Lacone Cromizio pastore arcade defunto/poeta, Logisto Nemeo,/pastore arcade all’amico benemerente  che fosse fatto/curò/nella 621a Olimpiade nel primo anno3, dalla fondazione dell’Arcadia nella 4a Olimpiade  nel terzo anno4/svolgendosi i giochi. 

Nella parte inferiore sinistra della cornice la stampa reca un monogramma di seguito nel dettaglio ingrandito.

Ecco la scheda di catalogazione della stampa , nella parte che ci interessa, con la mia traduzione a fronte:

 

1686/1725 mi pare un range cronologico troppo esteso per riferirsi alla data di realizzazione e d’altra parte nel 1686 il Caraccio era ancora vivo e, come abbiamo visto, l’Arcadia gli dedicò l’epitaffio nel 1705; non può nemmeno riferirsi alla data di nascita e di morte di un artista che non risulta identificato e per lo stesso motivo al periodo di attività. Può darsi, invece, che 1686/1725 si riferisca all’intervallo di date in cui la marca risulta rilevata e credo, addirittura, che lo stesso monogramma vada letto non C. P. R. (non registrato nei repertori specializzati) ma C. P. L. sulla scorta di quanto riportato in Dictionnaire des monogrammes, chiffres, lettres initiales, logogryphes …, Lambert, Parigi, 1754, s. p.:


(Un C, un P e un L, carattere italico, come si trovano su incisioni moderne in rame impresse ad Ausbourg, sono la marca di Cristiano Filippo Lindemann).

I repertori successivi, pur nella differenza, aggiunta o mancanza di qualche dettaglio, confermano l’essenza della notizia.

Roland le Virloys, Dictionnaire d’architecture, civile, militaire, et navale, Libraires associés, Parigi, 1770

(Incisore in rame di questo secolo ad Augsbourg. La sua marca è C.P.L. e  l’anno 1725 al di sotto).

Notices sur les graveurs qui nous ont laissé des estampes marquées, v. II, Taulin-Dessirier, Besanςon, 1808

François Brulliot, Dictionnaire des monogrammes, marques, figurées, lettres initiales …, Monaco, s. n., 1833:

(LINDEMAN, Cristiano Filippo, incisore di Augsbourg, tra gli anni 1725 e 1750. Si trovano di lui copie su stampe di C. W. E. Dietrich, parecchie vignette e parecchie tavole per libri, che recano o il suo nome o le lettere qui riportate).

Chiunque sia, l’autore si è ispirato anche lui al secondo dei ritratti prima esaminati, nonostante cambi, come al solito, qualche dettaglio secondario come la corona circolare anziché ovale che contorna il ritratto vero e proprio. E termina qui questa carrellata in cui ho presentato in ordine cronologico la rappresentazione della parte per così dire più effimera di ognuno di noi, quella che oggi ha tanto successo, cioè l’immagine delle nostre fattezze (magari rifatte …), piuttosto che quella ben più importante e duratura (ammesso che ci sia …) del nostro cervello e del nostro spirito. E non è detto che, dopo aver soddisfatto questa curiosità, non torni a dar conto di quel quanto meno discutibile valore intrinseco che a proposito degli scritti del Caraccio ho usato all’inizio.

Il mio giudizio collima, una volta tanto, con quello della critica ufficiale, ma, se mi occuperò dell’argomento, non potrò vantarmi neppure di essere stato il primo neretino ad averlo fatto, essendo stato in questo bruciato sul tempo e da tempo da Francesco Castrignanò con il saggio Antonio Caraccio: cenno biografico critico, Tipografia Garibaldi, Lecce, 1895.

_____________

1 Nella biografia del Caraccio, che fa parte di Le vite de’ letterati salentini, op. cit., alle pp. 196-197 c’è l’elenco completo delle opere stampate e manoscritte:

Ecco, comunque, l’elenco delle opere registrate nell’OPAC:

L’assemblea de’ fiumi, Moneta, Roma, 1656

La pace pronuba, Moneta, Roma, 1660

L’imperio vendicato, Bussotti, Roma, 1679 e Tinassi, Roma, 1690

Poesie liriche, Tinassi, Roma, 1689

Il giardino, Buagni, Roma, 1694

Il Corradino, Buagni, Roma, 1694

Nardò possiede solo un esemplare della prima edizione (Bussotti, Roma, 1679) de  L’imperio vendicato, custodito nella Biblioteca Comunale Achille Vergari.

2 Un solo esempio per tutti: D. F. abbreviazione di una sola parola, DEFUNCTO, normalmente abbreviata in DEF.

3 Corrisponde al 1705. I primi giochi olimpici si svolsero nel 776 a. C., per cui all’anno 0 si erano svolte già 194 olimpiadi. In 1705 anni se ne sono svolte convenzionalmente (perché, come si sa, prima di essere di nuovo istituite nel 1896, erano state soppresse nel 393 d. C. dall’imperatore Teodosio I) 426 (1710/4), che sommate alle 194 e considerando nel computo anno di partenza e di arrivo (cioè, in pratica, aggiungendo 1) danno un totale di 621, la cifra indicata nell’iscrizione.

4 L’Arcadia era stata fondata nel 1690. La terza olimpiade dalla sua fondazione  (gara letteraria tra gli iscritti) va dall’anno 1703 al 1706.Il terzo anno di questa quarta olimpiade è, appunto il 1705 che coincide con la data precedente.

5 Con la rabbia di chi sa che una cosa esiste in un determinato posto e che ancora oggi, nonostante le sbandierate banda larga ed agenda digitale, per poterla vedere (riprendere, chissà …) deve andare in quel posto, segnalo una stampa a firma dell’incisore napoletano Raffaele Pastena (morì nel 1825) custodita nella Biblioteca Vittorio Emanuele a Napoli, così descritta nell’OPAC: Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso destra in cornice rotonda del poeta Antonio Caraccio, originario di Nardò (Puglia). Se qualche amico napoletano può aiutarmi, me lo faccia sapere con un messaggio inserito nei commenti; poi, eventualmente, prenderemo accordi.

Su alcune reliquie conservate nella cappella di Tutti i Santi, nella cattedrale di Nardò

armadio con le reliquie dei Santi nella cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

La festività di Tutti i Santi è occasione utile per ricordare una eccezionale donazione dell’abate Domenico Roccamora, allora rettore del Seminario della Compagnia del Gesù di Roma, alla Cattedrale di Nardò effettuata nei primi decenni del ‘600.

Il prelato, con lettera accompagnatoria del 10 febbraio 1612, difatti, aveva fatto dono all’ università neritina dei corpi, con le loro teste, di S. Vittore martire e di S. Teodora vergine, ed altre reliquie di santi contenute in due grandi reliquiari che oggi sono esposti alla venerazione dei fedeli nella chiesa madre neritina. Tra le varie disposizioni del presule si legge nell’atto notarile che le reliquie sarebbero state conservate in apposita cappella in Cattedrale, di patronato dell’ università, ancora esistente e serrata da due grandi ante, aperte solo in questa giornata ed in particolari festività. Si tratta de “lu stipu ti li Santi”, nella cappella della navata sinistra, abbellita e definitivamente sistemata sotto l’episcopato di Mons Ricciardi, sul finire del secolo XIX. Lo stemma del vescovo difatti è finemente scolpito sulle due grandi ante.

reliquiari nella cattedrale di Nardò

Oltre la donazione è bene anche notare la particolare e poco nota richiesta del prelato. Nell’atto del marzo 1612, per notar Palemonio da Castellaneta rogante in Nardò, si legge infatti che le reliquie donate alla Cattedrale

Vecchi ricordi

matera-111

di Domenico Carratta

 

Non sono di Nardò, mio padre lo era, anche se l’aveva abbandonata per cercare fortuna al Nord, cosa riuscita in minima parte.
Ciononostante, ci obbligava ogni estate a trascorrere un intero mese nel suo paese natale.
Abitavamo vicino a Porta Falsa, nel centro storico, in una casa veramente antica in cui al piano terreno c’era la stalla con l’asino e di sopra l’abitazione con un gigantesco focolare in cui mia nonna cuoceva cose deliziose e mai più eguagliate, nonostante i miei sforzi. Usava pentole spesse un dito perché le lavava sempre e solo dall’interno, ma le sue polpette di carne con le foglie di menta, le sue friselle, le sue pettole o la sua trippa comprata cruda e pazientemente pulita con l’acqua bollente sono un ricordo incancellabile. Era analfabeta, e non sapeva leggere l’orologio, per cui ci diceva che ora era guardando l’ombra del sole sullo stipite della porta. Una meridiana vivente, oltre che una donna dolcissima. Mio nonno era stato un Ardito durante la prima guerra mondiale, cioè uno di quelli che combattevano davanti alla prima linea. I più coraggiosi e i più feroci di tutti. Era stato compagno di trincea di Benito Mussolini, e a distanza di tanti anni conservava il passo spavaldo del giovane bersagliere che era stato. Di fianco a casa nostra c’era uno stagnino che riparava gigantesche pentole in rame, ma ogni tanto si sentiva ululare un venditore che con un’Ape portava la grande novità: le vasche di Moplen per lavare i panni. Stava arrivando la plastica. La mattina mio nonno, dopo avere fatto colazione con fichi d’India e peperoncino fresco, attaccava l’asino al calesse, poi faceva un rumore impercettibile con la bocca, e l’asino partiva e, senza ulteriori istruzioni, arrivava alla sua campagna, a Sant’Angelo o San Belluccio. Quando era ancora buio si sentivano scampanellare le biciclette, e file interminabili di donne si avviavano verso la campagna perché era la stagione della vendemmia. Abitavamo vicino al cimitero e non di rado si sentiva suonare la banda che accompagnava il defunto alla sua estrema dimora. Suonavano sempre lo stesso pezzo, ma non ricordo quale. La piazza del paese era animata soltanto da uomini, che parlavano animatamente. Verso le sei della sera veniva invasa da un delizioso profumo: erano i pezzetti, deliziose salsicce di cavallo, che venivano comperate a numero e portate bollenti a casa avvolte in una spessa carta gialla. Se il paradiso esiste da mangiare danno i pezzetti. La mattina si andava al mercato, che era poco oltre la piazza, ed era costituito dal mercato generico, il mercato della frutta e verdura e il mercato del pesce che fra tutti era di gran lunga il più affascinante. C’erano due cinema, dove ho visto tutti i film di Franco e Ciccio e di Sergio Leone, anche più di una volta. Quando stavamo per partire, c’era la grande festa di Cosma e Damiano che a noi pareva la festa più grande del mondo, soprattutto paragonata alle magre feste religiose del Nord. Andavamo al mare all’Addu, che poi non so perché si è chiamato Porto Selvaggio, portandoci da bere l’acqua nell’unbile, un recipiente di terracotta che trasudando la teneva meravigliosamente fresca. Ma a mezzogiorno tutti a casa a mangiare le friselle impastate dalla nonna e che il fornaio aveva cotto nel forno a legna senza farsi pagare, ma trattenendo una frisella ogni dieci, in modo da alimentare la vendita del suo piccolo negozio.
Ti amo Nardo’, amo la tua meravigliosa lingua che non parlo ma comprendo perfettamente e che leggo con grande piacere nei vostri interventi.
Saluti da Genova.

Quando Nardò era celebrata pure in poesia

di Armando Polito

La celebrazione di cui parlerò non è un semplice ricordo condensato in una sola parola, quasi una citazione toponomastica, come il  … Lacedaemoniumque Tarentum/praeterit et Sybarin Sallentinumque Neretum ( … e oltrepassa la spartana Taranto e Sibari e la salentina Nardò) di Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Metamorfosi, XV, 50-51.

Si tratta, invece,  di una poesia in latino (59 esametri) che sarebbe stata composta (il condizionale si capirà, come al solito, alla fine) da Bartolomeo Tafuri1 presumibilmente nella seconda metà del XVI secolo e che fu pubblicata per la prima volta dal suo discendente Giovanni Bernardino (1695-1760)  nel primo capitolo (Testimonianze de’ Scrittori, i quali rammentarono con lode la Città di Nardò) del primo libro di Dell’origine, sito, ed antichità della Città di Nardò in Angelo Calogerà, Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Zante, Venezia, 1735, tomo XI, pp. 1-315. Di seguito il frontespizio2.

La poesia nel volume indicato occupa le pp. 9-13; tuttavia mi avvarrò , perché più nitido tipograficamente e più adatto per l’inserimento della mia traduzione (letterale quanto più è possibile) a fronte e delle mie note, del testo in formato immagine tratto da Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, v. I, 18483. In questa edizione Michele Tafuri ripubblicò il saggio del suo antenato (che occupa le pp. 325-543) con l’aggiunta del secondo libro mancante nell’edizione veneziana. Il testo della poesia in questione vi occupa le pagine 330-332 e risulta replicato anche tra le poesie superstiti (due, compresa questa che leggeremo) di Bartolomeo alle pagine, 47-48 che sono quelle da me utilizzate. Chiedo scusa al lettore se il testo apparirà tagliato a destra, ma non potevo, questa volta, ridimensionare ulteriormente l’immagine nativa con la certezza, non il rischio, di renderne impossibile la lettura. A quest’inconveniente, a me non ascrivibile, si rimedia cliccando sull’immagine col tasto sinistro e poi, tornando indietro, potrà essere ripresa la lettura del testo principale laddove era stata interrotta.

 

 

 

 

Mi pare doveroso ricordare, anche per spiegare il condizionale usato all’inizio, che la fama di Giovanni Bernardino Tafuri di Nardò si è un po’ offuscata col passare del tempo, che ha permesso di scoprire in lui il confezionatore, sia pure abile, di documenti falsi; lo scopo era di nobilitare le memorie patrie (con la rivendicazione di privilegi  per questo o quel potere e con tutte le ricadute, anche di ordine economico, che in quei tempi un passato glorioso comportava), ma perseguirlo in questo modo significa violentare le ragioni della scienza che già di suo è  faticosamente alla ricerca della verità.

Però, nel nostro caso, questa poesia, anche se non dovesse essere veramente del suo antenato Bonaventura o un falso, rimarrebbe, comunque, un interessante documento (male che vada, del XVIII secolo) sulla fama, già allora pesantemente ridimensionata (e non solo rispetto ad Ovidio che  non l’avrà citata certo solo per esigenze descrittive), di Nardò. E se la scelta di un galatonese come emblema dei frutti della scuola di Nardò può essere giustificata dallo spessore del personaggio, dalla celebrazione diretta che, come abbiamo visto, egli fece di quella scuola e dalla distanza veramente esigua tra Nardò e Galatone, cosa dire, rispetto al presente che è tanto prosaico da non meritare nemmeno una celebrazione in prosa, di fronte all’augurio contenuto negli ultimi quattro versi, se non un desolante e rassegnato, quasi un’autopresa per il culo, aspetta e spera?

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1 Ecco la scheda della famiglia Tafuri tratta dal Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti di G. B. Crollalanza, Presso la direzione del Giornale araldico, Pisa, 1890, v. III, pp. 2-3: TAFURI di Napoli e di Nardò. Originaria di Terra d’Otranto, à goduto nobiltà in Nardò ed in Foggia, ed à posseduto le baronie di Altomonte, Fondospezzato, Grottella, Melignano, Mollone e Persano. ARMA: di verde, alla scala a piuoli posta in banda, col leone saliente, il tutto d’oro, e la crocetta d’argento a sinistra del capo. A meno che il Crollalanza non si riferisca a qualche ramo che io ignoro, non mi risulta che lo stemma dei Tafuri descritto in altri autori sia questo. L’amico Marcello certamente ci illuminerà sul problema, anche in rapporto a quanto si legge in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/13/i-tafuri-senza-peli-sulla-lingua/

2 L’intero tomo è scaricabile da http://books.google.it/books?id=icY-WjftPMIC&printsec=frontcover&dq=editions:mUboXYF_XlIC&hl=it&sa=X&ei=NOkSVMGDK8S_PP_lgVg&ved=0CFUQ6AEwBzge#v=onepage&q&f=false.

3 Scaricabile da http://books.google.it/books?id=icY-WjftPMIC&printsec=frontcover&dq=editions:mUboXYF_XlIC&hl=it&sa=X&ei=NOkSVMGDK8S_PP_lgVg&ved=0CFUQ6AEwBzge#v=onepage&q&f=false

4 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/05/lelogio-di-un-falsario-neretino-esempio-di-pubblicita-editoriale-ante-litteram/

Sant’Isidoro di Nardò (Le), il sogno inglese di edificare nelle campagne di ulivi

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di Paolo Rausa

La signora Alison Deighton, ai più sconosciuta ma non ai neretini, ha tuonato nei giorni scorsi contro la malapianta della burocrazia regionale pugliese, inadempiente nei confronti del suo progetto di resort a 5 stelle, ecocompatibile a suo dire, definito addirittura ‘stellare’ da non meglio definiti ‘gruppi ambientalisti, a livello nazionale’. Non sappiamo molto di lei, se non che è moglie di lord Paul Deighton, sottosegretario al tesoro del Governo Inglese, ex top manager della Goldman Sachs e organizzatore delle Olimpiadi di Londra, e socia nel progetto del resort di un tale Ian Taylor, broker del petrolio. Uomini d’onore! Hanno messo sul tavolo come investimento 70 milioni di € nell’acquisto e nella realizzazione di questo immenso resort della portata di 150 mila mc. E non si spiegano come mai la rete della burocrazia abbia finora, dopo 6 lunghi anni, impedito la mega costruzione turistico-alberghiera con l’idea di attirare una ‘clientela alta, in modo da creare anche sviluppo’. Lamenta, a ragione, che non se ne sia parlato nelle sedi istituzionali, ma omette di dire che 4 anni fa la Soprintendenza aveva espresso parere negativo perché il progetto interessava un’area sottoposta a vincolo ambientale e che il Comune di Nardò è stato inadempiente perché non ha adeguato il suo piano regolatore al Piano di Tutela varato dalla Regione Puglia nel 2001. In qualsiasi parte del mondo e nella sua Inghilterra o negli Stati Uniti le leggi si rispettano, lei lo sa. Non basta disporre di denaro per pensare di poter sfidare il paesaggio naturale, che come ben sa è frutto di millenni di coesistenza di specie animali e vegetali. Quindi la prima regola, ancor prima delle leggi, è il rispetto dei luoghi. Non si comprende difatti in che cosa consista l’ecocompatibilità di un progetto che getta tonnellate di cemento su una delle più belle zone dell’Italia e del Mediterraneo. ‘Stop al consumo di suolo!’, la campagna per azzerare la continua occupazione di suolo agricolo sottratto alla coltivazione, ha individuato altre modalità di investimento, se così ritiene di fare la signora, a favore di un sud disastrato e sitibondo. Per esempio ritornando ad occuparsi del recupero dei centri storici che versano nel degrado e nell’abbandono: questa sì che sarebbe una campagna meritoria e riprenderebbe a dar vigore a quello spirito rinascimentale e illuministico di tanti viaggiatori inglesi nel sud Italia, ipotizzando modalità diverse di utilizzo del patrimonio edilizio, ridando vita a questi centri baroccheggianti ma dismessi, gloriandosi di aver riportato vita negli anfratti della suburra e di non aver ricoperto di cemento uno dei più bei litorali della nostra terra! Mi creda signora, cambi il suo progetto. Investa sull’esistente e utilizzi la campagna per continuare a produrre olio!

La Montagna spaccata e la rabbia (1/2)

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

Oggi la Montagna spaccata insieme con La reggia fa parte del comune di Galatone ma in passato essa faceva parte del territorio di Nardò ed aveva forse un altro nome prima che quello attuale lo soppiantasse con la realizzazione della litoranea.

Ecco cosa scrive Antonio De Ferrariis detto Il Galateo nel De situ Iapygiae uscito a Basilea nel 1558:  Urbs inter omnes, quas unquam vidi, meo iudicio in amoenissima planitie sita. Distat ab ora sinus Tarenti tribus aut quatuor milibus passuum, a Lupiis quindecim, a Tarento XLV. Oram habet XXIV milia passuum longitudinis a confinio Tarentinae orae usque ad rupem altam, mari impendentem, quam a rectitudine ortholithon dicunt. Hic lapis Neritinorum et Callipolitanorum agrum disterminat (La città [Nardò] tra tutte quelle che ho visto a mio giudizio è posta in una amenissima pianura. Dista dalla costa del golfo di Taranto tre o quattro miglia, da Lecce 15, da Taranto 45. Ha una costa di 24 miglia di lunghezza dal confine della costa tarantina fino all’alta rupe, che incombe sul mare, che per la sua posizione eretta chiamano ortolito1. Questa pietra distingue il territorio dei Neretini da quello dei Gallipolini).

Sarà stato Ortolito il toponimo in uso al tempo del Galateo? Il dubbio nasce non tanto dall’iniziale minuscola quanto dal fatto che il contesto non esclude affatto che si tratti di un nome comune la cui definizione è data dalle parole precedenti2.

Torre dell’alto lido si chiama una torre costiera non molto distante (foto in basso).

immagine tratta da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg
immagine tratta da http://www.torrimarittimedelsalento.it/50B_TorreAltoLido.jpg

Il suo nome potrebbe essere deformazione di Ortolito (immaginando che il toponimo si riferisse ad un territorio più vasto di quello dell’attuale Montagna spaccata) per influsso del dialettale ièrtu (=alto) e lido, che etimologicamente nulla hanno a che fare con la parola di origine greca3 e la deformazione potrebbe essere stata propiziata da una sorprendente quanto casuale affinità concettuale. Potrebbe, però, essere nato autonomamente come nesso italiano, ma le forme precedenti del toponimo mi spingono a privilegiare la deformazione di una voce dialettale. Nella carta di Giovanni Antonio Magini (1555-1617) Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia la nostra torre è Torre Arteglio.

Nella mappa Terra d’Otranto di Antonio Bulifon (1649-1707) il toponimo è ancora T. Arteglio.

Nella mappa del 1714 Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente data in luce da Domenico de Rossi la Torre dell’alto lido è Torre di Artellotto.

Nell’Atlante geografico del  Regno di Napoli (completato nel 1812) di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni T. d’Alto Lido.

Tutto ciò, purtroppo, non aiuta a capire se la voce del Galateo è da intendersi ortolito oppure Ortolito.

La rabbia di cui parlo nel titolo non è, comunque, solo quella che in questo momento mi prende non essendo stato in grado di risolvere il dubbio. Di essa parlerò a breve nella seconda parte.

(CONTINUA)

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1 La voce è dal greco ὀρθός (leggi orthòs)=retto+λίθος (leggi lithos)=pietra.

2 Le edizioni del De situ Iapygiae (che si rifanno tutte, a parte qualche dettaglio di poco conto, a quella princeps di Basilea) che ho potuto consultare recano ortholithon. Non deve averlo ritenuto, invece, nome comune Emanuele Pignatelli che in Civitas Neritonensis: la storia di Nardò ed altri contributi, a cura di Marcello Gaballo,  Congedo, Galatina, 2001, a p. 18 scrive: … di qui a linea retta finisce alla Montagna Spaccata, ovvero all’Ortolito, riattaccandosi in quel sito al territorio di Gallipoli. E nella pagina precedente incorre, per quanto ho riportato nelle restanti note, in un’imperfezione di natura filologica quando scrive … costeggiato da una rupe alta, e denominata Ortolito (ossia Altum saxum-alto sasso) …

Senza pensarci su due volte, dunque, il Pignatelli crede di emendare l’incongruenza presente nello storico neretino Giovanni Bernardino Tafuri (1695-1760), che nell’ edizione del De situ Iapygiae col suo commento inserita in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pp. 25-93, a  p. 87 scrive:

Con la grafia con l’iniziale minuscola (che come s’è detto sarebbe quella originale) appare in contraddizione quanto si legge in Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò dello stesso Giovanni Bernardino Tafuri, opera inserita nel primo volume della raccolta già citata (pp. 325-543), Napoli, Stamperia dell’Iride, 1848, dove a p. 341 si legge:

3 Ièrtu corrisponde all’italiano (letterario!) erto che è per sincope da eretto, a sua volta dal latino erectu(m), participio passato di erìgere=innalzare, composto da e=da+règere=reggere (concetto di direzione dal basso verso l’alto). Lido, invece, è dal latino classico litus=lido, costa, spiaggia e non dovrebbe avere nessun rapporto col citato greco λίθος. Mi sarei aspettato in tal caso lithus e non litus. In latino medioevale esistono infatti lithus, litium e litum, ma col significato di pietra (e un lido non è esclusivamente roccioso).

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