Dai sedani di Corinto a Luciana Littizzetto. Il sedano selvatico nei secoli

Il sedano selvatico

  

 

di Armando Polito

Nome italiano: sedano selvatico

nomi dialettali: lacciu crièstu, murlu, murùddhu

nome scientifico: Apium graveolens L.

famiglia: Ombrelliferae o Apiaceae

 

Il nome italiano (sedano) è dal greco sèlinon1; la prima parte del nome scientifico (àpium) è il latino àpium2=sedano, la seconda (gravèolens) è un aggettivo che significa dall’odore acuto. Il primo nome della famiglia (Ombrelliferae) significa portatrici di ombrelle, con riferimento alla forma dell’infiorescenza, il secondo è dal citato àpium.

Passo ai nomi dialettali: lacciu è dal citato latino àpium con normale passaggio -api->-acci- (come in sàcciu=so, da sapio); da àcciu per agglutinazione dell’articolo (l’àcciu>làcciu>lu làcciu) è nato làcciu. Per murlu e murùddhu il Rohlfs non propone alcuna etimologia; io partirei da murùddhu, in cui la ricostruzione  dell’originario –ll– (sviluppatosi normalmente in –ddh-) mi porta ad un murùllu che potrebbe essere un diminutivo del greco muron=profumo, diminutivo che qui, però, avrebbe un significato quasi dispregiativo, come nel gravèolens prima citato. La variante murlu, infine, sarebbe da murùllu per sincope della vocale tonica, retrazione dell’accento e naturale scempiamento –ll->-l-.

L’attestazione più antica del sedano, nella valenza quasi esclusiva di componente primario del paesaggio,  è in Omero (probabilmente IX° secolo a. C.): ”Intorno verdeggiavano teneri prati di viole e di sedano: là poi anche se un immortale si fosse accostato ne sarebbe restato ammirato e si sarebbe rallegrato in cuore3”; “…i cavalli poi stavano ognuno vicino al suo carro a pascere il loto e il sedano palustre…4”: “[parla un topo rivolto ad una rana] Non mangio ravanelli o cavoli o zucche né mi nutro di porri freschi né di sedani; questi infatti sono i vostri cibi nella palude5”.

Qualche secolo dopo godeva di grande prestigio se Pindaro (V° secolo a. C.) lo ricorda più volte quale premio in vittorie sportive: “…quando nella gara del rimbombante Nettuno (la gara col tridente) fiorì dei sedani di Corinto…6”; “Nettuno dopo aver donato nei giochi istmici questa vittoria nella gara dei cavalli a Senocrate gli inviò una corona di sedani dorici con cui si cingesse la testa”7; “…egli che ottenne la vittoria ai giochi istmici dai sedani dorici…8”; “Due corone di sedani ornarono lui che si era distinto nei giochi istmici…9”.

L’abitudine di piantarlo al limitare dei giardini aveva dato luogo al proverbio di Aristofane (V°-IV° secolo a. C.): “La tua situazione non sta né al sedano né alla ruta10”, cioè neppure all’inizio11. E qualche secolo dopo in Plutarco (I°-II° secolo d. C.) il nesso “ha bisogno del sedano12” cioè sta per morire è in riferimento all’abitudine di ornare col sedano non più la testa del vincitore ma le tombe.

Fu protagonista anche nella toponomastica se la città di Selinunte deve il suo nome all’abbondanza che di questo vegetale trovarono in situ i colonizzatori greci e, se così non fosse stato, forse la sua raffigurazione non sarebbe comparsa, prima da sola poi insieme col nome  degli abitanti o della città (e in forme via via più stiizzate), su monete datate (in sequenza nella foto in basso) la prima alla metà del VI° secolo,  le altre del V° a. C.

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La costante presenza nel verso di tutte le monete, meno la prima, di Apollo e della foglia di sedano trova giustificazione nella testimonianza di Plutarco: “Mentre così si discorreva camminamavo. Nel tempio dei Corinzi mentre guardavamo una palma di rame, che è l’unica superstite dei doni, lì attorno

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