Ancora sul “fantomatico Manfredi Letizia”

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di Stefano Tanisi

 

Da assiduo lettore del sito della Fondazione Terra d’Otranto, ho avuto modo di leggere un recente articolo di Luciano Antonazzo dal titolo “Il fantomatico pittore Manfredi Letizia” [cfr. http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/21/il-fantomatico-pittore-manfredi-letizia/].

Nella chiesa matrice di Muro Leccese vi è un dipinto dell’Assunta, inserito nell’altare dell’Annunziata, che la storiografia locale lo ritiene realizzato dal pittore Manfredi Letizia.

Lo studioso Antonazzo, nel riferito studio, afferma che il nome del pittore Manfredi Letizia sia frutto di un equivoco che «si deve ad un refuso di stampa che ha fatto saltare la virgola posta dal Maggiulli [L. Maggiulli, Monografia di Muro, 1857, p. 131] tra i cognomi Manfredi e Letizia», ipotesi questa che potrebbe essere condivisibile.

Che l’autore del dipinto dell’Assunta non fosse il “fantomatico pittore Manfredi Letizia” era già noto in un mio saggio “Nota sui dipinti di Aniello Letizia (1669 ca.-1762) nel convento e nella chiesa della Grazia di Galatone”, pubblicato nel 2009 sulla rivista “Miscellanea Franciscana Salentina”, anno 23, quando nella pagina 118 – nota 14 scrivevo: «vanno assegnati ad Aniello anche i piccoli dipinti dell’Assunta (i volti degli Apostoli trovano conferma nelle altre opere galatee) e dell’Immacolata (gli stessi angeli si possono ritrovare nella tela omonima di Montesano Salentino [cfr. http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/aniello-letizia-e-il-dipinto-dellimmacolata-di-montesano/]) che sono altrove segnalati come opere di Manfredi Letizia (il “Manfredi”, pittore forse inesistente, è confuso presumibilmente con il sacerdote-pittore Giuseppe Andrea Manfredi da Scorrano, poiché nella chiesa [matrice di Muro Leccese] si conservano dipinti di questo artista)».

Nel 2012, pubblicavo sulla rivista “Leucadia. Miscellanea storica salentina”  – anno IV, uno studio, dal titolo “I dipinti di Aniello Letizia (1669 ca.-1762) nella Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca”, dove, a pagina 31, ribadisco «Nella Chiesa Matrice di Muro Leccese, la storiografia locale ha assegnato a Manfredi Letizia i dipinti dell’Assunta e dell’Immacolata: da un confronto stilistico i dipinti in questione vanno invece attribuiti ad Aniello Letizia. Per il momento non abbiamo rinvenuto nessun documento riguardo ad un pittore di nome Manfredi Letizia di Alessano, pertanto è lecito dubitare se tale pittore sia realmente esistito». Nella nota 19 sempre di pagina 31 evidenziavo che «I volti degli Apostoli dell’Assunta trovano confronto con gli anziani raffigurati nelle tele della Chiesa del Crocifisso di Galatone, mentre gli angeli nell’Immacolata sono simili a quelli dei dipinti del Santuario di Leuca».

Ma la presenza del pittore Aniello Letizia nella maggior chiesa murese è confermata dal fatto che gli si possono attribuire anche i dipinti della Sacra Famiglia con i santi Anna e Gioacchino e di Sant’Oronzo (cfr. i miei saggi).

Di questi miei studi, presumibilmente, Antonazzo ne era a conoscenza, poiché nel 2012 la menzionata rivista di Storia Patria “Leucadia” pubblicava sia il mio saggio che quello dello studioso ugentino (L. Antonazzo, Il castello di Ugento e i d’Amore).

Anche nell’affermare che “Oronzo e Aniello Letizia sono cugini” ha dato per scontato che questa notizia sia da sempre conosciuta, non riferendo che questa indicazione è il frutto di mie lunghe ricerche d’archivio che finalmente hanno ridisegnato con maggiore chiarezza il quadro familiare dei pittori alessanesi Letizia, visto dagli studiosi, fino al 2012,  articolato e confuso.

Un altro nodo secondo me è da sciogliere nell’articolo dell’Antonazzo è l’attribuzione del dipinto dell’Assunta: il dipinto nel momento in cui lo attribuisco ad Aniello Letizia cerco di fornire dei possibili confronti stilistici con opere certe o documentate del pittore. Lo studioso attribuisce il dipinto «forse più ad Oronzo che ad Aniello Letizia», aspettandoci il confronto del dipinto murese con opere certe del pittore Oronzo Letizia, cosa che non si evince.

Il citare fonti d’archivio e bibliografiche ci sembra spesso dovuto a una gentilezza che si fa all’amico che ha pubblicato per primo la notizia che per un senso di scientificità del lavoro.

C’è da dire inoltre che, purtroppo, negli ultimi anni si sta verificando una sorta di “svago” nell’attribuire opere di pittura e scultura senza un metodo scientifico. È come i tanti quiz televisivi che ci si avventura a “lanciare” la risposta, senza aver minima cognizione dell’argomento. È questo sta nuocendo molto per la nostra Storia dell’Arte, perché sembra che le inesattezze vadano avanti e diventino difficili da estirpare, mentre gli studi più attenti vanno nel dimenticatoio o ignorati…

 

 

 

In Allegato foto: A. Letizia (attr.), Sacra Famiglia con i santi Anna e Gioacchino. Muro Leccese, chiesa matrice (foto S. Tanisi)

Muro Leccese. Santa Marina. Uno sguardo verso Oriente

di Massimo Negro

Con questa nota inizia “casualmente” un percorso  composto da brevi note che riguardano il culto di una santa, Santa Marina, giunto nel Salento secoli e secoli addietro sulle barche che portarono nelle nostre terre la religiosità e l’arte di Bisanzio. Quando l’occidente era avvolto da una grigia coltre e le stelle ad oriente brillavano luminose, i loro riflessi giungevano sino a noi.

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Casualmente, perché nei primi siti da me visitati vi ero andato con altre intenzioni, diverse da quelle di descrivere la vita di questa Santa e le sue numerose tracce nel Salento, così profonde da essere fonte di tradizioni e credenze popolari a me sconosciute.

Devo essere sincero. Di questa santa avevo letto su alcuni libri, anche un po’ vecchiotti, nei quali sono descritti i principali insediamenti rupestri o antiche fondazioni di monaci basiliani nella nostra terra. Ma non pensavo, professo la mia ignoranza, che il culto di questa Santa fosse ancora vivo e partecipato anche ai giorni nostri.

Così quasi senza volerlo, iniziando il mio percorso a Muro Leccese, dove a dire il vero vi andato per i resti messapici presenti in questa cittadina, e grazie a qualche dritta di un caro amico giornalista, mi sono ritrovato a Ruggiano prima e poi a Miggiano. Ma non mi sono fermato qui e con l’occasione ho fatto una capatina a Carpignano Salentino ad una cripta in cui si ricorda il culto della santa. Sempre sulle orme di Santa Marina. Ma a quel punto era diventata una vera e propria ricerca, pur se praticata con i miei limitati mezzi riguardo le fonti storiografiche.

Prima tappa di questa sorta di pellegrinaggio (in fin dei conti parliamo di una Santa) a Muro Leccese, antico centro messapico, ma non solo. Infatti a Muro è presente la piccola ma bellissima chiesetta dedicata a Santa Marina, che viene festeggiata dalla comunità locale nel mese di luglio.

A questa santa si ricorre per diversi motivi. Con questa nota, vi racconto le notizie che ho raccolto per l’occasione della visita a Muro; nelle prossime, seguendo il corso delle mie tappe per il Salento vi racconterò anche di altro e delle credenze popolari che ruotano attorno al culto della santa.

Santa Marina di Antiochia di Pisidia, come tutti i santi sicuramente non ha avuto una vita facile, ma quanto è giunto sino a noi della storia della sua vita sicuramente risente di una certa libertà di prosa da parte della fantasia popolare e della stessa chiesa di allora, che ne ha esaltato le virtù eroiche di martire.

Marina sarebbe stata figlia di un sacerdote pagano. Rimasta orfana della madre, il padre l’affidò ad una nutrice cristiana che la istruì nella fede e poi venne battezzata.
Mentre pascolava il gregge della famiglia che l’aveva adottata, la sua straordinaria bellezza colpì il governatore della provincia, Olibrio, che voleva sposarla. Subito Marina si dichiarò cristiana. Olibrio ben presto la minacciò e infine la sottopose ad una serie di tormenti, facendola rinchiudere in un carcere buio. Qui fu anche tormentata da visioni diaboliche che la martire dissipò con un segno di croce. Il demonio tornò a tormentarla sotto forma di drago che l’inghiottì viva. Marina, servendosi della croce, squarciò il ventre della bestia e uscì indenne. Da questo episodio della fantasia nacque la devozione a Marina quale protettrice delle donne incinte per avere un parto facile. Infine, fu decapitata.

La chiesa è stata eretta intorno al X e- XI secolo, utilizzando dei blocchi trasportati dalle vicine mura messapiche. Al suo interno la presenza di antichi affreschi risalenti al periodo basiliano, alcuni dei quali rinvenuti sotto l’intonaco che era stato utilizzato nel lontano passato per ricoprirli con nuove decorazioni e immagini risalenti al tardo ‘500.

La chiesa ha una sua particolare importanza in quanto al suo interno si trova (o per meglio dire quello che ne resta) il più antico ciclo di affreschi sulla vita di San Nicola di Myra. Alcuni studi fanno risalire la committenza all’Imperatrice Zoe, sposa di Costantino IX Monomaco (1043) come ex voto al Santo di Myra per la sconfitta di un nemico. La chiesa quindi sorge dedicata a San Nicola e solo più tardi, accanto a San Nicola si affianca il culto di Santa Marina, sino a prenderne il posto. Infatti oggi la chiesa è conosciuta come chiesa di Santa Maria.

Nei calendari orientali la sua festa è segnata il 17 luglio. A Muro Leccese, la martire orientale viene festeggiata la seconda domenica di luglio, anche se il calendario occidentale la riporta il 18 dello stesso mese.

Le foto sono state scattate il pomeriggio della festa, passato a gironzolare tra la Chiesa Madre, in attesa dell’uscita della processione, e nei pressi della Chiesa di Santa Marina, ingannando il tempo a veder giocare a “padrone” un nutrito tavolo di signori del luogo. Visto il contesto e qualche ricordo di gioventù che mi era tornato alla memoria rivedendo quel gioco, cari amici, una birretta era d’obbligo.
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Seguendo il link il video con le immagine di quel pomeriggio di luglio
http://www.youtube.com/watch?v=ZmgX5_TjsI4

fonti:
“Santa Marina. Tra Oriente ed Occidente” a cura del Comune di Muro Leccese.

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/06/muro-leccese-santa-marina-uno-sguardo-verso-oriente/

 

Santa Maria di Pompignano

La chiesa matrice di Santa Maria di Pompignano

un bene culturale medievale da salvare ad ogni costo

di Romualdo Rossetti e Oreste Caroppo

 

Chi si trova a percorrere la strada provinciale 363 che da Maglie conduce a Santa Cesarea Terme, all’altezza dello svincolo per Muro Leccese, posta su di una piccola altura in agro di Sanarica, compare sulla sinistra ciò che rimane della chiesa del villaggio medievale di Pompignano, uno dei tanti borghi satelliti (denominati in epoca bizantina choria) che insieme a quelli di Brongo, di Miggiano, di Miggianello e di Pulisano orbitavano intorno al nucleo urbano più importante denominato in epoca medievale Santa Maria de Muro, che a sua volta sorse sullo stessa area urbana in cui anticamente governò l’importante polis messapica di Mios.

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Ingresso di Santa Maria di Pompignano con arco ogivale e volta a crociera (foto Romualdo Rossetti)

Il luogo di culto mariano è ubicato lungo la vecchia strada comunale che conduceva a Palmariggi, a due chilometri dal centro abitato di Sanarica e ad appena un chilometro da quello di Muro Leccese. Ciò che lascia sgomenti è lo stato di abbandono in cui versa l’antico edificio di culto che, per ampiezza volumetrica e localizzazione fisica, testimonia un illustre passato.

Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)
Rudere di arco portante ogivale destro del corpo centrale della chiesa (foto di Romualdo Rossetti)

La struttura della chiesa, risalente grosso modo al X secolo d.C., risulta di pianta rettangolare ad una sola navata che si apre con un grande arco ogivale di fattura quattrocentesca, che introduce in un primo spazio su cui compare una volta a crociera. Nel corpo dell’edificio retrostante si nota ancora la stessa foggia degli archi portanti da cui si diramavano le stesse tipologie di volte ormai irrimediabilmente perdute per l’opera degli agenti atmosferici ed il sovrapporsi, nel corso degli anni, di vegetazione spontanea (rovi ed arbusti di caprifico).

Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Finestra ellittica lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto di Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Porta secondaria con finestra ellittica lato sinistro dell_edificio (foto Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)

I continui crolli, soprattutto quello che ha interessato il lato settentrionale della struttura, ha evidenziato a destra della parete absidale la presenza di una stele di epoca presumibilmente romana o addirittura anteriore, presenza archeologica importantissima e forse unica nel territorio comunale di Sanarica dove ricade oggi il bene architettonico in questione.

Risultano caratteristiche anche due finestre  di foggia ellittica,  anch’esse quattrocentesche, poste sulla parte destra e sulla porticina rettangolare dell’ingresso laterale sinistro dell’edificio. Fino a poto tempo addietro si potevano osservare anche dei resti d’intonaco affrescato per terra.

La chiesa di Santa Maria di Pompignano (…ecclesia sub titolo Sancte Marie de Pulpignano”) ricadeva molto probabilmente nel novero delle chiese e dei luoghi di culto facenti riferimento al gran cenobio di San Nicola di Casole, come lo fu per molto tempo il monastero dei monaci basiliani di San Zaccaria (ora del Santo Spirito) e l’abbazia di S. Spiridione sita nel feudo di Sanarica.

Non è improbabile che il borgo medievale di Pompignano sia sorto sulla stessa area dove operava un piccolo fortilizio messapico, e successivamente tardo romano, posto a difesa dei traffici su via. Dell’antico villaggio medievale non esiste più traccia.

Insieme a tantissimi luoghi di culto di rito greco come  S. Eutimio, S. Salvatore, S. Menna, S. Maria di Costantinopoli, S. Spiridione, S. Giorgio, S. Zaccaria, S. Barbara, S. Pantaleone, S. Andrea, S. Maria di Corignano, presenti a Muro, si ritrovano cenni sulla vitalità di questo luogo di culto nelle “sacre visite” pastorali del 1522 e del 10 gennaio del 1540. Quest’ultima fu effettuata per volere dell’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua, che incaricò il domenicano Antonius de Becharis ed il reverendo Mariano Bonusio a recarsi nella “parochie terrum seu Casalis muri”. Dalla lettura del resoconto della visita pastorale  emergeva lo spaccato della vita religiosa della parrocchia sotto esame. Il rito greco persisteva ancora, anche se irrimediabilmente volto al declino, e  nel lungo elenco delle chiese presenti un buon numero di queste risultavano ancora consacrate a santi greci come S. Elia, S. Giorgio, S. Sofia e S. Pantaleone. Alla liturgia greca subentrò pian piano quella latina che si professò nelle chiese dedicate a San Sebastiano e a S. Maria dell’Assunzione.  Per quel che concerneva il rendiconto  dei due religiosi riguardo allo stato degli edifici di culto traspariva che la maggior parte di questi necessitasse già all’epoca di riparazioni strutturali.

Particolare di arco ogivale (foto di Romualdo Rossetti)
Scorcio lato destro di Santa Maria di Pompignano (foto Romualdo Rossetti)

Per ciò che concerne Santa Maria di Pompignano si può oggi ipotizzare che la chiesa versasse ancora in discrete condizioni, possedendo un patrimonio fondiario costituito da piccoli appezzamenti di terreno agricolo ed alcuni alberi di ulivo situati sia nelle immediate vicinanze del luogo di culto che in altre zone poco distanti. Si conosce altresì anche la presenza di un cappellano, di nome Palmerius Gramalatius, che doveva essere uno dei presbiteri della chiesa di Pompignano.

Ora dell’antica chiesa, di proprietà privata, resta solo un rudere prossimo a scomparire, violentato dai continui cumuli di materiali di risulta che gente a dir poco incivile continua ad accatastare ai suoi piedi e nelle vicinanze, proprio in quei luoghi in cui leggende contadine narravano di esemplari e fortuiti ritrovamenti ossei  come femori ed ulne dalle dimensioni gigantesche ed archeologici  come monili e oggetti di vestiario di epoca medievale e moderna.

Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)
Vegetazione spontanea che ha invaso l_interno della chiesa (foto Romualdo Rossetti)

Dinanzi a tanto oblio svetta alto un imperativo categorico: “Bisogna al più presto e ad ogni costo ricostruire Santa Maria di Pompignano dov’era e com’era”.

Restaurare è atto tanto nobile in sé perché non significa riedificare qualcosa che rischia di non essere più, restaurare è recuperare anche la storia ed il carico simbolico che un bene ha posseduto nel corso della sua esistenza. Oggi grazie alla scienza del restauro che si perfeziona sempre di più, e cum grano salis è possibile porre in essere interventi esteticamente parlando poco invasivi che non alterano la struttura originaria con un “nuovo” sovrapposto al “vetusto”. Basta dunque a quelle trovate stupide, come quelle di certa deviata scuola che non vuole ricostruire com’era, ma indicare con colori e materiali diversi il nuovo restaurato, dal vecchio. Oggi restaurare significa tenere conto della complessità dell’oggetto e del contesto in cui l’oggetto viene a trovarsi. Dunque si proceda non solo alla riedificazione ma anche a far ritornare il paesaggio circostante nelle condizioni originarie ( qualora ciò sia possibile s’intende! ndr). Il bene come parte della scenografia delle nostre esistenze che deve essere quanto più possibile gradevole. In questo caso il restauro della chiesa di Santa Maria di Pompignano deve essere integrale e non conservativo altrimenti si è compartecipi della condanna di quel bene alla sua perenne  mutilazione estetica! Supponiamo di avere un affresco (ma vale per tutto), di cui si è consapevoli  di com’era in origine perfettamente, in linee e colori. Se oggi nell’ intervento si  cerca solo di conservare ciò che è rimasto, diciamo il 50 % senza integrare le parti mancanti, nel futuro restauro, ne sarà rimasto solo il 40%, poi il 30% e così via, finché nel 2300 il restauro vorrà dire presentare al pubblico una parete vuota o quasi, senza più percettibili linee e colori, seppur neo-restaurata con grande dispendio di risorse economiche! Il bene culturale è presenza e informazione insieme, informazione anche comprendente il materiale adoperato, e l’informazione si conserva ritrascrivendola in continuazione, come nei computer e nella replica del DNA negli esseri viventi, e così che si dovrebbe intendere il restauro, come è stato inteso nel passato, ermeneutica dell’arte che non solo ha conservato  ma ci ha trasmesso buona parte delle opere che oggi ammiriamo. L’opera, in tal modo, con la sua immutata presenza vivrà nel tempo aionico e continuerà a trasmettere, a comunicare contro il tempo cronico che tutto degrada, persino la pietra. Ed è per questo che il restauro deve essere rispettosissimo del Genius loci dei luoghi e dello spirito delle opere, talvolta dotate di un’ anima stratificatasi nei secoli  che giunge fino ai giorni nostri.

Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)
Scorcio lato sinistro (foto Romualdo Rossetti)

La città di Muro Leccese dalle origini al ventesimo secolo

 

di Venerdì Santo Patella

 

Questo lavoro è il frutto dell’utilizzo di moderne metodologie di studio,

acquisite durante i miei studi universitari e maturate nel corso delle mie

attività extra e post universitarie: la prima stesura, intitolata “Architettura

e città a Muro Leccese”, risale al 2005 per la mia tesi di laurea in Beni

Culturali, poi aggiornata ed ampliata fino a giungere a questa opera.

L’approccio è stato quello della ricerca storico-artistica: le fonti, la

documentazione d’archivio, la documentazione figurativa, la storiografia.

Il periodo preso in esame per questo studio va dalle prime attestazioni pre-

messapiche ai primi decenni del XX secolo, e si concentra in buona parte sulla

Città.

L’analisi del territorio, con escursioni sul campo, mi ha consentito, ad

esempio, di ricostruire la probabile ampiezza della cosiddetta “cinta muraria

interna” e ricostruire la centuriazione romana, comprese le partizioni interne,

e ipotizzando una nuova datazione per i menhir corrispondenti ai termini della

medesima centuriazione romana.

Ho cercato di incrociare e riesaminare i dati fornitimi da queste ricerche e

ciò mi ha permesso di rintracciare il nome medievale del casale prima che

divenisse la “Terra di Muro”, ossia Santa Maria de Muro, ed il secondo nucleo

medievale di Muro, cioè il Casale di San Giorgio, mentre la presenza della

“Terra”, ossia di un luogo fortificato con una sua riconoscibilità formale,

sembra documentata a partire dal 1380.

Dal Novecento una maggiore disponibilità, non solo di fonti, ma anche di

architetture giunte fino a noi, ha modificato in modo sostanziale il corso dell’

indagine nel senso che di ogni secolo è stato possibile seguire le

trasformazioni del tessuto abitativo e di quello viario che ha mantenuto,

almeno sino al XIX secolo, una fisionomia in parte fissata nei secoli

precedenti.

Non a caso ho analizzato, per il periodo moderno, singole emergenze

monumentali considerate nel loro rapporto col più minuto tessuto residenziale.

Si sono così potuti correggere errori di trascrizioni di date e recuperare la

memoria di monumenti non più esistenti come il “Campanile a tre registri” della

chiesa matrice.

Tramite l’analisi artistica ho potuto anche attribuire più opere tra cui le

seguenti: a Gaetano Carrone l’altare dedicato all’Annunziata, a Serafino Elmo

la tela raffigurante Sant’Oronzo, nell’altare omonimo, a Gian Domenico Catalano

la tela dedicata al “Perdono di Assisi” tutto ciò nella chiesa Matrice; a

Placido Boffelli la lipsanoteca sita all’interno del Convento di Santo Spirito;

la ricerca bibliografica mi ha permesso di individuare in Ferdinando De

Ferdinando l’autore dell’altare maggiore in marmi policromi attualmente sito

nella chiesa Matrice.

Grazie anche alla lettura visiva degli organismi architettonici, supportata da

inediti documenti d’archivio, ho descritto antichi interventi di restauro o

rifacimento eseguiti su alcuni edifici simbolo dell’identità cittadina, come la

Matrice e il palazzo Protonobilissimo, detto anche “del Principe”, ed altri.

La ricerca si conclude ai primi decenni del XX secolo, con la descrizione dell’

ampliamento dell’abitato (lottizzazioni Puti e Scurca) e della demolizione di

antichi monumenti, financo medievali (la cappella della Madonna delle Grazie

dei Magistris, la cappella di San Pantaleo).

 

Il mio auspicio è che questa opera sia utile per la tutela e conservazione del

nostro patrimonio artistico, archeologico ed architettonico, a prescindere se

sia vincolato o meno o se sia ubicato o meno all’interno del centro storico, e

che possa stimolare futuri studi sulla nostra Muro Leccese ed essere di

supporto all’attività di trasformazione urbanistica ed edilizia della città e

del suo territorio.

 

Liborio Riccio a Muro Leccese

A Muro Leccese si restaura il Sacrificio di Abramo di Liborio Riccio

La vicenda storico-artistica dell’opera

di Giancarlo Brocca e Santo Venerdì Patella

 

 

Recentemente sono iniziati, a Muro Leccese, i lavori di restauro della grande tela raffigurante il Sacrificio di Abramo, opera  del pittore e sacerdote murese Liborio Riccio (1720-1785), realizzata per la chiesa matrice della sua città natale.

Il quadro è di dimensioni considerevoli: misura quasi 30 metri quadrati, sui quali è campito uno degli episodi più  affascinanti dell’Antico Testamento.

L’opera è attestata per la prima volta nel 1754, nell’inventario redatto durante la visita pastorale dell’Arcivescovo di Otranto Mons. Caracciolo.

Si sa invece con certezza che fino al 1768 la tela aveva una collocazione diversa dall’attuale ed era posta dietro l’altare maggiore tra i due grandi quadri di Serafino Elmo: Eliodoro cacciato dal Tempio e La danza di David davanti all’Arca dell’Alleanza.

In una data imprecisata – ma sicuramente dopo il 1768 – il quadro fu spostato nel braccio destro del transetto e corredato da una cornice in legno e stucco, oggi dorata, su cui fa capolino la testa di un moro, stemma della città.

Fin dall’inizio dei lavori, il restauro del Sacrificio di Abramo (così è intitolata l’opera nelle fonti)  è sembrato un’occasione propizia per uno studio più accurato sull’opera, che servirà certamente a chiarire numerosi dubbi circa le sue vicende storiche.

Intanto la parte posteriore del quadro ha già rivelato alcune novità: si sono riscontrate due aggiunte nelle porzioni laterali, realizzate nel momento in cui l’opera venne spostata dalla sua prima collocazione. Nella stessa circostanza, la parte superiore del corpo centrale della tela, ossia la più antica, fu ritagliata a forma di centina e si provvide anche a modificare il telaio per adattarlo alla

Liborio Riccio a Muro Leccese

A Muro Leccese si restaura il Sacrificio di Abramo di Liborio Riccio

La vicenda storico-artistica dell’opera

 

di Giancarlo Brocca e Santo Venerdì Patella

 

 

Recentemente sono iniziati, a Muro Leccese, i lavori di restauro della grande tela raffigurante il Sacrificio di Abramo, opera  del pittore e sacerdote murese Liborio Riccio (1720-1785), realizzata per la chiesa matrice della sua città natale.

Il quadro è di dimensioni considerevoli: misura quasi 30 metri quadrati, sui quali è campito uno degli episodi più  affascinanti dell’Antico Testamento.

L’opera è attestata per la prima volta nel 1754, nell’inventario redatto durante la visita pastorale dell’Arcivescovo di Otranto Mons. Caracciolo.

Si sa invece con certezza che fino al 1768 la tela aveva una collocazione diversa dall’attuale ed era posta dietro l’altare maggiore tra i due grandi quadri di Serafino Elmo: Eliodoro cacciato dal Tempio e La danza di David davanti

Emanuele Spano, visual designer, photographer, street photographer

di Stefano Donno

Emanuele Spano. Classe 1978. Il suo background affonda le radici e
prende corpo a partire da due esperienze ad alto potenziale di
“creatività”: il FORMA ovvero il Centro Internazionale di Fotografia e
la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA).

Per descrivere in cosa eccelle o cosa è in grado di realizzare, non
basterebbe un anno intero, proviamo a sintetizzare in poche immagini.
Emanuele Spano è visual designer, photographer, street photographer e
molto, molto di più. Con l’architetto Yona Friedman, realizza per il
Mart di Rovereto una casa/installazione di origami. Nel suo entourage
circolano nomi “immensi” come Peter Gehrke o Eikoh Hosoe. È stato
assistente/fotografo ufficiale per campagne pubblicitarie di aziende
del calibro di Armani, Yamamay, Richmond. Ha vinto diversi premi di
importanza nazionale e internazionale, suoi lavori compaiono nelle più
prestigiose e autorevoli pubblicazioni a livello mondiale del settore
fotografico e del design. A partire dal 2008 il pulsare della sua
incontenibile voglia di manipolare e realizzare nuovi linguaggi
artistici, lo portano a creare “I’M WHERE I LIVE” a vera e propria
factory presente a Muro Leccese, a pochi chilometri dal capoluogo
salentino.
Un concetto di biocompatibilità tra arte e vita, un vero e proprio
biospazio dove il concetto stesso di factory si trasforma in pura
funzionalità, comfort e bellezza. Uno spazio vitale che è anche
showroom e allo stesso tempo laboratorio, studio, fabbrica artistica e
atelier post-moderno.
“I’M WHERE I LIVE”, questo nome evocativo che è anche un habitat di
vita nasce grazie a uno spunto di della grande Marina Carrara
direttrice della storica rivista CASAVIVA.
Ora Emanuele Spano sta lavorando ad un progetto per immagini di
“eco-visione” dove l’obiettivo cattura ombre, immagini, colori, quasi
fosse senziente. Un progetto di intelligenza naturale della
fotografia.

Info: http://www.emanuelespano.it

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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