Il grido dell’ambulante che cerca la morchia

Ci tene mòria, ci tene mòria…

di Armando Polito

 

Conoe è uno dei tanti acronimi, ai più ignoti, che costituiscono il nome sintetico di un ente, un’associazione e simili. Questa volta si tratta di un consorzio [C(nsorzio) o(bbligatorio) n(azionale) o(li) e(sausti)], la cui attività è preziosa per il risparmio che il riciclaggio della materia comporta e per la sanità dell’ambiente. Anche in passato (parlo del periodo a cavallo tra gli anni 40’ e ‘50) gli oli esausti (quelli vegetali residuati da una o più operazioni di frittura, i minerali erano in quantità trascurabile, come le auto che circolavano) venivano raccolti casa per casa da un privato munito di un adeguato contenitore collocato prima su una bici, poi, man mano che l’attività progrediva, su un ciclomotore, poi su un ape.

Dava notizia del suo periodico passaggio col grido riportato nel titolo e le donne si affollavano attorno a lui e al suo mezzo per barattare l’olio esausto, da tempo messo da parte, con una bacinella, un bricco o un altro contenitore di latta e, più in là nel tempo, con i primi oggetti di plastica che in quegli anni cominciavano a fare la loro prima comparsa nell’uso quotidiano.

Se dovessimo tradurre il titolo in italiano suonerebbe così: Chi tiene morchia, chi tiene mòrchia..

Morchia è, infatti, è l’omologo italiano di mòria, voce del brindisino perché da tale territorio veniva il privato raccoglitore di cui sopra. La mòria a Nardò era murga (utilizzata anche per proteggere le forme di formaggio nella stagionatura). L’etimologia delle tre voci è comune, pur con piccole differenze.

Mòrchia è da un latino *amùrcula(m) diminutivo del classico amùrca, a sua volta dal greco amòrghe, che è  da amèrgo=spremere (con riferimento, nel nostro caso,  al residuo e non al prodotto della spremitura); filiera: * amùrcula(m)>amùrcla (sincope di –u-)>amùrchia>amòrchia>mòrchia (aferesi di a– o, più probabilmente, sua deglutinazione: l’amòrchia>la mòrchia>mòrchia).

Mòria suppone una derivazione diretta dal classico amùrca attraverso i passaggi intermedi amùrga>amùrja>mùrja>(per la caduta di a– vedi quanto detto per morchia)>mòria.

La voce neritina, infine, nasce da: amùrca>amùrga>murga (per la caduta di a– vedi quanto detto per morchia).

In tempi in cui il problema ecologico, soprattutto quello legato ai rifiuti urbani, non aveva assunto le dimensioni di oggi e la triste esperienza della guerra ancora insegnava a non buttar nulla, l’olio residuato dalla frittura veniva messo da parte e barattato perché successivamente fosse riciclato; oggi che l’inquinamento ha raggiunto livelli ormai insostenibili grazie al consumismo e al trionfo incontrastato della sua filosofia dell’usa e getta,  per gli oli vegetali o animali esausti il conferimento obbligatorio è previsto solo per il settore della ristorazione, mentre il privato cittadino può assolvere al suo dovere solo laddove ci sono gli appositi contenitori nelle isole ecologiche. Non so cosa succede altrove, ma a Nardò non esistono, per cui il nostro bravo olio esausto finisce nel lavandino o nel terreno; in un caso e nell’altro, pur esausto, ciò che resta della nostra goduria gastronomica sarà capace nella modica quantità di un litro di esaurire la vita, creando in mare (i depuratori, se ci sono e funzionano, non riescono a catturarlo tutto) o nella falda freatica per una superficie pari a quella di un campo di calcio uno strato che impedisce il passaggio dell’ossigeno: in un tragico gioco di parole (un climax1), che coinvolge dialetto e lingua, la mòria (olio fritto) a causa della nostra mòria2 si trasforma in morìa.

E tutto questo lo chiamiamo progresso…

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1 Disposizione di vocaboli o concetti in un crescendo di effetti espressivi; orgasmo. La voce è dal latino tardo climax, a sua volta dal grecoklimax=scala, da klino=inclinare, tendere.

2 In medicina: atteggiamento fatuo ed euforico quale è quello determinato da lesioni dei lobi frontali; dal greco morìa=stoltezza, pazzia.

 

Carburante dai frantoi oleari?

Da Giacinto Donno,  magister del passato, una lezione per il futuro!

 

di Antonio Bruno
 

Il patrimonio olivicolo italiano è stimato in 150 milioni di piante distribuite su una superficie di più di 1 Milione di ettari. La Puglia vanta il più alto numero di aziende olivicole, infatti sono più di 267mila. Dagli sforzi, dalla creatività e dai sacrifici di queste donne e uomini vengono fuori più di 222mila tonnellate di olio, quasi una tonnellata in media ad azienda, che rappresenta il 37% della produzione Nazionale di olio d’oliva. Le percentuali  sono il risultato di una media basata su dati ISTAT e ISMEA relative alle campagne olearie dal 2002 al 2008.
Per fare quest’olio ci vuole l’acqua che dopo essere stata a contatto o dentro le olive, diviene “Le acque di vegetazione dei frantoi oleari” che costituiscono da sempre un problema ambientale importante per le industrie molitorie, che in Italia raggiungono le 6.000 unità e rappresentano un problema per la nostra Regione perché più della metà delle acque di vegetazione dei frantoi oleari sono concentrate in Puglia.

Partecipo a tanti convegni in cui Imprenditori Agricoli Professionali si accaniscono in un piagnisteo e in lamentazioni struggenti e passionali in cui si dichiarano vittime delle norme assurde che riguardano le acque di vegetazione divenute un problema che, a loro dire, prima non esisteva, e

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