Il sentiero della vita

di Michele Stursi

L’aratro affonda con forza e poi risale impetuoso, smuovendo e frantumando zolle compatte, friabili in superficie, di una terra rossiccia, pregiata. Nell’aria, tutt’intorno, si spande un odore di nuovo: è arrivato il momento, è per questo che in silenzio e con rassegnata accettazione la terra che sino ad ora ha potuto godere della bellezza della natura si lascia trascinare giù, accogliendo con umile entusiasmo quella nuova e fresca, che tanto ha atteso questo momento.

I raggi del sole non riescono a farsi strada tra le fitte nubi grigiastre, talmente basse che per istinto vien d’abbassare il capo per evitare di sbatterci contro. Un elegante gioco di chiaroscuro potrebbe rievocare il ricordo del mare, ma tutti sanno che quei solchi e quell’odore inconfondibile sono entrambi figli della terra e come tali sembrano impossessarsi di tutta la campagna, fagocitando nella foga dell’inatteso rinnovamento sin anche quella piccola casa, solitaria ai piedi del secolare olivo.

Gli stessi solchi ora si allontanano da me e si portano indisturbati ai piedi della parete, la scavalcano come crepe nell’intonaco ed entrano dalla finestra semiaperta; poi continuano il loro pellegrinaggio su un piccolo tavolino, tra vecchie assi di legno traballanti, e infine eccoli imprimersi sulle mani di un’anziana signora. Le fasciano dapprima i polsi, si avvinghiano sulle nocche e poi di lì giù per le dita sino a morire nell’impasto che con tanto amore la donna rivolta, tira di qua, ora di là e poi ricomincia. Con una manciata di farina cerca di scollarsi la pasta molle e appiccicosa di dosso, strofina forte le mani imbiancate, piega le dita, distende il pollice, che ingenuamente traccia ancora dei solchi, intrecciati ora a formare una piccola croce.

Da quell’universale simbolo di redenzione si diramano, rispondendo al dolce calore del fuoco, gli innumerevoli solchi che vanno a intarsiare la profumata e croccante crosta del pane. Rimangono in superficie, non intaccano il cuore di mollica bianca, e attendono con pazienza di raggiungere la colorazione giusta, segno di una buona cottura.

Approfittano di questa pausa per riprendere a viaggiare: s’incamminano giù per la scorza del pane sino a toccare le mattonelle di terracotta ardenti e screpolate, le attraversano sfruttando cinerei canalicoli, sfiorano tizzoni incandescenti, si lasciano accarezzare da vorticose fiamme, per imboccare subito dopo l’uscita dal grande forno e ritrovarsi di nuovo in aperta campagna. E di nuovo per terra, evitando le piccole radici di erbe e piante spontanee, viaggiano spedite sino al grande olivo; imboccano una delle tante radici, poi circonvallano l’immenso tronco con spugnose trincee e si portano in alto, tra i rami e le argentee foglie.

È qui che finisce il sentiero dei solchi: dopo essersi sminuzzati infinite volte, eccoli lì che attendono, quasi invisibili, aggrappati come pelle verdastra alle piccole olive, quella carezza di vento che le farà vibrare attorno al loro peduncolo sino a scollarselo di dosso e cadere leggiadre per terra. Solo allora potranno riprendere a viaggiare: alcuni si fonderanno con la terra, aspettando l’aratro, altri resteranno indissolubilmente legati alla scorza nera delle olive mature, moriranno affogati nell’olio nuovo, ma subito riprenderanno vita su una fetta di pane.

E intanto quei solchi sulle mani dell’anziana donna vi rimangono, gettano radici, si addentrano sempre più nella carne, raggrinzano la pelle, la devastano come un cancro inarrestabile, sino a portarla alla tomba. Alcuni la chiamano vecchiaia, altri vita. In un modo o nell’altro quelle mani continueranno in eterno nella mia memoria a rivoltare gli ingredienti giusti per un pane che non sazia, ma fa campare in eterno.

Il mangialibri/ Rinascita

 

di Michele Stursi

Scendo le scale di corsa, facendo scivolare velocemente le dita sul passamano gelido e unto. Mi ritrovo in pochi secondi per strada, alzo gli occhi al cielo e giro su me stesso più volte con le braccia allargate, come per abbracciare il mondo. Sento le urla dei bambini che si rincorrono e a un tratto mi accorgo che qualcuno cerca di aggrapparsi ai miei pantaloni. Abbasso lo sguardo e vedo una bambina con i capelli ricci e biondi raccolti in due enormi trecce, che stringe una bambola di pezza tra le mani.

«Signore, signore,» – mi urla – «la mia bambina ha fame».

Mi guardo intorno impacciato, nella speranza di trovare qualcuno che mi aiuti a cacciarmi da questa situazione abbastanza inusuale per me. Poi senza farmi prendere dal panico le chiedo: «Come ti chiami?».

«Maria» – mi risponde.

«Ti va un gelato?».

Indugia un attimo e poi timidamente, con la testa china sul petto, fa cenno di sì. Mi lascia la bambola e si mette a correre; poi con uno scatto si ferma, si precipita dentro una vecchia casa rustica e dopo pochi minuti ne esce con i capelli sciolti e indossando un vestitino bianco con una farfalla ricamata sul petto. Mi raggiunge in un batter d’occhio, si riprende la bambola e con l’altra manina mi stringe il dito medio.

«Possiamo andare, sono pronta» – mi dice con un tono conciso e allo stesso tempo eccitato. Percorriamo via Osanna e dopo pochi secondi siamo già in via Castello. Sento il calore emanato da quella gracile manina, le dita piccole e delicate come fuscelli al vento avvolgermi le falangi callose e una sensazione di benessere mi riempie i polmoni. Maria non parla, sembra ascoltare il mio silenzio ricco d’imbarazzo. Ogni tanto però alza la testa, mi guarda e sorride.

Arriviamo vicino alla fontana e spaesato mi guardo intorno. Alla luce del sole la decadenza del palazzo baronale è ancora più marcata: la facciata è lesionata,

Il Mangialibri/ Eleonora

  

 

 

 di Michele Stursi

 

Nei piccoli paesini del Salento la gente non va mai a letto rimpiangendo qualcosa del giorno passato, ma quasi sempre con un occhio, o almeno il pensiero, rivolto verso il mattino successivo.

Nel Salento la notte non segrega, ma fa da filo conduttore: i giorni sono fatti passare attraverso questo spago e così facendo si raccolgono insieme e si lasciano seccare al sole come foglie di tabacco, per poi assaporarne l’aroma durante l’inverno.

Nel Salento non si dorme per abitudine o piacere, ma per dovere e necessità, come per qualsiasi altra cosa.

Sono le sei del mattino e fuori si sente già un brulichio continuo, incessante. Il sole ancora si nasconde dietro l’orizzonte emanando fiochi bagliori rossastri che accarezzano le mie palpebre. Le grida del fruttivendolo sono come una sinfonia scritta e finalmente musicata, una moglie ricorda al marito di portargli verdura fresca e prezzemolo da campagna, due giovani contadini si salutano in piazza e il vecchietto di fronte casa mette in moto l’Ape. Io mi godo, steso sul letto, questo stupendo risveglio, ignorando quanto realmente stia accadendo per strada. Difatti appena mi affaccio alla finestra, mi rendo subito conto che Noha è già entrata nel cuore della giornata: le comari tornano in gruppetti dalla messa, un bambino ritorna dalla putea[1] con il panino in mano, il contadino raccatta gli attrezzi del mestiere e li sistema in un’arrugginita cinquecento famigliare, il vecchietto sottocasa si avvia verso la

Il Mangialibri/ Divieto

di Michele Stursi

Rimango nel bar a sorseggiare il caffè e a cercare di finire il mio disegno. Mi accorgo per caso che Liana, la vecchia barista, mi osserva da dietro il bancone. Faccio finta di nulla e continuo a tracciare righe sul foglio, ma con la coda dell’occhio seguo i movimenti di quell’enigmatica signora. A un tratto questa si alza dalla piccola sedia dietro la cassa, viene verso di me e si mette a tamburellare con le dita sul tavolo. Prima fisso intimorito quelle dita grinzose e rigate da evidenti vene violacee, poi alzo pian piano lo sguardo e mi specchio in due grossi occhi azzurri, velati dalle cataratte. «Si trasutu intru lu castellu, no?[1]»mi dice con tono severo, quasi voglia rimproverarmi qualcosa.

«Buongiorno signora, non riesco a capirla. Si può spiegare meglio per favore?» – le dico gentilmente, sforzandomi di accompagnare la richiesta con un sorriso.

«Sei entrato nel castello ieri?».

«Quale castello, mi scusi?» – la interrogo, non capendo assolutamente a cosa si stia riferendo.

«Il palazzo baronale. Che cosa hai visto? Hai preso qualcosa da lì dentro?» – mi chiede in un tono sempre più concitato e con uno sguardo nel quale riconosco per un attimo la stessa paura che avevo intravisto negli occhi di Chiara l’altra sera.

«No, non sono riuscito a entrare, ma non le nego che mi sarebbe piaciuto» – rispondo ignorando quello strano atteggiamento.

«Nu’ t’hai permettire[2]» – mi dice puntando l’indice verso di me.

Credo di aver ben capito, ma per essere sicuro le chiedo di essere più chiara.

«Non ti devi permettere di entrare in quel maledetto palazzo. Mi hai capito?».

Rimango ancora una volta freddato dalla passionalità e teatralità di questa gente, dall’abilità nel comunicare, nel trasmettere emozioni di qualsiasi tipo

Il Mangialibri/ La leggenda

 

di Michele Stursi

«Quanto pensi di fermarti?».

«Fino a quando non avrò finito».

«Cosa?».

«Di scrivere il finale della mia vita».

«Ma sei sempre così enigmatico o è solo una mia impressione?».

«Sì, dottoressa, ne sono cosciente» – ironizzo. Chiara si è seduta al mio fianco. La sala d’attesa è vuota. Increspa le sottili sopracciglia e mi dice che non riesce proprio a capirmi. Io le dico che non c’è nulla da capire: sono ritornato per sempre a Noha. La imploro anche di non chiedermi il motivo di questa mia improvvisa decisione, poiché neanche io sono riuscito ancora a darmi una spiegazione esaustiva. Lei si alza, raggiunge la finestra, scosta le tendine e guardando fuori mormora: «Si saranno messi già a pettegolare, non aspettano altro. Sembra essere il loro passatempo preferito! Sono tutto il giorno con un occhio sulla strada a osservare, non si lasciano sfuggire nulla».

La sua voce è ricolma di un sentimento di frustrazione. Chiara ama il piccolo paesino in cui è cresciuta, ma allo stesso tempo odia la mentalità retrograda e ottusa della sua gente.

«Che se ne fanno dei fatti degli altri? Che cosa si prova a captare notizie qua e là e spargerle per il paese come sale sulla neve? Non li capisco».

La stanza sprofonda nel silenzio. Non so cosa dirle. Anch’io da giovane avevo provato quel disagio e in maniera forse un po’ troppo istintiva avevo deciso di porgli fine fuggendo via. Ma ora, se devo essere sincero, provo un certo fascino per questo strano modo di comportarsi, per questa smaniosa ricerca di storie da raccontare.

Chiara continua a fissare fuori. Poi mi chiama alla finestra e m’indica con il dito una bambina che gioca per strada, mi racconta che la sua mamma è morta dandola alla luce e che ora vive con sua nonna. La guardo perplessa non capendo il motivo di tanta attenzione e dopo un attimo di esitazione mi dice che c’è una storia che io devo sapere, una leggenda che si tramanda da ormai qualche decennio a Noha.

«E cosa c’entra tutto ciò con Maria?» – chiedo perplesso non riuscendo a

Il Mangialibri/ Ricordi

 

di Michele Stursi

 

Sono le nove e fuori non s’intravede nemmeno il soffio del vento. Una pace rassicurante si è posata sul capo di questo piccolo paesino, come mano di un padre amorevole.

Tutto tace, persino il silenzio.

Dalle finestre delle case traspare nel buio il bagliore epilettico dei televisori; una luce giallognola si stempera sui ciottoli della strada come su una ruvida tela e grumi di colore si accumulano intorno all’ombra dei lampioni. Scosto la tendina e cerco di guardare in casa di Maria. La curiosità mi brucia ancora dentro, nonostante abbia cercato di spegnerla più volte con la fresca e dissetante acqua della ragione. Ma in fondo alla strada si staglia l’oscurità, nitida e allo stesso tempo impenetrabile, come il mistero che avvolge la bambina e la sua famiglia.

La vecchia rimbambita mi guarda ancora dall’alto della parete. Chiara mi ha costretto a rimanere a dormire nel suo studio con la scusa che questa è ancora casa mia e lei non ha alcun diritto di negarmela. Ho cercato più volte di rifiutare, ma quando mi ha proposto una sistemazione in casa sua, ho pensato che forse sarebbe stato meglio rimanere qui.

Passeggio su e giù per la stanza, faccio finta di leggere un libro che ho comprato a Pisa prima di partire e che ancora non ho avuto tempo di iniziare a leggere.

Non conosco né titolo, né autore, né trama. E in questo forse sono molto simile a Maria. In genere non sono io a scegliere il mio libro, ma è lui a scegliere me. E questo è alla base di un patto di alleanza stipulato tanti anni or sono in conclusione di una strana avventura, che ha solcato sin qui il terreno arido della mia vita.

Ricordo alla perfezione la prima volta che sono entrato in una biblioteca. Ne ero del tutto inconsapevole.

Fu zio Pasquale a portarci a Lecce, non ricordo il motivo di quella gita in città, ma ho ancora lucido nella mente ciò che accadde quella stupenda mattina. Arrivammo in una piazza, anzi nella Piazza con la “P” maiuscola, imboccammo una viuzza lastricata e ci affacciamo in pochissimo su un enorme spiazzo: di fronte a noi troneggiava un’imponente colonna e seguendola con lo sguardo mi accorsi che reggeva una statua. Doveva essere proprio lui, me ne accorsi dalle dita della mano destra: «Tre, come il voto che prenderai ora» – diceva

Il Mangialibri/ Luce del mattino

di Michele Stursi

Una luce accecante penetra dalla fessura che si apre tra le mie palpebre pesanti come saracinesche. Sono come in catalessi: gli arti inferiori indolenziti e gettati per terra su un ruvido marciapiede, le braccia pendono inerti sui miei fianchi. Sono confuso e infreddolito; sento i vestiti carichi d’acqua piovana aderire sul mio corpo flaccido, viscido. Tremo, non ho la forza di caricare sulle spalle la mia carcassa e portarmi via, al riparo.

In lontananza sento il grido esasperato di un gallo avvertire che ormai è l’alba e il sole sta cominciando a sorgere dietro gli ulivi. Voglio aprire gli occhi per vedere i suoi raggi frantumarsi tra i rami e le foglie di quegli alberi, abbattersi sui vigneti e poi infine, sfiniti, strisciare leggeri sulla rugiada, stesa sull’erba come un velo di seta. Voglio vedere la foschia soffocare tra le mani possenti dell’alba; voglio sentire il canto soave degli uccelli sostituire il bubbolio dei tuoni e lo scroscio della pioggia. E mentre il mio corpo diafano giace per terra e si lascia trafiggere come una goccia d’acqua, ripeto dentro di me i versi di una poesia di Emily Dickinson.

 

 “La luce del mattino mi eleva di grado

se qualcuno mi chiede come

risponda l’artista che mi tratteggiò così”.

Un rumore mi frastorna. Sento una macchina accostare, uno sportello aprirsi e poi la voce di un uomo: «Tutto bene?». Un sussulto e poi sollevo un braccio in aria come per dire “non si preoccupi, sto bene”. Lascio cadere la mano per terra e faccio forza sul mio polso; provo a sollevarmi ma non ce la faccio. Sto male. Dopo una nottataccia passata sotto la pioggia non ho più quel soffio di

Il Mangialibri/ I’m singing in the rain

3/I’m singing in the rain

di Michele Stursi

 La strada che si presenta nel mio campo visivo è una viuzza costellata di antichi palazzi interamente rivestiti di “fogli” di pietra leccese; una delle strade più vecchie del mio paese.

Abitavo in un palazzo molto antico appartenente al mio trisavolo. Ricordo due grosse colonne in pietra leccese, lisce come la superficie del mare d’estate, quando il sole arrossisce sulla linea dell’orizzonte e l’afa lascia il posto alla frescura del vespro. Immettevano l’ospite in un ampio cortile scoperto, dove papà parcheggiava lu sciarabbà[1] caricato di tutti gli attrezzi del suo lavoro: la pala, la sarchiuddhra[2], la ‘mbruffarola[3], lu palieddhru[4], la ‘nzurfarola[5].

Poi, attraverso un portone, si entrava in una sorta d’ingresso e una scalinata, anch’essa in pietra leccese, portava al piano di sopra, dove vi erano due enormi stanze con volta a stella. Queste facevano da cucina, sala da pranzo, salotto, soggiorno e stanza da letto matrimoniale, dove vi erano anche due lettini, uno per me e l’altro per mia sorella. Il bagno era in giardino, nella stalla: in un angolino dietro la porta, di fronte al nostro vecchio cavallo Neru, papà aveva sistemato una tazza. Non avevamo lo sciacquone e quindi per ripulire usavamo dei secchi d’acqua piovana. Ricordo che non avevamo neanche la carta igienica e quindi si utilizzavano o i fogli di carta, gli stessi usati dal fornaio per incartare il pane fresco, oppure uno strofinaccio, già adoperato ovviamente, ma che mamma disinfettava in acqua bollente ogni due giorni.

Cammino sotto la pioggia che ora ha preso un ritmo incessante e mi guardo intorno nella speranza di riconoscere casa mia. Niente, sono quasi arrivato alla fine della strada e ormai sono sfinito, il peso dell’acqua mi sta sfiancando. Mi siedo su degli scalini e sto per tirare di nuovo fuori il taccuino per finire il

Il Mangialibri/ L’acquerello

di Michele Stursi

 

Sono a casa ora.

Il fuoco scoppietta davanti ai miei occhi e quelle piccole fiamme mi riportano con la mente indietro nel tempo. Siedo dinanzi a un vecchio camino, fisso un tizzone in incandescenza e all’improvviso sento quella cenere solleticarmi le narici, sul mio volto si posano, danzando nell’aria, piccoli frammenti di fogli bianchi. E così per ore, sino a quando mi accorgo che sono completamente sommerso, non riesco quasi a respirare e, quando faccio per alzarmi dalla sedia, una valanga d’inchiostro nero mi rimette a sedere.

A questo punto salto in aria urlando e mi accorgo di essermi addormentato. Il fuoco si è spento, fuori piove a dirotto e la pioggia sembra bussare alla finestra, poi alla porta. Subito i miei pensieri rievocano quel tamburellare incessante, quel volto d’uomo riflesso nello specchio, quel leggero tocco tra i capelli, e inizio a tremare come un ramoscello d’ulivo. Ribussano e in quel fracasso mi sembra di sentire una voce.

«Pasquale ci sei? Sono Eleonora». La mia coscienza mi dice di non aprire, mi mette in allarme, potrebbe non essere Eleonora. «Scusa se ti disturbo, ma ho finito ora di lavorare e ho pensato di passare a salutarti» – la voce dietro la porta continua a perseguitarmi. Poi vedo un pezzo di carta bianco passare lentamente sotto la porta, ripenso a quei frammenti bruciacchiati e il livello di paura sale. Lentamente mi sollevo dal letto e vado a raccattare quel biglietto, lo apro e leggo: “Ciao Pasquale sono passata a salutarti. Vieni a trovarmi appena puoi”. Mi faccio coraggio, apro la porta e vedo con stupore Eleonora

Il Mangialibri/ Primi incontri

 di Michele Stursi

Maria mangia il suo gelato con tanto amore, stando attenta a non sporcarsi il vestitino. È una bambina molto bella, la sua pelle è candida; stringe forte al petto la bambola di pezza, mi guarda e sorride continuamente. Il suo sguardo dolce e tenero scruta i miei occhi in cerca di un conforto, di una presenza al suo fianco che forse non ha mai avuto e ora ha paura di perdere da un momento all’altro.

Io la guardo e ne rimango estasiato, colpito dai semplici gesti da bambina: ogni tanto, in maniera molto istintiva, si sfiora i riccioli con le dita e li porta dietro le orecchie; rigira di continuo il cono tra la mano, catturando con la sua piccola lingua le gocce di gelato che si sciolgono al calore del sole.

Prima di ritornare a casa però, mi volto a guardare nuovamente la casa baronale. Qualcosa attira la mia attenzione, come un suono, un lamento, un canto. Non saprei. Devo darci un’occhiata.

«Maria ora ti aiuto ad attraversare la strada e poi vai a casa da sola. Te la senti?».

La piccola mi guarda perplessa e poi fa cenno di sì con la testa. La vedo correre felice verso gli altri bambini con il suo gelato in mano, alzato al cielo come un trofeo.

M’incammino verso la vecchia costruzione abbandonata e di fronte al portone mi fermo a contemplare l’ammasso informe di rovine. Mi chiedo se quello che sto per fare abbia qualche particolare significato o sia solo pura curiosità. Da bambino ci passavo diverse volte durante la giornata accanto a questo palazzo ma non ricordo mai di avere avuto voglia di vedere cosa si nascondesse dentro, celato agli occhi di tutti. Una strana sensazione, come un richiamo di sirena sperduto nell’oceano, gabbiano nell’immensità della notte, cucciolo svezzato o amore infranto, mi vuole dentro.

Il mio cuore pulsa veloce. Come rotaie di una vecchia locomotiva sento scanditi sulle tempie i suoi battiti. “Ora come ora niente e nessuno può

Il Mangialibri. Arrivo

di Michele Stursi

 

Arrivo. Ho abbandonato per sempre Pisa.
Dopo quattordici scomodissime ore di viaggio, eccomi giunto a destinazione.

Se ci penso, mi viene da piangere: gettato per terra come un sacco di patate in uno scompartimento di un treno che non so perché, forse per il puzzo nauseante di urina o il sudiciume nero che impregnava l’ambiente e persino l’aria, mi ricorda il treno della disperazione. Quei treni merce su cui uomini, donne e bambini erano caricati come animali, o meglio come bestie senz’anima e sentimenti, e trasportati all’inferno.

Queste ripugnanti scene riemergono dalla mia memoria come sangue da una ferita profonda. Quante volte mi sono messo a piangere dinanzi a quelle immagini sulla deportazione degli ebrei nei lager nazisti, quante volte sono stato assalito da una rabbia accecante e quante di quelle volte ho pensato che l’uomo è davvero un deficiente, la più stupida delle creature. Me lo immagino io il “primo uomo” mentre rigira tra le sue rozze mani il libretto delle istruzioni, nel tentativo di capire quale tasto premere per avviare la “ragione”. Povero “primo uomo”, notte e giorno a tormentarsi nel letto nella speranza di riuscire a trovare la soluzione al problema, e poi esausto, eccolo che pensa, grattandosi la nuca con la clava, “ma che me ne faccio io della ragione, inventerò prima o poi qualcosa per sostituirla!”. Allora un bel giorno inventa

Libri/ Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu

di Michele Stursi

Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu

di Raffaella Verdesca, Albatros 2012

Mi fido del vento. Soprattutto quando sono fuori dal mio Salento e poi è maggio, il cielo è terso e il sole impotente. Mi fido del vento perché ho scoperto che dietro ai suoi sbuffi, all’apparenza casuali, tende quasi sempre a nascondere qualcosa. Per poco, però, perché so anche che non riesce a mantenere a lungo i segreti.

C’è vento, appunto, un vento pungente, quando Giorgio mi avverte che è arrivato un pacco per me. “Ecco, sarà stato il vento”, penso io allora, rincorrendolo all’interno della portineria. In realtà mi consegna un sacchetto giallo ocra del quale decido di non conoscere subito contenuto e mittente. Non lo apro, quindi: ho intenzione di godermi sino in fondo questa strana sensazione che mi fa vibrare come una corda di violino, emettendo di continuo delle mute onde di curiosità che mi solleticano il palato. Lo abbandono sul letto e vado a fare una passeggiata, convinto che ci sia troppo vento per restarsene chiusi in casa.

È ancora giorno quando rientro deluso dalla magra pesca: il sacchetto dal contenuto ignoto mi guarda ansioso, lo afferro di scatto e non posso fare a meno di vedere sul lato corto nome, cognome e indirizzo del mittente, che mi

Dillo con un fiore, ma fai attenzione!

di Michele Stursi

È capitato, capita e capiterà in secula seculorum di regalare dei fiori nelle occasioni speciali, quando si vuole condividere una gioia con qualcuno o si vuole convincere qualcuno/qualcuna d’avere dinanzi la persona giusta, il principe azzurro o la principessa sul pisello. Difatti un bel mazzo di fiori è una soluzione rapida e sempre efficace, un pensiero elegante, sobrio e mai scontato a cui si ricorre soprattutto quando non si vuole rischiare di fare brutta figura. Con dei bei fiori colorati e profumati, possibilmente di stagione, si va sempre sul sicuro, non si rischia mai di sbagliare (a meno che non siano crisantemi!) o di essere fraintesi.

Su questo siamo tutti d’accordo, anche coloro che non amano i fiori o sono allergici al polline, dovranno infatti, con un po’ di onestà intellettuale, ammettere il potere misterioso che si cela dietro questi … organi riproduttivi. Ops, l’ho detto! È più forte di me, nonostante tutta la buona volontà non riesco a pensare ai fiori diversamente. È questo il rischio che si corre quando si studiano le scienze biologiche: rimanere poi intrappolati in una forma mentis che ti fa vedere le cose che ti circondano con un occhio diverso dagli altri. Non saprei dire se questo è un bene o un male, però in un certo senso mi spiace non riuscire a non pensare a degli organi riproduttivi nel porgere dei fiori a qualcuno e non riuscire a trattenere il sorriso quando l’altro li annusa e compiaciuto ringrazia. Come si fa a non vedere le cose per come sono?

Eppure la struttura di un fiore si studia sin dalle scuole elementari, dove con molta pazienza e professionalità la maestra seziona un piccolo fiorellino e con la bacchetta ci indica il pistillo, ovvero l’organo femminile composto da una base slargata detta ovario, e gli stami, organi maschili formati dai filamenti e dalle antere dove è contenuto il polline. E infine senza arrossire, ci mancherebbe pure, arriva a spiegare all’alunno esterrefatto come avviene l’impollinazione, ovvero come il polline della parte maschile fecondi quella femminile per dare vita ai frutti.

La storiella la conosciamo tutti, eppure nessuno ci fa mai caso quando sceglie di comprare dal fioraio degli organi riproduttivi da regalare alla propria amata o al proprio amato. Forse perché sappiamo che come minimo ci rimarrebbe male! Difatti non è nelle intenzioni di chi regala un fiore offrire “un apparato complesso e composto da schemi riproduttori”, piuttosto del fiore scegliamo e apprezziamo il profumo, il colore, il significato che negli anni gli è stato assegnato. Se così non fosse qualcuno domani potrebbe andare dal macellaio e farsi incartare e infiocchettare testicoli e ovaie come pensiero romantico per l’anniversario di matrimonio o per una dichiarazione d’amore (non fatelo!). Quantomeno verremmo guardati male, se non dichiarati del tutto fuori senno!

Come uscirne fuori? Ovviamente io non ho rinunciato, e mai lo farò, alla bellezza e all’eleganza dei fiori, pertanto ogni volta che li regalo sono poi costretto a tirar fuori la storiella della maestra, quantomeno per giustificare quel risolino sfacciato che puntuale mi si ripresenta sulle labbra. Fare il sapientone non funziona sempre, vi avverto, dipende se la persona che si ha di fronte è in grado o meno di vederci anche con gli occhi dell’intelligenza. Male che vada sarete fraintesi e porterete a casa l’ennesimo ceffone.

Il Mangialibri/ Incipit

  

  

 di Michele Stursi

 

Esco dalla bottega di Eleonora alquanto rilassato e allo stesso tempo radioso. Questa storia comincia a farsi molto interessante e pian piano matura sempre di più l’idea di scrivere un romanzo tutto mio.

Quante volte, seduto nel mio ufficio, fissando libri, embrioni mai venuti alla luce, sono sprofondato nella desolazione più cupa? Quante volte ho vissuto storie non mie, ho pianto e ho riso, ho sofferto e ho gioito, e tutto a causa di quell’amore smodato per la lettura?

In quegli attimi di deliro mi tormentavo su come si potessero accatastare ordinatamente le parole e dare così l’impressione al lettore di aver scritto una storia. Ma una storia, anche la più fantasiosa e lontana anni luce dalla realtà, deve aggrapparsi in qualche modo alla vita dell’autore. Ho letto una volta che la fantasia è un’isola dispersa nell’oceano e ci si approda pian piano remando contro corrente su una barca che molti chiamano “realtà”. Solo oggi posso dire di essere riuscito a salire su quella barca e d’ora in avanti remerò sino allo sfinimento. Per nessuna ragione al mondo mi lascerò sfuggire quest’occasione.

Mi avvio verso casa, salgo di corsa le scale e mi metto a scrivere. Comincio dall’inizio, dal mio arrivo a Noha. Preparo il foglio bianco sulla scrivania, prendo dal taschino la mia inseparabile stilografica e non appena avvicino la punta bagnata d’inchiostro nero al foglio, suonano al citofono. Mi alzo dalla sedia, mi affaccio alla finestra per vedere chi è, ma non c’è nessuno. “Sarà stato qualche ragazzino”, penso mentre ritorno al mio posto.

Cerco di afferrare nuovamente la penna e non faccio in tempo a scrivere la prima frase che qualcuno bussa alla porta, prima piano, poi sempre più forte e

Il Mangialibri/ Se …

di Michele Stursi

Sorseggio il mio tè fumante seduto su una poltrona, con le gambe accavallate, e penso. Chiara è nello studio e riceve un paziente. Mi hanno dimesso stamani e sono ancora molto stanco e provato. Nonostante ciò riesco a trovare la forza di pensare.

Mi guardo intorno come se cercassi qualcosa, un appiglio per potermi inerpicare tra i ricordi e giungere così alla mia infanzia. Tutto è diverso: il lettone di mamma e papà sormontato da un’enorme effigie del Buon Pastore che custodisce le sue pecorelle è stato sostituito da un divano di pelle nera; sulla parete di fronte a me una donna anziana, sullo sfondo di “Alienata monomane del gioco” di Théodore Gericault, fissa un punto vuoto, forse guarda proprio me. Mancano anche il mio lettino e quello di Chiara; manca il lavabo in terracotta bianco, venato da piccoli fiorellini rosa e gialli, mancano i freschi e profumati asciugamani in lino che in realtà non usavamo mai per non rovinarli, e ci sfregavamo rumorosamente il viso con vecchi panni di spugna.

Niente, non è rimasto niente.

Manca il vaso da notte che papà sistemava sempre accanto al lettone prima di andare a dormire, manca il vecchio comò con i suoi enormi cassettoni, che facevano anche da culla. Sono imprigionato in questo presente che si frantuma giorno dopo giorno nell’urto contro l’inevitabile futuro: la morte. E intanto giaccio in un angolino nella mia prigione e osservo, impotente, quest’abominevole scenario.

Penso.

Se si riuscisse a vivere anche solo la forza del pensiero, chissà quanti anni avrei ora.

Ho passato la mia vita a leggere, a meditare, e solo adesso mi rendo conto quanto sia inutile il lavoro meccanico della mente se poi non si trova il

Il Mangialibri (parte prima)

 

Il Mangialibri

di Michele Stursi

 

Scrivere un romanzo

o viverne uno

non è affatto la stessa cosa,

checché se ne possa dire,

e tuttavia, nond è possibile

separare la nostra vita dalle nostre opere 

(Marcel Proust)

 

1/Preludio

 

Esistono delle storie che vuoi sentirtele raccontare, solo perché chi le racconta le ha vissute nella sua vita senza volerlo.

Esistono delle storie che, anche se non vuoi sentirle raccontare, alla fine fanno irruzione nella tua vita e allora devi startene buona e tranquilla a subire, a lasciare che la storia faccia il suo corso senza sfregiarti, senza intaccare la tua storia. Ti metti in disparte, rannicchiata in un angolino con i pugni chiusi sul petto e la testa poggiata sulle ginocchia, a fare da spettatore. Impaziente che tutto finisca, e in fretta.

Ma esistono anche storie in cui tu sei il personaggio principale. Inconsapevolmente affianchi il protagonista; senza volerlo, o meglio senza saperlo. Allora ingenuamente tracci anche tu la sua storia, modelli con il tuo carattere, le tue decisioni e i tuoi sentimenti, la vita di chi ti sta vicino per scelta.

Aveva scelto me, tra circa quattromila abitanti di un piccolo paese del Salento, per realizzare il sogno della sua vita. Io, una donna qualunque, che come tante altre me ne stavo apatica al timone della mia vita, con lo sguardo fisso in avanti, sull’oceano, consapevole che alla prima folata di maestrale avrei perso il controllo e sarei precipitata nella stiva dei ricordi. Ma prima che il peggio potesse accadere ecco che lui è arrivato, con una mano ha afferrato il timone e con l’altra mi ha risollevata da terra.

E qui è cominciata la sua storia. Allo svincolo per la mia storia.

Immaginate una barchetta, anzi un peschereccio, sperduto in mezzo all’oceano. Dopo trent’anni di navigazione non ero riuscita ancora a tirare nulla dalle mie reti, ormai troppe volte rattoppate. Così mi sentivo prima di incontrarlo: veramente inutile. Fino a quando quell’omone canuto, alto e

A proposito di pindìnguli, zarangùli e scisciarìculi…

di Armando Polito

Le riflessioni che seguono vogliono essere solo un’integrazione al post del 29 u. s.  a firma di Michele Stursi. Avrei potuto condensarle in un commento, ma la loro estensione avrebbe invaso troppo spazio, rischiando di superare quella dello stesso post originale, con la conseguenza di una minore visibilità che avrebbe forse leso, qualcuno direbbe maliziosamente, la mia reale o presunta voglia di essere il prezzemolo di ogni minestra, ma, ed è questa la cosa per me più importante (tanto a farmi male ci penso da solo…), non avrebbe certamente propiziato un contraddittorio ed ulteriori, voglio sperare, contributi.

Ce suntu ‘sti Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi?”: alla domanda, cui nel post (cor)rispondono riferimenti formali e contenutistici, tutto sommato, generici, tento di soddisfare in modo più articolato, partendo dalla recensione che del libro è stata fatta nel post a firma di Mauro Marino, leggibile all’indirizzo :

http://salentopoesia.blogspot.com/2011/12/la-poesia-del-meno-che-niente-di-uccio.html

Cito la parte che darà l’avvio al mio tentativo: 

“Pindingulu” vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (…). Nell’accezione in cui viene comunemente usato il termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i “pindinguli” stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine “zaranguli” il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce “zarangu”, usata nell’espressione “Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu”, che vale “Non ho mangiato neanche niente”. “Zarangu” è un “niente”, e “zaranguli”, il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo “Pindinguli” e “Zaranguli” nell’insieme varrebbe “pendagli e cose da nulla”, una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, “Scisciariculi”, significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: “Ce bbindi, scisciariculi?”, “Cosa vendi, merce senza valore?”)Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un “corpus” di composizioni di poco conto e senza valore”.

 

Su pindìnguli non ho nulla da aggiungere se non che esso è dal latino medioevale (Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Niort, Favre, 1883,  tomo VI, pag. 256) pendìculum, dalla radice del classico pèndere (da cui il salentino pindìre) con tecnica di formazione ampiamente collaudata (come in artus>artìculus); da notare l’epentesi, immediatamente prima del suffisso, della –n– della radice, forse anche per incrocio con peduncolo.  Il lettore tenga presente il dato dell’unica ricorrenza.

Zarangùli: in Mariano Velázquez de la Cadena, A pronouncing dictionary of the Spanish and English languages, D. Appleton & Co., New York , 1853, pag. 667, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=KCsaAQAAMAAJ&pg=PA635&dq=zarangu&hl=it&sa=X&ei=gCMkT__IM4ehOtG9uMsI&ved=0CDcQ6AEwAQ#v=onepage&q=zarangu&f=false )

è riportato il lemma spagnolo zarangùllo=mistura di peperoni, pomodori, etc.; in Esteban de Terreros y Pando, Diccionario castellano, En la Imprenta de la viuda de Ibarra, Hijos y Compañia, 1788, t. III, pag. 848, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=d9PFH8lGGooC&pg=PA848&dq=zarangollo&hl=it&sa=X&ei=TygkT4_IEY6VOpf0ub8I&ved=0CE0Q6AEwBQ#v=onepage&q=zarangollo&f=false

è riportata la variante zarangollo. Credo che zarangùli sia una creazione dell’autore, con  scempiamento, rispetto alla voce spagnola, di –l– per far sì che il vocabolo sembri avere un suffisso diminutivo, come in pindìnguli. Faccio osservare come la definizione della voce spagnola ben si adatti  al verbo (assaggiare) della frase citata, in cui compare zaràngu, e come zarangùlli non ricorre in nessuna delle poesie.

Scisciarìculi: lo stesso Rohlfs poco prima di questa voce riporta il verbo scisciàre=stracciare (da un latino *scidiàre, dal greco schizo); credo che la nostra voce sia ancora una volta un diminutivo creato, questa volta di sana pianta, dalla radice di questo verbo (secondo me i fiori di camomilla sono da escludere). Nemmeno scisciarìculi compare nel testo delle poesie.

Tre termini, insomma, con lo stesso suffisso allusivamente diminutivo, disposti in un climax discendente legato al loro uso effettivo nella lingua (non a caso solo il primo, pindìnguli, compare una sola volta nelle poesie, gli altri nemmeno una). Così il titolo diventa emblematico di una poesia che vuole essere dichiaratamente “diminutiva” e in cui la stessa creatività linguistica manifestata nel titolo (zarangùli e a scisciarìculi) finisce per coincidere con l’inesistenza, ultimo sviluppo dell’effimero (pindìnguli), il tutto ben in linea con l’intento “di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un corpus di composizioni di poco conto e senza valore”; e a tal proposito mi vengono in mente le nugae1 di Catullo, i Rerum vulgaria fragmenta2 di Petrarca e, in tempi a noi più vicini,  le buone cose di pessimo gusto3 di Gozzano.

Chiudo con un rimpianto, quello di non potere avere conferma di quanto ho appena detto dalla viva voce dell’autore, e con una confessione ad effetto, apparentemente indegna: non ho letto neppure una delle poesie, peccato che resta veniale in attesa che lo faccia, anche perché qui la mia indagine era limitata solo all’aspetto filologico del titolo. E non è detto che il fortunato ritrovamento di qualche appunto dello stesso autore non getti nuova luce su quanto ancora, a tal proposito, continua a restare in ombra.

_____

1 Cose da nulla: così il poeta latino definì i suoi carmi.

2 Frammenti di cose scritte in volgare: così definì il suo Canzoniere il Petrarca, che considerava, invece, il poema in latino Africa come il suo capolavoro.

3 L’amica di nonna Speranza, I, 2.

Libri/ Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi di Uccio Giannini

di Michele Stursi

Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi è il titolo della raccolta di poesie postuma di Uccio Giannini, edita da Edit Santoro, curata dal professor Gianluca Virgilio e fortemente voluta da famigliari e amici dell’autore, scomparso il 4 dicembre del 2010 all’età di ottantadue anni. Un profano della lingua dialettale leccese caduta in disuso, come il sottoscritto, si chiederebbe: ce suntu ‘sti Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi?

A tal proposito viene fortunatamente in nostro aiuto la nota introduttiva di Virgilio: credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie – afferma il curatore della raccolta – emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dismesso, come un corpus di composizioni di poco conto e senza valore.

Di sicuro, a un qualunque sprovveduto che la sera del 28 dicembre si fosse trovato a passare dal museo “Cavoti”, affacciandosi sull’uscio della sala, gremita per l’occasione, dove abitualmente si tengono quest’anno le lezioni dell’Università Popolare “A. Vallone”, a un qualunque sprovveduto, dicevamo, non sarebbe mai passato per la testa che si stesse lì presentando una raccolta di poesie. Difatti, è difficile rimanere seduti, composti e seri, ascoltando le poesie di Giannini, per niente facile ascoltare in silenzio, senza commentare sul momento con il vicino i versi del poeta, costruiti con arguzia, con cura e dimestichezza. In un crescendo armonico di attese e mistero, come un tamburo che batte nel petto, i più sfociano in un’interminabile risata, altri lasciano un amaro in bocca impossibile da ignorare, che si mimetizza in un

L’abitudine

di Michele Stursi

 

Il giorno in cui finalmente riuscirò a capire la differenza che passa tra estremisti e moderati, forse sarò anche in grado di scriverci quattro righe. Per ora posso solo accontentarmi di parlarvi di un tale, piccolo e paffuto, tarchiato come una botte, dalla folta peluria nera e dalla carnagione scura che lo faceva somigliare a uno scimpanzé, e che in paese non godeva di un’ottima reputazione per via di quella sua predisposizione a riflettere su tutto quello che gli passava sotto il naso. Non era per niente un tipo asociale, sia ben chiaro, ma quel suo “difetto” di dire la sua su tutto, di non riuscire a trattenersi dall’esprimere sentenze e giudizi, dal dispensare consigli e raccomandazioni su qualsiasi argomento, diciamo che lo aveva reso alquanto inviso ai suoi compaesani.

Il tipo era pure alquanto ingenuo, poiché osava sputare sentenze anche dinanzi ai diretti interessati mettendoli in imbarazzo sulla pubblica piazza, ma senza cattive intenzioni. Sembrava invaso da un senso di responsabilità e di giustizia fuori dal comune, tanto che se ne andava tutto il giorno in giro per il paese a scribacchiare su dei fogli le sue impressioni sul mondo per poi riferirle al mondo. È un ragionamento che fila, d’altronde, quello del poveretto ingiuriato petrusinu: comportarsi da cittadini non significa semplicemente occupare la città, ma renderla viva plasmandola alle proprie esigenze.

Peccato che al mondo d’oggi non tutto quello che a prima vista potrebbe

Andata e Ritorno: è la storia del Sud Italia

di Michele Stursi

Se c’è una cosa in libreria che mi dà il voltastomaco e mi fa stringere i pugni e digrignare i denti e che inevitabilmente a priori mi porta a non acquistare un libro è vedere quelle maledette fascette colorate avvinghiate alle copertine, come sanguisughe che ne azzoppano il fascino decimandone la capacità seduttiva. Scelte editoriali alquanto discutibili perché, diciamocelo francamente, bisogna essere alquanto sempliciotti per scegliere un libro solo per il fatto che milioni di persone l’abbiano già letto, o perlomeno acquistato, prima di noi oppure che l’autore abbia già scritto quel tale romanzo.

Detto ciò, il libro che intendo presentarvi mi è stato regalato e come tale non poteva non avere un’orrenda fascetta gialla, che tra l’altro stona tantissimo con la copertina, che già di per sé non è il massimo. Io non l’avrei acquistato per i motivi di cui sopra, ma per fortuna esistono gli amici che a Natale non si dimenticano di noi. Potete quindi immaginare la faccia che ho fatto quando l’ho tirato fuori dalla carta regalo e orgoglioso me lo sono portato sotto il naso: era come se si ostinassero a gettare secchiate di rabbia e tristezza sul mio volto al solo scopo di distorcerne i lineamenti in una smorfia di disgusto. Fatica inutile però: vi sareste aspettati come minimo un urlo, un lancio fuori dalla finestra o in pasto a qualche cane o gatto, e invece ho riso di gusto leggendo le tre righe stampate su quella odiosa fascetta gialla: “I milanesi sono tosti come i rovi negli anfratti ed hanno ben donde d’esserne fieri, ma un salentino a Milano è un girasole in cantina”.

Solo per questa ragione non l’ho strappata quella orribile fascetta, ma non la potevo nemmeno lasciare lì dov’era per una questione di coerenza: quindi l’ho usata come segnalibro e mi ha accompagnato di pagina in pagina nella piacevole lettura di “Lecce – Ravenna. Andata e ritorno” di Maurizio Monte (Edizioni Clandestine, pp. 152, 2006). L’ho letto d’un fiato e mi ha fatto ridere, sognare, riflettere e anche piangere. E mi è venuto da pensare che

La zappa sui piedi

di Michele Stursi

Oggi mi rifiuto di comprare il giornale e di accendere la TV. Oggi mi rifiuto di essere pilotato su immagini strazianti, considerazioni raccapriccianti, racconti appassionati. Oggi pretendo il silenzio per celebrare l’ennesima disfatta dell’incuria dell’uomo sulla natura. Voglio spegnere il brusio stomachevole che puntuale segue eventi di questa portata e riflettere da me, senza alcun condizionamento, su quanto è accaduto a Genova (e poi di rimando in Lunigiana, Roma, L’Aquila e così indietro nel tempo, perché la storia come si sa non è nuova).

E nel silenzio rifletto: basta davvero poco per sentirsi al sicuro, è sufficiente saperci in uno spazio, in un contenitore, separati dal resto del mondo da effimere barriere di legno, cemento, tufo o pietra. Ignoriamo d’essere solo povere creature nude e insignificanti dinanzi al mistero dell’universo, in continua ricerca di spazi delimitati, chiusi, accaldati, poiché riteniamo che è solo in questi scatoloni vuoti e bui che riusciamo ad avere la sensazione di “esistere” nel creato. Abbiamo inconsapevolmente ripudiato l’idea di “essere” parte del creato stesso e spendiamo la nostra vita a rincorrere quel po’ di solitudine in grado di tirarci fuori dal mondo che ci scorre addosso. Ci aggrappiamo alle cose effimere pur di non farci trascinare dalla corrente e costruiamo immense opere di cemento dietro le quali nascondere le nostre fragilità.
Aver paura della natura è una sciocca convinzione plurisecolare e pensare che quattro mura scrostate che ci separano dal mondo siano sufficienti a proteggerci da tutto, un gioco di luci e ombre, un’illusione. Ma da cosa fuggiamo allora? Perché la nostra casa ci infonde nel cuore quel grande senso di sicurezza che ci permette poi di affrontare con serenità i problemi della vita? A cosa dobbiamo questa perdita di fiducia negli spazi aperti, questa agorafobia compulsiva che ci porta a preferire una serata in casa davanti al televisore a una bella passeggiata in riva al mare o in montagna? La solitudine è la chiave di questi tempi moderni. La sensazione di essere soli e distanti dal mondo che ci regala una trasmissione televisiva è incomparabile con quella di appartenenza all’universo che ci infonde una serata di luna piena. E tuttavia schiviamo volentieri la possibilità di sentirci parte della natura, pur di non provare per un istante il brivido della fragilità e della limitatezza.

La lastra di cemento che si diffonde incontenibile come macchia d’olio sulla nostra terra è sufficiente per riempirci l’animo di soddisfazione e di orgoglio, disegnare sul nostro volto quel falso sorriso che solo l’effimero valore del dio denaro è in grado di elargire e farci salire su piedistalli di ghiaccio che si sciolgono ai primi bagliori dell’alba. Illudersi di poter sfuggire al mondo, di poter salire sulle spalle della natura per ammansirla: questo è il vero guaio dell’uomo. E si continuano a fare scelte scriteriate ancora oggi, pur di rimandare a domani l’amara constatazione che deturpando la natura non abbiamo fatto altro che darci con la zappa sui piedi.

Un ulivo non piange…

ph Mino Presicce

di Michele Stursi

Questa è la storia di un esproprio. Una sentenza ingiusta, proclamata da un ignobile giudice, ci ha privato senza alcun preavviso del nostro spazio vitale, costringendoci in pochi, risicati metri quadrati. Chi non fosse a conoscenza dell’accaduto, crederebbe che queste siano le farneticazioni di un piccolo e fragile arbusto. Si sbaglia costui, perché a urlare la sua rabbia è un raggrinzito e incazzato ulivo.
Questa è la storia di un esproprio, dicevamo, ma non pensi il lettore che in codeste note si vadano a esporre le ragioni di una delle parti, quella perdente si intende. Non saremmo in grado di tenere discorsi molto lunghi allo scopo di persuadervi, non conosciamo le leggi dell’ars oratoria, né tantomeno ci intendiamo di diritto agricolo.Il nostro è un racconto e come tale ha la sacrosanta urgenza di essere raccontato, affinché gli uomini, specie egoista per natura, si sentano in colpa in ogni singolo attimo della loro futura annaspante esistenza.
Albeggiava quando giunsero in sella ai loro portentosi e assordanti ronzini. La luce del sole vezzeggiava le nostre foglie argentee e la rugiada ingioiellava la fredda corteccia; una brezza leggera solleticava le nostre fronde e un brivido fulmineo, di risposta, scorreva nella linfa per tutto il tronco, portandosi sino alle radici, per poi perdersi nel terreno.
Credevo che nulla al mondo sarebbe stato in grado di dissuadermi dalla convinzione che ogni mattino è concepito nel silenzio più intimo, incontro tra la nostalgia della notte, sbiadita dalla fioca luce della luna, e la speranza del giorno, che si riflette nel nuovo sole. Quello che vidi però mi fece ricredere: gli uomini avanzavano sicuri, calpestando quella stessa natura che li aveva dato la vita, e si dirigevano proprio verso di noi. Nel pugno di quella chiassosa

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