Per un profilo di Antonio Duma. Scultore galatinese (1916-1986)

 

di Lorenzo Madaro

Recenti pubblicazioni e mostre di ricerca hanno ribadito l’importanza della scultura all’interno delle vicende artistiche pugliesi a cavallo tra il XIX e il XX secolo, facendo emergere figure note e meno note da un vasto panorama non sufficientemente approfondito, almeno rispetto alla coeva pittura. La mostra Gaetano Stella e la scultura da camera in Puglia, ordinata nel 2007 da Clara Gelao nelle sale della Pinacoteca Provinciale “C. Giaquinto” di Bari, è tra gli eventi espositivi che negli ultimi anni hanno avuto il grande merito di far conoscere al pubblico personalità di ampio rilievo ma al contempo – tranne celebri nomi come Filippo Cifariello, Antonio Bortone, Gaetano Martinez – quasi misconosciute, se non per il ristretto mondo degli studi specialistici. Si pensi al tranese Antonio Bassi o, per fare due nomi legati alla Terra d’Otranto, al galatinese Vittorio Vogna e al neretino Michele Gaballo. Non è un caso che alcune tra le opere esposte a Bari tra 2007 e 2008 provenivano dalla prestigiosa collezione di scultura del Museo Civico “Pietro Cavoti” – come nel caso del già citato Vogna o di Nikkio Nicolini, a cui sono state dedicate due schede a firma di Michele Afferri – che vanta difatti opere di significativi autori del panorama territoriale e di respiro, in alcuni casi, nazionale; si pensi, in tal senso, alle opere di Raffaele Giurgola, Eugenio Maccagnani e Pietro Baffa.

Tra le altre opere conservate in questa sezione del museo galatinese – che meriterebbe apparati didattici adeguati, finalizzati a una maggiore comprensione delle opere ivi esposte e a delucidazioni sulle biografie dei loro autori – figura una maternità di Antonio Duma.

Duma nasce nel 1916 a Galatina e, così come avevano già fatto i suoi concittadini Toma, Baffa e Martinez, e come farà il coetaneo Vogna, decide di lasciare il Salento per trasferirsi altrove alla ricerca di stimoli culturali nuovi. Intorno alla metà degli anni Trenta si sposta così a Napoli per frequentare i corsi del Regio Istituto d’Arte, dove nel maggio 1941 riceve il “diploma di abilitazione all’insegnamento nelle scuole ed istituti d’arte del Regno per la Scultura Decorativa”.

Agli anni di studio risalgono alcune opere note solo tramite riproduzioni fotografiche d’epoca, conservate in un archivio privato, che testimoniano prove e indagini intorno alla scultura cinquecentesca, come si ravvisa in una riproduzione dello Schiavo di Michelangelo, datata 1936, e in una testa virile eseguita presumibilmente intorno al 1939-1940, poiché oltre alla firma il giovane ha inciso anche l’anno del corso: il quinto.

Nello stesso torno di anni Duma esegue tre formelle in terracotta con altrettante scene tratte dalla Via Crucis – mediante cui avvia la sua riflessione sull’iconografia cristiana, che poi tratterà ampiamente nella produzione degli anni sessanta e settanta – e una Madre Romana, che è il titolo originale dell’opera conservata nel civico museo galatinese. Cosa emerge da quest’opera? Anzitutto un’attenzione nei confronti della monumentalità, oltre che della semplificazione delle anatomie e delle forme spaziali. Sono i ‘canoni’ propugnati dal regime fascista nel campo delle arti visive, un gusto ampiamente perseguito dagli artisti dell’epoca con maggiore o minore convinzione ideologica. Duma in questi anni si è adeguato a questo flusso, per lo meno dal punto di vista stilistico e iconografico, e la Madre Romana rappresenta l’emblema di questa fase della sua ricerca; la grande figura femminile, che con il braccio sinistro regge con fierezza un bambino e con quello destro alcune spighe di grano, altro non simboleggia che due essenziali valori della cultura italica tanto propugnati dal regime: la famiglia e il lavoro, quello agricolo naturalmente. E quest’ultimo tema ritorna poi senza mezzi termini in un trofeo eseguito in questi stessi anni di formazione – sul retro della fotografia di quest’opera, così come per le altre citate, compare il timbro della presidenza del Regio Istituto d’Arte di Napoli – in cui oltre a due grandi spighe si riscontra un grappolo d’uva e una foglia di vite su cui troneggia un’aquila, esplicito rimando all’iconografia fascista, utilizzato dal regime per sottolineare retoricamente la propria magniloquenza. I temi del lavoro ritornano nell’altorilievo raffigurante due donne e un uomo con il cestino in mano, in cui l’attenzione dell’artista si è soffermata soprattutto sulla resa plastica delle anatomie stilizzate, mentre i volti rimangono poco caratterizzati dal punto di vista fisionomico, tra le finalità di molti artisti del tempo vi è, d’altronde, la rappresentazione di valori collettivi e universali. L’autore si sofferma poi a descrivere i piedi scalzi delle due figure femminili e i grossi scarponi indossati dall’uomo, il quale non rinuncia ad accarezzare il capo di un bambino che tenta energicamente di abbracciarlo. Le due grandi ceste rammentano il lavoro nei campi, ma in un altro rilievo Duma si sofferma sul lavoro nei cantieri edili. La scena, che a differenza delle precedenti è piuttosto movimentata, è dominata da sei uomini impegnati nell’esecuzione di una facciata di un edificio, di cui s’intravede un grande arco e altri particolari evocanti un’architettura razionalista, anch’essa ispirata allo stile dominante. Tra gli altri lavori dell’epoca vi è poi una coppia ritratta in piedi: l’uomo abbraccia la donna, sulla cui spalla poggia il viso dallo sguardo malinconico, la quale in un atteggiamento di rigida fierezza, sottolineata dal lungo abito che rileva le composte anatomie, regge in mano un pezzo di pane. Lo sguardo di Duma si è soffermato sulla condizione umana a lui contemporanea; i temi dell’umanità sofferente ma al contempo della speranza verso il futuro – espressa dallo sguardo fiducioso della donna – ritorneranno anche nelle esperienze plastiche dei decenni successivi, ma il vigore plastico di queste prime realizzazioni lo rendono pienamente al passo con i tempi, inserito, almeno sotto il profilo iconografico, in un dibattito vivace e complesso, quello della scultura degli anni trenta e quaranta, che in Italia ha registrato numerosi e prestigiosi interpreti. Ma d’altronde queste rimangono esperienze legate agli anni di studio a Napoli che presupponevano l’approvazione della direzione del Regio Istituto Artistico, pertanto non potevano affatto distaccarsi dalla cultura figurativa dominante, perseguita per forza di cose anche nelle scuole d’arte.

La stessa compostezza formale, il medesimo rigore plastico – sono d’altronde i valori formali tanto perseguiti e propugnati anche dal punto di vista teorico dallo scultore Arturo Martini o dal pittore Mario Sironi, solo per fare due dei nomi più celebri del panorama artistico italiano di questo periodo storico – sono presenti in un’opera che raffigura un giovane uomo seduto con le gambe accavallate e intento probabilmente a suonare uno strumento musicale, come sembrerebbe suggerire la posizione delle mani. Un profilo essenziale, una sintesi tra plasticismo e arcaismo, ritorna ancora in una statua offerta dagli internati militari italiani al Comune di Därstetten eseguita dal Duma tra il 1944 e il 1945, come conferma la didascalia bilingue di una cartolina edita per l’occasione. Il gruppo scultoreo – probabilmente andato disperso dopo la caduta del Fascismo – è forse il lavoro più retorico della produzione nota dell’artista galatinese, ma non bisogna dimenticare che si tratta di una commissione pubblica.

L’unica opera superstite di questi anni è la scultura conservata al Museo Cavoti, probabilmente donata dallo stesso artista sul finire del decennio, quando la collezione del museo voluto dal segretario della locale sezione del partito fascista, Francesco Bardoscia, s’incrementò grazie alla generosità di alcuni artisti e donatori.

Ma cosa è accaduto dopo la fine degli studi? In seguito alla seconda guerra mondiale, Duma ha fatto ritorno a Galatina avviando la sua attività di docente di disegno presso le scuole medie inferiori e tralasciando, per circa un ventennio, l’attività artistica. Il suo ruolo all’interno delle vicende artistiche del territorio rimane decisamente appartato; non partecipa alle rassegne espositive collettive ordinate in quel torno di anni in Puglia, non riscuote interesse sulla stampa, fatta eccezione per alcuni articoli editi su quotidiani del territorio, e anche nelle antologie dedicate alle vicende artistiche del territorio il suo nome risulta assente, probabilmente per il suo riserbo e, soprattutto, per l’estraneità della sua ricerca dalle coeve indagini artistiche. Duma, difatti, evita qualsiasi forma di sperimentazione linguistica, qualsiasi contaminazione legata alle ricerche visive a lui contemporanee per dedicarsi a un percorso fuori dalla storia ma al contempo – e questo non deve apparire un paradosso – universale, non fosse altro che per la scelta delle tematiche: iconografia cristiana, mitologia, musica e condizione umana. Va così in scena un’umanità afflitta da una sottile malinconia, percepibile negli sguardi assorti, nelle camminate stanche, nella gestualità delle sottili mani e delle braccia affusolate della gente ritratta, elementi questi già ravvisati da Antonio Antonaci che nel giugno 1967 ha affidato le sue riflessioni sull’opera di Duma a un breve articolo edito su “Il Titano” di Galatina.

Un bambino dai calzoni corti s’incammina, un altro scruta il futuro con uno sguardo speranzoso nella sua essenziale divisa scolastica, due fanciulle si avvicinano a una mendicante e gli offrono una ciotola, altre due soccorrono un disabile; un anziano si rivolge affettuosamente a una bambina e un vecchio fuma in solitudine la sua pipa. Gli affetti, il lavoro, la carità, la solitudine. In queste opere si avverte, a differenza dei lavori giovanili noti, un coinvolgimento emotivo da parte dell’autore, il quale nel corso degli anni ha collezionato un vero e proprio campionario di sentimenti e tipologie umane. Dai diseredati che vagano assorti con le proprie intime riflessioni, al chirurgo che impugna il bisturi prima di un’operazione, allo storpio che cammina con l’ausilio di una stampella. E poi, come accennato, la mitologia, come si ravvisa in una Diana cacciatrice e – come riportato in un articolo apparso il 6 novembre 1970 sulle colonne de “La Tribuna del Salento” in occasione di una mostra personale allestita presso la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Lecce – con le statue raffiguranti Apollo e Dafne, Ratto di Proserpina e Amore e Psiche.

Tra i cicli ricorrenti nella produzione plastica di Duma in questo torno di anni vi è poi la musica, ballerine e, soprattutto, suonatrici, modellate con un flusso materico mai azzardato, ma non per questo rigido; ed ancora opere legate all’iconografia religiosa – si pensi a un San Francesco o a un profilo della Madonna –, e ancora pescatori, zampognari, circensi e ritratti di giovani modelle in fiore, mentre nella coeva produzione dei bassorilievi – se ne conservano alcuni di grandi dimensioni in collezione privata – si lega soprattutto alla rappresentazione del mondo agricolo e del paesaggio, dove, ancora una volta, “ogni pezzo è un inno alla vita, alla natura alla realtà, è un invito alla speranza, alla umanità eterna delle cose”, come si legge sulle pagine dell’Almanacco Salentino (1970-1972) curato da Mario Congedo e che costituisce l’ultimo contributo noto sull’artista galatinese che morirà nel 1986.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne concesso la riedizione

Scultura dell’Otto e Novecento nel museo Cavoti di Galatina

 

di Lorenzo Madaro

L’interesse per la scultura pugliese dei secoli XIX e XX da parte del mondo degli studi storico-artistici ha registrato negli ultimi anni un netto aumento; non sono mancate, difatti, importanti iniziative editoriali ed espositive. Nell’orbita di questo interesse vanno inquadrati questi appunti sulla collezione di scultura conservata nel Museo Civico “P. Cavoti” di Galatina, di cui ringrazio il personale, in particolare Silvia Cipolla, per la disponibilità accordatami durante i miei sopralluoghi.

Situata in un’ala dell’ex Convento dei P.P. Domenicani di Galatina – dal 2000 sede del Museo civico, dopo il trasferimento delle collezioni dalla vecchia sede di Palazzo Orsini inaugurata negli anni trenta ed attiva solo per pochi anni – la sezione scultura del XX sec. comprende una consistente e disomogenea raccolta di opere di alcuni artisti nati o attivi sul territorio salentino tra otto e novecento ed è da annoverare tra le raccolte più significative del territorio pugliese. È senz’altro la donazione Gaetano Martinez il nucleo più consistente con poco più di trenta opere, alcune delle quelli tra le più interessanti del suo percorso di ricerca, che sono state donate dallo stesso artista nell’agosto 1928 (Specchia, 2003). Così come confermano alcune iscrizioni poste sul retro delle sculture, la donazione di alcune opere del maestro si è certamente protratta anche in anni più recenti, come nel caso di un Nudo femminile del 1947 donata da Giovanni Giunta di Roma nel 1988. Nato a Galatina nel 1882, dopo una prima formazione avvenuta nella locale Scuola di Arti e Mestieri diretta da Giuseppe De Cupertinis, si trasferisce a Roma nel 1911, ma solo per un breve periodo. Al 1922 è datato il suo definito trasferimento nella capitale; nello stesso anno esegue il Caino, tra le sculture più affascinanti della sua produzione, in cui si avverte un forte senso di tragicità espresso tramite suggestioni rodiniane. A Roma non manca di avviare meditazioni sulla sintassi quattrocentesca, come attesta il gesso intitolato Adolescente (1926) al Museo Cavoti, ma gli interessi dello scultore sono molteplici. Numerose le opere degli anni trenta esplicitamente legate a quel senso arcaicizzante e monumentale tipico dell’indagine di un Arturo Martini, anche se in questo stesso decennio non rinuncia a un divertissement slegato apparentemente dalla sua ricerca, considerato che il Ritratto caricaturale conservato nella raccolta è datato 1935. Il decennio successivo, come avverte Federica Riezzo – curatrice, assieme a Giancarlo Gentilini, di una mostra antologica allestita nel 1999 a Palazzo Adorno di Lecce – si apre con la partecipazione alla Biennale di Venezia (1942) con una sala personale. Un riconoscimento al valore di un artista che in questi anni avvia “una singolare produzione di ‘teatrini’ in terracotta” (Gentilini, 1999) interrotta bruscamente dalla morte avvenuta nel 1951.

Un gesso di Pietro Siciliani, filosofo e pedagogista nato a Galatina nel 1832, ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, il legame profondo e autentico con la storia della città in cui è ospitata l’istituzione museale. L’autore dell’opera è Eugenio Maccagnani; nato a Lecce nel 1852 si forma inizialmente presso lo zio Antonio, celebre cartapestaio, per completare poi gli studi all’Accademia di San Luca di Roma, città in cui ha un ruolo preminente nella grande impresa del Vittoriano, inaugurato nel 1911. Autore di un nucleo alquanto consistente di sculture pubbliche e da camera, non troncherà mai i rapporti con la sua città natale; nella Villa Garibaldi, tra gli altri monumenti, si conserva proprio un Busto di Siciliani datato 1891. Muore a Roma nel 1930.

Giacomo Maselli, quasi ignorato dalle fonti pugliesi fino a tempi recenti, è autore di un ritratto in bronzo del Siciliani che restituisce un aspetto più intimista del filosofo, a differenza dei tratti fieri e vigorosi espressi dal Maccagnani. Nato a Cutrofiano nel 1883, nel 1904 si trasferisce a Milano, dove opera attivamente fino al 1958, anno della sua scomparsa. L’opera della raccolta galatinese è un doveroso omaggio a un cittadino illustre a cui è dedicata, tra l’altro, la Biblioteca Comunale ubicata nel medesimo stabile in cui è ospitato il museo.

La presenza delle due opere Gruppo antropomorfo e Vendetta, entrambe databili intorno al 1940, firmate da Pietro Baffa, esorta a qualche accenno, per lo meno biografico, sull’artista nato nel 1885 a Galatina. Si forma presso il locale Regio Istituto Artistico “G. Toma” e, come il compaesano Martinez, nel 1911 emigra a Roma. Frequenta il Museo Artistico Industriale, il neonato giardino zoologico – sin da questi anni si caratterizza come artista animalista – e lavora presso lo Stabilimento di mobili Loreti, dove perfeziona le sue competenze di ebanista, già parzialmente acquisite nel laboratorio paterno. Nel 1914 si sposta a Napoli; insegna presso il locale Istituto Artistico e respira per sei anni la cultura artistica partenopea. A Lecce diviene uno dei più validi maestri del Regio Istituto Artistico fondato dal Pellegrino. In Gruppo antropomorfo le masse dei due animali si fondono fino a diventare un tutt’uno, invadono lo spazio con uno spirito fantasioso che caratterizza ad esempio Tigre e Orso (Galatina, coll. privata), due terrecotte invetriate degli anni venti, assimilabili a un gusto liberty. Echi gemitiani, ricercatezza e raffinatezza esecutiva caratterizzano il satiro che con veemenza sguscia una lumaca in Vendetta, un gesso patinato, la cui replica in bronzo è conservata in una collezione privata leccese.

Rimorso, un gesso patinato del 1935 firmato dallo scultore neretino Michele Gaballo, è un’opera che testimonia l’operatività di un “autore di un numero assai considerevole di sculture in marmo, gesso patinato, bronzo, di vario genere” (C. Gelao, 2008), ma al contempo non ancora studiato approfonditamente. L’artista, nato nel 1896, dopo una prima formazione a Lecce presso la scuola di disegno annessa alla Società Operaia, si trasferisce a Napoli e, dopo poco, a Roma, dove collabora alla realizzazione della statua di Benedetto XV nelle grotte Vaticane (1923). Dopo il suo rientro a Nardò si dedica all’insegnamento; muore nel 1951. L’opera conservata nel museo galatinese ben s’inserisce nella sua ricerca plastica legata a certe istanze novecentiste che si ravvisano in particolar modo nella semplificazione dei tratti del volto.

Appartiene allo scultore leccese Raffaele Giurgola il ritratto di Carlo Delcroix che afferma quel forte senso di plasticismo che connota la sua produzione plastica. Nato nel 1898 si forma alla scuola di disegno della Società Operaia, per proseguire poi gli studi a Napoli, dove è allievo di Achille D’Orsi. Celebre per aver eseguito numerosi Monumenti ai Caduti nel Salento, è stato per quasi un trentennio docente presso l’Istituto Pellegrino di Lecce, città in cui è morto nel 1970.

Vittorio Vogna, artista nato a Galatina nel 1916, si forma nel Regio Istituto Artistico Industriale di Lecce, dove entrerà in contatto, tra gli altri, con lo scultore galatinese Pietro Baffa, docente di scultura con cui intratterrà rapporti amicali anche durante il suo trasferimento a Napoli, dove studia presso la Facoltà di Architettura. Ritorna poi nel Salento dove insegna nel suddetto istituto artistico e avvia la sua attività di architetto. Muore nella sua città natale nel 1995. Poche sono le opere note e si attende pertanto una prima analisi del suo percorso creativo che andrà eventualmente confrontato con i documenti conservati presso eredi e conoscenti. Il Museo custodisce, altresì, una Testa di fanciulla firmata da Nikkio Nicolini, autore misconosciuto che, secondo quanto affermato da Michele Afferri (in C. Gelao, 2008), ha eseguito quest’opera secondo i dettami di un gusto legato al recupero dei valori formali arcaici. Altri ritratti di uomini illustri cui Galatina ha dato i natali si riscontrano, così come per il citato ritratto di Siciliani del Maccagnani, in un corridoio interno al museo, dove sono collocati, altresì, dei ritratti di Baldassarre Papadia, Macantonio Zimàra, Alessandro Tommaso Arcudi e Pietro Colonna firmati, rispettivamente, da M. D’Acquarica, P. Bardoscia e C. Mandorino. Attenzione ai temi animalier si riscontrano poi in due pannelli di I. Montini, mentre è dello scultore A. Trono una Testa virile datata 1927 e difatti conforme a taluni orientamenti stilistici dell’epoca, come l’interessante maternità a firma di A. Duma, altro autore che meriterebbe un approfondimento. Restano poi alcune opere anonime, tra cui un Bozzetto di monumento, tutte da studiare e contestualizzare, anzitutto cronologicamente.

Bibliografia essenziale consultata:

Scultura italiana del Novecento. Opere tendenze protagonisti, a cura di C. PIROVANO, Milano 1993. Gaetano Martinez. Scultore, a cura di G. GENTILINI, F. RIEZZO, Matera, 1999. A. FOSCARINI, Arte e Artisti di Terra d’Otranto tra medioevo ed età moderna, a cura P. A. VETRUGNO, Lecce 2000. A. PANZETTA, Nuovo Dizionario degli scultori italiani dell’ottocento e del primo novecento, Torino 2003. Museo Comunale Pietro Cavoti di Galatina, a cura di D. SPECCHIA, Galatina, 2003. M. AFFERRI, Cento anni di scultura salentina, in Arte e artisti in Terra d’Otranto, a cura di A. CASSIANO, M. AFFERRI, Matera 2007. Gaetano Stella e la scultura da camera in Puglia, a cura di C. GELAO, Venezia, 2008.M. GUASTELLA, Scultori in Terra d’Otranto delle generazioni del secondo Ottocento, in Raffaele e Giuseppe Giurgola, “tradizione salentinità ironia”, a cura di L. PALMIERI, Galatina s.d. [ma 2010].

Intervista a Giacinto De Metrio, un artista da riscoprire

il maestro Giacinto De Metrio

di Gianluca Fedele

Se si volesse descrivere l’atteggiamento che la città di Nardò ha assunto negli ultimi decenni nei confronti dell’arte, probabilmente utilizzerei questa similitudine: terra argillosa, dove l’acqua non drena.

Una rappresentazione decisamente pessimistica, ma altrettanto realistica, in quanto sono numerosi gli artisti che hanno attraversato in varie forme il ‘900 neretino. In ogni caso quasi nessuno ha fatto breccia, col proprio passaggio, né sulla critica internazionale né tanto meno sul mercato locale.

Ricordo sempre una frase del mio caro professore di educazione artistica delle scuole medie, Giacinto De Metrio, che mi disse: “A Nardò è più facile vendere una busta di verdura piuttosto che un dipinto di Picasso”; citazione che esprime, nella sua semplicità, tutta quell’amarezza di chi dedica la propria esistenza all’estro artistico, con la sensibilità che ne consegue.

Proprio al mio professore, nonché carissimo amico, ho deciso di rivolgere qualche domanda, per farmi spiegare quali, secondo lui, sono le condizioni sociali che determinano il disincanto dei più nei confronti del bello e cercare di comprendere i meccanismi che portano alla conseguente aridità, guardando con gli occhi di chi l’arte l’ha prodotta quotidianamente per oltre mezzo secolo.

D: Caro Giacinto, nelle vene della famiglia De Metrio scorreva già il sangue denso della creatività ben prima della tua nascita. Tuo zio Michele Gaballo, infatti, è stato un autorevole testimone del primo Novecento a Nardò, nonché autore d’importanti opere divenute poi simboli indiscussi della città, basti pensare alla sua fontana del toro in piazza Salandra. Essendo quindi diretto erede di principi morali ed artistici, qual è la tua posizione in merito alla prima ristrutturazione alla quale è stato sottoposto proprio il monumento su citato?

R: Il monumento, venne realizzato nel 1932, in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto pugliese. Da allora, dacché io abbia memoria, è stato sempre trattato con estrema indifferenza ed incuria da ogni amministrazione che si sia succeduta a Palazzo Personé. Gli pseudo-restauri che io ricordi sono stati diversi, ma solo un paio sono più clamorosi; originariamente il colore della fontana parietale era di un grigio marmoreo, poi, a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 l’intera opera venne completamente pitturata di bianco con pallida calce, alla stessa stregua di un qualsiasi muretto di campagna. Ultimamente, addirittura, è stata trattata con due diverse cromie, neanche fosse un mobile di bassa fattura, in barba a qualsiasi semplice criterio di restauro. Ma non è tutto, c’è dell’altro. Negli anni ‘80 l’assessorato preposto alla cultura e al turismo, prese incarico di stilare una guida che riguardasse le storie dei maggiori monumenti neretini, tra questi, immancabile, la fontana murale in oggetto. In questo elaborato sono state trattate notizie non veritiere, tanto da mettere in dubbio, per i più sprovveduti, persino la paternità del gruppo marmoreo, laddove invece, a tuttora, si può benissimo leggere la sua firma autografa.

Nardò, fontana del toro prima dell’ultimo restauro (per gentile concessione di Giacinto De Metrio)

 

D: Che altre opere importanti sono state realizzate dal Gaballo?

R: Le sue opere sono innumerevoli, ma quella che ricordo con più affetto e rammarico è “Il rimorso”, opera che sino a qualche anno addietro era posta all’interno della sala consiliare del municipio di Nardò. Ora è rovinosamente danneggiata da concittadini incivili che assistevano ai consigli e che sfogavano le loro misere frustrazioni sul gesso di cui era fatta. In seguito ad un maldestro restauro è stata resa praticamente irriconoscibile rispetto all’originale plastica di cui ora si può solo fantasticare, e la si può per così dire ammirare  nella biblioteca comunale “Vergari” dove attualmente è collocata. Alla luce di questo, voglio ricordare che quando venne donata, fu imposta ai custodi un’unica clausola, cioè che il Comune prendesse incarico di fonderla in bronzo proprio per evitare eventuali danneggiamenti. Potete immaginare quindi, quale dispiacere ho nel saperla nelle attuali condizioni. Tra i lavori più celebri aggiungerei anche il busto di Benito Mussolini, realizzato del “XV anno” per una sala del complesso Vittoriale di Lecce e del quale si sono perdute le tracce. Un altro busto importante, quello del On. Grassi, Ministro di Grazia e Giustizia, di origini salentine, nonché ultima scultura realizzata. Questa, trova la sua collocazione all’interno del tribunale di Lecce.

Michele Gaballo, Il Rimorso (per gentile concessione di Giacinto De Metrio)

D: Come è stata ricordata negli anni la figura di questo illustre scultore?

R: In vita mio zio era molto popolare ed apprezzato, popolarità che è andata scemando con il susseguirsi delle generazioni. Ora, mi spiace dirlo, ma il suo ricordo  è stato praticamente cancellato del tutto, tant’è vero che nel 2001, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, nessuno tra i nostri rappresentanti politici o solo tra i concittadini gli ha dedicato un pensiero, né pubblico né privato. Solo tra noi familiari Michele Gaballo è stato onorato col ricordo. Io stesso, infatti, amareggiato affidai ad un breve comunicato la sua memoria, facendolo pubblicare dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

 

D: Oltre al Gaballo, anche tuo fratello Michele, ormai venuto a mancare, era dedito all’arte e al teatro. Come veniva visto dai nostri concittadini?

R: Mio fratello era molto amato e ben voluto per la sua umanità; lo ricordo come pittore e soprattutto come grande uomo di teatro: infatti si occupava tanto di regia quanto di recitazione. Queste grandi doti, le espresse in maniera magistrale, nell’opera Risorgimento che andò in scena al teatro comunale nel 1948, dove lui stesso interpretava il ruolo principale del Patriota Conte Vitaliano Lamberti conseguendo un notevole successo sia di pubblico che di critica. Persona di grande fede, manifestata in occasione di un funerale, dove il Vescovo dell’epoca fece vietare il rito religioso e Michele, arbitrariamente, portò la croce dinanzi al corteo per l’intero percorso.

 

D: Ma quanto ha inciso la figura dello zio scultore sulla vocazione artistica dei nipoti?

R: Michele Gaballo è stato per noi assolutamente fondamentale, oserei dire determinante!

 

D: Ma ora veniamo a noi. La tua formazione culturale e stilistica avviene all’interno del liceo artistico di Firenze: qual’era il fermento creativo che si respirava nel panorama fiorentino dell’epoca? E quali erano le differenze rispetto all’ambiente culturale locale che ti lasciavi alle spalle?

R: Firenze era, e forse lo è ancora, la culla dell’arte, una meta agognata per chi, come noi, si formava nel segno delle belle arti. Mi ritrovai in terra fiorentina in compagnia di mio fratello: quei tempi e quei luoghi ora mi appaiono così romantici e ricchi di significato rispetto ad un sud che continua, culturalmente parlando, a svuotare piuttosto che a formare. Fortuna volle che a plasmare la mia personalità e la mia cultura provvedessero insegnati e artisti di chiara fama: ricordo Piero Bigongiari, mio professore di lettere e illustre poeta ermetico, recentemente scomparso e commemorato dal Corriere dalla Sera. E c’erano pure gli artisti: i professori Pucci, Pozzi, Gallo, Colacicchi, Peiron e anche il critico d’arte Michelangelo Masciotta.

Giacinto De Mterio, Magnetismo

D: So che sei stato premiato in occasione di eventi e concorsi nazionali di valenza internazionale, me ne elenchi qualcuno? [Si allontana un attimo per prendere un piccolo foglio come memorandum dove ha annotato tutti i premi vinti]

R: Nel 1961, vinsi il secondo premio nel concorso di pittura durante la mostra campionaria di Galatina.

Nel 1965, nella mostra-concorso, presso la pro-loco Santa Caterina di Nardò, ricevetti una coppa d’argento omaggiata dall’Amministrazione Provinciale di Lecce.

 Al concorso Internazionale di Torino “la telaccia d’oro”, ho vinto tre premi: nel 1993 con la scultura Tossicomane mi venne assegnato il terzo premio che consisteva in una targa d’argento della Regione Piemonte; nel 1994 con la scultura in marmo Il silenzio dell’urlo conquistai il settimo premio della relativa categoria; nel 1998, con il dipinto ad olio Sogno d’artista, giunsi terzo classificato e ricevetti in premio una medaglia d’argento.

 D: Quale è stata la risposta, in termini di riconoscimento, che la nostra Nardò ti ha dato per la gloria riflessa che esportavi con le tue opere?

R: A parte l’affetto e la stima di pochi familiari ed amici, praticamente nulla. E pensare che io posso vantare, tra l’altro, di aver donato a Sua Santità Giovanni Paolo II un’opera pittorica, offertagli in occasione di un viaggio-scuola e che ritrae la guglia di piazza Salandra, arbitrariamente situata su una spiaggia. Di tale dono, lo stesso Papa, per mezzo del suo segretario, ha ringraziato i ragazzi della scuola media III nucleo per il significativo omaggio.

 D: Molti dei tuoi lavori, soprattutto quelli appartenenti all’ultimo periodo, hanno uno spiccato gusto introspettivo, qual è la ragione?

R: L’arte, di per sé, riflette l’animo e le sensazioni emotive. Ora come ora, e ancor di più per via del mio delicato stato di salute presente, trovo di enorme sollievo riversare le tensioni in ciò che realizzo, un motivo in più per non darmi per vinto.

 

D: Anche se ne conosco la risposta o posso intuirla, quale soggetto ha rappresentato meglio la tua fonte d’ispirazione?

R: La donna in tutte le sue sfaccettature. Una sorta di donna assoluta, fonte di inesauribile bellezza.

 

D: Un’ultima domanda per concludere. Hai istruito e avvicinato all’arte migliaia di ragazzini, per tantissimi anni, presso scuole medie  inferiori di mezza Italia: qual è il principio d’insegnamento a cui più tenevi?

R: Per me l’insegnamento non è mai stato un mestiere. E con un certo orgoglio posso ammettere di aver svolto il mio ruolo di professore con passione e impegno assoluti. Ho sempre cercato d’infondere nei giovani non solo i valori dell’arte, ma ho sempre, innanzitutto, esaltato le qualità che ognuno di loro possedeva; doti che, secondo me, vanno stimolate ed evidenziate sempre attraverso l’autostima.

A questo punto la conversazione si conclude, un po’ per la commozione del momento, un po’ perché il tempo è davvero volato via. Adesso, a mente fredda la sensazione che mi rimane nel cuore dopo questa intervista, è un senso di ingiustizia che la nostra terra, i nostri luoghi, sanno così ben dispensare nei confronti di chi, per una vita, ha cercato di amarli omaggiandoli con la propria arte.

dipinto di Giacinto De Metrio
dipinto di Giacinto De Metrio

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