Ischitella e i suoi ulivi

uliveti

Lo scienziato Michelangelo Manicone polemico con l’abate Giovanni Longano sui boschi di Ischitella

di Michele Eugenio Di Carlo

Sull’agricoltura di Ischitella l’abate Giovanni Longano, molisano di Ripalimosani, si era tenuto sul vago, menzionandone gli uliveti, mentre l’altro grande molisano, Giuseppe Maria Galanti di Santa Croce di Morcone, l’anno seguente, il 1791, vi aveva inserito la coltivazione di carrube.

Longano aveva peraltro sostenuto che le «furiose» cesinazioni eseguite dopo il 1764, pur avendo esteso la produzione cerealicola, avevano provocato persino la mancanza di legna da ardere a disposizione della popolazione[1]. E queste affermazioni non potevano che diventare l’ennesimo pretesto per un’ ulteriore critica all’abate, poiché per il frate di Vico, Michelangelo Manicone, si trattava di un errore imperdonabile: erano i limitrofi vichesi a non avere più legna da ardere. Ad Ischitella, invece, l’autorità pubblica si era opposta vigorosamente a tutti i tentativi di disboscare, in particolare, i preziosi boschi di «Ischio», da cui prendeva persino il nome la cittadina.

Forse risale a questa circostanza del Settecento il fatto che risalendo all’attualità possiamo considerare che Carpino e Ischitella hanno saputo proteggere i loro splendidi faggi e lecci con una riserva naturale biogenetica statale di 300 ettari, attraversata dal torrente Romondato, distesa in direzione del lago di Varano, ricca di una fauna prevalente di caprioli,  gatti selvatici, ghiri, faine, tassi, volpi, lepri, cinghiali.

Secondo l’opinione del frate, intesa a sminuire il valore delle relazioni dell’abate mettendo in dubbio la sua presenza fisica e, quindi, la sua conoscenza diretta del territorio, il «visitatore» Longano era stato «mal servito da’ suoi corrispondenti». Infine, con pungenti e, persino untuose modulazioni dialettiche, tra l’ironico e il sarcastico, aggiungeva:

«Ma pur troppo ciascuno è soggetto a scrivere delle cose poco esatte: ed io credo di rendere un vero servigio a Longano non meno che a’ Leggitori di lui, avvertendolo di quando in quando d’alcuni errori di fatto. Così vi fosse chi lo correggesse anche nel suo Viaggio per lo Contado di Molise! I viaggi di lui allora diverebbon utili»[2].

Non siamo forse già alla stroncatura mirata delle relazioni dell’abate Longano?

Relazioni che avevano l’intento dichiarato di informare i potenti e ben noti componenti del «Supremo Consiglio d’Azienda» – nel 1790, quando viene presentata la relazione sulla Capitanata, erano i Segretari di Stato Carlo De Marco e Giovanni Acton, il Direttore Ferdinando Corradini, i consiglieri Michele Loffredo (principe di Migliano), Filippo Mazzocchi, Giuseppe Palmieri e il cavaliere Cotronchi – delle condizioni sociali ed economiche della provincia a cui il re borbone Ferdinando IV sembrava tenere particolarmente.

Sulla Capitanata, era stato lo stesso abate, nel presentare la sua nota relazione a Napoli il 6 ottobre 1790, a chiarire che si trattava «non già un quadro finito della Provincia, ma si bene un bozzo di quella», dal quale, in ogni caso, sarebbe stato possibile considerare «quanto la natura abbia favorito questa Provincia, e quanto sia grande lo sforzo di chi l’abita nel mettere in valore le sue feracissime terre. Che anzi io porto parere, che praticati alcuni pochi regolamenti, in brievissimo tempo, atteso il vostro glorioso zelo, potrà la Capitanata divenire una delle più prospere Provincie del Regno»[3].

Messa da parte la polemica, resta la constatazione che per una lettura compiuta e minuziosa dello stato dell’agricoltura di Ischitella occorra necessariamente riandare agli scritti di Manicone, poiché non solo tratteggiano in maniera pertinente le attività che vi si svolgevano, ma ne analizzano razionalmente i punti deboli non mancando di individuare, con un atteggiamento efficace, le più ragionevoli soluzioni:

«Lungi da Ischitella un miglio a Nord-Ovest evvi un piano, largo miglia 4 circa e lungo circa sei miglia. Siffatto piano è diviso in tre parti. La più grande è quella che è popolata di alberi di ulivi; la meno grande della prima è destinata alle semine del frumento, delle biade, dei legumi, e del limone; e la parte più piccola è coperta di vigne».

Nella parte terminale di quell’orizzonte incantevole, descritto in maniera tanto mirabile da rendere ancora possibile immaginare nei dettagli quel paesaggio agreste di fine Settecento, e confrontarlo con quello odierno, vi era il «piano di Varano», posto ai limiti del lago omonimo. Gli ischitellani vi coltivavano del grano non sufficiente all’autoconsumo, tanto da essere costretti ad importarlo da Carpino e dal Tavoliere, mentre sarebbe stato auspicabile mettere a coltura i numerosi terreni incolti di quell’area, invece di dedicarsi alla pesca e al gioco[4].

I vigneti di Ischitella non erano tali da soddisfare il fabbisogno di una popolazione di circa 3000 anime, tanto che era Vico a rifornire di vino la cittadina. Le colline situate a nord-ovest dell’abitato, esposte a sud e ricoperte di cespugli e arbusti infruttiferi, presentavano le condizioni pedo-climatiche ottimali per impiantare vigne, invece i vigneti di Ischitella erano situati in vallecole umide e ombrose e producevano un vino «snervatello», poco apprezzato e scarsamente alcolico.

La maggior rendita di Ischitella proveniva dalla produzione di olio che, come gli agrumi, veniva esportato anche all’estero grazie alla marineria di Rodi. Nonostante Manicone lamentasse l’incuria in cui versavano gli ulivi, folti, alti, pieni di rami non fruttiferi rivestiti di licheni e muschi che, impedendo la penetrazione della luce e la circolazione dell’aria, generavano una scarsa fioritura. Mentre sarebbe stato necessario eliminare costantemente polloni e succhioni, tagliare i rami secchi, eliminare con la «slupatura» le carie che si propagavano attraverso le vie linfatiche anche grazie all’umidità e alla scarsa luce.

E lo scienziato, sempre pronto alla battuta, conscio che i suoi enormi meriti non sarebbero stati apprezzati, ribadiva puntigliosamente:

«Tali sono i georgici miei documenti relativamente agli ulivi di qua. So che alcuni de’ proprietarj Ischitellani gli leggeranno, e gli osserveranno; so che molti gli leggeranno senza osservargli; e mi duole assaissimo, che il numero maggiore né gli leggerà, né gli osserverà»[5].

 

[1] LONGANO Francesco, Viaggio dell’abate Longano per la Capitanata, Napoli, presso Domenico Sangiacomo, 1790.

  1. 52

[2] M. MANICONE, La Fisica Daunica, a cura di L. Lunetta e I. Damiani, parte II Gargano, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2005, p. 94.

[3] F. LONGANO, Viaggio dell’abate Longano per la Capitanata, presentazione, cit.

[4] M. MANICONE, La Fisica Daunica, a cura di L. Lunetta e I. Damiani, parte II Gargano, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2005, pp. 99-100.

[5] Ivi, p. 103.

Il nuovo film di Giovanni Brancale, «Terre rosse», sul brigantaggio lucano

Le-Terre-Rosse

di Michele Eugenio Di Carlo*

È del tutto evidente agli specialisti che il cinema muto degli inizi del Novecento abbia avuto una inclinazione unicamente celebrativa dell’Italia liberale al potere sin dall’unificazione.

La prova più evidente di questa tendenza quasi pedagogica è il film «La presa di Roma» di Filoteo Alberini, che nel 1905 celebra Crispi e la monarchia sabauda con una rievocazione agiografica che sconfina nel fantastico e nel mitologico. È l’epoca in cui la letteratura risorgimentale si evolve nella sua trascrizione cinematografica.

Su questo periodo, in cui la Destra liberale torna al potere prima con Zanardelli poi con Giolitti, Roberto Balzani, docente di Storia contemporanea dell’Università di Bologna, chiarisce che l’uso propagandistico e celebrativo dell’iconografia risorgimentale ha l’effetto di addomesticare il risorgimento in una visione priva di asperità e polemiche.

Fulvio Orsitto, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale».

È un risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non sfugge all’intellettualità fascista come il cinema sia un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere può efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse.

Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film «1860», diretto da Alessandro Blasetti nel 1934.

Il pericolo concreto e in atto, avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin, era che la storia e le tradizioni potessero diventare lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione. Un ammonimento che sembra oggi più che mai attuale.

La vera svolta nella cinematografia italiana sull’unificazione d’Italia avviene agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, quando ancora reggeva una visione istituzionalizzata e acritica del processo unitario italiano, suggerita dalle tendenze culturali e ideologiche dei governi democristiani al potere nel Secondo dopoguerra.

Nel 1952 il regista Pietro Germi con il film «Il brigante di Tacca del Lupo» esce dalla retorica a sfondo celebrativo e parla apertamente di un processo unitario nato da una conquista militare dai mille interessi e dai pochi ideali, concretizzatasi dopo una lunga e violenta guerra civile combattuta da militari ritenuti stranieri in un territorio ostile.

Secondo Simone Castaldi, docente di Letteratura moderna e contemporanea e Cinema alla Hofstra University, nonostante la pressante censura democristiana dei primi anni ’50, Germi ha «il coraggio di presentare la lotta contro i briganti non come un’operazione di polizia, ma come una vera e propria guerra civile favorita sia dall’opportunismo dei notabili locali che dalla prepotenza del potere militare sabaudo. Sul fatto che alle radici di questo conflitto risieda non un processo di unificazione ma uno di annessione Germi non lascia dubbi».

Il film di Giovanni Brancale, «Le terre rosse», prodotto dalla Estravagofilm, girato nell’area del Vulture in Basilicata, tra Monticchio, Rionero e Sant’Arcangelo, si inserisce nel filone revisionistico iniziato da Germi nel 1952. È il racconto di una terra umiliata e offesa, che il lucano Rocco Scotellaro con «Contadini del Sud[1]» del 1954, aveva raccontato con una profonda indagine sociologica sul mondo contadino, seguito dal rionerese Vincenzo Buccino con «La mala sorte[2]» del 1963, narrazione di oppressioni, sopraffazioni e violenze nella società di Rionero in Vulture, immutata nonostante l’unità d’Italia.

Il film è tratto dal romanzo «Il rinnegato» scritto dal padre dello regista lucano, lo scrittore Giuseppe Brancale (1925-1979), e ne riproduce fedelmente la realtà storica descritta con l’attenzione rivolta ai vinti, quei briganti che nessuno volle considerare come uomini e donne umiliati e oppressi che cercarono di far sopravvivere le proprie famiglie. Il romanzo si snoda in un percorso temporale che inizia nel 1860 e termina nel 1887 in un piccolo centro della Valle dell’Agri, Migalli, dove un giovane garibaldino fa i conti con la dura realtà sociale ed economica, rimuginando sul fallimento dei suoi ideali risorgimentali.

È il dipinto di una Basilicata dove possiamo ritrovare le sorgenti di un’ identità culturale che nessun velo, per quanto spesso, potrà cancellare.

 

* Socio ordinario della Società di Storia patria per la Puglia

 

[1] R. SCOTELLARO, Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1954. Rocco Scotellaro (Tricarico, 1923 – Portici, 1953), poeta, profondo conoscitore delle drammatiche condizioni contadine, sindaco di Tricarico a 23 anni, arrestato per motivi politici e assolto nel 1950, lascia la politica per dedicarsi all’attività letteraria. Contadini del Sud è un’indagine sociologica attraverso la quale diversi protagonisti raccontano la propria storia di appartenenza al mondo contadino lucano: L’autore vi ripropone le dinamiche sociali tipiche di una cultura in trasformazione. Furono Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria ad interessarsi alla pubblicazione delle opere di Scotellaro che, poco dopo la scomparsa, vinse il Premio Campiello e il Premio San Pellegrino.

[2] V. BUCCINO, La mala sorte, Padova, Rebellato Editore, 1963. Del romanzo di Vincenzo Buccino (Rionero in Vulture, 1929 – Forlì, 2005), dall’ampia valenza storica, politica e sociologica, ambientato nel paese natale dell’autore, Rionero in vulture, il celebre meridionalista Tommaso Fiore ha scritto: «Il romanzo La mala sorte è una vigorosa pittura delle tristi condizioni sociali della sua terra, tradizionalmente arretrata […] Però, quel che più impressiona, è la pittura, parte a parte, della decadenza sociale, dell’oppressione a mezzo dell’imbroglio di legulei, delle sopraffazioni scolastiche e, insomma, della tradizionale violenza di chi, in un modo o nell’altro, domina a ragione e a torto…».

La Giornata della Memoria delle vittime meridionali del Risorgimento interroga la storia del processo unitario

briganti

di Michele Eugenio Di Carlo

Pasquale Soccio, grande letterato garganico del Novecento, scriveva che il Daunus pauper acquae di Orazio e «i briganti dell’arsa Puglia» di Carducci, irrompevano « nel mondo della nuova storia, divenendone per un lustro attori e protagonisti di primo piano».
Ora non è più ammissibile ritenere che i briganti del Sud siano stati sic et sempliciter ladri e assassini. Essi si mossero alla rivolta spinti da condizioni di vergognosa e ignobile ingiustizia sociale, relegati all’ultimo stadio della società civile.
Usare il termine «civile» per indicare le condizioni di vita del ceto subalterno, costituito in gran parte da braccianti, da contadini, da artigiani pressati e compressi da strutture ancora feudali, notevolmente aggravate con l’avvento dei Savoia e mantenute in essere da una classe privilegiata di galantuomini senza scrupoli alleata con il nuovo potere, è solo un eufemismo spregiudicato.
Meglio usare il termine «barbaro» per rappresentare lo status di vita di piccoli contadini e braccianti senza terra, che subito dopo l’occupazione dei Savoia si rivoltarono contro un consolidato e secolare sistema di prevaricazione e di prepotenze che i Borbone si erano, perlomeno, preoccupati di controllare e indebolire.
Le rivolte delle masse contadine, iniziate già nell’estate 1860, furono dettate da secolari motivi di contrasto con la nobiltà e con la subentrata borghesia agraria a causa delle questioni demaniali, inerenti principalmente l’uso e la proprietà dei terreni demaniali usurpati e la reintegra negli usi civici negati. E, comunque, queste prime rivendicazioni sociali furono inizialmente prive di indirizzo politico clericale e borbonico e per lo più furono isolate, incerte, occasionali, frammentate e, quindi, facilmente reprimibili dalle truppe garibaldine e dalla Guardia Nazionale dei galantuomini.
Franco Molfese, nella Storia del brigantaggio dopo l’Unità, fatta una rassegna dei moti avvenuti durante l’estate nel Beneventano, nell’Irpinia, nel Matese, nel Vastese, nel Molise, dopo accurati studi ha concluso che «furono sommosse sporadiche, provocate perlopiù da contrasti municipali e da motivi di malcontento locali. Da questa sommaria rassegna risulta pertanto abbastanza evidente il carattere spontaneo ed ancora circoscritto dei moti dei contadini, prodottisi nelle provincie continentali liberate, fino al momento della controffensiva militare borbonica. Non è dato rintracciarvi organizzazione e direttive comuni, azioni concordate, né tanto meno obbiettivi insurrezionali; anche il colore antiunitario e filo borbonico veniva generalmente impresso ai movimenti soltanto dalla sobillazione operata dai notabili borbonici e da elementi del clero locale. Cionondimeno questi torbidi indicavano già abbastanza chiaramente qual era lo stato d’animo delle masse contadine, e quali gruppi locali riuscissero più facilmente a guidarle».
Tommaso Pedìo, rimpianto docente dell’Università di Bari, indicava sin dal 1941 come «briganti e galantuomini» fossero due classi sociali i cui contrasti avevano già caratterizzato, non solo a metà dell’Ottocento, la vita nelle province napoletane. Accusato di populismo da Giovanni Masi, ripeteva nel 1948 nel testo Brigantaggio meridionale che i briganti non erano altro che una «classe subalterna costretta a subire un sistema economico, sociale e politico che non ammette parità di diritti e di doveri tra i vari ceti sociali, i briganti si ribellano al sistema che ha sempre caratterizzato la società meridionale prima e dopo la caduta dei Borboni. Classe dirigente, egoisticamente unita nella difesa dei propri interessi, i galantuomini, difendono e mantengono, anche nel nuovo regime, la posizione preminente che, prima del 1860, avevano nella vita e nell’economia del proprio paese».
Enzo Di Brango e Valentino Romano, intellettuali di rango, nel nuovo testo Brigantaggio e rivolta di classe, riproponendo la corretta tesi di un’invasione piemontese tesa alla colonizzazione del Sud, mettono in primo piano la violenta reazione dei contadini e delle masse subalterne, qualificandola come lotta di classe.
Infatti, nella costituzione del nuovo Stato Italiano furono i proprietari terrieri della nuova borghesia agraria, eredi della tradizione feudo-nobiliare, a ricevere enormi vantaggi nella conservazione dei terreni demaniali usurpati e nell’acquisizione di nuovi. Un abuso perpetrato a discapito delle previste e legittime «quotizzazioni» dei demani, che dovevano necessariamente favorire e sviluppare la piccola proprietà contadina.
Questo atteggiamento prevaricatorio e classista irritò le già amareggiate masse rurali, spingendole sempre più alla rivolta in un tentativo illusorio di raggiungere e conquistare il riconoscimento di diritti sempre più negati, con l’intima e utopica aspirazione di diventare finalmente cittadini a tutti gli effetti, non più sfruttati dai detentori della ricchezza e del potere politico.
Atteggiamenti classisti e prevaricatori che determinarono nei decenni successivi nel Sud la manifesta sfiducia nelle principali istituzioni dello Stato, nell’amministrazione della giustizia, negli organi di controllo del fisco, negli organi di polizia, nelle istituzioni bancarie, segnalati già alcuni decenni fa da Aldo de Jaco, che nei suoi studi sul brigantaggio meridionale, pubblicati dagli Editori Riuniti nel 1969, vedeva nel Risorgimento propagandistico e agiografico dei vincitori «una pagina di storia che non si può saltare se non si vuol perdere il senso dei problemi successivi ed anche, per tanta parte, dei problemi dell’oggi del nostro paese».
Un paese in cui ancora oggi un’intera classe politica, utilizzando strumentalmente e impropriamente la forma costituzionale del partito, concorre a fondare un sistema di impunità diffuse, appropriandosi di denaro pubblico, elevando a regola fissa la difesa degli interessi privati su quelli pubblici, erigendo a sistema le clientele, affondando la meritocrazia. Un paese che, alimentando nuove ingiustizie sociali e determinando nuovi problemi economici, scarica ancora sul Sud i costi di una lunga e prolungata crisi, causata da evidente incapacità politica e da manifesta inefficienza amministrativa. Ultimo esempio lo scandalo dei concorsi universitari.
Il tentativo prolungato e ripetuto in questi ultimi 156 anni di relegare il fenomeno del brigantaggio a semplice cronaca criminale, senza indagare sulle cause che lo provocarono e senza approfondire gli effetti che ha prodotto nella società italiana, col semplice e chiaro scopo di coprire gli interessi untuosi della classe liberal-massonica elitaria al potere, è la conseguenza di una mentalità limitata, oscurantistica e negazionista, che ancora oggi produce i suoi nocivi esiti sulla vita delle attuali depauperate popolazioni del Meridione e sui corretti rapporti tra il Nord e il Sud del paese.
Rapporti e condizioni imposte con la forza che rischiano di saltare ora che le regioni Puglia e Basilica hanno promosso una Giornata della Memoria delle vittime meridionali del Risorgimento, scatenando una reazione ancora, come sempre, oscurantistica e negazionista, motivata da pseudo e false motivazioni che vedono apparire all’orizzonte un nuovo regno dei Borbone o la preoccupante organizzazione di un leghismo di matrice sudista. Semplici visioni oniriche di chi ha interesse a non affrontare seriamente la revisione storica del nostro Risorgimento.
Bisognerebbe chiedere ai docenti del Disum (dipartimento di studi umanistici) dell’Università di Bari e a quelli che hanno promosso una petizione contro la Giornata della Memoria, agli intellettuali e ai politici meridionali da sempre al servizio di interessi contrari alla loro terra, cos’altro serve raccontare perché si possano finalmente onorare le nostre ingiustamente malfamate vittime del Risorgimento.
Serve inevitabilmente una seria revisione storica del nostro processo unitario, che tolga il velo posto sui massacri perpetrati, sulle violenze subite anche da donne e bambini, sui paesi rasi al suolo, sugli incarcerati senza accusa, sui fucilati senza processo, sulla legge Pica, sulle infauste leggi fiscali e doganali che condannarono l’economia, sui milioni di emigrati condannati al destino infame di chi è costretto a lasciare la propria terra.

Giuseppe Palmieri sull’agricoltura e la pastorizia del Tavoliere del Settecento

di Michele Eugenio Di Carlo*

Il salentino Giuseppe Palmieri (Martignano, 5 maggio 1721 – Napoli, 30 gennaio 1793), illustre membro della nobiltà del Regno, è chiamato nel 1787 da Acton a far parte del Supremo Consiglio delle Finanze, dove ha modo di proporre incisivamente le sue idee a supporto di un’agricoltura libera da «ostacoli e intralci alla produzione e alla distribuzione dei beni», mediante leggi riformatrici che «eliminino monopoli e abusi, migliorino l’istruzione dei proprietari stessi»[1].

Saverio Russo spiega chiaramente i passaggi attraverso i quali Palmieri giunge a concludere che l’arretratezza agricola del Tavoliere sia da attribuire al sistema della Regia Dogana, estraendo dai Pensieri economici, pubblicati nel 1789, il seguente passo: «L’agricoltura non può migliorare del suo stato durante il sistema del Tavoliere. Non può eseguire la coltivazione al tempo che conviene […] ma deve aspettare il termine prescritto»[2], e dal testo Della ricchezza nazionale, pubblicato più tardi nel 1792, la seguente locuzione che, ponendo fine a riflessioni ed incertezze, non ammette più ripensamenti:

«… è fuor di ogni dubbio, che la pastorizia Pugliese offendi l’agricoltura; anche se non si vuole rinunciare all’uso della ragione, ed all’aumento della ricchezza nazionale, bisogna sbandire questa barbara pratica intieramente dal Regno[3]».

Le drastiche conclusioni a cui giunge Palmieri sono abbondantemente spiegate nel capo III del testo citato, dedicato al tema della ricchezza derivante dalla pastorizia. Per l’economista la pastorizia transumante del Tavoliere è una «pastorizia barbara», praticata da «popoli rozzi», che ha reso un «delitto il coltivar la terra», che ha «dichiarato la guerra all’agricoltura», che può esistere solo dove vi siano vaste aree desertiche o laddove «non si vogliono né uomini, né agricoltura, e si desidera convertire in un deserto il paese».

E tale è il Tavoliere sul finire del Settecento: un deserto privo di alberi con corsi d’acqua non regolamentati che finiscono per produrre paludi e stagni, cagione di malattie malariche che deprimono una già scarsa popolazione.

Per avvalorare le proprie tesi Palmieri ricorre ad esempi di «nazioni culte» in cui pastorizia e agricoltura non sono in antinomia, l’una contrapposta all’altra. Solo per rimanere nella penisola italica, l’autore cita le lane prodotte a Padova – nettamente superiori per qualità e prezzo a quelle pugliesi, prodotte da pecore che vivono in maniera stanziale in campi coltivati –, a dimostrazione che «dove non si cerca, che l’utile, il privare un terreno delle ricche produzioni dell’agricoltura per ottenere le più scarse della pastorizia, rappresenta una condotta strana, in cui non si ravvisa segno alcuno di ragione».

Se si vuole che la pastorizia diventi nel regno di Napoli un settore economico vitale occorre «distruggere Tavoliere, Doganelle e Stucchi», liberandola da vincoli, divieti, impedimenti: «Sia libero a chiunque il vivere da Tartaro: non s’impedisca, non si vieti; ma non si ajuti, non s’inviti, non si comandi».

Tra l’altro, anche in Puglia, nella provincia di Bari e in Terra d’ Otranto, le pecore vivono all’occorrenza al coperto in ricoveri. A Palmieri sembra inutile continuare a sprecare tempo ed energie per dimostrare una verità così evidente: «la pastorizia barbara non può recare che danno, e minorare la ricchezza di una nazione culta»[4].

Per Di Cicco «il profilo della Dogana e del Tavoliere», che balza fuori dalle pagine della sua meritatamente famosa Memoria[5], è icasticamente conforme al vero. Lo stesso Di Cicco, ne Il problema della Dogana delle pecore nella seconda metà del XVIII secolo, sintetizzerà perfettamente le riflessioni e i quesiti posti da Palmieri:

«Perché difendere la pastorizia del Tavoliere, quando essa, conti alla mano, rende meno di quella esercitata altrove? Perché ritenere aprioristicamente che nel Tavoliere niente altro che il gregge possa trovare mezzi di sussistenza, quando tutto il sistema della Dogana congiura contro ogni tentativo innovatore? Perché, infine, allo scopo di giustificare il favore concesso alla transumanza sul demanio armentizio, chiamare in causa la pretesa necessità di provvedere ai bisogni degli abruzzesi, quando è noto che questi, se fossero liberi di poter scegliere, dirigerebbero i loro animali ad altri pascoli, e scendono nel Tavoliere solo perché costretti dalla legge?»[6].

  • Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia

 

1 F. DIAZ, Politici e ideologi, in Letteratura italiana, cit., pp. 300-301.

2 G. PALMIERI, Pensieri economici relativi al Regno di Napoli, Napoli, 1789, p. 108; cit. tratta da S. RUSSO, Abruzzesi e pugliesi: la ragion pastorale e la ragione agricola, in «Mélange de l’école française de Rome, Moyen age – Temps modernes», tome 100, 1988, n. 2, p. 932.

3 G. PALMIERI, Della ricchezza nazionale, Napoli, 1792, p. 107; cit. tratta da S. RUSSO, ibidem.

4 Cfr. G. PALMIERI, Della ricchezza nazionale, cit., pp. 101-107.

5 G. PALMIERI, Memoria sul Tavoliere di Puglia, in Raccolta di memorie e di ragionamenti sul Tavoliere di Puglia, Napoli 1831, pp. 89-119.

[6] P. DI CICCO, Il problema della Dogana delle pecore nella seconda metà del XVIII secolo, cit., pp. 67-68.

Il silenzio che la cultura del Salento non può permettersi

ph Roberto Filograna

di Michele Eugenio Di Carlo

LETTERA AL DIRETTORE CLAUDIO SCAMARDELLA
Il silenzio che la cultura del Salento non può permettere

 

Vieste, 7 settembre 2011

Gentilissimo Direttore,
ho talmente apprezzato sul Nuovo Giornale di Puglia il Suo
editoriale, “Il Salento e i silenzi della cultura”(http://www.quotidianodipuglia.it/articolo.php?id=161067), da esserLe grato.
Il Suo editoriale mi fornisce l’occasione gradita di perseverare nel
non tacere e di ribadire ancora una volta i motivi per cui la cultura
del Salento non può più permettere, e permettersi, il silenzio.
    Nel mese di luglio la Prof.ssa Maria Rita D’Orsogna, professore
associato di Matematica Applicata presso l’Università di Los Angeles,
fornendoci il suo prezioso supporto tecnico-scientifico, ci comunicava
che la società Northern Petroleum intendeva avviare l’iter burocratico
per trivellare le coste del medio e basso Adriatico con le seguenti
località interessate: Bari, Monopoli, Polignano a mare, Brindisi,
Fasano, Cisternino, Ostuni, Carovigno, Meledugno, Otranto, Giurdignano,
Uggiano La Chiesa, Torre Guaceto, Macchia San Giovanni, Punta della
Contessa, Foce Canale Giancola, Rauccio, Aquatina Frigole, Torre
Veneri, Le Cesine, Torre dell’Orso, Palude dei Tamari, Laghi Alimini,
Santa Maria di Leuca, Posidonieto, Capo San Gregorio, Punta Ristola.
    Era necessario che cittadini e associazioni producessero
osservazioni al Ministero dell’Ambiente contro le concessioni d149 DR-

ADESIONE MORALE ALLA BATTAGLIA CIVILE DI BENIAMINO PIEMONTESE

ph Mino Presicce (ripr. vietata)

 

Vieste, 1° agosto 2011

     Il Signor Beniamino Piemontese, socio fondatore dell’Associazione
Ideale “Osservatorio Torre di Belloluogo”, nonché autore del sito
Messapi.info, ha comunicato al Presidente della Provincia di Lecce, Dott. Antonio Maria Gabellone e al Sindaco di Lecce, Dott. Paolo
Perrone, che nella mattinata del 2 agosto effettuerà un sit-in davanti
al Municipio di Lecce e davanti la sede della Provincia di Lecce per
sollecitare un intervento istituzionale del Comune e della Provincia di
Lecce contro le concessioni d149 e d71 del Ministero dell’Ambiente alla società inglese Northern Petroleum

     Con le concessioni d149 e d71 la società Northern Petroleum
avvierebbe l’iter burocratico per trivellare le coste del medio e basso Adriatico pugliese mediante indagini esplorative con la tecnica dell’airgun e l’installazione di pozzi estrattivi a una ventina di chilometri dalla riva, in aree dall’alta valenza turistica con ben nove aree naturalistiche protette e rilascio di sostanze inquinanti

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com