La togna

di Armando Polito

* Povero illuso! Non sa che ho appena finito di appendere agli ami quei tre cazzi di re1 che mi ha riservato l’altro giorno manco fossero saraghi …

 

Probabilmente quello con la togna è il tipo di pesca più diffuso da chi, amante del mare, disponga di un natante di dimensioni anche minime, quali possono essere quelle di una barchetta, un canotto e (perché no?, fa pure quasi rima) un pedalò.

Ho pescato anch’io con la togna, poi un po’ per pigrizia, un po’ perché gli anni si facevano sentire ho smesso. Oggi, se mi fosse concesso, non ritornerei a farlo, prevalentemente per problemi di natura sentimentale. A scanso di equivoci: si tratta sì di questioni di cuore, ma non come comunemente intese.

Faccio, per diluire la nostalgia e per vincere il pudore, una digressione tecnica dicendo che la togna, che può essere considerata una variante del bolentino,  è sostanzialmente una semplice lenza, un filo di nylon lungo dai 30 m. in su (nulla vieta di costruirsene una più corta; dipende dai fondali che si è abituati a frequentare) avvolto quando non è in uso attorno ad un pezzo rettangolare di sughero. Segue, collegata alla prima da una girella, la parte terminale costituita da uno spezzone di filo più sottile, lungo circa un metro, al quale vengono fissati ad intervalli regolari tre spezzoni di filo ancora più sottile  (a ciascuna estremità viene montato un amo), mentre al capo estremo  si applica il piombo.

Dopo che la parte terminale è stata armata con l’esca, la lenza viena calata in acqua srotolandola dalla tavoletta tenuta saldamente con una mano. Di solito, dopo che il piombo ha toccato il fondo (ma a seconda del tipo di pesce presente in zona talora conviene fermarsi a mezza altezza) la si solleva di poco più di mezzo metro e si resta in attesa che il pesce abbocchi. Se la giornata è quella giusta, mentre si stringe  il filo tra il pollice e l’indice si sentirà uno strappo e a quel punto bisogna essere abili perché tirando con troppa energia si rischia che il pesce si slami e lasciando fare tutto a lui si rischia di sfamarlo senza alcun rischio da parte sua. Dall’entità dello strappo si può intuire la grossezza del malcapitato o il numero di malcapitati (naturalmente, non più di tre). Pari abilità e sensibilità va richiesta lungo tutta l’ascesa della preda finché non è al sicuro sulla barca. Il momento più eccitante era, almeno per me, quello dello strappo e della consapevolezza (spesso delusa …) che difficilmente il pesce si sarebbe liberato; ed erano momenti di emozione che prevalevano sull’ansia di sapere il tipo e la pezzatura della preda (molto spesso era un falso allarme, perché dall’acqua uscivano fuori solo tre cazzi di re e le bestemmie non erano certo all’indirizzo della monarchia …).

La ragione sentimentale prima accampata coincide proprio con quel momento topico dell’abboccamento, che ieri esaltava, attraverso quell’antico rituale di morte, il predatore più o meno giovane, oggi angoscia il vecchio al quale sembra una metafora della fine.

Urge un’altra digressione tecnica e con questa si concluderà il post. La voce togna solo da poco è entrata nel vocabolario italiano. Nel dialetto salentino è presente da molto tempo e probabilmente è un prestito veneziano, ma l’origine della parola è molto antica. L’etimo presente in tutti i vocabolari è quello già proposto dal Rohlfs per il salentino: dal greco volgare *ἀπετωνία (leggi apetonìa), cfr. il neogreco ἀπετωνιά (leggi apetonià) e πετωνιά (leggi petonià)=lenza per pescare”, con una correzione che coinvolge solo la cronologia e, in parte la grafia: dal greco medioevale ἀπετονία (leggi apetonìa). Non son riuscito, invece, ad avere conferma delle voci indicate dal Rohlfs come neogreche.

Togna, così, deriverebbe da ἀπετονία per aferesi da *apetògna con la stessa trafila fonetica del salentino stamegna3, solo che qui non c’è (o, meglio, non son riuscito a trovare attestazione del) l’intermediario latino. Io posso solo aggiungere che il secondo componente di *ἀπετωνία è τόνος=tensione, a sua volta connesso col verbo τείνω=tirare.

In riferimento al precedente cronologia sarebbe interessante scoprire se la voce è passata dal veneto ai dialetti meridionali (e poi, ultimamente, in italiano) oppure se ha seguito il percorso inverso.

Anche qui posso solo dire che la più antica testimonianza letteraria nel dialetto veneto risale al XVI secolo: Maffio Venier, Canzoni e sonetti, sonetto 32, v. 7: co trovo chi me prese el cuor a  togna. Testimonianza coeva è nei versi 404-405 di  La guerra de’Nicolotti e Castellani di autore ignoto: Fè sia, voga, premi, vegnì a lai/che a togna qua se pia de bone trute. Per il XVII secolo P. Cacia, L’ipocrisia, vv. 57-60: Un tal veste a l’usanza del Cigogna/co le scarpe de bruna e un capellazzo/che pol servir d’ombrela in Canalozzo/a quei che pesca clevoli de togna.

Per dare, non definitivamente …, un calcio all’etimologia ma soprattutto alla malinconia chiudo con i versi 49-52 della satira XII (De’ matrimonii disuniti) facente parte de Il vespaio stuzzicato di Dario Varotari il giovane (secolo XVII): No’ so come confar Zovene fresca/se possa con Mario grancio, e stantivo,/che insenco per el più, retroso, e schivo,/xè togna senza pesce, hamo senz’esca.

La traduzione è d’obbligo per agevolare il lettore sul significato allegorico che io, pur nella generica similitudine piscatoria, forse con troppa malizia, attribuisco a quel pesce … (Non so come una giovane fresca possa confarsi con un marito rancido3 e stantio, che intristito4 per lo più, ritroso e schivo, è togna senza pesce, amo senza esca).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/11/15/il-pesce-fa-bene-al-cervello/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/02/dalla-maglietta-di-lana-grezza-al-formaggio-dalle-batterie-alle-cellule-staminali-da/

3 Credo che sia variante di granzio=rancido (come fa supporre il successivo stantio), piuttosto che di granzo=granchio (nonostante questo evochi i movimenti lenti e quasi rattrappiti che ben si addicono, ahimè, ad un uomo avanti negli anni).

4 Insenco è variante di insenètio, dal latino in+senectus=vecchio, a sua volta da senex con lo stesso significato.

 

Tre antichissime tecniche di pesca… micidiali!

Tre antichissime tecniche di pesca micidiali, altro che ngulatòra1!


di Armando Polito

Prima che la chimica invadesse anche questo campo introducendo sostanze mirabolanti nella preparazione di ogni tipo di esca, ogni pescatore aveva il suo segreto personale e si guardava bene dallo svelarlo alla concorrenza sicché, mentre mostrava con orgoglio a chiunque il cestino in cui custodiva i pesci appena catturati sforzandosi mentalmente di farli sembrare più grossi di quanto non fossero, si preoccupava di tenere ben nascosto agli occhi indiscreti il barattolino contenente la magica pozione di sua invenzione.

Contravvenendo a questa regola oggi vi rivelo tre ricette antichissime. La prima risale ad Aristotele  (IV° secolo a. C.)(Storia degli animali, VIII, 20): I pesci muoiono col verbasco2: perciò altri li pescano buttando il verbasco nei fiumi e nei laghi, i Fenici pure in mare3.

La secondaè di Plinio4 (I° secolo d. C.):

Tra le (erbe) nobilissime…c’è quella che si chiama plistolochia5, che costituisce la quarta varietà6, più sottile di quella prima citata, con la radice ricca di filamenti, grossa quanto un giunco ben sviluppato. Alcuni la chiamano polirrizo7. Il profumo di tutte ha virtù salutari, ma il più pregevole ce l’ha la radice lunga e alquanto sottile. La corteccia è carnosa e l’erba è adatta a confezionare unguenti di nardo. Nascono in luoghi  fertili e pianeggianti. Vanno raccolte al tempo della mietitura e vanno conservate semplicemente scuotendo le tracce di terra.  È apprezzata tuttavia soprattutto quella del Ponto8e in ogni varietà quella più pesante è più adatta ai medicamenti. Quella rotonda è efficace contro il morso dei serpenti. Tuttavia ha il massimo pregio quella allungata se, come si dice, accostata all’utero con carne di bue a concepimento avvenuto fa nascere un maschio. I pescatori della Campania chiamano la radice che è rotonda veleno della terra e in mia presenza la sparsero in mare dopo averla pestata e mescolata con calce: volano i pesci con straordinaria velocità e subito galleggiano esanimi.

La terza è diOppiano di Anazarbo (II° secolo d. C.) (Della pesca, IV, 647-684), la cui testimonianza mi ha particolarmente colpito perché la questione viene vista, inconsuetamente, dalla parte dei pesci: I pescatori che usano veleni hanno un’altra (prima ha parlato di quella fatta con l’ausilio della luce, la pesca in mare alla lampara e quella da terra, in dialetto neretino alla iàcca9) tecnica di cattura e hanno ordito contro i pesci un veleno maledetto col quale riservano ai pinnati una rapida fine. Essi dapprima con fitti colpi di bastoni e con quelli dei remi spingono i pesci impauriti in un luogo concavo dove ci sono numerosi nascondigli. I pesci allora si rifugiano nei cavi scogli, i pescatori invece da ogni lato li circondano con le reti in modo che gli scogli formino una solida barriera come se si trattasse di uomini assediati. A questo punto un pescatore prende un po’ di grassa argilla e di quella radice che i medici chiamano ciclamino10 e mescolando il tutto forma due pagnotte che colloca in mare sotto le reti: intorno poi unge col veleno nefasto dall’odore acuto  le stesse cavità e nascondigli e avvelena il mare. Risale sulla barca dopo che ha sparso il veleno mortale. Subito il cattivo e nemico odore assale i pesci nei loro nascondigli: gli occhi, la testa e le membra sono annebbiati né possono restare nei nascondigli e sofferenti si precipitano da sotto gli scogli. Ma per loro il mare è molto più amaro, tale è l’inganno disciolto nelle acque. E come ubriachi, oppressi dalle mortifere esalazioni  vagano in ogni direzione e non trovano pace da nessuna parte. Affrettandosi desiderando oltrepassarle cadono nelle reti . Da quel grande pericolo non c’è scampo e ondeggiano con affanno battendo la coda e saltando. Corre sul mare il respiro dei moribondi: per i pesci c’è questo misero lamento. E fuori in superficie i pescatori godendo della loro sofferenza si rallegrano in attesa  che il silenzio cali sul mare e cessino gli strepiti di quell’agonia nell’ultimo affannoso respiro. E allora recuperano quella la turba di infiniti cadaveri accomunati da un’unica orribile fine. Come quando gli uomini contro i nemici dichiarano guerra con troppa facilità e desiderano saccheggiare la città né desistono dall’escogitare danni contro di loro, anzi avvelenano mortalmente l’acqua delle sorgenti; quelli che stanno sui torrioni patendo la fame ed altri disagi muoiono a causa dell’acqua ostile di una morte odiosa e orribile; tutta la

La pesca con le “botte”

Rammendo delle reti – Castro 1966 (ph Giorgio Cretì)

di Giorgio Cretì

Tutti i mercoledì la gente di Castro si reca­va al mercato di Poggiardo. A piedi. Andava­no tutti scalzi e con le scarpe legate tra di loro per i lacci ed appese ad una spalla. Non facevano grandi acquisti, perché di soldi ne avevano pochi, ma andavano ugualmente, specie d’inverno quando il tempo non permetteva di uscire in mare; anche se poi acquistavano solo qualche chilo di verdura. A Poggiardo compravano anche la canapa ed il cotone che poi davano da filare a Mastro Pativito, per le lenze e per le reti.

Nunzio andò anche lui al mercato, a fare provvista di materia prima. Comprò da Elia, dove andava sempre per questo genere di spese, un chilo di co­loratu – sali di acido clorico –,   mezzo chilo di solfuro di antimonio, che era una polvere nera come il carbone e pesante come il piombo, ed un quarto di pece greca. Nascose il tutto in fondo alla bisaccia e di sopra vi pose un paio di chili di cavoli ed una manna (un mannello) di canapa grezza.

Tornando a casa pensava alle sarpe(1). Le aveva osservate per un po’ di tempo, sotto uno scoglio alle Striare. Perlamadonna, si andava dicendo, devo prenderle! Dieci, quin­dici chili di sarpe gli avrebbero fatto proprio comodo, a venderle se ne poteva ricavare al­meno settanta lire. Tutti i giorni, ad una cer­ta ora, andavano lì a brucare le alghe alla foce di un fiumicello sotterra­neo – erano ghiotte di quell’erba morbida che i pescatori chiamavano erba di seta –. Co­me le pecore, pensava Nunzio, sono proprio come le pecore, per la loro madonna!

Giunto a casa si mise subito all’opera. Ma­cinò nel mortaio la pece greca e la passò al se­taccio della farina, poi prese un pezzo di car­ta azzurra, di quella che allora veniva usata per involgere la pasta, e con la massima at­tenzione cominciò a fare la miscela per le botte. Bisognava fare tutto con arte e perizia. Quello non era un mestiere da pulcinella, ma di gente seria; qualcuno che ci si era messo a farlo senza conoscerne bene l’arte, o ci aveva rimesso la vita oppure era rimasto mutilato di una mano o, anche, di un occhio. Nah, perlamadonna!  Bisognava  assolutamente evitare l’attrito tra le diverse polveri, adesso. Non c’era pericolo di esplosione, ma la mi­scela poteva incendiarsi e bruciare come bru­cia la benzina. Chi gli dava poi le sette lire per andare ancora da Elia? A credenza, ad uno come lui, non dava niente nessuno! Pre­se un altro pezzo di carta, ne fece una specie di cilindro, piano piano lo riempì di miscela e pressò bene il tutto. Mise la miccia, che per il lancio che aveva in mente stimò sufficiente della lunghezza di mezzo fiammifero, chiuse l’ordigno e lo legò stretto con lo spago, come si legano le cartucce dei fuochi d’artificio. Nascose ogni cosa in un posto dove i bambini non  potevano arrivare e scese al Porto per altre faccende. La sua vita era lì.

La sera andò a letto presto, come di con­sueto, anche prima dei bambini. La moglie rimase a rammendare alla luce di una piccola lampadina di quindici candele.

Adunata al vecchio porto – Castro 1966 (ph Giorgio Cretì)

Aveva mangiato poco e sognò molto. Un branco di cefali, di oltre mezzo chilo l’uno, continuava a girare vicino alla sua postazio­ne, ma non veniva mai a tiro ed egli si girava e rigirava nel letto. Poi la visione dei cefali svanì ed egli dormì tranquillamente per qual­che ora.

Si trovò seduto sopra una roccia. Poteva essere il mese di giugno e dal mare soffiava una leggera brezza di scirocco, increspando appena appena le onde che battevano sotto di lui e si frantumavano in spuma frizzante. Stava lì seduto ed attento perché era l’ora in cui le sarpe venivano al pascolo. Teneva pog­giata sulla roccia, alla sua sinistra la bomba pronta per essere innescata e lanciata e alla sua destra teneva accesa una vecchia corda di gabbia di frantoio avvolta stretta con un pez­zo di rete. La corda imbevuta di olio emana­va un acre odore di lucerna.

Aveva anche pronto il coppo(2) a portata di mano, per buttarsi in mare dopo l’esplosione e raccogliere i pesci che sarebbero venuti a galla riversi.

Le sarpe non si facevano vedere. Eppure, perlamadonna!, era l’ora. Controllò l’ordi­gno e ne osservò bene la miccia, tutto era a posto.

Stava con gli occhi fissi al mare, quando intravide sotto il pelo dell’acqua il branco che si avvicinava. Attese che i pesci si avvici­nassero di più e, intanto, con la sinistra prese la botta e ne verificò ancora la miccia. Senza voltarsi allungò la destra per prendere la cor­da accesa e… sentì al tatto una cosa fredda e viscida che non si attendeva, una sacara(3) perlamadonna!, e, d’istinto, scaraventò tutto in acqua.

Si svegliò di soprassalto e si rese conto ch’era ora di alzarsi. In casa tutti dormivano profondamente.

Si infilò in fretta i calzoni, li legò con un pezzo di corda resa rigida dalla salsedine e in­dossò un maglione scuro che aveva comprato chissà quando. Mise in tasca due botte ed uscì. Dalla posizione delle Pleiadi potevano essere le tre e mezzo.

Prese il ripido sentiero che collegava a mo’ di strada diretta il paese alla marina e, quando giunse nel punto in cui questo tagliava la litora­nea, trovò la macchina della Finanza che fa­ceva il giro d’ispezione notturno. Cercò di ti­rare diritto, ma il brigadiere lo chiamò.

“Hei, Nunzio, dove vai?”

“Stavo scendendo al Porto”, Nunzio ri­spose fermandosi. Apparentemente era cal­mo.

“Sali che vieni con noi”, lo invitò il briga­diere.

“Grazie, comandante, disse Nunzio, giù di qua sono già arrivato”.

“E sali..”., lo invitò ancora il brigadiere.

E Nunzio salì e con loro fece il giro di Santa Croce. Nessuno dei finanzieri parlò finché non giunsero sulla piazzetta del Porto.

“Che cosa bevi, Nunzio?”, chiese il briga­diere mentre entravano nel bar di sotto.

“Il compare lo sa, Nunzio disse, compare dammi un Sammarzano”. Pensò che le guar­die erano brave persone, ma siccome le pre­cauzioni non erano mai troppe, disse: “Per­messo un momento, quanto vado qua dietro a urinare”.

Uscì con molta calma, ma appena fuori controllò con la coda dell’occhio i finanzieri e si diresse di corsa verso la parete rocciosa. Prima trasse di tasca le due botte e le nascose in una fessura e poi urinò. Allora tornò al bar, non solo tranquillo, ma anche spavaldo.

“Dov’eri?”, finse di chiedergli il barista.

“Come dov’ero, perlamadonna! Ho detto che andavo fuori a urinare! Dammi il mio Sammarzano, dammi! E ne vogliamo noi di questi!”, disse alzando il bicchiere e schiz­zando l’occhio al compare.

“E ne vogliamo!”, confermò il barista, che sapeva molto bene di quale piede Nunzio zoppicasse.

I finanzieri, bevuto che ebbero, se ne an­darono verso Tricase. Nunzio salutò, andò a riprendersi ciò che aveva prima nascosto e scese al porticciolo. Aveva i suoi attrezzi in una delle grotte naturali ai piedi del monte, li raccolse e li portò nella barca.

Tirò su la mazzara(4), slegò la zuca(5) dell’ormeggio e, remando con ritmo lento ma vigoroso, si avviò verso la Punta Mucurone.

L’alba si preannunciava radiosa.

Sarpe, salpe.

Coppo, retino.

Sacàra, sorta di serpe di considerevoli dimensioni. E’ il Cervone o Colubro a quattro righe che può raggiungere il peso di 3 chili e la lunghezza di 260 centimetri. Una diceria popolare voleva che la sacara, molto ghiotta di latte, durante la notte succhiasse alle mammelle delle donne mettendo la sua coda in bocca ai bambini per farli star buoni.

Màzzara, àncora.

Zuca, generalmente corda di sparto o di giunco, la meno resistente e la meno costosa, in questo caso cima d’ancoraggio.

 

(“il Rosone” – Anno VII n. 4-5, 1984)

Le tonnare del litorale neritino fra XVII e XX secolo

di Salvatore Muci e Marcello Gaballo

Tra tutti i sistemi di pesca quello dei tonni è risultato sempre tra i più redditizi e perciò più praticato mediante l’ installazione di impianti, per l’ appunto detti tonnare, sistemate nei punti in cui veniva segnalato il passaggio di questi pesci “corridori”.

Tali impianti di reti fisse[1], verticalmente tese lungo la costa, spesso lunghe diverse centinaia di metri e in corrispondenza di fondali profondi anche oltre i 25 metri, comportavano investimenti in denaro di non poco conto, certamente non possibili al povero marinaio. Divenne dunque prerogativa di duchi e baroni, o perlomeno di ricchi proprietari, sino a rappresentare speciali meriti o concessioni regie alle città, tra cui, nel nostro circondario, la fidelis Gallipoli.

Già nel 1490 nel mare di pertinenza del feudo di Nardò, presso il porto della Culumena[2], si praticava la pesca del tonno ad opera di pescatori tarantini[3], con strumenti appositi. Essi, oltre le tonnine, vi pescavano sardelle, palamide, modoli, inzurri, alalonge e vope. Per tale pescato ogni tredici ne pagavano il valore di uno al baglivo, mentre al gabelliere versavano i 15 tarì mensili per la sosta della barca[4].

La città di Nardò non poteva in quel tempo possedere una tonnara, in virtù di un antico privilegio ottenuto dalla vicina città di Gallipoli sin dal 1327 da Roberto D’Angiò[5], riconfermato nel 1526 da Carlo V[6], e da un decreto della Regia Camera consegnato al Sindaco dell’Università di Gallipoli, Leonardo D’Elia, il 15 luglio 1628.

Bartolomeo Ravenna ribadiva nelle sue Memorie Istoriche della città di Gallipoli che solo la città di Gallipoli, nel tratto di mare tra S.Maria di Leuca e Taranto, poteva tenere il privilegio di una tonnara, e coi tonni ed altre specie

Dove osavano le aguglie

La baia di Uluzzo sulla costa di Nardò

di Massimo Vaglio

L’aguglia, è un pesce che in genere non gode, gastronomicamente parlando, d’univoca considerazione, ma in alcune località rivierasche è tenuta in alta, e a mio modesto avviso giustificata, considerazione.

Nella marina di Nardò, in particolare, era praticata, ed è tuttora praticata da qualche nostalgico, una forma di pesca tradizionale, utilizzando “lu kuenzu ti l’àcure”, un caratteristico pàlamito a vela appellato anche “kalòma” in altri distretti meridionali.

Per praticare questa pesca si doveva essere profondi conoscitori delle poste, dei venti e delle correnti, pena l’infausta perdita dell’attrezzo che era costato, denaro, e diverse giornate di certosino lavoro. Questa, più che una forma di pesca, era un rito che iniziava con l’armatura dell’attrezzo cui ognuno apportava personali quanto segrete modifiche. Era un rito pure la ricerca dell’esca, che doveva essere costituita da latterini freschissimi e preferibilmente dalla specie appellata “trenula longula” o “gentile”, che generalmente veniva pescata torpedinandola a suon di “trunetti”, ossia con delle piccole bombe, confezionate con tritolo e spoletta, pratica, inutile dirlo, particolarmente pericolosa e vietata.

Il periodo in cui si esercitava questa pesca andava dalla Madonna del Carmine, 16 luglio, a San Martino, 11 novembre. Il via lo dava Zambo, un personaggio piccolo, tarchiato, nero e con dei tratti somatici simili a quelli dei negritos che animano i fumetti di Corto Maltese. Costui, si dedicava per mestiere a questa pesca e appena compariva davanti ai leoni della chiesa del Carmine con le prime reste d’aguglie infilate con il giunco, la stagione di pesca era ufficialmente aperta.

Il teatro di quest’attività, che veniva praticata  quasi esclusivamente dagli scogli, andava dalla Reggia, nella marina di Galatone, che costituiva il limite meridionale, alla Forca, nei pressi di Torre Castiglione, che segnava quello settentrionale.

Santa Maria al Bagno – Nardò

In questo tratto di costa, lungo una trentina di chilometri, esistevano qualche decina di poste, che altro non erano che dei tratti di scogliera non troppo alti da cui si aveva un affaccio diretto sul mare profondo. Le poste più ambite erano quelle di “Nsirragghia” che ospitava la mitica “Posta Mancina”, quelle di “Paritone”, nei pressi di Torre Squillace, meglio nota come “Torre ti Scianuri”, e quelle comprese tra Torre Lapillo e Torre Castiglione, fra cui le famigerate “Poste ti lu Bumbinu”.

I pescatori raggiungevano questi luoghi come meglio potevano, a bordo di cicli, lambrette ed auto che spesso rimanevano in panne lungo i dissestati tratturi: con la coppa dell’olio spaccata, qualche balestra fuori uso o perché si impantanavano.

Ogni pescatore aveva le sue poste preferite che sceglieva  a seconda della direzione da cui spirava il vento. Ognuno inoltre aveva le sue fisime sulle modalità di armamento del pàlamito. Vi erano a proposito diverse scuole di pensiero e tra i vari caposcuola risaltavano due personaggi veramente creativi: Uccio Tondo, poeta e cantastorie popolare con la passione delle aguglie e Memmo Romanello, personaggio eclettico quanto originale, già sottoufficiale di marina, reduce del naufragio di Capo Matapan, orologiaio e apicoltore, ma che esprimeva il meglio di sé nel praticare tutte le forme di pesca sportiva allora conosciute, anche se non  apprezzava  particolarmente alcun piatto di pesce all’infuori, appunto, della “pastina cu lu sucu di àcure” da cui, la predilezione per questa pesca.

Gli attrezzi, erano anche un po’ fonte di vanità, per cui dovevano ben figurare già quando si trovavano nelle ceste ben raccolti in spire. Particolare cura era tributata anche nella preparazione della vela, che era confezionata generalmente in sgargiante tessuto da fodera rosso. Il più bel palamito che io abbia mai visto lo aveva confezionato un vecchio lupo di mare per mio zio Dino che ne perdeva almeno due all’anno: era in cordoncino viola sottilissimo con dei sugheri piccoli e perfettamente sagomati a sezione ottagonale. Lo ricordo benissimo, anche se è passato quasi mezzo secolo, perché contrastava in modo impressionante con quello di mio padre che aveva il trave costituito da una dozzinale treccia di nylon da imballaggio ed i galleggianti costituiti da normali turaccioli di sughero interi, ma che, pur non rispondendo allo standard codificato di nessuna referenziata “scuola”, pescò, nella sua lunga carriera, migliaia d’aguglie.

Di questa gloriosa pesca, ora resta solo il ricordo di grandi spacconate e piccole diatribe tra pescatori, in oziose giornate trascorse in compagnia di sparuti “salinieri”* e “pitanti di mare”**, ultimi rappresentanti di una specie in via d’estinzione, l’uomo libero.

*contrabbandieri di sale                                                                                

**poverissimi pescatori a piedi.

 

 

Il tonno del mare Jonio. Metodi di pesca, qualità, ricette…

TONNI, TUNNIDI E TONNARE           

 

di Massimo Vaglio

Sui tunnidi, o più specificatamente su tombarelli, alalunghe, palamite, tonni rossi, ecc… la gastronomia pugliese poggia su una tradizione peschereccia che risale sin ai tempi della Magna Grecia e che perpetuatasi nei secoli costituiva, in periodo bizantino, come si legge in un antico documento, il ramo più lucroso dell’industria peschereccia e l’oggetto più interessante dell’economia pubblica pugliese. In seguito ebbe grande sviluppo, grazie alle numerose tonnare introdotte durante la dominazione spagnola.

La città di Gallipoli, ebbe secoli di controversie con la limitrofa Nardò proprio per le tonnare e nonostante che la prima esibisse un privilegio attestato in un regio decreto del 1327 a firma del re di Napoli Roberto d’Angiò, la cosa non impensierì mai troppo i rivali, che continuarono imperterriti ad intercettare per primi i tonni che discendevano dal Golfo di Taranto con ben due tonnare, una sita nelle acque di santa Caterina e una nelle acque di Sant’Isidoro.

In seguito al duello si aggiunsero le tonnare di Porto Cesareo, sempre in territorio di Nardò, e quella di Torre Pizzo in territorio di Taviano.  Un’altra tonnara fu per un certo periodo in attività anche a Torre Ovo nei pressi di Campo Marino.

Situate lungo le rotte seguite dai branchi dei tonni e degli altri pesci pelagici, durante le loro migrazioni primaverili e autunnali, queste tonnare erano costituite da una serie di reti disposte nei punti della costa che l’esperienza suggeriva come più adatti. Lo sbarramento principale, detto pedale, era ormeggiato a terra e proseguiva verso il largo per circa due, tre miglia: le reti alte dai venti ai settanta metri, costituite da robuste corde di canapa, erano mantenute a galla da sugheri e fissate sul fondo mediante ancore e grosse

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