Osanna e menhir

di Emilio Panarese

Verso l’anno mille circa dell’era cristiana, invalse l’uso di graffire delle croci con pietre o metalli appuntiti sulle facce di un menhir o di piantarvi in alto delle croci di pietra.

Per questo processo di cristianizzazione i menhir erano chiamati impropriamente culonne o croci o in griko sannà, da osanna (che in ebr. significa “salvaci!”) col significato metonimico altomedievale di “Domenica delle palme”.

menhir “Crocemuzza” o delle Franite (Maglie)

Non bisogna però confondere i menhir, benedetti dai papâs bizantini e adattati a sannà, coi sannà veri e propri o culonne cu ccroci commemorative della Passione di Cristo, innalzati, secondo l’usanza medievale di alcuni paesi della Grecìa salentina, alla periferia del paese e, più tardi, nel ‘600/’700, anche nel centro storico.

È molto probabile che pure il sannà sopra ricordato, nei pressi della chiesa greca magliese di S.Maria della Scala, sia stato un menhir.

croci graffite sul menhir (ph R. Panarese)

Di questo menhir o Crocemuzza, allo Scamata, alla periferia occidentale del paese, non è rimasto che il ricordo nelle antiche carte, com’è avvenuto per l’altro esistente presso la masseria di Maglie o del castello, tra l’ingresso del cimitero e il Palombaro, e quello nei pressi dell’Àviso, a sud della campagna di S. Sidero. E’ andato pure distrutto il menhir detto S. Biagio o Crocemuzza o Croce, al confine tra il feudo di Maglie e quello di Melpignano. Del menhir S. Rocco, poco distante da quest’ultimo, dà notizia solo il De Giorgi. Così di tutti i menhir, esistenti in tempi passati alla periferia più o meno vicina al casale magliese, oggi ne sono rimasti solo tre: quello a S. E., detto menhir Crocemuzza o delle Franite, ad est della strata vecchia di Scorrano, un altro detto Spruno tra la strada ferrata Maglie-Bagnolo,  e quello a N.E. detto menhir Calamàuri (Cfr. gli Inventari di Maglie del 1483/84, A.S.N., “fovea sita et posita in Sannà […] in loco de Scala”, e la cerimonia del 1° gennaio 1585, nella quale i francescani compaiono per la prima volta in Maglie, “piantando la croce appresso il sannà”.

 

(Emilio Panarese, La vicenda storica dei francescani di Maglie, 1585-1982, estr. da “Contributi”, 1982,I,4).

 

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Il suono segreto del Megalitismo

ph Luigi Panico

 

di Stefano Delle Rose

L’archeologia accademica tende a relegare il fenomeno del megalitismo in un periodo che va da IV al II millennio a. C. ; in realtà, grazie alle scoperte di ricercatori indipendenti e appassionati, questa datazione si può arretrare fino al 10-15000 a. C.

Un dubbio però ancora non chiarito è come sia stato possibile che in tutto il mondo, culture diverse tra loro e senza contatti reciproci, abbiano utilizzato la stessa tecnica costruttiva, ossia l’uso di enormi blocchi in pietra, il cui peso spesso superava le 100 tonnellate; gli esempi di costruzioni megalitiche sono numerosi: dalla Bolivia, con la perduta città di Tiahuanaco che un tempo sorgeva sulle sponde del Lago Titicaca, alle Piramidi in Egitto; e ancora, i templi maya e le città fenice di Tebe, Delfi, Micene, Tirinto. A noi più familiare risultano la civiltà nuragica in Sardegna, quella Etrusca e nel Salento i popoli pre-Messapico e Messapico.

Che si tratti di templi, mura, piramidi, menhir, tutti questi popoli sono accomunati dall’uso di enormi pietre, megaliti appunto, nelle rispettive costruzioni.

La prima reazione di fronte a queste costruzioni è quella di chiedersi perchè siano stati utilizzati enormi e pesanti blocchi e non tagli più piccoli e

Il menhir di Monte Vergine

ph Luigi Panico

di Stefano Delle Rose (http://megaliti.fotoblog.it/)

 

Il Salento è una terra ricca di energie. Energie donate dalla Madre Terra, evidenti come le serre che attraversano il territorio in tre linee parallele, che vanno a congiungersi nel Capo di Santa Maria di Leuca; energie nascoste, come l’acqua sotterranea che, grazie al carsismo, scorre nel sottosuolo come un sistema di arterie.

L’uomo preistorico, sempre connesso sulle frequenze della natura per la propria sopravvivenza, sapeva sentire e riconoscere tali energie, al punto da considerare alcuni luoghi come sacri in virtù della divampante energia che ne scaturiva. La sua naturale capacità a servirsi della natura come di un immenso dispositivo energetico, ha fatto si che ancora oggi, laddove la mano distruttiva dell’uomo moderno non è entrata in azione, possiamo beneficiare “energeticamente” di luoghi ma anche costruzioni come menhir, dolmen, triliti e specchie, costruiti millenni addietro.

Uno di questi luoghi è situato sulla Serra di Monte Vergine. Si tratta di un complesso articolato in cui la mano dell’uomo, nel corso dei millenni, ha interagito con le forze benefiche della natura. Situata a circa 7 Km da Otranto, a 96 mt sul livello del mare, l’area si affaccia in direzione est come una vera e propria terrazza rocciosa naturale dalla forma perfettamente circolare; notevole doveva essere la presenza di acqua che dal sottosuolo e in superficie, con una rete di canali tutt’attorno, arrivava ad alimentare il bacino più piccolo dei laghi Alimini, tramite un grande canale oramai in secca.

ph Luigi Panico

In cima alla collina svetta il santuario di Monte Vergine, costituito da ben tre livelli; il più antico e sacro è rappresentato da una grotta, luogo di apparizione della Madonna; sopra si trova una cappella intermedia ed infine, a livello stradale, la chiesa di più recente costruzione. Ritroviamo quindi i tre livelli sacri che è possibile ritrovare in molte antiche culture: il mondo degli inferi, il mondo terreno e il mondo celeste.

Esternamente, in posizione sovrastante la grotta, è situato un menhir che prende il nome dal santuario. Siamo di fronte ad un vero e proprio dispositivo energetico primitivo, l’opera dell’uomo che ha scavato la grotta e costruito il menhir, si intreccia con quella della natura. L’uomo preistorico sapeva riconoscere ed utilizzare gli elementi naturali attorno a lui, sentiva che l’acqua è un potente trasportatore di informazioni e che la grotta funge, oltre che da rifugio, anche da accumulatore di tali informazioni. Costruendo il menhir in cima alla grotta, ha posto una sorta di antenna per ricevere oltre che l’energia terrestre, anche quella cosmica o celeste, arrivando così ad una più totale immersione e comprensione delle forze necessarie al proprio benessere.

Facendo un paragone con la vita e la sensibiltà dell’uomo moderno, basta immaginare il ruolo svolto dai ripetitori radio e televisivi, ormai indispensabili per raccogliere informazioni di ogni tipo.

La conformazione carsica del sottosuolo salentino facilita lo scorrere dell’acqua ed è noto che il potenziale energetico dell’acqua in movimento è sempre elevato; ma è nella grotta il vero e proprio “fulcro energetico”; essa funge da vero e proprio accumulatore energetico nel quale si mescolano le energie scaturite dall’acqua e dalla Terra con quelle cosmiche trasmesse dal menhir. L’acqua che scorre nel sottosuolo cede parte del suo potenziale energetico alla roccia e, di conseguenza, al menhir che contemporaneamente assorbe energia dal cosmo. L’incontro/scontro delle due energie, quella cosmica e quella tellurica, si manifesta proprio all’interno della grotta o anfratto sottostante, provocando un’elevata concentrazione di energia sottile. Quando nell’antichità le grotte erano aperte e accessibili, erano il vero luogo utilizzato per ricevere e utilizzare questa energia naturale. Probabilmente erano il luogo in cui lo sciamano o sacerdote di un gruppo si ritirava per svolgere riti, guarigioni e pratiche necessarie alla comunità.

ph Luigi Panico

La presenza o meno di metalli nella roccia o nel terreno circostante il complesso grotta-menhir amplifica gli effetti energetici. Grazie alla elevata conducibilità elettrica delle sostanze metalliche, la presenza di queste ultime amplifica ed allarga il raggio d’azione del benefico effetto di un dispositivo menhir-grotta e il complesso di Montevergine sorge su un’area il cui strato superficiale è costituito da bauxite.

Sembra non essere un caso che in tutto il mondo i casi di apparizioni, soprattutto mariane e miracoli, siano avvenuti all’interno di grotte in associazione alla presenza di acqua, dove si trova una notevole concentrazione di energie sottili che l’uomo moderno, con le sue “sovrastrutture” mentali, ha spiegato con eventi a lui familiari. Anche nel Salento molti dei casi di apparizioni e miracoli sono avvenuti all’interno di grotte sopra le quali si ergono dei menhir: la grotta di Montevergine in cui è apparsa la Madonna, Carpignano in cui è avvenuto il miracolo della restituzione della vista ad un contadino, San Paolo a Giurdignano, dove ogni anno si rinnovano le richieste di protezione contro il morso della taranta; laddove non si siano verificati miracoli o apparizioni, le tradizioni popolari e la chiesa li hanno “consacrati” come luoghi di protezione e i menhir sono stati cristianizzati con l’incisione o l’affissione di croci sulla sommità. Si potrebbe addirittura ipotizzare che il complesso chiesa-campanile, ma anche moschea-minareto, siano frutto di una antica, ma ormai sopita, consapevolezza del fenomeno da parte dell’essere umano. Si è infatti constatato che il già elevato livello energetico all’interno di una chiesa, aumenta considerevolmente in coincidenza al movimento delle campane, che emettendo vibrazioni che si incanalano dall’interno del campanile fino alla chiesa, incontrano energie telluriche provocando lo stesso fenomeno osservato nel complesso grotta-menhir.

Il passare del tempo e la trasformazione del paesaggio hanno causato la scomparsa di gran parte delle grotte, ma abbiamo ancora a disposizione numerosi menhir che, posti in superficie, risultano essere molto carichi di un’ energia con cui è possibile interagire non soltanto attraverso il contatto ma anche sostando in loro prossimità. La loro influenza infatti si estende nel raggio di centinaia di metri, regolando l’equilibrio energetico-naturale dell’area di pertinenza, tra cui il regime delle acque sia superficiali che sotterranee.

Nel Salento sono diversi i casi di menhir sovrastanti o a ridosso di grotte, ma quello di Monte Vergine è senza dubbio il più evidente e il più facilmente visitabile ed utilizzabile per sperimentare tecniche energetiche e di connessione con la natura.

 

Le foto del menhir e l’appello lanciato da Luigi Panico si possono vedere in:

https://www.facebook.com/#!/media/set/?set=a.210403992357012.55093.100001622386214&type=1

Arnesano. Il villaggio neolitico di Riesci

via Velardo, direzione Riesci (ph Luigi Paolo Pati)

IL VILLAGGIO NEOLITICO DI  RIESCI IN CERCA DI TUTELA. ART. 9 DELLA COSTITUZIONE

 

di Luigi Paolo Pati

 

 Le prime testimonianze della presenza umana, stabilitasi  a Riesci in agro di Arnesano (Lecce), vennero rinvenute in un’area compresa tra Carmiano, Monteroni, Lecce e la stazione di Surbo, già Collezione De Simone, custodita nella Casa Museo di villa S. Antonio in Arnesano; questa ricca e importante raccolta di oggetti litici di età neolitica,  ora è al Museo Provinciale di Lecce ( Nicolucci 1879, Jatta 1914, De Giorgi 1922).

In  prossimità di Arnesano (contrada Li Tufi) furono rilevate tracce di un insediamento dell’età del Bronzo (Delle Ponti 1968).

Tutto il materiale litico e i frammenti di terracotta rinvenuti a Riesci, oltre ai fondi di capanne con intorno i fori dei pali, vasche di raccolta dell’acqua o buchi di libagione, fosse di combustione, alcuni tratti di muro megalitico e ad un articolato sistema viario,  costituiscono i resti del Villaggio Neolitico di Riesci (L.P.Pati 1986 e 2006).

La testimonianza più nota, ampiamente trattata in letteratura, è la sepoltura a grotticella artificiale scoperta nel 1968, completa di corredo, conservato nel

I tufi di Puglia

di Angelo Micello

La Puglia è una monotona distesa di calcari e di una infinita varietà di pietre derivate dalla disgregazione del calcare principale, dette calcareniti. Duri e marmorei i primi, tenere e porose le seconde.

I piccoli granelli di calcare, staccatisi dal banco compatto per diversi fattori (erosione, gelo, ecc..) sedimentati generalmente in ambienti marini e consolidati da leganti carbonatici, riacquistavano nuovamente una discreta consistenza. A seconda della quantità e qualità del legante, dalla durezza e pulizia dei granuli sedimentati e della differente porosità dello strato consolidato si riscontrano famiglie di calcareniti con caratteristiche geotecniche molto differenti.

Si passa da pietre mazzare o carparine, anche difficili da cavare e tagliare a misura, alle calcareniti medie (diffuse su buona parte della Puglia) fino a quella consistenza che sconfina con le sabbie vere e proprie che , appena portate in superficie, si disfano alla pioggia e al vento in pochi anni. Queste ultime le potete riconoscete guardando per esempio i muretti di campagna tra Uggiano ed Otranto sempre in eterno sfarinamento.

Non sempre la calcarenite presenta una consistenza omogenea. Lo strato consolidato può avere stratificazioni con differenti caratteristiche visibili a occhio nudo. E non sempre l’area di affioramento del banco omogeneo è sufficientemente estesa. Là dove lo strato consolidato omogeneo è sufficentemente profondo e di buona estensione, in quel posto è nata sicuramente una cava. Da piccole cave aperte per ricavarci i conci per recintare il fondo o farci il piccolo ricovero di campagna o la volta della cisterna, alle cave he hanno fornito pietra ad una intera città o a tutta una provincia. I segni delle cave nel territorio sono diversissimi. Dai segni appena impercettibili dei tagli per estrarre pochi conci, alle microcave diffuse, in genere in parte rinterrate, fino ad arrivare alle spettacolari buche nel terreno delle cave di produzione vere e proprie. Tutte comunque venivano chiamate tagliate (tajate, tagghiate, ecc..) perchè il tufo appunto si tagliava. Ci sono strati che presentano migliori capacità tecniche scendendo di profondità e allora la cava è profonda, sembra quasi non fermarsi mai.  Oppure addirittura sotterranea. Se invece lo strato migliore era in superficie l’aspetto finale è una cava estesa diffusa nel territorio. I conci, filati a mano sui tre lati con la punta sottile del piccone (zoccu, pico, zappune), ecc.  e poi scalzati da sotto con la lama larga, venivano tirati su a mano o al massimo con l’argano in legno (spitu) o in ferro.  Fino all’avvento del motore a combustione nessun mezzo a traino animale era capace di tirare su un carico di conci dal fondo della cava. Per questo i  percorsi dei traini (tràini) sono rimasti invariati per millenni. Dalle cave agli abitati il percorso era quello e solo quello, col minimo di pendenza perchè il tiro dei cavalli o delle vacche non poteva superare grossi dislivelli. Su queste strade, ovviamente anch’esse di calcarenite, i passaggi delle ruote e degli zoccoli formavano veri e propri binari (cazzature) incassati da cui era impossibile deviare.  Sulla  vecchia via tra Ortelle e Poggiardo ormai il traino scompariva dalla vista infossandosi completamente. Al centro il solco degli zoccoli, sui lati quelli delle ruote, a mezza altezza la risega dei mozzi che strisciavano ormai per terra.

L’enorme base calcarea e calcarenitica ha condizionato l’intero assetto idrogeomorfologico della Puglia. Dal regime delle acque superficiali pressoché assenti, al carsismo sotterraneo, alla civiltà ipogea e la cultura dello sfruttamento delle risorse locali.

L’attività di cavare la pietra tenera da taglio è antichissima.  Dal VIII secolo avanti Cristo in poi l’uomo ha cominciato ad abbandonare i ricoveri in legno e a cominciare a costruire i ricoveri con la pietra. L’avvento del ferro ha consentito il taglio estensivo del banco tufaceo e la produzione di conci sempre più regolari. In alcuni affioramenti sono ancora conservati i tagli di cave di epoca messapica. Nella foto  sotto si vendono i segni di una antica attività estrattiva.

Le pezzature del periodo messapico (ellenistico) sono caratterizzate da dimensioni notevoli.  Blocchi di 50×60x180cm erano lo standard per la costruzione delle mura di cinta delle città fortificate di Muro Leccese, Ugento, Vaste, Castro, Manduria, Cavallino e altre città messapiche. Ancora più grossi sono i conci del Cisternale di Vitigliano. Immensi i blocchi spartani di Taranto, che Virgilio dice posati dal mitico Ercole in persona.

La Puglia non ha mai avuto il gusto della pietra irregolare. Quella al massimo era buona per i muretti di campagna. L’arte messapica e poi romana e l’abbondante disponibilità di tufi hanno creato nei secoli maestranze sopraffine, col gusto dell’assetto, della taglia, dell’immorsatura, dell’intaglio, fino a complicarsi l’esercizio muratorio con le tipiche  facciate barocche o le volte in muratura dette appunto alla leccese.

Della cava non si buttava via nulla.  La polvere del tufo prodotto  dagli infiniti tagli, vagliata ai farnari o alle rezze, si usava per le malte (malte di calce).  Le pezzature strane andavano in fondazione, i conci rotti, a volte impastati col bolo (argille fini con poca calce) riempivano i rinfianchi delle volte o i sacchi interni delle murature più spesse. Era una tecnica derivata dalle fortificazioni aragonesi che associavano un paramento esterno in conci ben squadrati e un nucleo spesso a volte anche molti metri di un conglomerato impastato formato da pietrame, argille rosse finissime (bolo, boliu, ec..) e calce bastarda. Una volta asciugato e cementato diventava monolitico e aveva la giusta plasticità per assorbire senza danni i colpi di cannone. Essendo monolitico non generava spinte laterali e in molti ruderi medievali è più facile che si sia conservato questo nucleo di pietrame che non la facciata esterna di conci squadrati, già crollata da tempo.  Contrariamente a quanto si pensa, se la pietra delle facciate non era eccezionale, anche i castelli e le torri erano intonacate e scialbate a calce. Nel nostro immaginario il castello è fatto di dura pietra mentre molto spesso la pietra più dura era riservata ai soli cantoni, ai decori e alle merlature. Il resto era molto più arrangiato ed economico e spesso intonacato.

Quando mi trovo ad operare in zone agricole, cerco sempre di leggere i segni più apparenti del paesaggio per capirne la natura profonda. Dal tipo di terreno agricolo, se rosso, chiaro, compatto, argilloso, dalla vigoria e dalla taglia degli  alberi piantati, dalla presenza di cisterne scavate e infine dai muri di cinta. I muri raccontano come un libro aperto la caratteristica del terreno. Se non ci sono muri sui confini ci si deve aspettare che lo strato roccioso sia profondo o inesistente a profondità accettabili per la cavatura. Se i muretti sono fatti con pietrame informe la roccia calcarenitica è spesso affiorante o poco profonda, ma non buona a cavarsi perchè non omogenea e facile a spezzarsi. Se sui muri di cinta noto dei grossi blocchi quasi regolari allora in quei fondi o in quelli vicini si è cavato. Spesso si è cavato senza la certezza assoluta di trovare un banco omogeneo e compatto. Si tirava via lo strato superiore (spesso più compatto e tenace, ma non sempre) per esplorare le linee di cava inferiori e di quei primi strati superiori si tiravano fuori velocemente grossi blocchi molto pesanti. Non importava la taglia, la modularità o il peso, venivano velocemente portati sui confini del fondo e allineati in piedi in fila indiana per lungo o per corto. Dalle mie parti quel tipo di concio è chiamato “pentime” e con pentime si indica sempre un concio esagerato fuori misura.

Foto di Carlo Mariano da Picasa Web – Salento

Spesso, sotto il primo cappellaccio nervoso, disomogeneo o venato di durissima calcite, non si trovava il tesoro sperato e la cava veniva abbandonata. Quei cappellacci compatti, quasi dei lastroni di cemento, scalzati e posizionati su altri lastroni hanno formato i dolmen. Per questo i dolmen si addensano su parti ben precise del territorio pugliese, proprio là dove la chiancara è affiorante, distinguibile e già naturalmente scollata dal fondo sottostante. Se il lastrone è pure leggermente sollevato rispetto al terreno, nello strato tenero inferiore ci fanno le tane le milogne (i tassi) o le volpi che vi allargano le filature della roccia e creano dei sistemi di tane con più ingressi e ambienti. Quei fondi spesso prendono il toponimo di “rutte” o “rutticeddrhe”.

La stratificazione e il consolidamento quasi orizzontale nelle acque marine determina dei possibili piani di scollamento ben definiti. Se i lastroni dei dolmen si scollano per dimensioni importanti e per spessori considerevoli, ci sono altre calcareniti, che come la più famosa ardesia, si spaccano in sottili lastre e si usano per rivestire pareti o pavimentare spazi esterni. La più famosa è la pietra a spacco di Alessano, un centro del Basso Salento che dal punto geologico presenta singolari eccellenze. La pietra a spacco di Alessano è la più tenera delle lastre con cui si confronta sul mercato. E’ molto più tenera del porfido o della scorsa di Trani, e viene ancora estratta a mano da volenterosi contadini sulla serra di Alessano che scollano gli strati affioranti e li vendono al quintale.

La proprietà di rompersi secondo un determinato piano, in Geologia è detta clinaggio e le lastre di Alessano si scollano in spessori anche di pochi centimetri sul piano orizzontale, quello appunto di sedimentazione. Il porfido si rompe su ben tre piani tra loro ortogonali (e per questo è facile farci i cubetti dei sanpietrini), e proprio più avanti sulla cresta della serra di Alessano che scollina sul paese di Acquarica è facile vedere calcareniti  compatte rotte in tanti piccoli parallelepipedi quasi regolari. Sono fratturazioni da stress che caratterizzano le pietre più dure e che spesso si osservano proprio nei banci di calcare vero e proprio. Le ho osservate anche sulle strade ad ovest di Spongano, sulla Corigliano-Galatina, e sulla costa di Porto Cesareo e nei lunghi viaggi per Bari dove il calcare o la calcarenite più dura si affacciano spesso  sulla statale.  E’ grazie al clinaggio che è possibile ricavare le sottili lastre che coprono i trulli della Valle d’Itria. Anche questa è terra di buoni calcari: qui si cava e si vende  per esempio la pietra di Cisternino.

Ogni provincia ha le sue cave: Cisternino, Fracagnano, Taranto, Massafra, Lecce, Ugento, Acquarica, Alessano, Fasano, Mottola, Grottaglie, Lizzano, Palagianello, Gravina, Montemesola, Monopoli, Castellaneta, Spinazzola, Copertino, Portocesareo, Gallipoli, Cutrofiano e Canosa. Con queste cave si è costruita mezza Puglia. Le pietre dure (calcaree) hanno il loro regno al nord nel tranese e nella foggiana Apricena. Nel Basso Salento sono famosi i calcari scuri di Soleto, quelli bianchi porcellanei di Castro e Santa Cesarea Terme. Ma è più facile che i nuovi basolati che vanno ricoprendo le piazze della Puglia siano fatti da una delle tante varianti di pietra di Apricena che i tranesi vendono ancora con la vecchia denominazione di pietra di Trani.

Tornando alle nostre calcareniti, che volgarmente usiamo chiamare tufi, e i più pignoli tufi calcarei per distinguerli dai tufi veri e propri che sono propriamente di origine vulcanica e risultano dalla compattazione dei lapilli e delle ceneri vulcaniche (diffuse nel Lazio e in Campania), le cave che ho avuto modo di visitare sono tutte nel Basso Salento. In particolare le cave di Matine che molti confondono col paese di Matino, ma che in realtà è una località a nord di Alessano e che ha fornito all’edilizia una delle pietre più sfruttate per ogni bisogno. Gialla, dura ma ancora lavorabile al taglio della mannara per farci i conci sagomati delle volte (mpise e petre lamie). Sono rimaste poche cave, quasi tutte a conduzione familiare, e per assurdo la pietra superiore rossiccia è quella più apprezzata dalla clientela. Prima la si scartava, non piaceva ai muratori e si passava velocemente alle taglie inferiori più dure e giustamente colorate.

Scollinata la serra di Alessano si ritrovavano le cave a nord di Acquarica. Oggi sembrano un paesaggio lunare. Tanti piccole cave di scarsa profondità a cercare la pietra che valeva la pena tagliare, sperando di cacciare il pezzo da vendere intero dopo tanta fatica a filarlo. I più vecchi per dare del testardo a qualcuno usano dire che aveva la testa dura come la pietra di Acquarica. A noi, cresciuti sulla roccia viva di Castro e Santa Cesarea, non sembrava poi un’offesa tanto grave. Ad Ugento ancora si cava su poche aree ma con una certa professionalità. I proprietari sono dei cavatori storici. Sono le famiglie di Taurisano che coltivano anche le cave sulla Alezio-Gallipoli, le famosissime cave della località Madre Grazia, il più bel carparo in assoluto della Puglia. E’ tanto bello che non lo si vende più a conci, viene tagliato in fette sottili per rivesterire con lo stesso concio quanta più parete possibile. E’ ricercato da artisti e artigiani per farci qualunque cosa. Le pietre di Matine, Acquarica e Ugento si assomigliano, sono gialle e carparine, ma rozze, mentre il Madre Grazie tanto è duro, omogeno e perfetto da sembrare quasi finto.

L’attività dei cavatori non è monopolio dell’interno della penisola. Tracce di cave si trovano anche sulle scogliere carparine ( Torre dell’Orso, Santa Cesarea, ecc.) dove si possono vedere i segni del piccone anche mezzo metro sotto il livello del mare. Dove la calcarenite prende il posto del calcare sulla linea del mare lo spettacolo è assicurato. L’erosione diventa più capricciosa formando falesie, scogli, grotte come nel Gargano, Torre dell’Orso, Porto Miggiano.

Troverete molte descrizioni di varietà e sottovarietà dei tufi calcarei salentini, quello da sapere è che alla fine il muratore faceva solo tre distinzioni pratiche.

La pietra mazzara, quasi un dispregiativo, una iattura da lavorare. La macchina quadratufi si piantava, la mannara, quell’ascia a doppio taglio col manico curvato per non ferirsi le nocche delle mani, anche se usata dal lato del filo più piccolo, faceva solo fumo e scintille. Si teneva da parte per infilarlo intero da qualche parte o per farci qualche rinforzo dove le pressioni nelle murature erano più elevate. E mazzaro finì che divenne l’epiteto che si dava alle persone gravi, poco sensibili, rozze. Era raro che si cavasse e quasi scartato all’origine. Solo l’avvento delle macchine da taglio con motore elettrico nelle cave permetteva di continuare il taglio regolare delle bancate anche passando attraverso strati di pietra mazzara.

La pietra carpara era la pietra di eccellenza per la costruzione. Robusta ma ancora lavorabile. Proprio perchè dura era possibile estrarla in conci molto lunghi. La lunghezza del concio è un fattore estremamente importate nell’arte muratoria. Più è lungo il concio, e maggiore è il meccanismo di ingranaggio per attrito che si crea tra i vari filari. Quasi una tirantatura naturale che coi modesti conci dei tagli attuali non è più possibile ottenere. Chi costruisce oggi in muratura, specie le volte, è costretto a tirantare tutto con pilastri e cordoli di calcestruzzo armato.  Un concio di carparo può arrivare anche alla lunghezza di 4 palmi, quasi un metro. Questi pezzi speciali si usavano per ante sulle porte, per legare angoli, aggettare sbalzi. I menhir sono il monumento alla calcarenite cavata. Un concio medio sui 3 palmi pesa 70 chili e se bagnato anche di più, e  potete capire perchè le scale dei muraturi sono così buffe  coi loro scalini stretti stretti. Un passo alla volta per salire di pochi centimetri senza piegare troppo i muscoli delle gambe. Un manipolo ne tirava su centinaia al giorno, caricandoseli da solo sulla spalla. Li lasciava sulla muratura in costruzione, in fila davanti al  suo maestro. Il maestro era la cucchiara e il suo sforzo non era da meno. Calare quei conci coi soli muscoli delle braccia o dei polsi su ponti di  legno aggiustati alla buona era proprio da maestri.  L’occhio era importante.  Se si dosava la giusta quantità di malta  alla  calata del pezzo bastavano poi pochi colpi di martello pesante per piombarlo e assettarlo. Se le cose andavano male bisognava tiralo su in qualche modo e rimediare. I polpastrelli alla sera erano un misto di calli e sangue. Il carparo non si taglia alla sega. I più teneri, se non contenevano fossili,  si potevano accorciare alla misura col serracchio a due mani, ma più spesso era la mannara a fare la misura. Dopo l’intacca continua sul contorno, il colpo definitivo per lo spacco e poi la rifinitura a squadro della testa.

La peculiarità dei prospetti in pietra carpara era quella di poter rimanere a vista, e di poter essere anche scalpellata per fare ornati anche se più grossolani di altre pietra da scalpello. Molte chiese salentine hanno i prospetti principali e secondari a facciavista. Il carparo, ben accostato, difficilmente faceva passare le acque di pioggia e dopo un po’ si impermeabilizzava completamente con la formazione di uno strato superficiale di muffe ed efflorescenze. Un buon carparo resisteva senza problemi all’erosione dei venti. Il carparo esposto alla pioggia si antica virando sul grigio perdendo il colore originario.

Al livello più basso di durezza della pietra da cantiere era quella tenera, quella sola che il muratore chiamava col termine tufo. Le cave per antonomasia erano quelle di Cutrofiano nel leccese e di Fracagnano nel tarantino. Due pietre quasi simili, bianche, tenere, buone per farci le tramezzature interne o i conci sagomati delle volte. Negli anni settanta si cominciò ad usarlo anche sugli esterni, ma richiedeva per forza l’intonacatura. Negli anni ottanta le cave ipogee di Cutrofiano quasi smisero di produrre e i tufi furono garantiti dalla pietra appena un po più dura di Fracagnano. La pietra, bianca,  è tenerissima, segabile e addirittura gli aggiustamenti di pochi centimetri si potevano fare con la raspa (striglia). Spesso la presenza di fossili (gusci di molluschi, conchiglie, ecc.) ne deprezzava proprio questa caratteristica. I valori geotecnici si riducevano di molto, la pietra lasciata all’esterno senza protezione poteva anche erodersi in breve tempo,  ma la lavorabilità era ineguagliabile.

Una famosissima calcarenite è anche la Pietra Leccese o Pietra di Cursi, il liccisu (o liccisa). Contiene un po’ di marne nella pasta finissima e omogenea e si presta a molte lavorazioni particolari. Essendo conosciutissima per i lavori artistici di molte case, palazzi e chiese salentine,   non mi dilungo sulla sua descrizione.

La struttura di una costruzione poteve essere mista. Pietrame poco squadrato, messo di coltello (di punta, di testa, di taglio, ecc.) serviva per la parte in fondazione. Costava qualcosa meno e fino a pochi decenni fa era ancora possibile trovare un prezzo più basso per questi murature nei contratti edili. Oggi costa tutto uguale perchè i conci, anche quelle artificiali, sono tutti selezionati. La struttura portante poteva essere in qualunque tipo di tufo calcareo, dipendeva molto dalla prossimità delle cave  e dal tipo di pietra che vi veniva cavata. A Lecce o nella Grecia Salentina, vista l’abbondanza quasi esclusiva di Pietra Leccese, si costruiva interamente in pietra leccese. Fondazioni, murature, volte e opere di decoro. Più ci si allontanava dalle cave di pietra leccese (liccisu) e più ne diminuiva l’impiego. Solo le committenze più ricche potevano inviare i traini per chilometri a prendere i blocchi della pietra da scalpello per eccellenza. Nelle costruzioni più modeste ci si limitava ai pochi decori e spesso venivano imitati pure con pietre più povere. Indispensabile e diffusissima era la lastra (chianca) di Pietra Leccese o di Cursi (due grossi bacini di affioramento della calcarenite marnosa)  che veniva ricavata col taglio a sega dal concio base delle dimensioni di 25×35×50 cm circa. Se ne ricavavano quattro, cinque o sei per concio secondo lo spessore desiderato.  Le più spesse potevano essere usate per pavimenti interni. Subivano molto l’abrasione, si consumavano moltissimo lungo le zone di passaggio e si pulivano male. Quando arrivò il cemento furono sostituite quasi integralmente dai massetti di cemento più o meno artistici (seminati, alla veneziana, ecc..).  Sopravvivono solo alcuni esempi di pavimenti di chianche in alcune vecchie case in genere non utilizzate o ristrutturate da moltissimi anni. Oggi il pavimento di chianche viene riproposto anche grazie ai trattamenti consolidanti e idrofughi offerti dalla chimica. Lo si può trovare anche perfettamente calibrato per un montaggio senza giunto. Le lastre più sottili impermeabilizzavano le volte delle coperture e il sistema è ancora oggi reputato tra i migliori sistemi di copertura. Le chianche sostituirono  completamente la copertura a cocciopesto (triula), una sorta di intonaco con capacità idraulica (induriva e non si scioglieva in acqua) che ricopriva i cozzi delle volte in muratura. I livellini di pietra leccese sui parapetti delle coperture (petturrate) furono invece un lusso quasi recente.

Il concetto costruttivo alla base era molto semplice. Si ricorreva al concio di migliore resistenza o di dimensioni superiori allo standard  (i due palmi del cosidetto palmatico  di 20×25x50cm ) solo quando era strettamente necessario. Il maestro migliore era quello che realizzava la migliore struttura partendo dalla stessa dote di pietra in cantiere. Perchè a costruire solo con le pietre migliori, selezionate, lunghe e ben squadrate erano bravi tutti. Se i lastroni di pietra leccese  costavano troppo per  coprire un piccolo corridoio ci si ingegnava a realizzarlo a botte con i conci ordinari. Se l’altezza non lo permetteva si ricorrerava alle tecniche della malizia e se proprio non se ne poteva fare a meno solo allora si mandavano i traini alle cave più lontane per avere il concio lungo monolitico.

Potendosi scegliere la pietra di cantiere, di carparo si realizzavano le murature esterne ed interne, che poi si intonacavano o si scialbavano a calce, in pietra leccese le cornici e i fascioni e tutti i decori esterni, pure i lastroni di copertura dei piccoli ambienti e i gradini delle scale. Spesso pure le appese (‘mpise), cioè i primissimi conci delle volte che sopportano le pressioni maggiori e che  era opportuno fossero ricavate da un unico concio più grosso, fuori misura, opportunamente conformato. Di pietra leccese erano spesso i voltini (‘moichi) delle porte e delle finestre. La pietra più tenera si teneva per le volte dove ogni concio andava lungamente sagomato per fatti suoi per potersi inserire in un complesso incastro di volte a crociera con una particolare cuola ellissoidica al centro. Ogni concio poteva avere il suo nome. Cappello di prete era per esempio il concio che terminava l’unghia d’angolo della volta a squadro, ‘Sammureddrhu era il concio finale delle mpise.

La dimensione dei conci si è standardizzata nel periodo aragonese su quasi tutto il meridione. Dall’unità di misura superiore della canna si passava a quella del palmo. Sulle misure dei conci troverete in rete molte indicazioni (parmaticu, piezzottu, curiscia, testa, ecc.) e anche sulla modalità di posa per realizzare le murature (purpitagnu, muraja, de puntu, ecc..)  Anche la tecnica muratoria si è standardizzata nella dominazione spagnola. Se osservate una chiesa seicentesca o un vecchio castello ci trovate già tutti gli elementi tipici delle costruzioni in muratura dei secoli successivi, dalla misura dei conci alla forma delle volte.

Come dicevano all’inizio, l’arte della muratura a sacco si consolida in periodo aragonese. La matrice dell’impasto è formata da una miscela di argille fini selezionate e calce spenta. E’ la stessa composizione della malta dei giunti delle murature e se ne impastava in grandi quantità quando c’era da riempire le intercapedini interne o i rinfianchi delle volte. L’impasto era chiamato murtiere e il termine è rimasto come sinonimo di insozzamento incontrollato. Nell’impasto fresco si accostavano per bene le pietre di ogni pezzatura e forma compattando meglio possibile realizzando una sorta di calcestruzzo ciclopico. Potendo disporne, perchè in Puglia i depositi naturali erano molto scarsi, si aggiungeva pozzolana, un legante idraulico già conosciuto dai Romani. L’impasto una volta consolidato raggiungeva una ottima consistenza e se fatto con la pozzolana o altro legante idraulico poteva anche non sciogliersi più anche se nella muratura o nelle volte ci fossero state infiltrazioni di acqua. La tecnica era notissima ai Romani, anzi già una legge del 105 a.C. la “lex puteolana faciundo”, poneva l’obbligo di rendere idraulica tutta la malta di calce dei riempimenti murari e altre disposizioni successive posero dei limiti allo spessore dei muri a sacco per consentire l’indurimento (carbonatazione) della malta di calce.  Il termine “calcis structum” latino da cui è derivato il termine calcestruzzo indica proprio l’impasto interno alle murature a sacco (murti tunicati).  Sulla chimica delle malte non mi dilungo perchè merita un articolo a parte. Ricordo solo brevemente che il calcare (puro) cotto è il componente esclusivo della calce usata in edilizia e che il moderno calcestruzzo è una miscela intima di argilla e calcare cotti fino a incipiente vetrificazione.  

 Le infiltrazioni di acque all’interno della struttura o del concio sono spesso letali. Tutte le prove di laboratorio dimostrano che la calcarenite perde almeno il 30% delle propria resistenza a compressione e a trazione se bagnata. E pure un pessimo rinfianco fatto solo di argille e pietrame senza consolidante si poteva liquefare con l’intrusione di acqua e ingenerare spinte laterali maggiori di quelle previste. Pure la malta di sola argilla rossa (bolo) poteva liquefarsi e il tutto si trasformava in una pericolosa disarticolazione degli elementi della struttura. Molte costruzioni di campagna, appena non hanno avuto la solita cura dei lastricati e dei prospetti, sono andate in malora. Quasi sempre è proprio il crollo dei rinfianchi a manifestarsi per primo. Nel passato la malta è stato il punto debole delle murature. In origine non serviva per incollare i conci tra loro, ma solo per realizzare uno strato di contatto e di ripartizione delle tensioni tra un concio e l’altro. Se due conci dovessero poggiare soltanto su pochi punti di contatto la rottura dei due conci sotto i carchi sovrastanti è inevitabile. Per questo si stendeva un feltro di qualunque cosa, terra rossa, tufo o malta di calce vera e propria.

Le malte avevano caratteristiche tecniche inferiori ai conci e per questo la presenza di uno strato troppo grosso di malta (o terra) riduceva la capacità portante della muratura nel suo insieme. L’unico modo per ovviare al deprezzamento statico della muratura era curare la planarità delle facce e l’accostamento accurato dei giunti fino a ridurli a uno spessore di pochi millimetri. Nelle costruzioni in pietra calcarea o in pietra leccese, dove la scelta di un ottimo materiale di base denotava fin dall’inizio il bisogno di ottenere una muratura di capacità medio-alte, il filo del giunto è appena visibile. Questo richiedeva dimensioni perfette dei conci (alla taglia) e la posa in opera con maestria. Tutti noi sappiamo quale è il termine che indica la malta nel dialetto salentino, ma se questa aggiustava le cose in qualche modo, compensando la scarsa qualità dimensionale dei conci o l’imperizia del muratore, la presenza di grossi giunti squalificava di molto l’opera. Nei primi decenni del secolo passato una delle prove per accettare l’opera era quella di infilare un coltellino nei giunti e regolarsi di conseguenza circa la profondità dello sprofondamento. Con l’avvento del cemento, che pure nelle malte da costruzione si è affermato con molto ritardo, qualunque malta di sabbia e cemento ha capacità superiori alla migliore pietra calcarenitica disponibile e il problema non si pone più.

L’acquisto dei tufi era un momento importante nella vita di un pugliese. Se nel periodo della fanciullezza il padre si premurava di acquistare per il figlio maschio un lotto edificatorio (sidile) alla maggiore età si  cominciava ad accatastare i conci per la futura costruzione. Nell’edilizia dei secoli passati la spesa della muratura in opera era quasi il costo dell’intera casa. Oggi è l’esatto contrario. I conci caricati a mano nella cava e scaricati ancora a mano venivano preventivamente quadrati ad uno ad uno a mano per ridurli alla taglia. Negli anni questo lavoro fu affidato alle quadratufi  e oggi molte cave producono conci perfettamente rettificati già al primo taglio di cava.

“tagliate” dismesse in territorio di Nardò

L’avvento dei solai piani e la produzione dei blocchi per muratura confezionati col calcestruzzo pressovibrato, poi dei laterizi alveolati e infine dai calcestruzzi alleggeriti o termoisolanti hanno dato un duro colpo all’attività estrattiva dei tufi.  Anche le norme sulla tutela della salute dei lavoratori hannno contribuito a far scomparire dai cantieri il  pesante concio di pietra naturale. Una risorsa, culturale ed economica, che a fronte del danno derivante dalla trasformazione di parte del territorio interessato all’attività estrattiva restava tuttavia ecocompatibile quasi al 100%. Nessun petrolio per cuocerli nessuna discarica speciale per riaccoglierli a fine carriera. Se ancora una casa degli anni cinquanta è possibile demolirla e ricavarci farina di tufo quasi al 100%, le attuali case sono rifiuto speciale al 100%.

Se avete lo sguardo curioso vi sarete accorti che da qualche anno si rivedono in giro nuovamente edifici col rustico realizzato in tufo. Nessun laterizio o blocco di cemento. I loro padroni non sono i soliti nostalgici del passato, ma gente che si è messa a fare bene i conti e ha scoperto che il sedicente progresso costa e non mantiene tutte le promesse. Ma di questo parleremo negli articoli successivi, molto più tecnici e specialistici ai quali questo articolo è solo una veloce premessa.

Terminologia: tajata, filatura, zoccu, pico, zappune, palancu, palamina, cugnu, spitu, nsartu, trozzula, rezza, farnaru, piezzu, cuccettu, pentime, parmu, liccisu, mazzaru, carparu, tufu, tufaru, sapunaru, pilumafu, cuzzaru,  tinciularu, quadrare, basciatura, parmaticu, purpitagnu, muraja, testa, chiamentu, schiamentu, misura, scarciu, vantaggiatu, spalla, marteddrhu, mazzetta, squadru, chianula, brusca, strija, chiummu, rivellu, cucchiara, cardarina, consa, cauce, cimentu, pala, roddrulu, triula, irmice, utticeddrha, sterna, scarda, ligna, corda, taja,  pedimenti, chianca, chiancune, scalune, pede e malizia, arcu e malizia, volta, maddrhotta, a squadru, a spigulu, a utte, cavetta, sammureddrhu, mpisa, cappeddrhu e prete, petre lamie, lamia, liama, mescia, cozzu, chiai, petturrata, rivellinu, mojcu, murtieri, inchimentu,  cazzafitta, traìno, quadratufi, manipulu, frabbicature, mannara,  capicanale.

 

per gentile concessione di Angelo Micello, che si ringrazia per la cortesia. Grati anche a Carlo Mariano per la foto contenuta nell’articolo. L’articolo è stato pubblicato sul blog dello stesso Autore, cui si rimanda: http://www.micello.it/?s=tufi+di+puglia   e su Spicilegia Sallentina n°7.

Osanna e menhir

di Emilio Panarese

Verso l’anno mille circa dell’era cristiana, invalse l’uso di graffire delle croci con pietre o metalli appuntiti sulle facce di un menhir o di piantarvi in alto delle croci di pietra.

Per questo processo di cristianizzazione i menhir erano chiamati impropriamente culonne o croci o in griko sannà, da osanna (che in ebr. significa “salvaci!”) col significato metonimico altomedievale di “Domenica delle palme”.

menhir “Crocemuzza” o delle Franite (Maglie)

Non bisogna però confondere i menhir, benedetti dai papâs bizantini e adattati a sannà, coi sannà veri e propri o culonne cu ccroci commemorative della Passione di Cristo, innalzati, secondo l’usanza medievale di alcuni paesi della Grecìa salentina, alla periferia del paese e, più tardi, nel ‘600/’700, anche nel centro storico.

È molto probabile che pure il sannà sopra ricordato, nei pressi della chiesa greca magliese di S.Maria della Scala, sia stato un menhir.

croci graffite sul menhir (ph R. Panarese)

Di questo menhir o Crocemuzza, allo Scamata, alla periferia occidentale del paese, non è rimasto che il ricordo nelle antiche carte, com’è avvenuto per l’altro esistente presso la masseria di Maglie o del castello, tra l’ingresso del cimitero e il Palombaro, e quello nei pressi dell’Àviso, a sud della campagna di S. Sidero. E’ andato pure distrutto il menhir detto S. Biagio o Crocemuzza o Croce, al confine tra il feudo di Maglie e quello di Melpignano. Del menhir S. Rocco, poco distante da quest’ultimo, dà notizia solo il De Giorgi. Così di tutti i menhir, esistenti in tempi passati alla periferia più o meno vicina al casale magliese, oggi ne sono rimasti solo tre: quello a S. E., detto menhir Crocemuzza o delle Franite, ad est della strata vecchia di Scorrano, un altro detto Spruno tra la strada ferrata Maglie-Bagnolo,  e quello a N.E. detto menhir Calamàuri (Cfr. gli Inventari di Maglie del 1483/84, A.S.N., “fovea sita et posita in Sannà […] in loco de Scala”, e la cerimonia del 1° gennaio 1585, nella quale i francescani compaiono per la prima volta in Maglie, “piantando la croce appresso il sannà”.

 

(Emilio Panarese, La vicenda storica dei francescani di Maglie, 1585-1982, estr. da “Contributi”, 1982,I,4).

 

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