Il melograno in due oli di Palizzi

di Armando Polito

Le recenti piogge hanno anticipato quest’anno di qualche settimana un fenomeno normale. Le melagrane si spaccano e, con un po’ di fantasia da parte nostra, assumono l’aspetto di contenitori aperti che fanno bella mostra dei loro commestibili rubini. Non è per rovinare l’immagine più o meno poetica, ma ci sono anche quelle che evocano l’aspetto di una vecchia bocca sdentata …

Dell’albero e del frutto ho avuto già l’occasione di parlare e per chi se l’è perso o non sa che si è perso (purtroppo potrà saperlo solo dopo averlo letto; altro che mi piace di facebook o, meglio ancora il condividi obbligatorio se vuoi vedere un certo filmato che promette chissà che! …) segnalo il link http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/.

Oggi non voglio affaticarmi troppo e me la caverò con le immagini di tre pitture ad olio sul tema, opere di Filippo Palizzi.

 

Autoritratto di Filippo Palizzi, Palazzo d'Avalos, Vasto (immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/it/temi/viewItem.jsp?language=it&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_86981)
Autoritratto di Filippo Palizzi, Palazzo d’Avalos, Vasto (immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/it/temi/viewItem.jsp?language=it&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_86981)

Prima di farmi da parte, ecco su di lui una breve nota: nato a Vasto nel 1818  riprese la vena realistica tipica dei pittori della Scuola di Posillipo, la quale celebrò i suoi fasti nel terzo decennio del XIX secolo, conferendo alla sua pittura dei connotati quasi fotografici; non a caso il Palizzi fu uno dei primi pittori che si interessarono di fotografia.  Rispetto al soggetto la sua sconfinata produzione si può schematicamente dividere in tre filoni in cui la prospettiva gioca un ruolo determinante: scorci rurali con figure umane o animali, figure umane o animali che occupano quasi tutta la scena; primi piani totali; un po’, per tornare alla tecnica fotografica, come se oggi si usassero, più o meno per la stessa inquadratura un grandangolo,  un tele non troppo spinto e uno spinto oppure, in alternativa, le posizioni opportune dello zoom.

Le tre immagini che seguono vogliono essere la dimostrazione sintetica dello schema appena proposto.

La primavera. Milano, Gallerie di Piazza Scala immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Artgate_Fondazione_Cariplo_-_Palizzi_Filippo,_La_primavera.jpg
La primavera. Milano, Gallerie di Piazza Scala
immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Artgate_Fondazione_Cariplo_-_Palizzi_Filippo,_La_primavera.jpg
Ragazza sulla roccia a Sorrento. Milano, Fondazione internazionale Balzan immagine tratta da http://www.artribune.com/2012/03/lottocento-italiano-in-tutte-le-sue-versioni/7-168/
Ragazza sulla roccia a Sorrento. Milano, Fondazione internazionale Balzan
immagine tratta da http://www.artribune.com/2012/03/lottocento-italiano-in-tutte-le-sue-versioni/7-168/

Questo soggetto fu particolarmente caro al Palizzi, tanto che lo replicò diverse volte cambiando solo qualche dettaglio. Sarà un caso, ma tra tutte le sue opere che ho potuto vedere (sia pure solo in foto), proprio questa è quella che, per parlare in stile facebookiano, mi piace di più.

Giovinetta alla sorgente. Roma, Galleria d’arte moderna e contemporanea immagine tratta da http://catalogo.archividelnovecento.it/html/immagine.htm?IMM=../GNAM/fotografico/opere%20P/File1116%20Palizzi-%20Giovinetta%20alla%20sorgente.jpg&INFO=Palizzi%20Filippo,%20Giovinetta%20alla%20sorgente%20(NA)
Giovinetta alla sorgente. Roma, Galleria d’arte moderna e contemporanea
immagine tratta da http://catalogo.archividelnovecento.it/html/immagine.htm?IMM=../GNAM/fotografico/opere%20P/File1116%20Palizzi-%20Giovinetta%20alla%20sorgente.jpg&INFO=Palizzi%20Filippo,%20Giovinetta%20alla%20sorgente%20(NA)

Le sue innumerevoli opere sono conservate in varie gallerie e una parte cospicua, costituita da 300 dipinti donati dallo stesso artista nel 1891, è custodita a Roma nella Galleria d’arte moderna e contemporanea,

È tempo di chiudere con le immagini promesse, anche se la loro definizione (proprio la loro! …) è inferiore a quella delle precedenti.

  Albero di melograno e donna che ne raccoglie i frutti (1864), Roma, Galleria d’arte moderna e contemporanea

Albero di melograno e donna che ne raccoglie i frutti (1864), Roma, Galleria d’arte moderna e contemporanea
Albero di melograno, donna con bambina (1864), Museo Rivoltella, Trieste
Albero di melograno, donna con bambina (1864), Museo Rivoltella, Trieste

 

La “seta” (il melograno/la melagrana) 5/5

di Armando Polito

Quest’ultima puntata, anzi l’intero lavoro, inizialmente diviso in sei parti, lo dedico al comune amico Nino Pensabene, che recentemente ci ha lasciato e per il quale proprio io, abituato a giocare con le parole come l’acrobata col filo, non sono stato capace di usarne neppure una per associarmi all’unanime e sincera commozione che tanti amici lettori hanno manifestato e che anch’io non potevo non provare.

Siccome ora protagoniste saranno le immagini, è necessario fare riferimento  ad alcuni miti attraverso  le testimonianze degli autori che ce li hanno tramandati e che non ho inserito,  per motivi pratici e per evitare ripetizioni, tra le testimonianze letterarie.

Nell’Inno a Demetra, che fa parte degli degli Inni Omerici (VII°-VI° secolo a. C.), si racconta di Κόρη (leggi Core; come nome comune significa fanciulla), figlia di Demetra, rapita da suo zio Ade e trascinata negli Inferi perché diventi la sua compagna. Demetra, dopo lunghe peripezie, ottiene, per così dire, la raccomandazione di Zeus che invia il suo messaggero Ermes da Ade per intimargli di liberare Persefone. Ma il re degli Inferi, prima di rilasciarla, le fa mangiare un chicco di melagrana. Con questo gesto Ade vincerà la causa poi intentatagli da Demetra poiché Zeus considererà quel chicco di melagrana, in quanto offerto, come prova di cura maritale e, in quanto mangiato, come prova di consenso.

Pseudo Apollodoro (I secolo a. C.), Bibliotheca, I, 25: “Questi (Orione) sposò Side [nell’originale Σίδην (leggi Siden), accusativo di Σίδη (leggi Side)] che gettò nell’Ade poiché aveva osato gareggiare in bellezza con Era”.

Diodoro Siculo (I secolo a. C.), Bibliotheca historica, V, 62, 1: C’è a Castabo del Chersoneso un sacro tempio di una semidea della cui sfortuna non è degno tacere. Su di lei sono tramandati molti e differenti racconti. Ricordo quello dominante e condiviso dagli abitanti della regione. Dicono che da Stafilo e Crisotemide nacquero tre figlie di nome Molpadia, Roiò [nel testo originale Ῥοιώ (leggi Roiò)] e Parteno,  che Apollo congiuntosi con lei la rese incinta e che per questo il padre, adirato come se ci fosse stato uno stupro da parte di un uomo, gettò in mare la figlia dopo averla chiusa in un baule. Essendo stata trasportata la cassa a Delo essa partorì un figlio che chiamò Anio. Roiò sorprendentemente salva pose il bambino sull’altare di Apolli e chiese al dio di salvarlo se era suo figlio. Dicono che Apollo allora occultò il bambino e dopo essersi preso cura della sua crescita e avergli insegnato l’arte della divinazione lo elevò a certi grandi onori.

Clemente Alessandrino (II-III secolo d. C.), Protrepticus: “Come per esempio anche le donne che celebrano le Tesmoforie si guardano bene dal mangiare i chicchi della melagrana [nell’originale ῥοιᾶς (leggi roiàs), genitivo singolare di ῥοιά (leggi roià)] caduti per terra, perché credono che i melograni (nell’originale ῥοιάς, accusativo plurale di ῥοιά) siano nati dalle gocce del sangue di Dioniso.”.

Queste leggende, riportate peraltro con varianti, sono considerate dagli studiosi collegate fra loro e riconducibili ad una fase della storia dell’umanità in cui ancora non si praticava l’agricoltura; dunque antichissime. Qui mi preme, però, sottolineare i risvolti religiosi (che, mai abbandonati, verranno fatti propri dal Cristianesimo: basti pensare al modello iconografico della Madonna della melagrana1 in cui il frutto come simbolo della fertilità e della Passione celebra la sua consacrazione artistica dopo quella teologica) perché essi trovano conferma nei dati archeologici.

 

L’oggetto, rinvenuto ad Egina, datato dal 1850 al 1550 a. C. e custodito nel British Museum, di Londra, è la raffigurazione più antica della Potnia theròn2 e le placche pendenti  sono da considerarsi melagrane stilizzate, come conferma a distanza di secoli l’evoluzione del modello che sarà documentata in una delle prossime foto.

È il frammento di un bassorilievo ittita del IX secolo a. C. raffigurante la dea Kubaba [è l’antenata della greca Κυβήβη (leggi Chiubebe) o Κυβήλη  Κυβέλη  (leggi entrambi Chiubele) e della latina Cybebe o Cybele], rinvenuta a Karkhemish (Turchia) e facente parte della collezione del Museo delle civiltà anatoliche di Ankara. La dea stringe nella destra una melagrana.

Nimrud, pannello del trono di Salmanassar III (IX secolo a. C.).

Gioiello in elettro raffigurante la Pòtnia theròn, rinvenuto in una tomba a Kamiros nell’isola di Rodi, datato tra il  700 ed il 600 a. C. e conservato nel British Museum di Londra. Da notare che la dea non appare, come nel primo documento, alata, che  due leoni3 hanno preso il posto preso il posto delle anatre e dei serpenti e i ciondoli sono inequivocabilmente melagrane.

 

Bassorilievo rinvenuto a Crysapha (nei pressi di Sparta), datato al VI secolo a. C. e custodito nell’Altes Museum di Berlino; la dea regge nella sinistra una melograna e la seconda figurina in basso a destra regge nella mano qualcosa di molto simile ad un fiore di melograno.

 

Hera in trono con melagrana nella destra, terracotta del VII secolo a.C., Museo Archeologico nazionale di Paestum.

 

 

Kore con la melagrana nella sinistra e una corona nella destra (580-570 a. C.), Museo dell’Acropoli, Atene.

 

Ade e Persefone in trono in un pinax (tavoletta) in terracotta del V secolo a. C. rinvenuto a Locri Epizefiri e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La dea regge nella destra un gallo (sacro alla dea e simbolo della luce e della vita) e nella sinistra quella che sembra una zolla di terra da cui fuoriescono alcuni steli, tre dei quali con spighe; il dio regge con la destra una patera e con la sinistra steli di una pianta di problematica identificazione; tra i piedi lo scettro che nell’iconografia usuale, invece, impugna con la sinistra; in basso a sinistra di un altro gallo mi pare di vedere un cestino contenente tre melagrane.

La melagrana, invece, compare inequivocabilmente al centro della parte sinistra del pinax (stesso luogo di rinvenimento, stessa datazione, stesso luogo di custodia) che segue, raffigurante Persefone.

 

 

Melagrana votiva in terracotta da contrada S. Anastasia a Randazzo (probabilmente V secolo a. C.), Museo Paolo Vagliasindi, Randazzo.

Tomba del melograno (IV-III secolo a. C.)  ad Egnazia.

Busto di donna con melagrana, terracotta votiva rinvenuta a Capua , probabilmente del terzo secolo a. C., custodita nel Museo Campano di Capua.

Seguono alcune testimonianze pittoriche, anche se esse non hanno una valenza religiosa come quelle appena finite di esaminare, ma esclusivamente estetica.

10

 

Villa di Livia (metà del I secolo a. c.), Roma, dettaglio di un affresco raffigurante un giardino.

 

Mosaico da Pompei (II stile, 80 a. C. – fine del I secolo a. C.), Casa del Fauno (VI, 12, 2-5); nel festone sono rappresentante maschere tragiche, foglie e frutta di melagrano, melo, pero, pino, vite, papavero, quercia, edera, platano, alloro e olivo.

Affresco da Pompei (III stile, fine del I secolo a. C.- metà del I d. C.), Casa dei casti amanti (IX, 12, 6).

Coppa con melagrane (II stile, 80 a. C. – fine del I secolo a. C.), dalla Villa A di Oplonti.

Dopo la piccola pausa estetica delle raffigurazioni pittoriche siamo in dirittura d’arrivo o, se preferite, al punto di partenza, cioè alla città di Side e, andando al titolo, alla parola dialettale  da cui eravamo partiti: seta. I rapporti tra la città di Side e la melagrana sono stati ampiamente dimostrati, in modo, credo, determinante nella seconda parte, quella dedicata alle testimonianze numismatiche.

Non a caso questa è la presentazione riservata al visitatore:

 

In Europa l’unica forma, per così dire, di istituzionalizzazione della melagrana che io conosca è lo stemma della città di Granada, che riporto di seguito.

 

Rimane da dire che il dialettale seta è il diretto discendente di quel σίδα (leggi sida), variante beotica dell’attico σίδα (leggi sida) incontrato nella terza puntata. Chi, perciò, ha la tentazione di mettere in campo la seta, cioè il prodotto del baco, ci rinunci, anche se la pellicola che avvolge i vari settori in cui sono contenuti i chicchi con la sua consistenza e lucidità seriche avrebbero potuto all’inizio esercitare la loro suggestione.

Sempre nella prima puntata mi ero riservato di dimostrare che tutto il mondo è paese. Lo faccio con la foto che segue, relativa ad una spiaggia di Side, con molta amarezza perché, parafrasando e adattando Dante, aver compagno al mal colpa non scema, a meno che i mattoni forati che si notano in basso a destra non siano antichi e la mia ignoranza abissale.

Giusto per distrarci un po’, inserisco quello che di solito per altre specie vegetali ho fatto all’inizio, cioè la scheda del melograno, chiedendo scusa se la struttura stessa della scheda e l’esigenza della sua completezza mi obbligano a ripetere qualcosa già detta (sarà una scusa per dissimulare un incipiente o, peggio ancora, avanzato  rincoglionimemto?):

nome scientifico: Punica granatum L.

nome della famiglia: Punicaceae

nome italiano: melograno (per l’albero); melagrana (per il frutto).

nome dialettale neretino: seta (per l’albero e per il frutto4).

 

Etimologie: Il nome scientifico costituisce un obbrobrio grammaticale perché unisce un aggettivo femminile (Punica=cartaginese, fenicia; dall’odierna Tunisia fu importato a Roma) con uno neutro (granatum=che ha i grani). Per me non c’è altra spiegazione se non il fatto che in latino la melagrana è malum granatum (mela che ha i grani) in Columella, oppure Punicum malum (melo fenicio) o semplicemente Punicum in Plinio oppure solo granatum ancora in Columella e in Plinio, mentre il melograno è Punica arbos (albero fenicio) in Columella,; insomma, per non scontentare nessuno dei due autori citati, Punica granatum nasce dal Punica arbos di Columella (con sottinteso arbos) e dal granatum di Columella e Plinio, quando, per non fare torto pure alla grammatica, sarebbe bastato Punica granata. Punicaceae è forma aggettivale da Punica. Melograno è tratto da melogranato con influsso di grano. Il nome dialettale neretino seta, usato anche in alcune altre zone del Leccese, del Tarantino e del Brindisino, deriva, come ho già detto, dal greco sida (forma beotica per l’attica side; proprio la variante sida è usata a Gallipoli, oltre che a Tricase).

Non rimane che celebrare la ricorrenza di oggi con il proverbio Ti santu Frangiscu la seta allu canìsciu5.  Auguri a tutti i Francesco!

Mi piace intanto immaginarmi Nino che dietro la sua barba francescana abbozza un sorriso. Che sia di gradimento o di ironico compatimento poco m’importa: per me sarebbe già tanto aver goduto, ancora una volta, della sua attenzione. 

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/20/la-seta-il-melogranola-melagrana-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/23/la-seta-il-melogranola-melagrana-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/29/la-seta-il-melogranola-melagrana-46/

______________

1 Tralasciando esempi famosissimi (su tutti Botticelli e Leonardo), riporto di seguito due testimonianze salentine, rispettivamente Madonna con Bambino, Cripta di S. Mauro Abate di Oria e Madonna della Salute, Cattedrale di Nardò.

 

 

2 È la trascrizione del greco Πότνια θηρῶν (leggi Pòtnia theròn)=Signora degli animali.

3 Non si può escludere che si tratti di un dettaglio mediato dall’iconografia di Cibele in cui i due leoni simboleggiano Melanione ed Atalanta trasformati da Zeus in questi due animali e condannati a trascinare il carro della dea per aver profanato un suo tempio.

4 Così è di regola, a parte pignu (pino)/pigna (pigna) e, credo, pochi altri.

5 (Nel giorno) di san Francesco (4 ottobre) la melagrana nel canestro. Il proverbio è comune a tutta l’area salentina, anche se canìsciu è, non a caso, una variante che nel vocabolario del Rohlfs è citata, tanto per il Brindisino che per il Leccese, da fonti scritte (per il Leccese anche canìscia). Probabilmente si tratta di un adattamento ad esigenze di rima non completamente assolte dal momento che il risultato finale è un’assonanza, proprio come è avvenuto nel nostro proverbio. Il citato vocabolario registra per Vernole canìstru, mentre, stranamente, vi è assente la variante  neretina canèscia.

La “seta” (il melograno/la melagrana) 4/5

di Armando Polito

Come annunciato alla fine della precedente puntata, sul melograno testimonieranno ora gli autori latini.

Marco Porcio Catone (III-II secolo a. C.), De agricultura,  7, 51 e 126: ”(Pianta) alberi da frutto, meli cotogni piccoli, meli cotogni scanziani, quiriniani, pure altre specie per preparare conserve, meli (che producono frutti) dolci come il mosto e melograni; lì conviene aggiungere alla radice orina di maiale o sterco, perché diventi cibo delle piante”;  “I polloni che nasceranno dall’albero lontani da terra premili sotto terra e togli l’estremità affinché radichi; poi dopo due anni estraili e piantali. Conviene che il fico, l’olivo, il melograno, il melo cotogno e tutti gli altri alberi da frutto, l’alloro, il mirto, le noci di Preneste, il platano, tutti si propaghino dall’estremità e che siano cavati e piantati in tal modo”, “Contro le coliche e le diarree e se danno fastidio tenie e vermi, prendi trenta melagrane acerbe, pestale, mettile in un orcio e versa tre congi di vino nero aspro.   Sigilla con pece l’orcio. Dopo trenta giorni aprilo e usane il contenuto; bevine a digiuno un’emina”.

immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/index.las?mod=s&tout=cato
immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/index.las?mod=s&tout=cato

Marco Terenzio Varrone Reatino (II°-I° secolo a. C.): De agricultura, I, 59:“…le melagrane [secondo alcuni vanno conservate] in un contenitore [pieno] di sabbia dopo aver eliminato i loro peduncoli….Le melagrane (si conservano) anche nella sabbia già raccolte e mature e pure acerbe, ancora attaccate al loro ramo, poste in una pentola senza fondo; e se le metti nella terra e sistemi questa intorno al ramo per proteggerlo dall’aria esterna esse non solo si mantengono integre ma diventano pure più grandi di quando stavano sull’albero”; “…[le api] assumerebbero solo il cibo dal melagrano e dall’asparago, dall’olivo la cera, dal fico il miele, ma non buono”.

immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/?refphot=anmpx27x3327&mod=s
immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/?refphot=anmpx27x3327&mod=s

Giunio Moderato Columella (I° secolo d. C.): De agricultura, XII, 42, 1-3; V, 10; XIII, 46, 2-7; X, vv. 242-243: “Preparazione di un medicamento contro le coliche, chiamato Mediante i frutti: In una pentola di creta nuova o di stagno si cuoce un’urna di mosto di un vigneto di Aminea e venti mele cotogne grandi pulite e melagrane dolci, che sono chiamate puniche, intere e sorbe non troppo dolci divise in due e tolti i semi, che siano pari a tre sestari. Questi ingredienti vengono cotti così che tutti i frutti si sciolgano col mosto; e ci sia un ragazzo  che con una spatola di legno o con una canna mescoli i frutti perché non corrano il rischio di bruciare. Poi, a cottura avvenuta, perché non rimanga molto succo si raffredda il tutto e si filtra e tutto ciò che è rimasto nel filtro viene diligentemente tritato perché diventi uniforme e di nuovo viene cotto coi carboni  nel suo stesso succo a fuoco lento perchè non si bruci, finché non rimane un sedimento come feccia. Tuttavia, prima che il medicamento sia tolto dal fuoco, al tutto si aggiungono tre emine di profumo di Siria pestato e setacciato e si mescola con la spatola perché si amalgamino con gli altri componenti; infine il medicamento dopo che si è raffreddato viene posto in un vaso di creta nuovo impeciato e questo cosparso di gesso viene sospeso in alto perché non ammuffisca”; “Il melograno si pianta in primavera fino al 1° aprile. Se produce un frutto amaro o poco dolce va posto rimedio in questo modo. Con sterco di maiale e umano  e bagna le radici con orina umana vecchia. Questa operazione rende l’albero fertile e per i primi anni il frutto del gusto del vino, successivamente anche dolce e privo di semi. Noi diluiamo nel vino un po’ di succo di silfio cirenaico e con questo strofiniamo le cime dell’albero; questa operazione corregge il gusto amaro dei frutti. Perché le melagrane non si spacchino sull’albero basta collocare presso la stessa radice, quando pianterai l’albero, tre pietre; ma se l’albero è stato già piantato pianta una scilla vicino alla radice. Altro espediente: quando i frutti saranno già maturi, prima che si spacchino, torci i peduncoli da cui pendono. In tal modo si conserveranno anche per un anno intero”; “Alcuni, per cominciare dai frutti con grani, torcono i peduncoli delle melagrane così come stanno sull’albero, perché i frutti non siano spaccati dalle piogge e aprendosi vadano perduti e li legano al ramo maggiore perché restino immobili. Poi con reti di sparto chiudono l’albero perchè il frutto non sia beccato dai corvi o dalle cornacche o da altri uccelli. Altri applicano ai frutti pendenti piccoli vasi di creta e dopo averli spalmati di fango misto a paglia li lasciano attaccati agli alberi; altri rivestono i singoli frutti di fieno o di paglia e li spalmano con uno spesso strato di fango misto a paglia e così li legano ai rami più grandi perché, come dissi, non siano agitati dal vento. Ma debbono fare tutto questo, come dissi, quando il cielo è sereno senza rugiada; tuttavia questi espedienti o non sono da applicare perché gli alberi quando sono piccoli vengono danneggiati o cetamente in modo continuato negli anni, soprattutto dal momento che è possibile pure mantenerle intatte dopo che sono state raccolte: infatti anche in casa in un luogo asciuttissimo vengono fatte fosse di tre piedi e lì dopo aver deposto un pò’ di terra minuta vengono infissi rametti di sambuco; poi quando il cielo è sereno le melagrane vengono raccolte con i loro peduncoli e applicate ai rametti, [poiché il sambuco ha un midollo così aperto e tenero che facilmente accoglie i peduncoli delle melagrane]. Ma bisognerà fare attenzione che non siano distanti da terra meno di quattro dita e che i frutti non si tocchino fra loro; alla fossa fatta viene messo un coperchio e si spalma con fango misto a paglia e si sovrappone quella terra che era uscita dallo scavo. Questa cosa può essere fatta pure in un vaso, sia che uno voglia aggiungere la terra dello scavo fino a metà contenitore sia che, c’è chi lo preferisce, sabbia di fiume e fare per il resto come già detto. Il cartaginese Magone consiglia di riscaldare ad alta temperatura acqua marina e di versarne un po’ su quelle melagrane, legate con corda di lino o di sparto, finché non si scolorano e dopo averle tolte di seccarle al sole per tre giorni, poi di appenderle in un luogo fresco e, quando sarà necessario, metterle a bagno in acqua fredda dolce per una notte e un giorno prima di servirsene. Ma egli stesso suggerisce di spalmare con uno spesso strato di creta da vasaio con l’opportuna pressione i frutti appena colti e quando l’argilla sarà secca di appenderle in un luogo fresco, poi, al momento di servirsene, di immergerle in acqua e di sciogliere la creta. Questa tecnica mantiene il frutto come se fosse stato appena raccolto. Sempre lo stesso Magone consiglia di stendere al fondo di un orcio di creata nuovo segatura di pioppo o di leccio e disporla in modo tale che possa essere pressata; poi. fatto il primo piano [posando le melagrane], di spargere nuovamente la segatura e di disporre allo stesso modo i frutti e di continuare così finché l’orcio non è pieno; quando è stato riempito, di metterci un coperchio e di sigillarlo accuratamente con uno spesso strato di fango. Poi ogni frutto destinato ad essere conservato va raccolto col suo peduncolo ma anche con il rametto, se ciò può avvenire senza danno per l’albero; infatti questo prolunga moltissimo la conservazione“; “Subito quando il melograno si riveste di un fiore color del sangue, che matura con lo splendente rivestimento del granello…”.

l’incipit del De re rustica di Columella in un manoscritto del XV secolo (immagine tratta da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9065994p.r=columella.langEN)
l’incipit del De re rustica di Columella in un manoscritto del XV secolo (immagine tratta da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9065994p.r=columella.langEN)

Che la melagrana in Roma fosse un frutto particolarmente apprezzato e presumibilmente costoso lo si deduce da due epigrammi di Marco Valerio Marziale (I° secolo d. C.). Nel primo (è il 43° del I° libro) si rimprovera ad un avaro (di nome Mancino), che finalmente ha offerto una cena a trenta commensali, di aver messo in tavola solo un cinghialetto e “non quelle pere che pendono legate con i virgulti di ginestra o la melagrana che imita le rose ancora in bocciolo…”; nel secondo (è il 20° del VII° libro) il protagonista è un commensale ghiottone ed avaro a tal punto che in un lembo della tovaglia, insieme con gli altri resti del pranzo, da lui con l’intenzione di vendere successivamente il tutto “viene messa da parte l’uva passita e pochi chicchi di melagrana…”.

Pur mettendo in conto la tendenza ad esagerare tipica della satira. la conclusione è che, comunque, la melagrana non era un frutto povero.

edizione degli Epigrammi del 1490 custodita nell’Archivio del governo di Aragona, in Spagna (immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marcial._Epigrammata._1490.jpg?uselang=it)
edizione degli Epigrammi del 1490 custodita nell’Archivio del governo di Aragona, in Spagna (immagine tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marcial._Epigrammata._1490.jpg?uselang=it)

Aulo Cornelio Celso (I° secolo d. C.): De medicina, II, 24 e 30; IV, 12, 24 e 26; VI, 7, 10 e 11; V, 19:  “[Fanno bene allo stomaco] pure le pere, quelle che si conservano, quelle di Taranto e di Signa, la mela rotonda o della Scandinavia (?)1 o di Amelia o la mela cotogna o la melagrana”; “…e [sono astringenti] soprattutto quei frutti che sono chiamati anticolica, le mele cotogne e le melagrane…”; “È un valido rimedio [contro il mal di stomaco] il succo del ravanello , ancora più valido quello della melagrana amara mescolato con una quantità pari di succo di melagrana dolce, con l’aggiunta pure di succo di cicoria selvatica e menta, in minima parte di quest’ultima…”; “[Chi è affetto da elmintiasi] …dopo aver mangiato molti aglio vomiti e il giorno successivo raccolga le sottili radichette del melograno, quante ne può stringere una mano; dopo averle pestate le cuocia in tre sestari di acqua finché ne rimane la terza parte; a questo punto aggiunga un po’ di nitro e beva la pozione a digiuno”; “Al tempo della vendemmia bisogna mettere in un grande vaso pere e mele selvatiche; in mancanza di queste vanno bene le pere di Taranto verdi o quelle di Signa o le mele della Scandinavia (?)1 o quelle di Amelia, o quelle profumate; bisogna aggiungerci mele cotogne e con tutta la corteccia melagrane, sorbe, e altri frutti anticolica più usati, così che essi riempiano la pentola per un terzo; a quel punto essa va riempita di mosto e il tutto va cotto finchè tutti i componenti introdotti non si amalgamino. Il prodotto non è sgradevole al gusto e preso quando è necessario funge da antidiarroico senza alcun danno per lo stomaco…Terzo rimedio [contro la diarrea] che può essere adottato in qualsiasi momento: scavare una melagrana e dopo avere eliminato i grani metterci le membrane che c’erano attorno a loro; poi versare uova crude, mescolare con una spatoletta; poi collocare lo stesso frutto sulla brace in quanto, finché all’interno c’è umore, non brucia; quando comincia ad esser secco è necessario rimuoverlo e mangiare ciò che c’è all’interno dopo averlo estratto con un cucchiaio… E [contro la diarrea] vien dato da bere vino di Signa o vino aspro mescolato con resina o qualsiasi vino aspro. Si pesta una melagrana insieme con la corteccia e i suoi grani e si mescola con tale vino; uno lo può sorbire puro o lo può bere misto ad altro”; “Se nelle orecchie c’è pure pus correttamente va infuso da solo unguento licio o di iris o succo di porro con miele o succo di centaurea con passito o il succo di melagrana dolce riscaldato nella sua corteccia con l’aggiunta di una piccola parte di mirra”; “…se pure esce (dalle orecchie) materia e c’è gonfiore non è fuori posto ripulire con un clistere auricolare a base di vino misto (ad acqua] e successivamente infondere vino aspro misto a olio rosato cui sia stato aggiunto un po’ di ossido di zinco o medicamento di Licia con latte o succo di sanguinella con olio di rosa o succo di melagrana con una piccola parte di mirra”; (Contro la tonsillite) viene spremuto il succo da una melagrana dolce e nella quantità di un sestario viene cotto a fuoco lento finchè non assume la consistenza del miele”; “Le ulcere della bocca se presentano infiammazione e sono un po’ purulente e rosseggianti si curano ottimamente con quei medicamenti che si ricavano dalle melagrane”.

Impressionante, poi, il numero di ricette in cui la nostra pianta entra, da sola o in compagnia, nella confezione di empiastri per facilitare l’estrazione del pus (VI, 9), contro il mal di denti(V, 20) e nella confezione di pillole (da macerare nell’aceto prima dell’uso) atte alla cura delle ferite recenti (V, 21), e dell’ugola infiammata(V, 22).

 

immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/index.las?mod=s&mod=s&tout=celsus
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È scontato che la serie delle testimonianze non può prescindere da Plinio (I° secolo d. C.) che nella sua Naturalis historia alla melagrana riserva un posto privilegiato. Nel capitolo 34 del libro XIII così scrive: “Ma [l’Africa] vicino a Cartagine rivendica a sè nel nome la melagrana [malum Punicum, alla lettera mela punica2] ; altri la chiamano granata. Li distinse anche in generi, chiamando apirena quella in cui manca il nucleo legnoso ma di natura è più bianca, gli acini sono più dolci e separati da membrane meno amare. Comune è un’altra loro struttura, come nei favi. Cinque sono le specie di quelle che hanno il nocciolo: dolce, amara, mista, acetosa, vinosa. Quella dell’isola di Samo e quella d’Egitto si distinguono in eritrocomi [dalle chiome rosse] e in leucocomi [dalle chiome bianche]. Si usa molto la corteccia di quelle acerbe per conciare il cuoio. Il fiore si chiama balaustio, adatto a preparare medicine  e a tingere le vesti, il cui colore ha preso da loro il nome”.

Le proprietà medicamentose trovano la più ampia, continua e specifica celebrazione nei capitoli 57-61 del libro XXIII: “ È estremamente inutile ripetere ora i nove generi di melagrane. Tra di loro le dolci, che abbiamo chiamato con altro nome apirene, sono ritenute inutili per lo stomaco, generano flatulenza, ledono i denti e le gengive. Quelle che dopo queste dicemmo vinose per il sapore e che hanno un piccolo nocciolo sono considerate un pò più utili. Bloccano la diarrea e il mal di stomaco, purché siano in modica quantità e uno non se ne sazi. Ma devono essere date in modica quantità, sebbene sarebbe meglio non darle proprio, in presenza di febbre non avendo alcuna utilità la polpa degli acini né il succo. Se ne deve astenere chi ha conati di vomito o versamento di bile. In queste la natura non fece vedere né l’uva né il mosto, ma subito il vino. Entrambe hanno la corteccia aspra che è molto usata quando sono acerbe. Il popolo ha appreso soprattutto a conciare il cuoio con essa, per cui i medici la chiamano malicorio. Insegnano che con quella si stimola la diuresi e che cotta nell’aceto con galla rende stabili i denti traballanti. È richiesta contro la fiacchezza delle gestanti poiché al solo gustarla muove il feto. La melagrana viene divisa e lasciata macerare per circa tre giorni in acqua piovana. Questa è bevuta fredda dai celiaci e da coloro che sputano sangue. Dall’acerba si ricava un medicamento che si chiama stomatico, utilissimo per le malattie della bocca, delle narici, degli orecchi, contro l’oscuramento della vista, contro escrescenze di carne sulle unghie, ai genitali, contro quelle malattie che chiamano nome [ulcere corrosive] e alle piaghe che si formano sulle ferite. Contro il morso della lepre marina in questo modo: si toglie la corteccia, si pestano gli acini e si cuoce il succo, finchè non si riduce a un terzo, con mezza libbra di zafferano, di allume tagliato, di mirra e di miele attico. Altri fanno in questo modo: vengono pestate molte melagrane acetose, il succo viene cotto in una pentola nuova fino a raggiungere la densità del miele; il preparato serve ai difetti di virilità e alle malattie del sedere e contro tutte quelle malattie che si curano col medicamento licio, contro il pus che fuoriesce dalle orecchie, contro l’influenza incipiente, contro le macchie rosse. I rami dei melograni portati in mano mettono in fuga i serpenti. La corteccia del melograno cotta nel vino e applicata come empiastro sana i geloni. La melagrana pestata in tre emine di vino, cotta fino a ridurla ad un’emina, elimina le coliche e le tenie. La melagrana posta in una pentola nuova e sigillata da un coperchio, arrostita nel forno e poi pestata e bevuta nel vino blocca la diarrea, elimina le coliche. Il primo prodotto di questo frutto che comincia a fiorire dai Greci è chiamato citino, cosa di grande considerazione  per molti. Se uno di questi, libero da ogni impedimento di cintura o di scarpa e perfino di anello ne coglie uno con due dita, il pollice e l’anulare della mano sinistra, e così, sfiorati con un tocco leggero gli occhi, lo mette subito in bocca e lo inghiottisce senza che tocchi i denti, si afferma che in quell’anno non patirà nessuna malattia degli occhi. Gli stessi calici dei fiori seccati e pestati reprimono le escrescenze carnose, curano le gengive e i denti; se questi ultimi sono mobili va usato il loro decotto. Gli stessi granelli pestati vengono applicati ad empiastro sulle piaghe che tendono ad estendersi e ad imputridire, allo stesso modo in caso di infiammazione degli occhi e degli intestini e quasi in tutti quei casi in cui si usa la corteccia. Tengono lontani gli scorpioni. Non si ammira mai a sufficienza la cura e la diligenza degli antichi che, osservata ogni cosa, non lasciarono nulla di intentato. In questo stesso calice del fiore ci sono dei fiorellini, naturalmente prima che si formi la melagrana, che abbiam detto essere chiamati balaustio. Avendo fatto delle prove scoprirono che tengono lontani gli scorpioni. Se bevuti bloccano il ciclo mestruale nelle donne, sanano le ulcere della bocca, le tonsille, l’ugola, l’emottisi, i flussi del ventre e dello stomaco, le ulcere che emettono liquido in qualsiasi parte. Così per fare un esperimento li seccarono e scoprirono che i malati di dissenteria erano salvati dalla farina che se ne ricava pestandoli e che la diarrea veniva bloccata. Tostati e pestati giovano allo stomaco, sparsi sul cibo o sulla bevanda. Per stabilizzare l’intestino sono bevuti in acqua piovana. La radice cotta produce un succo che, nella dose di un vittoriato27, elimina le tenie. La stessa cotta nell’acqua offre gli stessi vantaggi del licio. C’è anche il melograno selvatico così chiamato per la somiglianza. Le sue radici dalla rossa corteccia bevute nel vino nella dose di un denario propiziano il sonno. Bevendo il suo seme l’acqua che si è accumulata sotto la pelle si prosciuga. Le zanzare sono messe in fuga dal fumo della corteccia del melograno”.

E poi, come già era successo per Celso, riferimenti sparsi qua e là: (XX, 82): “Il seme (di coriandro) bevuto col succo di melagrana elimina i parassiti intestinali”; (XXI, 42):  “Bisognerebbe tenere lontane [le api] dal corniolo. Se assaggiano il fiore muoiono per disturbi intestinali. Il rimedio consiste nel dare loro sorbe pestate con miele o urina umana o di buoi o chicchi di melagrana bagnati di vino di Aminea”; (XXII, 44): “La medesima (la radice del sonco nero) cotta con olio e col calice del melagrano è di aiuto contro le malattie delle orecchie”; (XXII, 48): ”Alle escrescenze del sedere (giova il succo del silfio) cotto in aceto con la corteccia del melograno”; (XXII, 70): “Il decotto (di lenticchia) si applica alle ulcere della bocca e dei genitali, al sedere con olio di rosa o di cotogna; in quei casi in cui c’è bisogno di un rimedio più energico con scorza di melagrana ed aggiunta di un po’ di miele”; (XXIII, 42): “(L’olio di mandorla) giova anche alle orecchie cotto con olio di rose o miele e con un rametto di melograno, elimina i vermetti che ci sono in esse, elimina la pesantezza d’udito, i suoni confusi e i tintinnii, nello stesso tempo i dolori di testa ed oculari”; (XXIII, 63): “(Il latte del fico) con la melagrana (giova) contro le pellicine che si formano intorno alle unghie”; (XXIII, 80): “(L’olio di alloro delfico giova) contro il dolore di orecchi riscaldato con corteccia di melograno”; (XXIV, 37): “(Il succo di salice) riscaldato con olio di rosa in una scorza di melagrana viene infuso nelle orecchie”; (XXIV, 79): “Erasistroto contro il dolore di denti instillò nell’orecchio opposto al dente dolorante cinque semi di questa (dell’edera) pestati in olio di rosa e riscaldati con corteccia di melograno”; (XXVIII, 27): “Tra le medicine che si estraggono dagli alberi c’è un nobile medicamento che chiamano oporice. Si ricava contro la dissenteria e le malattie dello stomaco in un congio di mosto bianco cuocendo a fuoco lento cinque mele cotogne con i loro semi, altrettante melagrane, un sestario di sorbe, un’uguae misura di quello che chiamano sommacco di Siria e mezza oncia di zafferano. Si cuoce finché non ha raggiunto la consistenza del miele”; (XXVIII, 49): “(Dicono che) la vulva (della iena) data da bere con la corteccia di melograno giova alla vulva delle donne”; (XXIX, 39): “Cura i denti pure la colla da falegname empiastrata dopo essere stata cotta in acqua e tolta subito dopo in modo che i denti vengano lavati con vino in cui siano state cotte bucce di melagrana dolce … I Greci lo chiamano onisco, altri tilo. Dicono che è efficace contro i dolori di orecchi cotto in scorza di melagrana e succo di porro”; (XXXII, 37):: “Gli epiletticI, come dicemmo, bevono il caglio del vitello marino con latte di Cavalla o di asina o col succo di melagrana, certi con aceto al miele”; (XXXV, 52) “Se (l’allume) è falsificato lo si scopre col succo di melagrana. Quello genuino, infatti, con quella mistura diventa nero … (l’allume cura] con succo di melagrana cura pure le malattie delle orecchie”; (XXXVI, 27): “Bevono quella (l’ematite) con succo di melagrana pure quelli che sputarono sangue”.

immagine tratta da http://www2.biusante.parisdescartes.fr/img/index.las?mod=s&tout=plinius
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Chiudo con Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV° secolo d. C.), anche se in gran parte nel suo De re rustica ripete quanto detto dagli autori precedentemente citati: (IV, 10): ”Pianteremo i melograni nel mese di marzo o aprile nei luoghi temperati, a novembre in quelli caldi e secchi; quest’albero ama il terreno ricco di creta, magro, ma si sviluppa anche in quello grasso. È adatta per lui la regione che è calda. Si pianta con i polloni strappati dalla radice della madre, ma, sebbene venga piantato in molti modi, è meglio tuttavia che un suo ramo lungo un cubito, il cui spessore sia pari a quello che una mano può circondare3 e alleggerito alle due estremità con una falce tagliente, venga messo interrato obliquamente in una buca; prima però le estremità devono essere spalmate di sterco porcino; la stessa cosa può essere fatta anche dopo interrandolo direttamente a colpi di maglio. Le cose vanno meglio se si prende dalla pianta madre un ramo già gemmato. Ma, se colui che lo mette nella buca avrà l’accortezza di mettere tre pietre sulla radice, i frutti non si spaccheranno. Bisogna fare attenzione a non piantare il virgulto al contrario. Si crede che il frutto diventa aspro se la pianta viene irrigata assiduamente; infatti la siccità ne fa aumentare la dolcezza e la produzione, anche se quando essa è eccessiva va effettuata una modesta irrigazione. La pianta va zappata all’intorno in autunno e in inverno. Se dà frutti amari bisogna versare un pò di succo di silfio pestato nel vino sulla cima dell’albero o, scalzate le radici, inserire un paletto di pino. Altri sotterrano presso le radici alga marina, alla quale parecchi mescolano sterco di asino o di porco. Se non conserva il fiore mescola urina vecchia con una pari misura di acqua e versala sulle radici tre volte all’anno. Per un solo albero basterà il contenuto di un’anfora. Oppure metti morchia non salata o poni vicino alle radici alga e irriga due volte al mese; oppure dovrai cingere il tronco dell’albero in fiore con un cerchio di piombo o avvolgerlo con pelle di serpente. Se i frutti si spaccano metti in mezzo alle radici una pietra o intorno all’albero pianta la scilla. E se, mentre i frutti pendono, ne torci i peduncoli così come stanno sull’albero li conserverai intatti per tutto l’anno. Se sono attaccati dai vermi tratta le radici con fiele di bue e immediatamente moriranno; oppure se li pungi con un chiodo di bronzo difficilmente nasceranno; o rimedierà l’urina di asino mista a sterco di porco. La cenere con la lisciva frequentemente sparsa intorno al tronco del melograno rende gli alberi floridi e fruttuosi. Asserisce Marziale4 che i grani diventano candidi se si mescola a gesso un quarto di argilla e creta e per un triennio intero si applica la mistura alle radici. Dice che diventano di stupefacente grandezza se intorno al melograno viene applicata una pentola di creta ed in essa viene chiuso il ramo col fiore legato ad un paletto perché non si sposti; poi la pentola chiusa va difesa dall’ingresso dell’acqua. Aperta in autunno restituirà un frutto della sua grandezza. Lo stesso autore dice che sul melograno crescono molti frutti se viene spalmato sul tronco dell’albero prima che germogli succo di titimallo e di portulaca mescolato in pari dosi. Afferma che può essere innestato sulla connessione dei rami in modo che il midollo diviso dall’una all’altra parte  si congiunga. Si può fare solo dal primo giorno di aprile fino alla fine di marzo. Ma tagliato il tronco il pollone deve essere inserito freschissimo perché un indugio non secchi il poco umore che c’è. Le melagrane si conservano appendendole in fila dopo aver impeciato i peduncoli. Diversamente: raccolte integre vanno immerse in acqua marina o salata bollente perché se ne imbevano. Dopo tre giorni vanno seccate al sole facendo attenzione a non lasciarle di notte all’aperto, poi vanno appese in un luogo fresco. Al momento di usarle vanno preventivamente immerse in acqua dolce. Si dice che così trattate fanno concorrenza a quelle fresche e questo succede anche se vengono interrate separate tra loro con paglia perché non si urtino. La fossa sia lunga e si prepari una corteccia della medesima grandezza su cui si fissano i frutti con i loro spinosi rami. Poi la corteccia rivoltata viene posta sulla fossa perché difenda dall’umidità senza il contatto con la terra i frutti che pendono sotto. Allo stesso modo se si spalmano di argilla e dopo che è seccata li si appende in luogo fresco. Allo stesso modo se all’aperto viene interrato un piccolo vaso che sia pieno di sabbia per metà e i frutti raccolti con i peduncoli vengono fissati ognuno ad una canna o a un ramoscello di sambuco e così separati vengono infissi nella sabbia in modo che ne escano per quattro dita. Ciò può essere fatto anche in casa in una fossa di due piedi e la conservazione è più efficace se le melagrane vengono raccolte con il ramo più lungo. Altrimenti: in un piccolo vaso pieno di acqua a metà si appendono i frutti perché non tocchino il liquido e il contenitore viene chiuso perché non vi entri il vento. Allo stesso modo vengono sistemati in un vaso nell’orzo in modo che non si tocchino fra loro e il contenitore viene tappato. Ricaverai in questo modo il vino dalle melagrane: metti in un cestello fatto con foglie di palma i grani maturi accuratamente puliti, spremili in una coppa e cuocili lentamente finché non si riducono a metà; dopo aver fatto raffreddare il tutto chiudilo in vasetti sigillati con pece e gesso. Alcuni non cuociono il succo ma per ogni sestario mescolano una libbra di miele e lo mettono e conservano nei predetti vasetti”; (VI, 6): “(A maggio) i melograni cominciano a fiorire nei luoghi caldi. Se il ramo con il fiore, come dice Marziale, viene chiuso in un vaso di creta pieno di terra attorno all’albero e viene legato ad un paletto perché non si sposti in autunno produce un frutto proporzionale alla grandezza del vaso”; (VII, 5): “Pure in questo mese (giugno) il ramo del melograno, come prima abbiamo detto, potrà essere chiuso in un vaso di creta perché dia frutti proporzionali alla sua (del vaso) grandezza; (XIV, vv. 73-76): “Le melagrane, che mai hanno giudicato degno di loro qualche altro sapore e che non si sono associate a chiome estranee, da sè gonfiano le gemme per il seme cambiato e si compiacciono dipinte dal consanguineo rossore”.

Dopo aver esaurito le testimonianze letterarie antiche nella prossima puntata torneremo ancora una volta alle immagini, sempre antiche, delle quali cercherò di mettere in risalto la stessa matrice più religioso-politica che estetica già emersa dalle fonti numismatiche.

frontespizio della traduzione del De re rustica in un’edizione del 1560 (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=qRaI0Y9M-5oC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false
frontespizio della traduzione del De re rustica in un’edizione del 1560 (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=qRaI0Y9M-5oC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

 

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/20/la-seta-il-melogranola-melagrana-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/23/la-seta-il-melogranola-melagrana-36/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/10/04/la-seta-il-melogranola-melagrana-55/

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1 Così andrebbe tradotto Scandianum, ma probabilmente si tratta di un errore della tradizione manoscritta, anche perché tutti gli altri toponimi indicano località vicine.

2 A Plinio si rifà Isidoro di Siviglia (VI°-VII° secolo d. C.) (Etymologiae, XVII, 7, 6): “Si chiama mela punica perché la specie fu trasferita dalla regione punica. Si chiama pure melogranato poichè nella rotondità della corteccia contiene una moltitudine di grani. Il nome dell’albero (melo granato) è di genere femminile, il frutto invece è di genere neutro. Il fiore del melograno dai Greci fu chiamato kýtinos [forse da kutos=cavità, coppa], i latini lo chiamano caduco [ci vedo un’allusione al gran numero di fiori che abitualmente cadendo riducono la fruttificazione]. I Greci chiamano poi balàustion il fiore del melograno selvatico, che a volte si trova bianco, altre purpureo, altre color rosa simile ai fiori del melograno [non selvatico]. I medici dicono che le melagrane non danno nessun nutrimento al nostro corpo e che va usato piuttosto per fini curativi che alimentari”.

3 Traduco così crassitudine manubrii sulla scorta di Columella (De re rustica, V, IX, 2): “…ramos novellos proceros et nitidos, quos comprehensos manus possit circumvenire, hoc est manubrii crassitudine…” (…ì rami novelli lunghi e rigogliosi, che una mano afferrandoli sia in grado di circondarli, cioè della grossezza di un manico…).

4 Qui l’autore, come succede nel brano successivo,  sbaglia citando a memoria perché nessuno dei dettagli riportati appartiene a Marziale ma molti a Columella, e prima ancora a Varrone, sui cui testi prima riportati chiunque può controllare. Comunque, in riferimento alle melagrane di grosse dimensioni, se qualcuno tenta l’esperimento del vaso da sistemare sull’albero, in caso di successo eviti di regalarne qualcuna. Ecco cosa successe al povero Omiso secondo quanto ci ha tramandato Plutarco (Vite parallele: vita di Artaserse): “Quando pervenne al potere si mise ad imitare la mansuetudine dell’altro Artaserse, di cui portava il nome, accogliendo benevolmente i negozianti, onorando e beneficando oltre il merito, punendo senza offendere e nel ricevere doni, anche di piccola entità, mostrandosi altrettanto lieto che nel darli. Sicché, avendogli donato un certo Omiso una melagrana [nel testo greco ròa] di smisurata grandezza, disse: – Per Mitra, quest’uomo, farebbe diventare grande una città piccola, se gli venisse affidata!-“.

 

La “seta” (il melograno/la melagrana) 3/5

di Armando Polito

Dopo aver passato in rassegna nella precedente puntata le testimonianze numismatiche, è la volta ora di quelle letterarie. Lascio, perciò,  la parola agli autori antichi, dando la precedenza a quelli greci.

Omero, Odissea, VII, 115-117, descrizione del giardino di Alcinoo:  “Là erano nati grandi alberi rigogliosi, peri e melograni e meli dagli splendidi frutti e dolci fichi e lussureggianti olivi.”. La forma usata è ῥοιαί (leggi roiài) nominativo plurale di ῥοιά (leggi roià).

Omero, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574
Omero, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574
Francesco Hayez,  Ulisse alla corte di Alcinoo (1814-1816), Museo di Capodimonte, Napoli
Francesco Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo (1814-1816), Museo di Capodimonte, Napoli

Empedocle di Agrigento (V° secolo a. C.) in un frammento così si esprime: “[…] perché le melagrane maturano in ritardo e i frutti sono succosi […]”. La forma usata è σίδη (leggi side).

Empedocle, immagine tratta da Hartman Schedel, Liber Chronicarum, Koberger, Norimberga, 1493
Empedocle, immagine tratta da Hartman Schedel, Liber Chronicarum, Koberger, Norimberga, 1493

 

Callimaco (III° secolo a. C.) nell’inno Per il lavacro di Pallade: “O fanciulle, il rossore corse quale ha colore o rosa mattutina o chicco di melagrana”. La forma usata è σίβδα (leggi sibda).

frontespizio di una rara edizione cinquecentesca di Callimaco (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=yJj-tRKLDRUC&printsec=frontcover&dq=callimachi&hl=it&sa=X&ei=KKs-UqjJL6KJ4ASx0oGgBA&ved=0CF0Q6AEwBg#v=onepage&q=callimachi&f=false)
frontespizio di una rara edizione cinquecentesca di Callimaco (immagine tratta da http://books.google.it/books?id=yJj-tRKLDRUC&printsec=frontcover&dq=callimachi&hl=it&sa=X&ei=KKs-UqjJL6KJ4ASx0oGgBA&ved=0CF0Q6AEwBg#v=onepage&q=callimachi&f=false)

Nicandro (II° secolo a. C.) in Theriacà, vv. 72 e 870-871: “Ancora così dopo aver tagliato dal melograno uno spinoso ramo”, “(Prendi) i calici rosso scarlatto del melograno che si piegano in uno stretto collo dove i fiori bianchi tutt’intorno rosseggiano”. La forma usata è σίδη (leggi side).

Nicandro, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574.
Nicandro, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574.

 

Erifo e Agatarchide (sicuramente anteriori al II° secolo a. C.) costituiscono due testimonianze indirette, cioè di loro è rimasta la citazione che ne fa Ateneo di Naucrati (II°-III° secolo d. C.) rispettivamente nel capitolo 27 del libro III e nel capitolo 64 del libro XIV de I deipnosofisti (=I saggi a banchetto).

Pittore di Nikias, Simposio, vaso attico del V secolo a. C., Museo Archeologico nazionale di Spagna, Madrid
Pittore di Nikias, Simposio, vaso attico del V secolo a. C., Museo Archeologico nazionale di Spagna, Madrid

Erifo ci dà notizia dell’origine divina della pianta (il brano è in forma dialogica e A e B sono gli interlocutori): “B -Ma queste melagrane [nell’originale ῥοαί [leggi roài, plurale di ῥοά (leggi roà)] quanto sono nobili!-. A -Dicono infatti che Afrodite a Cipro piantò quest’albero, uno solo, Berbea-. B -Prezioso!-.

La testimonianza di Agatarchide è inserita in un passo successivo più ampio, interessantissimo per i molteplici riferimenti alla nostra pianta che esso contiene; ragione più che valida per riportarlo integralmente: “Le melograne [nell’originale ancora, come sopra, ῥοαί]. Dicono che tra le melagrane alcune sono senza seme, altre con semi duri. Quelle senza semi sono ricordate da Aristofane ne Gli agricoltori. Lo stesso nell’Anagiro dice: – Eccetto la farina e la melagrana [nell’originale ῥοάς (leggi roàs, genitivo singolare di ῥοά (leggi roà]. Lo stesso in Geritade. Ermippo nei Cercopi dice: – Hai visto già nella neve un seme di melagrana [nell’originale ῥοάς, come sopra]?-. Piccola melagrana [nell’originale ῥοίδιον (leggi ròidion)], come piccolo bue [nell’originale βοίδιον (leggi boìdion], è il diminutivo. Antifane ricorda le melagrane [nell’originale ῥοῶν (leggi roòn) genitivo plurale di ῥοά] dal seme duro in Beozia: – Portarmi dal campo alcune melagrane [nell’originale ῥοιῶν (leggi roiòn) genitivo plurale di ῥοιά (leggi roià), variante di ῥοά] dal seme duro. Epilico a Foralisco: – Dici mele e melagrane [nell’originale ῥοάς (leggi roàs), accusativo plurale di ῥοά]-. Alessi ai fidanzati: – Dalla loro mano una melagrana [nell’originale ῥοάν (leggi roàn), accusativo singolare di ῥοά]-. Agatarchide nel decimo libro delle Cose d’Europa così scrive sul fatto che i Beoti chiamano side [nell’originale σίδας (leggi sidas), accusativo plurale di σίδη (leggi side) o σίδα (leggi sida)] le melagrane [nell’originale ῥοιάς (leggi roiàs) accusativo plurale di ῥοιά (leggi roià) variante di ῥοά]: Litigando gli Ateniesi con i Beoti circa il territorio che chiamano Side [nell’originale Σίδας (leggi Sidas) accusativo plurale come il precedente σίδας ma usato come toponimo], Epaminonda per esprimere il suo giudizio, dopo aver estratto all’improvviso una melagrana [nell’originale ῥοάν, come sopra] che teneva nascosta nella mano sinistra e dopo averla mostrata, chiese agli Ateniesi come la chiamavano. Rispose che la chiamavano roà [nell’originale ῥοάν, come sopra]. Al che ribattè che loro [i Beoti], invece, la chiamavano sida [nell’originale σίδαν (leggi sidan), accusativo singolare di σίδα (leggi sida)]. Infatti quel territorio ha abbondanza di questa pianta dalla quale fin da principio prese il nome. E così [Epaminonda] risolse la disputa. Menandro nel Punitore di se stesso le chiama piccole melagrane [nell’originale roìdia, accusativo plurale del roìdion già visto] con queste parole: Dopo il pranzo nello stesso tempo misi in tavola mandorle e gustammo piccole melagrane [nell’originale ῥοιδίων (leggi roidìon), genitivo plurale del ῥοίδιον già citato]”;  subito dopo apprendiamo quanto segue: “Si chiama side (nell’originale σίδη, come sopra) anche una pianta simile alla roia [nell’originale ῥοιᾷ (leggi roià) dativo del già citato ῥοιά], che nasce nella palude intorno ad Orcomeno nella stessa acqua, le cui foglie mangiano le pecore, i germogli i maiali, come tramanda Teofrasto nel quarto libro sulle piante”.1

E infatti Teofrasto (IV°-III° secolo a. C.) a questa pianta chiamata pure essa σίδη (leggi side) dedica un lungo brano nel capitolo 10 del libro IV della Historia plantarum, che non riporto perché questa specie acquatica non rientra nella nostra trattazione.

Lo stesso  autore, però, nella stessa opera dedica ampio spazio in ordine sparso alla nostra pianta,  per la quale usa il nome, già incontrato, di ῥοά e ῥοιά; riporto i passi più notevoli: “Altre piante hanno poche radici, come il melograno (nell’originale ῥοιά); “Né il pero né il melograno (nell’originale ῥοιά) né il melo sembrano avere per natura un unico ceppo nè emettere esclusivamente polloni dalle radici, ma sono resi tali dall’intervento dell’uomo con la potatura. Talora per l’esilità della pianta lasciano il melograno [nell’originale ῥοιά] e il pero con più ceppi”; “Pochi alberi e in pochi luoghi sembrano mutare sì che la specie diventi domestica da un seme selvatico o migliore da una peggiore; sappiamo che questo è avvenuto solo nel melograno [nell’originale ῥοά] in Egitto e in Cilicia; che quello amaro piantato e seminato in Egitto  assume un po’ di dolcezza e di sapore di vino, in Cilicia vicino al fiume Pinaro, dove si combattè contro Dario, tutti nascono dando frutti senza seme”.

Teofrasto, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574
Teofrasto, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574

La carrellata sugli autori greci si chiude con Dioscoride (I° secolo d. C.): “Ogni melagrana [nell’originale ῥοά] è di sapore gradito ed utile allo stomaco, ma è di scarse capacità alimentari. Tra di loro  quelle più dolci sono ritenute più utili allo stomaco, ma intorno ad esso generano alquanto calore e leggera flatulenza, per cui non giovano ai febbricitanti. Quelle amare giovano allo stomaco infiammato e lo contraggono di più e stimolano meglio la diuresi ma sono poco gradite alla bocca e astringenti. Quelle dal sapor di vino hanno proprietà intermedie. Il grano di quelle amare essiccato al sole e  cosparso sulle pietanze e pure cotto con esse blocca la diarrea e i movimenti dello stomaco; macerato in acqua piovana e bevuto giova a chi sputa sangue e si usa nei semicupi dei dissenterici e in caso di diarrea. Il succo dei grani cotto e mescolato col miele giova alle ulcerazioni della bocca, dei genitali e del sedere, nonché ad eliminare le escrescenze carnose delle unghie, le ulcere che consumano e quelle che si sviluppano nelle carni, parimenti al dolore di orecchi e alle malattie delle narici, soprattutto se tratto da melagrana amara”.

Dioscoride, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574.
Dioscoride, immagine tratta da Icones veterum aliquot ac recentium medicorum philosophorumque elogiolis suis editae, opera I. Sambuci, Auterpiae, 1574.

Fin qui è emerso che la pianta di cui si sta trattando nel mondo greco ora è chiamata sida/side/sibda, ora roà/ròa/roià/roiè, con ulteriore sviluppo del diminutivo ròidion).

Nella prossima puntata protagonisti saranno gli autori latini.

CONTINUA

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/20/la-seta-il-melogranola-melagrana-26/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/29/la-seta-il-melogranola-melagrana-46/

Per la quinta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/10/04/la-seta-il-melogranola-melagrana-55/

 

 

 

La “seta” (il melograno/la melagrana) 2/5

di Armando Polito

È intuitivo che nell’antichità poteva battere moneta solo una città che avesse un indiscusso prestigio (come ancora oggi si dice senza, però, che alle parole corrisponda un contenuto …) politico, economico e sociale. Le foto che seguono sono tratte da http://www.wildwinds.com/coins/.

 

Questo statere d’argento risale al 450-430 a. C. Nel recto è raffigurata una melagrana col suo inconfondibile peduncolo; è presente la leggenda greca ΣΙΔΗ (leggi SIDE) col sigma (Σ) retrogrado); nel verso è raffigurato un corvo e la leggenda è un’iscrizione semitica tradotta con Giovane soldato è Bacco.

Altre serie più recenti, sempre rinvenute in Panfilia, recano costantemente sul recto l’immagine della melagrana, anche se non, come nel caso precedente, soggetto unico della rappresentazione.

Così, in questo statere d’argento risalente al 380-360 a. C. nel recto è visibile al centro Atena in piedi, volta a sinistra, che sostiene lo scudo e la lancia con la sinistra e con la destra Nike (la vittoria alata) volta a destra; in basso a sinistra la melagrana; nel verso Apollo in piedi, rivolto sinistra, davanti ad un altare regge con la destra un ramo e con la sinistra l’arco, a destra ai suoi piedi, c’è un’aquila; leggenda in caratteri semitici: PAMPHYLIAN.

Questa tetradracma datata 205-188 a. C.  reca nel recto  testa Atena volta a destra in elmo corinzio, nel rovescio Nike che avanza reggendo con la destra una ghirlanda; al di sotto del suo braccio teso la melagrana e la leggenda CT, digramma del magistrato.

Tetradracma datata  155-136 a. C. circa. Nel recto testa di Atena volta a destra a destra in elmo corinzio; nel verso Nike avanza a sinistra, con ghirlanda, più in basso melagrana e leggenda  ΚΛΕΥΧ (Leggi KLEIX).

Tetradracma datata tra la fine del II secolo e gli inizi del I secolo a. C.;  nel recto: testa di Atena volta a destra in elmo corinzio crestato; nel rovescio: Nike avanza a sinistra, con ghirlanda; in basso, in sequenza: melagrana e digramma AF del magistrato.

Dopo la conquista romana la melagrana restò in parecchie emissioni.

Moneta di bronzo datata 45-51 d. C.; nel recto testa laureata di Claudio volta a destra con leggenda ΤΙ(ΒΕΡΙΟΣ) [leggi  TI(BERIOS)] ΚΛΑΥΔΙΟΣ (leggi CLAUDIOS) ; nel verso: Atena avanza a sinistra, con lancia e scudo, melograno (molto abraso) a sinistra, leggenda ΣΣΙΔΗΤΩ(Ν), leggi SIDETO(N)=degli abitanti di Side).

Bronzo datato 54-68 d. C.; nel recto testa laureata di Nerone volta a destra con leggenda ΝΕΡΩΝ ΚΑΙCAΡ (leggi NERON CAISAR); nel verso Atena avanza a sinistra, con lancia e scudo, serpente ai piedi, melograno in alto a sinistra, legenda CΙΔΗΤ(ΩΝ) [leggi SIDET(ON)].

Bronzo datato 81-96 d. C.; nel recto testa laureata  di Domiziano volta a destra e legenda DOMITIANOC KAICAΡ (leggi DOMITIANOS CAISAR); nel verso Apollo in piedi volto a sinistra con patera e scettro, melagrana in alto a sinistra, legenda CIΔHT(ΩN) [(leggi SIDET(ON)].

Bronzo datato 98-117 d. C.; nel recto testa di Traiano volta a destra, legenda ΤΡΑΙΑΝΟC /leggi TRAIANOS); nel verso Atena avanza a sinistra con scudo sulla spalla sinistra, lancia dietro quella destra, una melagrana nella mano destra, un serpente eretto in basso, legenda CIΔHT(ΩN) [(leggi SIDET(ON)].

Bronzo datato 117-138 d. C.;  nel recto testa laureata di Adriano volta a destra, legenda ΑΔΡΙAN() [(leggi ADRIAN(OS)]; nel verso Atena avanza a sinistra con scudo e melagrana, legenda CIΔHTΩN [leggi SIDET(ON)].

 

Bronzo datato dopo il 180 d. C. Nel recto busto con drappeggio di Bruzia Crispina (moglie di Commodo) volto a destra, legenda KPICΠINA CEBACTE (leggi CRISPINA SEBASTE; sebaste=venerabile); nel verso Atena avanza a sinistra, con in mano destra  una melagrana e con la sinistra lo scudo; un altro melograno a destra; legenda CIΔHTΩN (leggi SIDETON).

Bronzo datato 193-211 d. C.; nel recto testa laureata Settimio Severo volta a destra; legenda AUT(OKPATHΣKAC CEOVHPOC ΠΕΡΤΙ (?) [leggi AUTO(CRATES) (=sovrano assoluto) CAS (forse abbreviazione per CAESAR) SEOVEROS PERTI (?) (lettura incerta che rende problematico intenderne il significato)]; nel verso Atena avanza a sinistra, con melograno e scudo, serpente ai piedi, legenda CIΔHTΩN (leggi SIDETON).

Medaglione  datato 238-244 d. C.; nel recto busto di Gordiano III laureato e con drappeggio volto a destra, legenda AUT(OKPATOC) KAI(CAP) M(APKOC) ANT(ONIOΣ) ΓOPΔIANOΣ  CEB(ACTOΣ) (leggi AUT(OCRATOS) KAI(SAR) ANT(ONIOS) SEB(ASTOS)]; nel verso Atena in piedi a destra con lancia, a sinistra Artemide, entrambe col braccio destro teso verso un altare, melagrana tra loro in alto, legenda CIΔHTΩN  ΠERΓAIΩN OMONOIA (leggi SIDETON  PERGAION OMONOIA=concordia degli abitanti di Side, degli abitanti di Perge).

Bronzo datato 256-258 d. C.; nel recto busto drappeggiato di Valeriano II volto a destra, legenda ΠOY(BΛIOC) ΛIK(INIOC) KOPO(C) VAΛEPIANON KAI(CAP) [leggi POU(BLIOS) LIK(INIOS) KORO(S) (=puro) KAI(SAR)]; nel verso Atena con palma con la destra lascia cadere il suo voto in un’urna, a destra la melagrana, legenda CIΔHTΩN NEΩKORΩN (leggi SIDETON NEOKORON=degli abitanti di Side custodi del tempio.

Bronzo datato 260-268 d. C.; nel recto busto drappeggiato di Gallieno volto a destra, aquila in basso con le ali spiegate, contrassegno E a destra, legenda AYT(OKPATOC) …. ΓAΛΛIENOC C(E)B(ACTOC) (?) [leggi AUT(OCRATOS) … GALLIENOS S(E)B(ASTOS) (?); nel verso nave con cinque rematori, albero di melograno con i frutti a destra, legenda CIΔHTΩN NEΩKORΩN (leggi SIDETON NEOKORON=degli abitanti di Side custodi del tempio).

Bronzo datato 260-268 d. C.; nel recto busto drappeggiato di Cornelia Salonina (moglie di Gallieno una cui moneta abbiamo appena finito di esaminare) che indossa la στεφάνη (leggi stefàne, una specie di cuffia ornamentale), legenda  KOPNHLIA CALΩNINA CEB(ACTH) [(leggi CORNELIA SALONINA SEB(ASTE)], a destra contrassegno IA; nel verso tempio tetrastilo con tetto conico sormontato da melagrane, Tyche all’interno seduta volta a sinistra mentre un dio fluviale nuota ai suoi piedi, legenda CIΔHTΩN NEΩKORΩN (leggi SIDETON NEOKORON=degli abitanti di Side custodi del tempio).

Bronzo datato 260-268 d. C. e strettamente collegato con i due precedenti dei quali costituisce quasi la sintesi da un punto di vista politico oltre che numismatico. Nel recto, infatti, vi è il busto di Gallieno drappeggiato volto a destra con una stella sulla testa ma la legenda è KOPNHLIA CAΛΩNINA CEBA(CTH) [(leggi CORNELIA SALONINA SEBA(STE), riferita, cioè a sua moglie. Nel verso Atena in piedi volta a destra con lancia nella destra e fulmine nella sinistra con ramo di palma a terra, a sinistra quasi accanto alla parte inferiore della lancia, la melagrana; legenda CIΔHTΩN NEΩKORΩN (leggi SIDETON NEOKORON=degli abitanti di Side custodi del tempio).

Tutto il materiale fin qui esibito mostra la stretta connessione fra il nome della città (Side) e la melagrana, con riferimenti di natura religiosa (il ricorrente degli abitanti di Side custodi del tempio) . È opportuno tenerlo presente prima di passare, dopo le testimonianze numismatiche, a quelle letterarie, cosa che faremo nella prossima puntata.

(CONTINUA)

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/18/la-seta-il-melogranola-melagrana-16/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/23/la-seta-il-melogranola-melagrana-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/29/la-seta-il-melogranola-melagrana-46/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/10/04/la-seta-il-melogranola-melagrana-55/

 

Antica presenza ebraica a Grottaglie. L’attività di tintori e conciapelli

 

La festa delle trombe

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare comune. Grottaglie, Bottega Tromba di S. Pietro (bottega Vestita, Grottaglie)

di Rosario Quaranta

 

Stando a una tradizione medievale, la presenza di ebrei in alcune città della Puglia risalirebbe addirittura agli anni immediatamente successivi alla caduta di Gerusalemme del ‘70 dopo Cristo ad opera di Tito e alla conseguente deportazione degli abitanti: “Quelli che (Tito) stabilì in Taranto, Otranto e in altre città della Puglia fu di circa 5.000”si legge nell’opera  Sefer Iosefon risalente al X secolo. Se questa notizia suscita qualche dubbio o perplessità circa la realtà storica dell’avvenimento, non altrettanto si può dire circa la presenza di ebrei nella città bimare a partire dalla fine del quarto secolo dopo Cristo, che è attestata  da una consistente documentazione epigrafica in greco, latino ed ebraico, conservata nel Museo Nazionale di Taranto e da molti altri documenti che Cesare Colafemmina ha studiato e proposto nella monografia Gli ebrei a Taranto: fonti documentarie (Bari 2005).

Per l’illustre studioso quella degli ebrei fu una presenza piuttosto consistente che diede vita a una vera e propria cultura ebraica pugliese e che vide nei secoli VIII-IX una grande fioritura poetica.  Poiché la maggior parte delle iscrizio­ni sono in latino, si pensa che la colo­nia ebraica si identificò con l’elemento latino-longobardo piuttosto tollerante nei loro confronti. I Longobardi presero Taranto tra il 670 e il 680, togliendola a Bisanzio, e la tennero fino all’840, quando venne occupata dagli Arabi, scacciati a loro volta 40 anni dopo dai Bizantini che ripristinarono la cultura greca.

Un riferimento ufficiale alla presenza degli Ebrei a Taranto si ritrova  nel diploma del 1133 di  Ruggero II (confermato poi nel 1195 da Enrico VI di Svevia) in cui il re normanno, accogliendo le richieste del vescovo Rosemanno, concesse a lui e alla sua chiesa le donazioni e i privilegi già fatti dal duca Roberto il Guiscardo, dal prin­cipe Boemondo e dalla madre di questi Costanza. Fra le dona­zioni c’erano molti casali tra i quali Grottaglie, ma c’erano pure i redditi sulle attività dei giudei della città.

Grottaglie. La gravina del Fullonese. Qui gli ebrei, prima di trasferirsi nella Giudecca, esercitarono le loro attività di tintori e conciapelli

Oltre che a Taranto, ebrei e neofiti si impiantarono in alcune località vicine. Altri vi immigravano da sedi più lontane. Talora si trattava di presenze occasionali dovute a motivi commerciali o professionali, come a Massafra. Presenze stabili sono attestate a Grottaglie, Martina Franca, Manduria, Castellaneta. In que­st’ultima cittadina è ancora in uso il toponimo Via Giudea. La vita degli ebrei a Taranto non era fatta solo di commercio, artigianato, prestito bancario. Alcuni codici ebraici del XV seco­lo ci illuminano sugli aspetti più profondi dell’identità ebraica, quella culturale e religiosa (…).

Federico, figlio di Ferrante I d’Aragona, con i Capitoli del 12 giugno 1498 concesse agli ebrei una lunga serie di garanzie e di riconoscimenti di diritti. Successivamente, con la conquista spagnola del regno di Napoli (1503) si assistette al tramonto e alla fine del Giudaismo dell’Italia meridionale, dapprima col bando di espulsione del 1510 di Ferdinando il Cattolico che interessava tutti i giudei e i “cristiani novelli”, salvo poche eccezioni; e infine con Carlo V che “nel maggio 1541 emanò un decreto con cui ordinava senza pietà a tutti i giudei che abitavano nel regno di Napoli di uscire dalle sue terre entro il mese di ottobre. Entro la data stabilita, i giudei pugliesi lasciarono il Regno: alcuni si avviarono alla volta di Roma, gli altri si imbarcarono chi per Venezia, chi per Ragusa, la maggior parte per Corfù e Salonicco. Restarono solo quei neofiti che si erano assimilati alla popolazione cristiana e nella quale poco per volta si dissolsero. Ma le autorità non li dimenticavano, e per parecchio tempo restò loro appiccicata la qualifica, invero poco onorevole e sempre fonte di sospetti, di “cristiani novelli” (Colafemmina).
Secondo alcuni documenti e una tradizione costante, anche a Grottaglie si è registrata quindi una attiva presenza ebraica tra basso Medioevo e primo Cinquecento.

Inizialmente, secondo la ricostruzione fatta da Ciro Cafforio nella monografia La Lama del Fullonese (Taranto 1961), essi si stanziarono nella gravina del Fullonese per esercitarvi la tintoria e la concia delle pelli, come il toponimo lascia intendere: “i giudei venuti in quel tempo, nella nuova dimora trovarono condizioni favorevoli all’esercizio e allo sviluppo dei loro mestieri. La pastorizia e l’allevamento di bovini di razza pregiata, detti dal pelo lom­bardo, erano praticati su larga scala dai naturali del luogo e forniva­no le pelli da conciare; i boschi poi offrivano abbondantemente fo­glie di lentischio e di corbezzolo, cortecce di quercia e noci di galla: vegetali questi che, contenendo grande quantità di tannino, di acido gallico e di mannite, erano usati direttamente come materie concian­ti. In molte antiche scritture una contrada dell’agro di Grottaglie è chiamata «Monte di Giuda seu la strada di Ceglie». Essa veniva a trovarsi al nord-est dell’abitato ed è così precisata nella Platea dei beni della Mensa Arcivescovile di Taranto. Per essere detta località macchiosa con cespugli di corbezzoli e di lentischi, non sembra difficile che i giudei del Fullonese l’abbiano presa in enfiteusi o secondo l’uso longobardo col sistema curtense, donde il nome «corte » per la raccolta della «frasca». Sugli spalti della lama è ancora visibile qualche vasca di macerazione, scavata nella roccia. L’acqua necessaria a tale uso sulle prime fu attinta da pozzi esistenti nel fondo valle; in seguito, per le maggiori necessità, il Pubblico Reggimento fece scavare dei pozzi di acqua viva a po­nente della lama nel luogo che da allora si disse «de puteis novis» (…).

Antichi mestieri a Grottaglie: lu cunzatòri e lu panaràro in un acquerello di Angelo Pio De Siati (1998)

In conseguenza poi del mestiere di tintori, la tradizione ricorda che gli Ebrei diffusero negli orti e nei giardini di Grottaglie la cul­tura del melograno, il frutto del quale, come è noto, dà la corteccia che si usa per tingere di giallo le stoffe e i marocchini. Circa la religione, è superfluo dire che gli immigrati, quando si stabilirono nella lama del Fullonese, professavano il giudaismo, al quale rimasero fedeli ancora per qualche secolo. Il luogo in cui si riu­nivano per pregare e leggerela Scritturaè visibile anche oggi. Sulla fiancata destra della lama e propriamente quasi alla metà, là dove il solco vallivo forma un gomito più accentuato, si aprono due grot­te discretamente conservate (…). Con la costruzione delle mura del paese, le grot­te della lama del Fullonese vennero tagliate fuori e allora gli abitan­ti si ridussero nell’area fortificata. Gli Ebrei ebbero a loro disposizio­ne un rione nella parte sud-ovest del paese, vicino alla porta S. An­tonio. Il rione fu detto «la Giudeca»; la strada di accesso «de li cuoiai » prima, e «delli scarpari» poi. La chiesa ivi esistente fu detta S. Stefano «dei Giudei» (…). La conversione fu una conseguenza naturale  della convivenza col popolo grottagliese e una necessità. Anche a volersi mantenere fedeli alle tradizionali credenze, come è il carattere spiccato dei giu­dei, gl’inevitabili rapporti economici e sociali con i cristiani, annessi e connessi con i mestieri che esercitavano, indebolirono a poco a po­co l’intransigenza dei loro principi religiosi. Ma fu anche una neces­sità : 1) per beneficiare delle concessioni e privilegi che i principi lar­givano agli abitanti di Grottaglie; 2) per sottrarsi alle decime dovu­te all’Arcivescovo di Taranto, che per giunta era feudatario del luogo; 3) per liberarsi dal disprezzo col quale venivano fatti segno nella settimana di Passione, quando cioè la Chiesa commemora la morte di Cristo, dovuta proprio ai giudei.

Questi novelli cristiani nel corso dei secoli esercitarono sempre i mestieri di tintori e di conciapelli; alcuni si elevarono al rango di commercianti, tenendo botteghe di «pannacciari di piazza, propria­mente sottola Ven. Confraternitadel S.S. Rosario». Essi portaro­no la loro attività a sì alto grado da meritare l’esenzione delle tasse, caso unico nella storia ferocemente fiscale di Grottaglie che si di­batteva in deficit e debiti, liquidati solo quando fu abolito il feudalesimo (…) I giudei, entrando dunque ad abitare nella cerchia delle mura di Grottaglie, al principio del secolo XIV si unirono ai Grottagliesi anche spiritualmente, e contribuirono in tutti i tempi a dar lustro alla patria adottiva.”

Censuario del 1417 incui viene riportato il nome di Nicolao, un ebreo “neophita” o “cristiano novello” di Grottaglie

Altre testimonianze documentali sulla presenza degli ebrei a Grottaglie, oltre quelle richiamate dal Cafforio, ho potuto ritrovarle in alcuni codici e pergamene dei secoli XV-XVI conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Taranto e nell’Archivio Capitolare di Grottaglie, e in particolare:
a.    Registro censuario del 1417 in cui si parla di una casa e di un terreno locati rispettivamente per venti anni e in perpetuo  a “Nicolao neophito”, ossia a un giudeo convertito al cristianesimo (Registrum exaratum in anno MCCCCXVII pro Maiori Ecclesia Annunciationis Criptalearum, Ms in Archivio Arcivescovile di Taranto).

La pergamena del 1486 incui figurano i nomi dei due giudei di Grottaglie, Mosè e Giacobbe

b.    Una pergamena del 12 agosto1486, in cui si fa riferimento al diacono Angelo de Gasparro che chiede copia di una sentenza del capitano arcivescovile Darede de Cava, riguardante i giudei Mosè e Giacobbe da Rossano contro Mico de Michi (Archivio Capitolare di Grottaglie, Pergamene, Notaio Cataldo De Tipaldo)

  1. Alcuni riferimenti nel protocollo del notaio Federico Ciracì (Federicus Cirasinus) dai quali si ha notizia di una località extraurbana denominata S. Pietro de Iudeis (Atto del 2 novembre 1531) e dell’esistenza della Giudecca presso le mura (in convicinio de Iudeca iuxta moenia; atto del 24 gennaio 1532). In quest’ultimo documento il venerabile D. Donato Ristaino affitta a mastro Geronimo Manigrasso una casa palazzata con camera e cisterna sita appunto nel rione della Giudecca, per nove anni e per cinque ducati l’anno, per farci una conceria di pelli e per esercitarvi tutte le attività connesse all’arte del conciapelli.

Gli Ebrei avrebbero lasciato il ricordo della loro permanenza a Grottaglie non solo nella onomastica e nella vita economica, ma anche in una manifestazione folcloristica che si svolgeva annualmente il 29 giugno.

Si tratta della festa delle trombe che così viene descritta dal Cafforio: “questa consisteva nell’allietare maggiormente la ricorrenza religiosa col suono delle trombe di argilla, di fabbricazione locale, dai primi vespri della vigi­lia fino alla notte del 29 giugno. Simpatica pratica folcloristica, que­sta, e forse unica nella nostra regione, che fu anche introdotta in Grottaglie dai cristiani novelli. È  noto che gli Ebrei usarono le trom­be da principio nel Tabernacolo nei giorni delle feste solenni, quan­do immolavansi gli olocausti e le vittime di pacificazione; in seguito nel tempio per annunziarvi le feste solenni, l’ingresso del giorno di sabato e i giorni della luna nuova (…) I ragazzi, appena venuti in possesso delle trombe, toccavano, co­me suoi dirsi, il cielo col dito le provavano, tentavano gli acuti da prima con cautela per non impressionare bruscamente gli orecchi dei familiari e poi a gran fiato. Chi poteva uscire all’aperto, sulla strada o in cortile, si sbizzarriva a volontà, e così il frastuono comincia­va. Ma il più alto grado dello strepito si raggiungeva la sera della fe­sta nei pressi della chiesa di S. Pietro (…) A notte alta tornava il silenzio e quei suoni non si sentivano più per un anno preciso, perché a festa finita gli strumenti di argilla anda­vano in frantumi.”

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare ritorto. Grottaglie, Bottega Caretta, Grottaglie

La “festa delle trombe” (e chi scrive la ricorda bene), interrottasi per molti decenni, è stata ripresa con successo da qualche anno grazie al “Piccolo Teatro di Grottaglie”. E così anche quest’anno, il 29 giugno, giorno consacrato ai santi Pietro e Paolo, nella piazzetta antistante la piccola chiesa dedicata al principe degli apostoli, sarà possibile ascoltare, tra canti, poesie e musiche popolari, quel caratteristico, roco suono delle effimere trombe in terracotta che rinnoverà il ricordo di una tradizione che si perde nel buio dei tempi.

Quanto conviene coltivare il melograno nel Salento

ph Vincenzo Gaballo

di Antonio Bruno

Il melograno appartiene all’ordine delle Mirtali e alla famiglia delle Punicaee.

La specie più interessante al riguardo della produzione dei frutti è il melograno coltivato (Punica granatum). Un’altra specie utilizzata a scopo ornamentale e caratterizzata da frutti piccoli, è il melograno da fiore (Punica nana).

La pianta è un arbusto cespuglioso e spinescente, alto 4-5 m a foglie caduche. Presenta una radice robusta, un tronco nodoso e ramificato, dotato di rami spinosi. Le foglie sono piccole, opposte sui rami e intere. I fiori sono molto vistosi, singoli o in gruppo all’estremità dei rami e sono di colore variabile anche se principalmente sono rossi.

Il frutto (balausta) è rotondo, con buccia dura e coriacea e con polpa e la parte centrale fusi insieme. All’interno della balausta, il frutto è diviso in tanti loculi all’interno dei quali si trovano i veri frutti di forma poligonale, di colore rosso e di sapore acidulo. All’interno dei frutti, ci sono i semi legnosi e duri.

Il melograno preferisce terreni profondi e freschi, ma si adatta bene anche nei terreni poveri, salini e alcalini. Non sopporta i terreni troppo argillosi e pesanti, perchè soggetti al ristagno idrico e all’asfissia radicale. Il melograno si adatta ai climi temperato-caldi e anche a quelli subtropicali, ed è proprio in questi ambienti dove produce e si sviluppa abbondantemente. Resiste bene ai freddi invernali anche di qualche grado sotto lo zero, ma subisce danni rilevanti a temperature inferiore tra -10 °C e -15 °C.

La propagazione del melograno, avviene prevalentemente per talea, utilizzando rami di 1-2 anni ben lignificati. Oltre alla talea, il melograno si

Antica presenza ebraica a Grottaglie. L’attività di tintori e conciapelli

La festa delle trombe

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare comune. Grottaglie, Bottega Tromba di S. Pietro (bottega Vestita, Grottaglie)

di Rosario Quaranta

 

Stando a una tradizione medievale, la presenza di ebrei in alcune città della Puglia risalirebbe addirittura agli anni immediatamente successivi alla caduta di Gerusalemme del ‘70 dopo Cristo ad opera di Tito e alla conseguente deportazione degli abitanti: “Quelli che (Tito) stabilì in Taranto, Otranto e in altre città della Puglia fu di circa 5.000”si legge nell’opera  Sefer Iosefon risalente al X secolo. Se questa notizia suscita qualche dubbio o perplessità circa la realtà storica dell’avvenimento, non altrettanto si può dire circa la presenza di ebrei nella città bimare a partire dalla fine del quarto secolo dopo Cristo, che è attestata  da una consistente documentazione epigrafica in greco, latino ed ebraico, conservata nel Museo Nazionale di Taranto e da molti altri documenti che Cesare Colafemmina ha studiato e proposto nella monografia Gli ebrei a Taranto: fonti documentarie (Bari 2005).

Per l’illustre studioso quella degli ebrei fu una presenza piuttosto consistente che diede vita a una vera e propria cultura ebraica pugliese e che vide nei secoli VIII-IX una grande fioritura poetica.  Poiché la maggior parte delle iscrizio­ni sono in latino, si pensa che la colo­nia ebraica si identificò con l’elemento latino-longobardo piuttosto tollerante nei loro confronti. I Longobardi presero Taranto tra il 670 e il 680, togliendola a Bisanzio, e la tennero fino all’840, quando venne occupata dagli Arabi, scacciati a loro volta 40 anni dopo dai Bizantini che ripristinarono la cultura greca.

Un riferimento ufficiale alla presenza degli Ebrei a Taranto si ritrova  nel diploma del 1133 di  Ruggero II (confermato poi nel 1195 da Enrico VI di Svevia) in cui il re normanno, accogliendo le richieste del vescovo Rosemanno, concesse a lui e alla sua chiesa le donazioni e i privilegi già fatti dal duca Roberto il Guiscardo, dal prin­cipe Boemondo e dalla madre di questi Costanza. Fra le dona­zioni c’erano molti casali tra i quali Grottaglie, ma c’erano pure i redditi sulle attività dei giudei della città.

Grottaglie. La gravina del Fullonese. Qui gli ebrei, prima di trasferirsi nella Giudecca, esercitarono le loro attività di tintori e conciapelli

Oltre che a Taranto, ebrei e neofiti si impiantarono in alcune località vicine. Altri vi immigravano da sedi più lontane. Talora si trattava di presenze occasionali dovute a motivi commerciali o professionali, come a Massafra. Presenze stabili sono attestate a Grottaglie, Martina Franca, Manduria, Castellaneta. In que­st’ultima cittadina è ancora in uso il toponimo Via Giudea. La vita degli ebrei a Taranto non era fatta solo di commercio, artigianato, prestito bancario. Alcuni codici ebraici del XV seco­lo ci illuminano sugli aspetti più profondi dell’identità ebraica, quella culturale e religiosa (…).

Federico, figlio di Ferrante I d’Aragona, con i Capitoli del 12 giugno 1498 concesse agli ebrei una lunga serie di garanzie e di riconoscimenti di diritti. Successivamente, con la conquista spagnola del regno di Napoli (1503) si assistette al tramonto e alla fine del Giudaismo dell’Italia meridionale, dapprima col bando di espulsione del 1510 di Ferdinando il Cattolico che interessava tutti i giudei e i “cristiani novelli”, salvo poche eccezioni; e infine con Carlo V che “nel maggio 1541 emanò un decreto con cui ordinava senza pietà a tutti i giudei che abitavano nel regno di Napoli di uscire dalle sue terre entro il mese di ottobre. Entro la data stabilita, i giudei pugliesi lasciarono il Regno: alcuni si avviarono alla volta di Roma, gli altri si imbarcarono chi per Venezia, chi per Ragusa, la maggior parte per Corfù e Salonicco. Restarono solo quei neofiti che si erano assimilati alla popolazione cristiana e nella quale poco per volta si dissolsero. Ma le autorità non li dimenticavano, e per parecchio tempo restò loro appiccicata la qualifica, invero poco onorevole e sempre fonte di sospetti, di “cristiani novelli” (Colafemmina).
Secondo alcuni documenti e una tradizione costante, anche a Grottaglie si è registrata quindi una attiva presenza ebraica tra basso Medioevo e primo Cinquecento.

Inizialmente, secondo la ricostruzione fatta da Ciro Cafforio nella monografia La Lama del Fullonese (Taranto 1961), essi si stanziarono nella gravina del Fullonese per esercitarvi la tintoria e la concia delle pelli, come il toponimo lascia intendere: “i giudei venuti in quel tempo, nella nuova dimora trovarono condizioni favorevoli all’esercizio e allo sviluppo dei loro mestieri. La pastorizia e l’allevamento di bovini di razza pregiata, detti dal pelo lom­bardo, erano praticati su larga scala dai naturali del luogo e forniva­no le pelli da conciare; i boschi poi offrivano abbondantemente fo­glie di lentischio e di corbezzolo, cortecce di quercia e noci di galla: vegetali questi che, contenendo grande quantità di tannino, di acido gallico e di mannite, erano usati direttamente come materie concian­ti. In molte antiche scritture una contrada dell’agro di Grottaglie è chiamata «Monte di Giuda seu la strada di Ceglie». Essa veniva a trovarsi al nord-est dell’abitato ed è così precisata nella Platea dei beni della Mensa Arcivescovile di Taranto. Per essere detta località macchiosa con cespugli di corbezzoli e di lentischi, non sembra difficile che i giudei del Fullonese l’abbiano presa in enfiteusi o secondo l’uso longobardo col sistema curtense, donde il nome «corte » per la raccolta della «frasca». Sugli spalti della lama è ancora visibile qualche vasca di macerazione, scavata nella roccia. L’acqua necessaria a tale uso sulle prime fu attinta da pozzi esistenti nel fondo valle; in seguito, per le maggiori necessità, il Pubblico Reggimento fece scavare dei pozzi di acqua viva a po­nente della lama nel luogo che da allora si disse «de puteis novis» (…).

Antichi mestieri a Grottaglie: lu cunzatòri e lu panaràro in un acquerello di Angelo Pio De Siati (1998)

In conseguenza poi del mestiere di tintori, la tradizione ricorda che gli Ebrei diffusero negli orti e nei giardini di Grottaglie la cul­tura del melograno, il frutto del quale, come è noto, dà la corteccia che si usa per tingere di giallo le stoffe e i marocchini. Circa la religione, è superfluo dire che gli immigrati, quando si stabilirono nella lama del Fullonese, professavano il giudaismo, al quale rimasero fedeli ancora per qualche secolo. Il luogo in cui si riu­nivano per pregare e leggerela Scritturaè visibile anche oggi. Sulla fiancata destra della lama e propriamente quasi alla metà, là dove il solco vallivo forma un gomito più accentuato, si aprono due grot­te discretamente conservate (…). Con la costruzione delle mura del paese, le grot­te della lama del Fullonese vennero tagliate fuori e allora gli abitan­ti si ridussero nell’area fortificata. Gli Ebrei ebbero a loro disposizio­ne un rione nella parte sud-ovest del paese, vicino alla porta S. An­tonio. Il rione fu detto «la Giudeca»; la strada di accesso «de li cuoiai » prima, e «delli scarpari» poi. La chiesa ivi esistente fu detta S. Stefano «dei Giudei» (…). La conversione fu una conseguenza naturale  della convivenza col popolo grottagliese e una necessità. Anche a volersi mantenere fedeli alle tradizionali credenze, come è il carattere spiccato dei giu­dei, gl’inevitabili rapporti economici e sociali con i cristiani, annessi e connessi con i mestieri che esercitavano, indebolirono a poco a po­co l’intransigenza dei loro principi religiosi. Ma fu anche una neces­sità : 1) per beneficiare delle concessioni e privilegi che i principi lar­givano agli abitanti di Grottaglie; 2) per sottrarsi alle decime dovu­te all’Arcivescovo di Taranto, che per giunta era feudatario del luogo; 3) per liberarsi dal disprezzo col quale venivano fatti segno nella settimana di Passione, quando cioè la Chiesa commemora la morte di Cristo, dovuta proprio ai giudei.

Questi novelli cristiani nel corso dei secoli esercitarono sempre i mestieri di tintori e di conciapelli; alcuni si elevarono al rango di commercianti, tenendo botteghe di «pannacciari di piazza, propria­mente sottola Ven. Confraternitadel S.S. Rosario». Essi portaro­no la loro attività a sì alto grado da meritare l’esenzione delle tasse, caso unico nella storia ferocemente fiscale di Grottaglie che si di­batteva in deficit e debiti, liquidati solo quando fu abolito il feudalesimo (…) I giudei, entrando dunque ad abitare nella cerchia delle mura di Grottaglie, al principio del secolo XIV si unirono ai Grottagliesi anche spiritualmente, e contribuirono in tutti i tempi a dar lustro alla patria adottiva.”

Censuario del 1417 incui viene riportato il nome di Nicolao, un ebreo “neophita” o “cristiano novello” di Grottaglie

Altre testimonianze documentali sulla presenza degli ebrei a Grottaglie, oltre quelle richiamate dal Cafforio, ho potuto ritrovarle in alcuni codici e pergamene dei secoli XV-XVI conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Taranto e nell’Archivio Capitolare di Grottaglie, e in particolare:
a.    Registro censuario del 1417 in cui si parla di una casa e di un terreno locati rispettivamente per venti anni e in perpetuo  a “Nicolao neophito”, ossia a un giudeo convertito al cristianesimo (Registrum exaratum in anno MCCCCXVII pro Maiori Ecclesia Annunciationis Criptalearum, Ms in Archivio Arcivescovile di Taranto).

La pergamena del 1486 incui figurano i nomi dei due giudei di Grottaglie, Mosè e Giacobbe

b.    Una pergamena del 12 agosto1486, in cui si fa riferimento al diacono Angelo de Gasparro che chiede copia di una sentenza del capitano arcivescovile Darede de Cava, riguardante i giudei Mosè e Giacobbe da Rossano contro Mico de Michi (Archivio Capitolare di Grottaglie, Pergamene, Notaio Cataldo De Tipaldo)

  1. Alcuni riferimenti nel protocollo del notaio Federico Ciracì (Federicus Cirasinus) dai quali si ha notizia di una località extraurbana denominata S. Pietro de Iudeis (Atto del 2 novembre 1531) e dell’esistenza della Giudecca presso le mura (in convicinio de Iudeca iuxta moenia; atto del 24 gennaio 1532). In quest’ultimo documento il venerabile D. Donato Ristaino affitta a mastro Geronimo Manigrasso una casa palazzata con camera e cisterna sita appunto nel rione della Giudecca, per nove anni e per cinque ducati l’anno, per farci una conceria di pelli e per esercitarvi tutte le attività connesse all’arte del conciapelli.

Gli Ebrei avrebbero lasciato il ricordo della loro permanenza a Grottaglie non solo nella onomastica e nella vita economica, ma anche in una manifestazione folcloristica che si svolgeva annualmente il 29 giugno.

Si tratta della festa delle trombe che così viene descritta dal Cafforio: “questa consisteva nell’allietare maggiormente la ricorrenza religiosa col suono delle trombe di argilla, di fabbricazione locale, dai primi vespri della vigi­lia fino alla notte del 29 giugno. Simpatica pratica folcloristica, que­sta, e forse unica nella nostra regione, che fu anche introdotta in Grottaglie dai cristiani novelli. È  noto che gli Ebrei usarono le trom­be da principio nel Tabernacolo nei giorni delle feste solenni, quan­do immolavansi gli olocausti e le vittime di pacificazione; in seguito nel tempio per annunziarvi le feste solenni, l’ingresso del giorno di sabato e i giorni della luna nuova (…) I ragazzi, appena venuti in possesso delle trombe, toccavano, co­me suoi dirsi, il cielo col dito le provavano, tentavano gli acuti da prima con cautela per non impressionare bruscamente gli orecchi dei familiari e poi a gran fiato. Chi poteva uscire all’aperto, sulla strada o in cortile, si sbizzarriva a volontà, e così il frastuono comincia­va. Ma il più alto grado dello strepito si raggiungeva la sera della fe­sta nei pressi della chiesa di S. Pietro (…) A notte alta tornava il silenzio e quei suoni non si sentivano più per un anno preciso, perché a festa finita gli strumenti di argilla anda­vano in frantumi.”

Tromba di San Pietro in terracotta. Esemplare ritorto. Grottaglie, Bottega Caretta, Grottaglie

La “festa delle trombe” (e chi scrive la ricorda bene), interrottasi per molti decenni, è stata ripresa con successo da qualche anno grazie al “Piccolo Teatro di Grottaglie”. E così anche quest’anno, il 29 giugno, giorno consacrato ai santi Pietro e Paolo, nella piazzetta antistante la piccola chiesa dedicata al principe degli apostoli, sarà possibile ascoltare, tra canti, poesie e musiche popolari, quel caratteristico, roco suono delle effimere trombe in terracotta che rinnoverà il ricordo di una tradizione che si perde nel buio dei tempi.

Tutto su… il verde melograno dai bei vermigli fior

 

LE MELAGRANE

di Massimo Vaglio

Il melograno (Punica granatum L.)  è una classica essenza mediterranea della famiglia delle Mirtaceae, di sviluppo contenuto, ha il fusto tipicamente contorto ed è sovente circondato da polloni. Le foglie, sono caduche, lanceolate e si presentano prima rossastre, poi verde intenso; i fiori, come ricordato in una celeberrima poesia dal Carducci (“…il verde melograno dai bei vermigli fior”), presentano appunto un’inconfondibile, vistosa colorazione arancione.

I frutti, correttamente detti balauste, sono delle bacche con epicarpo duro ricco di tannini, suddivise all’interno in 7-15 loculi, che ospitano i “chicchi” di consistenza succosa dalla colorazione rosso-trasparente contenenti i semi; i “chicchi” vengono anche detti granati e non a caso, infatti, per lucentezza e bellezza, ricordano le omonime gemme.

Pianta originaria della Persia e dell’Afghanistan, viene più volte citata nella Bibbia e da qualche millennio è coltivata in tutto il bacino del Mediterraneo, ove presso gli antichi popoli, il suo frutto era un simbolo di fertilità consacrato a Demetra, cui veniva offerto. Sempre nella mitologia, era associato al mito di Persefone e pare che fosse proprio questo il pomo della discordia che Paride donò a Venere, ponendo le premesse della guerra di Troia.

Proprio per il suo valore simbolico, la melagrana, è anche un elemento estremamente ricorrente nelle ricche decorazioni  che caratterizzano l’architettura barocca salentina. Presso gli antichi i frutti, oltre ad essere consumati allo stato fresco, venivano trasformati in confetture e, facendo fermentare il succo, in una bevanda alcoolica molto diffusa e apprezzata.

Fiorisce in maggio, e questa fioritura tardiva, mette al riparo la produzione dai ritorni di freddo e dalle gelate primaverili. Nel Salento la maturazione delle balauste si verifica solitamente nei primi giorni d’ottobre e a ricordarla, come spesso avviene nella cultura contadina, anche in questo caso è stato coniato un apposito distico popolare : “ti San Frangiscu, la sita allu canistru”, ossia di san Francesco d’Assisi (4 ottobre) la melagrana nel canestro. In questo periodo, invero, le melagrane non sono ancora perfettamente mature, ma si preferisce coglierle con una porzione del rametto che li porta così da evitare fenomeni di marcescenza e farle maturare completamente in fruttaio, poiché le abbondanti piogge, e più ancora le nebbie autunnali, provocano la crepatura dell’epicarpo e il conseguente rapido deperimento.

Le limitate esigenze colturali, la spiccata resistenza alla siccità e l’adattabilità ai più diversi tipi di terreno, anche poveri, la rendono estremamente congeniale all’ambiente salentino, ove sono rinvenibili almeno una decina di pregevoli cultivar tradizionali, distinguibili per le caratteristiche dei frutti: piccoli, grandi, più o meno dolci e con semi più o meno grandi.

A Palmariggi, paesino nei pressi di Otranto, si tiene ogni anno un’interessante sagra delle melagrane detta “paniri de site” ove “paniri”, sta per festa, festa appunto delle melagrane.

Negli ultimi decenni, la sua coltivazione, ha subito una fortissima contrazione ed è caratterizzata dalla diffusione di piante isolate o di piccoli nuclei sufficienti a fornire produzioni poco più che familiari o comunque su piccola scala. Solo negli ultimi anni, con il decadere della convenienza economica di molte altre coltivazioni tradizionali e con il crescere dell’interesse dei consumatori verso questi buoni e decorativi frutti, si cominciano a intravedere degli esempi di moderne e razionali coltivazioni sulla scorta di quanto è già avvenuto in Grecia e soprattutto in Spagna, paese da cui ogni anno importiamo grossi quantitativi di frutti.

Le melagrane, di cui le caratteristiche più apprezzate sono: la dolcezza, la minutezza del seme, e una spiccata colorazione dei chicchi, sono nel Salento, anche ingredienti d’alcuni dolci tradizionali sicuramente d’antichissima origine, quali la colza e la coddhiva.

 

Colza

Si tratta di un dolce semplicissimo, d’origine certamente molto datata, ma ancora in auge in alcuni paesi del Salento. Sgranate le melagrane in un recipiente, unite cioccolato fondente a pezzettini, mandorle tostate e tritate, cospargete il tutto con vincotto, mescolate diligentemente il tutto e servite in singole coppette.

Coddhiva

Anche la coddhiva, come la colza è un dolce d’antica tradizione, noto non solo nel Salento (ove il suo uso è limitato ad alcuni paesi della Grecìa Salentina), ma con piccole varianti, anche nelle province di Bari e Foggia e in diversi paesi della Calabria e della Sicilia, ove costituisce spesso una sorta di dolce rituale legato alla ricorrenza del 2 Novembre (commemorazione dei defunti). Cocete in pignatta il cosiddetto “grano stompato”, ossia il grano perlato, lasciatelo raffreddare e unite chicchi di melagrana, mandorle tostate e tritate, gherigli di noci tritati, cioccolato fondente a pezzettini e vincotto, servite in singole coppette. A piacere potete aggiungere anche dello zucchero e aromatizzare con della cannella in polvere.

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