Tutto ciò che bisogna conoscere del carrubo (III ed ultima parte)

di Massimo Vaglio

carrube

Caramelle di carrube

Ingr.: carrube, miele, olio

Togliete i semi dalle carrube e fatele bollire in acqua per circa mezz’ora.Unite un uguale peso di miele e fate cuocere insieme al decotto. Quando il composto comincia a caramellare, rovesciatelo su un piano di marmo unto d’olio, livellatelo sino a 1-2 centimetro e fatelo raffreddare. Tagliatelo a piccoli quadratini.

 

Cotto di carrube

IL cotto di carrube è un prodotto della tradizione pugliese che veniva usato tradizionalmente per curare il mal di gola dei bambini, per preparare i dolci natalizi al posto dello zucchero e per bagnarci le pettole, dolce tipico del Natale dell’area del Gargano.

Il cotto di carruba ha il merito di conservarsi, inalterato, per diversi anni.

Per prepararlo spezzettate le carrube e ponetele a bagno per 48 ore. Fatele bollire per 10 minuti e spegnete il fuoco. Quando il liquido è tiepido versate una manciata di cenere di legna o di sarmenti, agitando il tutto dopo aver schiacciato le carrube. Lasciate riposare ancora per 24 ore. Prelevate dalla superficie solo la parte di liquido che appare limpida, filtratela e fatela bollire fino a ridurla a un terzo del volume iniziale, ponetela in vasi di vetro scuro aggiungendo scorze di arancia.

 

Decotti curativi

Preparazioni.

Decotto espettorante per le prime vie aeree: in un litro di acqua aggiungere 50 g di carruba in polvere, 50 g di fichi secchi e 50 g di semi di lino: una volta ottenuto il decotto filtrare, dolcificare con miele e berne 3-4 tazze al giorno.

Decotto antidiarroico: preparare un decotto usando 50 g di carruba in polvere in un litro d’acqua, non filtrare, dolcificare con miele e berne 3-4 tazzine al giorno.

Trattamento del colon spastico: per coloro che soffrono di colon irritabile (così detta colite spastica) e non riescono a prendere il latte, basterà aggiungere due cucchiai da the di carruba in polvere e il problema verrà regolarmente superato.

Dall’insonnia all’ulcera, dalla tosse secca agli ascessi… il cipollotto (spunzàle)

di Armando Polito


spunzale1

 

Appartenente alla stessa famiglia dell’aglio e della cipolla (Liliaceae), lo spunzàle (in italiano cipollotto), non è altro che lo sviluppo di un bulbo avventizio di una cipolla (Allium cepa) dell’anno precedente. Spesso lo spunzàle è confuso col porro (Allium porrum), anch’esso delle Liliacee.

Il porro è una specie coltivata già nell’antico Egitto (alcuni geroglifici ci raccontano che esso era consumato dagli schiavi impegnati nella costruzione delle piramidi) e poi nel mondo greco (ove era chiamato prason, cui fa riferimento il nome scientifico della varietà Allium ampeloprasum) e in quello romano (col nome, appunto,  di porrum).

Riporto sul porrum (che nella sua genericità potrebbe pure essere riferito allo spunzàle) per brevità solo tre testimonianze, comunque più che sufficienti a dare un’idea dell’ampio spettro di applicazioni medicinali del vegetale (che fosse un ingrediente diffusissimo in cucina lo testimonia, fra gli altri, il De re coquinaria di Apicio) : dall’insonnia all’ulcera, dalla tosse secca agli ascessi, fino a far parte della nutritissima schiera di presunti afrodisiaci

La ruta e la malva, due farmacie a cielo aperto

di Armando Polito

nome scientifico:  Ruta graveolens L.       nome scientifico: Malva silvestris L.

nome italiano e dialettale neretino: ruta  nome italiano: malva

nome dialettale neretino: marva

Ruta è dal latino ruta(m), dal greco rytè che potrebbe essere connesso con rytér=protettore (con riferimento alle sue proprietà), a sua volta dal verbo rýomai=proteggere1. Graveolens (da grave=pesante+olère=mandar odore) significa di odore acuto.

Malva è dal latino malva(m) connesso col suo nome greco malàche, a sua volta collegato con malaké=morbida, tenera (con riferimento alle sue proprietà emollienti). Silvestris significa selvatica; la voce neretina presenta il passaggio –l->-r– (dalla liquida sonora alla vibrante sonora).

La ruta ogni mmale stuta2 (La ruta spegne ogni male).

La marva ti ogni mmale ti sarva (La malva ti salva da ogni male).

Questi due vecchi proverbi la dicono lunga sulle proprietà medicinali delle due piante e rappresentano la continuazione di conoscenze antiche che ne facevano quasi due erbe gemelle, dal momento che, come vedremo, molto spesso sono loro attribuite proprietà terapeutiche contro la stessa malattia. Non è un caso, perciò,  il fatto che a ciascuna di loro un naturalista come Plinio (I° secolo d. C.) dedichi esclusivamente un intero capitolo, senza contare le altre notizie fornite in ordine sparso.

Comincerò dalla ruta che vedremo proposta (lo stesso sarà per la malva) come rimedio contro un numero impressionante di malattie, dall’herpes zoster al mal di pancia, dalla dissenteria alle fratture, oltre che come anticoncezionale.

Essa fa la sua timida comparsa nel capitolo 37 del libro XIX: “Credono che

Oppio e oppiacei nella tradizione popolare di Terra d’Otranto

  
Jenny Lind in “La Sonnambula”

 

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

IL SONNAMBULISMO E TUTTE LE FORME LINGUISTICHE

INERENTI L’USO DELL’OPPIO E DEGLI EFFETTI OPPIACEI

LA PAPARINA (LA PAPAVERINA)

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) Non appena il sonnambulo  – impressionante nell’atonia dei suoi occhi sbarrati – sgusciava fuori dal letto come risucchiato dall’urgenza di compiere un’azione – peraltro imprevedibile in quanto determinata da interferenze oniriche -, un familiare, o persona amica appositamente rimasta a vegliarlo, si metteva sui suoi passi, attento a sincronizzarsi nei tempi di andatura al fine di mantenere una certa distanza cautelare: per un’improvvisa inversione di marcia, il sonnambulo non si sarebbe così scontrato col suo pedinatore, evitando quel risveglio improvviso i cui effetti si temeva fossero letali. Seguendolo, era infatti di regola agire con la massima delicatezza, tenendo presente che più di una volta occorreva arginarlo in azioni rese pericolose dal suo stato di non lucidità: poteva mettersi a tirare acqua dal pozzo, arrampicarsi su un albero, salire su una grondaia, camminare sull’estremo ciglio di un fosso, o inoltrarsi in un campo non suo e venire aggredito da qualche cane da guardia.

Per fortuna, se il contatto fisico – involontario o voluto che fosse – creava dei timori, nessuna preoccupazione sussisteva per ciò che riguardava rumori, voci, grida, sicché la persona che lo seguiva poteva liberamente parlare a voce alta, in tal modo prendendo due piccioni con una fava: da una parte ciò gli consentiva di svolgere l’azione terapeutica, che – come già accennato – consisteva in una reiterazione di messaggi, dall’altra, proprio in virtù di questo suo alto e continuo vociare, dava legalità all’inconsueto incedere notturno, comunicando in tempo a eventuali intercettatori che non si trattava di un malintenzionato ma solo di nnu sunnàmbulu a ppassìu (un sonnambulo a passeggio). Nessuno infatti avrebbe  mai potuto malignare udendo l’avvitarsi di quel monologo, inequivocabile peraltro anche a considerevole distanza per via della particolare cadenza: un litaniare lento nella pronuncia, ma forte nel tono e coreograficamente sostenuto dal costante tendere dei palmi verso la nuca del malato, gesto se non di vera e propria irradiazione, quanto meno di convogliamento della volontà.

Va da sé che la volontà era quella di riportare il sonnambulo nel suo letto, in pari tempo convincendolo a non ritentare l’esperienza di quell’assurdo deambulare, per cui, nel chiaro intento di forzarne la sfera psichica, alle frasi si dava misura lapidaria, forgiandole in termini di confronto fra ordine e

Curarsi con la cicoria selvatica (Cichorium intybus L.)

di Antonio Bruno

Cicoria selvatica oppure nel Salento leccese Cecora resta o ancora Cecureddhe per l’etnia dell’estremo Sud Salento. Cichorium intybus L. è conosciuta sin dal neolitico, raccolta dalle donne e usata come cibo ma anche come farmaco.

Dalla Nuova Zelanda semi da cui si ottengono Cicorie con alto contenuto delle sostanze medicinali.
Mio padre la comprava pagandola a caro prezzo e non la chiamava mai singolarmente cicoria selvatica ma al plurale: le cicorie selvatiche (cecore reste). Ricordo invece che mia zia Maria a Chiavenna, in provincia di Sondrio, armata di coltello ne raccoglieva, indisturbata, a borse. Le donne della valle le chiedevano perchè mai raccogliesse quell’erba e lei, schiva, diceva che era molto apprezzata dai suoi conigli, anche se, mia zia Maria, non ha mai allevato conigli in vita sua.

A Lecce si festeggia ogni anno la sagra di queste piante gustose e selvatiche “la Sagra della cecora resta” , anche se il mio amico Leonzio in quel di Frigole, le semina e le raccoglie e quindi gli strappa quel selvatico

Donne gravide nella tradizione popolare salentina

di Marcello Gaballo

Per il nostro popolo la gravidanza era un evento voluto sì dalla coppia, ma sempre “con la mano di Dio”, senza il cui intervento nulla sarebbe potuto accadere. Si poteva richiedere l’intercessione di Sant’Anna, la mamma di Maria, protettrice delle partorienti, alla quale si sarebbero accese lampade e rivolte preci, fino all’ottenimento della grazia. In verità la santa poteva riuscire nella determinazione del sesso del nascituro, meno nella gravidanza, atto più sublime e perciò di competenza di chi “stava più in alto di lei”.

Una volta scoperto lo stato interessante le gravide primipare, senza esperienza, raccoglievano avvertimenti e precauzioni, che avrebbero osservato nei nove mesi. Principali informatrici erano le madri, poi le suocere, quindi le amiche intime e per ultime le vicine, come al solito invidiose, anche se apparentemente gentili.

Ecco allora una serie di norme che esse dovevano rispettare, con dei pregiudizi e credenze che ai giorni nostri fanno certamente ridere, ma che allora venivano presi come sacrosante verità, tanto da sentirsi in obbligo di trasmetterle oralmente alle proprie figlie.

Se una donna durante la gravidanza avesse bevuto in un otre il parto sarebbe stato certamente difficoltoso; non poteva neppure tenere al collo catenine o collane, che avrebbero causato un attorcigliamento del funicolo ombelicale sul collo del bambino, con conseguente morte per asfissia durante il parto.

Secondo un’altra credenza se la madre e il figlio sono nati entrambi in un anno bisestile, quest’ultimo sarà sfortunato in vita, così come lo sarà anche quello concepito in un anno bisestile.

In passato le donne salentine per pudore non ostentavano mai la gravidanza, se non quando si fosse al V-VI mese, in quanto indice di inevitabile attività sessuale col coniuge e quindi di facili costumi o comunque di scarsa serietà. Dell’evento, almeno per i primi tre mesi, venivano informati solo il marito, la madre e la suocera.

Se mai la gravidanza fosse capitata a una nubile si può facilmente immaginare lo scandalo: la sfortunata doveva fasciarsi il ventre per celare l’evento, fino ad arrivare al parto senza che nessuno avesse mai saputo nulla dello stato interessante, che nel frattempo aveva portato a termine nella segregazione domestica, adducendo malattie gravi della poveretta, pur di non rendere manifesta la sua imperdonabile “scappatella”.

Chi seguiva la donna nel corso della gravidanza era sempre l’ostetrica, riservando il consulto medico solo per i casi difficili. Quando ci si sarebbe dovuti rivolgere al ginecologo, lo si sarebbe fatto di nascosto dalle solite curiose vicine e dai parenti, che venuti a conoscenza, sarebbero stati portati a pensare a “malattia fiacca”.

Di analisi cliniche o visite di controllo neanche a parlarne, perché, sempre per il popolo, solo le donne sane e forti avrebbero potuto condurre a termine una gravidanza.

Esistevano anche dei pronostici, gettonatissimi, riguardo al sesso del nascituro; l’elemento principale era costituito dal profilo della pancia materna: se la pancia risulta pizzuta, come si dice essere la lingua delle donne, nascerà certamente una femmina, mentre se la pancia avrà la forma schiacciata nascerà un maschio. Per questo si recitava una quartina, assai nota:
Entra pizzuta
porta la scupa;
entre cazzata
porta la spata
.
A tal proposito, scrive Emilio Rubino nel III numero di Spicilegia Sallentina, spada e scopa, come la forbice e il coltello, sono i simboli più veri che sin dall’antichità sono stati presi a significare le attività casalinghe per la donna e quelle virili e marziali proprie dell’uomo.

Salento e lupi mannari

RITUALI MAGICO-RELIGIOSI NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

SANTONI  E  LICANTROPI

 

Se il lupo mannaro aveva il pelo nero, l’uomo era stato maledetto dal padre. Se  aveva il pelo grigio, a  maledirlo era stata  la madre. Se il pelo era rossiccio, si trattava di  una potente fattura.

  

L’ESORCISMO IN CAMPAGNA

SOTTO DUE ALBERI DI CARRUBO E IN UNA NOTTE

DI LUNA PIENA

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

L’insonnia, vista come problema patologico in sé concluso – cioè svincolato da stati febbrili o altri malesseri -, non rientrava nelle abituali esperienze contadine, solo concessa – e quasi a larvato privilegio – ai molto vecchi, i quali, per essere cucchi a lla mpannàta longa (vicini alla lunga dormita, cioè alla morte), potevano permettersi di pitticulisciàre cu lla cuccuàscia, ti menzanotte sinca a mmatutìnu (pettegolare con la civetta, da mezzanotte a mattutino).

Partendo da tale costante, e nel criterio aprioristico che il dormire non fosse solo un’esigenza fisica necessaria al ripristino delle forze, ma anche un mantenersi nell’equilibrio degli avvicendamenti cosmici, il popolo si allarmava di fronte a un’immotivata insonnia, scorgendovi un’alterazione dello stato di coscienza e diagnosticandola come anticamera della pazzia. E poiché le patologie mentali, per un permanere di concezioni medievali, non venivano ritenute infermità a insorgenza spontanea, bensì frutto di orditure esoteriche, si arrivava alla conclusione che il poveretto era certamente vittima o di un sortilegio d’amore degenerato in fissazione o, peggio ancora, di una fattura malevola il cui scopo fosse proprio quello di procurargli uno squilibrio psichico. “Nsignàle ti nnu scusu ca àe cirnùtu ti pressa…” (”Segnale di un qualcosa di nascosto che va indagato d’urgenza…”), dicevano infatti le donne allorché un loro congiunto o vicino di casa per più notti non riusciva a chiudere occhio; e facendo valere ataviche esperienze, consigliavano di rivolgersi contemporaneamente e a S. Donato, recandosi in pellegrinaggio al santuario di Montesano – dove convenivano tutti i malati di mente -, e a una fattucchiera esperta in magie neutralizzanti.

Se poi il disturbo aveva manifestazione ciclica, ogni volta coincidendo con la fase di luna piena, e alla difficoltà di prendere sonno si aggiungeva

Aurei rimedi popolari per far passare l’orzaiolo

da http://www.amicopediatra.it/

di Marcello Gaballo

Secondo la tradizione popolare salentina l’orzaiolo, volgarmente detto “rasciulu”, si manifesta dopo aver assistito a scene particolarmente piacevoli (tra gli esempi: una bella donna, una tavola imbandita, oggetti preziosi).

La fastidiosissima infezione batterica delle ghiandole palpebrali procura arrossamento del margine della palpebra, bruciore, fastidio alla luce, con la sensazione di corpo estraneo nell’occhio.
Il disturbo può durare anche dei giorni, finchè non compare al centro dell’orzaiolo un puntino giallognolo, che poi si rompe spontaneamente con riduzione o scomparsa del dolore.
Per curarlo oggi si ricorre alle pomate antibiotiche, ma un tempo, quando queste ultime non erano ancora disponibili, le nostre nonne applicavano sull’occhio dolente un impacco tiepido contenente semi di lino preventivamente bolliti in poca acqua lasciata poi raffreddare.
Era questo uno dei rimedi validamente consigliati dal medico curante o dal farmacista di fiducia, cui non sempre ci si rivolgeva per una così apparentemente banale infezione.
Il popolo più sprovveduto, come mi raccontava mia nonna, ricorreva allora ad una tecnica di cui non si conosce l’epoca di adozione e che consisteva nello strofinare per 3-5 volte sul bordo della palpebra il dorso della fede nuziale, d’oro.
Il ricordo do questo metodo empirico, da me stesso ritenuto del tutto inutile e senza logica, mi è sovvenuto oggi, scorrendo le agenzie di stampa medica che riportano testualmente:

Letteratura Scientifica

Cerotti con nano-filamenti d’oro riparano il cuore infartuato
Creati dei ‘cerotti’ capaci di riparare il cuore colpito da infarto grazie a dei piccolissimi filamenti d’oro, che migliorano la trasmissione dell’impulso

Tosse? Fichi secchi e carrube

di Rocco Boccadamo

E’ la stagione, sindrome influenzale con fastidioso corollario di attacchi di
tosse – del genere e rumore di abbaiare di cane all’interno di un anfratto con
eco –  intervallati di appena 1 – 2 minuti.
Un medico, il quale, con candore e sincerità, ammette di non aver da
prescrivere alcunché di veramente idoneo a far passare il malessere: occorre solo armarsi di santa pazienza.

In seno all’indisposizione, anche una notte completamente in bianco, l’intero corpo ammaccato a furia delle incessanti sequenze compulsive che muovono dalle vie respiratorie se non da più dentro, lo sfogo, vano, di un paio d’ore in poltrona a leggere, con scarsissima concentrazione per via di un sussulto dietro l’altro.

Dal delirio della veglia forzata, l’idea di una lastra Rx toracica, risultata,
meno male, negativa.
Alla mente, la tosse degli anni delle elementari, la difficoltà, pure allora,
di prendere sonno. In quei tempi, tuttavia, soccorreva l’amorevole intervento materno, sottoforma di  una pozione di tisana da “papagna” (papavero), grazie alla quale gli occhi si chiudevano sino al mattino, anche se i sintomi e le manifestazioni della tosse  non sparivano.

tale ricordo e di fronte alla “impotenza” della scienza medica
moderna,  che fare, dunque, nel 2011? Un po’ di fichi secchi e di carrube lasciati bollire sino all’ottenimento di un decotto, di gusto piacevole, giusto come si era soliti regolarsi quando l’esistenza ruotava essenzialmente intorno alla semplicità e alla natura. Vale la pena di provare.

I rimedi polivalenti della farmacopea popolare in tre proverbi

di Armando Polito

Nella nostra era scienza e tecnologia mi appaiono asservite al profitto e ad un edonismo sfrenato che si esprime nelle forme più disparate e contraddittorie che finiscono per creare nuovi bisogni e nuovi problemi. Tre soli esempi: l’allungamento della vita degli anziani e dei vecchi è un fenomeno drammaticamente grave per i giovani (il mio non è cinismo…masochistico) che procrastineranno fra poco ai cinquanta anni la nascita di un figlio probabilmente non tanto normale, il che creerà ulteriori problemi, anche di natura economico-assistenziale, per la nostra traballante società; l’illusione di fermare, o addirittura far arretrare, il tempo, splendido (?) dono del culto dell’immagine, cioè di ciò che appare, non di ciò che è, prontamente sfruttato dalla chirurgia estetica, peraltro benemerita per la correzione di difetti congeniti o acquisiti a seguito di incidente, che ha la presunzione in molti casi di far prevalere la discutibile attrattiva di un astratto, asettico e massificante canone di armonia su una imperfezione il cui portatore non è riuscito, per unica, imperdonabile sua colpa, a portare al nobile ruolo di tratto distintivo, caratterizzante, irripetibile, irrinunciabile; risale solo a qualche mese fa la notizia che i soliti ricercatori americani (bisogna riconoscere che i nostri, nonostante tutto, dedicano, magari all’estero, il loro talento a questioni meno banali) sono giunti alla geniale conclusione che la frutta prodotta fuori stagione presenta rispetto a quella stagionale una riduzione al (non del) 30% dei principi attivi più importanti per la salute umana, in primis gli antiossidanti (quella transgenica, invece…). In questo quadro parlare di farmacopea popolare potrebbe sembrare una nostalgica operazione passatista. Così non è, non solo perché la scienza ufficiale, propende, purtroppo solo a parole pronunziate fra l’altro a denti stretti, per un uso meno violento e manipolato, insomma più rispettoso della natura e meno asservito alla chimica, delle sostanze terapeutiche, ma anche e soprattutto perché in passato, tanto per fare un solo recente esempio di cronaca, nessuno aveva preteso di guarire il cancro col bicarbonato, naturalmente da pagare a carissimo prezzo, nell’immediato al momento dell’acquisto (si sa, per i maghi, e solo per loro, il bicarbonato ha un costo elevatissimo…) e un po’ più in là al momento della dipartita…

E’ tempo di far parlare il passato:

“L’uègghiu ti ulìa: ogni mmale pìgghia ia” (l’olio d’oliva: ogni male se ne va). Oltre che entrare come ingrediente nella preparazione di innumerevoli rimedi, era, da solo, il farmaco per eccellenza (dal rinforzo dei capelli ai dolori articolari); seguivano, a distanza notevole, gli unici concorrenti appresso citati.

“La marva: ti ogni mmale ti sarva” (la malva: da ogni male ti ti salva). Impacchi di cotone idrofilo inzuppato di infuso di malva tiepido, rinnovati ogni tre o quattro minuti, erano utilizzati per la cura delle emorroidi, dell’herpes zoster (fuoco di sant’Antonio) dell’orticaria (nel dialetto neritino “foca”, da un latino *foca, plurale collettivo di *focum, dal classico focus=fuoco), del mal di denti; impiastri di foglie fresche o secche, tenuti in loco per almeno un’ora, favorivano la maturazione di ascessi anche multipli (nel dialetto neritino “fau”; il corrispondente italiano è favo, dal latino favum, per evidenti analogia di forma), di paterecci e la riduzione dell’edema; l’estratto di malva era efficace anche contro la congiuntivite e la tosse, efficace come diuretico, rinfrescante delle vie urinarie.

“La ruta: ogni mmale stuta” (la ruta spegne ogni male); efficace contro i dolori di stomaco, per far maturare gli ascessi e come antielmintico (contru li ièrmi). Colgo l’occasione per ricordare l’etimologia di “stutare”: da un latino *extutàre, dal classico ex=lontano da+tutàri=proteggere (intensivo di tuèri=guardare, vigilare), con chiara allusione al fatto che il fuoco, se non vigilato, in passato si spegneva (ed era una iattura); non posso fare a meno di notare che, invece, oggi, il fuoco, se non vigilato (o volontariamente appiccato e non solo per eliminare le erbacce…) si estende (ed è, per motivi diametralmente opposti, una iattura).

Cosimo De Giorgi, famoso geografo leccese, medico e filantropo

di Luigi Cataldi

 

Cosimo De Giorgi nasce a Lizzanello, presso Lecce, il 9 febbraio 1842, ed ottiene il diploma in Belle Lettere e Filosofia nel 1858, presso il Liceo-Convitto dei Gesuiti di Lecce. Conseguita, presso la scuola Medica di Lecce, l’ammissione al II grado di medicina nel 1861, nel novembre dello stesso anno si trasferisce a Pisa, dove, nel 1864. si laurea in Medicina. Due anni dopo consegue anche la laurea in Chirurgia, a Firenze.

Nel 1867 rinuncia, suo malgrado, a recarsi all’estero per frequentare una scuola di specializzazione, dovendo rientrare al paese natio per curare i familiari affetti nel corso di un’epidemia di colera. Si dedica con successo alla professione medica, che esercita dedicandosi contemporaneamente a studi di geologia, e all’insegnamento delle scienze naturali. Lasciato definitivamente l’esercizio della medicina nel 1889, forse a seguito della morte della madre e del senso di colpa derivatogli per non esser riuscito a salvarla, si dedicò interamente ad attività sociali tra le quali il Comizio agrario, la Commissione Conservatrice dei Monumenti, il Consiglio Sanitario, la Delegazione Scolastica.

In particolare De Giorgi si dedicò allo studio dell’ambiente salentino sotto vari aspetti, dalla meteorologia alla sismologia, dalla geologia alla paleontologia, dall’archeologia alla storia, dall’agricoltura all’igiene. Dopo una raccolta sistematica delle osservazioni meteorologiche a Lecce (1869-1873), nel 1874 fondò l’Osservatorio Meteorologico, dirigendolo ininterrottamente fino quasi alla sua morte.

Realizzò anche la Rete Termopluviometrica Salentina, che portò la Provincia di Lecce ad una invidiabile collocazione ai primi posti in Italia in ambito meteorologico.

De Giorgi guadagnò in tal modo un ruolo di prestigio nella comunità scientifica nazionale, che apprezzò ampiamente le sue doti accogliendolo consensualmente tra le personalità scientifiche di maggior rilievo. Egli partecipò ai congressi della Società Meteorologica Italiana, svolgendo relazioni su vari temi.

Ottenne nel 1880 la nomina a cavaliere del Regno d’Italia. Nel 1897 fu nominato socio corrispondente della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei e ai primi anni del ‘900, grazie alla passione per l’Archeologia proprio in quegli anni (1900-1906) riuscì a portare alla luce l’Anfiteatro Romano esistente nel cuore della città di Lecce, permettendo al Salento di acquisire una posizione di grande prestigio culturale.

Prenderemo ora in considerazione alcuni aspetti che fecero meritare a De Giorgi ottima fama anche in campo medico, nell’Igiene e nella prevenzione. Rileviamo questi dati preziosi dalla corposa corrispondenza che il De Giorgi tenne con centinaia di Personalità, Istituzioni, Colleghi e Amici.

Accenneremo solo ad alcune problematiche che potremmo inserire nel grande tema della medicina popolare.

Quando il paziente chiede al medici, con insistenza, la prescrizione di un farmaco di cui ha visto o sentito dire qualcosa, magari su “Internet”… Evento assai frequente anche sulla base della nostra esperienza recente. E il medico dovrebbe rispondere: “stia molto attento signore, che sul web c’è anche molta spazzatura ed abbiamo anche noi difficoltà a discernere il buono dal cattivo”. Che sarebbe una maniera elegante per non dire: “si faccia curare da Internet…”.

In una delle sue lettere, indirizzata il 2 maggio 1868 all’amico e collega Guidi Mugnaini, da Nugola (LI), suo compagno di studi, De Giorgi lamenta la richiesta di continui salassi da parte dei suoi assistiti ippocraticamente convinti che il salasso liberi il corpo dai “cattivi umori”.
Poche settimane dopo scrive allo stesso amico lamentando i pregiudizi dei suoi pazienti su streghe, stregoni, diavoli, sulla credulità e superstizione relative ai riti magici, al malocchio e ai vari rimedi popolari per liberare se stessi o i propri bambini.
Quando i bambini piangevano, lamentandosi senza un motivo apparente, veniva consultata un’anziana esperta che controllava se avessero il malocchio (l’affascinu). L’affascino poteva essere procurato ai neonati dallo sguardo invidioso di donne che non potevano avere figli, o da chi, in ogni modo per invidia, facesse apprezzamenti. Per liberare un soggetto dal malocchio si ungeva l’indice con l’olio e lo si faceva gocciolare nel piatto poggiato sulla testa del “fascinatu”; l’operazione veniva ripetuta per tre volte recitando l’Ave Maria.

Un altro rito magico molto diffuso era quello di “tagliare i vermi” ai bambini che soffrivano mal di pancia. Veniva chiamata una donna esperta, che nel vicinato non mancava mai, e che interveniva con una tecnica e una formula segreta che le era stata tramandata: per tre volte faceva il segno della croce sulla pancia del bambino con le mani unte di olio e, massaggiando la pancia, recitava preghiere misteriose.

In una lettera del 30 giugno 1868, il De Giorgi, addoloratissimo, comunica all’amico il caso di un adolescente con un grave trauma a un arto, morto per una complicanza infettiva da tetano, contratto perché i genitori avevano rifiutato di far amputare l’arto traumatizzato… Il ragazzo era morto e De Giorgi era stato incolpato, se non aggredito, dai parenti.In una lettera del 16 luglio dello stesso anno De Giorgi informa l’amico che nel Salento una medichessa tratta le infiammazioni oculari passando la lingua, ben insalivata, sull’occhio malato, ma dopo aver masticato a lungo delle foglie di ruta.

Contro l’eresipela, invece, come egli riferisce, esistevano numerose possibilità terapeutiche popolari, dalla zucca gialla alle foglie di sambuco, dalle monete o medaglie d’argento alle feci umane…

In conclusione anche se sono trascorsi quasi 150 anni dai tempi in cui Cosimo De Giorgi viveva sulla propria pelle i drammi dell’ignoranza della popolazione, ancora oggi tutti i medici e forse i pediatri in misura più rilevante, subiscono aggressioni culturali, psicologiche, legali, e non di rado anche fisiche a causa della diffusa ignoranza popolare, e perché no, anche della malafede di personaggi di indefinibile moralità.

Bibliografia

Caiuli A. (a cura di), Bibliografia di Cosimo De Giorgi, Congedo Editore, Galatina 2002

Cataldi L., Gregorio M.G., Errori di ieri… , “Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP”, Aversa 24-26 nov 2006

Cataldi L., Errori di oggi… Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP Aversa 24-26 nov 2006

Jastrow J. (a cura di) – Storia dell’errore umano. Milano, Mondadori, 1941

Joubert L., La prima parte de gli errori popolari dell’eccellentiss. sign. Lorenzo Gioberti filosofo, et medico, lettore nello studio di Mompellieri. Nella quale si contiene l’eccellenza della medicina, e de’ medici, della concettione, e generatione; della grauidezza, del parto, e delle donne di parto; e del latte, e del nutrire i bambini. Tradotta di franzese in lingua toscana dal mag. m. Alberto Luchi da Colle. Con due tauole, vna de’ capitoli, e l’altra delle cose notabili. Nuouamente data in luce. In Fiorenza, per Filippo Giunti, 1592 

Mercuri S., Degli errori popolari d’Italia, In Venetia, appresso Gio. Battista Ciotti Senese, 1603

Ruge R. Muhlens P, Schwalbe J. Errori diagnostici e terapeutici e criteri per evitarli: pediatria, Milano Vallardi, 1927  

* Il presente contributo è stato presentato il 20 febbraio 2010 al 6° CORSO  “NOVITA’  NELLA  STORIA DELLA PEDIATRIA” del GRUPPO DI STUDIO DI STORIA DELLA PEDIATRIA della SOCIETA’  ITALIANA  DI  PEDIATRIA autori, Angela Paladini e Luigi Cataldi.

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