Notizie inedite su Matteo Tafuri (1492-1584). Nuove rivelazioni da un manoscritto seicentesco

M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola. Proprietà L. Galante
M. Toma, Matteo Tafuri. Olio su tavola.
Proprietà L. Galante

 

di Luigi Galante*

In una pagina famosa della sua Galatina letterata, pubblicata nel 1709, Alessandro Tommaso Arcudi dà una notizia, e tutti la ricordiamo, su Matteo Tafuri; ed è una notizia tanto celebre, quanto, come sempre per il Tafuri, controversa. Cosa scrive Arcudi? Egli ricorda “Conservavasi nella mia casa (degli Arcudi) la sua (di Gio. Tommaso Cavazza) Calvarie; insieme con quella del tanto nominato, e famoso al mondo Matteo Tafuro di Soleto, ma nell’anno 1672 a tempo ch’io facevo l’anno del noviziato, la vedova mia madre per alcuni timori e scrupoli feminili, fecele ambedue secretamente gettare nel publico cimiterio: non sapendo di che grand’uomini erano quelle, e di che bella memoria alla nostra casa”[1].

Molti studiosi si sono interrogati sul significato di questa ambigua parola: ‘calvarie’, perché quello che sembra il significato del termine più vicino al tempo in cui Arcudi viveva è indubbiamente ‘teschio’. Però certamente è sempre sembrato in qualche modo preoccupante che in una casa privata si conservassero dei teschi anche se appartenuti ad uomini illustri del passato; senza poi voler considerare la difficile compatibilità di questa conservazione con le regole della religione cattolica della quale Arcudi, dotto domenicano, era severo custode. Sicché è del tutto comprensibile che alcuni studiosi abbiano interpretato la parola ‘calvarie’ in modo diverso, ed abbiano sostenuto, non senza argomentazioni e riscontri, che il significato reale intendesse alludere invece a studi o scritti. Questa è stata l’opinione di esperti accreditati del mondo tafuriano e, a tacere di altri, ricordo il compianto Prof. Giovanni Papuli e la sua allieva Luana Rizzo[2]. Soltanto Luigi Manni, tra gli studiosi recenti, ha sostenuto con forte determinazione che per ‘calvarie’ non poteva che intendersi il teschio.[3]

Come stanno davvero le cose? Ancora una volta il dilemma è svelato da una inedita pagina del Galatinese Pietro Cavoti (1819/1890) che ci dà,oltre a questa rivelazione, una serie di sconosciuti particolari sulla sepoltura del Tafuri e, incredibile a dirsi, anche sulle vicende successive delle sue spoglie mortali. Facciamogli allora comunicare le notizie preziose che egli nelle sue peregrinazioni per la provincia, lesse in un antico manoscritto della famiglia Carrozzini, che oggi è probabilmente perduto, ma che nel 1884 si conservava a Soleto presso il canonico Giuseppe Manca il quale lo mise cortesemente a disposizione del Cavoti.

Ricordo dei fatti storici di Soleto da un manoscritto della Fam. Carrozzini. Matteo Tafuro morì il dì 18 novembre 1584, fu seppellito nella cappella di S. Lorenzo delli Tafuri a mano destra sotto l’immagine della Madonna con Nostro Signore. Furono tolte le ossa del filosofo di Soleto per volontà della Famiglia Carrozzini e deposte nel Monastero di S. Nicola in Soleto dentro una cassetta di legno con l’arme dei Tafuro. Vollero donare il teschio di questo insigne, alla famiglia Arcudi di Galatina. Alcuni frammenti dei suoi abiti consumati dal tempo e dai vermi, conservansi come reliquie da questa onorabile famiglia Carrozzini di Soleto. Notizie avute dal canonico Manca di Soleto. Conservasi detto manoscritto in casa sua. Mi mostrò il manoscritto per una mia visita il dì 26 ottobre 1884 per l’acquisto di alcune monete antiche trovate nell’agro di Soleto[4].

L’inclinazione del Manca a collezionare ed acquistare monete antiche, è confermata da una lettera dell’anno successivo, che il canonico scrive a Cavoti:  “Mio amatissimo Pietro. Ho visto le nove monete; pare appartengono al numero delle sessantatrè trovate qui. Sono greche e buone.… Se per vostro conto volete farne l’acquisto di qualcuna, preferite quella di Velia, cioè l’unica in cui si trovansi un leone, oppure qualcuna di Napoli scegliendola tra quelle che portano il bue a faccia umana barbato, le altre scartatele tutte, ma cercate di dar la preferenza a quella di Velia, che potreste pagarla £ 1:50 non più. Qui si son trovate molte altre, e nell’istesso luogo; basta ne parleremo. Vostro affezionatissimo amico e sempre Giuseppe canonico Manca[5].

Insomma, grazie al cimelio che Pietro Cavoti ci ha consegnato, e che è una ennesima riprova di quanto prezioso sia lo studio delle sue carte superstiti nel Museo galatinese, possiamo oggi dire non solo che Luigi Manni ha avuto, a sua tempo, la giusta intuizione, ma possiamo anche conoscere con esattezza il luogo della sepoltura originaria del Tafuri ; (cioè nella chiesa S. di Lorenzo dei Tafuri, e successivamente in S Nicola, oggi scomparse) e così combinando queste notizie con quelle di Arcudi , possiamo anche definire il destino finale del teschio tafuriano. C’è poi tra le cose da notare una data di morte: quella del 18 novembre 1584, che è a me pare, perfettamente bencredibile, perché contraddice, è vero, quella tradizionale divulgata da Girolamo Marciano (al 13 giugno 1582), ma è perfettamente compatibile con i dubbi di quanti hanno notato che nelle opere di Gian Michele Marziano (1583) e di Francesco Scarpa (1584), il Tafuri sembra essere considerato vivente[6].

Non mi parrebbe completo chiudere questo articolo, se non ricordassi anche il contributo iconografico importantissimo che Cavoti ha dato alla scuola tafuriana, non solo copiando da vari luoghi, e conservando per noi le immagini che io ho edito di Matteo Tafuri, ma anche quelle, sempre edite da me, di Sergio Stiso, suo predecessore, e dei suoi allievi, Cavazza, Scarpa e forse Lorenzo Mongiò. Perciò mi pare opportuno pubblicare qui due immagini cavotiane di altri due uomini legati forse al mondo tafuriano, e cioè quella di Giovan Paolo Vernaleone junior e di Stefano Corimba.

Infine aggiungo a complemento del ritratto molto importante del Galateo che ho pubblicato mesi fa insieme a quelli del Galatino,[7] anche il disegno cavotiano di un famoso amico galatinese del Galateo, Girolamo Ingenuo, che Cavoti copiò in casa della famiglia Tanza, da un originale che tutto lascia supporre essere perduto. Ma nelle carte cavotiane c’è di più: un ritratto di G.B. del Tufo8, che è poi il destinatario del famoso pronostico tafuriano che attende ancora di essere edito.

 

[1] A. T. Arcudi, Galatina Letterata (ristampa anastatica), Aradeo, 1993, pag. 49

[2] L. Rizzo, Umanesimo e rinascimento in terra d’Otranto: il platonismo di Matteo Tafuri, Galatina, 2000, pag 121

[3] L. Manni, La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP, pag 113

[4] Il documento cavotiano è conservato presso il Museo Civico di Galatina, come tutti i ritratti riportati in queste pagine, comprese quelle nel saggio del Prof. G. Vallone, eccetto l’immagine tratta dal ms. Vat. lat. 6046. Essi sono di esclusiva proprietà del Comune di Galatina-Museo Cavoti. Per la riproduzione parziale o integrale delle immagini qui riprodotte, è vietata qualunque riproduzione senza autorizzazione scritta al Comune di Galatina, nonchè la richiesta di citazione dell’autore. Ringrazio l’Assessore alla Cultura di Galatina Prof.ssa Daniela Vantaggiato, che mi ha autorizzato alla pubblicazione.

[5] Lettera scritta dal canonico Manca di Soleto al Cavoti l’8 ottobre 1885. Cfr. L. Galante, Pietro Cavoti. I tesori ritrovati, , Galatina, 2007, EdiPan, pag. 76.

[6] G. Vallone, Restauri Salentini, in BSTO, Galatina, 1-1991 nota 14, pag. 155.

[7] L. Galante, Iconografia del Galatino, in Studi Salentini, LXXXV/2009-2010, pp. 75-88.

8  “Per un approfondimento sulla famiglia del Tufo vedi, L.  Manni La guglia L’astrologo La macara, Galatina, 2004, AGP,”

 

Pubblicato su “Il Filo di Aracne”.

Non essendo in possesso di autorizzazioni alla pubblicazione non abbiamo potuto riproporre le tavole citate nel testo

Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto

turchi a otranto

MAMMA LI TURCHI

Echi della battaglia di Lepanto (1571) a Galatina e a Soleto*

di Luigi Manni

 

Nel 1480, il turco Gedik Achmet, pascià di Valona, con la sua armata prese e saccheggiò Otranto, decapitando gran parte della popolazione e uccidendo in cattedrale, vestito dei paramenti vescovili, l’arcivescovo, il galatinese Stefano Agricoli, “vero” martire di Otranto[1]. Nel 1571, esattamente novant’anni dopo, il grido “mamma li turchi” – presago di nuovi lutti e nuove carneficine – lacerò le contrade di Terra d’Otranto.

Com’è noto, l’afflitta Christianità, da molti giorni prima dello scontro tra la santa Unione (la Lega cristiana) e l’inimico comune (i Turchi), avvenuto il 7 ottobre nelle vicinanze del porto fortificato turco di Lepanto, su invito del papa Pio V e dei vescovi delle varie diocesi, s’era raccolta in preghiera ad invocare la protezione della Vergine (e naturalmente un esito vittorioso) con il cosiddetto Officiolo della Madonna[2]. Questo l’editto del vescovo di Castro Luca Antonio Resta, vicario di Otranto, e la dichiarazione dell’arciprete di Galatina Giovan Pietro Marciano: Il di 14 d’ottob(re) 1571 il p(rese)nte Editto del R(everendissi)mo Mons(ign)or di Castro Vic(ari)o G(e)n(e)rale d’Otranto (assente l’arcivescovo Pietro Antonio de Capua) fu p(rese)ntato a me D. Giovan Pietro Marciano Arciprete di Sampietro Galatina, al q(ua)l io havendo in me ubidito da molti giorni et mesi, et conformatomi agli ordini di Sua Santità, al p(rese)nte m’offero di farlo osservare nella chiesa et clerici nostri, et q(ua)nto all’Officiolo della Madonna dai laici et da coloro che non sono obbligatj alla recitazione di detto officio[3]. Lo stesso giorno, il protopapas di Soleto Nicola Viva rilascia identica dichiarazione, ma aggiunge che nella terra de Solito no(n) ce siano pre(i)ti latini, no(n) monasterij et la matrice eccl(esi)a n(os)t(r)a con suj sacerdoti son tutti greci[4]. A Soleto, quindi, l’Officiolo della Madonna era recitato in greco.

Molto importante risulta, poi, la cronaca cinquecentesca del galatinese Pietro Antonio Foniati[5], che, pur necessitando di qualche emendamento, ci fa sapere che i galatinesi avevano la possibilità di seguire, passo dopo passo, tutta l’impresa di Lepanto: Don Giovanni d’Austria, fratello bastardo del Re (figlio naturale di CarloV e fratello di Filippo II), intrò in Napoli a 9 d’agusto 1571 a nezza ora de notte, con assai cavalieri, con gran pompa, et onore. Poi viene segnalato il passaggio della flotta cristiana nel mare Adriatico: L’armata de tutta la Cristianità, cioè del re Filippo, del papa e dei Venetiani, passò a 25 di settembre 1571 per Levanta da circa 232 galere. Lo generale era Don Giovanni d’Austria. Era nella galera de Don Giovanni uno stendardo datogl ida papa Pio V, il quale nella battaglia stette arborato (issato) et non ebbe una botta. Erano nelle galere nove galiazze, et venticinque navi portavano tutto lo fiore della cristianità.

Il giorno della vittoria della flotta cristiana contro i Turchi, non fu un giorno fausto per la chiesa collegiata di Galatina: Adì 7 ottobro fu domenica 1571, avendo ditto vespro li latini (cioè recitata l’ora canonica verso il tramonto), essendo li preiti alli pezzoli (seduti su dei sedili di pietra) della chiesa madre, cascò uno trono et gettò lo gallo; et ammazzato l’archipreite (notizia inesatta, perché Giovan Pietro Marciano avrà vita lunga) et entrò perfì mezzo alla chiesa.

Ricordiamo che il 14 ottore 1571, giorno delle dichiarazioni rese dagli arcipreti Marciano e Viva, non si sapeva ancora nulla sull’esito della battaglia, che sarà noto a Galatina il 20 ottobre 1571: Adì venti del ditto, fu sabbato, arrivò una galea che portava [nova de] una moltitudine de galere de l’inimico turco; portava nova (portava la notizia) come con la battaglia fatta a capo Ducato, l’altezza di Don Giovanni (d’Austria), con tutta l’armata Cristiana, prese 170 galere di nemici, con mortalità de trenta millia turchi, et prese assai vivi. L’Occiali (Occhiali Kilig Alì, ammiraglio dell’armata turca) fuggette con trenta galere. Delli nostri morsero (morirono) tre millia, et cinque millia vivi feriti. La guerra fu di matina, durò sei ore, furono presi due figlioli di Alì, generali de li Turchi, il quale fu ammazzato. Vivi furo liberati 12 millia schiavi cristiani. Questo successe adì 7 d’ottobre 1571. Dopo la vittoria della flotta cristiana, molti pittori rappresentarono la Vergine , dapprima chiamata Nostra Signora della Vittoria, festeggiata appunto il 7 ottobre, giorno della battaglia di Lepanto, poi come Madonna del Rosario, nella festa trasferita da Gregorio XIII alla prima domenica di ottobre.

Esemplare, in questo senso, per i richiami alla sconfitta inflitta ai Turchi dall’Europa cristiana, appare la bellissima cinquecentesca tela della Madonna del Rosario, custodita nella matrice di Soleto, che merita un esame dettagliato. La tela, la cui impostazione è ripresa da una stampa dell’incisore lorenese Nicolas Beatrizet, è stata realizzata a mio avviso, tenendo conto anche delle biografie dei personaggi rappresentati, tra il 1572 e il 1576 e si pone, nella storia dell’iconografia rosariana, tra le prime manifestazioni dell’arte pugliese, collocabile “nell’ambito del tardo manierismo meridionale di fine secolo”[6]. Attribuita al noto pittore galatinese Lavinio Zappa, e non Zoppo[7], tra la sequela dei quindici Misteri che affianca i margini superiori, presenta in alto, circondata da angeli che offrono rose e altri musicanti con viole e liuti, una Vergine coronata e il Bambino mentre distribuiscono i rosari a S. Domenico e a S. Caterina da Siena. In basso a sinistra sono raffigurati i protagonisti e i personaggi legati alla vittoria di Lepanto: in primo piano il re di Spagna Filippo II, affiancato dal papa Pio V, con alle spalle il cardinale Borromeo; verso l’alto l’arciprete NicolaViva; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua e, con il berretto rosso di doctorparisiensis, il filosofo, matematico, medico e astrologo soletano Matteo Tafuri, forse committente dell’opera. A destra, sotto l’immagine di S. Caterina, figura probabilmente Eleonora, sorella di Carlo V e, affiancata, sicuramente la regina Anna d’Austria, che indossano la caratteristica gorgiera rigida “a lattuga”. In basso, una giovane schiava turca mostra il rosario e il Vangelo. La schiava, iconologicamente inserita in un contesto di trionfo della cristianità, rappresenta in maniera emblematica l’immagine dell’infedele sottratta ab infami sectamaumethana e recuperata ad fidemnostramsacrosantamcatholicamromanam[8]. Insomma una schiava liberata e convertita.

Filippo II, tre volte vedovo, poco prima della rappresentazione della tela del Rosario, aveva sposato la nipote Anna d’Austria, segnando così l’inizio dei matrimoni endogamici, che portarono alla fine della casa d’Austria, per via dell’eccessiva consanguineità; Eleonora fu regina due volte, di Portogallo e di Francia; Pio V (Michele Ghislieri) e Carlo Borromeo diventeranno santi; Nicola Viva, penultimo arciprete di rito greco di Soleto, oscuro delatore del concittadino Matteo Tafuri, in punto di morte raccomanderà l’anima sua alla maestà de Iddio, lo quale abbia misericordia de quella; l’arcivescovo di Otranto Pietro Antonio de Capua era stato inquisito dal Tribunale dell’Inquisizione e stessa sorte aveva subito l’eretico Matteo Tafuri, che fu “carcerato et confinato in Roma et tormentato per herisia mesi quindecimortalemente”. Tanti personaggi così diversi, inconciliabili tra loro, ma tutti inginocchiati ad implorare la Vergine. Sic transit gloria mundi.

 

[1] G. VALLONE, Mito e verità di Stefano Agricoli arcivescovo e martire di Otranto (1480), in “ArchivumHistoriae”, 29, Romae 1991, app. III, p. 308.

[2] ADO (Archivio Diocesano di Otranto), Fondo atti visita di Pietro Antonio de Capua, 1567, c. 18 r.

[3]Ibidem.Per l’arciprete di Galatina, cfr. V. LIGORI, Famiglie e parentele nei registri parrocchiali galatinesi delCinquecento, in “BSTO” (Bollettino Storico di Terra d’Otranto), 7-1997, p. 68 e nt. 22, 113.

[4] Ibidem. Per l’arciprete di rito greco di Soleto, cfr. L. MANNI, Tracce testamentarie e biografiche di Nicola Viva eAntonio Arcudi, ultimi arcipreti greci di Soleto, in “BSTO”, 14-2005. Pp. 52-61.

[5]   F. GIOVANNI VACCA, Un’inedita cronaca galatinese del Cinquecento, in “Urbs Galatina”, n. u., (a cura dell’Amministrazione Comunale di Galatina), Galatina 1992, pp. 22-4.

[6]Per tela, cfr. L. MANNI, La chiesa Maria SS. Assunta di Soleto, in (a cura di P. ROSSETTI), Maria SS.ma Assunta Soleto, Galatina 2011, pp. 81-3; sulla stampa del Beatrizet, cfr. (a cura di C. GELAO), Confraternite arte e devozione in Pugliadal Quattrocento al Settecento, Napoli 1994, pp.222-4, 239-40.

[7]   Cfr., sull’argomento, L. MANNI, Lavinio Zappa, Matteo Tafuri e la tela del Rosario, in (dello stesso autore), Dallaguglia di Raimondello alla magia di messer Matteo, Galatina 1997, pp. 120-2.

[8]   La citazione è tratta da APS (Archivio Parrocchiale di Soleto), Liber mortuorum, atto del 13 ottobre 1725, in cui risulta sepolto nella matrice il corpo di un tal Sthephanus, uno schiavo ottomano catturato e poi venduto a Soleto tra il 1670 e il 1680, per il quale cfr. L. MANNI, Sthephanus(1650-1725): uno schiavo turco ottomano etc., in “Lu Cutrubbu”, 1990, pp. 61-2.

 

* pubblicato su Il filo di Aracne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tommaso Cavazza (1540-1611) alchimista di Galatina

La pietra filosofale quintessenza della chiave del sapere

INEDITI SU GIOVAN TOMMASO CAVAZZA (1540-1611) ALCHIMISTA DI GALATINA

Circolazione in area meridionale di scritti alchemici del ‘500

"L’Alchimista" di David Teniers il Giovane (1610-1690)
“L’Alchimista” di David Teniers il Giovane (1610-1690)

 

di Luigi Manni

Il beneventano Nicolò Franco, finito sulla forca dell’Inquisizione l’11 marzo 1570, durante il processo accusò Girolamo Santacroce, suo avversario, di aver conosciuto il “mago di Soleto”, l’astrologo Matteo Tafuri (1492-post 1584), in quel periodo processato per eresia e incarcerato nelle galere romane della Santa Inquisizione. Il Santacroce, su chi poteva aver notizia della scarsa religiosità del Tafuri, indicò, tra gli altri, “don Gio. Thomaso Caruso de Taranto”, poi, una seconda volta, come “Capato de Taranto”, che altri non è che il galatinese Giovan Tommaso Cavazza, “scholaro” appunto del Tafuri.

La certezza della patria tarantina ci viene da due inediti rogiti nei quali Joanne Tomasio Cavazzade civitete Tarenti era ad presens (1594) comorante (abitante) dicte terre Sancti Petri (Galatina). Giovan Tommaso ha due fratelli, Donato Antonio, sinora sconosciuto, e Mario, sposato nel 1560 con Giovanna, figlia naturale del duca Castriota Scanderbeg. La madre Joannella Galiota (Giovanna Galeota), nel 1595 risulta vidua relicta quondam magnifici domini Caroli Cavazza (vedova di Carlo Cavazza, padre del nostro). Dal testamento di Mario, sappiamo che i fratelli ereditarono tutti i suoi beni mobili, stabili, oro e argento.

Ora, oltre le date 1568 e 1570, da me individuate, che testimoniano la presenza a Galatina di Giovan Tommaso, disponiamo di un profilo del Cavazza, o Cabazio, curato nel 1679 dal domenicano galatinese Alessandro Tommaso Arcudi nella sua Galatina Letterata,da recepire, in qualche caso, con le dovute cautele, se non la si libera da tare e invenzioni.

Firenze, Palazzo vecchio, Francesco I nel suo studio di alchimia (Stradano, 1570)
Firenze, Palazzo vecchio, Francesco I nel suo studio di alchimia (Stradano, 1570)

Giovan Tommaso Cavazza, dottissimo nella lingua greca, ebrea e latina, non ebbe “eguali nella teologia, filosofia, matematica, cosmografia, astrologia, alchimia, retorica, poetica, come appare dalle tante opre, che scrisse in queste materia”. L’Arcudi lamentava la dispersione delle sue opere: “La maggior parte delle fatighe di questo ingegno grande l’ho andato io raccogliendo manuscritte, eziandio i medesimi originali, benché alcune con mio rammarico le ritrovai poscia consumate da vermi e dall’acqua, che distillava sopra per negligenza ed ignoranza de’ miei domestici”. Il domenicano afferma che il Cavazza aveva “non poca cognizione della magia naturale e fece prove mirabili di chimica, investigatore acuto de’ profondi secreti della natura”. Pensava di “mandar alla luce le sue dotte e degne fatighe, ma cedendo in quella deliberazione troppo tarda alla comune nemica, nel 1611 terminò settant’uno anno di vita”. Il poeta Silvio Arcudi invitò tutti quanti a leggere “del gran Cavazza i dotti fogli”.

Tra i tanti scritti Del Cavazza, ci è rimasta, in volgare, un’opera alchemica intitolata Della pietra filosofale, overo della quinta essenza, che oggi sappiamo conservata nella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli. Il trattato, incompleto, inserito in un codice miscellaneo già noto agli studiosi, ci riporta direttamente agli ambienti dei neoplatonici salentini, raccolti intorno al “protosavio del mondo”, il “philosopho, matematico et medico” soletano Matteo Tafuri. Ed è proprio dal Tafuri che Giovan Tommaso, suo allievo, trasse la linfa vitale per gli esperimenti alchemici di trasmutazione, condensati appunto nel suo Della pietra filosofale, nel quale è citato ripetutamente un altro allievo di messer Matteo Tafuro, il matematico galatinese Giovan Paolo Vernaleone (1527-1602), la cui specifica fama come alchimista è ricordata nella Operatie elixirisphilosophici, un manoscritto polacco attribuito all’alchimista Michele Sendivogio, in cui è citato “un gran’uomo di Napoli”, tal Wernalcon, corruzione di Vernaleone, che avrebbe compiuto a Roma un tentativo mal riuscito di trasmutazione. Ma il Vernaleone fu attivo principalmente nella Napoli tardo-rinascimentale.

Come argomenta Massimo Marra, tutto il trattatello alchemico del Cavazza appare debitore degli scritti dell’alchimista friulano Giulio Camillo (1485-1544), soprattutto il De Transmutazione e l’Interpretazione dell’Arca del Patto. Il galatinese, attingendo come fonti Omero e Virgilio, “utilizza ripetutamente l’ermeneutica alchemica di miti classici”. Tutto ciò testimonia, da una parte, la circolazione in aree meridionali degli scritti camilliani e, dall’altra, come rovescio della stessa medaglia, la produzione e la circolazione di trattati meridionali come quello del Cavazza, che risulta una miscellanea di alchimisti di area meridionale. Viene ribaltata così la convinzione che in Italia l’alchimia fosse un fenomeno essenzialmente settentrionale.

Cavazza esordisce nella sua opera dissertando su un concetto base della dottrina ermetica, cioè sull’Anima del mondo, dalla quale uno spirito vitale, “prodotto come un suo lume, un fiato, uno spirito, un vehicolo di lei”, si congiunge con il “corpo mondano”. La sua speculazione filosofica conclude che da questo “generativo spirito di tutte le cose, et che da questo celeste spirito habbia origine l’essere, la vita et la generazione di tutte quelle (parti dell’Universo)”, per cui “gli elementi, le pietre, l’herbe, le piante e gli animali per quello (spirito) sono, vivono et si generano”. L’alchimista, nella solitudine e segretezza della sperimentazione, agendo “sotto certe costellazioni”, aveva il compito di portare al di fuori della materialità delle cose mondane, “le virtù di questo mondano spirito (…) in tutte le parti del mondo diffuso et nascosto”. Gli obiettivi erano nobili e alti, forse troppo alti: la ricerca della quintessenza della vita, della pietra filosofale, della trasmutazione di un elemento in un altro, della possibilità di trasformare la materia e lo spirito.

(E’ utile consultare: L. MANNI, La guglia, l’astrologo, la macàra, Galatina 2004, pp. 114-8; G. VALLONE, Restauri salentini, in “Bollettino Storico di Terra D’Otranto, 1 (1991), p. 158; A. T. ARCUDI, Galatina Letterata (a cura di G. L. DI MITRI e G. MANNA), Aradeo (Le) 1993, pp. 47-54; M. MARRA, Il discorso sopra il lapis philosophorum del signore Giovan Thomaso Cavazza, in Alchimia (a cura di A. DE PASCALIS e M. MARRA), “Quaderni di Airesis”, Milano 2007, pp. 213-54).

 

 

Soleto. Matteo Tafuri il Sapiente

di Massimo Negro

La recente ed interessante nota del caro amico Marcello Gaballo sul bellissimo campanile di Soleto, pubblicata su questo sito, mi ha riportato alla memoria una passeggiata fatta all’incirca un anno fa, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova, per le strade del piccolo centro salentino.
Sono così andato a riguardare le foto di quella giornata, tra le bancarelle, in chiesa alla consegna del pane benedetto ammassato nelle ceste, tra i confratelli della congrega all’uscita della processione, seguendo il simulacro del santo portato in spalla tra le vie del paese.

Ma tra queste vi sono alcune foto di un posto un po’ particolare, forse non propriamente bello anche per lo stato in cui si trova, ma che a mio avviso ancora oggi a saperlo scovare esercita una qualche forma attrazione se non si limita a guardarlo superficialmente. Non sono foto del noto campanile, ma di una vecchia casa. Una casa tra le strette stradine del centro storico, la casa di quello che la gente del posto ebbe a definire il “mago di Soleto”, Matteo Tafuri.

Marcello racconta con molta efficacia nella sua nota le incongruenze che gli studi ci hanno restituito nel legame tra questo “strano” personaggio e la costruzione del noto campanile, avvenuta ben prima della sua nascita. Ma le leggende non guardano le date, anzi se ne fanno beffa; così si racconta come il Tafuri in quest’opera si fosse avvalso dell’aiuto di figure diaboliche e di streghe che, seconda la leggenda, il presunto “mago” aveva con chissà quale rito costretti a servirlo.

Tutto in una notte.

Una lunga notte durante la quale il Tafuri secondo la leggendo piegò a se le forze diaboliche, pronunciando strane formule latine  mai udite. Strane ombre si affaccendarono quella notte su e giù lungo il campanile, realizzando eterni ricami con la morbida pietra leccese.
Forse anche il sorgere sole venne rallentato  per dare modo di portare a compimento l’opera; ma la luce per quanto la si possa ritardare nel suo incedere alla fine ha sempre la meglio sulle tenebre e i diavoli, improvvisati manovali al servizio del mago in questa opera immane, persero anch’essi la cognizione del tempo restano pietrificati, bloccati in alto sul campanile, dai primi raggi del sole.

Ma chi era questo strano personaggio? Era veramente un mago? Un occultista capace di comandare alle oscure figure dell’inferno? O fu altro?
Matteo Tafuri nacque a Soleto nel 1492, ove nel 1584. Non fu un personaggio da poco..
Dopo i primi anni della sua formazione passati tra Soleto e Zollino a seguire il magistero di Sergio Stiso ad apprendere lettere greche e latine, lasciò il Salento approdando dapprima a Napoli dove studia matematica, medicina, filosofia, appassionandosi alla magia naturale, all’astrologia e alla fisiognomica. Dopo Napoli iniziò il suo peregrinare prima in Italia e poi nel resto d’Europa. Prima Padova e poi Venezia dove entrò in contatto con i filosofi salentini Marcantonio Zimara e Girolamo Balduino.
Lasciò l’Italia per dirigersi in Inghilterra prima e in Irlanda poi. In questi paesi iniziarono per lui i primi seri problemi causati dalla sua passione per la magia. La stessa Inquisizione si ebbe ad occupare di lui ma venne scagionato grazie all’intervento del Pontefice.

Dopo un passaggio in Germania approdò a Parigi alla Sorbona dove pare ebbe a conseguire il dottorato in filosofia e medicina. Un suo ritratto col rosso copricapo della Sorbona si trova nel dipinto del 1580  della Madonna del Rosario nella navata sinistra della Chiesa Matrice di Soleto. Il quadro, pur non in buone condizioni, ci restituisce la figura barbuta e con il capo coperto del Tafuri, con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso la Madonna e il Bambino.

Dopo Spagna, Grecia e forse anche Asia Minore, nel 1550 torna a Napoli dove entra a far parte dell’Accademia dei Segreti fondata da Giovan Battista Della Porta, che giunge a citarlo nella sua opera Coelestis Physiognomonia indicandolo come esempio di coloro che eccellono nell’arte della fisiognomica.

A  Soleto è rimasta la sua casa natale dove sull’architrave di un antico arco è inciso il motto: « HUMILE SO ET HUMILTA’ ME BASTA. DRAGON DIVENTARO’ SE ALCUN ME TASTA »
Con quest’iscrizione Matteo Tafuri esprimeva e manifestava ai cittadini e a chiunque passasse dalla sua dimora la sua mite e umile natura caratteriale, avvertendo però che poteva trasformarsi in un dragone qualora qualcuno lo avesse ingiuriato e si fosse fatto beffe di lui. Purtroppo il Tafuri trascinò con se, anche nella sua natia e piccola Soleto, le maldicenze che ebbero già a colpirlo in Inghilterra e in Irlanda. La sua passione per la magia e l’alchimia lo rendevano un personaggio scomodo forse anche “pericoloso” e sicuramente temuto per la società di allora.

Tafuri_Casa_Interno

“Del salentin suol gloria ed onore” lo definisce il De Tommasi; “assiduo verso gli infermi”, esercitò con impegno e successo la professione di medico ma mentre era “di modello coi suoi scritti, di ammirazione e rispetto coi suoi consulti” fu dalla ignoranza popolana ritenuto un “Mago”.

Il De Giorgi nei suoi Bozzetti scrive “Fu l’idolo dei grandi, la delizia dei letterati, lo spavento degli idioti”.
Un suo discepolo e concittadino Francesco Scarpa in una sua opera lo definisce l’Atlante filosofo salentino.

Il De Giorgi, dopo averlo definito un “genio enciclopedico”, continua scrivendo:

I ciuchi del suo tempo  e del suo paese attribuirono alla stregoneria la potenza del suo genio e della sua dottrina. Mille fiabe curiose si inventarono su di lui, le quali se avessero avuto anche un sentore di verità non sarebbe egli certamente sfuggito alle zampe leonine dell’Inquisizione, in quei tempi così propizii agli arrosti! Ed ora il suo nome giace dimenticato, e fra i ritratti degli illustri salentini che decorano la Biblioteca provinciale di Lecce si cercherebbe invano la effigie di Matteo Tafuri, che fe’ stordire i dotti di Salamanca e di Parigi con la sua immensa dottrina!  Che si ripari e presto alla inconsulta oblivione!

Tafuri_Casa_Interno_2

Di questo personaggio misterioso non restano opere, se si escludono un Pronostico ed un Commento agli Inni Orfici, contenuto nel Codice Vaticano greco 2264.

Di lui resta anche l’antica casa dove ebbe ad abitare. La casa, di proprietà privata, si trova in cattivo stato di conservazione. Un bellissimo pozzo decorato all’interno ma danneggiato con delle brutture per far passare dei tubi dell’acqua e i resti poggiati all’interno dell’antico arco crollato, dove era posto il motto del Tafuri, è quello che rimane di lui.
Tafuri_Casa_Pozzo

Riprendendo l’esortazione finale del De Giorgi, ritengo cosa doverosa da parte del Comune di Soleto e della cittadinanza rendere omaggio a questa straordinaria figura provvedendo al recupero dell’immobile, rendendogli finalmente in tal modo gli onori che gli spettano.

A Matteo Tafuri “il Sapiente”!

 

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