Un’Annunciazione salentina: sarà pure una crosta, ma fino ad un certo punto …

di Armando Polito

Sull’affresco e sulla fabbrica rinvio al pregevolissimo, anche per la documentazione, post di Massimo Negro  (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/21/lecce-masseria-papaleo-li-ove-dimorano-le-fate/), del quale mi son permesso di utilizzare due foto (a cominciare da quella di testa) per qualche riflessione che mi piace esternare e del cui spessore chiedo anticipatamente scusa a chi per preparazione specifica e sensibilità artistica (altro che separazione delle due culture!…) sarebbe più autorizzato di me a dire la sua.

Quello dell’Annunciazione è certamente uno dei temi religiosi più trattati in pittura e, proprio per questo, molto pericoloso, nel senso che è difficile per qualsiasi artista inventarsi qualcosa di nuovo e resistere all’influsso, magari inconscio, dei predecessori. Qui l’anonimo autore ha dribblato secondo me brillantemente l’ostacolo e, pur senza essere un Raffaello, è riuscito a trasmettere un messaggio di speranza (cos’è in fondo l’Annunciazione se non questo?) sfruttando un tema antico con un linguaggio che certamente è legato, come vedremo, alla visione del mondo predominante nei suoi tempi; ma proprio da questa mediazione nasce quel palpito di sentire universale che accomuna espressioni artistiche lontane nel tempo e nello spazio. Insomma, non c’è futuro trascurando il passato ed il presente; altro che con la cultura non si mangia!, affermazione blasfema, oltre che idiota, in nome della quale si tenta di giustificare tutto, cementificazione, cattedrali nel deserto ed opere incompiute comprese!

Riporto l’episodio biblico nella narrazione di Luca (I, 26-38):

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.

L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».

Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Ho volutamente immesso nel testo due spazi perché chi legge comprenda più facilmente come le battute presenti nelle tre sezioni così create si adattino perfettamente ed indifferentemente, singolarmente prese, a ciò che si vede nell’affresco, anche se quelle della terza sezione sembrano, direi volutamente, più calzanti (in realtà è l’inverso: è l’artista che le ha rese più calzanti al testo e non credo che ci sia casualità in questa sottolineatura definitiva). Che sotto questo punto di vista il nostro anonimo pittore abbia superato l’esame a pieni voti mi pare evidente dando una rapida scorsa a termini di confronto famosi.

Giotto (1267 c.-1337), Cappella degli Scrovegni, Padova
Giotto (1267 c.-1337), Cappella degli Scrovegni, Padova
Beato Angelico (1395 c.-1455), Museo del Prado, Madrid (dettaglio)
Beato Angelico (1395 c.-1455), Museo del Prado, Madrid (dettaglio)
Pinturicchio  (1452 c-1513) Cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore, Spello
Pinturicchio (1452 c-1513) Cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore, Spello
Lorenzo Lotto (1480/1557), Pinacoteca comunale, Recanati
Lorenzo Lotto (1480/1557), Pinacoteca comunale, Recanati
Carracci (1555-1619), Chiesa di S. Domenico, Bologna
Carracci (1555-1619), Chiesa di S. Domenico, Bologna

In estrema sintesi possiamo dire che il tema attraverso tre secoli di pittura presenta un progressivo affievolirsi di alcuni dettagli legati al concetto del divino (secondo me l’acme di tale processo è raggiunto dal Lotto con la presenza del gatto il cui  dinamismo non è da meno di quello degli altri due protagonisti), sicché in Carracci, rispetto al quale il nostro anonimo, come vedremo, è contemporaneo, la tonalità scura  fa quasi confondere le ali dell’Angelo con le nuvole, mentre l’aureola è assente in lui e nella Vergine, anche se in quest’ultima sembra sfumare e confondersi con il cappuccio del manto.

Il nostro anonimo si spinge oltre: la Vergine che appare è di fatto una dama rinascimentale e l’Angelo (in cui la tonalità scura delle ali ha la stessa funzione già vista nel Lotto e nel Carracci ma l’esito appare poco felice perché troppo contrastante col chiaro dello sfondo) è quasi un paggio, cui non manca neppure la nota “sexy” dello spacco che scopre una gamba, mentre entrambi i piedi, di rozza fattura come la mano sinistra della Vergine, appaiono congelati in una posizione che forse nelle intenzioni dell’autore doveva evocare una sorta di atterraggio. Da notare ancora che l’Angelo impugna il giglio non con la sinistra ma con la destra, scelta obbligata a causa della conformazione della porzione di parete a disposizione. La colomba è nella stessa posizione della tela del Carracci, al quale per la composizione della scena l’anonimo potrebbe essersi ispirato.

Ne vien fuori, al di là dei limiti formali evidenziati (… forma non s’accorda/molte fiate all’intenzion de l’arte…), una rappresentazione tutta laica (stavo per dire pagana) del tema ma, secondo me, l’essenza universale del messaggio rimane intatta, anche se  questa rappresentazione, agli occhi di chi si attiene ai canoni consueti, potrebbe sembrare blasfema e dissacrante.

Una conferma a questa lettura mi pare che la dia il contesto: l’affresco lì dove si trova (non credo la collocazione sia stata casuale) è come una pala d’altare; solo  che per guardarla bisogna levare lo sguardo più in alto del solito. Ed ecco entrare in scena un secondo componente del contesto: la scala.

Essa nel suo duplice percorso diventa metafora dell’uomo composto di corpo e animo (anche anima, per chi ci crede) sospeso, perciò, tra terra e cielo (anche in senso metaforico, sempre per chi ci crede): salendo è improbabile che ci sia una sosta su qualche gradino e che ci si giri a contemplare l’affresco, mentre una volta giunti in vetta è naturale che lo sguardo vi si posi e  che la retta immaginaria che unisce ortogonalmente lo sguardo all’affresco rappresenti il frutto dell’avvenuta ascesa.

Nel percorso inverso lo sguardo può in qualsiasi momento (attenzione a non cadere! …) rivolgersi all’affresco ma quella linea da ortogonale diventerà sempre più obliqua finché, giunti sugli ultimi gradini tornerà perpendicolare … alla porta: siamo tornati, in tutti i sensi, a terra e il cielo metaforico è lontano, anzi non è più visibile, mentre basta varcare la soglia per contemplare quello reale …

Molto probabilmente al di sotto della lunetta contenente l’affresco vi era un’apertura, in seguito murata, con la funzione di illuminarlo dal basso,  oppure un secondo affresco trafugato chissà quando.

Che gli affreschi fossero due (il mancante di sapore più terreno rispetto al superstite?) o uno, è certo che il committente doveva avere una cultura raffinata e che l’anonimo pittore eseguì fedelmente le sue direttive che, senza rinnegare il passato, erano perfettamente in linea con la temperie del tardo Cinquecento.

E, a proposito di date, quella che appare in basso a destra e che di seguito riproduco in dettaglio mi pare essere il 1585 e non il 1518, come altri (http://www.salogentis.it/2012/05/23/il-ninfeo-delle-fate-nella-masseria-papaleo/) ha creduto di leggere.

Per concludere: anche una presunta (fra l’altro da me!) crosta del passato può avere un valore incommensurabile.

Antiche preci del popolo salentino a San Giovanni Battista

“Azzate San Giuvanni” in provincia di Lecce

 

di Massimo Negro

s-giovanni-b

 

Iniziata con altre intenzioni, la nota “Azzate San Giuvanni” ha risvegliato in molti che l’hanno letta il ricordo di questa antica preghiera popolare. Si sono ricordati di quando l’hanno sentita pronunciare da piccoli dalle nonne o dalle zie. Alcuni, che hanno ancora la fortuna di avere i propri cari anziani in vita, sono andati da loro chiedendo di risentirla. Molti mi hanno scritto riportandomi la loro versione o preghiere similari.

“Azzate San Giuvanni”, a metà tra filastrocca e preghiera, veniva recitata dai nostri anziani quando il cielo veniva ricoperto da nere nubi e scoppiavano quei temporali i cui tuoni facevano tremare i vetri delle porte di casa, facendo temere per i propri cari ancora fuori per le campagne a lavorare.

E’ così iniziata quasi per gioco una sorta di raccolta delle diverse versioni con cui questa preghiera veniva pronunciata nei paesi della Provincia di Lecce. Un viaggio nella tradizione che è diventato anche un’occasione per apprezzare le diversità di pronuncia e dei vocaboli del nostro ricco dialetto salentino.

Tuglie
Partiamo da Tuglie dove vi sono diverse versioni di questa preghiera.

Azzate, San Giuvanni, e nu durmire,
ca visciu tre nuveje caminare
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Portale addhai ci ni canta caddhu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura

Ddisciate San Giuvanni,
c’aggiu vistu tre  nuveje
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Ziccale tutt’etre e mintale intra na crutta scura
Addhu nu vive nuddha anima criatura

San Giuvanni mperatore ci purtasti nostru Signore
Lu purtasti e lu nducisti
lampi e troni nde sparasti
Portali fore fore, addhu nu passa anima te lu creatore.

Vi è poi un’ulteriore preghiera che vede Santa Barbara e non San Giovanni, come santa a cui destinare le proprie invocazioni.

Santa Barbara ca camini a mmenzu a li campi
e nu timi né troni né lampi
pensa a mie e a tutti li addhi
cu lu Padre
cu lu Fiju e
cu lu Spiritu Santu
Casarano
Azzate, San Giuvanni, e nun durmire,
ca s’anu viste tre nuule passare,
una de acqua, una ientu,
l’addha de tristu maletiempu.
Pija la scera e portala a mmare,
addhai ci nu face male.
Addhai ci nu canta gallu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura.
Galatina
A Galatina ho raccolto due diverse varianti di questa preghiera.

Azzate Giuvanni e nnu ddurmire
ca visciu tthre nnuveje caminare,
una d’acqua, una de vientu,
una de tristu mmaletiempu.
Portale a quiddhre parti scure
a ddrai cci nu canta gallu,
nu lluce luna,
nu nnave nuddhr’anima criatura.

Azzate San Giuvanni e nu ddurmire
ca visciu thtre nuveje caminare
una de acqua, una de vientu,
 una de tristu mmaletiempu.
Vane addhrai ci nu canta callu e nu lucisce luna,
addhrai nunn’ave addhra anima criatura
ca la Madonna mmienzu llu campu nu time nè tronu nè llampu
Montesano Salentino
Azzate, San Giuvanni,
e dduma le cannile,
ca ieu visciu tre nule vinire:
una de acqua, una de ientu,
una de tristu maletiempu.
San Giuvanni se zzò,
le cannile ddumò,
lu maletiempu passò.

Vernole
A Vernole questa preghiera vede al centro delle invocazioni Santa Rosalia.

Santa Rosalia subbra nnu munte sstia,
tridici pecureddhere sta uardà
idde tre nnule passare,
una te acqua,
una te jentu,
una te tristu maletiempu
addhu le facimu scire?
addhu nu canta caddhru,
addhu nu lluce luna,
addhu nun cce nuddhra anima criatura.
Veglie
Ausate San Giuanni e no durmire
ca sta besciu tre nuegghie ti l’aria inire
una ti acqua, una ti jentu, una te tristu e male tiempu.
A mare a mare a do
no canta iaddhru
a do no luce luna
male nu fare, male nu fare, male nu a fare a nuddhu fiju ti criatura.
Galatone
Asate, San Giuanni, e no durmire,
ca s’onu iste tre nuule passare,
una ti acqua, una ti ientu,
l’addrha ti tristu mmaletiempu.
Pigghia la scera e portala a mmare,
addhrai ci no face male.
Addhrai ci no canta gallu,
addhrai ci no luce luna,
addhai ci no nasce nuddhra anima criatura.

 

Antiche preci del popolo salentino a San Giovanni Battista

“Azzate San Giuvanni” in provincia di Lecce

 

di Massimo Negro

s-giovanni-b

 

Iniziata con altre intenzioni, la nota “Azzate San Giuvanni” ha risvegliato in molti che l’hanno letta il ricordo di questa antica preghiera popolare. Si sono ricordati di quando l’hanno sentita pronunciare da piccoli dalle nonne o dalle zie. Alcuni, che hanno ancora la fortuna di avere i propri cari anziani in vita, sono andati da loro chiedendo di risentirla. Molti mi hanno scritto riportandomi la loro versione o preghiere similari.

“Azzate San Giuvanni”, a metà tra filastrocca e preghiera, veniva recitata dai nostri anziani quando il cielo veniva ricoperto da nere nubi e scoppiavano quei temporali i cui tuoni facevano tremare i vetri delle porte di casa, facendo temere per i propri cari ancora fuori per le campagne a lavorare.

E’ così iniziata quasi per gioco una sorta di raccolta delle diverse versioni con cui questa preghiera veniva pronunciata nei paesi della Provincia di Lecce. Un viaggio nella tradizione che è diventato anche un’occasione per apprezzare le diversità di pronuncia e dei vocaboli del nostro ricco dialetto salentino.

Tuglie
Partiamo da Tuglie dove vi sono diverse versioni di questa preghiera.

Azzate, San Giuvanni, e nu durmire,
ca visciu tre nuveje caminare
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Portale addhai ci ni canta caddhu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura

Ddisciate San Giuvanni,
c’aggiu vistu tre  nuveje
una te acqua,
una te ientu,
una te triste e mmaletiempu.
Ziccale tutt’etre e mintale intra na crutta scura
Addhu nu vive nuddha anima criatura

San Giuvanni mperatore ci purtasti nostru Signore
Lu purtasti e lu nducisti
lampi e troni nde sparasti
Portali fore fore, addhu nu passa anima te lu creatore.

Vi è poi un’ulteriore preghiera che vede Santa Barbara e non San Giovanni, come santa a cui destinare le proprie invocazioni.

Santa Barbara ca camini a mmenzu a li campi
e nu timi né troni né lampi
pensa a mie e a tutti li addhi
cu lu Padre
cu lu Fiju e
cu lu Spiritu Santu
Casarano
Azzate, San Giuvanni, e nun durmire,
ca s’anu viste tre nuule passare,
una de acqua, una ientu,
l’addha de tristu maletiempu.
Pija la scera e portala a mmare,
addhai ci nu face male.
Addhai ci nu canta gallu,
addhai ci nu luce luna,
addhai ci nu nasce nuddha anima criatura.
Galatina
A Galatina ho raccolto due diverse varianti di questa preghiera.

Azzate Giuvanni e nnu ddurmire
ca visciu tthre nnuveje caminare,
una d’acqua, una de vientu,
una de tristu mmaletiempu.
Portale a quiddhre parti scure
a ddrai cci nu canta gallu,
nu lluce luna,
nu nnave nuddhr’anima criatura.

Azzate San Giuvanni e nu ddurmire
ca visciu thtre nuveje caminare
una de acqua, una de vientu,
 una de tristu mmaletiempu.
Vane addhrai ci nu canta callu e nu lucisce luna,
addhrai nunn’ave addhra anima criatura
ca la Madonna mmienzu llu campu nu time nè tronu nè llampu
Montesano Salentino
Azzate, San Giuvanni,
e dduma le cannile,
ca ieu visciu tre nule vinire:
una de acqua, una de ientu,
una de tristu maletiempu.
San Giuvanni se zzò,
le cannile ddumò,
lu maletiempu passò.

Vernole
A Vernole questa preghiera vede al centro delle invocazioni Santa Rosalia.

Santa Rosalia subbra nnu munte sstia,
tridici pecureddhere sta uardà
idde tre nnule passare,
una te acqua,
una te jentu,
una te tristu maletiempu
addhu le facimu scire?
addhu nu canta caddhru,
addhu nu lluce luna,
addhu nun cce nuddhra anima criatura.
Veglie
Ausate San Giuanni e no durmire
ca sta besciu tre nuegghie ti l’aria inire
una ti acqua, una ti jentu, una te tristu e male tiempu.
A mare a mare a do
no canta iaddhru
a do no luce luna
male nu fare, male nu fare, male nu a fare a nuddhu fiju ti criatura.
Galatone
Asate, San Giuanni, e no durmire,
ca s’onu iste tre nuule passare,
una ti acqua, una ti ientu,
l’addrha ti tristu mmaletiempu.
Pigghia la scera e portala a mmare,
addhrai ci no face male.
Addhrai ci no canta gallu,
addhrai ci no luce luna,
addhai ci no nasce nuddhra anima criatura.

 

Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (II parte)

di Massimo Negro

 

Nello spostarsi con lo sguardo da una parete all’altra della magnifica piccola chiesa di Santo Stefano a Soleto, occorre abituare la vista per non rimanere frastornati. Come quando si ha l’impudenza di guardare il sole. Solo che in questo caso di lucenti e calde stelle che ti illuminano non ve n’è una sola. Non rischiano di far danno alla vista, bensì di inebriarti con i loro caldi colori.

Sono tante! Tante quanti sono i riquadrati di varia grandezza che raccontano della storia del Cristo, le immagini dei Santi e della Vergine. Ti scaldano e ti riempiono l’anima di incredibili sensazioni.

Gli affreschi della parete meridionale raccontano la storia di Santo Stefano, del protomartire la cui dies natalis è il giorno successivo a quello in cui si festeggia la nascita del Cristo.

IMG_0095a

Come scritto nella prima nota che riguarda questo splendido monumento della nostra storia e dell’arte, anche per questa parete non ho l’ardire di commentare tutti gli affreschi presenti. Sarebbe assolutamente pretenzioso da parte mia dato che non sono uno storico e un critico d’arte e, soprattutto, voglio che la presente susciti in voi il desiderio di visitare questo magnifico luogo per poter assaporare appieno la sua bellezza. Scriverò solo di ciò che più mi ha colpito tra le tante bellezze presenti.

La parete meridionale è divisa in tre sezioni (fasce) orizzontali. Le prime due, dall’alto verso il basso, raccontano della vita di Santo Stefano, mentre la terza posta in basso, presenta figure di santi e sante a grandezza naturale, così come nella parete settentrionale.

Ma ancora prima di raccontare della vita del santo attraverso gli affreschi che lo ricordano, la mia attenzione viene attirata dai primi due riquadri posti in alto a sinistra, addossati alla parete absidale.

Nel primo si notano due figure, quella di un uomo e di una donna, inginocchiate e rivolte in preghiera con lo sguardo che va verso l’Ascensione e la Visione dei Profeti Ezechiele e Daniele. A seguire vi è uno strano riquadro in cui si vede la scena di un banchetto, ove si nota  una ricca e imbandita tavolata intorno alla quale siedono diversi personaggi intenti a mangiare. In questo secondo riquadro ricompaiono, tra gli altri, nuovamente le due figure presenti nel primo riquadro. Sono alle due estremità del tavolo. L’uomo è chiaramente e più facilmente riconoscibile; ha in mano un coltello e sta tagliando una pietanza su di un piatto.

IMG_0017a

IMG_0241a

Non è stato ad oggi possibile identificare chi sono queste due figure. Forse i committenti dell’opera o personaggi a questi legati. Di sicuro interesse, nonostante questo mistero, è quanto ci restituisce in particolare il secondo riquadro del banchetto; una sorta di spaccato di vita quotidiana dell’epoca in cui l’opera venne realizzata. Infatti l’autore dell’affresco non poteva che ispirarsi alle tavole e alle pietanze del suo tempo.

Dal terzo riquadro inizia il racconto della vita del diacono santo, infine martirizzato con la lapidazione. Le scene descritte non sono per intero riprese dagli Atti degli Apostoli, libro della Bibbia in cui si narra la storia del diacono scelto dagli Apostoli dopo la morte del Cristo. A far da fonte all’opera vi dovrebbe essere anche la Fabulosa Vita sancti Stephani protomartyris, cioè una sorta di apocrifo sulla vita di Stefano dalla sua nascita sino alla sua morte. Infatti su Stefano gli Atti raccontano solo dal momento in cui venne scelto (“uomo pieno di fede e di Spirito Santo”) dai dodici, del suo discorso al Sinedrio e infine della sua lapidazione.

Nei due riquadri successivi si racconta della nascita del diacono per poi giungere alle rappresentazioni della predicazione e dei miracoli del santo. Infatti il primo riquadro di questa serie, prima di giungere a raccontare del suo martirio, vede un Santo Stefano che predica in riva al mare, dove è ormeggiata una cocca mediterranea del primo Quattrocento sopra la quale si possono individuare diversi personaggi che si sporgono in direzione di Stefano. Come già evidenziato nella nota precedente, colpisce la contestualizzazione dei personaggi degli affreschi, in particolare per il loro vestiario, all’epoca di realizzazione dell’opera.

IMG_0019a

Interessante, in questo riquadro, la stella presente sul capo del santo che sta a significare la luce emanante dal suo volto santo ma, al tempo stesso, ricorda la stella cometa dei De Beaux (del Balzo).

A seguire, dopo la rappresentazione di un anziano visitato da un angelo, vi sono tre riquadri molto interessanti per la storia che potrebbero raccontare. Il condizionale è d’obbligo e tra poco si comprende anche il perché. Si riferiscono all’incontro del Santo con un cavaliere. I primi due riquadri sono nella sezione in alto (gli ultimi due a destra), mentre il terzo si trova nella seconda sezione orizzontale, il primo a sinistra.

IMG_0020a

Nel primo riquadro si vede il cavaliere in armatura dell’epoca con l’elmo ornato da una corona di gigli angioini. Con lui una serie di armigeri con lance e una lunga tromba a cui è legato uno stendardo bianco con una testa di moro. Nel riquadro successivo si nota come il cavaliere, pur rimanendo inginocchiato e a mani giunte, volge il suo sguardo verso il Santo, il quale sembra impartirgli una serie di istruzioni e raccomandazioni.

Infine nel terzo riquadro, il cavaliere si è spogliato della sua armatura e dell’elmo, e riceve il battesimo da Stefano.

IMG_0220a

Questi tre riquadri fanno sorgere alcune domande. Intanto di questa conversione e battesimo pare che non vi sia traccia nei racconti della vita del santo a cui è titolata la chiesa. Episodio simile invece si può rintracciare nella storia del martire Filippo, la cui storia negli Atti degli Apostoli è raccontata subito dopo quella di Stefano. Infatti si fa menzione dell’incontro e discussione con un eunuco etiope, un alto funzionario della regina Candace, regina di Etiopia. Ipotesi rafforzata sia dalla carnagione del neo catecumeno (scura, come si può be notare nel terzo riquadro), sia dalla presenza sullo stendardo bianco di una testa di moro con la quale venivano rappresentati coloro che provenivano dall’oriente o dal continente africano.

E proprio la carnagione del personaggio e il suo essere rappresentato come proveniente da terre lontane, ha dato vita ad un’altra interpretazione suggestiva. Che questo personaggio sia Baldassarre, uno dei Magi, a cui i Del Balzo, De Beaux, facevano risalire le loro origini? A questa domande ovviamente non vi è risposta.

I riquadri successivi sono quelli che ci conducono verso il martirio del diacono. Anche queste scene non trovano per intero il loro fondamento negli Atti, bensì in un antico testo greco in cui si narra della passione del santo.

Dapprima viene bastonato e, nei successivi riquadri malmenato.

IMG_0222a

Poi si tenta di metterlo in croce ma, come viene raccontato nella vita del santo, giunge un angelo a strapparlo dalla croce.

IMG_0224 a

Infine viene lapidato, siamo nell’ultimo riquadro della seconda sezione. Questo è idealmente suddiviso in due parti. Nella prima a sinistra il santo viene fatto oggetto del lancio di pietre, la lapidazione.

IMG_0226a

Nella seconda parte, si nota il corpo del santo privo di vita a terra, mentre in alto due angeli reggono la sua anima che si indirizza verso il Padre e il Figlio che compaiono in alto .

IMG_0227a

La ricchezza dei riquadri sulle scene del martirio del santo, la ripetuta crudeltà nell’azione dei suoi carnefici, lascia supporre che questa sezione del ciclo degli affreschi possa contenere un messaggio neanche tanto velatamente antiebraico. Ipotesi rafforzata da un piccolo ma significativo particolare, oggi difficilmente individuabile, la cosidetta rotella rossa che distingueva gli ebrei e che questi erano tenuti a portare sui loro vestiti, come del resto aveva prescritto Maria d’Enghien negli Statuti di Lecce della prima metà del quattrocento.

particolare a

Nell’ultima sezione in basso si susseguono diverse figure, da sinistra verso destra compaiono il Cristo Sapienza – Verbo di Dio, Maria con il Bambino, Santo Stefano e la Crocifissione con Maria e Giovanni.

IMG_0009a

A seguire, dopo la Crocifissione, San Giovanni Battista, Sant’Antonio Abate, San Nicola e a seguire, sulla parete occidentale, Sant’Onofrio e un rovinato San Giorgio.

IMG_0010a

Giungiamo così alla conclusione della seconda nota e il pensiero corre già alla successiva nella quale si discorrerà sullo splendido Giudizio Universale. Ma di questo ne parleremo nella prossima.

di Massimo Negro

____________

Cosimo De Giorgi. La Provincia di Lecce. Bozzetti. 1888.

M. Berger – A. Jacob. La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Argo 2007.

____________

Note correlate:
– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (I parte).

http://massimonegro.wordpress.com/2013/01/21/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-i-parte/

Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (III e ultima parte). Il Giudizio Universale.

http://massimonegro.wordpress.com/2013/02/12/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-iii-e-ultima-parte-il-giudizio-universale/

Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (I parte)

di Massimo Negro

Siete mai stati colti in qualche occasione da una sensazione di inadeguatezza?

A me capitava sistematicamente ogni volta che, aprendo il mio archivio fotografico, osservavo le foto degli affreschi della splendida Chiesa di Santo Stefano a Soleto. E questo per un po’ di anni. Le foto sono così rimaste silenti per lungo tempo a causa di questo mio timore.

A dire il vero non c’è una ragione precisa per cui oggi, a distanza di anni, decido di affrontare l’argomento. Forse un pizzico di incoscienza. Chissà! Fatto sta che l’ora è giunta e le mani hanno iniziato a muoversi sulla tastiera. Vedremo un po’ alla fine che ne uscirà.

Premessa strana la mia, per chi non conosce e, soprattutto, non ha avuto modo di visitare la Chiesa. Stato d’animo comprensibile per chi, invece, ha già avuto modo di osservare la ricchezza, la varietà e la complessità del ciclo pittorico all’interno. Per cui corre l’obbligo specificare in questa sede quanto già scritto in altre occasioni. I miei racconti sono frutto di osservazione e non di studio approfondito, per quanto ogni notizia riportata sia frutto di ricerca bibliografica.

Il mio racconto su questo sito sarà articolato in tre note. Questa è la prima.

Ma andiamo per gradi e, percorrendo le stradine del piccolo ma ben conservato centro storico di Soleto, giungiamo dinanzi alla facciata di questo inestimabile gioiello, incastonato tra le mura bianche della stretta via su cui si affaccia.

IMG_1082

La strada è stretta e si fa una certa fatica ad abbracciare con un unico sguardo la pur piccola facciata dell’edificio religioso. Il piccolo portale in stile romanico è sormontato da un piccolo rosone dello stesso stile e, in cima, un campanile a vela.

IMG_1085

Parte delle decorazioni in pietra leccese non si possono più ammirare. E’ probabile che questo sia semplicemente dovuto alla friabilità della pietra adoperata, ben visibile in particolare intorno all’architrave.

Per avere traccia dei committenti occorre volgere lo sguardo in alto. Al di sopra del rosone che sovrasta il portale d’ingresso con molte difficoltà si possono notare due piccoli scudi araldici. Quello più visibile lascia intravedere i lineamenti dell’arma dei Del Balzo. Infatti nei due inquartamenti superiori dello scudo, a fatica si può notare la stella a sedici punte e il corno da caccia dei principi d’Orange. Del secondo è giunto sino a noi ancor meno e gli studiosi hanno potuto lavorare solo su delle ipotesi. Seconda una di queste, si potrebbe scorgere un corno di luna calante, iconografia tipica delle armi delle famiglie che pretendevano di discendere dai Magi. Seguendo questa interpretazione giungiamo alla famiglia nobiliare provenzale dei De Baux, i signori di Baux che pretendevano di far risalire le proprie origini a uno dei tre Magi, Baldassare. De Baux che nel giungere in Italia a seguito di Carlo I  D’Angiò mutarono il loro nome in Del Balzo.

IMG_1087

Ancorché ormai poco visibili, questi due scudi araldici hanno il pregio di poter collocare temporalmente la costruzione del piccolo tempio ai tempi di Raimondello Del Balzo Orsini, che resse le conte di Soleto e di Lecce tra il 1384 e il 1391. Comunque non a data più remota come alcuni studiosi hanno tentato di fare.

Proprio riguardo la data di erezione dell’edificio vi è un piccolo mistero. All’esterno non vi è alcuna data incisa nella pietra. Mentre all’interno, sulla parete settentrionale, vi è quel che resta di una iscrizione dedicatoria sulla quale, con notevole difficoltà, è possibile leggere solo quanto segue – “Fu eretta …” – null’altro.

La cosa strana, fonte questa di mistero, è che la scritta pare essere stata cancellata scientemente e in modo uniforme, come se qualcuno, in un qualche periodo della storia non abbia voluto che venisse ricordata la data di costruzione e il committente. Una sorta di damnatio memoriae.

Dall’800 una sorta di lettura di poco più completa di questa iscrizione è giunta sino a noi. Ci arriva dal Diehl che sosteneva di essere riuscito a decifrare il numero 6855, corrispondente all’anno 1346/47. Gli studiosi sono poco propensi a dargli fiducia, in quanto in altre occasioni pare che ci abbia tramandato delle interpretazioni cronologiche non veritiere o comunque smentite da studi successivi.

Ci sono tornato qualche mese addietro. Non sono entrato perché la porta che nel passato, ahimè, era sempre aperta, oggi è finalmente chiusa e l’accesso avviene solo con guida, scongiurando in tal modo eventuali atti di vandalismo. Riguardo questo punto mi permetto di dare un suggerimento all’Amministrazione di Soleto. Ancorché ritenga che, data la bellezza del sito, lo stesso non possa rimanere aperto senza alcuna vigilanza, sarebbe molto suggestivo se l’attuale portone fosse sostituito da una struttura con vetri che possano far vedere l’interno anche nelle ore in cui la chiesa non è visitabile. Si può ben immaginare la bellezza della visione dell’interno nel camminare lungo la stradina del centro storico ove è sita, nelle calde serate d’estate.

Ma prima di entrare, come per altri siti, è di sicuro interesse leggere quello che Cosimo De Giorgi scrisse nei sui Bozzetti (1888) quando giunse a visitare il luogo.

“Il più importante monumento di questo paese [Soleto] per le pitture che contiene è la chiesina di S. Stefano, la quale fu edificata nel XIV secolo … e fu una di quelle che mantennero il rito greco fino al 1600 … Fino ai primi di questo secolo [‘800] fu isolata da tutti i lati, mentre oggi è chiusa tra abitazioni e giardini [ndr. In effetti all’interno è possibile notare due porte ora murate sul lato settentrionale e su quello meridionale].

La facciata è in parte sciupata. Mancano le colonne sulle quali poggiavano i leoni che si vedono ancora sum mensoline confitte nel muro, nei due lati dell’architrave, mutilati e corrosi dal tempo [ndr. dei leoni che nota il De Giorgi resta quasi nulla]. Il fregio di quest’architrave e il fresco della lunetta sono anche perduti.”

La facciata nel passato era sicuramente affrescata. Solo alcune tracce di intonaco sono giunte sino a noi. In buona sostanza poco rilevanti e a riguardo, già al tempo, il De Giorgi non scrisse nulla.

IMG_1092

Entrare nella chiesetta è come immergersi nella storia. Ancor prima del fatto artistico in se di gran valore, guardare gli affreschi ci apre un ampia finestra sui costumi dell’epoca in cui furono realizzati. Vestiti, corazze e persine una tavola imbandita. Dal punto di vista religioso una sorta di stupefacente “Biblia pauperum” in cui, dalla rappresentazione del maligno alla risurrezione del Cristo, tutto trova sintesi e compimento. Si può solo immaginare l’impressione che doveva suscitare nel tardo Medioevo la figura del Diavolo che ingurgita le anime dei dannati.

Abside foto d'insieme2

La prima sensazione che mi coglie immancabilmente ogni volta che entro, è una sorta di smarrimento. La ricchezza della decorazione paretale mi fa quasi venire le vertigini. Ho quasi l’impressione che tutte le figure ritrarre sulle pareti si volgano a guardarmi. Con il tempo mi sono dato un metodo di lettura; perché proprio di lettura si tratta.

Parto dalla parete ove è posizionata l’abside.

All’interno della catino absidale posto al livello dell’altare, nella parte inferiore sono ritratte cinque figure. Al centro un giovane Cristo e ai lati, due per lato, delle figure di Santi Vescovi. Di questi solo uno è stato attribuito, il primo alla destra del Cristo, e si tratta di San Giovanni Crisostomo. Per gli altri, nonostante la presenza di cartigli non è stato possibile attribuire un nome.

Abside Cristo Quattro Santi Vescovi2

Abside Cristo 2

Abside San Giovanni Crisostomo

Nella parte superiore del catino è rappresentata la Trinità e la discesa dello Spirito Santo, la Pentecoste, su Maria e sui dodici Apostoli, che danno le spalle alle mura di Gerusalemme. Degli Apostoli è stato possibile identificare Pietro, alla destra di Maria, e Giovanni, Mattia e Giacomo alla sua sinistra.

Abside Pentecoste insieme 2

Di particolare importanza sono i cartigli bianchi con delle iscrizioni in greco, che hanno in mano i dodici. Hanno un significo ben preciso e sono concatenati tra loro: sono i dodici articoli del Simbolo degli apostoli. Una rappresentazione molto importante e rara, soprattutto se si considera che fece la sua comparsa nel XV secolo. Da alcuni fonti pare invece che il Simbolo degli apostoli fosse conosciuto sin dal XIII secolo. Nello specifico, la versione soletana pare che debba le sue origini al modello niceno-costantinopolitano.

Abside Pentecoste particolare 1 2

Ma cos’è questo Simbolo apostolico? Riporto la traduzione dal greco dei primi articoli per rendere più comprensibile quanto scritto sin d’ora:

  1. Credo in un solo Dio  Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra,
  2. E in un solo Signore Gesù Cristo, suo Figlio unigenito
  3. Che si è incarnato per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria
  4. Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso e fu sepolto
  5. ….

Non lo riporto per intero per non annoiare il lettore. Dei cartigli solo l’articolo 7 e 8 non solo leggibili.

Abside Pentecoste 2 2

Si tratta in buona sostanza di quello che noi oggi chiamiamo “Credo” e che viene recitato durante la messa subito dopo la Liturgia della Parola. Le origini di questa preghiera sono antichissime e, secondo le ipotesi di studio prevalenti, potrebbe avere le sue origini proprio negli Apostoli. Ecco perché è molto suggestivo vederlo rappresentato in questi termini all’interno di Santo Stefano.

Spostando lo sguardo più in su, lungo la parete dell’abside, si giunge ad uno degli affreschi più suggestivi presenti all’interno dell’edificio: l’Ascensione e la Visione dei Profeti.

Abside Ascensione2

L’artista in questa sua opera ha saputo sapientemente miscelare due eventi molto importanti raccontati all’interno della Bibbia, fondendone alcuni dei loro elementi costituenti in modo eccellente. Ecco quindi che l’Ascensione di Cristo si fonde con le visioni dei profeti Ezechiele e Daniele, anticipando i contenuti rappresentati nell’altra grande e maestosa opera pittorica presente all’interno, quella del Giudizio Universale. Per cui l’Ascensione di Cristo diventa messaggio di annuncio del suo secondo ritorno alla fine dei tempi.

Abside Ascensione particolare2

Abside Ascensione particolare Ezechiele2

Abside Ascensione particolare Daniele 2

Dall’abside volgo lo sguardo verso la parete settentrionale. Su questa parete è presente una porta murata, sull’architrave della quale era posta l’iscrizione dedicatoria il cui contenuto è stato cancellato. La porta a detta del De Giorgi conduceva verso l’attiguo locale della sagrestia (ora non c’è più).  Dell’iscrizione perduta riporto quanto scrisse il De Giorgi:

“Fu distrutta da un impiastriccione microcefalico il quale la ricoprì di uno strato di cerussa sciolta nell’olio di lino.”

Parete Settentrionale

La parete settentrionale è divisa in quattro sezioni orizzontali. Dall’alto in basso, le prime tre sono dedicate al Ciclo Cristologico, mentre nell’ultima sezione in basso, la più larga, sono rappresentate figure di santi e sante. Ciascuna sezione è articolata in riquadrati affrescati. Vista l’impossibilità di soffermarmi su ciascun riquadro, concentrerò la mia attenzione solo su quelle da me ritenuti più significativi. Per approfondimenti, consiglio testi specializzati.

La prima sezione orizzontale del Ciclo, posta in lato, va dal ritorno dei Magi sino al battesimo di Gesù. Una prima particolarità è riscontrabile nell’assenza della Natività. L’autore subito dopo il riquadro dei Magi, parzialmente perduto, rappresenta infatti la Fuga in Egitto.  Di questa colpisce il viso triste e preoccupato della Vergine Maria che più che abbracciare il Bambino, pare quasi che si pieghi su di lui con l’obiettivo di proteggerlo e rassicurarlo con il proprio corpo. Le movenze immaginate del Bambino rafforzano questa sensazione di timore perché, come si può notare, Gesù, volto verso il viso della Madre, cerca di aggrapparsi al suo collo, proprio come fanno tutt’oggi i  bambini quando hanno paura.

Fuga in Egitto

Timore ben fondato in ciò che  possibile vedere nel riquadro successivo, la tristemente nota Strage degli Innocenti. I soldati, contestualizzati nelle loro divise all’epoca di realizzazione dell’affresco (cioè con equipaggiamento tipico angioino), sono pronti a scagliare i bambini in terra per ucciderli, mentre un terzo cerca di strappare il figlio ad una madre. Dalla loggia del palazzo si vede Erode impartire l’orrendo ordine.

Strage degli Innocenti 2

Della prima sezione, l’ultimo commento riguarda il riquadro successivo, che precede i due successivi dedicati al battesimo. Il riquadro in questione introduce la figura del Battista in fasce con sua madre Elisabetta, rappresentati nel Miracolo della Montagna. E’ un episodio narrato nel Protovangelo di Giacomo, secondo il quale la montagna si aprì per nascondere al suo interno madre e figlio per sfuggire ai soldati.

Il miracolo della montagna

Passiamo ora alla seconda sezione orizzontale della parete settentrionale. Il primo riquadro è molto suggestivo. Narra la Tentazione nel deserto ad opera del diavolo. Diavolo che, come si può osservare, decide di assumere, per mezzo delle intenzioni dell’artista, una particolare sembianza: quella di un frate francescano. E tale rischia di apparire se non si presta attenzione ad un particolare: i piedi. Infatti la figura tentatrice al loro posto ha delle zampe palmate di rapace.

IMG_0032

Subito dopo sono raccontati due miracoli compiuti dal Cristo. Il primo a destra è la guarigione del cieco, mentre il secondo si riferisce al miracolo della guarigione dell’indemoniato. Un elemento di particolare suggestione è presente nel secondo riquadro nel quale, osservando la figura del miracolato, si può notare che dalla bocca dello stesso fuoriesce una piccola figura nera. Questa altri non è che il diavolo. La figura del maligno, rappresentata poco sopra la testa, è molto simile a quella che è possibile scorgere nella Chiesa di San Mauro a Lido Conchiglie all’interno della rappresentazione del battesimo del Cristo.

Guarigione del cieco nato e del sordomuto

Nel riquadro successivo è collocata la Risurrezione di Lazzaro. Le figure coinvolte sono quelle presente nei racconti evangelici. Faccio solo notare come l’autore ha voluto rappresentare l’agire degli amici di Lazzaro che sembrano per certi versi infastiditi nel dover aprire il sepolcro a causa del fetore che da lì emana. Questo stato d’animo è rappresentato molto bene nei loro atteggiamenti; infatti si può notare come si portino un po’ tutti la mano a coprire naso e bocca.

IMG_0207

Segue poi l’Ingresso a Gerusalemme che costituisce l’ultimo dei riquadri chiaramente visibile della seconda sezione. Infatti i riquadri successivi sono molto compromessi; si possono intravedere i contorni delle figure ma, ahimè, la colorazione è andata quasi del tutto persa.

L'ingresso a Gerusalemme

Della terza sezione orizzontale mi soffermo solo sul riquadro in cui sé rappresentata la comparizione davanti a Pilato. Qui si può notare come Pilato abbia un’espressione sorridente, quasi benevola sul viso. Appare invece chiaramente chi è il grande accusatore del Cristo, ritratto con le caratteristiche sembianze degli ebrei dell’epoca e con una borsa di denari in mano. Una rappresentazione in linea con la normale credenza che voleva che fossero gli ebrei i veri ed unici colpevoli della sua crocifissione.

Bacio di Giuda e Processo dinanzi a Pilato

I riquadri successivi continuano con altri momenti della Passione del Cristo, sino al riquadro della sua Resurrezione. Di quest’ultimo rimane ormai ben poco.

Nell’ultima sezione orizzontale, che si sviluppa in modo uniforme su tre lati dell’edificio (ad eccezione dell’abside), sono rappresentati una serie di figure di Santi e Sante.

Da sinistra le sante Tecla, Maria Maddalena e Caterina d’Alessandria.

IMG_0025

A seguire San Simone e l’Arcangelo Michele.

IMG_0026

Termina così la prima delle tre note. Per ovvie ragioni di tempo e di spazio non tutti gli affreschi sono stati riportati e commentati, come non lo saranno per le prossime. D’altro canto questo non vuole essere un trattato, non ho i mezzi e la voglia per farlo. E’ un invito rivolto a tutti quelli che leggeranno questa nota. Un invito a completare questa ricerca e a contemplare la bellezza del ciclo pittorico, recandovi personalmente a Soleto in questo piccolo ma mirabile gioiello.

di Massimo Negro

____________

Cosimo De Giorgi. La Provincia di Lecce. Bozzetti. 1888.

M. Berger – A. Jacob. La Chiesa di S. Stefano a Soleto. Argo 2007.

____________

Note correlate:
– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (II parte).

http://massimonegro.wordpress.com/2013/01/29/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-ii-parte/

– Soleto. Tra le meraviglie di Santo Stefano (III e ultima parte). Il Giudizio Universale.

http://massimonegro.wordpress.com/2013/02/12/soleto-tra-le-meraviglie-di-santo-stefano-iii-e-ultima-parte-il-giudizio-universale/

Massimo Negro

 

Come mi diceva mia madre “’ ‘nnu ‘rriggetti mai a casa”.

Questa voglia di andare in giro alla scoperta di posti nuovi è presente in me ed è cresciuta con me sin da quando ero ragazzino. Sono cresciuto in un piccolo paese della Provincia di Lecce, Tuglie e le opportunità per ingannare il tempo libero, all’epoca, non è che fossero, apparentemente, tante. Alcuni dei miei compagni preferivano le lucette colorate delle sale giochi, io con altri compagni di avventure preferivamo inforcare le biciclette e perderci nelle campagne intorno a Tuglie, ad esplorare case e masserie abbandonate, a strisciare nei cunicoli della Grotta delle Veneri (allora la cancellata era divelta), ad arrampicarci per i muretti o alla ricerca di minerali per le nostre collezioni.

Qualche volta capitava che qualche mio parente mi incrociasse per strada chissà dove, e quando tornavo a casa mia madre la trovavo pronta sulla porta a chiedermi spiegazioni sul dove mi fosse cacciato.

Il primo incontro con una macchina fotografica l’ho avuto in terza media quando mio padre mi consegno la sua Comet, una piccola macchina fotografica ma capace di fare foto di una nitidezza spettacolare.

Con questa sono cresciuto sino al conseguimento del diploma di Ragioniere (ebbene si, nel mio background sono un ragioniere), quando ho avuto in regalo la mia prima Canon.

L’interesse verso la mia terra è cresciuto esponenzialmente quando sono andato a Milano a frequentare la facoltà di Economia e Commercio presso l’Università Cattolica. Erano gli anni in cui la “Milano da bere” era stataprosciugata, gli anni di Tangentopoli e i primi anni della Lega Lombarda, gli anni di Bossi in cannottiera, di Pagliarini, di Miglio e del sindaco Albertini.

Anni di grandi battaglie politiche, tra università e partito, e che ahimé non hanno portato a nulla.

Molti nostri conterranei hanno preferito “ambientarsi” sino al punto da disconoscere le proprie origini, la propria storia personale o della propria famiglia. Onestamente mi capitava di sentire il termine “terrone” più che da milanesi, da gente del sud o da giovani figli di emigranti.

Ma Milano, nonostante i vari “speriamu cu sgarra” dei miei coinquilini ostunesi, mi ha lasciato un bel ricordo.

Le innumerevoli volte Alla Scala, rigorosamente nel loggione facendo la fila durante il giorno, studiando stando seduto fuori per strada, estate o inverno. I tanti musei più e più volte visitati. La musica dal vivo, jazz o blues, lungo i Navigli, tra un bicchiere di birra e un altro, alle Scimmie o al Grillo Parlante.

Ma la decisione è stata chiara e netta sin da subito. La residenza non si sposta da Lecce!

Per cui dalla fine del mio percorso universitario è iniziata la mia vita da ramingo.

Ho iniziato a lavorare per una multinazionale della consulenza, casa madre americana, dove tutt’ora mi trovo con il ruolo di Senior Manager.

Ufficio a Milano, cliente da qualche parte in Italia o a volta anche all’estero, fine settimana rigorosamente a Galatina, dove mi sono trasferito dopo il matrimonio.

Nel frattempo la mia attrezzatura fotografica si è evoluta ed è cresciuta con il tempo, coniugata con un’altra grande passione, quella per i libri. Leggo in media 4 o 5 libri al mese, anche se capita spesso che ne acquisti di più. Mia moglie si trova la casa invasa dai miei libri ma anche dai suoi e dalle sue scartoffie (è un insegnante). Ho il timore che prima o poi arriverà a minacciarmi di scegliere tra lei e i libri.

Il passaggio dalla pellicola al digitale mi ha invogliato a condividere le mie passeggiate per la campagna e i centri del leccese utilizzando il web, dove racconto le mie storie, le mie sensazioni. E’ un viaggio per immagini. Non sono uno storico. Racconto quello che vedo e soprattutto quello che la gente comune del posto mi racconta o, per i luoghi a me cari, storielle che ho vissuto. Con la speranza di non annoiare!

Muro Leccese. Santa Marina. Uno sguardo verso Oriente

di Massimo Negro

Con questa nota inizia “casualmente” un percorso  composto da brevi note che riguardano il culto di una santa, Santa Marina, giunto nel Salento secoli e secoli addietro sulle barche che portarono nelle nostre terre la religiosità e l’arte di Bisanzio. Quando l’occidente era avvolto da una grigia coltre e le stelle ad oriente brillavano luminose, i loro riflessi giungevano sino a noi.

smarina-

Casualmente, perché nei primi siti da me visitati vi ero andato con altre intenzioni, diverse da quelle di descrivere la vita di questa Santa e le sue numerose tracce nel Salento, così profonde da essere fonte di tradizioni e credenze popolari a me sconosciute.

Devo essere sincero. Di questa santa avevo letto su alcuni libri, anche un po’ vecchiotti, nei quali sono descritti i principali insediamenti rupestri o antiche fondazioni di monaci basiliani nella nostra terra. Ma non pensavo, professo la mia ignoranza, che il culto di questa Santa fosse ancora vivo e partecipato anche ai giorni nostri.

Così quasi senza volerlo, iniziando il mio percorso a Muro Leccese, dove a dire il vero vi andato per i resti messapici presenti in questa cittadina, e grazie a qualche dritta di un caro amico giornalista, mi sono ritrovato a Ruggiano prima e poi a Miggiano. Ma non mi sono fermato qui e con l’occasione ho fatto una capatina a Carpignano Salentino ad una cripta in cui si ricorda il culto della santa. Sempre sulle orme di Santa Marina. Ma a quel punto era diventata una vera e propria ricerca, pur se praticata con i miei limitati mezzi riguardo le fonti storiografiche.

Prima tappa di questa sorta di pellegrinaggio (in fin dei conti parliamo di una Santa) a Muro Leccese, antico centro messapico, ma non solo. Infatti a Muro è presente la piccola ma bellissima chiesetta dedicata a Santa Marina, che viene festeggiata dalla comunità locale nel mese di luglio.

A questa santa si ricorre per diversi motivi. Con questa nota, vi racconto le notizie che ho raccolto per l’occasione della visita a Muro; nelle prossime, seguendo il corso delle mie tappe per il Salento vi racconterò anche di altro e delle credenze popolari che ruotano attorno al culto della santa.

Santa Marina di Antiochia di Pisidia, come tutti i santi sicuramente non ha avuto una vita facile, ma quanto è giunto sino a noi della storia della sua vita sicuramente risente di una certa libertà di prosa da parte della fantasia popolare e della stessa chiesa di allora, che ne ha esaltato le virtù eroiche di martire.

Marina sarebbe stata figlia di un sacerdote pagano. Rimasta orfana della madre, il padre l’affidò ad una nutrice cristiana che la istruì nella fede e poi venne battezzata.
Mentre pascolava il gregge della famiglia che l’aveva adottata, la sua straordinaria bellezza colpì il governatore della provincia, Olibrio, che voleva sposarla. Subito Marina si dichiarò cristiana. Olibrio ben presto la minacciò e infine la sottopose ad una serie di tormenti, facendola rinchiudere in un carcere buio. Qui fu anche tormentata da visioni diaboliche che la martire dissipò con un segno di croce. Il demonio tornò a tormentarla sotto forma di drago che l’inghiottì viva. Marina, servendosi della croce, squarciò il ventre della bestia e uscì indenne. Da questo episodio della fantasia nacque la devozione a Marina quale protettrice delle donne incinte per avere un parto facile. Infine, fu decapitata.

La chiesa è stata eretta intorno al X e- XI secolo, utilizzando dei blocchi trasportati dalle vicine mura messapiche. Al suo interno la presenza di antichi affreschi risalenti al periodo basiliano, alcuni dei quali rinvenuti sotto l’intonaco che era stato utilizzato nel lontano passato per ricoprirli con nuove decorazioni e immagini risalenti al tardo ‘500.

La chiesa ha una sua particolare importanza in quanto al suo interno si trova (o per meglio dire quello che ne resta) il più antico ciclo di affreschi sulla vita di San Nicola di Myra. Alcuni studi fanno risalire la committenza all’Imperatrice Zoe, sposa di Costantino IX Monomaco (1043) come ex voto al Santo di Myra per la sconfitta di un nemico. La chiesa quindi sorge dedicata a San Nicola e solo più tardi, accanto a San Nicola si affianca il culto di Santa Marina, sino a prenderne il posto. Infatti oggi la chiesa è conosciuta come chiesa di Santa Maria.

Nei calendari orientali la sua festa è segnata il 17 luglio. A Muro Leccese, la martire orientale viene festeggiata la seconda domenica di luglio, anche se il calendario occidentale la riporta il 18 dello stesso mese.

Le foto sono state scattate il pomeriggio della festa, passato a gironzolare tra la Chiesa Madre, in attesa dell’uscita della processione, e nei pressi della Chiesa di Santa Marina, ingannando il tempo a veder giocare a “padrone” un nutrito tavolo di signori del luogo. Visto il contesto e qualche ricordo di gioventù che mi era tornato alla memoria rivedendo quel gioco, cari amici, una birretta era d’obbligo.
__________

Seguendo il link il video con le immagine di quel pomeriggio di luglio
http://www.youtube.com/watch?v=ZmgX5_TjsI4

fonti:
“Santa Marina. Tra Oriente ed Occidente” a cura del Comune di Muro Leccese.

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/06/muro-leccese-santa-marina-uno-sguardo-verso-oriente/

 

Lecce. Masseria Papaleo. Lì ove dimorano le Fate.

di Massimo Negro

 

Se le fate sono esistite non potevano che vivere in un luogo incantato come questo. Prima che gli sfregi dell’uomo, i segni del tempo e dell’abbandono le facessero allontanare da noi. Ma prima di andar via hanno voluto lasciare un segno della loro presenza, affinché ce ne ricordassimo. Per lungo tempo non l’abbiamo fatto, dimenticando la loro dimora, lasciando che questo splendido luogo fosse alla mercé di vandali e devastatori. Ma forse le loro speranze non erano state poi così inutilmente riposte in noi. Infine il loro ricordo è nuovamente riaffiorato. Ma di questo scriverò in seguito nelle conclusioni.

img_1588

Bisogna svuotare la mente, occorre dimenticare il mondo che attualmente ci circonda con le sue frenesie e isterie. Un bel respiro e ci si immerge nell’ocra della pietra, nelle macchie di verde intenso, in un mondo sospeso tra l’oggi e ieri, tra terra e cielo.

Ed è questa la prima impressione che si ha nel guardare la grande Masseria Papaleo. L’antica azione dei cavatori, che hanno lasciato le loro profonde tracce incise nella roccia, ha reso visibile questa sensazione di sospensione.

IMG_1582

Che risulta ancor più evidente se ci si sposta sul retro del complesso. Si ha quasi l’impressione che la Masseria sia stata poggiata da chissà quali forze sovraumane sul blocco di pietra calcarea su cui si erge. Pare quasi che da un momento all’altro possa sollevarsi e scomparire quasi fosse il Castello errante di Howl.

Un gioco di archi dalle grandezze e altezze variabili, mantenuti ancora in piedi grazie a chissà quale miracolo, ci conduce all’interno del complesso, dinanzi alla lineare e imponente facciata dell’edificio. Le decorazioni esterne sulle architravi delle tre porte di accesso al piano nobile fanno intuire, con pochi dubbi, l’importanza del luogo.

IMG_1480

Da segni ormai non più visibili, ma giunti sino a noi da chi nei primi decenni del secolo scorso visitando il luogo ha voluto lasciar memoria per iscritto della propria visita, si pensa che sia appartenuta a Scipione de Summa, che governò nella Terra d’Otranto dal 1532 al 1542. Siamo nel periodo in cui, grazie a Carlo V, si iniziava la progettazione e costruzione del maestoso Castello di Lecce. E’ evidente che la stessa attuale denominazione di masseria potrebbe essere impropria, trattandosi quindi di un vero e proprio palazzo nobiliare.

Ma il complesso ha molto probabilmente origini che potrebbero andare poco più indietro nel passato. Infatti, giunti dinanzi alla scalinata che conduce all’esterno, sul lato sinistro del complesso, ove molto probabilmente sorgeva un giardino, in alto sulla lunetta vi è un affresco rappresentante l’Annunciazione, e in basso (forse) si legge 1518 [?]. L’affresco è rovinato ma grazie all’altezza non a subito danni ancora maggiori.

IMG_1503

IMG_1502

La scalinata anzidetta conduce all’esterno, alla base del blocco calcareo su cui poggia il grande complesso. Dopo pochi passi è ben visibile una piccola porta. A guardarla oggi, con sguardo superficiale e veloce, sembra una normalissima entrata. Una di quelle che possono condurre in qualche locale di servizio, in qualche scantinato. Ma basta porre un minimo di attenzione per rendersi conto che non è un accesso come tanti altri.

IMG_1556

Il tempo e lo sfarinamento della pietra leccese ha ormai reso irriconoscibili i dettagli di una architrave che doveva essere di particolare pregio.

Francesco Tummarello che visitò il posto, nel 1925 (1) ci ha lasciato questa descrizione:

“Appena si mette piede nel giardino, si è richiamati da un grande bassorilievo su l’architrave d’una porta -della murata a destra del caseggiato soprastante. Tale bassorilievo, intagliato sulla pietra leccese, e formante l’architrave, è quasi tutto corroso, ma vi si scorgono ancora due grandi angioli che sostengono una targa con una logora e indecifrabile iscrizione, la quale principia colla seguente parola: NIMPHIS ET…. POMO…. in carattere lapidario romano. Poco al disopra, sono intagliati due piccoli scudi colle insegne attaccati alla cornice; in uno dei quali scorgonsi due torri e un leone rampante.”

Oggi di quello che vide il Tummarello resta ben poco. E’ visibile ancora l’angioletto di destra; di quello di sinistra si intuisce che vi era dai contorni sgretolati della pietra. Dell’iscrizione non resta praticamente nulla. Una pietra particolarmente delicata (non tutta la pietra leccese è uguale in quanto a resistenza e sfarinamento) e nel tempo non curata purtroppo ha fatto giungere ben poco sino a noi.

Ma quello che lascia intuire la porta di accesso è ben poca cosa rispetto a quello che appare una volta entrati. Basta fare un passo all’interno, pochi secondi che la vista si abitui alla penombra e si viene colti da un evidente sensazione di incredulità. Grandi figure femminili sembrano prender vita dalle pareti.

Le fate del Ninfeo di Masseria Papaleo.

Il Tummarello, preso anch’egli da evidente emozione, nel suo scritto riporta quanto segue:

“Vedesi, non una grotta, ma un gran salone a soffitto piano, colle pareti adorne di statue dentro nicchie :ad arco circolare. Le nicchie sono 12, sei per ogni lato, una rimpetto all’altra. Le figure femminili, in alto rilievo, grandi al vero, sono 6, tre per ogni parete e alternate a nicchie vuote di forma emicilindrica con una grande conchiglia bene intagliata nella parte emisferica superiore. — Ecco le Fate! delle quali una è col capo coronato di fiori!

IMG_1509

Peccato che sono quasi tutte mutilate alle braccia, al petto e al viso; pur non pertanto si intravede una certa grazia nelle movenze e nell’insieme delle vesti eleganti, e la fantasia anima quei visi deformati, scorgendovi anche delle bellezze giovanili. E si pensa davvero alle Belle Fate !… Alle Fate Buone e benefiche!…  Ma la meraviglia si aumenta, osservando meglio, quando cioè si vede che tanto le statue che le intiere pareti e le nicchie, come il soffitto a piattabanda, sono cavate e scolpite nel vivo sasso, formando un grandioso blocco di pietra leccese.”

IMG_1510

Quanto scorge il Tummarello è sostanzialmente in linea con quanto giunto sino a noi. Le figure femminili sono mutilate e rovinate così come lui le descrive, ma il loro stato non far venir meno quel senso di meraviglia che ti coglie entrando nella sala sotterranea. Sembra quasi che volgano il loro sguardo nel controllare chi entra nei loro “domini”.

C’è solo un’evidente elemento di discontinuità rispetto alla visita dei primi del ‘900. Il Tummarello nel suo scritto scrive di un gran salone e di sei nicchie per i due lati. Oggi non vi è un gran salone ma un muro, forse posticcio, ha diviso in due stanze il grande ambiente.

IMG_1518

In un altro passo, il Tummarello scrive di una cavità sotterranea nella quale era possibile accedere dalla stanza delle Fate. Oggi si notano nel pavimento i parziali contorni di un’apertura. Se quello è l’accesso, la cavità è completamente interrata.

Nella seconda stanza ricavata dal muro posticcio, lungo le pareti continuano ad essere presenti altre figure femminili, intervallate da nicchie decorate. Sia nella prima che nella seconda stanza si può notare che le pareti sono state rinfrescate (chissà quando) con una brutta tinta azzurra. Incluse le Fate.

IMG_1519

Tornando nella prima stanza si nota una porta che conduce verso una stanza attualmente priva di aperture. Per cui nell’entrare si resta immersi nell’oscurità e l’unica luce che vi entra è quella proveniente dalla porta di accesso.

IMG_1530

“ …. una stanza rotonda a volta sferica. Questa costituisce il vero Ninfèo o sala da Bagno, di forma cilindrica, con un bel sedile attorno e colla cupola a calotta sferica, nel cui centro sta un lucernario, attualmente chiuso. In essa, alla perfezione geometrica, si accoppia l’ornamentale cornicetta dentellata a mensolette, su cui poggia la cupola. In questa Rotonda, doveva osservi la vasca da bagno, ora sparita.”

IMG_1533

I ninfei hanno origini antiche. In origine si identificava un edificio sacro a una ninfa, in genere posto presso una fontana o una sorgente d’acqua. Nella civiltà greco-romana con ninfeo si indicavano dei “luoghi d’acque”, ossia strutture presentanti vasche e piante acquatiche presso i quali era possibile sostare, adibire banchetti e trascorrere momenti di ozio.

Si dice che anche il luogo dove sorge il ninfeo delle fate era in origine segnato da stagni, poi prosciugati nell’operazione di bonifica delle “tagghiate”.

IMG_1536

Ovviamente un luogo come questo non poteva sfuggire alla narrazione di leggende e racconti di tesori (acchiatura). In una rivista di culturale edita dalla Banca Popolare Pugliese, nel 1989 compariva un articolo di Fiocco e Zellino in cui vi era riportato:

“Qualcuno racconta che anche oggi escono dal ninfeo – specie di notte – e che talvolta bussano alle porte delle case spaventando la gente, che possono impietrire con uno sguardo. Queste donne ultraterrene sono apparse talvolta in vaporosi abiti bianchi, talaltra nude e affascinanti: “mezze nute”, ci diceva un contadino. Possono cambiare aspetto a loro piacere, divenire alte come palazzi, rendersi invisibili o tramutarsi in animali. Una signora ci ha narrato così di avere visto un giorno un animale fantastico balzar fuori al tramonto dal canneto vicino al ninfeo in un gran polverone, e di essere fuggita spaventata. Colei che abita la masseria si dice abbia visto un giorno una fata, vestita di bianco; seduta al tavolo di casa sua, e dopo poco sparita.

IMG_1522

Nel ninfeo era nascosta l’acchiatura delle fate ed è per questo che fino a qualche anno fa non vi si faceva entrare nessuno. Ora si dice che il contadino che lavorava il fondo circostante abbia trovato, nascosta in una nicchia, l’acchiatura e che egli sia protetto dalle fate: in una notte di tempesta esse lo salvarono da un fulmine che lo sfiorò, bruciacchiandogli i calzoni, senza fargli male. Egli ci ha detto di non credere alle fate, che chiama con espressione poetica “illusione di vita”, e di non averle mai viste. Ma non è forse vero che chi riceve favori dalle fate o intrattiene rapporti con loro non deve farne parola con nessuno?”

IMG_1512

Ma queste non sono le uniche leggende che si narrano. Si racconta di una ragazza che aveva un intenso e inesaudito desiderio di maternità. Purtroppo il non poter aver figli, con il tempo, condusse la poveretta quasi alla follia. Ogni giorno si recava nelle stanze del ninfeo recando con se un ramo di un albero, cullandolo proprio come se fosse un bambino. Le fate nel vedere la disperazione della ragazza decisero di intervenire. Fu così che, si racconta, si compì un incredibile miracolo. Il ramo si tramutò in un bambino e il desiderio della povera ragazza venne così esaudito.

IMG_1514

Ma la suggestione di questo luogo non è solo racchiusa in queste splendide stanze sotterranee. Uscendo all’esterno e volgendo i miei passi verso il retro del grande complesso mi trovo dinanzi ad un gioco di aperture e scale tutte profondamente intagliate e ricavate dalla roccia.

IMG_1573

E in alto i fregi sul balcone e sull’architrave dei fasti del passato.

IMG_1570

In questo luogo ci sono giunto grazie alle indicazioni dell’amico Marco Piccinni (2) che in una sua nota aveva segnalato lo stato di degrado e di abbandono del sito.

Fortunatamente questo luogo e le cave che vi sono attorno, note come cave di Marco Vito, rientrano in un complesso e vasto intervento di recupero progettato dal Comune di Lecce e finanziato dalla Regione Puglia.

La terza fase dell’intervento  prevede il recupero di Masseria Tagliatelle (come altrimenti è chiamata Masseria Papaleo) e del Ninfeo delle Fate, che diventerà “la Casa del Parco” a disposizione della città.

Nell’attesa che le Fate possano nuovamente tornare tra noi, spero che l’intervento di recupero non snaturi questo splendido luogo.

 

http://massimonegro.wordpress.com/2013/01/15/lecce-masseria-papaleo-li-ove-dimorano-le-fate/

_____________

(1) Tummarello, Francesco: Il ninfeo delle fate a Lecce, Fede – rivista quindicinale d’Arte e di Cultura. – a. III, n. 2 (15 gennaio 1925)

(2) Marco Piccinni. Il ninfeo delle fate nella masseria Papaleo. Su Salogentis.it
http://www.salogentis.it/2012/05/23/il-ninfeo-delle-fate-nella-masseria-papaleo/

Nardò. Nello scrigno di Sant’Antonio Abate

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

Ci si arriva agevolmente se si conosce l’ubicazione visto che, come nelle nostre “migliori” tradizioni, non vi sono indicazioni. Dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce si percorre un breve tratto di strada campestre, sino ad incrociare sulla sinistra l’antica masseria Castelli-Arene con la sua bella e turrita torre colombaia.

Dopo qualche decina di metri, accanto ad una casa di campagna si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.

Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per oltre due metri al di sotto del piano della campagna.

Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro di cui si ignora l’esistenza. Si rimane estasiati dalla bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.

L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire tra il XIII inizio e il XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia di rito latina e non greco.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greco–basiliana. Tra questi San Giovanni di Collemeto, S. Elia e la stessa prima citata Santa Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra storia, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.
__________
Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/05/nardo-nello-scrigno-di-santantonio-abate/

Maglie. San Nicola e le zitelle

di Massimo Negro

Per noi di Tuglie che ai tempi della nostra adolescenza gironzolavamo dalle parti dell’Oratorio, la ricorrenza di San Nicola era la prima festa che ci introduceva al clima e all’atmosfera natalizia del mese di Dicembre.

Non che ci fosse un’antica devozione verso questo Santo, ma l’avere come arciprete il nostro amato e ormai scomparso Mons. Nicola Tramacere ci portava tutti in chiesa per la celebrazione della messa e per festeggiare il suo onomastico.

Poi crescendo, leggendo e soprattutto gironzolando per le chiese e le cripte del Salento, mi ha fatto pian piano scoprire molti temi legati alla figura di questo Santo orientale profondamente interconnessi con la nostra terra e con la nostra storia.

La devozione verso questo Santo viaggia verso la nostra terra sulle imbarcazioni che portarono nel lontano 700 i monaci basiliani a popolare i nostri luoghi per sfuggire alle persecuzioni orientali e la furia iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico.

Della vita di questo Santo, vissuto a cavallo tra il 200 e 300 d.C. in Licia, si tramandano alcune sue azioni che danno la misura della sua santità e che sono diventate motivo della sua devozione e di alcune credenze popolari legate alla sua figura.

Divenuto erede di un grande patrimonio a causa della prematura morte dei suoi genitori, si impegnò alacremente per aiutare i bisognosi della sua terra.

Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio. Per questo motivo viene considerato una sorta di protettore e patrono delle donne nubili (zitelle).

Un’altra leggenda non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio san Nicola è venerato come protettore dei bambini e, in alcuni paese, la notte del 5 dicembre è tradizione mettere degli stivali fuori dalla porta di casa affinché il Santo li possa riempire di dolciumi

In alcuni paesi dell’Europa orientale, la tradizione vuole che porti una verga ai bambini non meritevoli, con cui i genitori possano poi punirli.

L’immagine del Santo è presente in molte cripte e chiese del Salento, e di Maglie, a cui si riferiscono le foto, ne è il Santo Patrono.
E proprio in questa cittadina del leccese si tramandano delle tradizioni legate al suo essere protettore delle donne nubili e in particolare di coloro che tardavano a maritarsi. Giovani donne che non trovavano fidanzato o donne ormai in età non più tanto giovane e in conclamato “ritardo” sull’argomento matrimonio. Le zitelle.

La tradizione vuole che la zitella, per chiedere l’intercessione del Santo, si dovesse rivolgere a lui dicendo:

“Santu Nicola meu se nu ‘me ‘mmariti, paternosci de mie nu ‘nne spittare”.

E sempre secondo la tradizione, che a ben pensarci vede un San Nicola particolarmente in vena di parlare, il Santo risponde:

“Quando troi la sorte saccitela pijare”.

Come ben sappiamo, nell’antico ma anche nel recente passato, lo stato di zitella o di donna senza figli veniva vissuto quasi come una sorta di castigo di dio (volutamente in minuscolo). A volte considerato quasi come uno stato di peccato che impediva, nello specifico, il maritarsi. Fortunatamente i tempi cambiano.

Le immagini che vedrete sono quelle dei tre simulacri portati in processione il giorno della festa. Con San Nicola, sono portate per le strade della cittadina anche le statue della Madonna delle Grazie e di Sant’Oronzo.

_____

di seguito il link al  video delle foto del giorno di festa

http://www.youtube.com/watch?v=chO-6W0PdK0
_____

fonte sulla vita del Santo:

http://it.wikipedia.org/wiki/San_Nicola_di_Bari

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/05/maglie-san-nicola-e-le-zitelle/

Gallipoli e i Crociati

di Massimo Negro

Iniziamo un percorso che ci porta ad affrontare un importante periodo storico che, forse a torto, riteniamo non ci abbia interessato ma che, a ben guardare e cercare, ha lasciato dei segni tangibili anche nel nostro Salento.

Le Crociate.
Questo percorso lo intraprendo con molto piacere e interesse perché è un periodo storico che mi ha sempre interessato e, oserei dire, quasi coinvolto.
Ognuno di noi, specie da ragazzino, ha un periodo storico nel quale, se fosse possibile ed esistesse una macchina del tempo, piacerebbe fare una capatina. Per me questo periodo è stato ed è il Medio Evo.
Non ci sono motivazioni scolastiche per questo interesse e a ben ragionare le ragioni sono in due regali ricevuti durante il periodo delle scuole elementari  e in un album di figurine interamente completato conservato in un cassetto nei mobili di casa dei miei del quale ho perso ormai da tempo le tracce.
I due regali sono due libri comprati da mio nonno Antonio. “Riccardo Cuor di Leone” e “Ivanhoe” entrambi di Walter Scott, che ho letto, riletto e quasi divorato. L’album di figure, completato forse da mio padre, ma non so quando, con figure di cavalieri, castelli, assedi e giostre medioevali.
Il mio “destino” era quindi segnato.

Questo percorso inizia da una località nei pressi di Gallipoli. Li Samari.

Qui, nel lontano 1148 fu costruita una chiesa da Ugo di Lusignano, un crociato francese che tornando dalla Terra Santa, dalla seconda crociata, approdò nei pressi di Gallipoli e lì fece costruire (o ampliare?) una chiesa dedicata a San Pietro. San Pietro dei Samari.

Chi è Ugo di Lusignano? Facendo qualche breve e sommaria ricerca, si tratta molto probabilmente di Ugo VII signore di Lusignano, una località nei pressi di Poitiers in Francia. Ugo VII partecipò alla seconda crociata nel 1147 al seguito del Re di Francia Luigi VII e fece ritorno in Francia nel 1149 -50. Per cui la data di fondazione della chiesa risulta essere coerente con quanto raccontano le cronache ufficiali. Tornando dalla Terra Santa fece tappa nel Sud Italia,  sbarcò nel 1148 nei pressi di Gallipoli e da lì mosse per la Francia dove vi rientro nel 1149-50.
Alla sua morte, nel 1151, gli succedette il figlio, Ugo anch’egli, signore di Lusignano e conte di La Marche che fu il padre del più noto Guido di Lusignano, che divenne Re di Gerusalemme dopo alterne vicende grazie al matrimonio con la principessa Sibilla. Dopo la sconfitta ad opera del famoso Saladino, riparò a Cipro dove dopo diverse vicissitudini ebbe il titolo di Signore di Cipro. Alla sua morte venne sepolto a Nicosia nella Chiesa dei Templari.
A qualcuno di voi questi nomi faranno tornare alla memoria alcuni dei personaggi del recente film di Riddley Scott “Le Crociate”.
Per cui, si può ben dire che la chiesa di San Pietro fu fondata dal nonno del futuro Re di Gerusalemme, Guido.

Il nome di chi eresse il tempio lo si può leggere nella seguente iscrizione che corre lungo l’avancorpo della chiesa: “HUGO LUSIGNANUS CRUOCESIGNATORUM DUX E PALESTINA REDUX ANNO DOMINI MCXLVIII TEMPLUM HOC DIVUS PETRUS E SAMARIA AD HAEC LITTORIA APPULSUS VESTIGIA EIDEM APOSTOLORUM PRINCIPI SACRUM A FUNDAMENTIS EXCITAVT ER EREXIT”.

Perché dedicare una chiesa a San Pietro? Potrebbe essere stato un omaggio alle tradizioni che raccontano come Pietro giunse in Italia e sbarcò nel Salento. La tradizione vuole che San Pietro proprio in quei luoghi ebbe a celebrare una messa (certo che ne fece di strada nel Salento se dobbiamo dar credito a tutte le messe, approdi e camminate che si fece quel Santo uomo).
Ma potrebbe anche essere il frutto di un voto o di un’azione richiesta (obbligata?) visto che Ugo VII in un certo momento della sua storia (e comunque prima della partenza per la crociata) fu spogliato di parte dei suoi possedimenti per aver arrecato un’ingiustizia alla comunità di San Pietro a La Celle in Francia. Ma la causa di questa punizione non sono riuscito a ricostruirla.

Tornando alla nostra chiesa in quel di Gallipoli, la struttura è ad una navata ed è sormontata da ben due cupole. L’originario accesso è stato inglobato da un avancorpo costruito successivamente, molto probabilmente per dare riparo alle numerose persone che frequentavano la chiesa specialmente in occasione di una fiera che si teneva il 29 giugno proprio nello spazio antistante la chiesa. In questa zona tra l’altro veniva coltivato il lino.
L’interno è completamente spoglio, non vi sono tracce di affreschi.
La chiesa è stata dimenticata e lasciata in stato di abbandono per tantissimo tempo e recentemente si è dovuto provvedere a metterla in sicurezza a causa di alcuni crolli che ne hanno minato la staticità.

E dopo gli appelli, i dossier, le manifestazioni ad effetto degli ambientalisti o ancora dell’Osservatorio Torre di Belloluogo, e ancora dopo gli impegni dichiarati della Provincia di Lecce e la documentazione sui tavoli dell’allora ministero dei Beni Culturali, e l’azione di sensibilizzazione delle associazioni salentine, tra le quali Italia Nostra e Gallipoli Nostra, ora pare chi ci sia la seria intenzione da parte di tutti di avviare un progetto per il suo recupero e valorizzazione.

Cave Ipogee. Le cave Mater Gratiae di Gallipoli

di Massimo Negro

Lo stesso giorno, una volta uscito dalle cave ipogee che costeggiano la ferrovia, mi sono rimesso in macchina e mi sono diretto verso Alezio, lasciandomi alla spalle Gallipoli.
Superato l’Ospedale si giunge alla zona denominata “Mater Gatiae”. Siamo nel regno delle cave di carparo, una delle tipologie di calcarenite estratte dal sottosuolo salentino. Una pietra dura, più difficile da lavorare rispetto alla più antica pietra leccese, ma di straordinaria bellezza soprattutto decorativa.

Domina la zona l’antica chiesa della Madonna delle Grazie dove ogni anni i cavatori si ritrovano in occasione dei festeggiamenti della Vergine per la loro festa e per rendere grazie per un altro anno trascorso. Anche se non è più come un tempo.

Era un sabato e pensavo di trovare le cave chiuse. Fortunatamente una cancellata era aperta e così con la macchina sono sceso giù lungo la rampa e mi sono ritrovato in un largo spiazzo. Non sapevo che cosa avrei trovato. La zona è ormai da tempo coltivata a cielo aperto e delle cave di un tempo non sapevo  cosa ne restava. Lungo alcune pareti erano evidenti i segni antichi lasciati a mano dei cavatori e poco lontano quelli che sembravano accessi a cavità sotterranee. Forse sarei stato fortunato.
E in effetti, come si suol dire, mi è andata bene.

Le cave in questa zona hanno forma e tipologia diversa da quelle esplorate nei pressi della ferrovia e ormai inglobate nel centro abitato. Il banco roccioso è affiorante e i cavatori (zzuccaturi) nel passato hanno provveduto all’estrazione dei mattoni (piezzi) mediante la creazione di pozzi di scavo che via via venivano allargati sino a dare allo scavo una forma a imbuto rovesciato (come si può notare dalla prima foto in cui sono evidenti i contorni di due antiche cave ormai scomparse). I motivi di questa tipologia di scavo si possono ricercare nella durezza dello strato affiorante di roccia.
Per cui i cavatori scavavano sino a che non incontravano lo strato di roccia meno dura e più lavorabile e, solo allora provvedevano ad allargare lo scavo dandogli quella particolare forma ad imbuto.

Fatto lo scavo non procedevano all’estrazione del materiale mediante la creazione di gallerie nel sottosuolo. Si passava a creare il successivo “imbuto” di scavo.  I segni sulle pareti sono quelli lasciati dal piccone (“zoccu”). Dalla forza delle braccia e dal sudore di chi per decenni si è alternato per modellare il materiale estratto. Il materiale veniva portato in superficie mediante l’uso di argani, mentre la discesa e la risalita delle persone era assicurata mediante il modellamento di pilastri ad hoc in cui venivano intagliati degli appigli per le mani e i piedi (“taccature”).

Il proprietario con grande disponibilità mi ha fatto vedere come avveniva la risalita e la discesa dei cavatori. In pochi secondi è salito sin quasi alla bocca del pozzo, per poi ridiscendere altrettanto velocemente.

Con l’ausilio di una torcia elettrica mi sono addentrato in una cava cave più interna, dove regnava l’oscurità più profonda.

Con il passare del tempo, la tecnica di estrazione mutò e si passò dall’estrazione in sottosuolo all’estrazione mediante cave a cielo aperto.
L’estrazione del carparo nel tempo si è ridotta, limitandone l’uso soprattutto per rivestimenti e per decorazioni. La durezza della pietra a differenza del fragile tufo consente un suo valido utilizzo all’esterno creando degli effetti cromatici molto suggestivi e apprezzati.
Purtroppo la coltivazione estensiva della zona ha portato al progressivo venir meno di queste antiche cave. Nella cava da me visitata fortunatamente la proprietà ha dimostrata sensibilità e lungimiranza verso questi antichi segni dei tempi che furono. Una di queste è stata recuperata e resa abitabile ripulendola dai detriti.

Altre di queste cavità da me visitate, mi è stato assicurato, saranno bonificate e recuperate in futuro. In una di queste è evidente l’abuso che negli anni passati venne fatto da gente scriteriata. Cumuli di materiale di riporto e pneumatici gettati dalla bocca dei pozzi.

Ma a detta del proprietario quello che ora è visibile di questi scempi è ben poca cosa rispetto a quello che giace nel sottosuolo dell’intera area. Per anni le antiche cave sono state utilizzate per gettarvi all’interno rifiuti di ogni genere,  anche di natura industriale. Camion di auto spurgo hanno scaricato liquami nel sottosuolo. Per nascondere le malefatte veniva poi dato fuoco e fumi si sono sprigionati dalla terra ad inquinare anche l’aria. Il tutto con il silenzio-assenso di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto. Ma d’altro canto questa è stato il destino comune a tante cave, con il tempo riempite del materiale più vario e nocivo, non solo a Gallipoli ma in tante altre zone del Salento. Delle bombe ecologiche che rilasciano progressivamente nel tempo nel terreno i loro veleni, senza che nessuno si sia mai dato pena di verificarne anche mediante carotaggi quello che vi è stato gettato dentro.
______

APPARTENGONO ALLA SERIE DELLE CAVE IPOGEE LE SEGUENTI NOTE:

Nota nr. 1: nota sulle antiche cave ipogee che costeggiano il tracciato ferroviario a ridosso del centro abitato nella zona alta di Gallipoli.
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/cave-ipogee-quattro-passi-nel-sottosuolo-di-gallipoli/

Nota nr. 2: nota sulle antiche cave ipogee della zona “Mater Gratiae” di Gallipoli.
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/cave-ipogee-le-cave-mater-gratiae-di-gallipoli/

Nota nr. 3: nota sui pozzi di accesso alle antiche cave ipogee della zona di Cutrofinao.
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/cave-ipogee-i-pozzi-nelle-campagne-di-cutrofiano/

Nota nr. 4: nota sulla ”passeggiata” nell’oscurità in una cava ipogea di Cutrofiano, tra stalattiti ed una colonia di pipistrelli
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/cave-ipogee-nelle-miniere-di-tufo-di-cutrofiano/

Nota nr. 5: nota sull’antico sito ipogeo in località Petrore a Cutrofiano.
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/cave-ipogee-le-incisioni-nella-roccia-di-localita-petrore/

Nota nr. 6: nota sull’antica cava ipogea in località Li Grutti tra Aradeo e Noha (Galatina).
http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/10/cave-ipogee-li-grotti-tra-noha-e-aradeo/

La Madonna del Latte

di Massimo Negro

Cari amici, prendendo spunto da alcune fotografie della basilica di S. Caterina in Galatina pubblicate recentemente su Facebook dall’amico Cesare, sono andato a riprendere un paio di foto scattate nei mesi scorsi.

Una di queste è stata scattata appunto all’interno della Basilica, la prima foto, l’altra, la seconda, all’interno della chiesa della Madonna del Carmine. Entrambe a Galatina.
Il soggetto è sicuramente interessante e forse anche singolare: la Madonna che, come una qualsiasi madre, allatta il proprio figlio. E questo figlio, Gesù, nella tenerezza dei suoi primi mesi, come un qualsiasi neonato si nutre al seno della madre.

IMG_9336

Ho volutamente lasciato le parole “madre” e “figlio” in minuscolo per trasmettere la normalità del gesto, la rappresentazione della quotidianità tipica nell’agire di una qualsiasi madre, che con il seno scoperto allatta il proprio figlio. Ed è proprio questo che mi ha colpito.
Non c’è niente d’insolito nel veder rappresentata la Madonna con Gesù in braccio, ma solitamente sono ritratti in trono nella loro maestosità, con atteggiamento benedicente. In queste foto sono rappresentati una madre e un figlio.
L’immagine della Madonna con Bambino iniziò a diffondersi dal 431, dopo il concilio di Efeso, che ribadì la figura di Maria Madre di Dio, oltre che di Gesù.

Si trovano molte varianti stilistiche e iconografiche del tema della Madonna che allatta, ripreso nelle miniature, pitture e sculture di epoche e Paesi diversi. Il soggetto è tra i più antichi motivi dell’iconografia religiosa, presente anche nelle catacombe romane, forse con richiami a divinità egizie.

Fu popolare nella scuola pittorica toscana e nel Nord Europa a partire dal Trecento e venne proseguita durante tutto il Rinascimento.

Ma alla Madonna del Latte sono associate antiche tradizioni, credenze e devozioni. La più diffusa è quella che vuole che le donne si rivolgano alla Madre di Gesù affinché interceda per farle coronare il sogno più grande: avere un bambino. Anche nel Salento.
A Salice Salentino, la Cappella “Madonna del Latte” (la Cona) è una piccola chiesetta rurale costruita nel XVI secolo sulla Strada Provinciale Salice-Avetrana, a circa tre chilometri dal centro abitato.

IMG_9175

Luogo di culto e di devozione, nei momenti di perdurante siccità i Salicesi da secoli si recano in processione penitenziaria al piccolo santuario per implorare l’intercessione della “Madonna del Latte” per far cadere la pioggia sui campi.
Ad essa si rivolgono tuttora le puerpere per ottenere abbondante latte per nutrire i propri figli. E sempre alla “Madonna del Latte” si rivolgono recandosi spesso al piccolo Santuario, per un momento di preghiera e meditazione, moltissimi giovani del paese. Viene festeggiata il 3 luglio.
Come ben sapete non sono un esperto di arte per cui ricerche sul tema le lascio a chi di competenza, ma sarebbe interessante se si riuscisse a risalire ai motivi, alle tradizioni popolari che possono aver visto anche a Galatina un culto o comunque una qualche forma di devozione verso questa raffigurazione della Madonna.

Giuggianello. San Giovanni, la rugiada, i fanciulli e le ninfe

di Massimo Negro

La festa di San Giovanni Battista mi riporta alla memoria una delle mie solite passeggiate fatte per il Salento. Il luogo è un piccolo paesino della Provincia di Lecce, Giuggianello, circa 1250 abitanti. Il motivo di quella visita era la festività della Madonna della Serra, e vi andai attirato dalle storie che si raccontavano riguardo riti oramai del passato che vedevano come protagoniste passive le donne non più giovani e ancora da maritare (1). Ma quel giorno non potevo non approfittare per fare un sopralluogo nei dintorni per visitare altri luoghi di cui avevo solo letto o sentito parlare. Uno di questi è la cripta di San Giovanni Battista.

IMG_5786

Non essendoci indicazioni chiare, chiesi informazioni ad una persona che era in auto e che temendo che non riuscissi ad arrivarci mi accompagnò quasi nei pressi. A dire il vero pensavo di aver fermato la persona sbagliata perché aveva una chiara cadenza sarda, poi mi spiegò  che in effetti era un sardo e che si trovava ormai li da anni per aver sposato una donna del luogo. Comunque, grazie alle sue indicazioni, riuscì ad arrivare all’imbocco della stradina che dalla Giuggianello – Palmariggi porta su verso le bellissime Serre e a proseguire verso la cripta circondato da olivi secolari e macchia mediterranea. Dinanzi alla cripta vi è un ampio spazio rimesso a nuovo, ottimo per qualche scampagnata e per fermarsi a riposare per chi affronta la salita in bicicletta.

La cripta è di origine bizantina, risale al X-XI secolo. L’ipogeo doveva essere

Alezio. Le “catacombe” della Madonna della Lizza

di Massimo Negro

Ad Alezio mi ero recato per visitare delle tombe, ma di altra datazione ed origine, risalenti ai tempi dei Messapi. Solo che, mentre ero all’interno del Museo Cittadino, dopo aver visitato la necropoli sul Mont’Elia, Mino, un gentilissimo signore aletino conosciuto poco prima, si avvicina e mi dice: -“Se ti interessa, questa mattina è aperta la Congrega, ci sono cose interessanti da vedere”.

Non che la visita nel locale della Congrega includesse ulteriori “approfondimenti” ma, come sanno coloro a cui piace parlare con le persone del posto che si visita e non solo limitarsi a fotografare i monumenti, una domanda tira l’altra e così si è arrivati a parlare delle “catacombe” presenti nel sottosuolo della Chiesa di Santa Maria della Lizza (XII secolo circa), più comunemente conosciuta come “Madonna della Lizza”.

Il termine “catacombe” è improprio, e forse deriva dall’attuale conformazione e stato dei luoghi. Corridoi e stanze che si dispiegano nel sottosuolo e che fanno pensare appunto alle antiche catacombe cristiane.

In realtà, nel loro stato originario quei luoghi erano ben diversi. Si trattava di sepolture ipogee realizzante mediante lo scavo di tombe a camera, secondo una tipologia di sepoltura molto usata nel passato nelle chiese e che, in quanto a struttura, ci arriva addirittura da antiche tradizioni mortuarie del passato.

L’uso di tumulazioni all’interno delle chiese e nei centri abitati vide il suo termine con l’Editto napoleonico di San Cloud;  il decreto fu emanato in Francia il 12 giugno 1804 ed esteso in Italia con decreto del 5 settembre 1806. Un editto molto discusso e perlopiù accettato a fatica. Qualcuno ricorderà il famoso componimento di Foscolo, il carme “Dei Sepolcri”, con il quale l’autore polemizzava con i contenuti di quell’editto.

C’è da dire che gli aletini se la presero con grande calma nell’attuare quel provvedimento. Anzi lo attuarono quando ormai la Restaurazione aveva ormai avuto da tempo la meglio.

Infatti l’ultima sepoltura nel cimitero ipogeo della Lizza avvenne 12 giugno del 1867, un certo Vincenzo De Benedetto deceduto all’età di 57 anni. Come controprova, nei registri parrocchiali dell’epoca risulta che due giorni dopo avvenne la prima sepoltura nel nuovo Campo Santo, un certo Ippazio Vito Merenda morto all’età di 72 anni.

Ma anche dopo di allora qualche eccezione venne fatta e seppur per casi limitati si procedette alla tumulazione all’interno delle celle sepolcrali ipogee, come per il caso di morte prematura di Rocco Abele Capano, un bimbo di 3 mesi, che venne sepolto sotto la chiesa il 1 agosto 1874.

In conclusione, gli aletini ci misero un bel po’ a far propria quella normativa, tanto che a ulteriore riprova di questo comportamento, la benedizione della chiesa del Campo Santo e dello stesso cimitero fu impartita solo l’8 novembre 1879 dall’allora Vescovo di Gallipoli Mons. Gesualdo lochirico.

Come accaduto in altre occasioni (ad esempio, la cella mortuaria ipogea della Chiesa di San Biagio a Galatina (1), il rinvenimento avvenne in modo del tutto casuale. Nessuno aveva mantenuto memoria di quei luoghi. Così nel corso dei lavori del restauro svolti nel 1959 – 1962, d’un tratto parte del pavimento cedente e consentì la scoperta di una prima stanza sepolcrale. Si procedette così ad esplorare il resto dell’antica pavimentazione, e questo consentì il ritrovamento delle restanti stanze. Ben dieci ambienti.

Le stanze, come accennavo in precedenza, non erano unite da scale e corridoi che ora è possibile percorrere. Erano degli ambienti isolati, tipicamente di grandezza variabile di circa otto –nove metri quadrati e alti tre metri, con le pareti rivestite con blocchi di tufo. L’unico accesso era la botola attraverso la quale veniva calato il defunto. Ogni stanza era provvista di uno sfiatatoio verso l’esterno, ma anche di un semplice foro di collegamento con le stanze adiacenti. Questo consentiva di disperdere i gas che venivano prodotti dalla decomposizione dei corpi. Sulle pareti venivano ricavate delle nicchie che dovevano essere utilizzate per appoggiare le lucerne e quant’altro necessario per consentire la sepoltura.

La botola era chiusa con una lastra lapidea sulla quale veniva inciso l’anno di realizzazione ed il cognome della famiglia che in essa era sepolta, nel caso si trattasse di una cella destinata all’uso esclusivo di un parentado. All’interno le salme venivano riposte per strati.
In alcuni casi dalla botola si poteva scendere mediante delle scale realizzate con conci di tufo.

La disposizione delle celle sepolcrali era in funzione della dislocazione degli altari laterali della chiesa. Nella camera scavata davanti l’altare, la salma veniva disposta di fronte a questo, in segno di rispetto e remissione al santo protettore e guida dell’anima del defunto sepolto ai suoi piedi.

Il sepolcro di maggior prestigio, era quello più prossimo all’altare maggiore, per questo riservato alla famiglia di estrazione sociale più elevata, ovvero al clero. All’interno di questa stanza, la più grande presente all’interno del percorso, vi è un bel riquadro realizzato con delle maioliche sul quale è rappresentata la Vergine Immacolata.  Allontanandosi dal presbiterio, le camere mortuarie erano destinate alla gente comune.

Di questi altari laterali non rimane purtroppo traccia in quanto sono stati distrutti nel corso del restauro del 1962, demolendo così un pezzo importante di storia collettiva della comunità aletina. Venne anche realizzato il corridoio di collegamento tra le stanze, che seppur creando un percorso suggestivo, ha definitivamente alterato lo stato dei luoghi.

Fino al Giubileo del 2000 erano ancora presenti ossa e teschi all’interno delle celle. In occasione dei lavori che furono condotti per quell’evento, i resti presenti furono prelevati e trasportati in un ossario all’interno del Cimitero.  Sebbene sia un po’ macabro pensare che sarebbe stato più opportuno mantenere quei resti all’interno delle celle, c’è da dire che oggi percorrendo quelle stanze si ha solo una pallida idea di quello che poteva essere l’ambiente prima di quegli interventi.

Alcune delle persone che mi hanno accompagnato, e hanno visitato il luogo prima della rimozione dei resti umani, ricordano tra i tanti una piccola bara di una bimba di pochi mesi con il suo vestitino bianco di merletto quasi intatta. Di quella sepoltura in quei luoghi resta solo la lapide con la quale i genitori ricordavano la scomparsa prematura della piccola.

Tra i locali messi in comunicazione anche la vecchia cisterna d’acqua, l’unico locale intonacato, che serviva la comunità religiosa.

Al termine del percorso, è stata realizzata una stanza nella quale sono stati riposti alcune antiche suppellettili, pezzi di cornicioni e stemmi di antiche arme.  Tra le tante cose, anche qualche piccolo osso umano poggiato sull’improvvisato altare.

Una visita inaspettata e per questo ancora più emozionante, in questo un percorso nelle memorie del nostro passato.

Note:
(1) http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/09/galatina-la-chiesa-di-san-biagio-dove-riposano-gli-abati/

Riferimenti e fonti:
– Sito “Madonna della Lizza”
http://digilander.libero.it/cristianami/struttura%20madonna%20della%20lizza.htm

http://massimonegro.wordpress.com/2012/05/30/alezio-le-catacombe-della-madonna-della-lizza/

Tuglie. La festa in onore di Maria SS. Annunziata

di Massimo Negro

La festa patronale è la Festa Patronale. Può accadere di essere lontani, fuori regione o lontani dall’Italia. Oppure a pochi chilometri, avendo per vicessitudini della vita, cambiato residenza. Ma la festa è la Festa.

E il suo richiamo festoso è il richiamo delle proprie origini, del proprio paese, della comunità in cui si è cresciuti, della propria terra. E’ come il suono di una banda, una sinfonia di ricordi che si fanno sempre più armonici e squillanti con il passare del tempo.

E’ l’appuntamento per rivedere solitamente persone, vecchi amici che si incontrano raramente durante l’anno. Perchè per la Festa tutti, o quasi, ritornano e la piazza del paese diventa il luogo degli incontri, del “te quantu tiempu ‘nnu te vidi!”, del “a casa comu vane le cose?”, del “ma t’ha spusatu? figghi?”.

E per chi non ci può essere perchè lontano per motivi familiari, di lavoro o di studio, resta comunque ovunque si trovi un giorno di festa. Un giorno in cui non può mancare la telefonata ai genitori, ai parenti ed amici per sapere “comu ete st’annu la festa”.

E così sarà anche quest’anno nei giorni 24, 25 e 26 marzo.

Altri tempi, quando adolescente, iscritto all’Azione Cattolica, con i compagni dell’Oratorio portavo a spalla  in processione una delle statue dei santi. A me solitamente toccava portare quella di S. Antonio, copatrono del paese.
Guai a sbagliare passo, come puntualmente accadeva, o a fare coppia con un compagno di altezza sensibilmente diversa, come spesso succedeva.

Il risultato era che l’asta su cui poggiava la base della statua ti “volava” via e dovevi fare forza per mantenerla poggiata sulla spalla, altrimenti il peso gravava sul compagno di turno o, viceversa, te ne uscivi al termine della processione con la spalla bella segnata dal peso e per un paio di giorni ti rimaneva qualche doloretto. Ma erano altri tempi.

Ma sempre “meglio” Sant’Antonio che la statua della Madonna, ben più pesante anche per via dell’angelo. La terza statua ad uscire per le strade del paese è San Giuseppe, anch’egli copatrono di Tuglie.

La processione principale, quella solenne, nel passato si svolgeva la mattina del giorno di festa.
Partiva al termine della messa delle 10, alla ” ‘ssuta te la messa”, e terminava a ridosso del pranzo. Si camminava per le strade dove, man mano che passava il tempo e ci si approssimava a mezzogiorno, il profumo delle polpette o della carne al sugo cucinata a fuoco lento invadeva le strade e ti accompagnava lungo tutto il tragitto.
Il profumo della cucina delle nostre mamme e delle nostre nonne che preparavano per il grande pranzo.
E il profumo delle polpette, della sagna al forno diventava tentatore come il canto delle sirene per Ulisse. Si partiva in tanti dietro le statue dei Santi e della Madonna e si arrivava solitamente in pochi. Molti si arrendevano strada facendo al richiamo della tavola.

Prima della processione, se non ci svegliamo tardi, era d’obbligo fare un giro alla grande fiera. La meta preferita era andare a vedere gli animali.

La sera tutti alle giostre, con le orecchie piene della musica da discoteca sparata ad alto volume, sentendosi da adolescenti come tanti piccoli Tony Manero (ai miei tempi Travolta andava di moda). Il tagadà, su le mani e senza mani, la barca, su cui immancabilmente mi sentivo male, e tante altre giostre da girare.

Era l’occasione per il primo gelato della stagione. E a Tuglie, per l’occasione, il gelato prendeva, come ancora oggi accade, la forma dalla “banana”. Cioccolato e vaniglia, ricoperti di meringa e noccioline. Fantastica!

La sera tutti ad attendere che la banda di turno suonasse il Bolero di Ravel a chiusura della serata. Poi ai margini della piazza, su una panchina a mangiarci, rigorosamente con le mani, la scapece che poco prima avevamo comprato dalla solita bancarella dei gallipolini.
Altri tempi.

Il giorno dopo la festa, detto della “Annunziateddha”, era il giorno del mercato in piazza. Una distesa incredibile di piatti, pentole e scarpe sparsi ovunque. Con la banda che dalla cassarmonica faceva da colonna sonora a quell’inusuale mercato.

Con passare degli anni la festa è cambiata. Ora la solenne processione si svolge la sera della vigilia, mentre per il giorno di festa la statua della Madonna viene nuovamente portata per le strade del paese per la benedizione dei campi.

I tempi cambiano, ma la festa è sempre la Festa. Anche quest’anno, a Tuglie il 24, 25 e 26 marzo.

 

Nel video che accompagna questa breve nota potrete vedere le foto, scattate negli anni scorsi, della processione solenne che si svolge la sera della vigilia e della seconda, il giorno della festa, per la  benedizione dei campi.

http://www.youtube.com/watch?v=RJZkXPOOqCI

pubblicato su:

http://massimonegro.wordpress.com/2012/03/22/tuglie-festa-di-maria-ss-annunziata/

Supersano. La Vergine di Coelimanna tra principi, pastorelli e briganti

di Massimo Negro

Coelimanna mantiene fede al suo nome. Gli antichi latini direbbero “nomen omen”. In effetti questo sito è una vera e propria manna dal cielo per coloro a cui piace raccogliere e raccontare storie sul nostro passato e sulla nostra terra. E’ una mirabile sintesi di leggende, di religiosità, di arte e di storia.  Tutte concentrate in questo piccolo spazio del nostro Salento.

Da dove cominciare?

Partiamo dalle leggende, dalle storie più antiche, per poi avvicinarci ai nostri giorni e alla mia visita alla cripta.

La prima di questa storie racconta di una guarigione miracolosa, in un periodo della nostra storia imprecisato. Un principe romano era stato colpito da un morbo che lo avrebbe condotto alla morte se non fosse intervenuta la Vergine Maria, apparendo allo sfortunato con il titolo di Coelimanna, e guarendolo. La leggenda racconta che il principe, una volta guarito, volle recarsi sul luogo a cui rimandava l’apparizione, ma durante il tragitto qualcosa di strano accadde. Infatti il cavallo d’improvviso iniziò ad inginocchiarsi dapprima all’ingresso del paese, poi una seconda volta lungo la strada che conduceva verso il bosco. Infine si ebbe ad inginocchiare una terza ed ultima volta nel luogo in cui, per devozione e per ringraziamento per la guarigione ricevuta, il principe fece erigere un Santuario. Secondo la leggenda, i luoghi in cui il cavallo si inginocchiò improvvisamente sono dove oggi sono posti dei menhir, lungo la strada che dal paese conduce verso il Santuario.

Come tutte le leggende che si rispettino non vi è  nulla di documentato. Certo è che questa commistione tra religiosità cristiana, l’apparizione miracolosa della Vergine, e quella pagana, rappresentata dai menhir, lascia validamente supporre che il luogo fosse abitato sin dai tempi più antichi e poi successivamente “convertito” ad una differente destinazione religiosa.

La seconda storia che si racconta, e che ebbe più della prima a lasciare chiare evidenze nella religiosità popolare del luogo, narra di un’apparizione della Vergine di Coelimanna ad una pastorella.

Il P. Antonio da Stigliano, cappuccino, così riferisce la tradizione sul Santuario.

“Conduceva alla pastura, su quella verde collina, il suo gregge, una pastorella innocente, quando all’improvviso un giorno, proprio il Sabato precedente alla prima Domenica di Luglio, le si fece innanzi una maestosa Signora, la quale col suo celestiale sorriso le disse: Figliuola mia, va a chiamarmi il Curato di Supersano; la fanciulla modestamente osservava che il suo gregge senza di lei si sarebbe disperso, danneggiando nelle terre vicine e la sconosciuta ed affettuosa Signora le rispose che nella di lei assenza lo avrebbe Ella custodito.
Pronta allora al comando reca l’avviso al Parroco, il quale, animato da zelo, non mancò di condursi sul luogo al fianco della santa fanciulla. Costei giunta sulla collina gli additava quella gran Donna tenutasi nascosta dietro un cespuglio. Il fortunato sacerdote, nulla di straordinario avendo osservato, ritonò in Parrocchia, dove nella seguente Domenica, avendo narrato al popolo l’apparizione prodigiosa, predicò che ognuno si provvedesse di ferro per aprire quel folto cespuglio, ove si ascose la Donna apparsa il giorno innanzi alla pastorella innocente. Non mancò certo la preghiera, dopo che il popolo processionalmente raccolto ed avviatosi sul luogo aprì con sollecitudine il cespo additato. Fu scoperto un antro, ove si rinvenne una cappella (l’attuale Cripta) avente in mezzo un altare con nicchia, in cui un affresco è l’immagine bellissima della regina del Cielo, fregiata da un’iscrizione greco-latina che dice: Virgo Manna Coeli.”

L’apparizione della Vergine alla pastorella si narra che avvenne nel XV secolo. A ricordo dell’evento venne eretto l’attuale Santuario della Beata Vergine di Coelimanna (inizi del XVI secolo, rifatto e ultimato nel 1746). All’interno dell’edificio religioso, posta sull’altare, vi è una rappresentazione in cartapesta dell’apparizione miracolosa che in modo efficace racconta visivamente quell’evento.

La terza storia, a noi più recentemente e in questo caso anche documentata, è solitamente poco conosciuta e raramente accostandola alla storia del Santuario e all’adiacente e più antica cripta.
Siamo negli anni subito dopo l’unità d’Italia. Anni di speranze per molti infrante e di grandi difficoltà economiche, aggravate o causate da una legislazione neounitaria dai tratti ritenuti particolarmente vessatori verso la popolazione del meridione.
Siamo negli anni in cui frequentemente la contestazione e l’esasperazione sfociava in fenomeni di ribellione violenta. Siamo negli anni del banditismo, negli anni di Quintino Ippazio Venneri detto “Macchiorru” (1).

Quintino Ippazio Venneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836. Nel 1859 si unì all’esercito Borbonico come soldato di leva. Tornato a casa nel 1860 dopo la disfatta e la resa del Regno, si unì nel 1861 alle forze reazionarie e per questo venne arrestato, rimanendo in carcere per circa un anno. Tornato al paese ci restò poco e nel mese di ottobre del 1862 si diede alla macchia.

I fatti compiuti dal Venneri e dalla sua banda furono numerosi. A lui e ai suoi venne anche attribuita la morte di un prete di Melissano, don Marino Manco ritenuto filo-sabaudo (2). La fine della storia del Venneri si intreccia con il sito di Coelimanna.

“La cattura di Quintino Venneri” di R. Rizzelli “Pagine di Storia Galatinese” 1912.

“La cattura, anzi, l’uccisione di Quintino Veneri, avvenne in modo tragico ed emozionante. La stazione dei carabinieri Ruffano, nel colmo della notte del 23 marzo 1863, fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, un chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. L’ora tarda non permise ai militi della benemerita arma di avvisare il comandante della Guardia Nazionale di stanza alla masseria Grande dei signori De Marco di Maglie, e postasi in armi in soli otto carabinieri, al comando di un brigadiere, corse a Cirimanna. Il drappello dei valorosi giunse sul posto in sul far del giorno e nell’accerchiare la chiesetta non potette fare a meno di non prevenire il capo banda Veneri il quale, non potendo evadere, si pose in sugli attenti per difendersi. La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito: l’Arma benemerita aveva liberato la contrada del capo banda ma aveva rimesso la pelle di un suo valoroso soldato.

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie – la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio”.

Ora non ci resta che raccontare della cripta e degli affreschi al suo interno.

Dire che il luogo ispira al silenzio e alla contemplazione può sembrare quasi ironico, visto che il sito è ora inglobato nell’attuale cimitero di Supersano. Ma in effetti così è, come in tutte le cripte di origine basiliana, dove quei santi visi e mani benedicenti fungono quasi da macchina del tempo nel  riportarti indietro in un’epoca in cui il sentimento religioso riusciva ad esprimere vette artistiche di incommensurabile valore. La bellezza paesaggistica del sito resta tutt’ora, ancorché inglobata nel cimitero, in quanto la cripta e il Santuario si trovano adagiati sul fianco delle Serre, lungo una collina dalla vegetazione fitta e lussureggiante in cui ci si può inoltrare grazie a dei sentieri che portano ad immergersi nel verde del bosco.

La cripta ha un ingresso alquanto anonimo. Uno scavo in piano nel costoso roccioso  con una piccola porticina d’ingresso. Riguardo lo stato dei luoghi è difficile ipotizzare come dovessero essere originariamente, anche a motivo della successiva costruzione del Santuario che venne adagiato nel costone accanto alla grotta. Inoltre, accanto alla cripta vi è un secondo ingresso che conduce in un diverso antro messo in comunicazione con il primo da un cunicolo evidentemente scavato anch’esso. E’ probabile che se la cripta costituisse il luogo di preghiera, la seconda grotta potrebbe essere stata adibita a ricovero dei monaci.

In questo secondo antro non si notano tracce di affreschi.  Riguardo il cunicolo si racconta che dovesse portare addirittura sino a Leuca; ma nella realtà non va più lontano di qualche metro.

La cripta dalla forma quadrangolare appare divisa in due parti, quasi fossero due navate, per quanto dalle dimensioni irregolari, separate quasi nel mezzo da un pilastro e da archi. E’ probabile che la prima parte della cripta, quella in cui si accede dall’ingresso, sia quella più antica e che la seconda venne scavata ed aggiunta in un’epoca più tarda. Ad avvalorare questa ipotesi, sia la differente altezza della volta, più alta ed ampia nella seconda sezione, sia la decorazione paretale ben diversa dalla prima. Infatti se nella prima sezione sono visibili affreschi riconducibili quasi per intero alle mani e all’ingegno dei monaci basiliani, nella seconda vi sono in particolare motivi floreali e visi di angeli di fattura diversa e più grossolana rispetto a quella di ispirazione bizantina. Ciascuna sezione ha un suo altare, ma su questi vi ritornerò a breve nella descrizione del ciclo pittorico.

Iniziamo a raccontare le sacre immagini presenti all’interno riprendendo quanto ebbe a scrivere nell’800 il De Giorgi nei suoi Bozzetti di viaggio per i luoghi del Salento.

“… volti affusolati, grandi occhi ovali, lineamenti un po’ grossolani ed abbigliamenti ricchi di pieghe in parte cancellate dall’umidità … Quanta espressione in quelle poche linee che rappresentano la Vergine col Bambino … Che atteggiamento ispirato e terribile in quel San Giovanni Battista dagli occhi pieni di vita e dai capelli scarmigliati! … Quei vecchi dipinti parlano al cuore, e questi nostri [dei moderni realisti] si direbbe che son destinati più ad accarezzare la retina, che ad invitare alla preghiera …”

La prima figura che si incontra, a sinistra dell’ingresso, è seriamente danneggiata e regge un Evangelio su cui si possono leggere, anche se con una certa difficoltà, sulla prima pagina “EGO SUM LUX MUNDI”, mentre sulla  seconda “QUI SEQUI TUR MEN ABUL ATI IN”, cioè “ Io sono la luce del mondo chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Tale figura dovrebbe rappresentare un Cristo in trono con la mano benedicente alla greca.

La seconda figura è stata attribuita a San Giovanni Evangelista, anche se le iscrizioni sul libro aperto sono quasi illeggibili, così come l’iscrizione esegetica. Di questa il Fonseca, nel 1979, riesce a leggere poche lettere – “EVAN…”.
La terza figura è la classica rappresentazione di San Nicola a mezzo busto. L’affresco ha una particolarità; reca il nome del santo scritto sia in greco che in latino. Questo particolare testimonia la progressiva latinizzazione che ebbero a subire queste comunità inizialmente di rito greco.

L’ultima figura di santo presente sul lato sinistro dell’ingresso è quella di San Giovanni Battista, vestito con una tunica, benedicente alla greca e con un cartiglio in mano da cui poco o nulla si può leggere. Questo è il Battista che tanto ebbe ad impressionare il De Giorgi durante la sua visita. Anche su questo affresco il Fonseca rintracciò la doppia iscrizione in latino e greco.

Sulla parete a destra dell’ingresso vi è un bellissimo dittico con Sant’Andrea prima e San Michele a seguire. Sant’Andrea indossa tunica e mantello, e regge un cartiglio arrotolato in mano.
Il San Michele non è l’arcangelo ma si ritiene possa essere San Michele Maleinos, rappresentato con un bastone e croce astile, attributi con cui si raffigurano i santi eremiti.

A seguire una bellissima Vergine in trono con bambino benedicente alla greca.

 Sul pilastro a destra vi sono rappresentati due santi. Un santo diacono attribuito a Santo Stefano, dal nimbo perlinato che regge con una mano un incensiere e con l’altra probabilmente l’epigonation per l’elemosine. Secondo Medea potrebbe essere San Lorenzo.
Un santo Vescovo che regge un Evangelio e benedice alla greca. La fattura di quest’ultima figura appare di un periodo diverso (forse XV – XVI secolo) rispetto alle altre figure presenti in questa sezione della cripta (XIII – XIV secolo).

Sullo stesso pilastro una suggestiva Vergine della Misericordia con il tipico mantello aperto in cui sono raffigurati dei flagellanti incappucciati.

L’ultimo affresco presente nella prima sezione della cripta è posto sopra l’altare e rappresenta una Vergine con Bambino. La Vergine con la mano sinistra regge un frutto.

Oltrepassato l’arco, la seconda sezione della cripta è caratterizzata dalla presenza di un bell’altare barocco con incastonata l’icona di una Vergine con Bambino. Molto probabilmente la costruzione di questo altare è riconducibile allo stesso periodo in cui all’esterno venne elevato il Santuario.

Il resto di questa sezione appare molto particolare in quanto le decorazioni sono caratterizzate da numerosi ed estesi motivi floreali e da un bellissimo cielo stellato.  Lungo la parete in cui è presente un sedile in pietra per l’officiante, sono rappresentati un San Rocco e una Crocifissione.

Prima di uscire dalla cripta, vi vorrei far notare alcune strane figure dipinte presenti nei pressi dell’ingresso. Difficile dire cosa siano e a cosa siano servite.

Prima di lasciarci vorrei brevemente tornare sul nome del sito, Coelimanna, manna dal cielo. Perché questo nome? Una delle possibili risposte può essere data dalla presenza in quei luoghi dell’albero della manna. Ad avvalorare questa tesi, sono stati individuati di recente alcuni esemplari di questi alberi nella zona compresa tra il Santuario e la Chiesa della Madonna della Serra (3).

Il sito è stato interessato da un restauro nel corso del 2001. Purtroppo l’umidità presente all’interno è abbondante e rischia con il tempo di compromettere ulteriormente lo stato degli affreschi. Addirittura su una parete erano cresciuti dei funghi.

 

Ringraziamenti. Sezione inusuale ma con piacere dovuta. Intanto un grazie al mio amico “Pasquino Galatino” che mi ha introdotto alla figura di Quintino Venneri. Un grazie anche a Michela Ippolito e all’amico Marco Cavalera che hanno reso possibile la mia prima visita al sito in occasione di una due giorni dedicata alla cripta e ad altri bei luoghi della  zona di cui scriverò in seguito. Ringraziamento doppio, visto che grazie a quella visita ho avuto il piacere di conoscere Marco di Salogentis.it, Franco e Bea di Japigia.com e Lupo Fiore un altro instancabile camminatore del Salento.

Fonti e riferimenti utili:

– (1) Sulla vita di Quintino Venneri rimando alla lettura dei numerosi articoli e note presenti in questo sito:  http://www.pinodenuzzo.com/controstoria/macchiorru.htm

– (2) Sul racconto dell’uccisione di Don Marino Manco, rimando allo scritto dell’amico Stefano Cortese anch’esso raccolto nel sito su indicato.

– (3) Articolo di Francesco Tarantino
https://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/03/l%E2%80%99albero-della-manna-nelle-campagne-di-supersano-le/

– Sempre su questo luogo potete leggere su: http://www.japigia.com/le/supersano/index.shtml?A=coelimanna
http://www.salogentis.it/2011/12/11/la-cripta-di-santa-maria-coelimanna-a-supersano/

– Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento – Fonseca, Bruno, Ingrosso, Marotta – Congedo Editore, Galatina 1979.

pubblicato su

http://massimonegro.wordpress.com/2012/03/07/supersano-la-vergine-di-coelimanna-tra-principi-pastorelli-e-briganti/

Galatone. Il castello di Fulcignano e la triste leggenda del tesoro

di Massimo Negro

Bastano pochi passi lungo il sentiero sterrato, che il suono ritmato dai miei passi sul terriccio mi fa quasi subito dimenticare il rumore invadente dell’auto lasciata poco distante e l’anonimo asfalto. Un alto muro di recinzione con mattoni uniti da antica malta, muretti a secco dalle dimensioni e altezze ben oltre la mia, ripari abbandonati immersi in un verde della campagna che piacevolmente occupa sempre più la vista man mano che procedo lungo il sentiero che, in alcuni punti, pare intagliato nella roccia.

Le lievi sinuosità del sentiero e gli alti muretti a secco trattengono il mistero e solo nell’approssimarsi della meta iniziano ad apparire tra le fronde degli alberi le alte mura dell’antico Casale di Fulcignano. Si svelano lentamente, e chi ci arriva per la prima volta deve quasi attendere di essere dinanzi alla cancellata d’ingresso per capire appieno la maestosità dell’antico complesso fortificato.

Il tragitto lungo il sentiero è breve ma, se ben predisposti nell’animo e messa da parte la nostra ordinaria frenesia, è sufficiente per fungere quasi da macchina del tempo. Per iniziare lentamente a proiettarci in una dimensione temporale che non è la nostra, ma i cui echi agli orecchi attenti fa ancora sentire il suo richiamo.

Il Castello di Fulcignano, quello che rimane dell’antico Casale che occupava quella zona, non è la solita struttura fortificata a cui siamo abituati visitando i castelli di Otranto,  Copertino, Gallipoli, Acaya e Lecce. Non mi riferisco alle caratteristiche architetturali e strutturali di questi siti, comunque profondamente diverse, quanto al fatto che queste strutture, parte integrante del nucleo urbano storico di queste cittadine, sono ormai inglobate nel centro abitato. Circondati da strade, da case, spesso da esercizi commerciali. Non è così per Fulcignano che resta immerso, forse casualmente risparmiato dalla speculazione edilizia, nella campagna a ridosso della periferia di Galatone. Fortunatamente le case presenti nell’intorno non rompono questa atmosfera di magia che vi sto raccontando, grazie forse anche a questi sentieri sterrati e ai maestosi muretti a secco da ammirare, che stanno diventando sempre più una rarità nel nostro Salento.

Ed è la storia a rispondere alle nostre domande. Il sito dell’antico Casale di Fulcignano con il suo castello non è quello che poi sarebbe diventata l’attuale Galatone, con il suo centro storico e le bellissime chiese barocche erette a poca distanza.

Antonio De Ferrariis nel suo “Liber de Situ Japygiae” scritto nei primi del XVI secolo, riporta quanto segue:

“… Ricordo di aver sentito riferire da alcuni vecchi sacerdoti greci  … che i Galatonesi avessero avuto origine dai Tessali … Ora, per un gioco della fortuna, è tornata sotto il potere dei Tessali. Infatti Giovanni Castriota, duca di Ferrandina… è un macedone, originario di una località non distante da Calatana e Filace [Phylace], città della Tessaglia.

Galatone nei tempi antichi racchiudeva nel perimetro urbano sia l’altura che la vallata. L’acropoli era detta “sentinella”, e fu così chiamata dall’omonima città tessala, come ascoltai dire dagli anziani [il Galateo si riferisce al nome della località di Phylace]. I Latini, avendo cambiato come al solito  y in u, pronunziarono Fulaciano ossia Fulciliano. Questa era posta sul colle, nel piano invece Galatone. Da un’unica città sorsero due insediamenti distanti tra loro neppure cinquecento passi. Fulaciano conservò sempre la lingua greca, Galatone invece adottò la latina.

Sorti dei contrasti tra i due centri abitati dalla stessa gente, come frequentemente suole accadere tra vicini, si venne alle armi. Galatone sconfisse Fulaciano e la rase al suolo. Quasi tutti gli abitanti trasmigarono a Galatone; pochi, per l’oltraggio subito, trovarono rifugio nelle città vicine e smisero di servirsi delle consuetudini, delle fogge dei vestiti e della lingua greca, ma non dimenticarono la loro originaria etnia”.

Poco più avanti il Galateo torna a descrivere il sito:

“Galatone è ubicata alle pendici della collina, la sua acropoli, che abbiam detto chiamarsi Filace, è posta sul colle. Qui l’aria è salubre e tiepida, i venti giovevoli e dolci, i campi soleggiati: è un’eterna primavera con la terra coperta di fiori e profumata di erbe …”

Nella seconda metà dell’ottocento, Cosimo De Giorgi nel suo libro “La Provincia di Lecce. Bozzetti”, nel riprendere quanto scritto dal Galateo, fa un breve ma efficace descrizione del sito:

“Oggi non resta che il solo castello, e dista da Galatone circa ottocento metri in linea retta al S.E. dell’abitato. Nell’interno è di forma rettangolare; all’esterno gli spigoli volti al N.O. sono rinforzati da torrette quadre, mentre gli opposti che guardano la collina ne mancano affatto. Bella è la porta d’ingresso ed il vestibolo … L’arco è gotico, ed è decorato da un fregio delicato scolpito sulla pietra leccese e in parte cariato. Restano ancora poche stanze nell’interno e da una scala, che sembra quella descritta dall’Alighieri fra Lerici e Turbia, si monta sulle mura che hanno circa due metri di grossezza. Osservate che bel panorama!

… Il fossato che lo cingeva è stato colmato, e la carie, corrodendo le pareti esterne delle sue mura, lascia credere sia stato prodotto da proiettili nemici ciò che è lavoro di mamma natura.”

Riguardo le origini del castello, dell’antico casale e la loro storia, la documentazione a disposizione è molto scarna, né ad oggi sono mai state condotte ispezioni e ricerche archeologiche tali da avvalorare quanto ci racconta il Galateo nel suo libro. Ipotizzare un’origine greca del sito, ritengo che non ci porterebbe molto lontano dalla realtà, alla luce del fatto che molti casali sorsero intorno a preesistenti siti bizantini (nell’area è stata rinvenuta una moneta dell’imperatore Basilio I). Né d’altro canto, sono ad oggi note informazioni che possano connettere la storia di questo sito con la popolazione Messapica. Ma alle luce del precario quadro documentale e archeologico ad oggi disponibile, qualora dovessero essere avviate serie e strutturate indagini del sito, altre e importanti informazioni verrebbero sicuramente alla luce.

Le prime notizie documentate risalgono al XII secolo. Durante una visita pastorale tenutasi nel 1719, il  Vescovo di Nardò Antonio Sanfelice fece riportare l’esistenza di un’epigrafe scritta in greco e in latino che descrive Fulcignano come un centro di passaggio di carovane e pellegrini: “theodorus protopas famulus sanctae dei genitricis hospitium construxit anno 6657”, che corrispondente al 1149 del calendario cristiano.

Altre notizie, sempre dello stesso periodo, riportano i nomi di alcuni signori e possessori di Fulcignano. Nel 1192 un certo milite, Maurizio Falcone, e poi successivamente un Aymarus di Guarnierius Alemannus possessore di Zurfiniani.

E’ presumibile che il Casale di Fulcignano continuò la sua crescita dimensionale nei successivi due secoli, tra il XIII e il XIV secolo, sino a quella che il Galateo descrive come una sorta di guerra con la vicina Galatone, che portò alla distruzione del casale. Il Chronicon Neretinum fa riferimento a questa contesa, datandola nel 1335.

Nel 1412 gli abitanti del Casale non dovevano essere più di 170 e appena trent’anni dopo un focolario aragonese non ne conta più di una trentina.

Da quel nefasto evento, quel che rimaneva del Casale e il suo Castello, passarono di mano in mano a diverse nobili famiglie, tra i primi Giovanni Del Balzo Orsini che lo ricevette come donazione nel 1426 dalla Regina Giovanna II. La sconfitta di Fulcignano nel 1135 e alcune successive contese che interessarono alcune zone del Salento, tra cui presumibilmente anche questa, portarono al suo definitivo declino e al suo progressivo abbandono.

Avviciniamoci al castello percorrendo un breve sentiero che dall’attuale cancellata di ingresso del sito porta verso l’antico portale ‘ingresso. Dell’antico fossato rimane solo traccia in un lungo ed ampio avvallamento posto ad una decina di metri dal castello. Questo lascia supporre che l’eventuale ponte levatoio non fosse parte integrante del Castello, ma posto in una struttura prospiciente il prospetto d’ingresso.

Secondo Paul Arthur, professore di Archeologia Medievale presso l’Università del Salento, “la forma planimetrica, e i dettagli architettonici, suggeriscono che l’edificio non sia anteriore all’età sveva, quando una serie di fortificazioni in Italia, note specialmente attraverso i castelli in Sicilia, risentono di influssi architettonici orientali trasmessi dalle Crociate. La forma quasi quadrata, con quattro torri angolari (le due posteriori scomparse: una circolare, l’altra forse circolare in una prima fase e quadrata in una seconda), trova confronti nell’architettura castellare islamica, che sembra aver, a sua volta, mantenuto vivo le tradizioni tardo romane di architettura castrense.”

Per il professor Arthur, il Castello di Fulcignano rappresenta una delle testimonianze più singolari del Medioevo salentino, in particolare per la sua forma localmente inconsueta (da altri studiosi definita come “castello-recinto”), tanto da poterlo ritenere una delle fortificazioni medievali più antiche sopravvissute nella provincia.

Ponendosi immediatamente sotto le mura e guardando in alto, non si può non notare la maestosità del complesso. La forma della cinta muraria è quadrangolare con i lati che presentano una lunghezza variabile che va dai 75 metri (torri comprese) del lato d’ingresso, ai 49 metri del lato più corto. L’altezza delle mura è di circa 8 metri con uno spessore di circa 2,6 metri. Le due torri angolari rimaste ancora in piedi, hanno i lati che presentano misure variabili tra gli 8,40 e i7,55 metri.

Il portale d’ingresso è quello ottimamente descritto dal De Giorgi, anche se, rispetto alla struttura originaria,  sono evidenti dei successivi rimaneggiamenti come il camino ricavato nella muraglia all’esterno dell’entrata.

Il primo vano dopo l’ingresso è caratterizzato da una volta a crociera a sesto acuto con interessanti decorazioni, un sedile in muratura lungo il lato destro e un camino. L’accesso al giardino è stato modificato e, guardando dall’esterno è chiaramente visibile la forma originaria ad arco, poi successivamente tamponato in mattoni per ricavare l’attuale porta. Dal vano d’ingresso si accede, sulla destra a due vani con volta a botte, oggi abbondantemente deturpati da scritte in vernice o a penna.
Dal secondo vano, da una porticina sia accede ad un terzo locale privo di pavimentazione caratterizzato, da diversi elementi architettonici che meritano una breve descrizione.

Al centro del locale vi sono i resti di un antico ed ampio camino oggi ormai completamente distrutto. A sinistra del camino, da un’apertura con arco a sesto acuto, parte quel che resta di una scala circolare che conduceva su una delle torri di difesa. Oggi è solo percorribile in parte e bisogna stare attenti ai detriti e mattoni crollati. Mentre a destra parte una scala che conduce sul tetto dei locali in precedenza attraversati, da cui è possibile ammirare l’interno del complesso fortificato e il profilo della città di Galatone. La vista di oggi è indubbiamente ben diversa rispetto a quella che fece esclamare al De Giorgi: “Osservate che bel panorama!”.

Il panorama non  è lo stesso, ma in compenso ci si può arrischiare a compiere qualche passo sulla sommità delle mura.

Le caratteristiche del terzo vano visitato sono ben diverse rispetto ai primi due vani attraversati tanto da farmi sorgere qualche dubbio sui tempi di realizzazione di questi locali, che appaiono costruiti solo in tempi successivi.

Questo terzo vano ha un porticina che conduce all’esterno verso il giardino. Percorrendo un piccolo vialetto il cui piano di calpestio è di circa un metro più in basso rispetto al piano del giardino, si ritorna verso il corpo centrale del Castello. A sinistra si notano tracce di locali ormai crollati, con la sezione iniziale di un arco in pietra ancora ben visibile e altre decorazioni in pietra sulla facciata dell’unico locale non crollato presente su quel lato del complesso. Molto probabilmente, si tratta di locali già da tempo non più utilizzati, per lo meno a fini abitativi, perché non vi è un accesso diretto dal vano d’ingresso, né in quella sezione mi conduce il vialetto del giardino.

Continuando a seguire il perimetro interno delle mura, la torre posta a sinistra dell’ingresso nasconde al suo interno un incredibile sorpresa. Occorre fare un piccolo sforzo per arrampicarsi ed accedere dall’apertura ad arco a sesto acuto che conduce all’interno. Proseguendo mantenendosi sul lato sinistro, con molta attenzione, si può nuovamente arrivare, grazie ai resti di un antico passaggio in pietra arricchito con semplici decori, sulla sommità delle mura. A destra invece vi è un’ampia apertura che si affaccia all’interno della torre che si presenta cava all’interno.

Tornato nel giardino e proseguendo lungo il lato sinistro, è possibile notare una evidente particolarità nella struttura delle mura, non visibile dall’esterno. Sino all’altezza di circa cinque metri la muratura è a pietre informi ed opera incerta, salvo diventare ben rifinita nella restante parte superiore dove sono ben visibili numerose buche per quasi tutta la lunghezza della muratura. Non si tratta di ripari per piccioni, sono delle “buche pontaie”, ossia dei fori nella muratura usati solitamente per conficcare i pali delle impalcature necessarie per completare le costruzioni particolarmente alte, per poi essere successivamente sfilate a lavoro ultimato. Ma a volte venivano usate, in modo definitivo, come base per realizzare dei ballatoi esterni. Vi è anche l’ipotesi che potessero accogliere delle travi di copertura di alloggiamenti realizzati in legno. Solo studi approfonditi e verifiche anche alla base delle mura potranno svelare l’effettivo utilizzo che venne fatto di queste buche e cosa vi fosse intorno al perimetro interno delle mura. Vi è comunque da tener presente che lungo l’esterno delle mura vi sono lunghe file di buche pontaie, e queste sono sicuramente state utilizzate per elevare l’altezza delle mura.

Concludendo il cammino lungo il lato sinistro della cinta muraria, nella parte finale si aprono due ampie nicchie ad arco, sotto una delle quali passa un lungo canale di scolo che, partendo da una sorta di pozzo-cisterna porta verso il vicino tracciato ferroviario, e i resti della solita apertura che doveva condurre sulla torre ormai distrutta. L’utilizzo di queste nicchie è alquanto oscuro e potrebbero lasciar pensare ad un nucleo di strutture in muratura andato poi successivamente incluso nelle mura.

Il lato che corre parallelo al lato d’ingresso presenta indicativamente le stesse caratteristiche del tratto appena percorso. Nel giungere al luogo dove una volta doveva sorgere la quarta torre, si possono notare tra i rami dei melograni, i resti dell’antico ballatoio in muratura che doveva condurre sulle mura.

Ma prima di concludere, non si può non raccontare la leggenda del luogo. Come tradizione vuole, ogni castello che si rispetti ha il suo fantasma. E il nascere di queste credenze, di queste leggende, è molto spesso legato a storie, difficili da dimostrare nella loro veridicità, molto spesso drammatiche se non proprio cruente, come quella che vi andrò a raccontare. La leggenda racconta che durante un assedio che si stava protraendo da lungo tempo, senza che gli aggressori ne venissero a capo, costoro con un colpo di mano riuscirono a rapire il figlioletto del feudatario del tempo per fiaccarne le difese. Il fanciullo fece un orribile fine: venne ucciso e, una volta squartato, le sue membra vennero appese ad un carrubo affinché i poveri resti fossero visibili dall’interno del castello. Quando all’indomani la madre si trovò dinanzi allo scempio fatto al corpo del figlio, impazzi per il dolore e invocò il diavolo affinché custodisse il tesoro del castello. Chi voleva impadronirsi delle ricchezze avrebbe dovuto portare un bimbo in dono a Satana. Il tempo che il demonio avesse impiegato per divorare il bimbo, sarebbe stato il tempo concesso per trovare il tesoro.

Si racconta che un uomo tentò nell’impresa ma con l’inganno, camuffando da bambino un gatto. Purtroppo per lui il gatto si mise a miagolare e i suoi  versi mandarono a monte l’impresa. Il diavolo resosi conto del raggiro scatenò una tremenda tempesta facendo fuggire a gambe levate il malcapitato imprudente. Da allora nessuno provò più a cercare il tesoro del castello che rimase e rimane così protetto e guardato a vista dal diavolo. C’è poi chi racconta che in alcune notti è possibile udire ancora le grida e i lamenti della povera madre privata crudelmente della vita del suo figlioletto. Una storia molto triste, come lo  sono buona parte delle storie di fantasmi.

Lasciato l’interno del Castello, mi sono incamminato verso sinistra costeggiando i resti del fossato e poi le mura seguendole per l’intero perimetro, con lo sguardo costantemente rivolto verso l’alto per abbracciarle in tutta la loro altezza. Una meraviglia!

Il sito, che era già stato dichiarato monumento nazionale con D.M. 6/11/1967, è divenuto di proprietà comunale nel 2011 dopo una lunga e veemente protesta civile da parte di molti abitanti di Galatone e non solo. Ma molto resta ancora da fare.

Fulcignano è come un forziere di un tesoro ancora non aperto. Un tesoro vero, non come quello della leggenda, che appartiene non solo a Galatone ma a tutti quanti noi Salentini, e per questo è necessario uno sforzo collettivo, da parte degli Enti, Università, Associazioni e liberi cittadini, volto a tutelate non solo il Castello ma anche l’area circostante per consentire di mantenere questa sorta di unicità anche nel paesaggio che lo caratterizza.

Speriamo di non dover attendere a lungo!

di Massimo Negro

PS: vi segnalo questo video realizzato (il 31.12.2009) con foto del luogo durante il periodo in cui montava la protesta per chiedere al Comune di Galatone l’acquisto del luogo; video che venne segnalato anche in un articolo de “Il Quotidiano” dal corrispondente locale.

http://www.youtube.com/watch?v=HAlLrcnI5YY

_______

da: http://massimonegro.wordpress.com/2012/01/22/galatone-il-castello-di-fulcignano-e-la-triste-leggenda-del-tesoro/

Nardò. Nello scrigno di Sant’Antonio Abate

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

Ci si arriva agevolmente se si conosce l’ubicazione visto che, come nelle nostre “migliori” tradizioni, non vi sono indicazioni. Dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce si percorre un breve tratto di strada campestre, sino ad incrociare sulla sinistra l’antica masseria Castelli-Arene con la sua bella e turrita torre colombaia.

Dopo qualche decina di metri, accanto ad una casa di campagna si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.

Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per oltre due metri al di sotto del piano della campagna.

Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro di cui si ignora l’esistenza. Si rimane estasiati dalla bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.

L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire tra il XIII inizio e il XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia di rito latina e non greco.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greco–basiliana. Tra questi San Giovanni di Collemeto, S. Elia e la stessa prima citata Santa Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra storia, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.
__________
Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/05/nardo-nello-scrigno-di-santantonio-abate/

I profondi ed antichi segni dell’olio

di Massimo Negro

E’ strano come una sostanza naturale come l’olio, che rende le superfici scivolose, unge ma non corrode, abbia lasciato nel tempo e  sino ai giorni nostri dei segni così antichi e profondi. Nella terra, nella roccia e nella nostra cultura.

Nella terra … con i milioni di alberi di ulivo che ci circondano e che benevolmente ci abbracciano con le loro fronde cariche di olive dalla cui spremitura viene prodotto l’olio. Antiche e giovani sentinelle delle nostre campagne, a cui badiamo sempre meno, continuamente sotto attacco da parte della speculazione edilizia, della cattiva politica ma soprattutto in balia della nostra incuria.

IMG_1580
Nella roccia … con i tanti trappeti ipogei che per secoli hanno accolto immense quantità di olive e fatto scaturire con il duro lavoro di uomini e animali il salutare “oro verde”. Stanze e ricoveri ricavati scavando nella roccia per far si che l’olio venisse prodotto e mantenuto alla giusta temperatura. Molti sono ormai andati persi, pochi quelli recuperati e di molti anche se ancora presenti si è persa la storia e versano nel più totale abbandono.

IMG_3862

IMG_3886
Nella nostra cultura … generazioni e generazioni sin dai tempi più remoti si sono affaccendate sotto le ampie fronde degli alberi di ulivo, traendone

Ruggiano. Le zigaredde di Santa Marina

di Massimo Negro

Ruggiano. Gli amici abitanti di questo piccolo centro mi perdoneranno ma, prima di arrivarci il giorno della festa dedicata a Santa Marina, il 17 luglio, non ne conoscevo l’esistenza. Mai sentito nominare. Leggendo e approfondendo gli aspetti religiosi e le peculiarità delle tradizioni e delle credenze che ruotano intorno a questo centro e al Santuario dedicato alla Santa, devo dire che non la conoscenza è a me colpevolmente imputabile.

Ruggiano rappresenta un importante punto di riferimento nella storia delle nostre tradizioni e, in particolare, in questo percorso di descrizione e sommaria rappresentazione della devozione a Santa Marina.

Esterno 1

La santa che secondo la tradizione è la santa bella per eccellenza. La santa che con la sua bellezza, come abbiamo avuto modo di leggere nella nota su Muro Leccese dedicata alla Chiesa di Santa Marina, fece invaghire il governatore del luogo e che per il suo rifiuto a cedere alle sue lusinghe fu martirizzata.
La santa che sfuggendo alle grinfie del diavolo che si era manifestato nelle vesti di un drago squarciandogli la pancia, non solo è ricordata come la protettrice delle partorienti ma è soprattutto celebrata come la santa del bel colorito.

Nel passato, come abbiamo avuto modo di leggere in più occasioni, la religione si è spesso sostituita alla medicina, quando la medicina del tempo non riusciva a trovare una soluzione e soprattutto quanod si riteneva che “non era cosa per medici”. E questo accadeva anche per i casi di ittero. Allora si ricorreva a Santa Marina, la santa bella, la santa del sano colorito.

A Ruggiano è presente un Santuario dedicato al culto di Santa Marina. Qui accorrevano a piedi, in pellegrinaggio, i malati di itterizia (anticamente chiamato “male d’arco” in quanto si riteneva responsabile della malattia l’arcobaleno).

Esterno 2

La tradizione voleva che i pellegrini prima di arrivare a Ruggiano, dovevano fermarsi ad orinare nei pressi di qualcosa che avesse la forma di un arco, recitando i seguenti versi:

Arcu pint’arcu, tie sì bbèddu fattu.
Ci nò ttè saluta, de culùre cu ttramùta.
Ieu sempre te salutài e la culùre no ppèrsi mai
”.

Giunti nel piazzale del Santuario poi, si acquistavano le “zigaredde”, i tradizionali nastrini colorati che, una volta strofinati alla statua della Santa, acquisivano il potere di prevenire la temuta malattia.

Interno 1

Ruggiano è un piccolo centro agricolo a circa un chilometro da Salve. Percorrendo la statale che porta da Gallipoli a Santa Maria di Leuca, attraversato il centro di Salve dopo una ripida discesa molto suggestiva per il panorama che si può ammirare, scendendo dalle ultime propagini delle serre salentine, si giunge a questo piccolo centro. Qui a partire da una preesistente chiesa di origine medioevale, nel ‘600 le maestranze locali ne hanno ampliato il sito costruendo il Santuario così come appare adesso. Nel ‘700 venne realizzato il bell’altare che si può ammirare all’interno e rifatta la facciata.

Statua 1

Parcheggiata la macchina all’ingresso del centro, ho seguito il flusso della gente che a piedi si indirizzava verso il Santuario. Oggi come allora all’esterno del Santuario si trovano le “zigaredde”.

Statua

Quando sono arrivato, di prima mattina, la chiesa era stracolma per la celebrazione della messa e il flusso di gente e di devoti per il tempo che vi sono stato, è stato sempre consistente e costante a testimoniare come ancora oggi certe tradizioni e devozioni sopravvivono e sono partecipate.
Non ho visto nessuno, come vuole la tradizione, strofinare sulla statua della santa i nastrini colorati, ma tantissimi si avvicinavano con in mano un fazzoletto. Prima lo strofinavano sui piedi della santa e poi se lo passavano sulla faccia, conservandolo poi in tasca o nella borsa.
Vi devo confessare che questa visita è stata bella ma al tempo stesso emozionante per la semplicità del luogo e dei gesti delle persone.

Statua 4

Statua 3

Torrepaduli. La scherma di San Rocco

di Massimo Negro

A pochi giorni dalla festa di San Rocco ripesco nel mio archivio fotografico e in qualche partizione sperduta della mia memoria, le foto e i dialoghi di un caldo pomeriggio di agosto della scorsa estate, passato a Torrepaduli, piccola frazione di Ruffano, dove è sito il Santuario dedicato a San Rocco.

1

Questo piccolo paesino è ormai diventato un centro di notevole attrazione non  solo per la devozione verso San Rocco, che da sempre ha fatto muovere devoti da tutta la provincia per rendere visita al santo, ma soprattutto in questi ultimi anni, per la ormai famosa danza delle spade.
Un rito etnico, sociale, musicale e con il tempo sempre più culturale che si svolge nel piazzale antistante il santuario nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Un evento che richiama migliaia e migliaia di visitatori, attirati da questa sorta di duelli che si svolgono al suon ritmato dei tamburelli.
La danza delle spade ha origini antichissime ed è presente in molti paesi d’Europa; non solo nella latina Spagna o nei vicini Balcani, ma addirittura, riti di questo tipo, si possono rintracciare in Scozia. Ma ci si può spingere anche oltre arrivando in alcuni paesi dell’Africa del nord e via via più lontano.
Non è un semplice ballo. Non è un musical casareccio in cui si mima un duello con i coltelli e, per certi versi, anche il semplice termine “duello” si può considerare non esaustivo. Secondo alcuni studiosi nasce come rito di iniziazione, di passaggio; c’è chi amante dell’esoterismo ha ritenuto di rintracciare nella forma circolare delle ronde alcuni collegamenti  e rimandi con riti ancestrali. Se ne raccontano tante e come spesso accade per tutto ciò che ha antiche origini popolari, la documentazione storica spesso non è presente e la tradizione orale può spiegare alcune cose ma fino ad un certo punto e sino ad un certo tempo.
Le versioni a noi più vicine parlano di duelli che servivano per affermare la supremazia di una famiglia o di una singola persona sul gruppo. Rito, o duello che fosse, si svolgeva con armi vere e non semplicemente mimando l’utilizzo del coltello. Le lame erano concrete e affilate.
Ma su questi aspetti consentitemi di fare un passo indietro e di lasciar spazio al contributo sempre ben accetto degli studiosi della materia.
Veniamo invece al pomeriggio passato a Torrepaduli, in occasione di un workshop sulla danza delle spade.

A prescindere dalle origini, la danza delle spade si svolge secondo regole e codici precisi. Nulla di scritto, non c’è un bando di gara, non c’è un allegato tecnico da leggere prima della danza ma ci sono regole d’agire e soprattutto comportamentali che vengono tramandate di generazione in generazione e che nessuno si permette di non osservare, pena l’esclusione dalla ronda e forse anche l’essere “banditi” dal luogo.

2

Le regole non vengono imparate e trasmesse per semplice osservazione visiva. La modalità è molto è più complessa. La trasmissione avviene nell’ambito della famiglia. E’ l’anziano che inizia i giovani alla danza e sono quest’ultimi che la coltivano e la tramanderanno a loro volta a chi verrà dopo. In ogni passaggio generazionale ognuno ci mette anche un po’ del suo stile personale, per cui non è esattamente una mera riproposizione di regole apprese, ma una interpretazione in chiave personale pur nell’ambito di alcune regole immutabili.
Ogni famiglia ha il suo stile. Ogni stile è frutto di una serie di fattori non ultimo anche il lavoro che il “duellante” svolge. Chi fa il barbiere sarà portato a compiere dei gesti come se avesse in mano un rasoio, movimenti più stretti e dall’alto verso il basso; chi miete il grano farà dei gesti più ampi e circolari.

Chi può duellare? Non è per tutti. Consentitemi questa sorta di risposta semplicistica.
I “duellanti” sono circondati da un cerchio, una ronda, di altri “duellanti” che ne prenderanno il posto man mano che la danza procede e gli sconfitti dovranno lasciare il centro del cerchio. Nelle ronde in cui sono presenti gli anziani, l’accesso è selezionato e vi può accedere solo chi è conosciuto e ha dato prova di conoscere le regole e di non essere un attaccabrighe.
Proviamo a dare una definizione di attaccabrighe.
Primo esempio concreto raccontato quel pomeriggio. Un giovane un po’ su di giri aveva cercato di entrare nella ronda senza permesso. Dopo l’ennesimo tentativo a fronte di altrettanti rifiuti, è stato con fermezza accompagnato a debita distanza come persona non gradita. Non si è più ripresentata.
Secondo esempio molto più grave. Quando si duella l’obiettivo è colpire al tronco l’avversario, non bisogna mai puntare alla faccia in quanto la cosa è considerata come un gravissimo gesto di offesa. Capita che succede e quando capita la persona viene “invitata” a non farsi più vedere da quelle parti, soprattutto se le intenzioni provocatorie erano per così dire dolose e non colpose.
Il duello inizia con la cosi detta apertura, cioè mimando il gesto con cui si sfila il coltello dal fodero. I gesti successivi mirano a far assumere delle posizioni attendiste, durante le quali i duellanti si osservano e cercano di capire i punti deboli dell’avversario, o posizioni di invito a combattere, a colpire facendo visibilmente vedere il punto del corpo verso il quale si chiede di essere colpiti.
Il braccio che entra tra le braccia dell’avversario, non parato, puntando al corpo, è il colpo che viene portato a buon fine.
Come scrivevo ad inizio della nota, la Notte di San Rocco è diventata un evento che richiama un’enormità di persone. Molti turisti e ormai anche molte telecamere. Questa sorta di spettacolarizzazione di antichi riti sta causando qualche malessere in particolare tra i più anziani. Per loro la danza delle spade è un rito, l’essere lì nel piazzale è una forma di devozione verso il santo. Non è un divertimento, non è un gruppo folk, è una cosa seria.
Le telecamere e l’umanità molto varia e molto eventuale che accompagna quelle ore delle notte, qualche fastidio ed imbarazzo lo creano.
Quest’anno non so se andrò la notte in attesa delle ronde. E’ da un po’ di anni che l’eccessiva confusione (anch’io incomincio a diventare un po’ anziano) mi porta a non essere presente. Se Dio vorrà ci sarò la mattina presto del 16 per ascoltare messa e, al termine, se come ogni anno sono già pronti, fare colazione mangiando un bel panino con i pezzetti.

3
 

Soleto. Matteo Tafuri il Sapiente

di Massimo Negro

La recente ed interessante nota del caro amico Marcello Gaballo sul bellissimo campanile di Soleto, pubblicata su questo sito, mi ha riportato alla memoria una passeggiata fatta all’incirca un anno fa, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova, per le strade del piccolo centro salentino.
Sono così andato a riguardare le foto di quella giornata, tra le bancarelle, in chiesa alla consegna del pane benedetto ammassato nelle ceste, tra i confratelli della congrega all’uscita della processione, seguendo il simulacro del santo portato in spalla tra le vie del paese.

Ma tra queste vi sono alcune foto di un posto un po’ particolare, forse non propriamente bello anche per lo stato in cui si trova, ma che a mio avviso ancora oggi a saperlo scovare esercita una qualche forma attrazione se non si limita a guardarlo superficialmente. Non sono foto del noto campanile, ma di una vecchia casa. Una casa tra le strette stradine del centro storico, la casa di quello che la gente del posto ebbe a definire il “mago di Soleto”, Matteo Tafuri.

Marcello racconta con molta efficacia nella sua nota le incongruenze che gli studi ci hanno restituito nel legame tra questo “strano” personaggio e la costruzione del noto campanile, avvenuta ben prima della sua nascita. Ma le leggende non guardano le date, anzi se ne fanno beffa; così si racconta come il Tafuri in quest’opera si fosse avvalso dell’aiuto di figure diaboliche e di streghe che, seconda la leggenda, il presunto “mago” aveva con chissà quale rito costretti a servirlo.

Tutto in una notte.

Una lunga notte durante la quale il Tafuri secondo la leggendo piegò a se le forze diaboliche, pronunciando strane formule latine  mai udite. Strane ombre si affaccendarono quella notte su e giù lungo il campanile, realizzando eterni ricami con la morbida pietra leccese.
Forse anche il sorgere sole venne rallentato  per dare modo di portare a compimento l’opera; ma la luce per quanto la si possa ritardare nel suo incedere alla fine ha sempre la meglio sulle tenebre e i diavoli, improvvisati manovali al servizio del mago in questa opera immane, persero anch’essi la cognizione del tempo restano pietrificati, bloccati in alto sul campanile, dai primi raggi del sole.

Ma chi era questo strano personaggio? Era veramente un mago? Un occultista capace di comandare alle oscure figure dell’inferno? O fu altro?
Matteo Tafuri nacque a Soleto nel 1492, ove nel 1584. Non fu un personaggio da poco..
Dopo i primi anni della sua formazione passati tra Soleto e Zollino a seguire il magistero di Sergio Stiso ad apprendere lettere greche e latine, lasciò il Salento approdando dapprima a Napoli dove studia matematica, medicina, filosofia, appassionandosi alla magia naturale, all’astrologia e alla fisiognomica. Dopo Napoli iniziò il suo peregrinare prima in Italia e poi nel resto d’Europa. Prima Padova e poi Venezia dove entrò in contatto con i filosofi salentini Marcantonio Zimara e Girolamo Balduino.
Lasciò l’Italia per dirigersi in Inghilterra prima e in Irlanda poi. In questi paesi iniziarono per lui i primi seri problemi causati dalla sua passione per la magia. La stessa Inquisizione si ebbe ad occupare di lui ma venne scagionato grazie all’intervento del Pontefice.

Dopo un passaggio in Germania approdò a Parigi alla Sorbona dove pare ebbe a conseguire il dottorato in filosofia e medicina. Un suo ritratto col rosso copricapo della Sorbona si trova nel dipinto del 1580  della Madonna del Rosario nella navata sinistra della Chiesa Matrice di Soleto. Il quadro, pur non in buone condizioni, ci restituisce la figura barbuta e con il capo coperto del Tafuri, con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso la Madonna e il Bambino.

Dopo Spagna, Grecia e forse anche Asia Minore, nel 1550 torna a Napoli dove entra a far parte dell’Accademia dei Segreti fondata da Giovan Battista Della Porta, che giunge a citarlo nella sua opera Coelestis Physiognomonia indicandolo come esempio di coloro che eccellono nell’arte della fisiognomica.

A  Soleto è rimasta la sua casa natale dove sull’architrave di un antico arco è inciso il motto: « HUMILE SO ET HUMILTA’ ME BASTA. DRAGON DIVENTARO’ SE ALCUN ME TASTA »
Con quest’iscrizione Matteo Tafuri esprimeva e manifestava ai cittadini e a chiunque passasse dalla sua dimora la sua mite e umile natura caratteriale, avvertendo però che poteva trasformarsi in un dragone qualora qualcuno lo avesse ingiuriato e si fosse fatto beffe di lui. Purtroppo il Tafuri trascinò con se, anche nella sua natia e piccola Soleto, le maldicenze che ebbero già a colpirlo in Inghilterra e in Irlanda. La sua passione per la magia e l’alchimia lo rendevano un personaggio scomodo forse anche “pericoloso” e sicuramente temuto per la società di allora.

Tafuri_Casa_Interno

“Del salentin suol gloria ed onore” lo definisce il De Tommasi; “assiduo verso gli infermi”, esercitò con impegno e successo la professione di medico ma mentre era “di modello coi suoi scritti, di ammirazione e rispetto coi suoi consulti” fu dalla ignoranza popolana ritenuto un “Mago”.

Il De Giorgi nei suoi Bozzetti scrive “Fu l’idolo dei grandi, la delizia dei letterati, lo spavento degli idioti”.
Un suo discepolo e concittadino Francesco Scarpa in una sua opera lo definisce l’Atlante filosofo salentino.

Il De Giorgi, dopo averlo definito un “genio enciclopedico”, continua scrivendo:

I ciuchi del suo tempo  e del suo paese attribuirono alla stregoneria la potenza del suo genio e della sua dottrina. Mille fiabe curiose si inventarono su di lui, le quali se avessero avuto anche un sentore di verità non sarebbe egli certamente sfuggito alle zampe leonine dell’Inquisizione, in quei tempi così propizii agli arrosti! Ed ora il suo nome giace dimenticato, e fra i ritratti degli illustri salentini che decorano la Biblioteca provinciale di Lecce si cercherebbe invano la effigie di Matteo Tafuri, che fe’ stordire i dotti di Salamanca e di Parigi con la sua immensa dottrina!  Che si ripari e presto alla inconsulta oblivione!

Tafuri_Casa_Interno_2

Di questo personaggio misterioso non restano opere, se si escludono un Pronostico ed un Commento agli Inni Orfici, contenuto nel Codice Vaticano greco 2264.

Di lui resta anche l’antica casa dove ebbe ad abitare. La casa, di proprietà privata, si trova in cattivo stato di conservazione. Un bellissimo pozzo decorato all’interno ma danneggiato con delle brutture per far passare dei tubi dell’acqua e i resti poggiati all’interno dell’antico arco crollato, dove era posto il motto del Tafuri, è quello che rimane di lui.
Tafuri_Casa_Pozzo

Riprendendo l’esortazione finale del De Giorgi, ritengo cosa doverosa da parte del Comune di Soleto e della cittadinanza rendere omaggio a questa straordinaria figura provvedendo al recupero dell’immobile, rendendogli finalmente in tal modo gli onori che gli spettano.

A Matteo Tafuri “il Sapiente”!

 

Tafuri_Esterno_2

Parabita. La cripta di Santa Marina

di Massimo Negro

L’estate scorsa, in un qualche giorno di agosto che ora non ricordo, seduto in piazza S. Pietro con don Pietro, don Aldo e don Antonio raccontavo delle mie allora recenti visite a Muro Lecce, Miggiano e Ruggiano in occasione delle celebrazioni in onore di Santa Marina. Raccontavo di questa improvvisata ricerca, nata per caso, e delle tradizioni e antichi segni legati alla devozione di questa santa a me del tutto sconosciuti che avevo documentato in quelle giornate. Dagli antichi affreschi di Muro, al pellegrinaggio verso i simboli dell’arco di Ruggiano, ai riti e segni ancestrali della cripta di Miggiano, ai colori delle zigareddhe che animano queste feste.

IMG_7685D’un tratto la discussione si spostò su di un quesito legato alla storia di questa santa. Parliamo di una “Marina” o di un “Marino”?

Facciamo un passo indietro. Nelle mie precedenti note, descrivendo brevemente la vita di questa santa, raccontavo di una giovane fanciulla che “nacque nel 275 ad Antiochia di Pisidia. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della madre venne affidata ad una balia, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione di Diocleziano, ed allevò la bambina nella sua religione. Quando venne ripresa in casa dal padre, dichiarò la sua fede e fu da lui cacciata: ritornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge. Mentre pascolava fu notata dal prefetto Ollario che tentò di sedurla ma lei, avendo consacrato la sua verginità a Dio, confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Margherita fu incarcerata e venne visitata in cella dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì: ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Per questo motivo viene invocata per ottenere un parto facile.In un nuovo interrogatorio continuò a dichiararsi cristiana: si ebbe allora una scossa di terremoto, durante la quale una colomba scese dal cielo e le depositò sul capo una corona. Dopo aver resistito miracolosamente a vari tormenti, fu quindi decapitata all’età di quindici anni”.

Ma accanto a questa Marina vi è una seconda santa, anch’essa conosciuta come Marina, le cui celebrazioni sono spesso “mescolate” con quelle della prima. Due sante, tra loro diverse, ma intorno alle quali vi è un po’ di “confusione” nel ricordarle.
La storia di questa seconda Marina è alquanto diversa e indubbiamente particolare.

“Santa Marina nacque in Bitinia da genitori cristiani nel 725 circa. Dopo la morte della madre, il padre Eugenio decise di ritirarsi in un convento in Siria. Marina volle seguire il padre ed entrò in convento con il nome di Fra’ Marino, vestendosi da uomo, in quanto non era ammesso alle donne di entrarvi. Non era difficile per Marina dissimulare il proprio sesso, il padre gli aveva tagliato i lunghi capelli, inoltre i frati vivevano in celle molto buie indossando un grande cappuccio. Durante un viaggio con alcuni confratelli passò con loro la notte in una locanda. La figlia del locandiere, rimasta incinta di un soldato la notte stessa, accusò il monaco Marino del misfatto. Marina accusata ingiustamente, andò col pensiero a Dio e si autoaccusò di una colpa non sua. L’Abate la cacciò immediatamente fuori dal convento e le fu affidato il bambino, di nome Fortunato, che allevò con mezzi di fortuna. Restò sempre nei dintorni del convento facendo penitenza per una colpa che non aveva commesso. Finalmente dopo tre anni, dietro intercessione dei frati, l’Abate riammise in convento Fra’ Marino. Ma troppo duri erano stati i sacrifici, tanto che avevano colpito il fisico di Marina. Poco tempo dopo  infatti morì. I monaci, mentre lo svestivano, prima della sepoltura, fecero la sorprendente scoperta, capirono allora di quale grossa diffamazione fosse stata vittima, e l’ammirarono per la sua grande rassegnazione”.

Perché il racconto di queste due storie? A Parabita visitando la chiesa-cripta di santa Marina, mi sono imbattuto in questa “confusione” che vi è attorno al ricordo di queste due sante orientali.
Infatti a Parabita accanto al simulacro e a un affresco che rappresenta la prima delle Marine, la storia che si racconta è quella seconda santa.

Una persona anziana che abita nei pressi della cripta e che si occupa anche della sua apertura mi ha fornito un foglietto in cui, in dialetto, viene raccontata questa storia della “Marina parabitana”.

‘A STORIA TE SANTA MARINA

Sape iddhra quantu ne pati
Cu se gode lu regnu te Diu.
Lu caru patre sua se vinne ncasare,
vinne a fare na bella fanciullina;
a lu fonte sciu te battezzare,
te nome la chiamau santa Marina.
La matre te lu latte ca facia
La llattava na fiata la notte e na fiata a la tia.
Te do misi ziccau ccaminare;
te tre, orazioni mpressu Diu;
ma subbitu rrivara ure mare:
a li tre anni la mamma ne muriu.
– Fija mia amata, nu n’è tiempu te ncasare,
monucu me fazzu e servu Diu.
– Caru patre, a ci me lassi sventurata?
– Fija, te lassu a li zii tua raccomandata,
– Ah, caru tata, ste palore teni a mente:
quiddhru ca te face la mamma e lu sire
nu te face lu parente.
E senza nuddhru pentimentu,
decise cu se chiute a lu cumentu.
Notte e giurnu quiddhru Diu stia a pregare
Cu lu fannu subitu ncappucciare.
Doppu dieci anni a tutte l’ore
Chiangia la sua fija cu lu core.
– Ci ài, fratellu ‘Nofriu, ci ggète ca te senti?
– Ah, bel u ticu ca me tremulene li tenti:
Aggiu lassatu nu fiju intra l’affanni,
mo certu è trasutu a li tritici anni.
– Parti, fratellu ‘Nofriu, e tiempi nu perdimu.
Ca subitu moniceddhru lu facimu.
– Marina te la casa mia, ci boi meju
Te ncasare o puramente te servire Diu?
– Lu pansieri mia m’è statu quistu:
ca ieu pe’ sposu oju Gesù Cristu.
– Fija, nu’ te spumpare ca sì donna,
ci oi ccoji li frutti te la Matonna;
Fija, statte cu lu core cuntritu,
ci oi ccoji li frutti te lu paratisu.
– Dimme, patre, prima quanti siti,
ci tutti quanti a ‘na taula mangiati,
ci tutti te sparte a lu lettinu be curcati.
– Ah, fija , mo te lu ticu te moi
Ca simu trecentu sessantatoi
Tutti li monici a la finescia nfacciati
Lu nome dummandavene presciati.
– Lu miu nome ve lu ticu mprimu:
te osci nnanzi me chiamati fra Marinu.
Dopo tre anni paru paru
Ne muriu lu genitore caru.
Unu te nu giurnu se partiu rrabbiatu
Nu monacu fetente, cane scelleratu:
– Patre Lattoremia, Patre Lattore,
tenimu fra Marinu a lu cumentu
ca se mangia lu pane a tratimentu;
Acqua a cumentu nu ne putimu cchiare,
mandamulu a lu fiume cu pozza faticare.
Fra Marinu, ca l’ubbidienza la ulia purtare,
se pijau lu sicchiu, le menze e le quartare,
ricchezza te acqua sciu truvare.
Quandu rrivau ‘llu fiume
Se cumminciau mparuare,
ne ssiu ne serpente ca se lu ulia te mangiare.
Fra Marinu cu le mani te lu zziccau,
cu lu lazzu te cintu lu nnicau.
Tutti li monici ne dummandara:
– Marinu, ai cchiatu nenti pe’ la strata?
– Nu sulu serpente ippi cchiare,
ca me ulia propriu te mangiare;
ieu cu le mie mani lu zziccai,
cu lu lazzu te cintu lu nnicai.
Mo’ ntorna te nu giurnu se partiu rrabbiatu
Nu monacu fetente cane scelleratu:
– Patre Lattoremia, Patre Lattore,
tenimu fra Marinu a lu cumentu
ca se mangia lu pane a tratimentu;
Legna per cumentu nu ne putimu cchiare:
pijase lu travinu e lu zzappune
cu rronca erba a la ripa te lu mare.
Iddhru cu nu dice sine e mancu none,
ca l’obbedienza la vinne purtare,
se pijau lu travinu e lu zzappune:
bunnanzia te legna sciu truvare.
Se otau maletiempu can nu se potia stare,
tuzzau a na taverna cu se pozza riparare.
– Apri, taverniera mia, pe’ caritate,
ca quannanzi face lampi troni e tempestate.
A menzanotte, te la taverniera la fija se ‘zzau,
ca nu riccu signore ngravidau:
– Fra Marinu, ci tie stu core nu cuttenti,
vene nu giurnu ca fazzu te nne penti!
– Auh, ci nui sta cosa venimu fare,
lu Signore ne vene a casticare.
– Mo’ è notte e nu’ ne vite ‘ffattu.
La camara ‘ssegnata era china te scuranza,
ma quasi se cecava pe’ la muta luminanza.
A iddhra te cent’anni quiddhra notte ne pariu,
prima cu lucisce citta citta se nde sciu.
Bbunnanzia te legna truvau su llu camminu,
ne l’ia preparata Sant’Angiulu ndivinu.
Tutti li moniceddhri nnanzi ssira n’addhra fiata:
– Fra Marinu ai cchiatu nenzi pe’ la strata?
– Lu sulu maletiempu me zziccau,
ma la Vergine Maria me llibberau.
Quandu li nove misi giusti rrivau ‘ccumpire,
la fija te la taverniera nci venne a parturire.
Allora vitivi come matre e fija minavene li passi,
propriu comu ddo cani satanassi!
A llu cumentu, pe’ li critazzi, s’apriu nu purtuncinu,
– Santità, ai vistu ccia fattu fra Marinu?
Pe’ na notte ca lu fici ospitare,
la fija mia me vinne ngravidare.
– Cacciamulu a ddhrannanzi stu cane traditore,
ca stu scandulu n’à fattu senza core:
intra trecentusessanta ‘ducati,
ne vinne ‘llevata la verginitati.
Ne passara la disciplina, lu casticara forte forte
E lu minara fori te le porte.
Iddhra se peijau la fanciullina amata,
 e se nde sciu sutta a ‘nn ‘arcata.
La Pruvvidenza na cerva ne mandau,
la piccinna mmane e ssira ne ‘llattau.
Nu giurnu se partiu nu monucu veramente,
quiddhru era Cristu ‘nnipotente.
Quandu fra Marinu incontaru
Tuttu ‘nfriddulutu lu truau,
– ca cu lu cuntu me vene friddu e freve –
Susu ne cuntau sette parmi te neve.
– Aggiu vistu Fra Marinu suffrire,
sciati bbititilu prima te murire.
– Lassatilu ‘ddhrannanzi ddhru cane tratitore,
can nu mmerita perdunu e mancu amore;
Mmandatilu cchiamare
Cu scupa lu cumentu a tutte l’ore.
E cu sciacqua pignate e cazzalore.
– Cristu perdunau li nimici pe’ buntà,
mo’ perdunati puru ùi  la santità.
Unu te nu giurnu ntisera chitarre e priulini,
campane e campaneddhri:
Fra Marinu ulava versu Diu
A mmenzu a l’angialeddhri .
A ddhru paese nc’è na bella usanza:
ogni mortu se spoja e sciacqua n’abbunnanza.
Le cristiane quandu lu spojara ddhra matina,
s’accorsera can vece te Marinu era Marina!
Sulamente allora capira tutti quanti
Comu e quantu suffrene li santi.
E li monici chiangendu: Soru. Mia soru,
nu’ nci curpamu nui,
nci curpa quiddhru abitu te fore,
nci curpa quiddhra cane traditore.
Cusì tutti quanti fila fila,
se la passara la disciplina.

IMG_7702

Nella storia di Marina ricordata a Parabita c’è un punto del racconto in cui si fa commistione con la vita della prima santa, ed è quando si racconta l’incontro con il serpente. Ma le raffigurazioni delle due sante solitamente divergono.
La prima santa Marina è rappresentata vestita da donna, con le vesti dell’epoca, con in mano un martello e la palma simbolo del martirio. Ai piedi un serpente.
La seconda Marina è rappresentata vestita da monaco, con un crocifisso in mano, un sacco sulle spalle e con accanto un bambino; il piccolo nato dalla donna sua accusatrice che viene ricordato con il nome di Fortunato.
A Parabita, la storia che viene tramandata è quella di Marina – Marino, la sua rappresentazione si riferisce alla più antica santa Marina.
Ma vi è un secondo punto di commistione tra la storia delle due sante.

IMG_7688La prima Marina per via del suo bel aspetto che vece invaghire il suo persecutore viene ricordata come la santa del bel colorito e come tale viene invocata per la protezione contro l’ittero. Infatti nei tempi passati alla santa venivano portati i bambini affinché venissero protetti o guariti da questa malattia.
Così avveniva pure a Parabita, pur non essendo una “prerogativa” di Marina – Marino.
Difatti dopo aver percorso un breve cunicolo, all’ingresso dell’unico vano che compone la cripta, sulla destra vi è una pietra dove per tradizione le madri dopo aver invocato l’intercessione della santa, passavano la mano sulla pietra per poi accarezzare le guance del loro piccolo.
Alcune tracce di colori potrebbero far propendere per la presenza di un affresco andato ormai consunto per il continuo sfregare di mani o fazzoletti.
Le origini delle cripta sono difficili da rinvenire. Molto probabilmente si può farla risalire ai primi secoli dello scorso millennio. La copertura originaria della cripta fu distrutta per la realizzazione di una cisterna e proprio grazie alla realizzazione di quella apertura venne riportata alla luce. Il sito è ormai inglobato all’interno del centro abitato.
Il Fonseca ritiene che dovesse trattarsi inizialmente di un ipogeo con funzioni funerarie e solo successivamente, in epoca medioevale, adibita al culto per poi essere abbandonata e successivamente interrata sino al suo rinvenimento.
All’interno vi sono dei dipinti parentali di non particolare pregio, ma il luogo è suggestivo e merita indubbiamente una visita.

IMG_7693

Galatina. I lavori di restauro della chiesa dell’Addolorata

di Massimo Negro

 

Se la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria è uno scrigno d’arte e la cappella di San Paolo il fulcro delle tradizioni e delle credenze sul tarantismo, la chiesa dell’Addolorata rappresenta il luogo più significativo di Galatina, dove arte e sentimento religioso popolare si fondono in un connubio tutt’ora vivo e di particolare interesse.

La chiesa dell’Addolorata è il luogo da cui la sera del Venerdì Santo la statua della Madonna Addolorata, accompagnata dall’Arciconfraternita, percorre il breve tragitto verso la chiesa Madre per prendere tra le braccia suo Figlio morto.
Dalla chiesa dell’Addolorata si dispiega la suggestiva processione della mattina del Sabato Santo, che percorre le strade del paese alle prime luci dell’alba in un silenzio intriso di profonda devozione. E qui vi fa ritorno al suo termine.
Andando più indietro nel tempo, ma non troppo,  sempre durante la Settimana Santa al suo ingresso veniva posta la statua di “Patipaticchia”. Una statua in cartapesta che personificava uno degli aguzzini del Cristo, il suo flagellatore, e che veniva percossa dai fedeli all’ingresso in Chiesa.

La sua costruzione risale al 1710 per opera di alcuni volenterosi cittadini galatinesi i quali si riunirono in confraternita, la Confraternita dei Sette Dolori, dopo la fine di un’antica congrega che portava il nome di S. Caterina da Siena.

La costituzione del sodalizio religioso avvenne il 10 agosto del 1711 con Bolla del Generale dell’Ordine dei Servi di Maria. Il luogo riportato nella Bolla è Parma, città dove aveva sede l’Ordine. Ma si dovette attendere il 1776 affinché Ferdinando IV concedesse il suo regio assenso con decreto.

All’interno spicca il maestoso altare che si erge sin quasi a toccare il cielo appeso e che riempie immediatamente la vista di chi entra nell’edificio. Come una gemma incastonata in un prezioso, al centro dell’altare è posta la bellissima statua della Madonna Addolorata in legno policromo della metà del ‘700, circondata da statue di santi e da visi di angeli dalle espressioni varie, di gioia o di dolore. A destra le statue di San Filippo Beninzi, Sant’Antonio, San Pietro e Santa Caterina da Siena. A sinistra Santa Giuliana, San Pasquale, San Paolo e Santa Chiara.

6
Verso la fine del ‘700 vennero realizzate le sei tele delle Via Matris che, tre per lato, impreziosiscono la navata.  

A partire dal 2009 la Confraternita, pur con molti sacrifici e grazie anche al contributo e alle donazioni dei fedeli, sta provvedendo al loro restauro. Le prime due tele, quelle più prossime all’altare sono state restaurate e riposizionate all’interno: l’incontro con Gesù nel viaggio al Calvario e il ritrovamento di Gesù tra i dottori del Tempio. Per altre due l’intervento è in corso.

Da alcuni mesi la Chiesa, pur continuando ad essere aperta al pubblico, è oggetto di interventi di restauro che stanno interessando principalmente il suo altare. Alcuni saggi effettuati nei mesi precedenti l’avvio dei lavori  avevano lasciato intravedere alcune “piacevoli sorprese”. Ora gli interventi stanno progressivamente  portando alla luce l’antica ed originaria colorazione delle figure dei santi e delle decorazioni, che la “maledizione della calce”, che colpì nell’800 le nostre chiese come rimedio e prevenzione dalle epidemie, aveva pesantemente nascosto.

Ma la fortuna ha voluto che, quasi in modo casuale, venisse alla luce anche l’antica decorazione pittorica della parete dove è posto l’antico organo a canne della Chiesa. Si stava effettuando un saggio per verificare il colore originario dato alla parete quando, ad un tratto, un pezzo di intonaco si è staccato e sono venuti alla luce ghirigori e motivi floreali.
7

Anche sulla  parete su cui è addossato l’altare è stato possibile rinvenire l’originaria decorazione, con dei motivi romboidali che richiamano il disegno del cielo appeso.

Qualche settimana fa, un venerdì pomeriggio mentre ero in auto, in autostrada di ritorno da Forlì, ricevo una telefonata da Donato Buccella. “Massimo, se hai un po’ di tempo a disposizione, domani passa in chiesa che ci sono delle sorprese”.1

Conosco Donato. Se mi aveva telefonato i motivi per andare a trovarlo dovevano essere più che validi.

Portandomi dietro la macchina fotografica, accompagnato da Donato sono salito con cautela sull’impalcatura, con lui a farmi da guida, raccontandomi lo stato dei lavori e quanto via via stava venendo alla luce.
I colori di Sant’Antonio, il rosso delle vesti di San Paolo, le guance rosate degli angeli e lo scuro delle loro pupille, le decorazione in foglia d’argento e dorate. Antichi ex voto di chi aveva contribuito alla realizzazione dell’altare.
Su in cima sino a trovarmi dinanzi al busto dell’Eterno Padre. Una grande emozione!3

Gli interventi sono stati effettuati in modo tale da rendere comparabile lo stato in cui attualmente si trovano le decorazione e le statue dei santi rispetto alla loro originaria colorazione, per capire come procedere con il placet della Sovrintendenza.

La chiesa dell’Addolorata è un cantiere. Un cantiere aperto verso la riscoperta della storia e delle tradizioni di Galatina. La valorizzazione del suo patrimonio è un’occasione importante per la comunità galatinese, un’occasione da non lasciarci sfuggire.

8

Oltre la statale. Tra Collemeto e Santa Barbara

di Massimo Negro

Questa volta vi propongo le immagini di un viaggio che, pur avendo la meta a noi vicina, mi ha proiettato in un contesto i cui i caratteri storico e sociali dei luoghi visitati meritano di essere adeguatamente tratteggiati, per quanto ne possa essere capace, perché forse, e senza neanche forse, poco conosciuti, ancorché si tratti pur sempre del territorio di Galatina.

Oltre la statale è un viaggio lungo la strada che unisce la frazione di Collemeto a Santa Barbara e nei luoghi più significativi di quest’ultima.

E’ un viaggio accompagnato dal suono di una carro lungo la strada. La scelta dell’audio non è casuale. Si tratta di una registrazione fatta nel 1968 da due ricercatori, Bosio e Longhini, che attraversarono il Salento studiando le nostre tradizioni e registrandone il suono vitale del tempo, non in studio, ma per le strade parlando con gli anziani e i giovani dell’epoca.

IMG_3434a

Passare la statale ed immergersi a piedi o in bicicletta in quei luoghi, mi ha rimandato quasi indietro in un epoca in cui la vita ruotava attorno alle masserie, alle case di campagna, alla piccola piazza del paese, alle persone sedute sui marciapiedi delle case e a ragazzi che giocano a pallone per le strade. Strade lungo le quali era raro veder passare una macchina, ma che spesso portavano il rumore delle ruote dei carri. Molte di queste abitudini sono ormai scomparse, cancellate dai ritmi forsennati che ci sono imposti ma che molto spesso noi stessi scegliamo, inconsapevoli di quello che perdiamo. Altre sono rimaste e giunte ai nostri giorni; non certamente quel senso di comunità che una volta, pur con tutti i dissidi che ci potevano essere, era presente e aleggiava tra la gente.

.IMG_3511a

Passata la statale ci si immerge in un paesaggio modellato anticamente dall’uomo, da forti mani nodose che con gli zocchi e le mannaie hanno estratto i conci di tufo per costruire le antiche masserie della zona. Da alberi di ulivo e antiche carraie che richiamano alla mente silenzi e suoni di cui si è

La cripta di Sant’Antonio Abate a Nardò

Nello scrigno di Sant’Antonio Abate a Nardò

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

DPP_0006

Ci si arriva agevolmente, se si conosce l’ubicazione visto che non vi sono indicazioni, seguendo una strada di campagna in terra battuta, dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce. Percorrendo il breve tratto di strada campestre sulla sinistra si trova l’antica masseria Castelli-Arene, con la sua bella e turrita torre colombaia.
Dopo poco in una campagna completamente spoglia di alberi si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.
Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per per oltre due metri, al di sotto del piano di campagna.
DPP_0077

Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro. Si rimane estasiati dalle bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.
L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

DPP_0072

La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.DPP_0080

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire al XIII inizio del XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia latina.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greca – basiliana. Tra questi san Giovanni di Colometo, S. Elia e la stessa prima citata Sancta Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra stroria, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.

__________

Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY 

DPP_0039

Proposta per il recupero ambientale di cave dismesse

 

L’acqua di pioggia e i reflui depurati nelle cave esauste e nelle doline da crollo pure, fresche e dolci acque dei 97 laghetti del Salento leccese

di Antonio Bruno*
 

È stato pubblicato, il 22 luglio scorso, dalla Regione Puglia, un avviso pubblico per la selezione di interventi volti al recupero ambientale di cave dismesse. Si tratta di risorse derivanti da fondi europei destinati al risanamento e riutilizzo ecosostenibile delle aree estrattive.
Grazie ad una proroga, il termine ultimo per la consegna delle domande di ammissione a contribuzione finanziaria è scaduto alle ore 13 del 19 novembre 2010, se ci fosse un’ulteriore proroga il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li foggi” potrebbe presentare il progetto sintetizzato in questa nota.

La chiesa di San Biagio a Galatina

DPP_0141

di Massimo Negro

La storia della chiesa di San Biagio ha avuto sin dall’inizio della sua costruzione, nel 1507, una serie di difficoltà crescenti e, in particolare, a partire dall’800, una storia di privazioni e di spoliazioni.

La chiesa di San Biagio attraversa la storia come testimone e purtroppo vittima delle tensioni interne alla Chiesa e soprattutto vittima dello scontro tra il potere degli Imperi, degli Stati e la Chiesa Cattolica.

L’attuale chiesa e i locali attigui sono quello che resta di un complesso maestoso e imponente costruito dai padri Olivetani e conosciuto come S. Caterina Novella (detta Piccola).

Una storia complessa e antica che inizia con la “concordia” siglata il 1 giugno di quel 1507 tra gli Olivetani e i Francescani, grazie alla quale questi ultimi avevano potuto far ritorno presso la basilica di S. Caterina, nella quale si erano insediati dal 1494 gli Olivetano per benevolenza di Alfonso II.

La fabbrica della chiesa e del suo convento fu particolarmente complessa e soprattutto costosa. Durò circa centotrenta anni, sulla base di un progetto che vide impiegati Marcello da Lecce e un galatinese, Pietro Antonio Pugliese. Di quest’ultimo resta la sua “impronta” sul maestoso arco nei pressi dell’altare all’interno dell’edificio.

Anni durante i quali non mancarono anche controversi interne al clero, tanto che dovette intervenire anche il pontefice di allora, Urbano VIII, nel 1634, per chiedere che venisse appianata una controversia tra il chierico De Mico e l’abate Ilario per soldi prestati per il completamento della chiesa e non ancora restituiti.

La vita della chiesa subì una forte battuta d’arresto a partire dal 1805. A causa della riforma napoleonica, che modificò completamente l’ordinamento delle proprietà ecclesiastiche, il monastero e la chiesa furono completamente abbandonati. Invano le autorità ecclesiastiche chiesero di poter rientrare nel suo possesso. Nel 1808 l’arcivescovo Morelli chiedeva al Re di Napoli Gioacchino Murat che gli venisse concesso di poter abitare nel convento. In una successiva comunicazione, in cui si denunciava lo stato di degrado della struttura, si chiedeva di poter rientrare in possesso del frutteto (di cui rimane qualche albero alle spalle del convento) per poter così ricavare le somme necessarie alla sua manutenzione. Ma non si ebbe nessuna risposta. Dagli atti notarili si sa che la proprietà venne acquistata dalla famiglia Mezio da Galatina tra il 1819 e il 1821.

Dobbiamo giungere nel 1891, quando la chiesa venne ribattezzata dal popolo chiesa di San Biagio grazie alla fondazione della omonima confraternita sorta nello stesso anno e che vide una grande partecipazione di popolo, tanto che poteva contare in quell’anno ben 300 fratelli.

Del convento rimane ben poco. Da un disegno del Pietro Cavoti, ritrovato casualmente in una ex tenuta Galluccio Mezio in località Tabelle e ora in possesso della parrocchia conservato nei suoi archivi, si può vedere come il convento di sviluppasse su due piani e un’arcata congiungeva questo complesso con la chiesa. Il prospetto, inoltre, era adornato da uno splendido e imponente porticato.

Da una perizia fatta nel 1838, quando ormai il complesso era in stato di completo abbandono, risultavano ben 40 stanze tra il primo e secondo piano e altre 13 stanze diroccate, oltre a un capannone assegnato alla mensa vescovile di Gallipoli. Oggi del secondo piano non rimane traccia e lo stesso si può dire dell’antico porticato.

Delle colonne del porticato si racconta che furono dapprima portate sul finire dell’800 nel vecchio cimitero di via Guidano e poi utilizzate per la costruzione del Monumento dell’Impero che era situato in Piazza Alighieri sino alla sua distruzione avvenuta dopo la caduta del fascismo. E con il monumento andarono distrutte anche le antiche colonne.

La chiesa, fatta eccezione per l’attiguo ex convento, è giunta a noi nella sua struttura sostanzialmente integra ma, in quei primi tristi anni dell’800 venne completamente spogliata di ogni arredo e subì gravi danni. L’edificio era diventato così frequentemente teatro di furti che nacque addirittura un aneddoto conosciuto come “calo? cala”.
Infatti si racconta di un tipo che transitando di sera nei pressi della chiesa, sentì una voce proveniente dall’alto che diceva “calo?”. Il tipo non sapendo e soprattutto non vedendo bene a causa della poca luce chi fosse e cosa intendesse, in imbarazzo si sentì di rispondere “cala”. Si ritrovò così ai piedi un sacco pieno di preziosi arredi sacri e ducati. Capendo che trattavasi del frutto di un furto in corso, mise prontamente il sacco sull’asino con cui stava trasportando del pellame e se andò via di corsa lasciando i ladri a bocca asciutta.

San Biagio 1

Verso la fine dell’800 la chiesa fu utilizzata come fabbrica di alcool e la navata destra era utilizzata come deposito per la legna necessaria per far ardere i fuochi.
Durante la Grande Guerra venne più volte requisita per essere utilizzata come deposito e questo accadde nuovamente nel 1919 e nel 1920 per depositarvi, su ordine dell’Amministrazione Cittadina del tempo, benzina e petrolio.
L’area inoltre divenne una discarica di materiale edile e oggi la differenza tra il piano attuale della strada e gli antichi basamenti del sagrato è di sette gradini.

L’interno consta di una maestosa e ampia navata centrale. Le due navate laterali già nel ‘500 furono isolate con una tamponatura muraria. La navata destra in cui oggi sono esposte le statue in cartapesta fu venduta alla parrocchia nel 1972 dalla famiglia Bardoscia. Nel 1976 la famiglia Mezio vendette alla chiesa il residuo convento con il giardino interno e la navata sinistra.
Dopo tante traversie, e tocca giungere ai giorni nostri, finalmente la chiesa rientrò in possesso delle sue antiche proprietà o, per meglio dire, di quello che ne rimaneva.
Il primo intervento di restauro si è avuto nel 1976-77 per mettere in salvo la volta centrale che era pericolante e, successivamente nel 1990, si intervenne sul campanile.

San Biagio 3

Oggi la chiesa, pur nella semplicità dei suoi arredi, trasmette un senso di maestosità e di pienezza. La navata centrale è ricca di decorazioni in pietra così belle, ben proporzionate ed armoniche, tali da apparire come una sorta di ricco ricamo. Ogni volta che il mio sguardo si posa sulla volta mi vengono in mente quei ricami delle antiche doti a cui le nostre nonne erano così brave e ai quali dedicavano anni e anni della loro vita pur di lasciare un loro ricordo ai nipoti. Donne dalla vita difficile, che la mattina aiutavano i mariti in campagna e la sera si mettevano a lavorare ai ferri con tanto amore. La chiesa di San Biagio è la dote che è giunta a noi, dopo secoli di traversie, grazie alla fortuna, al buon cuore e alla ferrea volontà dei tanti che nel tempo e soprattutto recentemente si sono impegnati affinché diventasse un degno lascito per le comunità future.

http://massimonegro.splinder.com/post/23564149/i-ricami-di-san-biagio-a-galatina

___________

fonte: “Chiesa di San Biagio” – Don Salvatore Bello – Edizione Il Campanile

Gallipoli. La cuccagna a mare

di Massimo Negro

Il gioco della cuccagna è un gioco di destrezza e di forza con l’unico, ma non facile, obiettivo di riuscire a giungere per primi in cima ad un palo e prendere il premio posto sulla sua sommità.
Non è facile. Il palo viene unto di grasso in gran quantità per cui i partecipanti al gioco non hanno nessun appiglio né possono aggrapparsi agevolmente al tronco per riuscire a tirarsi con poca fatica. E’ questo il difficile ma anche il bello del gioco; bello e divertente specialmente per chi è lì da spettatore.

Da piccolo a Tuglie ricordo il palo della cuccagna che veniva posto in Largo Fiera e fissato per terra in posizione perpendicolare rispetto al terreno. Sulla sommità veniva posta della roba da mangiare e i partecipanti, a cui spettava l’arduo compito di giungere in cima, erano divisi in squadra.

IMG_2533

Alla base del palo era posta della sabbia con una duplice funzione.
Serviva ad attutire (poco) i colpi di chi cadeva o scendeva velocemente per via del grasso.
Serviva soprattutto per cercare di togliere quanto più grasso possibile dal palo. Dopo la prima tornata quando un po’ tutti i partecipanti erano già ricoperti dalla testa ai piedi di un discreto strato di grasso, la sabbia serviva per aumentare la presa e per cercare di tirar via ancora più grasso nelle tornate successive.
Il tutto avveniva stando ben attenti a non avvantaggiare le squadre avversarie.
Gioco di destrezza, forza ma anche tattica.
Era veramente entusiasmante vedere questi, oserei dire, coraggiosi che, man mano che provavano a salire, si riempivano da capo a piedi di strati di grasso e sabbia. Veramente uno spasso per noi ragazzini.
A Tuglie è un vecchio ricordo, ma in molti paesi resta una tradizione ancora viva. A Noha, frazione di Galatina viene organizzata per il giorno di Pasquetta, in tarda mattinata al termine della fiera dei cavalli. Anche in questo caso il palo è fissato nel terreno. Ma questo accade ancora in altre località del nostro Salento.IMG_2577

A Gallipoli il palo della cuccagna è posto con la base fissata sul molo del porto, sospeso e inclinato sul mare.
Sulla sommità del palo è posta una bandiera. Vince chi per primo riesce a prenderla.  Non ci si aggrappa al palo per tirarsi su. Bisogna correre sul palo stando ben attenti, più che a non cadere, soprattutto a come si cade.
Cadere in mare non è un problema, si è in estate, si fa il bagno anche se l’acqua nel porto del Canneto non è certo una delle più pulite per via dei pescherecci che solitamente vi attraccano.
I problemi capitano quando cadendo si urta il palo o peggio ancora se si cade a gambe aperte sul palo. Vi assicuro che succede e dal pubblico, solitamente numerosissimo, si levano grida commosse di sincera partecipazione al “danno”.
Ci sono poi i funamboli del palo della cuccagna. Quelli che non cadono, bensì volano arcuandosi in tuffi spettacolari. I gallipolini li conoscono e li senti mormorare in tono scherzoso “eccu lu solitu!”.

La cuccagna a mare viene svolta nell’ambito della festa di Santa Cristina patrona di Gallipoli il 24 luglio. Quest’anno è stata una giornata molto calda e soleggiata. Per ingannare l’attesa ho gustato una squisita granita al limone, ma chi era sulle barche si è divertito a bagnarsi a vicenda con secchiate d’acqua. La gente presente era numerosissima; sulle barche, lungo il molo e sull’antico ponte, accompagnando i tentativi dei partecipanti con applausi e urla di incitamento.

Per chi ha la fortuna di essere nel Salento in quei giorni, è un appuntamento imperdibile.

Galatina. Breve nota irriverente e fantasiosa su San Paolo e le tarantate

di Massimo Negro

Ho dei buoni motivi per ritenere che San Paolo in fin dei conti non abbia mai avuto vita facile a Galatina. Anzi forse avrebbe fatto anche a meno di essere presente in quella città.

Non che a Roma le cose fossero state tutte rose e fiori. Lasciamo perdere il martirio che nella vita di un Santo, specialmente nei primi anni del cristianesimo, era una scelta quasi obbligata. A preoccuparlo erano stati soprattutto i rapporti iniziali con il Santo pescatore.

Paolo pur con qualche difficoltà aveva alla fine accettato questa coabitazione come santo patrono della città eterna. Avrebbe preferito, in virtù della sua cittadinanza romana, che si dicesse “Santi Paolo e Pietro”, ma alla fine se l’era fatta passare.
Così come, pur se con qualche borbottio, aveva accettato che la sua Basilica venisse posta fuori le mura anziché in centro.
Più di qualche borbottio, riferiscono santi a lui vicini,  c’era stato quando il vescovo di Roma (per intenderci il Papa) aveva scelto come sede San Giovanni, ma qualcuno gli aveva fatto prontamente notare che trattavasi pur sempre del cugino del Maestro e del discepolo “che Egli amava”.
Dopo i primi momenti e le difficoltà iniziali, si può dire che a Roma era riuscito a trovare un suo spazio, una sua dimensione. Sempre pronto a sfoderare la spada, ma il suo carattere si era con il tempo ammorbidito.

Ma questo non accadeva quando pensava a Galatina. Lasciamo stare il fatto che il ritrovarsi anche nel Salento in compagnia di Pietro non l’avesse entusiasmato, e forse lo stesso Pietro, che per primo ci aveva messo piede, non era contentissimo. Ma dopo tanti anni di coabitazione romana alla fine i due conoscevano pregi e difetti l’uno dell’altro e sapevano come “prendersi” e come all’occasione evitarsi.
Chi non riusciva assolutamente a sopportare erano due donne. Due comuni mortali ma che non c’era verso di scalzare nel cuore della gente. Francesca e Polisena Farina.

Eppure, ripeteva ai suoi amici, lui poteva vantare miracoli provati e documentati, anzi nello specifico, un miracolo era stato anche riportato negli “ Atti degli Apostoli”. Lui a Malta era riuscito, pur se morso da una vipera, a non riportare alcuna conseguenza e, da allora, era invocato dalle genti di tutto il mondo a protezione dai morsi degli insetti e delle serpi. In tutto il mondo tranne a Galatina.
A Galatina accorrevano persone da ogni dove, morse da tarantole, scorpioni o serpi, non per chiedere a Lui la guarigione, bensì per rivolgersi a quelle due sorelle che, con pratiche ancestrali e arti magiche, tra sputi e rituali vari, riuscivano a far espellere il veleno dal corpo del malcapitato o malcapitata.
Alla fine dovette aspettare che morisse anche l’ultima delle due sorelle, senza che lasciassero discendenza femminile.

Ma proprio quando stava per gioire,  sia beninteso , non della loro morte ma per il semplice fatto che l’ordine naturale e sovrannaturale delle cose pareva essersi ristabilito, qualcuno gli aveva fatto notare qualcosa che, se possibile, l’aveva incupito ancora più di prima.
L’ultima delle due sorelle prima di passare a miglior vita si era preso il fastidio di sputare la propria saliva guaritrice nell’antico pozzo. Per cui accadeva che la gente tarantata, che ora accorreva in massa a chiedere la protezione a Santu Paulu miu de le tarante, dopo aver ballato, essersi contorti per terra o arrampicati sull’altare, alla fine del rito di espiazione si avvicinava al pozzo e beveva proprio quell’acqua benedetta dalla saliva della guaritrice.
Si mosse tutta la chiesa compatta ma non ottenne nulla. La gente continuava a bere l’acqua di quel pozzo.
Una vita da separati in casa. Lui da una parte, il ricordo delle due sorelle dall’altro.

Il quadro che un pittore parente delle due sorelle dipinse e che pose all’interno della cappella sembra quasi rappresentare questa situazione. Si nota un San Paolo in posa altera e maestosa e ai suoi piedi un poveretto malaticcio sorretto dalle due sorelle che cercano di far bere a questi l’acqua del pozzo. Se notate, San Paolo non degna di uno sguardo i tre, quasi a dire “ti sei rivolto a loro? ora sono fatti tuoi”. E delle due sorelle, una non lo degna di uno sguardo porgendo l’acqua del pozzo al malato, mentre l’altra sembra dire, guardando San Paolo, “che vogliamo fare?”.
Quando sul letto di morte, qualcuno chiese al pittore il perché di quella rappresentazione, questi, proprio mentre stava per esalare l’ultimo respiro, disse “non si sopportavano … non si sopportavano”.
______________

dopo 2

Le due sorelle Farina, Francesca e Polisena, sono le due sorelle descritte dall’Arcudi nel finire del ‘600 come le due guaritrici che alleviavano le sofferenze dei malati e in particolare dai morsi degli insetti. Il pittore Francesco Lillo che dipinse il quadro nel 1795 dovrebbe essere un discendente del marito di Francesca, Donato Lillo.
Le storie sul tarantismo si perdono nell’antichità dei tempi. Tra l’altro abbiamo letto in una delle mie precedenti note, come nel brindisino si ricorresse all’intercessione di San Francesco per guarire dai morsi della tarantola.
La chiesetta di San Paolo, i cui lavori iniziarono nel 1791, fu completata nel 1795. Molto dopo la morte delle due sorelle. Da quanto riferiscono studi condotti nel Salento, prima del ‘700 il culto di San Paolo era molto limitato e ristretto a poche chiese.
E’ probabile che, proprio in virtù del miracolo dal morso della serpe a Malta raccontato negli Atti degli Apostoli, la Chiesa abbia deciso di intervenire con tutto il suo peso non solo religioso ma anche culturale, ponendo San Paolo come santo protettore di questi malati, cercando di far scomparire o limitare, ma inutilmente, tutti gli aspetti non canonici legati ai riti di guarigione.
_____________

La chiesetta dopo circa un anno di restauro, iniziati grazie all’Amministrazione Provinciale allora retta dal sen. Pellegrino e dall’Amministrazione Comunale allora retta dalla dott.ssa Antonica, è stata riaperta al pubblico nei giorni scorsi in occasione delle festività dei Santi Pietro e Paolo (o Paolo e Pietro!).
Non era mai stata sconsacrata per cui la riapertura è stata accompagnata dalla celebrazione di una messa all’interno della chiesetta.
I lavori di restauro hanno interessato, in particolare, il rifacimento del vespaio per cercare di arginare l’umidità di risalita e la posa della nuova pavimentazione. Riguardo l’altare, anch’esso attaccato dall’umidità, gli interventi son stati limitati a rafforzarne la struttura e a interventi di pulitura per eliminare dove possibile la calce che ricopriva i colori originali dell’altare. Non è stato effettuato un vero e proprio restauro dell’altare anche a causa della particolare friabilità della pietra usata nella sua costruzione.
La tela del pittore Saverio Lillo (1795) era stata già restaurato circa due anni fa; per l’occasione è stata posizionata nella sua collocazione originaria, cioè sull’altare, dopo esser stata per lungo tempo esposta all’interno del Museo cittadino.
La chiesetta restaurata merita una visita e vi consiglio di visitare anche il vicino Museo sul Tarantismo sito in Corso Porta Luce.

dopo 1

Sancta Maria de Tollemeto nella masseria Càmara in Collemeto

di Massimo Negro

Immaginate di vivere in una vecchia masseria nel Salento, circa quarant’anni fa. Una masseria con mura spesse, possenti. Anche quelle interne.
Immaginate di trovarvi in una stanza, non una stanza anonima perché la porta di ingresso lasciava pensare ad un’antica chiesetta, ma completamente spoglia con mura imbiancate a calce. In questa stanza una parete, ogni volta che vi appoggiavate, poggiavate qualcosa o battevate con il martello per un chiodo o altro, suonava come vuota.  Un suono strano, diverso rispetto a quello delle altre pareti spesse della masseria.
Finchè un bel giorno presi dalla curiosità, vi siete armati di attrezzi e avete deciso di buttar giù il muro per vedere cosa nascondesse quella parete.
Man mano che i mattoni venivano giù vi comparivano dinanzi colori, aureole, facce di Santi. Quando infine l’intera parete era stata abbattuta vi siete trovati dinanzi un’autentica meraviglia. La Camara.

La Camara è il nome di una masseria di Collemeto, frazione di Galatina, ormai inglobata nel centro abitato. La storia è pressa poco per come ve l’ho raccontata. Circa quarant’anni fa ci fu il ritrovamento dell’affresco che potete ammirare nelle foto.

ph Massimo Negro

 

La Camara rappresentava in antichità il cuore e il centro della zona dove ora sorge l’attuale Collemeto. La masseria ingloba la cappella di Santa Maria di Tollemeto detta anche Camara. Sul sito sono state scritte anche un paio di tesi ed è stata visitata più volte da studiosi non solo locali.

La cappella è privata , come la masseria che nel frattempo è stata suddivisa tra i figli di chi ritrovò casualmente gli affreschi.  Il proprietario è sempre disponibile ad aprire la masseria per far visitare la cappella.

Gli affreschi della Camara sono un gioiello ritrovato ma che si è fatto in tempo a perdere o quasi, se non si corre subito ai ripari.

 

Le foto del locale e dell’affresco sono visibili su http://www.youtube.com/watch?v=6Y9veElKWaQ

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!