La brusca e lu Brusca (La brusca e il Brusca)

di Armando Polito

Quella che nel titolo di oggi può sembrare, soprattutto a chi non è neretino, ancora di più ad un non salentino, una strana coppia, probabilmente nemmeno lo è. Ma vale la pena fare un tentativo per ricostruire almeno virtualmente quel certificato di matrimonio che il tempo ha cancellato o che mai venne sottoscritto, tentativo il cui riassunto è anticipato nell’immagine di testa, poco trionfalmente per via di quel punto interrogativo.

La brusca (così tanto in italiano che nel dialetto neretino), è una spazzola molto dura utilizzata per strigliare i cavalli. La voce è per tutti concordemente dal latino tardo bruscu(m)=pungitopo. Anzitutto debbo osservare che bruscum è voce del latino medioevale, non tardo. In secondo luogo credo che brusca derivi dal plurale di bruscum, brusca appunto, che da neutro collettivo si è poi regolarizzato come femminile singolare, così com’è successo ad àcura (aguglia) che deriva da un latino volgare *àcora=aghi, dal classico acus (che è della quarta declinazione), probabilmente per analogia con i nomi neutri della terza uscenti al nominativo in –us, come tempus/tèmporis (al plurale tèmpora).

A parte questo dettaglio, debbo aggiungere che bruscum appare evidente derivazione, anzi variante posteriore,  del latino classico ruscum. Ma da dove nasce la prostesi di b-?. Potrebbe, originare da un incrocio con il latino, sempre medioevale, *bruscare=incendiare, dal quale si pensa che sia derivato l’italiano bruciare attraverso *brusicare, passato poi a *brusiare. Gli incroci quasi di regola suppongono una convergenza di fattori fonetici e semantici.    Per quanto riguarda il nostro caso i primi sono tanto evidenti che non è il caso di dire oltre, ma anche per i secondi non occorre fare voli concettuali stratosferici per capire che lo sfregamento di qualsiasi spazzola genera calore. A scanso di equivoci, però, va detto che il neretino bbruscare=irritare non si collega alla voce medioevale, peraltro ricostruita, ma è denominale da brusca.

È tempo di passare al Brusca, cioè al toponimo che a Nardò designa una villa-masseria. Chi volesse avere ragguagli storici, e non solo, troverà ampia soddisfazione nel post di Marcello Gaballo in questo stesso blog  all’indirizzo http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/22/note-storiche-e-architettoniche-sulla-masseria-brusca-in-agro-di-nardo-2/.

Qui, invece, ci chiediamo che rapporti possono esserci tra il toponimo e l’attrezzo. Intanto va detto che nel post appena segnalato è citato un atto del 1716 in cui compare Brùschia. Esso coincide con il nome comune con cui si indica l’attrezzo a Castrignano dei Greci e a Seclì. Dopo la b– di brusca rispetto a ruscum, è ora il momento della –i– di bruschia/Brusca rispetto a brusca/Brùschia. Anche qui potremmo invocare un incrocio con uschiare=bruciare (a Nardò è in uso la variante uscare) che è da un latino *ustulare (attraverso *ustlare>*usclare), intensivo da ustum, supino del classico ùrere che significa, appunto, bruciare. Ma non ce n’è bisogno perché bruschia potrebbe derivare direttamente da un *brùscula (diminutivo di bruscum) attraverso il passaggio intermedio *bruscla (come, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli, mas=maschio>màsculus> in italiano màschio, anche se la forma dialettale màsculu è tal quale quella latina).

Ma, se questo è plausibile sul piano fonetico, come può esserlo su quello semantico? Lo è, se si pensa che moltissimi toponimi, se non sono onomastici (cioè legati al nome del proprietario), contengono il riferimento all’abbondanza in loco di una specie vegetale. Non è difficile immaginare, perciò, che Brusca nasca da brusca, per l’abbondanza (un tempo, oggi non so) del pungitopo utilizzato per realizzare primitive ma efficacissime striglie. L’ipotesi potrebbe essere confermata proprio dall’articolo maschile che accompagna il toponimo e così, anche se il rapporto tra brusca e Brusca, non sarebbe coniugale ma di figliolanza, Brusca sarebbe in buona compagnia col suo dna vegetale pensando ai toponimi lu Scrasceta (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/) e lu Sarmenta anche loro, difficile dire che si tratti di coincidenza, con il loro bravo articolo maschile davanti ad un originario neutro collettivo .

Per Scrasceta da scrascia vedi il link segnalato, per Sarmenta aggiungo che nel nostro dialetto la sarmenta corrisponde all’italiano il sarmento, ma, mentre quest’ultimo è dal singolare latino sarmentu(m), la voce dialettale è tal quale dal plurale (sarmenta), neutro collettivo,  regolarizzato poi con l’articolo come femminile singolare. Solo che nei nostri toponimi di oggi il passaggio al maschile, secondo me, suppone un sottinteso fondo chiamato; perciò lu Scrasceta=il (fondo chiamato) Scrasceta; lu Sarmenta= il (fondo chiamato) Sarmenta e lu Brusca=ii (fondo chiamato) Brusca.

Per qualcuno la conclusione sarà pure brusca, ma, dato il tema, non poteva essere diversa …

Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (I parte)

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

 

di Marcello Gaballo

 

Nardò, Villa Scrasceta in una foto di una ventina d’anni fa

 

 

Uno dei luoghi a cui sono più affezionati i neritini è quello noto come “Scrasceta”, che intere generazioni hanno portato stabilmente nell’animo per via di quei “pupi” regolarmente piazzati lungo il viale d’accesso e che potevano ritenersi come patrimonio della memoria collettiva. Un tesoro di cui i cittadini, a giusto motivo, potevano ritenersi gelosi e che mai avrebbero pensato potesse scomparire.

La villa, intesa come insieme di palazzo e giardini, è situata a circa tre chilometri da Nardò, lungo la strada vicinale Corano che collega il centro abitato alle marine di Torre Inserraglio e Sant’Isidoro, in quello che un tempo era detto feudo Imperiale, esente dal pagamento di decime feudali.

In posizione ideale rispetto alla viabilità, è rimasta libera dall’antropizzazione del territorio dell’ultimo cinquantennio, circondata da terreni agricoli ancora produttivi, poco distante dall’antichissima masseria di Curano.

Soggetta a vincolo con D.M. del 17/9/1981 ai sensi della L. 1089 del 1939, talvolta è stata erroneamente inserita tra le masserie del neritino, trattandosi piuttosto di dimora signorile a carattere stagionale. La Soprintendenza difatti l’ha tutelata “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’ attività agricola e alle strutture socio-economiche dell’ area salentina nei secc. XVIII-XIX”[1].

Come ha scritto A. Polito, la più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376[2], la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427[3], una terza (in loco nominato la Scraseida) in una visita pastorale del 1460[4]. Lo studioso fa derivare il nome da scràscia (rovo) e la cui terminazione –èta rimanda al plurale del suffisso latino –ètum, designante insieme di piante e conservatosi nell’italiano –èto.

scrasceta

Impossibile individuare il nucleo originario dell’edificio, ma un rogito notarile del 1598 la attesta come proprietà del barone neritino Francesco Sambiasi, che in tale anno vende al barone leccese Lucantonio Personè un oliveto con mille alberi e una casa lamiata qui ubicati, per 170 ducati[5].

Nel 1610 il possedimento risulta accatastato tra i beni del nobile Ottavio Massa di Nardò[6]. Diciotto anni dopo, nel 1628, è divenuta proprietà del nobile Mariano de Nestore, che potrebbe aver apportato consistenti rifacimenti ed ampliamenti, a causa della maggiore quotazione del bene . L’edificio con tutti gli annessi nel documento risulta possedere una abitazione con cisterna all’interno, un orto con forno per il pane, un frutteto, due palmenti e due pile, oltre a 22 orte di vigneto delimitate da parete a secco (…cum domo lamiata cum cisterna intus… orticello cum furno intus et cum pomario diversorum arborum et cum una quantitate di quadrelli et cum duobus palmentis et duobus pilaccis intus… ortis viginti duobus vinearum incirca, cum diversis arboribus intus insepalata circumcirca parietibus lapideis…)[7].

La tenuta, a causa dei debiti del de Nestore, viene venduta nel 1624 all’abate Marcello Massa, tutore degli eredi di suo fratello Girolamo, deceduto nel 1622, per ben 1500 ducati[8], contro i 170 certificati nel documento precedente che lo assegnava al Personè.

Per quasi un secolo i documenti finora rinvenuti tacciono sugli eventuali passaggi di proprietà e solo nel 1722 lo Scrasceta viene donato da uno dei personaggi più in vista nella città, il barone Diego Personè (1681-1743), a suo figlio Lucantonio, barone di Ogliastro, generato con Raimondina Alfarano Capece. Nell’importante atto notarile, oltre al vigneto circostante, per la prima volta si fa esplicito riferimento ad una domo lamiata et eius palatio et palmentis duabus intus eum[9]. E’ facile pensare che sia stata questa facoltosa famiglia dunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, al culmine della floridezza economica, ad ampliare e a dare un nuovo assetto alla costruzione, visto che per la prima volta si fa riferimento alla realizzazione del “palacium”, annesso alla preesistente “domus lamiata”. Dunque non più una costruzione legata all’attività produttiva, ma una nuova dimora, resa agevole con opportuni miglioramenti per consentire ai proprietari di soggiornarvi in determinati periodi dell’anno.

La ristrutturazione e i possibili ampliamenti, oltre a voler dimostrare lo status dei proprietari grazie alle raffinate architetture apportate in una modesta “casina” di campagna, tengono perciò conto della praticità e funzionalità produttiva del luogo, ma puntano anche all’abbellimento della stessa.

scrasceta1

Nel clima arcadico di questi primi decenni del secolo la villeggiatura anche a Nardò diventa un piacere per l’ambiente naturale e per l’architettura di ville e giardini, lontani dagli usi noiosi del vivere cittadino[10], magari partecipando alla raccolta dell’uva e osservando i lavori dei “furisi” e delle loro donne, passeggiando nel giardino o sul viale e trovando ristoro con la fresca acqua attinta dal pozzo. La stessa presenza dei bizzarri busti lungo il viale porta ad ipotizzare la natura “di svago” della bucolica residenza, per segreti piaceri che i palazzi cittadini non consentono. In fondo era quello che stava accadendo in altri comuni di Terra d’Otranto, ma anche nelle poco distanti Villa La Riggia[11], Villa Taverna e masseria Brusca, dove il nobile medico Francesco Maria Zuccaro ampliava e abbelliva il giardino annesso al complesso masserizio, dotandolo di statue di ispirazione mitologica[12] e di fontana ornamentale, facendo scolpire profili clipeati e lo stemma familiare sul portale[13].

Tornando alle vicende patrimoniali della nostra villa, un altro rogito del 1744 conferma la proprietà a Lucantonio Personè (1704-1749), figlio del predetto Diego, coniugato con Lucrezia Scaglione, il quale in tale anno cede il tutto a suo fratello Francesco, avendone in cambio la masseria del Pugnale seu dello Scaglione, in feudo di Anfiano[14], che aveva avuto in eredità da sua madre Raimondina Alfarano Capece[15].

Questa cessione potrebbe far pensare che Lucantonio sia stato uno dei committenti della ristrutturazione, purtroppo non terminata, come rivela l’incompletezza della costruzione nella parte sinistra, come ancora si osserva. Lo stesso avrebbe però ultimato nel 1766 la cappella dedicata all’Immacolata Concezione, innestata sull’angolo destro della facciata[16], grazie all’intervento dei mastri copertinesi Ignazio Verdesca[17] e Adriano Preite[18], come riporta M. Cazzato[19].

Francesco, dopo aver acquisito la proprietà dello Scrasceta, decide di ampliare la proprietà e acquista nel 1749 altre orte quattordici e quarantali undici di vigneticontigui, con una casa a volta e due palmenti per spremere uva dentro, dal sacerdote Saverio Giaccari[20]. L’acquisto, pattuito per ducati 338 e grana 75, avviene con atto del notaio Felice Massa di Nardò, “per essere contigue ad altre del medesimo”.

Gli atti notarili di questo periodo se annotano i passaggi di proprietà purtroppo non forniscono dati utili per risalire alla ricostruzione delle parti. Nulla vieta però che parte dei lavori di ammodernamento siano stati fatti eseguire dal facoltosissimo Giuseppe, che risulta tenutario dell’immobile e dell’estensione dei vigneti nel 1773[21], come conferma un rogito dell’anno dopo[22].

Nel 1809 la dimora risulta del fratello di Giuseppe, Michele Personè[23], che lo aveva avuto in dono come da testamento del primo rogato il 31 maggio 1786[24].

Michele detiene ancora la proprietà nel 1821[25], prima di trasmetterla a suo figlio Diego che ne risulterà tenutario in un documento dell’anno successivo[26].

Diego Personè poi la vende al fratello Giuseppe, che la trasmetterà al figlio Luigi Maria (1830-1898), detto lo zoppo, da cui al figlio Giuseppe. Questi la trasmette infine a Luigi Maria (1902-2004), detto penna d’oro, che la vende a Pantaleo Fonte, i cui figli ancora la posseggono.

 

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

[1] Relazione inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981. La dimora è ubicata in catasto al Fg. 83, p.lle 84-87.

[2] A. Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari 1981, pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 84.

[4] C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Galatina 1988, pag. 168.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/

[5] Archivio di Stato di Lecce (d’ora in avanti A.S.L.), atti notaio Francesco Fontò di Nardò (66/1) anno 1598, cc.171r-173v.

[6] A.S.L., atti notaio Francesco Zaminga di Nardò (66/8) anno 1610, c.18r.

[7] A.S.L., atti notaio Santoro Tollemeto di Nardò (66/6) anno 1628, cc.63r-69v.

[8] Idem, c.69v.

[9] A.S.L., atti notaio Donato De Cupertinis di Nardò (66/13) anno 1722, c.67.

[10] Sul fenomeno del vivere in villa e sulla villeggiatura v. A. Costantini, Del piacere di vivere in campagna. Guida alle ville del Salento, in Guida alle ville del Salento, Galatina 1996, pagg. 9 e segg.; Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a c. di M. Gaballo, Martina Franca 2001, pagg.216-217.

[11] Sul portale di questa villa si intravedono due figure che rimandano ai busti dello Scrasceta. Anche in questo caso l’usura e la carie della pietra impediscono una lettura definita che possa far pensare alla stessa bottega. Si vedano le figg. 207-210, di Michele Onorato, nel volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV) a c. di B. Vetere (Galatina 1986).. Questo richiamo lo devo all’amico Paolo Giuri, che ringrazio.

[12] Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione qui presente di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Anche qui dunque una scenografica, quasi teatrale, disposizione di statue (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n° 6).

[13] Idem.

[14] Il feudo di Anfiano è nel territorio di Cannole, confinante con quelli di Torcito e Palanzano. La masseria citata è ancora esistente, anche se ne sopravvivono i soli muri perimetrali. Dai Personè di Cannole passò ai Granafei, quindi ai Salzedo, che la ebbero sino al XIX secolo. Ringrazio l’amico Cristaino Villani per le informazioni.

[15] A.S.L., atti notaio Angelo Tommaso Maccagnano di Nardò (66/14) anno 1744, c.92v.

[16] Nella citata relazione della Soprintendenza così è descritta: “delimitata dalle ombre appena accennate della cornice, lievemente modanata, e dallo spigolo, a semicolonna incassata, ha la facciata caratterizzata dal vuoto dell’ occhialone policentrico sovrastante un semplice portale, inserito in una apertura mistilinea tompagnata, che immette in un vano coperto a volta leccese in cui si nota la presenza di un altare di dignitosa fattura”.

Mazzarella scrive che in essa vi era una tela raffigurante “la Vergine in piedi col Bambino Gesù in braccio in atto di calpestare la mezza luna ed il serpente, tra larga e pregevole cornice”, con campanile, campana e “suppellettili ottime” (E. Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di M. Gaballo, Galatina 1999, pagg. 397-400).

[17]. Originari di Copertino, si hanno notizie dei fratelli capimastro Angelantonio (Copertino 1740 ca. – notizie sino al 1806) e Ignazio.(notizie dal 1776 al 1794 ca)., Cfr. M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, p.19; S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”.

[18] Famiglia di costruttori originaria di Copertino, che ebbe in Adriano (Copertino 1724-1804) l’esponente più noto. Tra gli interventi più importanti quello nel seminario di Gallipoli (1747), palazzo Colafilippi a Galatina

(1768-1772 ca.), palazzo Doxi (1775 ca.) e palazzo Romito (1770 ca.) a Gallipoli. Nel 1781 completa la

matrice di Tricase, nel 1783 realizza la parrocchiale di Soleto;, nel 1790 quella di Sternatia (cfr. M. CAZZATO-A. COSTANTINI, Grecìa Salentina, Arte, Cultura e Territorio, Galatina 1996; M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, pagg.17-18).

[19] M. Cazzato, Oltre la porta, op. cit., p.19.

[20] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le “Cenate” fra Barocco ed Eclettismo, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di V. Cazzato, Lavello 2006, p.190.. Dei vigneti acquistati in luogo San Martino orte dieci e mezza ricadono in feudo Imperiale, quindi franche di decima, orte tre e tre quarti decimali alla Commenda di Malta, con un annuo canone di carlini dodici all’abbazia di S. Stefano di Curano, ubicata nelle immediate vicinanze (Archivio Diocesi di Nardò, Platea del Venerabile Seminario di Nardò, ms., 1801, c.202).

[21] In tale anno, con consenso del 13 marzo rilasciato dal Vescovo e dai deputati del Seminario, viene confermato il possesso al barone Giuseppe, residente a Napoli e rappresentato da suo fratello Michele, come da procura del notaio napoletano Carlo Narice del 15 ottobre 1773. Nell’atto si legge che il complesso confina per austro con la strada publica della la Via dello Scraseta o sia di Spirto. Per ponente confina con le proprie vigne di esso stesso Michele Personè; per tramontana con la strada publica dello Faulo che porta a Santo Stefano, ed anche alla massaria delli Cursari, e per Levante confina con le vigne delle fu Sig.e sorelle de’ Manieri oggi possedute dal Mag. Giuseppe de Pace (Platea del Venerabile Seminario di Nardò, op. cit., c.215)

[22] A.S.L., atti notaio Nicola Bona di Nardò (66/16) anno 1774, c.139r.

[23]ASL, Catasto Provvisorio di Nardò, vol. III, ditta 1195.

[24] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò , op. cit., p. 190.

[25] A.S.L., atti notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) anno 1821, cc.301r-306v.

[26] A.S.L., atti notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò (66/31) anno 1822, c.61. Secondo P. Giuri (in op. cit., p.190) Diego ne entrò in possesso il 29 dicembre 1837, con atto del notaio Saetta di Nardò.

 

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

1 dicembre. Sant’Eligio. Una tela di Donato Antonio d’Orlando a Nardò

 

di Marcello Gaballo

Le sorprese che riserva la chiesa della Vergine del Carmelo a Nardò, un tempo officiata dai carmelitani scalzi, che dimoravano nell’annesso convento, poi parrocchia, sono davvero tante. I preziosi arredi, i decori, gli stucchi e le opere pittoriche presenti, ne fanno una delle tappe che non possono mancare nell’itinerario del turista, sia esso il più frettoloso e poco attento.

Di impianto cinquecentesco, ampiamente rimaneggiata dopo il funesto terremoto del 20 febbraio 1743,  l’edificio ospita una bella tela raffigurante Sant’Eligio, opera del prolifico ma poco noto pittore Donato Antonio d’Orlando (Nardò, 1562 ca – Racale, 1636), la cui produzione è uniformemente distribuita in Terra d’Otranto (Muro Leccese, Copertino, Seclì, Uggiano La Chiesa, Ugento, Leverano, Martina Franca, ecc.).

Il Santo orefice (Chaptelan 588 ca. – 1 dicembre 669 d.C.) fu controllore dei metalli, maestro della zecca, poi grande argentiere sotto il regno di Clotario II, quindi tesoriere di Dagoberto I, prima di essere eletto vescovo di Noyon nel 641 (nella cui abbazia riposa il corpo). Fu assunto a patrono degli orefici, argentieri e gioiellieri, per la sua abilità di intagliatore.  Prima degli ordini sacri eseguì opere di oreficeria di altissimo livello e ne erano prova i bassorilievi della tomba di S. Germain, vescovo di Parigi e i due seggi intarsiati per Clotario, ancora visibili nel 1789. Delle sue opere oggi restano soltanto, oltre ad alcune monete, un frammento di croce incastonata, conservata nel Gabinet des Médailles a Parigi.

antica immaginetta devozionale del santo
Nardò, masseria Brusca, affresco di S. Eligio

Sant’Eligio è considerato anche patrono di quanti si servono di martelli, tra cui carpentieri,  incisori, orologiai, fabbri, meccanici, calderai, minatori, attrezzisti, doratori, ma anche dei trasportatori, autisti, veterinari, sellai,  produttori di finimenti, garagisti, carrozzieri, carrettieri, commercianti di cavalli, contadini, operai, braccianti.

Chiesa matrice di Casarano, statua di S. Eligio (XVII secolo)

Il dipinto di Nardò, ad olio su una tela di cm. 123×193, si ammira sul primo altare della navata a sinistra di chi entra; la presenza di questo santo collima con l’intitolazione dell’altare allo stesso.
Di aspetto giovanile,  è dipinto a figura intera, in piedi, vestito in abiti vescovili; con il braccio sinistro regge il pastorale argenteo e un prezioso volume profilato in oro, mentre benedice con la mano destra.

particolari della tela nel Carmine di Nadò

Sui due lati sono inginocchiati i donatori, con l’abito e la croce confraternale, e subito dietro di essi una folta compagine di cittadini e nobili, tutti con lo sguardo rivolto al santo. Lo sfondo è caratterizzato dal particolare architettonico di quella che potrebbe essere una delle porte urbiche, porta San Paolo, nelle cui immediate vicinanze sorge la nostra chiesa. La presenza dello stemma civico di Nardò nella parte inferiore della tela fa pensare che tra i committenti ci sia stata anche l’universitas locale o che abbia perlomeno concorso al pagamento delle spese per realizzare l’opera.

Ad esaltare la figura del santo contribuisce il drappo del baldacchino dietro le sue spalle, in broccato nero e oro, nella cui parte superiore si legge a lettere maiuscole e dorate Sa(nc)tus Elicius. Gli arabeschi, i racemi e i fiorellini sono ripresi sulla pianeta marrone che il santo indossa su un ampio camice in seta bianca. Rifulge ovunque il dorato, che è poi una delle caratteristiche salienti della pittura del nostro, particolarmente accentuato nelle ricche bordure e profili dell’indumento e del manutergio. Dorate sono pure le scarpe, le cui punte avanzano dal bell’appiombo delle pieghe del camice, comprendendo la sigla D.A.O.P. (Donatus Antonius Orlandi Pinxit) con cui si firma l’artista.

particolare della tela di Nardò con la firma del santo tra i due piedi

La ricchezza decorativa è ulteriormente manifestata dai guanti gemmati, dagli anelli al secondo e quarto dito della mano sinistra, dalle pietre preziose e dal profilo della mitra.

L’ultimo restauro (eseguito da Francesca Romana Melodia nel 1997) ha ridonato splendore ai colori e specialmente alla doratura, rendendo il dipinto molto apprezzabile. Ha anche evidenziato come la tela sia stata ridotta nelle sue dimensioni originarie (probabilmente in coincidenza con i lavori di risistemazione della chiesa dopo il terremoto del 1743), con la definitiva perdita di brani pittorici che potevano narrare episodi della vita del santo. Non si spiegherebbero diversamente le tre iscrizioni sopravvissute ed ancora ben leggibili sul bordo inferiore, che narrano di miracoli accaduti per l’intercessione di Eligio.

 

il santo in una immaginetta devozionale francese del XVIII secolo

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

1 dicembre. Sant’Eligio. Una tela di Donato Antonio d’Orlando a Nardò

 

di Marcello Gaballo

Le sorprese che riserva la chiesa della Vergine del Carmelo a Nardò, un tempo officiata dai carmelitani scalzi, che dimoravano nell’annesso convento, poi parrocchia, sono davvero tante. I preziosi arredi, i decori, gli stucchi e le opere pittoriche presenti, ne fanno una delle tappe che non possono mancare nell’itinerario del turista, sia esso il più frettoloso e poco attento.

Di impianto cinquecentesco, ampiamente rimaneggiata dopo il funesto terremoto del 20 febbraio 1743,  l’edificio ospita una bella tela raffigurante Sant’Eligio, opera del prolifico ma poco noto pittore Donato Antonio d’Orlando (Nardò, 1562 ca – Racale, 1636), la cui produzione è uniformemente distribuita in Terra d’Otranto (Muro Leccese, Copertino, Seclì, Uggiano La Chiesa, Ugento, Leverano, Martina Franca, ecc.).

Il Santo orefice (Chaptelan 588 ca. – 1 dicembre 669 d.C.) fu controllore dei metalli, maestro della zecca, poi grande argentiere sotto il regno di Clotario II, quindi tesoriere di Dagoberto I, prima di essere eletto vescovo di Noyon nel 641 (nella cui abbazia riposa il corpo). Fu assunto a patrono degli orefici, argentieri e gioiellieri, per la sua abilità di intagliatore.  Prima degli ordini sacri eseguì opere di oreficeria di altissimo livello e ne erano prova i bassorilievi della tomba di S. Germain, vescovo di Parigi e i due seggi intarsiati per Clotario, ancora visibili nel 1789. Delle sue opere oggi restano soltanto, oltre ad alcune monete, un frammento di croce incastonata, conservata nel Gabinet des Médailles a Parigi.

antica immaginetta devozionale del santo
Nardò, masseria Brusca, affresco di S. Eligio

Sant’Eligio è considerato anche patrono di quanti si servono di martelli, tra cui carpentieri,  incisori, orologiai, fabbri, meccanici, calderai, minatori, attrezzisti, doratori, ma anche dei trasportatori, autisti, veterinari, sellai,  produttori di finimenti, garagisti, carrozzieri, carrettieri, commercianti di cavalli, contadini, operai, braccianti.

Chiesa matrice di Casarano, statua di S. Eligio (XVII secolo)

Il dipinto di Nardò, ad olio su una tela di cm. 123×193, si ammira sul primo altare della navata a sinistra di chi entra; la presenza di questo santo collima con l’intitolazione dell’altare allo stesso.
Di aspetto giovanile,  è dipinto a figura intera, in piedi, vestito in abiti vescovili; con il braccio sinistro regge il pastorale argenteo e un prezioso volume profilato in oro, mentre benedice con la mano destra.

particolari della tela nel Carmine di Nadò

Sui due lati sono inginocchiati i donatori, con l’abito e la croce confraternale, e subito dietro di essi una folta compagine di cittadini e nobili, tutti con lo sguardo rivolto al santo. Lo sfondo è caratterizzato dal particolare architettonico di quella che potrebbe essere una delle porte urbiche, porta San Paolo, nelle cui immediate vicinanze sorge la nostra chiesa. La presenza dello stemma civico di Nardò nella parte inferiore della tela fa pensare che tra i committenti ci sia stata anche l’universitas locale o che abbia perlomeno concorso al pagamento delle spese per realizzare l’opera.

Ad esaltare la figura del santo contribuisce il drappo del baldacchino dietro le sue spalle, in broccato nero e oro, nella cui parte superiore si legge a lettere maiuscole e dorate Sa(nc)tus Elicius. Gli arabeschi, i racemi e i fiorellini sono ripresi sulla pianeta marrone che il santo indossa su un ampio camice in seta bianca. Rifulge ovunque il dorato, che è poi una delle caratteristiche salienti della pittura del nostro, particolarmente accentuato nelle ricche bordure e profili dell’indumento e del manutergio. Dorate sono pure le scarpe, le cui punte avanzano dal bell’appiombo delle pieghe del camice, comprendendo la sigla D.A.O.P. (Donatus Antonius Orlandi Pinxit) con cui si firma l’artista.

particolare della tela di Nardò con la firma del santo tra i due piedi

La ricchezza decorativa è ulteriormente manifestata dai guanti gemmati, dagli anelli al secondo e quarto dito della mano sinistra, dalle pietre preziose e dal profilo della mitra.

L’ultimo restauro (eseguito da Francesca Romana Melodia nel 1997) ha ridonato splendore ai colori e specialmente alla doratura, rendendo il dipinto molto apprezzabile. Ha anche evidenziato come la tela sia stata ridotta nelle sue dimensioni originarie (probabilmente in coincidenza con i lavori di risistemazione della chiesa dopo il terremoto del 1743), con la definitiva perdita di brani pittorici che potevano narrare episodi della vita del santo. Non si spiegherebbero diversamente le tre iscrizioni sopravvissute ed ancora ben leggibili sul bordo inferiore, che narrano di miracoli accaduti per l’intercessione di Eligio.

 

il santo in una immaginetta devozionale francese del XVIII secolo

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

Tra piante salentine, topi e toponimi

NOMI DI PIANTE ISPIRATI DAL MONDO ANIMALE (5/6)

Recchia ti sòrice e spina ti sòrice

di Armando Polito

In questa quinta puntata esamineremo due essenze vegetali che evocano il simpatico animaletto la cui coda era stata già messa in campo nella seconda.

 

Rècchia ti sòrice

 

nome italiano: orecchio di topo, erba celestina, nontiscordardimè, miosotide dei campi.

nome scientifico: Myosotis arvensis (L). Hill.

famiglia: Borraginaceae

Etimologie: quanto ai nomi italiani per il primo (del quale è fedele trascrizione il nome dialettale) e per il secondo basta la foto;  nontiscordardimè è legato ad una leggenda austriaca secondo la quale così avrebbe esclamato all’indirizzo della fidanzata un giovane in procinto di annegare nel Danubio in cui si era tuffato per raccogliere un fiore azzurro che vi galleggiava e che la ragazza voleva avere; il terzo (miosotide) spazza via in un secondo lo struggente clima romantico che si era appena creato, dal momento che esso è dal latino myosòtide(m)1 e questo dal greco

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