Un bagno ottobrino, tra onde d’umanità

marittima castello

di Rocco Boccadamo

Anche per me, sebbene sia ancora portato a sperare in qualche giornata a venire eccezionale – cioè a dire se non propriamente calda, almeno tiepida e senza vento – si è sostanzialmente compiuto il tempo delle immersioni nell’accattivante e tonificante mare del Basso Salento.

Tuttavia, ieri, sono stato protagonista e beneficiario, in pratica ho goduto, di un’immersione di tutt’altro genere, e, però, devo riconoscere, non meno coinvolgente: un bagno tra persone.

Per eseguire un piccolo esame, di quelli di verifica e controllo cui periodicamente si sottopongono i “ragazzi di ieri”, i quali, come è noto, nella stragrande maggioranza, devono rinunziare al sonno notturno di un’unica ininterrotta durata, ho raggiunto il poliambulatorio del presidio ospedaliero più vicino.

Sostando nell’astanteria nelle more che si accendesse il numerino del mio turno, ovviamente in vicinanza e quasi a contatto di vista e udito rispetto a una piccola folla di pazienti, ho  inconsapevolmente e, però, attivamente convissuto con una lunga e variegata sequenza di ricordi, riflessioni e suggestioni.

Innanzitutto mi si è affacciata l’immagine, rimasta particolarmente impressa nella mente e dentro, di due famosi e conosciuti protagonisti del cinema italiano, Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi, nella scena di un’intervista sul piccolo schermo, nel corso della quale e alla domanda di come si snodasse la loro vita privata e famigliare, col sorriso sulle labbra e con semplicità e naturalezza, facevano cenno proprio a determinate impellenze che spezzavano l’arco del loro riposo. In ciò, evidentemente, affatto divi, anzi comuni mortali.

Nella platea dei presenti nella sala poliambulatoriale, invero, ho scorto una sola figura dal volto conosciuto, il marittimese Paolo F., che, in un attimo, ho rivisto bambino, mentre, ora, si presenta con una folta capigliatura di colore bianchissimo, fratello minore di un mio coetaneo e compagno di scuola.

In stagioni ormai molto lontane, le nostre rispettive famiglie d’origine erano particolarmente vicine, dato il forte legame d’amicizia esistente fra i due “capi”, mio padre e il genitore di Paolo, purtroppo andatosene prematuramente, nemmeno quarantenne.

Ieri, durante l’attesa analoga alla mia, Paolo, in questo periodo domiciliato in una località contermine a Marittima, era intento a discutere con un compaesano, nella comune veste di membri del Comitato festa cittadino, in merito alla scaletta delle realizzazioni e manifestazioni – luminarie, bande musicali, processione, fuochi d’artificio – connesse con la celebrazione annuale, giusto in questi giorni, della Madonna del Rosario, protettrice del loro luogo di abitazione.

Arriva, intanto, nel salone una ragazza, assai aggraziata di suo, che, ad ogni modo, si pone in evidenza soprattutto per via di un imponente pancione: di sicuro, quindi, è prossima al parto.

La giovane, facendo a meno di rispettare il turno grazie a una positiva e civile prassi ormai consolidatasi, si porta direttamente allo sportello, al fine di disbrigare le proprie occorrenze.

Confesso che, per il mio sentire, la vista di una donna che sta per mettere al mondo una nuova vita è sempre motivo di gioia e ammirazione.

Una signora di mezza età, invece, presentatasi davanti all’impiegata addetta e a una domanda di quest’ultima, declama ad alta voce di abitare nella cittadina di Alessano, in via Carlo Alberto n. 68.

Nell’udire il nome di tale località, io non resisto a volare col pensiero in direzione di una speciale e amata figura del mondo cattolico e religioso, don Tonino Bello, in vita vescovo di Molfetta e Presidente di Pax Christi, adesso in odore di santità.

Don Tonino era originario proprio di Alessano e le sue spoglie riposano nel locale cimitero, al centro di un piccolo e infiorato giardino, meta di folti gruppi di visitatori e devoti estimatori che arrivano finanche dall’estero.

Strana coincidenza, l’ennesima delle mie, una volta concluso il  piccolo esame e lasciato l’ospedale, percorsi in macchina pochi metri, incrocio il furgone di una ditta di lavori idraulici, con sede sempre in Alessano e con denominazione, riportante il cognome del titolare, guarda un po’, Bello, lo stesso di don Tonino.

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Le sopra accennate persone, con correlati accostamenti, sono indubbiamente quelle che più marcatamente mi hanno suscitato riflessioni e suggestioni, ma, per fedele completezza, devo dire che, attraverso il rapido soffermarmi nel passare in rassegna il loro viso e il loro guardo, mi è rimasto qualcosa, un segno, di tutte indistintamente le persone presenti.

Come se si fossero accesi dentro di me piccoli fuochi d’interesse e, soprattutto, illuminanti, anche se non chiaramente descrivibili.

Insomma, pure in assenza del mare trasparente, il mio bagno di ieri mi ha fatto bene.

Mentre vado buttando giù queste note, odo chiaramente il crepitio, con saltuari più sonori rimbombi, dei fuochi pirotecnici, protrattisi per circa un’ora e mezza, sparati nella vicina località, nell’ambito dei festeggiamenti in onore della Patrona, Madonna di Pompei.

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE

dal 30 settembre al 2 ottobre
San Foca di Melendugno, Lecce,
Porto Selvaggio, Acquaviva di Marittima/Diso
Info 3331803375 – www.versoterra.it

VERSOTERRA – A CHI VIENE DAL MARE
Dal 30 settembre al 2 ottobre l’autore, attore e regista Mario Perrotta – dopo il grande successo del Progetto Ligabue, che nel 2015 ha conquistato il Premio Ubu – propone in diversi luoghi del Salento, tra il centro storico di Lecce e la costa adriatica e ionica, una nuova produzione sul tema della migrazione. Oltre quaranta artisti e artiste coinvolti dall’alba a mezzanotte, la “messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss e la prima nazionale dello spettacolo “Lireta” con Paola Roscioli

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Proseguono tra Lecce, San Foca, Acquaviva di Marittima/Diso e Porto Selvaggio le prove di “ Versoterra – a chi viene dal mare”, il nuovo progetto dell’autore, attore e regista leccese Mario Perrotta (tre volte vincitore del Premio Ubu, il più ambito riconoscimento teatrale italiano) che dal 30 settembre al 2 ottobre si svolgerà in diversi luoghi del Salento con spettacoli dall’alba a mezzanotte.

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Dopo il grande successo del Progetto Ligabue sulle rive del Po, l’artista salentino ha ideato una nuova produzione corale sul tema della migrazione. E per farlo ha pensato alla sua terra d’origine, il Salento, terra di approdi e di partenze. Sono oltre quaranta gli artisti e le artiste (in massima parte pugliesi) e i richiedenti asilo politico coinvolti – coordinati da Ippolito Chiarello (regista di percorso), Claudio Prima ed Emanuele Colucci a (progetto musicale e arrangiamenti), Maristella Martella (coreografie) – negli spettacoli ” Approdi” ( 1 e 2 ottobre dalle 5.45 nel piazzale esterno dell’ex “Regina Pacis” di San Foca, marina di Melendugno) e ” Partenze(1 e 2 ottobre dalle 17 nel Parco di Porto Selvaggio con partenza dall’ingresso “ Torre Uluzzo ). Nell’insenatura di Acquaviva di Marittima, frazione di Diso, poco distante da Castro nel corso delle tre serate ( dal 30 settembre al 2 ottobre ore 20.45 – ingresso 12 euro) appuntamento con la prima nazionale di “ Lireta – a chi viene dal mare”, scritto e diretto da Perrotta. Su un palcoscenico nell’acqua, l’attrice Paola Roscioli – accompagnata da Laura Francaviglia (chitarra) e Samuele Riva (violoncello) – sarà la protagonista della storia di Lireta Katiaj. Il progetto, in collaborazione con Lecce Festival della Letteratura, ospiterà anche la ” messa in scena” della fortunata trasmissione radiofonica Emigranti Esprèss ( dal 30 settembre al 2 ottobre dalle 11.30 alle 13 nell’atrio del Castello Carlo V di Lecce – ingresso su prenotazione leccefestivaletteratura@gmail.com) e  la presentazione del libro ” Lireta non cede” ( sabato 1 ottobre dalle 18 alla Fondazione Palmieri di Lecce) con l’autrice e Natalia Cangi (direttrice dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano). Per tutti gli spettacoli dell’alba e del tramonto è consigliato abbigliamento comodo (tuta, scarpe da ginnastica, giacche). Per l’appuntamento ad Acquaviva (che non prevede sedie o panche) è consigliato portare cuscini e coperte.

Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)
Mario Perrotta (foto Luigi Burroni)



VersoTerra è organizzato dall’associazione culturale Permàr e dalla cooperativa Coolclub con il sostegno di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (Accordo di Programma Quadro Rafforzato “Beni ed Attività Culturali”- Fondo Sviluppo e Coesione 2007/2013), Apulia Film Commission, Comuni di Lecce, Melendugno, Diso, Nardò, Tricase, Sac – Porta d’Oriente, Parco Naturale Regionale “Costa d’Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase” ed Europarc Federation, Istituto di Culture Mediterranee, La Piccionaia, Duel, Arci Lecce, Gus – Gruppo Umana Solidarietà, R.I. SpA, Lecce Festival della Letteratura e altri partner privati.

Echi ideali da Marittima

Echi ideali da Marittima

Volti, luoghi, testimonianze e ricordi di un nido senza tempo

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di Rocco Boccadamo

Francesco Nullo, Giacomo Leopardi, Pier Capponi, Isonzo, Piave e Premuda sono le denominazioni di sei viuzze, lunghe al massimo sessanta/settanta metri, che, susseguendosi oppure incrociandosi, delimitano e nello stesso tempo racchiudono il minuscolo territorio, in forma di quadrilatero irregolare, su cui si trova insediata una sorta di suggestiva bomboniera della tradizione, ossia a dire il rione Ariacorte della mia Marittima.

Un agglomerato di modeste, eppure dignitose, casette e, soprattutto, per secoli, lungo le scansioni del pendolo nei tempi andati,un concentrato di nuclei famigliari, un coacervo di vite per molti aspetti uniformi, pulsanti sulle medesime lunghezze d’onda, in stretta comunione interpersonale.

Non è lontano dalla realtà parlare di cuori che battevano all’unisono e, insieme, costantemente dischiusi al sentimento della solidarietà e del mutuo soccorso e sostegno, dischiusi esattamente al pari, per scendere sul piano della quotidianità pratica, degli usci delle abitazioni.

Quindici lustri fa, sul lettone di casa dei suoi genitori, proprio nell’Ariacorte,  chi scrive s’è trovato ad aprire gli occhi alla propria avventura esistenziale.

Ariacorte, in fondo zona periferica nel perimetro urbano di Marittima, un solco nel campicello paesano, un angolo modesto e, tuttavia, affatto anonimo, non fosse altro per essere costeggiato, sfiorato e occhieggiato nei suoi tessuti interni dalla generalità della popolazione, con maggiore e intensa frequenza nell’arco della stagione estiva, poiché area coincidente con la direttrice che porta alla locale marina per antonomasia, ovvero l’incantevole insenatura Acquaviva.

l’insenatura Acquaviva
l’insenatura Acquaviva

A proposito di quest’ultimo sito, piccola ma lucente perla naturalistica, per chi ha i capelli bianchi e radi come me, è bello e gratificante osservare che, un tempo, vi accedevano, per prendere i bagni nelle sue fresche e corroboranti acque, unicamente gli indigeni o nativi, a voler esagerare gli abitanti delle località contermini, mentre, il giorno d’oggi, l’Acquaviva è meta conosciuta su scala nazionale e, addirittura, anche all’estero, visitata nel corso di tutto l’anno e, a luglio e agosto, letteralmente gremita di gente, dalle prime ore del mattino fino a notte inoltrata.

Ritornando all’Ariacorte e alla sua evoluzione sotto l’aspetto demografico, compresi i correlati costumi, e rapportandomi, ovviamente, ai miei primi ricordi, peraltro tuttora vivi, ho potuto agevolmente stabilire che, nel decennio 1945-1955, vi dimoravano quaranta famiglie, con un totale di centonovantanove componenti, cioè, in media, cinque persone per nucleo.

In termini di paragone, ora, i medesimi valori riferiti ai residenti si attestano su basi numeriche ben più ridotte, nell’ordine, rispettivamente di dieci e sedici, poco più di una persona e mezzo per ogni singolo focolare. Per completezza, bisogna però osservare che alcune abitazioni sono nel frattempo passate di mano, andate in proprietà a forestieri approdati a Marittima per turismo, i quali, in certo qual modo, le animano nel canonico bimestre estivo.

Sia come sia, rispetto al pullulare intenso di vita di un tempo, l’Ariacorte si è trasformata in un’oasi di silenzio, di rari passi, di quiete.

Piace in modo speciale, al narrastorie che già c’era da bambino – ragazzo e che, per sua buona sorte, vive ancora e si trova sovente a osservare di passaggio l’ambiente in cui è nato, piace, dicevo, e gli è caro, rievocare determinate figure che sono rimaste a palpitare nella sua memoria e, finanche, nelle sue suggestioni interiori.

Per la verità, si conserva nitida l’immagine, con particolari e dettagli, di tutti i centonovantanove abitanti dello scorso secolo, a cominciare, ovviamente, da quella dei nonni paterni, degli zii e delle zie.

‘A Valeria ‘e l’Ancilu (Valeria, moglie di Angelo) aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare tante cose.

Era mescia (maestra) del magazzino, una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello. Inoltre, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano e, mediante un vecchio ma efficace telaio di legno, realizzava manufatti di particolare pregio, commissionati da innumerevoli famiglie del paese; insomma, non vi era ragazza in procinto di sposarsi che non tenesse a poter dire di avere qualche capo del proprio corredo realizzato da Valeria. ‘A Valeria ‘e l’Ancilu, ben voluta da chicchessia. Trifone Mariano, al vertice dell’omonima famiglia, si distingueva per la bella abitudine della preparazione annuale, nella ricorrenza del 19 marzo festa di San Giuseppe, di un pentolone di massa, tagliolini fatti in casa, piatto tipico di quel giorno, a beneficio delle famiglie meno abbienti del paese, in altri termini una tavolata, detta, non a caso, di San Giuseppe.

Giovanni ‘u Pativitu (discendente da un certo Ippazio Vito), il quale divideva il tetto con la consorte Ndolurata, era contadino e però, a tempo perso, anche fabbricante di panieri e cesti di giunchi e vimini.

Peppe ’u cardillu era un uomo di bassa statura, buono e scherzoso, sebbene, ogni tanto, preso di mira da noi bambini che gli cantavamo

Zzumpa cardillu

mmenzu sti fiuri

zzumpa cardillu

lalleru lallà.

Cosimo maccarrune, al contrario, si offendeva sentendosi appellare con detto nomignolo e, quindi, bisognava contenersi.

Giulia era giunta a Marittima da un paese vicino, sposando Fortunato e, a distanza di circa un anno, aveva messo al mondo Teresa, classe 1941 come me.

Purtroppo, ancora giovane, la donna scivolò in condizioni di salute precarie, con gravi problemi all’apparato respiratorio.

Spesso, pareva che le mancasse il fiato e, nelle fasi maggiormente critiche, se ne usciva da casa e si portava in un vicino slargo, dove c’era più aria e soffiava diritta la tramontana, restandosene lì per ore, magari al freddo, seduta sugli scalini di chianche della casa di Siveria: almeno respiro, si consolava.

Toti anzi cumpare Toti, vicinissimo di casa, era un contadino, sposato con, a carico, la moglie, sei figli e la suocera. Un buon uomo, ma, invero, non un grande lavoratore, nella sua magione, di conseguenza, non regnava benessere, si avvertiva, al contrario, una sensazione di fame, il pane si mangiava se e quando c’era, sulla tavola appena una minestra di verdure coltivate nell’orto.

Ciononostante, cumpare Toti giammai intese rinunziare ad allevare un uccellino, ora un cardellino, ora un canarino. Teneva tanto a ciò, al punto che, in un’annata in cui anche la sua famiglia fu costretta a emigrare in Basilicata, dove coltivare, in mezzadria, estensioni di tabacco, all’atto di caricare l’autovettura a noleggio che doveva trasportare persone e suppellettili, Toti fu irremovibile nel pretendere che, nell’abitacolo del mezzo, trovasse posto anche la gabbia con l’amato uccellino.

Costantina ‘u medicu, da parte sua, era una vecchietta minuta ma assai sveglia e dotata di forte temperamento. Vedova, viveva da sola alla fine di via Isonzo e attendeva con premura alle necessità di due nipoti, Maria e Costantino, rimasti orfani in tenera età, intanto già divenuti adulti e però non ancora sposati. Mi è rimasto impresso il particolare che Costantino, quando compì la fuitina con Gemma, pensò di cercare e trovare rifugio presso la nonna, la quale tenne la coppia in casa per qualche tempo, sino a quando non le parve giusto di intimare ai due sposini di andare a starsene da soli, in un’abitazione tutta per loro.

Aveva, Costantina, un vezzo, diciamo così, non gradito a noi bambini e ragazzi del rione, era contraria a che, durante le nostre giocate a palla in via Isonzo, lanciassimo la sfera a sbattere spesso sulla porta o sulla parete esterna della sua casetta. Talvolta, ci sequestrava la palla e ci toccava insistere a lungo per averla in restituzione.

I germani Luigi e Tore ‘u casinu, abitanti a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro ed entrambi proprietari di una doppietta, erano soliti andare a caccia insieme; ricordo, particolarmente, gli apprezzabili carnieri di tortore che riuscivano a portare a casa, utilizzando tali bottini come pietanze per le rispettive famiglie.

A fianco della citata anziana Costantina, si ergeva l’abitazione di Peppe ‘e Tuie, netturbino e necroforo comunale, coniugato con Cesira e padre di Nata, Cici e Ucciu, gli ultimi due miei cari amici e compagni di giochi.

Pressoché attigua, la dimora di Consiglio ‘u minicone e Concepita e dei loro otto figli, tra maschi e femmine e, esattamente di fronte, l’abitazione di Rosaria ‘u fusu, sul cui nucleo vado a soffermarmi diffusamente nelle righe che seguono.

Rosaria, proveniente da Andrano, reduce da un primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe) ‘u fusu, reduce anche lui da una precedente unione, padre di tre figli e, pure, rimasto prematuramente vedovo.

Rosaria e Giuseppe, insieme, procrearono ulteriori quattro figli, sicché, a un certo momento, venne a formarsi un antesignano nucleo allargato, con, in totale, undici persone, fra i due coniugi e i nove figli dell’insieme di letti.

Non era per niente facile, per Rosaria e Giuseppe, e tanto meno per Rosaria da sola quando lei rimase vedova per la seconda volta, far crescere tanti rami della pianta famigliare, ma, con il loro personale impegno e sacrificio e, quindi, il conseguente buon esempio, aiutati, sin dalla tenera età e vie più man mano che crescevano, da figli e figlie, conducevano in veste di mezzadri una serie di terreni, una vera e propria “masseria” (grande azienda agricola) la chiama adesso Costantino, il penultimo dei figli sopravvissuto insieme con la sorella Concetta.

Molti i ricordi e le annotazioni, taluni particolari, vuoi per averli vissuti da testimone diretto, vuoi per essergli stati riferiti, che si affacciano nella mente del narrastorie riguardo ai componenti della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Innanzitutto, intorno alla fine degli anni Trenta o agli inizi del Quaranta del secolo scorso, la scomparsa di Giuseppe a causa di un incidente, una rovinosa caduta mentre era intento a fissare a un gancio del soffitto un chiuppu di tabacco già essiccato (una sorta di grosso casco, prendendo a riferimento le banane), in attesa d’essere conferito al magazzino.

Di seguito, nel 1945, io avevo appena compiuto quattro anni, il matrimonio di Pippina, che rivedo nell’atto di varcare la soglia di casa nell’Ariacorte in abito bianco e con un’acconciatura semplice e tondeggiante di egual colore a cingerle il capo. Pippina, minore di solo un anno rispetto a lei, era grande amica di mia madre.

Poi, esattamente il 22 gennaio 1947, le nozze dell’altro figlio di primo letto di Rosaria, Andrea, con Valeria, coetanea e cognata di Pippina, anche lei amica di mia madre, giacche, da nubile, abitante di fronte e, in sostanza, cresciuta insieme sulla via Convento.

Ora, in quel lontano 22 gennaio 1947, Marittima registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata: bellissima ed eccezionale, perciò, la scena dell’uscita dalla chiesa dei novelli sposi, intanto che gruppi di ragazzi e giovanotti facevano a gara nel formare grandi palle di neve e a sospingerle a rotolare sulla strada, in leggero declivio, dalla piazza del paese verso la Campurra.

A più riprese, negli ultimi anni, imbattendomi in Valeria, non ho resistito a ricordare la coincidenza e, sempre, la donna ha di buon grado assecondato la mia rievocazione della scena, senza mancare, nello stesso tempo, di porre l’accento sui legami d’amicizia e d’affetto che aveva nei confronti della mia genitrice, la quale che, purtroppo, non c’è più da mezzo secolo.

Mentre, Valeria, l’ho rivista ancora ieri seduta in poltrona, esitante sulle gambe, ma lucida, a casa sua.

Nel 1951, virgola capitò, invece, un’improvvisa e brutta traversia a Vitale, il secondo dei quattro figli di Rosaria e Giuseppe, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede. La situazione era divenuta quasi tragica, una mattina ci fu grande scompiglio nel rione Ariacorte, meno male che, provvidenzialmente, si trovò, per il malcapitato, la possibilità di un’immediata corsa in macchina e del ricovero nell’ospedale di Lecce. Dopodiché, Vitale guarì e riprese completamente la sua attività di contadino.

Costantino, fratello minore di Vitale, mi ha precisato che, in quel frangente, egli era assente da Marittima, da poco partito per il servizio militare in Marina e si trovava di stanza alla Spezia, imbarcato su un dragamine: chiosa dell’interessato, buon vitto a bordo e pure la paga era buona, rispetto ai magri guadagni da contadino al paesello.

A quest’ultimo proposito, ha soggiunto Costantino, quanta fatica, quanti sforzi a zappare, soprattutto, o per seminare, falciare, raccogliere grano, lupini, altri legumi, fichi, olive, carrube e tabacco, nella “masseria” che aveva per base il fondo denominato “Magno”, con un grande capannone!

Affondi di zappa o semina di lupini, in un terreno, fra gli altri, denominato Cisteddru ‘a chiesia. La prima accezione, richiamante, forse, due tipi di manufatti artigianali, ciste e cistizzi, fabbricati da alcuni compaesani marittimesi, mediante l’utilizzo di steli di cereali intrecciati, manufatti poi adibiti alla conservazione del grano o di prodotti similari.  Della chiesa, perché, a quei tempi, il bene, verosimilmente pervenuto per donazione, era di proprietà della locale parrocchia.

Il comprensorio dei cisteddri ha la caratteristica d’essere situato al culmine di un piccolo promontorio affacciato sulla distesa azzurra nel nostro mare e di vantare una pregevole veduta panoramica sulla località di Castro, una delle più fulgide perle del Salento.

Ieri, ispirato delle antiche testimonianze di Costantino, ho voluto fugacemente avventurarmi dentro la plaga agricola in discorso, cogliendovi una sensazione di pace assoluta, diffusa sia sui tappeti di terra rossa profumata di lontani sani sudori e di sante fatiche, sia nelle sacche di frescura donate dalle argentee chiome degli ulivi.

Con la chicca, della visione di minuscoli grilli nell’atto di saltellare aprendo le loro alette, dall’interno di colore fra il celeste e il ceruleo, e dell’ascolto, in pieno giorno, anche del canto di qualche gufo o civetta, rapaci che, come è noto, capita, in genere, di udire nelle ore notturne.

Quando, a Marittima, spira forte il maestrale

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di Rocco Boccadamo

Anche attraverso piccoli passi e cose semplici, si ha modo di accorgersi che la forza degli elementi naturali, di solito, finisce col rivelarsi vincente.

Nel basso Salento, ma non solo, questo tratto d’estate si sta caratterizzando con una serie di giorni e notti vivacizzati da venti del quadrante nord/nord ovest, ovvero, secondo la comune denominazione popolare, di tramontana/maestrale.

Soffi, non a livello d’assoluta eccezione e violenza, ossia a dire, riferendoci alla sommità del nostro mare Adriatico, del genere bora, e, tuttavia, di consistenza cospicua, persistente, insistente, con rare pause.

Il relativo rumore emerge sovrastando ogni altro, sarebbe riduttivo affermare che accompagna, giacché, in fondo, domina, in certo qual modo finisce col soggiogare o, perlomeno, condizionare.

Trattasi d’una spinta intrisa e ricca d’aria secca, che assorbe i già scarsi umori delle vie respiratorie, inducendo, di conseguenza, ad assumere più spesso sorsi ristoratori di sostanze liquide, bibite, succhi o semplicemente d’acqua.

Ma la prestanza di questo genere di vento non si ferma agli effetti anzi descritti, arriva a prenderti dentro, addirittura, sembra un paradosso, a scoraggiarti a fare e finanche a parlare.

Eppure, d’intorno, splendono le giornate, il mare non lontano dalla familiare “Pasturizza” dello scrivente, è, al solito, una distesa d’intenso azzurro e, perciò, vie più invitante, sebbene, al largo, presenti l’alea d’onde burrascose, a loro volta sospinte repentinamente e velocemente dai sibili.

Sia come sia, gli elementi naturali che così s’esibiscono non fanno altro che compiere il percorso della loro stessa essenza e, rispetto a ciò, non sono certo i peregrini pensieri, le volontà e i desiderata del comune osservatore a poterne modificare l’iter e a interromperne l’azione.

Io lascio fare, proseguire, questo vento; mi abbandono e mi rifugio dentro la natura, convinto che, alla fine, assecondandola e riprendendo in mano i suoi contorni, invariati da millenni, anzi da ere, mi riguadagnerò la possibilità di sentirmi vivo, di dire, raccontare, osservare, ricordare.

Cosicché, stamani, nel predisporre il foglietto delle incombenze quotidiane, moderne, ordinarie, decido di limitarmi a poco: un rapido passaggio dall’ufficio postale per il versamento del canone della lampada votiva che rischiara la notte ai miei cari nelle brumose e sciroccose stagioni invernali, quindi un salto all’edicola dei miei nipoti per ritirare l’immancabile copia del “Corriere” e basta.

Immediatamente dopo, mi determino a compiere un passo indietro nel tempo, nella memoria, a calarmi in abitudini ormai da decenni desuete ma che, per fortuna, resistono, tirandole fuori e rivitalizzandole.

La pur modesta spinta del mio scooter copre con facilità il breve itinerario dal centro abitato paesano sino alle vicine campagne in direzione sud, non senza sfiorare, quasi a passo d’uomo, le sagome delle ultime, basse case tipiche dei secoli scorsi, che seguitano ad ergersi integre nella loro essenzialità, a comprova e onore della paziente e seria opera dei provetti antichi fabbricatori.

All’abbrivio delle distese di terra rossa, scivolo sul fronte del fondo denominato “Aia”, già del mio zio materno Toto, che da poco, noto con piacere, è stato sottoposto ad apprezzabili lavori di ristrutturazione e riordino relativamente alla costruzione che vi insiste, una volta si o no all’altezza di mero fabbricato agricolo, adesso trasformata alla stregua d’aggraziata villetta. Un complimento particolare alla figlia giovane di mia cugina Elvira, la quale, insieme col suo compagno, impegnandosi personalmente nei lavori, ha spinto la madre a porre in atto l’abbellimento del manufatto.

Ci vuole poco e costeggio anche il minuscolo, vetusto boschetto, dove, da ragazzini, i marittimesi d’un tempo solevano addentrarsi, soprattutto la domenica mattina, per raccogliere sul terreno, oppure staccare dai rami e dalle foglie, le ghiande, risicati frutti che non esitavano ad abbrustolire su braci improvvisate su qualche tratto di terreno non ricoperto da sottobosco e, quindi, a mangiucchiare.

Ancora, più avanti, mentre fa capolino lo specchio sottostante del canale d’Otranto con sull’angolo di sinistra la rada e il colle di Castro, si guadagna il fondo un tempo appellato “Vigna delle canne”, dentro il quale, in una spartana casetta di pietra, erano soliti trascorrere l’intera bella stagione i proprietari Vitale e Palma, insieme con le loro due figlie.

Attualmente, tale terreno appartiene a un nipote dei due, un altro Vitale, e questi, oltre ad abitarvi e a coltivarlo, vi ha impiantato una piccola attività imprenditoriale sotto forma di allevamento d’api.

Bene ha fatto l’amico Vitale a porre all’ingresso, sul muro di pietre, il cartello  “Apiario didattico”, per ricordare ai passanti, locali o turisti, che, durante l’anno scolastico, egli è disponibile e si presta a tenere incontri collettivi con i ragazzi delle elementari e delle medie, su un tema di carattere agricolo o collaterale, invero non molto consueto, ma che offre tanti spunti per utili conoscenze, l’approfondimento e il riavvicinamento alla natura, intesa sia come mondo vegetale, sia come universo animale, anche se, in questo caso, si tratta di piccoli ma alacri e preziosi insetti.

Subito appresso, sulla sinistra, ecco il comprensorio una volta regno d’un altro concittadino, Vitale ‘u pisanelli, caratterizzato, in origine, da una bella costruzione, una delle prime in muratura, tinteggiata di color rosso dolcemente intenso e accattivante, insomma non sparato.

Quel Vitale si trova da lunga pezza a tutt’altra altitudine e però, ultimamente, il fondo ha ripreso corpo, anzi è stato valorizzato, sia in termini di aree coltivabili, sia come rete di muretti divisori, tutti rimessi a nuovo conservandone rigorosamente la struttura compositiva in pietra a secco.

E’ risorta pure la casa che, per via delle intemperie e dei decenni, aveva ceduto; si notano, inoltre, presi a pascolare tra un terrazzamento e l’altro, alcuni animali domestici, quali caprette e oche.

Nella circostanza, il merito, grande ed esclusivo, è di un giovane artigiano marittimese, Simone, il quale, rispetto alla sua vicina officina di lavorazione del ferro battuto, alterna indicative pause, attendendo al lavoro nella “Vija”, dopo aver, per alcuni anni, sorvegliato e assistito alle opere di ristrutturazione e di valorizzazione dell’insieme, per mano di squadre di tecnici ed operai esperti.

Non c’è che dire, un positivo esempio d’investimento, che, ancorché non consistente in cifre macroscopiche, se rapportato alle dimensioni e alle possibilità finanziarie del protagonista, è decisamente lodevole e, soprattutto, sarebbe da imitare da altri soggetti animati da buona volontà e dalla voglia e dal desiderio di costruire qualcosa di diverso e di nuovo, che abbia spazio anche per il futuro.

Proprio dirimpetto alla ”Vija” e  a breve distanza, solo un centinaio di metri, dai piccoli comprensori denominati “Munti” che, in parte, facevano capo alla mia famiglia materna con nonno Giacomo, sulle cui superfici i miei ricordi di fanciullo e di scolaro sono stati protagonisti e testimoni di tante parentesi in compagnia dei più grandi che si sottoponevano a pesanti lavori agricoli di vario genere, si succede un’altra tenuta, conosciuta col nome di “Pizzeddri”. Ivi, tuttora, ogni tanto, mi porto volentieri, giacché la stessa è riconducibile al mio carissimo amico Vitale, non contadino di nascita bensì egualmente appassionato delle attività lavorative tradizionali, in ciò incoraggiato dalla moglie, dal figlio e dal suocero, il quale ultimo, pur prossimo ai novanta, è ancora in piedi a coltivare la terra, ad accudire gli alberi secondo i calendari antichi, quasi che non fosse passato un abisso temporale tra i suoi primi apprendimenti e le usanze e i costumi attuali.

Un anziano, lo dico con benevolenza e con rispetto nei suoi confronti, sinceramente da ammirare e rispettare.

Anche in questa mattinata di maestrale, m’introduco col mio due ruote nei “Pizzeddri”, Vitale mi dà subito una voce, è seduto in un angolo appena dopo l’ingresso, all’ombra, intanto che, poco più avanti, si va svolgendo un’attività rumorosa e insieme importante, con l’ausilio d’un trattore che, grazie a un accessorio corredato all’interno di una ragnatela di catene rotanti, calpesta la superficie del campo, già rivestita di un vero e proprio sottobosco d’erbacce che fino a ieri ne deturpavano l’aspetto e che, al contrario,  dopo il passaggio del mezzo, appaiono ora nient’altro che una coltre color giallo e marrone chiaro sulla superficie rossa dell’humus.

Sullo sfondo del terrazzamento di terreno, si staglia, giustappunto, la figura di L., il suocero, coppola sul capo e un sottile bastone in mano, più per compagnia che alla stregua di mezzo di sostegno, intento a sorvegliare la scena e l’attività del trattorista.

Accanto ai sedili di pietra, mio e di Vitale, svetta una bella pianta di pero, carica di frutti in fase di maturazione, che, invero, non avevo mai scorto in precedenza e, perciò, mi lascia ammirato e stupefatto. D’istinto, guardo detto albero intensamente e Vitale, notandomi, m’invita, gentile, a raccogliere un po’ di frutti.

Ma non si volge a tal fine la mia volontà prioritaria, preferisco decisamente godermi e portarmi dentro lo spettacolo di quella pianta. In altri termini, mi limito a prendere solamente una pera, poi, dopo averla strofinata col palmo della mano, la mordo lentamente, con un piacevole gusto per il palato.

Quanto poco ci vuole, talora, per apprezzare!

Distanti alcuni metri, corrono filari di peperoni, pomodori e di melanzane e, anche rispetto a tali coltivazioni, si rinnovano la gentilezza e la premura dell’amico, anzi, lui stesso, preleva qualche ortaggio offrendomelo: il sapere e vedere che s’attinge direttamente alle piante mi entusiasma e faccio mia una manciata di peperoni di colore verde intenso, cornetti piccoli di dimensione ma promettenti sul piano del sapore.

Un breve indice di gesti, azioni, visioni, esperienze, nell’ambito d’una passeggiata in campagna, un concentrato d’emozioni che riportano all’infanzia, una parentesi che mi soddisfa in maniera speciale.

Mentre pure il lavoro del trattore nei paraggi è giunto ad esaurimento, non mi resta che congedarmi dall’amico vitale e dal suocero L. e ritornare a casa, deponendo di getto, e compiaciuto, sul tavolo del tinello, il minuscolo bottino.

Mia moglie desidera sapere quale provenienza abbiano gli ortaggi e, apprendendola, si propone di adoperarli per il pranzo, nella preparazione d’un contorno sotto forma di brodino di peperoni: risultato concreto, una gustosa, davvero gustosa, portata integrativa.

Ricollegandomi all’abbrivio delle presenti note, devo confessare, in conclusione, che almeno per un’ora e mezzo ho avuto l’impressione di non essere più assordato dal vento di maestrale, prodigiosamente sono riuscito a catturarne la forza e il sibilo o, per lo meno, a convincerlo a non soffocarmi.

Un ideale sottobraccio tra il ragazzo di ieri e un elemento della natura; natura che, a mio avviso, vale la pena di ricordarlo, unitamente al Creatore che governa da lassù, rimane alla base di tutto e di tutti, perennemente accanto e intorno a noi.

 

A Marittima, c’era un volta…

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di Rocco Boccadamo

 

Tratta dal calendario 2016 della Pro Loco “Acquaviva” di Marittima, una fotografia storica del primi anni cinquanta del secolo scorso, a ricordo, come scritto nella didascalia, dell’inaugurazione della sede della Democrazia Cristiana nel mio paesello.

Alla mia vista e al mio sentire interiore, si pongono ancora vive e palpitanti le tre figure principali al centro dell’immagine, ossia a dire Agostino Nuzzo, all’epoca Sindaco del Comune di Diso (di cui Marittima è frazione), il senatore Francesco Ferrari e mio padre Silvio Celestino Boccadamo.

Sulla sinistra, con in mano l’asta d’una bandiera, mi sembra di riconoscere lo zio Vitale, mentre, immediatamente dietro, sono sicuramente distinguibili i volti di Olivio Nuzzo, Vitale e Saverio Carrozzo e Remo Minonne, tutti con coppola in testa.

Che belli, il ragazzino con berretto a visiera appoggiato a un muro e la bimba, con sciarpa di lana che le avvolge il capo, che sembra occhieggiare con interesse sulla cerimonia, standosene in piedi sul limitare d’un uscio vicino.

Piccola chicca sullo sfondo mediano della fotografia, la rudimentale insegna VINO, con accanto una targa metallica reclamizzante la Birra Peroni, ad indicazione della puteca, caratteristico locale di mescita di quei tempi lontani.

Negli anni 50, letture a buon mercato per Rocco da Marittima

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di Rocco Boccadamo

Di almanacchi, accanto a me, ne sono già scivolati ben settantacinque e, tuttavia, in determinati momenti di pausa, abbandono e silenzio, ho l’impressione di toccare ancora con mano e di rivisitare con occhi lucidi di freschezza una serie di antichi, piccoli episodi che mi hanno visto protagonista, o più semplicemente spettatore, nella stagione della fanciullezza e/della prima adolescenza, tra le Elementari e le Medie.

In aggiunta ad altri due modesti esercizi commerciali per la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, c’era allora, a Marittima, in piazza, il tabacchino o privativa di generi di monopolio, di Dante e Assunta, gestito prevalentemente dalla donna.

Per la verità, lì, non soltanto si praticava la vendita di sale, sigarette, sigari e cartine, ma si trovava un po’ di tutto: giornali, aspirina, caramelle, farina, pasta, pane, spagnolette di cotone, aghi, bottoni, cerniere e, finanche, petrolio e alcool denaturato, prodotto, quest’ ultimo, che le famiglie adoperavano spesso per alimentare piccole lampade, in dialetto si diceva non a caso a spirito, quando in casa veniva a mancare, succedeva purtroppo frequentemente, l’energia elettrica.

I titolari del tabacchino tenevano sempre una discreta scorta di dette sostanze liquide, in damigiane di vetro stipate in un corridoio attiguo al negozio, da cui si travasavano nelle bottiglie dei singoli acquirenti le quantità di petrolio o d’alcool da loro richieste.

Però, a parte queste operazioni, diciamo così più frequenti e canoniche, ogni tanto, in particolar modo quando faceva freddo, intorno alla damigiana dell’alcool si snodava un rito diverso. Nel tabacchino, si affacciava Mesciu Miliu, portalettere del paese e sacrestano del convento della Madonna di Costantinopoli, il quale amava bere, tanto da essere spesso ebbro; con la motivazione di sentirsi intirizzito, nel mezzo dei suoi giri per la distribuzione della posta e col permesso dell’Assunta, egli si accostava al contenitore, traendone di volta in volta un mezzo bicchiere che tracannava in un baleno.

A proposito di Mesciu Miliu, persona intelligente che sapeva ben rapportarsi con tutti, circolava una storiella particolare.

Il Venerdì Santo, com’è noto, si svolgeva, e tuttora ha luogo, la processione con i simulacri di Cristo Morto e della Madonna Addolorata.

Riguardo alla Madonna Addolorata, mette conto di precisare che la relativa statua in carta pesta, con un volto bianchissimo, ceruleo e un abito di color nero lucido, durante l’arco dell’anno non era conservata nella chiesa matrice, bensì nel convento o Santuario collocato alla periferia estrema di Marittima, sulla via per Castro. Sicché, all’inizio di ogni Settimana Santa, occorreva trasferirla, dal suo abituale alloggiamento, alla sacrestia della parrocchia.

Un compito cui, per molti decenni, provvide giustappunto il sacrestano mesciu Miliu. Per lo spostamento della statua, egli si serviva di un piccolo traino di legno (trainella), da sospingersi a mano afferrando le stanghe, adoperato, di norma, dai compaesani per caricarvi e trasportare al forno pubblico la “mattra” e i “limmi” (contenitori, rispettivamente, di legno e di terracotta) ricolmi di pasta di farina di frumento, con cui si provvedeva alla periodica panificazione per il fabbisogno famigliare.

Mesciu Miliu, come già ricordato, non sapeva stare a lungo senza un bicchiere; per questo motivo, in un’occasione, nel tragitto dal santuario alla parrocchia, con la trainella e, sopra, la statua della Madonna Addolorata, egli pensò di fermarsi davanti a una bettola (puteca) per bagnarsi le labbra, parcheggiando il mezzo di trasporto e il relativo contenuto di fronte all’ingresso.

All’uscita, evidentemente brillo e allegro, si profuse in un’eccezionale quanto indimenticata esclamazione: “ Madonna via bella, ti eri mai vista in trainella?”.

 

 

 

Si diceva che il tabacchino fungeva pure da edicola, precisamente vi si poteva acquistare il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno e qualche settimanale, rammento La Settimana Incom illustrata, Epoca e Tempo. Detti giornali giungevano all’esercizio via posta, giacché in quei tempi non esistevano corrieri dedicati, esattamente al pari della corrispondenza ordinaria o raccomandata per le famiglie.

Piace, all’odierno narrastorie dai capelli bianchi, ricordare che, riguardo ai servizi postali, a collaborare con l’ufficio del paesello, interveniva una figura terza, una brava persona abitante a Castro, C. C., il quale espletava la funzione di “procaccia postale”. Utilizzando la propria moto Ape, egli aveva il compito di prelevare dagli uffici postali di Castro, Marittima e Diso i sacchi della corrispondenza in partenza, chiusi con la ceralacca, e consegnarli ai treni delle Sud Est per Maglie e Lecce che transitavano dalla vicina stazione ferroviaria di Spongano; così come, di rilevare dai medesimi treni i sacchi postali della corrispondenza in arrivo, per recapitarli ai competenti uffici delle tre località.

Sul rimorchietto della moto Ape, C. C. aveva sistemato un paio di panchette e, in funzione di rudimentale navetta, faceva talvolta accomodare qualche paesano in arrivo o in partenza col treno.

In tal guisa, il “procaccia” riusciva ad arrotondare, ovviamente a livello di poche lire, le sue entrate.

Bisogna annotare che, all’epoca, a Marittima non c’era in pratica anima viva che acquistasse i giornali, tranne, per opera d’isolati tifosi, l’edizione del lunedì della Gazzetta del Mezzogiorno, dove ripassare le cronache sportive inerenti alle squadre di calcio di Maglie e Lecce militanti in serie C.

Di conseguenza, trascorsi alcuni giorni dalle date d’uscita, Assunta riprendeva in mano i giornali ormai vecchi e ne ritagliava una sezione rettangolare della copertina o della prima pagina che restituiva per posta agli editori, quale prova dell’invenduto.

Al giovanissimo Rocco, dopo essersi trovato tante volte ad assistere a detta operazione,  venne a un certo punto l’idea di chiedere ad Assunta che cosa avrebbe dovuto pagarle per un settimanale, diciamo così, tagliato (i prezzi di copertina erano di 80 o 100 lire); la risposta della signora fu “devi darmi 5 lire” e scattò subito il patto.

In tal modo iniziò, e si protrasse per alcuni anni, circa dal 1950 al 1954, la parentesi del ragazzo lettore di settimanali scaduti e però egualmente ricchi e fonte unica (nel paese, tranne che in una famiglia, non esistevano le radio) di una miriade di fatti, corredati, per di più, da illustrazioni in bianco e nero e a colori.

Rocco divorava pagina per pagina, riga per riga, i rotocalchi, acquisendo cognizione e diventando testimone di avvenimenti, episodi e fatti, anche clamorosi e drammatici, sia italiani sia internazionali.

Eccone una sintetica carrellata.

1950: si celebra l’Anno Santo, scoppia la guerra in Corea, l’ONU affida all’Italia la Somalia in amministrazione fiduciaria.

1951; la Libia diventa indipendente dall’Italia; nel mese di novembre, una spaventosa alluvione finisce col distruggere il Polesine.

1952: Elisabetta II succede al padre Giorgio VI come sovrano del Regno Unito (sarà incoronata nel giugno 1953).

1953: la Rai inizia le trasmissioni televisive in bianco e nero, muore il dittatore sovietico Stalin, scoppia a Roma il caso Montesi, con una bella ragazza trovata cadavere sulla spiaggia di Torvaianica e con implicazione, all’inizio, del figlio di un famoso uomo politico, poi risultato estraneo.

1954: muore Alcide De Gasperi.

Un percorso di conoscenza molto importante, a integrazione delle nozioni che erano inculcate a scuola, ma anche un forte stimolo a curiosare, informarsi, interessarsi e guardarsi intorno, sino ad acquisire la percezione consapevole di essere, in fondo, un granello, minuscolo e se si vuole millesimale, ma pur sempre vivo e palpitante, della collettività.

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Quale segno ideale ma tangibile di ritorno a un’esperienza che serberò per sempre, con emozione e un filo di nostalgia negli occhi e nel cuore, ho in questi giorni cercato, trovato e ripassato le copertine di Epoca, Tempo e Settimana Incom illustrata di tanti lustri fa.

Spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

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I quindici lustri di un narrastorie salentino: spigolature semplici e genuine intorno agli iniziali spazi di vita

 

di Rocco Boccadamo 

Duemila sedici meno mille novecento quarantuno, fanno settantacinque.

A Marittima, Basso Salento, nel rione popolare dell’Ariacorte, erano circa le 3:00 del mattino di una lontana, lontanissima domenica intorno a metà marzo, quando, nella modesta abitazione a piano terra di proprietà dei coniugi Immacolata e Silvio, s’accingeva a venire al mondo il loro secondogenito, ossia a dire s’andavano schiudendo alla vita gli occhi dell’autore delle presenti righe.

A quei tempi, è diffusamente noto, i bambini non nascevano in ospedale oppure in clinica come accade adesso, bensì nella casa dei genitori, sul letto grande, con la puerpera, sorretta assistita ed aiutata dalle mani abili della levatrice e dall’esperienza delle altre donne di famiglia già sposate e mamme.

Nel ruolo di ostetrica condotta comunale si trovava Donna Elvira Vainò, originaria, se ben ricordo, della zona di Galatina, la quale abitava nella frazione capoluogo di Diso insieme con il marito Don Consalvo e, ironia del fato, senza figli. Ella espletava il suo prezioso servizio, con copertura, anche, ovviamente, delle altre frazioni di Marittima e Castro, muovendosi in sella a una bicicletta da donna e portando con sé, appesa al manubrio, una capiente borsa contenente quanto necessario all’atto degl’interventi assistenziali.

Pur essendo, la protagonista del lieto evento che stava per maturare,  una donna mite e soprattutto paziente, i suoi naturali e comprensibili lamenti durante il travaglio arrivavano a raggiungere l’udito dei vicini e di qualche compaesano che si trovava a transitare lì, all’angolo tra la breve via Nizza (così era denominata l’attuale via Piave) e la strada che ancora oggi si diparte in direzione di un vasto comprensorio agricolo, fino alla scogliera demaniale, per sfociare in corrispondenza dell’ amenissima, anzi, in un certo qual modo magica, insenatura “Acquaviva”.

Sì, un comune effetto, in questo caso beneaugurante, delle doglie, percepibile anche all’esterno delle mura domestiche strettamente interessate, che suscitava sentimenti di tenerezza all’indirizzo di una giovane mamma, a distanza di alcuni giorni avrebbe compiuto ventiquattro anni, da tutti conosciuta e stimata, in seno alla minuscola località, per le spiccate doti di semplice e intensa bontà, dolcezza e cordialità.

Ancora oggi, capita spesso, sotto la spinta di reminiscenze ormai così distanti e tuttavia sempre vive, che siffatta spinta emotiva s’ingeneri dentro di me, nel ricordo materno. Pensare, che, dopo averne fatti, in totale, ben sei di figli, la donna se n’è andata esattamente mezzo secolo addietro, col nascituro di quella metà marzo 1941 arrivato, intanto, a venticinque primavere, in sostanza pressappoco alla stessa età della sua mamma intenta, sul lettone di casa, a dischiudere generosamente il proprio grembo per lui.

Due giorni più avanti, il 18 di marzo, alle ore 19:00, la dichiarazione della nascita di Rocco all’anagrafe comunale, resa da Boccadamo Silvio Celestino dinnanzi al Commissario prefettizio Salvatore Miggiani, alla presenza dei testimoni Giuseppe Ciriolo e Saverio Urso.

Oggetto testuale dell’atto: il giorno 16 marzo 1941, alle ore 3:00, nella casa di abitazione in Marittima alla via Nizza numero civico 3, da Minonne Immacolata di anni 23, cittadina italiana, di razza ariana, imballatrice, è nato un bambino di sesso maschile, cui viene dato il nome di Rocco.

Piccola notazione statistica, quell’anno, in soli due mesi e sedici giorni, s’erano registrati cinquantotto lieti eventi: quanta differenza e distanza, che stravolgimento dei costumi sociali, emergono rispetto alle due sole nascite verificatesi nell’eguale corrente scorcio del 2016, pur tenendo conto che il Comune di Diso è attualmente composto da due e non più da tre frazioni!

Immediatamente dopo, ecco il battesimo nella parrocchiale di San Vitale, con me pargolo recato in chiesa in braccio dalla nonna paterna Consiglia e accompagnato da uno stuolo di altri famigliari, tra cui gli zii Donato e Maria, rispettivamente padrino e madrina (da parte dei predetti, fino a quando sono stati in vita, ho sempre ricevuto un occhio di riguardo per essere stato, giustappunto, loro figlioccio, sciuscettu in dialetto salentino).

Cerimonia, officiata dall’anziano arciprete del paese don Francesco N., della famiglia benestante dei Scianni, abitante in un bel palazzotto al largo Campurra, insieme con una nipote, donna Nunziatina, già andata in sposa ma poi rimasta, quasi subito, vedova.

Al battesimo, assisteva anche Nena (diminutivo di Filomena) M., una marittimese della medesima classe anagrafica di mio padre, nubile, conosciuta per il suo mestiere di maestra pasticcera, svolto insieme con la madre Costantina.

Nena, però, anche donna particolarmente pia, di chiesa si diceva una volta, teneva i corsi di catechismo agli scolari e formava a tale compito le giovani, preparava e vestiva le fanciulle e ragazze del paese per la parte di ancileddre (piccoli angeli al femminile), con vestiti bianchi e coroncine sul capo, nel corteo in chiesa, alla mezzanotte di Natale, col Bambinello benedicente presentato dal parroco ai fedeli presenti.

Per via dello stacco generazionale, come pure a causa della mia prolungata assenza da Marittima, conoscenza a parte, non ho avuto molto agio di frequentare l’anzidetta Nena. Però, proprio lei, a distanza più o meno di un quarantennio dall’episodio, mi ha ricordato un minuscolo ma indicativo particolare del mio battesimo, esattamente la seguente breve considerazione uscita in quell’occasione dalla bocca di don Francesco N.:”Che cosa te ne pare, Nena, a me questo bambino sembra “nna rrobba bbona”.

Qualche altro ricordo relativo alla figura del parroco in questione, il quale, in aggiunta al pluridecennale servizio, avrebbe avuto la ventura di trascorrere anche una cospicua vecchiaia, giungendo a sfiorare i cento anni.

Aveva il vezzo di assumere tabacco da fiuto, a furia di piluccare polverina dall’apposita scatoletta e di tirare, le dita delle mani erano divenute giallastre e così s’era fatta pure la cute immediatamente sotto le narici.  Persona, ad ogni modo, assai colta, riverita e rispettata pure per il censo della sua famiglia, egli era intestatario di numerosi fondi agricoli, alla periferia e, in genere, in tutto l’agro del paese, fra cui il terreno denominato Arciana sulla via vecchia per Andrano, caratterizzato dalla presenza di un palummaru (torre colombaia) e, per lo meno nei tempi passati, di numerosi alberi da frutto, in special modo mandorli, oggetto di scorribande serali e notturne per opera di noi ragazzi, che, tuttavia, non mancavamo di riferire a don Francesco di tali furtarelli attraverso la grata del confessionale, così guadagnando la rituale assoluzione, nonché, talvolta qualche benevolo schiaffetto da parte, diciamo, del derubato.

Rammento anche, quale occasione finale di contatto con don Francesco, la mia richiesta di notizie e particolari sul rinvenimento, un po’ di secoli prima, nelle campagne marittimesi, per opera di un suo collega curato, dell’icona della Madonna di Costantinopoli, o Odegitria, custodita sopra l’altare dell’ex Convento dei Cappuccini eretto e dedicato in onore della Vergine.

Ebbero a rivelarsi particolarmente preziose le indicazioni dell’ormai vecchio ma lucido arciprete, al punto da consentirmi di ben figurare, in classe, col mio componimento.

Riprendendo e proseguendo riguardo al mio iter scolastico, mi viene spontaneo annotare che ho avuto la fortuna di frequentare l’intero ciclo delle elementari e inoltre, da privatista, la prima e la seconda media, con un giovane, severo e, soprattutto, bravo e preparato insegnante, Alfredo Q,

Mitica, in seconda elementare, la circostanza del primo tema, da lui assegnato come compito a casa, dal titolo “Chi sono io”, con me, unico scolaro della classe, l’età era di sette/otto anni, arrivato a svolgerlo e per questo gratificato con un bel 10 e lode.

Ancora, s’affaccia nella mente il trambusto, tra pianti e strilli, creato, fra le pareti dell’aula, dal diligente ma discoletto Rocco, all’arrivo a scuola del medico condotto per la vaccinazione antivaiolosa, praticata con una piccola incisione sul braccio.

E, poi, come non ricordare il mio prolungato handicap di non sapermi soffiare correttamente il naso, con l’esito di ritrovarmi spesso col moccio e le conseguenti derisioni dei coetanei in uno ai rimbrotti dei genitori e degli altri famigliari e parenti.

Di fronte al che, sempre il maestro Alfredo a cercare di tirarmi fuori con determinazione e pazienza; chiave di volta, una mattina, nel cortile scoperto dell’edificio scolastico, l’utilizzo di alcuni zolfanelli da lui accesi sotto il mio naso, con la contestuale perentoria intimazione di tener serrata la bocca e provare a spegnere le fiammelle con il fiato emesso dalle narici.

Fino a che il problema, autentico prodigio, non uscì definitivamente risolto.

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Nell’estate immediatamente successiva alla quarta elementare, il maestro Alfredo convolò a nozze con la sua fidanzata Uccia ed io fui scelto, al pari di altri due compagni, per la recita, nel corso del ricevimento serale in casa degli sposi, di una poesia.

Perciò, dritto in piedi sul davanzale d’una finestra, passai a declamare, all’indirizzo della coppia e dei numerosi invitati, una composizione dal titolo “La pianta di glicine”, scelta e imparata a memoria con l’ausilio di comare Meris, prima cugina di mia madre e, all’epoca, laureanda in lettere.

Da lunga pezza, comare Meris non c’è più, ma ricordo il suo faccione sorridente e la sua figura grazie all’episodio anzi richiamato e, anche, alla denominazione “Villa Meris” figurante sulla piastrella posta all’esterno di una bella residenza sul mare, a Castro, a suo tempo costruita dalla parante/preparatrice e attualmente di proprietà di una sua figliola.

Accanto al maestro Alfredo, dunque, per ben sette anni, giacché, in aggiunta al ciclo scolastico delle Elementari, sono stato da lui preparato, da privatista, anche in prima e seconda media, a causa degli ingloriosi esiti di due brevissimi tentativi di farmi seguire detti ultimi corsi e i correlati studi in un convitto, ad Anagni (Fr), facente capo all’Inadel, istituto di assistenza e previdenza per i dipendenti degli enti locali, cui era associato mio padre, impiegato comunale.

A parte gli amministratori, nel Municipio di Diso, prestava servizio, come capo operativo e coordinatore, il segretario comunale don Salvatore Volpe, una bravissima e competente persona originaria di Martignano, contrassegnato, purtroppo per lui, da una statura fisica particolarmente bassa e da un’evidente dermatosi con la conseguenza di una pelle biancastra e irregolare sul volto.

Ma, don Salvatore si distingueva soprattutto per la sua umanità, il suo cuore grande.

Conosceva bene l’intero nostro nucleo famigliare, ancor di più conosceva me, giacché, durante le vacanze estive, al mattino ero costretto da mio padre a recarmi in Comune per aiutarlo nel rilascio di documenti allo sportello e ai fini della compilazione a mano, in contemporanea, sulla coppia degli appositi registri di Stato civile, degli atti di nascita, matrimonio e morte.

Don Salvatore era edotto, quindi, disapprovandole e dispiacendosene, anche delle mie disavventure collegate ai repentini ritorni a casa dal convitto, goffamente motivati con lo spiccato attaccamento alla mamma; analogamente, però, era informato del buon profitto finale nei miei studi.

In occasione della promozione dalla seconda alla terza media, tramite mio padre, mi fece avere un piccolo regalo sotto forma d’una penna a sfera (era da poco uscito tal genere di strumento di scrittura), regalo accompagnato da un biglietto con la seguente frase:” Altro non ho che questo e prendi questo è mi si valga”.

Ora, per allora e più sentitamente di allora, un affettuoso grazie, don Salvatore.

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Tramontata definitivamente l’opzione convitto, frequentai normalmente l’anno finale delle Medie presso la scuola statale “Capece” di Maglie, terza D; degli insegnanti, serbo memoria del docente di lettere Francesco E. e del professore di francese Giuseppe M.

Il primo, giovane magliese, molto preparato pur con l’abitudine, durante le spiegazioni, dell’intercalare “è vero”, “è vero”, “è vero” ad ogni piè sospinto, aveva una bella fidanzata di Spongano, sua collega insegnante di matematica, unitamente alla quale la sera, talvolta se veniva al cinema Excelsior di Marittima.

Intorno alla fine dell’anno scolastico, i due si sposarono. Villeggiando, la fresca coppia, a Castro, i miei genitori, a titolo di piccolo segno d’omaggio e di rispetto, un giorno mi mandarono a portar loro un galletto ruspante, ancora vivo ovviamente, ancorché con le zampe legate a mezzo di una cordicella.

L’altro docente che più ricordo è Giuseppe M., bravissimo insegnante di francese, però segnato da modi di fare e di trattare davvero particolari e unici.

Guai a presentarsi da lui con gli esercizi svolti a casa su un quaderno di piccolo spessore, senza neppure guardare i compiti, lo faceva letteralmente volare verso la parete dell’aula con la frase “cos’è, questo, il quaderno della serva?”, intimando all’alunno reprobo di procurarsene uno più grosso e, se il malcapitato provava a giustificarsi con le risicate risorse finanziarie famigliari, gli urlava “allora, fatti dare un sussidio dal sindaco del tuo paese o dal parroco”.

A Giuseppe Circhetta da Vaste, seduto da solo in un banco nei pressi della cattedra, il quale, approfittando della vicinanza, quando il professore M. portava i compiti corretti, gli chiedeva in anteprima il voto da lui riportato, replicava subito immancabilmente “ti ho messo uno meno, che vuoi di più, pezzo di fesso”.

E, a Oronzo Ruggeri da Giuggianello, il quale raggiungeva, ogni giorno, Maglie con la sua bici, però preferendo, talora, non venire a scuola, bensì andarsene in camporella (nnargiare o salare, in dialetto), Macrì, al suo ritorno in classe dopo l’assenza, chiedeva, accennando un sorrisino “Rugeri (con una sola g alla francese), che hai fatto ieri, sei andato a caccia?”.

Quanto ai rapporti diretti con me, il professor M., durante le interrogazioni e in presenza di qualche incertezza nelle risposte, aveva l’abitudine di tirarmi verso la lavagna e sbattere, sia pure dolcemente ma ripetutamente, la mia fronte sulla dura superficie scura, ripetendo “se non te lo imparo io il francese, non te lo impara nemmeno Domineddio”.

Come inizio, tre lustri di vita, penso di poter dire, tutti all’insegna dell’attivismo e della voglia di conoscere; del resto, pressoché analogamente si sono susseguite le stagioni successive e ancora adesso non mi sento mai completamente pago.

Nondimeno, in conclusione, mi ritengo fortunato: non ho accumulato né tesori, né palazzi, né dovizie e, però, ho avuto il privilegio di portare e accumulare dentro di me un notevole patrimonio immateriale, fatto di persone, conoscenze, esperienze, luoghi.

In cima e primo punto di riferimento e valoriale rispetto ai risultati raggiunti, la mia famiglia, con mia moglie, i tre figli e i cinque cari nipotini.

Per tutto quello che ho cercato, voluto, raggiunto e conseguito, da credente e riconoscente, esprimo un grande grazie a Colui che è posto al di sopra di tutto e di tutti e, naturalmente, ai miei genitori Immacolata e Silvio.

 

Da Marittima: Vicenzu e il suo asinello

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di Rocco Boccadamo

 

Era conosciuto e indicato da tutti come Vicenzu ‘u cuzzune. E ciò, verosimilmente, per via delle sue caratteristiche fisiche: bassissima statura, grassottello, schiena curva, quasi ripiegato su se stesso, mantello scuro indosso pressoché in tutte le stagioni, cappellaccio di analoga tonalità cromatica sul capo e schiacciato sulla fronte, immancabile mezzo sigaro toscano in bocca.

Il buon uomo conferiva, insomma, l’idea –  la raffigurazione in tal senso era assolutamente benevola e priva di pensieri e intenzioni dispregiativi – di una grossa lumaca a striature alternate tra il marrone e il beige, giustappunto di un cuzzune, come, da queste parti, è comunemente chiamato il mite, lento e anche gustoso, se preparato, cucinato e cotto a puntino, animaletto in discorso.

Di poche parole, semplice e umile nei rapporti con i compaesani.

Per i suoi spostamenti, finalizzati all’attività lavorativa come anche a carattere generale, Vicenzu aveva e utilizzava un unico “mezzo” che gli rimase accanto, ininterrottamente, per lunghi decenni, cioè a dire un asinello. Bestia, oltre che estremamente docile, anch’essa di modesta stazza: con un pizzico di fantasia, proiettando la strana, stravagante e improbabile sequenza dell’animale e del suo padrone sovrapposti l’uno all’altro, si sarebbe ottenuto un perfetto combacio.

Ritornando alle azioni concrete, il ciuchino faceva fronte ai servigi richiestigli dal proprietario – utente con efficienza e puntualità, nonostante, talvolta, i fastidi e le interferenze frapposti alla coppia cavalcatura/cavaliere da noi ragazzi discoletti, servendoci di sottili bastoni, ricavati da rami o spuntoni d’ulivo, che impugnavamo, seguendo da vicino la lenta andatura del “mezzo”, per accarezzare (si fa per dire), a intervalli, un particolare punto delle terga del mansueto, utile e innocente quadrupede.

Però, a siffatte sollecitazioni o intrusioni, la povera bestia non poteva non maturare una reazione, quanto meno passava a scalciare, la qual cosa minava il già incerto equilibrio di Vicenzu sulla groppa dell’asino.

Vacillava l’uomo, un po’ impacciato dal particolare di non poter girarsi verso l’indietro e così affrontare, con uno sguardo diretto e severo e abbinate parole di rimprovero, i gruppuscoli di molestatori.

Finché, noi non ci stancavamo, o meglio annoiavamo, delle deprecabili “torture” e lasciavamo l’asino e il trasportato a proseguire in santa pace il loro percorso. Purtroppo, le “attenzioni” all’indirizzo di Vicenzu –  opera di ragazzini, è vero, e però, ugualmente, simil teppistiche – non si esaurivano lì, ma erano, al contrario, replicate alla prima occasione che veniva a profilarsi successivamente.

Non conosco con precisione i termini della stagione esistenziale dell’animale di cui narro, giacché, dopo un po’ di anni dalle prodezze cui contribuivo, partii dal paesello per ragioni di lavoro.

Invece, so perfettamente che il compaesano Vicenzu ‘u cuzzune ebbe vita lunga e, quindi, agio di trascorrere una discreta vecchiaia in semplicità, anche dopo la rinuncia a recarsi al lavoro e a sbrigare altre varie incombenze a cavallo del proprio quadrupede.

°    °   °

E oggi, noi tutti, da giovani o nella media età o da anziani, come siamo combinati a proposito di mezzi di trasporto?

Non si riscontra più, ovviamente, la minima traccia dell’esercizio e/o di pratiche di spostamenti del genere dell’antico personaggio marittimese.

Come pure, si deve registrare che ciascuno, per le esigenze personali o famigliari, si determina a cambiare, nel corso degli anni, assai più di un solo mezzo di trasporto, indifferentemente, vuoi che si tratti di bicicletta, o moto o autovettura.

Fra nuovi acquisti e sostituzioni di veicoli vecchi con altrettanti nuovi, si anima un mercato settoriale ampio, interessante, vivace, con fatturati ingenti; e di riflesso, si dà vita e voce a un battage pubblicitario quasi da primato, con annunci, profferte e sollecitazioni in ogni ora del giorno e della notte.

Siamo incalzati fino alla noia e al fastidio, con carrellate di prospettazioni di miracoli e opportunità assolutamente da non perdere. Appena per citare qualche chicca, utilitarie mirabolanti a soli 8.950 euro o “salotti” di media cilindrata ad appena 19.800 euro o, montando più su come classe, capolavori al corrispettivo di 23.500 euro.

Cifre, chiaramente, di tutto riguardo se non ingenti, ma, nel contesto in riferimento, propinate a guisa di “leggeri” sacchi di noccioline.

 

Congedo dalla bella estate salentina, sui passi di Luca

di Rocco Boccadamo

 

Pur avendo dovuto attendere a lungo, praticamente fino a metà settembre, la caduta di un po’ di pioggia salutare, arrivando, a un certo punto, addirittura a sospirarla e agognarla da mattina a sera, qui, nel Basso Salento, l’andamento eccezionalmente favorevole sotto il profilo climatico, costante per l’intera bella stagione, è stato, nel complesso, deciso motivo di gioia, godimento, appagamento e soddisfazione.

Per di più, circostanza che, a esser precisi, si ripete sovente se non proprio tutti gli anni, accompagnato da un gradito e piacevole prolungamento. Ancona tre giorni fa, si registravano, infatti, massime vicine ai trenta gradi, onde quiete, in alto neppure l’ombra di una nube, in molti, non solo turisti del Nord Italia e/o stranieri ma anche residenti, facevano o prendevano i bagni. Insomma, si sono appena assaporati i primi segni, profumi e colori dell’autunno, a cominciare dall’aria divenuta frizzantina e, però, nella parte mediana della giornata, rimasta tiepida e gradevole.

Ad ogni modo, cielo e mare ancora adesso incantevoli.

Oggi pomeriggio, limitando la durata del riposino, ho voluto, come dire, accostarmi a tanto splendore naturale e immergermi nell’accattivante situazione attraverso una tranquilla e lunga passeggiata, che, davvero, mi ha rigenerato.

Sia per il rosario d’impatti e di visioni del momento, sia grazie alla suggestione, affacciatasi durante tutto il percorso, di una serie di ricordi, soprattutto antichi ovvero risalenti alla mia infanzia o adolescenza o esordiente giovinezza e, tuttavia, nitidi e pronti a delinearsi e stagliarsi nella mente e davanti agli occhi del ragazzo di ieri, come se afferissero a episodi, voci e volti del presente

Prima sequenza attrattiva dell’uscita, a poche centinaia di metri dalla mia villetta del mare, l’incontro, segnato da un vero e proprio saluto ideale, con i due carrubi giganti del fondo denominato “Mastefine, da me frequentato già ai tempi delle Elementari insieme con il mio compagno di classe Vittorio, i cui genitori, all’epoca, conducevano detto appezzamento di terreno in regime di mezzadria.

Poi, anche da più grandicello, quando erano i miei zii Nina e Guglielmo a coltivarvi una partita di tabacco e io ogni tanto andavo a trovarli; dopodiché, seduto a terra insieme con loro in un grande capannone rustico a tutt’oggi esistente, li aiutavo a infilare in un lungo ago, in dialetto cuceddra, le grandi foglie verdi raccolte nelle prime ore del mattino e ammucchiate sul pavimento.

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Poco più avanti,

Si ponga attenzione al termine, anzi citato, di mezzadria, il cui significato, secondo il dizionario, è il seguente: “Contratto agrario, in base al quale un proprietario o affittuario terriero (concedente) assegna al socio – colono un podere idoneo alla produzione agricola, già dotato di abitazione per la residenza stabile del coltivatore (ricevente) e della sua famiglia virgola, di entità proporzionata alla misura del suolo da coltivare; il colono s’impegna a lavorarlo e partecipa con i familiari alle spese di gestione e agli utili nella misura del 50%.”

Il principio della divisione paritaria di oneri e utili ha subito cambiamenti, nel tempo, col variare della forza contrattuale delle parti contraenti.

Nel corso di queste note, la parola mezzadria sarà ripresa ancora, accanto ad altre esemplificazioni di vita contadina e lavori nei campi, alla luce delle quali emergeranno sostanziali differenze, da caso a caso, in seno al rapporto, non solo interpersonale ma anche, e specialmente, in termini economici, tra “padroni” e mezzadri.

Cioè a dire, la bilancia sul tema non oscilla affatto con movimenti sempre uguali, in talune situazioni vengono fuori sparuti rivoli d’umanità, in altre, invece, atteggiamenti e comportamenti di severità e rigore se non d’intransigenza meramente egoistica, beninteso con oneri vie più pesanti a carico della parte debole.

°   °   °

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Poco più avanti di ”Mastefine”, ecco il canalone dell’Acquaviva, così detto giacché va a terminare e sboccare giustappunto nell’omonima affascinante rada.

Alcuni decenni fa, il camminamento è stato in parte intaccato per effetto dell’edificazione, sulla sponda a nord-ovest, di un villaggio turistico residenziale, ma, ciononostante, continua a raccogliere buona parte dell’acqua piovana che cade sul territorio di Marittima, dando luogo, quando le precipitazioni sono intense e si protraggono, a rumorosi gorghi.

La vegetazione è sopravvissuta in maniera e misura accettabili: a dominare, mirti, querce e numerosissimi arbusti di ailanto.

Quando la direttrice viaria Marittima – litoranea consisteva in un tratturo sconnesso e ricoperto da brecciolino, il canalone era una vera e propria pietra miliare, anche come punto di riferimento rispetto alle confinanti e/o attigue piccole proprietà contadine, talora arricchite da costruzioni in pietra, che, durante le stagioni dei raccolti, fungevano da abitazioni per molte famiglie paesane, le quali non si potevano permettere il lusso di perdere tempo in spostamenti quotidiani di andata e ritorno fra la casa del paese e la campagna.

Detti, frazionati poderi recano, tutti indistintamente, la medesima denominazione di “Oscule”, in riferimento al non distante bosco dell’Acquaviva; fra i compaesani proprietari, vengono alla mente Luca (sul suo terreno insisteva una graziosa pajara in pietra viva, con, accanto, un bel mandorlo, Cosimo ‘ u surge e Cirinu ‘u tatameu.

Il canalone segnava, e tuttora segna, pure l’inizio di un particolare comprensorio terriero –  rocce frammiste a risicati quadrati di terra – con la caratteristica del graduale, progressivo rialzamento dell’area, alla stregua di sua trasformazione in collinette, procedendo in direzione Nord Est, estensione identificata, forse da secoli, con l’appellativo “Acquareddre” (piccole acque).

Ovunque, di qua e di là, come, del resto, nella generalità delle campagne salentine e, mette conto di rimarcare, specialmente del Capo di Leuca, templi di fatica e sudore e, tuttavia, arene di lotta per il sostentamento dei nuclei famigliari, altrimenti non assicurabile, in particolare nei periodi non coperti dalle migrazioni temporanee nel Brindisino, nel Tarantino o in Basilicata, per lavori negli stabilimenti vinicoli, nei frantoi e relativi alla coltivazione del tabacco.

L’imbocco del canalone, sino ad alcuni decenni passati, aveva un nome dialettale ben preciso, “musatura” (imboccatura),  come per sottolineare che, in quel punto,  si passava dal tratto viario ad uso di traini e carri, a un attraversamento possibile esclusivamente a piedi e badando a non incorrere in scivolate e cadute fra una grossa pietra e l’altra, oppure nella fitta rete di arbusti affiancati e intrigati; come, purtroppo, in occasione di una camminata in direzione dell’Acquaviva, capitò a me, quando avevo intorno ai dieci  anni, col risultato di una non grave ma vistosa ferita sulla fronte e, ciononostante, lo strenuo rifiuto a tutto campo del piccolo ma discoletto malcapitato di farsi accompagnare dal medico condotto del paese, per la paura, o meglio il terrore, di qualche punto di sutura che   il sanitario avrebbe verosimilmente deciso di applicare.

Rammenta e mi riferisce il mio caro amico contadino Toto, ottantasettenne ma attivissimo che, spesso, nei pomeriggi o nelle giornate in cui non c’era scuola, era mandato nel fondo delle “Pezze” per badare a una mandria di vacche. Sostando in quella postazione, gli succedeva di notare innumerevoli scene di fatica che si svolgevano nelle proprietà agricole per opera di compaesani, sforzi fisici immani ma che, allora, erano la regola, fra cui, dice Toto, il trasferimento a spalla dei covoni di cereali, cinque alla volta se si trattava di adulti, tre se si trattava di ragazzini, falciati nelle campagne soprastanti o che si succedevano dietro alle “Acquareddre”, carico da portare fino alla strada percorribile dal traino, che si fermava proprio alla “musatura” del canalone.

Fra dette sequenze, ve n’è una riguardante un ragazzo di quattordici/quindici anni, il quale  poi, divenuto maggiorenne e arruolatosi  nella Polizia  di Stato, è andato a vivere a più di mille chilometri di distanza da Marittima.

Ritorna ogni anno, una o più volte, l’ormai anziano pensionato già con gli alamari e, nelle rimpatriate con i compaesani, non gli sfugge mai il ricordo delle sue dure e pericolose scarpinate (anche se non è proprio giusto chiamarle così, in quanto, di fatto, si andava sempre scalzi) per salire e scendere dalle “Acquareddre”’, con il padre che lo caricava dei suoi tre covoni di cereali.  A causa dei frequenti inciampi contro qualche sasso o roccia, precisa il buon uomo, sebbene siano passati più di sessant’anni dai fatti, porta con sé ancora le tracce di qualche unghia dei piedi saltata o “scoppulata”, come i dice da noi, e mai perfettamente ricresciuta e riformatasi.

Luca, mio gemello di cognome in quanto primo cugino del mio nonno paterno Cosimo (al pari di Donato ‘u culiniuru, Costantino e Toto ‘u pulinu e di un certo Caianu), era un uomo dotato di grande giovialità, il classico amicone, anche se gravato, come, del resto, tutti, dal peso del lavoro sulla terra rossa e, in più, condizionato pure da un grave difetto o imperfezione nel camminare, non so se dipendente da un motivo congenito o dai postumi di qualche infortunio o caduta non curati adeguatamente.

In altri termini, Luca, nel compiere i passi, non sollevava ritmicamente i piedi, ma li trascinava sul terreno: ciò, innanzitutto, gli costava più fatica rispetto alle altre persone, inoltre quel contatto permanente col terreno lo esponeva al rischio d’inciampi e di farsi, conseguentemente, male.

Ma, Luca, non faceva notare il suo handicap, praticamente se ne scordava oppure ci rideva sopra.

Grande affetto e rispetto, analogamente a quanto avveniva nei tempi andati fra tutti i cugini, legava Luca a nonno Cosimo e pure i rispettivi figli erano un tutt’uno tra loro, si trattavano, come si diceva all’epoca, si rivolgevano gli uni agli altri non appellandosi per  nome di battesimo, bensì con l’attributo “parente” o “cucinu” (cugino).

A conferma della vicinanza fra i suddetti, mi viene in mente che mio zio R., militare in Marina di stanza a La Maddalena,  fu informato con una lettera dalla nonna Consiglia che il secondo cugino P., innamorato di una giovane compaesana molto avvenente ma un po’ chiacchierata, nei limiti e sul metro dei costumi di quegli anni, aveva fatto la classica fuitina. A tale notizia, zio R. rispose con un suo commento, anch’esso comprensibile solo se lo si rapporta alla mentalità dominante in tali lontane stagioni: “Male ha fatto, P., a compiere questo passo, chissà come potranno andare a finire le cose”. Per la verità, l’unione tra quella coppia prosegui assai bene, anche se, purtroppo, alla signora, della quale mi sfila davanti agli occhi il bellissimo volto, toccò il destino di congedarsi dal coniuge prematuramente.

Gran parte dei terreni dell’agro marittimese erano di proprietà di tre/quattro famiglie benestanti, fra loro imparentate, portanti il nomignolo di ”Scianni” di origine e etimologia incerta.  Guarda caso, anche un particolare genere di pesci delle nostre parti, di dimensioni piccole ma saporito per la zuppa, di color rosa, marrone e rosso, è noto con il nome di “scianni”, esattamente come i citati possidenti; si distingue, tale specie ittica, per la rapidità e l’ingordigia con cui insegue gli ami e la derivante relativa facilità a catturarla.

Forse, un pesce un po’ fesso o bonaccione, si potrebbe dire.

I ricchi compaesani “Scianni”, in genere, non erano avari, né avidi, né approfittatori, quando concedevano le loro proprietà a mezzadria chiedevano ciò che gli spettava, senza però essere opprimenti o ossessivi nei confronti dei poveri coloni.

Mi relaziona sempre l’amico Toto, il quale ne sa ben più di me, sia per l’età anagrafica, sia per essersi trovato nella situazione di mezzadro, che era sufficiente ricordarsi dei padroni “Scianni”, farsi vedere, portar loro ogni tanto qualche primizia e, successivamente, tutto il resto rimaneva nella libera discrezione, buonsenso e onestà del mezzadro.

Non tutti i padroni, purtroppo, erano così, basti un esempio. La famiglia di nonno Cosimo, quando i figli, fra cui zio R., erano in piena salute e forza,  conduceva a mezzadria una zona nel feudo di “Capriglia” e vi coltivava tabacco, nella misura autorizzata dal Monopolio.

Ai margini dei relativi filari, i miei parenti avevano messo a dimora, come si soleva fare da parte di tutti i mezzadri e come ci ricorda molto bene lo scrittore ortellese Giorgio Cretì nei suoi racconti e romanzi, alcune piante di pomodoro, per coglierne qualche  frutto con cui condire una “frisella”, nell’evenienza di una sera in cui, per porre al riparo il tabacco in via di essiccazione, qualcuno della famiglia si fosse dovuto fermare a Capriglia.

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Nella circostanza in questione, il “concedente” fece bruscamente notare ai miei parenti che il contratto con loro prevedeva esclusivamente la coltivazione del tabacco e nient’altro, dicendo, senza mezzi termini, che quelle piante di pomodoro non andavano bene, non rientravano negli accordi.

Ovviamente, mio nonno e gli zii spiegarono le loro buone ragioni, ma non vi fu verso; di lì a qualche giorno, il padrone ritorno a “Capriglia” e sradicò tutte le piante di pomodoro.

L’anno successivo, lasciata “Capriglia”, il nonno e gli zii avevano seminato grano  in un fondo di un altro proprietario.

Arrivato il tempo della mietitura e del raccolto, il “padrone” di “Capriglia” di cui prima, si offrì, come faceva con tutti i compaesani al fine di accaparrarsi la paglia che utilizzava come mangime per gli animali, di trasportare col suo traino la messe dal luogo di produzione ad un suo terreno su cui insisteva un’aia agricola.

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La trebbiatura, allora, aveva luogo con il supporto di un cavallo, che trascinava a lungo, all’interno dell’aia, grossi pesi fatti di pietre con cui si sbriciolavano le spighe, e di operai addetti alla “jentulatura”, i quali, sollevando in alto la messe sbriciolata servendosi di forconi di legno e grazie al vento, separavano il grano della paglia e dalla pula.

Alla notizia della fissazione dell’appuntamento sull’aia per il giorno dopo, zio R. si tenne libero, rinunciando ad andare a giornata e perdendo, quindi, il relativo salario. Giunti con i covoni sul sito della trebbiatura, nonno Cosimo e i figli s’accorsero però che avrebbero dovuto fare i conti con un ritardo, essendo appena iniziata la lavorazione di un’altra partita di frumento.

A quel punto, zio R. si lamentò con il padrone dell’aia, il quale, invero, non gli diede molto peso e, anzi, visto che doveva attendere il turno della sua messe, lo invitò ad aiutare gli altri. Ma zio R. , memore del comportamento tenuto dall’ uomo a Capriglia” e della fine da lui  fatta fare alle piante di pomodoro, gli rinfaccio il tutto, facendogli  fare una brutta figura, scornandolo davanti al gruppo di operai presenti.

Ritornando alla mia passeggiata, oltrepassate le “Acquareddre”, costeggio il fondo “Boschetto”, già detto “di Chiaro” (ora è del Comune), che, di primo acchito, mi riconduce a una gita scolastica, coprente l’orario delle lezioni in quarta elementare, col maestro Alfredo, il quale, nell’occasione, aveva invitato alla scampagnata la fidanzata Uccia, accompagnata a sua volta dalla sorella Sara.

La scolaresca, in grembiule nero e colletto bianco, era molto attenta alle spiegazioni dell’insegnante su flora e fauna tipiche del nostro territorio; tra un’illustrazione e l’altra, sì arrivò a incrociare e toccare con mano alcune piante di asparagi; in un baleno, ne fu raccolto un bel mazzetto per il bravo maestro.

La discesa mi sta facendo oramai approssimare alla litoranea Castro – Tricase, esattamente all’altezza della rada “Acquaviva”, quando sfioro un altro tassello di ricordi, nelle sembianze di un carrubo sotto il quale, nei pomeriggi delle festività marittimesi di San Vitale e della Madonna di Costantinopoli, mi portavo a piedi o in bicicletta, per alcune ore, facendo i compiti scritti e orali per l’indomani.

Nota similare sullo spartito dei ricordi, l’infilata di alberi di querce subito dopo il ponte sul canalone dell’Acquaviva, lì prossimo allo sbocco in mare, che, nel giugno di cinquantacinque anni addietro, scelsi come luogo di studio per la preparazione agli esami di Stato.

Facevo avanti e indietro sino al tramonto, i contadini che si trovavano a passare mi guardavano, per un attimo, meravigliati, ma immediatamente dopo mi gratificavano con un cordiale “Ciao,Rocco”.

Per concludere, l’Acquaviva, oggi, se ne sta magnificamente sola con se stessa, nel suo stupendo fascino naturale; con l’eccezione, solamente, di una figura d’uomo seduta sul limitare di una delle grotte, ora con gradevoli e civettuoli infissi color azzurro, poste alla sommità dell’insenatura. Locali in atto utilizzati come depositi, in precedenza ricoveri per il riposo notturno di sparuti pescatori, particolarmente di Consiglio B.  proprietario del mitico e inconfondibile gozzo in legno “San Vitale”, rimasto di stanza, per decenni,  nella rada.

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Ultimissima notazione, fra l’Acquaviva e Castro, che si scorge a Nord Est, sotto la carezza di un soleggiato meriggio, si forma un quadro di naturale beltà che, a mio avviso, non ha eguali; nulla, proprio nulla da invidiare alle località turistiche italiane maggiormente celebrate, ossia Portofino, Positano, Sorrento e Taormina.

 

Tradizioni salentine: 28 aprile, S. Vitale a Marittima, con Salvatore da Castro

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di Rocco Boccadamo

 

Martedì 28 aprile, a Marittima, rituali festeggiamenti in onore del protettore S. Vitale.

Come da tradizione, luminarie lungo le vie principali, cassa armonica in piazza, due complessi bandistici di cui uno con abbinata cantante lirica, fuochi d’artificio.

Scadute di qualità rispetto al passato, purtroppo, e, perciò, poco invitanti, le bancarelle e/o baracche che propongono, soprattutto, inutili paccottiglie e articoli e oggetti vari palesemente taroccati in confronto alle rispettive griffe autentiche in auge e di moda. Esercizi, ormai interamente in mano a immigrati extra comunitari che cercano, con molta fatica, di arrangiarsi in ogni modo per riuscire a sbarcare il lunario.

Unica eccezione a livello d’attività commerciali, l’immancabile bancarella di Nico, figlio di Gino e nipote di Nicola, situata sempre al medesimo posto, su cui si vendono, da generazioni, nei classici cartocci color marrone, arachidi, noccioline, mandorle e pistacchi, dal gustoso e apprezzato sapore grazie a una sapiente operazione di tostatura.

Festa, quella di S. Vitale, invero non tra le più conosciute e sfarzose della zona e, tuttavia, che travalica, sul piano della frequentazione, gli stretti confini della piccola località d’appartenenza.

Nota di concreta testimonianza a tale ultimo riguardo, la presenza sul far della sera, nella strada principale del paese verso la piazza con la cassa armonica e la banda che va esibendosi in opere sinfoniche, di Salvatore, ultrasessantenne, già operatore ecologico e tutto fare, da poco in pensione, arrivato da Castro, la splendida Perla del Salento, dove è nato e vive, distante circa tre chilometri.

Naturalmente a piedi, come faceva più di mezzo secolo addietro, giacché l’amico Salvatore non ha mai posseduto né un’autovettura, né una moto, né una bicicletta.

 

La Domenica delle Palme d’una volta, a Marittima

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di Rocco Boccadamo

 

Nel mio personale sentire, sin dalla lontana infanzia, questa ricorrenza ha esercitato sempre una grande fascinazione; in altri termini, l’ho considerata, attesa e vissuta alla stregua di autentica anteprima della Pasqua.

Sul piano concreto, ripassando col pensiero una serie di specifiche usanze e consuetudini correlate all’evento – abitudini risalenti a stagioni antiche e tuttavia, ad onore del vero, almeno nei confini della località natia, in parte ancora oggi mantenute e rispettate – rivedo indistintamente la quasi totalità dei compaesani, di mestiere contadini e/o agricoltori, nell’atto di recidere dagli alberi d’ulivo, il giorno prima, cospicui fasci di rami, ricchi di tenere foglioline color verde argento, poi trasportati a casa, a spalle o sul manubrio di una bicicletta o su un carretto, con il preciso e irrinunciabile scopo di trasferirli, la mattina successiva, sul sagrato della chiesa parrocchiale per la benedizione e la processione comunitaria.

Accanto al luogo sacro, veniva così a formarsi un suggestivo, grande è alto tappeto di rami, sigillo distintivo di un’intera popolazione.

Dopo le anzidette celebrazioni, seguite in raccolto silenzio dagli astanti d’ogni età, i singoli fasci ritornavano, con naturale ordine, nelle mani dei rispettivi titolari e, immediatamente, avanti che scoccasse l’ora del pranzo, le “palme” erano collocate sui tetti delle case, oppure piantate nei campi, nei giardini e nelle aiuole dei cortili domestici, con convinte dedicazioni propiziatorie, soprattutto di buona salute e di fecondi raccolti agricoli.

Al riguardo, atteso che il mio genitore aveva cessato il mestiere di contadino per assumere l’impiego presso l’anagrafe comunale, la mia diretta testimonianza passa attraverso il nitido ricordo delle prime “palme” donate e piantate dal nonno Cosimo, classe 1879, e, successivamente, la sequenza della medesima operazione compiuta dallo zio Vitale e infine, da un po’ d’anni a questa parte, dall’amico Toto, il quale è anche il prezioso e amorevole “badante” del mio gatto certosino, nei mesi in cui io e mia moglie non risiediamo alla “Pastorizza” di Marittima.

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A latere del rito fondamentale delle liturgie con i rami d’ulivo, quella domenica mattina se ne svolgeva un altro, basato su una materia prima differente, ossia dire le tenere foglioline pennate, tra il giallo e il verde, di palme da dattero.

Erano poche, anzi pochissime, al paesello, le piante di tale specie, allignavano solamente in qualche giardino e campo delle poche famiglie benestanti, giacché la gente comune non si poteva permettere il lusso di coltivare, sui risicati terreni di proprietà, alberi che non dessero alcun frutto.

Difatti, le palme da dattero venivano in auge e avevano il loro momento di gloria esclusivamente nel giorno delle Palme, quando, mediante le anzi richiamate foglioline, attentamente e abilmente ripiegate e incastrate a mano, si fabbricavano minuscoli “panierini”, che i più piccoli donavano alle loro mamme, i ragazzi alle compagne e i giovanotti alle fidanzate.

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Però, accanto ai “panierini”, arrivavano a far bella mostra alcune grandi realizzazioni artistiche ottenute con le medesime foglie, palme ad intreccio o altre raffigurazioni, per opera delle famiglie dei “signori” che disponevano di propri arbusti: ricordo particolarmente quelle del Maestro Don Peppino Margiotta e del Patrunu Giacomino.

Nel contesto complessivo, vigeva anche l’abitudine di offrire una delle grandi “palme” artistiche in parola, in segno d’omaggio, all’Arciprete, il quale la teneva in mano e appoggiata sul petto durante la processione.

Noi ragazzi, sistematicamente ogni anno, ci portavamo di buon’ora in una tenuta agricola sulla via provinciale fra Diso e Ortelle, denominata “Lafiusca Bottazzi”, proprietà di un illustre scienziato, Filippo Bottazzi, nativo di Diso, che, però, viveva quasi sempre fuori, terreno che, accanto a una casa di villeggiatura ancora oggi esistente, comprendeva due rigogliose palme da dattero.

Ci arrampicavamo lesti fra tronchi e rami, riuscendo, così, a far, ciascuno, una piccola incetta di foglioline pennate giallo verde, da destinare alla fabbricazione di “panierini”, magari poi venduti ai compagni in cambio di sparute lirette.

Semplici e marginali digressioni da ragazzi a parte, la Domenica delle Palme d’un tempo aveva per fulcro la funzione di manifestare reciprocamente, in seno a familiari, parenti, amici e compaesani, gesti simbolici di rapporti pacifici, di buon vicinato e di comune e disinteressata solidarietà.

Fuor di demagogia, come sarebbe bello se, pure adesso, si avvertisse ed esercitasse un’analoga spinta spontanea! Forse, in tal modo, tanti dei problemi e/o ambasce che ci circondano e assillano potrebbero essere, se non risolti, perlomeno attenuati.

Da ultimo,  ricollegandomi alle note preoccupazioni, legittime e forti, che corrono e angosciano con riferimento alla nota malattia o epidemia (Xilella) che sta colpendo i nostri ulivi salentini, pur consapevole delle gravi conseguenze che potrebbero derivarne sotto molti aspetti, mi sento però di non condividere e, anzi, di respingere l’idea, da qualcuno affacciata, che, nella ricorrenza delle Palme 2015, non si proceda alla tradizionale benedizione dei rami d’ulivo e ci si astenga dal concorrere ad addobbare con i medesimi, che sono un tratto distintivo della nostra identità storica, la piazza di San Pietro a Roma.

Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

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Racconti salentini

Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

Protagonista di queste righe è una compaesana, signora pressappoco a metà tra gli ottanta e i novanta, precisamente della classe 1930, tuttavia dal portamento ancora solido e ben eretto, in certo qual modo figura tipica della comune piccola località natia.

L’ho presente da quando era ragazza e non aveva ancora un “vero” fidanzato, che, poi, alla fine, trovò in un bravo giovane di un paese dei paraggi, al quale andò in sposa – dopo una non proprio insolita, almeno per quei tempi, fuitina – dando alla luce tre figli.

E però, si può dire che A. abbia una storia, piccola quanto si vuole ma pur sempre storia, nel senso che, a modo suo, è conosciuta e fa notizia a partire dalla tenera età, periodo in cui iniziò a distinguersi e ad emergere, nell’ambito della sua leva e anche fra le ragazzine più grandi, per via del carattere esuberante, sempre pronta e incline agli scherzi e alle birichinate, allegra, immancabilmente in primo piano, battuta lesta, peraltro anche disponibile a rendersi utile in ogni occasione.

Genitori contadini, la madre originaria della confinante località di Andrano, un fratello più grande e uno più piccolo.

Iscritta alle elementari, voglia di studiare zero, uno più due, lo ammette candidamente la diretta interessata, erano, nella sua testolina, un’incognita, degli stessi libri, quaderni, penna e calamaio le importava poco e niente.

In classe, il suo posto era, naturalmente, in un banco dell’ultima fila, giacché cresceva alta, in ciò distinguendosi, di gran lunga, dal resto della scolaresca.

A quanto da lei stessa raccontato, la mattina, entrata nell’aula, si preoccupava di adempiere a un preciso compito, auto attribuitosi in esclusiva, cioè a dire di pulire e mettere in ordine la cattedra degli insegnanti: gliene toccarono due, nel corso degli anni, donn’Elvira e don Pippinu.

In aggiunta a tale incombenza, grazie a un rudimentale armamentario ben celato in tasca, fatto di un ago, un batuffolo di bambagia imbevuto d’alcool e piccoli fili di cotone, approfittando di momentanee assenze o distrazioni del maestro, si occupava, si pensi un po’, così come una persona adulta aveva fatto nei suoi confronti, di forare i lobi delle orecchie delle compagne, per quella che sarebbe stata l’eventuale successiva applicazione degli orecchini, così, a crudo, a sangue freddo, suggellando il suo “intervento” con il passaggio, attraverso i buchetti, degli anzi indicati piccoli fili di cotone.

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Talora, ovviamente, l’insegnante arrivava ad accorgersi delle sue strane, temerarie e pericolose “distrazioni”, al che, è ovvio, scattava un castigo.

Tiene ancora a memoria, l’amica, in particolare, che in una circostanza, don Pippinu, avendola sorpresa in flagrante, la chiamò intimandole di avvicinarsi alla cattedra e di “stendere la mano” per ricevere la classica, allora purtroppo in uso, bacchettata, mediante una riga di legno che l’insegnante aveva in dotazione, anche se, in occasione delle visite della Direttrice didattica, la faceva sparire.

Correvano altri tempi, in questo caso meno male che son passati e lontani, purtroppo i genitori, benché fossero a conoscenza del “sistema”, occupati come si trovavano in altre faccende, forse più vitali, e nel convincimento, in fondo, che gli scolari dovessero essere educati, pensavano che non fosse il caso di andare tanto per il sottile in merito alle modalità correttive, una sorta di passiva accettazione del fine che giustifica i mezzi.

Ma, anche all’atto dell’anzidetta marachella, ecco scattare l’intraprendenza e prontezza di A.: un istante prima che le arrivasse addosso la riga, fu lesta a tirare indietro braccio e mano, col risultato che il colpo, tutt’altro che carezzevole, finì col riversarsi sulla coscia dello stesso maestro, il quale dolorante, sbottò in una fragorosa imprecazione all’indirizzo dell’alunna: “Nu furmine cu te bruscia!”(che un fulmine ti incenerisca).

In quel mentre, la ragazzina, da parte sua, pensava bene di schizzare via dalla scuola, con la velocità giustappunto di un lampo, incurante di abbandonare libri e quaderni sul suo banco dell’ultima fila.

A., insomma, non scolara modello, da bambina, ragazza, piccola donna e adulta, parimenti, carica d’energia, intraprendente, ardimentosa, sempre pronta a dire la sua, una figura, secondo la felice definizione di un coetaneo, che “voleva paglia per cento cavalli”, a significare che “faceva fuoco e fiamma”.

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A tredici anni, A. è fisicamente sviluppata, alta, formosa, capelli neri e lunghi, un viso simpatico incline al sorriso e, soprattutto, un seno fiorente, anzi straripante già allora.

E’ l’età in cui la ragazza viene a trovarsi accanto (eufemismo) il primo fidanzatino, a sua volta appena quindicenne, un ragazzo del paese di nome V. che, in linea con le usanze di allora, tutte le sere, dopo il lavoro e la cena, si reca a casa di A., bravo figlio di temperamento completamente opposto, molto calmo, tranquillo, dotato di scarso spirito d’iniziativa, lo accomuna ad A. solamente la bella voce intonata.

Ricorda, l’A. d’oggi, non senza un pizzico di nostalgia ed emozione, che durante la quotidiana visita, presenti i genitori, il fidanzatino se ne stava seduto immobile vicino al tavolo, le gambe accavallate, non proferiva parola, una scena totalmente muta. La ragazza non gradiva siffatto comportamento dell’aspirante compagno di vita e anche suo padre, a un certo punto, si rese conto che la situazione era proprio da ragazzini, strana e insostenibile, per cui, con garbo, pensò bene di far osservare al giovane che, forse, i tempi non erano maturi e, quindi, a suo parere, si rendeva opportuno rimandare la frequentazione: se si trattava di destino, le cose si sarebbero riprese in mano regolarmente.

Si concluse così, per A., la prima esperienza da fidanzata, negli anni successivi non maturarono ritorni di fiamma formali con V.

Tuttavia, grazie alla sua avvenenza ed esuberanza, le si presentarono una dietro l’altra numerosissime profferte amorose, proposte di fidanzamento, mittenti sia giovani del paese, sia residenti nei centri vicini.

La ragazza, però, preferiva svolazzare leggera e libera da un soggetto all’altro, a guisa di farfalla, posandosi appena su foglie e petali: nel momento in cui dava ai pretendenti l’impressione che stavano per conquistarla e acchiapparla, riprendeva il volteggio, allontanandosi e scansando ogni insistenza.

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Le piaceva la frequentazione viva e attiva con coetanei e adulti, uomini e donne, durante i lavori in campagna, quali la coltivazione del tabacco, la raccolta dei frutti estivi, la vendemmia, la raccolta delle olive, facendo scorpacciate di tiri maldestri e/o scherzosi, specie all’indirizzo di determinate figure bonaccione o che erano solite reagire maggiormente alle burle.

In occasione di fortuiti contatti con giovanotti, poteva eccezionalmente succedere che qualcuno, particolarmente intraprendente e brillante, riuscisse a cavar fuori qualcosa di concreto, al di là di uno sguardo e delle parole pronte che, ad A., di certo non mancavano.

Ad esempio, un bel ragazzo dei dintorni, una volta si pose a seguire A. intanto che lei, verso l’imbrunire, si stava recando, insieme con un’amica, a un piccolo vicino cantiere edile con l’intento di raccogliervi un secchio di tufo bianco, derivato dalla segatura dei conci utilizzati per una costruzione abitativa. Detto tufo, sarebbe stato sparso sul pavimento lastricato di casa che, soprattutto quando non c’era il sole, trasudava umidità e si scuriva, e, quindi, la spruzzata del bianco materiale faceva in qualche modo migliorare la situazione di agibilità e di aspetto fra le mura domestiche.

Ora, avvenne che, proprio quando A. era intenta, piegata, a riempire di tufo il suo secchio, nel levarsi e girarsi per rialzarsi, improvvisamente le si accostò la figura del giovanotto in questione, che fu abilissimo a rubarle un bacio intenso sulla bocca, il primo per la diciassettenne, un autentico trauma anziché un piacere o una scarica adrenalinica.

Bisogna, onestamente, tener conto anche della mentalità e dell’educazione sessuale (???) che vigevano in quell’epoca, fondamentali purtroppo rimasti ancorati alle calende greche, addirittura c’era la credenza, maldestra e malsana e coniugata con l’ignoranza, che, attraverso un bacio sulla bocca, una ragazza potesse restare incinta e fare un figlio.

Sia come sia, il “predatore” scappò via in un baleno, e però l’eccezionale scena fu goduta interamente dall’accompagnatrice di A., con l’inevitabile effetto che, a volo, si cominciarono a diffondere in giro voci sull’accaduto. Non n’ebbe notizia unicamente la madre di A. con cui la “vittima”, rientrata di corsa e agitata in casa col tufo, si confidò immediatamente; il mattino seguente, nel magazzino e/o manifattura del tabacco, dove la giovanissima aveva da poco iniziato a lavorare, le colleghe più adulte presero subito a deriderla e sfotterla, tanto che la vittima del bacio rubato proruppe in un pianto a dirotto.

Intanto, con l’avanzare dell’età, per A. cresceva progressivamente anche l’impegno lavorativo.

Non solo durante la stagionale adibizione al magazzino del tabacco, in cui la nostra protagonista, ancora inesperta, era addetta alla prima fase operativa, cioè a spianare e a rendere lisce le singole foglie che, poi, passava a una collega più anziana e pratica la quale le riuniva in piccole balle.

I genitori di A., difatti, conducevano in regime di mezzadria alcuni terreni, in particolare uno denominato “Pastorizza”, che rappresentava una sorta di base d’appoggio per tutte le attività agricole della famiglia, anche perché a breve distanza dal centro abitato.

Lì insisteva una piccola casetta rurale in cui si dormiva molto alla spartana, fra mosche, zanzare e lucertole, tuttavia, fiaccati dalla stanchezza, non si faceva fatica a prendere sonno, gli occhi si serravano quasi automaticamente.

Dalla “Pastorizza”, all’alba, con genitori e fratelli, A. partiva per una “scarpinata” di quattro/cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino a un altro terreno, in zona “Mito”di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico che davano frutti in abbondanza. Si riempivano panare, panari e panareddri, del prodotto raccolto; quindi, nuovamente per quattro/cinque chilometri, con contenitore rapportato all’età di ciascuno caricato sulle spalle, si faceva ritorno alla “Pastorizza”, dove, sullo spiazzo antistante al precario bracchio/ dormitorio, si passava a spaccare i fichi e a spanderli, per l’essiccazione, su stuoie di canne intrecciate: tanta fatica, anche per un’adolescente, del resto, allora, in ogni età arrivavano le fatiche.

Poi, c’erano anche temporanee trasferte di tutto il nucleo, per il tabacco e/o la mietitura e trebbiatura dei cereali, verso le  fertili pianure della Lucania, a Nova Siri, ricorda ad esempio A.

Intanto, il primo fidanzatino V., ormai divenuto giovanotto, si era impegnato con un’altra ragazza del paese, con quest’ultima le cose avevano preso un corso serio, tanto che si approssimavano le nozze e la promessa sposa era finanche arrivata a esporre il corredo che avrebbe portato in dote (in dialetto dota) nella dimora matrimoniale. Ma, evidentemente, nella testa di V. era rimasto un ricordo forte, qualche suggestione incancellabile avente per protagonista la sua prima fidanzatina; sta di fatto che, quest’ultima, mentre i suoi genitori erano in Lucania e lei soggiornava nell’abitazione di una cugina, scorse, appoggiata sull’uscio di casa, una busta contenente un biglietto vergato  dal buon V. che,  più o meno, recitava apertamente: “Senti A., anche se son passati molti anni, anche se io dovrò prossimamente sposarmi con un’altra, se sei d’accordo, io ti voglio sempre, possiamo andarcene via insieme”.

Evidentemente, l’ex giovanissimo fidanzatino quindicenne doveva essere ancora innamorato della ragazza e sperava, o s’illudeva, di poter ricominciare la storia. Così, tuttavia, non fu.

Per la precisione, per opera del medesimo V., c’era stato un episodio precedente, un sussulto sotto forma di serenata.

Una sera, A. se ne stava, in compagnia di alcune amiche, sul terrazzino attiguo al vicoletto della casa dei suoi genitori; ai piedi di una fioca lampadina d’illuminazione pubblica posta in prossimità, s’era contemporaneamente riunito un gruppo di ragazzi e giovanotti paesani e, allora, V., con la sua bella voce, volle dedicare alla morosa d’un tempo alcune brevi strofe speciali in dialetto, tanto semplici quanto indicative:

 

La zita vecchia mia

la tegnu pe riserva

per quannu spunta l’erva

la vado a pascolar.

La vado a pascolare

insieme alle mie caprette

e l’amore con le civette

non lo farò mai più.

 

 

Già si diceva, prima, che ormai A. era divenuta una donna in pieno fulgore, capelli crespi e neri, il seno vistosamente oltre misura.

Successe che, durante i lavori in campagna nella citata Nuova Siri, un giorno ella si vide seguire da un giovanotto del posto, poliziotto in licenza, il quale, evidentemente colpito e ammirato per le fattezze e il portamento della giovane, le rivolse questa “sicuramente” ardita domanda: “Permettimi signorina, ma tu lo porti il reggiseno?” (allora, non era costume, per una giovane contadina, indossare alcunché del genere). Immediatamente, la nostra amica, al solito pronta a rispondere, replicò al giovane: “Ma perché, caro, tua madre lo porta?”

Numerosi continuarono a susseguirsi gli inviti a “fidanzarsi”, con A. nel consueto atteggiamento di farseli scivolare appena addosso, con leggerezza, senza prenderli sul serio per oltre una/due settimane.

Fino a quando non le si presentò quello giusto, per opera di un giovane di Vignacastrisi, il quale, guarda caso, come nome di battesimo faceva proprio Giusto, più giovane di tre anni rispetto ad A.

Dal matrimonio nacquero tre figli, accolti e allevati con amore, cura e sacrifici; purtroppo, il bravo marito della compaesana su cui scrivo non ebbe, personalmente, granché fortuna, andandosene ancora giovane.

A., che ancor prima della scomparsa del suo Giusto,  aveva dovuto subire la dolorosissima perdita del terzogenito Sergio, vittima a soli sette anni di un’accidentale caduta da un casa in costruzione (strana coincidenza, a distanza di decenni: un cantiere in corso come ultimo scenario per un tenero bambino, il tufo bianco  di un altro cantiere edile come scenario del primo vero e traumatico bacio per A.), è quindi rimasta con gli altri figlioli, man mano pure essi cresciuti e sposatisi, rendendo, la genitrice, nonna di nipoti già grandicelli.

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Si, A. è nonna, ma, sinceramente, il tempo, per lei, sembra essere trascorso sono sui fogli del calendario; invece, dentro, si è mantenuta una “ragazza” tra gli ottanta e i novanta, vivace, estroversa, che seguita, tuttora, a “volere paglia per cento cavalli”.

Un’esistenza, in fondo, non facile né in discesa, la sua, eppure con accoglimento e accettazione degli eventi secondo la semplicità e il rigore dell’educazione ricevuta da piccola e l’innata rettitudine civile.

Vita intessuta di buoni rapporti con gli altri, A. è conosciuta e si fa ben volere da tutti, nel borgo natio rappresenta un piccolo, umile ma autentico personaggio, con la sua cassaforte di saggezza e l’immancabile parola pronta, accompagnata da un sorriso accattivante, oggi, com’è noto, merce assai rara.

Per terminare, amava tanti decenni addietro, A., e le sono cari anche adesso, i seguenti versi dialettali di un canto contadino della terra prediletta:

 

Quannu lu ceddru pizzica la puma,

la ucca se la sente zzuccarata

 

(in italiano, quando l’uccello imprime col becco un piccolo morso alla mela, avverte in bocca un sapore di zucchero).

 

Dal paesello, boccioli d’antiche stagioni

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di Rocco Boccadamo

 

Giulia C. era giunta a Marittima, da un paese vicino, sposando Fortunato e, a distanza di circa un anno, aveva messo al mondo Teresa.

Purtroppo, la buona donna, ancora giovane, incominciò a scivolare in condizioni di salute precarie, con problemi di rilievo, e in progressivo aggravamento, all’apparato respiratorio, non mi è dato di sapere se in collegamento ai bronchi o ai polmoni o ad altro.

Spesso, sia di giorno sia di notte, in taluni momenti pareva che le mancasse il fiato, a poco o niente valevano le visite del medico condotto e i farmaci che il medesimo le prescriveva.

Ricordo che, nelle fasi maggiormente critiche, se ne usciva da casa e si portava in un vicino slargo, dove c’era più aria e soffiava diritta la tramontana, restandosene lì per ore, magari al freddo, seduta sugli scalini di chianche della casa di Siveria, pur di respirare, si consolava. Pian piano, era divenuta, Giulia, una sorta di lumicino vie più vacillante e, difatti, non ci volle molto tempo perché, un certo giorno, la fiammella arrivasse a spegnersi definitivamente.

°   °   °

Toti, anzi cumpare Toti, atteso che i miei genitori avevano tenuto a battesimo un suo figliolo, vicinissimo di casa, era un contadino, sposato, con a carico la moglie Cesira, sei figli e la suocera, finché è campata.

Un buon uomo, ma non un grande lavoratore, si limitava a eseguire saltuarie incombenze per conto di compaesani, piccole riparazioni, del resto, non aveva terreni da coltivare, salvo il piccolo orto confinante con l’abitazione. Di conseguenza, tra le sue mura domestiche, non regnava benessere, si avvertiva, al contrario, una sensazione di fame, il pane si mangiava quando c’era, sulla tavola, appena una minestra di verdura, se di stagione e coltivata nell’orto.

Tuttavia, nonostante le accentuate ristrettezze economiche e i correlati disagi, il nucleo famigliare andò avanti, i figli crebbero e divennero adulti. In parallelo, cumpare Toti giammai intese rinunciare ad allevare un uccellino, ora un canarino ora un cardellino; a tal fine, aveva costruito una gabbietta in legno, una “dimora” decorosa per l’amato minuscolo volatile, a beneficio del quale una fogliolina verde o qualche seme dovevano immancabilmente esserci.

In un’annata, anche la famiglia di cumpare Toti, sospinta dal bisogno, decise, al pari di tanti paesani, di lasciare Marittima ed emigrare, per cinque o sei mesi, nelle pianure della Basilicata, intorno a Metaponto, dove coltivare, in regime di mezzadria, estensioni di tabacco: in tal modo, perlomeno il cibo sarebbe stato garantito.

Ora, avvenne che, all’atto di caricare l’autovettura a noleggio che doveva trasportare la famiglia e le suppellettili dal paese natio alla Lucania, cumpare Toti si distinse, particolarmente, per la ferma volontà di issare a bordo anche la gabbia con l’uccellino. Obiettivamente, era un problema trovare per l’aggeggio uno spazio nell’abitacolo, gli stessi famigliari e l’autista protestavano e, però l’uomo alla fine s’impose con una frase rimasta famosa: “Sentite, a me può mancare il pane o un pasto, ma non consento di privarmi della gabbia con l’uccellino”.

Adesso, al posto della povera casa e dell’orto di cumpare Toti, sorge una grande e confortevole abitazione costruita dal suo ultimogenito D., ormai da decenni emigrato in Svizzera e avente una propria famiglia: i figli, sono titolari di un’attività di riparazione e vendita di autoveicoli, come si evince dalle scritte pubblicitarie impresse sulle fiancate delle vetture personali, con cui, d’estate, arrivano, per le vacanze, da Zurigo, nel Basso Salento delle origini.

 

Salento, Marittima: gente della mia Ariacorte

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 di Rocco Boccadamo

 

Stamani, il pensiero è improvvisamente stato preso dal paesello natio, per la precisione si sono parati nella mente e dinanzi agli occhi i contorni del minuscolo, caratteristico, antico e popolare rione in cui sono venuto al mondo e ho vissuto i miei primi diciannove anni: l’Ariacorte, una specie di piccola isola, delimitata e racchiusa da tre o quattro brevi e strette vie, nell’ambito della già minuscola località di Marittima.

L’immagine, o immaginazione se si preferisce, era riferita non allo stato d’oggi del quartiere in questione, bensì alla conformazione, ai dettagli urbanistici e, in speciale modo, all’universo e alle singole figure dei residenti, quali lo animavano intorno alla metà dello scorso secolo.

Nell’Ariacorte, un tempo, era concentrata una quantità cospicua di nuclei famigliari, per di più, in linea con le abitudini e i costumi di allora, ciascuno comprendente, in genere, sette – otto componenti.

Sin dall’età giovanissima, tutti i soggetti erano chiamati a svolgere un lavoro, un’attività, sicché, in pratica, restava poco tempo da dedicare a giochi, a svaghi e/o a conversazioni distensive.

Qualche riferimento agli abitanti dell’Ariacorte, che conservo particolarmente vivo.

*****

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La famiglia Mariano, Trifone a capo, la moglie Elisa e quattro figli, si distingueva per la bella abitudine della preparazione annuale, nella ricorrenza del 19 marzo festa di S. Giuseppe, di un pentolone di “massa”, tagliolini fatti in casa, piatto tipico di quel giorno, a beneficio delle famiglie meno abbienti del paese; allestiva, in altri termini, una tavolata, detta giustappunto, di San Giuseppe.

Di fronte a loro, viveva, invece, una signora anziana e vedova, Pippina ‘a Raula (per dire Peppina nata da Laura), con una figlia, non a caso di nome Lauretta, poi sposatasi nella vicina Andrano.

A pochissimi metri di distanza, le abitazioni, attaccate, di Vitale Coluccia, soprannominato “quendici”, vedovo di Donata, quattro figli e del fratello Ciseppe, detto pizza d’oro, ammogliato con Nicolina, andranese, soprannominata ‘a sciarpa, cinque figli, di cui la primogenita Valeria, sarebbe mancata, purtroppo, giovanissima, qualche tempo dopo.

Giovanni ‘u Pativitu, che divideva il tetto con la consorte ‘Ndolurata, era contadino e, a tempo perso, fabbricante di panieri e cesti in giunchi e vimini.

Suo unico discendente maschio, compare Chiaro, marito di comare Donata, due figli, il quale soleva, saltuariamente, allestire, in un giardino di proprietà, una rudimentale trappola, con cui riusciva a catturare esemplari di volpe, resisi artefici e responsabili di stragi di galline. ”Legittima difesa”, diceva l‘uomo.

Marta, moglie di Vitale, tre figli, prima del matrimonio, era stata la zita di mio nonno Cosimo.

‘Ndolurata ‘a pisatura, abitava da sola in una casetta con cortiletto; il suo nomignolo misterioso era forse collegato all’azione della pisatura (battitura) del grano e dei cereali in genere, successivamente alla mietitura, mediante un maglio in legno, oppure a un’attività di pisatura (pesa pubblica) con bilance o bascule, espletata a beneficio dei compaesani.

Giorgio ‘u cacasiu, la moglie Peppi giunta da Andrano e quattro figli, seduto fuori dall’uscio nelle serate estive, durante i giochi di noi ragazzi, aveva l’abitudine di chiamarmi, dicendomi “senti, vieni qui, colomba tutta pura”, così, forse, copiando il passaggio di un canto religioso, evidentemente imparato a memoria, che, in una strofa, recitava:

 

Ti salutiamo o vergine,

colomba tutta pura,

nessuna creatura

è bella come te.

Prega per noi, Maria,

prega per i figli tuoi,

madre che tutto puoi

abbi di noi pietà.

 

Peppe ‘u tappa, o Peppeu cardillu, era un anziano di bassa statura, sposato con Consiglia, tre figli. Buono e scherzoso, ogni tanto preso di mira da noi bambini, che gli cantavamo:

 

Zzumpa cardillu,

mmemzu sti fiuri,

zzumpa cardillu,

lalleru lallà. .

 

Cosimo maccarrune, vedovo di Elvira e risposato con Nena originaria di Castiglione, tre figlie, al contrario, si offendeva sentendosi appellare col nomignolo di maccarrune e, quindi, bisognava contenersi.

Tore ‘u torci o ‘u casinu, era ammogliato con ‘Ntogna (Antonia), nativa di Andrano, tre figli di cui il più piccolo, Vitale, mio compagno di scuola, nato a molta distanza dal fratello e dalla sorella più grandi, forse perciò eccessivamente mmammatu, cioè legato alla madre, addirittura pretendendo, sino all’età di cinque – sei anni, di attaccarsi al di lei seno.

Zia Amalia, vedova di Luigi ‘u Minicone, fratello a sua volta della mia nonna paterna Consiglia ‘u Minicone (quel soprannome, derivava da Domenico, loro genitore, un uomo molto alto), aveva nel cortiletto di casa uno stompu, grande parallelepipedo di pietra, scavato all’interno, dentro il quale, con una grossa mazza di legno, si frantumava il grano,

per, poi, poterlo cuocere in minestre.

Per la festa del Corpus Domini, alcune padrone di casa realizzavano, per devozione, l’altarino dell’Ariacorte, una specie di grande tenda o capanna di forma cubica, fatta di coperte ricamate e colorate e lenzuola, al cui interno, durante la processione per le vie del paese, il parroco si fermava ed esponeva il Santissimo Sacramento.

Rosaria ‘u fusu, era rimasta vedova con la responsabilità di una folta prole. Ricordo il matrimonio del primogenito Andrea, in un giorno d’inverno in cui a Marittima capitò una nevicata eccezionale e l’episodio in cui un altro giovane figlio, Vitale, rimase vittima di un incidente sul lavoro, procurandosi un taglio, forse mal curato, che generò un’infezione di tetano: urla, strilla e pianti, in accompagnamento alla corsa verso l’ospedale più vicino, da cui per fortuna l’interessato ritornò guarito.

*****

Così, verso il 1950.

Adesso, di quella Ariacorte, residuano pochissime tracce in senso demografico, le famiglie e le persone si contano sulla punta delle dita, per fortuna sono rimaste aperte tutte le case, in parte ristrutturate, però gli occupanti sono in larghissima maggioranza turisti forestieri che le aprono per brevi periodi, durante le vacanze estive o in occasione di altre fugaci puntate.

Ciononostante, per il ragazzo di ieri che vi è nato ed è autore delle presenti note, l’anima dell’Ariacorte non è cambiata, mantiene una sua intensità profonda e un po’ magica, fra le sue viuzze circola un venticello particolare, mentre in alto quasi sempre campeggia un cielo dal fondo d’intenso azzurro, esclusivo o appena inframmezzato da bianche nuvole: è questo miscuglio di connotazioni che, stamani, mi si è riaffacciato dinanzi alla mente e agli occhi.

Persone e storie marittimesi: il “cumpare signurinu”

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di Rocco Boccadamo

 

 

Queste note, anche se, come spesso succede, abbracciano uno spaccato di gente, vita, vicende, relazioni e ricordi della fanciullezza e giovinezza al paesello, sono dedicate, in modo particolare, a Totò, un amico e coetaneo, o meglio dire alla sua memoria, atteso che egli, da lungo tempo, non sfoglia più, materialmente, i giornali, ma legge e segue gli scritti del comune osservatore di strada, standosene seduto a una scrivania, lassù.

Totò nasce in seno a una famiglia benestante di Marittima, ha un fratello e una sorella un po’ più grandi. Il padre, proprietario terriero, e però egli stesso dedito personalmente all’agricoltura, porta un nome di battesimo importante, anche se, ordinariamente, è conosciuto e chiamato con il diminutivo di ‘Ntinu, più completamente patrunu ‘Ntinu; la madre, Donata, è una dolce signora originaria della vicina Andrano.

Il nucleo abita in una spaziosa abitazione a piano terraneo, ricavata in parte dalla massiccia mole di un’antica torre nobiliare (tuttora esistente al centro del paese e detta “Torre di Alfonso”) e, per il resto, costruita su un giardino, conosciuto come “giardino dei baroni”, con riferimento a persone benestanti, capostipiti della medesima famiglia di cui qui si racconta.

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L’andamento tranquillo nella casa in questione s’interruppe improvvisamente e tragicamente intorno al 1950, quando, in una notte, venne a mancare prematuramente la sposa e mamma; una tragedia, accresciuta dal particolare che il vedovo ‘Ntinu non era assolutamente in grado di badare alla gestione domestica e, soprattutto, alla cura e alla crescita dei figli. Difatti, i tre ragazzini furono temporaneamente affidati alle sorelle della defunta, dimoranti in Andrano.

Per questo, io ripresi a vedere Totò, ogni pomeriggio, a Marittima, solamente in quinta elementare, quando fu mandato a prepararsi agli esami di ammissione alle medie presso il mio maestro Alfredo.

In un’occasione, notai che egli aveva in mano una bellissima penna stilografica d’argento, mentre noi coetanei usavamo ancora aste con pennino e inchiostro, alcuni, eccezionalmente, le prime penne a biro. Di fronte al nostro stupore, Totò confidò di aver ricevuto il prezioso oggetto in regalo da uno zio materno, prelato o monsignore in servizio diplomatico nel Perù, nella capitale Lima, e fu la prima volta che, personalmente, sentii nominare quel paese e quella città.

Passati gli esami d’ammissione, Totò fu inviato dal padre a Galatina, in un convitto con annesse scuole medie e superiori, dove già si trovavano il fratello e la sorella.

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Tuttavia, durante la frequenza del ginnasio, essendo in certo senso mutata la situazione nella casa paterna grazie a un secondo matrimonio contratto da patrunu ‘Ntinu, Totò fece ritorno a Marittima e andò a seguire i corsi al “Capece” di Maglie:  ci trovammo, così, insieme, nel viaggio comune con la corriera delle Sud Est, oltre che, ovviamente, amici e compagni negli svaghi, principalmente nelle partite di pallone, sul fronte delle prime sigarette fumate alla chetichella dai genitori e, intorno ai sedici – diciassette anni, in occasione delle partite a carte,  soprattutto a tressette, nel bar della piazza, la sera, una volta terminati i compiti. Quotidiane sfide contro coppie di compaesani, noi due, ovviamente, sempre compagni.

A un certo momento, sprazzo d’ingegno, escogitammo uno stratagemma, ovviamente tenuto segretissimo, che, a onor del vero, si rivelava efficace. Concordammo comunemente quattro nomi di amiche, reali o inventate, di viaggio o della scuola – Maria Annunziata, Silvia, Donatella e Carla – le cui iniziali corrispondevano ai quattro semi delle carte da tressette; in pratica, a ogni nostro turno di giocare, chiamavamo il “palo“ della carta da calare sul tavolo, pronunciando disinvoltamente una breve frase banale, contenente il nome della ragazza che meglio faceva al caso. In tal modo, il gioco era fatto, di solito con successo.

Memorabile, un particolare che ricorreva ogni volta che la collaboratrice domestica di patrunu ‘Ntinu, soprannominata Mariamarì, grande lavoratrice e moglie di un pastore di ovini, era mandata a chiamare il figlio Totò, occupato con gli amici a giocare al pallone o al bar, oppure a riferirgli qualcosa. Immancabilmente, la donna si rivolgeva ad alta voce al ragazzo, già da lontano, con l’appellativo “cumpare signurinu”, aggiungendo, quindi, quanto doveva dirgli.

E tutti noi della compagnia, ci abbandonavamo a fragorose risate e a sfottere il buon Totò.  Sta comunque che il titolo di “cumpare signurinu” rimase a lungo una costante nel riferimento, a qualunque scopo,  al nostro amico.

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Arrivati, rispettivamente, al diploma e alla maturità classica, entrambi – sia io, che fui assunto pressoché subito in banca, sia Totò, che partì per Roma dove risiedeva e lavorava il fratello maggiore – lasciammo quasi insieme Marittima, mantenendo tuttavia contatti epistolari e rivedendoci di tanto in tanto nella comune località natia o per le vacanze estive o per le principali festività.

In aggiunta, Totò, una volta propose agli amici più stretti di andare a trovarlo a Roma, al che, prendendo subito la palla al balzo, in un sabato di settembre, di buon mattino, salimmo in quattro sulla “Topolino” di Romano e, nel tardo pomeriggio, fummo già nella capitale; facile l’appuntamento e l’incontro con l’invitante, il quale poco tempo prima aveva anche lui assunto un impiego presso la società dei telefoni e, quindi, doveva offrirci un “complimento” per festeggiare l’importante traguardo.

Eccoci, quindi, in gruppo, in via Veneto, la famosa strada dei vip, degli attori e dei paparazzi, dove restammo a bighellonare per alcune ore, con intermezzi di un paio di consumazioni nei bar, locali di lusso mai visti in precedenza. Intorno, tanta gente in quella serata, per i turisti originari di un paesello del Basso Salento, era la realizzazione di un sogno.

Verso mezzanotte, congedatici da Totò, risalimmo sulla “ Topolino” e all’ora di pranzo della domenica rimettemmo piede a Marittima.

Di lì a qualche anno, pure Totò si formò una famiglia, con una ragazza conosciuta a Roma ma originaria della Calabria e nacquero due figli, un maschio e una femmina.

In casuale analogia e coincidenza rispetto alla mia vita di impiegato residente in quel periodo in Sicilia, compiendo in “500” il viaggio da Messina a Taranto e Lecce – a quell’epoca non c’era ancora l’autostrada – più o meno a metà percorso, transitavo da Cutro, nei pressi di Crotone, località che, guarda caso, era il paese natio della moglie di Totò.

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Scorrendo le stagioni successive, la nota saliente e più triste é che, Totò, non fu fortunato, improvvisamente gli precipitò addosso una tegola irrimediabile e, da poco compiuti i quaranta,  se ne andò.

A distanza di circa sei lustri dalla sua scomparsa, io avverto ancora il bisogno di rivedere le sembianze del caro amico, e perciò, oltre ad andare a trovare i miei genitori, scendo, saltuariamente, anche le poche scale che conducono al luogo del suo riposo, per un saluto a quel volto ancora giovane.

Nella realtà residua della vita che prosegue, invece, d’estate,  m’incontro, talvolta, con i  figli dell’amico: la ragazza, che continua ad appoggiarsi nell’abitazione, già del nonno ‘Ntinu, nell’antica Torre di Alfonso, il ragazzo, che, invece, ha voluto costruirsi una nuova villetta, occupata insieme con la moglie, nativa di un paese vicino, dentro il “giardino dei baroni”, sulla via vecchia per Andrano, dirimpetto al fondo de l’Arciana con il suo fantastico Palummaru (in italiano, torre colombaia).

Ciao, Totò.

Il gelso dell’Acquaviva

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di Rocco Boccadamo

 

Attiguo alla bellissima e  struggente insenatura Acquaviva di Marittima, c’è un fondo agricolo a gradoni,  ricco di vegetazione tanto da essere denominato “Bosco”.

Su un suo terrazzamento, al  tempo della mia infanzia, svettava rigogliosa una gran pianta di gelso (ancorché  rimaneggiata, è tuttora in piedi), dal gustoso frutto nero violaceo che giungeva  a maturazione durante il periodo estivo, quando consistenti gruppi della  popolazione del paese erano soliti raggiungere quel tratto di mare per i rituali  bagni.

Il podere non era né recintato  né delimitato da muri; ufficialmente era intestato a una locale famiglia  benestante, ma, per antica anche se non ortodossa consuetudine, si considerava  alla stregua di  proprietà  comune.

Pure il mitico albero di gelso  era, quindi, ritenuto appartenente a tutti. Chi ne aveva voglia, vi si  accostava, si arrampicava sui rami e faceva grosse scorpacciate di frutti, con  golosa voracità e senza badare all’impiastricciamento della bocca e del  volto.

I ragazzini – e, fra loro, io  non potevo certamente mancare – facevano la parte del leone nelle scalate al  benemerito gelso, in certo senso gareggiando a chi mangiava più more. A  differenza dei grandi, dopo averne divorato a sazietà, essi piluccavano due  manciate di frutti, quindi, con pressione fra dita e palmi, li spiaccicavano e,  infine, adoperavano il succo zuccheroso che sgorgava grondante per dipingersi il  volto e il corpo.

Dopo le abbuffate e i  camuffamenti da piccoli negri, con quattro salti, i monelli raggiungevano poi la  distesa d’acqua salata sottostante e si detergevano vigorosamente, diffondendo  intorno, ovviamente, un’innaturale chiazza di colore, ma arrivando alla fine a  più o meno pulirsi il volto.

Purtroppo, in qualche  occasione, le scalate all’amata pianta erano seriamente “disturbate” e fremiti  di paura assalivano i giovani scalatori.

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Nel Salento, tra la fauna  presente, è diffuso un rettile innocuo denominato biacco, dal colore  uniformemente nero e, perciò, forse più impressionante, che, a quanto sembra,  deve essere ghiotto di gelsi.

Sta di fatto che talvolta,  mentre noi eravamo sulla pianta, scorgevamo, giù sul terreno, uno o più  esemplari di serpenti, lì convenuti per divorare i frutti caduti dai  rami.

Per la paura, ci guardavamo  bene dallo scendere, fino a quando tali ospiti, sazi e appagati, non  riprendevano a strisciare per far ritorno ai loro anfratti.

I pescatori domenicali

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di Rocco Boccadamo

La frequenza delle scuole medie segnò, per me, non soltanto il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, ma anche l’ottenimento dei primi permessi o concessioni da parte dei miei genitori. Rientrava fra tali conquiste, durante la stagione estiva, sul far del crepuscolo del sabato, la possibilità di radunarmi con un gruppo di sette o otto amici, di recarmi insieme con loro a Porticelli, nei pressi dell’insenatura Acquaviva, dove i miei avevano da poco fatto costruire una casetta di villeggiatura e di restare a dormire lì, al fine di trovarci, l’indomani mattina, tutti insieme, già pronti sul posto per dedicarci alla pesca dagli scogli, con canne e lenze che ciascuno di noi si procurava ed “armava”.

Arrivati alla méta e consumata una frugale cena, scendevamo, attraverso un sentiero, giù nell’Acquaviva e, come prima operazione del programma, raschiavamo gli scogli su bassi fondali mediante l’utilizzo di retini – anche questi fabbricati da noi stessi – per catturare piccole scorte di gamberetti, da utilizzare il giorno dopo come esche, riponendo, intanto, i saltellanti crostacei in vasetti di latta con coperchio.

Terminata questa operazione, ci portavamo nuovamente nella casetta di Porticelli, soffermandoci per qualche ora a parlare ed a scherzare – nel buio assoluto, mancando la corrente elettrica e con il solo riferimento luminoso, quindi, delle stelle e , se c’era, della luna – fino a che non ci veniva sonno.

Sonno, per la verità, non molto lungo, giacché, all’alba, gli occhi si riaprivano automaticamente; seguiva un rapido sciacquo del viso e, subito, tutti di corsa verso la scogliera per iniziare le calate con la lenza.

Si formava, in tal modo, una bella fila di giovanissimi pescatori dilettanti e si dava ben presto vita a una sequenza di grida, commenti, risate, che segnavano in particolare la cattura di ciascun esemplare di pesci.

Ovviamente, s’innestava una vera e propria gara.

Trascorrevamo, così, diverse ore intenti a pescare, sino a quando la calura del sole, che si alzava sempre più su, non diveniva forte e difficile da sopportare.

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Quelle mattinate domenicali, comprese le vigilie di preparazione in comitiva, ci riempivano d’autentica gioia, una sensazione che ci portavamo appresso e manifestavamo anche al rientro nelle nostre rispettive case.

Salento: a Carnevale, quell’antico omaggio alla promessa sposa

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di Rocco Boccadamo

 

Crisi o non crisi, viviamo canonicamente il tempo di Carnevale, come, maschere e coriandoli a parte, attestano, muti ma accattivanti nelle vetrine dei bar, i vassoi di frappe, chiacchiere e castagnole spruzzate di candido zucchero a velo: nota di colore distintiva del periodo, conforme alla tradizione e, insieme, durevole anche nell’attualità.

E, però, nella mente del comune osservatore di strada che scrive, l’evento del Carnevale trova posto anche e soprattutto alla stregua di scrigno di suggestioni e ricordi passati, che hanno il pregio di mantenere pieno e immutato il sapore di dolcezza, addirittura più gustoso dei richiamati prodotti di pasticceria modaioli.

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Sulla via principale del paese natio, Marittima, circa duemila anime, insiste tuttora, sebbene parzialmente rammodernata, una signorile dimora d’epoca, recante, non a caso, sul frontespizio, alla sommità del portone d’accesso nell’aggraziato atrio cortile, uno stemma araldico scolpito su un cubo di pietra leccese.

Nei secoli scorsi, tale edificio – inizialmente, forse, di struttura più ampia e articolata – ha costituito, a lungo, la dimora dei nobili del posto, insigniti del titolo di barone; in particolare, durante il periodo risorgimentale, ha visto nascere e crescere un personaggio, distintosi e assurto a fama non solo per il suo lignaggio, ma anche e soprattutto come patriota irredentista, al seguito di eminenti figure storiche quali Santorre di Santa Rosa, Mazzini, Manin e Cavour.

Procedendo nel tempo e fissando il calendario pressappoco intorno a un’ottantina d’anni addietro, la casa in questione è poi pervenuta, diventandone l’abitazione, a una locale famiglia benestante di proprietari terrieri e gente dabbene, composta anche da una ragazza.

Detta giovane, arrivata la stagione “giusta”, si era fatta “zita” (allora, l’accezione fidanzata non esisteva per niente nel vocabolario del paese), praticamente era stata promessa in sposa a un giovane, pure appartenente a famiglia di possidenti agricoli, residente in un altro piccolo paese, a otto/nove chilometri di distanza.

Non vi erano, ai tempi, automobili, né motocicli, semmai appena qualche bicicletta, sicché – a parte i rispettivi impegni, continui, in casa o nei campi – per la coppia, le occasioni d’incontrarsi erano infrequenti.

Certo, esisteva la possibilità di scambiarsi lettere, c’erano le visite incrociate, con familiari al seguito, per le ricorrenze, come Natale, Pasqua, le feste patronali, i compleanni e gli onomastici e però, dopodiché, basta.

Nella piccola cornice di cui anzi, mi piace ricordare una singolare iniziativa adottata dallo “zito” in discorso, nell’intento di offrire un gesto di devozione, riguardo e gentilezza alla sua “promessa”.

Ogni anno, a Carnevale – in gergo dialettale, Mascarani – il predetto era solito organizzare, preparare e allestire nel suo paese, con l’aiuto di parenti e amici, una carovana, o corteo come si appella oggi, di carri agricoli, calessi e “sciallabbà” trainati da cavalli, nonché di equini sellati e cavalcati liberamente, il tutto agghindato mediante fiori, foglie, rami con appesi i frutti della stagione e altri ornamenti colorati, a fare da pendant agli appositi costumi, acconciati alla buona, dei guidatori e cavalieri, dal volto coperto da rudimentali mascherine realizzate a mano, con carta o cartoncino, e più o meno dipinte.

Ciò fatto, ecco tale carovana muoversi in direzione di Marittima e attraversare lentamente il paese, soprattutto la via principale dove si affacciava la casa della nubenda in pectore, la quale ultima, evidentemente compiaciuta, si poneva al balcone a ricevere l’insolito, se non esclusivo, omaggio da parte del futuro marito.

L’iniziativa arrivava a rivestire, ogni volta, carattere d’eccezionalità collettiva, posto che l’intera popolazione vi assisteva con partecipazione, coinvolgimento e gioia.

Non c’è che dire, piccole manifestazioni semplici e spontanee d’anni lontani, aventi però all’origine, indiscutibilmente, un’innata e genuina nobiltà interiore e, quindi, denotanti un’anima di vitalità tale che, contrariamente a quanto succede per la maggior parte delle cerimonie e dei riti attuali, non si spegne per nulla con lo scorrere del tempo.

All’autore di queste note, all’epoca dei fatti piccolo spettatore con i calzoncini corti, piace, di tanto in tanto, riviverne le immagini.

Del resto, gli sono sempre rimaste presenti le sembianze della coppia e infine, di recente, nello scorgere su un muro del paese le abbreviazioni N.H. davanti al nome e cognome di lui, oltre a sgorgargli dentro un profondo sentimento di buon ricordo, apprezzamento e condivisione, gli si è affacciata l’idea che l’antico giovane, da lassù, nel periodo dei “Mascarani”, non mancherà di seguitare puntualmente a preparare il corteo di carri, cavalli e cavalieri per la sua sposa.

 

Don Vittorio Boccadamo, prete-scienziato di Marittima

Un’insigne figura salentina: don Vittorio Boccadamo, prete-scienziato, monsignore, uomo di cultura, probo, saggio e incline all’armonia

di Rocco Boccadamo

 

Lunedì 27 gennaio, a Marittima, Basso Salento, pareva fosse arrivata la “merla”, che, com’è noto, in questo periodo trovasi tradizionalmente di casa al Nord, raffigurata come portatrice delle temperature più basse dell’anno: cielo soleggiato, ma termometro oscillante, almeno di buon mattino, fra i tre e i quattro gradi.

Si è, però, trattato proprio di una meteora climatica, giacché il giorno successivo era contraddistinto da intensa pioggia e da un’atmosfera ovattata di grigio.

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Condizioni del tempo a parte, sul fronte del mio sentire (e volere), ha finalmente raggiunto la maturazione, il proposito di porre mano a penna, carta e computer per rievocare la figura di un preclaro personaggio del paese natio, il quale, da un bel pezzo, non c’è più e, tuttavia, la sua presenza si avverte idealmente ancora oggi: ciò, non soltanto grazie alla via pubblica che l’amministrazione comunale ha intitolato al suo nome.

don Vittorio Boccadamo con un amico;
don Vittorio Boccadamo con un amico;

Vittorio Boccadamo, classe 1918, appena un anno in meno rispetto a mia madre, uno dei quattro figli del maresciallo della Regia Marina Costantino – cugino in primo grado del mio nonno paterno, ma si consideri che il cognome è  fra i più diffusi a Marittima – e della delicata e dolcissima Domenica (detta Mmimmi) Arseni.

Ovviamente, chi scrive, nato nel 1941, non ha potuto conoscerlo – e, tantomeno, quindi, ha agio di ricordarselo – con riferimento al periodo della sua fanciullezza e adolescenza, mentre, sin dai germogli dell’intendimento e della percezione, ha saputo che il personaggio compaesano aveva scelto di diventar prete, conseguendo in parallelo anche la laurea in Scienze Matematiche, e svolgeva funzioni d’insegnamento e educative nel Seminario Regionale di Molfetta

Le  prime occasioni di vederlo di persona risalgono alle stagioni estive degli anni Cinquanta, quando il giovane sacerdote, in ferie ma sempre rigorosamente in abito talare, accompagnato di solito dalla sorella minore Bianca, la quale era ancora nubile e abitava insieme con i genitori a Marittima,  scendeva, dal paese, al mare dell’anima dei marittimesi, l’incantevole insenatura Acquaviva, per prendere, così si diceva in quell’epoca, qualche bagno.

Rammenta, l’osservatore di strada in erba, le scherzose osservazioni rivolte da Bianca al fratello, mentre lo esortava a bagnarsi, perlomeno nella “rena dei ciucci”, vale a dire la prima parte d’acqua, bassissima, della rada,  al fine di “scrostare, dagli arti inferiori, l’umidità della stagione invernale pregressa”, parole che non mancavano di suscitare ilarità.

°   °   °

Don Vittorio denotava una profonda cultura generale e una radicata passione per la ricerca storica, in campo religioso e sociale, ricerca protesa, specialmente, alla riscoperta e alla valorizzazione del passato, con indirizzo sia alla località nativa di Marittima, sia all’archidiocesi di Otranto, al Salento e alla Puglia.

In aggiunta, si distingueva per il carattere eccezionalmente equilibrato, proteso in ogni situazione all’obiettivo dell’armonia, gli occhi e il volto impostati al sorriso, una parola buona e leggera per tutti, mai che mancasse la confidenza della sua ferma convinzione che, in fondo, componendo le cose, qualsiasi difficoltà potesse essere rimediata e superata.

Insomma, spiccata capacità di diffondere il sapere e, insieme, di praticare, per spirito d’altruismo e di servizio, l’arte della mediazione: sempre, con semplicità d’animo e di stile.

Intorno ai cinquant’anni, i genitori diventati anziani e rimasti soli dopo il matrimonio di Bianca, il religioso si convinse e determinò a far ritorno nella casa natia, al paesello. E, però, non se ne stette neppure un attimo in panciolle, non sentendosi, dentro, né in pensione né a riposo.

Agli inizi, si occupò, nel ruolo di rettore, del Santuario della Madonna di Pompei a Castro Marina, ponendosi alla guida spirituale del relativo piccolo nucleo di abitanti; in parallelo, prese a far su e giù dalla Curia di Otranto, intensificando la già ricordata e innata vocazione per le ricerche d’archivio, e, di riflesso, attese alla scrittura.

Numerosi i libri pubblicati, nell’arco temporale dal 1966  al 1995, su tematiche ruotanti, in prevalenza, sulla storia di comunità, paesi, siti e caratteristiche del Salento:

–      Castrì sacra;

–      Nella Contea di Castro – Diso, ricerche storiche;

–      Guida di Castro. La città, il territorio, il mare e le grotte;

–      Terra d’Otranto nel Cinquecento. La visita pastorale nell’archidiocesi di Otranto del 1522;

–      Marittima. Ambiente e storia;

–      Marittima ricorda il primo centenario del suo camposanto (1893-1993).

Dopo l’esperienza pastorale a Castro Marina, ottenne l’incarico di parroco nella natia Marittima, prendendo possesso della chiesa di San Vitale Martire dove era stato battezzato.

Qui, fra l’altro, Don Vittorio, volle introdurre, alla domenica dei mesi estivi,  la consuetudine d’integrare le celebrazioni nelle chiese del paese con una Messa vespertina nei paraggi dell’ Acquaviva, precisamente all’interno della sua marina dell’Acquaviva.

Per chiesa, un pianoro di terra rossa, l’altare, allestito e posizionato ai piedi di un secolare albero di carrubo, la mitica “cornula”, giustappunto, della marina di don Vittorio, pianta che svetta anche adesso: viva, vegeta, verdeggiante, rigogliosa, quasi monumentale, come, per la milionesima volta,  ho avuto il privilegio di ammirarla lunedì 27 gennaio, nella bellissima giornata fredda ma soleggiata. Per la verità, ho soffermato lo sguardo non solamente sulla “cornula”, ma anche sul mitico seno “Acquaviva”, sottostante a pochi metri  di distanza, già antico sito delle abluzioni di don Vittorio.

Nel corrente periodo, la sua naturale solitudine, rende il luogo particolarmente pieno di fascino, toccante e penetrante.

la chiesa matrice di Marittima
la chiesa matrice di Marittima

Ritornando a don Vittorio, un sorriso per tutti, in taluni momenti, io ho l’impressione di vederlo ancora girare a bordo della sua Fiat 850 beige.

Oltre alle relazioni intrattenute durante tutto l’arco dell’anno con le più svariate categorie di persone, nei mesi estivi, alla marina, egli riceveva la visita di politici, uomini e donne importanti, scrittori e accademici, imprenditori, richiamati dalle sue doti intellettuali, abbinate alla particolare dolcezza di carattere, alla delicatezza nel tratto, alla grande capacità di equilibrio e saggezza: senza protocollo né cerimonie, il terrazzo della sua villetta diventava agorà per incontri fra amici.

Don Vittorio, proprio per il fatto che dava affidamento a tutti, anche a coloro che non la pensavano come lui, nel 1975, fu scelto per dirimere  i differenti punti di vista dei maggiorenti delle comunità di Marittima, Diso  e Castro, circa le attribuzioni territoriali all’atto dello scorporo, dal Comune di Diso, della frazione di Castro, che aveva chiesto e ottenuto l’autonomia  amministrativa.

In pratica, egli disegnò i confini del feudo che, a suo parere, era equo assegnare alla località che andava ad assumere la veste di comune autonomo, riuscendo alla fine, con pazienza e fatica, a mettere tutti d’accordo. Fra i contrasti e le rivendicazioni nell’ambito di quella pratica, in particolare, i rappresentanti di Castro chiedevano che l’insenatura Acquaviva fosse conferita alla loro nuova realtà autonoma, ma don Vittorio li convinse a rinunciare a tale pretesa e  il sito rimase di pertinenza di Marittima: quest’ultima particolare vicenda e l’esito ottenuto da don Vittorio, si potrebbe definire alla stregua di un vero e proprio gesto d’amore dell’uomo per il suo paese natale.

Durante la parentesi di parroco a Marittima, don Vittorio, a un certo punto, pensò di far realizzare una torre campanaria della chiesa matrice meno risicata e precaria di quella preesistente e, dovendosi spendere una somma non indifferente, chiese a ciascuna famiglia di partecipare con un’offerta a piacere.

Poi, per una serie di ragioni, il progetto non si potette condurre in porto, al che, il promotore, in assoluta trasparenza, non esitò a restituire ai fedeli i rispettivi contributi.

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l’insenatura Acquaviva
l’insenatura Acquaviva

Gli anni scorrevano anche per don Vittorio, gli anziani genitori Costantino e Mmimmi  se n’erano andati e, nel 1964, appena quarantenne, era mancata pure la sorella Bianca, un po’ di acciacchi incominciarono a giungere anche in capo a lui, gli toccò sottoporsi a cure e, talora, a ricoveri in ospedale: ciononostante, il suo spirito e la sua  gioviale figura si mantenevano però inalterati.

A migliore tutela della sua salute, don Vittorio, saltuariamente, prese anche a recarsi a Roma, dove si appoggiava presso la sorella Pippi e i diletti nipoti, ivi abitanti.

Proprio nella Capitale, ultima tappa della sua carriera lavorativa, lo scrivente ricevette una telefonata da parte di uno degli anzidetti nipoti: – Sai, Rocco, da un po’ di giorni abbiamo qui lo zio Vittorio, stavolta sembra combinato un po’ male, si trova ricoverato al “Sandro Pertini “ -.

Al che, divenne breve la sosta a tavola per il mio pranzo, sebbene ricorresse una grande festività.

E, giammai dimenticherò il primo pomeriggio di quella domenica soleggiata e tiepida, di corsa in macchina ad attraversare gran parte della Città Eterna per recare un saluto al mio compaesano, insolitamente, lungo il percorso, sembrava non ci fosse anima viva, sicché il viaggio si compì rapidissimo.

Raggiunto il nosocomio e il reparto indicatomi dal nipote, chiesi di essere accompagnato alla stanza del degente, ma, in quel momento, fui raggelato dallo sguardo dell’infermiere, che dapprima esitò a darmi una risposta e, poi, fece piano: “ Guardi che don Vittorio non è qui, è spirato da poche ore, le sue spoglie sono nella camera mortuaria”.

Non mi fu data la possibilità di vederlo, né di assistere, alcuni giorni dopo, alle sue esequie a Marittima.

Il calendario segnava 7 aprile 1996, Pasqua di Resurrezione.

Ciao, don Vittorio, insignito, nel 1988, del titolo onorifico di Prelato Domestico (ora, si dice Prelato d’Onore) di Sua Santità.

Quell’indimenticabile spettacolo audace nella controra

di Rocco Boccadamo

Altro che la mitica “Malizia” in celluloide, con un’avvenente Laura Antonelli intenta a sfaccendare in sommità ad una scala e un imberbe coprotagonista intensamente preso a coglierne e catturarne, dal basso verso l’alto, le intime meraviglie!

V’è una scena assai più antica, vera e reale, qui si proverà a inquadrarla e fissarla alla stregua di flash rinnovato e attuale, con interpreti in carne ed ossa e d’intensità che, senza alcun dubbio, regge appieno al confronto.

Corre l’anno 1954, si faccia il conto, da poco è stata inaugurata la sala cinematografica “Excelsior” a Marittima, circolano pellicole made in USA con la bellissima attrice e campionessa di nuoto Ester Williams, statuaria e formosa ma, al massimo dell’osé, con, indosso, costumi da bagno interi modello olimpionico e, ricordo particolare, un film italiano “Violenza sul lago”, interpretato dalla bellissima giovane attrice marchigiana Virna Lisi, purtroppo destinata, secondo quello specifico copione, ad una fine tragica.

In piena estate, temperatura caldissima, subito dopo mezzogiorno, un peperino adolescente di  13 anni o poco più, finito di pranzare con i familiari nella piccola casetta al mare, è già schizzato via, intenzionato a scansare l’obbligo del riposino pomeridiano, trasmigrando nel fondicello retrostante, fazzoletto di terra e pietrame e muretti a secco, riparandosi alla buona dai raggi solari a picco seguendo le strie d’ombra dei fronzuti rami d’un alberello.

Legge un fumetto, fra il calmo e lieve cinguettio di qualche passero assetato e il contrapposto sballo dell’esibizione di gruppi d’indefesse cicale.

Sennonché, ad un tratto, il ragazzo, attraverso l’eco del calpestio sulle foglie secche che ricoprono il terreno, percepisce dei passi, un movimento di persona, alle spalle di una casetta di pietra (caseddra) che insiste sul campetto adiacente e dove villeggia, per prendere i bagni nella vicina insenatura dell’Acquaviva, una famiglia del paese.

Acquaviva di Marittima

Quel movimento è animato da una ragazza, sui 15 o 16 anni e tuttavia già piena di forme come donna fatta, molto bella, peraltro ben conosciuta all’involontario testimone. Elisa, il suo nome.

Ella, appena risalita in casa, giustappunto, dall’Acquaviva, si è spostata in disparte allo scopo di cambiarsi, nel senso di togliersi il costume da bagno, beninteso intero, e indossare la normale biancheria intima.

Orbene, dovrebbe trattarsi di un attimo, di una sequenza fugace, e però l’azione, per il modo in cui si svolge e il pathos che contiene, è come se fosse un film intero.

Nota, infatti, l’adolescente in prima fila, che la protagonista sembra quasi voler rallentare la scena, addirittura interrompersi nella sequenza, in particolar modo allorquando la bellissima “attrice” si trova esattamente nello stato in cui è stata fatta da sua madre.

E, nello stesso tempo, lo spettatore avverte la sensazione, netta, che avendo, l’altra, colto la sua presenza, le esitazioni e il protrarsi temporale non sono propriamente casuali.

Ad ogni modo, non è arduo immaginare quali pensieri, fantasie e voli si formino, maturino e montino nella mente e nell’animo del tredicenne spettatore di cinquantasei estati fa.

Non c’è che dire un concentrato, una valanga d’emozioni che sopravvivono nitide anche nell’attuale stagione dei capelli bianchi.

Note di diario da Marittima (Le)

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Note di diario da Marittima (Le): fra “Arciana”, “Palummaru”, “Ariacorte” e “Santa Lucia!”

 

di Rocco Boccadamo

 

Verso il tramonto, con la calura un tantino attenuatasi, il nonno Rocco e il nipotino Andrea decidono di compiere una camminata a piedi per le vie di Marittima, che il piccolo non ha mai percorso.

Ovviamente, ci sono numerosi incontri con persone del posto e da me ben conosciute.

Mi piace soffermarmi sul primo, ossia quello con  G., abitante, da sempre, nell’Ariacorte, ossia il rione in cui è nato e vissuto sino a diciannove anni il ragazzo di ieri autore delle presenti righe.

Immediata e automatica la sua domanda: “Chi è questo bel bambino? Come ti chiami?”. Parimenti pronta e senza esitazione la risposta di Andrea, il quale spiega anche, alla compaesana, di essere figlio di Pierpaolo, noto a G. da quando aveva la stessa età di Andrea.

Osserva, quindi, scherzosamente, G., di non aver, al contrario, mai veduto il nonno accompagnatore nella passeggiata. Quando, nella realtà, altro che lo conosce e le è familiare, giacché hanno trascorso insieme tutta l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza, in stretto contatto.

Come per incanto, rivedere G. dà, all’osservatore di strada, adesso dai capelli scarsi e bianchi, l’estro per ricordare, vedere riaffacciarsi e ripercorrere, con gli occhi e con la mente, quasi fossero accadimenti e figure di ieri, una serie di  particolari, volti e vicende relative alla vita nel rione Ariacorte.

La casa d’abitazione di G. comprendeva, e include tuttora, pure un vano scantinato e proprio lì, laggiù, un tempo si davano appuntamento e riunivano numerosi bambini, maschi e femmine, del rione. I gruppi imbastivano o improvvisavano semplici giochi, tipici di allora, in genere di assoluta innocenza, salvo soltanto, saltuariamente, qualche sconfinamento: l’osare consisteva nella circostanza che, fra giovanissime coppie, si poneva mano, sì proprio così, a isolati contatti fisici ravvicinati, prototipi di confidenze intime, che, all’epoca, non so francamente se, adesso, siano di moda e come si chiamino, si definivano “giochi al dottore”.

E’ vero, atti non proprio innocenti, ma, ad ogni modo, privi di premeditazione e di malizia.

Il rione Ariacorte era un agglomerato circoscritto, un piccolo insieme di case e di famiglie, circa un centinaio di persone. All’interno di detta comunità, per via della semplicità degli schemi che regolavano la vita e degli stessi sentimenti e livelli di suggestione e immaginazione, accadeva di condividere in assoluto e completo unisono, ogni evento, le circostanze più disparate: nascite, battesimi, prime comunioni, cresime, fidanzamenti, matrimoni, malattie, decessi e funerali.

Ciascuno conosceva nomi e fatti di tutti gli altri, indistintamente, abbracciando insomma neonati e anziani.

 

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Intorno agli anni cinquanta dello scorso secolo, pressappoco nello stesso periodo, convolarono a nozze, o meglio si maritarono, due coppie: una, composta da mesciu P. e mescia G., entrambi artigiani, l’altra, da due contadini,  M. e V.

Passò poco e i primi coniugi anzi indicati si trovarono in attesa di un figlio, mentre i restanti non riuscivano a centrare tale obiettivo. Rammento le domande, curiose e nel contempo interessate, sull’argomento, che M. rivolgeva a mesciu P. nella bottega di quest’ultimo e, l’interpellato, pronto a rispondergli con sicurezza e disinvoltura: ”Vedi, caro cugino, non ci vuole una particolare fatica o soverchio impegno, io, in breve volgere di tempo, ce l’ho fatta, per altro senza la necessità di “salire ogni giorno in palazzo”. “Perciò, non ti scoraggiare, certamente ci arriverai pure tu”.

A onor del vero, la coppia dei “mesci”, di figli, ne ha poi  procreato non uno bensì tre, invece l’altra è rimasta senza.

Nell’Ariacorte, giusto di fronte alla casa natia dello scrivente, esisteva ed esiste una bella abitazione, con giardino dotato di pozzo d’acqua sorgiva, in cui, attualmente, viene di tanto in tanto a dimorare un giornalista del Nord, il quale, ormai da un pezzo, ha rilevato l’immobile dagli eredi dei legittimi proprietari di quando io ero bambino, cari amici nonché compari dei miei genitori.

Della famiglia allora dirimpettaia, faceva parte anche M. R., quasi mia coetanea e con la quale, da adolescente, ho trascorso una parentesi confidenziale maggiormente avanzata rispetto ai “giochi al dottore” rievocati prima. Beninteso, niente di trascendentale, si parla di epoca lontana, assolutamente diversa su tutti i fronti, inclusi i canoni di svolgimento dei rapporti sentimentali fra ragazzi e anche fra giovani

Accadde che, durante un pomeriggio, avendo captato che nella casa dei vicini c’era unicamente M. R., oltre al vecchio nonno cieco e giacente su un letto, nel mentre i genitori si trovavano fuori per lavoro, pensai bene di intrufolarmi fra le pareti domestiche dell’amica, dove la favorevole situazione m’incoraggiò a passare, in un baleno, ad approcci concreti: baci, abbracci, carezze, strette,  e altre iniziative e azioni similari. Un insieme di effusioni, che, nel silenzio assoluto dell’ambiente, finì col produrre piccoli vocii e rumori, avvertiti, ahinoi, dal vecchio nonno allettato e non vedente, e, come effetto, per voce dell’uomo, si susseguirono alcune grida domande e invocazioni, in questi termini: “M.R., che sta succedendo, cosa fai?” e poi ancora, ripetute invocazioni “Santa Lucia!”, “Santa Lucia!”

Nonostante le interferenze reattive del nonno, mi trattenni lì e mi diedi da fare nel migliore dei modi per una decina di minuti.

Purtroppo, l’accaduto, ancorché senza che potesse essere accompagnato da precise immagini, finì con l’essere spiattellato dall’anziano alla madre di M.R., immediatamente, non appena ella fece ritorno a casa. Ovviamente, la donna non impiegò molto a capire tutto, anche inquisendo la ragazza, invano giustificante l’episodio con il fatto che io ero semplicemente entrato in casa loro, come in precedenti occasioni, esclusivamente per attingere e bere un sorso d’acqua fresca del loro pozzo.

Sta di fatto che, a distanza di pochissimo tempo, ricordo che stava sopravvenendo il buio, il giovanissimo dongiovanni s’imbatté nella genitrice di M.R., la quale, senza perdere un istante, lo investì con una reprimenda chiara e inequivocabile: “ Come, con la scusa dell’acqua fresca, te friculi (ti strusci) con la figlia mia?” E a seguire: “Vattene via, brutto scostumato, ma non finirà qui!”.

Detto fatto, il trasgressore se la squagliò in un baleno.

Correvano stagioni differenti anche per ciò che attiene ai rapporti interpersonali tra famiglie. La brutta “partaccia” da me consumata, si portò appresso qualche segno nel senso di freddezza e di minore assiduità nel dialogo tra vicini, amici e compari, per la precisione non successe del tutto così con riferimento a M.R.; ad ogni modo, dopo alcuni anni, le tracce e i postumi dell’episodio si cancellarono e dissolsero.

 

°   °   °

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Ritornando alla passeggiata a piedi con Andrea, ho condotto il piccolo sino all’inizio della Via Vecchia per Andrano, con sosta all’altezza della “Arciana”, terreno una volta di proprietà dell’arciprete vecchio di Marittima.

Tale fondo è stato storicamente caratterizzato da un filare di altissimi e centenari pini, proprio lungo la strada che porta al vicino centro abitato di cui sopra e da una torre colombaia. Sfortunatamente, un paio d’anni fa, le piante sono state purtroppo vittime di una violenta tromba d’aria proveniente dal mare, che le ha divelte come fuscelli e abbattute pressoché totalmente, ne è   rimasta in piedi appena una.

La torre colombaia è invece rimasta indenne e si presenta quasi così com’era cinquant’anni o un secolo addietro.

E’ mutato solamente il numero degli “abitanti”, nel senso che, ora, si scorgono sui cornicioni e all’interno del manufatto sì o no una decina di colombi, mentre, quando ero bambino, gli ospiti si contavano nell’ordine di qualche centinaio. Addirittura, il loro tubare, per approssimazione  “guu”, guu”, “guu”, attivava un vero e proprio concerto, con notevole risonanza acustica, che noi ragazzini avvertivamo a distanza, ci sembrava che i volatili  dicessero “Gesù”, “Gesù”, “Gesù”, provavamo un certo spavento ed eravamo eccitati e esitanti ad avvicinarci alla “Arciana”, soprattutto da soli.

Ad Andrea, ho illustrato gli aspetti salienti intorno alla “Arciana”, vuoi riguardo agli storici pini e alla tromba d’aria, vuoi a proposito della torre colombaia; quanto, in particolare, a quest’ultima, gli ho riferito che, in dialetto salentino e marittimese, colombo si dice palummu e di conseguenza la torre colombaia è detta semplicemente palummaru. Gli ho, da ultimo, spiegato che, in epoche passate, la carne di colombo era considerata di particolare pregio e in special modo leggera, così che, in occasione di una nascita, nel paese non v’era famiglia, anche fra le poverissime, che non si adoperasse per acquistare un esemplare di colombo, con cui preparare, immancabilmente, un tazzone di brodo fumante e una pietanza di carne delicata a beneficio della neo mamma.

 

Ultimissime dalla “Pastorizza” di Marittima (Lecce)

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di Rocco Boccadamo

 

 

Fra incontri, caldo afoso e un temporale, da ieri a oggi, è successo quasi tutto.

Da notare che qui, almeno sino ad adesso, questo luglio si va comportando alla grande in fatto di temperatura e di condizioni del mare, insomma è un bel cuore d’estate.

Ieri pomeriggio, a ridosso del tramonto, ho dedicato un paio d’ore a somministrare un po’ d’acqua ai giovani ulivi della “Marina ‘u tinente”, che m’erano sembrati in leggera sofferenza; un’operazione, che sono solito ripetere tre/quattro volte nell’arco della stagione estiva, sperando, in tal modo, sia di apportare un piccolo contributo al naturale sviluppo delle piante, sia di agevolare il mantenimento, sui rami, dei minuscoli frutti già formatisi e ottenerne lo sviluppo nel periodo canonico, ossia fra settembre e ottobre, in vista e a vantaggio della successiva raccolta.

Mentre l’acqua si andava depositando ai piedi delle piante, spettacolo nello spettacolo, ho scorto, in diversi posti e a più riprese, il timido affacciarsi e avvicinarsi, al liquido, da parte di minuscole lucertole, evidentemente assetate. Una scena tenera il vederle intingere il musetto nell’acqua a terra sotto gli ulivi e, in pari tempo, la soddisfazione interiore di arrecare un’utilità anche ad animaletti che popolano le nostre campagne.

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Sulla via del ritorno, mi sono fermato davanti all’uscio di Gina, mia coetanea classe 1941 e perciò antica compagna di scuola.

Non è sposata, la predetta amica, e, dopo decenni trascorsi nella sua casa natia, prodigandosi, specialmente da ultimo, nell’assistenza ai genitori, adesso vive da sola fra quelle pareti, mentre una sorella e un fratello hanno le rispettive famiglie.

Trovasi intenta a ricamare su una stoffetta, Gina, al che mi viene spontaneo di chiederle a chi mai fosse destinato quel prezioso manufatto, tovaglia o asciugamani o non so che altro. Forse a una giovane nipote?

Mi stupisce, invece, la donna, con questa frase: “Vedi, Rocco, ora che finisco di ricamare questa roba, mi devo sposare”.

Un’affermazione, espressa con naturalezza pari ad altrettanta sicurezza, al punto da far esplodere una spontanea, sonora risata, sia da parte sua, che da parte mia.

Il padre di Gina si chiamava Fiore, l’unico, in paese, con quel nome, di mestiere faceva, insieme, il contadino e il pescatore.

La sua figura si affacciava spesso, specialmente in primavera, la domenica mattina nella piazza della chiesa, dove egli esponeva una grossa “panara” piena di ricci di mare, unitamente  a una cassetta di compensato ricolma di polpi ancora vivi e che, con i loro tentacoli, andavano oltre le pareti del contenitore, sfiorando il pavimento stradale.

I compaesani, o prima o dopo la Messa, si avvicinavano a Fiore, acquistando qualcosa da utilizzarsi come arricchimento del pasto festivo e l’uomo, a sua volta, racimolava poveri spiccioli a integrazione del bilancio familiare.

Soprattutto, anche a distanza di più di un cinquantennio, sono sempre rimasto in qualche modo legato a Gina, per il ricordo di un doloroso evento verificatosi in seno alla sua famiglia nei primi anni ‘60 del secolo scorso, ossia a dire la scomparsa, per una grave malattia, di un suo fratello, di pochi anni più grande rispetto a noi, e quindi andatosene giovanissimo. Durante le ultime due sue estati, ricordo che gli fui materialmente vicino nella sofferenza: e dire che Mario, forte, sveglio e vivace, aveva per tanto tempo aiutato il genitore sulla barca, anche lui pescando polpi e ricci di mare.

Ciao, Mario!

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Nel sud, perciò anche nel Salento, perciò pure a Marittima, essere compare di qualcuno non è una condizione qualsiasi, bensì un legale importante, stretto e solido, quasi alla stregua di una parentela o di un vincolo familiare. Tenendo a battesimo un pargolo o facendo da padrino alla cresima di un ragazzo, si conquista il ruolo di compare, non solamente nei confronti del piccolo o del ragazzino, non unicamente nei confronti dei suoi genitori e nonni, ma anche riguardo a tutta la parentela allargata, ovvero fratelli, cognati, cugini;  inoltre, la condizione di compare si mantiene anche di là delle generazioni, insomma a vita.

Chi scrive, fra battezzandi e cresimandi, ha eseguito il compito di compare una quindicina di volte; non so se, sempre, meritatamente, sta di fatto che numerose famiglie del paese mi sceglievano, forse sarà stato a motivo che ero svelto, andavo bene a scuola, ho trovato un impiego a soli diciannove anni, oppure la gente mi chiamava per rispetto e omaggio nei confronti dei miei genitori, invero ben voluti da tutta la comunità.

A comprova del segno e del significato che si porta con sé nel tempo il ruolo di compare, mi piace dar conto di un minuscolo quanto indicativo episodio appena occorso nella natia Marittima.

La mia figliola, che vive abitualmente in Germania, portatasi nel bar del paese insieme con la sua piccoletta per acquistare un ghiacciolo richiesto dalla bimba, si è subito accorta che un anziano signore la osservava, insieme con la sua bambina, discretamente ma intensamente. Non conosceva per nulla l’uomo, mia figlia, mentre l’altro, evidentemente si era reso conto, che lei era mia figlia, la figlia di compare Rocco, memore che quest’ultimo, a suo tempo, circa cinquantacinque anni addietro, era stato il  padrino di battesimo di uno dei propri figli.

Sta di fatto che compare Vitale ‘u cuzzune, questo il nome dell’uomo, si è avvicinato a mia figlia, dichiarandole che era suo vivo desiderio, in certo qual modo un bisogno irrinunciabile, far dono di qualcosa alla bionda frugoletta, nipotina del compare Rocco: un gelato, una caramella, una brioche, purché fosse qualcosa e così dalle parole è passato ai fatti.

Una bella scena al bar del paesello, riferitami, con piacere frammisto a stupore, la sera, a cena, da mia figlia.

Ieri, intorno al crepuscolo, sovrastava, in alto, un cielo d’incanto, punteggiato, per di più, dalla falce sottile della luna al suo primo affaccio, l’immagine del satellite che più amo e mi fa pensare. Mi sono soffermato per un bel pezzo ad ammirare e a godermi tanta meraviglia.

Oggi, gran caldo, a mezzogiorno si sfioravano i trentatré – trentaquattro gradi, sennonché, in breve volgere di tempo, nella prima parte del pomeriggio, la scena è uscita completamente sconvolta, le nubi, in un baleno, hanno annerito il cielo, si sono scatenati lampi e tuoni ed è venuto giù un violento acquazzone. L’insieme si è protratto per un ora abbondante, con conseguente forzato riposo  a beneficio del computer, dello smart phone e di ogni altro apparato elettronico.

Poi, improvvisamente, grazie alle bizzarrie o risorse della natura, il cielo si è nuovamente rischiarato, il sole è ritornato a splendere, l’esercito delle cicale ha ripreso a frinire sui rami.

Suggestiva l’immagine dei tronchi e delle grandi chiome dei pini attornianti la mia villetta al mare, contemporaneamente gocciolanti pioggia e accarezzati dal sole.

 

Fra pini e scrittura

di Rocco Boccadamo

Ritorno alla penna, dopo una parentesi di forzata rinuncia correlata ad attività agricole.

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Si accennava, nelle ultime note, ad un’operazione di sfoltimento o potatura o rimonda nella pineta della villetta al mare, intervento reso possibile mercé il ricorso a un trattore corredato di cestello montante in alto, così da consentire all’operatore di raggiungere i rami maggiormente elevati degli alberi.

Immediato il primo positivo effetto, ovvero più aria e più cielo; sennonché, restava da sbrigare un altrettanto impegnativo compito, anzi assai più lungo, richiedente addirittura una quindicina di giorni, cioè a dire la raccolta di rami,  ramaglie e fronde venuti giù e finiti a tappezzare, per strati imponenti, l’intero terreno del giardino.

Con una scelta coraggiosa, quasi temeraria in rapporto all’età, alle abitudini e allo stesso vigore fisico, il ragazzo di ieri scrivente, vero e proprio eremita della “Pastorizza”, non solo d’estate ma anche in altre stagioni, ha preso la decisione di occuparsi della fase due, raccolta e incenerimento delle ramaglie, da solo, in economia.

Non una roba da scherzo, l’impegno ha comportato anche sei/sette ore di attività al giorno, con inizio alle sei e, spesso, dopo una veloce colazione, con continuazione nel pomeriggio.

L’esperienza, unica e inedita, pesante il lavoro, da far sudare fuori e dentro, è stata accompagnata in prevalenza da temperature miti, bel tempo, tranne un paio di giorni di scirocco. In una mezza mattinata, è caduta una leggera pioggerellina, peraltro neppure sufficiente a sopprimere la fiamma del grande falò acceso e riacceso quotidianamente nel punto meno piantumato del giardino.

Un impegno in concentrazione e solitudine, unica compagnia, si è rivelata una fortuna l’averla cercata e mantenuta, la sintonizzazione, mediante radiolina, su un’emittente privata a diffusione nazionale, l’ammiraglia come è chiamata da parte dei suoi addetti ai lavori.

Notizie e musiche, incalzanti, intervallate naturalmente da spazi pubblicitari anch’essi ripetuti e incalzanti, un intero palinsesto a coinvolgere l’ascoltatore.

Mentre, a forza di braccia, gambe, mani appena protette da guanti, si provvedeva a rastrellare e trascinare porzioni d’albero pesanti, a raccogliere pigne e aghi e poi a trasportare detto materiale, che sembrava non si esaurisse mai, con una carriola o mediante un grosso contenitore in plastica portato a spalla, verso la “pira”, il mucchio di fuoco.

Nessuna distrazione, neppure il caffè di metà mattinata, l’obiettivo era, esclusivamente, di smaltire al più presto quel notevole lavoro, impresa affatto semplice.

In sottofondo, le uniche voci che arrivavano agli orecchi, provenivano dal mare non lontano, sottoforma del bum bum bum del motore di qualche barca da  pesca; in più, saltuariamente, i passi di giovani donne intente a fare footing,  poche le autovetture di passaggio.

Decisamente lasciati in secondo piano rispetto all’adempimento da compiere, gli avvenimenti del periodo, nei paesi contermini, incentrati su feste patronali, luminarie, processioni, fuochi d’artificio, bande musicali.

Insomma, lì, alla Pastorizza, c’era da lavorare, solo da lavorare, il che era più importante di tutto.

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Sullo strato di terriccio sottostante ai pini, man mano ripulito a forza di rastrello, si andava a realizzare un habitat ideale, una sorta di tappeto sognato, a beneficio delle gazze, panciute e solide, che spesso arrivavano ad appoggiarvisi a gruppi, dando, talvolta, l’impressione di giocare fra loro in volteggi e avvicinamenti amorosi; contemporaneamente, isolati proprio alla sommità dei pini, facevano capolino esemplari di tortore, meno spavalde rispetto alle gazze.

Nel frattempo, l’operatore con i capelli grigi e rari, non faceva altro che faticare, sudare e ancora sudare, al contraccolpo meramente fisico s’aggiungeva un’altra azione quasi che espellesse dall’interno umori acidi e sensazioni rugginose; il bisogno di bere si manifestava in maniera e a ritmo maggiormente accentuato del solito, quasi a cercare di rigenerarsi con linfa nuova, avanti e indietro dalla fontanella del giardino per rinfrescarsi sotto il rubinetto non solo le mani, ma anche il viso, un po’ come attingere a sorgenti alpine rigeneranti.

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In un pomeriggio, inaspettatamente, accanto alla scena del nonno contadino, interviene e s’aggiunge una presenza, s’accosta all’inferriata fermandosi proprio davanti al cancello una compaesana, signora di mezza età, tra gli ottanta e i novanta e tuttavia ancora solida, una figura tipica nella piccola comunità di Marittima.

Chi scrive, la ricorda sin da quando era una ragazza, non aveva ancora il fidanzato, che poi trovò in un bravo giovane di un paese nei paraggi, con il quale si sposò e mise su famiglia.

Anita è stata sempre una donna vistosa, a modo suo piacente, di carattere estroverso e allegro, non v’era canzone in dialetto che elle non conoscesse e interpretasse durante il lavoro o quando si trovava in compagnia, in ciò aiutandosi anche grazie alla sua bella voce.

Si ferma, Anita, e, scorgendomi indaffarato, mi chiede se stia “dando aria agli alberi”.

Dopo di che, mi fa notare come quel posto fosse a lei familiarissimo sin dalla tenera età, era un podere che, in tempi lontani, i suoi genitori conducevano in mezzadria dal proprietario, in un punto del fondo insisteva non una vera e propria casetta di campagna, bensì una specie di grotta, dove si dormiva, fra mosche, zanzare e lucertole, dice Anita, anche se si era stanchi, si faceva     fatica a prendere sonno in siffatto habitat e in simili condizioni. Ma, alla fine, gli occhi si serravano.

Aggiunge Anita, che la “Pastorizza” era una sorta di base d’appoggio per le attività agricole della sua famiglia, anche perché poco distante dal centro abitato.

Da lì, all’alba, con genitori e fratelli, ella partiva per una scarpinata di quattro cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino  a un altro terreno, in zona Mito, agro di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico, che davano un abbondante raccolto.

Addirittura, si riempivano panare, panari e panareddri di prodotto; quindi, nuovamente per quattro cinque chilometri, la piccola Anita con un contenitore rapportato alla sua età, si faceva ritorno alla Pastorizza, dove, sullo spiazzo antistante al precario “bracchio” – dormitorio, via a spaccare i fichi e a porli ad essiccare su stuoie di canne intrecciate.

Tanta fatica, anche per una bambina, del resto, allora, in ogni età, le fatiche erano elevate.

Una vita dura, insomma, una vita dura che, però aveva aspetti belli, ricordati con commozione e nostalgia ancora oggi, in tempi di agi e comodità. Precisa, Anita, che era un’esistenza vera quella lì, soprattutto ci si rispettava gli uni con gli altri, ci si trattava da fratelli. Un mondo semplice, non facile, ma, in fondo, decisamente più leggero di quello tortuoso, tumultuoso, imbrogliato e intricato d’oggi.

°   °   °

Ora, il tramonto ormai prossimo, il giardino è completamente rimesso a lustro, il falò si è esaurito e spento, è rimasto appena un cumulo di cenere che alcuni miei amici mi hanno chiesto di poter prelevare, allo scopo di spargerlo su terreni di loro proprietà, a mo’ di concime.

Gli esemplari dei pini sembrano essere contenti per come si presentano adesso, hanno più opportunità di rivolgersi in alto verso la distesa azzurra e di giocare a nascondino con i refoli del vento.

Insomma, la Pastorizza è pronta ad accogliere, con l’abito di festa, non solo l’Eremita titolare, ma anche i suoi figli e, soprattutto, i cinque carissimi nipotini.

 

 

 

Dal Salento, echi d’attualità e petali senza tempo

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di Rocco Boccadamo

 

C’era una volta Aldo Moro, lo statista pugliese che finì miseramente i suoi giorni assassinato dalle Brigate Rosse.

Nessun giudizio sul suo ruolo e sulla sua figura di politico, ma solamente il ricordo di un uomo mite, il quale pareva portasse, nello sguardo, la mollezza dello scirocco del sud, un uomo dalla mente comunque illuminata e, sovente, innovativa e lungimirante.

Chi scrive, da giovane, ebbe modo, in compagnia del proprio padre, di vederlo personalmente, in un pomeriggio estivo, in un paese del Salento, dove Moro era stato invitato per l’inaugurazione di un museo, opera di pubblica fruibilità sorta all’interno di un parco già appartenuto a una famiglia del posto.

Nonostante l’altissimo incarico ricoperto, il personaggio si presentava quasi impaurito, sballottato qua e  là in mezzo a una folla notevole, guidato esclusivamente dalle braccia degli agenti che gli stavano intorno e lo proteggevano.

Di lui, tutti, amici e avversari, lodavano e ammiravano la compostezza del tratto, civilissimo e raffinato, mai una parola a voce alta.

Qualcuno che lo conosceva bene ha voluto sottolineare come, nei momenti di maggiore tensione dialettica con avversari o gente che non la pensava come lui, di fronte anche a feroci invettive o accuse o contestazioni irrispettose e sonanti, il massimo della sua reazione fosse la frase: ”Senta, per piacere, si sforzi di non essere ineducato”.

Così Moro e, al momento, nell’ambito della realtà attuale, non può non venire alla mente la figura del fondatore e leader del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, ad onor del vero nient’affatto caso isolato, ma appena la punta di un iceberg, tanti e numerosi essendo i protagonisti o comprimari della scena politica che, più o meno, gli assomigliano.

Un personaggio, che, pure a voler considerare il cambiamento dei tempi, è completamente l’opposto di quello ricordato prima: difatti, Grillo, già bravissimo comico, apprezzato sul palcoscenico, da quando ha preso a occuparsi di politica e fondato un suo movimento, si fa più che altro notare e si distingue per la coloritura – un eufemismo – del suo linguaggio.

Cioè a dire, egli, non riesce a metter giù una frase, una riflessione, praticamente, tra una parola e l’altra, cade immancabilmente, forse volutamente, in volgarità, insulti, accezioni da turpiloquio.

Anche qui, nessun parere riguardo, invece, alle sue idee, avranno magari validità e buon motivo affinché egli cerchi di proclamarle ed imporle, ma non si può non mettere in  risalto quanto sia scivolato giù il linguaggio, il modo di parlare.

A questo punto, anzi, sorge un dubbio. Come è noto, sono anni che, sul versante finanziario e precisamente riguardo agli interessi da pagarsi a fronte del nostro debito pubblico, si parla del benedetto spread: orbene, siamo davvero sicuri che, nei giudizi che, gli operatori internazionali e gli stessi governanti degli altri Paesi, si fanno della nostra realtà, con il correlato effetto, in taluni periodi, dell’ascesa sino a termini preoccupanti di detto differenziale e del conseguente onere che viene a ricadere sulle casse dello Stato, non abbia a incidere, insieme a fattori di differente genere, pure la caratteristica, propria di casa nostra, basata su accuse, insulti, contestazioni ad ogni piè sospinto dell’uno contro l’altro, esattamente l’opposto, cioè,  di un clima di unità e di collaborazione che accomuni  i vari schieramenti per costruire qualcosa di buono, per cercare di fare fronte unito e risolvere  o per lo meno attenuare i problemi, così da assicurare  un futuro meno precario e pesante rispetto alla delicata situazione che, ahinoi, ci affanna da lunga pezza?

E’ un dubbio, un serio dubbio, mi piacerebbe sentire il pensiero di altri.

***

La piccola pineta che circonda la villetta del mare, chiaramente cresciuta e infoltitasi nell’arco di decenni, era divenuta eccessivamente fitta e, con le chiome verdi, si intrecciavano rami rinsecchiti, a volte senza soluzione di continuità tra una pianta e l’altra. Indispensabile, per ciò, una radicale potatura o rimonda come si dice da queste parti con riferimento  agli uliveti.

Non è stato facile il compito, ma, almeno nella fase che ha richiesto un cestello di lavoro su una gru, montante in alto, se non proprio sino alla cima delle piante, è stato compiuto. Ora, resta l’altrettanto grande lavoro di ripulitura del terreno, con rimozione delle montagne di rami venuti o meglio tirati giù, salvando soltanto una scorta di ciocchi da utilizzarsi per grigliate all’aperto.

E’ cambiato l’aspetto della pineta, adesso, i componenti della famiglia, compresi i nipotini, saranno soggetti ad una minore frescura, però, avranno più luce e cielo azzurro.

Durante le operazioni di sfoltimento, stando proprio a ridosso, sotto agli alberi, si sono notati, sulle cime più alte, alcuni grandi nidi, realizzati da volatili, tipici di questa zona, della grande famiglia delle gazze o cornacchie, contraddistinti  da un misto di piume bianche e piume nere, in dialetto, sono chiamati, questi uccelli, picalò e la presenza di  detti nidi ha fatto ricordare che medesimi alati seguitano a prolificare, per loro non esistono ancora le pianificazioni  familiari tipiche degli umani, né controlli delle nascite.

Nello stesso tempo, però, anche detti abitatori dell’aria, danno l’impressione di risentire in qualche modo della nostra crisi, essendosi ridotti, almeno così è per le picalò del mio giardino, ad appostarsi, a montare la guardia alla ciotola del mio fedele amico certosino, approfittando di ogni attimo di sua assenza, ma talvolta arrivando addirittura a intimorirlo e a farlo allontanare, per piombarsi sul suo cibo o i suoi avanzi, di cui fanno man bassa in pochi secondi.

E il micio dà palese segnalazione di queste intrusioni, se ne lagna attraverso mesti miagolii, se non che, sinceramente, rispetto alla concorrenza che viene dall’alto, ci sono pochi rimedi.

Della pineta, svettanti a fianco delle colonne del portone principale, fanno parte anche due bellissime piante, pini speciali, dalla grande chioma ombrelliforme, che producono le cosiddette pigne, al cui interno si formano ulteriori frutti, detti pinoli.

Ora, succede che da qualche anno le pigne scarseggiano come numero e per di più, sovente, dentro, si presentano vuote. Al contrario, prima, era tutt’altra cosa, cioè a dire, si trovavano autentici piccoli tesori di pinoli all’interno delle pigne e quando le stesse, alla fine dell’estate, si dischiudevano dopo il grande caldo, i piccoli frutti fuoruscivano a ricoprire letteralmente il terreno sottostante, tanto che, era sistematico, un’abitudine consolidata, per il padrone di casa, i suoi figli e i primi nipotini, soffermarsi nella zona sottostante alle due monumentali piante per cercare e raccogliere i pinoli celati sotto gli aghi delle medesime piante e/o delle erbe presenti sull’humus.

C’era, accanto, il muretto delimitante la proprietà del vicino, utilizzato come punto d’appoggio e lì, dopo la raccolta di qualche manciata di pinoli, via al vezzo, con l’aiuto di un sasso o piccola pietra, di schiacciare i pinoli e gustarne il contenuto, ambito particolarmente dai piccoli.

Adesso, dopo il taglio di molti rami secchi dei pini in questione, la speranza è che le pigne ritornino a nascere copiose e, soprattutto, con molti pinoli racchiusi all’interno.

Così, almeno, nelle parole dell’amico agricoltore che ha effettuato la potatura o rimonda.

°°°°

Sabato 13 aprile sarà la giornata di Silvio Berlusconi a Bari.

Si apprende, dai giornali e dai notiziari regionali, che ben 800 pullman condurranno nel capoluogo svariate decine di migliaia di sostenitori, della regione e di altre aree contermini, onde accogliere e sostenere il loro leader.

Si ha anche notizia di una cena con Berlusconi, organizzata per l’occasione in una dimora signorile della città, a cui si prevede che parteciperanno non meno di 400 sostenitori d’elite: in contropartita, sarà richiesto di versare un contributo di 1000 euro pro capite.

Una prima osservazione al riguardo, è la seguente: magari si instaurasse, non solamente sabato 13 ma tutti i giorni lavoratori, un esercito di pullman così corposo, che conducesse a nuovi posti di lavoro altrettante schiere di pugliesi.

Ma, a prescindere da questa riflessione utopistica, l’occasione della cena da 1000 euro si presenta bella, anzi ghiotta, per cercare di sfatare, finalmente, un odioso, anche se probabilmente realistico, luogo comune secondo cui, coloro che più hanno, che guadagnano di più, pagano meno, pagano di meno le tasse.

Una volta tanto, in blocco nel chiuso di una sala, potrebbe essere dato di sfatare tale supposizione o ipotesi, nel senso che un adeguato pool di agenti della Guardia di Finanza e di funzionari dell’Agenzia delle Entrate, accedendo, pur senza invito, nel sito conviviale, possa avere la sorpresa di verificare che tutti i commensali, nessuno escluso, sono a posto con il pagamento delle tasse e dei tributi dovuti, sino all’ultimo centesimo.

Perché non realizzare una sorpresa del genere?

°°°

Alla periferia del paesello di Andrano (Lecce), giusto dove si arriva dalla Via Vecchia per Marittima, abita Concettina, da ragazza soprannomina ‘u tatameu  (in italiano, del padre mio), oggi veleggiante fra i settantacinque e gli ottanta, nata e inizialmente vissuta a Marittima, nel rione Campurra , proprio di fronte al monumento ai caduti e alla bottega artigiana di Mesciu Biasi (maestro Biagio).

Concettina, madre rimasta vedova e di mestiere fornaia e un fratello leggermente grande, si è sempre distinta per la bassa statura, il fisico un po’ robusto e, specialmente, per il colore scurissimo della carnagione.

A un certo punto, intorno a vent’anni d’età, mentre aveva per zitu un giovanotto di Andrano, restò gravida. Dopo il primo impatto di stupore, sconcerto e sconforto dei familiari, in linea del resto con la mentalità dell’epoca, passò la gravidanza insieme con la mamma e il fratello e lì, in casa, arrivò anche il momento del parto, evento da svolgersi, secondo la rigorosa ed esclusiva tradizione di allora, nel letto grande.

Rammenta, chi scrive, ragazzino spesso presente, la sera, con gli amici in zona Campurra, i lamenti, quando non vere e proprie urla, di Concettina, alle prese con le doglie del parto, al che la saggia e brava genitrice reagiva, replicava con modi più o meno convincenti: “Meh, figlia mia, cerca di darti pace, non l’hai voluto tu, non t’è piaciuto fare ciò che hai fatto, ora abbi un po’ pazienza!”

Tutto, per fortuna, procedette benissimo, felicemente, dopo un po’ Concettina andò sposa e si trasferì, appunto, ad Andrano.

Ogni volta che la intravedo sull’uscio o nel cortile della casa nuziale, mi tocca riconoscere che, nella suggestione del ragazzo di ieri, la donna non ha mai cessato di essere un tassello dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse nella comune Marittima.

***

Non molto distante da Andrano, sorge Tricase, un luogo, una cittadina, che per una particolare circostanza, m’induce a compiere un notevole passo a ritroso nel tempo.

Erano tricasini, Vito Alfarano e Toto Baglivo, compagni alle Superiori, a Maglie, sempre insieme, parevano una specie di Santi Medici de Capo di Leuca, uno altissimo, l’altro tarchiato, compivano uniti anche il tragitto Tricase – Maglie con i treni delle Sud Est; fumatori come si può essere da giovani squattrinati, s’arrangiavano in senso buono, non avevano soverchia voglia di studiare. Mitico il particolare che Vito Alfarano serbasse nel portamonete, quasi permanentemente vuoto, un foglietto a righe con la minuta del tema “La mia mamma “ assegnatogli e svolto all’Elementari, tema che, per aiutarsi, non mancava neppure una volta di copiare nei componimenti, su qualsivoglia argomento, chiamato ad espletare prima alle Medie e poi alle Superiori, fra le immancabili risate dei professori di lettere che s’accorgevano puntualmente dell’indebito copia e incolla e di noi compagni.

Quanto a Totò Baglivo, che eravamo soliti sfottere per celia ogni qual volta era rimandato a settembre, insinuando che, per pagarsi le ripetizioni private, era costretto sistematicamente a vendersi una mucca, egli acquistava grossi quaderni, in modo da potersene servire per un certo arco di tempo, ma succedeva sempre che l’amico Vito se ne appropriasse a colpi di pagine, per evitare di comprarne a sua volta e di tasca sua, sicché i grossi quaderni di Baglivo divenivano dopo un po’ sottili e miseri, con le conseguenti  imprecazioni del legittimo proprietario danneggiato.

Tuttavia, guai a parlare male dell’uno o dell’altro, si trattava di una coppia ultra affiatata, meglio di due fratelli, Alfarano e Baglivo. Temporaneamente, anch’io mi determinai a fare il pendolare sui treni delle SudEst e, alla notizia della decisione in tal senso, i predetti non esitarono a diffidarmi dall’acquistare il relativo abbonamento, come sarebbe stato logico e doveroso fare, dicendo che avrei viaggiato sotto la loro tutela e protezione, giacché vantavano conoscenza e amicizia con tutti i controllori delle Sud est. Non senza aggiungere, di fronte alle mie eccezioni e resistenze, che mi sarei dovuto far dare regolarmente dai miei genitori il corrispettivo per l’acquisto dell’abbonamento, che, però, avrei destinato “al fumo”, cioè all’acquisto di sigarette per me e per loro due.

Così accadde, praticamente, da aprile a tutto giugno, viaggiai sempre imboscato e privo di documento, con gli amici che, da lontano, facevano segno e davano voce al controllore che stava per arrivare: “Guarda che “quello” viaggia con noi!”.

Terminata la scuola e conseguito il diploma, Totò Baglivo riuscì ad occupare il posto di ragioniere al Comune di Tricase, una volta andai a trovarlo e prendemmo il caffè insieme, fu la sola e unica occasione di un contatto, giacché, il poveretto, fu, ancora quarantenne, vittima di un’incredibile disgrazia: recandosi in auto da Tricase al Porto di Tricase, si fermò nelle vicinanze di un incidente che s’era verificato un attimo prima su quella strada e, mentre era lì in piedi, finì tragicamente falciato da un’auto sopraggiunta a forte velocità.

La notizia dell’episodio, appresa a distanza di tempo, mi colpì molto, ma l’unico gesto che riuscii dopo a compiere fu di chiamare al telefono l’abitazione dell’antico amico, parlando con il figlio, universitario alla “Bocconi” di Milano. Invece, di Vito Alfarano, non ho mai saputo alcunché, salvo che fosse entrato a lavorare alle Poste, con impiego in una regione lontana, in Alta Italia, ma a parte ciò, non l’ho più visto né sentito.

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In questo pomeriggio, Castro (Lecce) è davvero un paradiso, mare azzurrissimo, accarezzato da un vento non eccessivo proveniente da tramontana, il sole è tiepido e si prova un assoluto, eccezionale piacere a sorbire il caffè e sostare brevemente ad un tavolino dello Speran Bar.

Il prossimo maggio, inizieranno i lavori di ricostruzione della piazzetta dopo oltre quattro anni dal disastroso crollo, che, per pura fortuna, non provocò vittime, creando, però, uno squarcio nel cuore, nel vero e proprio cuore della località.

Finalmente, una ferita, una brutta ferita si rimarginerà: l’augurio è che la Piazzetta ritorni, se non proprio autentica come un tempo, bella al pari di prima, e ciò per la gioia e il godimento delle centinaia di migliaia, se non milioni di persone di tutta l‘Italia e dell’estero, innamorate della Perla del Salento.

 

Nel novero dei bei ricordi: c’era una volta la “Campurra”

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Marittima e il tuo territorio visti con Google Maps

di Rocco Boccadamo

 

Adesso e, per la verità, ormai da lunga pezza, il luogo è contraddistinto da una moderna targa toponomastica recitante “Piazza Vittoria”, strumento segnaletico di cui, peraltro, i paesani nativi neppure si accorgono e che, quindi, si pone a svolgere un ruolo di denominazione e indirizzo, esclusivamente a beneficio dei turisti di passaggio e dei villeggianti estivi.

Giacché, invece, un altro, completamente diverso, è, da giorni lontani, l’appellativo del sito in questione, vale a dire “Campurra” o, volendo ampliare il dettaglio di battesimo, “Largo Campurra”.

Per completezza di riferimento, si sta parlando, in certo qual modo, dell’anima di un paesello, del cuore ideale di Marittima (LE), organo alloggiato, di fatto, fra la piazza storica contermine alla parrocchiale di S. Vitale, in gergo dialettale “chiazza”, e, giustappunto, la “Campurra”.

A parte l’aggiornamento nell’intitolazione, lungo i solchi del tempo, è intervenuta, per gradi, una radicale metamorfosi anche nella fisionomia materiale dell’area di che trattasi, nonché nell’abbecedario di volti, usi, fatti e suoni, radicati, viventi e promananti lì e d’intorno.

Ieri, in senso lato ed esteso, vi insisteva, primariamente, una chiesa, non aperta ordinariamente al culto e, però, cara ai marittimesi, nota come cappella di S. Giuseppe, a motivo della sua espressa dedicazione dal punto di vista sacro, oltre che della presenza, all’interno, di un simulacro del Santo Patriarca, realizzato da esperte mani artigiane nella caratteristica cartapesta leccese.

Le alte pareti dell’edificio recavano, qua e là, all’esterno, una serie di fenditure o fessure, negli obsoleti intonaci, prescelte a dimora di famiglie di rondinelle, nella stagione del loro ricorrente immigrare e, particolare rimasto maggiormente impresso, a punti d’appoggio di nugoli di pipistrelli, “cattiviule” in dialetto, saettanti a voli bassi nel corso delle serate viepiù scure e delle prime ore notturne.

La facciata in direzione mezzogiorno era abitualmente una sorta di posteggio per le “baracche” ambulanti di scarpe e/o tessuti a metraggio, allestite in occasione della tradizionale fiera in onore della Madonna Odegitria (o di Costantinopoli), regolarmente ogni prima domenica di marzo.

Il retro della cappella, fra settentrione e levante, segnava, di contro, l’area di sosta dei provvidenziali maestri artigiani forestieri, che, periodicamente, convenivano nella località: conzalimmi e ‘ggiusta cofini (riparatore di recipienti in terra cotta per il bucato), quadararu (calderaio), ‘mbrellaro (ombrellaio) e mmulaforfici (arrotino).

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Appena a fianco, era collocata, chiacchierina senza soluzione di continuità, una solida fontana in ghisa, tuttora in piedi, pur con utilizzi assai sporadici, e portante alla sommità l’impressione a rilievo dello stemma del regime dominante verso la metà del secolo ventesimo. Agli inizi, vi attingeva una notevole porzione della comunità paesana, per il fabbisogno d’acqua potabile, in sostituzione e a integrazione della materia prima piovana raccolta nelle cisterne dei singoli nuclei familiari, che, talvolta, per via dell’usura, finivano col “rompersi” sull’intonacatura della base impermeabilizzata sommariamente e, di conseguenza, col “bere”, in pratica arrivando a prosciugarsi in breve volgere di tempo.

Quanti ozzi (otri), capasuni e capase, riempiti sotto quel rubinetto e portati a braccia e a spalla sino ai cortili domestici!

piazza

Lo spazio circostante la cappella era un’area preziosa, trasformata momentaneamente in un’autentica propaggine operativa, anche in occasione delle feste del Protettore e degli altri Santi venerati nel paese. Lo occupavano, servendosene per l’appoggio dei materiali e degli attrezzi da lavoro, le ditte aggiudicatarie delle gare per l’allestimento delle luminarie (fra esse, viene in mente, specialmente la “Palmisano” di Soleto (LE), quasi di casa a Marittima e divenuta poco a poco pressoché familiare, ai fini dei rapporti e contatti di un curioso bambino e poi ragazzino del posto, il quale, per naturale istinto, s’accostava e interagiva ovunque gli fosse dato).

Fondamentale e indimenticabile dettaglio, un figlio del “paratore” di Soleto, appena più grande d’età, con l’aiuto di un prodigioso zolfanello, insegnò, al giovanissimo indigeno, a soffiarsi normalmente il naso.

PIPPISEMIRA E MARIO
Pippisemira e Mario

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A far da pendant al luogo di culto, in pratica di fronte, si ergeva, ancora oggi c’è, il palazzo di donna N., una gentilissima nobildonna appartenente alla famiglia più abbiente di Marittima, andata sposa senza la gioia di figli e, purtroppo, rimasta vedova precocemente. Insieme con lei, occupava il palazzo, lo zio don F., dotto e rispettato religioso, per oltre mezzo secolo arciprete del posto.

Gli anzidetti padroni abitavano al primo piano, fatto di ambienti molto vasti e dalle volte altissime, aiutati e assistiti per le loro necessità da una collaboratrice domestica, secondo la qualifica ufficiale, ma, in realtà, vero e proprio terzo membro del nucleo familiare.

Il palazzo comprendeva anche grandi locali terranei, utilizzati per la conservazione di cereali, legumi, olio, vino e altre provviste alimentari, tranne uno, adibito a forno pubblico, e l’atrio, in parte coperto e per il resto a piena aria, ove era parcheggiato il calesse privato, a uso dei signori per gli spostamenti di un qualche rilievo.

Vive, a tutt’oggi, al paesello, il carrettiere, contadino, factotum e uomo di fiducia dei benestanti in discorso, figura giovanissima e scattante nei richiamati tempi lontani: chi scrive ha avuto, proprio qualche giorno addietro, l’opportunità d’incontrarlo, sospinto dal bisogno di chiedergli un’informazione, datata ma fondamentale ai fini di ricordi rievocati con la penna.

Caratteristica di don F., era il suo vezzo di fumare “a fiuto”, sicché egli si trascinava perennemente e ovunque, con sé, il particolare odore di quel genere di tabacco polverizzato e aromatizzato. In aggiunta, a furia di pescare nella scatoletta di provvista e di portare le dita, unite, a contatto delle narici, i suoi polpastrelli e l’epidermide fra labbra e naso avevano assunto l’inequivocabile sfumatura cromatica fra il giallo e il marrone.

Anche in età avanzata, l’arciprete serbava vivi i segni di una profonda cultura umanistica, storica e sulla morale, le espressioni latine fluivano sovente dalla sua voce; alla luce di ciò, uno studente delle medie, di tanto in tanto, magari per un tema particolare assegnatogli a scuola, non esitava a far tesoro del suo sapere.

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A considerevole distanza dalle stagioni di dimora di donna N. e del reverendo don F., il palazzo affacciato sulla “Campurra”, è, al momento, assolutamente chiuso e vuoto.

La relativa titolarità patrimoniale è andata a una nipote e pronipote dei suddetti, a sua volta assente da Marittima da svariati decenni, la quale, amica d’infanzia dello scrivente, si limita a ritornarvi per le vacanze estive, prendendosi, nondimeno, cura della casa e del retrostante giardino tramite un fiduciario, che sovraintende anche ai lavori di manutenzione e agli interventi straordinari per la salvaguardia dell’immobile.

°   °   °

arrotino01Al centro della “Campurra” della mia fanciullezza, pare di scorgere ancora, come su una consunta fotografia, il puteale e la “bocca” del profondo pozzo che raccoglieva le acque pluviali dalla lamia della cappella di S. Giuseppe.

In pari tempo, grazie a un miracoloso processo di sinestesia, si ha l’impressione di udire il rombo o gorgoglio delle fiumare di precipitazioni che, dalle strade del paese e grazie a pendenze non casuali, andavano a confluire rapidamente in una grande cavità o voragine, in dialetto “ora”, che si apriva all’interno di un fondo o giardino, attiguo al largo, a buon titolo denominato “Ortu ‘u puzzu”, appellativo divenuto, di riflesso, soprannome di riferimento della famiglia proprietaria del medesimo fondo.

calderaioProcedendo, ancora una visione: quante traversate, di primo mattino e al tramonto, su e giù, da destra a manca, per la “Campurra”, per opera del gregge (o murra) di ovini, di proprietà della famiglia N. e affidato a un pastore, che, di notte, era custodito in un ulteriore spazio rurale, con annesso precario manufatto in funzione specifica di ovile, situato su un altro versante della piazza!

Apparirà strano, e, tuttavia, la condivisione, con capi di bestiame, di tale spazio nel centro abitato, all’epoca non faceva alcuna notizia, non rappresentava un limite o un’anomalia, forse perché la natura era mantenuta integra, non intaccata da sostanze chimiche e/o inquinanti, forse perché i bianchi armenti, condotti giornalmente al pascolo brado, si nutrivano di erbaggi profumati, con l’esito, se si vuole fantasioso, di non ingenerare disturbi olfattivi all’indirizzo degli abitanti umani.

Ragazzi e giovanotti giocavano a pallone nel largo “Campurra”, rincorrendosi sul fondo sterrato, alla buona, senza recinzione, senza delimitazioni e senza porte, per pali, unicamente due pietre a metà di due lati dello spiazzo, e basta.

Pratica sportiva avulsa da precise regole, eppure, specie nei pomeriggi domenicali, non mancavano gruppi di compaesani che si fermavano, sostando ai lati, sulle strade “brecciate”, a godersi quello spettacolo pedatorio.

Sul rudimentale e sommario campo sportivo della “Campurra”, avevano analogamente luogo le esibizioni dei gruppi di militari polacchi venuti ad acquartierarsi, sul finire della seconda guerra mondiale, nella piccola località del Basso Salento e lì rimasti di stanza e ospiti per alcuni mesi.

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Vecchi-contadini-del-Salent
Salvatore Malorgio, Vecchi contadini del Salento -1981- olio su tela, cm. 50×70

A un certo punto, intorno alla metà degli anni cinquanta, è venuta a maturare la svolta radicale: giù la cappella di S. Giuseppe, con correlata messa a disposizione di una maggiore superficie fruibile pubblicamente, e l’immediatamente successiva realizzazione di una moderna villetta comunale, con, al centro, una vezzosa fontana circolare a vasca di pietra leccese e con zampillo.

Si è tracciata, così, l’attuale immagine del sito, gradualmente impreziositosi mercé aiole, sedili, piante, fiori e verdi prati rasati.

Non c’è che dire, fa indiscutibilmente piacere, al ragazzo di ieri dai capelli bianchi e diradati, notare, adesso, la presenza di bambini e ragazzi sorridenti e giocosi e/o di turisti e visitatori, fra i viali o sulle panchine di Piazza Vittoria, in Marittima: un luogo che, nel suo personale sentire, resterà, però, sempre e comunque, la “Campurra”.

 

Giovani marittimesi negli anni '70
Giovani marittimesi negli anni ’70

Le pigne di Santa Lucia

di Rocco Boccadamo

Negli anni intorno al 1950, puntualmente ogni 13 di dicembre, la mia nonna paterna, di povera e numerosa famiglia contadina, soleva recarsi da Marittima a Scorrano, due paesi del sud Salento, per la fiera in onore di S. Lucia, protettrice della vista, verso la quale nutriva profonda devozione. In quell’occasione, l’anziana donna non mancava mai di acquistare un dono per ciascun nipote, ossia una pigna, l’inflorescenza lignea in cui sono contenuti i frutti del pino (pinoli). Il relativo costo ammontava ad una o due delle vecchie lire a pezzo. All’epoca, si poteva mangiare un panino imbottito di mortadella con venticinque lire, mentre i biglietti d’ingresso al cinema Excelsior di Marittima erano di 30, 40 e 60 lire, rispettivamente per platea ragazzi, platea adulti e galleria. Stamani, in un negozio di frutta sotto casa, ho notato una cesta ricolma, giustappunto, di pigne: prezzo, sentite un po’, € 1 (un euro) a pezzo. Facciamo un po’ di conti. E’ vero che il ricordo del dono della nonna per S. Lucia risale a oltre mezzo secolo, però, alla luce anche degli altri riferimenti monetari fatti, si deve dedurre chenella quotazione della pigna, fra allora e oggi, esiste un autentico abisso, una differenza senza dubbio sproporzionata. Ma, ahinoi, questo passa il convento.

 

Stinu ‘u Pativitu

Un salentino a Nord Est

 

Dal ricordo lontano di Stinu ‘u Pativitu, all’incontro d’oggi con un cantastorie

 

di Rocco Boccadamo

 

Nel novero dei compaesani della località natia, Marittima nel Basso Salento, compiendo un salto a ritroso di cinquanta – sessant’anni, mi viene in mente la figura di un uomo comunissimo, fra i più semplici e poveri.

Del tutto ordinario e umile, anche il suo mestiere di contadino, volto alla coltivazione diretta delle risicate zolle di terreno proprie e, soprattutto, alla ricerca, quando ce n’era, di lavoro a giornata nelle campagne di terzi, a fronte di una paga generalmente striminzita.

Il suo nome era Stinu ‘u Pativitu, dove ‘u sta per la preposizione semplice  di, in senso di appartenenza o discendenza; italianizzando, quindi, Agostino di Ippaziovito.

Il predetto concittadino deteneva una sola cosa in misura abbondante, in altre parole, il numero di figli, ben sei, del resto, all’epoca, neppure eccezionale.

Su ogni altro fronte, invece, disponibilità e risorse zero o molto risicate, indigenza assoluta, prossima alla miseria, appena l’indispensabile perché la famiglia potesse sfamarsi.

A onor del vero, esisteva un piccolo “lusso” di cui Stinu non riusciva a fare a meno: l’acquisto, nella privativa tabacchi, di un mezzo sigaro toscano che, però, egli gustava, fumava e consumava col contagocce, dovendogli durare in media una quindicina di giorni.

In testa, un vecchio e liso cappello di colore irriconoscibile, perennemente lo stesso; inoltre, nel periodo invernale e di media stagione, una sorta di mantello buttato sulla camicia, indumento che, a sua volta, vantava molte più primavere di Stinu, avendo originariamente coperto le spalle del di lui padre, Pativitu.

Con tale divisa addosso, Stinu soleva, sistematicamente ogni domenica mattina, portarsi e fermarsi in piazza, nelle immediate adiacenze della bottega del macellaio (in dialetto, ucceri, da cui la denominazione dell’esercizio, ucceria). 

Quella presenza, lì fissa, sollecitava, ovviamente, la curiosità, non è dato di sapere quanto e se ingenua e disinteressata, ora di uno e ora dell’altro compaesano.

Alle sequenze di “perché?”, “come mai?”, la risposta di Stinu era immancabilmente la stessa: “Vedete, dal momento che non ho i mezzi per comprarmi neppure n’onza di carne, mi trattengo qui e, così, mi sazio, o m’illudo di saziarmi, semplicemente guardandola e percependone l’odore”.

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Orbene, non so come si sia verificato, ma stamani mi sono sentito, almeno idealmente, nei panni e nel ruolo di Stinu ‘u Pativitu.

Nella cittadina termale dove sto passando i fanghi, dischiude le sue vetrine, e presenta ampi banchi d’esposizione all’esterno, un negozio di “specialità alimentari”.

Fra i prodotti offerti e in bella mostra, i due seguenti:

–      pomodori secchi di prima qualità, € 12 a chilogrammo;

–      funghi porcini secchi selezionati, € 13,50 a sacchetto da 100 grammi.

Al cospetto di simili, stupefacenti quotazioni a buon mercato, è bastata una frazione di secondo perché mi s’ingenerasse dentro un volo d’ingegno e, con la fantasia, ordinassi e consumassi subito un abbondante antipasto a base dei suddetti pomodori e funghi. Col risultato, di sentirmi un gaudente privilegiato, senza dover sbottonare il portamonete.

Un effetto, gradito a tal punto, che, trascorsa una breve pausa, non ho esitato ad effettuare, col pensiero, un’ulteriore operazione d’acquisto e consumazione, riferita, stavolta, a un gustoso e dolcissimo dessert fatto esclusivamente di “pralineria padovana”, ammiccante in un’altra vetrina e “regalata” appena a 13, 25 e 49 euro a confezione, rispettivamente, da 250, 500 e 1000 grammi.

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Percorrendo il viale, ho incrociato un signore con, in mano, il quotidiano fondato da Montanelli “Il Giornale”, titolante, in prima pagina, “Quei bravi ragazzi”, con chiaro richiamo ai giovani manifestanti, con episodi di violenza, in alcune città. E’, questa, una faccia, per fortuna non prevalente, della società globale e dei tempi che viviamo.

Quasi nel medesimo istante, piegando lo sguardo verso i giardinetti a fianco della strada, ho notato, sistemata su una panchina, una coppia sulla quarantina, lui seduto e appoggiato alla spalliera, la donna, invece, sdraiata e con il capo poggiato sulle gambe del partner.

Rapidamente, ho deviato e mi sono avvicinato, rivolgendo, ai due, i miei complimenti per l’immagine, in certo qual modo, desueta per la metà di novembre e per di più non al mare o su un prato di montagna.

Risposta dell’uomo, sorridendo: “Però è gradevole stare così, anche adesso e qui”. Ho appreso che provengono da Chioggia, la carinissima piccola Venezia, contraddistinta dalla concentrazione di una sparuta gamma di cognomi, fra cui Vianello, Boscolo e Tiozzi e, altresì, dalla presenza di un tipico ristorante “El Gato” , che anni addietro ho sperimentato in più occasioni e dove si può mangiare dell’ottimo pesce.

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Dalla pasticceria più nota di Montegrotto, ho visto uscire una suora vestita di bianco, con, in mano, una capiente guantiera incartata, attesa in macchina, a pochi metri, da una consorella. Senza ritegno, le ho chiesto: “Suora, avete forse da festeggiare qualche ricorrenza con i bambini del catechismo, oppure attendete la visita di un Monsignore?”. Per replica, mi è stato rivolto un semplice, delicato sorriso che, tuttavia, si è rivelato maggiormente esauriente di una lunga risposta a parole.

Proseguendo il cammino del ritorno verso l’albergo, mi sono imbattuto in due signore di ieri, distinte ed eleganti: la prima con un barboncino nero al guinzaglio, l’altra, a mani libere, con un volto bellissimo che mi ha rimembrato affascinanti figure del cinema di un tempo.

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E’, oggettivamente, lontano da queste plaghe, il caro Salento, ben 1000 chilometri ho ricordato ieri e, però, è stata sufficiente una piccola coincidenza per non farmi sentire completamente foresto.

Sto leggendo il saggio di un noto giornalista e scrittore, Raffaele Nigro, lucano di nascita e pugliese d’elezione, dal titolo “Ascoltate, signore e signori“, regalatomi dal mio amico editore Lorenzo. Un testo gradevole, in cui si parla, fra l’altro, delle figure di particolari personaggi, un tempo diffusamente presenti ma adesso praticamente scomparse, i cantastorie.

Stranamente, nel pomeriggio di sabato 17, al centro di Abano, in prossimità delle pagodine di vendita di estratti, infusi e creme di lavanda, tutte dipinte di viola, mi è capitato d’imbattermi in una strana figura, ricoperta da un costume stravagante, accanto al suo personale banchetto con la scritta, niente poco di meno che, “Il Cantastorie, canzoni popolari e dialettali, Francesco dal Bosco”.

In ultima analisi, una quanto mai puntuale continuità fra le figure mitiche del saggio del lucano Nigro e un artista di strada del medesimo, antico genere, in carne ed ossa e in attività nel comprensorio delle Terme.

 

Depurarsi, a contatto della natura

 

di Rocco Boccadamo

Ho appena trascorso una “due giorni” speciale e, almeno per me, assolutamente inconsueta: da mane a sera, a stretto, diretto e ravvicinato contatto con la natura, anzi, trovo questa immagine pertinente e indicativa, affaccendato nel suo seno.

In concreto, mi sono personalmente dedicato alla raccolta delle olive, dagli alberelli, ancora giovanissimi ma già con i primi frutti, messi a dimora circa tre anni fa alla “Marina”, una serie di gradoni, in pendio, fatti di terra, scogli e roccia.

Strumenti per tale lavoro, le mani, con l’ausilio, soltanto, di un piccolo, apposito pettine, e due teli a rete predisposti ai piedi delle piante: procedura, questa, indubbiamente lenta, ma che dà il vantaggio di raggranellare frutti integri e senza la minima contaminazione.

A parte l’obiettivo materiale sopra descritto, la prolungata permanenza alla “Marina” si è rivelata un autentico toccasana per la mente e per lo spirito: nel completo, quasi irreale, silenzio circostante, tranne le sgranature lievi

All’ombra del “palummaru”, crescevano due gemelli timidi

 

 

testo e foto di Rocco Boccadamo

 

Esiste ancora al paese natio, esteso nella sua dimensione originaria, un fondo agricolo denominato “Arciana”, pregno, a modo suo, di storie, reminiscenze ed emozioni, intorno a fatti di vita snodatisi per lo meno nell’arco di secoli, se non di millenni: a tal punto, da far avvertire la sensazione  che finanche le sue pietre parlino, comunichino.

Nonostante la notevole vetustà, il campo in questione è rimasto fondamentalmente inalterato, come naturale fisionomia, sino allo scorso gennaio, quando una violenta tromba d’aria, abbattutasi su Marittima e dintorni, ha sradicato e abbattuto, quasi fossero stati fuscelli, tutti i maestosi e giganteschi pini che ne cingevano due segmenti del perimetro.

Per fortuna, il violento fenomeno atmosferico ha invece risparmiato la bella torre colombaia (dai paesani, appellata semplicemente  palummaru), che si erge quasi al centro dell’appezzamento.

Il più illustre intestatario dell’Arciana è indubbiamente stato l’arciprete del paese don F.N. (gli abitanti più anziani hanno avuto agio di conoscerlo direttamente in vita e se lo ricordano bene), mentre, dopo di lui, il fondo è finito sparpagliato, in uno con diversi altri beni immobili posseduti dall’autorevole personaggio, nell’ambito dei numerosi suoi eredi.

Ai tempi del reverendo, per la verità, nell’Arciana vegetavano molti alberi da frutta, compresi alcuni mandorli che, in primavera, erano sistematicamente scalati da nugoli di monelli, con la ovvia conseguenza a loro carico, in aggiunta alla canonica penitenza,  d’immancabili severe reprimende da parte del legittimo titolare in tonaca, derubato, in occasione dei saltuari contatti con lui al confessionale.

E’ caratteristica e suscita, già di per sé, un certo fascino, la stessa posizione dell’Arciana, a due passi dal centro storico e dall’antico spiazzo detto Campurra: affacciata, da un lato, sulla via vecchia per Andrano e dall’altro su una suggestiva strada di campagna, asfaltata non da molto, conducente ad una serie di fondi, piccole e frazionate proprietà contadine, dai caratteristici e misteriosi identificativi, Aranisi, Laricu, Sciunta, Munti e Murtuli (non a caso, ora che è venuta a rientrare nella mappa dell’abitato, ha assunto la toponomastica ufficiale di via Murtuli).     

A poche centinaia di metri dall’Arciana col relativo palummaru, si trova il fondo detto “Turse”, oggi parzialmente coperto da una moderna abitazione, che, verso la metà del secolo scorso, era condotto e coltivato intensamente a cura dei proprietari, un nucleo famigliare composto da padre, madre e quattro figli, di cui gli ultimi due, U. e V., gemelli. Durante la bella stagione, coincidente con la fase più intensa dei lavori agricoli, tutti i predetti soggiornavano a tempo pieno alle “Turse”, dormendo alla meglio in una piccola casetta in pietre.

I gemelli U. e V. , intorno ai 10 – 15 anni, erano due ragazzi/adolescenti normali, anche se di statura medio bassa, e però, abituati a stare sempre ed esclusivamente in famiglia, si presentavano timidi e un po’ impacciati.

Non si allontanavano quasi mai dalle “Turse”, non frequentavano, tranne in rare occasioni, la piazza del paese, non avevano amici, erano titubanti e sembravano di aver paura nei confronti di chicchessia, addirittura dei coetanei.

Difatti, zio A., stessa classe di nascita ancor che maggiormente sviluppato nel fisico, destava palesi sentimenti di soggezione in U. e V.,  i quali, se si trovavano per caso a dare una sbirciata in giro oltre il muretto del loro fondo, scappavano immediatamente via, ritirandosi e scomparendo, non appena percepivano che il loro anzi ricordato pari età stava per passare davanti a loro, per recarsi al vicino fondo detto “Laricu” dove, insieme con i familiari, collaborava nella raccolta, infilatura e seccatura del tabacco.

Timidezza a parte, anche per U. e V. giunse il momento della leva e del servizio militare obbligatorio: il primo, finì in Marina, dove, passato il periodo di naia, decise di “raffermarsi”, riuscendo poi a compiere un’apprezzabile carriera fino al grado di Maresciallo, mentre V. fu arruolato nell’Esercito e mandato a prestare servizio nel Nord Italia.

Dopo la parentesi in uniforme grigio verde, V. fece ritorno a Marittima, lasciando i compaesani notevolmente meravigliati per la sua inaspettata e inusitata spigliatezza; in particolare, il già soldato, confidava di aver scoperto una passione per la musica leggera, per le canzoni italiane in modo particolare, seguiva le classifiche e i festival, imparando a memoria, mercé l’ausilio di un apposito libretto canzoniere, i motivi più in auge.

Due brani, li considerava alla stregua di personali cavalli di battaglia, con ciò riferendosi a “Corde della mia chitarra” e “Usignolo”, portati al primo e secondo posto nella classifica del Festival di Sanremo del 1957, dalle coppie Claudio Villa – Nunzio Gallo e Claudio Villa – Giorgio Consolini. Ovviamente, affermava di conoscere a menadito dette due canzoni, sia come testo, sia come musicalità e interpretazione.

Si discettava a lungo della mania “canterina” di V.  in ogni riunione fra ragazzi e giovani, in piazza  o fra le aiole della moderna villetta pubblica sorta sul vecchio largo Campurra.

E tutti, indistintamente, a dare corda a V., a stimolarlo, incitandolo a dimostrare la sua abilità mediante esibizioni in diretta, inducendolo, a tal fine, a montare sul bordo circolare della vasca della fontana a zampillo, lui era contento, e intanto, per l’auditorio, s’innescava uno svago non da poco: quanto alla qualità delle performance, beh, lasciamo stare, in fondo ciò che contava era dare gloria a V.

Dopo un po’,  l’artista concittadino manifesto apertamente l’aspirazione ad esibirsi davanti a un pubblico più vasto, al che, immediatamente, in sintonia, qualcuno degli amiconi gli prospettò o ventilò la possibilità di trovargli spazio in un sito di rango, quale indubbiamente era da considerarsi il cinema “Excelsior”, all’epoca attivo nel paese (adesso, l’edificio è utilizzato come profumeria e lavanderia) .

Invitammo V. ad acquistare, per sé e per i supporter, biglietti di galleria in numero sufficiente (per inciso, il tariffario del cinematografo prevedeva 30 lire per platea ragazzi, 40 per platea adulti e 60 lire per la galleria), avremmo pensato noi ad organizzare la manifestazione o debutto coi fiocchi.

La domenica pomeriggio, una coppia di svelti s’intrufolò, come accadeva ogni tanto, nella cabina di proiezione con la scusa di dare una mano al vecchio operatore  A.B. , di sfuggita agguantò il microfono utilizzato da quest’ultimo per annunziare i film in programmazione e, attraverso la finestrella di proiezione, lo passò a un “complice” in galleria. Accesesi le luci nell’intervallo della pellicola, bastò un attimo e l’altoparlante fu in mano a V. il quale, su un gradino alto della galleria stessa, prese a cantare: “Corde della mia chitarra, perché vi fermate, perché non suonate soltanto per me…….”, fra la grandissima sorpresa degli spettatori, vocii, schiamazzi di godimento o riprovazione.

Il trambusto fu così sonoro, che l’operatore A.B.,  distrattosi in cabina, si rese conto della stranezza della situazione, guardò d’istinto giù dalla finestrella e s’accorse del tranello: con grida indignate e minacciose, intimò la restituzione immediata del microfono, zittendo, di fatto, il povero V., in fondo rammaricato per lo stop alla sua esibizione, ma sotto sotto contento di aver potuto dimostrare a un vasto pubblico le sue doti canore.

Fortunatamente, i gemelli U. e V. sono, ad oggi, vivi e attivi, hanno entrambi famiglia, figli e nipoti. Prossimi agli ottanti, si scorgono in giro, il primo in macchina o a piedi o a bordo di un motocarro Ape, il secondo al volante dell’auto o a cavallo di una bicicletta elettrica, in supporto ad arti e muscoli naturalmente affaticati  da molti decenni di lavoro.

Davvero, la loro lontana timidezza giovanile è, ormai, un capitolo di cui non è rimasta la minima traccia.

Da Marittima (Lecce), i quadretti di un (non) pittore senza cavalletto

 

Marittima di Diso, Torre di Alfonso e Palazzo Baronale

di Rocco Boccadamo

 

Sin dai tempi delle mitiche aste e/o delle prime vocali, R. è stato sempre accompagnato da una congenita negazione per il disegno. Più precisamente, riuscendo a malapena a salvare la faccia riguardo a quello geometrico, laddove si trattava di mettere due linee in croce o di tratteggiare un angolo o un poligono, ma rivelandosi addirittura una completa e assoluta frana per ciò che attiene all’altro genere, il cosiddetto ornato.

Così che, negli anni preadolescenziali delle medie, succedeva sistematicamente che il docente della materia, in occasione degli scrutini, finisse ogni volta col trovarsi in serio imbarazzo: insomma, l’otto segnato sulla pagella di R. era tutt’altro che meritato, ma cadeva miracolosamente dal cielo, alla stregua di provvidenziale manna, solo affinché non fosse “guastato” l’insieme dei voti eccellenti, abitualmente riportati in tutte le altre discipline.

Invece, nonostante l’anzidetta antica non predisposizione o vocazione, in virtù di una sorta di strano contrappasso, in questo caso al rovescio o meglio a beneficio, quando si tratta di “disegnare” o tratteggiare il paesello, il mare, la costa, i campi pietrosi, le distese verdeggianti e argentate degli ulivi, le facce della gente di ieri, i ricordi di una serie di vecchi mestieri e delle abitudini passate in generale, ecco che R. si scopre pittore. Senza tavolozza, né pennelli, né colori, bensì servendosi di particolari “strumenti” immateriali, ma evidentemente non meno efficaci, quali sono la memoria, i pensieri, l’interpretazione e la fantasia.

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Nella toponomastica stradale di Marittima v’è un’arteria, fra le più lunghe, che parte da Piazza della Vittoria per terminare all’altezza del Santuario Maria SS. di Costantinopoli, con adiacente edificio già sede di un convento di monaci, e, sulla destra, in corrispondenza del piazzale del camposanto.

Il suo nome ufficiale è Via Convento, ma, da parte mia, giacché vi transitano indistintamente gli abitanti della piccola località nel loro ultimo viaggio, ho da qualche tempo preferito battezzarla con l’appellativo “Via di tutti”.

Lungo il percorso in parola, è continuamente dato di cogliere volti, emozioni, sofferenze, non solo nelle precipue occasioni dei tristi eventi, bensì tutti i giorni dell’anno.

Ad esempio, a percorrere detta strada, stamani, si trovava Nino, non a piedi, non in macchina, non in moto, bensì camminando appoggiato al manubrio della sua vecchia bicicletta.

Prossimo ai novanta, egli è solito recarsi – quasi quotidianamente – nell’area caratterizzata dai cipressi, per la visita e un saluto alla moglie che l’ha lasciato solo.

Oltre a Nino, proprio davanti al portone del luogo dei trapassati, ho scorto, ferme e intente a conversare, due sorelle, vestite rigorosamente di nero: chissà quali contenuti o argomenti erano insiti in quei discorsi, tuttavia, a prescindere da ciò, le citate figure, in un lampo, mi hanno richiamato alla memoria il triste evento di alcuni anni addietro, sottoforma di tremendo scontro stradale fra due autovetture sul nastro d’asfalto di una vicina provinciale, in cui le donne videro perire la loro sorella più giovane, due cognate e, infine, una sorella di queste ultime, l’indimenticabile comare Amalia, lei sì pittrice, ricamatrice e creatrice dotata d’inesauribile inventiva, come ho avuto modo di sperimentare personalmente attraverso la realizzazione, per opera sua, del vessillo effigiante i volti dei miei tre gatti che hanno ispirato il nome della barchetta a vela, nonché, autentica minuscola chicca, dell’indirizzo di posta elettronica rocco_b@libero.it, ricamato in fedelissime tinte sotto il coccodrillo delle Lacoste.

Insomma, è immaginabile e comprensibile che le visite di dette donne al luogo sacro siano quanto mai intrise di serti di pensieri, emozioni, rievocazioni e rimpianti.

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Lasciata la “Via di tutti” e passando per un’altra vecchia strada di Marittima, mi è capitato, invece, d’imbattermi in Vitale C., seduto, al solito, fuori dall’uscio della sua abitazione a pian terreno.

Arrestata di colpo la corsa e spento il motore dello scooter, dopo il saluto, sono immediatamente venuto alla domanda: “Di che classe sei?”

E, Vitale, a rispondere senza esitazione: “!915”. Riflettendo, niente poco di meno che la data dell’ingresso dell’Italia nel prima grande guerra e/o, tradotto in calendari, novantasette primavere.

“Guido ancora il motocarro Ape” – aggiunge l’uomo – “ma sono autorizzato esclusivamente a portarmi dal garage qui accanto sino al mio campicello sulla strada nuova per Andrano”.

A onor del vero, da un pezzo, la campagna di Vitale si presenta incolta, pressoché abbandonata, si vede quindi che l’uomo, più che altro, non intende rinunciare, almeno nel racconto, alla vita attiva condotta sino a non molto tempo addietro.

Vitale, al pari di tutti i suoi familiari, è conosciuto con il soprannome “’u sceri” (in formula italianizzata, “dello sceri”, dove il misterioso termine rappresenta l’accezione dialettale di “usciere”.

Traendo spunto dall’incontro con il quasi centenario – nel paese, esiste solo un’altra persona più grande d’età, zio E., che ha superato i novantotto – sono stato preso dalla curiosità di scoprire l’origine del nomignolo “’u sceri”, e,a tal fine, mi sono rivolto alla sorella giovane di Vitale, cummare Mmimmi, la quale, da parte sua,  non sfigura, navigando intorno all’ottantina.

E’ venuto fuori che il loro genitore, Peppe ‘u sceri, originario di Tuglie, nell’ambito dello svolgimento della propria attività lavorativa, si rese ad un certo punto conto di aver bisogno di un animale da soma; contemporaneamente, seppe, per caso, che l’usciere (in dialetto sceri), o messo notificatore, o daziere del circondario stava per vendere il suo asino e allora, con il classico incontro della domanda e dell’offerta, Peppe rilevò la bestia, giustappunto, dallo “sceri” e, da quel preciso momento, divenne, fra i paesani, “Peppe ‘u sceri”, finendo poi col  lasciare, il bizzarro soprannome, in successione agli eredi.

Richiamando la figura del vegliardo del paese, zio E., mi piace porre in risalto la di lui piena lucidità e l’autonomia per svariati atti del vivere quotidiano, compreso il prelievo dell’acqua per bere, mediante la tradizionale capasa, direttamente dalla sua pressoché coetanea fontanella pubblica in ghisa, con impresso il simbolo del fascio littorio che contraddistinse un ventennio, ancora zampillante nei pressi della sua abitazione.

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La villetta di Piazza della Vittoria registra, specialmente d’estate, la presenza di nugoli di bimbi e ragazzini che corrono e giocano, avvicendata e controbilanciata dalle soste pomeridiane, nelle parentesi di libertà, di nutriti gruppi di badanti e collaboratrici domestiche provenienti dall’est europeo, che hanno eletto lo slargo in questione e le relative panchine a luogo di ritrovo.

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C. Minonne, faceva, da giovane, il manovale, o manipolo, presso una piccola impresa edile; basso di statura, ma robusto, si distingueva per la semplicità e la velocità con cui si caricava sulle spalle, talora due per volta, destreggiandosi su scale, impalcature e muri perimetrali, i conci o tufi o piezzi che, all’epoca, erano la materia prima fondamentale per la costruzione delle abitazioni.

A un certo punto, per C., in concomitanza con il matrimonio e con le accresciute necessità finanziarie, arrivò la parentesi dell’emigrazione in Svizzera, con decenni, anche lì, di duro lavoro e, infine, il momento del rientro a Marittima, ormai da pensionato, insieme con la moglie.

C., abituato a non stare mai con le mani incrociate, prese, fra l’altro, a interessarsi di un fazzoletto di terra, alla periferia del paese, lo trasformò, in breve tempo, in un vero e proprio giardino, impreziosito innanzitutto da un bel portone d’accesso di ferro battuto, piantumato con una serie di alberi da frutta e, lungo il muretto di confine della sua proprietà, arricchito da un fantastico filare di rose di colore rosa, realizzato non con il comune acquisto di germogli o talee dal negozio, ma semplicemente attraverso il prezioso e paziente trapianto di rametti di una “vecchia” pianta di rose, già coltivata dalla sua mamma nel giardino della casa natia.

Da poco, pure C. ha percorso la “Via di tutti” e, purtroppo, non anima più il giardinetto in periferia. La sua definitiva assegnazione ad altro incarico, è dimostrata chiaramente da un giovane mandorlo che, per la prima volta, è rimasto con i frutti, pronti per l’abbacchiatura e ormai rinsecchiti, appesi ai rami e, con maggiore risalto, dalla condizione in cui si è ridotto il roseto: rispetto all’abituale susseguirsi esplosivo di bellissimi boccioli e fiori, adesso fa capolino appena un esemplare, peraltro scolorito.

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Tutto passa e ne va, recitavano antiche e tuttora valide massime, ma, in pari tempo, per fortuna, la natura ci offre e mette a disposizione innumerevoli ritorni, perlomeno nel suo evolversi e rinnovarsi: fra essi, nel corrente periodo stagionale, quello delle preziose olive, frutti che, grazie ai primi spruzzi di pioggia e le temperature miti dopo la lunga fase di caldo e secco, non mancheranno, come sempre, di evolversi verso l’ingrossamento e la maturazione.

Come augurio, ovviamente, buon olio.

Da Marittima: voci, volti, figure, sensazioni ed emozioni

 

 di Rocco Boccadamo

Marittima, piccola e amena località del Basso Salento, si presenta, per un cospicuo tratto del suo perimetro territoriale, come incorniciata da un susseguirsi di scogliere, seni, calette e anfratti, un mare letteralmente da favola.

In aggiunta, annovera apprezzabili attrattive naturali e paesaggistiche, fra cui vecchie torri costiere d’avvistamento e spettacolari sempre verdi distese d’ulivi, dalle vivide sfumature argentee, rese scintillanti dai riflessi dei raggi solari.

E, però, nella circostanza, al comune osservatore di strada, viene l’estro di soffermarsi su una connotazione del paesello solitamente sottaciuta, un aspetto incorporeo, in altre parole sulla sua anima.

Una bozza di rosario distintivo e descrittivo senza tempo, una copertina di semplici meditazioni, riflessioni e ricordi, solo in apparenza con correlazione esclusiva al passato, di fatto, invece, serbanti tuttora palpiti, segni, tracce di valori e modelli esistenziali che potrebbero utilmente calarsi anche nella quotidianità.

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E’ sufficiente spostarsi di un centinaio di metri dalla piazza principale e ci si trova immersi, quasi celati, in una serie di viuzze della tradizione, “a rreta a chiesia” si precisava una volta, delimitate da datate ma sempre linde casette a piano terra, alcune con la classica tinteggiatura bianca di calce, altre rivestite da allegre tonalità color pastello.

Davvero superfluo, davanti alle immagini che vanno sfilando, ogni altro commento del curioso passante, basta qualche istantanea per fissare indelebilmente le sequenze della pellicola.

La prima inquadratura è di casa Maroccia, che riconsegna alla mente le figure, uniche e in certo senso eccezionali in seno alla minuscola comunità, di Costantina e Filomena, madre e figlia, abili pasticciere, la seconda, in più, animatrice delle attività parrocchiali – religiose, a cominciare dalla vestizione, a sua cura, dello stuolo di ancileddri e ancileddre per l’arrivo del Bambino, ad ogni Natale di anni lontani.

Lì vicino, ancora, s’affaccia la casa, con annesso piccolo frantoio oleario sul lato opposto della via, già di Vitale F., detto Pisanelli, contadino, agricoltore e proprietario, attrezzato anche con calesse e cavallo.

Correva la voce che Vitale F., fra le altre sue abitudini, era in ogni tempo disponibile a ritirare, corrispondendo in cambio un piccolo compenso, un soldo per l’esattezza, le bisce, specialmente i comuni serpentelli neri, incontrati e catturati dai paesani durante i trasferimenti e i lavori nei campi.

Fra i terreni posseduti dal predetto, si distinguevano, per ubicazione e pregio, il “Casino” sovrastante l’area costiera di Chiancaliscia e la “Viia”, apprezzabile estensione situata lungo la strada di campagna che termina con il pianoro sormontato dalla Torre Lupo.

Un podere, la “Viia” (nome probabilmente influenzato da un francesismo), abbellito da una confortevole abitazione, più che rurale residenziale per la stagione calda, chiaramente secondo i canoni d’inizio 1900, le pareti esterne dipinte d’un rosso/viola tenue e carino, di cui, anche adesso, permangono chiari segni, sulla parte della struttura rimasta saldamente in piedi.

Dal confine a levante della “Viia” , si gode di una pregevole vista su Castro e sul Canale d’Otranto, in certe mattinate, specie d’inverno, con l’impressione supplementare di toccare con mano addirittura i rilievi vicini alla costa albanese.

In omaggio alla sopravvivenza, sempre auspicabile, di ciò che è bello, se non alla completa continuità delle sane abitudini e tradizioni, è incoraggiante e confortante sapere che, qualche anno addietro, la “Viia” è stata assunta in proprietà da un giovane artigiano, non sarebbe esagerato definirlo artista, marittimese, Simone F., il quale, ammirevolmente e lodevolmente, sta eseguendo, sull’immobile,  importanti opere di ristrutturazione e mantenimento, a partire dall’elegante ingresso da Via Torre Lupo, delimitato da due solide ma  armoniche colonne in muratura con conci di  cave locali, nello stile d’una volta.

Intanto, Simone, in un progetto che prevede, nella “Viia”, l’esercizio di attività agricola biologica, ha animato il fondo con la presenza e l’allevamento allo stato brado di due magnifiche oche, nonché di una mula, al momento in addestramento presso una masseria di Otranto, da utilizzarsi per la sella e per l’aratura del terreno con metodi biodinamici, senza, cioè, il ricorso a trattori o mezzi meccanici similari a motore. Bravo, Simone!

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Ritornando alla strada di casa di Vitale F., Via Toselli, esistono, nei paraggi, altri indicativi punti o stazioni: la dimora di Clemente M., in vita ucciere (macellaio) part time e genitore di tre belle e brave figlie. Poi, l’uscio di Cosimo ‘u Barone, conosciuto e temuto dai ragazzi di ieri, soprattutto quale proprietario di un giardinetto confinante con il camposanto del paese e lo slargo adiacente adibito a campetto di calcio: tutte le volte che il pallone finiva col cadere nel podere del Barone, erano mal di pancia, con iniziali sonore proteste del buon uomo, minacce di sgonfiatura della sfera e lunghe trattative che, alla fine, peraltro erano sempre a favore dei giovanissimi giocatori.

Quindi, la casa dei coniugi Nuzzo, una coppia piissima, con sei figli tutti maschi, di cui il terzultimo e l’ultimo si sono fatti monaci e, ancora oggi, ormai nella terza età, si vedono arrivare d’estate per brevi periodi di vacanza.

Come non ricordare, infine, il piccolo terraneo, con confinante giardino, di zio Francesco e Zia Pietrice, i quali, tutti gli anni, in occasione delle Festa dei Santi Medici, avevano l’abitudine di regalare alla mia famiglia un paniere di uva e noci?

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Sono particolarmente affezionato a questo volto, un po’accantonato, del borgo natio, la sua anima senza tempo che va oltre le generazioni e gli eventi, un substrato interiore che, in fondo, sento alla stregua di un tutt’uno con la mia stessa anima.

E’ un legame della medesima intensità di quello che mi unisce a questo mare e alle persone più care.

Il mio amico parroco

di Rocco Boccadamo

 

A Marittima, quando contavo dodici o tredici anni, ci fu un avvenimento notevole per l’intera comunità: il cambio del parroco.

A guidare la nostra parrocchia di S. Vitale, da una località più grande situata nelle vicinanze dove svolgeva il compito di vice parroco, arrivò don G. P., una persona ancora giovane e piena d’energie che subentrò ad un altro sacerdote avente il medesimo nome di battesimo, ma dotato di un temperamento in certo senso opposto, vale a dire oltremodo mite e tranquillo.

Già la domenica in cui prese possesso della nuova sede, don G.P. si distinse e colpì l’affollata platea di fedeli con un’omelia pervasa da forti accenti e da vibrati proclami e ricca di richiami dei valori fondamentali cui, secondo l’oratore, bisognava improntare non solo la pratica strettamente religiosa, ma anche i rapporti di civile convivenza.

Da Marittima, un nuovo lido e vecchi, indelebili ricordi

di Rocco Boccadamo

Anche qui, ovviamente, vanno mutando i tempi, i costumi con le correlate esigenze, le strutture.

Cosicché, alla Marina, in zona Porticelli, esattamente fra il “Pizzo della Merdara”  e la “Ucca de Porticeddri” (bocca di Porticelli), è da poco sorto un lido o stabilimento balneare, a ridosso della scogliera. In termini materiali, è stata allestita un ampia spianata di ombrelloni, sdraio e lettini, insieme con un chiosco bar e ristorante e, soprattutto, onde permettere agli ospiti di sormontare senza pericoli le irte rocce e scendere agevolmente sul “lapitu” (bagnasciuga erboso) per fare il bagno, un sistema di passerelle e scalette in legno.

Gli operatori economici risultati assegnatari della concessione demaniale hanno attribuito al complesso la denominazione “Fiore di zagara” che riprende fedelmente quella della “Locanda Fior di Zagara”, entrata recentemente in esercizio, secondo la formula del bed & breakfast, nella vicina località di Diso.

Fin qui, si tratta di un doveroso cappello o preambolo di mero riferimento, senza propositi di traino reclamistico alle pur opportune realizzazioni di carattere turistico – ricettivo in discorso.

E’ tutt’altra, difatti, la ragione essenziale che ha spinto il comune osservatore di

Aprendo l’animo: due compleanni e una lettera senza tempo

di Rocco Boccadamo

Sedici marzo duemiladodici, sono settantuno, per l’autore di queste righe.

Venti marzo duemiladodici, sarebbero stati novantacinque, per una madre dolce e buona.

La quale, invece, se n’è andata nell’ormai lontano millenovecentosessantasei, contandone soltanto quarantanove.

A più riprese, anni ed età, del presente e di ieri, e, intanto, cade la ricorrenza di S. Benedetto, con i primi garriti, annuncianti l’arrivo della stagione dei fiori.

Secondo le scansioni naturali e astronomiche, i progressivi rosari di primavere conferiscono vie più massa all’accumulo del tempo. E, però, per chi scrive, dal momento del richiamato omega, è come se i relativi rintocchi e calendari si siano rarefatti, l’alba e la controra di una data d’inizio estate, in piena gioventù, sono state rivissute eguali lungo la sfilata del tempo, a ogni risveglio rinnovatosi, sino al lento dischiudersi delle palpebre, il mattino, oggi.

E, ancora, non hanno subito alcuna trasfigurazione, nella mente, il suo volto e l’espressione nel solco del calvario, rievocanti, in fondo, fattezze giovanili, nonostante il tormento del mostro.

Brevi decenni, fianco a fianco, voci e sguardi a incrociarsi e, soprattutto, un mare di semplici, buoni e positivi esempi, da madre a figlio (o meglio, da madre a sei figli).

C’è stato, invero, fonte di conforto, il margine affinché conoscesse, con gli occhi lucidi di gioia, il primo nipotino, lo tenesse con fatica in braccio nel ruolo di madrina, lo accarezzasse, seduta sul letto, nel Natale conclusivo.

Con la penna, il ragazzo di ieri potrebbe, di getto, tratteggiare a iosa altre parole e ricordi, tuttavia, a questo punto, gli sembra prevalente la scelta d’invertire i protagonisti della scena, lasciando parlare direttamente Lei, attraverso una sua lettera, semplici righe manoscritte in un linguaggio umile e approssimativo, fra italiano e dialetto, da quinta elementare e, nondimeno, dal contenuto così particolarmente intenso, emozionante e intriso di profondo valore didattico.

Ero già diciottenne, e, per frequentare l’ultimo anno delle superiori, a Maglie, avevo chiesto, e ottenuto, di non fare il pendolare con la corriera delle autolinee “Sud Est”, ma di fermarmi ”a pensione” presso una famiglia della cittadina.

Sennonché, nella nuova casa, agli inizi, incappai in una fase d’insofferenza e disagio per via di qualche difficoltà d’ambientamento e adattamento, avanzai addirittura l’idea di cambiare, scaricando tale proposito giusto su mia madre.

Di seguito, è riportata, tratta direttamente dall’originale, la sua risposta, al solito equilibrata, saggia, senza toni da cattedra, ma con capacità di convincimento, efficace.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

 Marittima, 29 – 10 – 1959

Caro Rocco,

Mi hanno appena portato la tua lettera e subito ti scrivo.

Noi stiamo bene, lo stesso auguro sempre a te.

Circa la tua richiesta di mandarti qualcosa, che ti devo inviare, se non un po’ di pasta, la salsa, una scatoletta di carne, un po’ di zucchero?

Di patate, in casa non ne abbiamo. Una mattina, alzati presto e fai un salto al mercato, così te ne compri due – tre chili (hai voglia a mangiare!), insieme con qualche chilo di verdura, facilmente reperibile in questi tempi.

Qui, quest’anno la produzione è scarsa, cavoli non ce ne sono.

Se cambi casa, stai attento a non compiere leggerezze, col rischio, magari, a distanza di un mese, di dover cambiare nuovamente. Penso che in nessun posto ti troverai meglio di dove stai adesso, a me la Signora è sembrata buona.

Ad ogni modo, fai come credi, basta che tu sia in gamba e ti faccia sempre i fatti tuoi, senza interessarti degli altri.

Ti mando i soldi per la pensione e, in più, mille lire per il latte e le patate.

Il Battesimo, in cui dovrai fare da padrino, non si sa quando si terrà, perché il compare è ancora a lavorare in Francia. I tuoi zii, invece, sono ritornati, stanno bene; quando vieni, troverai, da parte loro, un pacchetto di sigarette per te.

Tanti saluti dagli zii e dai nonni e infine ti salutiamo noi.

Tua cara mamma. 

P.S.: circa i documenti che hai chiesto, te li farà tuo papà quando ha un po’ di tempo.

 

Nella stessa lettera, piccola nota della sorella Teresa, dodicenne.

 

Caro, Rocco. Pensa a camminare con il naso dritto.

Saluti. Teresa

 

Che aggiungere? Proprio niente, salvo il particolare che restai in pensione presso la Signora di Maglie sino alla fine dell’anno scolastico, facendo, invece, ritorno a Marittima, da mia madre, per prepararmi agli esami di diploma.

Ovviamente, è divenuta immensa la distanza curricolare da quella stagione e l’attuale quotidianità incorniciata dai capelli bianchi non prevede più sessioni di prove scolastiche, essendo, bensì, rivolta a traguardi e mete di tutt’altro genere, e però, sempre sotto lo sguardo della Signora autrice della lettera di cui anzi.

La gigantesca piovra della Marina dell’Aia

di Rocco Boccadamo

In un caldo pomeriggio d’agosto, dopo l’immancabile riposino, mio padre, sulla scia di un’antica consuetudine paesana e sapendo di renderci contenti, prese me e altri tre dei miei fratelli e sorelle – i più grandi –  e ci condusse, mediante una passeggiata a piedi, sulla litoranea, esattamente nel tratto di costa denominato Marina dell’Aia, per farci fare, anzi “prendere”, un rinfrescante bagno nelle terse acque del nostro mare.

Attraversammo velocemente, con l’agilità tipica dei ragazzini, gli scoscesi viottoli della scogliera, approdando quindi sul bagnasciuga – in gergo dialettale “lapitu” – ricoperto sotto il pelo dell’acqua da uno strato erboso reso luccicante dalle carezze dei raggi del sole e caratterizzato, qua e là, da numerose buchette, non eccessivamente profonde, dette conche oppure “otuli”.

Ancora inesperti di nuoto, noi quattro giovanissimi incominciammo a stenderci sulle basse acque del bagnasciuga e ad entrare e uscire, appunto, dagli “otuli”, nel mentre mio padre faceva invece il bagno muovendosi e immergendosi nell’attigua distesa di mare più profondo, o “spunnato”, non senza badare, contemporaneamente, a tenerci d’occhio.

Trascorse così un simpatico e divertente intervallo, dopodiché – intanto che il sole si avviava al tramonto – ci preparammo ad asciugarci e a rivestirci.

Fu proprio in quella fase che accadde l’evento eccezionale: sulla superficie d’acqua all’altezza di una conca del bagnasciuga, io notai una sorta di gran macchia a raggiera, che, alla luce di lenti e ritmati movimenti, percepii essere non qualcosa d’inanimato, bensì una realtà viva, un grosso polpo, quasi una piovra.

Immediatamente, senza troppo strepitare, diedi voce dell’avvistamento a mio padre, il quale si trovava a pochi metri di distanza, dicendogli con l’espressione del volto “ora vedi tu il da farsi”.

Mi sembrò per la verità esitare un attimo, ma poi, mentre io e i miei fratelli ce ne stavamo in assoluto mutismo e respirando appena, notai che si accostò quattamente a quella conca, si piegò, abbrancò con ambedue le mani l’enorme massa e la tirò su. I tentacoli del polpo si avvinghiarono automaticamente alle sue braccia, ciononostante egli portò la testa del mollusco verso la bocca e la morse ripetutamente; subito dopo, iniziò a sbattere l’animale sugli scogli appuntiti, riuscendo in pochi minuti a stordirlo e a renderlo definitivamente immobile.

La scena fu osservata con attenzione da un giovanotto del paese che aveva la casetta di villeggiatura proprio in corrispondenza di quel punto della scogliera e che, con evidente rammarico, esclamò: “Giusto stamattina ho scorto anche io quel grosso polpo, però non sono riuscito ad acchiapparlo”.

Riposta l’eccezionale preda in un sacchetto di stoffa, e caricatasela sulle spalle, mio padre ci riportò a casa, dove fu ovviamente fiore di mostrare il pescato a mia madre.

Rammento benissimo, come se fosse stato ieri, che il giorno successivo, al “Serrito” del nonno Giacomo, si svolse l’annuale rito della vendemmia, con la partecipazione di oltre venti persone, tra familiari, parenti ed amici: orbene, il grosso polpo catturato alla Marina dell’Aia, cucinato con pomodori e patate in due pignatte di terracotta, fece ottima figura arrivando a costituire l’appetitosa e gustosa pietanza per l’intera comitiva.

Marittima: la fiera della Madonna di Costantinopoli

MARITTIMA: LA  FIERA  DELLA  MADONNA  DI  COSTANTINOPOLI   NEI   RICORDI  DI  UN  RAGAZZO DI  IERI

 

di Rocco Boccadamo

 

Sulla scia di una tradizione ormai secolare, nella prima domenica di marzo si svolge a Marittima una manifestazione ancora molto sentita, la fiera della Madonna di Costantinopoli, la Vergine compatrona del paesello, venerata sotto forma di un’artistica statua in cartapesta e attraverso un’antica icona bizantina nel piccolo e grazioso Santuario a Lei espressamente dedicato.

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Si diceva manifestazione molto sentita, non a caso, bensì per due ordini di motivi da sempre radicati nella mente e nella sensibilità dei marittimesi. Una volta, praticamente sino a pochi decenni addietro, trattatasi  dell’unica occasione di mercato a domicilio, tant’è che, in seno alle famiglie, molti acquisti erano programmati e scadenzati giustappunto in concomitanza della fiera; inoltre, l’arrivo della prima domenica di marzo inculcava nella suggestione popolare una specie di simbolo, se non proprio di definitivo distacco dal periodo freddo, perlomeno di inizio del passaggio dall’ inverno alla stagione  primaverile.

Certo, nei tempi recenti, sono man mano intervenuti innumerevoli stravolgimenti ed evoluzioni, vuoi attraverso l’apertura un po’ ovunque di mercatini, supermercati, ipermercati e megastore, vuoi per la diffusione dei mezzi di trasporto che consentono di muoversi quando si vuole e di raggiungere per gli acquisti le più  disparate località, sia, infine, in virtù del fenomeno della pubblicità, soprattutto radio-televisiva, e grazie alle schiere di venditori porta a porta che, come dire, non ti fanno mancare quasi nulla.

Così, invece, non accadeva prima. La fiera era attesa, con autentica ansia, da tutti, a partire dai piccoli e sino alle persone anziane.

I ragazzini, solo in quella particolare domenica, a differenza delle altre festività, erano eccezionalmente mattinieri, non vedevano l’ora di uscire, sfoggiando per la prima volta dopo l’inverno i pantaloncini corti, preceduti, nel compimento di tale atto, soltanto da qualche visita di nonni o zii, i quali come sempre si erano alzati presto, recanti in dono, come primo segno della manifestazione, un fascio di fresche carote, le mitiche pistinache secondo il gergo dialettale.

Su e lungo una serie di strade e piazzette del paese, la fiera si snodava sistematicamente in sequenze  scandite e organizzate a seconda della natura merceologica dei prodotti in esposizione: in piazza Umberto, di fronte alla Chiesa matrice, prendevano posto le baracche di generi alimentari, casalinghi, piccoli e artigianali giocattoli, dolciumi; il largo cosiddetto della “Campurra”,  dominato dalla Cappella di S. Giuseppe, era invece deputato alle baracche di tessuti, arredamenti per la casa, confezioni e calzature. In via Convento, nella direttrice conducente al Camposanto e al già citato Santuario della Madonna di Costantinopoli, si situavano i venditori di articoli per l’agricoltura, cereali e granaglie in genere, ortaggi e verdure, scale, corde e quindi, dulcis in fundo, i venditori di animali vivi e bestiame (dai piccoli volatili – pulcini, galletti e puddrasce – ai conigli, agnelli, pecore, capre, suini, cavalli, asini e muli, nonché qualche capo bovino).

Consisteva essenzialmente in questo la gamma di mercanzie che la fiera offriva alle del resto povere possibilità di acquisto dei marittimesi  e degli abitanti dei paesi vicini, i quali vi convenivano anch’essi in numero ragguardevole. Le contrattazioni iniziavano verso le sei/sette del mattino, protraendosi sino alle 14/15 dopo pranzo: piccoli e onesti e dignitosi affari per entrambe le parti che li animavano e generavano.

Talvolta, poteva capitare che in occasione della ricorrenza, all’ultimo minuto della vigilia  o addirittura nel corso della manifestazione, si registrassero gravi perturbazioni meteorologiche, con  acquazzoni e  temporali: in casi del genere, per fortuna  non frequenti, il cattivo tempo stravolgeva e metteva a soqquadro tutto, sicché la fiera veniva spostata alla domenica successiva.

A comprova di siffatta sfaccettatura, a chi scrive è direttamente accaduto, in un paio di occasioni, dopo essere uscito di buon’ora da casa, di imbattersi improvvisamente nel maltempo, di trovarsi costretto a rifugiarsi per ore, si pensi un po’, all’ interno della chiesa e, da lì, assistere allibito allo smantellamento di baracche e merci, per poi, una volta passata la tempesta, fare mesto e inglorioso ritorno fra le mura domestiche.

D’altronde, non si deve dimenticare che, allora, l’ombrello rappresentava un optional non propriamente comunissimo, di macchine, praticamente, non ne esistevano, contandosene, nel paese, appena due (una “topolino” e una “Fiat giardinetta”): e i torrenti d’acqua generati dal temporale non potevano certamente affrontarsi e guadarsi a cuor leggero, neppure dai più temerari.

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Nell’ ambito della mia famiglia, l’occasione della fiera significava anche rivedere uno zio che viveva nel brindisino e lavorava presso un magazzino di tessuti. Egli, difatti, insieme con i suoi titolari, così come faceva sovente “mercato” qua e  là mediante una grande baracca espositiva auto trasportata, era solito partecipare alla fiera di Marittima, arrivando la sera del sabato e recandosi per la cena e per dormire dai miei nonni.

Ricordo, relativamente alla baracca dello zio V., sempre lo stesso “posteggio” al largo “Campurra”, a ridosso del muro sud della navata della cappella di S.Giuseppe.

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Ma, un episodio rimastomi straordinariamente impresso risale a cinquantacinque, forse sessanta anni addietro, nell’approssimarsi, appunto, della fiera.

Mi trovavo di sera, insieme con i miei fratelli, in casa dei nonni paterni, accomodato su una panchetta all’interno del rustico e caldo “focalire”, di fronte al nonno C. impegnato a fumare il suo toscano, con la brace puntualmente in bocca perché tirasse meglio, dopo una giornata di lavoro; la nonna C. seduta vicino al medesimo angolo di calore e intenta a sferruzzare qualche piccolo capo di lana, la zia L. seduta, a sua volta, accanto  al tavolo, con fidanzato nelle adiacenze, nell’ atto di ricamare gli ultimi capi per il suo corredo.

Ad un certo punto, la nonna passò a commentare, con  voce chiara e distinta, che quell’anno la fiera avrebbe comportato una lunga serie di acquisti in vista del matrimonio del figlio V. e del conseguente arredo, sia pure sommario, della di lui nuova abitazione: zappa, vanga, calderina, falce, limmo, limmune, limmiteddro, pignate, pentole, bisaccia, treppiedi, quadare e quadarotto, scala, lavaturo…. e, così via dicendo, la lista seguitava con tanti poveri altri aggeggi, quasi non finiva mai.

Il nonno C. andava ascoltando e, evidentemente, cercava dentro di sé di metabolizzare il lungo elenco, facendo contemporaneamente il conto, soprattutto, di quale sarebbe stato il relativo esborso, paventando che lo stesso potesse finire col prosciugare fino all’ultima lira i magri risparmi familiari  e, addirittura, costringere a  contrarre qualche debito (all’ epoca, di certo, non era di moda il ricorso al credito al consumo). Sta di fatto che, come fulmine a ciel sereno e in barba al suo temperamento di solito mite e calmo, egli sbottò in un improperio, alla buona ma sonoro, all’ indirizzo della malcapitata consorte, intimando, praticamente, di farla finita.

La violenta reazione del buon uomo generò grande sconforto, non solo nella nonna, ma anche nella  zia L.: difatti, di fronte alla reprimenda del padrone di casa,  proruppero entrambe, per diversi minuti, in un pianto sconsolato. E  noi, piccoli ma attenti spettatori, lì  bloccati , zitti e muti, durante tutta la scena.

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Al giorno d’oggi, ogni cosa è inevitabilmente mutata: i venditori presenti alla fiera sono costituiti in prevalenza da immigrati extra comunitari, i quali, poveracci, espongono, più che altro, cianfrusaglie e paccottiglie di scarso e dubbio valore qualitativo. D’altronde, per la platea degli acquirenti, le fiere e i mercati sono a portata di mano tutti i  giorni del calendario.

In siffatta radicale metamorfosi, a Marittima è, però, dato di riscontrare un tratto positivo che vale la pena di mettere in evidenza, una buona novità e un’ utile iniziativa nella discontinuità dell’ antica, e a questo punto introvabile, tradizione.

Su idea di una famiglia di costruttori di imbarcazioni per la pesca e da diporto in legno, artigiani veramente bravi ed apprezzati diffusamente in tutto il Salento, nell’ ambito della fiera della Madonna di Costantinopoli è stata inserita una nuova sezione sotto forma di salone nautico e di attrezzature per la marineria. Per quanto mi riguarda, trattasi dell’ unico modulo della fiera  rimasto ad attirarmi ed a cui mi accosto.

Dunque, complimenti e un plauso amici e compaesani barcaioli di Marittima! Al troncone della classica fiera intrisa di ricordi e nostalgie lontani, avete saputo innestare un virgulto vitale  ed interessante per l’ attenzione dell’ utenza del terzo millennio.

Ritorno a Marittima sul treno dei ricordi

 di Rocco Boccadamo

Mi sono diplomato, con una sfilza di otto e di nove, nel luglio del lontano 1960.

Ricordo che era appena passato a miglior vita un vecchio marittimese, maestro Vitale Bianchi, già falegname di mestiere e, soprattutto, per molti decenni, sacrestano della locale parrocchia, in tale funzione sempre presente ad ogni evento, lieto e non, che si verificava in seno alla comunità paesana.

Una figura, insomma, ben conosciuta e quasi familiare.

Poco tempo dopo, grazie a quel pezzo di carta e con la mente colma di tanta e convinta voglia di nuovo, ho detto ciao a Marittima e alla mia Ariacorte per incamminarmi verso il mondo del lavoro.

Non sono rimaste disattese, per fortuna, le aspettative postemi in tema di traguardi e di carriera, anche se nessuno mi ha fatto regali e ho, anzi, dovuto impegnarmi, come si suole dire, anima e corpo.

Mi è invero capitato di calarmi in un impiego, a diretto contatto e a confronto con la gente, che mi ha preso e coinvolto sin dall’esordio.

In più riprese ho cambiato sede di lavoro, in giro per l’Italia, dalla Puglia alla Toscana, dalla Campania alla Sicilia e alla Liguria, dalla Lombardia al Lazio; e questo peregrinare – pur con le connesse scomodità logistiche, di insediamento, adattamento ed ambientamento – si è tradotto in un significativo supporto di arricchimento delle mie conoscenze ed esperienze, non solo a livello professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale  e umano.

Devo riconoscere che ho avuto la buona ventura di essere assecondato – particolare non trascurabile – dalla famiglia, prima di tutto da mia moglie, quindi pure dai nostri tre ragazzi. A loro, perciò, un grosso “Grazie”.

Trascorsi circa quaranta anni di servizio attivo da girovago, ho dovuto domandarmi e scegliere dove andare a vivere da pensionato.

Il passaggio rivestiva molta importanza ed ha pertanto richiesto una lunga riflessione.

Alla fine, ha prevalso, devo dire nettamente, l’opzione del ritorno alle origini, per cui mi sono ritrovato di nuovo abitante di Marittima, per l’esattezza abitante in part-time durante il periodo invernale, allorquando mi divido fra il paesello natio, appunto, e la vicina Lecce.

All’inizio, sinceramente, ho talvolta avvertito un senso di disorientamento, mi sono posto degli interrogativi. Ma, adesso, sono, con convinzione, lieto e soddisfatto di essere ritornato.

Certo, l’arco di tempo della mia assenza, sebbene non lunghissimo, ha coinciso con un’epoca in cui sono maturati e si sono sviluppati tumultuosi e radicali cambiamenti, sicché ora molti scenari risultano profondamente mutati. Anche a Marittima, di conseguenza, appaiono diffuse le tracce del nuovo: sui muri, nelle vie, sui volti e negli abiti della gente, nella stessa aria che si respira.

Da sottolineare che i miei primi diciannove anni trascorsi qui erano stati caratterizzati e impregnati da un’elevata dose di “partecipazione” e di coinvolgimento, tanto che dopo, pur vivendo lontano e nonostante lo snodarsi del tempo, mi sono costantemente sentito  “pieno” di quel periodo.

Adesso, oramai ragazzo di ieri, mi rendo meglio conto che in quella fase, intorno a me, non esistevano steccati o fossati rispetto agli altri, più giovani, più grandi o più vecchi che fossero. Ai miei occhi, la comunità marittimese era un tutt’uno e basta.

Di riflesso, nella realtà, mi succede ancora di sperimentare la profonda conoscenza delle persone acquisita allora, una vera e propria somatizzazione, sin dai caratteri e dalle sagome del loro fisico.

Ad esempio, sono in grado di riconoscere agevolmente un compaesano, basta che lo osservi di spalle, senza alcun bisogno di scrutare i dettagli del volto.

Eppure, di tempo ne è passato!

Lo accennavo prima, anche qui, purtroppo, si scorgono, inevitabilmente, immagini comuni ad altri posti, si ha l’impressione di vedere in giro più autovetture e scooter che abitanti, sono ben presenti le mode in voga, i discorsi che si ascoltano risultano spesso imbevuti del tipico, moderno consumismo, delle usanze e delle tendenze che prevalgono.

Ma, ciononostante, per me, al massimo livello della scala dei valori, rimangono pur sempre le persone, non importa se ricche o povere, colte o poco istruite, eleganti o modeste e approssimative nell’abbigliamento.

Non essendo un critico di professione, bensì soltanto uno spettatore e non ritenendomi, comunque, all’altezza per poterlo fare, mi astengo volutamente dall’esprimere giudizi o dall’additare negatività circa i cambiamenti intervenuti in maniera specifica nello spaccato della nostra piccola comunità.

Tanto, la situazione attuale è perfettamente alla portata e nella consapevolezza di tutti.

Mi piace, invece, tentare di offrire un “contributo” di tacito e sereno confronto costruttivo, attraverso qualche riflessione, testimonianza o ricordo.

Come in uno speciale lungometraggio cinematografico di cui non ci si stanca mai di rivedere le sequenze, nella mia mente, e non solo lì, si succedono con incredibile freschezza molte scene della vita marittimese di circa sei decenni addietro.

Qui, provo a metterne a fuoco talune, che maggiormente si sono incarnate nella memoria.

Regnava una totale e assoluta familiarità, si conosceva tutto di tutti, i vecchi avevano presenti i nomi finanche dei neonati e, analogamente, anche i bambini conoscevano quelli degli anziani.

Indimenticabili i semplici giochi delle serate estive nelle viuzze dei vari rioni, sotto una casuale lampadina dell’illuminazione pubblica, se e quando esistente, altrimenti al buio rischiarato appena dal luccichio delle stelle e dalla luna: si partecipava in numerosi, serenamente e gioiosamente, a prescindere dall’età.

Quotidianamente, anche col tempo inclemente, i giovani, gli adulti e gli anziani, di sera, erano soliti “uscire in piazza”, con lo scopo prevalente, se non esclusivo, di incontrarsi, far crocicchi, parlarsi e, così, tener sempre aggiornate le reciproche conoscenze.

Magari, ci stava anche qualche passata dalla bottega di mescita del vino, ma, ripeto, essenzialmente si discorreva, del più e del meno, come nell’agorà delle civiltà antiche.

Le ricorrenze delle feste, almeno delle principali, rinfocolavano vie più gli stimoli ai contatti, alla socializzazione, alle passeggiate, in coppie o in gruppi. In quelle circostanze, si registrava anche il fenomeno dei numerosi compaesani – residenti altrove – che mai mancavano all’appuntamento di un rientro, seppure di breve durata; si materializzavano, in tal modo, più ampi e festosi spunti per incontrarsi.

Quando qualcuno versava in cattive condizioni di salute, non passava giorno senza che i compaesani, a frotte, di solito al rientro dalle fatiche nei campi, passassero a rendergli visita, per informarsi sul decorso della malattia, per condividerne le sofferenze mediante due parole o un sorriso.

In occasione, poi, della dipartita di un paesano, si registrava un unanime senso di autentico dolore, la partecipazione e la vicinanza alla famiglia coinvolgevano la totalità della popolazione; la chiesa, sovente, non bastava a contenere i partecipanti all’ultimo saluto allo scomparso, il corteo che si snodava verso il camposanto era quasi sempre interminabile, eppure – malgrado tanta folla – aleggiava un clima di assoluto raccoglimento, non volava una mosca. Con spontanea partecipazione e dignità, si tributava, così, un corale abbraccio finale a chi se ne era andato.

Nei ragazzi e negli adolescenti, era radicata l’abitudine, alla domenica, di assistere alla “prima” messa al Convento; si saltava giù dal letto verso le cinque e mezzo, in certe stagioni ancora notte, si compiva il tragitto a piedi sotto l’incanto di cieli tersi e stellati. La funzione, per le otto, era già terminata e, così, si aveva a disposizione l’intera mattinata, per giochi e divertimenti nel boschetto sulla via dell’Arenosa.

D’estate, i giovani, se non c’era altro da fare, si attardavano in piazza o nelle strade principali del paese per tutta la notte, sino alle prime ore del mattino, discorrendo e scherzando, ma senza schiamazzi, per non arrecare disturbo agli altri, in un clima di autentica amicizia e di schietto cameratismo.

Succedeva, non di rado, che la loro permanenza così prolungata si incrociasse con le prime sortite da casa degli adulti, i quali, ancora scuro, si avviavano verso i campi. Ed era molto bello scambiarsi, insieme, quel buongiorno avente un sapore assolutamente speciale.

Saltuariamente, di solito nella tarda serata del sabato, si spostavano in gruppi verso le marine per pescare i granchi, qualche scorfano o, magari, i polpi, sorprendendoli sugli scogli bassi e nelle buche a ridosso del bagnasciuga erboso sotto il fascio di luce di rudimentali lampade ad acetilene. In qualche punto, i gruppi si incontravano e facevano il confronto dei rispettivi bottini che, intanto, strusciavano scivolando lungo le pareti interne delle caratteristiche anfore di rame o zinco (capase).

Gli usci delle case restavano in genere aperti, il rispetto della proprietà altrui era sacro, le notizie di qualche furtarello costituivano un evento davvero eccezionale.

All’intensità dei rapporti civili interpersonali, si abbinava una diffusa partecipazione alla vita religiosa della comunità; la chiesa, le messe e le funzioni erano assai frequentate, senza differenze fra le diverse fasce anagrafiche.

Ogni marittimese sentiva un tantino suo, con umiltà ma con attaccamento, quanto doveva svolgersi in seno alla parrocchia: liturgie, cerimonie, manifestazioni eccetera. Siffatto coinvolgimento materiale, diretto e continuo, era avvertito, pesato e considerato da parte del Parroco, il quale lo rispettava e ne faceva tesoro.

Queste, le immagini che con più frequenza si proiettano a distanza dentro di me, con riferimento al mio paese e alla sua gente.

Ma le origini, e nella fattispecie il ritorno alle origini, non possono, ovviamente, prescindere dall’ambiente naturale – in primis il cielo e il mare – circostante.

Attualmente, specie trovandosi a dimorare nelle grandi città, si avverte molto forte il rimpianto dei cieli azzurri di una volta, degli astri luccicanti e vicini, della luna che “sembrava ti parlasse”, del mare che, nelle giornate burrascose, pareva volerti rimproverare con il fragore sordo e cupo delle onde, mentre, negli altri momenti, con il suo sciacquio leggero, ti raggiungeva dolcemente alla stregua  di una tenera carezza.

Sotto questo aspetto, qui, al contrario, non è cambiato pressoché nulla, e ciò con grande appagamento per il mio animo che, di sicuro, non nutre rimpianti per l’atmosfera poco naturale delle varie località di precedente residenza.

Concludendo questi appunti, confesso che mi rallegro dal profondo del cuore osservando le generazioni giovanissime, che si presentano come l’essenza più bella e autentica di questa società del ventunesimo secolo; soffermandomi a guardare fugacemente i loro volti freschi, dagli occhi vivi e intelligenti, mi viene spontaneo di dire “ buona fortuna per voi stesse, creature che andate sbocciando, come pure per il vostro mondo del futuro!”.

Egualmente mi rallegro, nell’osservare, o meglio ammirare, le persone anziane o vecchie, spesso di ottanta, novanta e ancora più anni, in buona salute, autonome, in certi casi addirittura più vitali e serene di come mi apparivano, all’epoca sotto il peso delle fatiche e delle preoccupazioni, quando ero ragazzo.

E trovo, che tali ultime immagini stabiliscano un magnifico collegamento, un bel segno di continuità fra le realtà di ieri, il presente e il tempo a venire.

Si potrebbe con facilità obiettare che, in fondo, si tratta di discorsi, rappresentazioni e storie di un tempo passato, che i ricordi sono ricollegabili più che altro all’avanzare dell’età anziana.

Da parte mia, vorrei però osservare che quando si fa riferimento alle proprie origini e alle proprie radici, il che vuol dire alla propria anima, è bene non cancellare tutto, ma, al contrario, custodire gelosamente i punti fermi e importanti, giustappunto, del passato, con l’accortezza, beninteso, di  adattarli ai mutamenti che man mano intervengono.

Riconoscersi nei valori veri delle proprie origini è già e comunque un passo avanti.

1880, naufragio del piroscafo Travancore wreck all’Acquaviva

 

di Giorgio Cretì

Travancore (archivio Ninì Ciccarese)

Alla masseria di Capriglia tutto procedeva secondo il susseguirsi delle stagioni e l’attività della gente era legata esclusivamente alle pratiche agricole. Massaro Rosario, oltre che occuparsi delle direttive generali, teneva per sé anche certe incombenze di particolare delicatezza e perizia come, per esempio, la semina e la vendita dei prodotti; Crocefissa badava alla casera e alle faccende di casa e Rocco seguiva tutti i lavori: dall’aratura alla mietitura, dalla mungitura alla tosatura delle pecore, dalla chiamata dei giornalieri al pagamento del vino che essi bevevano nelle botteghe del paese a fine giornata. Gabriella era lì ormai da un anno e s’era integrata nella famiglia: non aveva nessun incarico particolare, a causa del suo impegno continuo con il piccolo Rosario che cresceva bello e sano, ma aiutava qua e là secondo le necessità. Suo padre Peppino ora aveva il lavoro assicurato, ed anche il vino. A volte Gabriella andava nei campi perché erano necessarie anche le sue braccia e allora il bambino restava con Crocefissa, ormai mamma Fissi per Gabriella, che l’adorava e lo teneva in braccio con tanta tenerezza come se tenesse il suo Pasquale ch’era tanto lontano.

Era serena, Crocefissa, e si faceva ogni tanto rileggere le lettere che Pasquale scriveva e specialmente i passi che la riguardavano. Temeva il mare perché lo sapeva infido per i marinai e quando pensava al figlio sopra una nave, le tornava in mente il ricordo di quando, una trentina d’anni prima, c’era stato un naufragio non molto lontano.

Una notte di marzo, un piroscafo inglese che veniva dalle Indie era affondato davanti al canale dell’Acquaviva, alle marine di Marittima. Molta gente allora era accorsa generosamente con le barche, soprattutto da Castro, ed i passeggeri e l’equipaggio erano stati tutti tratti in salvo prima che la nave affondasse completamente; del carico, però, non s’era salvato nulla: al buio era letteralmente scomparso… e non in fondo al mare. Che gente!, pensava.

C’era stata, però, una storia diversa, quella del brigadiere Rizzelli di Gallipoli che, avendo trovato un cofanetto di monete l’aveva subito consegnato al legittimo proprietario, ma gli era toccato solo un encomio. Così erano i carabinieri! I quali, durante le loro perlustrazioni, passavano dalla masseria e v’entravano a salutare chi trovavano ed a scambiare qualche parola: a volte massara Crocefissa regalava loro qualche ricotta o del formaggio da portare a casa. I carabinieri andavano a cavallo o a piedi, ma avevano anche le biciclette. Non erano molto istruiti e la maggior parte di essi sapeva leggere e scrivere quel tanto che serviva  per il proprio ufficio; non davano mai opinioni sugli avvenimenti politici.

Il riferimento al naufragio dell’Acquaviva è tratto dal capitolo terzo di “Poppiiti”, uscito nel 1996 ed io l’avevo ricavato da “La corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto”, stampato a Lecce da Giacomo Arditi nel 1879.

L’Arditi afferma che tutto il carico della nave fu oggetto di sciacallaggio e salva solo “la gara ospitale ed umanitaria di alcuni signori e delle autorità accorse”. Nel verbale del processo tenutosi a Londra il 12 aprile successivo si dice, però, che non tutto andò perduto: “they ultimately succeeded in saving a portion of the cargo”.

Scorriamo ora il processo verbale dei fatti come redatto a Londra un mese dopo da quella Camera di Commercio.

Il piroscafo affondato all’Acquaviva si chiamava Travancore e apparteneva alla Peninsula and Oriental Steam Navigation Company. Era addetto al trasporto misto di persone e merci. Misurava 1.903 tonnellate di stazza lorda e 1.172 di stazza netta con motori da 350 c.v. Era partito dal porto di Alessandria in Egitto il 5 marzo ed era diretto al porto di Brindisi, con 108 membri di equipaggio, 57 passeggeri e un migliaio di tonnellate di merci, per lo più cotone.

La nave faceva rotta verso il Capo d’Otranto per poi, ivi giunta a circa un miglio dalla costa, segnalare la sua posizione a terra. Da dove avrebbero telegraficamente avvertito Brindisi del suo arrivo perché si approntasse in tempo il treno speciale, pronto per il trabordo dei passeggeri e della posta nello stesso porto. Alle 11 di sera, il Travancore era in vista del faro di Santa Maria di Leuca e tracciata la rotta per proseguiire il capitano se n’era andato sottocoperta. Il tempo era bello, il cielo sereno e il mare completamente piatto, spirava una leggera brezza.

Poi le cose si complicarono in quanto le valutazioni del comandante e del suo vice non coincidevano ed anche per la nebbia calata sulla zona. Il comandante aveva controllato le carte nautiche e tornando sul ponte, verso le tre del mattino, ordinò di cambiare la rotta, ma improvvisamente si trovò la costa molto vicina e la cambiò nuovamente. E fu proprio in quel momento che la nave urtò violentemente contro uno scoglio della “Baia di Castro dentro Punta Mucurone (Maccarone nel testo inglese) a circa 9 miglia dal Capo d’Otranto”. La prua era staccata dalla riva meno di 50 metri e la poppa meno di 100.  Erano le 4 del mattino. Furono immediatamente calate in mare le scialuppe e portati a terra i passeggeri e la posta. La nave imbarcava acqua molto in fretta, però, ma il capitano e l’equipaggio rimasero a bordo  per tentare di disincagliarla anche se l’acqua entrava sempre più copiosa nelle stive. Alle 7 di sera fu del tutto abbandonata. Ma gli uomini della ciurma vi ritornarono il giorno successivo e riuscirono a salvare una parte delle merci. La nave rimase poi abbandonata al suo destino ma non ci furono perdite di vite umane.

Il 12 aprile pressso Westminister il capitano Robert Scott e Melbourne Denny Blott, vicecomandante, furono processati, ritenuti responsabili del naufragio e condannati alla sospensione per tre mesi della loro patente nautica. Motivo: la nave non era stata governata with proper and seamanlike care, con la necessaria accortezza degli uomini di mare.

L’episodio è rimasto generalmente dimenticato per più di un seccolo, fino a quando nel 2005, il giorno 8 di marzo, l’Amministrazione comunale di Diso, del cui territorio fa parte la frazione di Marittima e quindi dell’Acquavia, non ha deciso di porre una targa con la scritta: “A ricordo del 125° anniversario del naufragio della nave Travancore”.

L’episodio del piroscafo inglese è stato studiato in modo approfondito da Ninì Ciccarese, discendente di una famiglia di Castro, presso la quale alcuni passeggeri della nave avevano trovato ospitalità nel marzo del 1880.

Gli stessi fatti sono stati trattati dal professor Alfredo Quaranta di Marittima con il titolo “La valigia delle Indie” stampato per i tipi di Capone Editore nel 2003. “Valigia delle Indie”, poi, era stato il nome italiano del treno postale e per viaggiatori che da Modane (in Francia) aveva portato a Brindisi, attraverso la penisola italiana, i viaggiatori e corrispondenza da Londra a Bombay (via Canale di Suez) nel periodo  dal  1870 al 1914.

Storie di piccioni e di ciabattini tra Marittima, Diso, Castro e Andrano

torre colombaia, ph Rocco Boccadamo

I piccioni, nel palummaru della “Arciana”

e secondo il racconto del ciabattino

di Rocco Boccadamo

Costeggiando e tenendo a manca la civettuola villetta con fontana a zampillo di Piazza della Vittoria, sorta nello slargo già denominato “Campurra”, che, sino a cinquantacinque/sessanta anni fa, era in parte occupato dalla cappella di S. Giuseppe e, per il resto, fungeva da campetto alla buona per giocare al calcio, s’imbocca via Giuseppe Parini che, praticamente, delimita, in quel senso direzionale, il vecchio centro abitato di Marittima e, una volta superato l’incrocio con via Murtole, recente nastro d’asfalto su cui s’affaccia uno sparuto numero di costruzioni, segnando in prevalenza, d’ambo i lati, i confini di fondi agricoli, inizia la cosiddetta via vecchia per Andrano.

Il primo appezzamento di terreno che scorre sul relativo versante sud è storicamente denominato “Arciana”, accezione di significato sconosciuto, almeno per lo scrivente, contraddistinto, lungo il confine con la strada, da un’infilata di bellissimi, datati e svettanti pini, dagli ampi cappelli di verde che sembrano sfiorare insieme sole e cielo.

Più o meno al centro della “Arciana”, si erge una solida e massiccia torre colombaia (in dialetto, palummaru), per stagioni secolari in funzione di rifugio, praticamente casa e nido, grazie alla ragnatela di cellette ad incollo ricoprenti l’intera estensione interna delle pareti cilindriche, di nutrite colonie di colombi o piccioni.

Nei tempi andati, tali volatili abitatori si annoveravano, a buon titolo, fra gli animali domestici o da cortile, seppure allevati in libertà e a campo aperto senza reticolati,  il loro  nutrimento consisteva unicamente in semi, erbe, insetti, larve, frutti sui rami o avanzi dei medesimi caduti sulle zolle rosse, davano carni assolutamente commestibili, anzi di particolare leggerezza, digeribilità e pregio.

Sicché, di frequente, finivano con arricchire la tavola delle famiglie abbienti, benestanti. Inoltre, anche da parte dei nuclei comuni e poveri, non si mancava d’acquistare almeno un esemplare di colombo, allo scopo di preparare un brodo e una pietanza speciali per le puerpere: piccolo segno di festa in ogni grande evento, quale, al paesello, era considerato l’avvento di una nuova nascita.

I ragazzini della metà del ventesimo secolo, fra i quali il sottoscritto, avvertivano sin  da lontano il vociare dei pennuti del palummaru , risuonante a guisa di un coro, una successione di uhù, uhù, uhù…, che, nel sentire e nella suggestione di quelle individualità infantili e ingenue, s’interpretava come Gesù, Gesù, Gesù…, la qual cosa incuteva sprazzi di timore, se  non di vera paura.

Oggi, purtroppo, degli antichi, familiari e domestici colombi, non residua alcuna traccia, sulla cinta di copertura e nelle cellette del palummaru s’aggirano sparuti esemplari di piccioni che, già osservandoli a distanza, danno l’idea d’essere come spaesati, imbastarditi, identici, o quasi, a quelli presenti in abbondanza fra i condomini e negli spazi delle città, che, però, non rendono più alcun contributo utile alle mense, anzi nessuno s’azzarderebbe a mangiare la loro carne, al contrario creano problemi, giacché, con i loro escrementi, imbrattano, su scala diffusissima, edifici, monumenti, chiese, balconi, cortili, inferriate, al punto da far sorgere una linea di produzione, un mercato di aggeggi, marchingegni dissuasori e ritrovati vari anti colombi.

Adesso, com’è noto, si vive in un contesto, una sorta di cornice di globalizzazione di portata planetaria e, invero, non si fa che parlarne e sottolineare a ogni piè sospinto tale realtà che avrebbe rivoluzionato tanti aspetti, lo stesso metro esistenziale e d’abitudini.

Tuttavia, il concetto di coinvolgimento collettivo e d’interazione allargata non è un’autentica novità, si manifestava nei fatti e nelle azioni concreti, pure nel secolo e nei decenni trascorsi.

Ad esempio, le comunità di Marittima, Diso, Castro e Andrano, sebbene separate da qualche chilometro di distanza e collegate da arterie strette, sconnesse e martoriate dai solchi dei traini, erano ambiti di scambi e d’incroci di frequentazioni, scenario reale e antesignano di piccole globalizzazioni interpaesane, in seno agli abitanti ci si conosceva in  molti. E ciò era, già di per sé, bello.

ph Rocco Boccadamo

Si snodavano minuscoli cortei umani, sullo stimolo di devozioni religiose, ma, parimenti, alla ricerca di divertimenti, svaghi, incontri e così via, ogni domenica e, particolarmente, in occasione delle feste patronali.

Il giorno d’oggi, sembra un paradosso eppure, nonostante la disponibilità e la diffusione in termini massicci, di mezzi di comunicazione e di contatto, raramente sono vissuti e alimentati effettivi e personali tratti di frequentazione e reciproca consuetudine al di fuori dai confini comunali o della singola, propria località e comunità.

Eccezione, in confronto al quadro della realtà così radicalmente evolutasi e mutata, ad Andrano, permane verde un “pezzo d’antico”, un riferimento desueto, nella persona di un  artigiano, meglio dire un calzolaio, Maestro D., classe 1930. Egli incarna, oltre che l’operatore tradizionale al desco da ciabattino, il gestore di un’utile bottega, anche l’animatore e la voce di un minuscolo ma attivo salotto vecchia maniera.

E’ originario di Diso, Maestro D., dove ha esercitato il solito mestiere in collaborazione con il padre sino alla prima giovinezza, servendo una vasta clientela sia a Diso, sia e soprattutto nella più popolosa frazione di Marittima, intessendo intense conoscenze  in special modo con le famiglie di ceto medio elevato, le quali, chiaramente, meglio potevano permettersi d’ordinare calzature di pelle e cuoio di manifattura spiccatamente artigianale.

Sposatosi, si trasferì in Andrano.

Adesso, Maestro D., di scarpe nuove ne confeziona poche, mentre è impegnato da una buona domanda d’interventi di riparazione su calzature moderne, non necessariamente di cuoio e pelle, ma pure di para, plastica e stoffa: il ciabattino sopravvissuto è in grado di porre rimedio un po’ a tutti i leggeri e gravi deterioramenti.

Da quando ho fatto ritorno nel Salento, anch’io sono divenuto cliente di Maestro D., in proprio e ancor più per conto di mia figlia, la quale vive e lavora all’estero, ma, in occasione dei saltuari weekend e/o vacanze da queste parti, non manca mai di portarsi appresso qualche paio di scarpe per l’amico artigiano.

Interessante si rivela che, a ogni accesso alla bottega di Maestro D., si ha agio di recepire un fatto, o ricordo o racconto inedito. L’altro giorno, al mio accenno che per raggiungere Andrano in  motorino ero passato davanti alla “Arciana” e al “palummaro” , il calzolaio ha prontamente fatto notare che quel fondo, in anni lontani, è stato per lui un abituale territorio di caccia.

Già, perché lo sport venatorio ha rappresentato da sempre la sua principale passione.

Difatti, fece domanda per il rilascio del porto d’armi a 18 anni, all’epoca ancora minorenne e, perciò, con la necessità dell’assenso paterno; dovette versare una tassa di concessione governativa di 1300 lire e acquistare marche da bollo per altre 850 lire. L’agognato porto d’armi giunse in prossimità del Natale 1948 e Maestro D., ansioso di toccar con mano il tanto sognato permesso, si spinse addirittura a fare  pressioni sul  Sindaco, in modo che la pratica fosse perfezionata a stretto giro. Osservazione di quel primo cittadino: “Maestro D., ma proprio in questi giorni di Natale è atteso l’arrivo di tanti…piccioni?”, laddove non mancava una chiara, maliziosa allusione a bersagli tutt’altro che volatili.

Maestro D. acquisto il suo primo fucile, usato, per 17.000 lire, dopo di che, per la messa a punto e previa prudenziale richiesta e ottenimento di un preventivo di spesa nell’ordine di ulteriori 14.000 lire, gli tocco d’inviare l’arma ad una famosa casa di produzione del bresciano. Per maggiore garanzia, Maestro D. preferì rivolgersi al più lontano e costoso indirizzo e  non far capo ad un artigiano d’Andrano, tale “Rondone” di soprannome, un autentico genio, il quale costruiva e affilava falci per lavori agricoli, ma sapeva anche costruire, riparare fucili, avancariche eccetera. Prova ne è che, emigrato a distanza di tempo in Lombardia, si occupò in una grande azienda del settore, svolgendo il compito d’istruttore dei giovani operai.

Ritornando al tema delle sue conoscenze e dei rapporti dei tempi passati, Maestro D. mi ha chiesto notizie sugli eredi di una determinata famiglia del mio paesello, non  senza regalarmi la chicca della notizia che, nel momento della dipartita, intorno al 1950, del capo della medesima famiglia, gli fu ordinato e, insieme con il padre, dovette confezionare lavorando anche la notte, un paio di scarpe in capretto: un cult, frutto della volontà e della speranza  dei congiunti, di poter così rendere comodi e leggeri i passi del viaggio del loro caro, con traguardo l’aldilà.

Gocce di storia paesana

Torre di Marittima (ph Rocco Boccadamo)

di Rocco Boccadamo

Se ne parla raramente, tantomeno ci si sofferma, e, però taluni modi di dire e/o riferimenti e/o veicoli espressivi tuttora in voga e in circolazione in seno alla cultura delle abitudini e, più precisamente, al gergo espressivo dei paesi, specie piccoli centri, dell’Italia Meridionale, rappresentano veri e propri tasselli di storia, insostituibili carri di collegamento al passato e alle tradizioni.

Siffatta considerazione ruota intorno alla preposizione semplice di (in lingua dialettale, nelle accezioni ulteriormente contratte  ‘u oppure ‘a), nel senso di specificazione, indicazione di appartenenza o collegamento, origine, provenienza, estrazione, parentela.

A ben ricordare, delle richiamate due lettere dell’alfabeto, in tale funzione, si trova traccia quantomeno dagli antichi Greci, sebbene allora, per rendere l’idea, la preposizione di era magari preceduta dalle parole figlio o figlia. Esempi, illustri esempi, Achille (figlio) di Peleo, Ulisse (figlio) di Laerte.

Anche ai tempi dei Romani, il termine di ( o de) espletava il significato d’appartenenza ad un ambito più grande, una famiglia, ad esempio de gens Iulia.

Sono trascorsi secoli e millenni, ma il discorso è attuale, permane. Solo per citare, nel paese di nascita dell’osservatore di strada che scrive, continua ad essere una costante diffusa, facilmente e semplicemente è dato di enumerare una serie di concrete esemplificazioni:

Arturu ‘a Rosalonga, Cici ‘u Cunsiiu,

Cosiminu ‘u Custanzu, Luigi ‘a Violanda, Ninu ‘u Calogeru,

Pippi ‘a Matalena, Pippi ‘a Semira, Roccu ‘u Minicone,

Totu ‘u Pativitu, Totu ‘a Tota, Ucciu ‘a Gnese, Ucciu ‘u Fiore,

Ucciu ‘u Turiddru, Vitali ‘u Generosu.

La curiosità, o distinzione specifica e inspiegabile, è che, talvolta, il riferimento verte sul nome di battesimo del padre o della madre, in altri casi, su quello del nonno o della nonna; ad ogni modo, il lampo di messa a fuoco che si accende è sempre lo stesso e efficace.

Inoltre, può verificarsi qualche variazione nel tempo: infatti, fin quando è vissuto il di lui padre, il sottoscritto è stato additato e specificato come “Roccuu Silviu”, mentre, dopo la scomparsa del genitore, chissà perché, ha assunto l’appellativo di riferimento “Roccuu Minicone”, con rispolvero non del nonno, ma addirittura del bisnonno per via materna: la mamma di Silvio, Consiglia, era figlia di Domenico (classe 1850 o giù di lì), a quel che sembra uomo particolarmente elevato di statura e, quindi, detto Minicone.

Non c’è che dire, usi e vezzi di ieri se non proprio antichi, tuttavia attuali e in auge ancora il giorno d’oggi.

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