150 anni fa moriva Don Marino Manco, vittima del brigantaggio (*)

 

Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)
Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)

di Fernando Scozzi

 

Terra d’Otranto visse solo di riflesso le vicende dell’unificazione nazionale, ma i problemi di quel difficile periodo (fra i quali il brigantaggio) non mancarono di interessare anche la nostra provincia dove Quintino Venneri,  detto “Melchiorre”, costituì una banda brigantesca della quale fecero parte, tra gli altri, Barsanofrio Cantoro, di Melissano, Ippazio Ferrari, di Casarano, Vincenzo Barbaro, di Alliste e Ippazio Gianfreda, di Casarano.

Una delle vittime di questa banda fu il prete Don Marino Manco, giudice conciliatore della Frazione Melissano e nemico dei briganti sia per la sua adesione allo Stato unitario che per vecchi rancori con il compaesano Barsanofrio Cantoro.  Questi confessò in tribunale: Ce l’avevo con lui da tanto tempo perché prima di andare per soldato, amoreggiavo con una giovane di Melissano ed in cena, don Marino, vedendomi ricevuto in quella casa, mi discacciò.

Per Barsanofrio fu facile convincere gli altri briganti dell’opportunità di colpire quel prete che   aveva cantato due “Te Deum” per Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie  e che, spesso, ospitava nella sua casa i Carabinieri di Gallipoli, i rappresentanti di quello Stato sconosciuto al quale si erano ribellati. Così, verso le ore tre della notte del 24 giugno 1863, i briganti, capitanati da “Melchiorre”, penetrarono a Melissano. Alcuni di essi presidiarono le uscite del paese, altri si fermarono in piazza. L’arciprete, don Vito Corvaglia, intuendo le loro intenzioni e riconosciuto il compaesano Barsanofrio Cantoro gli disse: Guardati che il paese non abbia a soffrire qualche disastro per causa tua – ma questi gli rispose: ritìrati.  I briganti, quindi, bussarono alla porta del Manco. Apri, sono un messo di Gallipoli, porto un plico pressante del Sottogovernatore, disse uno di loro con voce affettata da piemontese.  Don Marino – testimoniò la domestica – ebbe qualche sospetto e non voleva aprire, ma al picchiare violento del culacchio dei fucili da far crollare la porta e alle grida “Apri carogna fottuta”, si alzò e aprì. Otto individui, vestiti alla contadina, armati di fucili, sciabole e pistole, irruppero in casa.  Don Marino – disse “Melchiorre” – mi servono mille ducati ebestemmiava dicendogli: “Assassino che sei, ai carabinieri continuamente dai da mangiare e a noi non vuoi dare nulla? Frugarono in ogni angolo della casa e rinvenute solo 170 piastre minacciarono di morte il malcapitato. Per la Madonna del Carmine, non ne tengo più – diceva il prete – ma  i briganti lo obbligarono a chiedere in prestito altro denaro, scortandolo a casa dei suoi parenti. Lo vidi in piazza, in mezzo a due briganti, scalzo, sconvolto, vestito dei soli pantaloni. “Ho bisogno  di  duecento  piastre, voglio salva  la vita, disse Don Marino a Vincenzo Manco che, insieme a Pietro Paolo Corvaglia e all’arciprete raccolsero la somma richiesta. Mentre “Melchiorre” contava il denaro, Barsanofrio disse ad un brigante che voleva uccidere don Marino: Basta! Che altro pretendi? Allontanandosi da Melissano, i briganti frantumarono gli stemmi dei Savoia posti sul corpo di guardia e sul botteghino delle gabelle.

Ma  don   Marino  non  era  persona  che  subiva  senza  reagire. Il giorno seguente, infatti,  denunciò l’accaduto alla giustizia mandamentale di  Casarano, producendo  formale  istanza di punizione di Barsanofrio Cantoro e della compagnia da lui condotta e riservandosi di costituirsi parte civile nell’eventuale giudizio. In questo modo, don Marino sottoscrisse la sua condanna a morte perché i briganti, venuti a conoscenza della denuncia, decisero di vendicarsi.

Il  loro proposito divenne di pubblico dominio e lo stesso don Marino fu avvertito da alcuni conoscenti  di stare in guardia perché si voleva attentare alla sua vita. Tuttavia, egli non adottò particolari precauzioni e prevedendo un altro assalto notturno, dormì nella cantina della sua abitazione. Ma la morte non arrivò di notte.

L’arresto  del  fratello  di “Melchiorre”, accusato ingiustamente  di essere in  possesso  del  denaro  rubato al prete, determinò il tragico epilogo della vicenda. La madre del Venneri si precipitò presso il nascondiglio della banda per avvertire “Melchiorre” di quanto era accaduto. Questi, propose  di “sollevare” la  popolazione  di  Alliste  e  affrontare la   forza   pubblica.  Partirono   immediatamente  ma,  per strada, “Melchiorre” cambiò idea e disse ai compagni: “Andiamo a saziarci di sangue! Ad uccidere Marino Manco”.

Erano le ore 13 del 27 luglio, don Marino uscì dalla chiesa parrocchiale e rientrò nella sua abitazione  perché – affermò una testimone –  diceva volersi recitare l’ufficio. Verso le ore 14, nella piccola borgata immersa nella calura estiva, si sentì urlare: Dov’è il brigante papa Marino? Il prete aprì la porta: due colpi di fucile lo raggiunsero al volto e al petto. La vittima  cadde a terra in una pozza di sangue, il braccio sinistro proteso, il destro piegato sul torace. Io  sono stato il boia, ho tirato il primo colpo – disse Ippazio Ferrari –  Quintino Venneri, il secondo.

Barsanofrio  Cantoro non partecipò all’assassinio e si rifugiò  in campagna. Lo trovai vicino al mio pozzo – testimoniò un contadino – mi chiese da bere. In quel momento sorse un vento così impetuoso che lo stesso Barsanofrio si sorprese dicendo:” Questa è l’anima di papa Marino”. Io gli chiesi:” L’avete ucciso?” E quegli:”Lo lasciavamo…? Poi, il brigante fuggì verso il bosco del Belvedere. Lì fu catturato il 13 novembre 1863; condannato a 30 anni di reclusione, morì in carcere. “Melchiorre”  riuscì ad evadere dalla prigione e dopo numerose azioni delinquenziali rimase ucciso in un conflitto a fuoco con carabinieri, il 24 luglio 1866, dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano. Il suo corpo fu esposto come monito, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano.

 

 

(*) La vicenda è stata ricostruita mediante la consultazione degli atti processuali conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

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