Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile

di Fabio Fiorito e Maria Vittoria Mastrangelo

Lo Scrasceta in una foto di circa vent’anni fa

Di villa Scrasceta[1] a Nardò diversi testi hanno già ampiamente trattato.

E’ di fatto un monumento  tutelato dalla Soprintendenza di Puglia e soggetto a vincolo con D.M. del 17/09/1981, ai sensi della Legge 1089/1939, “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’attività agricola ed alle strutture socio-economiche dell’area salentina nei secoli XVIII – XIX”[2].

Al di là della doverosa imposizione del vincolo, la villa, oggi abbandonata, resta un esempio schietto di residenza settecentesca con caratteristiche e peculiarità davvero notevoli.

Il feudo detto Strageta è già nominato nei documenti tardo-medioevali[3]; vigneti in località Scrageta, sono riportati nel XVI secolo di proprietà della chiesa della Santa Croce (o del Salvatore, oggi profanata); altri risultavano di proprietà della chiesa di San Giorgio dei Greci (oggi distrutta) nel  1591; ed ancora nel 1637 sempre in località Scrageta risultava un oliveto di diciassette alberi proprietà della chiesa di santa Lucia[4].

Sulla base di tanti antichi documenti possiamo quindi asserire che la località Scrasceta sia sempre stata, così come del resto tramanda la tradizione locale, un’area molto fertile e ben coltivata.

La zona è infatti particolarmente favorevole alle colture, soprattutto vitivinicole: a pochi chilometri dal paese, in direzione ovest, attraversata da un’antichissima strada che collegava Gallipoli a Taranto, protetta dal vento di sud-ovest dall’altura di Porto Selvaggio, è da sempre coltivata prevalentemente a vigneto.

Come ben spiega Antonio Costantini, alla fine del Settecento, cessato oramai il pericolo delle incursioni saracene e divenuto di moda passare la stagione estiva nelle residenze rurali, la ricca aristocrazia salentina costruì diverse ville nelle tenute più fertili di campagna, inizialmente ben separate dall’abitazione dei coloni, con caratteristiche lussuose, evidenziabili da uno studio attento delle planimetrie; solo in seguito, all’inizio del XIX secolo, la villa si trasforma in “casino”, in cui la residenza del padrone viene realizzata al piano superiore dell’edificio, deputando l’uso di quello inferiore alle attività produttive ed abitative del contado. Unico punto d’incontro restava inequivocabilmente la cappella, quasi sempre presente, dove la domenica si celebrava la messa: “…in queste costruzioni già si avverte quel senso di distacco tra casa patronale e fabbricato della masseria, un distacco che è anche la conferma di quella mentalità che nel Mezzogiorno  d’Italia non è mai venuta meno e che ha determinato l’atavica contraddizione tra città e campagna”[5].

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

Così infatti si presenta villa Scrasceta: un ingresso elegante, sulla strada, ed il famoso viale incorniciato da una balaustra che sorregge “curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone chitarra mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di melone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano ed un orciolo nell’altro, con una ruota tra le mani e davanti al petto,  e in vari modi ancora”[6].

rilievo Fabio Fiorito

Al piano superiore, “l’elemento musicale era fortemente rafforzato dalla presenza sul prospetto principale di una loggia con balaustra-cantoria raffigurante sette piccoli putti (alternati tra musici e danzatori)”[7]. Il viale termina in un’esedra davanti all’ingresso dell’abitazione ed un elegante salone passante fa trasparire al di là la splendida trozza – il pozzo barocco su cui è riportata la data 1746 – ed poi ancora il giardino, di impianto perfettamente simmetrico e studiatissimo. In questo contesto, l’abitazione del colono, con le stalle e gli altri locali restano “nascosti” sulla sinistra dell’ingresso alla tenuta, rasenti la strada, mentre la cappella, costruita dai copertinesi Ignazio Vedesca e Angelo Preite nel 1778[8] e dedicata alla Beata Vergine Immacolata, è posta lateralmente, quasi un incidente sul lato destro dell’esedra punto di raccordo tra la villa ed il viale d’accesso.

rilievo Fabio Fiorito

Dai documenti conservati nell’archivio vescovile di Nardò sappiamo che una casa a volta con due palmenti per vendemmiare e vigne contigue “tutte poste in feudo imperiale in luogo detto Scrasceta”[9] fu venduta nel 1729 da Andrea Pesciulli al seminario vescovile. Con l’approvazione del vescovo  Francesco Carafa, nel 1748 l’economo del seminario vendette la tenuta a don Saverio Giaccari che la cedette l’anno successivo al barone Francesco Personè. La famiglia Personè ne conservò la proprietà fino al secondo decennio del XX secolo ma, mutate le mode e le condizioni storiche del territorio, ben presto la villa venne di fatto abbandonata: “Per molti proprietari terrieri la campagna continuava ad essere intesa soltanto come luogo di villeggiatura e non come fonte d’investimento”[10]. Il tempo e l’incuria fecero il resto: la chiesetta fu profanata, le buffe statue del viale e finanche la preziosa balaustra in leccese della sala al piano superiore, rubate.

Non sappiamo con esattezza quale degli eredi Personè trasformò il vecchio casino rurale nell’elegante villa giunta sino a noi. Probabilmente si trattò di Giuseppe, fratello di Francesco, morto nel 1786[11].

vista dal viale, prima dell’abbattimento dei “pupi”

Poiché nei documenti che attestano i passaggi di proprietà l’abitazione del colono, la cappella ed il giardino non vengono mai menzionati[12], possiamo affermare – anche in base ai numerosi reperti individuati – che i due palmenti venduti nel 1729 da Andrea Pesciulli coincidessero con parte dei locali adiacenti la strada; mentre l’abitazione voltata, menzionata nello stesso documento, sembra individuabile nella parte dei locali dell’attuale villa posti sul retro del lato est, che appaiono più antichi  del resto dell’edificio e asimmetrici rispetto all’impianto generale). Tale podere vineato, con abitazione rurale e due palmenti adiacenti la strada (il cui tracciato era anticamente leggermente diverso dall’attuale), pervenuto ai Personè venne ri-progettato: Giuseppe edificò la villa, inglobando l’antica abitazione,  e mascherandone la parte anteriore con la giustapposizione della cappella che sembra aggiunta in un secondo momento e magari inizialmente destinata a stalla o rimessa (come appare da alcune alterazioni o “ripensamenti” presenti sul prospetto) affidandone la realizzazione ai copertinesi Preite e Verdesca[13].

L’incisione sulla trozza del giardino posteriore reca la data del 1746, indicando come dall’agosto di quell’anno essa emanò regolarmente acqua (probabilmente si scavò più in profondità). L’ipotesi di De Pascalis[14] , che attribuisce al pozzo un’importanza simbolica oltre che strategica, resta peraltro suggestiva e plausibile in un’epoca in cui ancora per poco l’aristocrazia poteva permettersi di ricreare strabilianti giochi d’acqua nei propri giardini.

il pozzo retrostante

Appare peraltro verosimile che Personè, appurata lì la presenza di acqua sorgiva abbia deciso di realizzare la sua “villa di delizie” in quel punto, erigendola proprio attorno al pozzo che ne diveniva così il fulcro: il raffinato disegno mistilineo dell’elegante ingresso sulla strada[15], il viale, l’ampia esedra, il salone passante e le logge decorate con stucchi ed affreschi diventavano la lussuosa cornice della splendida trozza barocca; similmente alle spalle si apriva il proscenio del giardino, con il cancello in ferro battuto perfettamente in asse[16], chiuso a suggellarne le delizie; e poi, nascosti ancora dietro, le fantasiose rampe, il pergolato rettilineo e le edicole simmetriche a cadenzarne il percorso. Uno schema planimetrico, lucido ed essenziale, ma squisitamente leggero ed elegante, che può soltanto essere scaturito da un unico puntiglioso ed organico progetto. Niente viene lasciato al caso. Anche la cappella, che sembrerebbe estranea alla primitiva stesura del progetto, viene poi ad inserirsi armoniosamente, mentre è possibile che la balaustra laterale, delimitante il piazzale ed il viale di accesso con le statue dei bizzarri musicanti, sia di qualche decennio più tarda.

particolare del prospetto

Sicuramente incompiuta sul lato ovest, l’impianto generale di villa Scrasceta appare simile a quello della vicina villa Taverna, datata da un epigrafe su prospetto nord al 1780: sono analoghi i portali barocchi al piano terra e le logge al piano superiore su entrambi i prospetti contrapposti nord e sud, con i saloni passanti alla “veneziana”; diversa invece la destinazione d’uso del piano terra che, mentre allo Scrasceta è già un elegante abitazione decorata con stucchi, affreschi ed forse anticamente anche con specchi, alla Taverna appare deputata ad un uso più pratico, con annessa l’abitazione del fattore e le stalle, restando qui l’ingresso alla villa signorile risolto da un ampio scalone che sale al piano superiore occupando parte del lato ovest dell’edificio.

Totalmente diverso è infine l’impianto del giardino,  che alla Taverna viene lasciato spontaneo (a parte l’orto concluso sul lato est) venendo impreziosito soltanto dalla splendida e famosissima recinzione barocca che a nord delimita la tenuta.

Villa Scrasceta è quindi nel Salento uno dei rari esempi settecenteschi di villa rurale con annesso un giardino di delizie espressamente progettato: oggi non siamo in grado di dire cosa vi fosse coltivato; per analogia, possiamo supporre si trattasse di agrumi, mentre il pergolato poteva venire ombreggiato da un vitigno. Tutto intorno alla tenuta si estendevano vigneti presumibilmente a perdita d’occhio; e forse le eleganti loggette del primo piano furono progettate per goderne la vista e nel contempo controllarne dall’alto i lavori di conduzione. Ma poi l’abitudine di trasferirsi a fine estate dalla residenza al mare a quella in campagna, proprio al momento della vendemmia, passò di moda – forse anche per gli eventi sconvolgenti che unificarono l’Italia. Villa Scrasceta, come molte altre in tutto il Meridione, venne trascurata, nessuno ne curò il completamento e fu infine completamente abbandonata. Così l’acquistò Pantaleo Fonte, in epoca fascista. Così è ancora oggi, silenziosa in mezzo ai vitigni scampati alle promesse della Comunità Europea, ed in attesa di un ripristino che ne racconti gli antichi splendori.

BIBLIOGRAFIA

M. Cazzato, Oltre la porta, 1997

M. Cazzato, a cura di, Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, Lavello 2006

A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993

A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994

M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999

B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986


[1]     Il termine deriva probabilmente dall’antico nome di una locale pianta selvatica.

[2]     Relazione della Soprintendenza per i BB. AA. AA. AA. SS. della Puglia al Ministero per i BB. CC., in E. Mazzarella, a cura di M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999, 397 nota.

[3]     Nell’inventario dei beni appartenenti al monastero di Santa Chiara in Nardò, redatto su richiesta della regina Maria D’Enghien dalla badessa Dyambra de Persona nella prima metà del XV secolo si legge”… orti due di vigne deserte in feudo Strageta”; in vedi B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986, 140

[4]     E. Mazzarella, op. cit., 82, 131, 137

[5]     A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994, 293-297

[6]     E. Mazzarella, op. cit., 399

[7]     G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rurale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di M. Cazzato, Lavello 2006. Rubata anni fa, ad oggi non si hanno notizie della balaustra del loggiato, di cui restano solo alcune fotografie.

[8]     M. Cazzato, Oltre la porta, 1997, 19

[9]     P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le Cenate fra barocco ed eclettismo, in M. Cazzato, op. cit., 2006, 190

[10]    A. Costantini, op. cit., 291

[11]    In tal caso la Scrasceta risulterebbe edificata contemporaneamente alla vicina villa Taverna, altro splendido esempio di lussuosa abitazione rurale per la villeggiatura.

[12]    P. Giuri, op. cit., 192

[13]    “Sotto questo aspetto la “casina”, così come la “villa”, denota un certo distacco dalle attività agrofondiarie e dall’ambiente rurale […]con soluzioni planimetriche differenti dal tipo “casino”, in quanto generalmente l’abitazione del contadino è disposta in modo da non “disturbare” la privacy della casa patronale. In questo caso l’abitazione del proprietario, risolta, di norma, al solo piano terra e appena rialzata dal piano di campagna, espone il prospetto verso la strada principale e nasconde completamente la più modesta dimora del colono. Spesso la “casina” è una realizzazione di epoca successiva rispetto alla casa del contadino , anche se si appoggia a questa per ragioni di opportunità.” A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993, 30

[14]    G. De Pascalis,  op. cit., 180

[15]    U. Gelli, Portali pozzi e cisterne: esperienze di rilievo architettonico, in M. Cazzato,op. cit., 276

[16]    “L’elegante sagoma mistilinea del portale d’ingresso, fa da ouverture al portale del giardino chiuso, il cui recinto è a sua volta impreziosito da alcune edicole.” S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in M. Cazzato, op. cit., 270

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°7.

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (XIII secolo)

di Maria Vittoria Mastrangelo

Tra il 1230 e il 1249 due violente scosse telluriche lesionarono gravemente tutta la navata a nord. I monaci benedettini che intrapresero i primi interventi di restauro fecero ricostruire la navata  a nord, secondo lo stile gotico, con archi a sesto acuto, visibilmente assai diversi da quelli a tutto sesto della navata di destra.

E’ cosi spiegata l’anomalia evidente, dettata dall’esigenza (come affermava Cosimo De Giorgi) e non voluta intenzionalmente (come invece sosteneva Giacomo Boni).

Dal punto di vista tecnico, gli archi a sesto acuto hanno diversi vantaggi rispetto a quelli a tutto sesto. Il materiale utilizzato fu il carparo, materiale più duro e che fa miglior presa con le malte rispetto alla pietra leccese, utilizzata in precedenza.

probable look of the church after the partial rebuilding: the bell tower is detached from the church

 

I capitelli e le cornici delle semicolonne addossate ai pilastri vennero tutti realizzati in pietra leccese, pietra friabile e facilmente lavorabile.

Nel 1249 l’abate Goffredo fece restaurare la venerata immagine della Madonna della Sanità, affrescata su una lastra di carparo. Lo attestava un’epigrafe dell’epoca, oggi scomparsa, che riportava anche il nome del pittore (Bisardo) e del restauratore (Baylardo).

Interior of the church: perspective section of the central nave. The asymmetry between the arcades is clear after the partial rebuilding

Alla fine del XIII secolo, i benedettini ripresero la costruzione del campanile in stile tipicamente normanno e staccato dal corpo della chiesa. Di forma quadrangolare, su due ordini sovrapposti, con bifore sui lati, fu anch’esso costruito in carparo, utilizzando le soluzioni decorative tipiche dell’età

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (le origini)

di Maria Vittoria Mastrangelo

Fin dai primi secoli del Cristianesimo Nardò (Neretum), dominio dell’Impero Romano di Bisanzio, è stata sede vescovile. Come l’intero Salento era rimasta legata a Costantinopoli anche in seguito alle invasioni barbariche dell’Italia e, ai tempi dell’iconoclastia (VIII sec), divenne il rifugio di alcuni dei monaci basiliani che lasciarono Costantinopoli per sfuggire alle persecuzioni.

ruins of the original building (picture Delli Noci)

Le origini dell’attuale Cattedrale si perdono nella leggenda, che ne attribuisce la fondazione al conte Goffredo, conte normanno di Conversano, conquistatore della città  nel 1054. All’epoca, sul luogo dell’attuale Cattedrale esisteva già una chiesa di probabile fondazione basiliana, nota come Sancta Maria de Nerito.

Sotto i dominatori normanni, che soprattutto per motivi politici appoggiavano la chiesa latina, S. Maria de Nerito fu ricostruita e trasformata in abbazia benedettina e tale restò fino al XV secolo. In quanto avamposto dell’espansione benedettina, fu sempre sostenuta dai normanni con donazioni e privilegi.

– plan (phase 1); the today’s church plan is outlined in the background – existing traces – hypothesis

 

La costruzione fu iniziata nel 1080 e la chiesa fu consacrata il 15 novembre 1088: orientata secondo la direttrice est-ovest, come vuole la tradizione, e costruita sopra la basilica precedente, aveva una larghezza circa pari

L’antica viabilità nel territorio neretino

di Maria Vittoria Mastrangelo

L’antico Salento presentava un aspetto assai diverso da quello odierno. Sicuramente gli antichi centri abitati, e soprattutto quelli di epoca medioevale, erano collegati tra loro da carrarecce o mulattiere. In questa terra si viveva di commercio oltre che di agricoltura. E dobbiamo anche immaginare la maggior parte del territorio salentino coperta da querceti e macchia mediterranea: un territorio boscoso, molto diverso dall’aspetto ordinato dei moderni oliveti che si estendono oggi a perdita d’occhio tra un abitato e l’altro; le antiche strade dovevano di fatto attraversare zone ombrose, e talvolta malsane; ovvio quindi che si mantenessero distanti dagli acquitrini e dalle zone malariche immediatamente sulla costa.

Di certo, restano tracce ancora alquanto evidenti di una situazione oggi difficile anche da immaginare: pesanti carri che a difficoltà procedevano tra i boschi di lecci o in mezzo a paludi malariche; rischi di assalti dei predoni saraceni che, sbarcando improvvisamente lungo le coste, saccheggiavano, distruggevano e sparivano con la stessa velocità con cui erano comparsi all’orizzonte; eppure qualche traccia di quest’antico vissuto resiste tuttora, celata nei muretti a secco o nella toponomastica, pronta a raccontare una storia romanzesca a chi sappia leggere le testimonianze dei luoghi e le tracce lasciate dallo scorrere delle ruote dei carri nel tufo salentino.

Prima che i  commerci mondiali si estendessero al di là degli oceani con la scoperta dell’America e delle rotte per l’Africa e l’Estremo Oriente, il Salento, penisola che si immerge nel centro del Mediterraneo tra il mar Ionio ed il mar Adriatico, era una terra ambita, fulcro del commercio di epoca antica e medioevale: la sua posizione naturale ed il suo aspetto morfologico, sostanzialmente pianeggiante, ne facevano una delle principali porte d’Europa, luogo di partenza e di arrivo di merci pregiate; da qui partivano anche spedizioni militari o pellegrini verso la Terrasanta, e qui più volte sbarcarono i musulmani, nell’intento di insinuarsi in Europa.

Ed ancora una storia molto più recente, fatta di sbarchi clandestini, sottolinea la funzione di ponte che la penisola naturalmente presenta tra l’Europa occidentale, i Balcani e l’Africa.

Nei tempi antichi, quando il Mediterraneo era solcato dalle navi delle colonie greche e fenicie, la penisola salentina era abitata dai messapi, un popolo fiero che difendeva la propria indipendenza anche dagli assalti della ricca e potente Taras greca (l’odierna Taranto). Le città messapiche – Manduria a parte che si trova poco più all’interno – erano situate tutte a circa cinque chilometri dalla costa ionica, tra Taranto e l’attuale Santa Maria di Leuca: Nardò, Alezio, Ugento e Vereto. Tra l’una e l’altra una distanza media di 11 miglia.

Le città messapiche erano collegate tra loro da una strada che correva lungo la costa ionica mantenendosi a circa 5 chilometri di distanza dal mare; Ognuna di esse era poi collegata ad un proprio porto-emporio sulla costa. Questo sistema di viabilità, creato in epoca messapica e poi ricalcato ed ampliato dai romani, ci è stato in parte riportato dalla famosa tavola peutingeriana, redatta in epoca imperiale. Sicuramente è stato poi utilizzato in epoca medievale e nella prima età moderna, non essendosi di fatto la viabilità interna modificatasi fino a tutto il sec. XVIII.

Nel Salento, dell’antica viabilità terrestre ci resta oggi ben poca traccia: il territorio è solcato da strade moderne che hanno quasi ovunque cancellato le tracce di quelle arcaiche; le antiche mappe per lo più riportano con accuratezza la morfologia della costa coste, essendo all’epoca preponderante l’utilizzo delle rotte marine, sicuramente più veloci rispetto alla percorrenza di carrarecce e mulattiere per via di terra.

D’altra parte, l’analisi del territorio e la ricerca sia storica che archeologica hanno dato discreti risultati ed è in parte possibile ricostruire gli antiche tracciati viari. Esiste in merito una buona bibliografia tra cui emergono gli studi di Giovanni Uggeri che – sebbene datati, essendo stati redatti venticinque anni fa – restano ad oggi l’analisi più dettagliata, almeno per quanto concerne l’area ionica a sud di Taranto.

La via Sallentina, riportata anche dalla tavola peutingeriana, era la strada che, correndo parallelamente alla costa ionica, collegava il porto di Leuca all’Appia all’altezza di Taranto; proveniendo dal Vicino Oriente, si poteva attraccare a Leuca, piuttosto che a Brindisi, e raggiungere l’Appia percorrendo la via Sallentina: la strada doveva pertanto essere assai frequentata e ben conservata se  talvolta veniva preferita alla rotta marina fino a Brindisi – da cui poi, in ogni caso, bisognava raggiungere Taranto percorrendo l’ultimo tratto della via Appia.

Uggeri ha rintracciato quasi completamente l’antico percorso che da Manduris (Mandria) arrivava fino a Veretum (Leuca), passando per Neretum (Nardò), Baletum (Alezio) ed Uzintum (Ugento). Relitti di questa viabilità sono spesso rintracciabili nella campagna ed Uggeri li ha dettagliatamente indicati sulle mappe topografiche da lui pubblicate dove il percorso della via Sallentina da Manduria a Nardò è molto ben individuato. Soprattutto la zona a  nord di Porto Cesareo è ricca di testimonianze del passaggio di un’antica ed importante strada: in particolare vale la pena ricordare il villaggio medioevale di Lucugnano – di cui oggi restano tracce di un’antica necropoli e resti di antichissime carrarecce, forse in parte coincidenti con un tratto della Sallentina stessa – e più a sud il relitto del paretone greco (antica fortificazione della guerra greco-gotica) che corre immediatamente a sud della masseria Console e prosegue nel territorio della masseria Giudice Giorgio – con i resti di un antico e larghissimo tratturo perfettamente individuato dalle mappe dell’Uggeri. Prima di arrivare a Nardò, si trova ancora il casale di Agnano, abitato fino al tardo medioevo.

Colpisce, invece, che la zona immediatamente a sud di Nardò – il tratto verso Alezio – risulti poco indagato e soltanto accennato. Qui sono state fatte solo delle ipotesi, non potendosi ad oggi, riscontrare alcun tratto di strada antica ascrivibile con sicurezza al percorso della Sallentina.

Mentre già in epoca romana, le città messapiche di Manduris, Baletum e Veretum venivano progressivamente abbandonate, Neretum ed Uzintum conservavano una certa importanza, divenendo in epoca cristiana anche sedi vescovili.

La presenza di una notevole densità demografica potrebbe quindi essere tra le cause di una costante ed incisiva modificazione del territorio circostante la città, che ha cancellato le tracce della sua storia più remota: e così il percorso della viabilità antica risulterebbe oggi molto poco leggibile, rispetto ad altre zone in cui lo stato dei luoghi si è conservato più simile a quello originario.

Nardò era collegata al suo porto – Naunia, probabilmente l’odierna Santa Maria al Bagno – da una strada diretta che incrociava, all’altezza dell’odierna località delle Cenate la strada che da Gallipoli intersecava la Sallentina – collegando così Gallipoli a Taranto – e proseguiva per Copertino, Novoli e Squinzano, congiungendosi qui con l’Augusta Traianea.

Tracce di questa strada, di importanza secondaria rispetto alla Sallentina stessa, sono rintracciabili nelle vicinanze della villa Taverna – il cui nucleo originario quattrocentesco era probabilmente un punto di ristoro della lungo la strada: si tratta di relitti stradali e di qualche pietra miliare.

Immediatamente a nord di Nardò, laddove la moderna strada per Avetrana ricalca abbastanza fedelmente l’antica Salentina, il tracciato antico è in alcuni punti ben evidente; mentre a sud dell’abitato, essendo la situazione dei luoghi molto più modificata, non si è potuto ben individuare l’antico percorso: la moderna statale 101 (Lecce-Gallipoli) che incrocia la strada antica poco a nord di Sannicola, ha in quel punto ulteriormente cancellato le tracce dell’antica viabilità, rendendo ancor più complessa l’individuazione del probabile percorso.

Uggeri sostiene che uscendo da porta Viridiana (all’altezza dell’attuale Castello di Nardò) la strada attraversasse la località Castellino, dov’è oggi la discarica, e toccando villa Frezza, l’abbazia medioevale di San Nicola in Pergoleto e contrada Coppola fino alla masseria Portolano (quest’ultima immediatamente a nord di Alezio, al di là dell’attuale statale 101).

In alternativa a questa, un’altra ipotesi sarebbe quella di far passare la strada leggermente più ad ovest, facendola coincidere con la strada che dal castello neretino conduce verso la  masseria Pantalei e da qui, rasentando la masseria Corillo e la chiesetta di santa Maria delle Tagliate – venendo ad attraversarne l’omonimo villaggio rupestre – prosegue verso sud, fino alla masseria Morige Grande. Questa strada, in parte ancora esistente, è sicuramente molto antica: la zona è però oramai densamente coltivata e costellata di moderne villette; lo stato dei luoghi appare completamente alterato, né sono rinvenibili resti di un eventuale  antico lastricato,  neanche nei muretti a secco che, spesso costruiti re-impiegando i massi del lastricato stradale, sono fonti preziose per documentare l’antico stato dei luoghi.

Questa area a sud di Nardò è peraltro ricca di rinvenimenti: nei pressi della località Torre Mozza (di poco più ad ovest rispetto alla strada Pantalei-Tagliate-Morige) furono rinvenuti negli anni ‘70  del secolo scorso, resti tombali di epoca bizantina, oggi conservati al museo di Gallipoli; ancora più a sud, nei pressi della masseria Mosca e a poca distanza dalla chiesa di San Mauro, si trova la chiesetta bizantina di San Salvatore, costruita in un punto pianeggiante, probabilmente al crocevia con un’altra strada che collegava i due i porti di Gallipoli ed Otranto, passando per Muro Leccese – dove si trova l’altra importantissima chiesa bizantina di Santa Marina.

I percorsi istmici tra lo Ionio e l’Adriatico avevano nell’antico Salento l’essenziale funzione di collegare i principali insediamenti portuali tra loro con strade carraie, evitando di dover doppiare via mare il capo di Leuca: di quello più a sud, tra Otranto e Gallipoli si è appena accennato; ve ne erano altri due: uno collegava il porto di Nardò, Naunia (Santa Maria al Bagno), a Roca Vecchia, passando da Galatina, Soleto e Calimera; un altro ancora più a nord collegava Senum (Porto Cesareo) a San Cataldo, passando da Leverano, Copertino e Lecce (Lupiae e Rudiae). Ancora più a nord c’era ovviamente la parte terminale della via Appia, il collegamento tra i porti di Taranto e Brindisi.

Le notizie riportate sono tratte per lo più da mappe e documenti antichi, ma il territorio merita di essere studiato più dettagliatamente, alla ricerca delle tangibili testimonianze del passato. Il Salento non è solo la terra de lu sule, lu mare e lu ientu: è una terra che conserva le labili tracce della sua storia plurimillenaria, del suo passato messapico, ma anche bizantino, dei suoi villaggi rupestri scavati nel tufo e mascherati tra gli olivi; aspetti meno noti, cui però la civiltà e la tradizione locale devono tanto della loro unicità.

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5.

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