Omaggio a due giovani e brave autrici salentine

di Rocco Boccadamo

Girando, come sovente mi capita di fare, tra eventi culturali e, in particolar modo, presentazioni di nuovi libri, ho avuto l’opportunità d’incontrare e conoscere due “stelle”, astri specialissimi  sotto le sembianze di giovani e aggraziate donne, che, a mio parere, brillano, distinguendosi, nel firmamento della poesia e della scrittura in genere.

Citandole in ordine alfabetico, Alessandra Peluso e Maria Pia Romano.

Alessandra Peluso
Alessandra Peluso

La prima, nata e residente a Leverano (LE), laureata in filosofia, di professione redattrice editoriale e critica letteraria (sul sito web di Affari Italiani.it, il primo quotidiano on line italiano, nella pagina Culture, sono pubblicate circa cento sue recensioni di libri di autori vari), è autrice delle raccolte poetiche “CANTO D’ANIMA AMANTE” edizioni Besa (2009) e “Ritorno Sorgente”, edizioni LietoColle (2013).

La seconda, nata a Benevento ma salentina per discendenza e in tutti i sensi, ha scritto e pubblicato, fra l’altro, i romanzi “Onde di follia”, edizioni Besa (2006), “L’anello inutile” edizioni Besa (2011) e “La cura dell’attesa” edizioni Lupo (2012). Dopo una prima laurea, ha recentemente conseguito il titolo accademico in ingegneria. E’ giornalista dal 2000.  Come professione continuativa, si occupa di uffici stampa.

romano

Alla luce delle opere prodotte, Alessandra e Maria Pia si pongono già alla stregua di autentiche e genuine eccellenze in campo culturale e, v’è da credere, sono destinate a vie più affinare, completare, arricchire e impreziosire la virtù dei loro versi e/o scritti in forma di prosa.

Personalmente, mi sono soffermato, con grande piacere, attenzione e coinvolgimento, sulle suggestive, originali e avvincenti pagine di Alessandra Peluso e Maria Pia Romano; al punto che mi sento di suggerire la lettura dei loro libri.

Al termine di queste brevi note, mi piace allegare un recente scritto “aperto” della Romano, indirizzato alla Peluso:

 

Lettera ad una poetessa

Sono inciampata per caso nei tuoi versi, in una mattina di marzo in cui il tuo libro mi ha chiamata ed ho sorseggiato le tue atmosfere delicate. Accade così da molto tempo per me, che vivo un presente sgangherato, sospesa da un capo all’altro della Puglia, sempre accelerata verso dove non so, ma incapace di rallentare. Sono diventata allergica alle presentazioni letterarie, ma sono sempre più innamorata delle stanze di carta e le tue, Alessandra, sono un Ritorno sorgente che ha il colore dei tuoi occhi di mare, nelle cui trasparenze si svela un universo dolce, in cui entrare in punta di piedi.

Ti conosco poco, anzi, non ti conosco affatto. Avevo negli occhi il tuo sorriso fresco e il tuo sguardo liquido mentre ti leggevo. I tuoi versi semplici, musicali, mi hanno riportato alla tua armoniosa ed elegante presenza, per tutte le volte che ci siamo incrociate e ci siamo scambiate poche parole e sorrisi accennati.

Il tuo Ritorno sorgente è uno scrigno di emozioni che hanno il sapore dei tuoi anni e dei tuoi rossori, dei tuoi respiri e dei tuoi silenzi, della natura che a volte tace, a volte si fa parola. Onda increspata, finestra sul giorno, tempo lento, certezza deposta e ritrovata nel vento. La tua poesia crescerà con te, quando imparerai ad affilare le parole e ti lascerai attraversare ancora ed ancora dalla vita, quella vita che ora, è giusto così, dona bellezza snodandosi in immagini armoniose.

Tu come me, forse, ti senti nuda non se non indossi il fondotinta, ma se non hai un libro in borsa. Tu sai di cosa parlo quando dico che la poesia è una vocazione ed una dannazione, perché sa aggiustarci il passo nella vita, ma troppo spesso ci costringe ad andare fuori tempo, perché il tempo della vita normale non riusciamo a capirlo.

Tu senti che la poesia chiede sempre un prezzo e ancora non sai dove può condurre, ma te lo spiegherà la tua esistenza, quando non farai domande.

Imparerai, come ho imparato io, che il mondo non aspetta i nostri libri. Che oltre al clamore mondano davvero non c’è nulla e inizierai a ridere di coloro che si affannano per vedersi dedicare un articolo su un giornale. Chincaglierie da farisei, perché conta più un lettore vero di mille adulatori. Sarà allora che ti ripiegherai su te stessa e scriverai le tue poesie più belle, che saranno forse meno dolci e più vibranti. Meno carezze e più schiaffi, nei tuoi versi, immagino di vedere nel tempo di-verso in cui la vita si farà ancora musica dell’anima.

Ma ora è giusto così, lascia andare le mie parole. E lascia che il senso al tuo cammino lo dia la condivisione autentica, il resto verrà da sé.

Il tuo Ritorno sorgente sono i tuoi occhi, liquidi e belli da far paura.

Il verde della copertina, lo sai, non l’ho apprezzato: stride con quello che mi comunichi, quando in silenzio apro le pagine e scopro il tuo mondo.

Nella distesa d’erba e vigne

ascolto addensarsi la libertà.

Taccio un gridare lacci lenti,

baratto il poco con la natura umile.

È la primavera che s’imbarazza di colori,

ho gioia semplice di bimbi nell’acqua.

Alessandra Peluso, “Ritorno sorgente”, Lietocolle.

 

Maria Pia Romano

4 giugno 2014

 

Maria Pia Romano
Maria Pia Romano

 

 

Io, ho trovato eccezionalmente bello il suddetto documento, compresi i versi finali che sono opera della poetessa di Leverano.

Libri/ La settima stella

 

La settima stella (miscuglio di semi di sesamo e riso), poesie di Maria Pia Romano

 

 di Paolo Rausa

Questa raccolta di poesie di Maria Pia Romano, beneventana di nascita ma salentina d’adozione e ora barese per ragioni di cuore, all’insegna della liquidità, dell’umore acqueo, più che al “Panta réi” (Tutto scorre) del filosofo greco Eraclito e alla “invida aetas” e al “carpe diem” oraziani (il tempo che tras/corre e la necessità di cogliere le occasioni che ci offre la vita), concetti rappresentati dal pittore Salvator Dalì negli orologi liquefatti, attinge la sua ispirazione dall’idea di amore liquido, un sentimento basato sulla fluidità, la fragilità e la transitorietà dei legami moderni.

Maria Pia ci affascina con un linguaggio figurato, dilatato fino alle estreme conseguenze per fissare sulla pagina amori vissuti, presi e lasciati, sentimenti

Libri/ L’anello inutile

L’anello inutile di Maria Pia Romano, Besa editore

 

di Paolo Rausa

Ero da qualche giorno nel Salento, il 9 di giugno scorso. Già dalla mia partenza avevo annotato quell’incontro a Lecce, fissato in un posto che poi si è rivelato magico, la piazzetta della Chiesa greca. Ma c’era mai stata a Lecce una Chiesa greca? Non me ne ricordavo. Forse il toponimo richiama   il  rito basiliano che vi si svolgeva, come i tanti luoghi disseminati sul territorio salentino – i SS. Stefani a Vaste di Poggiardo per es. – , che aveva fornito rifugio nei secoli passati, posto com’è di fronte alla Grecia, ai religiosi fuoriusciti dall’impero bizantino, vittime della lotta contro il culto delle immagini, mi pare. Ma quello che mi aveva attratto dell’annuncio era l’esile, ma conturbante, figura dell’autrice accovacciata su uno scoglio marino, in attesa, e le modalità della presentazione di quello che si preannunciava come un romanzo immerso nella storia di un Sud e di un Salento, che sanno appassionare – lo sappiamo – con tutta la forza del sentimento.

Si accompagnava un commento musicale serrato e dal ritmo incalzante. Dovevo andarci! La sera del 9 giugno ero lì in un cortile, posto dietro la chiesa,

Libri/ L’anello inutile

Per Spiagge d’autore

L’anello inutile di Maria Pia Romano

(Besa Editrice)

Rivabella (Gallipoli, Lecce) 20 luglio 2011 ore 19,00

con Carmen Foresio e Giovanni Invitto

Maria Pia Romano a Gallipoli (Le) presenterà il suo libro L’anello inutile (Besa editrice) il 20 luglio alle ore 19,00 a località Rivabella con Carmen Foresto e Giovanni Invitto.

Il Salento prende alla gola. E ti sa rubare l’anima. Luogo troppo selvatico per lasciarsi conquistare. Anche la sua gente è così. Qui le tarantate dicevano di sentire la noia all’inizio del male. Gli uomini andavano a fare l’olio nelle viscere della terra, incitando gli animali a spingere la ruota e stordendosi con l’oppio per non sentire la fatica. Nelle campagne che s’incontrano andando dalle Orte verso il faro della Palascia, la terra è rossa. Ci si può perdere, inseguendo il filo rosso che qui lega la terra, il cielo e l’acqua. Un sottile scoloramento di memorie adriatiche. Un annebbiamento dei sensi. Un capogiro. Cosa rimane quando non si ha più niente da perdere?

 

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