Ai Corsari (Villaggio Resta, Nardò): la scuola, la via

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di Maria Grazia Presicce                        

M’accoccolo su un gradino sbilenco e lascio vagare lo sguardo nel non silenzio di una natura scomposta; friniscono le cicale, gli uccelli cinguettano tra le alte chiome degli eucalipti inondati di sole. Una lucertolina verde e lucente solleva il capino curioso, poi fugge tra i secchi fuscelli di una fantomatica aiuola.

Va il mio pensare, odo sussurri parole richiami… avverto effluvi di terra di piante, di sole che scalda: essenze d’amicizia scanzonata, di affetti sinceri. Si tinge il mio sguardo d’azzurro di verde di lilla di gioia che profuma d’infanzia, di semplici tenerezze.

Ritrovo tra pietre e sterpaglie il filo integro del mio essere e lo sguardo accarezza ogni cantuccio, ogni anfratto di questo paesaggio tanto amato e ora lasciato nell’incuria assoluta. Regna sovrano abbandono e tristezza eppure avverto ancora il suo cuore che batte all’unisono col mio e mi dona carezze, parole sincere, sussurri di bimba, dolci melodie che hanno fatto di me una donna sensibile schietta che continua a serbare un cuore di bimba.

E va oltre lo sguardo, racchiude le facciate delle case cogli alberi eterni che mi hanno visto bambina… un motivetto sovviene, un ritmo dolce tenero sgorga dal cuore e si spande come gocce di pioggia sul suolo assetato  “o Madonnina dall’azzurro manto/ ascolta questo piccolo mio canto/ bambino caro, / caro mio Gesù ascolta tutti i bimbi di quaggiù” e il canto va sommesso nell’aria cheta del mattino esce dalla finestra della scuola e va a rallegrare i cuori di grandi e piccini.

Non finiscono le emozioni, i ricordi m’attorniano, intime tracce, passato e presente s’intrecciano. Trame colorate di un vissuto integro e mai abbandonato nell’oblio dai sentimenti.

Mi vengono incontro a frotte le emozioni riposte.

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I cipressi che a Bolgheri alti e schietti, va da San Guido in duplice filar, come in corsa giganti giovinetti mi venivano incontro e mi guardar… “.

Ecco anche il viale della mia infanzia andava da Corsari alla mia masseria in “duplice filar” e va ancora solitario nell’abbraccio degli alti cipressi che lo proteggono.

M’avvio sul sentiero sterrato che dopo le ultime case del villaggio si raccorda col viale.

E’ il sentiero di sempre, terra rossa e sassi s’incastonano come gioielli preziosi ritagliando la carrareddha adornata da alberi di fichidindia e di fichi su un lato e sull’altro da un muretto a secco sberciato che delimita un canale di scolo.

E’ lento il mio andare, ogni passo carezza il suolo suscitando emozioni riposte,

godendo di stupori inattesi.

Va la strada coi suoi cipressi in fila indiana e dietro un cipresso c’è ancora il pilone dove sostavamo a pulire gli stivaletti prima di giungere a scuola. E’ ancora intatta la vasca, non contiene più acqua però e il campo intorno non ha più la vigna ma filari di angurie stendono rasoterra i tralci coi loro grossi frutti maturi.

Contemplo il paesaggio che m’invoglia ad andare su quella via che da scuola mi riportava alla mia casa nella masseria di mamma e papà.

Lenta m’avvio…mi sento accolta ancora persino dai sassi.

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All’inizio del viale gli alberi son radi, più maestosi e verdeggianti però ci sono ancora i pini che ci regalavano le pigne a Natale per il presepe.

Il silenzio ed il sole sovrastano e permeano ogni dove. Nei campi non anima viva, deserto anche il viale all’ombra dei cipressi. Sosto tranquilla…vaga lo sguardo, abbraccia uno ad uno ogni albero in fila, l’emozione accompagna i miei passi. Sono sempre magnifici questi cipressi, giganti benevoli che continuano a svettare nel cielo, pare che il tempo non li abbia sfiorati, ma solo accarezzati.

Non si è mai spenta la Luce!

http://www.donbosco-torino.it/image/
http://www.donbosco-torino.it/image/

di Maria Grazia Presicce

Dedicato ad una straordinaria donna salentina   

 

E la luce illumina irradia e conforta e si spande soave e accarezza il mondo, il mondo dei grandi e dei piccini, degli onesti e dei rei, dei belli e dei brutti: il mondo di tutti.

Si diffonde su tutto e su tutti la Luce e sconfina e non ci sono fili spinati che la possano fermare, lei va solitaria e raggiante, s’intrufola negli angoli più bui e porta speranza, chiarore e chiarezza. Alla Luce non puoi camuffare i tuoi gesti, ti sveli e traspari per quello che veramente sei.

Quando poi la luminosità si traduce in un volto di donna, ” Luce” di nome e di fatto, ti par di sognare e di far  parte di un mondo diverso da quello strombazzato decantato demolito sui media. Pare tanto diverso il mondo di Luce, questo suolo imbrattato abbrutito involgarito e disonorato da concioni e malevoli ciance, da cronache oscene scellerate feroci, d’improvviso s’illumina di Luce e come un arcobaleno abbraccia la terra.

Un sospiro di sollievo si leva sincero dal cuore! Ti rendi conto che tra tante miserie ci sono animi che portano luce e danno calore colore e amore senza nulla chiedere, che accolgono allietano e consolano cuori e spargono semi di tenero affetto, semi di gioia, semplicemente con un gesto e un dolce sorriso come quello di Marita che mi parla di Luce, della zia Luce che, come dono calato dal cielo, tanti anni fa, l’ha accolta e amata come una figlia: lei bimba sfortunata giunta da un’altra sponda su un barcone sballottato dalla furia del vento e delle onde, in una tetra notte di morte.

Per Marita quell’amara notte, d’improvviso si rischiarò di Luce quando, tremante e spaurita, la condussero da Lei.

Da allora la Luce per Marita non si è mai più spenta e continua radiosa a brillare, a spargere lieta tutto il suo AMORE, la sua dolcezza di Madre sempre presente nel momento del bisogno. Sempre Luce: discreta presenza silente, su cui Marita sa di poter contare anche oggi, sposa e madre felice, e quel raggio lucente continua a rischiarare la sua casa a testimonianza della… luce di Luce!

Marita, consapevole, sempre ringrazia quell’amabile stella che in quella notte tempestosa la invase di Luce e, mentre racconta, una lacrima cola sul suo limpido viso.

maria grazia presicce

 

 

 

Incendio doloso

 

di Maria Grazia Presicce

 

Da google immagini: Incendio ad Olmeto, La voce di Alghero, www.vocedialghero.it
Da google immagini: Incendio ad Olmeto, La voce di Alghero, www.vocedialghero.it

NO, oggi non ho supplicato “ Laudato sì, mì Signore, per frate vento…”  quando l’ho visto imperversare e dare “ sustentamento” alle fiamme che imperiose e alte si accanivano su un campo incolto,flagellandolo.

Mi chiedevo quale mano malvagia avesse appiccato quel fuoco che s’insediava tra i sassi, tra i verdi cespugli e mentre le fiamme crepitavano, invocavo solo “ Sor acqua” la quale è, “multo utile et umile et pretiosa e casta”, solo lei in quel frangente poteva intervenire e portare refrigerio allo sfrigolio di verde fogliame che si dissolveva tra le lingue di fuoco che ne addentavano i teneri rami. Mi pareva di sentirne gli urli, di percepirne i lamenti mentre “ Frate Focu”, inclemente, procedeva la sua corsa nel vento tra sterpi, ciuffi di mentuccia ridenti, cespugli di mirto, di lentisco, di rovi, di olivastri, di cespi di erbette innocenti. Quei gemiti, quei gridi atterriti, al passaggio infuocato nel vento, si mutavano in rivoli neri esalando nell’aria gli ultimi effluvi odorosi.

Frate Focu” solerte il suo mandato compiva, semplicemente bruciava, inceneriva e andava, senz’affatto immaginare quanto strazio lasciava su quel suolo, quante vite in un fiat s’annientavano al suo giocondo passare.

Inerte guardavo quelle fiammate possenti, dal tormento invasa per ogni minuscola creatura che su quel lembo aveva trovato rifugio e tutela. Li vedevo atterriti fuggire e come forsennati cercare soccorso. C’erano ragni avvinti alle ragnatele, nidi d’implumi uccellini col beccuccio aperto in attesa, scarabei, maggiolini, cervoni, lucertole, milioni di solerti formiche, cavallette e tutti gli esseri del santo creato nella corsa furente soccombere fiacchi, dissolvendosi in fumo.

Mio Dio! Quanti pigolii, bisbigli, respiri, ronzii si spegnevano fiochi mentre “Frate Focu“ inclemente, spronato dal vento, avanzava lasciando dietro di sé desolazione e sgomento e terrore in chi, tra tanti esseri, era riuscito scampo a trovare.

No, “Frate Focu”, non è tuo il peccato, tu resti sempre “bello et iocundo et robustoso et forte.” Il male è di quella mano infame che, coscientemente, fuoco ha dato per puro diletto  o semplicemente per qualche dispetto.

Quel verde fogliame, quelle corolle variopinte, quei fruscii, le rilucenti ragnatele sono ora cenere incolore ed inodore; sembra un mondo morto quel ritaglio nella natura immerso, e i sospiri di fumo che, dopo il flagello, lievi continuano ad effondersi invocano or pietà da Madre Terra per la sanguinante ferita.

Sì, solo lei può risanare e ridonar vita e colore a tanto tormento, a tanta vana malvagità e allora la preghiera s’alza concorde: ” Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fior et herba”.

 

La sua falce non risparmia proprio nessuno…

la morte da google immagini, FRIARIELLAND,www.blogchat.it
[1] Da Google immagini: Friarielland : www.blogchat.it

Giorni fa parlavo con mamma al telefono.

Stava  male mamma, molto male…comunque, quando volevo c’era quel filo che mi permetteva di sentirla anche poche parole, ma sapevo che c’era e andava bene così.

Mentre telefonavo, un pensiero improvviso mi colse… sopravvenne inatteso e non mi abbandonò finché, come al solito, non lo riversai su questo foglio.

“Come sarebbe bello “ pensai, se anche dopo la dipartita, rimanesse un filo di collegamento con l’aldilà e si potesse continuare a” telefonare” ai propri cari e risentire la loro voce, percepire il loro respiro e sapere che ancora ci sono per noi…sarebbe bello, bello davvero e tanto confortante per chi resta!

Purtroppo la Morte, per ognuno, quando arriva, arriva e ora che mamma non c’è più, il telefono tace, sussulta la voce del cuore…

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A proposito della morte ecco quanto viene riportato in un brano di Ettore Vernole[2] “La morte nelle tradizioni popolari salentine”[3]:

“ […] Riporto […] integralmente un testo di poesia che ha il pregio di essere dialogata, ha notevoli arguzie nella vana bellicosità di un Pontefice, negli allettamenti che adopera una regina, nell’offerta di denaro per provvista di camicie e fazzoletti per rivestire la Morte effigiata ignuda, nella parola strambottesca “Scardàllasciu”( la quale allude allo  “scardare” delle dita sulle corde della chitarra, ed allo “sciare” dei piedi nella danza, […] ) nei vari e vani tentativi dei medici, neutralizzati dalla miscela della “serpentina”. Era questa serpentana una medicina dell’antica farmacopea, […] a base di effetto vermifugo e soporifero, forse l’erba “serpentaria” ( Aristolochia)[4] dal sugo letale pei rettili e salutare contro le morsicature di essi.

Ecco il testo ( della poesia) nella variante gallipolina:

Nu giurnu a Roma me nci ‘cchia na fiata

e nu forte fracassu jeu nci fici…

lu Papa me mprumise grandi cose

lu lassu n’addu picca a quistu mundu

Jeu nde dissi: Beatissimu Padre

Tu, ci pensi sti cose, si nu pacciu!

– Morte, de fronte a te mintu n’armata,

ogni surdatu ‘te sia nu Satanassu,

e jeu me piju na valente spada,

quando te cucchi, tandu jeu te m’azzu!…

– E jeu portu quistu miu faggione

Ci trunca de vicinu e de luntanu!…

Ippi na chiamata a Burtugallu,

addu nciete forti fràbbrichi de sassu:

Addai nc’era na Rigina ‘ncurunata

Tra musiche, trionfi e scardallasciu,

jeu salii e nde lippi salutata:

– Addiu Signura de stu gran palazzu!

E subitu me oze dumandare:

– dimme ci sinti? Ca jeu n unte sacciu!

– Jeu su la Morte, e su la Morte sgrata,

su banuta ‘te portu ‘nparadisu a spassu!

– Sùbitu me tira una seggia ‘ndurata:

– ‘ssèttate, cuntamu lu tiempu cu passa…

– Tegnu na quanti tate de danaru

ci gnòrima l’ha ‘cquistatu cù suduri:

o Morte te lu oju regalare

cu te faci camise e mucca turi!

– E lu miu caru Re a ci lu lassu?

– Rigina, nun te serve stu lamentu,

ca te lu libbru nun pòzzu te nde scassu,

li danari li dài ‘llu Sacramentu

ca an celu te porta lu Spiritu santu!

Eccu la Morte sgrata se nde scìu

E la Rigina a lu liettu se mintìu:

li mèdici ordinàene la medicina,

la morte nci ‘mbiscava la Serpentaria!

E la Rigìna poi se nde murìu

E lu sou caru Re gran piantu facìu!…[…]

 

Traduzione

 

  – Mi ritrovai una volta a Roma

E successe un gran trambusto …

Il Papa mi promise grandi cose

per  rimanere ancora su questo mondo.

Io gli dissi: Beatissimo Padre

se pensi queste cose siete pazzo!

 – Morte di fronte a te schiererò un’armata,

ogni soldato   un diavolo,

io mi armo di una forte spada

e quando t’avvicini   ti ammazzo!

  – Io posseggo questa   grande falce

Che tronca da vicino e da lontano!…

Ebbi una chiamata in Portogallo

Dove c’è  grandi fabbriche di pietra :

qui c’era l’incoronazione di una regina

Tra musiche, trionfi e balli:

io salii e andai a salutarla:

addio signora di questo gran palazzo!

E subito lei mi chiese:

– dimmi chi sei? Che non ti conosco?

– Io sono la Morte, sono la morte ingrata,

sono venuta per condurti a spasso in Paradiso!

Subito mi scagliò una sedia dorata:

– siediti, contiamo insieme il tempo che passa…

Posseggo tanto denaro

Il mio signore l’ha accumulato con sudore:

o morte te lo voglio regalare

per confezionare camicie e fazzoletti!

– Regina per questa volta fanne a meno!

– e il mio caro Re a chi lo lascio?

– Regina non serve lamentarsi,

dal libro non ti posso cancellare,

il denaro lo darai al Sacramento

che in cielo ti accompagna lo Spirito Santo!

Ecco la morte ingrata se ne andò

e la regina si mise a letto.

I medici ordinarono la medicina

La morte mischiò la Serpentana!

La regina in seguito morì

E il suo caro re  a lungo pianse.

 

 

 

[2] Storico gallipolino, nato a Gallipoli bel 1877

[3] Ettore vernole in Rinascenza Salentina, pag.71-72, biblioteca provinciale Bernardini, Lecce

[4]Da google: Wikipedia : Aristolochia è un genere di piante lianose sempreverdi e decidue e piante erbacee perenni.

La mutilazione dell’ulivo

ULIVO A MATITA

di Maria Grazia Presicce

 

Urlavano i rami le foglie, urlava la terra, urlava tutto il creato ma chi mozzava non sentiva. Troncava troncava con fare frenetico e il fragore assordante della sega, che affondava bramosa i suoi denti nei tronchi, copriva urla e lamenti.

E le zanne taglienti s’accanivano irruenti e incoscienti squarciavano.

Accaniti e solerti i potatori affondavano le lame tra fronde e rami che, inermi ed inerti, come colombe colpite da un botto cadevano giù.

Dissanguati, i tralci frondosi giacevano l’uno sull’altro: ultimo abbraccio dopo una vita insieme vissuta.

E amputava la sega tra la danza dei potatori sui rami, incuranti del fruscio dei caduti, della preghiera che da ogni ramo trafitto si levava!

Ad ogni squarcio la ferita si dilatava, fino a mostrarsi candida e tonda a quel cielo che la sfiorava e capiva lo strazio.

Nudo dolorante e silente piangeva il moncone mostrando lo stremo l’affanno lo scempio.

Trasudava la linfa sulla ferita e gemeva l’ulivo raccolto nella sua pena.

Dov’era quell’uomo che tanto aveva amato i suoi pregi e lo aveva rispettato onorato difeso nel tempo? Dov’era quell’umano che ne aveva curato ogni squarcio, adorato ogni fuscello ogni foglia fino a farne segno di pace e d’amore? No, non era più degno l’uomo dei suoi favori, dei suoi valori, dei suoi doni preziosi.

Monchi e spogli i rami gridavano al cielo tutto lo spasimo il livore e condannavano chi li aveva troncati in quel barbaro modo. Stille lucenti, tacite colavano sulla rossa terra straziata e l’intera natura avvertiva e accoglieva lo stremo. Era svenata stremata vinta la sua dolce portentosa creatura e nemmeno madre natura riusciva a colmarne il tormento.

Seguitavano, i monconi recisi, a supplicare il cielo le nuvole il sole il vento, li pregavano di trattenere la corsa e asciugare e le ferite lenire. All’imbrunire, sgomento, il tronco spogliato, chiese  perdono agli uccelli che, senza rifugio, scappavano mesti cercando altrove riparo. Allorquando la notte scurì col suo manto il creato e la luna e le stelle le ombre schiarirono, pietà chiese l’ulivo per la sua indegna nudità, per la mancanza del sontuoso vestito. Si sentiva Sansone senza capelli, nudo, senza forza e voleva coprirsi o forse divenire fantasma pur di non rivelarsi mostro moderno fatto di artigli.

Purtroppo, l’uomo evoluto ha dimenticato che, come Sansone, l’ulivo ha nella sua chioma argentea la forza e ne amputa d’impeto gli arti, stremandolo deturpandolo. Così agendo lo avvilisce, lo evira senza coscienza, per solo tornaconto economico, scordando che l’ulivo è essere attivo e vitale e vive e dà vita fino a quando viene rispettato ed amato.

Non c’è amore nel mutilare. Un affetto non si monca, si coltiva, si nutre e non si svena. Semplicemente si ama.

Il giardino del poeta. Ancora un piccolo omaggio a Girolamo Comi

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Il giardino di Palazzo Comi, ph Gloria Fuortes Biblioteca G. Comi Lucugnano Lecce

 

di Maria Grazia Presicce

C’era una volta… ma,  c’è ancora  c’è ancora! un giardino in cui sorge  un palazzo…un magnifico palazzo abitato tanto tempo fa da un poeta.  Palme, melagrani, oleandri, cipressi  proteggevano allora come guerrieri  i cespugli di rose che ne inghirlandavano  muri e   vialetti.

Tralci di rose s’ inerpicavano sulle facciate e parevano voler raggiungere la camera di chi tanto le amava per  fargli godere   dei  loro effluvi anche di notte quando percepivano il bagliore filtrare dai vetri delle imposte socchiuse  e incuriosite si spingevano su, sempre più su per spiare il suo tacito fare.

Si chiamava Girolamo il proprietario di questo giardino e lui riusciva   davvero  a captare nel silenzio notturno i fruscii di quei  boccioli se, spesso inatteso, scendeva tra loro e con loro si confondeva nella quiete e nell’oscurità ovattata e s’ inebriava  delle loro fragranze aggirandosi lento tra i vialetti scolorati dal tenue chiarore della luna che, smaltato, colava tra i rami degli alberi e lo avvolgeva. Lo stupore di tanta armonia penetrava  il poeta  nell’intimo e tacita dava  poi parole e senso ai suoi versi.

Girolamo adorava quel mondo balsamico e armonico pregno di assoluta purezza. Qui trovava ristoro e confidava alle piante  alla luna e alle stelle i suoi più cupi pensieri, le sue angosce e da loro sollecitava preghiera e consiglio sfiorandone gli umidi petali, roridi, colorati di luna la notte e dai bagliori di sole al mattino. Non avvertiva la solitudine  tra quei boccioli che s’inchinavano placidi al suo passo e lo invitavano a   sostare e ritemprarsi tra loro e con loro.

– Ti racconto una storia  se resti – sussurrò una sera una rosa rossa impigliandosi  con una spina alla sua giacca.

–  Fermati, non andare ! –  bisbigliò ancora – non vuole graffiarti la  spina! –

Girolamo si bloccò.

rose-rosse,

” Una rosa che parla? Forse sogno” si disse, guardandosi intorno stranito.

– Son qui, son qui – sussurrò ancora la rosa, trattenendolo e quasi lacerandogli la maglia.

Si volse  Girolamo poi, lentamente, districò la maglia dalla spina. Dondolò la rosa e s’inchinò. Girolamo la sfiorò, si piegò  e ne  aspirò il  suo intenso profumo. S’intenerì   la rosa e continuò: “ Resta! Ti racconterò la storia del tuo giardino. Ti piacerebbe conoscerla vero?

S’arrestò il poeta, trattenne il fiato, continuò a sfiorare la rosa che dolcemente cominciò a narrare “ In questo luogo, che ora ti appartiene, tanti, ma tanti anni fa  c’era  un grande bosco incantato dove, rigogliose, crescevano piante spontanee di ogni genere:  alberi di carrube, cespugli  di mortelle, di lentisco, di corbezzoli, di timo, di cisti, di olivastri e roselline selvatiche.

– E… tu come lo sai? –   Intervenne incuriosito Girolamo.

“Non interrompermi per favore, altrimenti perdo il filo – riprese la rosa. – Ebbene, tra queste selvatiche e odorose piante, gironzolavano indisturbate bestiole di ogni genere e taglia: lupi, cinghiali, volpi, lepri, ricci di macchia, talpe, bisce e svolazzavano,  riempiendo l’aria di trilli, uccelli  di tutte le specie che in primavera, coi loro nidi, adornavano rami e cespugli.

– Meraviglia! Davvero qui c’era un bosco con tutte queste magnifiche creature? –   Girolamo  s’accomodò   al suo basamento per meglio ascoltare.

La rosa rossa proseguì – Già, è proprio così. A quel tempo, noi, aristocratiche piante di rose non facevamo parte di questo paradiso, non ne immaginavamo nemmeno l’esistenza, né saremmo potute  attecchire  su quell’arido suolo.

– Ecco che ho ragione. – intercalò attento il poeta – Se neppure esistevi, come puoi conoscere la storia di questo posto ? –

– Hai ragione, hai ragione. Devi sapere, però, che sono stata una rosa fortunata perché,  quando sono  giunta in questo giardino, ho conosciuto  un’antica pianta di mortella che aveva fatto parte di  quel bosco incantato e, per puro caso, si era salvata. Cresceva proprio lì, dove ora tu poggi i piedi. –

Girolamo si scostò repentino e  guardò  ai  suoi piedi senza nulla vedere se non  terra battuta – Che storia è questa? Non c’è traccia di piante sotto i miei piedi . Dove sarebbe andata a finire la tua amica mortella? –   Continuò a osservare,  scostandosi  per evitare, semmai, di calpestarla nel buio.

– Tranquillo, tranquillo! –  Tremò mesta la rosa – non puoi pestarla. Ormai non c’è più, manca da tanto: è stata divelta un mattino di tanti anni fa  e, purtroppo, la colpa fu  mia.-

– Tua? Come puoi dire che la colpa fu tua?-

– Fu mia davvero. Mi sento colpevole di quello che accadde quel giorno. –  Addolorato al ricordo, il bocciolo s’ inclinò e un  gocciolo di rugiada scivolò ai piedi di Girolamo.

Il poeta  dolcemente  rialzò  la rosa – non posso credere che, tu così soave e leggiadra sia stata  motivo di tanto dolore. Dai, non avvilirti così,  raccontami  dall’inizio la storia.-

La rosa rossa, sollevò il bocciolo e  – Ti ho appena detto che il bosco  si estendeva anche sul tuo giardino. Un bel giorno, anzi un brutto giorno, mi disse Calliope, si chiamava così la mia amica mortella, il bosco incantato fu divelto completamente per fare spazio alle case che ora vedi qui intorno ed anche al meraviglioso palazzo dove tu  vivi.

– Mi spiace. Ne sei proprio sicura?-

– Sì, è stato proprio così. Me lo ha  confermato la mia amica mortella. Di certo tu  non puoi ricordarlo, eri un bimbo innocente allora o forse non eri neppure nato a quei tempi. Ora però, che sei   grande,  intelligente e sapiente,  puoi scoprire  da te quando tutto questo che ti sto raccontando è avvenuto.

Non farmi tergiversare però, altrimenti giunge l’alba prima che finisca di raccontarti la mia storia e, con la luce, tu sai, la magia della notte svanisce e cominciano altre magie. Dunque:  quando la tua mamma, che tanto amava le rose, decise di interrare me qui dove sono, io ero un tralcio, un piccolo germoglio giunto da molto lontano. Arrivai in treno riposta in un pacco insieme ad altre sorelle. Alcune sono ancora sparse qua e là in questo giardino, altre, purtroppo, non esistono più.

Tra tutte mi ritenni la più felice poiché fui sistemata  proprio  vicino al cespuglio della mortella. Ero in buona compagnia, non sarei stata sola, ne gioì così tanto che già dopo poco avevo stretto amicizia con lei.  Mi sentivo protetta  dalla sua verde chioma e anche se ancora non capivo il suo modo di esprimersi,  parlava solo in dialetto Calliope, bastava che le sue foglioline mi sfiorassero per avvertire il suo affetto e non sentirmi mai triste ed esclusa. Ci siamo tenute compagnia per anni, lei mi aiutava ad affrontare serena le mutevoli stagioni  riparandomi anche dalle intemperie. Era forte, rigoglioso il suo aspetto, io invece crescevo a stento  più gracile e debole. Non me ne dolevo comunque, anche se  m’accorgevo che non ero florida e in fiore come le mie sorelle  che, ammiccanti e superbe,  sculettavano  poco più in là. A me, andava bene così, m’ appagava l’amicizia di Calliope e la sua vicinanza.

Tua mamma, che di tanto in tanto scendeva tra noi, ci curava con dedizione; ad  ogni pianta  aveva dato un nome speciale, io sono venere, c’era  poi diana, selene, aurora  e quel cespuglio di rose piccole e bianche che s’inerpica sul muro  laggiù, sono le ninfe. Ci chiamava per nome tua mamma ogni volta che s’avvicinava!

Un mattino umido e fresco  d’autunno, venne un  nuovo giardiniere  per organizzare i vialetti, potare gli alberi e sistemare i tralci di noi rose che confusamente si sporgevano qua e là. Alcuni  dei miei ramoscelli cingevano i verdi rametti di calliope imperlati di brune e lucenti mortelle e mentre le mie sorelle traboccavano  ancora di boccioli e di rosse bacche,  i miei lunghi tralci erano solo coperti di foglie e di qualche boccio che stentava a schiudersi all’ombra della mia amica.

Quando quell’ omaccione   mi si avvicinò, esaminò attentamente l’intero mio ceppo, scrutò in lungo e in largo lo spazio occupato da calliope e da me poi, senza nemmeno fiatare, si mise a zappare, zappare e tagliare estirpando in un fiat la mia cara amica.   Vedevo cadere sotto i suoi colpi malefici la dolce mortella con tutti i suoi rami e nulla potevamo contro di lui nemmeno le mie aguzze spine. Fitte tremende mi trapassavano, ogni colpo  percuoteva  il mio stelo  fin nelle radici e per quanto stendessi i miei tralci spinosi e provassi a bloccarlo, niente potetti contro quella furia impetuosa  che continuava a svellere svellere ed annientare fin nelle budella la mia  compagna che, inerme, giaceva infranta per terra. Desiderai tanto morire con lei invece  eccomi  ancora qua solitaria ed afflitta.

Son trascorsi degli anni da quel fatidico giorno,  son tanto cresciuta d’allora, son sfarzosi ora i miei tralci di rossi boccioli abbigliati che effondono al cielo e alla terra il loro profumo, ma soffre il mio cuore, mi sento rea,  monca  e rimpiango  Calliope e la sua amicizia. Troppo mi mancano le sue antiche storie, i suoi abbracci, il nostro dondolarci e sfiorarci nel vento. Ho nostalgia dei suoi candidi fiori, del suo intenso aroma e delle sue brune bacche che come gemme preziose, incastonate tra le foglioline, ciondolavano gioconde sui  molli  rametti.

Tremò e sospirò assolto il bocciolo di rosa, i suoi petali si dischiusero  in un abbraccio infinito “ Ti sono grata stasera per avermi dedicato un po’ del  tuo tempo prezioso. Era da tanto che volevo, a qualcuno, raccontare la storia della mia amica e liberare il mio cuore dal suo struggimento. Spero di non averti annoiato.  Ti prego dai voce e vita al mio sfogo, al mio ricordo, al dolore per la perdita della mia adorata  amica mortella che ha fatto parte del mio cuore e del tuo giardino. Tu solo puoi, con la tua sensibilità, continuare a narrare ai bimbi la storia dell’amicizia tra Venere, una pianta di rosa, e Calliope una pianta di mirto. E’ autentica la storia, te lo giuro. Autentica come un’amicizia   vera pura  sincera. L’amicizia vera  può nascere e crescere in qualunque luogo, tra le essenze più disparate, nelle situazioni più tragiche e inverosimili. Questo sentimento tenero e devoto non ha bisogno di tanto spazio, di molte parole, vive e si nutre anche di intimi silenzi, d’ intesa, solidarietà e tanto tanto affetto. Buona notte Girolamo e grazie ancora! “

Girolamo ormai non c’è più, son rimasti per noi  i suoi versi,  il suo palazzo e traccia ancora del suo giardino poetico.

Sta ancora lì un po’solitario, celato e lasciato all’incuria,  eppure il poeta ogni notte, zitto zitto, continua a tornare, ad affacciarsi al balcone e godere degli  effluvi scampati poi, scende, s’aggira silente e spande i suoi versi  su quell’oasi di pace ed insiste  esortando, bramando il risveglio del suo favoloso cantuccio e prega  Girolamo per una società più retta, trasparente, sommessa, per una natura difesa rispettata  amata che possa continuare a dare senso e fervore all’ esistenza,  in modo che ogni essere possa continuare a stupirsi del suo miracolo, dei suoi incommensurabili doni e riesca a percepirne il valore in ogni frammento  cogliendo e trasmettendo, ancora ed ancora, l’essenza della vita e le sue  fondamentali virtù.

 

I ventagli di devozione

ventaglio devozione san Pantaleone con sante marine

di Maria Grazia Presicce

 

Attendevano al lavoro cantando per far trascorrere più allegramente il tempo, sedute per terra su delle stuoie nell’androne della Masseria, poi d’un tratto, qualcuna invitava a pregare – dicimu nu paternosciu a santu Pantaleu cu ndi iuta spicciamu prestu[2] – e intanto immaginavano già il giorno festivo, anche se per giungere al paese dove si svolgeva la festa sarebbe molto faticoso. Si trattava, comunque, di compiere un pellegrinaggio in onore del Santo e, quindi, si affrontava il sacrificio di buon grado.

Ehi! Cramatina tutti all’erta prima ti lu sole, ca sapiti quantu strada nci ole cu rriamu![3] – Raccomandava qualcuno.

No ti proccupare, pi divuzione a Santu Pantaleu, quiddru e addru. Santu Pantaleu mia cumpagnande tu[4]. – Terminava un’altra facendosi il segno della croce con le nocche della mano per evitare di sporcarsi il viso con le dita sporche dall’unto nero e appiccicoso delle foglie di tabacco che stavano infilando.

Lavoravano tutti i giorni da mane a sera, ma nella festa di alcuni Santi, in particolare di San Pantalone e dei Santi Pietro e Paolo, e in occasione della festa dell’Assunzione tralasciavano il lavoro per devozione.

Come stabilito, la vigilia della sera prima della festa, andavano a letto presto e prima dell’alba partivano a piedi dalla masseria, iniziando il pellegrinaggio, sarebbero stati di ritorno il giorno dopo la festa.

Famiglie intere partivano, portando con loro solo lu mbile[5] con l’acqua, del pane, un po’ di pomodori qualche pezzetto di formaggio. La strada da fare era tanta e tutta sotto il sole se  ritardavano la partenza. Per raggiungere Martignano[6] dove si onorava San Pantaleone[7] c’era da percorrere decine e decine di chilometri.

Ogni volta che tornavano da queste feste religiose non mancavano di portare a mamma un ventaglio di devozione e a noi bambini le Sante Marine benedette: dei nastrini multicolori che legavamo all’avambraccio per essere protetti dal Santo.

Ecco quanto riporta a proposito di questi oggetti G. Palumbo in un suo brano raccolto in “ Il Salento negli scritti di G Palumbo” del 1943:

 

I VENTAGLI DI DEVOZIONE, G. PALUMBO pag.1 ( testata articolo)

 

“Ho avuto spesso occasione di vedere in vendita in varie sagre che si tengono nei paeselli del Promontorio Salentino per onorare il Santo patrono, altro santo in forma di taumaturgo o la madonna, un caratteristico oggetto di devozione che ha anche una funzione di utilità pratica durante l’affocata stagione in cui appunto dette sagre ricorrono. […] Si tratta di un ventaglio rigido, di costruzione assai semplice, costituito da un rettangolo di cartone  di cm.20×15 e di spessore sufficiente, innestato per uno dei lati lunghi ad una bacchettina di legno di cm. 45 circa, segata in due  per una lunghezza uguale, su per già, a quella del cartone che immesso nella connessura, vi rimane fissato a modo di banderuola  a uno dei suoi bordi come fra una piccola morsa; la quale perché siavi maggiore presa, viene chiusa in cima mediante due o tre giri di spago. Il cartone reca sulla prima faccia l’effigie del Santo o della santa alla devozione dei quali il ventaglio si vuol dedicare, e sulla seconda faccia altra sacra immagine il cui culto è pure in voga fra il popolo. Per fare sì che anche l’occhio resti appagato, entrambe le icone vengono bordare con una riquadratura di carta velina colorata, che, incollata con cura, fa da vivace cornice alle immagini. Ricoperta in massima parte della stessa carta a colori è la bacchetta che sostiene il cartone e che serve principalmente com’è facile immaginare – ad imprimere, con lieve mossa della mano, il movimento che consentirà al possessore di questa specie ventola il refrigerio di un po’ di aria ristoratrice durante le torride giornate dell’estate meridionale.

Le figure che illustrano i ventagli sono delle incisioni su rame o zinco – e qualche volta su legno – alquanto imprecise, essendo le lastre da cui derivano consumate dal lungo uso; ed anch’esse sono assai semplici, rudimentali, quasi schematiche. Trattasi di lavoro tracciato dalla mano poco esperta di un incisore alla buona, cui è piaciuto per lo più rimanere sconosciuto, poiché è raro che le tavole rechino firma. Ma dalla semplicità del disegno, che poco si sofferma ad un efficace sviluppo dei rilievi, sia nella figura del santo che negli attributi del suo martirio o delle sue grazie, traspare una semplicità di concezione che non lascia indifferenti, un’ingenuità interpretativa ed un simbolismo sempre cari all’animo mite del popolano meridionale.

E’ così che queste stampe a tono unico ( inchiostro nero col bianco della carta) rimangono quasi sempre le medesime, o, quanto meno, si studiano di rifare nel modo più perfetto possibile le vecchie effigi; come io stesso ho potuto constatare nelle mie osservazioni dirette, le quali durano purtroppo da quasi  un cinquantennio. Il popolo che vive fra l’altro di ricordi e di tradizioni, specie questo nostro del sud, ha imparato ad amare, a venerare i suoi santi attraverso quelle immagini; e quelle principalmente egli invoca sempre per assistenza, per protezione, per grazia in ogni contingenza della vita familiare o di lavoro. Figurazioni meglio condotte, rese secondo i dettami di un’arte progredita, e magari con l’efficacia del colore che conferisce maggior naturalezza e veridicità, egli non le apprezzerebbe abbastanza; perché non gli parlerebbero direttamente al cuore ed all’anima.

Questi ventagli di devozione trovansi esposti in vendita – alcune volte insieme a qualche altra cosuccia sacra, come per esempio nastrini di seta colorata benedetti o da benedire all’altare del santo, oggettini simbolici di stagno ottenuti a mezzo di stampi rudimentali[9] – di fianco al portale della chiesa paesana, dove la folla si addensa, si accalca, si pigia in un rimescolio che opprime e toglie il respiro. E , le comitive sciolto il voto del pio pellegrinaggio, appena sono fuori dal tempio, passano ad acquistare i ventagli propiziatori; poi con quel segnacolo di devozione e di fede ripigliano la via del ritorno alle case lontane per riporlo di fianco al letto, al di sopra della rustica acquasantiera di terracotta […] “

I ventagli di devozione, grazie ad alcuni artigiani locali, sono sopravissuti alla modernità imperante ed esistono ancora ai nostri giorni. In occasione di importanti festività si possono trovare esposti sulle bancarelle insieme ad altre chincaglierie. Naturalmente, le immagini ed anche la fattura dell’oggetto è stata migliorata, diciamo che sono stati modernizzati. Il più delle volte, infatti, sono immagini stampate a colori; colorata è anche l’intera struttura in legno. Resta, comunque un oggetto di devozione molto piacevole ed unico nel suo genere.

FOTO I VENTAGLI DI DEV. G. PALUMBO

 



[1] I ventagli di devozione, ph di G. Palumbo in “ Il Salento negli scritti di G. Palumbo”, biblioteca prov. N. Bernardini   Lecce.

[2] Diciamo un” Padrenostro” a San Pantaleo così ci aiuta a finire presto il lavoro

[3]  Domattina tutti in piedi prima dell’alba, lo sapete che c’è da fare tanta strada prima di arrivare al Santo

[4] Non ti preoccupare, per devozione a San Pantaleo, questo ed altro, San Pantaleo accompagnaci tu.

[5] Recipiente in terracotta che manteneva fresca l’acqua.

[6] Comune in provincia di Lecce. La festa di San Pantaleone si festeggia a Martignano il 26 – 27 luglio

[7] San Pantaleone o Pantaleo fu medico, subì il martirio perché cristiano durante le persecuzioni di Diocleziano. E’ padrone dei medici e delle ostetriche e viene invocato contro le malattie di consunzione. Una reliquia costituita da un’ampolla contenente il suo sangue è conservata nella chiesa di Martignano (Le).  Notizie da wikipedia

 [8] “ I ventagli di devozione ed alcune stampe popolari della penisola salentina” in Il Salento negli scritti di G. Palumbo vol. II, pag. 3-4 febbraio 1943, Biblioteca. Provinciale  N. Bernardini

[9] Un esempio di oggettino di stagno può essere la chiavetta di San Donato che si può comprare nel comune di san Donato di Lecce

[10] Ventaglio di devozione moderno con nastrini   sante marine. Ph maria grazia presicce

La leggenda della pianta delle more

more
Da google immagini: “ fiori e forchette” http://www.fiori-forchette.com/products/piccoli-frutti/

di Maria Grazia Presicce

Pensando alle more mi ritornano in mente gli assolati  e lunghi pomeriggi in campagna che invogliavano alla ricerca delle piante di scrascie[1] , lungo muretti a secco diroccati e  siepi alla raccolta di zezzi[2].  Non era facile raccogliere gli allettanti frutti da quei rami serpeggianti e pungenti e, pur di assaporarli,  qualche graffio eri costretto a subirlo.

Le spine delle scrascie sono ben nascoste dalle foglie e i suoi tralci striscianti e intricanti  non facilitano la raccolta dei frutti.

A questa pianta e alla sua natura  è legata un’antica leggenda[3] che non conoscevo e che mi faceva piacere diramare, sperando di fare cosa gradita a quanti non ne hanno mai sentito parlare.

Si narra che Caino dopo aver ucciso e seppellito Abele, suo fratello, tranquillamente continuasse a pascolare il gregge.

D’un tratto la voce di Dio lo raggiunse e quando gli chiese se avesse visto Abele, lui rispose che non ne sapeva nulla e che di certo non era il suo guardiano.

Il Signore s’avvicinò al luogo dove Caino aveva sepolto Abele e s’accorse che dalla terra smossa spuntava una strana pianta  che Lui non aveva creato. La pianta, invece di innalzare al cielo i suoi rami, li faceva crescere rasenti al terreno.

Tenne d’occhio  la pianta che, nei giorni seguenti, cresceva a vista d’occhio nutrendosi del sangue di Abele.Un giorno, s’avvicinò per meglio osservarla e notò che era una pianta senza fiori né frutti,   aveva solo  tante foglie e tante spine. D’un tratto avvertì una flebile voce. Era la pianta  che lo implorava  di farle avere fiori e frutti come tutte le altre piante, scusandosi per essere nata, senza il suo consenso, dal sangue di un innocente. Iddio, colpito dalla sua gentilezza, le rispose che ci avrebbe pensato e che comunque un giorno il suo desiderio sarebbe stato esaudito.

Il tempo trascorreva e la pianta cresceva e si moltiplicava con facilità, invadendo siepi, anfratti e cortili.

Un giorno in un cortile, vicino ad un cespuglio spinoso di rovi, stava un uomo ad una colonna legato con intorno dei soldati che sghignazzavano deridendolo e ponendogli in mano una canna e sulle spalle un drappo rosso, insultandolo, lo chiamavano Re.

D’improvviso un soldato s’avvicinò al cespuglio di rovi, ne staccò alcuni tralci, li intrecciò a mò di corona e con violenza la conficcò sulla testa dell’uomo legato. Un urlo di dolore uscì dalle sue labbra,  mentre il sangue  scorse a rivoli dalla fronte sul volto e le colò sul corpo e alcune gocce finirono sulle foglie del cespuglio di rovi. Un brivido infuocato percorse la pianta fin nelle radici, mentre una voce mormorava “ sei nato da sangue innocente e sarai rigenerata dal sangue di un giusto”.

Il cespuglio inorridì a quest’ annuncio e guardando il volto insanguinato dell’uomo non voleva  che a prezzo di   tanta sofferenza potesse essere esaudito il suo desiderio. Ma la voce continuò “ non disperarti, quello che accadrà era stato già scritto. Le tue spine hanno incoronato la fronte di un giusto e la tua umiltà sarà ricompensata. Da oggi avrai fiori e frutti. I tuoi fiori avranno il colore delle cose pure e il succo dei tuoi frutti sarà del colore  del sangue versato  per la rigenerazione dell’umanità”.

E così avvenne .I fiori dei rovi son bianchi sfumati di un rosa- violaceo, quel colore che si ottiene quando il sangue si fonde con l’acqua, il succo delle more invece ricorda proprio il colore del sangue.

  Da google immagini: http://www.librizziacolori.it/8%20sentieri/le%20more.htm
Da google immagini: http://www.librizziacolori.it/8%20sentieri/le%20more.htm

 


[1] Forma dialettale salentina  della pianta del rovo

[2] Forma dialettale del frutto delle more

[3] Da google: “la leggenda del rovo” di Mario Cerruti, http://adozionigiuste.datafox.it/leggende.htm

 

La bicicletta

di Maria Grazia Presicce

 

bici

 

                              […]    Ti consegno la bicicletta / me la devi conservare / te ne prego mia cara Antonietta / a nessuno la devi dare!/ Se Qualcuno te la domanda / tu gli devi dire di no: / non ha freni ai pedali / nemmeno fanali / avanti non andrà!/ […]

                

Pensando a questo, ancora, tanto utile mezzo di trasporto, mi è sovvenuto quest’antico motivetto che tante volte, da bambina, ho sentito cantare da mamma.

Per lungo tempo lo ascoltavo senza capirne il vero senso, finché , lei un giorno non mi spiegò che si trattava della raccomandazione che  un  innamorato suggeriva   alla sua ragazza.

I due fidanzati abitavano in paesi  vicini e, data la distanza non riuscivano a vedersi spesso. Il ragazzo, sicuramente, con enorme sacrificio era riuscito ad acquistare una bicicletta che le consentiva di giungere più rapidamente dalla sua bella, ma l’improvvisa chiamata alle armi ruppe l’incanto e procurò nel giovane, oltre al dolore del distacco, la preoccupazione della custodia della bicicletta durante la sua assenza. Per cui decise di affidarla alla fidanzata esortandola a non farla usare a nessuno.

La bicicletta, così, divenne per loro anche pegno d’amore!

Non sappiamo se il giovane tornò mai dalla guerra, lo speriamo però!

bici albero

Di un altro giovane che partecipò a quel conflitto e che aveva affidato ad un albero la sua bicicletta incatenandola al tronco, sappiamo che non è più tornato. La sua bici, però, è ancora lì e lo aspetta e l’albero testimone, protettivo e protettore continua a custodirla gelosamente, tenendola sempre più stretta al suo cuore. Meravigliosa natura sempre più maestra di vita e d’amore!

Durante una ricerca ho ritrovato su un vecchio settimanale del 1937 quest’articolo legato alla bicicletta. Leggevo e sorridevo considerando l’evolversi del tempo e le sue “ metamorfosi”.

Lo propongo ai lettori immaginando di fare cosa gradita.

bici l'ordine, la bicicletta delle donne, 16 apri, 1937

LA BICICLETTA DELLA DONNA E LA DONNA IN BICICLETTA

E chi non lo sa; oggi la bicicletta rappresenta un utile e pratico mezzo di trasporto e di piacevole svago, quando è usata con discrezione dagli uomini e con giudizio dai giovani.

Per le donne la cosa cambia un poco, quel telaio ricurvo, quelle ruote raggiate, quella comoda sella, per la donna, meglio ancora per la giovane, oggi così evoluta, libera in ogni suo capriccio, rappresenta l’occulto pericolo fisico e l’evidentissimo morale.

La scienza medica ha già opportunamente dato l’allarme, avvertendo che il prolungato uso della bicicletta è per la donna essenzialmente antigienico.

Nessun scalpore, signorine egregie … !!!

A quanto i medici hanno scientemente stabilito per cognizioni d’effetti, le signorine in modo speciale, non devono restare insensibili, sia per il danno che recano a loro stesse, sia per evitare il rimorso di far scontare ad altri esseri le conseguenze della loro trasgressione.

Ma oltre a questo che per qualcuno potrebbe passare fra le considerazioni secondarie , vi è un altro fattore ed è il più assillante, quello morale.

Basta uscire sulla strada per avvistare subito la frequenza di donne in bicicletta, le quali con quei dieci centimetri di sottana e due di corpo (?)[4], che oggi rappresentano l’ultimissima moda, offrono un aspetto indecoroso, talvolta persino schifoso che diventa un vero attentato al pudore.

C’è da supporre che tale offensivo indecente ed osceno spettacolo non sia del tutto a cognizione delle pedalatrici impenitenti, perché se si vedessero, per quanto vane e pervertite, loro stesse ne avrebbero vergogna.

L’ipocrisia, il falso pudore della moda, porta a continui e disperati ( quando sinceramente sono tali) atti di modestia da parte delle cicliste, per stendere i ruderi delle falde della gonna e coprire superiormente le gambe, almeno per nascondere ai loro stessi occhi, pur restando in mostra al pubblico, il quale è condannato ad assistere al movimento di due arti calzati di ragnatele, che si agitano continuamente seguendo il movimento dei pedali, e buttando in aria un gonnellino, che ad onor del vero nasconde nulla, proprio nulla.

Povere farfalle inconsce, si circondano di disonore, condannando il loro sesso.

E tutti devono godersi il vergognoso spettacolo, che ripugna e nausea, ad eccezione fatta dei soliti allocchi, ai quali si allunga il collo, ed un sorriso idiota sboccia sulle loro labbra.

Questo per quanto succede nella strada, che è la carrozza di tutti, ma se poi penetriamo nell’intimità familiare, ed allora la bicicletta è causa di ben altre più gravi conseguenze.

Dare una bicicletta ad una giovane, è come liberare una farfalla dalla rete che la tiene prigioniera.

Libera ai venti, vola, vola, vola senza stancarsi mai: ma dove vola?

Rispondano le mamme a questa domanda.

La macchina non servirà solo per i brevi percorsi dalla casa all’ufficio, allo stabilimento, ma investirà invece la signorina da smania di indipendenza, che la porterà ai lontani solitari luoghi, ai ritrovi fuori le mura, alle passeggiate con compagnie promiscuo, ed ancora… porterà l’inferno nella famiglia .

Ah! Mamme, mamme, in cuor vostro piangete e pensate al candore dei vostri anni di gioventù, alla semplicità della vita, al pudore ed al rispetto di tutto il vostro corpo, della vostra anima, a quella riservatezza che non permetteva alla donna, alla giovinetta specialmente,di uscire sola di casa, invece le vostre figlie, emancipate volano…e poi ogni giorno assistiamo a catastrofi sempre più frequenti che fanno rabbrividire.

Ma le responsabili di quelle catastrofi siete voi mamme e non le biciclette, perché vi è diminuita la forza vivificatrice della grazia di dio, e quindi l’Autorità. Avete incominciato col disinteressarvi del primo atto, che è il segno della fede, della obbedienza, il segno della Croce che ogni mattina e ogni sera i vostri figli e tutti dobbiamo fare quale saluto al Sommo Iddio; avete concesso un primo passo libero, non siete state rigide al primo capriccio, siete scese, ed avete dato e donato senza ritegno, siete giunte senz’avvedervene alla libertà assoluta, avete perso la testa, temendo che le vostre figlie restassero escluse dalla velocità del vizio, dai divertimenti,restassero appiedate, ed a tutto avete aggiunto la libertà della bicicletta.

Bisogna frenare, bisogna risalire la corrente, se non volete che il fango sprizzato dall’innocente macchina delle vostre figliole nella vertiginosa corsa ai piaceri, imbratti la vostra coscienza. ( s. f.)



[1]  Da google immagini: Scrambler:ottobre 2011: http://romhero.blogspot.it/2011_10_01_archive.html

 

[2] Da google: C:\Users\Computer\Documents\Twitter _ MayaDjordjevic  Nel 1940 un ragazzo, partendo.htm

[3] Biblioteca Provinciale “ S, Castromediano” lecce, L’Ordine, settimanale cattolico, lecce 16 aprile 1937- XV, Anno XXXII, num.16,”La bicicletta della donna e la donna in bicicletta”. PH maria grazia presicce

[4] ???è riportato in questo modo. Non è molto chiaro…

Una strana società

scultura-con-anguria

[1]

di Maria Grazia Presicce

 

Viviamo in un periodo astruso: la società è cambiata, le distanze si sono accorciate e la famiglia si è disgregata.

La bella famiglia patriarcale non esiste più. Un tempo, quando il nucleo familiare rimaneva circoscritto nel paese d’origine, gestire la vecchiaia dei propri cari diventava semplice. I vecchi genitori potevano, tranquillamente, rimanere nelle loro dimore e nel loro ambito ed erano i figli, a turno, che si alternavano nell’assistenza.

Ricordo mio nonno quando, all’improvviso nonna ebbe bisogno di assistenza, chiamò a raccolta i figli e con semplici e autorevoli parole comunicò loro che dovevano avvicendarsi nella sua casa – per i turni decidete come meglio vi pare – e finì lì. Fu una circostanza normale per figli e nipoti trascorrere dei giorni a casa di nonna. Nessuno si oppose, anzi, diventò una festa ritrovarci nella grande casa di tanto in tanto.

Ora tutto è mutato, si ha bisogno di figure straniere che badino, a pagamento, ai nostri vecchi. Finché tutto fila liscio e s’incappia in brave persone, queste figure fanno pure comodo, i problemi sorgono quando sopravvengono  inconvenienti di vario genere. Accade spesso che, dopo averle regolarizzate ( si usa dire così) e trattate in modo familiare, questa gente ti si rivolti addosso e pretenda più del dovuto. Ti rendi conto a questo punto, che ciò che hai fatto per loro è na pàssula a mbocca a lu puercu [2]. Grazie alle garanzie che hanno, danno tutto per scontato, vedono solo diritti, doveri ben pochi. Il fatto è che i sindacati italiani, queste “specialissime” associazioni inutili e mangia soldi, favoriscono questo loro speculare, cosicché la spavalderia di molti viene premiata e vengono gratificati anche il sopruso e le frottole.

Viviamo in una società in cui egna bona la mia tela, scatta e crepa ci la tesse![3] Ognuno pensa al proprio tornaconto ed è sempre indaffarato e sollecito a fottere l’altro, anche nelle stupidaggini. La tracotanza, il menefreghismo, la villania, l’aggressività, la coercizione sono i sentimenti che predominano.

Chi la pensa, la vede e vive in maniera diversa, è costretto a rintanarsi nel suo angolino e per ben campare  è costretto a tacere ed accettare anche i soprusi di chi li sta intorno sempre  pronto ad alzare la voce, e non solo, per far valere le sue ragioni,  che sono sempre e comunque le sue e basta!

La semplicità, la schiettezza, la sensibilità, la bonarietà non si sa più dove albergano.     Questi sentimenti non esistono quasi più.

Considerando, però, la ritrovo ancora negli indiani che vivono nel mio ambito. Li osservo spesso. Pur vivendo nella nostra realtà, le persone di origine indiana ( non solo a mio dire) continuano ad essere il loro semplice mondo. Non li ho sentiti mai urlare, imprecare. Conducono al pascolo il bestiame e con fare tranquillo le seguono passo dopo passo, con quell’indolenza che le è naturale. Li scorgo al crepuscolo quando rientrano col gregge, loro avanti, dietro i cani. Unica modernità, il cellulare fisso all’orecchio. Continuando a chiacchierare, fanno un cenno di saluto e quando  c’incontriamo  salutano con un inchino a mani giunte e un sorriso.

La loro seraficità, mi ricorda mio nonno quando placido e pacifico, dopo la pennichella pomeridiana, scendeva giù e soleva sedere sul grande sasso bianco sistemato a mo’ di panchina vicino al portone della masseria. S’accendeva con lentezza la lunga pipa di terracotta con la cannuccia di canna e se ne stava per ore silenzioso a fumare e osservare ciò che intorno accadeva, dando, di tanto in tanto, qualche dritta a qualcuno affaccendato in qualche incombenza.

Osservare…allora si aveva il tempo di osservare in silenzio.

Qualche volta puoi farlo ancora in qualche luogo lontano dal frenetico mondo di adesso. Rifletti e t’accorgi allora  quanto è vuota quest’umanità. Vuota di valori primari.   Vive per far soldi, sempre più soldi fino a non sapere che farsene. Spesso si vive, senza sapere di  vivere, si fa senza sapere di  fare. Mi spiego meglio: diceva mia nonna che si viveva per la corte[4] e per la morte.  Nel senso che bisognava non fare brutte figure nella vita di ogni giorno, nel rispetto delle ricorrenze e vivere secondo coscienza facendo del bene per meritarsi, un giorno, un posto in paradiso. Oggi si vive solo per la corte.

La corte di un tempo era  semplice, essenziale corte di vita . Man mano, col tempo le corti, si sono duplicate, poi triplicate e nell’attuale società si sono centuplicate e lo strano è, che sono i meno abbienti che hanno incrementato la corte, fino a farla divenire corte suprema d’idiozia.

Basta un semplice evento per trasformarlo in corte. In una corte grottesca, dove tutti recitano “ a soggetto”: la parte dello sbruffone di turno!

Osservavo ad un ricevimento  delle belle sculture di frutta.  Ne ammiravo l’impegno e l’ingegno: certo che “le sculture di frutta sono essenziali per la corte in tempo di crisi!”

Davvero magnifiche opere del nulla! Frutta che non si potrà nemmeno mangiare e andrà dritta in pattumiera dopo la… corte!

Più in là un cesto è colmo di bottiglie di vino. Sull’etichetta primeggiava la foto del festeggiato.  Lo “stampato”, sta festeggiando la prima comunione. Se, tanto mi dà tanto, chissà cosà si farà per il giorno del suo matrimonio!

Non posso fare a meno di ricordare la mia prima comunione e quella dei miei coetanei. Rivedo il mio vestito bianco e quello di mia sorella e il da fare della mamma per prepararci quel mattino e non farci arrivare  in ritardo alla messa.

Ci si confessava il pomeriggio del giorno prima, già quello era stato un evento.

– Ora e fino a domani, dovrete stare attente a non fare peccati e comportarvi bene! – Aveva ammonito la catechista – e mi raccomando, da stasera a digiuno! –

Dopo la cerimonia in chiesa, si tornava a casa. Si baciava la mano a mamma e papà Si pranzava in famiglia. Il pomeriggio si rimetteva l’abito bianco e ci recavamo a trovare i parenti non molto distanti da casa. Ad ognuno si baciava la mano per chiedere perdono di qualche scorrettezza commessa nei loro confronti. C’era chi regalava qualche soldino, pochi spiccioli per un gelato, delle caramelle. Qualcun altro un libretto di preghiere, una coroncina. La festa era tutta lì. Era per tutti così, non c’erano corti di sorta e ci bastava ed eravamo contenti. Altri tempi però!



[1] Scultura con anguria da google immagini, www.unafotoalgiorno.com

[2] Un dolcetto dato al maiale

[3] Basta che  bene la mia tela non importa che stia male chi  la  realizza. ( letteralmente: chi la tesse)

[4] Le ricorrenze

Il pistacchio di terra

nocelledi Maria Grazia Presicce

 

Non c’era panieri senza nuceddhe[1] e solo a pensarci ti par di avvertire il sapore e il profumo delle noccioline tostate di fresco e della cupeta[2] fatta con le noccioline. Passeggiando tra le bancarelle illuminate dal barbaglio delle luminarie tra il vociare allegro di grandi e piccini e la musica della banda, coinvolti  in un clima festoso che penetra lo  spirito e i sensi, non riesci a sottrarti alla voglia di assaporare  le croccanti arachidi che, facilmente, si schiudono sotto le dita.

A proposito di nuceddhe o Pistacchio di terra vi propongo un articolo del dottor Achille Bruni che, nel 1866, scrisse sul quotidiano “ il Cittadino Leccese”  per spronare i cittadini alla coltivazione di questa pianta, a quanto pare molto diffusa in un precedente periodo e poi scomparsa completamente dai campi del Salento.

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In società tutto è simpatia e antipatia, non solo verso il proprio simile, ma del pari verso gli animali, verso qualunque oggetto e verso le stesse piante. Se percorrete gli antichi giardini, custoditi con gelosia, non esclusi quelli degli stessi conventi, trovate talune piante, introdotte presso noi da lunghissimo tempo, coltivate e custodite con tanto interesse, che vi rappresentano i veri tipi naturali come ci furono presentati dai viaggiatori che dall’America introdussero presso noi siffatti vegetabili. D’altra parte v’ha molte piante le quali abbenchè utili, tuttavia non sono apprezzate in verun modo, cosicchè a stenti le trovate in qualche orto, più per collezione che per interesse.

Tale è stata la sorte del Pistacchio di terra ( Arachis hipogea), il quale quantunque di utilità all’uomo non ha incontrata quella simpatia, da farle coltivare generalmente, tranne in Ispagna, ovè coltivato distesamente. Io non tralascio di ricordare una parola a pro dello stesso, sperando che col tempo se ne faccia maggior conto, comecchè è vegetabile utile per gli orti e luoghi ove l’acqua esiste.

Il Pistacchio di terra si affida al terreno dalli 15 aprile alli 15 maggio. Il suolo dev’essere ben coltivato, smosso, leggiero, soffice, poroso. Si pianta per filari allo stesso modo che si fa per i faggioli e per il granone, ponendo i semi alla profondità di due dita, distanti fra loro un palmo; ed ogni filare alla distanza di due palmi l’uno dall’altro. nate le pianti cine, si avrà cura di sarchiarle e rincalzarle leggermente quando sono giunte all’altezza di mezzo palmo; se la stagione va secca, bisogna annaffiarle generosamente facendo scorrere l’acqua tra un filare ed un altro. L’annaffiamento si ripete altre due o tre volte secondo i bisogni. Dall’agosto in poi si sospende tale operazione, e precisamente quando le piante colla copia del loro fogliame hanno coperto tutto il suolo.

Il Pistacchio di terra è pianta leguminosa, e caccia fuori numerosi rami dell’altezza di uno due palmi, il di cui aspetto e portamento, unitamente alle foglie, somiglia a quello delle piante di fava. E mette dalla base in sopra, gradatamente, piccoli fioretti di colore giallo-rossastro. Tali fioretti sono solitarii, alla estremità di un organo sottile e lungo un pollice, il quale è acuto alla sua estremità, e somiglia ad uno spillone, dopodiché il fiorellino si è appassito e distaccato.. Lo spillone per istinto naturale si conficca nel terreno, ed ivi s’ingrossa, e alla sua estremità forma il baccello che suol contenere da due a tre semi. E siccome questi spilloni (simili alle radici novelle di un ramo robusto) si sviluppano da sotto in sopra della pianta ne segue di legittima conseguenza che i primi sono quelli che si conficcano facilmente nel suolo, gli altri restano fuori, senza ingrossare. Laonde a volere copioso prodotto è indispensabile di rincalzare con delicatezza le piante di tanto in tanto, a misura che disseccandosi la corolla dei fiorellini, appariscano fuora gli spilloni, che per natura si veggono tutti inchinati verso il suolo, ove son disposti a penetrare per ingrossare ivi i rispettivi baccelli.

Dunque tutta la cura che esige il Pistacchio di terra consiste nel rincalzare il terreno spesso a misura che si sviluppino gli spilloni: quindi la necessità dello annaffiamento e del terreno soffice, leggiero, mobile, poroso. Sicchè il Pistacchio di terra è pianta adatta per gli orti, pei giardini, e per tutti i luoghi ove il suolo è mobile, specialmente vicino al mare nelle sabbie, ove naturalmente si trova l’acqua.

Verso la fine di ottobre o ai primi di novembre si tagliano le piante e si danno agli animali bovini che le mangiano avidamente. Poi colla zappa o colla vanga si svelle la pianta, e n’esce fuora una bella ciocca di baccelli bianchi che fruttano il 40 all’80 per uno. Si fanno  asciugare bene una quindicina di giorni, e poi si fanno infornare, mangiandone i semi come le nostre avellane o nocelle, essendo di migliore qualità.

Dai semi crudi del Pistacchio di terra si può estrarre l’olio per uso di lume e per quello di tavola; e allo stato torrefatto questo legume si può adoperare anche alla confezione del cioccolatte. La pianta ha il vantaggio di maturare i frutti sottoterra, e quindi sottrarsi alla mano del ladro di campagna. Il clima e le terre mobili di vari luoghi della Provincia di Lecce sono favorevolissimi alla coltivazione del Pistacchio di terra.

                                                                                              Prof.agrario – Achille Bruni

 

[1] Non c’era  sagra senza le noccioline americane

[2] Dolce composto da zucchero miele e noccioline

 

La visita nei sotterranei del castello Carlo V di Lecce

pianta del Castello Carlo v di lecce, da google www.castellolecce.unile.it

 

di Maria Grazia Presicce

 

Emozione pura stamane: ho visitato i sotterranei del Castello Carlo V a Lecce!

Sono rimasta davvero senza parole e, mentre scrivo, ho ancora negli occhi l’ incanto dei luoghi e nel cuore un fervore che ancora perdura.

Mi è parso d’iniziare un viaggio in un sogno dove non conosci sequenza, né il dipanar della trama.

Conoscevo il Castello, le meraviglie dei luoghi racchiusi, lo splendore delle sue sale ma…non conoscevo il suo “grembo”.

Già l’ingresso dal lungo “budello” scosceso mi catturava  e riempiva di stupore i miei occhi. Procedevo   pian piano e lasciavo che il mio sguardo accarezzasse la pietra ruvida delle pareti e quella volta plasmata di tufi che invitava all’ obliquo cammino.

inizi lavori della parte ancora spolta, ph maria grazia presicce

la discesa per i cavalli,  Sotterranei, Castello Carlo V, Lecce,ph maria grazia presicce

Giunta alla fine della discesa, vieni accolta ed avvolta da un’ intima nicchia oviforme (Silos) nella roccia scavata. La voglia di entrare e accovacciarmi nel mezzo, m’ha fatto tornare piccina piccina,  era come, rientrare bambina nel grembo materno. Sensazione sublime. Più lo guardavo quell’incavo, più m’attraeva e m’invitava a sostare.

Parte di Silos scavato nella roccia situato  di fronte alla discesa nei sotterranei del Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

Il Silos alla fine della discesa

 

 

Quanta magia m’attorniava in quello spazio ristretto e ritornavo al passato di quell’alveo ricolmo di semi, forziere di cibo per gli umani, o le bestie?

Mi riscuoto e m’avanzo e dal budello poi sbuco nel ventre segreto di questo Castello che sovrasta su Lecce. Lo sguardo s’espande, si smarrisce su una volta che è cielo soltanto di candida pietra. Sorpresa mi blocco, un pugno nello stomaco avverto, rimango sconcertata, poi estasiata, non m’aspettavo uno spettacolo tale!

rampa di scala scavata nella roccia. sotterranei, ph maria grazia presicce Castello Carlo V di Lecce

Sulle alte pareti, la pietra ruvida e bianca si staglia a blocchi, roccia viva incisa da mani esperte, maestre di arte  e di vita. Levato lo sguardo, lo scenario si dilata su una volta uniforme a botte, cesellata da ritagli di pietra. Un mosaico armonico di canditi toni, intersecati da strisce d’avorio. Che capolavoro hanno saputo creare le mani industriose di tanta umile gente!

itinerario per la visita nei sotterranei del  Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

particolare arcate, Sotterranei Castello Carlo V di Lecce

Là un arco, di qua una campata, una feritoia nel muro s’insinua, un camino, una scala a gradoni intagliata nella roccia scoscesa, un pilastro poggiato su uno spuntone roccioso, una vasca, una cisterna e chissà quanto ancora è celato nella terra non ancora rimossa tra queste mura possenti. Sono frutto di idee, di maestria, di rigore, di lavoro solerte di mani e di menti queste opere d’arte racchiuse e segrete per tanto, nel florido ventre di questo Castello.

particolare di arcate nei sotterranei del castaello Carlo   V di lecce, ph maria grazia presicce

Tacita, ho continuato ad andare seguendo il percorso; il silenzio invade e consola, mi pareva di vedere intorno la vita di un tempo: lì un cavallo s’abbevera  vicino alla vasca, più in là un altro rumina, c’è quello di finimenti bardato  che mangia la biada nel sacco al collo legato, un altro lento  sgranocchia la biada nella sua mangiatoia. C’è gente che va, gente che viene tra la puzza di sterco, il tanfo di chiuso, di fumo, l’odore di biada. Di certo quaggiù, a quei tempi, la vita doveva essere più facile per le bestie , ché per gli umani  costretti a restare almeno per accudire e pulire; sicuramente,  per tanti, queste mura imponenti, però, saranno state anche giaciglio su cui riposare le membra dopo duro lavoro. Il resto, in questo Castello, è ancora mistero che solo il tempo aiuterà a svelare!

 

Settembre. Tempo di vendemmia

di  Maria Grazia Presicce

 

pigiatura del l'uva con i piedi

Un’emozione stamane che non mi aspettavo! Per un caso mi sono trovata nella Cantina Sociale di un paese salentino. Già prima di entrare uno spettacolo insolito rallegrava la via. Una filastrocca di camion, api, carrelli trainati da trattori  colorati tutti carichi di grappoli d’uva nera che al sole rilucevano, attendevano silenziosi di essere scaricati.

ape vendemmia
ph. m. g. presicce

 

Nel vasto atrio della cantina su una piattaforma in cemento, un operaio era affaccendato in alcune manovre vicino a delle insolite apparecchiature, mentre un altro, poco più in là, sorvegliava le varie operazioni di scarico dopo che, tramite un tubo immesso nel carico di turno, veniva eseguita, automaticamente, la gradazione dell’uva. Subito dopo, l’intero raccolto era rovesciato in una lucente, enorme garolla che provvedeva all’istante a dirasparlo e poi macinarlo. Da lì, il mosto, passava direttamente, tramite altri congegni, nei grandi silos che in bella fila erano sistemati dietro.

silos

garolla e versamento carico uva

Ammiravo, affascinata, queste avanzate attrezzature tuttofare e i vari passaggi della moderna vendemmia e mi perdevo tra quei grappoli che all’istante venivano ingoiati dall’enorme macchina mentre, come al solito, il mio pensiero e la mia fantasia andava oltre, evocando immagini ch mi trasportavano al tempo della vendemmia dei miei nonni e del mio papà.

Com’era tutto diverso! Allora l’uva era trasportata anche con i traini tirati dai cavalli, specialmente quando si trattava di vendemmiare piccoli appezzamenti di vigneti.

vino-italiano-antico-torchio-in-legno-per-premendo-uve-yo

C’era sicuramente tanto più lavoro, ma c’era anche tanta più allegria! Un vociare festoso e continuo accompagnava questo rito e anche nel palmento[7] la gioia, la confusione di alcuni momenti di fervore e il ticchettio della forata[8] e dei vari attrezzi per la vinificazione accompagnavano gesti e suoni e al di sopra di tutto la voce imperiosa del nachiro[9] che coordinava e impartiva precisi ordini.

Rivedevo  la grande vasca di pietra (lu pilone) dove chi portava la sua partita di uva vendemmiata insieme al nachiro ed altri aiutanti, dopo aver lavato i piedi, si calavano nella vasca a pigiare i golosi e preziosi grappoli vermigli trasformandoli in mosto.

Anche noi, una volta, dopo varie insistenze ottenemmo il permesso di entrare nel pilone. A fine stagione, quando furono vendemmiate le craggioppe[11] del nostro vigneto, papà d’accordo col nachiro ci concesse questo piacere – dai! Andate a lavarvi i piedi ! – Intimò e poi uno ad uno ( per l’occasione erano venuti anche dei cuginetti) ci calarono tra i neri grappoli. Uccio, il nachiro, ci insegnava i giusti movimenti – mani dietro la schiena, saltellate a piedi uniti e pigiate pigiate… – Pareva una danza. Per noi un divertimento unico e incredibile e saltellavamo ridendo tra frizzi e lazzi mentre i raspi e i piccoli acini s’incastravano tra le dita dei piedi e ci solleticavano. Saltellavamo in un allegro cinguettio mentre le gambe e i piedi si tingevano di rosso, diventando sempre  più rossi!

Dolcissima e indescrivibile la sensazione degli acini maturi e succosi che si rompevano sotto i piedi e fra le dita mentre continuavamo a saltellare e ridere ebbri di allegria.

Avvertivamo il rumore del mosto che colava nella cisterna a ridosso della vasca, quando un po’ stanchi rallentavamo la danza – pigiate pigiate! – intimava il nachiro – non si sente colare! – Pigiammo, pigiammo e ci stancammo anche tanto, rendendoci conto che non era per niente un gioco trasformare l’uva in mosto. Alla fine Uccio ci fece anche assaggiare quel nettare denso, bruno, dolciastro dal sapore unico: sapore della natura e della nostra fatica!

Da google immagini: Con i piedi per terra. Vino, conto alla rovescia per calici di stelle; http://www.conipiediperterra.com/vino-conto-alla-rovescia-per-calici-di-stelle-0809.html
Da google immagini: Con i piedi per terra. Vino, conto alla rovescia per calici di stelle; http://www.conipiediperterra.com/vino-conto-alla-rovescia-per-calici-di-stelle-0809.html

 


[7] Il palmento è il luogo in cui avveniva la pigiatura dell’uva per produrre il mosto che veniva riposto in grandi vasche. it.wikipedia.org/wiki/Palmento‎

[8] La pressa per l’uva

[9] Capo dello stabilimento vinicolo

[10] Antico torchio manuale in legno ph da google; Archivio fotografico – produzione di vino italiano. http://it.123rf.com/photo_6301388_produzione-di-vino-italiano-antico-torchio-in-legno-per-premendo-uve-yo.html

[11] I grappoli più piccoli che rimangono sulle viti dopo la prima vendemmia

[12] Mondo del gusto: Festa della vendemmia e della pigiatura da google immagini;   http://www.mondodelgusto.it/2011/09/22/festa-della-vendemmia-della-pigiatura-2011-cortiglione-asti-pigia-come-una-volta/

 

Lecce capitale della cultura europea?

lecce piazza duomo

di Maria Grazia Presicce

 

Ultimamente leccesi “illustri” riterrebbero che Lecce sia pronta a divenire, addirittura, Capitale della cultura europea. Insigni signori s’ingegnano intorno a questo progetto, esaminano ed elaborano considerando prima di tutto il fattore economico, ipotizzando il flusso di denaro che potrebbe derivare da  quest’eventualità!

Naturalmente, troppo impegnati a pianificare, omettono di guardarsi intorno e valutare  le “abiezioni” del nostro territorio che, il più delle volte, gridano vendetta agli occhi di chi lo “ammira”! Indaffarati ad architettare trascurano di esaminare questo suolo spesso bistrattato da chi lo vive e sorvolano le reali urgenze di questo Salento che avrebbe bisogno, prima di tutto, della cultura del rispetto di chi lo abita e lo vive quotidianamente, per poi trasformarsi anche in  rinomato luogo di cultura.

degrado

Mi domando come può, Lecce, diventare Capitale di Cultura europea se i bordi delle sue strade sono raccolte di rifiuti a cielo aperto di “coltura d’immondizia” di ogni sorta, i rondò discariche di vetri multicolori svuotati e scaraventati senza ritegno dagli “acculturati” di bevande di ogni tipo, le strade dissestate e mancanti di segnaletica appropriata, e aiuole cosparse da involucri, carte e buste variopinte, per non parlare dei bidoni traboccanti, il più delle volte vuoti, incorniciati da sacchi e sacchetti di sporcizia che i “pulitazzi” per non  avvertire gli olezzi sollevando il coperchio, depositano incuranti della cultura più elementare: il rispetto della “cultura” della natura.

degrado a lecce

Per non parlare della barbarie di chi imbratta e scrive sui  muri, di chi porta a spasso il proprio cane e abbandona gli escrementi maleodoranti in qualsiasi posto, di chi getta mozziconi ed altro dai finestrini delle auto. Mi direte che anche quella è “cultura”: cultura del non rispetto delle cose e delle persone, dico io. Ma questo, è solo un mio parere  e  conta poco.

Capitale della cultura europea: e dove la mettiamo la maleducazione e il non rispetto di chi è costretto a subire gli schiamazzi, spesso notturni o l’abbaiare, i gemiti dei cani a qualunque ora? O di chi si reca in spiaggia, magari in un parco, per trovare tranquillità ed è invece tartassato e obbligato a patire la musica ad altissimo volume di un chiosco improvvisato? Anche quella è “cultura”?

Lecce città di cultura europea: ma non vi sembra che per diventare CITTA’ di CULTURA, Lecce deve prima divenire Città del rispetto delle norme e del rispetto per il territorio?

Non basta scrivere articoli, non basta riempirsi la bocca di paroloni per far bella figura e troneggiare su podi invisibili; il nostro territorio ha prima di tutto bisogno della “CULTURA DEL FARE” di ogni cittadino che si ritiene civile, cominciando ad avere cura del suolo nel proprio ambito e per ambito non intendo l’interno del nostro “abitacolo”, ma l’esterno, senza fare appello sempre allo stato o al comune di appartenenza, nascondendoci dietro al fatto che paghiamo le tasse. Non perdiamo di dignità pulendo o raccogliendo le cartacce o altro che troviamo sul marciapiede davanti alla nostra dimora!

Se ogni leccese o salentino cominciasse a rispettare la CULTURA del proprio spazio e l’osservanza delle regole, il nostro habitat muterebbe aspetto e solo allora potremmo con soddisfazione auspicare ad una Lecce Capitale della Cultura, della  VERA CULTURA e non solo di quella scritta e conservata nelle biblioteche e nei Musei.

I fichi, sapori d’altri tempi

fichi

di Maria Grazia Presicce

 

Tra non molto sarà tempo di fichi, di quei gustosi frutti che deliziano il palato di chi li predilige.Un vecchio proverbio recita quandu rria l’ua e la fica lu milone va s’impica[1] ed effettivamente quando giungono a maturazione i fichi, l’altra frutta estiva, almeno nei tempi andati, passava in secondo piano per privilegiare la gradevolezza dei nuovi arrivati.

Oggigiorno questi frutti sono un pò decaduti, molti giovani non li gustano  e anche le produzioni nei giardini sono scemate. Anticamente  tutti i giardini possedevano alberi di fichi di varietà differenti  e i possessori si vantavano delle specialità presenti nel loro giardino che spaziavano dai semplici fichi bianci, alla fica di San Giovanni, alla fica signura, la uttareddha, la fica milungiana,lu fracazzanu, la fica arnea, lu cascitieddhu, lu purgissottu[2]

Ricordo piacevolmente il grande giardino dei miei nonni a Donna Menga, con i filari di fichi ben distanziati: grandi alberi di fico  di molteplici qualità, bianche e nere.Veniva una squadra di donne per la raccolta settimanale. Si coglievano al mattino presto e già si cominciava a gustarne il delizioso sapore appena raccolti. Bastava alzare lo sguardo sui rami dell’albero e subito l’occhio individuava i più buoni: quelli singati e quiddhi cu la goccia ti mele ddretu [3] ,diceva la nonna erano i migliori e me li porgeva, mentre io svelta lo sbucciavo e lo divoravo in un boccone. Di fichi ne raccoglievano a canestri e dopo si portavano in terrazzo e si spaccavano, uno ad uno, adagiandoli sui cannizzi [4] che, in seguito, esponevano al sole per farli essiccare e poi vendere. Prima della vendita si sceglievano i migliori per  il fabbisogno familiare. Questa parte veniva accuratamente lavata e riesposta al sole per farla asciugare. Di questo prodotto  una parte veniva a sua volta differenziata per essere ripiena di mandorle. A questo procedimento, solitamente, potevano partecipare i bambini. La nonna, in un piatto, grattuggiava abbondante buccia di limone verde a cui aggiungeva della cannella e  dei chiodi di garofano macinati, mescolava tutto con abbondante zucchero. Questo miscuglio veniva, da noi bambini distribuito, in minima parte nell’interno del fico a cui poi s’aggiungeva la mandorla prima di chiuderlo ben bene. I fichi ripieni, venivano sistemati in grandi stanati [5] di rame e infornati insieme alla seconda scelta. Mi pare ancora di avvertire il profumo che emanavano quando uscivano dal forno! Davvero profumo d’altri tempi. Una volta cotti nel forno venivano sistemati nelle capase e capaseddhe [6]per essere consumati durante la stagione invernale.

fico

Questi “dolcissimi” ricordi sono in me sopravvenuti allorchè, in biblioteca, cercando  tra  vecchi quotidiani ho ritrovato, sul Cittadino Leccese, l’articolo dell’insigne cittadino  il dottor Cosimo de Giorgi, che tratta proprio di questo frutto “ paradisiaco”. Lo pubblico sperando faccia piacere a chi, come me, difende e predilige ancora quest’albero e i suoi frutti.

fichi1

 

“A chi di voi, o gentil lettori, nati sotto la cappa del sole, e sotto le insegne della lupa, non è occorso di sentirsi venir l’acquolina in bocca nel mirare, apprestati in un desco villereccio, quei cari globetti di mele dalla buccia varicolore, dal colletto strozzato, e da una fragranza tutta loro propria? Il nostro primo padre, dicesi, peccasse per codesti globetti; altri invece credette fossero stati i frutti della Musa Paradisiaca o di qualche Cactus; per me, non ritengo né l’una cosa né l’altra: – il fatto vero si è, che i fichi del Paradiso , serbano anche oggigiorno le loro forme vetuste e ammalianti. I pittori di genere han gareggiato in valentia nel ritrarre le sembianze fuggevoli, e nel loro costume attraente li hanno eternati sulle tele; i popoli di diversi paesi han gareggiato invece nel dar loro il dritto di cittadinanza; e le feste ricorrenti dei Santi hanno studiato nel Calendario dei Fichi. Di qui il fico Trojano – di Marsiglia – di Brianza – di Napoli – il Portoghese – il tarentino – eppoi i fichi di San Pietro, di S. Andrea, di San Nicola e via dicendo. Perfino i latini, nella loro serietà e nella loro aristocrazia, preferivano i fichi di Cartagine alle voluttuose figlie di Corinto; un piacere del gusto, ai dulces amores, che poteano snervare i loro corpi battaglieri.

Or bene, s’io ti dicessi, o lettore che tra i fichi e l’ortica si va come tra parenti d’una stessa famiglia, ti riuscirebbe forse nuova? Ed hai mai guardato all’interna composizione di essi, ch’è pur tanto graziosa?

Anzi, tratto il succo lattiginoso, rustico e corrosivo del fico ti avrà forse rammentato quei cari peli dell’umile erba bruciante, osservati altra volta; ed il fico appartiene di fatto alle Orticacee nella classe delle Artocarpee. Lo studio della loro intima compage, ne rivela che son tutti fiori, anco quelli che noi diciamo frutti a mo’ d’intenderci: e se li vediamo in due epoche diverse, ciò è perché vi sono delle varietà a fiori primaticci o fioroni, che maturano dal giugno al luglio; e delle altre a fiori serotini o settembrini che vanno dall’agosto fino ad ottobre,giunto questo mese, se la stagione si mantiene calda, prosieguono anch’essi a maturare; se i freddi fan disseccre e cader le foglie questi polmoni delle piante, si arresta la circolazione dei succhi ed anch’essi avvizziscono – apriamone uno presso a maturazione – i fiorellini maschi sono nella parte superiore del ricettacolo rappresentato dalla buccia, che li ha incarcerati, con un calicetto da 3 a 5 stami: mentre i feminei in numero maggiore, ne occupano tutta la capacità, con un calice e due stimmi. Avvenuta la fecondazione, ogni ovario rimane rappresentato da un piccolo seme, e tutto il resto si riempie d’una polpa melliflua, di colore e di sapore diverso nelle specie differenti. Nel giugno ridestandosi con maggiore attività l’elaborazione della pianta, i fioroni son più grossi; ma i fichi serotini, sotto l’aura dardeggiante del sole d’agosto maturano meglio e sotto forme più umili hanno mille profumi e mille attrattive; i settembrini poi, come gli ultimi a comparire, sono reputati i migliori.

fica-quagghia

Due parole sulla inoliazione dei fichi[7]. Non s’ha da credere, che codesta pratica sia roba moderna, per accellerarne la maturazione. Se ne parla nei libri dei nostri vecchi; ed il Gallesio accenna ad un’ipotesi tutta sua, che l’irritazione dell’olio vale a svolgere un fermento vegetativo, ed ammorbidire la buccia dei fichi. Quel che è bene che si sappia è, che in quell’orgasmo vegetativo l’elaborazione non si fa che incompleta, e lo stomaco poi se ne risente.Se avessi da destinare un posto a queste frutta nell’ordine igienico degli alimenti io le porrei tra le sostanze acido-dolei più zuccherine che acide. A differenza delle pesche, delle pere, delle albicocche e delle susine, il fico è il re dei frutti zuccherini, ed i racemi della vite giungono a stento a fargli concorrenza. Scarso d’alimento nutritivo, esso rappresenta invece un laboratorio di materia prima per l’ossidazione, e per la combustione organica, prima sorgente del calore animale. Non s’ha poi a dire che la stagione di comparsa di codeste frutta sia una vera antitesi igienica? I fichi secchi contengono il doppio di azoto, e più del doppio di carbonio dei freschi, e sono più nutritivi di questi, in 0,92 per 100, ed il carbonio da 15, 50 a 34 per 100. Però la digeribilità loro è molto diversa; ed io che non sarei alieno dal mangiarne, non appena colti dall’albero, freschi della brezza mattutina, li terrei da parte una volta disseccati e cotti al forno, riservandoli alle cupe e rigide vernate. Tutte le riflessioni igieniche che ho fatto altra volta sulle more dei gelsi anche qui possono applicarsi; quindi bisogna sempre cercar i fichi più maturi e colti al fresco: e conviene mangiarne di mattina piuttosto che di sera. Pessimo l’impasto che qui da noi suol farsi coi cocomeri( melloni d’acqua) coi fichi d’india e coll’uva; ottimo invece l’innesto dei fichi con qualche fettolina di prosciutto e di cacio parmigiano. Allora lo stomaco si sente rianimato da un cibo completamente rappresentato da parti nutritive o azotate, da parti grasse e da elementi zuccherini o idrocarbonati; e un calice di Bacco il dejunè mattiniero. Io conosco più d’uno e forse ne conosci anche tu, o lettore, che preferisce codesta refezione mattiniera alla nera bevanda di moca, o al gelo rappreso col limone, che fan languire d’inerzia il ventricolo; e nella sua età cadente non si lamenta di emorroidi, è vegeto, intelligente, attivo, né ha paura del Cholera?

Rianima pur la tua mensa con qualche piattello di fichi, ma ricorda – che siano maturi, colti di fresco, e nel mattino; che l’uso discreto riscalda e ravviva l’organismo e muove l’intestino; che l’abuso è la causa più frequente delle affezioni gastriche autunnali, e di  tormini, di dolori e di diarree nell’estate; non far che si ripeta più volte il semel in anno con quel che segue; e rammentati soprattutto, che le son frutta che forniscono alle tue perdite giornaliere un povero alimento nutritivo.

Questo detta la scienza e l’Esperienza di tutti i giorni; e se tu brami star lontano dai medici e dai farmacisti – e tel’auguro di cuore – fa tuo pro dei loro consigli, e cerca di star lontano da uno che può nuocerti molto più di loro….dall’intemperanza!

Dottor Cosimo De Giorgi

 


[1] Quando arriva l’uva e il fico l’anguria  può anche sparire.( letteralmente va ad impiccarsi)

[2] Varietà di fichi, fico signora, fico  botticella, fico melanzana, e altre varietà locali  con termini dialettali intraducibili

[3] Quelli segnati, cioè con delle venature biancastre sopra la buccia, e con la goccia gelatinosa color miele dietro

[4] graticci intrecciati di canne

[5] teglie

[6] Recipienti in terracotta

[7] FIMMG – alimentazione : […]  si sono tramandate alcune tecniche colturali peculiari del fico: la “caprificazione” e la “puntura” (o “untura” o “inolizione”). La prima consiste nell’assicurare la presenza dell’insetto pronubo ( Blastophaga psenes L) all’interno del ficheto. Questa tecnica è indispensabile solo per quelle cultivar che non sono in grado di evolvere a frutto se non in seguito all’impollinazione incrociata con il fico selvatico (detto caprifico).

La seconda tecnica, invece, consiste nel umettare i singoli siconi con olio di oliva, per accelerarne la maturazione. Oggi questa tecnica è in disuso e al suo posto è subentrata l’irrorazione con etilene. http://alimentazione.fimmg.org/articoli_cibi_stagioni/fico.htm

 

 

Cosimo De Giorgi, Pascareddha, lu riu, l’urteddha

di Maria Grazia Presicce

 

Il giorno dopo la santa Pasqua, nel giorno del Lunedì dell’Angelo, i salentini amano trascorrere una giornata all’insegna del divertimento e della baldoria. I paesi salentini, come ben sappiamo, sono tantissimi e, naturalmente, ogni luogo ha una sua tradizione riguardo questa ricorrenza che, comunque, al di là delle usanze culinarie e religiose, è sempre volta allo svago in compagnia.

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La Pasquetta, di solito, si trascorre in campagna o vicino al mare  e in quasi tutti i paesi si svolge  sempre il lunedì dopo la Pasqua. In alcune località, però, la Pasquetta si festeggia anche il  martedì e pare nel Capo si svolgesse anche il giovedì, in  un luogo prestabilito dove la gente ama radunarsi.  A Copertino si va alla Grottella, nei pressi del Santuario della Madonna  e perciò la pasquetta si chiama la Urteddha, a Lecce ci si raduna vicino alla chiesetta della Madonna di Loreto ( XII secolo, feudo di Surbo, vicinissima a Lecce) che i leccesi hanno sempre chiamato la chiesa della Madonna d’Aurìo[2], che in forma dialettale è divenuta lu riu dando così il nome alla giornata di festa.

La chiesa della Grottella a Copertino
La chiesa della Grottella a Copertino

Il progresso e la vita moderna hanno dato un’altra veste a questa ricorrenza e quindi la pasquetta o il giorno dopo adesso si svolgono all’insegna di varie manifestazione musicali popolari, di visite ai parchi e di pranzi  luculliani nei ristoranti. Comunque, non manca chi ancora predilige la semplice scampagnata all’aria aperta con amici e parenti portandosi da casa il pranzo da gustare sui prati o vicino al mare o vicino ai luoghi di tradizione religiosa..

Naturalmente, decenni fa, la gente trascorreva questa giornata in modo molto semplice  e lo stare insieme consisteva solo nel consumare quello che ogni partecipante preparava, il tutto accompagnato da un bicchiere di vino o…anche di più.  Tutto si risolveva, quindi in un pic-nic in compagnia e in allegria. Tutto ciò lo riscontriamo in questo articolo di Cosimo De Giorgi  riportato su “ La Democrazia” Lecce 9-10 Aprile 1904, anno VI n°3   e che restituisco ai lettori  grazie alla  “Fondazione Terra d’Otranto”

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Testata della” Democrazia” periodico politico amministrativo commerciale letterario del 1904

 

 

Lu riu

Ogni anno, il martedì o il giovedì dopo Pasqua, ogni buon leccese non può fare a meno della solita scampagnata e, per conseguenza, della solita manciatina sull’erba fresca, profumata dai primi fiorellini. Dico ogni buon leccese, intendendo parlare di quasi tutti i paesi della Provincia, poiché l’usanza tradizionale si estende generalmente, e quasi sotto la medesima forma. Di consueto, poiché la stagione è fiorente, una gaia mattinata piena di sole invita ai campi e alle rive del mare.

E lì  si corre allegri, come ad una grande festa, dopo lunghi preparativi di pranzetti succulenti, portando l’immancabile pirettu del vino e spesso… la ozza.

“ Parbleu!, mi osserverà qualcuno, un’ozza piena? Possibile!”

Possibilissimo, signori miei; anzi vi aggiungo che è cosa mirabile osservare come quel giorno si vuotano i recipienti.

Basta dire che lu riu è tutta una festa consacrata all’epicureismo, e in ispecial modo a quel buon Iddio che è il Bacco.

E scommetterei tutti i miei cento milioni che forse l’unico santo che dal cielo può guardare con occhio benefico i buoni leccesi al ritorno dalla campagna è l’esilarante S. Martino!

Però, da parte gli scherzi, la festa de lu riu  regna da noi come il principio della stagione estiva, l’inizio dei divertimenti villerecci, la prima spinta alle scorrazzate pei campi, all’idillio, all’egloga passionale, al flirt estivo, in mezzo ad un boschetto di piante, dove ci è, forse, solo l’occhio di Dio che vede…

La chiesa di S. Maria d'Aurio
La chiesa di S. Maria d’Aurio

O rus, o rus! Se poteste parlare, casine biancheggianti e quiete ombre pagane; se poteste parlare, onde glauche dell’Adriatico!…

I leccesi, per lo più, usano festeggiare lu riu  nella campagna di Surbo, un paesello limitrofo; ma alcuni paesi, specialmente del Capo, hanno l’abitudine o il gusto di fare lu riu a mare.

Il giovedì dopo Pasqua, tre paeselli bianchi, perduti nel verde degli ulivi, e che, se non avessero la discordanza del dialetto, sarebbero come tre fiori d’un medesimo stelo, emigrano, starei per dire, per un sol giorno, e trapiantano le tende sull’amena spiaggia di Roca.

Per chi non lo sa, Roca, anticamente era un’allegra cittadella sull’Adriatico, fiorente di vita e di commercio. La distrussero i Turchi, che in quell’epoca infestavano quelle spiagge, ed ora Roca non è che un mucchio di macerie, dove il viandante, volentieri, resta un momento a meditare.

In un tempietto romito, parte intagliato nella roccia, una Madonnina bruna sorride e i fiori marini le fanno vaga corona.

I tre paeselli bianchi di Melendugno, Vernole e Calimera, ogni anno nel mese di Maggio fanno la festa a quella Madonna, ed è perciò che anche lu riu amano passarlo

Su quella spiaggia amena quasi come un anticipo dell’imminente festa maggiolina.

E corrono tutti lì, a Roca; e la bella spiaggia deserta sempre si ravviva e sembra quasi che un flutto di vita antica passi ancora sui ruderi della vecchia città.

E le memorie ritornano e la storia s’eterna e la poesia si riaccende!

E le forosette, vestite di festa, dai seni ricolmi e con le punte dei fazzoletti svolazzanti alla brezza marina, si rincorrono sull’erba fresca, rugiadosa, qua e là, a comitive allegre come numerose famiglie di passere.

L’idillio antico si rinnova, l’egloga si perpetua e l’eco ripete tra le rocce e le macerie le grida dei gaudenti e l’idioma neo-ellenico delle belle ragazze calimeresi.

Poi a sera ritorna la calma, l’abituale calma, sull’amena spiaggia, l’idillio e l’egloga passano e l’epopea rimane…

I tre paesi bianchi si ripopolano e la festa de lu riu è passata.

 


 

[2] Da google: wikipedia.org/wiki/Chiesa­ _di_Santa_Maria_d’Aurìo : Il toponimo d’Aurìo potrebbe derivare dalla voce greca Layrìon, ovvero piccolo cenobio. Laure si chiamavano infatti le cripte ipogee dove i basiliani veneravano i Santi.

Quell’antico gioco con il papavero

Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/
Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/

 

di Maria Grazia Presicce

Immersa in un barbaglio di colori, Lisa, indugiava a cogliere boccioli di papaveri non ancora schiusi, che riponeva in una tasca del suo vestitino, attenta a farne contenere più che poteva. I suoi fratellini la imitavano allegri e cinguettanti. Dopo, seduti sul prato, ognuno ammucchiava in un posto la propria raccolta poi, tiravano a sorte e chi veniva estratto, per primo, iniziava il gioco.

Si trattava di indovinare il colore dei petali racchiusi nella capsula-bocciolo che si pigliava dal mucchio: il rosso corrispondeva all’inferno, il rosa al purgatorio, il bianco al paradiso. Lisa dirigeva il gioco per cui, preso in mano il bocciolo chiedeva: – inferno, paradiso o purgatorio? – L’interpellato dichiarava il colore pensato e solo allora si schiudeva la capsula del bocciolo per verificarne la risposta. Vinceva chi, alla fine, ne indovinava di più.

Era questo un semplice passatempo-divertimento che rendeva piacevoli le lunghe mattinate trascorse, da Lisa e i suoi fratelli, in campagna immersi in una natura meravigliosa, rigogliosa di fioriture primaverili e odorosa d’incantevoli effluvi.

Si giocava davvero con tutto e con niente allora! Altri tempi, è vero, anche se non molto lontani, quando era la fantasia a farla da padrona e trasportarci in mondi nuovi e non l’uso di un marchingegno qualsiasi! Quando, anche un semplice e delicato fiore dai grandi petali rossi poteva divenire un gioco divertente da condividere con i propri amici o fratelli.

Quel papavero rosso scarlatto, col suo meraviglioso colore continua a primeggiare ancora ed inonda in primavera le campagne salentine e i prati verdeggianti, ma i bimbi non giocano più con loro, hanno altre attrattive, sono abbagliati da altri colori più statici, da altri “boccioli” che non spandono effluvi e non immaginano che quel papavero rosso ha tanto da dire e da dare. Sicuramente non sanno che quella corolla fiammante indica semplicità, libertà, delicatezza e che una volta rappresentava la fedeltà.

Lisa ritorna a sognare, si rivede ragazzina, adolescente pervasa dai primi palpiti innocenti quando, nell’ingenua illusione, affidava a quel fiore il suo segreto fervore: staccava un petalo rosso, ne faceva un piccolo involucro e con forza lo batteva sul dorso della mano. Se lo schiocco repentino s’avvertiva, rivelava che il suo segreto si sarebbe avverato. Così, Lisa, rimaneva a sognare, cogliendo ed accartocciando altri petali rossi con tanti, tanti segreti racchiusi. Ed era sempre il papavero rosso ad armonizzare i suoi giochi e i suoi sogni e come allora continua a seguirli perché Lisa non l’ ha dimenticato quel fiore, ama ancora quel papavero rosso che in primavera, da sempre, pervade i suoi prati e colma di colore le sue fantasie, trasportandola in mondi incantati e, sulle ali di questo mondo fiabesco, riporto una  leggenda trovata per caso cercando tra vecchi giornali.

 

 

Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero
Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero

 

La democrazia

Anno V – Num.17

Lecce 27 Marzo 1904

Nel regno dei fiori

Vi parlo del papavero, che è uno dei più vagliati ornamenti dei prati e che vediamo sbocciare ardito fra un corteggio di candite margherite, di azzurri fiordalisi e di mille altri semplici fiorellini, bianchi, rosa, lillà, gialli, sui quali primeggia e domina col rosso infuocato della sua corolla.

Esso è l’emblema della consolazione.

Ecco una graziosa leggenda del papavero.

Fatma, la favorita, detesta il suo signore; lungo le rive del Bosforo ella ha visto  un giovane straniero e lo ha amato. Il sultano cerca con doni preziosi di dissipare la tristezza della sua bella, e poiché ella ama le perle, gliene fa intrecciare una collana così lunga che le cinga il collo, il fianco, le braccia. Vuole anche una perla nera da far incastonare in un ricco diadema.

Manda messi a cercarla per tutto il mondo.

Un prigioniero è introdotto alla reggia; egli ha la perla nera, non la vuol mostrare, non la darà che in cambio degli occhi di zaffiro che vide un giorno sulle rive del Bosforo. Il sultano freme di gelosia. Fatma solo possiede gli occhi azzurri.

Egli prega lo straniero, gli offre immensi tesori…lo straniero rifiuta. Infine si accontenta di presentare lui stesso alla favorita la gemma. Bisogna cedere. Con la perla, lo straniero porge a Fatma un biglietto “ Apri la perla, contiene una goccia di sangue: è il sangue mio, qualche cosa ne germoglierà”.

La bella scompare e va a compiere l’ordine.

Spunta una pianta di papavero. Si riproduce, dà fiori e semi ed altre piante. Lo straniero torna e consiglia il sultano di trarne il succo e di usarlo nel modo che egli gli insegna.

Il sultano diviene un fumatore d’oppio e mentre cade profondamente addormentato con tutti i suoi fidi, Fatma e lo straniero fuggono nei paesi del Nord.

Porto Selvaggio – Palude del Capitano. Alcune osservazioni

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di Maria Grazia Presicce

 

Osservavo la meravigliosa natura intorno a me cercando di individuare una spiegazione tangibile al Progetto, portato avanti per anni e in minima parte realizzato, inerente al Parco Porto Selvaggio – Palude del Capitano. Quello che più mi lascia perplessa è il non rilevare nessun tipo di vantaggio o meglio nessun beneficio economico per la comunità, dal tanto decantato “piano di recupero della zona Parco,” nonostante la spesa così imponente per avviare e svolgere i vari lavori.

Sono del parere che non basta proteggere un luogo con tutte le sue prerogative; avrebbe un senso se, oltre a tutelarlo (anche se sulla “tutela” bisognerebbe fare un discorso a sé, visto che spesso viene intesa solo sulla carta) si fosse riusciti a creare posti – lavoro per i cittadini e non solo poltrone, conferenze e progetti inutili per non dire parole più dure e offensive.

Buona parte dei soldi spesi per la difesa del parco potevano essere sicuramente risparmiati e utilizzati per iniziative più proficue. Riguardo il restauro dei fabbricati presenti nel parco, rimasti contenitori di aria stantia, sarebbe bello sapere a cosa è servito risanarli se non dovevano avere nessuno scopo utile. Gli uccelli e tutti gli animali dei dintorni non avevano bisogno di vedere i locali ristrutturati, a loro andavano bene com’erano, tra l’altro potevano almeno usarli per ripararsi. Sicuramente non andava bene a chi ha sfruttato la situazione a suo mero vantaggio.

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Nardò, Palude del Capitano

Devo precisare che, alla fine, è giusto anche che chi ha svolto i lavori ci abbia guadagnato, (nulla si fa per nulla!) solo che sarebbe stato bello se il tutto avesse avuto un prosieguo conveniente per la comunità che intorno ci vive. Il ripristino avrebbe avuto un senso se indirizzava verso obiettivi proficui anche dal punto di vista economico; intendo dire che sarebbe stato opportuno creare all’interno di questi luoghi, servizi “a pagamento” legati al territorio, utili per gli abitanti del luogo e per i turisti. E non mi si venga a dire che la legge non lo consente e altre simili baggianate! Sappiamo benissimo che quando qualcosa, politicamente, si vuole ottenere non c’è legge che tenga. Anche perché, ogni giorno, si assiste a travisamenti e accomodamenti delle leggi secondo i propri comodi e questo, purtroppo, avviene anche in ambito locale. Basta guardare lo scempio che si è fatto a S. Isidoro con la realizzazione del Villaggio “ BLU Salento”.

Altro che scempio della natura, altro che impatto ambientale! Eppure, quando è stato realizzato, non si sono avvertite lagnanze da parte di nessun politico, di nessun ecologista o ambientalista. All’epoca, nessuno ha  gridato all’obbrobrio. Il villaggio è sorto col beneplacito di politici, ambientalisti, animalisti ed eseguito, alla faccia di tutte le norme giuridiche e ambientali, creando disagi su disagi alla comunità che lì, abitualmente, ci vive, quindi…

Quindi, come si può vedere, con la buona volontà “politica” si arriva a tutto, e non sempre c’è bisogno di fare “magagne”, a volte basterebbe un po’ di buona volontà e buon senso.

Dell’incantevole ambiente della Palude del Capitano non basta che si facciano belle foto, bei servizi televisivi (ben vengano anche quelli!) e poi solo parole parole parole e di realizzazioni concrete neppure l’ombra.

Per non parlare del Marchio d’area del Parco e della sede dello stesso, la Masseria Torre Nova. Anche lì, conferenze, spettacolini e parole parole e parole che rimbombano, una volta dette, solo nei tanti locali sempre vuoti e spesso chiusi ma…accuratamente sorvegliati. Tanto sorvegliati e chiusi che è accaduto, in estate, che essendo chiusi, i sorveglianti, non permettevano l’accesso ai turisti nemmeno per una superficiale visita all’interno del cortile!

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Ci rendiamo conto di cosa potrebbe diventare quel luogo, tenendo conto che si è creato anche un Marchio d’area? Mi chiedo perché non è stato dato in gestione in modo da realizzare un punto vendita delle produzioni del Parco e dei prodotti e manufatti tipici della zona e, pubblicizzando il luogo, inserirlo in un itinerario in modo tale che il turista, oltre la visita agli incantevoli ambienti della masseria, lasciasse anche una testimonianza, economica, del suo passaggio.

Purtroppo, spessissimo, siamo bravi solo a lamentarci e il benessere e i posti di lavoro che con poco si potrebbero creare, nessuno li ravvisa. Si portano avanti progetti e progettini che servono solo ad illudere ragazzi desiderosi di lavorare e che servono solo a portare voti a chi li lusinga, mentre tanti programmi realistici che, effettivamente, porterebbero a delle opportunità tangibili e favorirebbero tanti cittadini, sembra davvero che nessuno li percepisca. Purtroppo, siamo invischiati in così tante beghe burocratiche, in cavilli di tutti i generi che pochi cercano di risolvere e se qualcuno si prodiga per capirci qualcosa, quando si reca negli uffici di competenza, si rende conto che ognuno cerca di celarsi dietro leggi e leggine che prova ad interpretare a proprio modo per togliersi da ogni responsabilità. Si ha paura di fare, di decidere e quei pochi che cercano di darsi da fare, si fa di tutto per farli desistere . E si va avanti così, senza concretare niente o realizzando cattedrali nel deserto piene di nulla, strapiene di parole e paroloni, piani utopistici di tecnici specializzati, di onorevoli del momento che ci mettono la faccia per i loro intrallazzi, per i loro favoritismi, per il loro tornaconto elettorale e al di là di questo, alla fine, tutto resta statico e tutti continuano a crogiolarsi in questa staticità.

 

Maria Grazia Presicce

foto per fondazione terra d'0tranto

Mi piace scrivere da sempre e amo la ricerca, in particolare quella sul territorio.

Adoro l’arte in tutte le sue espressioni e mi occupo di Restauro e Lavorazione della Cartapesta. Con le mie creazioni ho esposto a Lecce e in provincia di Bari. Collaboro al momento con uno Studio di Restauro di Lecce.

Sono nata a Nardò (Le) dove mi sono diplomata in ragioneria. Ho frequentato la Facolta’ di Scienze Politiche a Bari, l’Accademia di Belle Arti (Le) e mi sono laureata in Beni Mobili Artistici a Lecce, città, dove adesso risiedo.

Autrice di libri per ragazzi, ho pubblicato con Besa editrice ( Nardò Le). I libri sono testi di narrativa scolastica per le scuole Elementari e Medie del Salento anche l’argomento nei libri è legato al territorio salentino e alle sue tradizioni. Ho collaborato con le scuole del Salento a vari “Progetti di lettura” con i libri e la mia arte.

 

In collaborazione col ricercatore del CNR Antonio Monte (Università del Salento) abbiamo pubblicato il testo “ L’Arte della tessitura nel Salento” una ricerca sul territorio svolta all’interno dell’IBAM (Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali) di Lecce del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) .

Ho collaborato con il Quotidiano “Roma” nella pagina culturale (Edizione Puglia), con il mensile “Solaris”, col periodico di arte e cultura di Lecce “Il Raggio Verde”, coi periodici di notizie e cultura “InLoco” e “Paese vivrai” in provincia di Bari, con la Rivista dell’Associazione “A Levante” Galatone (Le) e con altri quotidiani e Riviste Religiose di Taviano( Le), Monteroni di Lecce e Supersano (Le).

Sono stata presente in alcune  trasmissioni con l’Emittente locale Telerama nella trasmissione “Salento d’Amare”.

Come Guida Turistica, ho conseguito l’attestato di frequenza del Tirocinio presso Il Museo Diocesano di Lecce.

Sono stata Presidente e socio fondatore dell’Associazione “ Amici Miei” sezione di Lecce, è Presidente dell’Associazione “ Oasi Le Frasche” settore turistico ambientale, sono socia dell’Associazione “Le Ali di Pandora” dove frequento un Corso di Pittura.

Ho partecipato come docente delle Tradizioni e ambiente nel Corso di formazione “Promotori di territorio per lo sviluppo del Turismo e della Cultura dell’accoglienza promosso dal CIF (Centro italiano Femminile) di Copertino (Le)

Ho seguito il corso di Scrittura Creativa “ Diario e d’intorni” presso il Conservatorio Sant’Anna a Lecce riassuntosi con la pubblicazione del Testo “Diario e d’Intorni”

Seguo il Laboratorio di Scrittura e Lettura di L. Madonna (Le), sono iscritta al “ Circolo di Scrittura autobiografica” della Libera Università dell’Autobiografia ” di Anghiari ( AR).

le mie pubblicazioni

Articoli pubblicati per Fondazione Terra D’Otranto

 

Quell’antico gioco con il papavero

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/10/quellantico-gioco-con-il-papavero/

Porto Selvaggio-Palude del Capitano

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/02/porto-selvaggio-palude-del-capitano-alcune-osservazioni/

I proverbi popolari

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/06/i-proverbi-popolari/

Venerina

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/29/venerina/

Cosimo De Giorgi e le ortiche

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/21/cosimo-de-giorgi-e-le-ortiche/

Ricordi nel Conservatorio di Sant’Anna a Lecce

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/11/conservatorio-santanna-a-lecce/

Tracce

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/07/tracce/

Un luogo l’infanzia

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/20/un-luogo-linfanzia/

“Le Pentite”  nell’Istituto Buon Pastore a Lecce

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/13/le-pentite-nellistituto-buon-pastore-a-lecce/

La storia verosimile della Casa del capitano”. Nel Parco-Porto Selvaggio-Palude del Capitano

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/09/la-storia-verosimile-della-casa-del-capitano-nel-parco-porto-selvaggio-palude-del-capitano/

Il Bisso o Lana-Penna

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/02/il-bisso-o-lana-penna/

Le immagini negli arazzi di Casa Comi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/07/le-immagini-negli-arazzi-di-casa-comi/

A casa di Girolamo Comi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/22/a-casa-di-girolamo-comi/

 

La donna e la penna

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/17/la-donna-e-la-penna/

AMIANTO-ETERNIT: un pericolo da non sottovalutare

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/03/02/amianto-eternit-un-pericolo-da-non-sottovalutare/

Girolamo Comi: Ecco il mio tronco

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/02/08/girolamo-comi-ecco-il-mio-tronco/

 

Articoli pubblicati su Fondazione Terra D’Otranto in collaborazione col prof. Armando Polito

 

“Cridi de chiazza”: un quadretto di vita gallipolina degli inizi del secolo scorso dipinto da “Pipinu”

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/03/25/cridi-de-chiazza-un-quadretto-di-vita-gallipolina-degli-inizi-del-secolo-scorso-dipinto-da-pipinu/

Ieri oggi; e domani?

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/10/ieri-e-oggi-e-domani/

Il poeta padano e il giornale terrone

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/06/il-poeta-padano-e-il-giornale-terrone/

Antonio Casetti e il Cittadino Leccese

http://www.fondazioneterradotranto.it/?s=prima+parte+antonio+casetti+e+il+cittadino+leccese&submit=Search

Clemente Antonaci e il Cittadino leccese

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/03/20/clemente-antonaci-e-il-cittadino-leccese-terza-ed-ultima-parte/

I proverbi popolari

(1)
(1)

 

 

di Maria Grazia Presicce

 

Il proverbio risulta essere l’allegoria più antica usata dall’uomo per trasmettere e diffondere un insegnamento. Facendo riferimento alla sua longevità, mi piace citare un brano di Padre Carl’Ambrogio Cattaneo[2]:

 

[…] Il proverbio è un detto breve, arguto, popolare e antico, che dice poco, e spiega affai; overo accenna una cofa e di rifleffo, ne intende un’altra! […] Con la sua brevità fi accompagna l’arguzia; perché d’ordinarioil proverbio, è vibrato con qualche bella figura o metafora. Per cagion d’esempio, Prendere l’occasione a tempo; dice il proverbio Prendere la palla al balzo.[…] Il proverbio è un detto popolare e antico; cioè a dire che va da gran tempo per le bocche del popolo, e fi ufa ne’ disforfi familiari, ne’ conviti, ne’ congreffi, nelle lettere; e quanto più è ufato, è anche più autorevole, è […][3]

 

Nei proverbi sono racchiuse gocce di saggezza sintetizzate che fanno parte della tradizione di ogni popolo ed il loro contenuto è quasi sempre sintesi di un’esperienza vissuta, di fatti realmente accaduti di cui l’uomo ne faceva tesoro trasformandoli in proverbi, a cui ricorreva ogni qualvolta lo stesso avvenimento, in positivo o in negativo, si presentava. Il suo concetto racchiude l’essenza di un discorso e, questa sua brevità, fa sì che lo si ricordi con facilità e al momento opportuno lo si utilizzi.

Nel proverbio, in genere, c’è un monito a migliorarsi ed a migliorare la comunità di cui si fa parte, ed incita a far tesoro degli insegnamenti del passato per migliorare il presente ed il futuro.

L’articolo del Dottor Cosimo De Giorgi[4], recuperato da “ Il cittadino Leccese”, tratta proprio di questo argomento riferito alle abitudini dell’ alimentarsi in modo corretto. L’autore affronta l’argomento ricorrendo al proverbio, per far sì che il lettore, incuriosito, legga l’articolo e qualcosa gli rimanga come lezione, memorizzando, appunto, il proverbio!

 

 

 IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n.46, Lecce 28 Giugno 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 I nostri proverbi

 I

Una gita in ferrovia – Il popolo maestro – Due proverbi igienici sul mangiare – Il panorama della Cupa – Sancesario – Due nostri proverbi popolari.

 

E l’altro giorno m’incontrai con un tale, una vecchia conoscenza che movea alla volta di Maglie sdraiato sul divano d’un vagone, e uggito del luogo aspettare in quell’ardente fornace ch’è un treno da ferrovia esposto ai raggi solari, soprattutto in questa stagione, in questi paesi e nelle ore del pomeriggio. Era lì che leggiucchiava di mala voglia un giornalaccio politico che mi parve gli producesse l’effetto d’una ricca decozione di papavero o di camomilla. Vecchie novità le cento volte ripetute e rimesse a nuovo, come un pezzo di abete tinto a noce e ritinto a mogano; vero camaleonte sotto la penna del sciente periodicista. Eppoi, articoloni poggiati sul si dice; color equivoco né rosso, né giallo, né nero: certe corrispondenze effimere sul tipo di quelle larve d’insetti nate al mattino e il vespero già vecchie; invidiuzze reciproche, ira di campanile; una colonna per la revalente[5] miracolosa, un’altra pel mirabile Elisire; poi inserzioni, Rob[6], paste angeliche….e mille altre corbellerie di questo conio: la forma, come in genere quella degli altri suoi confratelli, molto negletta, tirata alla purchessia, ma sempre poco italiana. E la mia vecchia conoscenza se lo digeriva di mal genio pur di ammazzare quei pochi minuti prima della partenza del convoglio. Al vedermi trasalì d’un tratto, e dopo un buffo d’impazienza pel calore che lo aveva arrostito per un bel pezzo, mi venne incontro e mi disse:” oh, sei tu qui? E per dove?” – Per Corigliano, gli soggiunsi io –“ Bravo, bravo, ed io per Maglie; faremo un tratto insieme” e poi data un’occhiata all’oriuolo, un’altra al giornale che avea fra mano ed associante nel suo cervello chi sa quali idee, proseguì con queste precise parole – “ Dimmi un po’, Dottore, ci regalerai qualche altro articolo igienico, nel numero venturo del Cittadino?” – “ Oh, sì; tutt’altro che regali gli aggiunsi io, fo a fidanza con chi legge le mie povere cose, e se dovessi dar retta a quel che dicono oh, t’assicuro che la sarebbe ita a monte da un pezzo in qua – “ Senti dunque, proseguì l’interlocutore atteggiandosi a far or da Mentore; fin qui conversando igienicamente hai parlato tu solo; ma se tu ti poni ad illustrare qualcuno dei nostri proverbi popolari farai un viaggio e due servizii; vedrai come i principii d’igiene son radicati in quei detti che altri chiamano la sapienza del popolo; ed altri la più utile cosa dopo il Libro dei Libri[7]; e fornirai un alimento tanto più nutritivo quanto più assimilabile ed omogeneo alla nostra natura”

Questi due ultimi epiteti sonori, pieni di concetti, magniloquenti mi lasciarono pensoso per un momento…ma il fischio stridente della locomotiva venne in tempo a farmi riprendere il giro delle idee –

“ Sì, sì, mio buon amico, gli soggiunsi io, lo farò”

E rimasi contentone come colui che scoperchiando una tomba dell’antica Rugge[8], trova accanto a quei lunghi stinchi una bell’anfora riccamente istoriata, della quale a prima giunta non apprezza né il merito, né il valore. E andai ruminando fra me e me sulla scelta di fare fra i tanti che ne avevo sentiti nella città e nei vicini paesi.

“ I nostri vecchi, gli soggiunsi poi, che osservavano pur molto, e forse più di certi scrittori moderni, avean riconosciuto che gran parte delle malattie e proviene dall’abuso dei cibi per qualità e quantità; e che il tenere a moderata dieta lo stomaco e le intestina è una gran salvaguardia contro di esse. E con una frase enfatica dissero forse per celia – Omne malum ab Aquilone – tuttochè è di male in noi vien di tramontana. Ma essi accennavan ad un altro soffio di Borea ch’è più potente a darci addosso a farci andar giù; a quello che un grande americano traducea col dire: Ne ammazza più la gola che il cannone. E mi pare che sia un’idea così vasta ed universale, che la trovi nelle tradizioniproverbiali di tutti i popoli, con poche varianti da quelli Anglosassoni che sono i più concettosi, agli aforismi suonanti della scuola salernitana. I moderni ànno fatto un passo innanzi, e prendendo la cosa dal suo vero scopo ci hanno lasciato due precetti, che da soli valgono un intero volume d’Igiene – Si deve mangiar per vivere dice il primo, e non vivere per mangiare – ed il secondo soggiunge quasi ad esplicarne il concetto – si vive di quel che si digerisce non di quel che si mangia

Per me sta che questi due detti dovrebbero essere impressi su tutte le porte delle nostre cucine e dei nostri salottini da pranzo; e son diretti più che altro a coloro che danno tutto alle blandizie del gusto senza capire quel che avviene automaticamente nello stomaco, e sia buono e sia cattivo quel che s’ingerisce – E il breve gusto d’un momento si sconta a furia di coliche, di dolori, di evacuanti…. Eppoi ci si viene a cantar su tutti i versi quell’adagio: chi ai medici si dà a se si toglie.Ed il seguace di Ippocrate risponde alla sua volta che: di rado il Medico prende medicina…….

E proseguiva su questo tono mentre il vago panorama dei nostri paeselli della Cupa[9]

piccola conca che declina a valle della duna che la circonda mi si dispiegava dinnanzi fra il denso degli ulivi e i verdi cepparelli delle viti. E quella vista mi sorprese e mi distrasse, come sempre la vista degli oggetti naturali o artistici vagamente aggruppati hanno fatto sull’animo mio; e mi sentì ricreato in quel ridente declivio dei nostri piccoli colli rivestiti di vegetazione rigogliosa e di ville e di cascine, contornati verso l’estremo orizzonte dà vaghi paeselli disposti a mò di grande anfiteatro. E l’amico guardava pure, ma con occhio melanconico, il tristo spettacolo degli ulivi mezzo bruciacchiati dalle nevi del Gennajo, sterili senza frutto, con poche foglie anch’esse stecchite e ripiegate – “San Cesario!” gridò il conduttore del treno già fermo alla prima stazione; e due altre voci ripeterono nello stesso modo: nessuno si mosse; echeggiò la prima squilla, indi le trombe, il sibilo importuno, e via!

“Oh tornando a noi, soggiunse l’amico che fin qui era stato zitto come olio, ce n’è uno fra i nostri proverbi gastronomici, che sarebbe men bello se non potesse applicarsi nel senso opposto a quello d’uso volgare. Si suol dire fra noi MARA ADDHA ENTRE CI AE TRISTU PATRUNU ( Guai a quel ventre che ha un padrone che non sa tenerlo a modo).

Qui, è vero, lo intendeva per coloro che o per mal volontà o per necessità soglion tenere a stecchetto il loro stomaco, né sanno porgerli un alimento più succoso e più gradito: io invece lo tradurrei col dire: guai a chi non sa tenerlo a bada, ed ora allenta la briglia  e la salute la va giù a scavezzacollo, ora la tira e la tira la corda finchè si strappa.” –

“ Tra le due, gli soggiunsi io, la prima è la più frequente, e l’esser cattivo padrone produce dei cattivi servi e dei pessimi servizii. Di qui l’adagio d’uso toscano: poco vive chi troppo sparecchia! Ed ero per seguire su quel verso ma: il treno rallentò d’un tratto la sua corsa per la stazione vicina. –

“ Senti, mi disse l’amico, vo’ dirtene ora un altro che forse ti parrà in contraddizione col primo ma racchiude un gran bel consiglio – MANGIA PE’ QUANTU AI E NU DICERE PE’ QUANTU SAI –E come se fosse stato il freno d’una potente locomotiva, mi spezzò la parola in bocca e mi tacqui.

Dottor Cosimo De Giorgi

 

 

IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n. 47, Lecce 5 Luglio 1869

 

 CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

     II

L’altipiano di Galugnano – Il migliore di tutti i cibi – Parallelo coi detti toscani – Sternatia – I maccheroni, le paste e il pane – Sapienza popolare sul vino – Ma dev’esser quello! – Zollino –

 

Dopo pochi minuti il treno riprese il suo monotono tran-tran, e la conversazione si riappiccicò fra me e quella vecchia conoscenza. Eravamo già sull’altipiano, che nella direzione O.N.O. va da San Donato verso Galugnano, per discendere rigirando verso Caprarica e legarsi colle Murgie[10] che corrono fin nei pressi di Martano. Il moto rallentato della locomotiva, e il rumore prodotto dalla risonanza ci fè avvertiti del taglio praticato nel calcare compatto, coperto alla sua volta dagli strati della calcarea leccese e da un filo sottile di terra vegetale. Salutammo da lunge il borgetto di Galugnano colla sua vecchia torre; traversammo un sotto-passaggio metallico della rotabile ( il più gran valore della linea) e quindi girando e rigirando sulle ferree spire, ritornammo daccapo alla solita uggia della via non interrotta che da qualche campicello dalle spighe biondeggianti e dalle verdi canne del granturco.

“Ma poniamo, soggiunse il mio compagno, che al povero ventre tocchi un buon padrone, hai guardato mai come il nostro popolo sa mettere nei suoi proverbi le vere massime d’Igiene quanto alla scelta dei cibi? Sicuro: non tutti possono applicarli al caso proprio, né tutti vogliono darli retta; e specialmente quei tali che aman più di farsela collo speziale e col medico, che col beccaio.

Non dirò già di quei poveracci cui stringono i panni addosso, e che debbon consolarsi col dire – MEGGHIU FUMU DE CUCINA CA IENTU DE MARINA –Meglio fumo di cucina che vento di marina – e sia pure fumo senza arrosto; purchè qualcosa bolla nella pentola, purchè ci sia di che sfamarsi, non si curano d’altro. Misera gente che vive dell’oggi, incerta del domani, talfiata infingarda, il più spesso speranzosa d’un avvenire che non vien mai!

Gli altri poi ti dicono a chiare note, che la carne è il cibo più sano e più omogeneo all’organismo nostro, il quale infine dei conti è della stirpe di quelli di che ci nutriamo. E ti dicono con un modo proverbiale – LA SCIUEDIA CRASSEDDWA CI NU AE CARNE SE’ MPIGNA LA UNNEDDWA – Nel dì del Berlingaggio chi non ha carne impegna la gonnella -, che corrisponderebbe all’altro toscano: chi non carneggia non festeggia!

Oh sai, gli aggiunsi io, perché in Toscana dicono così?Perché trovano l’appicco ad altri molti proverbi sanitari, che vanno su questo tipo, e dei quali ora non rammento che qualcuno- Una carne fa l’altra e il vino fa la forza – e lo altro più concettoso: Carne tirante fa buon fante -; chè ti par proprio di veder la carne poco cotta e muscolare senza grasso e senza cartilagini come la sola che puor far dei bravi soldati e degli intrepidi camminatori. Uova, formaggi, latte, legumi,paste, son tutti cibi buoni, sani, vivificatori, ma non sono la carne; e lo stomaco san ben dirti nelle ore della sera il risultato dei suoi lavori, specialmente se il bilancio delle uscite non armonizza con quello delle entrate. Io a dirla schietta, non andrei tant’oltre col Mantegazza[11] a stabilir certe differenze sociali un po’ elevata dal solo uso della carne: anzi ritengo, come tipo, per noi meridionali l’alimentazione mista; mi va per altro che se il nostro operajo qualche soldo, che spende in più nelle sere del sabato per quel nero liquore, vergogna dei nostri pampini verdeggianti, o nei spiriti, o nel fumo lo convertisse in carne farebbe opera buona per se e pei suoi: almeno nei soli giorni festivi! Ma è tutto fiato perduto; ed io temo non sia una gran verità quella che il Lessona[12] accennava in certi suoi discorsi scientifici, che i predicatori per la salute del corpo son così poco ascoltati, quanto quelli per la salute dell’anima!”

Questo arguto detto d’un lepido scrittore e naturalista mosse l’ilarità nel mio compagno, che affacciato allo sportello del vagone dava di quando in quando delle boccate di fumo; e tenea fisso lo sguardo sulla chiesa e sul barocco campanile di Sternatia, che s’andava ingrandendo a norma che ci accostavamo. Dal lato destro della Murgia stava a ridosso del paese, brulla, pietrosa, spoglia di vegetazione: e la ferrovia nel mezzo.

“ Ma i più tra noi, mio caro Dottore, festeggiano non tanto colla carne quanto colla pasta, e specialmente con quella che altrove è detto cibo da poltroni ma che troppo ho veduto in ogni paese, siccome a Napoli, essere un cibo degli Dei. Una cosa sola c’è; che ad esser buona fa mestieri, che la sia rimestata di recente, e poi bea cotta e ben condita. E vedi su tal proposito che noi dician proverbialmente –JATA A QUIDDWWA PASTA CI DE ERNETIA SE’ MPASTA – Buona quella pasta che si impasta nel venerdì – perché così prosciugata, ma non secca né ammuffita può servir benissimo per la domenica. E le paste, come sai, son soggette a subir col tempo e coll’umidità una certa alterazione, che sta lì ad un passo dalle fermentazioni. E quel ch’è delle paste, s’ha a dir del pane; e allora vedrai come calza con cotesto proverbio, quello toscano – Ove d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno – e l’altro – Pan che canti, vin che salti, e formaggio che pianga –; e il pane canterino è il migliorefra tutti, perché il più soffice – Cacio serrato e pan bucherellato! Ti rammenti?”

“ stai a vedere, gli soggiunsi io, che tu oggi sei proprio in vena di proverbi – “Ma dov’è poi, continuò l’amico, che abbonda l’Igiene dei detti popolari, è appunto nel fermentato e proteiforme liquor della vite. Da Anacreonte[13] al Redi[14], e dal Redi a noi ven’è stata sempre e in tutti i popoli una miniera inesauribile: chi in lode, chi in biasimo, e qualcuno si è tenuto per la via di mezzo. Gli intrugli che comunemente si fanno: le varietà di vino senza vino prodotte artificialmente; le specie che si rivelano coll’odore, col sapore, col colore, col nitore (Scuola Salernitana); le quantità diverse dei principii in essi contenute, e i vini diversamente attivi a norma del predominio dell’uno sull’altro: la facilità colla quale un lieto calice ne chiama un altro e s’alza il gomito e nella gioja si fa velo all’intelletto; eppoi gli eccessi e la mania… le son tutte cose che danno ragione a un mondo di proverbi contraddittori. V’è chi lo dice: – LU SANGU DE LI ECCHI – Il sangue dei vecchi – e il toscano aggiunge: – Buon vino fa buon sangue – Ma s’affretta a dirti che dev’esser di quelloche vien da avara mano; perché il – Vin battezzato non vale un fiato[15]E quel buono bisogna berne a misura, perché – Vino dentro porta senno fuora; – e sono i casi più frequenti, soprattutto fra noi, e coi nostri vini del capo.

“ E noi difatti, gli soggiunsi io, diciamo italianamente che nel desinare – Tavola e bicchiere inganna in più maniere; ma più che altro è sul dolce, che un buon bicchiere di moscadello, e di zagarese è una vera tentazione – CI OLE BISCIA LU MBRIACU VERU; SUSU LU DUCE CU ABI LU MIERU – Chi vuol vedere un vero brillo, sul dolce li faccia bere del vino –

E qui si ferma d’un picchio, perché il mio interlocutore frugando e rifrugando nella sua sacca da viaggio, avea tratto fuori un vecchio zibaldone dove cen’eran di molti e molte belle, raccolti qua e là fra le nostre genti. Ma in quel mentre il treno s’arrestò; ed una voce chioccia e tagliata a picco, come una gola di montagna, aperse lo sportello, e con accento stentoreo urlò: – Zollino! –

Dottor Cosimo De Giorgi

 

IL CITTADINO LECCESE  Anno VIII, N.49, Lecce 19 Luglio 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

  III

Zollino e la specola di Parigi – Proverbi igienici sul vestire – E da pertutto gli è ad un modo? – La torre dei diavoli – Le mietitrici e il ballo della tarantola – Corigliano.

 

Noi cercavamo coll’occhio di qua e di là nel vasto orizzonte e livellato, quel paese che trasse il nome dalle zolle; e fermo com’era il treno un’afa soffocante ci struggea tutti in sudore. Il termometro in quel giorno oscillava tra i 29° e i 30° del Centigrado; ma non vera un’aurea di vento a scemare l’ardore di quella stufa, nella quale eravamo già da un pezzo, per un guasto occorso alla locomotiva.

– “ Se si va avanti con questo caldo, soggiunse il mio interlocutore, tu vedrai nell’agosto le combustioni spontanee; e se è vero quel che si dice la specola di Parigi[16] (che ormai si nomina sempre a caso, come un tempo si facea del Barbanera[17], e del Fagioli[18]) che il termometro salirà a 37° Cent. Nel colmo dell’estate, cisarà di che arrostirsi ben bene, e tornare a casa come negri della Barberia[19]. Io già fin dai primi del maggio mi svestii dei panni invernali, e prevenni il calendario astronomico d’un buon pajo di mesi; ma l’altra sera con quel freschetto piacevole passeggiando in su e in giù per la città – come qui è costume e meriterebbe una di quelle conversazioni igieniche! – m’imbeccai una tale infreddatura, che mi ci volle del bello e del buono a tormela di dosso, anzi, anzi…”

Il treno finalmente si mosse e con una corsa più celere; dei getti d’aria calda, di fumo, e di vapore, vennero a ricrearsi un poco fra le tendine degli sportelli infuocati.

– “ Quanto a me, soggiunsi io, ho trovato esattamente igienico un nostro proverbio popolare, che ci avverte nel maggio di non aver fretta a vestirsi leggiero e nel giugno soltanto andare scemando i panni via via: – A MAGGIO ANE ADAGIU; A MMIESSI DE LI PANNI NDIESSI – Vai adagio( a spogliarti) nel maggio: e nel giugno svestiti pur dei tuoi panni –

E in questo proverbio tu ci ritrovi quella esperienza, fondata sfortunatamente sui termometri e sui barometri dei nostri vecchi; e che spesso t’occorrerà nei proverbi tipici d’un popolo. Esso ci dice come sian frequenti fra noi – immersi fra due mari e ricongiunti al solo settentrione colla terra ferma – quei sbilanci atmosferici, che si fan poi cagione di quelle scalmare, di quelle infreddature e di quelle angine, di che quest’anno si è avuta una quotidiana tragedia. In Toscana soglion dire: – a viri  Galilei (Ascenzione) mi spoglio i panni miei – che è come vedi un proverbio meno sicuro, e meno igienico del nostro, potendo cotesta festività, a quel che ne dicono, cader nei primi del maggio, come nel giugno. E’ vero che un proverbio comune ai nostri come hai toscani ci dice non esser tanto corrivi a mutar panni col mutar di stagione; perché – CAUDU DE PANNU NU FACE DANNU – Caldo  panno non fa  danno – che risponde all’altro – Caldo di panno non fè mai danno Ma quei cari montanini del Senese ne hanno degli altri più espressivi, e che ti danno ragione, fino ad un certo punto di questi precetti. Così soglion dire là sui colli della Staggia[20]: – Meglio sudare che tremare -; e Beppe Giusti[21] commentandolo ne accenna il perché – Si nasce caldi e si muore freddi

Questo bisogno di tenersi coperti e così generalmente avvertito negli adagii di tutti i popoli, che il Rabener[22] argutamente diceva nella sua lingua – Kleider machen leute

( Il vestito fa l’uomo) –

Un mio vecchietto di casa, che potea ben dirlo perché coll’Igiene accurata – e colla sola Igiene veh! – era pervenuto ad una età decrepita, senza salassi, e senza beveroni, solea dirmi spesso – “ Per istar bene bisogna calzar zoccoli, coprir coccoli ( la testa) e mangiar broccoli ( varietà di cavoli) e i nostri leccesi con attico lepore[23]  ti dicon lo stesso pensiero in due parole – COCCALU, BROCCULU,ZOCCULU – Nei proverbi toscani questa idea si svolge ancor più – Asciutto il piede e calda la testa, e nel resto vivi da bestia – ovvero meno pulitamente – Piedi, stomaco e testa, tieni il resto come una bestia – Non è già che io approvi con questo le coperture calde sul capo, che son l’origine delle calvizie precoci; io credo nell’acqua, e nell’acqua fredda e poco o punto nelle Pomate e negli Unguenti; essa può soltanto invigorire le papille e i bulbi piliferi, e rendere più folti e più duraturi i capelli!“

M’avvidi che il consiglio avea fatto brutta ciera nel mio compagno di viaggio, nel quale non ostante l’età fresca e la bellezza delle forme un calvario spuntava già sul suo cranio, per certe battaglie che so io; e mi affrettai a distrarlo coll’accennargli di lontano il campanile di Soleto – messo su dai diavoli in una notte[24]! – secondo la legenda; e più giù ancora, in una conca, la bella città di Galatina; e la vegetazione sempre crescente delle collinette sulle quali poggia Corigliano. E il treno via, nella sua corsa veloce! – A dritta e a manca il tardo crisantemo e le ultime calendule smaltavano di giallo la strada interrotta da siepi di rovi, e di fichi d’India dalle punte irte e minacciose. La calcarea leccese era scomparsa, e i sabbioni pliocenici tornavano daccapo a fior di terra duri e compatti da servir bene qual pietra di costruzione. I falciatori abbronzati dal solleone lasciavano il loro lavoro attratti dalla magica vista della sbuffante locomotiva: le mietitrici men curanti, recavano i covoni nelle bighe, coi loro abiti succinti, e i grembiuli azzurri di fustagno, e i piedi affatto nudi, come qui usa fra le contadine-

– “ Guarda mò, soggiunse il mio compagno quelle donnine: seguissero quel consiglio proverbiale di non andar mai scalze, non risparmierebbero i loro piedi alla puntura delle tarantole, e quindi ai balli, e a farsi prendere per grulle? V’è chi ci trova gusto a quei versacci, lo so; a me fa una pena che non so reggere a quei strani convellimenti[25] delle membra, a quello stralunar d’occhi, a quella ridda tempestosa, a quel cader giù a piombo che poi fanno per quindi ridestarsi di nuovo ai nuovi suoni e dar novello spettacolo ai curiosi che non mancano mai” – “ Oh, dì un po’: ci credi tu al tarantismo[26]? Gli dissi io. E il mio compagno facendo due occhietti maliziosi, con un sorriso scettico sulle labbra, dopo un po’ mi rispose: – Basta te ne parlerò un’altra volta, o te ne scriverò a lungo se avrò tempo.”

Ma già il treno dopo il solito fischio, rallentando via via, si era già fermato alla stazione; e la solita voce tornava a rintronare nel nostro scompartimento: – Corigliano! –

– “ Senti, senti; mi soggiunse l’amico lasciandomi; se tu scriverai qualche conversazione sui nostri proverbi popolari, ti rammenterai di me n’è vero?” –

“ Anzi tu ci farai la prima figura. Un bacio e addio!”

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Ph  M.G Presicce

[2] CATTANEO, Carlo Ambrogio. – Nato a Milano il 7 dic. 1645, novizio della Compagnia di Gesù il 1º nov. 1661, all’interno di questa si svolge, per lo più a Milano, il resto della sua esistenza. Insegnante di retorica nell’università gesuitica di Brera, ove pare privilegiasse, dell'”arte oratoria”,il “dir tragico”,resse anche, per qualche tempo, a Lecce il collegio del suo Ordine. http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-ambrogio-cattaneo_%28Dizionario-Biografico%29/

[3] Padre Carl’Ambrogio Cattaneo “Opere del P.Carl’Ambrogio Cattaneo della Compagnia di Gesù divise in tre Tomi. TOMO PRIMO, nel quale fi contendono LE LEZIONI SACRE divise in due parti, in Venezia MDCCXXVIII, Preffo Nicolò Pezzana con Licenza de’ Superiori, e Privilegi, pag.354 . http://books.google.it/books?id=zQnHnnZApsIC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Cosimo De Giorgi o Arcangelo Cosimo De Giorgi (Lizzanello, 9 febbraio 1842Lecce, 2 dicembre 1922) è stato uno scienziato italiano. [4] Nel corso della sua vita affiancò, alla professione di medico, quella di insegnante presso la Scuola Tecnico-Normale di Lecce (dal 1870) e presso l’Educatorio Femminile (dal 1875). Ma a queste egli aggiunse un’intensa attività di ricerca e di studio che, riflettendo in pieno l’ampiezza dei suoi interessi culturali, abbracciò campi vastissimi ed eterogenei: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia, geologia, sismologia, agricoltura, igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[5] Armando Polito: REVALENTE o REVALENTIA o REVALENTA, preparazione alimentare a base di farine diverse, in particolare di lenticche, mais e piselli. Etimologia: deformazione di Ervum lens, nome scientifico della lenticchia.

http://www.canicatti-centrodoc.it/nuovocentro/miscellanea/varie/RevalentaArabica/La%20Revalenta%20arabica%20e%20al%20cioccolatte.jpg

[6] )  Bollettino officiale delle leggi e atti del governo della repubblica lucchese, Marescandoli, Lucca, 1804,  tomo V, pag. 184

[7] La BIBBIA

[8] Rudiae (in salentino Rusce [‘Ruʃe]) è un’antica città messapica, nell’area di influenza della colonia dorica di Taranto. La città è nota soprattutto per aver dato i natali al poeta latino Quinto Ennio. Viene oggi identificata con i resti archeologici situati nel comune di Lecce, lungo la strada per San Pietro in Lamahttp://it.wikipedia.org/wiki/Rudiae

[9] Porzione della pianura, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica.
Grazie alla particolare bellezza delle campagne e del panorama, fin dal XV secolo l’area fu eletta dall’aristocrazia come luogo ideale per la villeggiatura, costruendo numerosissime ville. http://it.wikipedia.org/wiki/Pianura_Salentina

[10] Il Salento e in particolare la provincia di Lecce è caratterizzata da colline che in alcuni punti superano i 200 metri sul livello del mare. Sono conosciute con il nome di Serre o Murge salentine[…]http://it.wikipedia.org/wiki/Murgia

[13] Poeta greco (570 circa – 485 a. C.). Della sua produzione poetica ci sono giunti solo frammenti,[…] Secondo la tradizione morì a 85 anni soffocato da un acino d’uva. http://www.treccani.it/enciclopedia/anacreonte/

[15] Vino annacquato

[16] L’Osservatorio di Parigi (in francese, Observatoire de Paris o Observatoire de Paris-Meudon) è l’osservatorio astronomico più importante della Francia, https://www.google.it/webhp?hl=it&tab=ww#q=specola+di+Parigi&hl=it&tbo=d&tbs=clir:1,clirtl:en,clirt:en+observatory+of+Paris&sa

[17] Barbanera è il nome di un celebre lunario stampato per la prima volta a Foligno probabilmente nel 1743[2] e tuttora pubblicato. L’esemplare più antico a noi noto è un foglio unico risalente al 1762, conservato presso l’archivio storico della Fondazione Barbanera[3]. http://it.wikipedia.org/wiki/Barbanera_%28almanacco%29

Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 16601742) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Studiò letteratura e divenne uno dei più faceti ed allegri poeti estemporanei della sua epoca. Fu tenuto in un certo riguardo da parte della Corte Medicea e dalle persone più abbienti di Firenze, che lo accolsero volentieri a mensa e a conversazione per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. http://it.wikipedia.org/wiki/Giovan_Battista_Fagiuoli

[19] Il termine Nordafrica designa la parte settentrionale dell’Africa, separata dal resto del continente (“Africa subsahariana”) dal deserto del Sahara. […]Si tratta sostanzialmente delle regioni storicamente abitate da popolazioni autoctone, di lingua berbera. La regione infatti era un tempo nota come Barberia . http://it.wikipedia.org/wiki/Nordafrica

[20] Staggia Senese (pronuncia: Stàggia) è una frazione di Poggibonsi, in provincia di Siena. l toponimo Staggia deriverebbe dal personale latino Staius[1], oppure dal germanico stadjan (stabilire, fermare, statuire, e quindi per estensione: luogo in cui ci si è stabiliti)[2]http://it.wikipedia.org/wiki/Staggia_Senese

[21] Giuseppe Giusti (Monsummano Terme, 12 maggio 1809Firenze, 31 marzo 1850) fu un poeta italiano del XIX secolo, vissuto nel periodo risorgimentale. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Giusti

[22] Rabenerràabënër›, Gottlieb Wilhelm. – Scrittore tedesco (Wachau, Lipsia, 1714 – Dresda 1771).[…]  raggiunse larga popolarità come satirico[…]http://www.treccani.it/enciclopedia/gottlieb-wilhelm-rabener/

[23] lepóre s. m. [dal lat. lepos -oris], letter. – Lepidezza, piacevolezza arguta di stile, di espressione: spontaneo […]http://www.treccani.it/vocabolario/tag/lepore/

[24] La Guglia di Raimondello a Soleto è una torre quadrata molto slanciata (il lato di base misura appena 5,2 metri) e non è rastremata nei cinque ordini (come di solito per altre torri o campanili)[…] Tutte le bifore e gli angoli dei piani superiori sono ricchi di grifoni, leoni e maschere antropomorfi. http://it.wikipedia.org/wiki/Guglia_di_Raimondello

Secondo la leggenda, il campanile fu costruito nel corso di una sola notte di tempesta da megere e demoni[…]http://www.terrarussa.it/24021/guida-salento/folklore-e-tradizioni/una-notte-tra-megere-e-demoni-per-la-costruzione-della-guglia-di-soleto/

[26] Il tarantismo o tarantolismo è considerato un fenomeno isterico convulsivo. In base a credenze ampiamente diffuse in antichità nell’area mediterranea ed in epoca più recente nell’Italia meridionale, sarebbe provocato dal morso di ragni.Tale quadro psico-patologico è caratterizzato da una condizione di malessere generale e da una sintomatologia psichiatrica vagamente assimilabile all’epilessia o all’isteria.  […] http://it.wikipedia.org/wiki/Tarantismo

 

 

VENERINA

 

pizzica

 

di Maria Grazia Presicce

 

Mi disseto al getto fresco della fontana nella piazza e mi ritrovo accanto, lei, la bella ragazza che poco prima avevo ammirato sull’improvvisata pista da ballo.

– Anche voi alla fontana a bere! – Le dico sorridendo.

– Sono assetata e accaldata! – Mi risponde, passandosi una mano sulla fronte imperlata di goccioline luccicanti, sistemandosi delle ciocche che le sfuggivano al controllo.

” VENERINA “, l’avevo soprannominata ed ora Venerina era davanti a me spensierata e aspettava il suo turno per dissetarsi e rinfrescarsi dopo i vorticosi giri di danza.

Per caso, quella sera, mi ero trovata nella piazza prospiciente la Torre a Porto Cesareo: un ritmo musicale a me tanto caro m’aveva attirato e così mi ero avvicinata.

Un Gruppo di musica popolare suonava “la pizzica” su un palco sistemato sulla piazzetta a ridosso del mare e, al di sotto, su una pista delimitata da ” balle” di paglia, la gente ballava al ritmo frenetico di quei suoni.

La fisarmonica e l’organetto aprivano e chiudevano i loro mantici ritmando il respiro della gente e con loro si fondeva e i tamburelli parevano piedi che saltellavano a tempo incuranti della fatica, dell’afa, dimentichi di tutto.

Ero affascinata e sedotta da queste musiche come una calamita e, silenziosa, lasciando indietro gli altri e facendomi largo tra la folla, mi ero portata a ridosso della pista.

L’odore dolciastro della paglia accarezzò le mie nari; rimasi in piedi, qualcuno sedette sul mucchio vicino a me. Per un attimo ebbi la tentazione di gettarmi nella mischia, la pista gioiosa e vibrante pareva invitarmi ma, il mio eterno senso di ritrosia e riservatezza mi trattenne.

Lo supponevo un gesto di sfrontatezza, di disubbidienza.

Avviluppata dalla dolce melodia musicale, guardavo ed ammiravo chi istintivamente e liberamente ballava: gente di qualsiasi età.

Dio, come avrei voluto essere tra loro!

Quel ritmo si dice ” scazzica” chicchessia, ed è vero, bisogna, però avere l’ardimento di lanciarsi nella mischia ed a me quel coraggio mancava.

I miei piedi, però, non riuscivano a trattenersi. Inconsapevolmente accennavano a muoversi furtivamente contro la mia voglia di controllarli, mentre continuavo a guardare estasiata gli altri ballare e gioivo con loro, per loro e per me.

La felicità, l’allegria, la frenesia di quella gente sconosciuta mi contagiava e anche solamente ammirarla mi deliziava, m’inondava l’animo di festosità, facendomi sentire parte di quella marea.

Rimanevo ammaliata: inerte, immobile.

I miei piedi, sotto il lungo vestito, però, tornavano inconsapevolmente a muoversi stuzzicati dal ritmo. Contemplavo tutte quelle gambe saltellanti; il mio sguardo volteggiava festoso con loro. Era come se fossi tra loro e sorridevo compiaciuta, felice inebriata da quei suoni, da quei canti che mi riportavano indietro nel tempo.

Sorridevo a chiunque incrociasse il mio sguardo battendo le mani, allegra come una bimba davanti al suo spettacolo preferito e con la stessa lietezza e schietta naturalezza sorrisi anche a lei che, solitaria, ballava con una grazia e una leggiadria che attrasse la mia attenzione facendo indugiare il mio sguardo.

Bella. Era bella di quella bellezza mediterranea che affascina. Bruna, occhi grandi, vividi, dallo sguardo profondo e spensierato; lunghi capelli neri, lievemente ondulati, le ricadevano sulle spalle incorniciando ed impreziosendo l’ovale del suo volto. Il corpo slanciato e flessuoso era velato da un vestitino aderente, a fiorellini bianchi e blu, con un décolleté che lasciava intravedere il seno sodo. Dietro, il profondo scollo, era ornato da larghe bretelle che s’incrociavano e si chiudevano in vita annodate in un fiocco.

Mi venne spontaneo sorriderle; sorrisi alla sua grazia, al suo fascino, alla sua armoniosità, alla sua semplicità.

Ricambiò il sorriso, compiaciuta e sempre danzando mi si avvicinò e: – Dai!Venga, venga a ballare anche lei -.

-No no grazie! Preferisco guardare – mentii.

Lei, per un po’, continuò a danzarmi vicino. Il caldo umido della sera si faceva avvertire e, sulla pista, attorniata dalla calca, era quasi opprimente. Lei rialzò i capelli con un gesto semplice e consueto e li raccolse in chignon fermandoli non so in che modo e si allontanò.

Era ancora più bella così.

Le sue spalle imperlate di sudore sotto le luci dei riflettori luccicavano. Sembrava ricoperta da piccoli, diafani, diamanti.

I bagliori della luna nuova rischiaravano, di là dalla piazza, i merli dell’alta torre e più in là si riverberavano e s’infrangevano nel mare immoto, che pareva spruzzato d’argento.

E, Venerina, danzava, danzava instancabile: e salterellavano i piedi e volteggiavano le braccia, le mani ed era tutta una movenza che ammaliava e m’inebriava e ogni tanto nel librarsi mi guardava sorridente e, silente, continuava ad invitarmi con un timido cenno.

Ma…. io non potevo raggiungerla.

Volevo, lo desideravo ardentemente, ma rimanevo là, fissa, inchiodata mentre il mio mondo d’immagini si dilatava, si espandeva e il presente ad un tratto si stemperò col passato e: – NO, tu non devi ballare. Non puoi. Le persone perbene non ballano -.

La voce di mio nonno mi ammoniva ed io… rimanevo a contemplare composta, fissa al mio posto.

1 Da Google: Il bosco incantato di Eldy, La Puglia. http://bosco.eldi.it/page/66/?show=gallery&pageid=3803

 

Cosimo De Giorgi e le ortiche

Ortica, da cascinamolinotorrine.com
Ortica, da cascinamolinotorrine.com

 

      

di Maria Grazia Presicce

 

 

La Cantarinula [2], questa invadente e a prima vista pericolosa e inutile pianta, mi riporta alla mia infanzia,  allorchè la nonna, dopo avermi informata che nel pollaio c’erano i piccoli tacchini che non stavano niente bene, mi chiedeva di accompagnarla in giardino dove avrebbe raccolto le cantarinule che sarebbero state un toccasana per quei poveretti.

Ci inoltravamo nel giardino dirigendoci negli angoli più in penombra, che nonna conosceva, dove crescevano tantissime piante di verdi e rigogliose ortiche.

– Attenta, non toccarle che ti bruci! – mi avvertiva – portami solo il cesto. Eseguivo mentre, la nonna lesta, con la mano protetta da un guanto, ne staccava le tenere foglioline e le riponeva nel cesto.Tornate a casa, la nonna poneva una pentola con un po’ d’acqua sul fuoco e vi immergeva le cantarinule lasciandole cuocere bene poi, le faceva raffreddare e dopo averle ridotte in poltiglia le mischiava con un impasto di crusca. Il pasto per i tacchini era pronto e subito si provvedeva a farglielo mangiare. In effetti la cura funzionava davvero, giacchè il giorno dopo le bestiole stavano meglio!

E’ bastato questo ricordo a farmi incuriosire e indurmi a soffermarmi sugli interessanti ed esaustivi articoli sull’Ortica curati dall’esimio Dottor Cosimo De Giorgi ( 1842-1922) e riportati su un giornale dell’epoca (1868) “Il Cittadino Leccese”.

Riporto gli articoli così come sono stati scritti da questo valente salentino, che tanto ha donato al Salento con la sua attenta e minuziosa attività di ricerca in svariati campi scientifici, sperando che possano interessare, oltre che a me, anche ad altri lettori!

 

 

IL CITTADINO LECCESE n. 3, 20 luglio 1868

SULL’ORTICA

I

Due parole di Proemio – un escursione botanica – L’Ortica – La vipera, il pelo dell’ortica e il fucile ad ago – L’acido formico – l’orticazione

 

Molte città e molte provincie d’Italia, ci hanno dato l’esempio di esatte ed accurate statistiche, e dimostrano in tal modo, colla freddezza del calcolo e delle cifre la loro importanza economica, scientifica e politica, paragonate alle loro consorelle. Fu uno slancio nella palestra delle nobili istituzioni; fu il Pecile[3] dell’ingegno italiano.Bellissimi esempi di tal genere noi troviamo nelle monografie provinciali di Sondrio, di Pisa,di lucca, di siena, di Forlì e nelle comunali di Milano, di torino, di Napoli, di venezia.

Cittadini, professori, artigiani, autorità, tutti vi concorsero in pari tempo: e per la monografia statistica della provincia  di Pisa compilata dal prefetto Torelli, mentre la studiava costì fu stabilito un fondo apposito, onde agevolare le escursioni scientifiche ad una scelta di naturalisti del Paese.

Un lavoro di tal genere qui fra noi sarebbe, non dirò difficile, ma quasi impossibile; non già che si manchi di uomini adatti o di insigni capacità intellettuali, ma perché si difetta di associazione, e più ancora di quelle scuole speciali rivolte a scopo illustrativo e pratico, più che all’istruttivo e teorico. Intanto una amministrazione qualunque, è da sé sola impotente a fornirci una statistica completa senza il concorso della cittadinanza, libero ma armonico, che valga a supplire alle mancanze ed inesattezze di quella. E peggio ancora se tutto dee riversarsi sulle spalle d’un solo: che a bene svolgere il quadro in tutti i suoi particolari, fa d’uopo collegar fra loro il principio di associazione con l’altro della divisione del lavoro. se qui si desse un estensione maggiore agli studi tecnici, o se vi piace, pratici, noi potremo sperare una coordinazione di fini e di mezzi adatti all’uopo. Che intanto ciascun di noi porti un briciolino di scienza o di arte ad illustrare qualche parte della nostra Provincia, ed il lavoro sarà bello e avviato, mentre gli sforzi dei pochi sian pure titanici, venivano sempre paralizzati dalla immensa vastità della materia.

Questi pensieri io volgea nella mente nel Maggio or decorso, e formavano il tema di una serie chiaccherata tra me ed un giovinotto col quale ero uscito a diporto.ragionare con lui di cose mediche era lo stesso come dire al muro: un po’ scettico com’egli era per cotesta scienza-arte, non divide le sue idee che con Cartesio e Molière; né io gli tenea il broncio per questo; anzi sfuggivo dal fargli discorsi di cotesto genere. La via che battevamo era una di quelle vecchie vie comunali, striate dalle piogge , solcate per lungo dai carri a rammentarci le prime rotaje di Stephenson; ora sparsa di ciottoli giallo.scuri, ora smaltata di timo e di margherite; e su questa a mò di pannocchia i corimbi violetti del Pulegio silvestre.[4] Il cielo era limpido e azzurro cupo, velato presso l’orizzonte di tenui strati di nuvole color rosa pallido: un vento leggieroincrespava l’onda delle graminacee dei campi contigui, che dal verde traea al giallo d’oro, giunte quasi a maturazione  completa.da per tutto  una varietà di forme, di colori e di disposizione nel cielo, nei capi e nella via che percorrevamo: una ricchezza d’individui, una povertà di specie! E vagabondi eran pure i nostri  pensieri a seconda che toccavamoora l’uno ora l’altro argomento di storia naturale.giungemmo finalmente in un punto dove la via dilatandosi, sboccava in due tortuose callaje, che dipartendosi l’un dall’altra si perdeano fra meandri contornati da siepi di rovo e di agave americane. Quivi sovra un terreno sciolto calcareo-siliceo dominava regina dell’orbe vegetale, spontanea proditrice dell’incauto agricoltore una magnifica colezione di ortiche.sembran messe lì come a chiuderci il passo colle frondi lanceolate d’un verde-smeraldo più o meno cupo, coi fusti angolosi, fibrosi, resistenti, coi loro fiorellini erbacei pendenti a grappolo. E ci fermamo difatto, e rivolto all’amico:, guarda gli dicevo,una di quelle piante che i più non curano, ma alla quale fa capo lo scienziato per un verso, l’industre colono e il meccanico per l’altro ed egli di rimando: senza dubbio, mi rispose, ma quei benedetti peli non sono essi uno scoglio pericoloso per l’uno e per gli altri?- No no, mio caro , gli ingiunsi io, una volta che ne conoscerai la natura, vedrai come la scienza ha saputo evitar cotesti scogli pericolosi.

Noi osserveremo l’ortica colla scorta di quattro lenti armonizzate fra loro, e tu vedrai come questa ignobile pianta ci sarà maestra di molte belle cose. E come vidi che il giovanotto bramava saperne qualche cosa, seduti su di un masso di calcare compatto che sporgea da un muricciolo lì presso, dopo aver strappato dalla parte inferiore del gambo una pianticella d’ortica: vedi tu, gli soggiunsi io, queste frondi seghettate ai lembi ed irte di peli? Osserva ora questi peli con lente di piccolo ingrandimento e vedrai – cosa strana! – che han la punta ora curva ora rigonfia, ben di rado aguzza.

Vi fu un tempo che si credette tra la vipera e l’ortica ci corresse poco, per la causa della molesta sensazione che entrambe inducono sulla nostra pelle. Una glandola appositasegrecante un liquido acre e corrosivo ricco di Echidnina[5] alla base del dente uncinato nella prima: una serie di glandolette sotto epidermiche facenti capo nel per la seconda: e il tutto parea correre a vele gonfie-

L’odierna micrografia ha ripreso queste indagini di osservazione. Or bene: guardiamo un pelo di ortica con un ingrandimento di 150 diametri.

Vedremo una lunga vescichetta conica, rigida, lunga, che si approfonda e si incastona come la gemma di un anello in una zona di cellule esagonali costituenti l’epidermide, che qui vedi colorata di verde.il bottone dell’estremo superiore del pelo, ci si fa ora più manifesto, e ci rammenta quelle frecce degli Sciti e dei Parti[6] descritte dall’Esule di Sulmona[7]

Ma questo non è tutto. Se l’osserviamo attentamente con un ingrandimento sui 200 diametri, tu vedrai nell’interno di questo fuso vescicolare che forma il pelo dell’ortica, un liquido un po’ più denso dell’acqua circolare in varie direzioni animato da un movimento vibratile o Browniano.[8]

Cosicchè il pelo contemporaneamente la fa da condotto secretore, escretore e propulsore: – gli è un fucile ad ago carico di munizione! –

Fin qui giungeano gli studi dei nostri vecchi: ma il Naturalista, scrutatore della natura dei corpi,chiese all’analisi chimica la composizione del succo dell’ortica e vi trovò fra gli altri un acido speciale e corrosivo[9], del quale vo’ dartene un’idea.non so se mai t’è occorso di assistere a qualcuna delle guerre accanite che per Economia alimentare per quel benedetto struggle for life soglion darsi due legioni di formiche, per quindi dividersi le spoglie opime d’un granaio.Il prof. Savi[10]mi facea osservare un giorno di cotesti, un aurea disgustevole all’odorato che sorgea da quella tensione marziale. Le formiche rosse furone quelle che restarono padrone del campo valendosi, come accade fra gli uomini, del dritto della forza, e dei micidiali Chassepots[11]ch’esse posseggono nelle loro mandibole.Quell’aurea disgustosa, penetrante che tu avverti pure nel sudore e nella traspirazione cutanea, nella quale vi abbonda, è acido formico (HO,C2,HO2) l’ultimo e il più ossigenato della serie metilica.

Di tal che oltre l’azione irritante v’ha nel pelo dell’ortica anco l’azione chimica: di qui il dolore bruciante che le valse il nome di Urtica urens.di qui l’orticazione ch’esso produce e della quale si giova il chirurgo, se vuol produrre una revulsione istantanea e dolorosa sulla pelle.

Sarà, se ti piace un mezzo Auto-da-fè, ma in questo caso il principio di Machiavelli[12] ci torna a garbo.l’arrossamento no tarda a succedere, e talora una speciale eruzione cutanea che con termine greco noi diciamo Eritema papuloso o orticato.

Mentre così discorrevamo  quell’ortica che io tenea fra le dita e che pocanzi dura e rigida quasi sfidava chi avesse osato di lambirla impunemente, cominciava già a divenir vizza, floscia, cadente: la lieve peluria delle foglie e del fusto si reclinava sulla trama fibrosa del vegetale, e senza alcun danno, potemmo toccare le foglie – “or bene, soggiunsi io al giovinotto, or è tempo di appagra le tue brame, di dirti cioè qualcosa sugli usi molteplici che l’ortica presta alle industrie coloniche, alle arti, ed all’Economia animale.Ma tu cortese lettore mi perdonerai, se ti lascio sul più bello: tornerò un’altra volta a sollevarti dall’austerità delle cose scientifiche all’utile delle pratiche applicazioni.

 

Dott. Cosimo De Giorgi[13]

 

SULL’ORTICA

II

 

IL CITTADINO LECCESE, n.5, 3 Agosto 1868

 

Le orticacee – Specie di ortica – Usi industriali  dell’ortica presso gli egizi, i Cinesi e gli Americani – Le tele di Angers e la carta di Lipsia – e da noi?

 

Proseguiamo insieme, o lettore, la nostra escursione botanica: e qui mi permetterei una breve, ma utile disgressione. Allorquando tu entri in quel Museo grandioso che si dice Firenze, e in una sola galleria tu ammiri a centinaja accumulati capolavori di genii e di arte, e poi ti soffermi estatico dinanzi ad un quadro, che rapisce del pari i tuoi che gli occhi azzurri di qualche figlia di Albione:[14]se tu sei giovane, se hai cuore che senta il bello, se hai un po’ di onesta ambizione, la prima cosa che ti va naturalmente pel capo, è di sapere l’artista di quel lavoro, di qual famiglia esso sia, di qual patria, di qual nazione. E se poi arrivi a sapere ch’è un italiano, dimmi: non ti par d’essere come in casa tua superiore agli estraneii, che ti sono d’appresso? Dall’idea singola del quadro, tu risali allora alla Gran Madre, alla Saturnia tellers[15]che non altrimenti potea rivelarsi di meglio, che nello scalpello d’un Michelangelo, o nel pennello dell’Urbinate-[16]

Nella storia della natura, come nella storia dell’arte e delle genti, le cose vanno ad un modo: v’ha una pagina che spetta all’individuo, un’altra che si estende nella specie e nella famiglia: lo studio dell’una guida al concetto sintetico dell’altra;come le mutazioni accidentali di quella , valgono talvolta  a deviare profondamente il tipo di questa: entrambe unite assieme formano il genio divinatore di Linneo[17]e di Cuvier,[18] come l’estro scrutatore Lyell[19]e dei Darwin![20]

L’ortica noi l’abbiamo fin qui esaminata come individuo: or sappi, o lettore, ch’essa è il nucleo d’una famiglia botanica delle più vaste e delle più naturali- dall’umile erba bruciante fino all’albero eccelso che fornisce nutrimento al filugello: dall’amaro principio che si nasconde nei calici spumanti di Cervogia,[21]al maestoso albero del pane[22] nell’Oceania: dalla polvere nera che stuzzica l’appetito al voluttuoso liquore del Vecchio della montagna;[23]dalla tessile canapa delle nostre valli Eridanine, al fico prelibato dei nostri giardini: noi troviamo vegetali differentissimi, ma che pur vivono sotto le stesse leggi, che si rivelano dalle radici, dal fusto,  nelle foglie e nei fiori. Vasto mi sarebbe il campo se qui  volessi parlarti delle orticacee sum-mentovate, né uscirei dal seminato: invece io vo’ tornare all’ortica erbacea; a studiare l’individuo nella specie, riservando a tempo migliore quella della specie nell’individuo.E qui mi giova fra le tante varietà di Ortica, descrivertene le principali: – L’Urtica urens – L’urtica dioica – L’urtica romana, –

L’Urtica utilis: le prime spontanee fra noi ed anco troppo comuni, l’ultima propria del Celeste Impero. La varietà dioica è la più grande, nasce lungo le strade di campagna, fra i ruderi di vecchi rottami di edifizii: si riconosce alle sue frondi grandi e lucenti, che si alternano sopra uno stelo rossastro, ed ai fiori maschi distinti dai feminei su tronchi diversi –

La varietà Urens cresce colla precedente, ma cerca i luoghi più coltivati, si infiltra nei giardini e nelle ville pubbliche, ha le foglie ellittiche,dentate, sparse da peli, coi fiori ascellari disposti a grappolo. – L’urtica romana,varietà annua erbacea, frequente nelle siepi e nei luoghi ombrosi, ha le foglie pari a quella della Melissa;[24] i suoi fiori sono monoici a piccoli racemi ascellari nelle foglie superiori, ed i semi come quelli del lino- L’urtica utilis è invece una varietà arborea a fusto fibroso testile[25], introdotto dalla Cina in francia, e da costì sulle sterili lande dell’Algeria –

Di tutte si serve il tecnologo, il colono, l’artigiano: – ed eccone i vantaggi.

Se ricorri alla storia troverai che gli antichi egizii, quel popolo laborioso, intraprendente, forte e navigliero, che morto nel vecchio, potremo dire sia risorto nel nuovo continente, si servivano delle fibre cauline dell’ortica per intessere drappi e intrecciare reti e nasse peschereccie.Il Cinese, altro popolo vecchio nella civiltà, ci offre dei bellissimi saggi di tele colorate intessute colle lunghe fibre dell’ortica utile: fibre che non la cedono ( dietro l’esperienze istituite dal Decaisnea[26]) per finezza al lino, e per tenacità a quella del canape, e si avvicinano un tantino a quelle delle nostre Agave americane- Quel grande uomo, poeta, filosofo e naturalista a un tempo alessandro Humboldt,[27] ci narra nei suoi lunghi viaggi nel Kamtschatcka[28] che durante le lunghe e rigide vernate di quel paese, spesso trovava in umili capanne una quantità di gente , intenta a filar delle lunghe sarte da cordami. Ebbene: era l’Ortica utile che forniva loro la materia prima, ed essi la coltivano con cura nei luoghi più selvaggi, che si rifiutavano a cultura migliore.

Così del pari ci narra, che nel fertile bacino del Mississipi ritrovò una varietà di ortica che si elevava  da 12 a 24 decimetri di altezza, ch’è tutto dire; mentre le nostre più eccelse ortiche si elevano a 4 o 5 decimetri, ed a stento. Raccolte nell’inverno, le vediamo ritorte a cordami senza le operazioni noiose e poco igieniche della macerazione, come si usa pel canape e pel lino- Nella guerra recente dell’America del Nord si fabbricarono sarte e cordami da marina colle fibre tessili di cotesta ortica americana, e raggiunsero lo scopo di una grande tenacità ed elasticità, sotto minor peso e minor volume – ma v’ha di più –Non è guari, nella società orticultoria di Angers furono premiate per incoraggiamento, delle tele di ottima qualità confezionate colle fibre della ortica comune.

Quanto più il cotone e la canape, per l’influsso di atmosfere e di guerre, cresceranno di prezzo, tanto più andranno in voga i succedanei a far loro concorrenza. E giacchè parlo di succedanei, spigolando qua e là nei periodici scientifici, ti dirò che in Lipsia, l’industre quanto dotta città della Sassonia, in mancanza di stracci nelle cartiere si è ricorso da circa 7 od 8 anni a questa parte, alle materie filamentose dell’ortica; e ne è risultata una carta da gareggiare in finezza e in bellezza con quella del legno e della paglia-

Cosicchè tu vedi bene, che il tecnologo può guardare l’ortica con una certa compiacenza . ma da noi, mi dirai, a che valgono cotesti vantaggi? Io indovino il tuo pensiero, o lettore, e so quel che vorresti dirmi: non son le materie prime che ci mancano, né le braccia, come altri crede: è la buona volontà che ci accompagna di rado: son le macchine, questi bracci materiali dell’industria che ne fanno difetto- Senza questo indirizzo bisogna contentarsi del vecchio, e sperare nell’avvenire – sappi intanto, che l’ortica può essere utile tanto all’uomo, che ai bruti: come e quanto ciò sia vero, te lo dirò un’altra volta-

Dott. Cosimo de Giorgi

 

SULL’ORTICA

III

 

IL CITTADINO LECCESE anno VIII, n.7, 24 Agosto 1868

 

Un succedaneo del pepe – Il verde innocente – L’industria colonica e l’ortica – il tempo della Gabale, e quello della verità!

 

L ‘uomo, gli animali e l’ortica: – ecco il tema di quest’altra lettura a complemento della precedente- Torniamo daccapo verso il vecchio continente. Sulle coste della Guinea il seme dell’ortica vien sostituito a quello del pepe nero, indigeno di cotesti luoghi: ed in tal caso il succedaneo la vince sullo specifico- Difatti polverizzato e misto alle vivande, mentre riesce stimolante e digestivo, mentre stuzzica l’appetito non irrita lo stomaco, né lo eccita a maggior secrezione, come è del pepe ordinario e della mostarda- E qui mi viene un acconcio un tantino d’Igiene- Di tutti questi eccitanti, io ti consiglio, o lettore, di fare uso pochissimo: né il clima nostro, né le condizioni geografiche, né il modo di vivere, né i temperamenti qui predominanti ci richieggono questi alimenti nervosi, seppure non ce li vietano addirittura- l’ortica è poi un accessorio del nostro regime alimentare, e in Germania figura spesso sotto forma di condimento o di guarnizione come gli spinaci; mentre in Lorena si apprestano per cena, come un pasto leggiero, e a quel che ne dicono, saporoso- Ma qui è questione di gusti: epperò non intendo di toccarla- Rientriamo invece nella capitale della Grande Nazion, nella città fondatrice per eccellenza, quanto a prodotti alibili[29]: tu troverai le ortiche in caldo amplesso cogli spinnaci pur di crescere il volume dei condimenti: tu vedrai la loro parte colorante verde adopperata a colorire le confetture, e i dolciumi: nel che però dobbiamo lodar chi ne fa uso, perché val meglio un po’ di verde matto della clorofilla sui zuccherini, che il verde brillante dei venefici prepparati di Arsenico o di Rame.

Ma vantaggi maggiori li ritrae dall’ortica l’industria colonica; che la nostra pianta è un’eccellente foraggio. Io t’ho detto più in su, ch’essa vegeta spontanea nei terreni più aridi e più incolti, nelle siepi, nei giardini, nei boschi, e fra i ruderi di vecchi rottami di edifici: che la sua vegetazione è precocissima, essendo fra le prime piante che appaiono in primavera, e nel nostro clima, direi quasi, è perenne. Fiorisce, quando appena fan capolino dalle glumelle le spighe delle graminacee: precede di oltre un mese la comparsa dei più maturi fra i nostri foraggi, del trifoglio, della sulla[30] e della lupinella[31] e verdeggiasempre rigogliosa in estate, quando il calore e i venti sciroccali ci bruciano alberi e piante. Di qui l’utile che ne può ricavare  il colono e in tutte le stagioni. Si può sostituirla al fieno, si può mescolare alla paglia  destinata al nutrimento del bestiame, pel quale riesce un cibo più gradito di quello che nol sia lo italico Melitoto.[32]nell’estate si falcia e si fa essiccare, come il fieno, onde impedire l’orticazione della lingua sul palato delle bestie bovine. Per gli uccelli questa precauzione è affatto inutile: avrndo essi una speciale costituzione anatomica nelle loro papille linguali, per la quale ingozzano senza masticare;  epperò sono ghiotti anche dei semi caustici dell’Euforbia elioscopia-[33]in Normandia alle galline si danno le ortiche trinciate e mescolate alla crusca per disporle convenientemente alla cova. Ma è nell’inverno che si ha bisogno di un foraggio economico, e soprattutto per le bestie cornute. Ecco il consiglio che il signor Eloffe[34]dà ai suoi coloni – “ In sul finir della primavera, egli dice, sterpate le ortiche e fatene un’ampia provvigione, lasciatele disseccare al sole per 8 o 10 ore, e poi trinciatele come si farebbe col fieno. Volendo usarne, basta nella sera precedente immergerne nell’acqua calda la quantità di ortiche che si crederà sufficiente.Quest’acqua si lasci bere al bestiame; e quindi si daranno le ortiche cotte, miste al fieno e ad una “tenue dose di sal marino”- Il latte delle mucche sottoposte a questo regime,riesce così abbondante e più cremoso, e fornisce un burro eccellente.”

Vedi quindi, o lettore, quanta utilità in questa pianta, che tu rabbioso fai sterpare dalle siepi dei tuoi campi come inutile parassita: che tu forse non guardi nemmeno quando passeggi per le vecchie vie, e solitarie, se non è per isfuggirne il contatto. D’ora in poi, vorrei credere, la non ti farà più paura; ora che ne sai la natura, le insidie e le proprietà sue.

Due altre parole, e poi smetto – La nostra pianta, e mi duole dirlo, ha pure qualcosa del Talismano, e della Verga Magica:[35]è divenuta il punto di partenza di astute gabale di certi avidi speculatori. – Tu già m’intendi, che è fra le aule dorate di qualcuno adoratore di Mida[36] più che seguace di Galeno[37]ch’io voglio condurti, giacchè è costì nel principio dei bollori primaverili, che per mirabile artifizio la nostra povera erbetta con altre sue consorelle, è condannata a far da filtro del sangue e degli umori del pari che il Pagliano[38] il Leroy[39] e gli amari Robbi[40] e i famosi elisir – Penetriamo invece nel tempiodella verità: nudo, lindo e diafano nelle pareti, senza vanità, senza ostentazione,senza formule altisonanti: ma pur tanto bello! Ivi stanno registrate le osservazioni del borghigiano e dell’onesto scienziato, le esperienze dei medici e dei farmacisti. Lì sapremo che più che depurativa, l’ortica ha sempre goduto e gode la proprietà dell’emostatico interno: è un rimedio confidenziale di certi polmoni un po’ delicati, del quale forse ne avrà fatto la prova qualcuno dei miei lettori, e… per diversa cagione anco qualcuna delle mie lettrici.

Ma è tempo ormai di finirla coll’ortica; molto più che uscendo da quel tempio, sento di non esser più nel mio elemento. Quindi un saluto, una stretta di mani e addio!

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Immagine da Google Cascina Molino Torrine :http://www.cascinamolinotorrine.com/ortica.html

[2] Armando Polito “ L’Ortica. Tanti nomi dialettali per una pianta “ che brucia”, Erbario di Terra d’Otranto, Fondazione terra D’Otranto.  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/29/lortica-tanti-nomi-dialettali-per-una-pianta-che-brucia/

[3] Era un quadriportico che delimitava un giardino con grande piscina centrale, http://www.tibursuperbum.it/ita/monumenti/villaadriana/Pecile.htm

[4] Mentha pulegium. E’ una pianta nana tipica del  Salento, ha fusto corto con foglie piccole  ricche di peli, grigiastre e poco dentate. Odore gradevole e forte. Nell’antichità  era molto conosciuta per allontanare le Pulci tanto che il suo nome “Pulegium” deriva dal latino “Pulex = pulce”. www.elicriso.it/it/piantearomatiche/menta/

[5] Sostanza attiva contenuta nel veleno dei serpenti, http://dizionari.hoepli.it/Dizionario_Italiano/parola/echidnina.aspx?idD=1&Query=echidnina

[6] Giovanni Amatuccio “ Peri toxeias: L’arco da guerra nel Mondo Bizantino e tardo-antico”, Copryrigt 1996 by Editrice Planetario, Bologna.  (Le frecce degli sciti e dei Parti, Libro VII, Cap. II,5., pag.53: Gli Sciti  avvelenavano le frecce con ciò che si chiama “ il veleno delle frecce” ( toxcon) destinato a provocare la morte rapida é…* Una persona degna di fede mi diete la seguente ricetta che produce lo stesso effetto. Prendete dell’euforbia …[…]

[7] Edward Gibbon “ Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano”  traduzione dall’Inglese, Milano per Nicolò Bettoni, MDCCCXX, vol. 3, cap. XVIII, pag. 349: (1) Aspicia et mitti sub adunco  toxica ferro/Et telum caussas mortis habere duas./ Ovid. Ex Pont. L.IV.ep.7.v.7 ( Trad.: Tu vedi che pure sono scagliati veleni sotto adunco ferro( la freccia)/ e che la freccia ha due cause di morte( il ferro della freccia e il veleno)/ http://books.google.it/books?id=OJZDAAAAcAAJ&pg=PA349&dq=ovidio+frecce+avvelenate++degli+sciti&hl

[8] Il termine moto browniano fa riferimento al moto disordinato delle particelle[…] presenti in fluidi o sospensioni fluide. www.wikipedia.org

[9] Si tratta dell’acido Formico presente in natura sia nei vegetali che in alcuni animali.[…] viene utilizzato, in piccole dosi, per accelerare la respirazione aerobica  e la fermentazione dei lieviti del pane. Da “alimentazione e salute-Additivi alimentari, http://www.my-personaltrainer.it/additivi-alimentari/E236-acido-formico.html

[10] Naturalista ( Pisa 1798-ivi 1871) professore di Storia naturale nell’università di Pisa(dal 1823);socio corrispondente dei Lincei (1870) enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/paolo-savi/

[11]  Lo Chassepot, noto anche come fusil modèle 1866 ( fucile modello) […] fu adottato dall’esercito francese nel 1866. Babylon 9 http://dizionario.babylon.com/fucile_chassepot/

[12] “ Il fine giustifica i mezzi” http://www.puntosufi.it/16dist.htm

[13] Dott. Cosimo De Giorgi ( Lizzanello (LE) 9 febbraio 1842 – Lecce 2 dicembre 1922) Alla sua professione di medico e di Educatore affiancò attività di ricerca e studio in svariati campi: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia,geologia, sismologia, agricoltura ed igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[14] Antico nome ( probabilmente Celtico) della Gran Bretagna, attestato al 6°secolo A.C., a partire dal 4°secolo soppiantato da Britannia , www.treccani.it/enciclopedi/albione/

[15] La saturnia tellers è uno dei quattro rilievi figurati dei lati brevi dell’Ara Pacis.[…] rappresenta una grande figura matronale seduta con in grembo due putti e alcune primizie. www.wikipedia.org

[16] Raffaello Sanzio

[17] Carl Nisson Linneus […] noto ai più semplicemente come Linneo […] è stato un medico e naturalista svedese, http://it.wikipedia.org/wiki/Linneo

[18] Cuvier è stato un biologo francese, www.wikipedia.org/wiki/Georges_Cuvier

[19] Charles Lyell è stato un geologo scozzese, www.wikipedia.org

[20] C.R.Darwin è stato un naturalista britannico celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale agente sulle variabilità dei caratteri. http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Darwin

[21] Maniera di beveraggio che  si fa di grano, di vena, d’orzo, e con menta,appio e altre erbe, ed è una specie di birra, http://www.dizionario.org/d/?pageurl=cervogia

[22] E’ questo il nome comune di un membro della famiglia delle ortiche(urticacee) Diffuso nelle isole dell’Oceania vi cresce spontaneo; è coltivato anche in vari paesi tropicali a scopo alimentari. Albero del pane http://www.ebooks-etexts.com/arte_estoria/varie/saggi/albero_del_pane.htm

[23]   Gli Albigesi di Giuseppe La Farina, romanzo storico, vol.IV,Genova, Stabil.Tipog. Ponthemier 1855, Giorgio Franz in Monaco, pag.138 http://books.google.it/books?id=32pLAAAAcAAJ&pg=PA138&dq=voluttuoso+liquore+il+vecchio+della+montagna&hl=

[24] Apois.it: La MELISSA ( Melissa officinalis ), comunemente chiamata anche cedronella per l’odore simile a quello del limone, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Labiatae. Cresce facilmente dalla zona mediterranea a quella montana, nei boschi e nei luoghi freschi e ombrosi. http://www.apois.it/2009/12/la-melissa-unerba-che-fa-star-bene/

[25]  Tessile, Forma letteraria  antica

[26] Decaisnea: errore per Decaisne; Joseph Decaisne, botanico del XIX secolo.

[27] biologo, esploratore e botanico Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt nacque a Berlino, il 14 settembre 1769, http://biblioteca.liceorossi.it/node/409

 

[28] Penisola orientale della Russia, vicino all’Alaska e al Giappone

[29]  Alibile= nutriente; forma aggettivale dal latino àlere=nutrire; qui però sta per alimentari. Spiegazione prof. Armando Polito.

[30] Pianta erbacea perenne, emicriptofita, alta 80-120 cm.. Appartiene alla famiglia delle Fabaceae. Cresce spontanea in quasi tutti i paesi del Bacino Mediterraneo. http://it.wikipedia.org/wiki/Hedysarum_coronarium Nel Salento è chiamato fieno selvatico.

[31] trifoglio bianco; Hedysarum coronarium

[32] Il Melitoto è una pianta frequente e al margine del bosco e dei prati.essa appartiene alla famiglia delle leguminose e ha piccoli fiori gialli con un profumo gradevolmente dolce che ricorda il miele. www.erboristeriadulcamara.com/meliloto.htm

[33] Euphorbia helioscopia è una pianta erbacea  annuale

[34]  ARTHUR ELOFFE naturalista preparateur et professeur de taxdermie “ L’ORTIE” SES PROPRIETES ALIMENTAIRES, MEDICALES, AGRICOLES ET INDUSTRIELLES, PARIS CH.ALBESSARD ET BERARD, LIB.-EDITEURS, 8, Rue Guènè gaud Mèmè maison à Marseille, 25, rue Pavillon 1862, cap.III, pag.21  http://books.google.it/books/about/L_ortie.html?id=lJqJ511KAbEC&redir_esc=y

[35] La verga Magica era un incantesimo di grande potere, il cui scopo era di proteggere chi la porta con sé dai nemici visibili ed invisibili, blog di Wicca www.magiawicca.wordpress.com/2008/09/30/lincantesimo-della-verga-magica/

 

[36] Mitico re della Frigia. E’ proverbiale il suo “ tocco d’oro”la capacità di trasformare in metallo prezioso qualsiasi cosa toccasse. Questo potere gli era stato donato da Dionisio. http://it.wikipedia.org/wiki/Mida

 

[37] Galeno di Pergamo è stato un medico greco antico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina europea per più di mille anni. http://it.wikipedia.org/wiki/Galeno

 

[38]    si tratta dello Sciroppo Pagliano in Giurisprudenza del Regno, vol.12, parte II, pag.108 http://books.google.it/books?id=2ahFAAAAcAAJ&pg=RA3-PA108&dq=sciroppo++PAGLIANO+1860&hl=it&sa=X&ei=ezzvUJeaOYnQtAbepYFw&ved=0CDIQ6

 

[39]  Si tratta di un Purgativo. “Disputazione medica e filosofica” Biblioteca Regia Monacensis, Napoli, dalla Stamperia e Cartiera del Fibreno, Largo San Domenico Maggiore, n.3, 1830 http://books.google.it/books?id=EOc8AAAAcAAJ&pg=PA47&lpg=PA47&dq=sciroppo+leroy&source=bl&ots

 

[40] Marrobbio: Il marrobio è una pianta che cresce in tutta la nostra penisola nei luoghi incolti oppure lungo le strade. Può raggiungere i 60 cm di altezza; le foglie sono biancastre e lanose e i fiori, riuniti a modo di spiga, sono di colore bianco. http://www.esseresani.it/come-curarsi-col-marrobio-105718.html

 

Ricordi nel Conservatorio di Sant’Anna a Lecce

di Maria Grazia Presicce

Particolari della facciata della chiesa e conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

 

 

Tante volte passando, prima che l’alto muro fosse demolito, attraverso alcune crepe avevo provato a spiare cercando di andare, con lo sguardo e con la fantasia, oltre quel muro oltre quella cancellata, oltre porte e portoni oltre le finestre che davano sul cortile.

Particolari del cortile del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

Quella mattina non mi sembrò vero. I lavori di restauro erano avviati da un po’ e quella mattina erano  in corso e il cancello era… aperto. Non resistetti. D’impulso entrai senza esitare, al massimo, mi dissi, mi sarebbe stato chiesto di uscire.

M’incamminai verso una delle porte aperte, intravidi un signore intento al suo lavoro di muratura e – Buon giorno! Posso entrare a dare uno sguardo?-

– I lavori non sono ultimati – risolse – solo il restauro murario è stato completato. – Mi osservò e – Comunque entrate pure, fate però attenzione a dove mettete i piedi, mi raccomando.-

Non mi parve vero. Ringraziai, ero davvero felice. M’inoltrai nelle varie stanze del piano terra. Le spesse mura ovattavano ogni rumore che poteva provenire dall’esterno. Mi sembrò di essermi calata in un’altra epoca e… m’inoltrai:

Suore vestite di bianco si aggiravano silenziose tra quelle mura ove regnava una pace stratificata e illusoria che, più che tranquillità dava un senso di vuoto. Una di loro, sotto un grande camino, era intenta a riattizzare il fuoco. Sulla porta un’altra ne apparve con un grande bricco in mano, si avvicinò al camino e lo accostò al fuoco per far riscaldare il latte che sarebbe servito per la colazione.

Al centro della stanza un grande tavolo, con attorno degli scanni, fu ricoperto dalla prima suora con una tovaglia a righe bianche e blu e sopra vi furono poggiate delle ciotole di latta bianca, dei cucchiai e un cestino con del pane affettato. 

Poi, la prima suora scomparve e, appena la seconda suora si avvide che il latte era pronto, suonò una campanella posta al lato del camino e, in fila, delle giovani apparvero andando ad occupare silenziosamente i posti  vicino agli scanni. Rimasero in piedi: “ In nome del Padre, del Figlio …” cominciò la prima suora e le ragazze continuarono a capo chino. Poi sedettero e ognuna ebbe la sua razione di latte.

Sguardi silenti, malinconici sorrisi velati s’intrecciavano su quel tavolo, attente a che la suora non se ne avvedesse. Stavano vicinissime intorno a quella tavola, i loro gomiti si sfioravano eppure parevano lontanissime e nel loro essere s’intravedeva un accorato senso di sconforto.

Mesto un volto più d’ogni altro stava lì ma era come se non ci fosse. Il suo cucchiaio muoveva istintivamente alla bocca e i gesti ripetuti parevano non appartenerle. Il suo sguardo smarrito e vuoto era lontano: in realtà non era lì. Chissà quale nuvola cavalcava, chissà in quali cieli si librava e, lì dentro, non c’erano nuvole, non c’erano cieli…

In nome del Padre…” nuovamente in piedi, pregarono ringraziando il buon Dio del pasto e, sempre in silenzio, com’erano giunte, si avviarono su per una scala. Le seguì. Scomparvero dopo poco ed io mi ritrovai in un lungo corridoio che prendeva luce da alte finestre che davano in un profondo e stretto pozzo luce. Levando lo sguardo si poteva intravedere un ritaglio d’azzurro. Chissà quante di loro si erano perse in quel fazzoletto colorato!

Sul lato opposto del corridoio diverse porte davano accesso ad alcune stanze di varie dimensioni. Sicuramente erano adibite a dormitori o celle. Da una camera mi parve di udire una flebile voce pregare. Passai oltre, non volevo disturbare ma più in là mi bloccò un indistinto lamento, forse un pianto…. M’ avvicinai sommessa a spiare: dalla porta socchiusa intravedi di spalle un’esile figura di donna che, a testa china, lentamente incedeva silente, le mani strette sul grembo lasciavano intravedere una croce e i grani lucenti di una corona del rosario. Lacrime le rigavano il volto e colavano bagnando la corona. Chissà quale motivo l’aveva condotta lì dentro nel bel fiore degli anni! Chissà di quanti sospiri ed affanni era testimone quella stanza e il suo bianco cuscino! Mi riscossi da tanta impressione, proseguii la mia esplorazione: mi ritrovai in un altro corridoio diverso dal primo. Era un camminamento protetto da una balaustra in ferro che s’affacciava su alcuni vani posti all’interno. Mi sporsi e levai in alto lo sguardo.

Ingresso al conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Giovanna Falco)

 

 Lassù una cupoletta, spandeva una luce vivace donando a tutto l’ambiente un tocco da fiaba. Magnifico! Veramente magnifica architettura! Appoggiata alla balaustra  scrutai il piano sottostante: altri vani s’intravedevano: “scenderò dopo “ mi dissi, al momento avevo voglia di salire ancora.

Altri stretti gradini mi condussero in un incavo senza luce. Ci poteva entrare solo una persona. Un insolito sportello tondeggiante, in legno scuro, attirò la mia attenzione. Più che una piccola porta sembrava un mobile incassato nel muro. Provai a muoverlo. Lentamente cedette sotto la mia pressione e allora continuai a ruotare fino a quando non comparve una nicchia. Un brivido m’ invade. Ero sorpresa e un po’ sgomenta: era la ruota. La famosa, antica ruota che accoglieva e distribuiva.

Particolari del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Giovanna Falco)

 

Sapevo che, a Lecce, vicino a questo monastero era esistita una Ruota che accoglieva i neonati non desiderati: io, però, non ne avevo mai vista una. Di questa ruota non ne conoscevo l’impiego. Sicuramente, era l’unico mezzo che metteva le suore e le altre occupanti del Conservatorio, in contatto col mondo di fuori. Emozionata la mia mano, accarezzò quel legno pregno di chissà quanti e quali segreti e piano, piano lo roteai riportandolo nella posizione primaria. Uscii confusa da quello stanzino e seguitai a salire e adagio vagare tra i tanti locali: archi, architravi, cornicioni, nicchie, muraglie e fregi possedevano un fascino straordinario e inducevano a soffermare lo sguardo sulla perlacea e luminescente pietra leccese testimone da sempre di chissà quante e quali vicissitudini!

Interno del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

 

Particolari architettonici del conservatorio di Sant’Anna ( Lecce) (ph Maria Grazia Presicce)

Il mio insolito girovagare mi condusse in un ampio stanzone ancora pieno di cianfrusaglie, tra cui una particolare corona di fiori di latta colorati, appoggiata ad un muro. Ne ammirai estasiata la superba fattura. Ghirlande di fiori multicolori s’intrecciavano. Chissà per chi e perché erano stati intrecciati. Il calice di un giglio si era staccato e giaceva solitario sull’impiantito: lo raccolsi.

 Lo conservo ancora in ricordo di suggestioni e sensazioni che colmarono il mio cuore in quel magico mattino.

 


Tracce

di Maria Grazia Presicce

 

Ecco cosa restava…

Come allora Lisa si aggrappò alla maniglia, ma adesso solo per non dimenticare. La strinse forte nella mano fino a farsi male, mentre i ricordi repentini e irruenti riaffioravano:

“ Lisa! Vai in casa, prendimi il gomitolo rosso che sta nel cesto vicino al telaio”.

Lisa si avviava: ”Nonna, la porta è chiusa…non riesco ad aprirla…”.

“ Dai che ci riesci!… non farmi lasciare il lavoro…”.

Lisa vicino alla porta provava ad aprirla, dapprima spingendola con la spalla, sperando cedesse poi, visto che era proprio serrata da dietro, cercava in tutti i modi di arrampicarsi sulla scanalatura in basso alla porta, per riuscire infine a infilare la mano nel portellino e tirare il saliscendi che serrava la porta dall’interno.

Allora Lisa? ” Insisteva la nonna, vedendo che non arrivava col gomitolo.

Nonna ci sto provando, ma non ci arrivo ad aprire…”.

“ Eh Lisa! Dove non si arriva con la forza, si adopera l’ingegno (1). Ascolta, t’insegno come devi fare. Tieniti, con la mano destra, alla maniglia della porta senza il finestrino poi, puntellati con i piedi sulla scanalatura in basso alla porta “cu lu farcunceddhu” (2) e con l’altra mano reggiti all’imboccatura del finestrino, infila la mano e tira indietro lu manese (3). Vedrai che si aprirà.-

“Nonna, qual è la mano destra? “

“ Ma Lisa! Quella con cui prendi il cucchiaio … “

Lisa si guardava le manine poi, scrupolosamente, eseguiva  ciò che la nonna consigliava ed effettivamente riusciva, senza molta difficoltà, ad aprire la porta e trionfante portare alla nonna il gomitolo rosso.

“ Hai visto com’è semplice riuscirci quando si adopera l’ingegno? L’hai richiusa la porta, non è vero? E, il finestrino lo hai accostato per non far entrare le mosche?”.

“ Sì, sì, nonna”, assicurava Lisa e correva ai suoi giochi sul terrazzo adiacente alla casa, mentre la nonna continuava il suo lavoro a maglia col gomitolo rosso che Lisa le aveva portato.

Tornando ai giochi, Lisa cercava di capire cosa fosse “quest’ingegno” che la nonna le aveva detto di applicare. Lei, non aveva applicato nulla, aveva eseguito tutto con le sue mani.

“ Bah! Chissà cosa sarà mai” si diceva. Non osava chiederlo, però; per la nonna era scontato che lei lo conoscesse.

Dio! Una vecchia maniglia inchiodata su un riquadro di legno fradicio e tanti ricordi piovevano, inondando il cuore di Lisa.

Dal terrazzo della masseria (ph Maria Grazia Presicce)

 

Si trovava ora, Lisa, di nuovo là, sul terrazzo della masseria dei nonni, aggrappata ad una maniglia arrugginita per non perdere il filo, il filo dei ricordi e i ricordi scorrevano vividi e le mani serrate sulla maniglia piano piano allentavano la stretta e l’accarezzavano ed un’ondata di commozione la pervadeva scuotendola intimamente.

Lisa guardava il pezzo di porta, ne osservava le rughe che il tempo aveva tracciato. Tracce, solchi profondi che narravano storie. Tante storie. Chissà, quali traversie aveva sopportato. Chissà cosa aveva visto, con chi aveva vissuto, dopo che Lisa era andata via ed ora… ecco cosa rimaneva della porta della sua infanzia.

La porta scardinata, violata, non esisteva più, ridotta a pezzi era stata bruciata.

Nel camino se ne potevano vedere ancora alcuni frammenti; tizzoni mezzi bruciacchiati e carboni e cenere! Sarà servita per riscaldare chissà quali membra, di chissà quale uomo, di chissà quale razza…

Il camino nella sala da pranzo (ph Maria Grazia Presicce)

 

Restava intatto, però, questo sconnesso riquadro con la maniglia bene infissa nel legno. Una parte dell’intera parte,…la parte centrale.…Il cuore con la maniglia. Ecco, il cuore era nelle mani di Lisa e viveva ancora e palpitava insieme al suo.

Mah! Chi lo sa perché, questo pezzo non è stato bruciato “ si chiese Lisa, e cominciò a fantasticare come al solito. La sua fantasia fervida si perdeva tra mille congetture. Divagava perdendosi nelle “carrareddhe” (4) del presente e del passato, cercando di dare un senso, una spiegazione. Sempre così, doveva ad ogni costo dare un significato alle cose e alle situazioni.

Chissà! Un fuggiasco…un assassino…un evaso…un povero cristo senza casa, senza patria forse, si sarà rifugiato in questo luogo abbandonato…nella casa dei suoi ricordi, nella casa della sua infanzia.

La sua bianca stanza, un covo di gentaglia, forze un ricovero per povera gente in cerca di un riparo, di un po’ di calore.

Lisa sperava che fosse stata brava gente in cerca di calore ad occupare il luogo dei suoi ricordi; per questo, considerò: avranno acceso il camino e bruciato le porte che ora erano tizzoni, carboni e cenere. Prima, però, i pezzi della sua porta avranno scaldato e colorato per un po’ il buio della notte. Le piaceva immaginare questo, un senso di gioia la pervase. Ecco, aveva trovato il senso giusto da dare al suo pensiero.

Strinse a sé il pezzo di porta con la maniglia. Di sottecchi guardò Giuliana. Era grazie a Giuliana che lei, oggi, si trovava lì. Grazie a lei Lisa aveva potuto raccogliere una scheggia d’infanzia dopo aver vagato negli stanzoni vuoti incolori silenti sporchi, pieni di tutto e… di nulla.

Insieme a Giuliana, Lisa si era avventurata con il cuore in tumulto, avanzando silenziosa in quel luogo che non vedeva da tanto tempo.

I muri scorciati sberciati sfregiati mostravano ferite verdastre da cui colava un liquido scuro che, in alcuni punti, si spandeva per poi dividersi in rivoli che si diramavano per l’intera parete annerendola e ferendola.

Le porte e le finestre rimaste, sgangherate e sbilenche, di tanto in tanto cigolavano al refolo di vento che libero s’introduceva e, come un folletto dispettoso pareva seguirle.

Una mezza porta più sbrindellata delle altre, d’improvviso sbatté rimbombando nel vuoto, facendole sussultare.

Il folletto, si diverte” pensò Lisa, ma non osò comunicarlo a Giuliana. Di sicuro l’avrebbe presa per matta. Ma, Lisa sapeva bene che lì, il folletto dispettoso, lu munaceddhu (5) era esistito davvero e forse s’aggirava ancora tra quelle mura infrante.

Tante volte Lisa, nelle belle serate d’estate, vicino ad un falò o sotto il chiaro di luna, era stata ad ascoltare i racconti del nonno, della nonna e della gente che viveva nella masseria: narravano di folletti che si divertivano a fare piccoli dispetti ai bambini, agli adulti ed anche agli animali.

Guai, se ti prende di mira!” profferiva preoccupato qualcuno. Persino ai cavalli si mormorava facessero dispetti, intrecciando di notte le loro lunghe criniere e poi, aggiungevano: alcune volte il folletto ruba la biada ad un cavallo per darla a quello da lui preferito, così il malcapitato rimasto digiuno continuava a dimagrire. “ Bisognava, allora, – suggeriva qualche altro dargli da mangiare di più durante il giorno! Così, lu munaceddru era bello e beffato!” Tutti ridevano a questa trovata che, comunque, veniva presa seriamente in considerazione.

I ricordi continuavano a riemergere impetuosi, galoppanti proprio come puledri. Lisa, però, li tenne per sé. Era certa che Giuliana non ci avrebbe creduto. Intanto, procedevano guardinghe. Si fermò sulla soglia di una stanza, l’abbracciò con lo sguardo:

Ecco Giuliana, questa era la mia camera – indicò. – Là, contro quel muro, c’era il mio lettino di ferro battuto dipinto ocra come le porte. Lì, in fondo, si trovava la grande cassapanca, alta e scura, dove la nonna riponeva la biancheria e dove nascondeva il cioccolato. Spesso il nonno di nascosto lo prendeva e me ne dava un pezzetto. Mi raccomando acqua in bocca. – m’imponeva . – lo sai cosa succede se la nonna lo scopre!

Il cioccolato si poteva avere solo a colazione. Nonno lo prendeva con il caffè. Era tanto goloso il nonno! Quando, però, la nonna si accorgeva che ne mancava, lo rimproverava. Io facevo finta di nulla ed egli, senza replicare, se la rideva sotto i baffi, mi faceva l’occhiolino e usciva lasciando la nonna a “ predicare” (7).

Continuarono ad esplorare la stanza.

– Guarda Giuliana… questo era il ripostiglio. Conteneva lo zinco dell’olio, la capasa (8) delle olive sotto sale, la provvista della salsa, la capaseddha (9) dei fichi secchi con le mandorle, la damigiana del vino…Vieni, vieni a vedere il giardino dei frutti che si vedeva dalla finestra della mia camera…-.

Lisa e Giuliana guardarono oltre la finestra scardinata. Esistevano ancora le mura del fantomatico giardino…solo le mura…il resto era sterpaglia e abbandono e silenzio. Nemmeno gli uccellini cantavano in quella giornata umida di ottobre. Un’ondata di tristezza sommerse Lisa

La finestra (ph Maria Grazia Presicce)

 

Il giardino (ph Maria Grazia Presicce)

 

– Di qua, di qua ! – intimò allora riscuotendosi. – Questa era la nostra sala da pranzo. Vedi com’è grande il camino? Oddio, da piccola mi pareva ancora più grande! Lì nell’angolo, su un tavolino, c’era la radio del nonno. Enorme, con l’occhio magico verde fosforescente. Guai a non posizionarlo bene! Finché non raggiungeva il suo preciso punto focale, si sentivano voci sovrapposte, musiche e scricchiolii vari; quando, finalmente, il nonno riusciva a disporlo esattamente, il verde fosforescente appariva in tutta la sua luminosità e squillante ci giungeva la voce del cronista che annunciava il giornale radio. Non sbagliava mai orario il nonno; era un appuntamento quotidiano quello della radio. –

Silenzio! Sta cominciando il giornale radio, ” ammoniva con la sua voce imperiosa e la lunga pipa in bocca.

Sedeva vicinissimo alla radio, il gomito puntellato sul tavolino, la testa poggiata alla mano e in rispettoso silenzio ascoltava le notizie. A volte, però, si addormentava, sempre la pipa accesa in bocca; Lisa si meravigliava che, pur sonnecchiando, non le sfuggisse dalla bocca.

Antica radio (ph Maria Grazia Presicce)

 

Nonno, ti sei addormentato! “ gli rimproverava Lisa alcune volte che rimaneva a sonnecchiare più a lungo. Egli allora si scuoteva “ ma che dici Lisa, non dormivo: ascoltavo ad occhi chiusi! “

Lei era sicura che dormisse ma non osava contraddirlo.

La radio parlava parlava, lui ascoltava o dormiva e tutti dovevano comunque fare silenzio o parlare a voce bassa perché: “ nonno sente il giornale radio!” Pareva un avvenimento di così grande importanza che tutto il resto passava in secondo piano:-“ aspetta, ne parleremo dopo il giornale radio!” “ Eh no, ora non può venire, sta ascoltando il giornale radio!”

Era il momento più importante della giornata del nonno: l’ascolto del giornale radio.

Era quello il filo magico e trasparente che legava la comunità della masseria al mondo, a quel mondo sconosciuto e virtualmente ricostruito attraverso le parole del cronista, a quel mondo invisibile che Lisa s’immaginava tutto racchiuso all’interno della radio. Così, una volta che riuscì ad eludere la sorveglianza degli adulti, decise di esplorare quel mondo fantastico chiuso nella grande scatola con l’occhio magico!

Quanto tempo, Lisa era rimasta a sognare! Tutto il tempo che il nonno ascoltava il giornale radio lei, in rispettoso silenzio, fantasticava. E lo aveva sognato davvero quel mondo misterioso e lillipuziano!

Si figurava all’interno della radio un mondo in miniatura! Immaginava piccoli omini che si muovevano senza sosta. Folletti e spiritelli curiosi che andavano in giro per il mondo, raccoglievano le notizie e poi le raccontavano attraverso la radio.

Quale fu la sua delusione quando, quel giorno, rimasta sola in casa, dopo essersi ficcata sotto il tavolino e poi sbucata dietro la radio, spiando all’interno vide soltanto un ammasso di fili colorati. Da dietro, nemmeno l’occhio magico, così bello vivido, si vedeva. Decisamente la radio era più affascinante nella parte anteriore!

– Vieni, vieni di qua Giuliana. Guarda! Vedi questi due chiodi vicino alla parete opposta del camino? Qui era appesa la grande piattera (9) di legno, dove la nonna riponeva i piatti con cui pranzavamo tutti i giorni.

I piatti erano di latta col righino blu e in terracotta col galletto al centro e intorno al bordo i fiorellini blu a cinque petali.

Piattaia salentina (da google immagini: http://www.subito.it/arredamento-casalinghi/piattaia-artigianale-salentina-lecce-51411504.htm)

Dispiaceva a Lisa quando la nonna, riempiendole il piatto di minestra, ricopriva il galletto sul fondo; per rivederlo, allora, mangiava in fretta tutta la minestra.

– Ecco Giuliana, in quest’angolo c’era il lavandino di ferro col bacile di latta bianco e la brocca. – Stava all’angolo della porta d’ingresso.

Lavandino in ferro (da google immagini:www.c.cgi.ebay.it)

Appena rientrati dal lavoro gli uomini prima di mettersi a tavola si rinfrescavano e si lavavano le mani. L’angolo in muratura è ora sberciato, non c’è più il lavandino dei sogni di Lisa, non c’è la piattera, non ci sono gli arazzi con i paesaggi veneziani e le gondole, non c’è il grande quadro del Sacro cuore di Gesù…ci sono solo i chiodi e al posto della piattera ci sono dei disegni osceni fatti con pezzi di carbone. Anche gli altri muri sono imbrattati di scritte e disegni osceni. Al posto degli arazzi e dei quadri di Santi, imperano le oscenità. Sono i graffiti moderni…dicono.

I graffiti moderni

 

– Vieni Giuliana, andiamo fuori! –

Quasi si vergognava Lisa di far vedere a Giuliana tanto squallore e tanta volgarità. Si sentì, d’un tratto, a disagio tra quelle mura violate che sembrava la rimproverassero. Sono le mura che hanno sentito i suoi strilli di bimba, le prime risate, i primi canti stonati intonati insieme agli zii, al nonno, alla nonna.

– Dai! Vieni Giuliana. Usciamo!- intimò, anche se il varco non aveva più la porta. Erano rimasti attaccati gli stipiti con alcuni chiodi traballanti, ma della porta di legno nemmeno l’ombra!

Fuori Lisa si guardò intorno. Il lanternaio, al centro del terrazzo, che serviva a dare luce al frantoio nuovo, era ora rotto, invaso da un arbusto rigoglioso di fico. I muretti resistevano ancora, la colombaia era stata derubata di alcuni fregi, l’alta torre era ormai ridotta ad un ammasso di pietre informi…nessuna delle varie stanze che davano sul terrazzo aveva più la porta. Erano bocche aperte che gridavano, urlavano tutta la loro disperazione…gemevano, ma solamente Lisa sentiva i loro lamenti mentre continuava a volgere, inquieta, lo sguardo intorno.

D’un tratto con un piede aveva urtato qualcosa…aveva abbassato lo sguardo e, toh! Un avanzo di legno…un pezzo di una delle porte. Lisa lo aveva preso in mano con delicatezza come fosse di cristallo prezioso. Osservandolo ne aveva sfiorato la superficie come accarezzandolo. Un ragnetto, d’improvviso, era fuoriuscito da una fessura e smarrito era fuggito sul piano in cerca di un’altra crepa in cui nascondersi e poi alla fine si era calato attaccato al suo filo lucente. Lisa ne aveva seguita la discesa. Appena giù, il ragnetto aveva ripreso la sua corsa furibonda alla ricerca di un altro riparo. Lei aveva continuato ad osservare il suo prezioso avanzo di legno… c’era anche la maniglia di ferro arrugginito, ma immutata.

– Guarda Giuliana, è un pezzo della porta d’ingresso. Un pezzo della porta della mia infanzia….-

– Tienilo come ricordo, – Aveva suggerito Giuliana – è giusto che lo porti con te e trovi il modo di farlo rivivere. Sicuramente lo farai rivivere. – Sorrise. Lei ne era certa.

– Giusto, Giuliana. Ti prometto che rivivrà. Lo farò rivivere con tutta la sua storia. Lo riporterò al suo antico splendore.-

Era una promessa e Lisa sapeva che avrebbe fatto di tutto perché fosse mantenuta.

La promessa è promessa; e quella era più che una promessa. Era un fioretto, come quello che la nonna le ingiungeva di mantenere da bambina alla fine delle preghiere:

Fai un fioretto a Gesù Bambino. E… mi raccomando sforzati di mantenerlo!”

Che fioretto devo fare, nonna? “

“ Promettile quello che vuoi. Basta un piccolo sacrificio. Per esempio… che non mangerai il cioccolato di nascosto col nonno ”.

Lisa guardava la nonna che le sorrideva, poi faceva il fioretto e s’imponeva di mantenerlo per non scontentare Gesù che dall’alto del quadro, nella sala da pranzo, la guardava e la seguiva sempre con lo sguardo.

Il quadro del Sacro Cuore (ph Maria Grazia Presicce)

 

Ora Lisa, come allora, avrebbe mantenuto il fioretto; avrebbe fatto di tutto per dare ancora vita a quel pezzo di legno sghembo e sgretolato.

Con quella promessa nel cuore, si era avviata insieme a Giuliana uscendo da quel luogo di memorie in cui tutto le parlava di affetti, di tenerezze che avvertiva ancora impellenti sulla pelle mentre stringeva nella mano la maniglia “ti lu farcunceddhu” della porta della sua infanzia.

Lu farcunceddu della porta della mia infanzia: opera Libro d’artista, tecnica mista di Maria Grazia Presicce

 

 


1 L’intelligenza

2 Con lo sportellino

3 La maniglia

4  I sentieri

5 Il folletto

6 Termine dialettale che indica il parlare con veemenza disapprovando un comportamento.

7 La giara, contenitore in terracotta

8 Piccola giara

9 La piattaia

Un luogo: l’infanzia

di Maria Grazia Presicce

La luce m’inonda come allora, come quando da bambina uscivo sul terrazzo e la luce mi pioveva addosso improvvisa e mi avvolgeva dolcemente proiettando la mia ombra piccina piccina.

Il sole come allora accompagna i miei passi, la mia ombra ora mi sovrasta, non è più piccina piccina e mi precede sicura guidandomi, esortandomi a procedere. Improvvisa scompare e mi si riavvolge attorno quando, timorosa, varco il limitare di una porta sgangherata. La penombra allora m’invade e mi penetra insieme ad un tanfo di chiuso, di umido, di fradicio.

Circospetta avanzo, mentre solo i ricordi mi spronano ad andare oltre e illuminano quella penombra, quella desolazione che ora occupa e incombe sulle mura scorciate, sulle porte sbilenche, sugli stipiti infranti, i pavimenti violentati, le finestre violate coi vetri rotti invase da rami di fico che pendono inerti e danno però un bagliore di vita e di colore a tanto sfacelo, a tanto silenzio.

Ma, il silenzio, la desolazione non fa parte dei miei ricordi che vividi e imperiosi riaffiorano e non mi fanno vedere più il buio e non vedo più squallore e non sento più silenzio:

“Lisa….Lisa è arrivata! Vieni, vieni a salutare il nonno, gli zii, Mesciu Guido …”#

E’ festa intorno a me, c’è tanta allegria fatta di saluti, di abbracci, di sorrisi che si diffondono nella penombra rischiarata dai lumi a petrolio e ad olio e dalla fiamma del camino che sprizza e sfavilla

e anch’essa lieta partecipa e saluta l’arrivo di Lisa e dei suoi fratellini che vispi e gioiosi corrono chi di qua chi di là a salutare e poi sgattaiolare e spiare, curiosare colorando e riempiendo di festosità tutto l’ambiente, mentre il cavallo bendato lento e silenzioso continua a girare la macina nella vasca dove alcuni uomini versano canestri di olive nere e mature.

C’è profumo di tutto qua dentro: profumo di muffa, di olive schiacciate, di olio, di fumo, di lavoro di onestà e d’amore e il cavallo gira, gira mentre gli uomini si affaccendano a caricare la pressa di fisculi colmi di polpa schiacciata e l’olio abbondante e lucente cola prepotente nel tino sottostante.

I barili pieni, in fila, attendono d’essere portati via e sembrano soldati nella loro luccicante armatura pronti a marciare.

“Lisa! …Lisa! Vieni di qua, stiamo abbrustolendo il pane”.

E’ Mesciu Guido che chiama a raccolta tutti. Lisa corre insieme ai suoi fratelli e siedono vicino al camino intorno ad un tavolo, dove troneggia un piatto colmo d’olio mosto. Ognuno intinge il suo pezzo di pane nel piatto e mangia incurante delle gocce che gocciolano lordando le mani e spesso anche i vestitini.

Che sapori che allegria, quanta serenità!

Le fragranze avvolgono e inebriano: è profumo d’altri tempi è profumo di semplicità, è piacere di poco e di tanto, è gioia fatta di sincerità e tanta schiettezza, mentre la fiamma scoppietta allegra sotto il camino e si accompagna ai nostri giochi, alle nostre risa al nostro parlottare incessante e irruente sotto lo sguardo affettuoso del nonno che sorride sotto i baffi.

Gesù! Un mare di ricordi m’inonda.

Una stanza desolata e vuota, la sua soglia sconnessa, un’imposta ciondolante e il camino ora murato…

Lacrime lente e incontrollabili scivolano sulle mie guance, vorrei ma non posso, non riesco a trattenerle. Colano inconsapevoli, solitarie e vanno insieme ai miei ricordi e mi accompagnano di là di un’altra soglia… mi ritrovo nel cortile…

“ Lisa corri, corri! .. scendi nel cortile, vai a prendere le foglie  del “tiraesana”, la zia si è fatta male col coltello. Corri! Fa presto!”

Scendevo allora di corsa le scale e andavo nel cortile dietro il forno, dove cresceva spontanea la pianta del tiraesana e delicatamente ne coglievo le foglie tenere e vellutate. Stavo accorta a staccare quelle larghe e verdi per non rovinare le foglioline più piccole.

Le staccavo una ad una tirandole leggermente in giù come mi aveva insegnato nonna e le ponevo nella mano libera una sull’altra. Tre o quattro aveva detto nonna. Le contavo e di corsa tornavo sopra e la nonna aiutava la zia a medicarsi mettendo le foglie sulla ferita: “ così rimargina prima ” Diceva, e a me allora sembrava una pianta magica.

Ora quella pianta magica era ancora lì con i suoi fiorellini gialli sulle punte dei rametti che sembravano sorridermi e invitarmi ancora a cogliere le foglie… ma, la ferita da rimarginare adesso era troppo grande, troppo estesa e tutte le foglie non sarebbero bastate.

Almeno lei, però, era sempre la stessa, mi sono limitata ad accarezzare i calici gialli sperando che nessun veleno evoluto l’abbia intaccata così potrà continuare a moltiplicarne la specie per sempre per sempre per sempre… Mi rallegra questo pensiero, mi dà gioia vederla vivida e vitale ma, la mia gioia dura poco allorché supero il varco del giardino recintato. Quanto sfacelo mi accoglie! Non è più un giardino di piante di fiori di frutti. Ora è un ammasso di pietre di cianfrusaglie, di ossa. Più che un giardino è una discarica e vicino al forno accanto alla grande macina del frantoio è stato allestito addirittura un mattatoio clandestino! E’ ben segreto, in effetti, questo luogo per prestarsi a simili sconcezze.

Adesso vedere tutto ciò mi fa quasi paura. Paura che da un momento all’altro qualche losco figuro possa saltare fuori….lentamente e quasi in punta di piedi torno indietro. Un brivido mi attraversa allo sbattere di una porta. Varco la soglia della penombra ed esco all’aria. Non c’è nessuno. Il silenzio e il bagliore del sole continua a sovrastare su tutto, su me, sul fabbricato sberciato violato e in parte crollato e le pietre ammucchiate in cumuli informi e altre sparpagliate mi guardano e mi appaiono tristi nel loro splendore sotto il sole.

Una lucertola fa capolino da sotto un sasso sul mucchio, gira lesta il suo capino e scompare per ricomparire poco più in là sotto un altro sasso.
Pietre sparse e sformate che facevano parte del grande torrione rifugio di colombi, di barbagianni, di civette e nidi di rondini in primavera… e ora? Il ricordo impetuoso mi riporta sul terrazzo formato da quei sassi e mi rivedo bambina correre felice sulle chianche arabescate dai muschi ed affacciarmi al muretto formato da quei sassi che ora giacciono muti e solitari e urlano la loro sventura e paiono rimproverarmi.

Ma, che potevo fare io sola contro l’incuria e la testardaggine di tanti? Eppure sarebbe bastato poco, tanto poco, lo so, ma non ero sola e non potevo decidere per tutti. Vorrei, avrei voluto salvarvi…  lacrime continuano ad inondare il mio viso e colano e mi giungono in bocca e sono amare, amare come la disperazione di quei cumuli confusi sommersi di luce, di quella luce che sommerge anche me. Mi chino a prenderne uno e poi un altro ed un altro ancora,…li porterò con me……ma mi pare d’un tratto di udire le grida di tutti li altri che mi pregano di portarli via…vorrei poterli prendere tutti, vorrei poterli tutti abbracciare mentre le lacrime continuano a scorrere e colano irrefrenabili sui sassi ai miei piedi.

Ho il cuore colmo di tristezza, vorrei poterli dare l’antica forma, ridarli la vita, vorrei, vorrei, vorrei…Ne stacco dal cumulo solo tre e li abbraccio e li porto con me ed è come abbracciarli tutti quanti, proverò a ridarli vita, resteranno con me, per sempre. Nel mio ricordo sono sempre vive ed ora sono già vita perché sono ancora con me e fanno ancora parte di me.


“Le Pentite” nell’istituto Buon Pastore a Lecce

 

di Maria Grazia Presicce

 

” ………allora mi stavi dicendo, che andavate ad ascoltare la S. messa e partecipavate a degli spettacoli all’Istituto del Buon Pastore dove si trovavano le pentite.”

Si, si. Ci divertivamo tanto! Che belle serate trascorrevamo!Organizzavano davvero bei spettacoli alle pentite“.

Sorride ricordando.

” Ma chi erano queste pentite, nonnina? ” domando curiosa.

Ma come chi erano? ” Mi fa. ” Le pentite erano le pentite“, e resta in silenzio rivolgendomi uno sguardo stupito.

Le sembra strano che non capisca. In effetti, per lei quel termine è indicativo di tutto. Mi accorgo che non vuole parlarne e provo ad aggirare l’ostacolo.

” Si, si, ho capito; ma io volevo sapere perché le chiamavate pentite“.

Perché…mhhmmhm. erano…. signorine ( muove la testa e fa una smorfia di disgusto con le labbra ) che si erano comportate male, nell’istituto venivano educate a comportarsi bene e dopo, se si ravvedevano su ciò che avevano commesse, potevano ritornare in famiglia.

Mi rendo conto che la nonnina è un po’ restia a parlare dell’argomento “comportamento delle pentite” si sente a disagio, la vedo in imbarazzo; infatti, già quello che mi ha detto le sembra troppo, lei è tanto religiosa e le duole parlare male di qualcuno.

Eh! Povere ragazze, che il Signore le perdoni.” Mormora, sperando così di mettere anima e coscienza in pace.

 

Mi affretto a proseguire facendo la finta tonta: ” Ora mi è chiaro; quindi le signorine che in famiglia erano maleducate e magari non seguivano i consigli dei genitori, venivano isolate in quel collegio”.

Ma che stai dicendo! No, non è così. Si trovavano là dentro perché si dovevano pentire di quello che avevano fatto“.

” Ma insomma, che cosa avevano combinato per meritare di essere relegate in quel posto?” sbuffo sempre più fintatonta, cercando di stuzzicare la mia nonnina pudica. So che lei, col suo riserbo mai mi direbbe che l’istituto accoglieva ragazze minorenni che erano state scoperte di avere relazioni sentimentali o con uomini sposati o con uomini che la famiglia non gradiva. La mia nonnina mai parlerebbe esplicitamente di queste problematiche.

Provo allora in altro modo ad avere spiegazioni sull’argomento.

” Non sto capendo … – continuo – ma, venivano affidate all’istituto ragazze di malaffare o altro tipo di ragazze ?”

Si , si , ora hai capito bene, proprio loro. Erano ragazze giovanissime, tutte minorenni“.

Si blocca pensierosa, poi : ” Però, non tutto l’istituto era occupato da ragazze disonorate. Loro occupavano solo la parte retrostante, nei locali anteriori invece venivano ospitate le orfanelle e le bambine o ragazze che avevano dei problemi in famiglia. Le suore si prendevano cura di loro“.

Mi rendo conto che la mia nonnina ha cambiato discorso, non le piace proprio parlare delle pentite, io invece che voglio tornare sull’argomento domando: ” ma le ragazze dei due istituti potevano frequentarsi?”

Ma che dici?” – Mi fa irritata. So di averla punta nel vivo e di aver provocato la sua ira, infatti, continua risentita, – ” secondo te, le pentite potevano incontrarsi con le altre persone?”

” E che ne so! Pensavo che siccome vivevano tutte là dentro potevano anche stare insieme qualche volta. ”

Ma no, ma no. Le pentite rimanevano sempre nei locali di dietro . I due istituti erano separati. Le suore le tenevano continuamente impegnate sotto la loro sorveglianza.”

” E che tipo di lavori svolgevano?” chiedo, vedendo che di questo è più propensa a parlarmi.

Noi, – mi fa – abitavamo allora in una casa al primo piano, proprio di fronte al giardino dell’istituto e dal balcone vedevamo queste ragazze che spesso lavoravano nell’orto. Zappavano, piantavano le verdure, tiravano l’acqua dal pozzo e innaffiavano; altre poi si dedicavano ai lavori interni dell’istituto, lavavano i panni, stiravano, cucinavano e questo sempre sotto il controllo delle suore che non le lasciavano un attimo sole.

Si sofferma, mi guarda con aria furbesca – ” Però, a volte accadeva anche che riuscivano a scappare”. 

” E come facevano a scappare se erano guardate a vista dalle suore?” chiedo.

” Eh!… Scappavano di notte, saltando il muro di cinta di fronte alla nostra casa”. Noi a volte ci accorgevamo, ma facevamo finta di nulla:   succedeva allora un parapiglia generale all’interno quando il fatto veniva scoperto. Tutto l’istituto veniva messo in subbuglio e rovistato da cima a fondo, dopo le suore diventavano ancora più severe”.

” Ma le suore erano le stesse che si occupavano anche delle orfanelle?”

Si si, erano le stesse. Solo che nella parte anteriore c’erano i laboratori dove le suore insegnavano alle ragazze a ricamare, a cucire, a fare il filet, lavorare all’uncinetto, a fare la  maglia e tutte erano occupate in questi lavori. Facevano dei lavori bellissimi che poi vendevano all’esterno”.

” Ci sei stata tante volte all’interno dell’istituto nonnina? ” –

domando vedendo che è più disposta a parlarmi delle orfanelle.

Si. Ci andavamo spesso. Ho anche conosciuto una ragazza che è cresciuta là dentro e che si è sposata ed ora ha una bella famiglia. . Aspetta……, ora ti faccio vedere una cosa.”

Così dicendo si alza e si dirige verso una cassapanca, ne toglie i vari portafoto che sono poggiati sul ripiano, piega perfettamente la tovaglietta di pizzo e apre stando attenta a fissarne l’apertura con un bastoncino di legno posto sul lato del baule.

Con movimenti lesti e sicuri cerca tra la biancheria e infine tira fuori un lenzuolo, lo spiega e m’invita ad ammirare: “guarda com’è bello ? Questa è la mia prima “portata ” . Mia madre l’ha comprata dalle suore, proprio dalle suore delle pentite. Vedi quanti punti differenti di ricamo ci sono? Questi, invece li ho ricamati io.” – mi dice compiaciuta indicandomi degli asciugamani di lino.

” Belli, sono veramente straordinari, – affermo sincera, – ed anche questi che hai fatto tu sono bellissimi”.

Osservo con meraviglia In effetti, sono lavorati proprio con maestria, sono veramente cose d’altri tempi! Sul lenzuolo ricamato in rilievo si legge ” Sempre Uniti “.

Lei vedendomi affascinata e stupita continua: ” eh! prima tutte le ragazze sapevano ricamare, io anche il filet so fare e continuo a farlo“. Così dicendo apre un sacchetto bianco appeso alla spalliera della sedia e mi fa vedere il lavoro di filet che sta portando a termine.

Prendo in mano con somma delicatezza la reticella che si srotola improvvisa tra le mie dita: “ dio, cosa ti ho combinato! ” esclamo dispiaciuta d’averle ingarbugliato il lavoro.

Non ti preoccupare, non è accaduto nulla, – mi rassicura tranquilla, poi lo riprende e rimettendolo a posto mi fa, quasi per scusarsi: ” sai, per non tenere le mani in mano(3

), mentre guardo la televisione lavoro un po’ ogni pomeriggio. EH! Purtroppo non posso lavorare molto, la vista non mi accompagna più tanto bene!”

La guardo con affetto mentre lei s’affretta a ripiegare e riporre le lenzuola e gli asciugamani. E’ veramente tenera la mia nonnina!

Ah! Dimenticavo di dirvi che ella ha 94 anni, vive da sola, e ogni tanto giusto per farsi una passeggiata va a comprare il pane in Piazza Sant’Oronzo: ” sapessi com’è buono il pane di quella panetteria! – mi dice, sorridendo soddisfatta.

 

La storia verosimile della “Casa del capitano”. Nel Parco Porto-Selvaggio – Palude del Capitano

di Maria Grazia Presicce

 

Tanti, ma tanti anni fa un Capitano dopo aver navigato per tutti i mari e tra tutti i venti  un bel giorno decise che per lui era giunto il momento di mettere a riposo le sue membra e il suo vascello e avere finalmente una fissa dimora. Il suo continuo girovagare, purtroppo, non gli aveva consentito  di formarsi una vera famiglia. Gira di qua e gira di là di donne ne aveva conosciute e amate tante ma nessuna era riuscita a fermare la sua voglia di viaggiare e navigare.

Ora però era davvero stanco  e desiderava mettere i piedi per terra definitivamente. Aveva tanto pensato   a questa eventualità e si era detto che pur fermandosi  non sarebbe rimasto in un paese ma avrebbe cercato un luogo più consono alla sua natura libera e solitaria. Soggiornò per un po’ nel suo paesino d’origine e, a maggior ragione, si convinse che quella vita non faceva proprio per lui. Gli sembrava una vita vuota senza stimoli, senza avventure. Le giornate scorrevano oziose ed uguali. La gente del paese era avvezza a quella staticità che a lui sembrava una prigione, anche  il sole il mare il vento si placavano e stazionavano immobili e fiacchi tra le strade del paesino. Era lieto quando finalmente  il vento imperversava furioso e accumulava le nuvole o il tuono irrompeva improvviso  e scuoteva la terra e gli uomini dal loro torpore. Il vento era vita per lui, correva e fischiava, rincorreva le nuvole e le vele spingeva e affrontava avventure  e pericoli. Conosceva tutto lui dello spirare dei venti:  ne percepiva i respiri, gli affanni,   i segreti, le sue virate  improvvise,  il repentino placarsi.

 

Gli bastava chiudere gli occhi per ritrovarsi lì sull’immensa prateria blu al ritmo del fragor  delle onde e del fischiare del vento. Era quella musica che gli mancava e che ora avvertiva impellente mentre il temporale infuriava. Si riscosse. No, non poteva vivere di ricordi. Si sentiva ancora forte, pieno di vigore e di voglia di fare.   Gli mancava il suo mare, con il suo incessante movimento.

Aveva immaginato anche di poter vivere su un  barcone vicino al mare che gli avrebbe consentito di dedicarsi alla pesca e di non farlo sprofondare nella   nostalgia dei suoi viaggi. Si rese conto, però, che la vita sulla barca non era fattibile, cosicché risolse di cominciare ad esplorare la costa, perché lungo la costa era sicuro di trovare ciò che cercava.

Il  contatto con alcuni militari della zona lo aiutò nell’impresa. Da loro, che si recavano a fare esercitazioni militari in zone impervie e quasi irraggiungibili, ebbe notizia di un luogo meraviglioso   a ridosso del mare che si poteva  raggiungere,però, solo a piedi. Chiese indicazioni e così un bel giorno prese la decisione di avventurarsi .

Partì, naturalmente a piedi, un bel mattino all’alba. La direzione indicatogli era quella tra la torre di San’Isidoro( santusidru) e quella di Torre Inserraglio ( nsirragghia). La zona incantevole si trovava proprio nel mezzo. Camminò e camminò e dopo ore di cammino giunse finalmente su un’altura: era una serra. Da lassù la vista del mare s’imponeva allo sguardo. A quella visione   il capitano si bloccò . Sedette su una pietra e lasciò che lo sguardo affogasse nello sterminato blu che s’adagiava in fondo alla valle.

 

Campagna assolata, macchia selvatica e mare ,tanto mare… il suo mare. Respirò a pieni polmoni quell’aria limpida, fresca e selvaggia come lui. Non si vedeva ombra d’uomo andare, di tanto in tanto il cinguettio degli uccelli nei loro voli radenti e il fruscio solitario del vento tra le piante di lentisco, di mirto, di timo, di olivastri. Null’altro in quello sterminato paradiso! Pareva davvero un luogo incantato al di fuori di tutto e di tutti. Si levò allora in piedi e volgendo lo sguardo intorno immaginò di abbracciare l’intero spazio. Da una parte si scorgeva una torre, dall’altra quell’altra. Erano le torri che li avevano indicato. Con sorpresa notò che la fascia di natura  che circondava la torre alla sua destra appariva più folta e rigogliosa, non riusciva a spiegarsene la ragione per cui decise di dirigersi da quella parte. S’incamminò accelerando il  passo, la discesa del terreno lo facilitava nell’andare spedito. Così in poco tempo giunse ai piedi della serra e s’addentrò nella macchia . Procedeva facendosi largo con le mani tra gli alti lentischi ed i mirti, d’un tratto una limpida conca d’acqua tra due pungenti giunchi attirò la sua attenzione e lo fece fermare.

 

Si chinò e immerse  le mani poi, d’istinto si rinfrescò il viso ed il collo. Era freschissima e … grata quell’acqua non sapeva di mare anche se era salmastra. Riprese il cammino e man mano che andava altre conche scopriva tra i lentischi ed i giunchi finché si trovò dinanzi un piccolo e trasparente laghetto.

 

 

Rimase stupito di tanta bellezza. S’arrestò conteso tra mille emozioni : aveva trovato il suo luogo, era lì che voleva restare per ritrovare l’incanto di una vita serena e continuare a viverla senza rimpianto. E fu così, forse, che questo magnifico luogo si chiamò “  Palude del Capitano”.

 

 

IL BISSO O LANA-PENNA

di Maria Grazia Presicce

Nell’era della globalizzazione arti e mestieri sono stati messi quasi in disparte dall’offerta massificata di manufatti provenienti dal mercato internazionale;  questo ha fatto sì che antiche arti manuali siano completamente scomparse sul territorio nazionale. E’ quanto è accaduto, in particolare,  nel Salento per l’antica e rinomata lavorazione del bisso detto volgarmente seta del mare. La lana-penna, infatti, proviene dal mare e si ricavava  da un mollusco presente nelle acque del mare della Puglia, la Pinna nobilis e la lavorazione della sua prestigiosa fibra pare fosse prerogativa delle donne salentine1.

http://media.photobucket.com/image/pinna%20nobilis/federico/Underwater/Shells.jpg

Purtroppo oggi le cozze penne sono divenute quasi introvabili, la loro pesca, bisogna dire per fortuna, è illegale e di conseguenza pure il semplice nesso lana-penna è caduto nel dimenticatoio. Eppure anticamente il nostro mare doveva pullulare di questi esemplari che, oltre che per la preparazione di squisiti piatti, venivano utilizzati per ricavarne e lavorarne il prezioso ciuffo, il già detto bisso o seta del mare.

http://www.chiaravigo.com/wordpress/il-bisso
http://www.tuttocitta.it/guida/carbonia/foto

Non so se questa specie di mollusco al pari delle cozze nere si possa coltivare. Se così fosse non guasterebbe che qualche volenteroso s’adoperasse a riprenderne la produzione: in un periodo di profonda crisi del lavoro il rilancio di un artigianato che ristabilisce il contatto con le peculiarità territoriali, senza prescindere dal loro utilizzo rispettoso dele esigenze naturali, dovrebbe essere riconsiderato  e chissà se la riproposta della lavorazione della  lana-penna non potrebbe divenire un’opportunità per il territorio salentino, magari abbinando la sua lavorazione alla tessitura delle altre fibre naturali presenti sul territorio.   Mi rendo, comunque, conto che non è cosa facile, data la competizione con i manufatti industriali che sono stati la causa principale della perdita dell’artigianalità in genere, oltre che dell’appiattimento del gusto artistico. Purtroppo l’invasione dei manufatti industriali, omogenei e senz’anima, ha contribuito a far anche sparire la manualità e la creatività. Dovrebbe essere compito della scuola individuare e coltivare qualsiasi talento, fornendo ai giovani le basi da cui partire per ridare valore alla manualità (che non sia sinonimo di avvilente, passiva esecutività) e, ancor prima, forse, attrezzarli per non cedere, loro per primi,  alle lusinghe di un mercato prono alle leggi di un bieco profitto e far capire che sporcarsi le mani in senso reale è infinitamente più nobile che sporcarsele in senso metaforico, per quanto in quest’ultimo caso spesso lo sporco stenta ad essere visibile e, perciò, perseguibile…

Contemporaneamente (altrimenti si mette in campo il solito, sterile gioco dello scaricabarile) dovrebbe intervenire il sistema politico,  promuovendo il prodotto artigianale su un vasto reticolo di relazioni culturali tra i vari paesi, favorendo   il commercio   dei manufatti e lo scambio reciproco  di esperienze degli artigiani, come oggi si dice, dell’area euro, ma solo di quelli veramente bravi…

Visitando alcune delle poche botteghe superstiti dei nostri paesi, mi ha colpito il clima di solitudine che vi aleggia, nel senso che l’unica presenza umana è quella del titolare. Ricordo che fino a pochi anni fa questi erano luoghi affollati di ragazzini e giovani che nella bottega (specialmente nel periodo di chiusura scolastica) trovavano un punto di ritrovo oltre che di insegnamento/apprendimento. Tutto questo ora è scomparso e la desolazione ed un innaturale silenzio la fanno da padroni. Le cause sono certamente molteplici e non ascrivibili tutte a questo o a quell’attore: da un lato l’avversione dei ragazzi all’approccio a qualsiasi tipo di attività artigianale e la progressiva, inesorabile scomparsa dell’antico e benefico rapporto tra maestro e apprendista. Questo rapporto nel tempo si è svalutato a causa del costo della mano d’opera e di tutti i cavilli legali a cui  il maestro è costretto ad assoggettarsi per non incorrere nell’illegalità. Le varie, a volte complesse, capziose, per non dire demenziali, procedure burocratiche contribuiscono a far desistere il maestro artigiano dal prendere in bottega apprendisti da avviare alla sua arte, ammesso che, per quanto s’è detto, ce ne fosse qualcuno disponibile. Si dovrebbe fare in modo di facilitare l’inserimento dei ragazzini in bottega, cosicchè stimolando la loro creatività e manualità, essi potrebbero essere avviati alla realizzazione di un metodo progettuale ed anche all’acquisizione di una propria capacità critica ed estetica che li approccerebbe all’innovazione del prodotto artigiano e quindi alla rivalutazione e al rilancio economico dello stesso. Rivalutare l’artigianato e l’arte sarebbe davvero un valore aggiunto per questa moderna società e la riscoperta della lavorazione del bisso potrebbe essere un esperimento da non sottovalutare. Ma, prima ancora di rivisitare il passato, bisognerebbe proteggere il presente, anche perché l’’interruzione nel ricambio generazionale anche in questo campo avrà esiti nefasti: passati, infatti, a miglior vita i maestri che non hanno fatto in tempo a trasmettere il loro sapere e saper fare, non ci sarà la cosiddetta “scuola”, così come quella genericamente intesa, senza virgolette, è da tempo morta e sepolta…

Deutsch: Das Bild zeigt die Schalen einer Edle...
Deutsch: Das Bild zeigt die Schalen einer Edlen Steckmuschel. (Photo credit: Wikipedia)

È una magra consolazione scoprire che delle problematiche relative alla rivalutazione dell’arte del bisso si era occupato il dott. Cosimo De Giorgi in due articoli apparsi su Il cittadino leccese. Nel primo del 2 marzo 1867 così scriveva (ho aggiunto, e questo vale anche per l’altro testo, solo le mie note di commento):

All’esposizione internazionale di Parigi sono stati, non è guari, inviati dalla nostra Commissione provinciale i prodotti tanto grezzi, che lavorati della Pinna rudes, e della P. nobilis: detti dagli antichi e dai naturalisti bisso: dai moderni tecnologi Lana-penna. Su questi prodotti, richiamo oggi l’attenzione dei miei concittadini, perché se non esclusivi in Italia sono almen propri, delle nostre Jonie costiere: ed è bene, che tutti ne conoscono l’origine, l’uso , ed il valore industriale. Qualche rapido cenno storico naturale sul mollusco generatore della Lana-penna. Il mondo vivente nell’Oceano, non è men ricco di preziose sostanze, utili alle scienze, alle arti, ed allo svolgimento dell’umano progresso, di quello che solca l’aere profumato della nostre valli litorane;o chè si muore, sente e respira sul breve guscio solido del nostro Pianeta. – L’occhio scrutatore si spinge baldo e ardimentoso a disvelare i misteri, che si nascondono fra i banchi contornati di corallo, fra gli eterni fiori di pietra delle isole madreporiche, fra gli scogli e le sabbie conchilifere, che formano il substrato delle acque. Il velo azzurro delle onde non è pel naturalista un diaframma impermeabile, ma una lente: ed egli se ne serve per scoprire la natura in esse guizzante, o lentamente moventesi o fissa; e stabilire le leggi e studiare in modi diversi coi quali in essa la vita si propaga e si svolge – ci passa davanti lo stuolo numeroso degli enormi cetacei, tanto ricchi di tradizioni storiche e di superstizioni, quanto utili all’uomo per prodotti primi e secondari: mondo popolato dai poeti; sconosciuto ai naturalisti fin quasi al secolo XVI. Uccelli, rettili, e batraci, son tutti regni della natura, che hanno nel liquido elemento i loro rappresentanti in parte oggi dispersi, in parte disseminati sulle terre argillose delle nostre marne e delle nostre crete subappenniniche: giganteschi esemplari e mirabili di una fauna estinta o ignota. E qui l’orbe organizzato dei mari ci si schiude in tutta la sua pienezza, e con speciali condizioni organiche necessarie alla vita  nelle onde, ci delinea nuovi ordini di viventi: i pesci, i crostacei, i molluschi; questi più numerosi degli altri due, sia nelle epoche paleontologiche, che nelle moderne: non pertanto utili tutti come alimento all’uomo, e pel tecnologo nei loro prodotti secondari. I raggiati, gli infusori, i protozoari, ultimo gradino della vita animale, popolano quei vasti bacini, siccome flora che ne smalta le immense, deserte e profonde vallate , ignare della burrasca, che talora infierisce negli strati superiori. Quanta vita, quanta ricchezza nell’oceano! Eppure dirò col ch. Lessona  che “ poco assai è quello che si conosce intorno agli animali marini, rimpetto a quello che  resta ignoto; che appena della vita del mare si sa un po’ più di quello che vegeta e striscia, o guizza presso le spiagge e a poca profondità”- oh si facesse almen conto di questo, aggiungerò io: che le arti e l’industria nazionale assumerebbero nuovo incremento, del pari che il progresso materiale della società. Volgiamo ora un colpo d’occhio al nostro mediterraneo: solleviamo la cerulea frangia dei nostri golfi ameni e ridenti dello Jonio, ed osserviamo alcuni molluschi. Voi li troverete analoghi a quelli delle coste tirrene della Calabria e della Sicilia, tranquillamente cullatisi nel breve giro dei seni marini, o nei limpidi laghi di acqua salsa, quasi a schermo della bufera: non li cercate nell’Oceano, perché in esso danno luogo ad altri confratelli, di specie diversa, ma che pur rivestono analoghe apparenze.  Una corrente di acqua  dolcemente calda e quieta, ecco il loro clima: un fondo ghiaioso, conchifero o di sabbie fini tranquille, e il loro suolo: lo stomaco e gli intestini discretamente sviluppati, ne insegnano che le alghe, i fuchi, i licheni e qualche infusorio sono il loro alimento: un piccolo crostaceo che si innicchia nel loro guscio, e colle sue otto zampe agguanta e lacera un lembo del mantello, mentre con due tentacoli aguzzi ferisce a morte, ecco il loro nemico. E l’uomo compie bene spesso l’opera della distruzione, sembra favorirne la moltiplicazione. Un corpo triangolare allungato grossetto, con organi e sistemi necessari alla vita animale; avviluppato in un mantello or bianco or rosso, epidermico chiuso al di sopra da un’appendice addominale, solcata nel mezzo, fornita di bisso alla base una conchiglia di variabile grandezza e colore a seconda degli individui, dell’età, e della specie diversa: eccovi in breve alcune apparenze microscopiche facilmente riconoscibili nei molluschi del genere Pinna. Il fulgido elmetto dei soldati romani dal quale veniva fuori un pennacchio (pinna) avrà forse dato origine a cosiffatta nomenclatura, per la rassomiglianza col ciuffo detto bisso, ch’ esce dalle valve del nostro mollusco: qui come altrove , ignota o dubbia la fisiologia di molti nomi scientifici e volgari! Nell’interno della conchiglia due robusti muscoletti servono per tener socchiuse le valve, a difesa del mollusco; e per i movimenti dell’animale in relazione col mondo esterno, d’uno interiore presso la bocca, l’altro posteriore presso l’ano: e due impronte la prima piccola e profonda, la seconda più larga e superficiale vi corrispondono nel guscio. Fissate col loro bisso in posizione verticale, le pinne aggruppate in branche, spingono l’apice della loro conchiglia, fra le alghe, fra gli scogli, fra le arene del fondo marino, mentre sollevano fluttuante nelle onde, la circonferenza delle due valve semiaperte. Se trovano uno scoglio, il loro guscio solido vi si aderisce e riman fermamente stabile, formando alla pinna una dimora permanente. Se poi non trovano che mobili arene le induriscono talmente colla secrezione e con le lacinie del bisso, da formarne un solido sostegno. Nel primo caso ogni loro mozione è impossibile; nel secondo possono spostarsi rompendo il bisso e rotolando sulla circonferenza. Nel nostro piccolo museo, osserverete due esemplari delle due varietà sunnotate; ed altri di consimili sono in via per la mostra di Parigi. Se dai caratteri del genere passiamo a quelli della specie, nuove indagini anatomiche ci si presentano corrispondenti a nuove circostanze di vita della Pinna. Di qui le 23 specie di pinne che vivono nei mari, seconda il Lamark3;  oltre 18 varietà che giaggiono allo stato fossile, incompletamente caratterizzate, dagli stati anteriori della creta calcarea, ai più recenti letti di essa, tra le varietà viventi nei nostri mari, due occupano il posto primo per le industrie: la P. Rudis e la P. nobilis: entrambe forniscono della lana penna  di eccellente qualità. I mitili a conchiglia chiusa dell’Oceanio, potrebbero forse far concorrenza alla nostra Pinna: ma come giustamente ha investigato il Poli4  essi ne differiscono per avere più grosso e consistente il loro bisso e meno intensamente colorato quantunque l’origine di esso,  pari che la composizione chimica, e la posizione in rapporto alla conchiglia, per nulla in entrambi differiscono. Questa notevole analogia di struttura e di abitudine in molluschi di specie diversa, mi ha guidato ad un’altra induzione molto più importante. E’ noto come i Naturalisti e i piscicultori d’oggidì, sappiano porre in tali condizioni certi molluschi, da ottenerne una moltiplicazione gradualmente crescente. Sulle spiagge dell’isola del Re la coltivazione delle Ostriche è talmente produttiva, che dal solo dipartimento della Charente Inferieure si esporta annualmente per tre milioni di Lire. Così pure il nostro De Filippi5  osservando non altro le perle, che secrezioni prodotte da certi speciali infusorii, che vivono parassiti fra le valve e il mantello della Meleagvina Margaritifera, delle Unio ecc. ecc. ha proposto metodi speciali per favorir l’industria delle perle. Ebbene nessuna varietà tipica esiste fra i due molluschi or notati, e la nostra Pinna: sotto lo stesso cielo nettunico, e sul medesimo suolo; vivono come in famiglia le Ostriche esculente, il prezioso mollusco
della perla, e la pinna dal nobile ciuffo. Io v’ho detto su, che i Mitili sono analoghi alle Pinne per vita e per prodotti industriali. Ora pongo il problema. Nell’Oceano sulle coste francesi si è ottenuta la moltiplicazione artificiale dei Mitili; non potremmo con tutta ragione tentare e sperare lo stesso delle Pinne su scala ben larga ed estesa? Non potremmo ancora favorire l’accrescimento graduale di quel prodotto primo detto Lana-Penna? Problema, che io propongo, ma non oso sciogliere, almen per ora: i Naturalisti del nostro paese, i marini delle nosre costiere me ne forniscano prima i dati statistico-pratici. Problema però, che sarà sempre collegato all’importanza industriale ed economica dei prodotti primi e secondari del nostro mollusco: ma su ciò un’altra volta.

L’illustre scienziato salentino fu di parola perché nel numero del 22 marzo dello stesso anno così scriveva:

Io non so se mai, nell’osservare qualche varietà di pinna vivente nella sua dimora e tomba calcarea, abbiate cercato a voi stessi, in qual modo essa pongasi in relazione col mondo esterno – Per me dalla sola osservazione del bisso, fui tratto prontamente a questa dimanda. Ma non mi venne del pari facile  la risposta. Apersi con diligenza le valve e attentamente osservai: ma altri concorse a sciogliere il mio problema. All’occhio mio era occulto un mondo ancor più grande di quello visibile; ma quattro lenti armonizzate fra loro, me lo hanno disvelato.  Il bisso o lana-penna, è una lunga ciocca di filamenti delicati, setacei,di un bel color fulvo-bruno, brillante il che si attacca verso il mezzo della massa addominale della pinna. Esso vien fuori qual mobile pennacchio, dalle sue valve di madreperla, tinte di rosso, di scarlatto, di amaranto, zigrinate come l’onice arabescate. Questo nome fu ancora impartito da Linneo  a molte piante fornite di filamenti del pari sottilissimi e setacei, come fra le alghe il Bissus flos aquae, il Bissus vellutinus, l’Asclepinde siriaca ec.ec. basti ciò, per evitare l’equivoco, che fino a un certo tempo, ha pur dominato nella storia filologica di questa sostanza. Il Blainville6 ritenea, che il bisso fosse una riunione di fibre muscolari seccate in parte, e in parte contrattili, finchè l’animale vive; e specialmente mobili alla radice nel punto, dove traversata la conchiglia e il mantello; va a trovare l’addome del mollusco. Una volta morto questo, secondo l’autore francese, la parte carnosa si dissecca, ed il resto si converte in lana. Il microscopio ha confutato in parte questa opinione dottrinale: tra le fibie muscolari o le produzioni cornee gran divario intercorre, e qui si rinvengono le une e le altre. L’osservazione micrografica e chimica mi confermò l’origine muscolare nelle fibre dell’apice del bisso: ma provò esser questo un prodotto di secrezione, come la tela filata dal ragno, come la seta filata dai filugelli, come la lana prodotta sulla superficie termica da un apposito apparato glandolare. Ma andò più oltre : essa mi fa assistere ancora alla riformazione del bisso.  Mi fè veder verso l’apice della conchiglia un musco letto conico, scavato come una doccia da un solco longitudinale; musco letto che ritorto su se medesimo serve del pari che al ragno ed ai mitili come filiera, per trarre fuori il bisso in fili più o meno grossi e consistenti. Osservate: una materia liquida, semifluida, tenace, viscosa vien segregata da certe ghiandule, che riposano ai lati della linguetta muscolare or notata; essa traversa la doccia, traversa la filiera, viene in contatto cogli agenti esterni, acqua ed aria, si dissecca, e assume la tenacità propria della lana-penna; o peldinacchera, come altri lo dicono. Una volta formatosi un gruppo di quei peli, il Mollusco si attacca a tutti i corpi estranei che incontra, e con esso si fissa e si rende stabile, dondolandosi mollemente nella conchiglia, spinta in alto dalla pressione delle onde: così si nutre e si moltiplica. Di qui grande esser dee la diligenza nel trar su le pinne di fondo dei mari, perché il bisso non resti adeso al fondo di essi, come si spesso accade specialmente per quello più sottile e più bello, ma meno tenace della P. nobilis. Esciamo ora da questo intricato labirinto di termini zoologici veniamo a respirare aure, se non più grate, almeno più piacevoli; illustriamo la parte economica ed industriale. Ebbero gli antichi scarse ed inesatte nozioni del bisso; i caratteri fisici più appariscenti fecero ritenere come identico il bisso proveniente da certi vegetali ( alghe e licheni) con quello dei molluschi; di qui, gran buio sulla vetustà dell’uso di questo prodotto. Certo è, che quello che quello delle Indie e della Giudea venia molto ricercato: i paludamenti sacerdotali, le porpore dei re splendeano di fulgidissimo bisso: il tempio come la reggia, allora come sempre, erano le sale del fasto, della ricchezza, della magnificenza! Di bisso, è fama, avvolgessero il corpo dei defunti i nostri vecchi latini per raccorne le ceneri fra le stipe divampanti dei roghi: ma questo bisso! Com’è evidente, era il tessuto delle fibre setacee alluminio-magnesiache dell’amianto.  Saltiamo a tempi più vicini a noi; e troveremo il ciuffo lanoso dei Mitili oceanici messo in uso per farne, tessuti, drappi; coltri ecc. d’un bel color fulvo-lionato. Tali, quelli del Decretot6  presentati ad un’altra accademia di Parigi. Man mano cresce l’industria, in regione, che la scienza addita nuovi molluschi forniti di lana-penna: grado, grado le arti meccaniche ne migliorano le specie. Il Ternaucz7 ha superato tutti: egli espose non ha guari all’Accademia delle scienze in Parigi, i tessuti di fibre lanose dei mitili, comparandole coi migliori drappi di lana merinos; ed il favore generale fu pei primi. Non è dunque ora, o lettore, che si introduce la lana-penna nelle arti, neppure è trovato della nostra provincia, gli è un prodotto primo ignoto a molti fra noi, e come tale ho creduto bene fosse fatto palese. Le proprietà d’un prodotto son veramente quelle, che ne esprimono il suo vero valore. Ebbene, nel bisso voi avete una serie di fibre omogenee di natura uniformi in grossezza, in consistenza in colore or fulvo-bruno, or rosso marrone, or bruno lionato. L’Eriometro ne addita che le sue fibre superano in finezza quelle della lana migliore. L’elasticità e l’uguaglianza del pelo, lo rendono adatto a qualunque genere di lavori, a tessuto, a drappo, a feltro. La lucentezza, e la morbidezza dei panni inviati all’Esposizione dalle Suore del nostro Orfanatrofio suburbano, del pari che la lunghezza e la leggerezza di essi, si raccomanda di se alla pubblica ammirazione. Resta a dire della calorificità, della diatermasia, delle proprietà elettriche, chimiche, organiche del bisso; argomento abbastanza delicato, che cercherò di svolgere in prosieguo, dietro studii molto accurati. Di fronte ai vantaggi suaccennati, vi ha due inconvenienti uno proprio alla lana-penna; l’altro a questa, ed alla lana comune. In momenti come questi di dissesti finanziari, è egli economico l’uso della lana-penna. Forse tu; o lettore, con riso Mefistofelico, arricciando i baffi giustamente ne dubiterai, specialmente se avrai veduto il modo col quale si pescano le Pinne, nei nostri mari: e quanti di questi non trascinano seco loro, che poco o punto bisso. Ma in ciò la colpa non è tutta del povero mollusco: l’è pur nostra. Dimmi un po’: perché tu compri le ostriche solo per mangiarti il corpo dell’animale chiuso nella conchiglia? Perché butti via le valve di questa: le non ti giovan forse a nulla? Eppure se ne studiassi la chimica composizione vedresti che son più utili all’agricoltore i gusci delle ostriche, di quello che non sia al tuo stomaco questo mollusco indigeribile ed insalubre.  Lo stesso dicasi delle Pinne, che fin qui abbiam pescato e adoperato solo per nutrimento: e le valve di argento, di rosa, di madreperla, ed il bel ciuffo rosso-morato si è tenuto pressoché inutile o di poco di valore. Non dovremmo piuttosto far l’inverso? Non dovremmo  anzi cercar di moltiplicar questi molluschi per l’utile estrazione della lana-penna? Perché nei soli Musei dee vedersi qualche drappo di bisso, a futile esempio, scevro d’incitamento al bel fare? Così sparirebbe il Problema Economico e delle nostre Pinne si farebbe quel che la Francia ha fatto dei mitili oceanici. Il secondo inconveniente è più grave, ma comune ancora alla lana comune. Si dice che all’una ed all’altra facciano guerra i bruchi tignuoli. Io non ho esperienze in proprio; ma cercherò di farle su di un po’ di bisso di Pinna che tengo meco. Cercherò previamente di nettarlo e lavarlo con diligenza: perché altrimenti allo stato grezzo com’è, è inattaccabile dalle grigio-argentee farfalline, e ciò pei soli marini di che è imbevuto.  Proverò  ancora se i mezzi preservativi applicati in Germania alla lana comune (essenza di trementina, fumigazioni ammoniacali, e di petrol
ie) giovino ancora a custodire il bisso. Questioni tutte di tecnologia, che richieggono tempo e lavoro; mentre invece quel barbogio di  Coo
8  mi concede  ozii molto brevi, e bene spesso interrotti. Una volta però, che potessi verificar l’inalterabilità della lana-penna alle tignuole, si comprende agevolmente, che la diverrebbe più preziosa della lana comune. Due parole di Epilogo, che ben potrebbero farla da proemio. Io non ho preteso, o lettor mio, con questi cenni messi su alla buona; farti l’elogio del bisso, per solo sfoggio di scienza; e molto meno svelare alla tua mente tutti i misteri reconditi di essa: avrei forse fatto bene, ma avrei tradito la mia missione e i tuoi interessi. Ho voluto soltanto farti sapere come giustamente abbia il nostro paese apprezzato la lana-penna, inviandone le fibre adese al mollusco, distaccate, tagliate, lavate, filate, tessute, alla mostra parigina: farti conoscere, che sia il bisso, donde provenga, le sue qualità, il suo valore industriale. Agli occhi della scienza o vuoi che si dica Fisica o Chimica  applicata o tecnologia, nulla va perduto: ai prodotti primi succedono i secondarii; e questi talora esprimono un valor maggiore di quelli, il carbone di tutte le specie, la sanza degli ulivi me ne porgono una prova luminosa. In tempi critici come questi per la finanza, di tutto conviene giovarsi: un proverbio americano ne insegna che. La vera ricchezza sta nella povertà dei prodotti primi: più ricco è quegli, che sa giovarsi di tutto a qualche uso. Ma a ciò fare v’ha d’uopo di istruzione e di lavoro: basi fondamentali di ogni progresso materiale e morale. Epperò io proseguirò lavorando ad istruirti o lettore, in argomenti come questi di pratico interesse; anco a dispetto di coloro, che saprebbero e potrebbero fare meglio di me. La sola scienza, sbrigliata dallo spirito e dai privilegi di casta, è quello, che meriti giustamente il titolo di repubblicana e di cosmopolita.  

English: I took this photo at the Smithsonian ...
English: I took this photo at the Smithsonian on a recent visit to Washington, D.C (Photo credit: Wikipedia)

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1 Sull’argomento vedi Antonio Monte e Maria Grazia Presicce, L’arte della tessitura nel Salento, CRACE, Narni, 2010, pp. 68-72.

2 Michele Lessona (1823-1894), zoologo, medico e divulgatore scientifico.

3 Jean-Baptiste Lamarck (1744-1829) biologo, zoologo e botanico, autore della prima teoria dell’evoluzione degli esseri viventi e della ereditarietà di alcune loro caratteristiche.

4 Giuseppe Saverio Poli (1746-1825), fisico, biologo e naturalista.

5 Filippi De Filippi (1814-1867), zoologo e medico.

6 Jean Baptiste Decretot, manifatturiere della lana a Louviers, fu membro dell’Assemblea Nazionale Costituente (1789-1791) e nell’Almanach impérial del 1812 compare tra gli assistenti e tra i membri aggiuntivi dell’Ufficio consultivo delle arti e delle manifatture.

7 Errore di stampa per Ternaux. I fratelli Ternaux furono anche loro famosi manufatturieri della lana a Parigi agli inizi del XIX secolo.

8  Appellativo affettuosamente ironico che il De Giorgi dedica ad Ippocrate di Coo (V-IV secolo a. C.), il padre della medicina; ma tutto è allo stesso tempo una dichiarazione di dedizione ed amore che lo scienziato salentino nutriva per la sua professione. Ippocrate visse circa 85 anni (da qui il “barbogio”), ma non sapremo mai se raggiunse quello che ai suoi tempi era veramente eccezionale e tale sarebbe rimasto per millenni seguendo lui stesso i consigli ed assumendo i rimedi che prescriveva ai suoi pazienti…

Le immagini negli arazzi di Casa Comi

di Maria Grazia Presicce

L’arte è divenuta sin dall’antichità impegno primario nella creazione d’immagini-simbolo attraverso schemi differenti nel tempo e nello spazio e, le stesse, hanno una straordinaria capacità comunicativa, evocativa, persuasiva ed emozionale. Guardandole l’uomo ricorda, si riallaccia ad avvenimenti e si avvicina col cuore al pensiero che ha creato quell’immagine. In un’opera, in generale, arte e simbolo sono imprescindibili l’una dall’altro perché ogni autore, da sempre, nel realizzarla la pervade d’intimi effluvi, desiderando conferire un senso al suo manufatto, impregnandolo del suo mondo esteriore ma, ancor di più del suo mondo interiore, delle sue sensazioni più nascoste.

Il simbolo della spirale

 

Il simbolo, in fondo, è sempre parte basilare di un’opera d’arte, ne costituisce il fulcro interpretativo e spesso lo stesso manufatto artistico diventa vettore del simbolo in essa racchiuso. A ben pensarci, arte e simbolo sono coesi l’una all’altro nella storia dell’umanità sin dalle sue origini perché l’uomo, da sempre, ha avvertito la necessità di capire il mondo che lo circondava e, desiderando rendere visibile il sacro nella sua quotidianità, lo ha rappresentato nelle forme artistiche più varie ed anche su supporti più disparati caricando le immagini di una forte simbologia.

Considerando, poi, che l’arte, in genere, è l’illustre linguaggio in cui il segno e il simbolo vengono esplicitati per consegnarli alla società come valori di autenticità e sacralità, è quasi scontato per quel segno essere metafora di comunicazione per chi le sta di fronte.

L’arte, come la poesia, va “scritta” e interpretata secondo il proprio pensiero e per farlo si possono usare varie chiavi di lettura; non vi è dubbio, però, che proprio grazie a questa sua rappresentatività impregnata di simboli e metafore, l’opera d’arte, più della poesia, si presenta ai nostri occhi come fonte inesauribile di segni, di messaggi silenziosi e d’impercettibili vibrazioni che scuotono nel profondo e che, spesso, fanno parte del nostro modo di essere mondo nel mondo e della nostra coscienza solitaria e silente.

Girolamo Comi, forse, si era avvicinato all’arte grazie al suo amico Evola[2] ed era amante dell’arte in genere.

Forse anch’egli aveva provato a cimentarsi nel disegno; infatti nei suoi diari, conservati gelosamente nelle teche della biblioteca provinciale di Lucugnano, ritroviamo in alcune pagine schizzi e disegni o forse simboli.

 Brani del diario Comi[3]  

 

Nel momento in cui ho cominciato ad interessarmi agli arazzi presenti nel Palazzo del poeta Girolamo Comi ( oggi Biblioteca della provincia di Lecce) mi ha colpito l’interesse di questo poeta verso l’arte del tessere, sia perché arte

A casa di Girolamo Comi

Girolamo Comi e Tina nel suo studio

di Maria Grazia Presicce

Eccomi di nuovo qui, a Lucugnano, nella Casa di Girolamo Comi. Ho risalito le scale in silenzio nella quiete che avvolgeva ogni cosa. Pareva davvero che tutto dormisse d’ un sonno profondo, troppo profondo: unica nota di vitalità e colore le piante che adornano la balaustra. Nell’ingresso ho ritrovato il padrone di casa. Girolamo era lì, m’aspettava ancora una volta. Quando entro nella sua dimora un brivido dolce m’attraversa e un nuovo mondo mi si svela. E’ come se avessi un muto appuntamento con quel magico luogo dove tutto continua ancora a parlare di lui. Cammino quasi in punta di piedi per non disturbare quella tranquillità che m’affascina. Mi soffermo a sfogliare un suo libro e l’immagine di Girolamo, riflessivo e accorto, che compie lo stesso mio gesto mi sovviene inattesa. Eccolo trattenersi su un passo, pronto a fissare un concetto per poi dare vita ad altre parole, ad altri pensieri, ad altri stupori.

Chissà quante volte nel cuore della notte ha indugiato su quei fogli ora serrati, lasciati nell’oblio più totale! Chissà quante volte tra quelle pagine ha cercato consigli per dipanare dubbi e incertezze! Ora i suoi libri son lì tutti in fila e, sconsolati, aspettano che qualcuno li ritorni a sfogliare, li ritorni ad amare. Nel

Il poeta padano e il giornale terrone

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

 

Il morbo infuria…

il pan ci manca…

sul ponte sventola bandiera bianca!

Chi, con più di sei decenni sulle spalle, non ha ancora nelle orecchie l’eco di questi versi? Essi, com’è noto, fanno parte della poesia A Venezia ((questo è il titolo originale mutato poi in Le ultime ore di Venezia e, infine,  Bandiera bianca) scritta il 19 agosto 1849 da Arnaldo Fusinato (Schio, 1817-Roma, 1888), un poeta risorgimentale presente, soprattutto con questo componimento, in tutti i sussidiari della nostra verde età e pure sulla copertina dei quaderni.

L’esemplare in alto, riprodotto dal sito dell’Istituto Nazionale di Documentazione per l’Innovazione e la Ricerca Educativa (http://www.indire.it), fa parte della collana editoriale Poeti italiani dell’800 edita dall’Industria Cartaria Alta Italia di Milano, con illustrazioni di Italo Giovanni Mattoni, senza dubbio più conosciuto per due altre sue realizzazioni intorno agli anni ‘50: le figurine Liebig e Lavazza. Già allora, è evidente, la cultura (per quanto, direbbe qualcuno, legata, più o meno in buona fede, ad intenti propagandistici o ad una visione tutta rose e fiori del movimento risorgimentale) doveva cedere il passo ad altre esigenze più materiali…

Sorprendente è poi nel quaderno la totale differenza somatica rispetto ad un ritratto di fine Ottocento che, si presume, doveva essere più fedele.

E oggi? In mancanza di ideali, magari mitizzati o, peggio, mistificati,  sono subentrati altri modelli e dal 2008 nel cuore delle ragazze Marcelo Tinelli ha preso il posto occupato ai nostri tempi da Arnaldo Fusinato e Daniele Manin (l’eroe celebrato in A Venezia) è subentrata Patty col suo mondo1 (in basso alcuni diari ispirati dalla serie televisiva).

Ma quanti, già prima, avranno pensato a Daniele Manin ascoltando Bandiera bianca, una delle tracce dell’album La voce del padrone inciso da Franco Battiato nel 1981 per la Emi, in cui il ritornello è costituito dall’ultimo dei tre versi citati all’inizio?2

Abbiamo divagato troppo, perciò torniamo ad Arnaldo Fusinato ed a giustificare il titolo di questo post dovuto al fatto che una sua poesia, Le due gemelle,  trovò ospitalità nel n. 22,  anno I (13 agosto 1855) del settimanale (usciva il lunedì) leccese Il filosofo Barba-bianca3.

La stessa poesia, con altre, sarà pubblicata “ufficialmente” solo nel 1868 in Poesie, v. II, Carrara, Milano. Di seguito il frontespizio e la tavola che illustra la poesia.

Le due gemelle

I

O giovinette, se nel cuor vi suona

la santa voce del fraterno amor,

fatemi intorno una gentil corona,

e il verso udite dell’umìl cantor.

Ell’è un’istoria, che bambino appresi

sovra i ginocchi di mia madre un dì,

e come dalla sua bocca l’intesi,

fanciulle, a voi la narrerò così.

V’erano, non so dove, due sorelle

insiem cresciute dalla stessa età,

e siccome nascevano gemelle,

eran pari di grazia e di beltà;

e fra di lor s’assomigliavan tanto,

che non può mente umana imaginar;

la madre istessa che l’avea d’accanto,

l’una con l’altra le solea scambiar.

Allor che usciano dalla santa messa

avvolte entrambe nel lor bianco vel

parean due foglie d’una rosa stessa,

parean due stelle dello stesso ciel.

Tutto era egual:, il bruno delle chiome,

l’arco del ciglio, il vergine pallor;

Norina e Nella si dicean per nome,

e il nome sol le distinguea fra lor.

E queste care, che all’istessa cuna4

ebber comuni il latte e l’origlier5,

s’amavan tanto che il pensier dell’una

sempre sempre dell’altra era il pensier.

Quando il sembiante sorridea di Nella,

Norina anch’essa avea il sorriso in cor,

e se questa piangea, piangea pur quella,

indivise nel gaudio e nel dolor.

 

II

 

-Vieni, o sorella, vienmi vicina,-

un giorno a Nella dicea Norina

– un gran segreto tengo sepolto

nella più ascosa parte del cor,

e – proseguiva chinando il volto

– a te, mia Nella, nol dissi ancor.

È circa un mese, dal mio balcone

scontrai lo sguardo d’un bel garzone:

ha l’occhio azzurro, la taglia snella,

un portamento da cavalier;

e la sua imagine, mia dolce Nella,

l’ho sempre fisa nel mio pensier.

Ma donde venga, ma chi egli sia

io non so dirti, sorella mia;

so ben che un giorno con mesto accento

– Oh quanto io t’amo! – gl’intesi dir;

ed io gli offersi da quel momento

tutto il profumo de’ miei sospir-.

Così Norina diceva, e intanto

sul ciglio a Nella spuntava il pianto,

quell’occhio azzurro l’aveva anch’essa

dal suo balcone scontrato un dì,

e quella dolce parola stessa

nel giovin sangue fremer sentì.

L’estranio, illuso6 dal lor sembiante,

era d’entrambe rimaso amante;

e così all’una -T’amo!- dicea;

diceva all’altra -T’amerò ognor!-.

Una soltanto d’amar credea,

e due ne amava d’un solo amor.

Povera Nella! Ben essa in core

sentiva il fremito del primo amore;

ma da quel giorno che la sorella

l’ascoso affetto le confidò,

più il desioso sguardo di Nella

nel bell’estranio non s’incontrò.

Nella sua immensa pietà fraterna

l’amor combatte che la governa:

la cara imagine fugar s’ostina,

ma quell’imagine ritorna ognor!…

Felice intanto vivea Norina

fra i casti gaudi d’un santo amor.

 

III

 

Son promessi, il gran dì s’avvicina

che due cari sì a lungo sognar:

fra tre giorni la bella Norina

salirà col suo sposo all’altar.

Già trapunta è la serica vesta

che sul fianco ondeggiar le dovrà,

già la bianca ghirlanda s’appresta

che il lucente suo crin cingerà.

Il suo cuore sospira anelante

alla festa del prossimo dì;

ma di Nella sul fosco sembiante

improvvisa una fiamma salì.

Una fiamma che i sensi le invade

coll’ambascia di un nuovo dolor,

che per l’ossa trascorre e ricade

come un masso di piombo sul cor.

Poveretta! Una lotta sostenne

che niun labro saprebbe ridir;

poveretta! in quest’ora solenne

cede al peso di tanto soffrir.

Ma il respiro le balza nel petto,

ma più spesso le palpita il cor:

già s’affrettan sul vergine letto

le tremanti sue membra a compor.

E Norina con ansia pietosa

fra le angosce d’un dubbio fatal,

come un Angiol custode si posa

della suora7 all’insonne guancial.

Ma di sogni in un vortice ardente

la ragione dell’egra8 smarrì;

nel delirio travolta è la mente

e il suo labro favella così:

-Via da me quelle splendide faci9,

via quei sogni che mi ardono il cor;

se d’amor non mi parla quell’uno,

che nessuno mi parli d’amor.

Come l’ape all’olezzo del fiore

questo core si volge a lui sol;

nel profumo lo sento dei campi,

dentro i lampi lo veggo del sol.

Col suggello d’un ferro rovente

nella mente il suo nome mi sta,

ma quel nome, che tanto invocai,

nessun mai dal mio labro l’udrà.

A te sola mia dolce sorella,

la tua Nella quel nome può dir;

vienmi appresso, sul letto t’inchina

che Norina non l’abbia ad udir.

Oh! non sappia che m’arde nel petto

quell’affetto che anch’essa provò;

sul tuo serto di sposa, o Norina,

questa spina non io gitterò.

De’ tuoi gaudi non turbi la festa

questa mesta che muore d’amor;

sol nei dì che verranno, o sorella,

la tua Nella ricorda talor!-.

 

IV

 

Così parlava e tra le sparse chiome

convulsamente la sua man spingea,

quasi a strappar quel formidato10 nome

che per l’ardente suo pensier correa;

così parlava, e la sorella intanto

muta e pensosa le sedeva accanto.

E declinando la sua fronte mesta

sull’origlier della gentil giacente,

di novissimi affetti una tempesta

ferver sentia per l’agitata mente;

poi sorse, e bella d’un divin sorriso,

a lei si strinse, e la baciò nel viso,

– No, non morrai – dicea – povera Nella,

no, non morrai di quest’amor sì grande;

a te sola, a te sola, o mia sorella,

la mia veste, il mio vel, le mie ghirlande:

il don mi festi del tuo amore, ed io

il sacrifizio ti farò del mio-.

Al noto suon di que’ soavi accenti

schiuse gli occhi la bella dolorosa,

e in lei fissando le pupille ardenti:

– Sei tu, dunque- le disse -o mia pietosa,

che dentro all’alma travagliata e sola

mi piovi il gaudio della tua parola?

Quel che or dicesti io non saprei, ma tanto

è il conforto, che il tuo labro m’addita,

che in questo cor dai patimenti affranto

ancor mi sento rifluir la vita:

stammi, sorella mia, stammi qui presso,

e parla ognor come parlavi adesso-.

Così dicendo, sul fraterno seno

la bellissima testa abbandonava,

e in un cielo d’amor lieto e sereno

la sua redenta fantasia vagava,

mentre Norina santamente mesta

le carezzava la dormente testa.

 

V

 

L’anno appresso, alla cappella

del domestico tempietto

si stringea la man di Nella

alla man del suo diletto.

Era bella e parea lieta

quando all’ara s’accostò,

ma una lagrima segreta

dentro gli occhi le tremò:

che Norina all’ora stessa

chiusa anch’essa nel suo vel,

il gran voto profferia

che l’unia per sempre al ciel!

 

           ARNALDO FUSINATI11

 

Il componimento, a chi ha avuto la pazienza di leggerlo fin qui, può sembrare melodrammaticamente melenso; esso, però, va giudicato in rapporto alla temperie culturale degli anni in cui fu scritto, con riferimento, sul piano formale, ai frequenti latinismi e su quello concreto all’esaltazione dello spirito di sacrificio, oggi latitante anche tra fratelli, che trova la sua espressione nell’unica soluzione allora, nella fattispecie, attuabile per le ragazze, oggi (questo sì fortunatamente, almeno per chi scrive) neppure presa in considerazione.

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1 Per un approccio sia pure parziale, ma simpatico, al fenomeno: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/12/23/le-ragazze-il-manuale-di-sopravvivenza-di-lara/

2 Il primo numero del settimanale fondato dal libraio Pietro Parodi (soppresso dal regime borbonico dopo circa due anni) uscì il 19 marzo 1855 (lo abbiamo ricostruito partendo dai tredici numeri superstiti, non consecutivi, conservati nella Biblioteca provinciale Nicola Bernardini di Lecce),  non 1854 come si legge proprio in Nicola Bernardini, Guida della stampa periodica italiana, R. tipografia editrice salentina dei fratelli Spacciante, Lecce, 1890, pag. 482: Dal 1849 alla prima domenica di marzo del 1854 non si ebbero giornali in Lecce. In quel giorno appunto nacque il Filosofo Barba-Bianca; abbiamo già detto che usciva il lunedì e, oltretutto, la prima domenica di marzo 1854 corrisponde al giorno 5.

3 In tempi più recenti si può cogliere un’eco formale, non sapremmo neppure dire quanto consapevole, in Sul ponte sventola bandiera gialla, titolo di un capitolo di Capitan Fox, messaggio in bottiglia, un libro per ragazzi di Marco Innocenti e Simone Frasca, Giunti, Firenze e Milano, 2010, pagg. 100-106. Il titolo del capitolo sembra l’incrocio fra Sul ponte sventola bandiera bianca del Fusinato e Bandiera gialla, trasmissione radiofonica di successo condotta negli anni ’60 da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni e che ispirò pure nel 1966 l’omonima canzone lanciata da Gianni Pettenati, il cui ritornello recitava così: Finché vedrai/ sventolar bandiera gialla/tu saprai che qui si balla/ed il tempo volerà…; quanta acqua è passata sotto i ponti… non solo di di Venezia!

4 Voce letteraria, dal latino cuna(m)=culla.

5 Guanciale. Origliere è voce letteraria dal francese oreiller, da oreille=orecchia.

6 Ingannato.

7 Sorella; la voce ha quasi una valenza premonitrice, anche perchè metricamente nulla avrebbe impedito di usare sorella, che, fra l’altro, compare più avanti.

8 Sofferente; la voce, letteraria, è dal latino aegra(m).

9 Fiaccole, metaforicamente intese come fuoco d’amore. Face è voce letteraria dal latino face(m).

10 Temuto. Voce letteraria dal latino formidàtu(m), participio passato di formidàre=temere.

11 Sic.

La donna e la penna

di Maria Grazia Presicce

Gerard ter Borch, Donna che scrive (1655), Maurithsuis, L’Aia

E’ risaputo che fin dai tempi antichi la scrittura è stata prerogativa essenzialmente maschile. A ben pensarci, a qualsiasi  donna dovrebbe provocare uno strano effetto leggere testi scritti da uomini che interpretano ed esprimono sulla carta sentimenti e sensazioni essenzialmente femminili  che non   gli appartengono minimamente anche se magistralmente esposti. Si ha  l’impressione che la donna sia stata  defraudata, spiata negli anfratti più remoti dell’anima senza saperlo, senza darne il permesso.

Infondono, comunque, profonda tristezza tanti silenzi e angosce represse che avrebbero potuto trovare sfogo e conforto su un pezzo di carta e che non l’hanno fatto perché impotenti e, mentre per loro sarebbe stata una consolazione, noi ora avremmo avuto una testimonianza sentita e vissuta e non testimonianza testimone e al maschile    testimoniata.

Non sono adirata con l’uomo che si è assunto la responsabilità di colmare con la penna questi silenzi al femminile.

Possibile, mi ero chiesta, che mai a nessuna donna, nei tempi antichi, sia venuta voglia di prendere in mano una penna al posto dell’ago e dell’uncinetto e anche di nascosto provare a riempire un foglio bianco di emozioni e sensazioni?

Solitudine, noia, rinunzia,sospiri, silenzi e doveri raccontati al cuscino e mai riportati su un foglio. Dovere di figlia di moglie di madre e silenzi.

Silente l’ago che ricamava, nemmeno la stoffa che bucava si lamentava e sul lenzuolo silente, in silenzio ricamava il silenzio della solitudine muta della donna di allora.

Nemmeno le suore nella silenziosità del chiostro osavano usare la penna e l’inchiostro.

I monaci si, loro potevano e dovevano, le monache no.

Oggetto, la penna, carico di significati; simbolo fallico per eccellenza, eccellente simbolo per una società maschilista.

Come poteva la misera donna osare prendere tra le mani un simile oggetto?

Spudorata la penna, spudorata la donna che l’avesse malauguratamente usata! Eh sì, altri tempi, colmi  sicuramente di tante storie non scritte, ma vissute e sofferte!

Queste riflessioni mi hanno indotta a cercare scritti di donne anonime del sud e a soffermarmi su alcune di loro più intraprendenti, che si sono spinte a spedire le loro poesie al redattore di un periodico per vederle poi pubblicate. Chissà l’emozione di quelle donne! Mi piace immaginare che anche se non sono più fra noi, riescano a percepire il nostro mondo e vedendo ancora una volta pubblicate le loro poesie possano ancora gioirne!

La due poesie che seguono apparvero entrambe sul periodico leccese La democrazia, la prima nel n. 4, anno VI del 20 gennaio 1905.

L’autrice è Enrica Capozzi, così presentata in testa al trafiletto che contiene il suo componimento: un’artista  vera nell’anima, che oltre ad essere un’eccellente musicista è anche una vaga poetessa. Queste strofe racchiudono una dolcezza ed un affetto ineffabili, specialmente le due ultime che sono d’un impeto lirico stupendo.

Quando mesto volge a me,

Il  suo sguardo tutto amor,

Nova speme, nova fe’

Sento scendermi nel cor.

 

Sento l’anima sua bella

Aleggiar su l’alma mia…,

E una musica novella

Una vaga poesia

 

Si diffonde nel mio seno…

Guardo lui, poi guardo il sole,

i bei campi, il bel sereno,

Oh, quai sogni, quante fole

 

Van danzando ne la mente!

Qua’ desiri sovrumani

Quando in l’aere vagamente

Scorron dolci sensi arcani

 

In soavissimi ruscelli

In melliflui eterei mari…

E non so quai strani augelli

Quai vetusti e pii giullari

 

Van cantando inni d’amore,

che trasognan l’alma mia,

che sublimano il mio core

in angelica poesia…!

 

Oh, che provo! Oh, qual dolcezza!

Che ineffabili desiri…

Quai susurri, quale ebrezza

Di dolcissimi sospiri!

 

Tale io provo immenso affetto,

Tal soave commozione,

Quai sentia – io credo – in petto

la Fanciulla di Faone.

 

O, che val ch’in altro regno

Io men vivo di Colei?

Che non ho suo alto ingegno,

Che son parvi i spirti miei?

 

Quando splende Diana pallida

E i bei campi e i cori molce,

volo, volo ne la squallida

aria argentea tutta dolce;

 

come un’aquila furiosa

volo, volo in su commossa

ride l’anima desiosa,

freme l’aria fremon le ossa…!

L’altra poesia, pubblicata nel n. 20 del 20 aprile 1904, anno V, è di Emma Bersocchi-Borghi.

Emma Bersocchi-Borghi è una gentile anima d’artista, che il vento della fortuna ha trascinato e confuso nell’anonima collettività di un coro da operette.

Dall’ingegno facile e pronto, dalla sensibilità squisita e quasi morbosa, ella trova il modo di esplicare nelle più varie forme dell’arte tutta la piena del suo sentimento. Forse manca di una coltura adeguata alle naturali disposizioni, ma ella di ciò non ne ha colpa, perché troppo rapide e violente sono state le vicende della giovanissima esistenza. E scrive anche dei libri. Io ho qui sul tavolo un romanzo ed un volume di versi, che conservano tutto il triste profumo dello sconforto. Ne dò un piccolo saggio in questa ballata d’Autunno.

Su pei clivi

Fra gli ulivi

Passa torbido il grecale,

Ed in tetro

Fosco metro

Un lamento all’aria sale.

 

Un lamento

Va col vento

Per i rami disseccati,

Sono i fiori

Son gli amori

Intristiti e sparpagliati.

 

Son le storie

Le memorie

De la morta primavera,

Le speranze

Le esultanze,

che travolge la bufera.

 

Ella in cielo

Guarda il volo

Delle nubi burrascose,

Emigrare verso il mare

Rondinelle frettolose.

 

E sfuggire

Disvanire

Vede il sogno della vita

Nella brezza

Che carezza

La sua fronte impallidita.

Ieri e oggi; e domani?

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito.

Certe volte gli storici sembrano arrabattarsi in sottili distinguo e in ragionamenti che rasentano la masturbazione mentale e ci viene la tentazione di affermare che la più grande fesseria detta da Cicerone fu l’historia magistra vitae.  Ci hanno fatto pensare l’una cosa e l’altra (in realtà si tratta, per quel che vale, della conferma di un convincimento maturato da tempo…) questa poesia, apparsa centotrentotto anni fa  sul giornale leccese Il Propugnatore, la cui attualità lasciamo giudicare al lettore.

Tutte le strade conducono a Roma.

Proverbio

 

Amici miei, chiedete che in faceto

stile, raccozzi un qualche mio sciloma1?

Sia pur cosaccia, aborto, mostro o feto?

Asino stanco addosserò la soma

che m’imponete, e sarà cura mia

di farla entrare, o bene o male, in Roma.

Se entrarvi non potrò per piana via,

v’entrerò come esercito italiano,

rompendo o scavalcando Porta Pia.

Eccomi dunque con la penna in mano,

Antonio Casetti e il Cittadino leccese (terza ed ultima parte)

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

A stretto giro di posta, anzi di giornale, Antonio Casetti conclude con un colpo di scena  il suo poetico scambio epistolare con la fantomatica Nina: Nina non esiste; o, meglio, la lettera precedente a firma di Nina K. è un falso confezionato da intellettuali a lui ostili, che pensano, addirittura, di far così colpo su questa portatrice di parrucca che è riuscita a scatenare una battaglia ideologica, una polemica filosofica e letteraria tra passato e presente;  e che a noi piace immaginare con un sorriso beffardo reso più intrigante da una ciocca, naturalmente posticcia, che le nasconde in parte il viso…

APPENDICE

AI CAPELLI POSTICCI

A NINA

A voi, Nina, mio indomito

desiderio e mio spasimo,

Antonio Casetti e il Cittadino leccese (seconda parte)

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

Nella poesia che abbiamo presentato nella prima parte Antonio Casetti ci ha fatto conoscere Nina, la quale non attende certo troppo tempo per rispondergli…per le rime. E lo fa con questa poesia in forma di lettera con tanto di firma (Nina K.) e di data (Napoli, 30 settembre 1868). Se non si trattasse di un’invenzione del letterato che con sottile ironia prende in giro se stesso, se, cioé tutto non fosse fittizio (compresa la firma, per cui non sapremo mai a cosa corrisponda per esteso quel K., ammesso che si tratti di un personaggio realmente esistito), diremmo che il servizio postale allora funzionava molto meglio di oggi se una missiva scritta il 30 settembre risulta pubblicata il 5 ottobre…

Anche questa volta Antonio Casetti non manca di lanciare le sue frecciate contro gli eccessi del secolo passato e del suo, sicché Nina finisce per diventare l’alter ego del letterato che recupera la sua identità grazie al buonsenso di una persona comune che sa guardare in modo disincantato alla vita, consapevole delle sue inevitabili contraddizioni , ricchezze e miserie, senza il cipiglio serioso di certi intellettuali che vorrebbero far credere di essere indenni da certi condizionamenti.

“Cridi de chiazza”: un quadretto di vita gallipolina degli inizi del secolo scorso dipinto da “Pipinu”

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

Mercato pubblico. Questa foto e quelle che seguono, di Stefanelli, sono tratte da Giuseppe Gigli, Il tallone d’Italia, II, Gallipoli, Otranto e dintorni, Istituto italiano d’arti grafiche editore, Bergamo, 1912

Il ponte a dodici arcate che unisce il borgo alla città

Clemente Antonaci e Il cittadino leccese (terza ed ultima parte)

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

Conclude il ciclo di puntate dedicate all’argomento un altro “stornello” pubblicato nel n. 5 (anno secondo) del 29 marzo 1862 del settimanale leccese. Rispetto al precedente la struttura metrica appare più “popolare” con i versi, sempre endecasillabi, a rima baciata.

Stornello

Era un mese d’autunno allor che il nido

Va la rondine a porre in altro lido

E mi disser venivi; intesi il core

Come quel tempo che fu primo amore.

E mi vestii color dell’amaranto1

Ed in famiglia ti si attese tanto:

Poi l’altro dì vestii color di neve

E ad incontrarti feci via non breve:

Poi l’altro dì vestii color del mare

Clemente Antonaci e Il Cittadino Leccese (seconda parte)

Albert Anker – La lettura del giornale

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

Dopo l’encomio funebre della puntata precedente presentiamo oggi un’altra poesia di Clemente Antonaci  pubblicata nel n. 13 (anno primo) del 12 ottobre 1861 de Il cittadino leccese.

Questa volta il tema è indubbiamente più allegro e anche la forma si adegua utilizzando, come nella poesia precedente, l’endecasillabo, non sciolto ma organizzato come si dirà più avanti. Non ci sembra questo il caso di teorizzare sulla funzione della rima a seconda dei vari generi letterari, anche perché, per quanto essa riemerga periodicamente magari solo come fantasma nell’assonanza, siamo convinti che il vero artista può fare tutto, anche scrivere qualcosa di tragico in rima baciata senza far ridere e qualcosa di comico in endecasillabi sciolti senza far piangere. Né questa consapevolezza poteva mancare al suo autore  col titolo Stornello (lo vedremo anche nel terzo componimento che esamineremo nell’ultima puntata), anche se poi la struttura metrica, di cui parleremo più avanti, ne è distante anni luce. Anche questa volta proponiamo la testata e il testo di quel giorno, testo che, come la

Clemente Antonaci e Il cittadino leccese (prima parte)

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

Le emeroteche rappresentano, com’è noto, una delle principali fonti per la ricostruzione di un periodo storico; il giornale costituisce, pur nei condizionamenti interpretativi  che ogni legame più o meno ideologico comporta, una fotografia quasi immediata dell’evento, senza gli inevitabili ulteriori filtri che, ad esempio, un saggio, pur coevo, ha potuto, nel limitato tempo che lo separa dall’evento, introdurre.

Capita, perciò, che anche la produzione non strettamente giornalistica, nel caso di oggi quella poetica, trovi spesso (e ciò è capitato anche ai grandi autori) ospitalità su un giornale, nel nostro caso un periodico, un’ospitalità tanto più fortunata  quanto meno probabili sono le possibilità che quel prodotto  possa restare inserito in una raccolta di più ampio respiro pubblicata secondo i consueti canoni. E quei frammenti sparsi, anche se in sé conclusi, costituiscono preziosi tasselli per meglio comprendere e definire la personalità di artisti che pure hanno visto pubblicate le loro opere principali.

Di Clemente Antonaci, personaggio di spicco della cultura risorgimentale salentina1, comparvero su Il cittadino leccese2 tre poesie: la prima, quella che esamineremo oggi, nel n. 11 (anno secondo) del 10 maggio 1862, le altre, alle quali dedicheremo la nostra attenzione nella prossima puntata, rispettivamente nel n. 13 (anno primo) del 12 ottobre 1861 e nel n. 5 (anno secondo) del 29 marzo 1862.

Ecco la testata del numero in cui uscì la poesia di oggi e, di seguito, il testo originale, che poi trascriveremo per poter inserire le note di commento.

Il componimento, in endecasillabi sciolti, è in onore della fine prematura di Vilma Kossuth (13 maggio 1843-22 aprile 1862), figlia del leggendario Lajos, l’eroe dell’indipendenza ungherese, morta in Italia (a Nervi), dove si trovava in esilio con l’intera famiglia, di tisi. Il motivo funebre, però, s’intreccia con quello patriottico non solo in una specie di osmosi padre-figlia ma pure in una sorta di gemellaggio fra due paesi (l’Ungheria e l’Italia) che hanno lottato, anche se con esiti diversi, per un ideale di libertà. Sul piano formale c’è fedele aderenza ai canoni ottocenteschi in generale e risorgimentali in particolare, con l’adozione di molti termini di diretta origine latina, con finalità di enfasi e solennizzazione amplificate talora dall’enjambement (porporini/crepuscoli; mille/adorator; avrete/compagna; strette/le destre; scenderanno/ innumere); non manca neppure un’eco leopardiana  [A riguardar verrai sul tuo verone./ Né più del caro vecchio genitore…sentiraiD’in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi (Canti, A Silvia, 19-20)] e l’uso di nessi stereotipi (la fredda spoglia; laceri avanzi).

Nonostante ciò, anche al lettore di oggi la lettura risulta agevole e gradevole.

A Vilma Kossuth (a)

Una vergine passa: a quel sorriso

Che le labra3 le sfiora, ai rosei veli

D’oro trapunti, a le sue vesti orlate

Di lucente ermisino4, a la ghirlanda

Che il crin le cinge, sospettar potevi

Che a una festa s’avvii. Povera Vilma!

Oggi una zolla di straniera terra

Ma diletta al cor tuo, la fredda spoglia

Ti coprirà. Né più la lieta pompa

Delle ausoni5 campagne, e il blando sole

Del maggio e del ciel nostro i porporini

Crepuscoli dell’alba, e de la sera

A riguardar verrai sul tuo verone.

Né più del caro vecchio genitore

Che pargolett’ancor per dubbia6 fuga

Seco ti addusse, su le molli treccie

Sentirai la carezza; e de’ tuoi lari7

Sì lungamente sospirati e pianti

Non rivedrai la soglia, esule figlia.

Pur di beltà di gioventù raggiante

Come d’un Cherubino era il tuo volto

Ch’una gentil malinconia velava,

Ch’avria8 beato d’un soguardo9 i mille

Adorator che ti venian sui passi,

Tanta lo rivestia grazia di cielo!

Ma in la tua salma10 tenerella ardea

La favilla vital pallida, fioca,

Da lento morbo11 esinanita12, come

Il baglior d’un13lampana14 notturna

Che or langue or riscintilla e vien morendo.

Itale belle ed Itali guerrieri

Si cosperga15 d’anemoni e narcisi

Come a compianto di perdut’amica

Il feretro di Vilma. E voi dispersi

Laceri avanzi delle forti pugne

Combattute alla Vistula e al Tibisco16

Prodi  Poloni e Magiari, che Vilma

Compagna aveste all’esular né avrete

Compagna alla reddita17, oh le donate

Come a sorella i pianti. E non fian lunghi

di Vilma i sonni…Che quel dì che strette

Le destre a un giuro18 di trionfo o morte

Coll’ira dei lioni scenderanno

Innumere dall’Alpi e da’ Carpati

Le armate di due popoli a battaglia

Contro il Teutòno19, romperà la pietra20

Vilma che la rinserra e redimita21

De l’aureola de’ Santi uscirà incontro

Al primo eroe che pianterà il vessillo

Sopra le torri di Venezia e Buda22,

A baciarne la fronte e incoronarlo.

Però sin ch’ella poserà23 sin quando

Non  si ridesti, della sua canzone

L’alpiggiano24 pastor, de’ suoi susurri25

La spumeggiante Dora26; e la romita27

Aura28 del Moncenisio a lei più leni29

Renda, e beati del sepolcro i sonni.

 

(a) Vilma Kossuth figlia dell’illustre Magiaro che da morbo triennale consunta moriva a Torino nel passato aprile di anni 17. Molti signori e signore italiane, il corteo dell’emigrazione ungherese e polacca, ed il suo vecchio padre piangendo ne accompagnarono il feretro.

________

1 Avvocato,  titolare di letteratura latina e greca al liceo Palmieri di Lecce. Dall’ Annuario della istruzione pubblica del Regno d’Italia del 1868-69, Tipografia del giornale Il conte Cavour, Torino, 1869, pag. 231: “Originario di Martano, collaborò con Giuseppe Morosi alla raccolta di canti popolari in griko, materiale che servì al Morosi per elaborare la sua teoria dell’origine bizantina e non magno-greca delle popolazioni grecofone della Grecìa salentina. Secondo quanto riportato da C. De Giorgi, Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888 dettò il testo della lapide marmorea che il comune di San Cesario di Lecce pose il 1 marzo 1885 sulla facciata della casa natale di Vincenzo Cepolla (oggi corrisponde al n. 50 della via a lui intitolata), giurista e deputato al parlamento napoletano”.

Aggiungiamo che Giuseppe Morosi nella sua opera (Studio sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, pag. VI così ne ricorda, nell’iniziale messaggio ai lettori, il prezioso contributo: “Alcuni saggi poi di canzoni popolari nel dialetto medesimo procuratimi da persone amiche e sopratutto la piccola, ma preziosa raccolta, per anco inedita, che ne avea già fatto il mio egregio collega Avv. Antonaci, martanese, e che gentilmente mi fu da lui comunicata mi convinsero che un tale studio non solo per la filologia, ma poteva essere di qualche momento eziandio per la letteratura e la storia”.

A Clemente Antonaci sono intitolati a Martano l’Istituto Comprensivo di via Nizza 51 e una via; quest’ultima pure a Nardò e a Lecce. Dell’illustre salentino comparvero sul settimanale leccese, oltre alle tre poesie di cui si è detto e ad altre molto probabilmente contenute in numeri perduti,  articoli letterari. Uno, con indicazione della sola testata e senza data, fu riprodotto nell’appendice di La Giapigia e varii opuscoli di Antonio De Ferrariis detto il Galateo, v. II, pagg. 23-27,  facente parte del terzo volume della Collana di opere scelte edite e inedite di scrittori di Terra d’Otranto, a cura di Salvatore Grande,  Tipografia Garibaldi di Flascassovitti e Simone, Lecce,  1868. Proprio Salvatore Grande nel 1875 subentrerà ad Enrico Lupinacci (vedi nota successiva) alla direzione de Il cittadino leccese.

Clemente Antonaci fu autore di La donna è un libro: monologo, s. l., s. n. , 1894; Epigrafi e motti: Lecce, 22 agosto 1889, Lazzaretti e figli, Lecce, 1889.

2 Il primo numero di questo settimanale storico-letterario, che era pubblicato il sabato per i tipi della Tipografia dell’Ospizio Garibaldi ed era diretto dal prete liberal moderato Enrico Lupinacci (dal 1862 titolare di Italiano, anche lui al liceo Palmieri), uscì il 6 aprile del 1861. La raccolta (della quale, probabilmente, come si dirà nella terza parte, sono andati perduti parecchi numeri), custodita nella Biblioteca provinciale Nicola Bernardini, è stata restaurata in occasione del 150° anniversario dell’Unità.

3 Variante letteraria di labbra.

4 O ermesìno (anticamente ormesino o ormisino): tessuto pregiato di seta leggera; la voce è da Ormuz, antica città persiana.

5 Gli Ausoni erano una popolazione campana dell’età del ferro. Ausonia venne poi usato estensivamente dai poeti romani per indicare l’intera penisola.

6 Pericolosa, secondo uno dei significati che la voce assume in latino.

7 I Lari presso i Romani erano, insieme con i Penati e con Vesta, i protettori della casa. Qui la voce sta nel senso estensivo di patria.

8 Avrebbe.

9 Per sogguardo (sguardo).

10 Nel significato letterario di corpo; nostre misere menti e nostre salme sono disgiunte in eterno (Leopardi).

11 La tisi.

12 Voce letteraria che significa spossata; dal latino exaninanìre=vuotare, da inanis=vuoto, vano, inutile.

13 Errore di stampa per una (tutti i versi, oltretutto, sono endecasillabi).

14 Voce letteraria, variante toscana di lampada.

15 Variante letteraria di cosparga.

16 Due fiumi; il primo scorre in Polonia, il secondo in Ungheria.

17 Variante di redìta, voce letteraria che significa ritorno.

18 Voce letteraria per giuramento.

19 I Tèutoni erano una popolazione tedesca; da notare la diastole (teutòno) per esigenze metriche.

20 Quella che copre la sepoltura.

21 Voce letteraria che significa incoronata.

22 Budapest nasce dall’unione delle tre città di Buda, Óbuda e Pest.

23 Riposerà.

24 Per alpigiano (geminazione di g-, all’opposto di quanto avviene più avanti con susurri).

25 Per sussurri (scempiamento di r, all’opposto di quanto succede nel precedente alpiggiano).

26 È il fiume Dora Riparia.

27 Voce letteraria che significa solitaria, isolata.

28 Voce letteraria che significa aria.

29 Voce letteraria che significa leggeri.

AMIANTO-ETERNIT: un pericolo da non sottovalutare

di Maria Grazia Presicce

Triste spettacolo di qualche giorno fa sulla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo

Dopo la sentenza che ha condannato i dirigenti e proprietari della fabbrica criminale di eternit di Torino, sarebbe bene che il problema “AMIANTO-ETERNIT “ non  tornasse nel dimenticatoio. Non basta l’indignazione e lo scalpore della notizia solo al momento del verdetto finale, le conseguenze connesse con questo problema sono quanto mai incombenti ed il rischio è esteso a tutta l’Italia, da nord a sud.

Purtroppo  solo con riferimento alla suddetta sentenza se n’è ripreso a parlare come se fosse un problema pertinente solo a quell’area e, in ogni modo, anche lì, dopo il primo clamore, l’allarme  è parso sopirsi per poi completamente addormentarsi tanto, chi è morto ormai non c’è più, i congiunti hanno preso i quattrini, “ chi s’e visto s’è visto” e amen.

Dovremmo invece scuoterci  davvero tutti e dare voce al problema, affrontando l’argomento eternit,  allertando il cittadino e rendendolo consapevole dell’effettiva pericolosità di questo materiale tanto diffuso ancora  su tutto il territorio nazionale. Sicuramente, riguardo  il suo l’utilizzo,   non c’è stato sufficiente allarmismo in un passato, tra l’altro, molto prossimo. Nessuno degli organi competenti, e meno che mai dei nostri ambientalisti  hanno  cercato di affrontare con fermezza l’argomento. Eppure l’amianto è, purtroppo ancora oggi, alla portata di tutti. Basta farsi un giro per le nostre campagne, spesso nei giardini delle nostre abitazioni, per rendersi conto della

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