Storie lampanti. McBetter di Mattia De Pascali

Mattia De Pascali (ph Alessandro Stajano)

 

UNA STORIA A SORPRESA: IL “MCBETTER” DI MATTIA DE PASCALI

di   Maria Antonietta Bondanese

E una mattina, destandomi, scoprii che quel giorno era giunto. E lo accettai senza troppe remore, perché da quando ho memoria ho sempre saputo che sarebbe arrivato.(…) Non c’è nulla da drammatizzare nella fine. E’ il punto d’arrivo, l’assoluta certezza”. Inizia così il racconto di Mattia De Pascali, contenuto nel volume Storie lampanti, che raccoglie le storie più belle proposte nel concorso letterario del 2013 “Raccontare i Paduli”.

Una scrittura incisiva, efficace, per un narrare a metà strada tra fantastico e reale, tra enigma e verità, che coinvolge il lettore e lascia intuire lo stile di De Pascali sceneggiatore e regista.

Il cineasta supersanese, al di là della giovane età, ha già all’attivo un interessante curriculum costruito con competenza, studio e passione. “Sono stato abituato – dice Mattia – a guardare film fin dalla tenera età. Eppure da bambino volevo fare altro, un mestiere che mi permettesse di essere più a contatto con la natura. Almeno fino a tredici anni, quando ho scoperto le opere di Stanley Kubrick e ho compreso il potenziale infinito del mezzo cinematografico”.

Dal regista statunitense, il cui genio ha spaziato dal thriller alla satira politica, dalla storia e fantascienza al dramma psicologico, Mattia ha mutuato la pluralità degli interessi.

(ph Alessandro Stajano)
(ph Alessandro Stajano)

 

Oggi – aggiunge – non ho un regista, un film o un genere preferito. Tendo a non mitizzare niente e nessuno ma sono aperto a tutto.” La sua stanza di lavoro, adorna di libri, fotografie e manifesti descrive, infatti, un percorso personale ricco di curiosità. Una capacità di guardarsi intorno e rappresentare la quotidianità attraverso il filtro dell’inventiva.

Anche il set del suo recente lungometraggio “McBetter”, allestito nel B&B Luxury a Lecce e quindi ad Arnesano presso Villa Maresca, è lontano dal tipico Salento assolato, intrappolato in una ‘controra’ senza fine. Il contesto salentino è reinventato, invece, come sfondo per un intreccio che potrebbe snodarsi ovunque, perché il “messaggio, le idee politiche o la visione sociale del regista – Mattia ne è convinto – emergeranno comunque attraverso alcuni dettagli per occhi attenti”.

Tutti i film – prosegue – raccontano la società in cui nascono ed un ‘messaggio’ arriva meglio se non viene veicolato in modo diretto”. Ma, ad esempio, sotto la specie accattivante del thriller o della commedia “nera” dai toni grotteschi qual è “McBetter”. Una storia in cui il gioco perverso del Potere viene smascherato con scanzonata ironia e i rapporti di forza, motore dell’esistenza, sono tracciati mediante la tensione dell’intrigo. Non a caso, la vicenda di “McBetter” è ispirata al dramma shakespeariano di Macbeth, dove ambizione e avidità sfrenata portano a totale distruzione il protagonista che, ucciso il proprio re, si avvita in una spirale di delitti fino al tragico epilogo.

McBetter family
McBetter family

 

In “McBetter” il re da usurpare è l’attempato imprenditore Joe McBetter, proprietario di una ricca catena di fast food mentre il nuovo Macbeth è Malcom, suo genero. Entra così in primo piano il mercato del fast food, del cibo veloce, industria tra le più potenti del mondo dove le ragioni del profitto impongono lo sfruttamento dei lavoratori e la seduzione dei consumatori, specie dei bambini, mediante una pubblicità ingannevole. Una realtà che corre lungo il filo della trama con sorprese e colpi di scena, come nel più classico dei polizieschi. Singolari i personaggi di questa storia, per i quali De Pascali ha selezionato gli interpreti secondo il criterio dell’originalità e della bravura. “Durante il ‘casting’ – ci tiene a sottolineare – ho cercato attori che fossero personaggi particolari, non belle presenze.   E così è stato, compreso per il più giovane dei protagonisti, Oscar Stajano, cinque anni appena e pronipote di Giò Stajano, famosa nella ‘dolce vita’ di felliniana memoria”.

ph Silvia Cappello
ph Silvia Cappello

 

Il gruppo degli attori – Nik Manzi, Donatella Reverchon, Serena Toma e Andrea Cananiello – è affiancato da tecnici esperti come Giulio Ciancamerla, l’aiuto regista; Lucio Massa, l’organizzatore generale; Islam Mohamed detto ‘Ismo’, il direttore della fotografia; Silvia Cappello, l’assistente di fotografia; Cristina Panarese, per gli effetti speciali; Jonathan Imperiale, il segretario di edizione; Sofia Volpe e Giorgia De Carlo, per trucco & parrucco. Spiccano nella troupe due giovani talenti di Supersano, Arianna Alfarano e Valentino Galati. Arianna , brillante attrice nel teatro amatoriale ed allieva presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, si è cimentata nell’impresa in qualità di abile scenografa. Valentino, noto dj, ha preso parte come addetto all’audio e compositore della colonna sonora. Dall’estro di Valentino, che opera in campo musicale nel duo “Monotron”, è nata anche la musica originale che esalta le immagini di Candy School, il cortometraggio realizzato nel 2103 da Mattia De Pascali con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “E. Frascaro”di Supersano, nel laboratorio di cinema da lui tenuto sul tema del bullismo.

Numerose le opere di Mattia selezionate in vari festival, come il Festival del Cinema Europeo a Lecce, il Castro Film Festival e il Puglia in corto a Brindisi. Intensa anche la sua collaborazione con la rivista online di critica cinematografica Point Blank – La più corta distanza fra il bene e il male e quella con altri registi come Alberto Genovese, per il quale sta ultimando la sceneggiatura del film “Resurrection Corporation”.

Risultati sorretti da una solida formazione e cultura professionale. Alla laurea triennale al DAMS di Bologna, hanno fatto seguito infatti la laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conseguita a pieni voti al DAMS di Roma Tre e la frequenza di vari corsi per ampliare la sua specializzazione. “Il cinema – dice Mattia – è diventato la mia ragione di vita”.

Più che le parole, il tono della voce e lo sguardo lasciano trapelare quanto entusiasmo, coraggio e determinazione siano necessari ad affrontare gli ostacoli che un’attività così complessa comporta. Dalla fine degli anni Ottanta, il cinema “made” in Puglia ha fatto un salto di qualità, grazie anche al supporto della Regione ma serve “qualcuno che investa cifre vere e non si appoggi solo ai limitati fondi pubblici per promuovere un’industria in grado di crescere su delle basi solide e non essere alla mercè di tagli e crisi economiche”. E’ quanto annotava Mattia De Pascali nel suo libro Multisala Salento, che reca l’eloquente sottotitolo “Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento”. Era il 2012 quando appunto osservava che mancano programmazione e infrastrutture, mancano teatri di posa e una scuola di cinema. Manca il sostegno economico  a chi è agli inizi.

Un regista emergente come Mattia De Pascali deve perciò auto produrre il suo film. Senza cedere a facili vittimismi, Mattia lavora adesso con impegno al montaggio del “McBetter”, finito di girare lo scorso aprile, per poterlo ultimare quest’anno e proporlo nel 2018 entro i circuiti di distribuzione. Anche questo è un grosso problema perché il mercato tende in genere a premiare i nomi già noti più che gli esordienti, la cassetta più che la qualità.

Ma il cinema che da sempre racconta bellissime storie, potrà forse regalarci ancora una volta sorprese ed emozioni con la ‘storia’ di Mattia De Pascali.

Per sapere di più su personaggi e interpreti della black commedy McBetter”, conoscere particolari gustosi e momenti del set, si può visitare la pagina Facebook: www.facebook.com/McBetterMovie.

 

Il Museo del Bosco a Supersano

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di Paolo Vincenti

A Supersano, nel dicembre 2011, è nato il MUBO, ossia il Museo del Bosco. E’ un progetto che viene da lontano e nasce dalla acquisita consapevolezza da parte dei supersanesi della eccezionale portata storica di cui il proprio comune è depositario.

Un progetto che inizia moltissimi anni fa quando gli studiosi locali pubblicavano le ricognizioni storiche sull’antico Bosco di Belvedere, di cui Supersano era parte integrante, sul sito archeologico della zona Scorpo, dove sorgeva un villaggio bizantino, sulla Specchia Torricella e sulla chiesa rupestre della Coelimanna. Un progetto che prende il via a seguito di una importante campagna di scavi eseguiti in località Scorpo dal Laboratorio di Archeologia Medievale dell’Università del Salento, guidato dal prof. Paul Arthur. Si è così scoperto che le origini di Supersano risalgono addirittura al Paleolitico e questa zona era frequentata fin dalla notte dei tempi. Il Bosco del Belvedere si può definire un enorme polmone verde dove, fino a poco più di cento anni fa, si estendeva un’area boschiva che interessava l’agro di ben quindici comuni. Il Mubo, realizzato con fondi regionali PIS 14, nasce proprio per raccontare la storia di queste eccezionali scoperte e dello specifico ecosistema del Belvedere.

Nelle intenzioni dei proponenti, “il Museo vuole porsi come punto di riferimento per un vasto territorio al di là dei limiti comunali di Supersano. L’allestimento coniuga le esigenze didattiche con una attenta ricostruzione ambientale, archeologica e storica, garantita dalla partecipazione al progetto di docenti dell’Università del Salento sotto la direzione scientifica del prof. Paul Arthur. Le diverse sale espositive, le ricostruzioni grafiche realizzate dallo studio Inklink di Firenze, i reperti archeologici, la riproduzione di manufatti ceramici e degli strumenti litici atti alla loro lavorazione, consentono al visitatore di fruire di un percorso informativo di particolare interesse e suggestione.” Questo progetto è costato molti sforzi ai suoi ideatori e realizzatori.

Rocco De Vitis negli anni '80, ritratto alla sua scrivania nell' "esotico" studio da lui stesso arredato
Rocco De Vitis negli anni ’80, ritratto alla sua scrivania nell’ “esotico” studio da lui stesso arredato

 

E a descrivere il frutto del pluriennale lavoro, è stato pubblicato, a cura di Maria Antonietta Bondanese, il Catalogo: “Supersano. Arte e Tradizione, scoperta e conoscenza. Mubo Museo del Bosco”, con il patrocinio del Comune di Supersano, della Provincia di Lecce e dell’Università del Salento. Con i testi di Maria Bondanese e la grafica di Simone Massafra, è un utile strumento di conoscenza (ha anche un sito: www.museodelbosco.it) a vantaggio dei tanti turisti che soprattutto d’estate affollano le nostre contrade ma anche dei salentini che vogliano conoscere le meravigliose ricchezze custodite da questo territorio. Perché di quanto fatto rimanga traccia, perché il comune supersanese venga maggiormente conosciuto ed apprezzato, perché il museo del bosco non sia una cattedrale nel deserto.

Del bosco di Supersano, delle Vore e del Lago Sombrino, si è occupato anche il nostro Rocco De Vitis in “Soste lungo il cammino”(Taviano, Grafiche Aesse, 1991). Con una “breve panoramica geologica” descrive la nascita delle Vore o Ore di Supersano, delle quali la più consistente è quella a sud del Cimitero, accanto al Santuario della Madonna della Coelimanna, detta “Fago” o “Fao”. Questa vora, spiega De Vitis, non riuscendo a contenere l’enorme getto di acqua proveniente a seguito delle ingenti piogge dai paesi circonvicini, produceva estesi allagamenti. La vora, il cui carico d’acqua diventava insostenibile, ben presto sprofondò in una voragine che creò un vero e proprio lago, di ben 100 ettari, il Lago Sombrino. Successivamente, venne creato artificialmente un altro lago che potesse contenere parte delle acque del Sombrino e ad esso collegato tramite un canale di comunicazione, sicché questo fu il lago della Padula, mentre il Sombrino, ormai prosciugato, scomparve del tutto. De Vitis dedica alle Vore e al Lago Sombrino anche una significativa poesia: “Allor che tu ancora / non eri, venata / da mille canali / fenduta travolta / da mille torrenti, / d’intorno ti stava / la giovine Terra: / e tu Supersano / ancora non eri /”.

Il rapporto fra De Vitis e il Bosco di Supersano viene ripreso da Cristina Martinelli proprio nel recentissimo libro “Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista” (Soc. Storia Patria sez. Lecce, Grifo 2017). Nel suo contributo ,“Tra documento identitario e poesia, Tu Supersano”, la Martinelli sottolinea come De Vitis, “da vero patriarca per l’intera comunità della sua amata Supersano”, avesse compreso “la bellezza dei luoghi, la ricchezza di Storia che custodivano” ed analizza la suddetta poesia, fra interesse documentaristico e afflato poetico.

Tornando al Mubo, dobbiamo dire che un museo non deve essere solo deposito di conservazione di oggetti del passato ma centro di ricerca attivo, di produzione ed elaborazione di documenti. Del pari, un museo non dovrebbe fare solo una esposizione di materiali e oggetti vari, ma incoraggiare anche una loro riproposizione, non essere solo un museo didattico, luogo di confronto teorico, ma anche didascalico, e svolgere quelle funzioni tecniche che sono date dalla natura stessa degli oggetti musealizzati. Un museo, ogni museo pubblico, è vincolato alla sua funzione sociale ma anche alle scelte di politica culturale operate da chi deve governarlo. E dunque, se sulla serietà del lavoro condotto fin qui garantisce la direzione scientifica del Prof. Paul Arthur (la cui prestigiosa firma compare in calce alla presentazione del libro), alle diverse amministrazioni comunali che si succederanno spetterà il compito di gestire il Mubo.

ll Museo del Bosco è ospitato nello storico Castello Manfredi, sede del Comune, nel cuore del centro abitato. L’iter espositivo si snoda attraverso sette sale, su due piani, un book shop e la torre medievale. Davvero consigliabile una visita. Il libro che lo documenta è diviso in quattro sezioni tematiche. Nella prima sezione, dopo la Presentazione del Prof. Paul Arthur ed i Saluti dei passati Sindaco e Consigliera alla Cultura del Comune di Supersano, Dott. Roberto De Vitis e Prof.ssa Maria Bondanese, vengono offerte delle tracce sul territorio di Supersano e sulla sua storia, sul Castello Manfredi e sulla Torre Medievale.

Nella seconda sezione, si entra nel vivo della trattazione, con la descrizione particolareggiata del Museo, delle sue Sale e della collezione in esse contenuta. Nella terza sezione tematica, vengono trattati i luoghi di interesse del territorio e segnatamente “La cripta della Madonna della Coelimanna”, a cura di Stefano Cortese, “Il santuario della Vergine di Coelimanna”, a cura di Stefano Tanisi, “L’albero della manna”, a cura di Francesco Tarantino, i Menhir, le Masserie, “ I percorsi naturalistici”, a cura di Michela Ippolito, e la Chiesa Matrice.

La quarta sezione raccoglie le Informazioni utili, ricettività, gastronomia, numeri d’emergenza, insomma tutto ciò che il turista che viene a Supersano deve sapere. Al libro, che per essere un opuscolo reca un apparato bibliografico davvero poderoso, si affiancano alcune brochure, anch’esse molto curate dal punto di vista grafico, che offrono uno strumento di più agile consultazione. Chiaro che il museo, per sua stessa definizione, è un contenitore di reperti del passato, di oggetti che non hanno più vita nel presente. Dunque, per il suo status semiologico, esso non può parlare il linguaggio della vita ma un meta- linguaggio, cioè il linguaggio della riflessione sulla vita. Resta fermo però che, se non “vitalmente”, certo “museograficamente”, un museo debba essere “vivo” e parlare ad un pubblico quanto più vasto possibile.

Scrive ancora Rocco De Vitis: “Da lungi venivan / le acque trascinando / e tronchi e ciottoli / ed ossa di mostri, / cercando la quiete / a pie’ de l’altura / che cinge i tuoi campi / e tu Supersano / ancora non eri /.

 

Supersano. Chiara Ferrazzi, una storia di gusto, di sapori e di qualità che continua

SUPERSANO bio

          

Interno dello stabilimento Ferrazzi
Interno dello stabilimento Ferrazzi

di Maria Antonietta Bondanese

Supersano bio”, un logo vivace. I colori del cielo, della terra, dei frutti, del sole, evocati da un marchio in cui sono sottesi passato e presente.

Dolce e salato, creme, passate e patè, confezionati secondo i princìpi dell’odierna agricoltura biologica, fanno bella mostra di sé nei vasetti della recente produzione estiva. Una soddisfazione per Chiara Ferrazzi, nel cui sguardo aperto e vibrante brilla la luce di un’intelligenza operosa. Innovare nella tradizione. Una sfida da portare avanti, partendo, ancora una volta, da Supersano.

Come quando gli antenati, Attilio e Luigi Ferrazzi (nonno ‘Gino’), approdarono in questo lembo di Meridione, provenendo da La Spezia, dove si erano stabiliti dalla natìa Busto Arsizio. I ‘milanesi’, così li appellarono in paese in un misto, penso, di incredulità e ammirazione (‘milanese’ era anche, nel parlar comune della gente, un complemento di luogo riferito ai due, si’ che, ad esempio, ‘andare al…, fermarsi a…, lavorare da…’, ecc., era come dire:’ andare allo stabilimento Ferrazzi, fermarsi allo stabilimento Ferrazzi, lavorare dai Ferrazzi’, ecc.). Incredulità, almeno iniziale, che uomini venuti dal Nord davvero potessero amare questa terra: remoti non erano i tempi del furore, della rabbia del Sud di fronte a un Risorgimento ‘mancato’ e della brutale repressione da parte dello stato ‘piemontese’ neo-unitario.

Sequela dei traini carichi di uva
Sequela dei traini carichi di uva

 

Ammirazione, per quella straordinaria vitalità imprenditrice che rompeva gli schemi del proprietario terriero guardingo e sospettoso del nuovo. In verità, nel territorio in cui i fratelli Ferrazzi impiantarono l’A.G.F., la loro azienda vinicola, si andava scrivendo proprio allora una diversa storia produttiva e l’industria cominciava ad affermarsi in un contesto da sempre rurale.

Tra fine ‘800 e inizi ‘900, infatti, in Terra d’Otranto venivano costruiti centinaia di stabilimenti con i criteri dell’enologia più aggiornata, offrendo un quadro che modifica la visione di un Mezzogiorno tutto arretrato, fuori dai flussi della modernità e restituisce l’immagine di un’economia articolata, lontana da banali semplificazioni. Da un capo all’altro di Terra d’Otranto era un fiorire di innovazioni tecniche accanto ad abilità lavorative antiche, per rendere sempre più competitivi gli impianti enologici. Basti pensare, tra Brindisi e Gallipoli, all’azienda vitivinicola ‘Leone de Castris’ a Salice Salentino o a quella di ‘Adolfo Colosso’ ad Ugento.

Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’
Interno dello stabilimento : spazio ‘pesa’

 

In questo fervore di inizi s’inserisce il decollo dell’Azienda A.G.F. a Supersano, dove Gino Ferrazzi, imprenditore oculato e competente, oltreché perito agrario, esercitò anche la carica di sindaco, negli anni difficili del primo conflitto mondiale, dal 6 agosto 1914 al 13 marzo 1916 e, in seguito, per i primi sei mesi del 1919, in un’ Italia scossa dalla ‘vittoria mutilata’. Un impegno politico, il suo, intriso di ideali liberali e patriottici, da cui l’adesione alla Loggia ‘Liberi e coscienti’ di Lecce, che si batteva per un nuovo ordine di cose. Accanto a Gino, la moglie Anna Montale che, dal 1911 al 1921, risiedette a Supersano, mentre la famiglia cresceva con l’arrivo dei figli Maria, Flavio ed Italo. Intensa continuava la spola tra Supersano e La Spezia, città di transito e commercializzazione del prodotto salentino, dove i Ferrazzi si associarono a Naef e Longhi, per fondare nel 1924 una banca, che ha prosperato fino al 1967.

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Scomparsi Attilio nel 1936 e Gino nel settembre 1940, l’A.G.F. prosegue l’attività nel secondo dopoguerra con la seconda generazione, Franco, Italo e Flavio. Quest’ultimo, giovane ufficiale e agronomo, sposa Giovanna Ercolini nel 1949, dopo essere tornato indenne dalla campagna d’Africa e dalla dura prigionia inglese in India. (Al pensiero di tante traversìe subite da papà Flavio, lo sguardo di Chiara si fa assorto, mentre la sua voce si spezza nel ricordo…).

Dopo le ferite della guerra, la requisizione della casa di La Spezia da parte tedesca e la sua distruzione da parte americana, bisogna tornare a vivere.

I supersanesi, ‘don Pippi Carrozzini’, l’amministratore, e i fattori Michele Nutricato, ‘Ucciu’ Elia, Egidio Visconti, hanno seguito l’azienda durante la crisi bellica, mentre ‘mèsciu Virgiliu’ Stradiotti (figlio di Michele e fratello delle fornaie Vata e Maria) ha curato la tenuta delle macchine; Antonio De Pascali (‘Ntoni guardia) fungeva da guardiano e Mario Vinciguerra da autista dell’azienda; ora tutto è pronto per la nuova stagione della ricostruzione, che l’Italia intera intraprende dalle macerie dei bombardamenti.

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Una lunga, maestosa teoria di cavalli e carretti, con grandi tini di uve fragranti, si snoda dalla contrada di Bosco Belvedere, per il corso Vittorio Emanuele, fino al palmento di casa Ferrazzi. Nel pieno della campagna, una lunghissima fila di traini carichi di botti, sosta rispettando il turno di scarico. E’ la vendemmia 1953, impressa negli ‘storici’ fotogrammi della pellicola super 8, che narra l’evento festoso, la felice fatica di uomini, donne, ragazzi e anziani di Supersano, sorridenti all’occhio inconsueto della sorprendente cinepresa. In primo piano tanti lavoranti in bianche maniche di camicia, coppole e cappelli, biciclette, ‘tine di caricamento’, traìni, camion e una gloriosa ‘giardinetta’. Immagini color del tempo, volti ed espressioni di un’epoca aspra, di sacrifici, ma non avara di coraggio e ardita nelle speranze.

Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti
Casa Ferrazzi e palmenti verso la fine degli anni venti

 

Audacia che ritrovo in Chiara Ferrazzi. Una vita spesa nella scuola, imprenditrice ora per amore della terra salentina, passione di cui ha ‘contagiato’ anche Giano, l’affabile ed arguto consorte con i meravigliosi figli, Mattia, Camilla e Francesca. Il binomio ‘La Spezia-Supersano’, visibile ancora nella targa imbrunita all’ingresso dell’A.G.F., rifiorisce dal 2009 nell’azienda ‘Supersano bio’, con la fruttuosa presenza dell’agronomo-artista Antonio Giaccari, autore della rinascenza dell’azienda agricola e creatore del marchio ‘Supersanobio’.

Ho voluto trovare qualcosa –dice Chiara- che mi legasse di più al paese”. Quasi soggiorno obbligato nelle calde estati degli anni ’70, per lei è divenuto oggi un luogo del cuore, della memoria (nel Camposanto ai piedi della Coelimanna, ha voluto trovare ultimo riposo l’amato fratello Fabrizio), ma anche di un rinnovato slancio verso il futuro.

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Ripresa la spola tra La Spezia e Supersano, Chiara impronta il suo management ai criteri dell’agricoltura biologica: “benessere, equità, precauzione, ecologia”: quattro pilastri che garantiscono ‘il rispetto per la salute dell’uomo e dell’ambiente, unito alla volontà di riscoprire e recuperare le tradizioni tecniche agro-alimentari salentine’. Scritto in ariose broschure, lo si può leggere anche nel sito www.supersanobio, dove un apposito link rinvia ad altre aziende di Supersano attive nell’agriturismo e nell’alberghiero.

Fare sistema, entrare in una logica integrata dei vari settori, alimentare una rete di rapporti sul territorio, è necessario di fronte al mercato globale di oggi. Chiara ne ha una visione precisa, come netta è stata la sua scelta per una produzione ecosostenibile, cui non è estranea, credo, anche la sua sensibilità per l’arte e per il bello, di cui si fa entusiasta promotrice.

Un mondo di bianco, di silenzio, di pietra si offriva infatti nell’estate 2013 al visitatore della mostra ‘Sophia’, allestita da Antonio Giaccari, all’interno del patio di casa Ferrazzi. Ideale prosieguo delle precedenti mostre di Giaccari a Poggiardo e Soleto, intitolate ‘Philìa’.

Lavoranti alla vendemmia
Lavoranti alla vendemmia

 

E’ “un percorso infinito di conoscenza che troviamo nelle sue bianche sculture, dall’aspetto umile…”, ha scritto Chiara, indicando la non esauribilità per l’artista, ma anche per ognuno di noi, della ricerca di consapevolezza, di ‘sophìa’. Una tensione al meglio che Chiara esprime nella cura quotidiana per un prodotto di qualità. Proposto in fiere locali e nazionali (‘Agroalimentare’ 2011 a La Spezia; ‘Cibus’ 2012 a Parma), il marchio ‘Supersano bio’ è tra i migliori ambasciatori dell’eccellenza gastronomica e dell’ospitalità della piccola ma accogliente Supersano.

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Cosimo Morieri: ferro e legno… che passione

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ph Antonio Carriero (vietata la riproduzione)

   

di Maria Antonietta Bondanese

Osserva, valuta, progetta. Con gesti sapienti realizza quindi piccoli e grandi manufatti.

Bambino di ieri, costruisce trottole (curupizzi), raganelle, rocchetti (yo-yo) evocando l’allegria e la spensieratezza dei passatempi di una volta, quando i giochi si facevano per strada, in gruppo, ‘armati’ di noccioli di frutta, sassi, tappi di bottiglia e tanta fantasia. Tutte le abilità venivano coinvolte allora nel gioco, si sviluppavano autonomia, riflessione, confronto.

Cosimo Morieri sorride mentre mi mostra il lancio della trottola, spiegandomi le regole di un’attività ludica semplice e festosa, ma ormai dimenticata.

La sua bravura nell’intagliare e levigare il legno traspare dalla ricchezza e varietà dei tanti capolavori in miniatura che esegue con precisione di dettagli e sagace fattura: macchinine, mortai, pipe, portacandele, cannoncini, “Pinocchi” dall’aria trasognata e orologi sentenziosi sul “tempo che passa”. Mai identici uno all’altro, pur nella ripetizione del soggetto, questi esemplari sono ‘unici’ perché prodotti non in serie ma uno per uno, in legno d’ulivo, con scrupolosa cura.

Nelle sue creazioni, Cosimo Morieri trasferisce le competenze, l’intelligente manualità e la passione del suo vecchio mestiere di idraulico e manutentore di macchinari, di una vita lavorativa da artigiano.

Ultimo di quattro figli maschi, Cosimo nasce il quattro gennaio 1955 da Alfredo Morieri e Leonilde Del Genio, e ‘respira’ con i fratelli più grandi Attilio, Michele e Luigi, l’aria degli anni Cinquanta, con le difficoltà, le attese e le speranze che anche a Supersano si vivevano, dopo l’incubo del secondo conflitto mondiale e i moti contadini di occupazione delle terre.

ph Antonio Carriero (vietata la riproduzione)
ph Antonio Carriero (vietata la riproduzione)

 

Nella convinzione che lo sviluppo economico e sociale nel Sud del dopoguerra passasse attraverso la riforma agraria, anche i braccianti salentini si erano infatti mobilitati, occupando le aree non coltivate nel comprensorio dell’Arneo. «Sulle terre incolte d’Arneo/ noi porteremo la vita ed il lavoro/ darem le terre a tutti coloro / a cui l’agrario per anni negò», cantavano i contadini tra il dicembre 1950 e il gennaio 1951. Accusato di favoreggiamento, subiva alcuni giorni di arresto anche Cesare Reho, segretario della Camera del Lavoro di Supersano, poi tra i primi a promuovere l’occupazione del latifondo nel nostro Comune, in contrada “Schillanti”. A mediare il contrasto con i proprietari De Marco, interverrà il dottore Rocco De Vitis che si adoperò per il frazionamento in piccole quote della zona “Schillanti”, assegnate con sorteggio a circa mille famiglie di Supersano. Di lì a poco, però, la Legge 634/1957 di “Rifinanziamento della Cassa per il Mezzogiorno” contribuì a spostare gli aiuti statali dall’agricoltura all’industria, con il conseguente esodo migratorio dalle campagne verso il Nord d’Italia e l’ Europa, da una parte e ,dall’altra, con lo sforzo di una emergente classe di imprenditori meridionali ad esplorare nuove strade per il riscatto e la trasformazione dell’economia locale.

A Supersano prosperavano piccole e grandi imprese, fabbriche del legno e officine del ferro dove con molta perizia si realizzavano oggetti il cui fascino balza vivo nei ricordi di Cosimo Morieri, nelle cui opere in ferro battuto si riflette quella maestria e quella cultura della manualità. Lavorando con pinze e martello, seghetto e tronchesi, Cosimo ottiene da tondini di ferro di diverso spessore forme di estrema eleganza ed espressività per “quadri” di dimensioni variabili, dai più piccoli a quelli grandi fino a 2.34 x 1.40 m. «Il ferro l’ho sempre maneggiato a freddo», dice indicandomi la morsa che va utilizzata con energia, a forza di braccia, per materializzare figurazioni di sogno. Delicate farfalle, fanciulle seducenti, idre fantastiche e mitici eroi che non destano stupore in questo lembo di Finisterrae, ponte aggettato verso la classicità greca, luogo di transito di civiltà, centro di diffusione dell’arte testimoniata dagli affreschi delle tante cripte basiliane come la Coelimanna di Supersano e del pensiero, attestato dal paziente lavoro degli amanuensi di Casole, capace di trapassare gli spessi muri del monastero e del tempo per giungere fino a noi.

Figlio di una terra dove le pietre, le tradizioni religiose, la musica della taranta evocano una magia permanente, Cosimo Morieri ne traduce, a proprio modo, la seduzione per intero.

L’incanto del passato, della storia torna nello straordinario “velocipede” che Gina De Donatis, da quarant’anni felice consorte di Cosimo, mi mostra sorridente. Cosimo ne ha realizzati due esemplari, uno in legno e l’altro in ferro, da lui stesso verniciato d’azzurro.

Di poche parole, ma cordiale e sincero, Cosimo ci addita forse, con l’antico prototipo dell’odierna bicicletta, la via per ricominciare a “pedalare”, a guardare avanti con fiducia al futuro.

 

 

Alfredo Mariano, tra gli ultimi costruttori di traini del Salento

foto Cantoro - Supersano
foto Cantoro – Supersano

Mesciu   Alfredu

di Maria Antonietta Bondanese

“Acqua alle rote!” L’espressione proverbiale che invita a fare in fretta, evoca l’atto delle “ferratura” delle ruote. Operazione di sveltezza e precisione. Alfredo Mariano, carpentiere da decenni per bravura e per passione, me ne spiega le fasi.

Tutto è foggiato a mano: il mozzo, i dodici raggi da inserire a due a due nelle “caviglie”, cioè i gavelli o parti della circonferenza uniti mediante la “ mmicciatura”.

Per dare compattezza e durata alla ruota, si prepara quindi il cerchio esterno in ferro. Non solo “mesciu d’ascia”, Alfredo è anche eccellente fabbro, perché « in questo mestiere se non sai lavorare ferro e legno, non puoi fare niente», dice con un sorriso, leggendomi in volto ammirazione e rispetto per un’arte che richiede competenze diverse, dall’uso sapiente di scalpello, pialla e sgorbia a quello di tornio, incudine, mazze e martelli.

Foto Cantoro - Supersano
Foto Cantoro – Supersano

 

Da una spessa spranga di ferro si ottiene, infatti, con pazienza un cerchio, saldato alle due estremità, dilatato poi a caldo, su un letto di brace, essendo il suo diametro più piccolo rispetto a quello della ruota cui è destinato. Con apposite tenaglie viene calato sulla ruota, battuto per un perfetto incastro e subito raffreddato, in modo che aderisca senza bruciare il legno.

Un canovaccio che è lo stesso da tempo immemorabile, cui però l’abilità e la personale esperienza aggiungono sempre piccoli o nuovi accorgimenti perché ogni “pezzo” che esce dalle mani del carpentiere – traino, biroccio, calesse o sciarabbà – sia un capolavoro, motivo di orgoglio e di prestigio per il suo artefice.

Patrimonio di perizia e conoscenze che potrebbe essere fatto salvo dalle nuove generazioni se considerato non come relitto di un passato perduto ma come vitale artigianato da reinterpretare nel presente. «Da ragazzo – ricorda Alfredo – guardavo lavorare ‘mesciu Giorgi’, vicino casa mia…allora il mestiere si imparava con gli occhi, senza chiedere niente». Scampato nel 1981 ad un grave incidente nel quale subisce la menomazione del braccio destro – momenti di dramma che ancora vibrano nella voce commossa della moglie Rita e di Alfredo la cui profonda devozione alla Madonna di Celimanna lo aveva spinto solo una settimana prima ad intervenire per spegnere un incendio da corto circuito al contatore del santuario -, dopo qualche anno Alfredo cessa la sua attività nell’azienda agricola Frascaro e inizia, con intraprendenza e coraggio, a lavorare il legno, riproducendo prima eleganti vascelli inglesi in miniatura, poi restaurando e costruendo gli antichi mezzi di locomozione, carrozze e traini, memore dell’arte di ‘mesciuGiorgi’.                                                                                                                  

foto Cantoro - Supersano
foto Cantoro – Supersano

 

Le suggestive sfilate di traini, sciarrette e sciarabbà che l’Associazione “Tradizioni Popolari” di Supersano propone nel maggio fiorito per le vie del nostro paese, già da qualche lustro, attestano curiosità ma anche interesse nei più giovani, emozionando gli anziani che, nei primi anni del secondo dopoguerra, vedevano interminabili file di carretti passare la notte del 14 agosto, diretti a Torrepaduli, a San Rocco, il santo taumaturgo tanto venerato.

Avanzavano lentamente, con le lanterne accese sistemate in basso, sotto il carretto, per rischiarare la strada, in un’atmosfera di sacrale attesa, di umile gioia, tra stornelli e suoni di tamburello. Un sentimento della festa che nessun mezzo di trasporto odierno potrebbe mai ricreare. Anni difficili, di miseria, ma proiettati verso una speranza di riscatto in un’ Italia che risorgeva dalle macerie della guerra. I fallimenti della riforma agraria, della Cassa per il Mezzogiorno, e poi ancora dell’ “aggancio del Sud all’Europa” hanno ucciso, uno dopo l’altro, quella speranza determinando oggi l’ennesima fuga a Nord di braccia e cervelli del Meridione.

Mola, trapano, troncatrice, calandra e “stringicantu”, sega e saldatrice: varie le macchine e gli attrezzi con cui Alfredo ha realizzato nel tempo straordinari manufatti che hanno lasciato Via Castagna per raggiungere committenti da ogni provincia di Puglia, tanto prezioso e ormai raro è il suo talento. Strumenti che raccontano un’altra storia, non di fallimenti ma di una battaglia vinta grazie a ingegnosità e inventiva.

Le stesse che leggiamo nelle geometrie di muretti a secco che delimitano confini e “cisure” nelle nostre campagne. Merletti di pietre, muta bellezza di una architettura senza architetti. Bellezza da custodire integra, per una rinascita dei nostri luoghi, un ritorno nei vecchi centri storici, a ripristinare case dalle volte a botte o a stella, a restituire l’anima a cose e mestieri dismessi.

Foto Cantoro - Supersano
Foto Cantoro – Supersano

 

Bellezza che riluce dal traino ben fatto, il quale va non solo bilanciato in modo da “nè mpicare annanzi, né mpicare arretu” ma va pure “stracallato” – sottolinea compiaciuto Alfredo -, reso gradevole agli occhi con decorazioni a colori vivaci, rosso, bianco, indaco, giallo e curato nei minimi dettagli: dalla “lettéra”, il piano di seduta, alle sponde laterali, dette “ncasciati”, al “valenzinu”, il bilancino con ‘tappone’ di ferro per attaccare il cavallo. Bordature e filettature conferiscono infine simmetria e nitore all’opera, eseguita a “regola d’arte” come vuole la tradizione di un mestiere dalla forte identità.

Emblema di un Sud che non si arrende agli schemi omologanti della globalizzazione e sa valorizzare la memoria collettiva, con le proprie forme di vita, le proprie forme di pensiero e di lavoro.

 

Luoghi della Cultura e Cultura dei Luoghi, per Aldo de Bernart

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Luoghi della Cultura e Cultura dei Luoghi”    

Note a margine del volume in memoria di Aldo de Bernart

 

di Maria Antonietta Bondanese

Sol chi non lascia eredità d’affetti/poca gioia ha dell’urna”. Spontaneo torna alla mente il verso foscoliano dei Sepolcri , scorrendo le pagine dello splendido volume Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, dedicato alla memoria di Aldo de Bernart. Testimonianze e saggi compongono questo florilegio, denso di Sud e di Salento, la cui storia è indagata con metodo rigoroso e appassionata ricerca. Caratteri, questi, distintivi di Aldo de Bernart alla cui infaticabile attività di studioso, pubblicista, educatore e promotore di cultura non si poteva rendere più significativo omaggio.L’operosità poliedrica di de Bernart risalta appieno dalla pluralità di scritti e punti di vista che ne delineano il ritratto morale e professionale, di profondo conoscitore della storia locale, di fine cultore di arte e letteratura, di straordinario uomo di scuola per la quale tanta parte della vita aveva speso.

Il volume, edito nella Collana “Quaderni de l’Idomeneo” della Società di Storia Patria di Lecce¹, è stato presentato la sera del 20 giugno scorso a Ruffano, presso il Teatro Paisiello.

Agli indirizzi di saluto del Sindaco, dott. Carlo Russo e della prof.ssa Madrilena Papalato, Dirigente Scolastica, hanno fatto seguito gli articolati interventi dei relatori, i professori Vincenzo Vetruccio, Alessandro Laporta, Luigi Montonato, Hervè A. Cavallera. Infine, il prof. Mario Spedicato, direttore dei “Quaderni” oltre che di “Cultura e Storia”, altra prestigiosa Collana della Società di Storia Patria di Lecce, ha osservato che il libro, includendo gli apporti di vari studiosi tra cui gli amici e i collaboratori di de Bernart riuniti in “ideale cenacolo”, di lui riesce a restituirci

“ il suo mondo, le sue piste di ricerca, i suoi contributi alla valorizzazione anche degli aspetti meno noti del territorio, la sua partecipazione ad intraprese culturali collettanee”.

Quale la pubblicazione nel 1980 di Paesi e figure del vecchio Salento, due preziosi volumi a cura di de Bernart che, assieme al terzo dell’89, restano “testo base per ogni tipo di indagine storiografica sui paesi del territorio della nostra provincia” come annotato dal nipote Alessandro Laporta, partecipe di tale iniziativa, eminente per la qualità degli intellettuali coinvolti e per il fascino di “romantico sogno salentino”² che da quelle pagine promana. Di fatti, non solo l’accuratezza e serietà scientifica ma il sentimento e un amore sconfinato per il Salento hanno contraddistinto de Bernart, nel cui animo albergava un lirismo gentile per cui intenso avvertiva il richiamo della bellezza e della poesia.

Di lui, “cantore delle mille figure, aspetti, storie e leggende, aneddoti e tradizioni, costumi e luoghi che, quali tessere di un mosaico pur concorrono a delineare il grande affresco della millenaria terra salentina”³, non si può sottacere dunque il culto dell’arte ed il mecenatismo sagace per cui ha tenuto a battesimo tanti ingegni , “da Mandorino a Greco, da Sparaventi a De Salve, per fare solo qualche nome e fermarsi alla pittura”⁴. Artisti del passato come Saverio Lillo (1734-1796) e Antonio Bortone (1844-1938), pittore l’uno e scultore di fama europea l’altro, entrambi figli illustri di Ruffano, hanno ricevuto una illuminata e completa rivisitazione storica grazie ad Aldo de Bernart. “Parabitano per nascita, ruffanese per adozione, gallipolino per discendenza”⁵, a questi “tre centri gravitazionali della sua vita”⁶ egli ha dedicato molto della sua missione di studioso, come sottolinea Paolo Vincenti tracciandone l’esauriente profilo biografico e intellettuale, a complemento del quale passa in rassegna la collana intitolata “Memorabilia”, una serie di raffinate plaquettes stilate nell’ultimo quindicennio, in tiratura limitata di copie, che restano impareggiabile documento dell’attenzione per il territorio, per i suoi aspetti inediti, da parte del Maestro.

Gino De Vitis ne ricorda, inoltre, il “sentito trasporto” per Supersano dove era di frequente invitato “per celebrazioni di vario genere, quando la figura del prof. de Bernart era vista come la necessaria presenza dell’uomo colto e vero conoscitore della nostra storia”⁷. Nel 1980 il “Nostro Giornale” ospitava una ‘perla’ di de Bernart, “La foresta di Supersano”, prezioso contributo sul Bosco di Belvedere, l’immenso latifondo di querce ormai scomparso, del quale solo pochi esemplari testimoniano oggi la superba bellezza ma la cui “storia è narrata nel ‘Museo del Bosco’ (MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso”⁸. L’incanto del Belvedere tornava nelle parole di de Bernart che catturava l’ascolto e seduceva con la sua voce “dolce e suadente, sicura e melodiosa”⁹, come ha scritto Gigino Bardoscia con amicale devozione.

Note di affetto e stima risuonano nel commiato alla “guida sapiente e sicura”¹⁰ che Vincenzo Vetruccio pronunciava nel giugno 1990 per il Dirigente de Bernart che lasciava il servizio scolastico attivo. Discorso riportato nella prima sezione del volume, incentrata su “L’uomo e l’intellettuale”, mentre la seconda tratta “L’eredità della ricerca” e la terza è riservata ad “Arte, storia, cultura del Mezzogiorno” per lumeggiare il rapporto di imprescindibile osmosi tra de Bernart ed il contesto in cui egli si è formato ed ha operato.

Il 19 settembre scorso, durante la presentazione del libro a Vigna Castrisi, il prof. Francesco De Paola ha svolto una magistrale disamina dei contenuti del volume, avendone seguito l’intera gestazione perchè incaricato, assieme al prof. Giuseppe Caramuscio, della cura dell’opera.

Da parte dell’Amministrazione Comunale di Ortelle si è voluto onorare, infatti, Aldo de Bernart con un consesso di studiosi presieduto dal prof. Mario Spedicato e la presenza dei figli Ida e Mario, amorosi custodi della sua memoria.

Coltivare il ricordo, proseguire gli itinerari di ricerca di Maestri come de Bernart è quanto mai necessario oggi, per vincere ansietà e paure, opporre alla ferocia dei tempi la difesa che viene dai valori della conoscenza, della comprensione del passato, dell’intelligente visione del futuro.

Ida e Mario de Bernart , la sera del 20 giugno a Ruffano, Teatro Paisiello
Ida e Mario de Bernart , la sera del 20 giugno a Ruffano, Teatro Paisiello

Note:

¹ F.De Paola-G.Caramuscio (a cura di), Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, Lecce, Edizioni Grifo 2015

² A. Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart, “Anxa News”, 5-6 Maggio Giugno 2013, pp. 6-9

³ F. De Paola, nota a Caro Aldo, ti scrivo…in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit. p.77

⁴ A. Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart,  cit.

⁵ L.C. Fontana, Bibliografia degli scritti di Aldo de Bernart, in AA.VV., Studi in onore di Aldo de Bernart, Galatina, Congedo Editore 1998, p. 1

⁶P. Vincenti, Aldo de Bernart:profilo biografico e intellettuale, in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit., p.13

⁷ G. De Vitis, Aldo de Bernart, la necessaria presenzadi un uomo colto, ivi , p.71

⁸ M.A. Bondanese, Il plurimillenario Bosco del Belvedere negli scritti di de Bernart, ivi, p. 100.

Per un’agile guida al Museo del Bosco, si veda M.A. Bondanese, Supersano Arte e Tradizione, Scoperta e Conoscenza, CentroStampa, Taurisano 2014

⁹ G. Bardoscia, Per il professore Aldo de Bernart, in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit.,            p. 58

¹⁰ V. Vetruccio, Aldo de Bernart: il cursus honorum di un Maestro, ivi, p. 90

Vuoti a Perdere e Viola

Un affresco italiano e salentino di Pervinca Paccini in

VUOTI A PERDERE e VIOLA

 

di Maria Antonietta Bondanese

 

In guerra contro il “mercato del nulla”, il vuoto dei valori, la comunicazione ipertrofica ma illusoria di “estranei viventi tra estranei”, Montale pubblicava nel 1966 la raccolta di saggi Auto da fé, esplicito atto d’accusa di una società tecnologica, mediatica ma senz’anima. Nel solco montaliano, la casa editrice milanese Autodafé, artigianale e di qualità, propone libri di narrativa aperti sulla realtà sociale dell’Italia d’oggi. Realtà che, tra le diverse possibili, trova una rappresentazione ricca di significati nelle opere di Pervinca Paccini, dove al lettore sono dati scenari in cui ricomporre la dispersione irrelata delle cose e rintracciare, tra analogie e differenze, anche la personale esperienza.

Complesso è lo sfondo che l’Autrice ricostruisce nell’antologia di racconti Vuoti a perdere, dando volti, nomi, immagini ad aspetti della vita problematici o marginali, destinati a rimanere muti ma che, grazie alla sua scrittura, diventano invece chiari, eloquenti. Ciò che era messo da parte o sottaciuto è riscoperto e finalmente si riesce a vederlo, ad esserne consapevoli. Funzione, questa, insostituibile del racconto o del romanzo, che lasciano modo a chi legge di trasformare una sensazione, una intuizione in pensiero e conoscenza. Quello che oggi, nell’universo dell’informazione istantanea e globale, finisce con l’essere smarrito. In un tempo che Bauman ha definito “puntillistico”, senza dimensioni, il tempo del web, della gigantesca rete in cui si consuma un’emotività potente ma effimera, crolla l’attitudine alla profondità, alla riflessione. La molteplicità dei contatti dissimula la sommarietà dei rapporti. Così che a rimanere sconosciuto è proprio il mondo abituale, a rimanere sconosciuto è chi ci passa accanto. Attraverso una parola letteraria lucida, a tratti ironica e graffiante, a volte densa di lirismo e di malinconia ma sempre concreta e coinvolgente, Pervinca Paccini inchioda la nostra attenzione sugli altri, sulla umanità in noi e attorno a noi. Umanità ristretta a livello biologico, senza redenzione, nel testo intitolato Carne, dove «fra gli ideali scarnificati e la carneficina degli ideali» di un “io” narrante autocritico e disilluso, monta la nausea per la “carne”, la calca che affolla le metropolitane, gli ipermercati urbani, votata al consumo ma deprivata della solidarietà. Una indifferenza che annienta la giovane rom dagli «occhi di ossidiana», Brenda, la cui vicenda di ordinario razzismo distilla tragica nello spazio bianco su cui amaro si chiude il racconto.

Storie di solitudini, schegge di singole vite vibrano in una pluralità di voci, che parlano di una quotidianità fatta di precarietà e di inquietudine. «Che te ne fai dell’orgoglio? Serve solo a rendere più tagliente il freddo e più densa la solitudine», avvilita se lo chiede la moglie tradita ma rassegnata al perdono, nello sfiorire della femminilità. «Mi sento in colpa perché non voglio ingrassare, perché non sono come vorrei, perché non sono come gli altri, perché mi sento sporca come una fogna», confessa la ragazza anoressica dalla sua spirale d’infelicità. Fra il dramma della coppia che si ama ma che non scorge più futuro «con i piedi ancora nel giorno e il cuore nella notte», il livore reciproco di coniugi anziani ma comunque inseparabili, il malessere si stempera però in gradazioni diverse, dal tragico all’umoristico. Fino al comico, nella vicenda di Gregorio, barista di professione, «ficcanaso» per passione, burlone non meno spassoso di Bruno e Buffalmacco, le simpatiche canaglie di Boccaccio. Figura stravagante, resiliente, attraverso la quale filtra in modo scherzoso l’interesse dell’Autrice al vissuto delle persone, quasi una dichiarazione di poetica sottotraccia: «Mi intrufolo nelle storie che mi raccontano e – quel che è peggio – non mi basta ascoltare. Mi immedesimo. Ci metto il becco. Fatti gli affaracci tuoi!, mi sono più volte minacciato da solo davanti allo specchio mostrandomi i denti e il pugno. Ma che ti frega degli altri?» Sconfitti ed emarginati o caustici ed integrati, i personaggi delle varie storie non sono mai ridotti però a tipi o categorie della commedia umana. Con pochi tratti e mimesi straordinaria, l’Autrice li salva dall’anonimato e li scolpisce nel nostro ricordo.

Intrico di memoria individuale e collettiva, il romanzo Viola si oppone all’ «inedia morale», al «sonno dei ghetti quotidiani», alla stagnazione del senso civico di partecipazione, all’isolamento prodotto dall’individualismo senza misura di oggi. Le speranze di una generazione «figlia dei grandi movimenti, quegli anni settanta così nitidi, così inflessibili nelle loro leggi per le quali si stava da una parte o dall’altra….così sicuri di poter cambiare il mondo», tornano nell’evocazione dei protagonisti che, pur nel disincanto dell’età matura, ancora avvertono «la fame di utopie». La «giovinezza che si riempiva la bocca di slogan gridati come si recitano le preghiere» prorompe di nuovo da queste pagine, con gli eskimo indossati «come una tonaca» e quella intransigenza che «uno dopo l’altro, andava smantellando i dogmi dei padri in nome di altre verità rivelate». La storia si dipana in Viola entro quattro “movimenti” costruiti, con modulato ritmo narrativo, sul rinvio tra passato e presente. La contestazione e i volantinaggi, i collettivi e le manifestazioni di ieri non sono resoconto di cronaca ma azioni e parole di protagonisti in carne ed ossa, che sognavano allora l’esodo da un mondo invecchiato. Oggi, però, ormai adulti, non saprebbero dire perché a quella rivolta etica abbia corrisposto non un disegno diverso di vita ma la rimozione, l’inerzia, o la deriva della violenza e del terrorismo. Interrogativi inespressi ma che il romanzo fa trapelare nel suo vivido affresco di un’epoca controversa che, nel bene e nel male, ha lasciato una eredità con cui dover fare i conti. Immobile, ferma nel tempo, resta soltanto l’immagine di Viola. Una giovinezza spezzata. Una morte improvvisa in circostanze non chiare il cui enigma irrisolto genera tensione, dolore e spinge infine la sorella Giulia alla ricerca della verità. Una ricerca a ritroso, che a tratti si tinge di giallo, a tratti porta a chiedersi cosa si è diventati nella trappola degli anni. Quando, per strada, si sono perduti persone, affetti e «in qualunque direzione si guardi, si vede solo il vuoto». Rimpianto che in Gabriele, a fianco di Giulia nell’indagine, è nostalgia delle origini, della «terra rossa e riarsa del Sud», del cielo del Salento dove «gli ulivi sono sculture antiche che le cicale svegliano ogni giorno». Radici che trattengono Gabriele dal farsi «sopraffare dall’insensatezza» di un presente contraddittorio, dalle domande inevase su Dio e sulla morte, «una bestemmia quando è così bastarda da incapricciarsi della giovinezza». Perché Viola è non solo romanzo di formazione, generazionale, politico ma anche narrazione di una crisi epocale e anelito a spalancare ancora una volta «le porte della speranza».

 

 

 

 

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