Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Giuseppe Candido: a Lecce i primi orologi sincroni d’Europa

di Marco Piccinni

Il 4 Luglio del 1906 si spegneva sull’isola di Ischia dopo una lunga malattia, a 68 anni, il vescovo Giuseppe Candido. “Demenza” fu la diagnosi dell’epoca.  Secondo la sua volontà le sue spoglie mortali vennero collocate nel Duomo dell’isola del golfo Napoleano, dove ancora oggi riposano. Nonostante le insistenze della sua famiglia, Don Pippi decise di non far ritorno nella città che gli ha dato i natali il 28 Ottobre del 1837, e che a lui doveva tanto: la sua Lecce.

A questo punto in molti si chiederanno: “Ma chi era quest’uomo?” Primo di sette figli, nato in via Regina Isabella, a due passi dall’immenso cantiere dei Teatini, da Ferdinando e Stella De Pascalis, Giuseppe Maria Luigi Candido divenne ben presto l’uomo che il mondo intero ci avrebbe invidiato, il cosiddetto punto all’infinito in cui due rette parallele finalmente si incontrano. I due binari della scienza e della religione che seppe tenere insieme in un connubio quasi metafisico che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.

Studiò sotto la guida dei padri gesuiti presso il collegio Argento dove accrebbe il suo interesse per la fisica e l’elettricità, quel semplice “movimento di cariche elettriche” di cui ormai non possiamo più fare a meno. I suoi studi proseguirono poi a Napoli dove si laureò in Matematica e Fisica prima e in Teologia poi.

Ritorno quindi a Lecce, in qualità di sacerdote nonché insegnante di lettere presso il Liceo-Ginnasio Palmieri e nel Seminario Diocesano, e poi ancora a Napoli dove si recava costantemente per perfezionare i suoi studi e incontrare altri scienziati. Studi intensi e ricercati che lo portarono a ricevere una “menzione onorevole” all’Esposizione Universale  di Parigi nel 1867, la prima in Italia in materia di Elettricità, per il suo brevetto della pila a diaframma regolatore che consentiva di ottenere una corrente costante per lunghi periodi con un basso costo di esercizio e grande facilità di manutenzione.

E si, perché don Giuseppe non si limitava solo a studiare, la sua spiccata intelligenza e la sua insaziabile curiosità gli consentirono di portare una vera e propria rivoluzione nel mondo scientifico ideando quello che potremmo definire come precursori dei primi campanelli elettrici, sveglie, impianti di illuminazione nonché orologi elettrici sincroni di cui Lecce può vantare il primato in Italia e annoverarsi tra i primi posti in Europa e nel mondo Intero. Tra il 1868 e il 1874 don Candido installa una rete 4 orologi: sul sedile, sul palazzo delle prefettura, sul liceo-convitto palmieri e sull’ospedale dello Spirito Santo. Tutti alimentati grazie alla sua pila, comandati in sincronia elettricamente da un orologio motore a pendolo meccanico, che azionava, sempre elettricamente, anche le quattro suonerie. Rimasero in funzione fino al primo trentennio del XX secolo.

Uno degli orologi di Candido- Ospedale dello Spirito Santo

Ideò e realizzò inoltre un pendolo elettromagnetico che batteva il

Il Capo di Leuca, una bagarre di culture, un melting-pot di nazionalità, usi e costumi

Leuca, Grotta del Diavolo

Minerva, Lugh, Batis…il capo di Leuca, una bagarre di divinità

di Marco Piccinni

Il Capo di Leuca, una bagarre di culture, un melting-pot di nazionalità, usi e costumi, crocevia di diverse popolazioni. Un lembo di terra che è stato per secoli una spugna di tradizioni e credi differenti. Designato dalla leggenda o dalla storia come focolaio primordiale di quello che sarebbe ben presto diventato un vero e proprio incendio che,  divampato in gran parte dell’Occidente, portò ad una traslitterazione di divinità e creature mistiche, di vario genere, in una schiera di santi e beati guidati da un nuovo e unico Dio, quello Cristiano.

La presenza di molteplici culture nel Capo ha intriso ogni angolo di questa magnifica terra con un’essenza pagana, un profumo persistente difficile da dissipare. Il nascente credo, proclamato religione di Stato con gli editti di Teodosio, nel 380, vedrebbe quindi nel tacco d’Italia la costruzione delle prime chiese a seguito della conversioni di numerose masse di “gentili” ad opera dai Santi Pietro e Paolo: il pescatore di uomini e l’apostolo delle genti. Questi giunsero separatamente nel Salento ma animati da un target comune: evangelizzare. I frutti di questo sacrificio, che costerà loro il martirio a Roma, non tardarono ad arrivare. Su punta Meliso venne eretto un santuario dedicato alla Madonna Annunziata, distrutto e riedificato molteplici volte nel corso dei secoli e designato come meta di pellegrinaggio sin dal 342 da  Papa Giulio I. Il pellegrinaggio venne poi ribadito da diversi pontefici, come Innocenzo XI e Benedetto XIII, conducendo ogni anno nel Salento migliaia di fedeli.  Un pellegrinaggio che per i salentini continua anche da morti, ritornando nella loro terra con il cappello in testa, come recitano i versi finali di Finibusterrae di Vittorio Bodini.

Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
in un’aria di gomma scura.
Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un’ora
che è peggio solo morire, e sola luce

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!