Lucugnano. Visita a Palazzo Comi

di Marco Cavalera

 

Palazzo Comi
Palazzo Comi

Rina Durante, in occasione della sua prima visita a Casa Comi, rimase incantata dall’atmosfera che si respirava a Lucugnano nella prima metà del Novecento: Tra le pagghiare e le pietraie, si sentiva solo il frinire delle cicale, poi neppure più questo, come se il mondo cominciasse da quel punto a finire. Si entrava in un altro paesaggio in cui i segni umani ed economici scomparivano del tutto e la natura era un vuoto minerale, aspro e desolato […]. Gli interni erano ancora più rispondenti al paesaggio, di una semplicità disadorna: mobili di legno nudo, di stile francescano, cui la diuturna cura di generazioni di servi aveva conferito un’opaca lucentezza; volte a stella, grandi arazzi di fiocco leccese alle pareti e quadri rinascimentali, còtime di terracotta ovunque con la raffigurazione dell’ulivo, simbolo della casa editrice; pavimenti in mosaico che richiamavano quello di Otranto. Ogni cosa concorreva a un effetto di rustica raffinatezza e andava a sigillare per incanto il paesaggio che avevamo attraversato[1].

una delle sale di palazzo Comi
una delle sale di palazzo Comi

 

Palazzo Comi si affaccia sulla piazza principale del paese, oggi intitolata allo stesso poeta, che pare immortalata in una fotografia di inizio secolo scorso, se non ci fossero le automobili al posto delle carrozze e dei traini.

La casa del barone Girolamo Comi non è una semplice residenza nobiliare della metà dell’Ottocento: la sua facciata, dallo stile armonioso e lineare, cela un luogo ricco di storia, cultura e letteratura.

Un giardinetto con siepi, alberelli e un busto di Comi adorna l’entrata dellu Palazzu, nome con cui era chiamato l’edificio dagli abitanti del luogo. Varcato il portone, l’antico e verdeggiante cortile porta ad un’ampia scalinata, segnata dal trascorrere del tempo, che conduce al piano superiore.

Intorno all’atrio si aprono i locali di servizio, stalle, magazzini, un palmento e la casa del fattore che, restaurati, sono stati adibiti a sala conferenze, sala mostre e biblioteca dalla Provincia di Lecce, attuale proprietaria dell’immobile. Circondano la casa un agrumeto, un giardino con piante ornamentali e una terrazza panoramica.

la cappella privata all'interno del palazzo
la cappella privata all’interno del palazzo

L’appartamento al piano superiore rievoca ancora le stesse sensazioni di semplicità, eleganza e raffinatezza espresse da  Rina Durante. Nella stanza d’ingresso i busti severi di Comi,  Bodini e Pagano accolgono i visitatori, a memoria degli antichi fasti letterari della casa.

Le stanze si mostrano, ad un primo impatto, sobrie ed austere ma gli ambienti ampi, i grandi arazzi alle pareti, i tappeti, i salottini, i camini e le antiche librerie rendono l’atmosfera suggestiva ed accogliente, custodendo eternamente la figura  e  la  personalità del poeta.

Suscita emozione lo studio di Comi, con i suoi oggetti personali, la scrivania, la poltrona e la biblioteca, ricca di volumi preziosi e rari, a carattere essenzialmente umanistico, databili principalmente tra l’inizio del Novecento e l’anno di morte del poeta, il 1968. Soffermandosi sui suoi libri, per metà in lingua originale francese, non si può non pensare alla parentesi parigina, in età giovanile, negli anni della sua prima formazione culturale e umana. A questa seguì il periodo romano, l’apertura ai diversi fermenti culturali, letterari ed artistici nella capitale e la conversione al cattolicesimo negli anni Trenta. Infine nel 1946, in età matura, Comi ritornò stabilmente e definitivamente a Lucugnano.

cucine di palazzo Comi
cucine di palazzo Comi

Da quel momento in poi si aprì una stagione molto intensa sia da un punto di vista culturale, con la fondazione dell’Accademia Salentina e della casa editrice L’Albero, che imprenditoriale, con la creazione di un’impresa industriale: gli Oleifici Salentini. Purtroppo questi ultimi si rivelarono un investimento sbagliato e segnarono l’inizio del tracollo economico per Comi.

Con la nascita dell’Accademia, Lucugnano diventò non solo un luogo capace di aggregare le personalità letterarie locali ma si concesse, come luogo d’incontro, anche a poeti, scrittori e artisti di respiro nazionale.

Le sale del palazzo vennero così animate da numerose figure come Macrì, Bodini, Pagano, Corti, Merini, Pierri, Ciardo, Ferrazzi, Anceschi e Gatto, che dedicò a Comi e alla sua casa dei versi: “Nel silenzio […]. In questa casa anche le ombre sono amiche”[2].

l'atrio del palazzo
l’atrio del palazzo

Nell’epistolario comiano, conservato in biblioteca, sono infatti numerose le espressioni di ringraziamento che testimoniano la grande gentilezza e generosità nella sua ospitalità.

Continuando nella visita della casa sorprende piacevolmente la spaziosa  cucina economica, il grande tavolo di marmo ed  i mobili di un inconsueto colore azzurro, regno di Tina Lambrini, la sua governante. Qui venivano preparate le numerose portate dei memorabili pranzi, serviti nell’elegante sala.

Tina si prendeva cura delle faccende di casa e del soggiorno degli ospiti. Amata e benvoluta da tutti, rimase accanto al poeta per decenni, anche nel periodo di maggiore difficoltà economica. Comi la sposò pochi anni prima di morire, in segno di gratitudine.

Sono diventato migliore attraverso e grazie all’assistenza costante, del tutto eccezionale e disinteressata di Tina, scrisse lui stesso nel diario di casa, custodito da Donato Valli.

Nel palazzo è presente anche una cappella privata, con l’altare racchiuso in un armadio, che invita alla riflessione e al raccoglimento.

 

L’autore ringrazia Gloria Fuortes, responsabile della Biblioteca Provinciale “G. Comi”, per la revisione del testo.

 

Bibliografia:

Cavalera M., Lucugnano e il suo territorio, Tricase 2014.

Durante R., Gli amorosi sensi, Lecce 1996, pp. 21-22.

 

[1] Durante 1996, pp. 21-22.

[2] Frase riportata nella targa al lato della scala d’ingresso.

 

 

Lucugnano e il suo Territorio, l’ultimo libro di Marco Cavalera

MANIFESTO LIBRO web

LUCUGNANO E IL SUO TERRITORIO

Lucugnano – Palazzo Comi, sabato 25 ottobre 2014, ore 18.30

 

di Melissa Calò

Sarà presentato sabato 25 ottobre, presso la sala conferenze di Palazzo Comi a Lucugnano, il libro di Marco Cavalera “Lucugnano e il suo Territorio. Storia, architetture, archeologia e paesaggio di un paese del Capo di Leuca”, pubblicato dal Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese, associazione da sempre impegnata in un lavoro di ricerca storica e antropologica su Lucugnano.

Nel corso della serata di presentazione sono previsti gli interventi di Antonio Coppola, Sindaco di Tricase, Luciano Schirinzi – presidente del C.C.R.S.L. – e una relazione dell’autore Marco Cavalera, che illustrerà monumenti e siti menzionati nel libro.

Coordina la giornalista Giuliana Coppola. A seguire un dibattito con il pubblico.

L’evento è organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale Archès, la Biblioteca Provinciale G. Comi e la Città di Tricase.

Inizio ore 18.30 – Info: 340 5897632

 

Lucugnano e il suo territorio. Storia, architetture, archeologia e paesaggio di un paese del Capo di Leuca” di Marco Cavalera, è una pubblicazione essenzialmente necessaria, di questi tempi.

All’indomani della bocciatura di Lecce a capitale europea della cultura nel 2019, ci si ritrova a dover ripensare ai modelli di sviluppo e al ruolo della cultura nel nostro territorio. Una riflessione necessaria, basata sull’analisi dei motivi per cui questo modello, così come pensato e proposto, sia stato scartato. Di fronte all’idea di rafforzamento di alcuni ideotipi mainstream, occorre rimodulare il rapporto tra il cittadino e il proprio territorio, verificare come esso viene visto e vissuto e quale posto occupi in un’ideale geografia interiore.

Di fronte al radicamento della crisi economica e valoriale, intesa proprio come scelta e adozione di  strategie economiche ed esistenziali per i tempi a venire, di fronte all’emorragia di posti di lavoro e alla piena di nuovi flussi emigratori sulla rotta di quelli vecchi tracciati nel secolo scorso, quest’opera si rivela uno strumento in grado di ripopolare di simboli, figure, personaggi e speranze un orizzonte che nell’immaginario collettivo appare deserto, dove sembra non esserci “niente”.

Attraverso la descrizione di quei punti di aggregazione della storia di una collettività che diventa  paese, come le chiese, le cappelle, i palazzi, il misterioso e austero Palazzo Baronale ma soprattutto di Palazzo Comi, punto di riferimento della cultura artistica e letteraria a livello nazionale del secondo novecento, “il presepe disabitato” di Lucugnano “dove sembra non esserci niente” inizia ad affollarsi di voci e volti di carta e di pietra in grado di contrastare una vera e propria fenomenologia della sparizione/rimozione.

Stilato con rigore scientifico ma con uno stile semplice e divulgativo, il lavoro proposto che è arricchito inoltre da un apprezzabile contributo fotografico e cartografico, prova a tracciare un ipotetico itinerario in grado non solo di rendere protagonista il tessuto urbano, ma di metterlo in connessione con lo spazio rurale, in uno scambio incessante: sarebbero – o più correttamente sarebbero potute – esistere le figure dei maestri vasai e delle botteghe artigiane senza le vicine  cave da cui estrarre la materia prima? Il racconto di alcune evidenze del tutto dimenticate o addirittura sconosciute ai più, come la Casa dei Pellegrini in località Matine, suggerisce lo scenario di una Lucugnano che un tempo non era solo un paese “alla fine delle terre”, ma una tappa in rete con altre lungo l’itinerario verso il santuario di Leuca, in una sorta di turismo religioso ante litteram che la rendeva una meta conosciuta dai pellegrini di tutta Europa.

 

 

Dal Ciolo alle grotte Cipolliane, uno stupendo e difficile sentiero

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di Gianni Ferraris

 

Dal ponte del Ciolo si vede il mare… là sotto. Sarebbe bello saper volare, pensavo. Chissà perché. Un falchetto in cielo. I turisti arriveranno solo fra qualche mese in massa, ora siamo pochi laggiù, quasi alla fine della terra, pochi e fortunati, potremo dire a chi arriverà più avanti che noi quei luoghi li abbiamo visti prima che l’improvvisazione creativa di reticolatori impacchettasse tutta la montagna con reti di metallo.

Qualcuno dice che franerà, altri dicono che si può fare di meglio che non deturpare il paesaggio e la cruda ruvidezza di quelle rocce. Vedremo, sapremo. TAP di qua, reti di là, un Salento mercificato. L’amico Boero lamenta sulla sua pagina facebook la follia avvelenatrice di terreni di chi utilizza diserbanti sotto gli ulivi come se piovesse e poi ci scrive “zona avvelenata”. Forse quel proprietario di ulivi pensa di essere intelligente, secondo me è solo un modo per mettere in piazza (nel campo) un cartello che potremmo tradurre “vedi come sono scemo, avveleno tutto e gioisco”.

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Dal Ciolo alle grotte Cipolliane, si percorre uno stupendo e difficile sentiero fra le rocce a picco sul mare. Rocce crude, macchia mediterranea, il mare là sotto, piatto come una tavola… come un pensiero leggero.  Me lo aveva fatto conoscere molto tempo fa l’amico Marco Cavalera, lui e la sua associazione amano e studiano il territorio, ragazzi che hanno in comune la passione per l’archeologia e la consapevolezza di essere lasciati da parte dal mondo del lavoro. Marco prende in mano un sasso e te ne racconta la vita e la storia. Ascoltando si scopre che era lì da infinito tempo, e che non è una banale scheggia di roccia ma probabilmente fu utensile. Mi vergogno un po’ a dire che per me è solo un sasso. Non dico. Ora però ci andiamo senza guida e quando vedo un sasso appuntito almeno un dubbio mi assale, ma questo a Marco non lo dirò.

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I ragazzi che non lavorano, già. In Italia, lo diceva un noto ministro, la cultura non si mangia, di cultura non si vive. Neppure della consapevolezza delle nostre radici. E il messaggio è passato nel sentire di molti. Una fotografia denuncia come, proprio vicino alle grotte Cipolliane, un luogo che reca tracce di un passato remoto fatto di uomini e donne, orsi e cervi, che spiega come prima del mare ci fosse brughiera,  dove la sabbia fossile ancora si vede, si può toccare, un luogo dove la natura è emozione e il pensiero vola in un silenzio irreale a cui non siamo più abituati e che ci stupisce; proprio lì, in quel paesaggio che dovrebbe essere patrimonio dell’umanità, il martedi dopo Pasqua i resti della “civiltà” si vedevano, si toccavano, si odoravano. Un tempo ebbi modo di scrivere parlando di ragazzi belli e aitanti, che dicevano, in spiaggia, di tesi di laurea ed esami : “i cretini di oggi saranno i dirigenti di domani”. Se ne erano andati lasciando sulla sabbia bottiglie di plastica e bicchieri. Alle Cipolliane invece i cretini hanno lasciato resti del picnic della pasquetta.

Qualcuno dice di maleducazione, secondo me sono proprio “bizzarri”, giusto per usare un eufemismo, nel parlar comune avrei detto coglioni, ma qui non si dice. Ragazzi probabilmente di buone famiglie dei paesi vicini, come dice qualcuno che ha visto, che hanno fatto scempio del territorio.  Quelli sono i loro luoghi, probabilmente a casa loro pranzando gettano a terra pane avanzato, resti di insalata, ossa di pollo e poi calpestano il tutto, chissà.

Qualcuno ha poi pulito, resta a perenne ricordo dell’imbecillità  un perimetro per fare il fuoco e grigliate, altra cosa proibita dove c’è macchia mediterranea e dove gli incendi sono all’ordine del giorno.

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Ho respirato mare, aria, storia, terra e profumo di resine e fiori alle Cipolliane. Il sentiero non è agevole, ancora chi arriva lì quando non è pasquetta e c’è l’obbligo di deturpare l’ambiente, lo fa con fatica, amore e rispetto per quel che vede. Tutti tranne qualcuno che pensa di lasciare i segni del suo passaggio proprio in mezzo al sentierino stretto, che bisogno aveva quell’imbecille di farla proprio in mezzo al sentiero senza sentire l’esigenza di trovare almeno un angolo nascosto?  La puzza si mischiava al profumo di primavera.  Sicuramente i ragazzi della Pasquetta lamentavano il fatto di dover arrivare fin lì a piedi, e pensavano, forse, che meglio sarebbe poter asfaltare per arrivarci con gli scooter o il SUV. “Intanto non c’è neppure più un orso”.

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Le pietre

ph Marco Cavalera
ph Marco Cavalera

 

di Marco Cavalera

“Quando ero piccolo e andavo in campagna con mio padre, mi portavo a casa delle pietre che dall’esterno non comunicavano nulla, potevano anche sembrare brutte. Ma le pietre sono come le persone. Ognuna ha dentro di sé qualcosa di buono, basta conoscerla e scoprirla. Così ogni pietra di scarto (cit. don Tonino Bello), ogni frammento ha una bellezza nascosta e accarezzandola, levigandola si apre e ci mostra il suo lato più intimo e celato. In ogni materia che incontri ci sono infinite forme, tante quanto la mente ne sa creare e quanto le mani ne sanno trovare. La pietra si racconta e ci racconta, è un palinsesto di segni e tracce che testimonia la storia della nostra terra”

 

(tratto da “VITO RUSSO, SCULTORE E PITTORE SALVESE. LA BELLEZZA, LA SEMPLICITÀ E L’ARMONIA D’INSIEME NELLA SUA FILOSOFIA ARTISTICA”, di M. Cavalera e S. Sammali).

Salve. La Grotta Montani e le stalle dei Neanderta(ita)liani

Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)

 

 di Marco Cavalera

 

Le pietre raccontano storie millenarie di epoche remote in cui l’uomo raccoglieva i doni della terra e combatteva contro gli animali battaglie quotidiane per la sopravvivenza, mentre le donne svolgevano le faccende domestiche e, come oggi, nutrivano di amore materno la prole.

L’Uomo di Neandertal, il predecessore di Sapiens, non era molto diverso dall’uomo moderno; la corporatura più bassa e tozza gli consentiva di svolgere lavori più fisici che intellettuali.

La forza fisica l’aveva ereditata dall’Homo heidelbergensis ma, allo stesso tempo, aveva sviluppato un cervello più grande che gli permetteva di comunicare, usare il fuoco e scheggiare la dura pietra che utilizzava per molteplici attività. Aveva evoluto anche una buona capacità di pianificazione delle operazioni, ossia poteva immaginare che da un ciottolo informe di materia prima si potevano produrre tanti strumenti di più ridotte dimensioni.

Circa 70mila anni fa una lunga stagione calda stava gradualmente lasciando il posto ad una molto  fredda e rigida. Neandertal, avvezzo a non subire i mutamenti della natura, non aveva sofferto particolarmente questo cambiamento climatico. Anche la corporatura si era adattata al clima più freddo con un accorciamento degli arti superiori e inferiori.

Prima che il suo ramo evolutivo si estinguesse definitivamente, aveva convissuto una decina di migliaia di anni con il nostro predecessore Homo Sapiens. Ci fu convivenza, non promiscuità.

Sarebbe mai riuscito l’uomo moderno, autodefinitosi impropriamente Sapiens Sapiens, a convivere con i membri della stessa specie oltre 10mila anni?

Immaginiamoci se fosse esistito già 40mila anni fa: altro che 10mila anni (secolo più secolo meno) di vita in comune, sarebbe riuscito ad eliminare il suo coinquilino in pochi decenni, così come è successo – ad esempio – alle tribù indigene della foresta amazzonica o dell’Africa equatoriale.

Ma la presunta superiorità intellettuale dell’Uomo (in)Sapiens in(Sapiens) ha colpito, a distanza, anche i suoi più antichi antenati. L’arma è stata la più micidiale: l’oblio della Memoria attraverso la distruzione di interi siti archeologici in nome di un progresso che è regressione della civiltà umana, incapace di guardare al futuro (consumo sfrenato di risorse naturali) e ugualmente miope nei confronti del passato.

Facciamo un passo indietro nel tempo di 70mila anni. Nel deserto roccioso e boschivo della penisola salentina, Neandertal aveva scelto Salve.

Il territorio, infatti, presentava tutte le caratteristiche che gli garantivano una sicura sussistenza: ruscelli di acqua dolce, caverne e ripari sotto roccia con vista mozzafiato, tanta selvaggina. Elefanti, iene, rinoceronti, cervi e altre specie di mammiferi ed ungulati scorrazzavano su e giù tra canali e pianori, facendo letteralmente impazzire il povero neandertaliano. La madre dei suoi figli aspettava impaziente l’arrivo del “marito” con la succulenta cena.

grotta Montani (foto Nicola Febbraro)
grotta Montani (foto Nicola Febbraro)

Grotta Montani a Salve, così denominata in epoca moderna per il diffuso affioramento di roccia (“munti”), era nel Paleolitico Medio un ottimo rifugio per neandertaliani. Si trattava di un complesso di cavità costituito da un ambiente centrale, da cui si diramavano quattro cunicoli lunghi e stretti, all’interno dei quali il nostro ominide si riparava dal freddo e consumava i pasti.

Il primo ambiente aveva un’enorme apertura rivolta verso il mare, ampio e bene illuminato dalla luce del sole che entrava copiosa nelle ore centrali del giorno. Qui Neandertal scuoiava gli animali e scheggiava meticolosamente nuclei di selce, giunta fino all’estrema propaggine del Capo di Leuca da chissà dove attraverso chissà quali scambi e baratti, da cui ricavava strumenti di pietra di piccole e medie dimensioni che utilizzava per le sue attività quotidiane.

pietra zoomorfa (foto marco cavalera)
pietra zoomorfa (foto marco cavalera)

Rinvenire tracce, dirette o indirette, del passaggio dell’Uomo di Neandertal è come trovare un ago in un pagliaio. Nel Salento meridionale, ad esempio, sono state individuate alcune cavità frequentate dai primi uomini della Preistoria salentina: grotta del Bambino a nord – ovest di Santa Maria di Leuca, grotta del Cavallo e di Capelvenere presso Nardò.

Grotta Montani, 40 anni fa (nel 1973), fu oggetto di scavi archeologici che avevano messo in luce una notevole quantità di strumenti in selce e calcare utilizzati da Neandertal, associata ad un numero elevato di frammenti di ossa alcuni dei quali appartenenti ad elefanti, rinoceronti, iene, cinghiali e conigli. Prelibate prede che, probabilmente, insieme ad altre peculiarità come la presenza di sorgenti di acqua dolce per dissetarsi e distese boschive per la raccolta di frutti spontanei, hanno contribuito alla scelta del luogo.

Migliaia di anni dopo sono state altre caratteristiche geo-morfologiche ad attirare l’uomo: la sabbia dorata finissima e il mare turchese limpido, paragonati a celeberrime isole esotiche dell’Oceano Indiano.

stalle neandertal (1)
stalle neandertal (1)

Sul pianoro che sovrasta la grotta – recentemente – sono state realizzate delle abitazioni in funzione di “case agricole”, “stalle” per animali di grossissima mole, con vista mare mozzafiato.

stalle neandertal (2)
stalle neandertal (2)

Alcuni “ambientalisti” hanno ritenuto che le case siano state realizzate come residenze per turisti danarosi, sfruttando dei regolamenti provvisori (da 30 anni) che permettono di costruire “stalle” e depositi di attrezzi agricoli anche laddove non vi sono terreni utilizzabili a questi scopi ma, guarda caso, distanti solo un chilometro e mezzo dalla sabbia finissima e dal mare limpidissimo.

Non dubitando della buona fede dei costruttori, verrebbe a questo punto da pensare che le abitazioni di località Montani siano state realizzate per ospitare la famiglia di Neandertal, con i suoi elefanti e rinoceronti…vissuti però, a Salve, oltre 70mila anni fa.

 

stalle neandertal (3)
stalle neandertal (3)

 

Bibliografia di riferimento:

Arsuaga J. L., I primi pensatori e il mondo perduto di Neandertal, Milano 2001.

Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla Romanizzazione, Tricase 2011.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/18/grotte-nel-territorio-di-salve-lecce/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/27/dalluomo-di-neanderthal-allhomo-insapiens-il-triste-destino-di-localita-montani-salve/

 

Dalla bottega letteraria alla bottega del Rigattiere

DALLA BOTTEGA LETTERARIA ALLA BOTTEGA DEL RIGATTIERE.

CRONACA DI UNA SERATA IN COMPAGNIA DI PAOLO VINCENTI A CASA COMI

 

di Marco Cavalera

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Venerdì 22 marzo si è svolta la presentazione del libro di Paolo Vincenti “La bottega del rigattiere”, presso Palazzo Comi a Lucugnano, a chiusura della rassegna culturale “I giorni della lettura”, promossa dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Lecce, in collaborazione con le associazioni Libera Università Popolare Sud Salento Unito e Archès di Lucugnano.

Si è trattato di una serie di incontri letterari che hanno salutato il ritorno di Persefone, figlia di Demetra, dal regno dei morti, dove è costretta a ritornarci ogni equinozio di autunno a causa di un inganno perpetrato da Ade. L’elegante copertina del libro di Vincenti, che raffigura una sorta di serpente a quattro zampe che si morde la coda, ricorda senz’altro l’eterno ritorno di Persefone.

Il contesto in cui si è svolta la serata è la scuderia di Casa di Girolamo Comi, un palazzo nobiliare di metà ‘800 che chiude a meridione una piazza, oggi intitolata allo stesso poeta, grande quasi quanto il paese. Un giardino cinto da una bassa siepe, qualche agrume, una palma ad alto fusto e un mezzo busto di Comi proteggono da sguardi indiscreti l’ingresso poco monumentale del palazzo.

Due bar, uno di fronte all’altro, perpetuano la memoria dell’illustre concittadino nelle loro insegne: Bar Comi uno, Bar-one l’altro, così come il poeta veniva chiamato dalla gente di Lucugnano in virtù di radici nobiliari che tuttavia non amava esibire. In paese lo chiamavano anche lu signurinu, per il suo status di unico maschio tra cinque figli.

Un castello con alta torre, adornato da un’elegante merlatura rinascimentale, appartenuto alle più influenti famiglie salentine (Capece, Scanderberg e Castromediano), fa da cornice alla suggestiva piazza che appare immortalata in una fotografia di inizio secolo scorso, se non ci fossero le automobili al posto delle carrozze e dei traini.

Una scalinata consunta dal tempo e da un colto calpestio conduce al primo piano. Al termine della rampa fanno bella mostra di sé i mezzi busti seri e severi di Pagano e Bodini, posti uno accanto all’altro a memoria degli antichi fasti letterari della casa. Si tratta, dunque, della cornice ideale per il volume di Paolo Vincenti: una “Bottega letteraria” per la “Bottega del rigattiere”.

L’aria consunta della “Bottega del rigattiere” è la stessa che si respira a Casa Comi: la luce soffusa, il profumo di ambiente chiuso, le librerie di legno che ospitano file interminabili di volumi ingialliti dal Tempo.

La serata, magistralmente condotta da Giuliana Coppola, scrittrice e giornalista, un’infanzia trascorsa a Casa Comi, è stata allietata dalla performance artistica dell’attrice Giustina De Iaco, che ha dato voce e vita ad alcuni brani del libro di Vincenti.

Paolo è uno scrittore salentino di Ruffano, che non si fa schematicamente inserire in alcun genere letterario predefinito. È uno, nessuno, centomila generi. Come ha scritto Antonio Errico, Vincenti non si rifà ad un genere letterario esistente, ma li utilizza tutti per crearne uno nuovo nato proprio dalla loro fusione, e lo fa attraverso continui riferimenti, citazioni, liberi adattamenti, innesto, intreccio e incastro di trame. Per ottenere questo risultato attinge dalla sua personalissima bottega letteraria, disponendo ciò che ha trovato in ordine sparso senza alcun apparente criterio di selezione.

A volte riesce a stravolgere persino la direzione della lettura, che si fa leggere bustrofedicamente da sinistra a destra e viceversa (come la lirica VIAGGIO o OIGGAIV) oppure “monta” i versi sino a formare una sorta di immagine geometrica che trasforma la poesia in figura tangibile. Questo è il segnale più evidente di uno spirito insofferente a tutto ciò che vuole obbligare nelle regole la libertà vitale di qualunque espressione d’arte. In una recensione del libro sul sito della Fondazione Terra d’Otranto, Raffaella Verdesca ha definito l’istinto tormentato di Paolo “un’anima ribelle che si vuole disfare di un corpo prigione, l’alibi di uno stato di trance usato per soddisfare ogni istinto e quindi illudersi di essere finalmente ciò che si vuole. Amore e tempo, tempo e amore dove la donna di Paolo passa ad essere l’amante mitologica di Afrodite ad una compagna assente e svogliata, da fuoco di emozioni a oscurità di passioni”.

Il critico letterario Gigi Montonato, invece, in una sua presentazione a Taurisano, ha inquadrato l’opera di Vincenti “La bottega del rigattiere” in un genere nuovo di letteratura, simile ad “un blob letterario”, come la trasmissione televisiva in onda da 24 anni su Rai 3, che consiste in un montaggio (apparentemente a caso, ma studiato nei minimi particolari) di spezzoni di film o altre trasmissioni televisive. Come nel blob televisivo, nel libro di Vincenti non c’è una trama da seguire (e per questo il libro si può leggere pure dalla fine all’inizio, al contrario, oppure a spezzoni senza ordine prestabilito); il tema principale del libro è una ricerca affannosa, frenetica e spasmodica di se stesso attraverso un viaggio nel tempo che parte da Alcmane, Archiloco e Alceo, per finire con i poeti contemporanei e conterranei, come ad esempio Bodini, citato nel brano poetico “Il nostro Salento”, che è una sacrosanta denuncia a ciò che è diventata la nostra penisola, “sporca come le discariche a cielo aperto, fetida come quella latrina dove sei costretto ad andare per non fartela addosso”. In poco più di mezza paginetta c’è una lucida descrizione della nostra Terra. I riferimenti al Salento sono continui (ad esempio nel “Filo di Aracne”), non solo per critica e denuncia, ma anche per amore e bellezza: Paradiso di verde e blu, in onore delle case bianche tra gli ulivi, i mandorli e i gelsi in fiore (in particolare in questo periodo di ritorno di Persefone dal regno dei morti), le luci delle lampare e il canto dei grilli. Non mancano riferimenti all’attualità, alle vicissitudini che attanagliano il mondo moderno (“Si riaprono le porte di Giano”) e anche alla “sporcizia” che circonda il mondo della politica e anche il nostro mondo immondo.

Un intero capitolo è dedicato al 150° anniversario dell’Unità, con un gustoso riadattamento dell’Inno nazionale, nello stesso stile con cui Vincenti rivisita alcuni testi delle canzoni più popolari del repertorio italiano e internazionale, andando a recuperare, tra gli scaffali della “Bottega del rigattiere”, glorie del tempo che fu come Totò Cutugno, Bob Dylan, Julio Iglesias e Frank Sinatra.

La sua è una scrittura impressionista. Adduce la responsabilità del suo modo di scrivere ai poeti francesi (basti pensare al suo rapporto con il tempo, che ricorda il capolavoro di Proust “Alla ricerca del tempo perduto”), ma non mancano tuttavia nessi con la pittura impressionista francese.

Concludo questa breve disanima con una citazione dell’amica Raffaella Verdesca, che scrive che Paolo, “con il suo stile a volte macchinoso, eccentrico, a volte lieve, poetico e nostalgico, raccoglie nella sua bottega di rigattiere letterato e di amante disilluso, la vita in ogni suo più sacro aspetto, perché chi condanna crede, chi si ribella soffre, chi odia ama, chi non si arrende, spera”.

Marco Cavalera

Marco Cavalera (1982) vive a Lucugnano di Tricase.

Ha conseguito la Laurea Specialistica in Archeologia, presso la facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento, ed ha svolto numerose campagne di scavo archeologico e di ricerche topografiche nella penisola salentina.

Ha scritto, insieme a Nicola Febbraro, nell’annuario salvese Annu Novu Salve Vecchiu (ed. Cultura e Turismo) i saggi: Il fenomeno salentino delle grandi specchie con particolare riferimento al territorio di Salve (2007); Grotte in località Macchie Don Cesare nel territorio di Salve (2006); Caverna e riparo sottoroccia in Località Posto Vecchio nel territorio di Salve (2005).

Nel gennaio del 2009 ha pubblicato la monografia Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia.

Nel 2010 ha scritto il contributo La Cripta di Santa Marina a Miggiano, nel settimo numero di Spicilegia Sallentinan. 7 (Rivista del Caffè Letterario di Nardò) e, insieme a Rocco Martella, il saggio Cave di estrazione dell’argilla nel territorio di Lucugnano, nella miscellanea Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano, n. 12.

Ha curato, di recente, il libro Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C, primo numero della collana “Guide Archeologiche” dell’Associazione Culturale Archès, di cui è attualmente presidente.

Tutino. Un antico e suggestivo borgo nel comune di Tricase (Lecce)

di Marco Cavalera

La frequentazione umana nel territorio di Tutino (rione di Tricase) risale all’età romana. Questa ipotesi è stata avvalorata da frequenti rinvenimenti di frammenti di ceramica, in fondi ubicati a ridosso di un tratto viario che, secondo alcuni studiosi, coincide con l’antica via “Sallentina”. Uggeri, a tal proposito, afferma che quest’ultima proveniva dalla Madonna del Gonfalone, lambiva a nord-ovest l’attuale borgo di Sant’Eufemia, si dirigeva per Tutino e proseguiva per Depressa[1].

Alcune evidenze di questo antico tracciato persistono ad ovest dell’abitato di Tutino, lungo la c.d. via delle Zicche. Si tratta di una strada campestre, larga circa tre metri e delimitata da muretti in pietra a secco alti, in alcuni punti, più di due metri, che conserva sotto l’asfalto e il cemento tracce superstiti di acciottolato.

Antico tracciato stradale, nel territorio di Tutino, identificato con la via “Sallentina”.

Un tratto di strada secondaria, che interseca ad est il tracciato della via “Sallentina”, presenta dei tagli sul banco di roccia, appositamente regolarizzato per permettere un più agevole transito dei carri. La carrareccia si segue solo per una lunghezza di poche decine di metri: sul suo

Grotte nel territorio di Salve (Lecce)

GROTTE  IN  LOCALITÀ  MACCHIE   DON CESARE  NEL  TERRITORIO  DI  SALVE

 

di Marco Cavalera – Nicola Febbraro

ingresso di Grotta Febbraro

Un programma di ricerca avviato, fra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, dal gruppo speleologico salentino “P. de Lorentiis” di Maglie, in collaborazione con l’Istituto di Archeologia e Storia Antica dell’Università di Lecce, ha interessato diverse aree del Capo di Leuca e fra queste alcune del territorio di Salve. Le ricerche di superficie hanno portato all’individuazione di un cospicuo numero di ripari sottoroccia, grotte e siti all’aperto, caratterizzati dalla presenza di depositi ad interesse paletnologico.

Fra le scoperte effettuate, rientrano alcune grotte individuate e segnalate, nel 1973, dai fratelli Antonio e Francesco Piccinno, in località Macchie Don Cesare (Salve); si tratta delle grotte denominate “Speculizzi I, II, III e IV”.            

Prendendo spunto dalle notizie d’archivio e bibliografiche a disposizione, è stata svolta una ricerca di superficie con lo scopo di individuarle e posizionarle più precisamente, integrandone  la documentazione. Fra le quattro citate sono state localizzate solo quelle note come “Speculizzi III e IV”.

 

Grotta Febbraro

Alla cavità denominata “Speculizzi III”, considerando l’incertezza sulla località di pertinenza, è stato assegnato il nome del proprietario del fondo dove è ubicata diventando, pertanto, Grotta Febbraro. Essa si sviluppa  nelle

Castiglione d’Otranto (Lecce). Cripta dello Spirito Santo

di Marco Cavalera

La cripta dello Spirito Santo è ubicata alla periferia occidentale di Castiglione d’Otranto, in località Casaranello, circa 80 metri a nord dalla cappella di Santa Maria Maddalena. La zona, nota a metà ‘700 con il toponimo Le Pozze [1], si trova in prossimità di un incrocio stradale molto importante, dove si svolge annualmente la fiera di Santa Maria Maddalena[2]. Non a caso le chiese-cripte e i santuari, a partire dal Medioevo, erano considerati un vero e proprio punto di riferimento, di convergenza e di incontro tra le diverse comunità rurali di un determinato territorio, in occasione di festività religiose e di fiere[3].

La cripta dello Spirito Santo è un luogo di culto strettamente legato alla fede e alla  devozione della piccola comunità rurale di Castiglione d’Otranto; numerosi elementi – infatti – portano ad escludere, in questo caso, una

Il fenomeno dei dolmen nella Puglia meridionale

 

Dolmen Scusi (Minervino di Lecce). Foto N. Febbraro

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si iniziano ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe a grotticella costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Nel Salento meridionale una tomba a grotticella è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine

Dal tempio di Atena al santuario di Santa Maria di Leuca

 
Apertura della Grotta Porcinara (Punta Ristola presso Santa Maria di Leuca). Ph M. Cavalera

 

DAL TEMPIO DI ATENA AL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI LEUCA. FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO

 

di Marco Cavalera

La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente – all’inizio di ogni stagione estiva – fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae – sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) – è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 835-842), localizzava lo sbarco di Enea presso un “[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”, senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive: “[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6). Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie – pubblicata postuma nel 1558 – identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione[1].

Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive: “[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente. In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa. Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria[2].

Santa Maria di Leuca. Promontorio Punta Meliso. Ph N. Febbraro.

Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio[3].

Gli scavi archeologici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica. Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

Se – da un lato – l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca. Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

La divinità venerata era Zis[4], rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

Il santuario – quindi – localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei[5].

Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo – il Salvatore – salva gli uomini dal peccato.

 

Bibliografia:

Aa.Vv., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, a cura di A. Pranzo, Lecce, 2008, pp. 222-224.

Aa.Vv., Leuca, Galatina, 1978, pp. 177-221.

Auriemma R., Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004, pp. 289-291.

Cavalera M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 46-47.

Chiuri A., Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia, Tricase, 2000.

D’Andria F., Cavallino. Un centro indigeno del Salento, 2002, pp. 1-10.

D’Andria F., Lombardo M., I Greci in Terra d’Otranto, Martina Franca (Ta), 1999, pp. 30-33.

Sarcinella E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.

Zacchino V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.


[1] Zacchino 2004, p. 66.

[2] Chiuri 2000,  p. 17.

[3] Chiuri 2000, p. 15.

[4] Zis è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).

[5] Cavalera 2010, pp. 46-47.

Un arcaico culto dei morti nella protostoria salentina?

IL MISTERO DI ANTICHE SCULTURE RINVENUTE NEL TERRITORIO DI MIGGIANO. UN ARCAICO CULTO DEI MORTI NELLA PROTOSTORIA SALENTINA?

di Marco Cavalera

Una misteriosa scoperta è stata effettuata – agli inizi degli anni ’90 – dai signori Luigi Carbone e Luigi Marra, nel territorio a sud-est di Miggiano (località Rutti-Sala).

Si tratta di enigmatiche sculture in pietra tufacea locale, rinvenute nei pressi di caverne e ripari sottoroccia frequentati a partire dall’Eneolitico finale[1]. I manufatti erano reimpiegati in muri a secco che fungevano da confine tra le varie proprietà, decontestualizzati dalla loro posizione originaria.

Due sculture, in particolare, presentano delle peculiarità che le rendono intrise di mistero:

  • una ha il collo appena accennato, la nuca intonacata e dipinta, come a significare dei capelli. Presenta il volto pressoché sfigurato, senza lineamenti (privo di occhi, naso e bocca). Sulla testa, quasi nella zona frontale, ha un foro per metà occupato da un pezzo di legno;
  • l’altra presenta dei lineamenti del volto ben definiti (occhi, naso e bocca), un busto appena abbozzato, in parte intonacato con evidenti tracce di colore a bande grigie/grigio chiare; sulla testa è visibile un incavo su cui doveva essere allocata una corona, un elmo o un cappello di pietra[2].
Fig. 1 e 2: sculture litiche rinvenute in località Rutti-Sala (Miggiano)

La loro datazione e interpretazione sono molto incerte, sebbene nell’area del loro ritrovamento sia stata rinvenuta ceramica ad impasto di età protostorica.

Le sculture litiche di Miggiano trovano uno stretto confronto con le stele daunie, ossia sculture in pietra locale  rinvenute nel territorio della Piana Sipontina (Foggia), in località Cupola nei pressi di Monte Saraceno. Maria Luisa Nava ha analizzato oltre 1200 stele e quelle che la studiosa classifica come “teste iconiche del tipo I” (riferite cronologicamente all’età del Ferro, tra il IX e il VI secolo a.C.) presentano le più interessanti analogie con le sculture individuate a Miggiano. Si tratta di “teste in cui i tratti del viso sono ottenuti con tecnica mista: a rilievo appaiono infatti il naso e le orecchie, mentre ad incisione sono realizzati gli occhi e la bocca[3]. Secondo Nava, queste costituivano la sommità di una colonnetta o di un piedistallo liscio o sfaccettato, alto 40-50 cm. La testa era separata dalla base, come si evince dalle evidenti suture: “il pilastrino-segnale di tomba e la maschera (del defunto) applicata alla sua sommità” avevano diversa origine[4].

La funzione di questi manufatti, probabilmente, era quella di sema, segnacolo di tombe che, nel caso della Piana di Siponto, sono del tipo a fossa rettangolare, completate superiormente da una copertura di pietre disposte a formare il tumulo, sul quale poteva essere collocata, infissa verticalmente, la stele[5]. Enrico Pellegrini pone in relazione la presenza di sculture litiche antropomorfe, rinvenute in diversi insediamenti della Puglia settentrionale (Castelluccio dei Sauri, Monte Saraceno), con il rituale funerario della tarda età del Bronzo (XIII-X secolo a.C.), fase in cui sono attestate in Puglia le tombe a tumulo[6].

L’evidente confronto con le stele daunie e la presenza di piccole specchie, nella stessa area, permettono di ipotizzare un loro uso originario come semata di tombe a tumulo.

Un’altra ipotesi è che si tratti di sculture di età moderna e/o contemporanea collocate al confine di poderi o masserie, presenti numerose in questo lembo di territorio[7].

località Rutti-Sala (Miggiano). Caverne e riparo sottoroccia

Secondo L. Carbone e L. Marra, la scultura che presenta il volto sfigurato e senza lineamenti raffigura una divinità funeraria, con la funzione di veicolare un messaggio che riguarda il destino ultimo dell’uomo, richiamato nell’Antico Testamento della Bibbia: “[…] tu non puoi vedere la mia faccia, perciochè l’uomo non mi può vedere, e vivere” (Esodo, XXXIII, 20). Per quanto riguarda la seconda scultura (quella con i lineamenti del volto ben definiti), gli stessi scopritori ritengono che rappresenta un defunto o un guerriero[8].

Solo ricerche di superficie sistematiche nel territorio e un eventuale scavo dei tumuli potrebbero chiarire la cronologia e la funzione di queste sculture dall’espressione enigmatica.

 

BIBLIOGRAFIA

Bietti Sestieri A.M., Protostoria. Teoria e pratica, pp. 15-16, 342, Urbino, 1996.

Carbone L., Marra L., Il calendario del Capo di Leuca 2001, a cura dell’Associazione culturale Akra Iapigia, 2001

Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase, 2009.

Nava M.L., Stele Daunie I. Il Museo di Manfredonia, TAV. CCXXXIII, n. 727 e TAV. CCXXXIV, n. 731, Firenze, 1980.

Nava M.L., Le stele della Daunia. Dalla scoperta di S. Ferri agli studi più recenti, Milano, 1988.

Pellegrini E., Le età dei metalli nell’Italia meridionale e in Sicilia, in Guidi A., Piperno M. (a cura di) Italia Preistorica, p. 505, Roma-Bari, 1992.


[1] La frequentazione in età protostorica è documentata dal rinvenimento, nell’area antistante due piccole caverne, di numerosi frammenti di ceramica dell’Eneolitico e dell’Età del Bronzo (Cavalera 2009, pp. 17-20).

[2] Carbone, Marra 2001.

[3] Nava 1980, pp. 27-28 (TAV. CCXXXIII, n. 727 e TAV. CCXXXIV, n. 731);  Nava 1988, pp. 79-102.

[4] Nava 1988, pg. 81.

[5] Nava 1988, pp. 12-13. Le tombe dell’età del Ferro – quasi sempre ad inumazione – sono scavate nella roccia, con una tipica struttura troncopiramidale con base più o meno svasata. In corrispondenza di esse spesso si rinvengono teste sommariamente scolpite nel calcare locale (Bietti Sestieri 1996, p. 342).

[6] Pellegrini 1992, p. 505. Le necropoli della tarda età del Bronzo sono formate da tombe a inumazione sotto tumulo.

[7] Cavalera 2009, pp. 20-22.

[8] Carbone, Marra 2001.

Piccolo approdo di età romana in località Lido Marini (Ugento)

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Lido Marini, località balneare divisa tra i comuni di Salve e di Ugento, si caratterizza per un tratto di spiaggia, che si alterna tra sabbia finissima e bassa scogliera.

Lungo la costa rocciosa, a sud della marina, dove l’acqua diventa improvvisamente fredda e dolce – per la presenza di alcune sorgenti subacquee – si conservano significativi resti di costruzioni associati ad abbondante materiale ceramico. Si tratta di una struttura muraria parallela alla linea di costa, lunga circa 17 metri, perpendicolarmente alla quale se ne sviluppano altre tre lunghe circa 2 metri.

I resti murari sembra che un tempo definissero una serie di ambienti in seguito intaccati dall’azione erosiva del mare, che ha determinato il continuo arretramento della linea di costa.

I ruderi – conservatisi in alzato per un’altezza di circa 40 cm- sono costituiti da pietre calcaree informi, di piccole e medie dimensioni, poste in opera direttamente sul banco roccioso e da numerosi frammenti ceramici (in prevalenza laterizi), il tutto coeso con malta.

Alle strutture sono connessi depositi archeologici; l’erosione marina, infatti, ha messo in luce alcune sezioni di sedimento terroso ricco di frammenti ceramici.

Poco distante dalle costruzioni si individua un tumulo artificiale, di pietre calcaree informi e terra, eroso anch’esso dall’azione del mare. In sezione è presente un significativo strato di frammenti ceramici che poggia direttamente sul banco roccioso. Molto probabilmente si tratta di una base per il sovrastante allineamento di blocchi e pietre calcaree, in opus caementicium.

La datazione delle strutture dipende dall’inquadramento cronologico degli

Cripta della Madonna dell’Attarico, in territorio di Andrano (Lecce)

cripta Madonna dell’Attarico, esterno (ph Marco Cavalera)

di Marco Cavalera

La cripta della Madonna dell’Attarico è ubicata nel territorio del Comune di Andrano, circa 3 km a sud-est del centro abitato.

La cavità si apre nelle formazioni geologiche mioceniche e “sorge in un luogo ameno, sul dosso di un ripiano (Serra del Mito), dal quale la vista può spaziare, in un vago ed esteso miraggio, sull’azzurro cupo dell’Adriatico, su Castro, su Santa Cesaria, fino all’incurvarsi della costa verso la Palascia di Otranto ad Est e del promontorio di Santa Maria di Leuca a Sud[1].

Riguardo alla sua denominazione, nel linguaggio popolare permane l’etimologia greca Madonna du Tàricu. Si tratta di una definizione che fa riferimento all’industria della concia delle pelli, sviluppata dai “pelicani” della zona e testimoniata dalla piantumazione della “quercia vallonea”, abbondante nella zona fino a pochi decenni or sono, dalle cui bacche si ricavava l’acido tannico[2] necessario per l’industria della lavorazione delle pelli, prevalentemente di ovini e di vitelli[3] .

Queste ultime – una volta scarnite, rasate, conciate e lisciate – venivano usate dai copisti come materia scrittoria (pergamena o cartapecora) per la trascrizione di manoscritti (codici), nello scriptorium (sala adibita esclusivamente alla copiatura dei codici) dell’antico cenobio di Santa Maria del Mito, florido centro di cultura medievale gestito dai monaci italo-greci, che dipendeva dal monastero bizantino di San Nicola di Casole (a sud di Otranto).

Don Francesco Coluccia – a tal proposito – ha ipotizzato che la grotta rupestre della Madonna dell’Attarico “sarà stata utilizzata, come dimora feriale, da qualche monaco della comunità basiliana della vicinissima Abbazia di S. Maria del Mito, che durante la settimana si ritirava in vita solitaria penitenziale e contemplativa nella tranquillità e nel silenzio (sec. XI-XV)”[4].

L’ipotesi che si basa sull’etimologia del toponimo “Attarico”, che deriverebbe dal greco tarikòn (conceria), esclude la tesi che prevedeva l’origine del termine “Attarico” dal gesto materno della Vergine, immortalata nella caverna in un affresco che la raffigura nell’atto di allattare il Bambino. Questo particolare importante farebbe pensare ad una funzione originaria laica della cripta, trasformata in luogo di culto solo in un periodo successivo[5].

Fonseca, nella sua monografia sugli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, descrive la Cripta dell’Attarico come “quasi del tutto naturale; l’attuale apertura, che guarda verso il mare, è stata riadattata con un muro a secco. Alcuni gradini originali conducono all’invaso sacrale. L’ambiente non sembra avere attualmente una forma architettonica ben precisa. Sono presenti due cunicoli in gran parte occlusi, uno dei quali doveva comunicare con l’esterno. Le pareti presentano numerose gibbosità e in alcuni punti sembrano esserci avanzi di pilastri non più esistenti, mentre due pilastri addossati inquadrano il corridoio che corrisponde all’accesso murato. […] Il soffitto, molto irregolare, sembra naturale anche se in vari punti si notano delle cupoline; la sua altezza media è di circa due metri. Gli arredi litoidi sono costituiti da tracce di gradino-sedile; una parte di esso è adibito attualmente ad altare – orientato ad Ovest – e alla sua destra vi è un resto di una mensa-ripiano; alcune nicchie sono ricavate nelle pareti[6].

All’interno della cripta sono presenti due affreschi, in pessimo stato di conservazione: uno riproduce una Croce, l’altro ritrae la Madonna con il Bambino e, lateralmente, due santi, di cui quello a destra tiene in mano la palma del martirio[7]. Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un intenso culto mariano e una leggenda sorta – probabilmente – dall’atteggiamento della Madonna di allattare il Bambino.

Si racconta, infatti, che un’umile popolana, dimorante in un casolare della contrada, non riusciva a sfamare col latte del suo seno il figlio che aveva dato alla luce. Disperata per la crescita stentata del figlioletto, chiese l’intervento della Madonna che, comparendole in sogno, le avrebbe rivelato come risolvere il problema: bisognava eliminare la biscia, annidata tra le pietre del casolare, che sottraeva dal seno della donna il latte proprio mentre dormiva.

L’allegorica vicenda si presta a due interpretazioni: una di carattere sociale e l’altra di carattere religioso. Per quanto riguarda la prima, si fa riferimento al territorio pur fertile di Andrano che, a causa dello sfruttamento dei potenti, ha sofferto la fame e la povertà[8]. A proposito della seconda interpretazione, Francesco Coluccia scrive che “la fede ha incontrato difficoltà di crescita, a causa anche di persecuzioni di vario genere, fino a quando la presenza e l’intervento dei Monaci Basiliani, con la proposta del culto della Madonna e con la catechesi, non ha portato l’annuncio della verità e la pratica di vita cristiana[9].

Nelle immediate vicinanze della grotta venne eretta la Cappella – di modestissime dimensioni – tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’800, come chiesetta gentilizia per devozione dei Principi Caracciolo. La chiesa attuale, costruita sui ruderi della precedente, è stata inaugurata nel 1990.

 

interno della cripta (ph M. Cavalera)

 

BIBLIOGRAFIA

Cezzi F., Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda F.G., Coppola S., Moscatello L., Alessano, 2004.  

Coluccia F., Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese, Tricase, 1998, pp. 27-30.

Fonseca C.D., Bruno A.R., Ingrosso V., Marotta A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina, 1979, pp. 53-58.

Pantaleo G., Dall’antica Cellino all’odierna Andrano, Galatina, 1978, p. 23.


[1]Pantaleo 1978, p. 23.

[2] Acido tannico o tannino, estratto dalla corteccia di varie querce, impiegato nella concia delle pelli con il metodo detto appunto al tannino.

[3] Coluccia 1998, pp. 27-30.

[4] Coluccia 1998, p. 27.

[5] Cezzi 2004.  

[6] Fonseca et alii 1978, pp. 53-58.

[7] L’affresco, completamente rovinato e corroso dall’umido, non permette di avanzare una datazione precisa  (probabilmente risale al XIII-XIV secolo). La croce (latina) è affrescata sul ripiano-mensa; sulla parete a N-E si notano tracce di colore (Fonseca et alii 1978, p. 54). Don G. Pantaleo, riguardo all’affresco, scrive: “entrando […] nella grotta, ci si trova di fronte a due affreschi alquanto scoloriti e qua e là picchiettati, ma dai contorni ben definiti: il primo riproduce l’immagine della Madonna, di tipo ovviamente orientale […]; il secondo rappresenta la Croce, forse innalzantesi dal Calvario, con delle figure ai lati” (Pantaleo 1978, p. 24).

[8] Pantaleo 1978, p. 28.

[9] Coluccia 1998, p. 28.

Strage di ulivi sul tracciato della nuova 275 tra Tricase e Montesano

INCENDIO SUI LUOGHI DELLA MEMORIA

Strage di ulivi sul tracciato della nuova 275 tra Tricase e Montesano

testo e foto di Marco Cavalera

 

Era intitolata “I luoghi della memoria” la passeggiata organizzata dal “Comitato 275” il 2 giugno del 2011, in collaborazione con le associazioni Archès e Gaia. Per circa tre ore siamo stati a spasso per i luoghi che presto saranno cancellati dalla messa in opera dell’inutile e dannosa strada progettata, circa 20 anni fa, per servire le fiorenti zone industriali, cancellando per sempre il fascino e l’armonia di quel pezzo di territorio.

All’escursione avevano preso parte oltre cento sostenitori del Comitato che, attraverso antiche carraie, anfiteatri naturali e boschi di querce, hanno avuto la possibilità di ammirare splendide opere d’architettura rurale (muri di cinta alti più di due metri costruiti con un pietrame piccolissimo e tipico della zona), le pajare e altri particolari da scoprire insieme. Ed inoltre è stato possibile osservare la fauna che pian piano si svegliava dal lungo letargo invernale, ramarri, biacchi, cervoni, farfalle dai mille colori, tutto immerso nei profumi della flora primaverile.

A distanza di un anno e mezzo da quell’esperienza emozionante ed entusiasmante, l’idilliaco quadro sopra descritto ha mutato cornice. Le località Serra del Fico e Macchie di Ponente, infatti, sono state di recente interessate da un incendio che “casualmente” ha coinvolto ettari di terreno, sui quali è previsto il passaggio del tracciato della 275. Le fiamme hanno percorso il tragitto di una strada campestre larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie sul banco di roccia. Il rogo non ha risparmiato ulivi e macchia mediterranea (e i rifiuti in essa gettati), arrivando a lambire anche i ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare). Le fiamme hanno avvolto il “giardino degli ulivi secolari”, così denominato per la presenza di alberi monumentali e maestosi, le querce spinose, le edere rampicanti, i mirtilli, gli alberi di fico e i lecci secolari. È andato in fumo, dunque, l’ultimo lembo di macchia mediterranea incontaminata presente nella zona compresa tra Tricase e Montesano Salentino.

Non si esclude che i “piromani” abbiano eseguito il loro perverso progetto di distruzione seguendo la mappa dei fondi interessati dal passaggio della nuova 275, appiccando il fuoco “a macchia di leopardo”. Questa ipotesi è supportata dal fatto che – incredibilmente – l’incendio ha ricalcato il medesimo percorso, coinvolgendo uliveti, campi ricoperti da fitta vegetazione spontanea (compreso quello dalla particolare morfologia che ricorda vagamente un anfiteatro naturale), comprese le specie vegetali autoctone rare ivi presenti, a detta dei botanici che hanno effettuato in passato dei sopralluoghi.

Le fiamme – infine – hanno lambito il bosco di località Macchie di Ponente, fortunatamente senza addentrarsi al suo interno.

Il rogo ha lasciato, dietro di sé, uno scenario di distruzione e desolazione. Ha coinvolto numerosissimi ulivi (qualcuno secolare, altri monumentali), ha decimato un esteso tratto di macchia mediterranea e un habitat naturale che, semmai non dovesse essere interessato dal passaggio della 275, impiegherà anni per recuperare l’originario vigore.

Sulla dolosità dell’incendio non ci sono dubbi; è chiaro che dietro c’è un progetto preciso, considerato che nel corso dell’estate un altro rogo ha coinvolto il tratturo dei pellegrini in località Matine, anch’esso ricco di biodiversità vegetale e interessato dal passaggio della superstrada. Insomma, l’opera di cancellazione e obliterazione della memoria, dell’ambiente e del paesaggio del Capo di Leuca sembra già iniziata, e stavolta non sarà nessun Comitato di cittadini o giudice di buon senso a mettere un freno.

Ciò che rimane è solo un’arida distesa di nudi e neri scheletri di alberi di ulivo. I pochi esemplari sopravvissuti alle fiamme sembrano implorare aiuto, ma il loro destino sembra oramai segnato e lo scenario che balza agli occhi è quello di un territorio devastato dalla furia di una catastrofe immane, a due passi da una zona industriale simbolo del fallimento della politica e dell’imprenditoria salentina del nuovo millennio.

Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

ARCHEOLOGIA DEL SALENTO

Il Territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione

di Sandra Sammali

Siamo nati in Africa circa 5 milioni di anni fa. Nel tempo, ci siamo evoluti: dal primo ominide siamo arrivati all’Homo Sapiens, circa 30.000 anni fa. Allora vivevamo di caccia e raccolta, spostandoci di volta in volta lì dovela Terraci offriva nuovi frutti e materie prime, dominati dalla natura e inconsapevolmente vincolati ai suoi mutamenti.

Poi, circa 8.000 anni fa, è avvenuto il cambiamento epocale: siamo passati a modi di vita sedentari e alla produzione di cibo per mezzo dell’allevamento e dell’agricoltura, dalla pietra scheggiata alla pietra levigata e ai minerali metallici.  Da quel momento, la nostra evoluzione non si è più arrestata e ci ritroviamo, oggi, in quella che il Nobel Paul Crutzen ha definito l’era dell’ “Antropocene”, già..perché oggi è proprio l’uomo, anthropos, a dominare prepotentemente su tutto il resto.

Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, età dei Metalli, età iapigio – messapica ed età romana: 2.000.000 di anni, è questo l’arco di tempo racchiuso e raccontato tra le pagine di Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, di Nicola Febbraro (ed. Libellula), laureato in Archeologia nel 2006, presso l’Università di Lecce. In quest’opera, l’archeologo salvese, grazie alla collaborazione di Marco Cavalera, laureato in Archeologia e di Anna Lucia Nicolì, laureata in Lingue e Letterature

Tutino. Un antico e suggestivo borgo nel comune di Tricase (Lecce)

di Marco Cavalera

La frequentazione umana nel territorio di Tutino (rione di Tricase) risale all’età romana. Questa ipotesi è stata avvalorata da frequenti rinvenimenti di frammenti di ceramica, in fondi ubicati a ridosso di un tratto viario che, secondo alcuni studiosi, coincide con l’antica via “Sallentina”. Uggeri, a tal proposito, afferma che quest’ultima proveniva dalla Madonna del Gonfalone, lambiva a nord-ovest l’attuale borgo di Sant’Eufemia, si dirigeva per Tutino e proseguiva per Depressa[1].

Alcune evidenze di questo antico tracciato persistono ad ovest dell’abitato di Tutino, lungo la c.d. via delle Zicche. Si tratta di una strada campestre, larga circa tre metri e delimitata da muretti in pietra a secco alti, in alcuni punti, più di due metri, che conserva sotto l’asfalto e il cemento tracce superstiti di acciottolato.

Antico tracciato stradale, nel territorio di Tutino, identificato con la via “Sallentina”.

Un tratto di strada secondaria, che interseca ad est il tracciato della via “Sallentina”, presenta dei tagli sul banco di roccia, appositamente regolarizzato per permettere un più agevole transito dei carri. La carrareccia si segue solo per una lunghezza di poche decine di metri: sul suo

La vita svanisce, ma l’arte no. Vito Russo, scultore e pittore salvese

VITO RUSSO,

SCULTORE E PITTORE SALVESE

LA BELLEZZA,LA SEMPLICITÀ E L’ARMONIA D’INSIEME NELLA SUA FILOSOFIA ARTISTICA

di Marco Cavalera e Sandra Sammali

Vito Russo, scultore e pittore salvese, ci accoglie nella sua casa – atelier in un freddo e piovoso pomeriggio di metà autunno, circondati da statue e sculture di ogni forma e materia che esprimono la filosofia intrinseca del suo pensiero artistico. Ci sediamo intorno ad un grande tavolo pieno di appunti e bozze di disegno per opere che un giorno, da un foglio bianco di quaderno, prenderanno vita, e tra un caffè caldo e un aneddoto (molto suggestivo quello del suo incontro con il grande poeta salernitano Alfonso Gatto) passa in rassegna tutta la sua storia artistica, a partire dal 1966, quando divenne titolare della cattedra di scultura presso l’Istituto d’Arte di Lecce.

“L’arte non avrà mai fine finché l’uomo, incontrando i materiali che gli stanno intorno, o creandosene di nuovi, saprà trasmettere loro, con la sua manualità, le forme del proprio pensiero”, esordisce Russo sfogliando le pagine segnate dal tempo di un album di ricordi.

Fin dalle prime battute dell’intervista si percepisce subito l’essenza delle forme di pensiero che l’artista esprime attraverso l’arte figurativa: bellezza, semplicità, accordi di linee e armonia d’insieme.

La scultura e la pittura rappresentano il suo linguaggio privilegiato perché “l’arte non conosce confini, né lingue. La pittura o la scultura sono linguaggi accessibili in  qualsiasi modo o in qualsiasi situazione”. Non è l’arte fine a se

Verso Finibusterrae su antichi tratturi, tra paesaggi di pietra e ulivi secolari

IN CAMMINO VERSO FINIBUSTERRAE SU ANTICHI TRATTURI

TRA PAESAGGI DI PIETRA E ULIVI SECOLARI

 

ITINERARI STORICO – ARCHEOLOGICI

LUNGO IL NUOVO TRACCIATO DELLA S.S. 275

 di Marco Cavalera
  1. 1.    Il progetto e la sua storia

Il progetto di ammodernamento della S.S. 275 “Maglie – Santa Maria di Leuca” nasce nel 1994 con l’obiettivo di collegare tra loro le aree industriali del Salento meridionale. L’arteria stradale, presentata dai politici locali come “la più grande opera degli ultimi 20 anni nel Salento”, avrà un costo complessivo di circa 288 milioni di euro. La sua realizzazione vede il consenso di tutta la classe dirigente salentina – imprenditoriale e politica – e, allo stesso tempo, la disapprovazione di una parte di associazioni di volontariato e di liberi cittadini del territorio – riuniti nel Comitato S.S. 275, presieduto da Vito Lisi – che chiedono a viva voce di fermare la strada a quattro corsie fino a Montesano e di adeguare i tracciati viari preesistenti fino a Santa Maria di Leuca.

Il Comitato ha svolto, fin dal 2003, indagini approfondite sull’iter burocratico che ha portato all’approvazione del progetto di ammodernamento della S.S. 275, mettendo in risalto gravi irregolarità procedurali e violazioni di legge.

Dall’atto di diffida e messa in mora, redatto dall’avv. Luigi Paccione e notificato all’ANAS S.p.A., si evince infatti che l’incarico venne affidato, nel 2002, direttamente dall’ANAS al Consorzio per lo Sviluppo Industriale e dei Servizi Reali alle Imprese (SISRI), che a sua volta ha subappaltato lo stesso incarico, senza alcuna gara e in mancanza di procedura ad evidenza pubblica alla Pro.Sal.Progettazioni Salentine S.r.l., per un importo pari a circa 5 milioni di euro.


Nello specifico, il progetto prevede la realizzazione di una strada, costituita da quattro corsie e da due complanari (una per senso di marcia), larga circa 40 metri. L’arteria viaria sarà realizzata quasi completamente su un terrapieno, con conseguente ed inevitabile cesura della viabilità rurale del territorio, che insiste in buona parte su antichi tracciati medievali.

La superstrada, inoltre, andrebbe inesorabilmente a cancellare la tipicità

Tutino e la contraddizione pragmatica delle epigrafi del suo castello baronale

di Armando Polito

Debbo anzitutto ringraziare Marco Cavalera, autore, sul tema,  del post apparso sul sito qualche giorno fa perché, prima di leggerlo, di Tutino ignoravo pure il nome.

Particolare interesse hanno suscitato in me le iscrizioni riportate e le considerazioni che farò le riguardano in modo esclusivo.

Citerò di ognuna testo e traduzione per non obbligare il lettore ad un continuo andirivieni tra il mio post e quello di Marco.

1) ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT)

(Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

Giustamente è stata citata per prima, perché costituisce la targhetta di riconoscimento del manufatto. Gli ingredienti che la compongono sono quelli che usualmente si leggono in documenti del genere, ma voglio far notare la riconoscenza espressa nei confronti di due divinità pagane: Fortuna e Minerva.

2) VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene).

Si tratta della seconda proposizione di un periodo (12, 21) della lettera di San Paolo ai Romani:

Noli vinci a malo, sed vince in bono malum (Non farti vincere dal male, ma vinci il male nel bene).

Il lettore si sarà accorto della diversa traduzione che ho dato di in bono. Molto spesso la traduzione libera non esprime compiutamente il pensiero come quella letterale che, secondo me, va adottata tutte le volte che si incorre in questo rischio. Nel nostro caso l’originario complemento di stato in luogo (in bono, nel bene) è molto più pregno di significato del complemento di mezzo (con il bene), che in latino avrebbe richiesto la presenza dell’ablativo semplice (bono e non in bono). San Paolo, insomma, esortava non a vincere il male con il bene ma (restando) nel bene, formulazione di un principio generale che privilegiava la continuità di uno stato che, al di là della sua contingente incarnazione temporale, doveva avere anche un’atemporale funzione preventiva (chi sta costantemente nel bene non avrà bisogno di combattere il male perché non esiste neppure il rischio, almeno endogeno, di esserne assalito).

3) MELIOR DIES MORTIS QUAM NATIVITATIS  (Meglio il giorno della morte che quello della nascita).

Si tratta anche qui di una citazione parziale, questa volta  di un proverbio biblico (XXI, 2):

Melius est nomen bonum quam unguenta pretiosa, et dies mortis die nativitatis (È meglio un buon nome che profumi preziosi e il giorno della morte che quello della nascita).

Credo che il motivo ispiratore sia la condanna dell’apparenza (profumi preziosi) rispetto alla sostanza (buon nome), ricalcato nella seconda parte con la contrapposizione tra la morte (tempo di bilancio consuntivo) e della nascita (tempo di bilancio preventivo).

4) CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza).

Citazione parziale di un altro proverbio (XIV, 24): Corona sapientium, divitiae eorum; fatuitas stultorum, imprudentia (Corona dei sapienti, le loro ricchezze; degli stolti, la superficialità e l’imprudenza).

Qui sono in ballo elementi tutti spirituali, come le ricchezze dei sapienti e la superficialità e l’imprudenza degli stolti.

5) MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante).

Altra citazione parziale dal proverbio XX, 28: Misericordia et veritas custodiunt regem et roboratur clementia thronus eius (La misericordia e la verità proteggono il re e il suo trono è rafforzato dalla clemenza).

6) QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)

Si tratta della citazione, questa volta integrale, del proverbio XVII, 16.

7) VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi).

A Luigi XI, re di Francia dal 1461 al 1483, è attribuita la frase qui nescit dissimulare, nescit regnare (chi non sa fingere, non sa regnare), della quale la nostra iscrizione sembra la sintesi e che avrebbe trovato la sua sistemazione teorica, vedendo, fra l’altro, nascere il principio della ragion di stato, ne Il Principe (1513) di Niccolò Machiavelli.

8) NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Citazione parziale del proverbio XXI, 30: Non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è assennatezza contro il Signore).

E qui mi dissocio dall’interpretazione di Marco, che introduce (a parte est  reso con sia come se fosse sit)  un adattamento ad personam indotto, credo, dal non aver potuto considerare il testo originale nella sua completezza, per cui il consilium diventa complotto e Dominum diventa signore.

A conclusione di questa analisi voglio fare questa riflessione che è un’immonda ma certamente rabbiosa parafrasi di Domande di un lettore operaio di Bertold Brecht (per la sinistra, il centro la destra e per tutte le possibili posizioni trasversali http://www.filosofico.net/brecht83operaio3.htm): le iscrizioni appena esaminate per un imbecille come il sottoscritto andrebbero raccolte in due gruppi: nel primo la 1 (in cui Minerva  diventa quasi un’autocelebrazione pagana della propria sapienza)  e la 7; nel secondo le rimanenti in contraddizione totale con le due del gruppo precedente, che, non a caso, pur essendo in minoranza, prevalgono per i fatti concreti cui danno vita (il palazzo, il mantenimento del potere).

E allora, ben venga qualche atto vandalico o qualche terremoto che faccia piazza pulita di queste (presunte?) vergogne? Tutt’altro! Esse vanno conservate come testimonianza delle nostre contraddizioni e miserie (soprattutto quelle legate al potere in tutte le sue forme) e lette alla luce brechtiana che, in ultima analisi (incredibile per un comunista!), coincide con l’insegnamento cristiano (non cattolico!).

Vuoi vedere che la trascuratezza in cui versano i nostri, così pomposamente definiti, beni culturali non dipende solamente da un comodo principio di priorità connesso con le ristrettezze economiche?

Tutino (Lecce). Il castello baronale dei Trane

di Marco Cavalera

Il castello di Tutino fu costruito, negli ultimi decenni del XVI secolo, su una preesistente struttura normanno-sveva (fig. 5). La struttura, che si caratterizza per la presenza – su tre lati – di un profondo fossato, è dotata di una cinta muraria alta sei/sette metri e spessa un metro e mezzo circa. La possente fortificazione – realizzata in pietre di calcare locale e “bolo” – era difesa da ben nove torri, delle quali attualmente ne sopravvivono solo cinque. Alla base è rafforzata da una scarpata e sulla sommità, in alcuni tratti meglio conservati, è visibile ancora il cammino di ronda. Le due torri situate a nord-est, prive di scarpata e di coronamento, sono state più volte oggetto di rifacimenti e rimaneggiamenti.

La costruzione del palazzo baronale comportò l’abbattimento di alcune torri e il riempimento della parte settentrionale del fossato. Un’iscrizione a grandi caratteri latini, incisa lungo la facciata rivolta su Piazza Castello, ricorda il committente di questa imponente opera difensiva, ossia il barone Luigi Gaza da Trani: ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT) (Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

La facciata è stata realizzata con blocchi in carparo ed è alleggerita da eleganti finestre in pietra leccese, sulle cui architravi sono incise delle massime ancora perfettamente leggibili. Da sinistra verso destra si legge:

VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene– (San Paolo)
MELIOR DIES MORTIS QUiM NATIVITATIS     (Meglio il giorno della morte che quello della nascita)
CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza)

MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante)
QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)
VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi)

NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Sul portale è ancora visibile il drago caratterizzante lo stemma di famiglia[3].

La struttura, allo stato attuale, necessita di tempestivi ed urgenti interventi di consolidamento statico e recupero funzionale.

Cucuzzano: due anime e due volti

Ritaglio di una cartolina di Montesano Salentino (1927). Archivio Telemele.

di Marco Cavalera

Cucuzzano è un piccolo borgo di poche anime, un tempo dedite all’agricoltura e all’artigianato, con pochi giovani squattrinati e molti anziani che custodiscono gelosamente i risparmi sotto il materasso, con il volto scavato dal sudore e dalla fatica, aspro in superficie ma tenero nell’animo come le rocce calcaree delle campagne salentine.

Cucuzzano ha due volti e due anime: nei periodi di festa sembra Disneyland, tutto addobbato con luminarie sfarzose, a volte esagerate ma mai oltre i limiti della decenza, vivace come una qualsiasi metropoli del Nord. Nei mesi più freddi il paese si svuota, non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Cucuzzano vanta una classe dirigente obsoleta, sempre la stessa da 30 anni, riciclata come le pagine di un rotocalco rosa, che si specchia nella popolazione che rappresenta.

I giovani che lavorano lontano dal paese li riconosci dalle macchine lussuose che guidano con una mano sul volante e il braccio teso fuori dal finestrino. Si tratta di Audi, BMW, Alfa Romeo, tutte acquistate rigorosamente di seconda mano. Parlano con tipico accento nord italiano, che assumono mediamente dopo due mesi di permanenza fuori dal paese. Curiosamente ed inspiegabilmente tutti con cadenza romagnola, indipendentemente dalla regione in cui sono emigrati.

I giovani che servono lo Stato nelle forze armate, invece, li riconosci dalle loro donne: belle, colte e opportuniste.

I ragazzi che risiedono a Cucuzzano tutto l’anno non hanno un segno distintivo particolare. Si riconoscono dal loro abbigliamento e pettinatura alla penultima moda, parlano solo di calcio, di donne e motori anche se non praticano sport, sono perennemente single (nella realtà, perché con la fantasia arrivano ad asserire di essere stati gli amanti della Belen di turno) e non hanno mezzi di locomozione degni di tale nome (a parte la Panda 50 taroccata da auto di Formula 1). Non conoscono la crisi perché non hanno mai assaporato il gusto agrodolce ed effimero del benessere.

La festa patronale spezza una monotonia che a volte infastidisce lo stesso residente, che litiga con il malcapitato tutore dell’ordine rivendicando il diritto – a suo dire sacrosanto – di poter circolare nel paese liberamente, noncurante della festa, delle bancarelle e della processione. Tutta quella gente, secondo il cucuzzanese oltranzista, invade il suo territorio alla stregua di moderni pirati Turchi, gli stessi che devastarono e distrussero il paese nel 1484, e poco importa se questi novelli corsari provengono dai paesi vicini; lo tzunami, proveniente dai paesi vicini, avvolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Cucuzzano è un mondo a sé, uno storico locale fa risalire l’origine del nome al sostantivo cucuzza: animo e spirito duri come il cetriolo, afferma con orgoglio il professore di lettere in pensione; vuoti come una zucca precisa il sottoscritto, con giudizio più distaccato ed oggettivo.

Passeggiando tra i vicoli stretti del paese si respira un’aria di antico frammista al moderno. Non è raro osservare una persiana di alluminio bianco impostata su una vecchia porta di legno celestina, o una casa del centro storico intonacata con tinte “appariscenti” fucsia, rosso red passion, giallo canarino e verde olio oliva extravergine. Rigorosamente una diversa dall’altra, come ogni famiglia si deve distinguere dal vicino odioso, che si è fatto la casa bella solo perché ha lavorato 10 anni in Svizzera.

Il motivo del nuovo che copre il vecchio si riflette chiaramente sulle piastrelle marroni appiccicate sulla bella facciata in carparo del palazzo più antico del paese, Palazzo Baronale, della cui imponente fortezza cinquecentesca, rimane solo una torre angolare. Quelli che a prima vista appaiono appartamenti costruiti in serie, come una qualsiasi villetta a schiera di una località qualsiasi della costiera salentagnola, in realtà sono delle stalle riutilizzate come civile abitazione. Il vecchio celato dal nuovo, come la strada principale del centro storico, via Fosso, realizzata sul riempimento di un fossato di difesa di cui conserva solo il nome.

Cucuzzano in origine era di proprietà vescovile. Non sorprende, quindi, la presenza di tantissime cappelle, nicchie, edicole votive sparse per il paese.

I nobili del paese possedevano tutte le terre del circondario, coltivate prevalentemente a tabacco. Il ricordo vola fino a pochi decenni fa, file interminabili di “talari” (telai di legno che si stendevano per appendere le foglie di tabacco e farle essiccare) caratterizzavano le stradine del paese, e alla prima nuvola all’orizzonte partiva il tran tran delle tabacchine che correvano qua e la per mettere al riparo il prezioso prodotto ed evitare che la pioggia mandasse in fumo giorni e giorni di duro lavoro condotto sotto il feroce sole estivo del Salento.

L’odore del tabacco si percepisce nelle strade di periferia, dove si affacciavano i garage adibiti a magazzini improvvisati.

Le abitazioni più antiche del paese hanno il tetto a doppio spiovente coperto da tegole in terracotta prodotte in un paese vicino, le case della periferia hanno il tetto a doppio spiovente coperto da tegole in pvc importate dalla Cina. Le prime sono essenziali e squadrate, le seconde monumentali ed eclettiche, a seconda del gusto del geometra. Numerosi sono gli scheletri delle case costruite e mai terminate, forse perché il proprietario ha finito i soldi, forse perché il figlio è emigrato al Nord.

Cucuzzano non è riportato sulle guide turistiche, non esistono pubblicazioni sulle sue origini e sui suoi – scarsi e mal tenuti – monumenti storici ed artistici, ma si sa che nelle campagne sorgeva un insediamento preistorico distrutto dall’avidità dell’uomo moderno. Si dice che qualcuno abbia raccolto dei piccoli frammenti di storia e li abbia consegnati alle “autorità competenti”; quasi a nessuno interessa sapere dove sono conservati. Laddove insisteva un sito archeologico ora fa bella mostra di sé un insediamento industriale, anch’esso pressoché inutile per l’economia del paese.

La locale squadra di calcio fa il tutto esaurito quando gioca in casa e anche nelle trasferte ha il suo seguito. Può darsi che gli spettatori vadano allo stadio perché dagli spalti si ha una visione suggestiva degli ulivi secolari nelle campagne circostanti, ma non ne sono convinto più di tanto, e penso a quelli sradicati per fare posto la struttura sportiva.

Questo, in sintesi, è Cucuzzano, uno dei tanti paesi del Salento di cui è difficile innamorarsi a prima vista, in cui i giovani sognano di andare via, lasciare il profumo di tabacco dei vicoli del centro abitato, gli umani pettegolezzi della gente, il campo sportivo tra gli ulivi, il centro ricreativo adibito ad osteria, le proprie “terracate”, per andare a fare “fortuna” in una ricca metropoli del Nord, alloggiare al 5° piano di un palazzo freddo e arido come la steppa, respirare fumi e smog, rispecchiarsi in fiumi neri come la notte senza stelle e senza luna e ritornare di rado nel paese ad ostentare un effimero benessere e uno sterile “beneavere”.

Il “cisternale” di Vitigliano (Santa Cesarea Terme) tra degrado e abbandono

di Marco Cavalera

Le origini di Vitigliano (frazione di Santa Cesarea Terme) risalgono alla fase ellenistica dell’età messapica (2400-2300 anni fa), quando il suo territorio gravitava intorno all’importante città fortificata di Vaste, situata a 1,5 km in direzione Nord-Ovest.

Vitigliano si trova lungo l’antica strada che da Vaste conduceva a Castro, che in età imperiale e tardo antica rivestiva un importante ruolo di approdo di riferimento per la rete di insediamenti rurali sparsi nell’immediato entroterra.

Il tracciato viario lambiva la sommità di una collina dove, a seguito di indagini topografiche condotte dall’Università di Pau et des Pays de l’Adour (Francia) – coadiuvata dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Lecce – sono state rinvenute tracce di frequentazione di età tardo romana, attestate dalla presenza di numerosissimi frammenti di ceramica, sparsi in un’area estesa circa 1 ettaro e mezzo.

I reperti raccolti sono riferibili a recipienti in ceramica comune, a manufatti da mensa, lucerne e anfore da trasporto di produzione africana, anfore di provenienza greco-orientale ed egiziana e macine in pietra lavica[1].

L’insieme dei materiali rinvenuti permettono di datare l’insediamento tra il III e il VI secolo d.C.[2]

Ai piedi della medesima collina, nella periferia nord-occidentale del paese – pochi metri a nord dell’incrocio tra la via Extramurale Nord e via Cazzanoci – si nota una vecchia e arrugginita inferriata che delimita una cisterna monumentale (localmente nota come “cisternale”). La struttura, scavata nel banco di roccia fino ad una profondità compresa tra i 4,30 metrie i 4,45 metri,

Grotte nel territorio di Salve (Lecce)(seconda parte)

GROTTE  IN  LOCALITÀ  MACCHIE  DON CESARE  NEL  TERRITORIO  DI  SALVE (SECONDA PARTE)

 

  di Marco Cavalera – Nicola Febbraro
 

 

tratto iniziale del corridoio di Grotta Marzo

 

Alla cavità denominata dai fratelli Piccinno “Speculizzi IV”, distante circa 80 metri da Grotta Febbraro, è stato assegnato il nome del proprietario della particella in cui è ubicata diventando, pertanto, Grotta Marzo.

     La grotta si sviluppa nelle formazioni del Calcare di Altamura, lungo la stessa antica linea di costa sulla quale si aprono le grotte Febbraro e Montani, ad un’altitudine di 74 metri s.l.m.

L’accesso alla cavità è reso particolarmente difficoltoso dalla fitta presenza di macchia mediterranea. La sua apertura, di piccole dimensioni, presenta una regolarizzazione alla base, ottenuta mediante la realizzazione di un muro a secco. La grotta è costituita da un corridoio, dalla planimetria piuttosto regolare, così come le pareti e la volta che si caratterizzano, verso il fondo, per la presenza di concrezioni calcaree.

Un muro a secco di notevoli dimensioni separa il corridoio da un ampio cunicolo, il cui asse principale è pressoché perpendicolare al primo. La realizzazione del muro è da attribuire alla frequentazione d’età post-medievale della cavità da parte di contadini e pastori. Superato il muro si accede, con difficoltà, all’interno del cunicolo dove il notevole abbassamento della volta e il considerevole aumento del sedimento terroso (incoerente e pulverulento) consentono di procedere carponi per i primi 5 metri, dopodichè il cunicolo diviene inaccessibile. Grazie ad una

Torri costiere del Salento meridionale

 

 

Torre Pali (Salve) (ph Nicola Febbraro)

TORRI COSTIERE DEL SALENTO MERIDIONALE. INQUADRAMENTO STORICO

 

di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

Il sistema difensivo della Puglia, a partire dalla presa di Otranto del 1480/81, si caratterizzava per una generale insicurezza e precarietà, in quanto le strutture fortificate risalivano, per lo più, alla metà del XV secolo, ossia all’assetto difensivo definito e voluto dagli aragonesi.

Nel 1484, con la ferita che aveva lacerato il Salento pochi anni prima ancora aperta, i Veneziani occuparono la penisola, dopo essere sbarcati presso Mancaversa (Taviano).

Taurisano, tra il 1522 e il 1532, venne ripetutamente saccheggiata, come attestato dal sensibile calo di popolazione registrato nei documenti storici (Cortese 2010).

Nel 1537 i Turchi, guidati dal pirata algerino Khair-ed-Din (detto il Barbarossa),  distrussero Castro, Marittima e, sul versante ionico, Ugento.

Le coste del Salento, anche negli anni successivi, subirono continue incursioni piratesche. Al 1543, in effetti, risale lo sbarco nei pressi della Marina di Morciano di Leuca, con i Turchi che si spinsero nell’entroterra alla volta di Presicce. Nel 1544, invece,  giunsero sulle coste gallipoline e, tre anni dopo, ben quattrocento pirati – condotti da Dragut – sbarcarono nei pressi dell’attuale Torre Pali da dove partirono alla volta di Salve (che non riuscirono ad espugnare) e dei paesi limitrofi. Le loro scorribande si fermarono a Gagliano del Capo dove molti cittadini radunati in chiesa furono uccisi, mentre altri vennero deportati come schiavi (Cazzato 1989).

Torre Uluzzo (Nardò) (ph Nicola Febbraro)

 

Il reggente Ferrante Loffredo, per contrastare l’incombente minaccia turca,

Paesaggi di pietra e paesaggi di tufo

PARCO COSTA SANTA MARIA DI LEUCA – OTRANTO E PORTO DI TRICASE.  “PAESAGGI DI PIETRA” E “PAESAGGI DI TUFO”.

 

di Marco Cavalera

 

Lo storico Vincenzo Cazzato, nel saggio “Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento”, riassume in modo sintetico la più intima essenza di Salento: “paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura”.

Uno dei luoghi del Salento, maggiormente interessato dalla presenza di strutture in pietra a secco, è il tratto di costa compreso tra la località Ciolo (Gagliano del Capo) e Punta Ristola (Santa Maria di Leuca), incluso nell’area del Parco Naturale Regionale “Otranto – Santa Maria di Leuca”.

L’area presenta un’interminabile rete di tratturi, muretti a secco – alcuni dei quali realizzati con particolari tecniche costruttive per proteggere le colture dalle forti raffiche di grecale e scirocco provenienti dal mare – e numerosi ripari trulli formi. Si tratta di evidenze legate alla civiltà agropastorale del Salento.

La zona è raggiungibile dalla Strada Provinciale 358, con non poche difficoltà dovute ai repentini dislivelli del banco di roccia, ai continui salti di quota e alla presenza di Macchia Mediterranea.

Meno caratteristiche delle strutture in pietra a secco, ma ugualmente eloquenti testimoni dell’inciviltà di una parte della gente salentina, sono le costruzioni abusive realizzate in uno dei punti più inaccessibili e impervi di questo tratto di costa. Si tratta – nello specifico – di due abitazioni, risalenti

Là dove c’era un tratturo domani ci sarà… un’autostrada

 
ph Marco Cavalera

Tratto di strada campestre, importante testimonianza della civiltà contadina, interessato dal progetto del nuovo tracciato della S.S. 275

 

di Marco Cavalera

 

Un altro frammento di storia della civiltà contadina salentina sarà, forse, sepolto per sempre da un nero nastro di asfalto. Si tratta di un tratto di strada campestre, lunga circa 2,5 chilometri e larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie scavate sul banco di roccia. I solchi sono larghi dai 20 ai 30 centimetri, presentano una profondità massima di 15 centimetri e si sviluppano, in maniera pressoché continua, per tutta la lunghezza del tracciato.

Il tratto viario, ubicato interamente nel Comune di Tricase, insiste nelle località Macchie di Ponente e Serra del Fico e lambisce silenti ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare).

Ai lati della stradina si individuano numerosi blocchi di pietra calcarea, infissi verticalmente nel terreno o reimpiegati nei muretti a secco.

Le ricognizioni di superficie, effettuate nelle proprietà poste ai margini della strada carraia, hanno permesso di rinvenire alcuni manufatti di ceramica, per lo più di epoca moderna, da attribuire ad una intensiva frequentazione agricolo-pastorale di quest’area. Si tratta di un elemento che consente di ipotizzare un utilizzo della strada campestre in un’epoca non antecedente al Medioevo.

La carrareccia è stata individuata a seguito dei sopralluoghi effettuati dal Comitato 275 nelle aree interessate dal progetto di ammodernamento della S.S. 275.

Sulla base di quanto proposto nel progetto, il nuovo tracciato della S.S. 275

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