Il drago araldico: dai bestiari medievali alle armi delle casate Trane e Protonobilissimo

di Marcello Semeraro

Il drago è, insieme all‘aquila, il solo “animale” che appartiene all’emblematica di tutti i paesi e di tutti i tempi. La seguente ricerca, scevra da qualunque pretesa di esaustività, si propone di individuare il ruolo che questo mostro leggendario ebbe nello specifico ambito araldico, con una particolare attenzione alla Terra d’Otranto.

IL DRAGO IN ARALDICA

Nell’araldica europea il drago è la creatura più instabile e polimorfa del blasone. Bipede o quadrupede, alato o attero, monocefalo o bicipite, il drago araldico è una figura chimerica ibrida che prende in prestito le sue parti da vari animali: dai rettili (il corpo e la coda), dall’aquila (le zampe e gli artigli), dal pipistrello (le ali), dal leone (talvolte le zampe), dall’uomo o dalla capra (la barba e talora anche la testa), dal pesce (talvolta la coda), dal grifo (le orecchie) e dal coccodrillo. Questa sua natura instabile e composita si ritrova, del resto, anche nei bestiari medievali, quella particolare categoria di manoscritti che descrivono le proprietà delle bestie per ricavarne significati morali e religiosi e che, com’è noto, esercitarono un’influenza notevole sull’arte, sull’iconografia e sulla stessa araldica (figg. 1 e 2).

Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.
Fig. 1. Il drago, animale reale per gli uomini del medioevo, è la creatura più instabile e composita della zoologia del bestiari. Esso è il risultato della fusione in una sola creatura di tradizioni più antiche, bibliche, orientali, grego-romane e germaniche. Nasce in Etiopia, in India e in “Barbaria” ed è il più grande dei serpenti, da cui si differenzia per avere le zampe, almeno due. E’ terribile, rumoroso, viscoso, ha un odore mefitico, un alito pestilenziale e la sua carne è disgustosa. Dalle orecchie e dalla bocca escono fiamme distruttive. Ma la sua grande forza risiede nella coda, che soffoca e distrugge tutto ciò che stritola. Ha paura di una sola cosa, il fulmine. E’ una creatura diabolica, il simbolo del Male. Londra, British Library, Harley MS 3244 (ca. 1255-65), fol. 59r.

 

Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.
Fig. 2. Drago che combatte con un elefante, suo nemico mortale. La miniatura è tratta dal Bestiario di Aberdeen. Aberdeen, The Aberdeen University Library, ms. 24 (ca. 1195-1200), fol. 65v.

 

Per gli autori dei bestiari e, più in generale, per la cultura medievale europea – memore delle tradizioni bibliche – nessun drago è positivo. È una creatura diabolica, il simbolo del Male e sconfiggerla è un’impresa che possono compiere solo certi santi, come Giorgio (fig. 3), Michele, Marta e Margherita, o certi eroi leggendari (Tristano, Artù, Sigfrido). In araldica il drago si rappresenta generalmente rampante, con il corpo munito di scaglie, testa allungata, fauci spalancate, lingua sporgente a forma di dardo, ali di pipistrello, due o quattro zampe, con la coda aguzza, spesso acciambellata e terminante a dardo (fig. 4).

Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.
Fig. 3. William Bruges, Re d’armi della Giarrettiera, vestito con un tabarro alle le armi reali inglesi, inginocchiato di fronte a San Giorgio che trafigge il drago. Bruges Garter Book, Londra, British Library, Stowe MS 594 (ca. 1430- 1440), fol. 5v.

 

Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.
Fig. 4. Arma della famiglia Borghese, col capo dell’Impero. Raccolta Ceramelli Papiani, Firenze, Archivio di Stato, fasc. 894.

 

Raramente è rappresentato in atto di vomitare fiamme. Cronologicamente, i più antichi esemplari di scudi recanti draghi sono quelli ricamati su alcune scene dell’arazzo di Bayeux, il celebre manufatto tessile realizzato intorno al 1080, probabilmente nel sud dell’Inghilterra, su richiesta di Oddone, vescovo di Bayeux e fratellastro del re Guglielmo, per celebrare la conquista normanna dell’Inghilterra (fig. 5). Ma è soprattutto nell’araldica immaginaria – una moda che a partire dalla fine del XII secolo si diffuse parallelamente alla diffusione delle armi vere e proprie – che questo animale leggendario godette di una certa popolarità. La fantasia degli artisti galoppò e furono attribuiti stemmi recanti draghi a certi personaggi del ciclo arturiano (Uther Pendragon, Ariohan di Sassonia, Brehus, Calinan, Seguran, ecc.) e, addirittura, a figure bibliche come Giosuè e Giuda Maccabeo (fig. 6). Nel stemmi d’invenzione, tuttavia, la fortuna di questa figura è legata soprattutto alla sua funzione peggiorativa.

Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)
Fig. 5. Scudo normanno pre-araldico con drago. Arazzo di Bayeux (ca. 1080)

 

Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.
Fig. 6. Scudo di Giuda Maccabeo pendente da un alberello. I nove Prodi (ca. 1416-1420), Manta (Cuneo), castello.

 

Nel bestiario del Diavolo e dei nemici della cristianità il drago occupa infatti il primo posto, tanto che neI secoli XIII e XIV divenne l’emblema degli eretici e dei capi musulmani. Ciò nonostante, nel blasone vero e proprio il suo indice di frequenza è piuttosto basso, mentre in epoca moderna prevale il suo uso come figura parlante. Non di rado il drago compare anche quale ornamento esterno dello scudo, sia come supporto, sia, soprattutto, come cimiero. Celebri sono i cimieri innalzati, a partire dal XIV secolo, dai sovrani aragonesi e portoghesi, cimieri che, per motivi ereditari, ricomparvero qualche secolo dopo sulle armi di Filippo II di Spagna e dei suoi successori: in Terra d’Otranto se ne conserva ancora qualche traccia (fig. 7).

Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.
Fig. 7. Mesagne, Porta Nuova, stemma di Filippo III di Spagna con triplice cimiero: i due laterali raffigurano i draghi aragonese e portoghese, mentre quello centrale il cimiero parlante di Castiglia.

 

IL DRAGO NEL BLASONE DI TERRA D’OTRANTO

Valutare l’indice di frequenza del drago nel blasone delle famiglie nobili e notabili di Terra d’Otranto non è un’operazione facile. Malgrado la grande quantità di manufatti araldici di cui è ricco il territorio, mancano infatti repertori completi e aggiornati in grado di offrire un quadro d’insieme del fenomeno e i pochissimi stemmari a disposizione dello studioso presentano non poche lacune. La migliore raccolta pubblicata finora, sebbene imperfetta e parziale, resta ancora l’Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, opera pubblicata agli inizi del Novecento da Amilcare Foscarini. Nell’Armerista il drago ha un indice di frequenza bassissimo. Statisticamente, tra i quattrocentoquaranta blasoni censiti dal Foscarini, solo due hanno un drago, ossia lo 0,45% del totale. Gli stemmi appartengono alle famiglie Trane (o Trani) e Protonobilissimo.

I primi, originari di Trani e conosciuti dapprima come Gaza, presero in seguito il cognome dal toponimo d’origine. In Terra d’Otranto ebbero i feudi di Guardigliano, Tutino, Lucugnano, Montesano, Tiggiano, Torrepaduli, Specchiapreti, Scorrano, Martano, Calimera e Corigliano. Foscarini attribuisce loro un blasone acromo avente “un drago alato e rivoltato, mirante una stella di sei raggi e sostenente con la branca sinistra una testa di toro” (fig. 8).

Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane
Fig. 8. Ugento, Museo diocesano, stemma della famiglia Trane

 

Quanto ai Protonobilissimo, furono un’antica schiatta attestata sin da XIII secolo. La famiglia, di origini amalfitane, passò dapprima a Sorrento e da lì a Napoli, dove fu aggregata al seggio di Capuana. Conosciuti anche come Faccipecora (fig. 9), si suddivisero in vari rami. In Terra d’Otranto possedettero i feudi di Brongo, Palagiano, Leporano, Roca, Mottola, Specchiapreti e Muro Leccese, concesso nel 1438 dal principe di Taranto Giovanni Antonio del Balzo Orsini a Florimonte Protonobilissimo ed in seguito (1723) elevato a principato. Il Mazzella, il Foscarini, il Crollalanza e il Rietstap assegnano ai Protonobilissimo uno scudo “di rosso, al drago alato d’oro” (fig. 10).

Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121
Fig. 9. Arma dei Faccipecora, incisione tratta da C. Borrelli, Difesa della nobilta napoletana scritta in latino dal P. Carlo Borrelli C. R. M. contro il libro di Francesco Elio Marchesi, volgarizata dal P. Abbate Ferdinando Ughelli, Roma 1655, p. 121

 

Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639
Fig. 10 .Stemma Protonobilissimo, incisione tratta da S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, p. 639

 

Tuttavia, l’analisi di un frammento di piatto stemmato, conservato presso il Museo del Palazzo del Principe di Muro Leccese, dimostra che il ramo murese dei Protonobilissimo caricò il drago d’oro non su un campo di rosso, ma d’azzurro (fig. 11).

Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.
Fig. 11. Muro Leccese, Museo del Palazzo del Principe, frammento di piatto con arma dei Protonobilissimo.

 

Recuperato durante gli scavi nel Palazzo del Principe e databile alla fine del XVI secolo, questo frammento ceramico è una fonte araldica di primaria importanza perché contiene dati che furono controllati direttamente dalla committenza. Tale considerazione ci permette di affermare che la diversità del colore del campo che si osserva nei due blasoni dei Protonobilissimo poc’anzi descritti è legata a esigenze di brisura di linea. Con questo termine si intende un’alterazione dello stemma originale, operata per distinguere i vari rami di una stessa famiglia. L’uso delle brisure, particolarmente diffuso nell’araldica del regno di Napoli, si espresse attraverso varie modalità, fra cui la modificazione degli smalti dello scudo, ottenuta invertendo gli smalti del campo e della figura principale, oppure cambiandone solo uno, come si vede nello stemma del Protonobilissimo di Muro. Per differenziarsi, infatti, essi modificarono l’arma tradizionale “di rosso, al drago d’oro”, mutando in azzurro il colore della superficie dello scudo. In ogni caso, quale che sia la brisura impiegata dai Protonobilissimo, il drago, animale “totemico” della casata, rimase sempre d’oro.

 

BIBLIOGRAFIA

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1978).

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Mola di Bari 1912 (rist. anast. Sala Bolognese, Arnaldo Forni, 1981).

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– J. B. Rietstap, Armorial général précédé d’un dictionnaire des termes du blazon, 2 voll., Gouda 1884-1887.

LO STEMMA DEL PALAZZO BASILE DI FRANCAVILLA FONTANA: UN CURIOSO CASO DI ARMA PARLANTE

di Marcello Semeraro

PREMESSA

Uno degli aspetti più interessanti ricavabili dallo studio del blasone delle famiglie storiche francavillesi – notabili o nobili che siano, il confine spesso è molto labile – è lo stretto rapporto che intercorre fra araldica e antroponimia. Ci riferiamo, in particolare, a quella tipologia di armi che recano una o più figure che richiamano il nome del titolare e che gli araldisti chiamano, non a caso, parlanti. Classificarle non è facile. Grossomodo si può dire che la relazione che si stabilisce tra le figure dello scudo e il cognome può essere di tipo diretto (armi parlanti dirette), allusivo (armi parlanti allusive), oppure può articolarsi su un gioco di parole (armi parlanti per gioco di parole). Considerate dagli araldisti dell’Ancien Régime meno nobili e meno antiche, queste armi esistono in realtà sin dalla nascita dell’araldica e furono adoperate da dinastie di grande importanza.

Basti pensare ai sovrani di Castiglia e León, che a partire dalla seconda metà del XII portarono uno scudo raffigurante un castello e un leone, ai conti di Bar, che innalzarono due branzini (bar) addossanti, oppure, per restare in ambito italiano, ai Colonna (una colonna), ai Della Rovere (una rovere), ai Della Scala (una scala), ecc. L’indice di frequenza di questa categoria di armi è molto elevato, sia nell’araldica gentilizia che in quella civica. Si calcola che circa un 20% di armi medievali siano qualificabili come parlanti. Ma questa percentuale è destinata a crescere alla fine del Medioevo e in epoca moderna, grazie soprattutto alla diffusione che esse ebbero fra i non nobili e fra le comunità. D’altra parte, se ci pensiamo bene, l’impiego di figure parlanti è il procedimento più semplice per crearsi uno stemma.

Ma veniamo all’araldica francavillese – i cui usi, è bene ricordalo, si iscrivono nel più ampio quadro dell’araldica del Regno di Napoli – e al suo rapporto con l’antroponimia familiare. Dallo studio degli esemplari araldici di cui è disseminato il centro storico francavillese emerge chiaramente che le famiglie nobili e notabili che fecero uso di armi parlanti adoperarono varie formule per rappresentare la relazione fra le figure dello scudo e il nomen gentilizio. Manca lo spazio per approfondire la questione. In questa sede ci limitiamo a dire che il rapporto fra il significante (la figura) e il significato (il cognome) può costruirsi su una o più figure associate fra loro e svilupparsi in modo diretto (un cane per i Caniglia, ad esempio), allusivo (come nello stemma dei Carissimo, raffigurante un cuore sormontato da tre stelle) o attraverso un gioco di parole, come nel caso dello stemma oggetto di questo studio. Si tratta, comunque, di un corpus molto interessante di stemmi che ci auguriamo divenga oggetto di uno studio organico che sia in grado di offrire una visione d’insieme del fenomeno, così da valutarne meglio la portata.

 

LO STEMMA DELLA FAMIGLIA BASILE

Fra gli esempi più curiosi di armi parlanti riscontrabili nel blasone francavillese, un posto di primo piano spetta sicuramente allo scudo innalzato dalla famiglia Basile. L’insegna è scolpita al di sopra dell’elegante portale con fornice ad arco a tutto sesto che nobilità la facciata dell’omonimo palazzo (oggi di Castri) ubicato in via Roma, l’antica via Carmine (fig. 1).

Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

La costruzione del palazzo risale alla fine del XVIII secolo, datazione che viene confermata anche dall’analisi stilistica del manufatto araldico. La composizione, di fattezze tipicamente settecentesche, reca uno scudo perale con contorno a cartoccio, timbrato da un elmo aperto, graticolato e posto in terza, ornato di svolazzi e cimato da una corona nobiliare.

Per quanto riguarda il contenuto blasonico, la composizione presenta varie figure, delle quali hanno una natura parlante che si evince solo da un’attenta analisi dell’iconografia araldica. Lo scudo raffigura, infatti, un basilisco (il mostruoso gallo serpentiforme con il corpo intriso di veleno, capace di uccidere con il solo sguardo), ardito su una pianura erbosa, tenente con la zampa destra un vaso nodrente una pianta di basilico, accompagnato nel cantone sinistro del capo da una cometa ondeggiante in sbarra e attraversato da una banda diminuita e abbassata rispetto alla sua posizione ordinaria (figg. 2, 3 e 4).

Fig. 2. Francavilla Fontana, via Roma, palazzo Basile (ora di Castri), particolare dello stemma.
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.
Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.

 

Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).
Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).

 

Come si vede dal blasone, la relazione fra le figure parlanti e il nome di famiglia è di tipo indiretto e si ottiene associando nello scudo due figure diverse che richiamano il cognome attraverso un gioco di parole (Basile/basilisco/basilico). Ma questa relazione nasconde anche una comune radice etimologica, giacché sia la forma cognominale Basile (come vedremo più avanti), sia i lemmi basilisco (gr. βασιλίσκος, lat. basiliscus, “piccolo re”) e basilico (gr. βασιλικόν, lat. basilicum, “pianta regale”) derivano da βασιλεύς (lat. basileus), nome che nell’antica Grecia designava il re. Tuttavia, questa connotazione parlante dello stemma Basile non è stata colta né dagli studiosi di storia locale che se ne sono occupati, né dagli araldisti che ne hanno fornito il blasone.

Lo storico francavillase Pietro Palumbo, ad esempio, in una pagina della sua celebre Storia di Francavilla nella quale descrive l’arma Basile, scambia erroneamente il basilisco per un “gallo coronato” e la pianta di basilico per dei “fiori”. Lo stesso dicasi per un araldista attento come Edgardo Noya di Bitetto, che nel suo Blasonario generale di Terra di Bari assegna ai Basile, nobili di Molfetta e originari di Bisceglie, uno scudo d’azzurro, al gallo d’oro, crestato e barbato di rosso, ardito su una pianura erbosa al naturale, mostruoso con la coda attorcigliata di serpe, tenente con la zampa destra un vaso d’oro, ansato con mazzo di fiori, al naturale, nudrito nel vaso; alla banda di rosso attraversante. Il blasone riportato dal Noya di Bitetto, che differisce da quello francavillese per l’assenza della cometa, ha tuttavia il merito di restituire allo stemma Basile la sua cromia originaria. Cosa non di poco conto se si pensa che, contrariamente a quanto doveva essere in origine, il manufatto scolpito sul portale d’ingresso del palazzo di via Roma si presenta oggi acromo. Assodata l’origine parlante dello stemma in esame, resta da sciogliere una questione: è stato il nome a generare l’arma o viceversa?

Benché manchi un repertorio cronologico-figurativo attraverso cui poter studiare l’origine e l’evoluzione della suddetta insegna, ci sentiamo di poter rispondere a questa domanda mettendo in campo considerazioni di natura etimologica e antroponimica.

Il gentilizio Basile è la cognominizzazione del nome Basilio, continuazione del latino Basilius – che a sua volta è l’adattamento del personale greco Βασίλειος, che propriamente significa regale – affermatosi in Italia già in epoca altomedievale soprattutto per il prestigio e il culto di San Basilio il Grande di Cesarea, vissuto nel IV secolo d.C. Essendo il nome di famiglia derivato da un nome proprio, è lecito quindi pensare che sia stato il cognome a precedere lo stemma parlante, non il contrario. Del resto l’impiego di figure parlanti era il modo più semplice che ebbe questa famiglia per dotarsi di uno stemma gentilizio.

Un analogo procedimento di trasformazione grafica del nome, d’altronde, si riscontra anche altrove, sia dentro che fuori lo scudo: la famiglia siciliana Basilicò, ad esempio, porta un vaso nodrente una pianta di basilico (fig. 4.); i napoletani Basile, un basilisco su un monte di tre cime all’italiana (fig. 6); la città di Basilea, sempre un basilisco, ma impiegato come supporto parlante all’esterno dello scudo (fig. 5).

Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.
Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.

 

Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).
Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).

 

Sulle origini della famiglia Basile di Francavilla poco si sa. Le informazioni tramandate dagli storici locali sono parziali e lacunose e i non pochi casi di omonimia rendono la ricerca più difficoltosa. Tuttavia, lo stemma in esame è uno dei quei casi in cui l’araldica diventa un prezioso ausilio della genealogia, permettendo, in base al blasone, di distinguere o accomunare le famiglie omonime. Il Palumbo vuole i Basile originari di Martina Franca, ma sulla base del comune blasone dobbiamo ritenere che appartenessero allo stesso ceppo dei Basile “originari di Bisceglie” di cui parla il Noya di Bitetto. Ulteriori ricerche, miranti all’individuazione di un solido aggancio genealogico, fornirebbero alla nostra tesi i necessari riscontri. Come gli altri palazzi presenti in via Roma, l’edificio sulla cui facciata è collocato lo stemma fa parte del sistema dei palazzi signorili costruiti a seguito della sistemazione urbanistica voluta dai principi Imperiali nel XVIII secolo. Vera e propria firma della committenza, l’arma in questione è una testimonianza importante che si iscrive nel più vasto ambito dei sistemi di rappresentazione dei segni d’identità di cui si servirono le maggiori famiglie francavillesi parallelamente all’affermazione e al consolidamento del proprio status, in un lasso di tempo che va dal XVI al XVIII secolo. Si tratta di un linguaggio importante, poco investigato ma ricco di contenuti e di implicazioni su più fronti (storia della mentalità, gusti e tendende artistiche dell’epoca, modi di presentarsi al pubblico, ecc.) che ci auguriamo sia fatto presto oggetto di uno studio specifico. Nonostante il cambio di proprietà e i rimaneggiamenti cui è stato sottoposto il palazzo in questione nel corso del tempo, l’arma innalzata dai proprietari originari (non sappiamo esattamente da chi all’interno della famiglia) è ancora lì a perpetuarne la memoria e a tirare fuori molti fili rossi di una storia a lungo trascurata dai cultori di memorie patrie.

 

Bibliografia

– E. De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Milano 1978.

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Bologna : A. Forni, 1981.

– P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Bologna : A. Forni, 1974.

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R° Governo d’Italia. Compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, Milano 1928-1935.

Lo stemma dei principi di Taranto Filippo I, Roberto e Filippo II

I gigli, il lambello e la banda: breve studio sulla genesi e l’evoluzione

dello stemma dei principi della Casa d’Angiò-Taranto

 

di Marcello Semeraro

Sull’araldica dei principi angioni di Taranto del Trecento (Filippo I, Roberto e Filippo II) non esistono studi specifici. Il presente contributo, pur nella sua brevità, si propone di colmare in parte questa lacuna, richiamando l’attenzione degli studiosi su un campo di ricerca particolarmente interessante, anche per via delle sue notevoli implicazioni interdisciplinari. Per comodità di trattazione, abbiamo suddiviso la nostra indagine in due parti: nella prima ci occuperemo dello stemma innalzato da Filippo I d’Angiò, nella seconda di quello dei suoi successori.

 

Lo stemma Filippo I d’Angiò

Si dicono brisure (dal francese briser, “rompere, spezzare”) quelle varianti introdotte in uno stemma rispetto all’originale per distinguere i diversi rami di una stessa famiglia. Comparse verso la fine del XII secolo – ovvero in un’epoca in cui le armi cominciarono a diventare ereditarie – e diffuse soprattutto nei paesi di araldica classica (Francia, Inghilterra, Scozia, Paesi Bassi, Germania renana, Svizzera), le brisure furono istituite probabilmente dagli araldi per ragioni essenzialmente militari: riconoscere gli individui apparentati che innalzavano armi simili nel campo di battaglia o nel torneo, ovvero nei luoghi dove materialmente comparvero le prime armi nella prima metà del XII secolo.

Il sistema si basava su un principio molto semplice: all’interno di una stessa famiglia, solo il più anziano del ramo primogenito aveva il diritto di portare le armi familiari piene, ovvero il blasone primitivo senza alterazioni di sorta. Gli altri (il primogenito, vivente il padre, e i cadetti, con l’esclusione delle donne) dovevano apportare una leggera modifica all’interno dello scudo originario che li differenziasse dal capo d’armi.

L’uso delle brisure, che ebbe il suo apice fra il XIII e il XIV secolo e che diminuì man mano che l’araldica perse la sua centralità nel campo di battaglia, non fu mai sottoposto ad un sistema di regole uniformi e valide per tutte le epoche e tutti i luoghi, ma fu piuttosto un fenomeno legato ad abitudini familiari, mode geografiche o cronologiche. In linea di massima si possono distinguere tre principali modi di brisare un’arma: la modificazione degli smalti (che si ottiene, ad esempio, invertendo gli smalti del campo e delle figure), la modificazione delle figure (aumento o diminuzione del numero delle figure uguali, cambiamento della forma o della posizione oppure sostituzione di una figura con un’altra) e l’aggiunta di altre figure specifiche chiamate pezzi di brisura (lambello, banda e sue diminuzioni, bordura, quarto franco, stelle, merlotti, anelletti, conchiglie, ecc.).

Dal XIII secolo quest’ultima modalità rappresenta il procedimento più diffuso per brisare uno stemma. Manca lo spazio per approfondire la questione. Qui ci limitiamo ad osservare che in Italia le brisure non ebbero mai una speciale importanza, tranne a Venezia e nel reame napoletano, dove se ne fece un uso abbastanza ampio. Ma è soprattutto con le dinastie capetingia e plantageneta che si assiste ad un impiego massiccio di brisure e di sovrabrisure (ulteriori modifiche di uno stemma già brisato), utilizzate per distinguere i cadetti e le linee da essi derivate (fig. 1).

L’arma d’Angiò antico viene anche detta d’Angiò-Sicilia e d’Angiò-Napoli.
Fig. 1. Alcune brisure e sovrabrisure portate dalla Casa di Francia. Grand Armorial équestre de la Toison d’or (Lille, ca. 1435), Parigi, Bibl. de l’Arsenal, ms. 4790, fol. 54r.

 

Lo stemma gentilizio innalzato dal principe di Taranto Filippo I d’Angiò (†1331) ce ne offre un fulgido esempio (fig. 2).

Fig. 2. Riproduzione grafica dello stemma d’Angiò-Taranto
Fig. 2. Riproduzione grafica dello stemma d’Angiò-Taranto

 

La linea d’Angiò-Taranto nacque come ramo cadetto uscito dalla Casa d’Angiò-Napoli del ceppo capetingio, generato dal predetto Filippo, quarto figlio del re di Napoli Carlo II (†1309) e di Maria d’Ungheria, principe di Taranto dal 1294 al 1331 e dal 1313 imperatore titolare di Costantinopoli a seguito delle nozze con Caterina II di Valois-Courtenay. Essendo un ultrogenito, egli dovette giocoforza adottare un’arma che lo differenziasse da quella adoperata dal padre.

Fig. 3. Saluto d’oro di Carlo II d’Angiò. Sul recto, stemma partito di Gerusalemme e d’Angiò antico senza il lambello.
Fig. 3. Saluto d’oro di Carlo II d’Angiò. Sul recto, stemma partito di Gerusalemme e d’Angiò antico senza il lambello.

 

Come re di Napoli, Carlo II portava lo scudo del padre Carlo I d’Angiò (†1285), suo predecessore sul trono partenopeo sin dal 1282, ovvero un partito di Gerusalemme (d’argento, alla croce potenziata d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso) e d’Angiò antico (d’azzurro, seminato di gigli d’oro, al lambello di rosso)1 (fig. 3). L’uso di questa associazione d’armi risale tuttavia al 1277, quando Carlo I, re di Sicilia dal 1266, si intitolò, senza esserlo mai stato di fatto, re di Gerusalemme e sanzionò araldicamente questa pretensione inaugurando uno scudo partito dove pose a destra (sinistra per chi guarda) l’insegna gerosolimitana e a sinistra (destra per chi guarda) quella gentilizia. In precedenza, a partire dagli anni 1246/1247, dopo essere stato appannaggiato delle contee d’Angiò e del Maine, Carlo portò l’arma di Francia antica (d’azzurro, seminato di gigli d’oro), insegna propria dei sovrani capetingi di Francia (figg. 6 e 7), brisata da un lambello di rosso (figg. 4 e 5).

Fig.4. Scudo d’Angiò antico del re di Sicilia. Livro do Armeiro-Mor (1509), Campo Grande (Lisbona), Arquivo Nacional da Torre do Tombo, fol. 11r.
Fig.4. Scudo d’Angiò antico del re di Sicilia. Livro do Armeiro-Mor (1509), Campo Grande (Lisbona), Arquivo Nacional da Torre do Tombo, fol. 11r.
Fig. 5. Reale di Carlo I d’Angiò per Messina (1266-1277). Al rovescio, lo scudo d’Angiò antico
Fig. 5. Reale di Carlo I d’Angiò per Messina (1266-1277). Al rovescio, lo scudo d’Angiò antico

 

Fig. 6. Chartres, cattedrale Notre-Dame, rosone (ca. 1215-1216). Il principe Luigi (il futuro Luigi VIII) in grande tenuta araldica, porta uno scudo di Francia antica. Si tratta del più antico esemplare smaltato dell’arma dei capetingi.
Fig. 6. Chartres, cattedrale Notre-Dame, rosone (ca. 1215-1216). Il principe Luigi (il futuro Luigi VIII) in grande tenuta araldica, porta uno scudo di Francia antica. Si tratta del più antico esemplare smaltato dell’arma dei capetingi.

 

Fig. 7. Wappenrolle von Zürich (Zurigo, ca. 1330-1335), Zurigo, Schweizerisches Nationalmuseum, AG 2760, fol. 2r. Al centro l’arma piena del re di Francia.
Fig. 7. Wappenrolle von Zürich (Zurigo, ca. 1330-1335), Zurigo, Schweizerisches Nationalmuseum, AG 2760, fol. 2r. Al centro l’arma piena del re di Francia.

 

Quando la ribellione dei Vespri siciliani (1282) scacciò re Carlo dalla Sicilia, riducendolo al possesso dei territori meridionali al di qua del Faro, lo scudo partito di Gerusalemme e d’Angiò antico divenne proprio della corona di Napoli e della pretensione, ad essa collegata, al trono gerosolimitano. Carlo I morì nel 1285 e il suo regno, unitamente alla pretensione gerosolimitana, fu ereditato dal figlio Carlo II, al quale il padre trasmise anche lo stemma. Nel 1273 re Carlo II sposò Maria, figlia del re d’Ungheria Stefano V. Da questo matrimonio nacquero quattro diramazioni principali, corrispondenti ai figli e alle terre che essi ereditarono: il primogenito Carlo Martello fu lo stipite della linea d’Angiò-Ungheria, Roberto continuò quella reale d’Angiò-Napoli, mentre Filippo e Giovanni diedero vita rispettivamente alle linee d’Angiò-Taranto e d’Angiò-Durazzo.

Non potendo portare in quarto di pretensione gerosolimitana, in quanto legato esclusivamente alla corona di Napoli, Filippo I si limitò a sovrabrisare la sola arma d’Angiò antico, facendola attraversare da una banda d’argento. Lo stemma che ne risultò può essere così blasonato: d’azzurro, seminato di gigli d’oro, al lambello di rosso; con la banda d’argento, attraversante sul tutto (Angiò-Taranto).

L’arma del principe di Taranto è dunque il risultato di una sovrapposizione di tre piani diversi, ottenuta dapprima brisando e poi sovrabrisando lo stemma originario capetingio.

Il piano di fondo (il seminato di gigli d’oro in campo azzurro dei re di Francia) è quello più antico, seguito da quello intermedio (il lambello di rosso, proprio dei re angioni di Napoli) e da quello più recente (la banda d’argento, tipica dei principi angioini di Taranto). E’ così, del resto, che devono essere letti tutti gli stemmi, ovvero partendo dal piano di fondo fino ad arrivare a quello più vicino all’osservatore, secondo un ordine di lettura contrario alle nostre abitudini moderne.

Per comprendere meglio come sia avvenuto storicamente questo processo di alterazione della primitiva insegna capetingia riteniamo sia utile soffermarsi sulla genesi e lo sviluppo delle figure che compongono lo scudo di Filippo I.

A partire dal regno di Filippo Augusto (1180-1223), i sovrani capetingi di Francia portarono come insegna araldica un seminato di gigli d’oro in campo azzurro. Questa scelta non fu casuale. Il giglio fa parte del repertorio delle insegne e degli attributi della monarchia francese sin dai tempi di Luigi VI (1108-1137) e Luigi VII (1137-1180). Esso è allo stesso tempo un attributo mariano (simbolo di purezza e verginità) e un simbolo di sovranità. Questa sua duplice dimensione simbolica (religiosa e regale) è rafforzata dalla particolare disposizione in seminato con cui i gigli sono distribuiti sulla superficie dello scudo.

Nell’iconografia medievale la struttura in seminato è quasi sempre legata a un’idea di sacro. L’arme di Francia antica ha dunque un’essenza divina e sottolinea al tempo stesso la speciale protezione accordata dalla Vergine ai re di Francia e la dimensione religiosa della funzione regale. Per modificarla i cadetti adoperarono varie figure, fra cui il lambello che costituisce la più antica brisura portata dai principi capetingi. Il primo ad impiegarla fu Filippo Hurepel (†1234), figlio cadetto del re di Francia Filippo Augusto e di Agnese di Merania, come testimonia un esemplare raffigurato su una vetrata della cattedrale Notre-Dame di Chartres.

Circa un ventennio dopo – intorno agli anni 1246/1247 (vedi supra) – Carlo d’Angiò, ultimogenito di Luigi VIII e di Bianca di Castiglia, modificò l’arma piena dei re di Francia, scegliendo come brisura una figura che poteva liberamente adottare dopo la morte di Filippo Hurepel, fratellastro di Luigi VIII. Ricordiamo che fra tutte le figure aggiunte per alterare lo stemma originario, il lambello è quella che si riscontra con maggiore frequenza nelle armi, nonché quella più tipicamente indicativa di un intervento di brisura. Nel Medioevo la sua forma è variabile. La versione primitiva (chiamata più propriamente rastrello) è costituita da un listello orizzontale munito di pendenti lunghi e rettangolari che diventeranno trapezoidali (cioè un lambello tout court) solo verso la fine del XV secolo. Il listello tocca quasi sempre i bordi dello scudo fino alla fine del XIV secolo, mentre in quello successivo si trova sia intero che scorciato. Per quanto riguarda il numero dei suoi pendenti, il lambello a cinque è quello più impiegato fino agli anni 1270-1275, mentre successivamente prevale quello a tre. Anche la banda è una brisura molto usata, ma raramente è impiegata come sovrabrisura.

Fig. 8. Sigillo equestre di Carlo d’Angio, principe di Salerno, appeso a un atto del 1280 (cfr. M. Pastoureau , Traité d'héraldique, Paris 2008, p. 185).
Fig. 8. Sigillo equestre di Carlo d’Angio, principe di Salerno, appeso a un atto del 1280 (cfr. M. Pastoureau , Traité d’héraldique, Paris 2008, p. 185).

 

Prima di Filippo I, conosciamo un solo caso di scudo d’Angiò antico sovrabrisato da una banda d’argento. Si tratta dell’arma del padre Carlo II d’Angiò quand’era ancora principe di Salerno, come dimostrano due esemplari raffigurati rispettivamente su un sigillo equestre appeso ad un atto del 1280 (fig. 8) e sull’Armorial Wijnbergen (ca. 1265-1270). Divenuto re di Napoli nel 1285, Carlo II eliminò la banda dal suo scudo e adottò un partito di Gerusalemme e d’Angiò antico, stemma, come abbiamo già osservato, ereditato dal padre Carlo I d’Angiò, suo predecessore sul trono napoletano. Dopo questa data, quindi, Filippo d’Angiò fu libero di poter aggiungere allo scudo gentilizio d’Angiò antico la banda d’argento. Lo studio delle testimonianze sfragistiche e numismatiche relative a Filippo I permette di affermare che per tutta la durata della suo principato (1294-1331) egli portò il solo scudo d’Angiò-Taranto, senza ulteriori ampliamenti. A riprova di ciò consideriamo come estremi cronologici due controsigilli appesi a due documenti datati rispettivamente 1303 e 1321, ovvero prima e dopo l’acquisizione del titolo di imperatore latino di Costantinopoli (1313).

Fig. 9. Controsigillo di Filippo I d’Angiò, appeso ad un documento del 13 marzo 1303 (da Il segno del potere. I sigilli della Curia Arcivescovile di Taranto dal principato all'età contemporanea, a cura di Francesco Magistrale et al., Taranto 1992, pp. 80-81).
Fig. 9. Controsigillo di Filippo I d’Angiò, appeso ad un documento del 13 marzo 1303 (da Il segno del potere. I sigilli della Curia Arcivescovile di Taranto dal principato all’età contemporanea, a cura di Francesco Magistrale et al., Taranto 1992, pp. 80-81).
Fig. 10 Sigillo e controsigillo di Filippo I di Taranto, appeso ad un atto datato settembre 1321 (da G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890, p. 26 e pl. VII).
Fig. 10 Sigillo e controsigillo di Filippo I di Taranto, appesi ad un atto datato settembre 1321 (da G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890, p. 26 e pl. VII).

In entrambi i casi compare uno scudo gotico con la sola arma d’Angiò-Taranto, racchiusa da una cornice esalobata (figg. 9 e 10). Lo stemma gentilizio appare anche sul recto di un gettone anepigrafo, che reca sul verso un altro scudo a sé stante, quello dell’impero latino di Costantinopoli (di rosso, alla croce accantonata da quattro anelletti crociati, ciascuno accompagnato da altrettante crocette, il tutto d’oro). Coniato per Filippo d’Angiò dopo la sua nomina imperiale, questo gettone non mostra, quindi, una combinazione d’armi, ma due scudi diversi, rappresentati separatamente (fig. 11).

Fig. 11. Gettone anepifrafo e stemmato di Filippo I d’Angiò, principe di Taranto e imperatore titolare di Costantinopoli (da H. de La Tour, Catalogue de la collection Rouyer, Parigi 1899, n° 307 e pl. VIII, fig. 8.).
Fig. 11. Gettone anepifrafo e stemmato di Filippo I d’Angiò, principe di Taranto e imperatore titolare di Costantinopoli (da H. de La Tour, Catalogue de la collection Rouyer, Parigi 1899, n° 307 e pl. VIII, fig. 8.).

 

Sarà invece il figlio Roberto (†1364), principe di Taranto dal 1331 e imperatore titolare di Costantinopoli dal 1346, il primo ad associare in un unico scudo partito le insegne araldiche paterne e quelle costantinopolitane ereditate dalla madre. Ce ne occuperemo nella seconda parte di questa indagine.

 

  1. L’arma d’Angiò antico viene anche detta d’Angiò-Sicilia e d’Angiò-Napoli.

Bibliografia

G.B. di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa 1876-1877.

H. de La Tour, Catalogue de la collection Rouyer, Parigi 1899.

C. de Mérindol, L’héraldique des princes angevins, in Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle, a cura di Noël-Yves Tonnerre e Élisabeth Verry, Rennes 2003.

F. Magistrale et al., Il segno del potere. I sigilli della Curia Arcivescovile di Taranto dal principato all’età contemporanea, Taranto 1992.

O. Neubecker, Araldica, Milano 1980.Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

M. Pastoureau , Traité d’héraldique, Paris 2008.

M. Pastoureau, Héraldique et numismatique: quatre jetons aux armes d’Anjou, in Revue numismatique, anno 1977, vol. 6, n. 19.

G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890.

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Gli stemmi dell’antico palazzo Rondachi di Otranto

 Presentazione

di Marcello Semeraro e Antonella Candido

 

L’identificazione di stemmi anonimi presenti su edifici, affreschi e manufatti è un esercizio molto importante non solo per l’araldista, ma anche per lo storico dell’arte. Le insegne araldiche, infatti, sono tra pochi elementi in grado di fornire uno “stato civile” (una datazione, una provenienza, una committenza) e un “contesto” all’opera su cui sono riprodotte. Questo più ampio e proficuo approccio nell’interpretazione dei segni araldici manifesta tutta la sua validità scientifica nel caso degli stemmi scolpiti sui resti dei parapetti di due balconi monumentali conservati all’interno del castello aragonese di Otranto.

Come vedremo, l’analisi storico-araldica delle insegne ha consentito di gettare una nuova luce sulle origini e le vicissitudini edilizie dello storico palazzo idruntino di via Rondachi sul quale un tempo erano collocati i balconi.

Per comodità di esposizione, preferiamo iniziare la disamina partendo dal parapetto quasi integro che fa bella mostra di sé nella sala rettangolare del castello (fig. 1).

Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale
Fig. 1. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare del parapetto monumentale

 

Il manufatto è formato da nove lastre rettangolari in pietra locale, scomposte e allineate su una pedana. Sulle sette lastre centrali si ammirano decorazioni in bassorilievo recanti sette busti maschili e femminili in maestà, ognuno dei quali è racchiuso da un serto di alloro, tipico corollario dell’iconografia celebrativa. Sulle due lastre laterali, decorate a traforo, campeggiano due scudi sagomati con contorni mistilinei, di foggia diversa, databili al XVI secolo. Purtroppo, come spesso avviene, e contrariamente a quanto doveva essere in origine, questi manufatti si presentano oggi privi di smalti. Il primo esemplare mostra una colonna con base e capitello, sostenente un putto che impugna con la mano destra una croce latina (fig. 2); il secondo reca nel primo quarto lo stesso stemma, benché stilisticamente diverso, partito con un altro raffigurante un albero nodrito1 su un ristretto di terreno2, movente dalla punta dello scudo (fig. 3).

Fig. 2
Fig. 2. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma
Fig. 3
Fig. 3. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare dello stemma di alleanza matrimoniale

 

Quest’ultimo esemplare partecipa evidentemente delle caratteristiche dell’arme di alleanza matrimoniale: a destra (sinistra per chi guarda) le insegne del marito, a sinistra (destra per chi guarda) quelle della moglie. Il balcone appare nella sua interezza in una riproduzione fotografica realizzata nel primo decennio del Novecento (1910 ca.) dai fratelli Alinari, dalla quale si evince che esso dominava il prospetto di casa Carrozzini e che gli stemmi erano posizionati ai lati del parapetto (fig. 4).

Fig. 4
Fig. 4 – Balcone di casa Carrozzini, Otranto ca. 1910, stabilimento tipografico dei fratelli Alinari (Archivi Alinari, Firenze)

 

Altre foto d’epoca con altri particolari del suddetto edificio sono contenute fra le illustrazioni del secondo volume del Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli3, pubblicato nel 1912 (fig. 5).

Fig. 5
Fig. 5. Balcone di casa Carrozzini (dal Tallone d’Italia di Giuseppe Gigli, foto Perazzo).

 

Tuttavia, nessuno dei due stemmi poc’anzi descritti corrisponde all’arme portata dalla famiglia Carrozzini, la quale sia nella versione blasonata dal Montefusco (“un cervo che tira un carro su cui è inginocchiato un uomo nudo con le mani giunte; il tutto sulla pianura erbosa”4), sia in altre varianti lapidee attestate a Soleto, differisce per la presenza di un emblema parlante5 costituito da una carrozza o da una sua parte (la ruota). Ciò significa che la committenza del balcone deve essere ricercata necessariamente altrove. Va premesso che l’identificazione dei titolari si è rivelata un’operazione particolarmente difficile, sia per la scarsità di fonti storiche su questo edificio, sia perché il contenuto blasonico degli stemmi non è facilmente ascrivibile a famiglie note. In casi di questo genere, le ricerche mediante collazione sulle fonti più specificamente araldiche (gli stemmari) possono rivelarsi fruttuose. E così è stato per il primo stemma e per il primo quarto del secondo, mentre si possono formulare solo delle ipotesi a proposito del secondo quarto del partito. Nel celebre Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, lo storico e araldista Amilcare Foscarini descrive un’arme identica, attribuendola ai Rondachi: “una colonna con base e capitello su cui sta un puttino ignudo che impugna colla destra una croce”6. Lo stesso blasone viene riportato nello Stemmario di Terra d’Otranto di Luigiantonio Montefusco7. In entrambi i casi non si hanno indicazioni sulla cromia delle figure e del campo.

I Rondachi furono una nobile famiglia idruntina di origini greche, annoverata fra le più illustri della città dallo storico Luigi Maggiulli8 ed estinta nella seconda metà del Seicento9. Fra il XVI e il XVII secolo la casata possedette vari feudi in Terra d’Otranto, tra i quali vanno ricordati Casamassella, Castiglione d’Otranto, Giurdignano, una quota dei laghi Alimini, Serrano e Tafagnano10. Un Domenico, vissuto nel XVII secolo, fu canonico della cattedrale di Otranto oltre che dotto nelle scienze e nelle lettere11.

Fra le famiglie nobili di Otranto, i Rondachi non furono comunque i soli a vantare un’origine ellenica giacché essa è attestata anche per altre schiatte come i Leondari, i Morisco e i Calofati12. Resta da capire, dopo aver identificato la famiglia di provenienza dello stemma in esame, a quale singolo personaggio detta arma apparteneva. Sfortunatamente non è stato possibile raggiungere questo obiettivo a causa soprattutto della difficoltà di stabilire, sulla base delle fonti a nostra disposizione, dei precisi riferimenti storico-genealogici sui vari membri di Casa Rondachi.

Ancora più problematica risulta essere l’identificazione dello stemma muliebre rappresentato nel secondo quarto dell’arma di alleanza matrimoniale, allusivo, come abbiamo visto, alla consorte di un Rondachi. Ciò dipende da una serie di limiti oggettivi a cui lo studioso va incontro nella lettura dell’arme, legati sia alla composizione araldica in sé, che si presenta acroma e generica nella sua figura principale – il termine “albero” è stato non a caso usato perché non se ne conosce la specie – sia alla lacunosità delle fonti con cui poter fare un raffronto. Va osservato, a tal proposito, che fra tutte le famiglie nobili e notabili idruntine riportate dal Maggiulli e dal Foscarini, solo di alcune di esse si conosce il blasone13.

Fra queste ultime, soltanto i Cerasoli (“d’argento, al ciliegio di verde”14), i Pipini (“d’azzurro, alla quercia al naturale, sostenuta da due leoni controrampanti d’oro”15) e i Dattili (“d’azzurro, alla palma di dattero d’oro, accostata da due stelle dello stesso”16 ) innalzavano un albero come figura principale, ma nessuno dei tre blasoni, nel suo complesso, sembra corrispondere a quello in argomento. Il quadro risulta ulteriormente complicato dal fatto che, come abbiamo poc’anzi ricordato, non disponiamo di solide fonti storico-genealogiche sui vari esponenti di Casa Rondachi, dalle quali avremmo potuto ricavare dati utili per la conoscenza delle insegne araldiche delle rispettive consorti.

Nel corso delle nostre indagini, tuttavia, siamo riusciti a rintracciare una fonte che si è rivelata di notevole importanza. Si tratta di una lettera del 15 ottobre 1893, scritta dal barone Filippo Bacile di Castiglione e pubblicata nel 1935 dalla rivista Rinascenza Salentina17. Storico nonché studioso di araldica, il Bacile apparteneva ad una nobile famiglia di origini marchigiane che possedette in Terra d’Otranto i feudi di San Nicola in Pettorano e di Castiglione d’Otranto, lo stesso, quest’ultimo, che qualche secolo prima era appartenuto ai Rondachi18.

La lettera, indirizzata a Luigi Maggiulli, descrive un viaggio ad Otranto durante il quale il Bacile poté visionare di persona uno storico palazzo di cui all’epoca era proprietario tale Don Peppino Bienna. In quell’occasione egli vide sulla facciata non uno, ma due parapetti che costituivano “la parte più notevole19 dell’edificio. “Quei parapetti hanno in tre lati corti e su fondi a trafori geometrici che indicano il passaggio dal XV al XVI secolo […] tre armi: una sola con una figura; le altre con due, perchè partite, ripetendo però a destra sempre questa figura; e a sinistra un’altra. La prima, dunque, è una colonna, su piedistallo, sormontata da un puttino tenente nella destra una croce. Nelle armi partite vi è 1°: la descritta; 2°: un albero su breve terrazza direi quasi accorciata20.

Il secondo parapetto, posto “in linea quanto divergente dal primo ma, tripartito e con bassorilievi21, conteneva dunque un terzo scudo che replicava la stessa combinazione d’armi per alleanza coniugale che abbiamo osservato nell’esemplare riprodotto nella figura 3. Ammirato dalle fattezze dell’edificio, il Bacile volle cercarne i proprietari originari e seppe era appartenuto alla famiglia Rondachi “che si era imparentata con la Scupoli, a cui dovrebbe appartenere la 2° partizione delle due armi22.

Si tratta di un documento importante perché oltre a confermare la committenza Rondachi, offre anche un indizio per l’identificazione dello stemma muliebre. Di origini ignote e non annoverata dal Maggiulli fra le più illustri di Otranto, la famiglia Scupoli divenne celebre per aver dato i natali a Lorenzo (*1530 †1610), chierico teatino nonché autore del celebre Combattimento spirituale23, e probabilmente anche a Giovanni Maria Scupola, pittore otrantino contemporaneo dei fratelli Bizamano24. Purtroppo non si conoscono altre attestazioni dell’arma portata da questa famiglia.

Allo stato attuale delle nostre ricerche non possiamo pertanto né confermare né confutare l’ipotesi di attribuzione del quarto muliebre suggerita al Bacile che, tuttavia, va tenuta in considerazione in vista di ulteriori, auspicabili approfondimenti. Nella lettera summenzionata si parla anche di un secondo parapetto presente sulla facciata, che dovette essere di dimensioni minori rispetto al primo. Fino a qualche settimana fa i resti di questo manufatto giacevano isolati e decontestualizzati nella sala triangolare del castello.

Tuttavia, grazie al nostro interessamento, si è provveduto a spostarli nell’adiacente sala rettangolare, dove sono attualmente ammirabili. Essi corrispondono perfettamente a quanto descritto dal barone di Castiglione. Si riconoscono tre lastre rettangolari decorate con pregevoli bassorilievi che riproducono diverse figure, comprese tre colonne che sembrano avere una relazione allusiva con l’arma Rondachi (fig. 6).

Fig. 6
Fig. 6. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, particolare delle lastre del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi

Una quarta lastra, che si presenta in uno stato frammentario, reca scolpito su un fondo a traforo uno blasone partito Rondachi – (Scupoli?) del tutto simile a quello raffigurato sul parapetto maggiore, sebbene la composizione risulti stilisticamente differente (fig. 7).

7
Fig. 7. Otranto, castello aragonese, sala rettangolare, frammenti della lastra del parapetto del secondo balcone di palazzo Rondachi, con stemma partito Rondachi – (Scupoli?).

 

L’analisi dell’araldista salentino presenta, invece, alcuni aspetti problematici per quanto riguarda il numero originario delle lastre del parapetto più grande. Egli, infatti, descrive “cinque scompartimenti racchiusi in elettissimi pilastrini” recanti “cinque medaglioni con teste che sporgono da serti circolari25, mentre se ne contano due in più nelle foto novecentesche di casa Carrozzini e nel manufatto visibile nella sala rettangolare del castello. Riteniamo che questa divergenza si possa spiegare ipotizzando un errore di conteggio da parte dello studioso. Tale supposizione si basa sul fatto che la sequenza dei sette busti raffigurata su ogni pannello difficilmente troverebbe una spiegazione se non venisse considerata come parte integrante dell’intero corredo decorativo della parte frontale del parapetto maggiore, lo stesso manufatto, peraltro, che qualche anno dopo apparirà nella sua interezza nelle riproduzioni novecentesche del balcone di casa Carrozzini.

E’ probabile che ogni busto racchiuso dalla corona d’alloro sia da intendersi come allusivo ad un personaggio di Casa Rondachi e che, di conseguenza, l’insieme costituito dai bassorilievi figurati e dalle insegne araldiche agnatizie e matrimoniali (che all’epoca erano sicuramente radicate nell’esperienza visiva degli osservanti) sia stato ideato per celebrare la famiglia proprietaria del palazzo nonché per ostentarne il rango. E’ bene precisare, però, che allo stato attuale delle nostre indagini queste considerazioni sono e restano delle mere ipotesi, da prendere con le dovute cautele.

Da un punto vista cronologico e stilistico, entrambi i parapetti presentano fattezze ascrivili al XVI secolo, probabilmente opera raffinatissima di Gabriele Riccardi26. Nel primo decennio del Novecento lo storico palazzo sito in via Rondachi dovette subire dei rimaneggiamenti che andarono a modificare in parte la struttura della facciata, tanto è vero che il prospetto dell’edificio, nel frattempo divenuto casa Carrozzini, era costituito da un solo balcone.

Le vicende che interessarono questa dimora nel lasso di tempo successivo a quello documentato dalle foto presentano, invece, non pochi lati oscuri. Stando a quanto si ricava dall’introduzione alla lettera del Bacile – pubblicata, come abbiamo visto, dalla rivista Rinascenza salentina agli inizi del 1935 – a quella data l’edificio non esisteva più perché fu abbattuto a causa delle sue precarie condizioni27. Si apprende che grazie all’interessamento del Maggiulli e della Soprintendenza ai Monumenti della Puglia e alla munificenza della famiglia Bienna, i pezzi del balcone furono smontati, affidati all’amministrazione comunale e conservati “in apposito luogo28.

Di parere diverso è lo studioso Paolo Ricciardi, secondo il quale casa Carrozzini fu acquistata dall’arcivescovo Cornelio Sebastiano Cuccarollo (1930-1952) e abbattuta dal suo successore Mons. Raffaele Calabria (1952-1960) per far posto ad una palazzina attualmente utilizzata come archivio diocesano (piano terra) e uffici pastorali (primo piano)29.

Comunque sia, delle lastre lapidee dei due parapetti si perse ogni traccia fino agli inizi degli anni ’90, quanto esse furono rinvenute all’interno del materiale di riempimento del fossato del castello aragonese e collocate nelle sale interne della fortezza idruntina. Ulteriori e più puntuali indagini, basate soprattutto su fonti archivistiche, potranno chiarire meglio le fasi e le vicissitudini edilizie a cui andò incontro quella che un tempo era l’antica dimora di una nobile famiglia otrantina della quale oggi non restano che i frammenti degli antichi balconi e un’intitolazione toponomastica a perpetuarne la memoria.

 

* Desidero esprimere il mio più profondo ringraziamento alla dottoressa Patricia Caprino (Laboratorio di Archeologia Classica dell’Università del Salento), alla quale va il merito di avermi segnalato il caso, suscitando il mio interesse e la mia curiosità. Un ringraziamaneto particolare va anche a Mons. Paolo Ricciardi, noto cultore di storia otrantina, per la sua generosa disponibilità. (Marcello Semeraro)

  1. Si dice di vegetali che nascono o escono da una figura o partizione.
  2. Terreno che è molto ridotto o isolato da entrambi i lati.
  3. Cfr. G. Gigli, Il tallone d’Italia: II (Gallipoli, Otranto e dintorni), Bergamo 1912, pp. 86-87.
  4. Cfr. L. Montefusco, Stemmario di Terra d’Otranto, Lecce 1997, p. 35.
  5. Le armi o le figura parlanti sono quelle che recano raffigurazioni allusive al nome del titolare.
  6. A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, rist. anast. Bologna 1978, vol. 1, p. 181.
  7. Cfr. L. Montefusco, op. cit., p. 106.
  8. Cfr. L. Maggiulli, Otranto: ricordi, Lecce 1893, p. 97.
  9. Cfr. A. Foscarini, op. cit., p. 181.
  10. Cfr. ibidem; cfr. inoltre L. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d’Otranto: la provincia di Lecce, Lecce 1994, ad voces.
  11. A. Corchia, Otranto toponomastica, in Note di storia e cultura salentina (a cura di F. Cezzi), Galatina 1991, p. 133.
  12. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 32, 118, 146. Quello delle famiglie nobili di origine ellenica giunte in Terra d’Otranto e, più in generale, nel Sud Italia per sfuggire alla dominazione ottomana, resta un fenomeno tutto sommato poco esplorato dagli studiosi. L’araldica, da questo punto di vista, potrebbe fornire un interessante terreno di ricerca.
  13. Cfr. L. Maggiulli, op. cit., pp. 93-104; A. Foscarini, op. cit., ad voces.
  14. Cfr. A. Foscarini, op. cit., pp. 46-47.
  15. Cfr. ivi, pp. 169-170.
  16. Cfr. ivi, p. 59.
  17. Cfr. F. Bacile, Il palazzo dei Rondachi in Otranto, in Rinascenza salentina, 1 (gen-feb 1935), pp. 42-45.
  18. Cfr. A. Foscarini, op. cit. p. 16.
  19. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 43.
  20. Cfr. ivi, p. 44.
  21. Cfr. ibidem.
  22. Cfr. ivi, p. 45.
  23. Cfr. P. Ricciardi, Lorenzo Scupoli e il presbitero Pantaleone. Due maestri idruntini intramontabili e universali, Galatina 2010, pp. 9-10.
  24. Cfr. ivi, p. 307.
  25. Cfr. F. Bacile, op. cit., p. 44.
  26. Cfr. M. Cazzato, V. Cazzato (a cura di), Lecce e il Salento. Vol. 1: i centri urbani, le architetture e il cantiere barocco, Roma 2015, pp. 320-321.
  27. Cfr. F. Bacile, op. cit, p. 42.
  28. Cfr. ibidem.
  29. Cfr. P. Ricciardi, Otranto devota, Galatina 2015, p. 255.

 

I segni del potere borbonico: lo stemma del Sedile di Oria

0 oria

di Marcello Semeraro

Il Sedile è il palazzo simbolo di Piazza Manfredi. L’attuale edificio, di forma quadrata e stile barocco, risale alla seconda metà del XVIII secolo ed è il risultato del rifacimento di una precedente costruzione adibita a carcere criminale e civile1. Poiché non era più decoroso per l’immagine della città esibire una struttura carceraria nella piazza principale di Oria, si ritenne opportuno cambiarne la destinazione d’uso, trasformandola, con le opportune modifiche, nella sede del Decurionato. “Quindi, non è proprio esatto dire che in questo periodo fu costruito il Sedile, ma piuttosto che ci fu un rifacimento del vecchio edificio preesistente, magari con la costruzione della sola facciata”2. In seguito il palazzo ospitò il Comando della Polizia municipale e attualmente è utilizzato come punto di riferimento turistico e, talvolta, come location per l’allestimento di mostre di pittura. Oltre che per motivi storici e architettonici, il Sedile riveste una certa rilevanza anche dal punto di vista araldico.

1 oria
Fig. 1 . Oria, Sedile, facciata, stemma dell’Universitas
Fig. 3
Fig. 2. Oria, Sedile, atrio, stemma dell’Universitas

Sulla facciata e nell’atrio, infatti, fanno bella mostra di sé tre importanti esemplari, due dei quali raffigurano l’arma dell’Universitas oritana3 (figg. 1  e 2), mentre il terzo mostra uno stemma borbonico (fig. 3) che, vuoi per la sua complessità, vuoi per una prosaica questione di noncuranza, non ha ancora attirato l’interesse degli studiosi locali. La nostra indagine si propone, dunque, di (ri)scrivere una pagina di storia alla luce del fatto che questo stemma, col suo messaggio cromatico-figurativo, costituisce l’espressione visiva dell’appartenenza a una realtà storica ben precisa, caratterizzata dal dominio borbonico in Oria e, più in generale, in Terra d’Otranto e nel Regno di Napoli.

Fig. 3
Fig. 3. Oria, Sedile, atrio, stemma di Ferdinando IV.

 

Lo stemma borbonico

Con la sua gradevolezza estetica, la sua complessa iconografia e il suo enorme impatto visivo, lo stemma in argomento domina e nobilita l’atrio del palazzo, palesandosi come chiaro segno del potere regale. Uno scudo sagomato con contorni tipicamenti settecenteschi, accompagnato da una serie di ornamentazioni esterne (su cui torneremo), racchiude un blasone smaltato e in buono stato di conservazione, attribuibile a Ferdinando di Borbone (*1751 †1825), IV di Napoli e III Sicilia, e databile al periodo precedente l’unificazione politica delle due corone avvenuta nel 18164. Figlio terzogenito di Carlo di Borbone (*1716 †1788) e di Maria Amalia di Sassonia, Ferdinando salì al trono nel 1759, succedendo al padre che col nome di Carlo III andò a regnare in Spagna. Oltre al titolo di Rex utriusque Siciliae, egli ereditò dal padre anche lo stemma (fig. 6), secondo l’ampliamanto che quest’ultimo a sua volta operò sull’arma paterna5 (fig. 7).

Fig. 6
Fig. 6. Stemma di Carlo di Borbone (da AA.VV., Divisas y antiguedades: l’esercito napoletano di Carlo VII, Rivista militare europea, 1988).
Fig. 7
Fig. 7. Stemma di Filippo V (da Collezione Borgia, Napoli, Carte araldiche e genealogiche, II, 24, in L. Borgia, op. cit., p. 58).

Lo stemma di Ferdinando (fig. 5) non ebbe nel corso del tempo una configurazione stabile, ma fu sottoposto a un notevole numero di varianti che, tuttavia, ne lasciarono inalterata la riconoscibilità6.

Fig. 5
Fig. 5. Stemma di Ferdinando IV (da S. Vitale, op. cit., p. 35).
Fig. 4
Fig. 4. Oria, Sedile, atrio, particolare dello stemma di Ferdinando IV

Una di queste varianti è rappresentata proprio dall’esemplare oritano oggetto si questo studio (fig. 4). Tale blasone contiene complessivamente ventuno quarti7 che, a seconda del significato che assumono nello scudo, sottolineano domini, pretensioni, eredità, insegne gentilizie. Si tratta di uno stemma molto complesso, la cui lettura, tuttavia, può essere semplificata se si considera che esso, in realtà, nasce dall’unione di cinque insegne autonomamente preesistenti che si sono venute aggregando insieme in conseguenza di una serie di eventi storici e sulla base di precise motivazioni giuridiche. La conoscenza delle singole armi e delle modalità storico-araldiche con cui esse furono incluse nello stemma borbonico si rivela decisiva ai fini di una correta lettura del manufatto araldico. Va premesso che nella descrizione dei singoli quarti ci siamo attenuti alla loro blasonatura standard, indicandone di volta in volta, nelle apposite note di chiusura, le differenze riscontrate con quelli contenuti nell’esemplare oritano. La maggior parte della sezione centrale dello scudo è occupata dai quarti della linea asburgica spagnola che Filippo V ereditò da Carlo II (*1661 †1700), ultimo sovrano spagnolo della Casa d’Asburgo8 nonché discendente dell’imperatore Carlo V9 (*1500 †1558), suo trisavolo paterno (fig. 8).

Fig. 8
Fig. 8. Madrid, Plaza Mayor, Casa de la Panadería, stemma di Carlo II

Dall’alto in basso troviamo, infatti, le insegne di origine spagnola10, vale a dire i punti Castiglia e León (Castiglia: “di rosso, al castello d’oro, torricellato di tre pezzi, aperto e finestrato d’azzurro”; León:  “d’argento, al leone di rosso (originariamente di porpora), coronato, lampassato11 e armato d’oro”12), di Granada (“d’argento, alla melagranata di rosso, stelata e fogliata di verde”13), d’Aragona (“d’oro, a quattro pali di rosso”14) e d’Aragona-Sicilia (“inquartato in decusse: nel 1° e nel 4° d’oro, a quattro pali di rosso; nel 2° e nel 3° d’argento, all’aquila spiegata15 e coronata di nero”16), nonché quelle di origine asburgico-borgognona17, ovvero i punti di Borgogna antica (“bandato18 d’oro e d’azzurro; alla bordura di rosso”19), di Fiandra (“d’oro, al leone di nero, lampassato e armato di rosso”20), di Brabante (“di nero, al leone d’oro, lampassato e armato di rosso”21), del Tirolo (“d’argento, all’aquila spiegata di rosso, le ali legate a trifoglio d’oro, coronata, rostrata22 e membrata dello stesso”23), d’Austria (“di rosso, alla fascia d’argento”24) e di Borgogna moderna (“d’azzurro, seminato di gigli d’oro; alla bordura compostad’argento e di rosso”25). Al centro, al di sopra dei punti asburgico-borgognoni, compare l’arma propria del reame partenopeo, aggiunta da Carlo III quando nel 1734 salì sul trono di Napoli. E’ formata dal quarto d’Angiò-Napoli (“d’azzurro, seminato di gigli d’oro, al lambello26 di rosso di cinque pendenti”) partito con quello di Gerusalemme (“d’argento, alla croce potenziata27 d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso”), secondo una modalità rappresentativa risalente ai tempi della regina Giovanna I d’Angiò28 (*1326 †1382). Sul fianco destro e nella parte destra del capo dello scudo appaiono, invece, le armi del ducato di Parma e Piacenza, incluse nello scudo di Carlo III in quanto successore del prozio Antonio (*1679 † 1731), ultimo duca della dinastia farnesiana29 (fig. 9).

Fig. 9
Fig. 9. Stemma di Francesco Farnese, duca di Parma e Piacenza (da La Croce oroscopo di vittorie…[dedicata a] Francesco Farnese, Parma 1717).
La sovranità carolina su questo Stato fu però di breve durata (dal 1731 al 1736), perché al termine della guerra di successione polacca, per effetto del Trattato di Vienna (1738), egli dovette cedere il ducato, già occupato nel 1736 dalle truppe imperiali guidate da Giorgio Cristiano, principe di Lobkowitz, all’imperatore Carlo VI d’Asburgo30. Le insegne ducali presenti nello stemma di Ferdinando IV assumono, quindi, la funzione di armi di pretensione: tali sono i quarti di Farnese (“d’oro, a sei gigli d’azzurro, posti 3, 2, 1”31), di Portogallo (“d’argento, a cinque scudetti d’azzurro, disposti in croce, caricati ciascuno di cinque bisanti32 d’argento, posti in croce di Sant’Andrea; con la bordura di rosso, caricata di sette castelli d’oro, torricellati di tre pezzi, aperti e finestrati d’azzurro”33), d’Austria e di Borgogna antica34 (vedi supra). Proseguendo nella lettura delle singole insegne, osserviamo la presenza, nel fianco sinistro dello scudo, dell’arma medicea del granducato di Toscana, entrata nello stemma di Carlo III in quanto discendente di Margherita di Cosimo II de’ Medici (moglie del duca Odoardo Farnese, suo trisavolo materno) ed erede, col titolo di Gran Principe di Toscana, di Gian Gastone (*1671 †1737), ultimo dei Medici35 (fig 10).

Fig. 10
Fig. 10. Verso stemmato di una moneta di Gian Gastone, granduca di Toscana.

Tuttavia, in seguito ai già ricordati mutamenti provocati dalla guerra di successione polacca, Carlo dovette rinunciare alla successione toscana in favore di Francesco Stefano di Lorena36, ma conservò la pretesa su quei territori, rappresentandola araldicamente con la celebre arma medicea “d’oro, a cinque palle37 di rosso, poste in cinta38, accompagnate in capo da un’altra palla più grande d’azzurro, caricata di tre gigli d’oro, 2, 1”39. Tale pretensione rimase inclusa nello stemma di Ferdinando e dei suoi successori. Infine, nella posizione tecnicamente detta sul tutto, appare l’arma gentilizia dei Borbone-Napoli: “d’azzurro, a tre gigli d’oro, 2,1; con la bordura di rosso”. Vale la pena spendere qualche parola in più sull’origine e l’evoluzione di quest’arma40. La linea di Borbone del ceppo capetingio si originò con Roberto (*1256 †1317), conte di Clermont, figlio cadetto del re di Francia Luigi IX (*1215 †1270) e padre di Luigi (*1279 †1341), il quale, per eredità materna, nel 1327 divenne primo duca di Borbone. Dovendo differenziare la propria arma da quella reale di Francia (“d’azzurro, seminato di gigli d’oro”41), i Borbone brisarono lo stemma capetingio con una banda di rosso attraversante sul tutto. A partire dal regno di Carlo V di Valois (1364-1380), i gigli dell’ arma reale di Francia furono ridotti a tre42: lo stesso fecero i Borbone, continuando tuttavia, per esigenza di brisura, a far attraversare il campo e i gigli da una banda di rosso. Quanto, a seguito dell’assassinio di Enrico III di Valois (1584), Enrico IV divenne il primo sovrano borbonico di Francia, la brisura formata dalla banda dovette ovviamente essere rimossa da scudo reale. Naturalmente i cadetti della nuova casa reale di Francia continuarono a differenziarsi araldicamente attraverso il sistema delle brisure. In particolare, i titolari dell’Angiò, seguendo una tradizione risalente al 1290, anno in cui Carlo (*1270 1325), conte di Valois, ottenne la contea angioina, utilizzarono una brisura costituita da una bordura di rosso: tale la portò, come abbiamo visto, Filippo V, duca d’Angiò, re di Spagna e figlio cadetto di Luigi il Gran Delfino, e tale la mantennero i suoi successori.

Torniamo ora ad occuparci dell’esemplare oritano. Dall’analisi dettagliata dei quarti che abbiamo poc’anzi descritto emerge una netta corrispondenza fra il contenuto blasonico dello scudo e la titolatura che assunse il nostro Ferdinando: FERDINANDUS IV. DEI GRATIA REX UTRIUSQUE SICILIAE, HIERUSALEM, HISPANIORUM INFANS, DUX PARMAE, PLACENTIAE, CASTRI, AC MAGNUS PRINCEPS HEREDITARIUS HETRURIAE ETC. ETC. Ciò dimostra quanto sia stretto il nesso fra rappresentazione araldica e status giuridico del titolare. Altre preziose informazioni si ricavano altresì dall’osservazione della disposizione dei quarti propriamente napoletani (Angiò-Napoli e Gerusalemme) i quali, contrariamente a quanto si vede nello stemma riprodotto nella fig. 5, non risultano relegati nella punta dello scudo, bensì posti al di sopra dei punti asburgico-borgognoni. Riteniamo che questa posizione più onorevole non sia un dettaglio secondario, ma assuma il significato un messaggio politico e iconografico ben preciso finalizzato a conferire maggiore visibilità e importanza alle insegne proprie del reame partenopeo.

Volendo sinteticamente blasonare lo stemma del Sedile, esso può essere descritto nella maniera seguente: “Partito di tre43: Il primo gran partito, di Portogallo, al capo44 di Farnese. Il 2° gran partito, troncato di tre45: a) interzato in palo46 d’Austria, di Borgogna antica e troncato di Castiglia e León; b) di Angiò-Napoli; c) tagliato ritondato47 di Borgogna antica e di Fiandra; d) d’Austria. Il terzo gran partito, troncato di tre: nel 1° interzato in palo: a) troncato di León e Castiglia; b) d’Aragona; c) d’Aragona-Sicilia; al di sotto dell’inquartato di Castiglia e León, innestato in punta di Granada; nel 2° di Gerusalemme; nel 3° trinciato ritondato48 di Brabante e del Tirolo; nel 4° di Borgogna moderna. Il quarto gran partito, dei Medici. Sul tutto di Borbone-Napoli”.

Fig. 11
Fig. 11. Oria, Sedile, particolare della croce patente e biforcata

Molto interessante si rivela anche lo studio delle ornamentazioni esterne49. Lo scudo è timbrato50 da una corona chiusa (indice di sovranità), formata da un cerchio gemmato e diademato da quattro archi che si congiungono ad un globo privo della consueta croce. L’accollatura51 visibile dietro lo scudo è formata da un insieme eterogeneo di elementi a richiamo militare (vessilli, cannoni, trombe e tamburi), noto come trofeo d’armi. Infine, al di sotto della punta dello scudo, notiamo una crocetta patente52, biforcata e forata al centro (fig. 11) che probabilmente è ciò che resta del pendente del collare dell’Insigne Real Ordine di San Gennaro. Tale Ordine fu istituito da Carlo III il 3 luglio del 1738, giorno del suo matrimonio con Maria Amalia di Sassonia, dalla cui unione nacque Ferdinando. La decorazione consisteva in una croce biforcata, accantonata da quattro gigli, recante al centro, al di sopra del motto IN SANGUINE FOEDUS, l’effigie di San Gennaro, protettore di Napoli, con la mano destra benedicente e tenente, con la sinistra, il vangelo, le ampolle del suo sangue e il pastorale (fig. 12). La croce pendeva da un collare formato da maglie con gigli, leoni, castelli turriti, lettere C (iniziali del fondatore), simboli della fede e del Santo, alternati fra loro53.

Fig. 12
Fig. 12. Croce dell’Insigne Real Ordine di San Gennaro

Conclusione

Sopravvissuto alla damnatio memoriae del periodo napoleonico e ai mutamenti provocati dalle epoche successive, lo stemma che abbiamo analizzato è uno più importanti e mirabili esempi di araldica borbonica riscontrabili nell’ex provincia di Terra d’Otranto. Attraverso la corretta interpretazione del linguaggio figurato in esso contenuto, è possibile intraprendere un affascinante viaggio storico attraverso il susseguirsi delle dominazioni cui è stato soggetto il Sud Italia e i rapporti fra queste ultime e alcune fra le più importanti casate europee. Oltre a testimoniare il ruolo decisivo che assunse l’araldica nella comunicazione politica per immagini, quest’arma rappresenta, dunque, un prezioso documento visivo di una storia che è allo stesso tempo locale, provinciale, mediterranea ed europea. Ma c’è dell’altro. L’attribuzione e la datazione dello stemma ci consentono di collocare la realizzazione e la sistemazione di quest’ultimo e di quello civico visibile sulla facciata nella seconda metà del XVIII secolo, dopo i lavori di completamento del Sedile cui abbiamo accennato in precedenza. Sarebbe interessante incrociare questi dati, frutto di evidenze araldiche, con quelli derivanti da uno studio specifico sull’esatta cronologia della costruzione dello storico palazzo oritano. Spesso, infatti, la corretta interpretazione di uno stemma riprodotto su un edificio o su altri supporti diventa un’arma segreta in grado di fornire allo storico e allo storico dell’architettura informazioni decisive per la conoscenza del contesto di cui esso è l’espressione visiva.

L’evoluzione dell’araldica dei Borbone di Napoli e Sicilia fu completata nel 1816 con la creazione del celebre stemma del Regno delle Due Sicilie (vedi infra, nota 4), il più complesso fra tutte le insegne araldiche degli Stati italiani preunitari (fig. 13).

 

Fig. 13
Fig. 13. Decreto di approvazione dello stemma reale delle Due Sicilie (Archivio di Stato di Napoli, Decreti originali, 114, 4049).

 

1. Il vecchio carcere fu costruito sul suolo dove prima sorgeva la chiesa di San Pietro Rotondo. Per una parziale ma accurata disamina della storia e dell’evoluzione dell’edificio, si rimanda all’ottimo saggio sulla toponomastica oritana di P. Spina, Oria, strade vecchie, nomi nuovi, strade nuove, nomi vecchi, Oria 2003,  pp. 176-178.

2. Cfr. ivi, p. 178.

3. Si tratta di due testimonianze significative e imprescindibili per la conoscenza del significato e dell’evoluzione dello stemma civico oritano, sul quale ci riserviamo di ritornare in futuro con un’apposita ricerca.

4. Ricordiamo che l’8 dicembre 1816 Ferdinando di Borbone  emanò un decreto con il quale divenne I delle Due Sicilie, diventanto così lo stipite del ramo Borbone-Due Sicilie. Una norma del 22 dicembre, inoltre, decretò l’unificazione politica dei due reami di Napoli e Sicilia, distinti sin dal 1282, anche se spesso riuniti nella persona di un comune sovrano. Con un decreto del 21 dicembre dello stesso anno Ferdinando I definì lo stemma, la corona e le insegne cavalleresche esterne allo scudo: era nato lo stemma del Regno delle Due Sicilie. Per un’esaustiva trattazione sull’origine e l’evoluzione dell’arma duosiciliana, si rimanda a L. Borgia, Lo stemma del Regno delle Due Sicilie, Firenze 2000,  e a S. Vitale, Lo stemma del Regno delle Due Sicilie. Origini e storia, Morcone 2005.

5. Carlo era figlio primogenito di Filippo V (*1683  †1746), primo sovrano borbonico di Spagna, e della sua seconda moglie Elisabetta Farnese (*1692 †1766).

6. Alcune di queste varianti e modificazioni sono documentate dal Borgia (op. cit., pp. 75-77).

7. Il quarto (detto anche punto dell’arma) indica ciascuna delle singole armi che, nella loro interezza, compongono stemmi più complessi, purché  ognuno di essi rappresenti un’arma separata.

8. Va ricordato che una volta estintisi gli Asburgo di Spagna con la morte di Carlo II, le armi di quest’ultimo rimasero ad indicare la corona spagnola e, come tali, furono ereditate da Filippo V,  che provvide a modificare la collocazione sia di alcuni quarti di origine asburgico-borgognona, sia del punto di Granada. Inoltre, essendo un Borbone, pose in uno scudetto sul tutto il proprio stemma gentilizio. Da Filippo V, tramite Carlo III, tutte le armi iberiche furono ereditate da Ferdinando e dai suoi successori. Cfr. L. Borgia, op. cit., p. 17.

9. Carlo V riunì nel suo scudo le insegne propriamente spagnole, ereditate dalla madre Giovanna d’Aragona (*1479 †1555), figlia dei sovrani Cattolici Ferdinando II (*1452 †1516) e Isabella di Castiglia (*1451 †1504), e quelle asburgico-borgognone, che gli giunsero tramite il padre Filippo il Bello (*1478 †1506), figlio dell’imperatore Massimiliano I e di Maria di Borgogna, ultima dei Valois borgognoni. Il suo successore, Filippo II di Spagna (*1527 †1598), provvide a ridurre lo stemma ereditato dal padre, con l’aggiunta nel punto d’onore di uno scudetto recante l’arma del reame portoghese, ereditato dalla madre Isabella d’Aviz. Tale stemma passò, poi,  ai suoi successori fino a Carlo II, il quale, dopo il Trattato di Lisbona (1668), rimosse dal proprio scudo l’insegna reale portoghese. Cfr. S. Vitale, op. cit., pp. 24-26.

10. Questa rappresentazione delle armi spagnole risale a Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, le cui nozze, contratte nel 1469, furono alla base dell’unificazione dei vecchi Stati spagnoli. Lo stemma dei sovrani Cattolici, infatti, era formato da uno scudo inquartato, recante nel primo e nel quarto gran quarto un controinquartato di Castiglia e León, nel secondo e nel terzo un partito d’Aragona e d’Aragona-Sicilia, mentre l’insegna di Granada era incuneata nella punta dello scudo (innestato in punta).

11. Dicesi lampassatoil quadrupede  con la lingua di smalto diverso.

12. Le armi parlanti di Castiglia e di León comparvero per la prima volta  verso gli inizi del XII secolo, periodo in cui i due regni erano separati. Ferdinando III (*1200 †1252), re di Castiglia e di León, fu il primo a inquartare il proprio scudo con gli stemmi dei due reami. Cfr. L. Borgia, op. cit., p. 12. Va segnalato che nell’esemplare oritano, probabilmente per ragioni di spazio,  i castelli di Castiglia sono rappresentati come torri merlate.

13. Tale arma fu introdotta dai sovrani Cattolici Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia nel 1492, anno della presa di Granada e della fine della dominazione islamica in Spagna. Cfr. ivi, p. 13.

14. Probabilmente di origine provenzale, tali insegne giunsero in Aragona in seguito alle nozze celebrate nel 1151 fra Raimondo Berengario IV, conte di Barcellona, e la sovrana aragonese Petronilla. Nei sigilli del predetto conte e in quelli di suo figlio Alfonso II (1162-1196) si trovano i più antichi esemplari recanti i pali aragonesi. Cfr. ivi, p. 12.

15. Uccello con le ali distese e volte verso l’alto.

16. Tale disposizione risale a Federico II (*1271 †1337), re di Sicilia, figlio di Pietro III d’Aragona e di Costanza di Svevia. Il suddetto sovrano, infatti, utilizzò uno scudo inquartato con le insegne paterne e materne, creando così un’arma che per secoli indicherà la terra siciliana. Cfr. L. Borgia, op. cit., pp. 12-13. Si noti come nello stemma oritano l’aquila sia raffigurata col volo abbassato.

17. L’aggregazione delle insegne asburgico-borgognone risale a Filippo il Bello, figlio di Massimiliano I e di Maria di Borgona. Egli, infatti,  utilizzò uno scudo inquartato recante i punti d’Austria, di Borgogna moderna, di Borgogna antica e di Brabante, ponendo sul tutto uno scudetto di Fiandra, spesso partito con l’arma del Tirolo. Cfr. ivi, p. 16.

18.  Scudo coperto interamente da bande alternate di metallo e colore, ordinariamente in numero di sei.

19. Il punto di Borgogna antica risale agli inizi del XIII secolo. Indica la prima linea borgognona del ceppo capetingio, originata da Roberto I (*1011 †1076), duca di Borgogna, figlio di Roberto II il Pio. Cfr. L. Borgia, op. cit., p. 15. Si noti come nell’esemplare oritano, per un errore da parte dell’esecutore,  il punto di Borgogna antica sia rappresentato con quattro bande azzurre su campo d’oro, anziché come un bandato di sei pezzi alternati d’oro e d’azzurro.

20. I punti di Fiandra e Brabante entrarono negli stemmi dei duchi di Borgogna in seguito al matrimonio fra Filippo II l’Ardito (*1342 †1404), stipite della seconda linea borgongona del ceppo capetingio, e Margherita (*1350 †1405), contessa di Fiandra, duchessa di Brabante e del Limburgo. Cfr. ibidem.

21. Vedi nota 20.

22. L’aquila col becco di smalto diverso.

23. La contea del Tirolo giunse agli Asburgo per via ereditaria tramite Rodolfo IV d’Austria (*1339 †1365), nipote abiatico di Alberto I, duca d’Austria e re dei Romani, e di Elisabetta del Tirolo (†1312). Cfr. L. Borgia, op. cit., p. 16. Si noti come nell’esemplare oritano l’aquila sia rappresentata col volo abbassato.

24. Una delle più note armi del blasone europeo, alludente,  secondo una leggenda, alla tunica del duca Leopoldo di Babenberg intrisa del sangue degli “infedeli” nel corso della battaglia di Tolemaide (1191) e rimasta bianca intorno alla vita perché protetta da un cinturone. A seguito dell’estinzione della casa margraviale di Babenberg, divenuta poi ducale,  e con la cessione del ducato d’Austria ad Alberto I d’Asburgo (*1248 †1308), si posero le basi per l’ascesa della casata, la quale abbandonò l’arma primitiva (“d’oro, al leone di rosso, coronato, lampassato e armato d’azzurro”) sostituendola con la celebre fascia d’argento in campo rosso dei Babenberg. Cfr. ivi, p. 14.

25. Punto relativo alla seconda linea borgognona del ceppo capetingio, il cui stipite fu Filippo II l’Ardito, figlio terzogenito di Giovanni II di Valois, re di Francia. L’arma di questo cadetto dei Valois era quella paterna (“d’azzurro, seminato di gigli d’oro”, antica insegna dei capetingi) brisata, cioè differenziata, da una bordura composta d’argento e di rosso. Dopo aver ottenuto il ducato di Borgogna, Filippo II inquartò la sua arma con quella di Borgogna antica. Cfr. L. Borgia, ivi, p. 15. Per gli ampliamenti successivi,  vedi supra, note 20, 17 e 9.

26. Pezza costituita da un listello orizzontale scorciato (cioè che non tocca i lati dello scudo) e munito inferiormente di sporgenze chiamate pendenti. Spesso è indice di brisura, cioè di un’alterazione dell’arma originaria al fine di distinguere i vari rami della famiglia, come si vede nel noto stemma di Carlo I d’Angiò (*1226 †1285), figlio ultrogenito  del re di Francia Luigi VIII (*1187 †1226).

27. A forma di T.

28. In realtà l’associazione del punto angioino con quello gerosolimitano risale a Carlo I d’Angiò. Pur non avendo mai cinto effettivamente la corona di Gerusalemme, nel 1278 Carlo inaugurò uno scudo partito, ponendo a destra (sinistra per chi guarda) l’insegna di Gerusalemme e a sinistra (destra per chi guarda) quella gentilizia, creando un’arma che per secoli indicherà il Regno di Napoli e la pretensione, ad esso collegata, al trono di Gerusalemme. A partire dal regno di Giovanna I, invece, si assiste ad un inversione dei due punti summenzionati. Cfr. L. Borgia, op. cit., pp. 19-21.

29.  Cfr. ivi, p. 31.

30. Cfr. ivi, pp. 39-40.

31. In origine l’arma Farnese era formata da un numero variabile di gigli d’azzurro in campo d’oro (da un minimo di uno fino ad arrivare alla disposizione in seminato). Più tardi essi diventeranno stabilmente sei, disposti  3, 2 e 1. Cfr. ivi, p. 32.

32. Tondino di metallo.

33. I cinque scudetti con i bisanti vengono chiamati quinas. L’origine dell’arma portoghese risale al XII secolo, durante i regni di Alfonso I (1139-1185) e di Sancio I (1185-1211). Inizialmente priva della bordura con i castelli, quest’ultima venne aggiunta da Alfonso III (1248-1279) con riferimento alle armi di Castiglia, la dinastia a cui appartenevano la  madre e la moglie Beatrice, figlia del re Alfonso X di Castiglia. Fu proprio a partire dal regno di Alfonso III che lo stemma reale portoghese cominciò a fissarsi progressivamente nella forma che poi diventerà classica. Cfr. S. Signoracci, L’arma reale del Portogallo nel corso dei secoli, in Nobiltà, rivista di araldica, genealogia, ordini cavallereschi, anno I, n. 4, Milano luglio-settembre 1994, pp. 395-399. L’arma portoghese entrò nello scudo dei duchi di Parma a seguito del matrimonio fra Alessandro (*1543 †1592) e Maria del Portogallo (*1538 †1577). Ranuccio, nato dal predetto matrimonio, inserì nello stemma ducale il quarto portoghese per manifestare la sua pretensione a quel trono.  Cfr. L. Borgia, op. cit., p. 34. Nello stemma oritano, per motivi di spazio (vedi anche supra, nota 12), la bordura è caricata non da castelli, bensì da torri, il cui numero, però, risulta superiore a sette. Inoltre, i bisanti che caricano gli scudetti sono disposti 3, 2 anziché in croce di Sant’Andrea.

34. L’inserimento dei quarti d’Austria e di Borgogna antica nello stemma ducale risale al matrimonio fra Ottavio Farnese (*1525 †1586) e Margherita d’Austria (*1522 †1586), figlia naturale dell’imperatore Carlo V. Cfr. ivi, p. 33. Si noti come nello stemma in esame il punto di Borgogna antica sia privo della bordura di rosso: ciò succedeva quando esso era associato al punto d’Austria.

35. Cfr. ivi, p. 29.

36. Cfr. ivi, p. 39.

37. Figura tonda ombreggiata per mostrarne il rilievo.

38. Più figure poste in giro nello scudo, ad eguale distanza dal bordo, nel senso della cinta.

39. In origine l’arma medicea ebbe un numero variabile di palle, compreso fra un minimo di tre ed un massimo di undici. Nel 1465 Luigi XI di Francia concesse al “carissimo amico” Piero di Cosimo de’ Medici il cosiddetto ampliamento di Francia, cioè uno scudetto con tre gigli d’oro su campo d’azzurro, che venne poi trasformato in una palla,  figura abituale nell’araldica toscana che conferiva allo stemma mediceo una maggiore euritmia. Nel periodo a cavallo fra i secoli XV e XVI lo stemma mediceo assumerà la conformazione definitiva “d’oro, a cinque palle di rosso, poste in cinta, accompagnate in capo da un’altra palla più grande d’azzurro, caricata  di tre gigli d’oro, 2, 1”. Cfr. L. Borgia, op. cit., pp. 36-39.

40.  Cfr. ivi, p. 46.

41. La più antica testimonianza araldica di uno scudo capetingio cosparso di gigli è del 1211. Si tratta di un sigillo del principe Luigi (*1187 †1226), figlio del re di Francia Filippo Augusto. Cfr. M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014,  p. 92.

42. Il passaggio, avvenuto tra il 1372 e il 1378, dall’antico seminato, che alludeva alla protezione mariana accordata al re e al regno, ai tre gigli intendeva sottolineare “la particolare affezione della benedetta Trinità per il regno di Francia”. Cfr. ivi,  pp. 94-95.

43. Scudo diviso in quattro parti da tre  linee verticali e parallele.

44. Pezza onorevole occupante la parte più alta del campo, larga 1/3 dello scudo. Per un errore da parte dell’esecutore, l’arma farnesiana è contenuta in un capo, mentre avrebbe dovuto essere raffigurata nel primo quarto di un troncato.

45. Scudo diviso in quattro parti da tre linee orizzontali  e parallele.

46. Scudo diviso in tre parti da due verticali e parallele.

47. Scudo diviso in due da una linea obliqua e ricurva che parte dall’angolo di sinistra in alto a quello di destra in basso.

48. Scudo diviso in due da una linea obliqua e ricurva che parte dall’angolo di destra in alto a quello di sinistra in basso.

49. Tutti quei componenti che, posti  esternamente allo scudo, contribuiscono alla formazione dello stemma.

50. Il timbro è l’ornamento esterno posto sopra lo scudo, indicante la qualità del possessore dell’arma.

51. Tutto ciò che è posto dietro lo scudo (aquile, croci, trofei d’arme, pastorali, chiavi, spade ecc.)

52.  Croce con le braccia che vanno allargandosi verso le estremità.

53. Cfr. L. Borgia, op. cit., pp. 65-66.

Lo stemma francescano

Foto di presentazione

di Marcello Semeraro

 

Uno dei motivi iconografici più ricorrenti riscontrabili negli edifici francescani è indubbiamente lo stemma araldico dell’Ordine. Le seguenti note si propongono di approfondire la questione relativa all’origine e al significato di questo antico emblema che vanta una significativa presenza anche nell’iconografia francescana della ex provincia di Terra d’Otranto.

Stemma francescano: la genesi e lo sviluppo di un emblema antico

Gli emblemi araldici cominciarono ad essere utilizzati dalla Chiesa almeno un secolo dopo la comparsa delle prime armi, avvenuta in ambito militare e cavalleresco nella prima metà del XII secolo. Il sistema araldico primitivo, infatti, fu totalmente estraneo all’influenza di Roma – lo dimostra anche l’iniziale uso del volgare nella descrizione delle armi – e gli ecclesiastici furono in un primo momento refrattari all’utilizzo di emblemi profani legati a guerre e tornei. Solo col prevare di un più generico significato di distinzione sociale l’uso degli stemmi troverà giustificazione negli ambienti ecclesiastici, soprattutto per via della sua utilità in ambito sfragistico: tale processo si svolse nel XIII secolo, durante il periodo di diffusione sociale delle armi1. Le comunità ecclesiastiche, invece, cominciarono ad utilizzare stemmi solo a partire dal XIV secolo: ordini religiosi, abbazie, priorati, conventi e case religiose faranno via via un uso sempre maggiore di emblemi araldici, con le dovute differenze, a seconda del particolare ordine e delle regioni di pertinenza. Anche i Francescani ebbero un proprio stemma, comune a tutte le varie anime dell’Ordine2: “d’azzurro (o d’argento), al destrocherio3 nudo di carnagione, posto in banda4, attraversante un sinistrocherio5 vestito alla francescana, posto in sbarra6, entrambi appalmati, stigmatizzati e attraversanti una croce latina al naturale”.

1Fig. 1. Colonia,  Wallraf-Richartz Museum, Santi francescani, tavola del Meister der Verherrlichung Mariä
Fig. 1. Colonia, Wallraf-Richartz Museum, Santi francescani, tavola del Meister der Verherrlichung Mariä

Secondo Servus Gieben7, in origine l’arma era rappresentata in maniera diversa, ovvero con le sole mani di Cristo e di San Francesco fissate insieme da un unico chiodo, su campo azzurro. Questa forma primitiva è riconducibile all’iconografia araldica di San Bonaventura di Bagnoregio (*1217 †1274, ministro generale dal 1257 al 1274, canonizzato nel 1482) ed è testimoniata da alcuni dipinti e incisioni risalenti alla fine del Quattrocento (figg. 1 e 2).

Fig. 2
Fig. 2. Roma, Museo Francescano, tavola di anonimo fiammingo

Testi antichi, rintracciati dallo studioso olandese, fanno risalire l’origine e il significato di questo emblema a un episodio particolare della vita di San Bonaventura, quello della sua elevazione alla porpora cardinalizia (1273)8. In tale circostanza il Dottore Serafico avrebbe creato lo stemma con le due mani inchiodate insieme per simboleggiare l’indissolubile patto concluso con il Salvatore. Non sappiamo se il Nostro, durante il suo cardinalato, si sia effettivamente dotato di un blasone o se, invece, si tratti di una creazione postuma, dal momento che non disponiamo di esemplari coevi in grado di comprovarne l’effettivo utilizzo9. Né si può considerare come fonte attendibile l’edizione del 1677 delle Vite dei papi e dei cardinali del Ciacconio (nella quale sono riprodottI due stemmi di San Bonaventura, uno “ante Cardinalatum”, l’altro “in Cardinalatu”10), perché l’autore spagnolo era solito attribuire armi immaginarie ad ecclesiastici vissuti in epoche pre o protoaraldiche11.

Comunque sia, durante il generalato di Francesco Sansone (1475-1499), e più precisamente nei suoi interventi per la basilica di San Francesco ad Assisi, lo stemma cominciò ad essere modificato: al posto delle due mani inchiodate comparvero due braccia (quella di Cristo e di San Francesco) incrociate e stigmatizzate12 (fig. 3).

Fig. 3
Fig. 3. Assisi, portale d’ingresso della Basilica inferiore, stemma francescano (scultura anonima, 1487).

In questa nuova versione, che servirà da base per gli sviluppi successivi, venne sacrificato il significato simbolico originario per privilegiare quello della singolare conformità di Francesco con Cristo.

Nel XVI secolo l’emblema cominciò a svilupparsi progressivamente nella forma che diventerà classica, sotto l’impulso dell’edizione del 1513 del famoso trattato De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam Domini Jesu Christi di Bartolomeo da Pisa, nella quale è visibile una xilografia dove per la prima volta compare la croce (fig. 4)13.

Fig. 4
Fig. 4. Stemma francescano, xilografia anonima, Milano, 1513.

Nelle Constitutiones Urbanae, approvate da papa Urbano VIII (1623-1644)nel 1628, l’insegna è ormai descritta ufficialmente come “stemma Religionis”(fig. 5)14.

Fig. 5
Fig. 5. Frontespizio delle Constitutiones Urbanae, Roma, 1628

Nel corso dei secoli detta arma ha conosciuto un significativo numero di varianti e di rappresentazioni più complesse, condizionate dal gusto del tempo o dall’arbitrio dell’esecuore, oppure motivate dall’introduzione di simboli che volevano riassumere le varie anime del francescanesimo15.

Si possono, tuttavia, distinguere due grandi tipologie entro le quali poter racchiudere la forma grafica dello stemma francescano: la versione semplice (comune a tutte le famiglie) e quella complessa, che si ha quando lo stemma semplice viene inserito in uno campo suddiviso in due o più parti mediante partizioni araldiche.

La forma più diffusa, soprattutto nel periodo fra il XVII e il XIX secolo, è indubbiamente quella semplice con le due braccia incrociate e stigmatizzate, poste davanti ad una croce latina, su campo azzurro. Solitamente sono raffigurati il destrocherio di Cristo e il sinistrocherio di San Francesco.

Tuttavia, sono numerosi i casi in cui si verifica un’inversione nella disposizione degli arti. La forma complessa, invece, è costituita da un campo che può presentarsi partito16, troncato17, interzato18 o inquartato19. Fra gli esempi più noti di stemma troncato, citiamo quello del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, che al tradizionale emblema aggiunge una corona di spine, i tre chiodi della Passione e la sigla O.P.C. (fig. 6), e quello della Custodia di Terra Santa (fig. 7), recante nel primo quarto l’insegna francescana semplice e nel secondo una croce potenziata (cioè a forma di T) di rosso, accantonata da quattro crocette dello stesso smalto su un campo d’argento (quest’ultima è anche l’arma dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme).

Fig. 6
Fig. 6. Stemma del Terzo Ordine Regolare di S. Francesco (T.O.R.).
Fig. 7
Fig. 7. Stemma della Custodia di Terra Santa

Un esempio di scudo inquartato è quello utilizzato dal ministro generale dei Minori detti dell’Unione Leonina, così chiamati dal nome del pontefice (Leone XIII) che nel 1897 riunì in un unico Ordine le famiglie francescane degli Osservanti, Riformati, Alcantarini o Scalzi e Recolletti.

Nel primo quarto troviamo l’emblema francescano semplice, nel secondo un serafino in campo rosso, nel terzo cinque piaghe di Cristo sanguinanti al naturale in un campo d’oro, nell’ultimo una croce potenziata d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso smalto su un campo d’argento (quest’ultima è anche l’insegna dell’antico Regno di Gerusalemme).

L’uso dell’emblema francescano come stemma proprio dell’Ordine – in tutte le sue varianti – non esaurisce certo le sue possibilità di rappresentazione sulla superficie dello scudo. Anche gli ecclesiastici infatti, se provenienti da questa famiglia religiosa, potevano (e possono tuttora) inserirlo all’interno del proprio scudo. In questo caso lo stemma francescano semplice prende il nome di quarto di religione20 e può essere posto su uno scudetto, sul quarto più importante di un partito o di un inquartato, oppure nel capo dello scudo.

Quest’ultima soluzione è quella che ha avuto maggiore fortuna, tanto da essere “consacrata” nello stemma di Clemente XIV (1769-1774), uno dei pochissimi casi di arma papale recante un quarto di religione (fig. 8).

Fig. 8
Fig. 8. Verso di uno zecchino del 1769 con stemma di Clemente XIV

Nel corso dei secoli lo stemma, sia nella versione semplice che in quella complessa, è stato ampliato da un notevole numero di ornamentazioni esterne, alcune delle quali dotate di un forte significato simbolico. Fra le principali vanno annoverate la corda francescana, i vari tipi di corona, il rosario, gli strumenti della passione di Cristo, i tenenti (cioè le figure umane che sostengono lo scudo), i motti e i rami decussati (di palma, di ulivo o di alloro)21.

 

Note

  1. Cfr. B. B. Heim, L’araldica nella Chiesa Cattolica. Origini, usi, legislazione, Città del Vaticano 2000, pp. 23-24.

2. Cfr. J. Woodward, A treatise on ecclesiastical heraldry, Edimburgo e Londra 1894, pp. 418-419; A. Cordero Lanza di Montezemolo, A. Pompili, Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 2014,  p.49.

3. Braccio umano destro intero, normalmente uscente dal fianco sinistro dello scudo. E’ utile ricordare che in araldica la destra dello scudo è la sinistra di chi guarda e viceversa, poiché lo scudo va considerato dal punto di vista del portatore.

4. Cioè posto nella direzione della banda, pezza onorevole che scende diagonalmente dall’angolo destro a quello sinistro

5. Braccio umano sinistro intero, normalmente uscente dal fianco destro dello scudo.

6. Cioè posto nella direzione della sbarra, pezza onorevole che scende diagonalmente dall’angolo sinistro a quello destro.

7. Cfr. S. Gieben, Lo stemma francescano. Origine e sviluppo, Roma 2009. Si tratta di un ottimo studio corredato da tavole, imprescindibile per conoscere l’origine e la cronologia dell’arma in questione.

8. Si tratta del Den Wijngaert van Sinte Franciscus, scritto da un anonimo fiammingo ed edito ad Anversa nel 1518, del Pomerium sermonum de sanctis di Pelbarto de Temesvàr, pubblicato in varie edizioni a partire dal 1499, e dell’Historia Seraphica vitae Beatissimi P. Francisci Assisiatis di Enrico Sedulius nell’edizione del 1613. Nel Den Wijngaert van Sinte Franciscus, in particolare, si legge: “San Bonaventura dunque, fatto cardinale, avendo rinunciato al mondo con le sue vanità, non voleva di nuovo riprendere ciò che aveva calcato sotto i piedi. E benché fosse nato da persone e parenti nobili, non voleva imitare la nobiltà secolare. E per rimanere più estraneo al mondo e perché a nessuno potesse far piacere di vedere il suo stemma gentilizio tra quelli dei cardinali, ordinò uno stemma speciale, corrispondente al suo stato. Si fece dipingere uno scudo azzurro con la mano di Nostro Signore e con la mano di San Francesco in fede chiodata l’una sull’altra. È questo è lo stemma dei Frati Minori, che si trova in un campo azzurro perché tutti i loro pensieri, opere ed esercizi li devono dirigere verso il cielo. Dovendo pensare alla fedeltà che nella loro professione hanno promesso a Dio e a tutti i suoi santi, queste mani sono chiodate insieme, perché da questo legame mai devono essere sciolti e liberi etc. Il papa gli confermò questo stemma beato ed egli lo fece imprimere nel suo sigillo e dovunque era necessario”. Cfr. ivi, pp. 9-14. Lo stemma descritto corrisponde esattamente a quelli visibili  nelle  figure 1 e 2.

9. Va, inoltre, ricordato nella seconda metà del Duecento l’araldica cardinalizia era ancora in una fase primitiva.  Cfr. A. Cordero Lanza di Montezemolo, A. Pompili, op. cit., pp. 18-19. Fra gli stemmi cardinalizi più antichi citiamo quello di Guglielmo de Braye (†1282), raffigurato sul cenotafio presente nella chiesa di San Domenico di Orvieto,  e quello di Riccardo Annibaldeschi della Molara (†1276), visibile sul suo sepolcro, del quale restano frammenti nel chiostro dell’Arcibasilica Lateranense.

10. Erudito spagnolo morto a Roma tra il 1599 e il 1602. Cfr. A. Chacòn, Vitae et Res gestae Pontificum Romanorum et S.R.E. Cardinalium ab initio nascentis Ecclesiae usque Clementem IX P.Q.M., ed. Roma 1677, tomo II, p. 194.

11. A tal proposito, Heim ha osservato che ai tempi del Ciacconio “era usanza diffusa quella di attribuire stemmi ad eroi e Santi del passato. Si inventarono stemmi di molti personaggi famosi, persino di Nostro Signore”. Cfr.  B.B. Heim, op. cit., p. 100.

12. Cfr. S. Gieben , op. cit, 16-17.

13. Ivi, p. 17.

14. Cfr. Constitutiones Urbanae fratrum Ord. Min. Conv. S. Francisci, Roma 1628, pp. 13-14. Sul frontespizio sono riprodotti  lo stemma di Papa Barberini e quello francescano semplice.

15. Le varianti dello stemma francescano semplice riguardano la disposizione della croce (tra o davanti alle braccia anziché dietro di esse), l’inversione degli arti incrociati (il destrocherio di Francesco e il sinistrocherio di Cristo), la posizione delle mani che possono mostrare il dorso anziché la palma, la foggia della croce, la presenza all’interno dello scudo di varie figure quali monti, nubi da cui escono le braccia, colombe, cuori, corde, piaghe di Cristo, ecc. Cfr. S. Gieben, op. cit., tavv.

16. Scudo diviso da una linea verticale in due parti uguali.

  1. Scudo diviso da una linea orizzontale in due parti uguali.

18. Scudo diviso in tre parti uguali mediante due linee che possono essere parallele o seguire altri andamenti.

19. Scudo diviso in quattro parti uguali da due linee che si incrociano nel cuore.

20. Si dicono quarti di religione le singole armi degli  Ordini religiosi rappresentate nello scudo.

21. Cfr. S. Gieben, op. cit., pp. 26-34.

 

Note storiche, araldiche e genealogiche su Mons. Alfonso Sozi Carafa

Fig. 1

di Marcello Semeraro

 

Gli stemmi rappresentano una sorta di stato civile dell’opera d’arte. Se adeguatamente letti e interpretati, infatti, essi forniscono preziose informazioni sia sulla datazione dell’opera, sia sull’identità, lo status giuridico, le intenzioni e l’ideologia della committenza artistica. Questa premessa è utile per introdurre l’argomento oggetto di questo breve studio: lo stemma episcopale utilizzato da Mons. Alfonso Sozi Carafa, vescovo di Lecce dal 1751 al 1783. La presente indagine, in particolare, prende in esame gli esemplari a lui attribuibili, visibili negli edifici monumentali raccolti attorno a Piazza Duomo.

 

Il personaggio e la sua famiglia

La famiglia Sozi, originaria di Perugia, si vuole discenda dai Paolucci, il cui capostipite sarebbe stato Paoluccio d’Agato o d’Agatone, nobile perugino citato in documenti del 7601. La discendenza dai Paolucci trova comunque riscontro nel blasone, comune alle due famiglie, raffigurante un orso levato (cioè rampante) al naturale in campo d’oro, come si evince dallo stemma Sozi/Paolucci riportato nel Blasone Perugino di Vincenzo Tranquilli, un manoscritto araldico risalente al XVI secolo2.

Nel 1389, ai tempi della rivoluzione popolare a Perugia, molti patrizi furono cacciati dalla città e messi al bando. Tra questi troviamo un Giovan Francesco Sozi che nel 1414 si trasferì nel Regno di Napoli al seguito del capitano di ventura Muzio Attendolo detto Sforza, capostipite della celebre famiglia ducale3. Risale, invece, al 1575 l’acquisto di quello che sarà il feudo di famiglia, San Nicola Manfredi (Benevento), fatto da Maddalena Gentile, vedova di Marcangelo Sozi, che due anni dopo lo cedette al figlio Leonardo Aniello4.

In seguito poi al matrimonio (1656) fra Alessandro Sozi, nato da Ascanio di Leonardo Aniello e da Vittoria Giordano, e Artemisia Carafa della Stadera, figlia di Marcantonio e di Elena Daniele, la famiglia aggiunse al proprio cognome quello dei Carafa5.

Nipote abiatico di Alessandro e Artemisia fu proprio il nostro Alfonso. Egli nacque a San Nicola Manfredi il 7 marzo 1704, quartogenito di Nicola Sozi Carafa, barone del predetto feudo e patrizio di Benevento, e di Anna Maria Merenda, figlia di Giovan Battista, patrizio di Aversa e Cosenza, e di Francesca di Donato6. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1727, fu creato vescovo di Vico Equense nel 1743, donde nel 1751 fu traslato alla sede diocesana di Lecce. Fu inoltre Lettore di filosofia, teologia e matematica al Collegio Clementino di Roma, diretto dai Padri Somaschi, che per più anni governò come Rettore. Morì il 19 febbraio 1783 e fu sepolto nel Duomo7.

“Uomo rigido e spendido”, “per le magnificenze de’ suoi atti e delle trasformazioni che apportò negli edifici, si poté dire l’Alessandro VII dei suoi tempi e della sua diocesi8.

Fig. 2

 

Lo stemma episcopale

Nei secoli passati lo stemma utilizzato da cardinali, vescovi ed altri prelati riproduceva per lo più la loro arma gentilizia. Ciò dipendeva dal fatto che, per lo più fino alla fine del XVIII secolo, venivano elevati ai vari gradi della gerarchia ecclesiastica soprattutto chierici provenienti da famiglie nobili le quali erano già dotate di uno stemma. Questo uso consolidato è riscontrabile anche nello stemma di Mons. Sozi Carafa, che mutuò il proprio scudo da quello gentilizio, personalizzandolo mediante l’utilizzo di un timbro corrispondente alla sua dignità episcopale, ovvero un cappello prelatizio di verde munito di sei nappe per lato, ordinate in file 1.2.3.

Rammentiamo che a partire dal XV secolo, negli stemmi vescovili ed arcivescovili, il cappello prelatizio cominciò a sostituire progressivamente la mitriache era il timbro caratteristico di coloro che, insigniti dell’ordine espiscopale, non facevano parte del Collegio Cardinalizio9.

Fig. 3

Lo stemma gentilizio dei Sozi Carafa è costituito da uno scudo inquartato, recante nel primo e nel quarto punto il blasone dei Sozi (d’oro, all’orso levato al naturale), mentre nel secondo e nel terzo compare quello dei Carafa (di rosso, a tre fasce d’argento10). Si tratta di una tipica arma di alleanza matrimoniale, dove l’inquartatura corrisponde araldicamente al doppio cognome assunto dalla famiglia in seguito al già ricordato matrimonio fra gli avi paterni del prelato. Il blasone summenzionato è riportato anche dallo Spreti nella sua monumentale opera intitolata Enciclopedia storico-nobiliare italiana (fig. 1).

Fig. 4

Con l’utilizzo della necessaria terminologia tecnico-blasonica, lo stemma episcopale oggetto di questo studio può essere descritto nella maniera seguente: inquartato: nel 1° e nel 4° d’oro, all’orso levato al naturale (Sozi); nel 2° e nel 3° di rosso, a tre fasce d’argento (Carafa). Lo scudo timbrato da un cappello prelatizio a sei nappe per lato, il tutto di verde.

Le testimonianze araldiche di Mons. Sozi Carafa presenti in Piazza Duomo costituiscono una chiara ed efficace rappresentazione visiva di alcuni momenti del suo episcopato e della sua committenza artistica. Segnaliamo in questa sede quelli che ci sembrano gli esemplari più rappresentativi.

All’ingresso di Piazza Duomo, al di sotto delle balaustre dei propilei, fanno bella mostra di sé due scudi sagomati e accartocciati, recanti l’arma del prelato. I due propilei furono costruiti nel 1761 a spese del presule che decise di affidarne la realizzazione all’architetto Emanuele Manieri11. Al termine dei lavori il vescovo fece scolpire le sue insegne, vera e propria firma della sua committenza. Un altro esemplare è visibile sulla facciata del Palazzo Episcopale, racchiuso in uno scudo sagomato e accartocciato di fattezze tipicamente settecentesche (fig. 2).

Nel 1761 Mons. Sozi Carafa fece costruire la fabbrica sull’Episcopio per sistemarvi il nuovo orologio, opera del leccese Domenico Panico12. Secondo il De Simone, il prelato fece abbattere la vecchia gradinata esterna del Vescovado e sulla nuova fece trasportare il nuovo orologio in sostituzione di quello vecchio che era sul portone13. Si può ipotizzare che sia stata questa la circostanza che determinò la collocazione dello stemma, ma non è da escludersi che le ragioni vadano cercate altrove.

Le armi finora analizzate risultano essere acrome, ma se ne possono trovare anche degli esempi smaltati. E’ il caso dei due gradevoli esemplari, stilisticamente molto simili, osservabili all’interno del Duomo, rispettivamente sul fastigio del monumento sepolcrale del vescovo, posto nella navata laterale di destra (fig. 3), e sul fastigio del battistero della navata laterale di sinistra, realizzato per volere del presule da Giovanni Pinto e sistemato nel 1760 (fig. 4)14.

Un altro esempio di composizione cromatica è l’arma dipinta sulla tela dedicata all’Assunta, visibile dietro l’altare maggiore. Il quadro, realizzato dal pittore leccese Oronzo Tiso e collocato nel 175715, reca in basso a sinistra uno scudo ovale accartocciato contenente il blasone episcopale di Mons. Sozi Carafa, committente dell’opera, che proprio in quell’anno riconsacrò il Duomo dopo anni di lavori voluti da Mons. Luigi Pappacoda (1639-1670)16.

Degno di menzione, infine, è l’esemplare che orna il retro di una pianeta di seta rossa, ricamata con motivi floreali e galloni d’oro, conservata nel Museo Diocesano di Arte Sacra (fig. 5). Non si tratta, però, di un caso isolato, perché da un inventario dei beni del presule, redatto nel 1752, risulta che egli utilizzò anche altri paramenti sacri stemmati (piviali, mitrie, altre pianete)17.

 Fig. 5

Note

1. Cfr. V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1928-36, suppl. 2, p. 598; cfr. anche E. Ricca, La nobiltà delle Due Sicilie, Napoli 1869, vol. IV, pp. 248-273, dove è presente anche un albero genealogico della famiglia Sozi Carafa.

2. Il manoscritto è consultabile on line al seguente indirizzo: http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/mss/i-mo-beu-gamma.y.5.4.pdf

3. Cfr. E. Ricca, op. cit., pp. 251-252.

4. Cfr. ivi, p. 272.

5. Cfr. ivi, p. 273. Per la nobile e antica famiglia Carafa, che si suddivise in due rami detti rispettivamente della Spina e della Stadera e che diede alla cattolicità un Sommo Romano Pontefice nella persona di Paolo IV, rimando a G.B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane, estinte e viventi, Pisa1886, vol. 1, p. 231.

6. Cfr. E. Ricca, op. cit, p. 273.

7. Cfr. ivi, p. 267.

8. Cfr. P. Palumbo, Storia di Lecce, Lecce 1910, rist. Galatina 1981, p. 285.

  1. Cfr. A. Cordero Lanza di Montezemolo, A. Pompili, Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 2014, p. 19.

10. Nello stemma dei Carafa della Stadera compare a volte anche una stadera all’esterno dello scudo.

11. Cfr. T. Pellegrino, Piazza Duomo a Lecce, Bari 1972, p. 11.

12. Cfr. ibidem.

13. L. De Simone, Lecce e i suoi monumenti descritti e illustrati, vol. I, Lecce 1874, pp. 93-94.

14. Cfr. T. Pellegrino, op. cit., p. 103.

15. Cfr. ivi, p. 65.

16. Cfr. ivi, p. 41.

17. Cfr. M. Pastore, Arredi, vesti e gioie della società salentina dal manierismo al rococò, in “Archivio storico pugliese”, XXXV  (1982),  pp. 133.134.

 

 

Oria. Le stanze del vescovo e i loro affreschi

La ricorrenza del primo quinquennio dell’ episcopato di mons. Marcello Semeraro, vescovo di Oria, è stata l’ occasione per la pubblicazione dell’ interessante volumetto, estratto dalla tesi di laurea in Storia dell’ Arte Moderna: “Il vescovo Giovanni Carlo Bovio e la decorazione pittorica del palazzo vescovile di Oria“.

Un episodio della cultura manierista romana nella seconda metà del Cinquecento in Puglia, ad Oria per la precisione, nell’ episcopio fatto ricostruire dall’ arcivescovo Giovan Carlo Bovio (Brindisi, 1522-Ostuni, 1570).
Si tratta in sostanza degli affreschi che decorano i tre sopravvissuti ambienti dell’ edificio: la stanza delle allegorie, quella dei paesaggi e l’ altra degli stemmi boviani. E’ questa la più elegante ed articolata per le diverse decorazioni a grottesche, che tanto richiamano le maestranze raffaellesche delle logge vaticane, con originali fregi affrescati sulle pareti laterali.
Molte ipotesi del programma iconografico dall’ Autrice sono correlate con le travagliate vicende pastorali del Bovio, più volte contrariato dagli amministratori brindisini, che lo portarono a scegliere la sua dimora in Oria.
Attraverso il confronto stilistico, la tecnica e le note biografiche, Floriana Riga scarta l’ attribuzione degli affreschi a Pellegrino Tibaldi e Matteo Perez da Lecce, come da altri sostenuto, preferendo, persuasivamente, concentrarsi sulle cerchia romane di Domenico Rietti detto lo Zaga e di Prospero Fontana, che lavorarono entrambi in Castel Sant’ Angelo di Roma.

Oria. Le stanze del vescovo e i loro affreschi“, di Floriana Riga, Oria (Brindisi), 2003, con 99 fotografie b/n e colore.
Presentazione del vescovo di Oria mons. Marcello Semeraro.

(Marcello Gaballo)

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