L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (5/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

STRETTO DI GALLIPOLI

“1) La Serpe dritta su di un altare, ed alla destra il Sole, col motto Jones Xhutidae Chaldaeorum colonia1 2) Ercole colle spoglie del Leone, coll’arco impugnato, e la faretra, col motto Jones Leuternii, et Morgetes2; 3) Ercole nudo stante, a destra la clava, alla sinistra una Cornucopia colla spoglia del Leone. Una piccola vittoria alata lo incorona, col motto Jones Kalii, et Salentini.34

 

 

 

 

Ecco le fonti: Strabone, op. cit., VI, 3: Πολίχνιον καὶ τοῦτο, ἐν ᾧ δείκνυται πηγὴ δυσώδους ὕδατος. Μυθεύουσι δ᾽ ὅτι τοὺς περιλειφθέντας τῶν γιγάντων ἐν τῇ κατὰ Καμπανίαν Φλέγρᾳ Λευτερνίους καλουμένους Ἡρακλῆς ἐξελάσειε, καταφυγόντες δὲ δεῦρο ὑπὸ γῆς περισταλεῖεν, ἐκ δὲ ἰχώρων τοιοῦτον ἴσχοι ῥεῦμα ἡ πηγή· διὰ τοῦτο δὲ καὶ τὴν παραλίαν ταύτην Λευτερνίαν προσαγορεύουσιν  [Anche questa (Leuca) è una piccola città, nella quale si mostra una fonte di acqua puzzolente. Raccontano che Ercole cacciò dei  giganti quelli sopravvissuti a Flegra in Campania, chiamati Leuterni ed essi rifugiatisi qui sotto terra scomparvero; la fonte deriva siffatto flusso dal (loro) sangue marcio; per questo chiamano Leuternia anche questo litorale); VI, 1: Ἀντίοχος δὲ τὸ παλαιὸν ἅπαντα τὸν τόπον τοῦτον οἰκῆσαί φησι Σικελοὺς καὶ Μόργητας, διᾶραι δ᾽ εἰς τὴν Σικελίαν ὕστερον ἐκβληθέντας ὑπὸ τῶν Οἰνωτρῶν. Φασὶ δέ τινες καὶ τὸ Μοργάντιον ἐντεῦθεν τὴν προσηγορίαν ἀπὸ τῶν Μοργήτων ἔχειν. (Antioco dice che anticamente tutto questo luogo [nei pressi di Reggio di Calabria] lo abitarono anticamente i Siculi e i Morgeti, che essi successivamente scacciati dagli Enotri passarono in Sicilia. Alcuni dicono che lì Morganzio prende il nome dai Morgeti).

Dionigi d’Alicarnasso, I, 12: Ἀντίοχος δὲ ὁ Συρακούσιος, συγγραφεὺς πάνυ ἀρχαῖος, ἐν Ἰταλίας οἰκισμῷ τοὺς παλαιοτάτους οἰκήτορας διεξιὼν, ὡς ἕκαστοί τι μέρος αὐτῆς κατεῖχον, Οἰνώτρους λέγει πρώτους τῶν μνημονευομένων ἐν αὐτῇ κατοικῆσαι, εἰπὼν ὧδε· Ἀντίοχος Ξενοφάνεος τάδε συνέγραψε περὶ  b  Ἰταλίης ἐκ τῶν ἀρχαίων λόγων τὰ πιστότατα καὶ σαφέστατα· τὴν γῆν ταύτην, ἥτις νῦν Ἰταλίη καλεῖται, τὸ παλαιὸν εἶχον Οἴνωτροι. Ἔπειτα διεξελθὼν ὃν τρόπον ἐπολιτεύοντο, καὶ ὡς βασιλεὺς ἐν αὐτοῖς Ἰταλὸς ἀνὰ χρόνον ἐγένετο, ἀφ᾽ οὗ μετωνομάσθησαν Ἰταλοί, τούτου δὲ τὴν ἀρχὴν Μόργης διεδέξατο, ἀφ᾽ οὗ Μόργητες ἐκλήθησαν, καὶ ὡς Σικελὸς ἐπιξενωθεὶς Μόργητι ἰδίαν πράττων ἀρχὴν διέστησε τὸ ἔθνος, ἐπιφέρει ταυτί: Οὕτω δὲ Σικελοὶ καὶ Μόργητες ἐγένοντο καὶ Ἰταλίητες ἐόντες Οἴνωτροι (Antioco di Siracusa, scrittore molto antico, esponendo dettagliatamente i più antichi abitanti nella colonizzazione dell’Italia e come ciascuno ne occupava una parte, dice che tra quelli ricordati vi abitarono per primi gli Enotri, esprimendosi così: “Antioco figlio di Senofane compilò sull’Italia queste notizie, le più credibili da dagli antichi scritti; gli Enotri anticamente abitavano questa terra che ora si chiama Italia”. Poi, discorrendo del modo in cui la governavano, anche come Italo un tempo  vi diventasse tra loro re, dal quale furono chiamati Itali, come poi prese il suo potere Morgete dal quale furono chiamati Morgeti e come Sicelo ospite presso Morgete esercitando un potere privato divise il popolo; e aggiunge questo: “Così essendo Enotri divennero e Siculi e Morgeti e Italici”).

Licofrone (IV secolo a. C.), Alessandra, vv. 984-987: Πόλιν δ’ὁμοίαν Ἰλίῳ δυσδαίμονες/δείμαντες, ἀλγυνοῦσι Λαφρίαν κόρην/Σάλπιγγα, δῃώσαντες ἐν ναῷ θεᾶς/τοὺς πρόσθ’ἕδεθλον Ξουθίδας ᾠκηκότας./Γλήναις δ’ἄγαλμα ταῖς ἀναιμάκτοις μύσει,/στυγὴν Ἀχαιῶν εἰς Ἰάονας βλάβην/λεῦσσον, φόνον τ’ἔμφυλον ἀγραύλον λύκων … (Infelici, dopo aver costruito una città simile a Troia, daranno dolore alla vergine Lafria5, la Trombettiera6, uccidendo nel tempio della dea gli Xutidi che abitavano davanti al santuario. La statua abbasserà le palpebre sugli occhi esangui vedendo l’odioso massacro degli Achei sugli Ioni, la strage di consanguinei, atto feroce di lupi …). Dal passo di Licofrone, ambientato a Siri, colonia della Magna Grecia, si deduce l’identità tra Ioni e Xutidi (discendenti di Xuto figlio di Elleno e Orseide e fratello di Eolo).

 

Chiudiamo con una curiosità, quasi sicuramente una mezza bufala, riportata parola per parola allo stesso modo in svariati siti in rete, per cui è impossibile individuare, ammesso che ne valga la pena, anche per l’assenza in molti della data dell’inserimento, da dove è partita: la propaganda borbonica lo fece colorare di nero, in modo che ricordasse un obelisco marmoreo, ma la prima pioggia cancellò ogni traccia del colore. Peccato che nei giornali dell’epoca, da noi consultati tempo fa per altre ricerche, tale ghiotta notizia non compare; e non parliamo di una pubblicazione “ufficiale” o, se preferite “di regime” quale il Giornale di Intendenza della Provincia di Terra d’Otranto, che usciva a Lecce ed i cui numeri fino al 1861 sono custoditi nell’Archivio di Stato della città. Abbiamo detto mezza bufala con riferimento a prima pioggia perché in Palmieri7 si legge: È in forma d’obelisco a quattro facce e in pietra leccese, dipinta ai primi tempi ad olio a colore di pietra del Vesuvio.

Ci piace congedarci da chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui parafrasando un famoso esametro enniano con uno nostro, consapevoli che certo non passerà, come quello, alla storia:

NOS SALENTINI QUI FUIMUS ANTE CRETENSES (Noi Salentini che prima fummo Cretesi).

E speriamo che da lassù il Castromediano e il Vacca, riferendosi solo a noi autori, non ci giudichino, più che Cretesi, cretini, pur consapevolissimi e (e chi più di loro?) del diverso etimo …

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

 

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1 Gli Ioni discendenti di Xuto, colonia dei Caldei. Xuto, personaggio della mitologia greca, padre di Ione (da cui gli Ioni) e Acheo. “Basterà per intender bene il senso del motto analogo al primo emblema di questo Distretto il ricordarsi dell’origine di sopra esposta degli antichi Giapigi. Dessi furono, come si à già detto, i discendenti di Japhet, e propriamente di Javan di lui figlio, i quali furono anche chiamati Xhutidae, perchè Jone fu figlio di Xhuto. La religione di questi nostri primi coloni fu diretta solamente al culto del Sole, e d’Igea figlia di Esculapio, e Dea della salute. Da ciò nacque, che il primo periodo dell’antica storia di questo Distretto venne dai nostri maggiori simboleggiato coll’adorazione del Serpente, e del Sole” (op. cit., pagg. 14-15).

2 Gli Ioni Leuterni e Morgeti. “Dietro la venuta di questi primi popoli Orientali, poichè accadde ancora nel promontorio Salentino l’eccidio dei Giganti, e Lestrigoni, detti Leuternii, e Morgetes, fatto da Ercole Libico, il quale gl’inseguì sino a questo luogo dai Campi Flegrei, da ciò appunto è nata l’idea del loro secondo emblema” (op. cit. ,pag. 15).

3 Gli Ioni Kalii e Salentini. “L’ultimo e più fiorente stato di questa parte della nostra Penisola appartiene al periodo del governo dell’antica Dinastia Cretese sotto Licio Idomeneo; ed è perciò, che fu assunto da cotesti popoli l’emblema di Ercole nudo stante, col motto, Jones Kalii, et Salentini. La Cornucopia, la clava, la spoglia del Leone, e la vittoria alata alludono al natale, ed alle imprese di Ercole, dal quale si gloriavano di discendere i Cretesi Tarantini” (op. cit. pag. 15).

4 Luigi Cepolla, op. cit. pag. 5.

5 Epiteto di Atena.

6 Altro epiteto di Atena ad Argo.

7 Op. cit., p. 306.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (4/5)

Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI BRINDISI

1) “Il Desco e la statua di Bacco con corona convivale, col motto Brundusini Cretenses1; 2) Amore colla cetra, e col motto Brundusini sub Partheniis Tarentinis2 3) Il Delfino, che indossa Taras colla cetra in mano, e col motto Brundusini sub Romanis.34

 

La fonte utilizzata è  Strabone, Geographia, VI, 3, 6: Βρεντέσιον δ᾽ ἐποικῆσαι μὲν λέγονται Κρῆτες οἱ μετὰ Θησέως ἐπελθόντες ἐκ Κνωσσοῦ, εἴθ᾽ οἱ ἐκ τῆς Σικελίας ἀπηρκότες μετὰ τοῦ Ἰάπυγος λέγεται γὰρ ἀμφοτέρωςοὐ συμμεῖναι δέ φασιν αὐτούς, ἀλλ᾽ ἀπελθεῖν εἰς τὴν Βοττιαίαν. Ὕστερον δὲ ἡ πόλις βασιλευομένη πολλὴν ἀπέβαλε τῆς χώρας ὑπὸ τῶν μετὰ Φαλάνθου Λακεδαιμονίων, ὅμως δ᾽ ἐκπεσόντα αὐτὸν ἐκ τοῦ Τάραντος ἐδέξαντο οἱ Βρεντεσῖνοι, καὶ τελευτήσαντα ἠξίωσαν λαμπρᾶς ταφῆς (Dicono che abitarono Brindisi i Cretesi, quelli giunti con Teseo da Cnosso o quelli che si erano allontanati insieme con Iapige dalla Sicilia (si racconta infatti in entrambi i modi); dicono che questi non vi rimasero ma partirono per la Bottiea. Successivamente la città governata da un re perse molto del suo territorio ad opera degli Spartani [venuti] con Falanto, ma i Brindisini lo accolsero ugualmente quando fu cacciato da Taranto e dopo la morte lo onorarono di una splendida tomba).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 I Brindisini Cretesi. “…doveva quindi naturalmente avvenire, che la vittoria portasse al vincitore non solamente il vantaggio dell’acquisto delle proprietà reali de’ vinti, ma quello ancora delle loro persone. Quindi l’origine de’ servi addetti alla gleba…Questa specie di servi aveva però alcune leggi favorevoli  alla loro libertà…nella cui esecuzione si dovevano pure osservare alcune pubbliche solennità dopo un certo tempo di servitù definito dalle leggi….di tal genere fu…la nostra famosa Brunda, o Brendais, ossia il convito dei nostri antichi servi indigeni addetti all’agricoltura sotto il dominio de’ Cretesi…Il luogo dunque destinato alla festività…fu la maremma di Brindisi…si è espresso il convito detto Brunda nella lingua Messapia coll’antico Sigma, perchè questa figura si ebbero tutti i Deschi dell’antichità. Si è sormontato ancor questo simbolo colla figura di Bacco, avente nella destra una corona convivale, dappoichè si sà, ch’egli era Conviviorum Deus” (Luigi Cepolla, op. cit., pagg. 11-12).

2 I Brindisini sotto i Parteni di Taranto.”Il lusso,che nella maggior floridezza della repubblica Tarantina s’introdusse in ogni parte del di lei stato fu causa, ch’ella fosse stata sin dall’ora tacciata di mollezza, e di ogni genere d’intemperanza. La città di Brindisi, e di Oria, come quelle che obbedivano ai Tarantini, presero anche a gareggiare con loro nella mollezza, e nel lusso. Quindi è, che gli Oritani assunsero anche per loro emblema Amore colla cetra: questo medesimo emblema fu comune ancora alla Città di Brindisi sino all’epoca de’ Romani” (Luigi Cepolla, op. cit. pagg. 12-13).

3 I Brindisini sotto i Romani. “In tal’epoca [dei Romani] la Città di Brindisi continuò a servirsi dell’istesso originario emblema dei Tarantini Achei, cioè, del Delfino, che indossa [=porta sul dorso] Taras, perchè i Cretesi lo conservarono anch’essi sotto il dominio deì medesimi Achei; e ne scambiò ella solamente nelle mani di Taras il tridente con la cetra per alludere al secondo periodo della sua storia antica, nella quale ebbe essa questo emblema”(Luigi Cepolla, op. cit., pag. 14).

4 Luigi Cepolla, op. cit., pag. 4.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (3/5)

di Armando Polito e Marcello Gaballo

DISTRETTO DI TARANTO

Anche per il distretto di Taranto iniziamo con la descrizione del Cepolla: “1) Il Delfino, che indossa Taras, o Nettuno col tridente, e la Nottola col motto Tarentini Achaei1; 2) L’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini, col motto Tarentini Cretenses2; 3) La clava di Ercole, e l’eroe Falanto a cavallo, col motto Tarentini Parthenii, sive Spartiates3“.4

Come già avvenuto per il distretto di Lecce, non c’è nessun riferimento alla prima iscrizione che si incontra partendo dal basso; da notare l’errore dello scalpellino che ha inciso EH per ET.

 

Per le ultime due sezioni di questo distretto si rimanda alle analoghe del distretto di Lecce.

La commistione tra Achei, Cretesi, Parteni o Spartiati si basa sulle seguenti fonti: Strabone (I secolo a. C.-I d. C.; Antioco da lui citato è del V secolo a. C.), op. cit., VI, 3: Περὶ δὲ τῆς κτίσεως Ἀντίοχος λέγων φησὶν ὅτι τοῦ Μεσσηνιακοῦ πολέμου γενηθέντος οἱ μὴ μετασχόντες Λακεδαιμονίων τῆς στρατείας ἐκρίθησαν δοῦλοι καὶ ὠνομάσθησαν Εἵλωτες, ὅσοις δὲ κατὰ τὴν στρατείαν παῖδες ἐγένοντο, Παρθενίας ἐκάλουν καὶ ἀτίμους ἔκριναν· οἱ δ᾽ οὐκ ἀνασχόμενοι  πολλοὶ δ᾽ ἦσαν)  ἐπεβούλευσαν τοῖς τοῦ δήμου. Αἰσθόμενοι δ᾽ ὑπέπεμψάν τινας, οἳ προσποιήσει φιλίας ἔμελλον ἐξαγγέλλειν τὸν τρόπον τῆς ἐπιβουλῆς. Τούτων δ᾽ ἦν καὶ Φάλανθος, ὅσπερ ἐδόκει προστάτης ὑπάρχειν αὐτῶν, οὐκ ἠρέσκετο δ᾽ ἁπλῶς τοῖς περὶ τῆς βουλῆς ὀνομασθεῖσι. Συνέκειτο μὲν δὴ τοῖς Ὑακινθίοις ἐν τῷ Ἀμυκλαίῳ συντελουμένου τοῦ ἀγῶνος, ἡνίκ᾽ ἂν τὴν κυνῆν περίθηται ὁ Φάλανθος, ποιεῖσθαι τὴν ἐπίθεσιν· γνώριμοι δ᾽ ἦσαν ἀπὸ τῆς κόμης οἱ τοῦ δήμου. Ἐξαγγειλάντων δὲ λάθρᾳ τὰ συγκείμενα τῶν περὶ Φάλανθον καὶ τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος, προελθὼν ὁ κῆρυξ εἶπε μὴ περιθέσθαι κυνῆν Φάλανθον. Οἱ δ᾽ αἰσθόμενοι ὡς μεμηνύκασι τὴν ἐπιβουλὴν οἱ μὲν διεδίδρασκον, οἱ δὲ ἱκέτευον. Κελεύσαντες δ᾽ αὐτοὺς θαρρεῖν φυλακῇ παρέδοσαν, τὸν δὲ Φάλανθον ἔπεμψαν εἰς θεοῦ περὶ ἀποικίας· ὁ δ᾽ ἔχρησε “Σατύριόν τοι δῶκα Τάραντά τε πίονα δῆμον οἰκῆσαι, καὶ πῆμα Ἰαπύγεσσι γενέσθαι”. Ἧκον οὖν σὺν Φαλάνθῳ οἱ Παρθενίαι, καὶ ἐδέξαντο αὐτοὺς οἵ τε βάρβαροι καὶ οἱ Κρῆτες οἱ προκατασχόντες τὸν τόπον. Τούτους δ᾽ εἶναί φασι τοὺς μετὰ Μίνω πλεύσαντας εἰς Σικελίαν, καὶ μετὰ τὴν ἐκείνου τελευτὴν τὴν ἐν Καμικοῖς παρὰ Κωκάλῳ συμβᾶσαν ἀπάραντας ἐκ Σικελίας κατὰ δὲ τὸν ἀνάπλουν δεῦρο παρωσθέντας, ὧν τινὰς ὕστερον πεζῇ περιελθόντας τὸν Ἀδρίαν μέχρι Μακεδονίας Βοττιαίους προσαγορευθῆναι. Ἰάπυγας δὲ λεχθῆναι πάντας φασὶ μέχρι τῆς Δαυνίας ἀπὸ Ἰάπυγος, ὃν ἐκ Κρήσσης γυναικὸς Δαιδάλῳ γενέσθαι φασὶ καὶ ἡγήσασθαι τῶν Κρητῶν· Τάραντα δ᾽ ὠνόμασαν ἀπὸ ἥρωός τινος τὴν πόλιν [Parlando della fondazione (di Taranto) Antioco dice che, finita la guerra messenica, quelli degli Spartani che non avevano partecipato alla spedizione (divenuti) schiavi) furono pure chiamati iloti, chiamavano parteni i loro figli nati durante la spedizione e li ritenevano indegni. Questi non sopportandolo, erano molti, cospirarono contro i rappresentanti del popolo. Questi essendosene accorti, mandarono alcuni che fingendo amicizia avevano il compito di trarre informazioni sul complotto. Tra questi (i congiurati) c’era anche Falanto che sembrava essere il loro capo, anche se non era gradito generalmente a tutti i (congiurati) nominati. Si era stabilito che nel corso delle feste in onore di Apollo Giacinzio mentre la gara si svolgeva nell’Amicleo quando Falanto si fosse messo in testa il cappello l’attacco sarebbe stato scatenato. I rappresentanti del popolo erano riconoscibili dalla  erano riconoscibili dalla capigliatura. Avendo i compagni di Flanto rivelato involontariamente il piano e celebrandosi i giochi, un araldo fattosi avanti disse che Falanto non doveva mettersi il cappello. Accortisi che la congiura era stata scoperta, alcuni fuggirono, altri si misero a supplicare. (I rappresentanti del popolo) dopo aver ordinato loro di farsi coraggio li misero sotto custodia e inviarono Falanto al tempio del dio (Apollo) perché lo consultasse circa il suo esilio da commutare in fondazione di una colonia.Egli (il dio) rispose: – Ti concedo Satyrion e il ricco paese di Taranto e di diventare la rovina per gli Iapigi -. I Parteni dunque andarono con Falanto e li accolsero i barbari e i Cretesi che avevano occupato il luogo. Dicono che fossero quelli  che avevano navigato con Minosse alla volta della Sicilia e che, dopo la sua morte sopraggiunta a Camico alla corte di Cocalo, salpati dalla Sicilia, durante il ritorno capitarono qui; che alcuni di loro poi, avendo percorso a piedi la costa adriatica finio alla macedonia furono chiamati Bottiei. (Dicono che) furono chiamati tutti Iapigi fino alla Daunia da Iapige, il quale sarebbe nato a Dedalo da una donna cretese e che egli abbia guidato i Cretesi. Chiamarono la città Taranto da un eroe).

Lo stesso Strabone ci tramanda poco dopo nello stesso capitolo dello stesso libro la testimonianza di un altro storico del V secolo a. C., Eforo:   Οἱ δὲ σταλέντες κατελάβοντο τοὺς Ἀχαιοὺς πολεμοῦντας τοῖς βαρβάροις, μετασχόντες δὲ τῶν κινδύνων κτίζουσι τὴν Τάραντα [Essi (i Parteni) dopo essere partiti (da Sparta per fondare una colonia) trovarono gli Achei che combattevano con i barbari e condividendo i pericoli fondano Taranto).

Le fonti successive a queste non dicono nulla di diverso: Giustino (II secolo d. C.) nell’Epitome delle Storie Filippiche (l’originale è andato perduto) di Pompeo Trogo (I secolo a. C.-I secolo d. C.): III, 4, 10-18: Itaque nec salutatis matribus, e quarum adulterio infamiam collegisse videbantur, ad sedes inquirendas proficiscuntur; diumque et per varios casus iactati tandem in Italiam deferuntur et occupata arce Tarentinorum, expugnatis veteribus incolis, sedem ibi constituunt. Sed post annos plurimos dux eorum Phalantus per seditionem in exilium proturbatus Brundisium se contulit, quo expulsi sedibus suis veteres Tarentini concesserant. His moriens persuadet ut ossa sua postremasque reliquias conterant et tacite spargi in foro Tarentinorum curent; hoc enim modo recuperare illos patriam suam posse Apollinem Delphis cecinisse. Illi arbitrantes eum in ultionem sui civium fata prodidisse praeceptis paruere. Sed oraculi diversa sententia fuerat. Perpetuitatem enim urbis, non amissionem hoc facto promiserat. Ita ducis exulis consilio et hostium  ministerio possessio Tarentina Partheniis in aeternum fundata, ob cuius benefici memoriam Phalanto divinos honores decrevere [E così (i Parteni) senza neppure salutare le madri dal cui adulterio sembravano aver assunto l’infamia, partono per cercare (nuove) sedi; sballottati a lungo e da varie peripezie finalmente sono sospinti in Italia e qui pongono le loro sedi dopo aver espugnato la rocca dei Tarentini e cacciato i vecchi abitanti. Ma dopo parecchi anni il loro capo Falanto colpito da una condanna all’esilio nel corso di una rivolta si portò a Brindisi, dove si erano rifugiati i Tarentini espulsi dalle loro sedi. In punto di morte li convince a ridurre in polvere le sue ossa e gli ultimi resti e a curare che siano in silenzio sparsi nella piazza dei Tarentini; (dice che) Apollo a Delfi aveva vaticinato che essi in questo modo potevano recuperare la patria. Essi, pensando che per vendicarsi dei suoi cittadini avesse ad inganno svelato l’oracolo, obbedirono all’ordine. Ma diverso era stato il responso dell’oracolo. Con quel gesto infatti aveva promesso il possesso perpetuo, non la perdita della città. E così, grazie alla saggezza del capo esule e alla disponibilità dei Tarentini fondato in eterno il possesso di Taranto per i Parteni, a ricordo di questo beneficio decretarono a Falanto onori divini).

Servio (IV secolo a. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, III, 551): HERCULEI SI VERA EST FAMA TARENTI  fabula talis est: Lacones et Athenienses diu inter se bella tractarunt et, cum utraque pars adfligeretur, Lacones, quibus iuventus deerat, praeceperunt ut virgines cum quibuscumque concuberent. Factum est ita et cum post sedata bella iuventus incertis parentibus nata et patriae erubesceret et sibi esset obproprio, nam partheniatae dicebantur, accepto duce Phalanto, octavo ab Hercule, profecti sunt, delatique ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat, id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum (SE È VERA LA FAMA DELL’ERCULEA  TARANTO il mito è questo: I Laconi e gli Ateniesi a lungo furono in guerra e poiché entrambe le parti soffrivano, i Laconi ai quali i giovani erano venuti meno, stabilirono che le vergino giacessero con chiunque. Avvenne così che a guerra finita,  essendo la gioventù nata da padri incerti motivo di vergogna per la patria e di disonore a se stessa, infatti erano chiamati parteniati [alla lettera figli di vergini o, più correttamente, di donne non sposate], accolto come capo Falanto, ottavo discendente di Ercole, partirono e, sospinti verso una piccola città della Calabria, che Taras, figlio di Nettuno, aveva edificato, la ingrandirono e la chiamarono Taranto con l’antico nome).

Per completezza va detto che anche gli Spartani entrarono in contatto con i Tarentini secondo Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Antiquitates Romanae, XIX, 3: Λευκίππῳ τῷ Λακεδαιμονίῳ πυνθανομένῳ ὅπου πεπρωμένον αὐτῷ εἴη κατοικεῖν καὶ τοῖς περὶ αὐτόν, ἔχρησεν ὁ θεὸς πλεῖν μὲν εἰς Ἰταλίαν, γῆν δὲ οἰκίζειν, εἰς ἣν ἂν καταχθέντες ἡμέραν καὶ νύκτα μείνωσι. Καταχθέντος δὲ τοῦ στόλου περὶ Καλλίπολιν ἐπίνειόν τι τῶν Ταραντίνων ἀγασθεὶς τοῦ χωρίου τὴν φύσιν ὁ Λεύκιππος πείθει Ταραντίνους συγχωρῆσαί σφισιν ἡμέραν αὐτόθι καὶ νύκτα ἐναυλίσασθαι.  Ὡς δὲ πλείους ἡμέραι διῆλθον, ἀξιούντων αὐτοὺς ἀπιέναι τῶν Ταραντίνων οὐ προσεῖχεν αὐτοῖς τὸν νοῦν ὁ Λεύκιππος, παρ᾽ ἐκείνων εἰληφέναι λέγων τὴν γῆν καθ᾽ ὁμολογίας εἰς ἡμέραν καὶ νύκτα· ἕως δ᾽ ἂν ᾖ τούτων θάτερον, οὐ μεθήσεσθαι τῆς γῆς. Μαθόντες δὴ παρακεκρουσμένους ἑαυτοὺς οἱ Ταραντῖνοι συγχωροῦσιν αὐτοῖς μένειν (Allo spartano Leucippo, che aveva chiesto dove fosse destinato a lui e ai suoi compagni aver la sede, il dio rispose di navigare verso l’Italia, di abitare una terra in cui una volta sbarcati fossero rimasti un giorno e una notte. Sbarcata la spedizione nei pressi di Gallipoli, uno scalo dei Tarantini, Leucippo, estasiato dalla natura del posto, convince i Tarantini a consentire loro di accamparsi lì un giorno e una notte. Dopo che passarono parecchi giorni e i Tarantini gli chiesero di andar via Leucippo non diede loro retta, dicendo di aver ricevuto  da loro la terra secondo l’accordo per giorno e notte: finché ci fosse stato uno di questi, non avrebbe restituito la terra. I Tarantini, avendo capito di essere stati imbrogliati, permisero loro di restare).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 Tarentini Achaei=I Tarentini Achei. “Sotto il nome di Tarentini Achaei debbono intendersi i primi coloni di questa Città, che furono i Noachidi, ossia i discendenti de’ nipoti di Noè, qual fu Taras, ovvero Tiras figlio di Giapeto. Presso tutt’i popoli primitivi della Grecia venne generalmente consacrato questo nome collettivo di Achaei, che significò nel loro linguaggio Aborigini, o senz’alcun capo, e principio, perciocché eglino si gloriavano di esser solamente indigeni del loro paese. L’emblema quindi, che fu sin dal principio da essi adottato, rappresentò bastantemente la loro origine, non che la fosoca posizione di questa Città da essi prima fondata sotto il nome di Taranto” (L. Cepolla, op. cit., pag. 10).

2 Tarentini Cretenses=I Tarentini Cretesi. “La venuta de’ Cretesi in Taranto nacque dall’aver voluto essi vendicare la morte del loro Re Minos accaduta presso Cocalo Re della Sicilia; e fu perciò, che dopo di aver trucidati gli Achei dominatori di Taranto, i Cretesi vi si stabilirono colle loro genti sino alla venuta della colonia condotta da Falanto Spartano. Ecco perché in una dell’antiche Medaglie di detta Città si osserva l’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini. Questo emblema fu proprio de’ Cretesi, come si è osservato di sopra, perché da loro si adorava Giove, a cui dall’antichità fu consacrata l’Aquila” (L. Cepolla, op. cit., pagg. 10-11).

3 Tarentini Spartiates=I Tarentini Spartiati. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città si trova essere stato quello della venuta della colonia di Falanto co’ suoi Parteni, ossia Spartani. Quindi è assai facile di dar la ragione dell’emblema rappresentante l’Eroe Falanto a cavallo, e della clava di Ercole; perciocché gli Eraclidi, da’ quali direttamente procedevano gli Spartani, erano i veri discendenti di Ercole” (L. Cepolla, op. cit., pag. 11).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 4.

 

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (2/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI LECCE

1bis

 

Ecco i dettagli citati nell’opuscolo: “1) Minerva progrediente col motto Lycii Japygum ultima colonia1; 2) Il dio Pane, ed il Lupo, col motto Lycii Japygo-Messapii2; 3) L’Aquila, che nasconde la testa tra le nuvole, col motto allusivo Lycii Cretenses et Salentini3″4.

Procederemo ora ad esaminarli uno per uno partendo dal basso e aggiungeremo anche la descrizione di quei dettagli che nell’opuscolo non sono citati.  Faremo così anche con le altre tre facce dedicate agli altri distretti.

“L’Autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’Aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce. Egli ben si lusinga di meritarne alcun favorevole suffragio, che vale sempre più di quello, che gli verrebbe dall’opera dello scalpello.

FERDIN. I Siciliarum Regum omnium optumo

  1. F. invicto Augusto

                  Viam hanc Praetoriam,

                                Quod,

Ubi eam fieri concessit, suum etiam sacrum

               nomen commendaverit,

Moxque, ut abs Tarento Neapolim usque

                          sterni jusserat,

Ipsum quoque ad quatuor Salenti regiones

                extendendam permiserit,

Ad perpetuum istius beneficii memoriam servandam,

Qua harum viarum caput occurrit, pyramide

                         a solo excitata,

Cunti5 hujus, populique

Concordibus, gratisque animis consecrarunt.

  1. AE. Chr. MDCCCXXII6

 

Eccone la traduzione linea per linea, nei limiti del possibile:

A Ferdinando I il migliore di tutti i re delle Sicilie,

pio felice invitto Augusto.

Questa via pretoria,

poichè

quando concesse che fosse costruita, anche il suo sacro

nome (le) diede,

e ora, come da Taranto fino a Napoli

aveva disposto che fosse spianata,

che essa pure alle quattro regioni del Salento

venisse estesa permise,

per conservare il perpetuo ricordo di questo beneficio,

dove è posto l’inizio di queste vie, una piramide

essendo stata elevata dal suolo,

tutte le istituzioni e i popoli di questa provincia

consacrarono con animo concorde e grato.

Nell’anno 1822 dell’era di Cristo.

 

Sul monumento, invece, venne incisa quella che all’inizio abbiamo riprodotto e che qui replichiamo.

Traduzione: A Ferdinando I di Borbone molto provvido re del Regno delle Due Sicilie, restauratore della pubblica felicità, poiché diede ordine che la via rotabile da tutti i principi prima intentata, opportunissima per il commercio della provincia otrantina e delle confinanti, fosse spianata e che all’eternità del nome di Augusto fosse consacrata. I cittadini di ogni ordine, gli abitanti del posto ed i vicini, formulati voti augurali per la prosperità del principe e la saldezza della casa augusta, devotissimi alla sua potenza e maestà.

Poiché il Cepolla lamenta che l’iscrizione che aveva preparato non vedesi scolpita, che quella che oggi leggiamo presenta non solo discordanze testuali notevoli ma, soprattutto l’assenza di un dettaglio presente in ogni epigrafe che si rispetti, cioè  la data, bisogna concludere che la stessa fu apposta successivamente all’uscita dell’opuscolo cioè durante o dopo il 1827, a cinque o più anni dalla visita del sovrano (1822), a tre o più dalla sua morte (1 gennaio 1825).  Tutto ciò giustificherebbe l’assenza della data, anche se lo spazio libero del margine inferiore poteva benissimo contenere non una ma due linee, il che non esclude che almeno un rigo sia stato abraso (per vandalismo politico? e quando?), anche perché il dettaglio nella prima immagine anteriore al recente restauro, mostrerebbe, rispetto al secondo successivo al restauro qualche residuo di incisione.

Continuando l’esame della facciata dell’obelisco dedicata al distretto di Lecce incontriamo un’iscrizione non citata nel progetto del Cepolla. È un augurio di buon viaggio per chi è diretto ad Otranto. Alla stessa altezza nelle facce dedicate agli altri distretti leggeremo messaggi analoghi, anche loro, come questo, non citati dal progettista.

 

 

Per questa origine di Lecce dai Lici il Cepolla ha seguito Erodoto (V secolo a. C.) per il quale (Storie, VII, 170): Ὡς δὲ κατὰ Ἰηπυγίην γενέσθαι πλέοντας, ὑπολαβόντα σφέας χειμῶνα μέγαν ἐκβαλεῖν ἐς τὴν γῆν: συναραχθέντων δὲ τῶν πλοίων, οὐδεμίαν γάρ σφι ἔτι κομιδὴν ἐς Κρήτην φαίνεσθαι, ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας [(Si racconta) che come (i Cretesi) navigando giunsero presso la Iapigia una grande tempesta dopo averli sorpresi li scaraventò a terra; essendosi fracassate le navi non c’era nessuna possibilità per loro di tornare a Creta. Allora, dopo aver fondato la città di Hyrie, restarono passando ad essere, invece di Cretesi, Iapigi Messapi, continentali invece di isolani)].

Per completare il quadro di questa commistione va detto che per Erodoto i Lici provenivano da Creta; op. cit., VII, 92: Λύκιοι δὲ Τερμίλαι ἐκαλέοντο ἐκ Κρήτης γεγονότες, ἐπὶ δὲ Λύκου τοῦ Πανδίονος ἀνδρὸς Ἀθηναίου ἔσχον τὴν ἐπωνυμίην (i Lici originari di Creta si chiamavano Termili ma presero il nome da Lico figlio dell’ateniese Pandione).

Anche se il Cepolla non lo dice espressamente, per lui Lecce è, pure etimologicamente parlando, da Lici). Sull’origine cretese dei Salentini ecco come si esprime Strabone (I secolo a. C.-I d. C.), Geographia, VI, 3: Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν (Dicono che i Salentini sono coloni dei Cretesi).

Questo dettaglio, insieme col successivo, si ripete, come abbiamo già detto, tal quale sulle altre tre facce. Si è pure detto che nell’opuscolo si parla solo di “uva intrecciata con frondi di ulivo”: le spighe di grano, che nel monumento hanno una rilevanza figurativa pari, come si può agevolmente notare, al ramo d’ulivo e al tralcio d’uva, non compaiono.

Anche questo dettaglio, insieme col precedente, si ripete tal quale sulle altre tre facce, riferendosi ad elementi perfettamente comuni ai quattro distretti.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/  

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/            

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1 Lycii Japygum ultima colonia= I Lici ultima colonia degli Iapigi. “I discendenti di Giapeto rappresentati generalmente da tutti questi popoli [Siri-Egizi, Babilonesi ed Assiri] devono certamente considerarsi come gli autori dell’origine del loro nome collettivo di Giapigi nella prima epoca della civilizzazione dei nostri aborigeni…restò in fine riconosciuta per ultima colonia de’ cosiddetti Giapigi la Città di Lecce…chiara, ed evidente pruova nell’istessa significazione del primo di lei nome, che fu quello di Sybaris, dappoiché secondo il linguaggio Caldeo significa Figli della divinità del Sole. Quindi è ben agevole comprendere la ragione dell’assunto di loro emblema della Dea Minerva progrediente, poiché in siffatta guisa restò abbastanza definito il carattere della loro origine Achea, essendo stata Minerva la prima condottiera delle principali colonie di tali Genti”. (L. Cepolla, op. cit., pagg. 7-8).

2 Lycii Japygo-Messapii=I Lici Iapigo-Messapi. “Il secondo periodo dell’antica storia di questa Città si rinviene facilmente nella politica, e religiosa riunione dei primitivi Giapigi co’ popoli Messapi, ossia cogli altri nostri primi coloni  Arabo-Egizi, giacchè tanto per l’appunto suona letteralmente il nome Messapus. Imperciocché non vi è dubbio, che il culto del Sole fu proprio dei Babilonesi, e degli Assiri, non che degli Arabo-Fenici, e degli Egizi, i quali adorarono la natura sotto tutt’i rapporti della fisica rappresentazione di tutti i di lei effetti; e da ciò avvenne, che fu da loro immaginato il Dio Pane, il quale colla sua figura rappresentava tutto l’ordine della natura” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

3 Lycii Cretenses et Salentini=I Lici Cretesi Salentini. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città…può bene attribuirsi intieramente al glorioso avvenimento del governo della Dinastia Cretese sopra tutta questa Provincia. Licio Idomeneo, tanto per effetto delle sue armi, che per mezzo del matrimonio che contrasse con Evippa figlia di Malennio Re dei Messapi, fondò il suo trono sopra tutti i popoli di questa Penisola…Meritò quindi a buon diritto codesto sì grande avvenimento di esser consacrato all’immortalità coll’emblema di un’Aquila, che innalza la sua testa sopra le nuvole. Si sa, che l’Aquila è sacra a Giove, il quale nacque in Creta sul Monte Ida, onde i Cretesi assunsero per emblema nazionale il divino Augello. Qui ella figura, che vola, e nasconde la testa nelle nuvole per indicar la sublimità dell’origine del prototipo di siffatto emblema, qual fu Giove, padre degli uomini, e degli Dei” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 3.

5 Per Cuncti.

6 L. Cepolla, op. cit., pag. 16.

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (1/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il ritmo frenetico della vita moderna scandito dall’uso sistematicamente esagerato e controproducente per tutti e per tutto (basta pensare al danno ambientale e alla paradossale perdita di tempo dovuta alle difficoltà di circolazione a causa del numero esorbitante dei veicoli in movimento in un certo tempo e in un certo tragitto) dell’auto ha precluso ogni possibilità di meditare su alcuni aspetti del paesaggio, naturale o no, nonché dell’arredo urbano in cui ad una semplice epigrafe e, nei casi più complessi, ad un vero e proprio monumento era affidato il compito di tramandare una memoria e di risvegliare con essa in chi si trovava a passare (a piedi!) nei paraggi la curiosità e, dunque, la voglia di approfondire e conoscere.

Oggi, per esempio,  un malcapitato obelisco che si trovi al centro di un quadrivio sembra assolvere ad una funzione più tecnica che storico-artistica, quella di consentire l’eliminazione dei semafori, ridotto al rango di una semplice rotatoria a costo zero. Poteva sottrarsi a questa fine l’obelisco di Porta Napoli a Lecce che, in fondo, per quanto si dirà, pur nella dominante valenza commemorativa del potere, aveva fin dalla nascita tutte le caratteristiche di una rotatoria?

Non è fuori luogo, a tal proposito, far notare come l’area gradinata su cui sorgeva il monumento era quadrata (la foto d’epoca è tratta da Giuseppe Gigli, Il tallone d’Italia, I, Lecce e dintorni, n. 61 della serie Italia artistica diretta da Corrado Ricci, Istituto italiano d’arti grafiche editore, Bergamo, 1911; tutte le altre corredanti il testo sono degli autori e di Corrado Notario), mentre quella attuale, esagonale, rivela l’avvenuta mutilazione degli angoli del quadrato originario.

Non sappiamo quando tale mutilazione avvenne. Ricordiamo che il monumento venne realizzato per celebrare la visita a Lecce nel 1822 di Ferdinando I di Borbone1, ma, se tutte le fonti sono concordi nell’attribuire la sua realizzazione allo scultore Vito Carluccio di Muro Leccese, estremamente variabile è il range temporale del periodo di esecuzione (1820-1842).2

Ma già prima il monumento era stato oggetto di “manomissione” se in un trafiletto de Il cittadino leccese del 13 dicembre 1870 si legge, col titolo Senso comune, sottotitolo Decoro e bellezza della città: “Uscendo dalla porta detta di Napoli, v’imbattete in una specie di costruzione che, pel tempo in cui fu fatta, non era poi delle più spregevoli. Vogliamo parlare dell’obelisco, posto nel punto d’intersezione delle due strade che corrono l’una verso Taranto e l’altra intorno della città. Ora noi crediamo che quell’obelisco, quelle mezze colonne stirate ed ornate con vasi di fiori, e quei canapè di pietra leccese che veggonsi collocati simmetricamente, in giro di esso, furono con una spesa non lieve (si figurino!) eseguiti non a solo fine di abbellire e decorare convenientemente quel luogo, ma a qualche altro ancora, che osservando il malvagio stato in cui vediamo ridotto quel quadrivio, non sapremmo ben diffinire; e vorremmo esserne istruiti dalla cortesia di chi non dovrebbe ignorarlo. Attenderemo adunque che il nostro giustissimo desiderio fosse appagato, per dire su quel luogo, e su l’obelisco di porta a Napoli un’ultima parola”.3

Non abbiamo la pretesa con questo modestissimo contributo, che nulla aggiunge a ciò che da sempre è noto a chi di queste cose si interessa per lavoro o per passione, di contenere e tanto meno di invertire una tendenza in atto; non ci auguriamo neppure che, in concreto, un automobilista rallenti in prossimità di questo monumento per lanciare uno sguardo, per quanto fugace, suscitando le ire di chi lo segue e propiziando pure qualche incidente. La nostra fatica non sarebbe stata vana se solo fossimo riusciti attraverso queste poche note ad educare, prima di tutti noi stessi, ad abbandonare, per quanto è possibile, l’inveterata abitudine di considerare non più degno di considerazione ciò che si vede ogni giorno e del quale crediamo di conoscere tutto.

Nella lettura del monumento che ci accingiamo a fare non ci lasceremo sfuggire la fortunata circostanza che il suo stesso progettista4 ce ne ha lasciato, in un opuscoletto5 dal titolo un po’ altisonante, ampia descrizione insieme con l’interpretazione dei singoli dettagli; fortunata circostanza perché così si eviterà il rischio di superfetazione sempre in agguato quando si tenta di commentare qualsiasi manufatto artistico, da una poesia ad una statua,  da una pittura ad una cattedrale o, come nel nostro caso, un obelisco; il che non significa, altrimenti sarebbe plagio, che rinunceremo a riportare le nostre riflessioni, anche perché non di  tutti i dettagli è presente nell’opuscoletto la descrizione e l’interpretazione.

Prima di cominciare, però, dobbiamo segnalare la strana notizia che Pietro Palumbo ci ha lasciato in Storia di Lecce, (citiamo dall’edizione Congedo, Galatina, 1991, 2a ristampa fotomeccanica della prima edizione uscita a Lecce nel 1915 per i tipi dello Stabilimento tipografico Giurdignano, p. 306): In quelle (le facce) dell’obelisco furono messi gli emblemi dei quattro capoluoghi della Provincia e le relative iscrizioni latine furono composte da Monsignor Rosini vescovo di Pozzuoli e dall’Abate don Angelo Antonio Scorti6.

Per comodità espositiva divideremo il monumento in nove parti: un’area a forma di ottagono irregolare (a) articolata, mediante tre gradini su ogni lato in tre piani sull’ultimo dei quali poggia un parallelepipedo a base quadrata (b) che ne regge uno simile ma di dimensioni ridotte  press’a poco della metà (c); segue una base con una cornice convergente all’interno (d) che regge una parte cubica (e) sormontata da una cornice aggettante (f); a seguire un parallelepipedo (g) da cui  si diparte un tronco di piramide (h) sul quale poggia la parte terminale cuspidata (i).

Sulla faccia di c rivolta verso Porta Napoli c’è una lunga iscrizione della quale ci occuperemo più in là.

Sulle quattro facce del cubo (e) è rappresentato lo stemma della Terra d’Otranto (ora della Provincia di Lecce) che mostra un delfino mentre azzanna la mezzaluna7 sul campo dello stemma d’Aragona con i quattro pali originari, però, diventati bande oblique per la diversa postura del delfino,  ma anche per creare una sorta di continuità con le bande delle tre altre consimili raffigurazioni.

Le facce del tronco di piramide si presentano divise in cinque settori, i primi tre dei quali, per ogni faccia, sono dedicati ai quattro distretti dell’antica Terra d’Otranto: Lecce, Gallipoli, Taranto e Brindisi, con un orientamento direzionale  coincidente con quello dei rispettivi percorsi di cui l’obelisco rappresenta contemporaneamente il punto di arrivo da e il punto di partenza per. La decorazione per gli altri due settori di ogni faccia è comune a quella delle altre (dal momento che celebra caratteristiche comuni), perciò verrà riprodotta, più avanti, solo quella del distretto di Lecce.

Di essa così scrive il progettista nel suo opuscolo (op. cit., pag. 3): ”Nella cima della Colonna si deve scolpire l’effigie della Costellazione Celeste, che domina la provincia di Terra d’Otranto, ossia il Leone, il quale deve contenere tutto il suo corpo, compresa anche la coda, ventisette stelle, col motto allusivo Benigno hoc sydere nati. Appresso vi si deve scolpire dell’uva intrecciata con frondi di ulivo, e col motto parimenti allusivo Bacchi, et Minervae munera indigenis propria”. In realtà di stelle ne compaiono otto, dislocate correttamente come mostra il raffronto con la mappa astronomica.

Inoltre, come si vedrà più avanti, le fronde di ulivo saranno accoppiate anche a dei fasci di spighe di grano. Com’è noto, il Leone che, insieme con il Sagittario e l’Ariete è un segno di fuoco, copre il tempo tra il 23 luglio e il 23 agosto e perciò ben si addice a simboleggiare, al di là delle idee di potenza e dominio, il clima della nostra terra e in particolare i frutti che si raccolgono proprio nel periodo prima indicato (il grano) o che in tale periodo vivono una fase fondamentale del loro sviluppo e maturazione (olive e uva). A questa scelta del Cepolla probabilmente non sarà stato estraneo il ricordo della rappresentazione del mese di agosto nel mosaico della cattedrale di Otranto.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

                                  

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1 Così si legge in Maria Bianca Gallone, Lecce e la sua provincia, Edizioni Sussurro, Lecce, 1968, p. 93; ribadito in Florinda Cordella, Lecce e il Salento, Touring Club Italiano, 2005, p. 25. Questa nota non è presente nella pubblicazione originale ma è stata qui ora aggiunta per presa d’atto di quanto si legge, a firma di Niceta Maggi nel foglio locale Il Bardo, XXIV, 1, Marzo 2015. Di seguito citiamo in grassetto e volta per volta replichiamo in corsivo.

Nel 2015 l’amico Andrea Tondo pubblicò il volume Dal giglio dedi Borbone al Tricolore d’Italia dove fra l’altro dedicò l’Appendice ad una inaspettata “breve cronaca della costruzione dell’Obelisco dedicato al Re Ferdinando I di Borbone che segnava l’inizio della strada Ferdinandiana”. Ebbene, quest’appendice faceva giustizia di molte “leggende” che sul monumento circolavano e purtroppo ancora circolano. Il non aver letto questo fondamentale contributo non ha permesso agli autori di un recente saggio intitolato L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (Il delfino e la mezzaluna n. 3) di cadere sugli stessi errori come, per esempio, quello di credere che l’obelisco stesso fu innalzato per una mai avvenuta visita di Ferdinando I a Lecce: in quegli anni, (dal 1822) il re, com’è noto, aveva ben altri problemi e spesso era per lunghi periodi fuori dal Regno. Comunque sia, il problema non è questo.

Premesso che la mancata involontaria lettura di un fondamentale contributo può capitare a chiunque, un “auspicata” aggiunto a “visita” avrebbe forse aiutato a capire meglio l’incongruenza tra il 1822 presente nell’iscrizione tramandataci dal Cipolla e la sua assenza su quella del monumento (L’autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce). In parole povere: è pensabile che un simile monumento fosse realizzato senza l’intento di invitare, anche ad alcuni anni dal suo compimento, l’augusto dedicatario che non si sarebbe certo lasciato sfuggire, secondo un’abitudine inveterata e perseverante fino ai nostri giorni, una simile occasione? Che poi la speranza andò delusa perché il re aveva ben altri problemi che non fossero connessi con una banale diarrea è provato anche dall’assenza della notizia di tale vidita nei giornali dell’epoca.

Nessuno di questi studi, tranne l’accenno che ha fatto V. Cazzato sul catalogo Foggia Capitale. La festa delle arti nel Settecento (1998) ha messo in evidenza l’humus culturale dal quale proviene una proposta artistica del genere: questa è storia, storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet.

Di seguito il recensore si prolunga sull’humus egizio-napoleonico dell’obelisco che non contestiamo minimamente; aggiungiamo solo che esso, fatte le dovute tare stilistiche, non è affatto un fenomeno nuovo ma, tutt’al più, contingente, visti i famosi precedenti, solo per fare qualche esempio, di Sisto V con la sistemazione ad opera del Fontana degli originali egizi Vaticano (1586), Lateranense (1588), Flaminio (1589), di Pio VI  (con la sistemazione dell’originale egizio Montecitorio (1792). E, se gli esempi precedenti possono essere considerati come un recupero archeologico finalizzato alla celebrazione del potere ecclesiastico, l’obelisco carolino di Bitonto (iniziato nel 1736) ne costituisce il … contraltare laico. Insomma, l’humus evocato dal recensore era tanto banale che non ci è parso opportuno farne cenno. Per quanto riguarda, poi, la “storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet”: la tanto vituperata rete, e il suo uso critico, avrebbe consentito al recensore, “belleffatta” a parte, di riportare del padiglione e degli obelischi quanto meno l’olio di Salvatore Fergola (1799-1874) custodito nella Reggia di Caserta, e non l’anonima stampa mancante di qualsiasi indicazione relativa alla fonte. Dubitiamo che essa appartenga a qualche libro antico in vendita, magari, nella sua libreria e lo stesso dubbio formuliamo per l’immagine a corredo dell’articolo su Alberigo Longo, apparso, sempre a sua firma, sullo stesso numero; e, a proposito di numeri,  ci permettiamo di far notare che il simbolo del Bocchi di cui si parla e lì riprodotto non è il n. 147 ma il n. CXLV, come chiunque potrà controllare, sempre scomodando la rete, in https://books.google.it/books?id=JTi4-NPUQAYC&printsec=frontcover&dq=achille+bocchi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwikvOOy2PzWAhVMJcAKHbl1B94Q6AEIJjAA#v=onepage&q=achille%20bocchi&f=false.

E quindi, ogni tanto, bisogna studiare lontano dalla comoda, pigra e sviante postazione del proprio computer.

La raccomandazione finale della maestrina mal si concilia con l’assenza nella sua recensione di qualsiasi riferimento all’humus classico (non è questione di spazio …), ben più profondo ed antico di quello napoleonico orgogliosamente sbandierato; ma sarebbe pretendere troppo da chi probabilmente non conosce né il latino né il greco (tanto meno la storia delle rispettive civiltà), ma col suo belleffatta dimostra di non conoscere nemmeno l’italiano … “. E, a tal proposito, sempre sfruttando la rete, notiamo che belleffatto compare solo in Gian Gasparo Napolitano, Troppo grano sotto la neve, un inverno in Canada, Casa editrice Ceschina, Milano, 1936, p. 359 e in Marina Minghelli, I tossici, Armando Editore, Roma, 2008, p. 172. Non ci risulta che il Napolitano e la Minghelli abbiano acquisito autorevolezza tale da far entrare “belleffato” nel novero dei lemmi registrati anche dal più scadente dei vocabolari. Ci riuscirà il Maggi?   

2 Vedi Mario Falco, Il neo classico a Lecce, in La zagaglia, anno X, N. 38 (giugno 1968), p. 217.

3 Già poco dopo la sua realizzazione il monumento era stato oggetto di “attenzione” politica con manifestazioni vandaliche da parte degli antiborbonici. Sull’argomento vedi Nicola Vacca, I Carbonari e l’obelisco di porta Napoli, in Rinascenza salentina, anno II (1934), pagg. 158-160. Gli autori ringraziano la signora Mariagrazia Presicce per aver fornito la copia fotostatica dell’articolo de Il cittadino leccese.

4 Luigi Cepolla, nato nel 1766 a San Cesario di Lecce, era un avvocato, docente di diritto a Napoli,  con la passione dell’archeologia e dell’epigrafia. Ebbe l’onore di vedere esaminate le sue carte dal Mommsen e nello stesso tempo la sfortuna della stroncatura da parte del maestro tedesco che in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

Il giudizio negativo sull’attendibilità scientifica del Cepolla verrà ribadito successivamente da L. G. De Simone che in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese. Dello stesso parere Luigi Maggiulli e Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere. Il Castromediano ribadirà la stroncatura affinando la mira nella sua Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, p. 23 nota 1: … la sua [dell’obelisco] composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati. Anche se, come tenteremo di dimostrare, indecifrabili stramberie ci pare un po’ esagerato e se la celebrazione della componente cretese poteva forse avvenire in un modo meno prolisso, ci chiediamo, maliziosamente forse, se Coppola invece di Cepolla sia un refuso o una forma originalissima di damnatio memoriae, anche se una coppola vale certamente più di una cipolla …

Pure Nicola Vacca, op. cit. p. 159, era stato poco tenero con lui: Gli emblemi, i simboli dell’obelisco furono ideati ed illustrati stranamente dall’avv. Luici Cepolla.

Quanto ai brevi e pochi opuscoli, oltre la memorietta che citeremo in nota 3: Saggio d’idee filosofiche sopra la quistione più favorita del giorno. Qual è la migliore politica costituzione, Manfredi, Napoli, 1820;  Dissertazione sulla significazione del toro a volto umano usato comunemente per simbolo della Italia, della Sicilia, e di molte altre città greche in alcune loro più antiche medaglie, Nobile, Napoli, 1826; Saggio analitico di varii oggetti di morale, di scienze, di arti, e di bella ed amena letteratura, Chianese, Napoli, 1837; Breve componimento, Fratelli Cannone, Bari, 1841;  Breve cenno fugitivo della storia primitiva di Ugento, s. n., s. l., 1841 (?): Agesilao Milano: Storia del secolo XIX, Giuntini, Catania, 1862.

5 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827. Gli autori ringraziano Giovanna Falco peraverne fornito la copia fotostatica.

6 Carlo Maria Rosini, (1748-1836), vescovo di Pozzuoli dal 1797 fino alla morte, filologo. Ecco le sue benemerenze “laiche”: nel 1787 fu nominato da Ferdinando I titolare della Cattedra di Santa scrittura nella Regia Università di Napoli (in sostituzione di Nicola Ignarra nominato precettore del principe ereditario e poi re Francesco I), nel 1817 Presidente perpetuo della Società Reale Borbonica, nel febbraio 1822 presidente della Reale Biblioteca Borbonica, nel settembre dello stesso anno presidente della Pubblica Istruzione. Sterminata la serie delle sue pubblicazioni tra le quali spicca in campo scientifico Dissertationis isagogicae ad Herculanensium voluminum explanationem, Tipografia Regia, Napoli, 1797 (opera continuata dopo la sua morte dallo Scotti). Angelo Antonio Scotti (e non Scorti, come si legge nel libro del Palumbo) (1786-1845), arcivescovo di Tessalonica (dal 1843 fino alla morte), paleologo. Tra le sue numerose pubblicazioni, oltre la continuazione dell’opera del Rosini : Illustrazione di un vaso italo-greco del museo di mons. arcivescovo di Taranto, Stamperia Regia, Napoli, 1811; Memoria sopra un greco diploma esistente nel grande archivio di Napoli, s. n., s. l., 1813 (?); Dissertazione sopra un antico busto, Tipografia Trani, Napoli, 1815; Dissertazione sopra un antico mezzo busto falsamente attribuito ad Annibale cartaginese, Napoli, Tipografia Trani, 1816; Syllabus membranarum, Stamperia Reale, Napoli, 1824. I due si conoscevano e stimavano reciprocamente, stando a quanto si legge in Prospero De Rosa, Elogio istorico di Monsignor Carlo Rosini vescovo di Pozzuoli, Stamperia Reale, Napoli, 1841 (opera dedicata allo Scotti).

7 Questo elemento venne aggiunto dopo la cacciata dei Turchi (popolazione di cui la mezzaluna costituisce uno dei simboli)  ad opera di Alfonso d’Aragona nel 1481.

 

 

 

Una veduta neretina dell’antica Noyon

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il S. Eligio del pittore neretino Donato Antonio D’Orlando custodito a Nardò nella chiesa della Beata Vergine del Carmine ha ispirato il titolo di questo lavoro1 con un suo dettaglio, anzi con due. Il primo è rappresentato da un paesaggio, il secondo dal testo che vi si legge sovrapposto a mo’ di didascalia. Partiremo proprio da questo facendo notare la sua divisione in due spezzoni: a sinistra la CITTÀ DI NOVI, a destra OME IN BELGI2. La divisione ha lo scopo di evitare che la sovrapposizione invada fino a renderla illeggibile la figura del pastore e del secondo gregge che lo segue, dettagli il cui valore simbolico in riferimento a S. Eligio protettore dei maniscalchi e dalle miracolose capacità veterinarie (si ricordi il miracolo della zampa riattaccata al cavallo, cui allude, forse, proprio il cavallo scalpitante che si nota in basso a sinistra) è, sia pure indirettamente, indiscutibile. Il testo, dunque,  va letto continuativamente: CITTÀ DI NOVIOMI IN BELGI. Noviomi è l’italianizzazione di Noyon, la città appartenente in epoca romana alla Gallia belgica (da qui il successivo IN BELGI) e della quale, com’è noto,  S. Eligio fu vescovo. Il nome latino largamente attestato nel XVII secolo per Noyon  era Noviomum, come mostra, per fare un solo esempio, il Noviomi (genitivo locativo, dunque solo per puro caso formalmente uguale al Noviomi del dipinto) che si legge in Josephus Geldolphus a Ryckel, Vita S. Beddae, Typis Cornelii Coenestenii, Lovanii, 1631, p. 4213. Una forma femminile, Novioma, è attestata in epoca medioevale; per esempio: nel Chronicon Ecclesiae Sancti Bertini di Giovanni Iperio (seconda metà del XIV secolo) in Recueils des historiens des Gaules et de la France, a cura di Martin Bouquet, Aux dépens des libraires associés, Paris, 1741, v. III, p. 5814.

Largamente attestato è pure l’aggettivo Noviomensis, come per Nardò Neritonensis da un nominativo Neriton o Neritonum, da cui le forme volgari Neritone e Neritono. Anche per Novionensis uno dei tanti esempi è in un manoscritto del 1190 pubblicato in Martin Marville, Trosly-Loire ou le Trosly des Conciles, Typographie D. Andrieux, Noyon, 1869, p. 2365.

Quanto fin qui detto basta ed avanza per affermare che lo scorcio paesaggistico raffigurato è proprio una veduta di Noyon. La posizione della didascalia appare anomala, ma, d’altra parte, non poteva essere collocata in posizione diversa, come le altre che si leggono ai piedi del santo, le cui caratteristiche grafologiche non appaiono perfettamente compatibili con quelle della didascalia della veduta.6

È d’obbligo, giunti a questo punto, chiedersi se la rappresentazione è di fantasia o se il D’Orlando s’ispirò a qualche modello e, presumibilmente, a quale. Abbiamo condotto la ricerca su due filoni. quello delle opere pittoriche e quello delle opere a stampa cronologicamente compatibili con il pittore, tali, cioè, che potesse averle conosciute personalmente. Il primo non ha dato alcun esito (nel senso che non siamo riusciti a reperire neppure un dipinto raffigurante Noyon), le cose sono andate un po’ meglio con il secondo, che ci ha offerto i documenti che di seguito riproduciamo, lasciando, comunque, ad altri più esperti il giudizio di probabile plausibilità di rapporto con la veduta neretina.

Cominciamo con un’incisione di Joachim Duwiert (1580 circa-1648), del 1611, pubblicata in Alfred Pontieux, L’Ancien Noyon, A. Sevin & C., Chauny, 1912.

La seconda incisione è di Claude Chastillon (1559/1560-1616), topografo reale dal 1592.  Le sue incisioni sono custodite in parecchi musei prevalentemente francesi; questa fu pure pubblicata postuma, insieme con altre tavole, in Topographie françoise ou représentation de plusieurs villes, bourgs, chasteaux, maisons de plaisance, ruines et vestiges d’antiquitez du royaume de France, designez par dessunst Claude Chastillon et mise en lumière par Jean Boisseau, Paris, 1641. Di seguito il frontespizio e la tavola che ci interessa.

Dello stesso incisore è conservata a Noyon nel Musée Jean Calvin un’altra veduta.


Riportiamo, infine, per completezza documentaria un’ultima tavola, anonima, la cui data di pubblicazione non sembrerebbe compatibile con il D’Orlando. Tuttavia va detto che nulla esclude che detta tavola sia stata pubblicata sciolta precedentemente. È inserita in Les plans et profils de toutes principales villes et lieux considerables de France, Sebastien Cramoysi, Paris, 1638.

______________

1 Pubblicato in Decor Carmeli.Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò, Mario Congedo editore, Galatina, 2017, pp. 147-150.

2 M. Cesari in La Puglia il manierismo e la controriforma, a cura di Antonio Cassiano – Fabrizio Vona, Congedo, Galatina 2013, p. 255 la riporta, ma legge IMBELGI, ipotizzando che si tratti di una veduta di Nardò.

3 Hunc vitae canonem sequebantur olim Hospitalariae Parisiis et Noviomi in Francia … (Seguivano un tempo questo canone di vita le Ospitaliere a Parigi ed a Noyon in Francia).

4 Intereà decedente Achario Episcopo urbis Noviomae, ad Episcopatum eiusdem urbis venerabilis vir Mummolinus provehitur … (Frattanto alla morte di Acario vescovo della città di Noyon diventa vescovo della medesiuma città il venerabile uomo Mummolino …). Noviomae è genitivo di Novioma e, come giustamente fa notare in nota il curatore, Mummolino non subentrò ad Acario ma proprio ad Eligio, il futuro santo.

5 … ecclesie beate Marie Noviomensis … ( … alla chiesa della beata Maria di Noyon …).

6 Le tre didascalie del bordo inferiore sono prive di riquadri iconologici di riferimento e sono ancora visibili perfettamente le linee-guida.

Nella prima si legge: TRONCATI LI PIEDI DI QUATRO CAVALLI,/[LA] BENEDITIONE LI FÈ SANI; segue un segno interpretabile come un adattamento rettilineo del lau buru (la croce basca), un altro che raffigura un animale (si direbbe un cane) e un altro ancora, articolato in due elementi, di problematica lettura, anche se ci potrebbe essere una valenza araldica. Tuttavia non è da escludere che la sua funzione sia puramente decorativa e che i segni finali delle due altre didascaklie ne rappresentino la progressiva semplificazione. Nella seconda: S. ELIGIO, FÀ TRONCARE IL PIEDE D’UN CAVALLO DEL RÈ DAL/MINISCALCO, CH’ERA FEROCISSIMO LO FÈ SANO ET HUMILE; segue un segno per il quale vedi la precedente didascalia. Nella terza: S. ELIGIO, PREGATO DA MOLTI MASSARI, ET MOLI/SANITÀ AL LOR BESTIAME; segue un segno che appare come l’estrema semplificazione di quello finale della prima didascalia; MOLI e lo spazio libero all’inizio di quest’ultima’ultima didascalia potrebbe essere un indizio, più che della mutilazione, dell’incompiutezza dell’opera.

 

Pubblicato nel volume “Decor Carmeli”:

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

Intervista a Elio Ria, autore del libro “In nome del prete”

 ria

a cura di Marcello Gaballo

 

Elio Ria è poeta e saggista, studioso di letteratura francese e poesia contemporanea. Nella sua attività ha sempre privilegiato il rapporto con il Salento: terra colorata, che raggruma esperienze sensoriali e spirituali vibranti nel fondo dell’anima. Tante le pubblicazioni in cui il Salento è messo a nudo sotto la lente dell’Autore, si ricordano tra le altre: Nostro ulivo quotidiano e Il dire ulteriore. Immagini e parole, entrambe curate e pubblicate da Fondazione di Terra d’Otranto, nelle quali esprime anche la doglianza di un popolo che non sa preservare il proprio ambiente dalle contaminazioni di ogni genere, mettendo a rischio la bellezza di una terra, dove ormai impera il diritto di trasformare ogni cosa in consumo turistico, a scapito delle vere tradizioni e della cultura salentina. In molte circostanze è una voce fuori dal coro, in controtendenza alle forme scritturali e pensanti di chi vuole fare del Salento tutto: mercanzia culturale, trasformazione dei luoghi in isole di divertimento, false rimescolanze di tradizioni per edificare industrie turistiche.

Il suo Salento, o meglio la sua idea di Salento è di ricercare nel passato la propria identità, rafforzarla e adattarla con misura nel segmento della contemporaneità, senza eccessi, con doviziosa moderazione di non alterare ciò che sono stati i costrutti della tradizione. In questo contesto, si può inserire il suo ultimo libro In nome del prete, edito da Terra d’ulivi, in cui oltre a dare una disamina della nostra società, parla di un prete che per cinquant’anni svolge la sua attività sacerdotale prima nella città di Nardò e poi a Tuglie (suo paese natio).

Il libro attraverso varie angolature disegna il ritratto del prete, capace di stabilire – almeno nelle piccole comunità del Salento – un rapporto di fede e di fiducia, non una celebrazione di un prete, soltanto un invito a riconsiderare l’uomo in relazione con gli altri ma soprattutto con Dio.

  1. Cosa c’entra il prete con i tuoi interessi letterari?

Il Salento è a immagine del prete. Ogni paese vive in funzione della propria religiosità che – faticosamente ha saputo costruire nel corso dei secoli – con le sue processioni, liturgie e devozioni. Il prete, la chiesa, il campanile, le piazze, le confraternite esplicano la vitalità di una comunità sempre alla ricerca di un appoggio per superare le crisi, le incertezze della vita. Lo scrittore ha anche il dovere di porre attenzione alla cosiddetta ‘letteratura circostante’ per raccontare dettagli, frammenti, ma anche grandi cose che generalmente la letteratura ‘in senso forte’ tralascia.

 

Chi è Don Emanuele Pasanisi

Un prete come tanti altri, diverso come molti o pochi, con una spiccata propensione alla perfezione della liturgia che magnifica Dio. Un prete che nel corso della sua attività non ha mai abbandonato il suo desiderio di servire Dio, fedele all’insegnamento di un grande maestro, Mons. Antonio Rosario Mennona, (Vescovo emerito della Diocesi di Nardo-Gallipoli, deceduto nel 2009), mite e premuroso, colto ed interlocutore con la società e la cultura.

 

La cultura cristiana ha un futuro?

Sì, certamente, a condizione che non sia una cultura egemone, ma in costante dialogo con le culture, portando la sua specificità e al contempo arricchendosi con tutto il buono che offrono le altre culture.

 

Qual è il segreto per comprendere il mondo?

Ogni tanto, chiudersi in sé stessi e aprire una finestra sul mondo.

L’introversione, considerata appannaggio esclusivo dei timidi, dei poeti, degli insicuri, nasconde invece un affascinante mistero della vita. Chiudersi in sé stessi per poi aprirsi al mondo con occhi rivitalizzati, ben disposti a cogliere le sfumature della vita in contrapposizione all’egocentrismo, che impedisce sistematicamente la possibilità di analizzare cose e pensieri che ci riguardano.

La società per convenienza ha deliberato il suo futuro con il pensiero dominante di omologazione, svendendo la propria interiorità. Il compito dello scrittore non è di fare la morale, né di dare indicazioni strategiche per capire le cose del mondo, può fornire al lettore elementi analitici narrativi per una induzione qualitativa alla riflessione.

 

Ritornando al tuo libro, il prete oggi come dovrebbe essere?

Il prete è un uomo che ha studiato per fare il prete. Ha bisogno anche lui di una comunità che lo sostenga e lo supporti nella sua attività di pastore, allo stesso modo di Dio che ha bisogno degli uomini. Non è un compito facile il suo in una società in cui i cambiamenti sono repentini e fortemente influenzati dal nichilismo e dalla voglia di arraffare tutto il piacere possibile in breve tempo. Un inferno la nostra società, contraddistinta da una scarsa attenzione all’uomo e a Dio. Il prete deve comprendere ma al contempo agire con fermezza attraverso la parola di Dio a far crescere la fede e il sentimento di amore verso sé stessi e il prossimo. Guida e sostegno a quel cambiamento esistenziale che definisce la nostra persona, sia in termini di unicità che di appartenenza comunitaria.

 

Come definiresti la società odierna?

Sfiduciata e caratterizzata da uno stato di precarietà esistenziale. Indifferente alla propria tragedia di autodistruzione. Incapace di elaborare un presente che sia equilibrio di sostanza e di spirito per un futuro dignitoso.

 

Papa Bergoglio è un papa innovatore?

Papa Francesco esercita il potere con sicurezza. Mira essenzialmente a muoversi verso una Chiesa più compassionevole e meno attaccata alle regole. Difensore dell’ambiente e di poveri. Attento osservatore della realta e della vita dell’uomo:

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (24 gennaio 2017)

 

Come giudichi il tuo libro?

Dovrà giudicarlo il lettore. In questo libro ho cercato di radiografare un’idea di parrocchia e di vita della comunità, affinché i cristiani non si accontentino di sfiorare la religione con la presenza saltuaria a qualche rito festivo. Ci vuole più impegno e più passione. Il torpore esistenziale, di cui tutti siamo vittime, ha assunto una rilevanza nell’agire umano molto preoccupante. Vi è la necessità di svegliarsi e di decidere di fare finalmente qualcosa di buono per noi e per tutti coloro che verranno. In fondo non mettiamo mai in discussione noi stessi, non riflettiamo spesso sul fatto che, con i nostri comportamenti, noi stessi tolleriamo e ogni tanto agevoliamo direttamente la corruzione, il malaffare, l’ipocrisia, l’indifferenza verso i valori umani, civili e religiosi, l’invidia, l’arrivismo sociale.

Ecco, ho pensato di potere dire qualcosa che possa dare una svolta al nostro cammino di prepotenza e di superbia.

 

Quando verrà presentato ufficialmente il libro?

A Tuglie, il 18 settembre 2017, nella chiesa della Madonna del Carmine, con la partecipazione di S.E. il Vescovo Mons. Fernando Filograna, Padre Roberto Francavilla e Giuseppe Mormandi.

L’affresco di Sant’Agostino nella cattedrale di Nardò

s. agostino1

 

di Marcello Gaballo

Sul secondo pilastro della navata centrale della cattedrale di Nardò è riprodotto uno dei più belli affreschi dell’ edificio: Sant’Agostino vescovo (13) (sec. XV), di m. 2,50×0,88.

Indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illegibile[1], retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione posta ai lati del capo (da un lato S. e dall’ altro AU.S/ TIN) attesta il Santo.

”L’ affresco fu descritto dal De Giorgi il quale non ne diede un giudizio critico. La qualità della pittura è notevole e si nota soprattutto una gran cura nella descrizione delle stoffe preziose e nella scelta dei colori che non hanno note squillanti. La ripresa di uno schema ancora rigidamente frontale e la mancanza dell’ elemento architettonico, tipico degli affreschi tardo-quattrocenteschi, potrebbe far risalire ai primi anni del secolo XV”[2].

s. agostino

 

[1]Su cui il De Giorgi lesse, a caratteri gotici: Iuste/ et cas/ te viv/ere et/ xarita (te) (Ibidem, p. 266).

[2]  (dalla scheda della Soprintendenza).

 

Per avere una immagine ad altissima risoluzione con gigapanofrafia si veda il sito

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=38&x=3125&y=3885&z=5

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Abbazia di S. Maria di Cerrate, commenda dell’ospedale degli Incurabili di Napoli

Facciata dell'abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)
Facciata dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

 

di Marcello Gaballo

Si propone un interessante e poco noto stralcio che fu pubblicato da Eugenio Tortora nel suo volume Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli, edito a Napoli da A. Bellisario & C. e stampato presso la tipografia De Angelis a Portamedina alla Pignasecca, 44, nel 1890.

Tra le più importanti istituzioni della città di Napoli vi furono senz’altro la Casa Santa all’Annunziata e l’ospedale degl’Incurabili, uno dei più importanti d’Europa.

Lo aveva fondato Maria Richenza moglie di Giovanni Lonc (Longo), ministro di Ferdinando il Cattolico, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, miracolata da una paralisi insorta a seguito di somministrazione di veleno datole da una cameriera. Dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, nel giorno di Pentecoste dell’anno 1519, fu guarita, e per ringraziamento fece voto che avrebbe servito gli infermi per il resto della sua vita.

Non ritenendo sufficienti le strutture già presenti in Napoli, nel 1521 decise di fondare, a proprie spese, una casa di cura in contrada sopra Santo Aniello.

Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che poi fu anche uno dei Governatori. Per la sua specializzazione, l’Ospedale era riservato esclusivamente a pazienti affetti da patologie all’epoca considerate “incurabili”.

Sant’Alfonso de’ Liguori, durante una visita agl’Incurabili, sulle scale principali fu colto da una visione divina che lo spinse a entrare nella Compagnia di Santa Maria Succurre Miseris che svolgeva il suo ministero nell’Ospedale, assistendo spiritualmente i condannati a morte che venivano poi trasportati, dopo l’esecuzione, agl’Incurabili.

Il pontefice Clemente VII, oltre a numerosi privilegi, donò anche un’Abbadia o Commenda in provincia di Lecce, considerata del valore di circa settantamila ducati.

Nel predetto volume del Tortora, alle pagine 66-67, nel rendicontare i beni della Casa degl’Incurabili nell’anno 1801, viene descritta tale commenda (pag. 77 a 79 — Rubrica XII), titolandola “Dell’Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de’ suoi poderi, effetti, e rendite”.

L’abbazia, oggi denominata di Santa Maria di Cerrate, fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, è posta sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, e rappresenta uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.

Di proprietà della Provincia di Lecce, nel 2012 è stata ceduta con una concessione trentennale al FAI (Fondo Ambiente Italiano), che la gestisce.

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Loggiato dell’abbazia di S. Maria di Cerrate (ph Francesco Guadalupi)

Si riporta l’atto, dal quale si desumono importanti informazioni sul bene:

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l’Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell’anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de’ Governatori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un’ amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall’intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parascandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de’ territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all’Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de’ Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett’Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a’ Signori Cardinali, e l’ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l’Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell’anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII.

E perché allora il nostro nascente Ospedale degl’Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poteano stare a mantenere il numero de’ poveri infermi, che giornalmente cresceva, stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a’ poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua, ed accordato a titolo di elemosina all’ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla, spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a’ 2. Gennaio 1532, dall’Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a’ 18. Gennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett’Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll’inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l’Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de’ Sagramenti; a’ quali pesi non è obbligata l’Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall’Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell’Abbadia.

Vi è anche un’altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L’erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun’anno, ad elezione dell’Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l’anno.

Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s’imprese, nel 1602, l’esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se ne ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte olivetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4……………………………………… tt. 739 1|4
Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi, e Squinzano, che in tutto sono della capacità di…………………………………………………..tt.3573 1|2  
Unita dunque tutta l’estenzione e capacità de’ territorj demaniali e decimali di detta Abbadia, forma in unum…………………………………………………….. tt. 4312 3|4  

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l’annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell’anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l’annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201, ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell’olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante…. 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne’ rispettivi tenimenti ove sono accatastati i poderi“.

 

Per le note storiche, altri approfondimenti e la galleria di immagini rimandiamo all’ottimo lavoro di Brundarte, che qui si ringrazia per le foto concesse:

https://brundarte.wordpress.com/2013/11/29/abbazia-di-santa-maria-di-cerrate-squinzano-le-prima-parte/

 

[1] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[2] Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell’Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

[3] 1552 secondo quanto riportato nel sito dell’Archivio di Stato di Napoli.

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_degli_Incurabili

[5] http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/siasTo-xDams.html?theDb=asnaAutherEnti&resource=0000000542

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santa_Maria_a_Cerrate

Copertino si scopre casa delle Sibille

una delle Sibille in S. Maria di Casole
una delle Sibille in S. Maria di Casole

 

di Pier Paolo Tarsi

Copertino si riscopre in possesso di un altro tesoro: il volto delle Sibille di Santa Maria di Casole! C’è sempre un enigma misterioso da svelare quando si tratta delle celeberrime profetesse, vergini che da millenni affascinano la cultura occidentale, dalla Grecia classica a noi, passando per la civiltà romana e la cristianità medievale e moderna. In effetti, risulta già inspiegabile capire come sia potuto sfuggire a tutti gli osservatori, storici e ricercatori locali, l’unicità che hanno invece colto ed evidenziato con questo studio Marcello Gaballo, medico e storico dell’arte locale, e il professore Armando Polito, entrambi colonne portanti della Fondazione Terra d’Otranto.

Grazie proprio al loro sguardo particolarmente attento, da oggi Copertino può vantare una eccezionalità che può divenire, se opportunamente divulgata e valorizzata con politiche culturali serie e a lungo raggio – ossia non estemporanee ma continuative, ben progettate e strutturate -, una ulteriore e nuova ragione per collocare di buon diritto Copertino nel circuito delle mete obbligate nei tragitti turistico-culturali e artistici del Salento e della Puglia.

il convento di Casole a Copertino
il convento di Casole a Copertino

 

Ci auguriamo che i nostri amministratori e gli operatori del settore turistico sappiano cogliere la preziosa opportunità che questa rivelazione apre al loro operato e al nostro territorio. Per dare una concreta idea del perché Santa Maria di Casole possa apparire oggi così speciale, basti pensare che, allo stato attuale delle conoscenze, su tutto il territorio pugliese non sono noti altri cicli completi delle 12 Sibille della tradizione. Anche a livello nazionale possiamo vantare la rarità dell’esempio di Casole: in mancanza di un censimento nazionale ufficiale che ci restituisca un quadro definitivo, pare dobbiamo giungere a Salerno o fino a Bergamo per poter scrutare il fascino affrescato che emana dal ciclo completo di tutte le 12 profetesse. Sappiamo invece ora con certezza che la famiglia al completo delle Sibille ha una casa anche in Puglia, precisamente a Copertino!

Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Al di là di questa importante e significativa segnalazione, già di per sé sufficiente a far comprendere la rilevanza del luogo e la necessità di scommettere sul fascino attrattivo di Casole – per esempio, riportando quanto prima alla luce tutto il corredo pittorico -, lo studio di Marcello Gaballo e Armando Polito evidenzia anche l’altissimo livello culturale della comunità religiosa che animava il luogo. Ne offrono prova la quantità e la rilevanza dei libri che appartenevano al Convento, parte dei quali si trova oggi nella Biblioteca Vergari di Nardò, i cui frontespizi sono peraltro riprodotti nel testo. Che sia proprio Casole, col suo fascino sibillino, uno degli snodi patrimoniali per rilanciare il potenziale attrattivo di questa città, favorendone un percorso di sviluppo turistico da far lievitare intorno alle inattese nuove risorse?

Questo luogo che ha rappresentato nei secoli un importante volano della cultura, oggi, mentre se ne svelano ulteriori valenze storiche e unicità artistiche, si candida infatti a divenire fonte e impulso di nuovo vigore per l’economia del territorio. Varrebbe dunque la pena investirci per renderlo uno degli altari su cui il nostro passato può celebrare il lascito del testimone ad un futuro sostenibile, tutto ancora da progettare e scrivere tanto per Copertino quanto per il Salento. Dipende solo da noi e dall’intelligenza politica locale a questo punto; la storia, come ci mostra egregiamente questo studio, ha già fatto ampiamente la sua parte, al punto che ci sorprende ancora con eredità di cui non eravamo nemmeno consapevoli. Ora è nostro compito saperle raccogliere, preservare e valorizzare in tutta la loro rarità.

Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole
Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole

Santa Maria di Casole a Copertino e le sue Sibille

copertina sibille

L’ultima fatica della Fondazione Terra d’Otranto riguarda Copertino e il suo convento di Santa Maria di Casole, che ospita nella sua navata sinistra un ciclo completo delle 12 Sibille, come in nessun altro luogo della provincia e forse della Puglia.

Edizione in tiratura limitata, non in commercio, riservata ai soci e alle biblioteche, brossura, formato A/4, 324 pagine, con centinaia di illustrazioni di Sibille nella storia dell’arte.

 

il convento di Casole a Copertino
il convento di Casole a Copertino

 

Dal capitolo II del volume:

La storia di Casole[i] è lunga e travagliata e la leggenda vuole che essa sia stata fatta edificare e donata ai monaci basiliani dalla gente del posto. La conquista normanna rase al suolo l’abitato e parte del convento rispettando solo la chiesa; e qui c’è un buco di quattro secoli, cioè dalla partenza dei basiliani fino al passaggio ai francescani al principio del secolo XVI. È legittimo supporre che poco prima la chiesa e il convento fossero stati completamente rifatti dalla munificenza della famiglia Castriota. Alla fine del XVI secolo Casole passò ai frati riformati che dal 1622 apportarono trasformazioni radicali anche all’interno del tempio. Altri cambiamenti si susseguirono nel corso del secolo successivo finché, con la soppressione del 1812, iniziò l’abbandono[ii].

La valenza culturale del convento, per quanto non in grado di competere con quella dell’omonimo otrantino è testimoniata dalla presenza di testi di rilievo, alcuni dei quali, poi, confluirono nella Biblioteca Vergari di Nardò, con annotazione della provenienza[iii]. Di alcuni di loro si tratterà in apposito capitolo.

Nel passare alle Sibille ci pare doveroso e corretto sottolineare che il nostro intento è solo documentario, per cui non ci avventureremo in tentativi di comparazione, tanto meno con lo scopo di far emergere per questo ciclo (che, comunque, ci sembra da collocare nella temperie barocca[iv]) un pregio artistico improbabile (sarà per questo che in nessun testo riguardante la chiesa non compare nemmeno un cenno a questo ciclo di pitture?[v]) non solo per lo scadente stato di conservazione che in Italia, purtroppo, costituisce in molti casi un alibi per riservare a queste testimonianze del passato la considerazione di solito riservata, questa volta giustamente, alle croste riconosciute come tali.

una delle Sibille in S. Maria di Casole
una delle Sibille in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Le nostre Sibille sono ubicate nella navata sinistra e ne sono visibili dieci.

Delle quattro raffigurate negli spicchi della volta solo due, cioè la Samia e l ‘Eritrea, sono visibili, delle rimanenti (sicuramente, per esclusione, la Libica e la Persica) sono leggibili pochissimi lacerti, insufficienti, comunque, ad identificarle singolarmente.

In totale, dunque, dodici: un hapax di sopravvivenza per il Salento, per il deterioramento subito dalla presumibile rappresentazione del tema nelle testimonianze pittoriche oggi solo parzialmente leggibili in altre fabbriche (per esempio: nella cappella dei Tolomei nel convento di Santa Maria la Nova a Racale e nella cappella di Santa Caterina dei Francescani Neri a Specchia[vi].

Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)
Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)

Non è da escludere l’esistenza, in passato, di cicli completi andati poi in parte o totalmente perduti. Quella di Casole rimane, comunque, una testimonianza in comune con non molti altri esempi, tra cui spicca quello della chiesa di S. Bernardino (XVI secolo) a Lallio, in provincia di Bergamo, quello della chiesa di S. Maria del Carmine a Contursi in provincia di Salerno e, su un supporto diverso, quello del santuario della Madonna del Castello nel comune di Almenno San Salvatore, sempre in provincia di Bergamo.di capitolo IV), per cui la lacuna va integrata con e virgine absque umana corruptione (da una vergine senza umana corruzione).

 

 

Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole
Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole

 

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[i] Ci permettiamo di correggere un’imprecisione del bel saggio di Cosimo Franco, Santa Maria di Casole tra storia di ieri e cronache di oggi, Edi/Storia 3, Copertino, 2011, dove a pag. 66 si legge parola greca che significa Casupole; in realtà casulae, con lo stesso significato, è parola tutta latina, diminutivo di casa. il greco κάσα di Ateneo, scrittore di meccanica militare del III-II secolo a. C., è lezione dubbia. Comunque, anche se non lo fosse stato, nulla sarebbe cambiato, perché il suffisso diminutivo di casulae è tipicamente latino (cfr. arèola=cortiletto, diminutivo di àrea=spazio libero senza edifici; cùpula=cupola, diminutivo di cupa=botte, etc. etc.).

[ii] Per un dettagliato e documentato excursus sulle vicende storiche della Chiesa e dell’annesso convento vedi F. B. Perrone, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), Congedo, Galatina, 1981-1982, vol. I, pagg. 83-110 e Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit.

[iii] Nell’archivio della Basilica Collegiata di Copertino Santa Maria ad nives è custodito un inventario, comprendente anche i libri (326 volumi) , redatto il 18 dicembre 1818 nel corso della soppressione del convento; l’inventario è stato pubblicato da Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit., pagg. 251-259.

[iv] Tutte le pitture del tempio furono già ascritte dal De Giorgi al XVII secolo (C. De Giorgi, La provincia di Lecce, II, Spacciante, Lecce, 1884, pag. 333).

[v] Nemmeno nel saggio di G. Palumbo, Santa Maria di Casole presso Copertino, in Arte cristiana, t. XLVII (n. 7 e 8, luglio-agosto 1959) pagg. 143-147.

[vi] Si ringrazia Stefano Cortese per la segnalazione della loro presenza nelle due fabbriche e per le foto, sue, gentilmente concesseci.

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Nardò. Una discutibile rampa a ridosso della chiesa dei Paolotti

di Marcello Gaballo

E’ stato subito allarme generale tra la popolazione più sensibile nel rilevare la rampa per i diversamente abili realizzata in questi giorni a ridosso del prospetto laterale della chiesa di San Francesco da Paola, nota come “Paolotti”, su Via Roma, nelle vicinanze del Castello e Municipio.

1

Il progetto, in cantiere da diversi anni, ha trovato i nulla osta necessari da poco tempo, tanto da consentire l’avvio dei lavori per la realizzazione della rampa, al fine di eliminare le cosiddette barriere architettoniche, e il rifacimento del piazzale antistante.

Nessun commento o parere per la sistemazione di quest’ultimo, che non mi compete e che saranno i cittadini a giudicare se in sintonia con il luogo e la storia del posto. Su questo comunque si affacciano il convento secentesco dei frati Paolotti, una attività commerciale (su preesistenze dell’antico convento) e la facciata della chiesa con la sua scala (degli inizi del secolo scorso).

Fatto salvo ogni rispetto e sempre auspicata la giusta attenzione per chi trova difficoltà motorie per accedere al luogo di culto, tuttavia è inevitabile porsi il dubbio se in questi casi occorre venire incontro alle necessità del diversamente abile o privilegiare la tutela e la conservazione dell’immobile, in tal caso deturpato nel suo aspetto esteriore a causa della costruzione che si sta effettuando a ridosso della chiesa. In parole povere, si deve tutelare il monumento o la persona?

2

Si è ben consapevoli che gli edifici di culto (chiese, moschee, sinagoghe o qualsiasi altro ambiente destinato al culto) devono essere visitabili o perlomeno prevedere una zona riservata facilmente accessibile per assistere alle funzioni religiose, come previsto dall’art. 3 del D.M. LL.PP. 236/1989). La normativa vigente prescrive, infatti, per i luoghi di culto il requisito della visitabilità. Ma è anche vero che l’art.19, comma 3, del D.P.R.503/96 recita: “la deroga è consentita nel caso in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per valori storici ed estetici del bene tutelato; in tal caso il soddisfacimento del requisito di accessibilità è realizzato attraverso opere provvisionali ovvero, in subordine, con attrezzature d’ausilio e apparecchiature mobili non stabilmente ancorate alle strutture edilizie. La mancata applicazione delle presenti norme deve essere motivata con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio”.

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Non voglio addentrarmi nello specifico, perché vi sono gli specialisti della materia che sanno bene cosa può essere fatto e cosa va evitato, vista anche l’abbondante letteratura in merito.

Nel caso specifico, fermo restando che non so quanti diversamente abili abbiano effettiva necessità di accedere proprio in quella chiesa, avrei immaginato una soluzione diversa. Mi viene in mente un’apparecchiatura mobile di limitate misure sul lato opposto della facciata o, più semplicemente, un accesso riservato ai soli impossibilitati dal retro della chiesa, in corrispondenza della sagrestia, da dove accede il parroco o altri parrocchiani.

La doppia rampa, posta sul già ridotto marciapiede (le foto sono eloquenti) mi pare di ostacolo ai pedoni. E dunque potrebbe nascerne un altro problema, che saranno i tecnici ad affrontare.

Lungi dalla polemica, anche perché conosco bene l’amico direttore dei lavori e il parroco, questa mia è solo per augurare una revisione immediata del progetto (mi riferisco alla sola rampa), studiando soluzioni alternative che comunque impediscano quelle non stabili, addirittura ancorate all’edificio settecentesco.

L’appello perciò al parroco e al consiglio pastorale, che immagino hanno voluto e predisposto questa soluzione, affinchè pensino a situazioni reversibili o ad una piattaforma elevatrice o ad altre soluzioni che i tecnici ben conoscono e che non dovrò certamente qui indicare. Purchè non siano contraria alla conservazione, al decoro e alla visibilità della Chiesa, quindi con pari dignità di rispetto per l’immobile e per tutti i possibili fruitori della chiesa.

Note sulla chiesa dei Paolotti a Nardò

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di Marcello Gaballo

Sorta su una preesistente chiesetta dedicata a S. Maria di Costantinopoli o del Canneto, fu ricostruita dal duca di Nardò Belisario II Acquaviva d’ Aragona (1569-1623), figlio di Giovanbernardino II, per un evento prodigioso occorso nella sua vita tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, nel giardino annesso al castello ducale.

Lo conferma un atto notarile conservato nell’ Archivio di Stato di Lecce, del notaio Pietro Torricchio, in cui si legge che lo stesso duca Belisario “…tenere et possidere in burgensaticum… jardenum unum cum arboribus communibus et cannito et cum ecclesia sub titulo S. Maria de Costantinopoli, existente intus eodem jardenum, in latere versus boream, et de novo aedificata cum maiori parte espensarum ipsius ducis, sita extra et prope menia et castrus eiusdem civitatis, iuxta tres vias publicas et terras mense episcopalis neritonensem…”.

La chiesa era perciò di patronato della famiglia Acquaviva e lo stesso duca aggiunge nel documento “pro salute eius anima, constituere, erigere et fundare quoddam beneficium ecclesiasticum perpetuum sub titulo S. Maria de Costantinopoli in ecclesia predetta…”.

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interno della chiesa con la tomba di Giovan Bernardino Tafuri

 

Che la chiesa fosse preesistente al convento lo si rileva in un atto notarile del 1606, quando Gio. Battista Serpante da Forlì annulla il suo lascito del 1/7/1606 ad Alessandro delli Falconi, a favore della chiesa di S. Maria di Costantinopoli “extra moenia in jardeno Ducis”. Già nel 1573 la chiesa risulta comunque esistente, sempre dedicata a S. Maria di Costantinopoli. Secondo il Moroni i frati si insediarono a Nardò durante l’episcopato di Girolamo De Franchis (1617-1634).

Ciò che oggi si vede fu ricostruito nel 1745, essendo crollata la maggior parte della struttura originaria per il terremoto del 1743. Ciò è ricordato da un’ epigrafe (DOM/ TEMPLUM HOC/ X. CAL. MARTIAS ANNO D.NI MDCCXLIII/MAGNO CIVITATIS EXCIDIO TERRAEMOTU EVERSUM/ NERITONORUM PIETAS/ S. FRANCISCI PAULANI PATRONI PRAESENTISSIMI/ INNUMERIS COMMOTA MIRACULIS/ A FUNDAMENTIS RESTITUIT/ FRATES MINIMI NE POSTEROS LATERET BENEFICIUM/ GRATI ANIMI MONIMENTUM POSUER./ ANNO MDCCXLV).

A ridosso c’era il convento dei Minimi Riformati o Paolotti, che si stabilirono nel convento nel XVII sec. per restarvi sino al 7/8/1809.

La chiesa, con pianta a croce latina, fu consacrata nel 1706 dal Vescovo Fortunato, ma fu in buona parte ricostruita dopo il terremoto del 20 febbraio 1743, forse nel 1749, quando fu riedificata la sacrestia da Mons. Carafa e suo fratello Antonio, come ricorda l’ epigrafe che ancora si vede.

Il prospetto, sobrio ma elegante e slanciato, secondo il gusto dell’epoca, presenta paraste lisce con capitelli adornati da volute. Sui gradini posti all’ esterno della chiesa è visibile l’ insegna dei frati (sole raggiante caricato della parola CHA-RI-TAS).

altare di San Francesco da Paola
altare di San Francesco da Paola

 

Degno di particolare nota è il bellissimo altare di S. Francesco da Paola, nel transetto destro, realizzato dallo scultore di Alessano Placido Buffelli, e qui trasferito dalla Cattedrale, ove era dedicato a S. Francesco di Sales. Presenta triplici colonne a spirale, con un incredibile animazione di putti in differenti pose. Nella parte superiore vi è la nicchia con la statua del Santo titolare e l’ insegna dei frati, mentre inferiormente sono impresse le armi dei nobili Montefuscoli.

Altrettanto notevoli, dal punto di vista artistico, la tela posta a lato di questo altare e l’affresco originario della Madonna di Costantinopoli. Sempre qui è presente la tela di S. Nicola Pellegrino, del 1615, di Donato Antonio d’ Orlando.

particolare dell altare di S. Francesco da Paola
particolare dell altare di S. Francesco da Paola

 

Sulla chiesa si veda anche:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/20/1607-lavori-nella-chiesa-di-s-francesco-da-paola-in-nardo/

La Fondazione Terra d’Otranto è lieta di partecipare la nascita di ….

La riproduzione anastatica di un libro antico è di per sé un’iniziativa editoriale meritoria per due buoni motivi. Anzitutto perché riporta nel circuito della memoria qualcosa che aveva visto progressivamente ridursi la sua fisicità ad oggetto da antiquariato; e poi perché si tratta, visti anche i tempi che stiamo attraversando e la scarsa importanza che alla cultura viene attribuita, di un’operazione-coraggio, che farà di un oggetto raro un prodotto di nicchia dalla tiratura limitata e dall’incerto beneficio economico.
Libera da quest’ultima preoccupazione, la Fondazione Terra d’Otranto presenta la sua più recente neonata (aprile 2016):  la riproduzione anastatica di un testo del 1620, cioé del Trattato delle piante & immagini de Sacri Edifizi di Terra  Santa di Bernardino Amico da Gallipoli, con introduzione e note di Marcello Gaballo ed Armando Polito. Il testo è impreziosito dal corredo di ben 47 tavole incise dal Callot su disegno dell’Amico (di seguito la n. 2).

Al di là dei meriti generali espressi all’inizio, questa pubblicazione ha un valore affettivo particolare, ancor più per Nardò, in quanto è, per così dire, la celebrazione di un quasi insperabile ritorno a casa, cioè  del recupero di un testo trafugato negli anni ’70 dalla biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” ad opera di un prelato che aveva un perverso senso del concetto del prestito, per cui l’Amico ritrovato del titolo della prefazione non è un semplice gioco di parole, ma l’affettuoso bentornato ad una parte del nostro patrimonio, checché si pensi,  più importante: quello culturale.

 

Vedi anche:

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Nardò| Quell’antichissima prece di ferragosto

assunta

di Marcello Gaballo

Non è ancora a me chiaro se l’antichissima tradizione ferragostana del popolo di Nardò sia esclusiva di questa città o anche di altre nel Salento.

E’ una prece, nota come li Centu Cruci, tramandata oralmente tra le generazioni ed oramai sconosciuta alla maggior parte, il cui pensiero è occupato da ben altro per l’inevitabile modernità dei tempi e per l’evoluzione dei costumi.

Mi è stata inviata proprio ieri dai miei congiunti ed è bene trasmetterla per non smarrirla (un ringraziamento dunque a Roberta Giuranna e Fernanda Fiore per averla recuperata).

Le donne neritine erano solite recitarla il 15 di agosto, giorno dedicato alla memoria della Vergine Assunta che si celebra in Cattedrale, alle 15 di pomeriggio, dopo essersi radunate con i propri cari e con i vicini, sciorinandola tra una “posta” e l’altra del Rosario:

Pensa anima mia ca ha murire,

la valle ti Josefat imu scire truare

e lu nimicu nanzi ndi ‘ole issire.

Fermu nimicu,

no mi tentare no mi ‘ffindire

ca centu cruci mi fici an vita mia

lu giurnu ti la Vergine Maria.

Mi li fici e mi li scrissi,

parte ti l’anima mia tu no nd’abbisti.

Naturale porsi la domanda perché questa preghiera osservasse questa rigorosa data e dunque potesse recitarsi solo il 15 agosto e non altri giorni dell’anno, visto che non sembrano esserci rimandi all’Assunta.

L’unico motivo che ci pare plausibile era collegato al particolare giorno, l’unico in cui tutti i sacerdoti, monaci, chierici, diaconi e suddiaconi, dovevano convenire nella città di Nardò, sede della diocesi, per prestare l’antichissimo e solenne rito dell’obbedienza.

Il rito dapprima si doveva prestare all’abate benedettino, che reggeva il monastero neritino, poi (dal 1413) al vescovo della diocesi di Nardò in occasione della festività dell’Assunzione della Beata Vergine, titolare della Cattedrale neritina (15 agosto)[1], secondo i decreti della Sacra Congregazione dei Riti.

Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

 

[1] Nello stesso giorno l’abate, e poi il vescovo di Nardò, dava mandato ad un ecclesiastico per ricoprire la prestigiosa carica del Maestro del mercato (Magister Nundinarum), ossia il responsabile della antichissima fiera cittadina, che durava ben otto giorni. Questi aveva potestà di giurisdizione civile su cittadini e forestieri, stabiliva i prezzi delle merci esposte, risolveva liti e percependo l’emolumento stabilito dalla Curia vescovile. La nomina, coincidente con l’inizio del mandato, dapprima si conferiva durante i Vespri della vigilia della festa dell’Assunta (14 agosto), poi ai Vespri del primo sabato di agosto, quando la città di Nardò celebrava la festività della B. Vergine Incoronata, e la fiera si svolgeva nei pressi della bellissima chiesa omonima, sita alquanto fuori dall’abitato. Tale privilegio si ebbe sino all’abolizione del feudalesimo.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Libri| Nostro ulivo quotidiano

scattidautore

 

E’ stato pubblicato pochi giorni fa il volume di Elio Ria, Nostro ulivo quotidiano, a cura di Marcello Gaballo, per le edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, inserito nella collana Scatti d’Autore, n°2. in quarto| 112 pagine| colore, cartonato. Impaginazione di Mino Presicce, fotocomposizione Biesse – Nardò, stampa Pressup. Foto di Fabrizio Arati, Mauro Bellucci, Maurizio Biasco, Lucio Causo, Coordinamento Forum Salute, Stefano Crety, Marcello Gaballo, Roberto Gennaio, Linda Iazzi, Walter Macorano, Lucio Meleleo, Tommy Mezzina, Francesco Politano, Mino Presicce, Pier Paolo Tarsi. Foto di copertina di Maurizio Biasco.

ISBN: 97888 906976 8 5

Edizione non commerciale, riservata alle biblioteche e ai soci della Fondazione.

 

Prefazione di Marcello Gaballo – Fondazione Terra d’Otranto

Scatti d’Autore è la nuova collana edita da Fondazione di Terra d’Otranto, che persegue l’obiettivo – attraverso le parole e le immagini – di valorizzare e promuovere la cultura salentina con i suoi autori più rappresentativi in ambito letterario, filosofico e artistico.

La grandezza della parola dipende dallo splendore delle immagini e dalla capacità cognitiva di raccogliere argomenti misuratori del Salento, che è luogo blindato di generosità e splendidezza, ma è anche sostanza d’ispirazione per poeti e artisti. Il mare, i porti, le chiese, i campanili, le piazze, i vicoli, i paesi, sono le cartoline di un mondo fiabesco che incarnano la pazienza del tempo e non hanno necessità di urgenza di fare a pezzi le tradizioni e i costumi di una comunità sempre devota a Dio.

Il secondo volume “Nostro ulivo quotidiano” dedicato all’albero di ulivo è scritto da Elio Ria. Le immagini sono di vari fotografi salentini che hanno voluto donare i loro scatti a corredo del presente lavoro.

Ria si distingue per la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una poesia metafisica che sembri lo affascini e lo nutri di piacere del sapere. Attento osservatore della propria terra sa incastonare le quotidianità della vita con le tradizioni che tuttora resistono e s’impongono nel Salento. Riservato e incline al silenzio, rifugge da ogni moda stravagante di letteratura, indagatore e archeologo delle parole crede nella modernità con moderazione, ha un naso eccezionale per le cose interessanti, ha la capacità di condensare minuziosamente i concetti e di sintetizzare le complessità esistenziali libero da ogni condizionamento politico e/o religioso. Ama narrare ciò che è invisibile per attualizzarlo e declamarlo in forma poetica. Offre ai suoi lettori un intrattenimento di lettura piacevole poiché ogni sua cosa è realizzata da un intimo godimento, il giubilo di chi fa ciò che gli piace fare.

Nelle sue omissioni volute si può cogliere la riflessione come fonte di emozione poetica e l’erudizione come retorica cortese – ma mai come pedanteria. Guarda sempre con passione tutto ciò che è minore in confronto a ciò che è maggiore, giacché dalle cose minime risultanti insignificanti sa estrapolare significativi e sostanziali frammenti di allegorie e di memorie.

Il libro è un mondo racchiuso in sé stesso, con le immagini dell’albero di ulivo e di una campagna in sofferenza; dove però prevale innanzitutto il senso civico di responsabilità del poeta per la sua terra, il quale avverte l’impegno di un agire per il meglio, nonché il monito ad una scelta di vita più consona alle regole della natura. Xilella fastidiosa è il killer che decreta la morte degli alberi, mettendo in serio pericolo l’ecosistema. Nelle parole del libro si addensano le atmosfere recondite e quelle sonore dell’uomo che riflette sulla realtà e tenta di interpretarle, poiché incombe un futuro senza futuro e il Salento rischierebbe una menomazione ambientale incommensurabile.

L’ulivo è l’albero simbolo del Salento, il gigante, che nei secoli ha germogliato ricchezza, orgoglio di natura, bellezze figurative, idea di poesia. L’omaggio editoriale è tutto per esso, significando in tal modo l’attenzione e l’interesse di questa Fondazione ai beni naturali della propria terra.

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p. (https://books.google.it/books?id=GCuUVvUDn_4C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwADgKahUKEwjz4Py0ttbHAhUGcRQKHfb7CDI#v=onepage&q&f=false).
Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p.

 

Da notare nella tavola l’errore, sul quale torneremo in seguito, Minimi per Minori.

Se una canzone può avere spesso come autore della musica e delle parole e, giacché ci siamo (per la serie ce la scriviamo, musichiamo e cantiamo da soli), come interprete la stessa persona, la stessa cosa molto più difficilmente poteva valere, prima dell’avvento delle tecnologie digitali, per un libro con illustrazioni, il quale, pure, se aspira a raggiungere un certo livello, deve avvalersi del contributo di più competenze.

Questa premessa fa capire meglio il giudizio che  sull’unica opera  dello scrittore gallipolino espresse Eustachio D’Afflitto (1742-1787) nella scheda relativa che riproduciamo integralmente1.

Il giudizio del D’Afflitto appare negativo per quanto riguarda il testo vero e proprio, a causa di alcuni dettagli descrittivi ritenuti inventati o, comunque, non documentati; al contrario, l’apparato delle illustrazioni rappresenterebbe il segreto del successo della prima edizione e della sua rarità, mentre la seconda sarebbe di livello inferiore, nonostante le incisioni che il Nicodemi2 attribuisce a Jacques Callot (non Caillot), come si può controllare nella scheda che segue.

Ecco ora, uno di seguito all’altro, i frontespizi delle due edizioni, la prima del 1609 e la seconda del 16203.

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bernardino amico

bernardino amico

Torniamo ora al giudizio sulla seconda edizione: il lettore avrà notato come quello del Nicodemi è esattamente l’opposto di quello del D’Afflitto; quest’ultimo è rimasto ubriacato, secondo noi,  da un uso troppo disinvolto e non controllato di questa, cede e alla prima.

Come poteva, d’altra parte, essere inferiore alla prima, soprattutto per quanto concerneva le illustrazioni, la seconda edizione le cui tavole erano state incise, compreso il frontespizio, (su disegno dell’Amico, come per la prima edizione) da un luminare nel suo campo, qual era Jacque Callot?

La comparazione tra lo stesso soggetto nella tavola a corredo della prima edizione (a sinistra) e in quella inserita nella seconda (a destra) lo mostra inequivocabilmente.

L’attribuzione al Callot delle tavole della seconda edizione avanzata dal Nicodemi [le incisioni della prima, come si legge nel frontespizio, erano state di Antonio Tempesti 1555-1630)], forse solo in base a motivazioni stilistiche peraltro non espresse, trova un indizio nella dedica dell’edizione al granduca di Toscana Cosimo II (la prima era stata dedicata al re Filippo III), ritratto nella stampa di seguito riprodotta (l’incisore è proprio il Callot)

Ma un indizio non è una prova e non lo sarebbe stato nemmeno se tale ritratto fosse stato inserito nel libro. Fortunatamente è successo il contrario, cioè sono state inserite come tavole proprio le stampe tratte dai rami del Callot.

Di seguito riproduco la stampa del Callot relativa al soggetto già presentato, per completarne l’esame comparativo.

bernardino amico

Estendendo la comparazione alle altre tavole (molte di loro ben più complesse di quella esaminata) è facile giungere alla conclusione, riprendendo la similitudine iniziale: come in una canzone forse (e ribadiamo forse) più importante è la musica rispetto alle parole, nella stampa del passato l’incisore era, anche qui forse, più importante rispetto al disegnatore, specialmente quando quest’ultimo era un fuoriclasse. Basta vedere come il Callot ha reso il disegno dell’Amico rispetto al Tempesti della prima edizione.

Il fatto che il Tempesti prima e il Callot poi ritennero i disegni dell’Amico degni di incisione significa, comunque, dal momento che i due non avevano certo bisogno di una commissione in più o in meno per sbarcare il lunario, che il gallipolino era un bravo disegnatore; e questo fa sorgere il presumibile rimpianto per qualche disegno relativo a Gallipoli o al Salento, che mai vide la luce o che, almeno fino ad ora, risulta perduto per sempre.

Un’ultima osservazione: il lettore avrà notato il Bernardino d’Amico dell’immagine di testa contro il Bernardino Amico dei due frontespizi. Diremmo che Bernardino Amico è più attendibile, non solo perché replicato nella formula finale della dedica pressoché identica per le due edizioni (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli per la prima e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante per la seconda), ma soprattutto perché sicuramente anteriore di due secoli, nonostante nel testo curato dal Martuscelli la biografia di Bernardino rechi la firma di Gianbatista de Tomasi di Gallipoli4, dunque, un conterraneo per il quale, almeno teoricamente, sarebbe stato più facile fare indagini di ogni tipo, compreso l’anagrafico.

Una soluzione di compromesso tra le due grafie (il che non solo non risolve il problema ma, addirittura, lo complica) pare adottata nella dedica della stampa di seguito riprodotta.

Nel cortile del palazzo reale con un pubblico composto da signori e popolani, sfila a sinistra la processione del SS. Sacramento, accompagnata dalla regina Anna d’ Austria e dal giovane re Luigi XIV suo figlio. Arazzi addobbano l’altare maggiore e il palazzo è sovrastato da un’enorme corona sorretta da angeli.

Ciò che a noi interessa, però, è la didascalia che è una dedica:  A MONSEIG.r TUBEUF CONS.ER DU ROY EN SES CONSEILS INTENDANT DE SES FINANCES PRESIDENT EN LA CHAMBRE DES COMPTES, SUVRINTENDANT DE LA MAISON DE LA REYNE, BARON DE VERT./Monsegneur: L’amour che vous ave pour le choses illustres féstant joint a la devotion  tres-particuliere que vous portez au S.t Sacrement pour luy faire  dresser des autels, dont la structure, et les enrichissemens soient/aussi extraordinaires comme ces deux qualites vous font particulieres; iay pris l’asseurance de vous presenter le desing du dernier, pour vous faire connoistre combien je tien a honneur quil vous ait pleu de men donner la conduite, en laquelle puis que iay/eu le bonheur de meriter vostre approbation, jespere aussi. Moinsegneur que vous me permettrés d’en donner ce temoignage au public, et de me dire a jamais. Moinseg. Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico. (AL SIGNOR TUBEUF CONSIGLIERE DEL RE NELLE SUE DECISIONI, INTENDENTE DELLE SUE FINANZE, PRESIDENTE NELLA CAMERA DEI CONTI, SOVRINTENDENTE DELLA CASA DELLA REGINA, BARONE DI VERT. Signore, l’amore che voi avete per le cose illustri unitamente alla devozione particolarissima che voi portate al Santissimo Sacramento per fargli ergere altari la cui struttura e le cui decorazioni sarebbero così straordinari come queste due qualità vi fanno particolare; io ho preso l’ardire di presentarvi confidenzialmente il disegno, per farvi conoscere come io tenga in onore il fatto che  vi è piaciuto di donarmi la condotta nella quale, dopo aver avuto la felicità  di meritare la vostra approvazione, spero anche, signore, che voi mi permettiate di donarvi questa testimonianza e di dichiararmi in eterno, signore, vostro umilissimo e devotissimo servitore. B. D. Amico).

Ecco il dettaglio del nome del dedicatario

 

e di quello che si legge nel margine in basso a sinistra.

S(tefano) Della Bella f(ecit). Il fecit (=fece) fa supporre che il Della Bella sia stato tanto il disegnatore (nelle stampe antiche  con d., abbreviazione di delineavit=disegnò) quanto l’incisore (nelle stampe antiche con  s., abbreviazione di sculpsit=incise) e che B. D. Amico sia stato un semplice committente.

Stefano Della Bella (1610-1664) fu un incisore fiorentino di grande prestigio, successivo di una generazione al francese Jacques  Callot (1592-1635). La cronologia non impedisce di ritenere che il B. D. Amico della stampa sia proprio il nostro,  tanto più che il Della Bella fu alla corte dei Medici; ci si chiede, però, che tipo di rapporti ci fossero tra il nostro (se si tratta del dedicante della stampa) e Jacques Tubeuf (1606-1660), un dignitario (e che dignitario!) della corte francese, tenendo soprattutto conto del fatto che le dediche, di un libro come di una stampa, avevano una funzione di ringraziamento per un beneficio ricevuto, come nel caso di questa stampa, oppure quella, condizionante, che equivaleva  ad una richiesta di sponsorizzazione; oggi, per lo più, invece …). Di seguito, giacché ci siamo, il ritratto del Tubeuf, incisione di Nicolas Poilly (1627-1696).

Il fatto che la parte finale della dedica dell’incisione donata al Tubeuf (Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico) sembra essere la letterale, anche se parziale, traduzione in francese delle due, più o meno identiche, che abbiamo già visto per le due edizioni del libro (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante) è dovuto unicamente alla stereotipicità della formula? Non poteva il nostro, se di lui si tratta, aggiungere anche alla dedica della stampa il “titolo” insieme col luogo d’origine, dati che, invece, compaiono in quelle del libro, nonostante mai ci è capitato finora d’incontrare tale dettaglio nella dedica delle stampe antiche? Del tutto casuale, poi, il nesso che pure esiste tra il tema della stampa (processione del SS. Sacramento) e il fatto che il gallipolino dal 1596 al 1601 a Gerusalemme espletò l’incarico come presidente in rappresentanza dell’ordine in quella terra? E, infine, le desing (il disegno) che si legge nella dedica vuole rivendicare e sottolineare una paternità ben distinta da quella dell’incisore? Lo scioglimento di questi dubbi non sarebbe cosa di poco conto, perché la stampa, qualora B. D. Amico corrispondesse a Bernardino Amico, ci consentirebbe di affermare che il nostro, del quale si ignorano le date di nascita e di morte, era vivo almeno al 1643, data in cui Luigi XIV salì al trono a meno di cinque anni d’età.

Estratto da: Marcello Gaballo e Armando Polito, Bernardino Amico da Gallipoli. Il trattato delle Piante & Immagini de Sacri Edifizi di Terra Santa (1629), Fondazione Terra d’Otranto, Nardò, aprile 2016 (il volume contiene anche la copia anastatica integrale di un esemplare dell’edizione del 1620, molto rara, custodita nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò).

  

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1 Memorie degli scrittori del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1782, tomo I, pp.  296-297

2 Leonardo Nicodemi (morto nel 1699), nelle Aggiunte alla Biblioteca napoletana di Nicolò Toppi, Bulifon, Napoli, 1678, p. 50.

3 Non conosciamo altre edizioni immediatamente successive. Segnaliamo, però,  un’ edizione in inglese dal titolo Plans of the Sacred Edifices of the Holy Land uscita nel 1953 per i tipi dello Studio Biblico Francescano e per gli stessi tipi, con integrazioni, nel 1997 e L’eglise de la Matarea en 1597, estratto dal libro dell’Amico (seconda edizione, pp. 18-20) ed inserito nella traduzione dall’italiano di Carla Burri e Nadine Sauneron con note di Serge Sauneron in Voyages en Egypte des années 1597-1601, Institut Français d’Archéologie Orientale du Caire, 1974.

4 È da considerare suo l’errore di Minimi per Minori già segnalato nella didascalia dell’immagine di testa, non solo perché compare anche nel testo della biografia ma anche nella citazione dell’opera di Lucas Wadding, il cui titolo da Scriptores Ordinis Minorum è diventato Scriptores Ordinis Minimorum.

 

 

 

Grazie a voi tutti non sono semplici diagrammi

di Marcello Gaballo

Al balletto delle cifre e delle statistiche siamo abituati ormai da tempo; tra sondaggi e interviste c’è pure chi ci sguazza giornalmente strumentalizzando anche le sconfitte e i più svegli tra noi non si meraviglieranno se alla prossima tornata elettorale i rappresentanti del partito batostato ammetteranno con la faccia della peggiore delle prostitute la sconfitta aggiungendo, però, subito dopo, che rispetto alle elezioni del 1950 il numero dei voti è aumentato dello 0,0005% …

Anche noi, nel nostro piccolo, esibiamo di seguito con viva e vibrante soddisfazione ciò che ci sembra inequivocabilmente la prova di una crescita, aggiungendo che anche un semplice diagramma a volte può nascondere, nel nostro caso nemmeno tanto, sentimenti autentici di condivisione, partecipazione, simpatia e affetto.

Per tutto questo la fondazione e il suo blog ringraziano, perciò, i veri artefici di questo successo, cioè i tanti lettori, datati e non, che ci hanno fin qui seguito. Con loro e con quelli che verranno ci impegniamo a rispettare i motivi ispiratori che ci hanno fin qui guidato e che, sostanzialmente, si identificano nell’amore per la nostra terra e per la sua cultura, nel rispetto di qualsiasi opinione, purché fondata e motivata, e, soprattutto, nella totale libertà e indipendenza da qualsiasi potere, debole o forte che sia.

 

 

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Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (II parte)

scrasceta-buona

di Marcello Gaballo

L’ingresso della villa Scrasceta è a pianta mistilinea[1] e un recente cancello a doppia anta in ferro battuto, fissato a corpose colonne in tufo[2], isola la dimora dalla pubblica via. Il portale è caratterizzato “dai notevoli effetti chiaroscurali prodotti sia dalla aggettante cornice, sovrastante da piccole lesene che sorreggono corpose basi toriche, quasi sfiancata dalla convessa piramide calcarea, sostenenti una sfera”[3].

Alcune stanze poste a sinistra dell’ingresso rimandano ad una modesta dimora per la servitù e ad una probabile rimessa per gli animali.

All’edificio principale si accede tramite un viale di una cinquantina di metri che giunge di fronte all’ingresso. Era questo fiancheggiato da busti in carparo, dapprima rimossi dai rispettivi basamenti, poi asportati da ignoti circa 30 anni fa[4]. Dovevano essere almeno otto per lato, intervallati da identici blocchi quadrangolari della medesima pietra. Così scrive a riguardo E. Mazzarella: “…Menava all’abitazione del proprietario un famoso viale con circa, ogni cinque metri, curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone, chitarra, mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di mellone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano e un orciuolo nell’altra, con una ruota tra le mani davanti al petto, in vari modi ancora. Le statue attirarono la curiosità di moltissima gente e furono dette volgarmente li pupi ti lu Scrasceta”[5].

scrasceta2

La corruzione e l’usura della pietra non hanno purtroppo concesso di riconoscere le fattezze delle insolite figure e gli strumenti da essi tenuti tra le mani. Dalle poche foto di archivio sopravvissute[6] sembra trattarsi di figure maschili orientali, a causa dei copricapi che nella maggior parte dei casi richiamano i kefiah arabi, ricadenti sulla nuca e sulle spalle. Altrettanto arduo è poter riconoscere gli strumenti musicali a corda che alcuni di essi sembrano suonare: due di essi paiono liuti arabi (ud), con la cassa armonica a mandorla, un breve manico con la paletta terminale ricurva ad angolo retto, a quattro o cinque corde[7]; un terzo sembra suonare una sorta di oboe a forma di cono (mizmar degli arabi). Più arduo è il riconoscimento dello strumento che tiene in mano la figura con le sembianze di un cinese.

pupi1

La descrizione del caratteristico prospetto principale della nostra villa è ben riportata nella citata Relazione della Soprintendenza[8]: “… Il prospetto principale che presenta un compatto paramento, a conci di pietra locale perfettamente squadrata, è sfondato al centro da profondi effetti d’ ombra che scaturiscono dalla presenza di profondi archi sovrapposti impaginati da appena accennati riquadri smussati agli angoli. A piano terra un’ arcata a sesto ribassato, dalle accentuate modanature che si avvolgono, al di sotto delle reni, in ricche volute a fogliame smosso, producenti un piacevole effetto di instabilità statica evidenziato dalla corposa trabeazione d’ imposta sostenuta, quasi a fatica, da mensole a voluta, definisce un androne rialzato dalla quasi evanescente cortina muraria in cui i vuoti delle aperture vengono rafforzati dalle cornici mistilinee”[9].

prospetto

Nello stesso androne, in corrispondenza dell’unica porta, trova posto uno scudo, sagomato secondo il gusto settecentesco, su cui doveva essere dipinto lo stemma della famiglia, sormontato da una corona con fioroni. Le ridipinture rendono assai difficile la lettura dell’elemento araldico con i due guerrieri in lotta, tipici della nobile famiglia[10]. Sembrerebbe che a seguito della scomparsa del dipinto si sia rimediato con l’applicazione di una piccola formella scolpita con l’arme, di forma rettangolare e stridente con la bellezza dello scudo, assai più ampio.

Uno degli elementi di maggiore caratterizzazione del prospetto dell’edificio è senz’altro rappresentato dall’arco mistilineo del piano nobile con la sua imponente e raffinata balaustra, che permetteva di godere della proprietà circostante. “Sostenuta da tozze mensole e ritmata dal succedersi di volute e balaustrini scolpiti a puttini”[11], conferiva particolare eleganza all’edificio, travalicando gli aspetti prettamente funzionali del sito aziendale. Certo l’insolita iconografia, con i putti che sorreggono serti di alloro o fiori, per niente richiama al contesto agreste o bucolico in cui sorge la villa, per cui non è vano ipotizzare la provenienza di quella balaustra da altri contesti. Senza trascurare la fattura, il cui stile sembra distante da quello in auge nel Settecento, richiamando invece a sculture tardo-cinquecentesche ben note in città.

particolare del balcone trafugato
particolare del balcone trafugato

In due riprese, a distanza di pochi mesi, una trentina di anni fa la balaustra fu comunque trafugata da fini intenditori, senza che nessuno abbia mai saputo l’infelice destinazione.

Stessa triste sorte è toccata alla bellissima Immacolata lapidea, “una statua devozionale di notevole fattura”[12], che trovava collocazione in una nicchia della loggia al piano nobile, questa ancora visibile, con elegante cornice modanata che mostra nella parte superiore tre teste di cherubini ed una sontuosa corona che sovrasta il tutto. Oggi restano solo delle foto d’archivio a testimoniare la bellezza dell’edificio, la cui devastazione illustra fin dove arriva l’incuria e la sfrontatezza.

Le cornici mistilinee in stucco, secondo il gusto dell’epoca, applicate attorno allo stemma, alla porta e alle due finestre del pianterreno sono riprese in maniera omogenea anche nelle porte interne del vano centrale. Quest’ultimo, a pianta rettangolare, immette in quattro ambienti circostanti e sul giardino, come ha rilevato di recente F. Fiorito[13]. Tutte le coperture dei nove vani sono coperti a volta leccese, ad eccezione del vano adibito a cucina, un tempo coperto ad incannucciata e coppi, oggi in pessimo stato. Non è dato di sapere se nell’interno vi fossero volte e pareti affrescate o dipinte, come invece avvenne per la menzionata masseria Brusca[14]. Tutti i pavimenti interni sono di cocciopesto[15] e lastricato.

 

Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo
Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo

Altro elemento caratterizzante della nostra residenza è senz’altro il pozzo monumentale retrostante[16], che può ritenersi un’opera scultorea a sé e che conferma la condizione agiata e il buon gusto nel commissionare la singolare scultura, che resta tra i più importanti esempi di tal genere su tutto il territorio. Purtroppo anche in questo caso non abbiamo indicazioni circa l’autore, mentre è noto l’anno di costruzione, 1746, come si rileva dall’epigrafi inferiore della vera[17].

La presenza dell’impegnativo manufatto in carparo e pietra leccese, anche perché imponente nelle dimensioni, rende convenientemente dignitoso tutto il retro della villa, lasciando supporre che fosse stato realizzato in quel posto per una precisa esigenza scenografica e non solo funzionale o di arredo, a completamento del cortile e del giardino.

F. Suppressa, nel trattare dei vari sistemi di raccolta dell’elemento vitale per l’agricoltura, lo definisce a buon motivo “straordinario esempio… inserito prospettivamente nel complesso architettonico sorto attorno alla fine del Settecento per il piacere di vivere in campagna”[18]. Lo stesso, nel riprendere E. Mazzarella[19], si sofferma sulle epigrafi: “…nel timpano sorretto da possenti colonne e avvolto da sinuose decorazioni floreali, vi è incastonata un’emblematica epigrafe in latino:

NYMPHARUM LOCUS

SITIENS BIBE

LYNPHA SALUBRIS – UBERIBUS

PULCHRAE NAIADIS

ECCE FLUIT.

Ovvero “Questo è il luogo delle Ninfe, o sitibondo, bevi. Ecco qui scorre l’acqua chiara salutifera dai seni della bella Naiade”… Al di sotto della conchiglia vi è l’epigrafe PRAESENS FONS PERENNIS INCEPTUS FUIT DIE VII MARTII DCCXXXXVI (la presente fonte sorgiva fu incerta (fino al) 7 marzo 1746) e dall’altro lato, sempre al di sotto della conchiglia, AEMANAVIT AQUA DIE XVI AUGUSTI MDCCXXXXVI (Emanò l’acqua il giorno 16 agosto 1746)”[20].

pozzo2

G. De Pascalis ritiene il pozzo “collocato nel retroprospetto in posizione perfettamente assiale con le aperture del piano terra e con l’asse di riferimento dei viali”[21].

Certamente la sua realizzazione comportò una riqualificazione della parte retrostante dell’edificio, nel cui piccolo giardino con pergolati ed agrumi, sottoposto rispetto al cortile, sono ancora visibili tre edicole ed un pozzo di servizio.

Dunque tanti elementi architettonici ed artistici che hanno saputo coniugare l’arte con la natura, superando la monotonia del paesaggio agricolo circostante, sino a farle assumere una propria identità culturale, purtroppo oggi solo trasmissibile e parzialmente visibile.

 

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

[1] Cfr. S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 262-273; U. Gelli, Portali, pozzi, cisterne: esperienze di rilievo architettonico, ivi, pagg. 274-285.

[2] Su questa pietra, sul carparo e la pietra leccese, con cui sono realizzate le diverse parti della villa, la bibliografia è sterminata. Si vedano almeno: G. Marciano, Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli 1855; P. Cavoti, Il carparo e la pietra leccese nelle rocce salentine, Lecce 1884; C. De Giorgi, Note e ricerche sui materiali edilizi adoperati nella Provincia di Lecce, Lecce 1901, ristampa anastatica, Galatina 1981; V. G. Colaianni, Le volte leccesi, Bari 1967; F. Zezza, Le pietre da costruzione e ornamentali della Puglia. Caratteristiche sedimentologico-petrografiche, proprietà fisico-meccaniche e problemi geologico-tecnici relativi all’attività estrattiva, in «Rassegna tecnica pugliese – Continuità», anno VIII, N. 3-4, Luglio-Dicembre 1974, Bari 1974; Id., La pietra leccese, in AA.VV., La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano 1982, pagg. 155-160; M. Stella (a cura di), Le pietre da costruzione di Puglia: il tufo calcareo e la pietra leccese, Bari 1991; M. Mainardi, L’industria del cavar pietra. Le cave nel Salento, Lecce 1998; Id., Cave e Cavamonti. Documenti per una storia sociale del lavoro della pietra nella Puglia meridionale (1810/1965), Lecce 1999; D. G. De Pascalis, L’arte di fabbricare e i fabbricatori. Tecniche costruttive tradizionali e Magistri muratori in Terra d’Otranto dal Medioevo all’Età Moderna, Nardò 2002.

[3] Relazione della Soprintendenza, op.cit..

[4] A tal proposito si rimanda alla denuncia fatta dal circolo culturale “Nardò Nostra”, allora presieduta da chi scrive, che nel numero 7-8 (1985) del periodico locale “La voce di Nardò” chiedeva l’immediato ripristino in loco delle statue deposte dai basamenti, staccate per essere sostituite con vasi in cemento. Poco prima lo stesso giornale aveva denunciato la scomparsa di metà della balaustra.

[5] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op.cit., pagg. 397-400.

[6] Doveroso rimandare ancora una volta al ricco corredo fotografico di Michele Onorato nel citato volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò, figg. 193-205. Il fotografo, consapevole dell’importanza del luogo e quasi presagendo il triste destino che sarebbe toccato all’immobile, ha fotografato e fatto pubblicare il suo reportage, che resta fondamentale per la memoria visiva della nostra villa.

[7] “Nel IX secolo il giurista di Baghdad “ Miwardi ” utilizzava l’oud nel trattamento delle malattie, questa idea prese piede e perdurò fino al secolo XIX , l’oud vivifica il corpo, proprio perché agisce sugli umori corporali, rimettendoli in equilibrio. È considerato terapeutico, nella sua capacità di rinvigorire e dar riposo al cuore, veniva tradizionalmente suonato anche nei campi di battaglia” (http://www.etnoarabmusic.com/2011/03/08/oud-il-sultano-degli-strumenti-arabi/).

[8] Inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981.

[9] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[10] L’arme della famiglia è: spaccato di azzurro e di verde, e sul tutto due atleti di oro ignudi, in atto di lottare, accompagnati nel capo da una testa di mercurio del medesimo, con ali di argento e coperto da un berretto di nero.

Il motto: et pace et bello (sia in pace e sia in guerra) (M. Gaballo, Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra, Nardò 1996).

[11] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[12] Idem.

[13] F. Fiorito – M. V. Mastrangelo, Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n°7.

[14] In questa sopravvive un discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone, sul quale ho avuto modo di descrivere come “ il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore” (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca…, op. cit.).

[15] “la pavimentazione con cocciopesto consisteva in un primo strato composto da tufo frantumato, tufina e calce, impastato con acqua, in un secondo strato di malta grezza e in un ultimo strato di cocciopesto. Il massetto veniva

quindi cosparso di calce liquida, battuto e lucidato con cazzuola e latte di capra” (S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”).

[16] Come scrive A. Polito, trattasi di una trozza, ad estrazione manuale, mediante secchio legato ad una fune, ma con l’ausilio di una carrucola; al lemma trozza il Rohlfs: “confronta il greco antico τροχαλία2=carrucola, τροχιά3=cerchio di ruota, latino volgare *tròchia”. Rispetto al pozzo la struttura è molto più complessa e talora con pregevolissimi esiti estetici, come testimonia, per esempio, la trozza di Villa Scrasceta a Nardò.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/03/la-ngegna-forse-figlia-di-una-radice-molto-prolifica/

[17] Notevoli ci sembrano le analogie con alcune parti del bellissimo pozzo a due “vasche” ubicato nel giardino retrostante della citata villa in contrada La Riggia. La conchiglia sulla vera, le volute e gli elementi fitomorfi, la sommità dell’architrave, se non opera del medesimo autore del pozzo dello Scrasceta, possono far ritenere coeve le due singolari opere, che meritano ancora tanta attenzione da parte degli studiosi. Anche questo pozzo è stato fotografato da M. Onorato e pubblicato nel predetto volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (fig.211).

[18] F. Suppressa, Il paesaggio dell’Arneo attraverso i segni e i luoghi dell’acqua, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/15/il-paesaggio-dellarneo-attraverso-i-segni-e-i-luoghi-dellacqua/

[19] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op. cit., p. 399.

[20] Il pozzo è anche descritto da P. Congedo nel suo saggio Censimento di pozzi e cisterne del territorio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 289-290.

[21] G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rirale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neritino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., p.180.

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

 

 

Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (I parte)

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

 

di Marcello Gaballo

 

Nardò, Villa Scrasceta in una foto di una ventina d’anni fa

 

 

Uno dei luoghi a cui sono più affezionati i neritini è quello noto come “Scrasceta”, che intere generazioni hanno portato stabilmente nell’animo per via di quei “pupi” regolarmente piazzati lungo il viale d’accesso e che potevano ritenersi come patrimonio della memoria collettiva. Un tesoro di cui i cittadini, a giusto motivo, potevano ritenersi gelosi e che mai avrebbero pensato potesse scomparire.

La villa, intesa come insieme di palazzo e giardini, è situata a circa tre chilometri da Nardò, lungo la strada vicinale Corano che collega il centro abitato alle marine di Torre Inserraglio e Sant’Isidoro, in quello che un tempo era detto feudo Imperiale, esente dal pagamento di decime feudali.

In posizione ideale rispetto alla viabilità, è rimasta libera dall’antropizzazione del territorio dell’ultimo cinquantennio, circondata da terreni agricoli ancora produttivi, poco distante dall’antichissima masseria di Curano.

Soggetta a vincolo con D.M. del 17/9/1981 ai sensi della L. 1089 del 1939, talvolta è stata erroneamente inserita tra le masserie del neritino, trattandosi piuttosto di dimora signorile a carattere stagionale. La Soprintendenza difatti l’ha tutelata “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’ attività agricola e alle strutture socio-economiche dell’ area salentina nei secc. XVIII-XIX”[1].

Come ha scritto A. Polito, la più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376[2], la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427[3], una terza (in loco nominato la Scraseida) in una visita pastorale del 1460[4]. Lo studioso fa derivare il nome da scràscia (rovo) e la cui terminazione –èta rimanda al plurale del suffisso latino –ètum, designante insieme di piante e conservatosi nell’italiano –èto.

scrasceta

Impossibile individuare il nucleo originario dell’edificio, ma un rogito notarile del 1598 la attesta come proprietà del barone neritino Francesco Sambiasi, che in tale anno vende al barone leccese Lucantonio Personè un oliveto con mille alberi e una casa lamiata qui ubicati, per 170 ducati[5].

Nel 1610 il possedimento risulta accatastato tra i beni del nobile Ottavio Massa di Nardò[6]. Diciotto anni dopo, nel 1628, è divenuta proprietà del nobile Mariano de Nestore, che potrebbe aver apportato consistenti rifacimenti ed ampliamenti, a causa della maggiore quotazione del bene . L’edificio con tutti gli annessi nel documento risulta possedere una abitazione con cisterna all’interno, un orto con forno per il pane, un frutteto, due palmenti e due pile, oltre a 22 orte di vigneto delimitate da parete a secco (…cum domo lamiata cum cisterna intus… orticello cum furno intus et cum pomario diversorum arborum et cum una quantitate di quadrelli et cum duobus palmentis et duobus pilaccis intus… ortis viginti duobus vinearum incirca, cum diversis arboribus intus insepalata circumcirca parietibus lapideis…)[7].

La tenuta, a causa dei debiti del de Nestore, viene venduta nel 1624 all’abate Marcello Massa, tutore degli eredi di suo fratello Girolamo, deceduto nel 1622, per ben 1500 ducati[8], contro i 170 certificati nel documento precedente che lo assegnava al Personè.

Per quasi un secolo i documenti finora rinvenuti tacciono sugli eventuali passaggi di proprietà e solo nel 1722 lo Scrasceta viene donato da uno dei personaggi più in vista nella città, il barone Diego Personè (1681-1743), a suo figlio Lucantonio, barone di Ogliastro, generato con Raimondina Alfarano Capece. Nell’importante atto notarile, oltre al vigneto circostante, per la prima volta si fa esplicito riferimento ad una domo lamiata et eius palatio et palmentis duabus intus eum[9]. E’ facile pensare che sia stata questa facoltosa famiglia dunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, al culmine della floridezza economica, ad ampliare e a dare un nuovo assetto alla costruzione, visto che per la prima volta si fa riferimento alla realizzazione del “palacium”, annesso alla preesistente “domus lamiata”. Dunque non più una costruzione legata all’attività produttiva, ma una nuova dimora, resa agevole con opportuni miglioramenti per consentire ai proprietari di soggiornarvi in determinati periodi dell’anno.

La ristrutturazione e i possibili ampliamenti, oltre a voler dimostrare lo status dei proprietari grazie alle raffinate architetture apportate in una modesta “casina” di campagna, tengono perciò conto della praticità e funzionalità produttiva del luogo, ma puntano anche all’abbellimento della stessa.

scrasceta1

Nel clima arcadico di questi primi decenni del secolo la villeggiatura anche a Nardò diventa un piacere per l’ambiente naturale e per l’architettura di ville e giardini, lontani dagli usi noiosi del vivere cittadino[10], magari partecipando alla raccolta dell’uva e osservando i lavori dei “furisi” e delle loro donne, passeggiando nel giardino o sul viale e trovando ristoro con la fresca acqua attinta dal pozzo. La stessa presenza dei bizzarri busti lungo il viale porta ad ipotizzare la natura “di svago” della bucolica residenza, per segreti piaceri che i palazzi cittadini non consentono. In fondo era quello che stava accadendo in altri comuni di Terra d’Otranto, ma anche nelle poco distanti Villa La Riggia[11], Villa Taverna e masseria Brusca, dove il nobile medico Francesco Maria Zuccaro ampliava e abbelliva il giardino annesso al complesso masserizio, dotandolo di statue di ispirazione mitologica[12] e di fontana ornamentale, facendo scolpire profili clipeati e lo stemma familiare sul portale[13].

Tornando alle vicende patrimoniali della nostra villa, un altro rogito del 1744 conferma la proprietà a Lucantonio Personè (1704-1749), figlio del predetto Diego, coniugato con Lucrezia Scaglione, il quale in tale anno cede il tutto a suo fratello Francesco, avendone in cambio la masseria del Pugnale seu dello Scaglione, in feudo di Anfiano[14], che aveva avuto in eredità da sua madre Raimondina Alfarano Capece[15].

Questa cessione potrebbe far pensare che Lucantonio sia stato uno dei committenti della ristrutturazione, purtroppo non terminata, come rivela l’incompletezza della costruzione nella parte sinistra, come ancora si osserva. Lo stesso avrebbe però ultimato nel 1766 la cappella dedicata all’Immacolata Concezione, innestata sull’angolo destro della facciata[16], grazie all’intervento dei mastri copertinesi Ignazio Verdesca[17] e Adriano Preite[18], come riporta M. Cazzato[19].

Francesco, dopo aver acquisito la proprietà dello Scrasceta, decide di ampliare la proprietà e acquista nel 1749 altre orte quattordici e quarantali undici di vigneticontigui, con una casa a volta e due palmenti per spremere uva dentro, dal sacerdote Saverio Giaccari[20]. L’acquisto, pattuito per ducati 338 e grana 75, avviene con atto del notaio Felice Massa di Nardò, “per essere contigue ad altre del medesimo”.

Gli atti notarili di questo periodo se annotano i passaggi di proprietà purtroppo non forniscono dati utili per risalire alla ricostruzione delle parti. Nulla vieta però che parte dei lavori di ammodernamento siano stati fatti eseguire dal facoltosissimo Giuseppe, che risulta tenutario dell’immobile e dell’estensione dei vigneti nel 1773[21], come conferma un rogito dell’anno dopo[22].

Nel 1809 la dimora risulta del fratello di Giuseppe, Michele Personè[23], che lo aveva avuto in dono come da testamento del primo rogato il 31 maggio 1786[24].

Michele detiene ancora la proprietà nel 1821[25], prima di trasmetterla a suo figlio Diego che ne risulterà tenutario in un documento dell’anno successivo[26].

Diego Personè poi la vende al fratello Giuseppe, che la trasmetterà al figlio Luigi Maria (1830-1898), detto lo zoppo, da cui al figlio Giuseppe. Questi la trasmette infine a Luigi Maria (1902-2004), detto penna d’oro, che la vende a Pantaleo Fonte, i cui figli ancora la posseggono.

 

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

[1] Relazione inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981. La dimora è ubicata in catasto al Fg. 83, p.lle 84-87.

[2] A. Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari 1981, pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 84.

[4] C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Galatina 1988, pag. 168.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/

[5] Archivio di Stato di Lecce (d’ora in avanti A.S.L.), atti notaio Francesco Fontò di Nardò (66/1) anno 1598, cc.171r-173v.

[6] A.S.L., atti notaio Francesco Zaminga di Nardò (66/8) anno 1610, c.18r.

[7] A.S.L., atti notaio Santoro Tollemeto di Nardò (66/6) anno 1628, cc.63r-69v.

[8] Idem, c.69v.

[9] A.S.L., atti notaio Donato De Cupertinis di Nardò (66/13) anno 1722, c.67.

[10] Sul fenomeno del vivere in villa e sulla villeggiatura v. A. Costantini, Del piacere di vivere in campagna. Guida alle ville del Salento, in Guida alle ville del Salento, Galatina 1996, pagg. 9 e segg.; Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a c. di M. Gaballo, Martina Franca 2001, pagg.216-217.

[11] Sul portale di questa villa si intravedono due figure che rimandano ai busti dello Scrasceta. Anche in questo caso l’usura e la carie della pietra impediscono una lettura definita che possa far pensare alla stessa bottega. Si vedano le figg. 207-210, di Michele Onorato, nel volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV) a c. di B. Vetere (Galatina 1986).. Questo richiamo lo devo all’amico Paolo Giuri, che ringrazio.

[12] Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione qui presente di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Anche qui dunque una scenografica, quasi teatrale, disposizione di statue (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n° 6).

[13] Idem.

[14] Il feudo di Anfiano è nel territorio di Cannole, confinante con quelli di Torcito e Palanzano. La masseria citata è ancora esistente, anche se ne sopravvivono i soli muri perimetrali. Dai Personè di Cannole passò ai Granafei, quindi ai Salzedo, che la ebbero sino al XIX secolo. Ringrazio l’amico Cristaino Villani per le informazioni.

[15] A.S.L., atti notaio Angelo Tommaso Maccagnano di Nardò (66/14) anno 1744, c.92v.

[16] Nella citata relazione della Soprintendenza così è descritta: “delimitata dalle ombre appena accennate della cornice, lievemente modanata, e dallo spigolo, a semicolonna incassata, ha la facciata caratterizzata dal vuoto dell’ occhialone policentrico sovrastante un semplice portale, inserito in una apertura mistilinea tompagnata, che immette in un vano coperto a volta leccese in cui si nota la presenza di un altare di dignitosa fattura”.

Mazzarella scrive che in essa vi era una tela raffigurante “la Vergine in piedi col Bambino Gesù in braccio in atto di calpestare la mezza luna ed il serpente, tra larga e pregevole cornice”, con campanile, campana e “suppellettili ottime” (E. Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di M. Gaballo, Galatina 1999, pagg. 397-400).

[17]. Originari di Copertino, si hanno notizie dei fratelli capimastro Angelantonio (Copertino 1740 ca. – notizie sino al 1806) e Ignazio.(notizie dal 1776 al 1794 ca)., Cfr. M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, p.19; S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”.

[18] Famiglia di costruttori originaria di Copertino, che ebbe in Adriano (Copertino 1724-1804) l’esponente più noto. Tra gli interventi più importanti quello nel seminario di Gallipoli (1747), palazzo Colafilippi a Galatina

(1768-1772 ca.), palazzo Doxi (1775 ca.) e palazzo Romito (1770 ca.) a Gallipoli. Nel 1781 completa la

matrice di Tricase, nel 1783 realizza la parrocchiale di Soleto;, nel 1790 quella di Sternatia (cfr. M. CAZZATO-A. COSTANTINI, Grecìa Salentina, Arte, Cultura e Territorio, Galatina 1996; M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, pagg.17-18).

[19] M. Cazzato, Oltre la porta, op. cit., p.19.

[20] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le “Cenate” fra Barocco ed Eclettismo, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di V. Cazzato, Lavello 2006, p.190.. Dei vigneti acquistati in luogo San Martino orte dieci e mezza ricadono in feudo Imperiale, quindi franche di decima, orte tre e tre quarti decimali alla Commenda di Malta, con un annuo canone di carlini dodici all’abbazia di S. Stefano di Curano, ubicata nelle immediate vicinanze (Archivio Diocesi di Nardò, Platea del Venerabile Seminario di Nardò, ms., 1801, c.202).

[21] In tale anno, con consenso del 13 marzo rilasciato dal Vescovo e dai deputati del Seminario, viene confermato il possesso al barone Giuseppe, residente a Napoli e rappresentato da suo fratello Michele, come da procura del notaio napoletano Carlo Narice del 15 ottobre 1773. Nell’atto si legge che il complesso confina per austro con la strada publica della la Via dello Scraseta o sia di Spirto. Per ponente confina con le proprie vigne di esso stesso Michele Personè; per tramontana con la strada publica dello Faulo che porta a Santo Stefano, ed anche alla massaria delli Cursari, e per Levante confina con le vigne delle fu Sig.e sorelle de’ Manieri oggi possedute dal Mag. Giuseppe de Pace (Platea del Venerabile Seminario di Nardò, op. cit., c.215)

[22] A.S.L., atti notaio Nicola Bona di Nardò (66/16) anno 1774, c.139r.

[23]ASL, Catasto Provvisorio di Nardò, vol. III, ditta 1195.

[24] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò , op. cit., p. 190.

[25] A.S.L., atti notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) anno 1821, cc.301r-306v.

[26] A.S.L., atti notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò (66/31) anno 1822, c.61. Secondo P. Giuri (in op. cit., p.190) Diego ne entrò in possesso il 29 dicembre 1837, con atto del notaio Saetta di Nardò.

 

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Prefazione al volume di Marcello Gaballo.

 

Una storia dimenticata

di Marcello Gaballo

 

La storia narrata in questo libro è, per molti versi, una storia dimenticata.

Dalla metà del diciassettesimo secolo ad oggi, cronisti, storici, studiosi e semplici appassionati hanno scritto pagine e pagine sulla rivolta di Nardò del 1647. Le angherie patite dalla città per decenni, la disperata ribellione contro il proprio signore, la vendetta di quest’ultimo ai danni dei cittadini a lui maggiormente invisi, gli omicidi senza processo, le persecuzioni che durarono per anni, l’impegno di alcuni neretini di fronte alle magistrature napoletane e spagnole sono stati raccontati in vario modo, a volte con dovizia di particolari a volte nel contesto di altre tematiche di carattere storico. Nondimeno questa vicenda resta, sotto molti punti di vista, una storia dimenticata.

Dimenticata dai neretini.

Forse non interessati alla storia dei propri antenati, forse non adeguatamente informati e sensibilizzati, i cittadini di Nardò non hanno certo una memoria consolidata e condivisa sull’argomento. Nelle scuole non se ne è quasi mai parlato, né se ne parla e, nonostante una tendenza diffusa negli ultimi anni a recuperare le tradizioni, le musiche, i canti dei nostri avi, gli antichi idiomi e le pagine di storia locale, la vicenda dei martiri di Nardò è rimasta (e tuttora rimane) fuori dalle aule, lontana dalla sensibilità comune, estranea agli interessi della città.

Dimenticata dalla Chiesa.

La rivolta vide tra i suoi fautori numerosi ecclesiastici. Sei di questi furono barbaramente uccisi, senza alcun processo e con la connivenza di monsignor Giovanni Granafei, a quel tempo vicario del vescovo di Nardò Fabio Chigi. La Chiesa dell’epoca non fece nulla o quasi in difesa dei propri figli e, per i secoli a seguire, la loro triste fine cadde nel più profondo dimenticatoio. Nella lunga teoria di vescovi, canonici, sacerdoti e chierici che si è dipanata dal 1647 ad oggi, nessuno ha mai pensato di dover “confrontarsi” con queste figure, nessuno ha mai ritenuto di dover garantire loro un riscatto morale e spirituale negato dalla storia.

Dimenticata dalle istituzioni.

Sfogliando l’elenco delle strade cittadine, ci si imbatte in “via Martiri Neretini”; consultando la mappa topografica, si può ritrovare questa via all’estrema periferia del paese: la penultima strada ad immettersi sulla statale 174 che porta a Galatone. È questo l’unico segno tangibile tributato al sacrificio del 1647: un segno che io stesso richiesi alla Commissione Toponomastica nella mia breve esperienza da consigliere comunale. Nessuna piazza o via del centro, nessuna targa commemorativa, nessuna stele, null’altro è stato dedicato alla memoria dei neretini che combatterono e morirono in difesa della propria città, dei propri diritti, della propria dignità.

Una dimenticanza che affligge e mortifica. I popoli si fondano sulla propria memoria, sulla propria storia o, perlomeno, sulle pagine più importanti di essa. Perché dunque Nardò ha da sempre rinunciato a riscoprire, a fare propria e a preservare una pagina tra le più gloriose della sua vita ultramillenaria? Perché non è stata capace di far rivivere in una grande strada, in una piazza, in un segno concreto il ricordo degli uomini che, in nome della propria appartenenza ad una città, hanno combattuto, sono insorti, si sono impegnati in una lotta disperata che ha portato alla morte di tanti di essi?

Probabilmente non esiste una risposta per queste domande o forse è una risposta poco edificante. Ciò dovrebbe invitare ad arrendersi? A mettere da parte il ricordo, le emozioni che questa storia sa ancora suscitare, gli insegnamenti che da essa si possono trarre, solo per assecondare l’indifferenza che alberga in molti? Personalmente dico no!

Da più di due decenni, il far tornare alla luce queste gloriose pagine della storia cittadina è divenuto per me un impegno personale o, per meglio dire, un vero e proprio obbligo morale nei confronti dei protagonisti della ribellione. Circa vent’anni fa, visitando l’archivio di Simancas, ebbi modo di consultare alcune fonti di prima mano sulla vicenda: un fondo documentale all’epoca pressoché inesplorato. Nelle ore trascorse nella città spagnola, le lunghe controversie giuridiche, le cronache della rivolta, i resoconti sulle sanguinose gesta del duca di Nardò e la ribellione dei suoi sudditi, il ruolo del re, dei suoi ministri, dei viceré e delle autorità locali rivissero sotto i miei occhi, donandomi un’emozione tuttora viva.

Negli anni a seguire, parte di questa documentazione ha visto la luce grazie ad alcuni studiosi pugliesi, molti dei quali gravitanti attorno al Centro Studi Conversanesi, come Aurora Martino, che desidero ringraziare per la preziosa collaborazione fornita e per l’enorme mole di informazioni restituite con i suoi scritti. Molto restava tuttavia da dire sulle vicende neretine. Per questo ho ritenuto indispensabile continuare le mie ricerche: a Napoli, presso il fondo Brancacciano, dove ho raccolto altre cronache dell’epoca; presso la Biblioteca della Società di Storia Patria, dove ho ritrovato i manoscritti sul processo intentato ai ribelli; e ancora a Nardò, nell’archivio del Capitolo della Cattedrale e in numerosi altri scrigni di fonti. Per anni tutto il materiale raccolto, trascritto e conservato, ha rappresentato la base per articoli, come quelli pubblicati annualmente sul sito della Fondazione Terra D’Otranto[1] e per opere di divulgazione, come Nardò a fumetti,[2] una storia illustrata dedicata ai piccoli neretini affinché germogliasse in loro un desiderio di conoscenza sulla storia della propria città.

Nonostante questi miei interventi personali e la pur ricca bibliografia esistente sull’argomento, ritenevo tuttavia giunto il momento di elaborare un lavoro più organico sulla vicenda, un’opera capace di incastonare i fatti di Nardò in un contesto storico più vasto ed articolato. Per questo decisi di affidare il frutto di anni di studio, letture e ricerche a qualcuno che, per preparazione e sensibilità, potesse essere in grado di donare loro una nuova veste. Questo qualcuno è stato Alessio Palumbo, il quale ha aderito con trasporto ed entusiasmo al mio progetto e che per questo ringrazio. Quest’opera è, in sintesi, il connubio tra un’antica passione e l’entusiasmo di giovani studiosi. Essa rappresenta dunque un tributo scientifico ma anche sentimentale ai fatti del 1647.

Risvegliare nei suoi lettori un interesse, una passione, anche una semplice curiosità su quanto accaduto; far comprendere ai neretini vecchi e nuovi e, soprattutto, a chi ne cura la formazione sin dalle prime classi scolastiche, l’importanza di riscoprire e conservare gelosamente il proprio passato; inculcare, in chi ne ha il potere, l’obbligo morale di garantire un riscatto (conoscitivo, civile, religioso) alle vittime di quella che fu una vera e propria barbarie: sono questi i principali obiettivi che questo volume si pone. L’auspicio è che riesca ad ottenerli tutti e tre. Se così non fosse, nondimeno avrà rappresentato, per i suoi autori e per chiunque vi abbia contribuito, un gradito impegno personale per studiare, ricordare, ripercorrere e rivivere una vicenda esemplare.

 

[1]http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

Http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/20/20-agosto-1647-lolocausto-di-nardo-seconda-parte/.

[2] M. Gaballo, Nardò a fumetti. Pagine di storia, cronologia ed altre notizie, Lecce, Conte Editore, 1996.

 

Parole e immagini: un connubio nuovo di comunicare emozioni

copertina scattidautoreokfronte

 

Il dire ulteriore. Immagini e parole

Scatti d’autore di Mauro Minutello – testi di Elio Ria

prefazione di Pier Paolo Tarsi, a cura di Marcello Gaballo

Edizioni Fondazione Terra d’Otranto – Collana Scatti d’autore n°1

formato A/4, cartonato, 84 p., stampa colore

ISBN: 978-88-906976-4-7

 

La lettura del libro  e il godimento delle immagini rimanda ad un ulteriore dire in un panorama ampio di dettagli della terra salentina. Un libro “incompiuto” dove l’esaltazione dell’insieme è demandata al lettore. Il poeta e il fotografo hanno sottolineato ciò che hanno voluto secondo i propri interessi, in condizioni di imparziale attenzione, assumendo anche le vesti di spettatori trasognati.

Indubbiamente le immagini e i testi sono frutto delle abitudini e ossessioni degli autori: difatti in qualsiasi trattazione tematica fotografica e testuale  affrontata,  parlano in fondo di sé stessi, del proprio bisogno di trarre dalla geniale creazione di Dio un frammento concettuale per magnificare la sua opera.

La voglia di dire e di raccontare qualcosa che sfugge all’attenzione, e di cui non si avverte il valore, è palesemente suffragata dall’impegno del poeta Elio Ria e dal fotografo Mauro Minutello, i quali hanno dimostrato come la bellezza di un fiore resta tale anche se non c’è nessuno a contemplarla.

L’opera tenta di agganciare il lettore all’intorno di un mondo  come l’odierno   in cui tutto è uguale a tutto in osservanza della soddisfazione dei bisogni. Decelerare, soffermarsi a contemplare il significato della reale bellezza dei luoghi diventa un esercizio che rafforza le certezze di un’idea, sviluppatasi non solo per meravigliare gli occhi ma anche per traslare significati di architettura della natura. Il linguaggio dei luoghi è affine a quello della lingua.

Traspare nel volume edito da Fondazione di Terra d’Otranto il criterio di non deviare sia in parole che in immagini dal verisimile, rispettando ciò che gli occhi hanno visto – e comunque –  in una sorta di res ficta o argumentum,  vale a dire la res ficta è inventata sì, ma entro i limiti del verisimile, seppure in alcuni testi la poesia tende a colpire con lo splendore della forma: mirando a  immaginare fantasie ma anche cose incredibili. Il poeta giustifica in questo modo la propria licenza di trattare cose impossibili al fine di rendere sorprendente e interessante la sua opera. Di converso il fotografo ha estrapolato da un contesto più ampio un dettaglio che – a parere suo – potesse illuminare con la fissità dell’immagine qualcosa che sfugge all’abitudine degli occhi. Si può dire che  entrambi gli autori sono riusciti a dissimulare e a rendere gradevole persino l’assurdo, infrangendo le regole visive della verità, inducendo gli occhi a ragionare concetti di bellezza e di ulteriore dire, nel tentativo di conquistare gli occhi degli altri. Lo stupore dell’impossibile è un bisogno dell’uomo e i testi quando ne sono ricchi svolgono un compito preciso. Ricorrere alla finzione vuol dire allargare per un momento lo spazio del reale, muovere passi in zone normalmente vietate entro la logica della narrazione che si mantiene in un sistema coerente  di rapporti tra possibile e impossibile.

Il volume, di pregevole fattura, assume l’onere della divulgazione conoscitiva di alcuni luoghi del Salento, rendendo partecipe il lettore alla realtà, la quale è assumibile a un modello che descrive la riconducibilità della vita umana a essa. Modello che può anche fornire chiavi critiche, che può favorire un’evasione, oppure appagarsi della sua contemplazione o riportarlo alla realtà che esso produce fittiziamente.

Il palcoscenico è l’immagine tratta da uno scenario naturale, la parola è il sostegno ad essa per coniugare nuove visioni e una validazione della fantasia. Il libro è da considerarsi a tutti gli effetti un coraggioso tentativo di connubio poetico-artistico che fa da contraltare  ai canoni classici della letteratura e della fotografia, dimostrando che è possibile muovere insieme immagini e parole in un contesto regolato dalla ciclicità degli eventi naturali; inoltre la reversibilità del tempo, gli scambi reciproci fra immaginazione e vita, moltiplicano all’infinito i rapporti soggetto-oggetto. Ria e Minutello hanno teso al massimo il filo che collega il reale all’irreale: amplificando, modellando, cose quotidiane di un creato che può ancora meravigliare.

Millefanti sul desco pasquale

Un piatto tipicamente pasquale che si consuma a Nardò (e probabilmente in altri comuni del Salento) è quello dei milaffanti, una pasta miniaturizzata, altamente calorica e ricca dal punto di vista nutrizionale.

sfregamento dell’impasto per ottenere i milaffanti

Note per un probabile approfondimento di studio su un incunabolo della Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò

di Armando Polito

Nell’immaginario di chi conosce il significato della parola l’incunabolo assume un valore esclusivamente economico legato essenzialmente, più che al suo contenuto, all’età e alla rarità, due caratteristiche che rendono l’oggetto unico o quasi e, perciò, prezioso, almeno per il bibliofilo con risvolti pratici da antiquario. Per lo studioso, comunque, esso è molto, molto di più, perché segna lo spartiacque tra il manoscritto e la cinquecentina, che sancisce l’affermazione definitiva (poteva essere altrimenti?) e la diffusione della stampa. Bisognerà aspettare mezzo millennio per passare (forse fra pochissimi anni qualcuno dirà ancora una volta: poteva essere altrimenti?) dal libro a stampa al libro digitale o, come oggi è obbligo dire se non si vuol fare brutta figura …, e-book. Ma torniamo all’incunabolo. Incunabula1 i latini chiamavano le fasce dei neonati e, per traslato, il luogo di nascita, l’infanzia, il principio, l’origine, le prime prove. Sottintendete di stampa a quest’ultimo significato ed avrete la definizione più sintetica di incunabulo. E si capirà pure perché gli incunaboli per lo più seguono fedelmente la stessa struttura del manoscritto e, almeno all’inizio, pure i caratteri di stampa adottati imitano quelli adoperati dal copista.

È tempo di abbandonare la teoria e di passare alla pratica. L’oggetto oscuro del desiderio di oggi (si capirà dopo perché mi sono espresso in questo modo) è l’incunabolo così schedato da Maria Pia Vergine in Incunaboli e cinquecentine della Biblioteca comunale A. Vergari di Nardò, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina, 2002:

 

Bersuire, Pierre

Bersuire, Pierre

Dictionarius seu Repertorium morale perutile Praedicatoribus

Norimberga, Anton Koberger, 4. II. 1499

fol., car. got.

H  *2802     IGI  1489     BMC  II, 445     GW  3867    

Opera in tre parti, racchiuse in 3 voll. 

Vol. I

car. got. magg. min., cc.[3], 260, coll. 2, ll. 74, segn. a – z8, aa – ii8, kk8 (-kk8), tit. corr.

c.[1r], titolo: Prima pars Dictionarij // continet dictiones his // litteris incipientibus // A. B. C. D.

c.[1v]: bianca.

c.[2r], con segn. a2, incipit epistola: Iohannes Bekenhaub Moguntinus Lectori Salutem. // … explicit, l. 33: Vale. Ex officina impressorie An//thonij Koberger civis Nurenbergensis. Anno xri(sti) I.4.9.9. mensis Februarij. die quarto. // segue: Dictionarij ad lectorem epygramma.

c.[2v – 3v]: Ordo dictionum prima pars.

c.4r, con n. I e segn. a4, col. 1: In nomine trinitatis individue: Repertorium morale // p(er)utile p(re)dicatoribus. Editum p(er) fratrem Petru(m) bercharij // pictavien(sis) ordinis sancti Benedicti. meritoq(ue) Dictionari//us appellatu(m). q(uonia)m quodlibet vocabulum (saltem p(re)dicabi//le) s(ecundu)m alphabeti ordine(m) dilatat. distinguit auctoritates di//vidit. applicatq(ue) exe(m)pla naturalia. figuras & enigmata. In//cipit feliciter. //…. col. 2, l. 70: Finis prologus.

c.4v, col. 1: Prima pars Dictionarij: ordine alphabetico (ut p(ro)lo//go….

c.263v, col.1 ( unica ), l. 27: Finit prima pars Dictionarij.

Formato risultante: mm. 320×215. Manca l’ultima carta, probabilmente bianca.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: solo la “A” iniziale del prologo e quella dell’incipit è disegnata in rosso.

Note manoscritte: rare postille marginali; in rosso qualche segno di paragrafo.

Note di possesso: sotto l’occhietto: “e(st) s. antonij à nerit.o “.

Stato di conservazione: ottimo, carte leggermente imbrunite.

Collocazione attuale: RD – IV – A – 2.

Collocazione precedente: N 139 (sul dorso).

Inventario:  4607

 

Vol. II

car. got. magg. min., cc.[2], 317, coll. 2, ll. 74, segn. A – Z8, Aa – Rr8 (-Rr8), tit. corr., tab.

c.[1r], titolo: Secunda pars Dictionarij // Incipit in littera E finiturq(ue) // in littera O inclusive.

c.[1v – 2v]: Ordo dictionum secunde partis.

c.3r, con n. I e segn. A4, col. 1: Secunda pars Dictionarij. De littera E. ante A. In//cipit feliciter.

c.319v, col. 2, l. 70: Explicit littera .D.

Formato risultante: mm. 320×215. Manca l’ultima carta, senz’altro bianca.

Errori nella segnatura delle carte: A4  A3; G3  I3.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: solo la “E” dell’incipit disegnata in rosso, per le restanti spazio con e senza letterina guida.

Note manoscritte: rarissime. Qualche segno di paragrafo in rosso.

Note di possesso: sotto l’occhietto:”Est Sancti Antonij Civitatis Neritinae”.

Stato di conservazione: quasi ottimo, carte imbrunite.

Collocazione attuale:  RD – IV – A – 3.

Collocazione precedente: N 140 (sul dorso).

Inventario:  4608

 

Vol. III

car. got. magg. min., cc.[2], 254, coll. 2, ll. 74, segn. AA – ZZ8, aA – iI8, tit. corr., tab.

c.[1r], titolo: Tercia pars Dictionarij // Incipit in .P. littera usq(ue) // ad fine(m) durans alphabeti.

c.[1v – 2v]: Ordo dictionum in tercia & ultima parte dictionarij.

c.3r, con n. I e segn. AA3, col. 1: Incipit littera .P.

c.256r, con n. CCLIII, col. 2, l. 50, explicit: Regnat p(er) secula seculo(rum). Amen. // Deo gratias.

c.256v: bianca.

Formato risultante: mm. 320×215.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: La “P” dell’incipit è disegnata in rosso, per le restanti spazio bianco con e senza letterina guida.

Note manoscritte: rarissime postille marginali e qualche raro segno di paragrafo in rosso.

Note di possesso: sotto l’occhietto: “est S. antonij à nerino”.

Stato di conservazione: buono, carte imbrunite con qualche piccolo foro da tarlo.

Collocazione attuale: RD – IV – A – 4.

Collocazione precedente: N 141 (sul dorso).

Inventario:  4609

 

Dico subito che fino a cinque giorni fa di Pierre Bersuire non conoscevo neppure il nome e che la scelta di parlarne, dopo aver fatto la prima indagine, è maturata quando, nello scrivere il recente post sul tablet2 (complemento di argomento, non di mezzo e, in parte, di luogo …), mi sono imbattuto in rete in un altro incunabolo, in un’edizione diversa, custodito dalla nostra biblioteca. A quel punto chiedere a Marcello l’elenco completo tratto dall’opera da lui a suo tempo curata era un obbligo.

Eccomi, così, dopo l’assaggio del Supplementum Chronicarum di Iacopo Filippo Foresti da Bergamo del 1485 per i tipi De Boninis (Nardò possiede l’edizione veneziana del 1486 per i tipi di Benagli), ad annotare di un autore e di un testo quel poco che ho potuto racimolare, grazie alla rete, in questi ultimi giorni. E, siccome l’appetito vien mangiando, potrebbe venirmi lo schiribizzo di fare la stessa cosa con gli altri incunaboli Il massimo, poi sarebbe che nel frattempo a qualcuno (non necessariamente qualche colosso tipo Google …) venisse in mente di immetterne in rete la versione digitale di tutti (l’operazione, oltretutto, non richiederebbe troppo tempo essendo, debbo dire sfortunatamente, solo cinque); se ciò avvenisse, questa volta mi sentirei obbligato a perfezionare l’indagine già fatta e ad estenderla agli altri esemplari (che fino ad ora non ho visto nemmeno da lontano … ecco spiegato l’oscuro oggetto del desiderio di prima).

Chi era Pierre Bersuire (s’incontrano, fra le altre, anche le scritture Berceure, Bercheure, Berchoir, Bercheur)? Intanto il nome latinizzato era Petrus Berchorius. Nacque a Saint-Pierre du Chemin nel dipartimento della Vandea. S’ignora la data precisa di nascita ma in base a certe circostanze della sua vita e alla testimonianza del Petrarca, suo contemporaneo, con il quale ebbe occasione di incontrarsi, con una buona approssimazione si può affermare che nacque intorno al 1290. Ancora giovane divenne prima frate francescano, poi passò ai benedettini nell’abbazia di Maillezais. Prima del 1330 era ad Avignone, al seguito del cardinale Pierre Du Prat che era vice-cancelliere del Papa Giovanni XXII. Ad Avignone nel 1340 inizia la scrittura prima del Reductorium morale (il libro XV, come estratto, avrà vita autonoma a partire dal 1362 col titolo di Ovidius moralizatus3) e poi (ed è l’opera, la cui scheda ho riportato prima, che mi ha ispirato questo lavoro preparatorio) del Dictionarius seu repertorium morale (sarà completato nel 1359;. Nel 1342 è a Parigi dove corregge le due opere e verso il 1352 inizia la traduzione delle Storie di Tito Livio per incarico del re di Francia Giovanni II, lavoro probabilmente terminato nel 1355. Muore nel 1362.

Delle sue opere (soprattutto della traduzione di Livio) esiste un numero impressionante di manoscritti conservati in varie biblioteche. Comincio proprio da un esemplare del XIV secolo del Dictionarius seu repertorium morale custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia, dal cui sito ho tratto le immagini che seguono riproducenti la a copertina e la prima carta di testo di ogni volume (quella del terzo, purtroppo, è vandalicamente mutilata (http://gallica.bnf.fr/Search?ArianeWireIndex=index&p=1&lang=EN&q=PETRI+BERCHORII&x=29&y=7).

Ecco ora il dettaglio del lemma ABIATHAR come è trattato nel primo volume (A-E; dipartimento manoscritti latini n. 8862; per il secondo, F-O, n. 8863; per il terzo, P-Z, n. 8861) dell’esemplare manoscritto e a p. 6 del primo volume dell’edizione uscita a Venezia in 3 volumi per i tipi di Geronimo Scoto nel 1574 (primo e secondo volume) -1575 (terzo volume).

Il modello manoscritto dei tre volumi continua nelle opere a stampa. Di seguito i frontespizi dei tre volumi dell’edizione uscita a Venezia, sempre per i tipi di Geronimo Scoto, nel 1583.

Ecco ora le carte iniziali di alcuni manoscritti del XIV secolo della traduzione delle Storie di Tito Livio custoditi nella stessa biblioteca (dipartimento manoscritti francesi):

n. 31 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9009504g/f5.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 32 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9009481x/f6.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 35 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9058225p/f4.zoom.r=BERSUIRE.langEN):

n. 6441 (questo è del XIV secolo; http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b90075481/f7.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 63 (risale al 1403 ed è molto importante perché costituisce quasi un frontespizio che, di regola, è assente nei manoscritti; http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451118s/f4.image.r=BERSUIRE.langEN):

L’importanza del nostro autore è sancita oltre che dal notevolissimo numero di manoscritti da quello altrettanto cospicuo delle edizioni a stampa delle sue opere, dei cui frontespizi offro una breve panoramica.

Opera omnia, 1609 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1340683.r=BERSUIRE.langEN):

Dictionarium vulgo repertorium morale, 1712 (http://www.bsb-muenchen-digital.de/~db/1063/bsb10634497/images/index.html):

 

Opera omnia, 1730 (https://books.google.it/books?id=Kf04AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=bersuire+pierre&hl=it&sa=X&ei=_K7pVM31I8itUYq5gqAC&ved=0CB8Q6AEwADgK#v=onepage&q=bersuire%20pierre&f=false):

_________

1 Il vocabolo, neutro plurale, è composto da in=dentro+cunàbula (anche questo neutro plurale)=culla e, per traslato, nido, nascita, origine; a sua volta cunàbula è da cunae=culla. Cunàbula è connesso con cùmbula o cýmbala=barchetta; cuna con cumba o cymba=barca. Evidente il valore diminutivo di cùmbula/cýmbala rispetto a cumba/cymba. In tutto questo c’è lo  zampino del verbo cubare=giacere a letto, sedere a mensa, mangiare, giacere (in senso biblico) essere calmo, cullarsi. Cubare, a sua volta, presenta la radice senza infisso nasale presente invece  nei composti recùmbere=tornare a letto, coricarsi, stendersi, cadere, incùmbere=stendersi sopra, applicarsi, mettersi all’opera e succùmbere=cadere o cedere sotto. Lascio al lettore indovinare le voci italiane derivate (decubito, con le sue piaghe, compreso) e concludo dicendo che cumba/cymba è in rapporto strettissimo col greco κύμβη (leggi kiùmbe)=coppa, tazza, piccola barca, testa.

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/23/il-tablet/

3 Dell’Ovidius moralizatus abbiamo due manoscritti illustrati della seconda metà del secolo XIV, uno conservato a Gotha (Forschungsbibliothek, I 98), l’altro a Bergamo (Biblioteca civica Angelo Mai, Cassaf. 3, 4).  Nell’immagine che segue un’illustrazione (carta 11 r.) del primo:

 

 

20 febbraio 1743. Quel fierissimo tremuoto…

di Marcello Gaballo

E’ uscito in questi giorni l’ultimo lavoro di don Giuliano Santantonio, direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, Quel fierissimo tremuoto. Nardò e le vittime del sisma del 1743. 28 pagine, stampate dalla tipografia Biesse di Nardò, che rileggono le vicende del funesto sisma del 20 febbraio 1743, che tanti danni arrecò a molti centri di Terra d’Otranto e alla città di Nardò in particolare.

 

san gregorio armeno

Un sisma di magnitudo M=6.9 che fu avvertito in tutto il Regno di Napoli e che causò danni ingenti e centinaia di morti, tra cui anche donne e bambini, dei quali elencati in dettaglio dall’autore nella pubblicazione.

“Gran parte del tessuto urbano – scrive Santantonio – fu sconvolto e gli apprezzi dei danni, fatti da lì a qualche mese, vanno dai 260.000 ducati circa ad oltre 400.000 ducati, somma ingentissima se si tiene conto che il salario medio annuo di un bracciante agricolo all’epoca ammontava a circa 30 ducati. Il Liber mortuorum della Chiesa Cattedrale registra per quell’evento 112 vittime, due delle quali rimaste insepolte sotto le macerie: si tratta di una rilevazione assolutamente certa e attendibile, mentre alcune fonti parlano di 150 vittime e altre addirittura di 349, numeri che appaiono piuttosto inverosimili per la sola Città di Nardò, dove se vi fossero stati dei dispersi rimasti sotto le macerie sarebbero stati sicuramente individuati e citati nel Liber mortuorum, come fu per i due riportati.

La statua di S. Gregorio Armeno, che dall’alto del sedile si vide ruotare per tre volte con la mano benedicente protesa quasi a fermare il flagello, diede da subito origine al convincimento che fu la protezione del Santo Patrono ad evitare un epilogo ancora più doloroso”.

Nella prima parte del volumetto, seppur già note, si riportano le fonti notarili che descrissero l’evento:

“Tra quelle che presentano maggiore interesse vi sono gli atti e le annotazioni di alcuni notai dell’epoca, testimoni diretti dell’evento, le cui particolareggiate descrizioni ci lasciano intuire quale impressione ebbe a destare nell’animo dei contemporanei un evento così drammatico.

Scrive il notaio Oronzo Ippazio De Carlo:

“Nel giorno di mercoledì venti febbraio, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa ore 23 nell’occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn’uno ed intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s’offuscò l’aria e pareva che mandasse fuoco, l’acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 traballò per causa d’un tremuoto Nardò, tornò a traballare, e finalmente muovendosi la terra à guisa dell’acqua che ferve nella pignatta, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono dà 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc.. I mobili e suppellettili dall’ingiurie delle pietre, polveri, e de tempi che susseguirono, restarono di minor momento e valore.  La statua della Beatissima Vergine Maria del vescovado sotto il titolo dell’Assunta sudò. La statua di San Gregorio Armeno che steva sopra del publico Sedile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di San Michele e Sant’Antonio cascarono. Il danno ascese ad un milione sento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto da tutta l’Europa, anzi dal mondo tutto” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo)”.

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Sempre Santantonio scrive:

“Lo stesso notaio ripropone nel medesimo protocollo un’altra descrizione dell’evento, con qualche discrepanza rispetto alla prima:

“Successe un fierissimo tremuto, che durò secondo la comune, sette minuti, e ruinò dalle fondamenta la Città di Nardò [….] morirono duecentoventiotto persone, oltre centinara di figlioli e quattrocento e sette persone restarono in gran parte della persona offese e ferite. Quali morti e feriti furono tutte quasi persone basse a riserba del canonico D.Tommaso Abbate Piccione, del suddiacono Giuseppe Nociglia e del Padre fra’ Michele Talà Carmelitano. La fedelissima città di Lecce mandò per carità à detti infermi con il suo maestro di piazza settecento rotola di pane, quattro castrati e contanti. L’eccellenza del Signor marchese di Galatone ò sia il Principe di Belmonte colla sua solita pietà provedè del necessario detti poveri avendo dato ricovero alle religiose dette del Conservatorio, ed à più e più persone che erano fuggite in Galatone, dove dimora detto Eccellentissimo duca di Cerisano preside e da dove giornalmente si porta per provedere agli bisogni di detta città. Varii furono gli eventi che precedettero à detto tremuoto e frà questi il Tutelare Padre S.Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra del Publico Sedile nella piazza nell’atto che la terra si scoteva, invocato dal popolo si voltò visibilmente verso il ponente dà dove s’insorse il tremuoto, e la mano che prima steva in atto di benedire ora si vede tutta aperta ed in atto che impedisce il flagello: a continua a star voltata verso di detto vento di ponente, avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma non già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S.Michele, e di S.Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso S.Gregorio…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo) “.

E completa con l’altra annotazione:

“Il notaio Vincenzo Fedele, sotto la dicitura “Notizia a’ Posteri” inserita nel suo protocollo del 1742-1743, racconta circa la statua di San Gregorio posta sul Sedile:

“trè volte si vidde dal popolo che presente era in Piazza nell’atto di precipitare, e nello stesso istante li caschò la midra dà testa […] onde considera ò mio lettore che forsa hà il nostro Gran Protettore davanti Sua Divina Maestà à liberare il suo popolo dà i suoi giusti castighi per le nostre colpe. Gran Protettore Gregorio quanto ti deve la Città neretina” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Vincenzo Fedele)”.

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Riguardo l’entità dei danni nella sola Nardò l’autore riporta quanto scrisse il notaio Nicola Bona a distanza di qualche mese in un elenco sicuramente incompleto:

la intiera chiesa del venerabile convento di S.Francesco di Paola; la mettà del venerabile monastero di S.Teresa; il quarto di quello di S.Chiara; il terzo del venerabile Conservatorio di donne monache sotto il titilo della Purità assieme colla gubola della chiesa frantumata; la chiesa del venerabile convento de Scalzi di S.Agostino sotto il titolo della Coronata divisa pe il mezzo; il vescovado tutto conquassato e parte rovinato; la catedrale tutta servata col campanile precipitato in due de suoi ordini; il campanile della chiesa dei PP.Predicatori frantumato l’ordine superiore e la chiesa minacciante rovina; le case della Città nella publica piazza colle carceri nella parte inferiore tutte tirate a terra colla morte di sette infelici carcerati…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Nicola Bona).

E per completezza vengono anche riportati i pareri di alcuni mastri muratori, chiamati a redigere una stima dei danni subiti dal campanile della chiesa di S.Domenico e del Seminario ricostruito da Ferdinando Sanfelice, di cui fu danneggiata “specialmente la facciata, furono ruinati da sotto le fondamenta, la scala che si sale sopra e l’ambulatorio precipitati à terra et anche la chiesa, con havere solamente rimasta in piedi lo pariete della strada, e tutta aperto, e le officine desolate…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano)”.

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Molto interessante, ma anche questa cronaca già nota agli studiosi, la perizia giurata dei mastri muratori Nicolantonio de Angelis di Corigliano e Lucagiovanni Preite di Copertino, che quantifica nel modo seguente l’entità complessiva dei danni:

  • ducati 62.512 per gli immobili appartenenti ai benestanti;
  • ducati 50.829 per gli immobili delle persone povere;
  • ducati 108.982 per gli edifici ecclesiastici;
  • ducati 8.000 per trasportare fuori le mura i materiali degli edifici crollati e di quelli da abbattere;
  • ducati 30.000 per ricostruire le mura e le torri
  • ducati 6000 per le case del Governatore e le carceri;
  • ducati 800 per il Sedile;
  • altre somme non quantificate per riparare il cappellone di San Gregorio nella Chiesa Cattedrale e le case, appartenenti alla Città e dati in uso ai Ministri regii di passaggio (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano).

Liber mortuorum frontespizio

La novità della pubblicazione è data proprio dall’elenco delle 112 vittime, riportato nel Registro dei Defunti della Chiesa Cattedrale di Nardò, vol. 18 – dal 1742 al 1766 in quel “Giorno di mercordì a 20 febraro 1743 ad’ore ventiquattro meno un quarto sortì un terremoto così grande che non solamente precipitò tutta la Città ma vi morirono sotto le pietre li sottoscritti videlicet 112″.

Lo studioso non solo trascrive i nominativi, ma riporta delle utili notizie genealogiche e anagrafiche proprie di ognuno dei defunti, contribuendo così a colmare un’altra lacuna della storia cittadina.

 

Nota informativa: la pubblicazione potrà essere ritirata presso la Cattedrale di Nardò.

A proposito di febbraio e del freddo

di Marcello Gaballo

Il popolo salentino ha personificato anche i mesi dell’anno e da molte generazioni si tramanda questo breve raccontino, nel quale Febbraio chiede una cortesia al fratello Marzo:

frate Marzu, frate Marzu

damme tò giurni

e bbiti a ‘sta ‘ecchia cce lli fazzu!

Ca ci li giurni mia

l’abbìa tutti

facìa cuajare

lu mieru intra ‘lli ‘utti.

(fratello Marzo, fratello Marzo/ prestami due giorni dei tuoi/ e vedrai cosa farò a questa vecchia./ Avessi tutti i miei giorni/ farei congelare il vino nelle botti).

Ma a questa considerazione bisogna aggiungere anche un proverbio, che si recita a Scorrano:

Lu tàccaru cchiù gruessu

àzzalu pi marzu

(la legna più grande riservala per marzo).

Ogni commento si può risparmiare, visto che le temperature di questi giorni  confermano la secolare esperienza in fatto di metereologia.

Ancora una conferma?

Ci fribbaru no fribbarèscia

marzu mmalepensa

(se febbraio non porta il suo freddo, marzo potrebbe pensar male riguardo la sua reputazione di mese più freddo dell’anno).

Un’epigrafe in via Regina Elena a Giuliano di Lecce

di Marcello Gaballo e Armando Polito

VIRTUS INVIDIAM FRANGIT

LABOR FORTUNAM CONCILIAT

HUMILITAS FORTIORA VINCIT

La virtù frantuma l’invidia

Il lavoro propizia la fortuna

L’umiltà  supera prove piuttosto difficili.

 

Da un punto di vista di semplice scrittura epigrafica colpisce la compresenza di caratteri maiuscoli e minuscoli.

Questi ultimi sono in totale minoranza nella prima linea:  1, la r di FrANGIT, su 19 (sarebbero 21 se le I di INVIDIAM e di FRANGIT non fossero state inglobate rispettivamente in D e in G); i caratteri minuscoli trionfano nella seconda linea (17/21) e sono totalmente assenti nella terza. Da notare pure nella prima linea la compresenza di una R maiuscola (quella di VIRTUS) e  di

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

1 dicembre. Sant’Eligio. Una tela di Donato Antonio d’Orlando a Nardò

 

di Marcello Gaballo

Le sorprese che riserva la chiesa della Vergine del Carmelo a Nardò, un tempo officiata dai carmelitani scalzi, che dimoravano nell’annesso convento, poi parrocchia, sono davvero tante. I preziosi arredi, i decori, gli stucchi e le opere pittoriche presenti, ne fanno una delle tappe che non possono mancare nell’itinerario del turista, sia esso il più frettoloso e poco attento.

Di impianto cinquecentesco, ampiamente rimaneggiata dopo il funesto terremoto del 20 febbraio 1743,  l’edificio ospita una bella tela raffigurante Sant’Eligio, opera del prolifico ma poco noto pittore Donato Antonio d’Orlando (Nardò, 1562 ca – Racale, 1636), la cui produzione è uniformemente distribuita in Terra d’Otranto (Muro Leccese, Copertino, Seclì, Uggiano La Chiesa, Ugento, Leverano, Martina Franca, ecc.).

Il Santo orefice (Chaptelan 588 ca. – 1 dicembre 669 d.C.) fu controllore dei metalli, maestro della zecca, poi grande argentiere sotto il regno di Clotario II, quindi tesoriere di Dagoberto I, prima di essere eletto vescovo di Noyon nel 641 (nella cui abbazia riposa il corpo). Fu assunto a patrono degli orefici, argentieri e gioiellieri, per la sua abilità di intagliatore.  Prima degli ordini sacri eseguì opere di oreficeria di altissimo livello e ne erano prova i bassorilievi della tomba di S. Germain, vescovo di Parigi e i due seggi intarsiati per Clotario, ancora visibili nel 1789. Delle sue opere oggi restano soltanto, oltre ad alcune monete, un frammento di croce incastonata, conservata nel Gabinet des Médailles a Parigi.

antica immaginetta devozionale del santo
Nardò, masseria Brusca, affresco di S. Eligio

Sant’Eligio è considerato anche patrono di quanti si servono di martelli, tra cui carpentieri,  incisori, orologiai, fabbri, meccanici, calderai, minatori, attrezzisti, doratori, ma anche dei trasportatori, autisti, veterinari, sellai,  produttori di finimenti, garagisti, carrozzieri, carrettieri, commercianti di cavalli, contadini, operai, braccianti.

Chiesa matrice di Casarano, statua di S. Eligio (XVII secolo)

Il dipinto di Nardò, ad olio su una tela di cm. 123×193, si ammira sul primo altare della navata a sinistra di chi entra; la presenza di questo santo collima con l’intitolazione dell’altare allo stesso.
Di aspetto giovanile,  è dipinto a figura intera, in piedi, vestito in abiti vescovili; con il braccio sinistro regge il pastorale argenteo e un prezioso volume profilato in oro, mentre benedice con la mano destra.

particolari della tela nel Carmine di Nadò

Sui due lati sono inginocchiati i donatori, con l’abito e la croce confraternale, e subito dietro di essi una folta compagine di cittadini e nobili, tutti con lo sguardo rivolto al santo. Lo sfondo è caratterizzato dal particolare architettonico di quella che potrebbe essere una delle porte urbiche, porta San Paolo, nelle cui immediate vicinanze sorge la nostra chiesa. La presenza dello stemma civico di Nardò nella parte inferiore della tela fa pensare che tra i committenti ci sia stata anche l’universitas locale o che abbia perlomeno concorso al pagamento delle spese per realizzare l’opera.

Ad esaltare la figura del santo contribuisce il drappo del baldacchino dietro le sue spalle, in broccato nero e oro, nella cui parte superiore si legge a lettere maiuscole e dorate Sa(nc)tus Elicius. Gli arabeschi, i racemi e i fiorellini sono ripresi sulla pianeta marrone che il santo indossa su un ampio camice in seta bianca. Rifulge ovunque il dorato, che è poi una delle caratteristiche salienti della pittura del nostro, particolarmente accentuato nelle ricche bordure e profili dell’indumento e del manutergio. Dorate sono pure le scarpe, le cui punte avanzano dal bell’appiombo delle pieghe del camice, comprendendo la sigla D.A.O.P. (Donatus Antonius Orlandi Pinxit) con cui si firma l’artista.

particolare della tela di Nardò con la firma del santo tra i due piedi

La ricchezza decorativa è ulteriormente manifestata dai guanti gemmati, dagli anelli al secondo e quarto dito della mano sinistra, dalle pietre preziose e dal profilo della mitra.

L’ultimo restauro (eseguito da Francesca Romana Melodia nel 1997) ha ridonato splendore ai colori e specialmente alla doratura, rendendo il dipinto molto apprezzabile. Ha anche evidenziato come la tela sia stata ridotta nelle sue dimensioni originarie (probabilmente in coincidenza con i lavori di risistemazione della chiesa dopo il terremoto del 1743), con la definitiva perdita di brani pittorici che potevano narrare episodi della vita del santo. Non si spiegherebbero diversamente le tre iscrizioni sopravvissute ed ancora ben leggibili sul bordo inferiore, che narrano di miracoli accaduti per l’intercessione di Eligio.

 

il santo in una immaginetta devozionale francese del XVIII secolo

Su alcune reliquie conservate nella cappella di Tutti i Santi, nella cattedrale di Nardò

armadio con le reliquie dei Santi nella cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

La festività di Tutti i Santi è occasione utile per ricordare una eccezionale donazione dell’abate Domenico Roccamora, allora rettore del Seminario della Compagnia del Gesù di Roma, alla Cattedrale di Nardò effettuata nei primi decenni del ‘600.

Il prelato, con lettera accompagnatoria del 10 febbraio 1612, difatti, aveva fatto dono all’ università neritina dei corpi, con le loro teste, di S. Vittore martire e di S. Teodora vergine, ed altre reliquie di santi contenute in due grandi reliquiari che oggi sono esposti alla venerazione dei fedeli nella chiesa madre neritina. Tra le varie disposizioni del presule si legge nell’atto notarile che le reliquie sarebbero state conservate in apposita cappella in Cattedrale, di patronato dell’ università, ancora esistente e serrata da due grandi ante, aperte solo in questa giornata ed in particolari festività. Si tratta de “lu stipu ti li Santi”, nella cappella della navata sinistra, abbellita e definitivamente sistemata sotto l’episcopato di Mons Ricciardi, sul finire del secolo XIX. Lo stemma del vescovo difatti è finemente scolpito sulle due grandi ante.

reliquiari nella cattedrale di Nardò

Oltre la donazione è bene anche notare la particolare e poco nota richiesta del prelato. Nell’atto del marzo 1612, per notar Palemonio da Castellaneta rogante in Nardò, si legge infatti che le reliquie donate alla Cattedrale

Studiosi a convegno per presentare l’ultimo libro sulla Cattedrale di Nardò

Locandina

di Marcello Gaballo

Verrà presentato domenica 5 ottobre 2014, alle ore 19.30 presso la Cattedrale di Nardò, l’ultima fatica sul sesto centenario della Cattedrale di Nardò,dal titolo Neritinae Sedis. Atti del convegno di studio in occasione del VI centenario  della Cattedrale (31 maggio-1 giugno 2013).

Il volume, edito dalla Diocesi di Nardò-Gallipoli con Mario Congedo Editore, è inserito nella Collana dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, con il n° 7,  ed è stato curato da Giuliano Santantonio e Mario Spedicato.

L’opera, presentata ai lettori dal vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli, Mons. Fernando Filograna, offre al lettore un dignitoso e completo excursus storico sulla Cattedrale neritina, grazie al contributo di docenti, studiosi e ricercatori di varia provenienza ed estrazione, molti dei quali ben noti nel panorama della storiografia salentina e pugliese.

320 pagine in cui si analizzato le diverse fasi storiche, a partire dai monaci benedettini, con approfonditi studi delle fonti documentarie, tra le quali la Bolla dell’11 gennaio 1413, oltre a numerosi contributi che spaziano in diversi campi del sapere e comunque attinenti l’Ecclesia Mater neritina, assurta a chiesa regia con decreto del 12 ottobre 1803, poi dichiarata monumento nazionale il 20 agosto 1879, ed infine elevata dalla Santa Sede a dignità di Basilica minore il 2 giugno 1980.

Il volume apre con i saluti del Presidente della Provincia Antonio Gabellone, del Sindaco di Nardò Marcello Risi, facendo seguito un corposo Incipit del parroco    Giuliano Santantonio, che è stato anche curatore. Mario Spedicato, dell’Università del Salento e co-curatore, offre la Prefazione.

Questi i saggi, nell’ordine:

Benedetto Vetere, La Cattedra vescovile e le Bolle di Clemente VII e Giovanni XXIII.

Rosario Jurlaro, La presunta bolla di papa Paolo I dell’anno 761 nel giudizio di Annibale De Leo e la dipendenza della Chiesa di Nardò da quella metropolita di Brindisi.

Pietro De Leo, Nardò da abbazia a diocesi: una tortuosa procedura con vescovi paesani e forestieri tra XIV e XV secolo.

Giancarlo Vallone, Biografia in breve di Stefano Agricoli e non Pendinelli.

Vittorio Zacchino, A Nardò e diocesi prima e dopo Antonio Galateo.

Pasquale Corsi, Comunità ellenofone di Terra d’Otranto: un sondaggio tra le testimonianze d’archivio.

André Jacob, Nardò e Gallipoli tra greci e latini.

Anna Gaspari, Greci e francescani nel Salento tardomedievale e rinascimentale (con particolare riferimento alla diocesi di Nardò).

Roberta Durante, La Cripta di S. Antonio Abate nell’agro di Nardò.

Maria Domenica Muci, Il copista Giovanni di Nardò e la tradizione dei «Tria Syntagmata» di Nicola Nettario di Casole.

Patrizia Durante, Gaudeat ecclesia. Tradizione musicale francescana in diocesi di Nardò tra Medioevo ed Età Moderna.

Paolo Agostino Vetrugno, “Classicità e classicismo” nella scultura cinquecentesca neretina.

Francesco Danieli, Catechesi tridentine a Nardò nella pittura di Donato Antonio D’Orlando.

Donato Giancarlo De Pascalis, La Cattedrale nel tessuto urbano di Nardò: orientamento, modelli e confronti.

Giovanni Giangreco, Il futuro della Cattedrale di Nardò. La conservazione della fabbrica: manutenzione o restauro?

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Omaggio a Giorgio Cretì. A Ortelle

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“Per un antico(pòppitu)eroe” è l’incipit che accompagna il progetto/omaggio a Giorgio Cretì, giornalista, scrittore, cultore della gastronomia e delle tradizioni popolari, scomparso lo scorso anno. Ortelle, sua cittadina natale, gli rende merito con due iniziative culturali, che hanno lo scopo di celebrarne la memoria e anche di far germogliare altri semi che Cretì seppe spargere amorevolmente in terre lontane dal suo Salento.

Le manifestazioni si svolgeranno in piazza San Giorgio, agorà del borgo di Ortelle, Sabato 31 maggio con l’illustrazione del progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, un progetto promosso dal Comune di Ortelle che si è valso della collaborazione della “Fondazione Terra d’Otranto”, finanziato dal CUIS e sostenuto  dall’Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali.

Dopo i saluti delle autorità,i familiari di Cretì illustreranno la bio-bibliografia,mentre il presidente della Fondazione Terra d’Otranto dott. Marcello Gaballo presenterà il volume antologico che comprende i due romanzi, racconti inediti e foto d’archivio dello stesso Cretì.

Il volume, riccamente illustrato, sarà distribuito ad ogni famiglia del Comune, con ciò rispettando la volontà di Giorgio Cretì e della stessa Fondazione Terra d’Otranto, a cui sono stati ceduti i diritti dei testi pubblicati.

Domenica 1 giugno, alle 21, si alza il sipario sullo spettacolo teatrale “Pòppiti”, tratto dall’omonimo romanzo di Cretì. Il testo scritto dalla scrittrice Raffaella Verdesca sarà rappresentato dalla Compagnia teatrale ‘Ora in scena’, diretta da Paolo Rausa. Le musiche e le canzoni della tradizione salentina saranno eseguite da P40 e Lucia Minutello, la coreografia daKalimbaStudio Dance. Il racconto è unaffresco di salentinità,una storia d’amore e di guerra ambientata a Capriglia, una masseria collocata nell’entroterra fra Santa Cesarea Terme e Vignacastrisi. Le vicende si svolgono nel 1911 e si intrecciano con la guerra di Libia.

Nei due giorni è possibile visitare la mostra “Ortelle /Paesaggi Personaggi” con opere dei pittori locali Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e la “lettura” fotografica di Pòppiti a cura di Stefano Cretì, allestita nell’atrio e nelle sale di Palazzo “Rizzelli”, in piazza San Giorgio.

Info: Comune di Ortelle, 0836 958014, www.comune.ortelle.le.it

 

Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

presentazione del volume

Sancta Maria de Nerito.

Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

cop neerito bassa  

Sarà presentato venerdì 23 maggio 2014, alle ore 19.30 presso la Cattedrale di Nardò, il volume celebrativo del secentenario della Diocesi, dal titolo Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013).

Il volume, edito da Mario Congedo Editore e inserito nella Collana dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, è curato da Marcello Gaballo, Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri.

L’opera, presentata ai lettori dal Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, offre al lettore un excursus storico-artistico attraverso l’analisi e lo studio dell’ingente patrimonio d’arte conservato nella Cattedrale di Nardò.

L’antico edificio, grazie al contributo di docenti e ricercatori universitari, oltre che di studiosi di varia provenienza ed estrazione, è stato analizzato in tutte le fasi storico-artistiche, dall’età medievale al restauro ottocentesco, in virtù del necessario concorso di molteplici e specifiche discipline, essendo il monumento un eccezionale palinsesto architettonico, oltre che un contenitore di oggetti d’arte di inestimabile valore, molti dei quali qui studiati e offerti al pubblico per la prima volta dopo i recenti restauri che hanno interessato prevalentemente il patrimonio pittorico.

È stato così possibile formulare nuovi studi e analisi artistiche e stilistiche relativamente agli affreschi (dal XIII al XVI secolo) a all’ingente corpus dei dipinti di estrazione napoletana, commissionati in gran parte nella prima metà del Settecento dal vescovo Antonio Sanfelice. Tra le opere pittoriche si segnalano, per rilevanza, le ante dipinte dell’armadio del Tesoro il cui restauro si è appena concluso, restituendo una tra le più pregevoli opere attribuite alla scuola di Francesco Solimena.

Notevoli sono anche i contributi relativi allo studio delle fonti documentarie, tra le quali la Bolla dell’11 gennaio 1413, e dell’arredo sacro, finora mai o scarsamente indagato: dal Crocefisso ligneo, agli interventi settecenteschi apportati da Ferdinando Sanfelice, fino alle compagini musive otto-novecentesche che decorano le cappelle e le stanze parrocchiali.

Frutto, dunque, di una fortunata convergenza di circostanze, i contributi raccolti nel presente volume passano in rassegna sei secoli di storia della Cattedrale di Nardò mediante un capillare scavo archivistico e un attento studio delle fonti documentarie, storiche, letterarie e iconografiche. Tale studio rappresenta, pertanto, una scelta motivata dalla necessità di incoraggiare la valorizzazione, la salvaguardia e la trasmissione del ricco patrimonio artistico, culturale, simbolico e materiale della Ecclesia Mater neritina non solo a fini celebrativi, ma anche e soprattutto per preservare l’integrità e l’identità del tempio, assurto a chiesa regia con decreto del 12 ottobre 1803, dichiarato monumento nazionale il 20 agosto 1879, ed elevato dalla Santa Sede a dignità di Basilica minore il 2 giugno 1980.

 

Saggio V. Cazzato

Piano dell’opera

Card. Gianfranco Ravasi, Prefazione

Mons. Fernando Filograna

Don Giuliano Santantonio

Introduzione

Armando Polito, 11 gennaio 1413 – 11 gennaio 2013. Nardò celebra il suo seicentesimo anniversario

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Seicento anni di stemmi: la cronotassi araldica dei presuli neritini

 

PARTE I. L’ETÀ MEDIEVALE

 

Mariella Nuzzo, La Cattedrale di Nardò: dall’origine all’età angioina

Patrizia Durante, Edizioni di monodia liturgica e tradizione manoscritta nella Biblioteca Diocesana di Nardò “Antonio

Sanfelice”

Giuseppe Castelluccio, Il Crocifisso ligneo della Cattedrale di Nardò

Maria Rosaria Marchionibus, La Cattedrale di Nardò e la sua decorazione pittorica

Marcello Gaballo-Armando Polito, Prima attestazione conosciuta del volgare a Nardò

Manuela De Giorgi, La Dormitio Virginis “sculpto opere”, ovvero il rilievo erratico dalla Cattedrale: diario di un viaggio ancora in corso

 

PARTE II. L’ETÀ MODERNA

 

Giovanni De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice e il restauro della Cattedrale di Nardò

Mario Cazzato, Barocco in Cattedrale. Ovvero il declino della “maniera neritina”

Maura Lucia Sorrone, Scultura lignea e arredi liturgici in Cattedrale (1590-1734): artisti e committenze

Stefano De Mieri, Pittori del Sei-Settecento in Cattedrale: Francesco Solimena “ritrovato” e gli altri (Lucatelli, De Matteis e Olivieri)

Maria Teresa Tancredi, Pitture sei-settecentesche divise tra l’Episcopio e il Seminario vescovile di Nardò

Paolo Peri, Paramenti liturgici della Cattedrale di Nardò: oro, argento e seta, simboli e sacralità

 

PARTE III. L’ETÀ CONTEMPORANEA

 

Paolo Giuri, Il “ripristino” ottocentesco della Cattedrale di Nardò

Elsa Martinelli, “Per la gloria del Signore e della Sua Santa Casa”: l’organo Inzoli (1897) della Cattedrale di Nardò

Daniela De Lorenzis, Le compagini musive otto-novecentesche della Cattedrale di Nardò (rilievi di Fabrizio Suppressa)

Emilio Panarese, Gli arredi lignei della Scuola d’Arte di Maglie nella Cattedrale di Nardò

 

APPENDICE DOCUMENTARIA

Armando Polito, Nardò, la diocesi e i suoi vescovi riportati da Ferdinando Ughelli nell’ Italia Sacra

 

FONTI MANOSCRITTE E BIBLIOGRAFIA (a cura di Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri)

La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

Sarà presentato Sabato 26 aprile il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

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fronte retro

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

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di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

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Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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