La Fondazione Terra d’Otranto è lieta di partecipare la nascita di ….

La riproduzione anastatica di un libro antico è di per sé un’iniziativa editoriale meritoria per due buoni motivi. Anzitutto perché riporta nel circuito della memoria qualcosa che aveva visto progressivamente ridursi la sua fisicità ad oggetto da antiquariato; e poi perché si tratta, visti anche i tempi che stiamo attraversando e la scarsa importanza che alla cultura viene attribuita, di un’operazione-coraggio, che farà di un oggetto raro un prodotto di nicchia dalla tiratura limitata e dall’incerto beneficio economico.
Libera da quest’ultima preoccupazione, la Fondazione Terra d’Otranto presenta la sua più recente neonata (aprile 2016):  la riproduzione anastatica di un testo del 1620, cioé del Trattato delle piante & immagini de Sacri Edifizi di Terra  Santa di Bernardino Amico da Gallipoli, con introduzione e note di Marcello Gaballo ed Armando Polito. Il testo è impreziosito dal corredo di ben 47 tavole incise dal Callot su disegno dell’Amico (di seguito la n. 2).

Al di là dei meriti generali espressi all’inizio, questa pubblicazione ha un valore affettivo particolare, ancor più per Nardò, in quanto è, per così dire, la celebrazione di un quasi insperabile ritorno a casa, cioè  del recupero di un testo trafugato negli anni ’70 dalla biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” ad opera di un prelato che aveva un perverso senso del concetto del prestito, per cui l’Amico ritrovato del titolo della prefazione non è un semplice gioco di parole, ma l’affettuoso bentornato ad una parte del nostro patrimonio, checché si pensi,  più importante: quello culturale.

 

Vedi anche:

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Nardò| Quell’antichissima prece di ferragosto

assunta

di Marcello Gaballo

Non è ancora a me chiaro se l’antichissima tradizione ferragostana del popolo di Nardò sia esclusiva di questa città o anche di altre nel Salento.

E’ una prece, nota come li Centu Cruci, tramandata oralmente tra le generazioni ed oramai sconosciuta alla maggior parte, il cui pensiero è occupato da ben altro per l’inevitabile modernità dei tempi e per l’evoluzione dei costumi.

Mi è stata inviata proprio ieri dai miei congiunti ed è bene trasmetterla per non smarrirla (un ringraziamento dunque a Roberta Giuranna e Fernanda Fiore per averla recuperata).

Le donne neritine erano solite recitarla il 15 di agosto, giorno dedicato alla memoria della Vergine Assunta che si celebra in Cattedrale, alle 15 di pomeriggio, dopo essersi radunate con i propri cari e con i vicini, sciorinandola tra una “posta” e l’altra del Rosario:

Pensa anima mia ca ha murire,

la valle ti Josefat imu scire truare

e lu nimicu nanzi ndi ‘ole issire.

Fermu nimicu,

no mi tentare no mi ‘ffindire

ca centu cruci mi fici an vita mia

lu giurnu ti la Vergine Maria.

Mi li fici e mi li scrissi,

parte ti l’anima mia tu no nd’abbisti.

Naturale porsi la domanda perché questa preghiera osservasse questa rigorosa data e dunque potesse recitarsi solo il 15 agosto e non altri giorni dell’anno, visto che non sembrano esserci rimandi all’Assunta.

L’unico motivo che ci pare plausibile era collegato al particolare giorno, l’unico in cui tutti i sacerdoti, monaci, chierici, diaconi e suddiaconi, dovevano convenire nella città di Nardò, sede della diocesi, per prestare l’antichissimo e solenne rito dell’obbedienza.

Il rito dapprima si doveva prestare all’abate benedettino, che reggeva il monastero neritino, poi (dal 1413) al vescovo della diocesi di Nardò in occasione della festività dell’Assunzione della Beata Vergine, titolare della Cattedrale neritina (15 agosto)[1], secondo i decreti della Sacra Congregazione dei Riti.

Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

 

[1] Nello stesso giorno l’abate, e poi il vescovo di Nardò, dava mandato ad un ecclesiastico per ricoprire la prestigiosa carica del Maestro del mercato (Magister Nundinarum), ossia il responsabile della antichissima fiera cittadina, che durava ben otto giorni. Questi aveva potestà di giurisdizione civile su cittadini e forestieri, stabiliva i prezzi delle merci esposte, risolveva liti e percependo l’emolumento stabilito dalla Curia vescovile. La nomina, coincidente con l’inizio del mandato, dapprima si conferiva durante i Vespri della vigilia della festa dell’Assunta (14 agosto), poi ai Vespri del primo sabato di agosto, quando la città di Nardò celebrava la festività della B. Vergine Incoronata, e la fiera si svolgeva nei pressi della bellissima chiesa omonima, sita alquanto fuori dall’abitato. Tale privilegio si ebbe sino all’abolizione del feudalesimo.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Libri| Nostro ulivo quotidiano

scattidautore

 

E’ stato pubblicato pochi giorni fa il volume di Elio Ria, Nostro ulivo quotidiano, a cura di Marcello Gaballo, per le edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, inserito nella collana Scatti d’Autore, n°2. in quarto| 112 pagine| colore, cartonato. Impaginazione di Mino Presicce, fotocomposizione Biesse – Nardò, stampa Pressup. Foto di Fabrizio Arati, Mauro Bellucci, Maurizio Biasco, Lucio Causo, Coordinamento Forum Salute, Stefano Crety, Marcello Gaballo, Roberto Gennaio, Linda Iazzi, Walter Macorano, Lucio Meleleo, Tommy Mezzina, Francesco Politano, Mino Presicce, Pier Paolo Tarsi. Foto di copertina di Maurizio Biasco.

ISBN: 97888 906976 8 5

Edizione non commerciale, riservata alle biblioteche e ai soci della Fondazione.

 

Prefazione di Marcello Gaballo – Fondazione Terra d’Otranto

Scatti d’Autore è la nuova collana edita da Fondazione di Terra d’Otranto, che persegue l’obiettivo – attraverso le parole e le immagini – di valorizzare e promuovere la cultura salentina con i suoi autori più rappresentativi in ambito letterario, filosofico e artistico.

La grandezza della parola dipende dallo splendore delle immagini e dalla capacità cognitiva di raccogliere argomenti misuratori del Salento, che è luogo blindato di generosità e splendidezza, ma è anche sostanza d’ispirazione per poeti e artisti. Il mare, i porti, le chiese, i campanili, le piazze, i vicoli, i paesi, sono le cartoline di un mondo fiabesco che incarnano la pazienza del tempo e non hanno necessità di urgenza di fare a pezzi le tradizioni e i costumi di una comunità sempre devota a Dio.

Il secondo volume “Nostro ulivo quotidiano” dedicato all’albero di ulivo è scritto da Elio Ria. Le immagini sono di vari fotografi salentini che hanno voluto donare i loro scatti a corredo del presente lavoro.

Ria si distingue per la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una poesia metafisica che sembri lo affascini e lo nutri di piacere del sapere. Attento osservatore della propria terra sa incastonare le quotidianità della vita con le tradizioni che tuttora resistono e s’impongono nel Salento. Riservato e incline al silenzio, rifugge da ogni moda stravagante di letteratura, indagatore e archeologo delle parole crede nella modernità con moderazione, ha un naso eccezionale per le cose interessanti, ha la capacità di condensare minuziosamente i concetti e di sintetizzare le complessità esistenziali libero da ogni condizionamento politico e/o religioso. Ama narrare ciò che è invisibile per attualizzarlo e declamarlo in forma poetica. Offre ai suoi lettori un intrattenimento di lettura piacevole poiché ogni sua cosa è realizzata da un intimo godimento, il giubilo di chi fa ciò che gli piace fare.

Nelle sue omissioni volute si può cogliere la riflessione come fonte di emozione poetica e l’erudizione come retorica cortese – ma mai come pedanteria. Guarda sempre con passione tutto ciò che è minore in confronto a ciò che è maggiore, giacché dalle cose minime risultanti insignificanti sa estrapolare significativi e sostanziali frammenti di allegorie e di memorie.

Il libro è un mondo racchiuso in sé stesso, con le immagini dell’albero di ulivo e di una campagna in sofferenza; dove però prevale innanzitutto il senso civico di responsabilità del poeta per la sua terra, il quale avverte l’impegno di un agire per il meglio, nonché il monito ad una scelta di vita più consona alle regole della natura. Xilella fastidiosa è il killer che decreta la morte degli alberi, mettendo in serio pericolo l’ecosistema. Nelle parole del libro si addensano le atmosfere recondite e quelle sonore dell’uomo che riflette sulla realtà e tenta di interpretarle, poiché incombe un futuro senza futuro e il Salento rischierebbe una menomazione ambientale incommensurabile.

L’ulivo è l’albero simbolo del Salento, il gigante, che nei secoli ha germogliato ricchezza, orgoglio di natura, bellezze figurative, idea di poesia. L’omaggio editoriale è tutto per esso, significando in tal modo l’attenzione e l’interesse di questa Fondazione ai beni naturali della propria terra.

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p. (https://books.google.it/books?id=GCuUVvUDn_4C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwADgKahUKEwjz4Py0ttbHAhUGcRQKHfb7CDI#v=onepage&q&f=false).
Tavola tratta da Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, tomo VIII, 1822, s. p.

 

Da notare nella tavola l’errore, sul quale torneremo in seguito, Minimi per Minori.

Se una canzone può avere spesso come autore della musica e delle parole e, giacché ci siamo (per la serie ce la scriviamo, musichiamo e cantiamo da soli), come interprete la stessa persona, la stessa cosa molto più difficilmente poteva valere, prima dell’avvento delle tecnologie digitali, per un libro con illustrazioni, il quale, pure, se aspira a raggiungere un certo livello, deve avvalersi del contributo di più competenze.

Questa premessa fa capire meglio il giudizio che  sull’unica opera  dello scrittore gallipolino espresse Eustachio D’Afflitto (1742-1787) nella scheda relativa che riproduciamo integralmente1.

Il giudizio del D’Afflitto appare negativo per quanto riguarda il testo vero e proprio, a causa di alcuni dettagli descrittivi ritenuti inventati o, comunque, non documentati; al contrario, l’apparato delle illustrazioni rappresenterebbe il segreto del successo della prima edizione e della sua rarità, mentre la seconda sarebbe di livello inferiore, nonostante le incisioni che il Nicodemi2 attribuisce a Jacques Callot (non Caillot), come si può controllare nella scheda che segue.

Ecco ora, uno di seguito all’altro, i frontespizi delle due edizioni, la prima del 1609 e la seconda del 16203.

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bernardino amico

bernardino amico

Torniamo ora al giudizio sulla seconda edizione: il lettore avrà notato come quello del Nicodemi è esattamente l’opposto di quello del D’Afflitto; quest’ultimo è rimasto ubriacato, secondo noi,  da un uso troppo disinvolto e non controllato di questa, cede e alla prima.

Come poteva, d’altra parte, essere inferiore alla prima, soprattutto per quanto concerneva le illustrazioni, la seconda edizione le cui tavole erano state incise, compreso il frontespizio, (su disegno dell’Amico, come per la prima edizione) da un luminare nel suo campo, qual era Jacque Callot?

La comparazione tra lo stesso soggetto nella tavola a corredo della prima edizione (a sinistra) e in quella inserita nella seconda (a destra) lo mostra inequivocabilmente.

L’attribuzione al Callot delle tavole della seconda edizione avanzata dal Nicodemi [le incisioni della prima, come si legge nel frontespizio, erano state di Antonio Tempesti 1555-1630)], forse solo in base a motivazioni stilistiche peraltro non espresse, trova un indizio nella dedica dell’edizione al granduca di Toscana Cosimo II (la prima era stata dedicata al re Filippo III), ritratto nella stampa di seguito riprodotta (l’incisore è proprio il Callot)

Ma un indizio non è una prova e non lo sarebbe stato nemmeno se tale ritratto fosse stato inserito nel libro. Fortunatamente è successo il contrario, cioè sono state inserite come tavole proprio le stampe tratte dai rami del Callot.

Di seguito riproduco la stampa del Callot relativa al soggetto già presentato, per completarne l’esame comparativo.

bernardino amico

Estendendo la comparazione alle altre tavole (molte di loro ben più complesse di quella esaminata) è facile giungere alla conclusione, riprendendo la similitudine iniziale: come in una canzone forse (e ribadiamo forse) più importante è la musica rispetto alle parole, nella stampa del passato l’incisore era, anche qui forse, più importante rispetto al disegnatore, specialmente quando quest’ultimo era un fuoriclasse. Basta vedere come il Callot ha reso il disegno dell’Amico rispetto al Tempesti della prima edizione.

Il fatto che il Tempesti prima e il Callot poi ritennero i disegni dell’Amico degni di incisione significa, comunque, dal momento che i due non avevano certo bisogno di una commissione in più o in meno per sbarcare il lunario, che il gallipolino era un bravo disegnatore; e questo fa sorgere il presumibile rimpianto per qualche disegno relativo a Gallipoli o al Salento, che mai vide la luce o che, almeno fino ad ora, risulta perduto per sempre.

Un’ultima osservazione: il lettore avrà notato il Bernardino d’Amico dell’immagine di testa contro il Bernardino Amico dei due frontespizi. Diremmo che Bernardino Amico è più attendibile, non solo perché replicato nella formula finale della dedica pressoché identica per le due edizioni (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli per la prima e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante per la seconda), ma soprattutto perché sicuramente anteriore di due secoli, nonostante nel testo curato dal Martuscelli la biografia di Bernardino rechi la firma di Gianbatista de Tomasi di Gallipoli4, dunque, un conterraneo per il quale, almeno teoricamente, sarebbe stato più facile fare indagini di ogni tipo, compreso l’anagrafico.

Una soluzione di compromesso tra le due grafie (il che non solo non risolve il problema ma, addirittura, lo complica) pare adottata nella dedica della stampa di seguito riprodotta.

Nel cortile del palazzo reale con un pubblico composto da signori e popolani, sfila a sinistra la processione del SS. Sacramento, accompagnata dalla regina Anna d’ Austria e dal giovane re Luigi XIV suo figlio. Arazzi addobbano l’altare maggiore e il palazzo è sovrastato da un’enorme corona sorretta da angeli.

Ciò che a noi interessa, però, è la didascalia che è una dedica:  A MONSEIG.r TUBEUF CONS.ER DU ROY EN SES CONSEILS INTENDANT DE SES FINANCES PRESIDENT EN LA CHAMBRE DES COMPTES, SUVRINTENDANT DE LA MAISON DE LA REYNE, BARON DE VERT./Monsegneur: L’amour che vous ave pour le choses illustres féstant joint a la devotion  tres-particuliere que vous portez au S.t Sacrement pour luy faire  dresser des autels, dont la structure, et les enrichissemens soient/aussi extraordinaires comme ces deux qualites vous font particulieres; iay pris l’asseurance de vous presenter le desing du dernier, pour vous faire connoistre combien je tien a honneur quil vous ait pleu de men donner la conduite, en laquelle puis que iay/eu le bonheur de meriter vostre approbation, jespere aussi. Moinsegneur que vous me permettrés d’en donner ce temoignage au public, et de me dire a jamais. Moinseg. Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico. (AL SIGNOR TUBEUF CONSIGLIERE DEL RE NELLE SUE DECISIONI, INTENDENTE DELLE SUE FINANZE, PRESIDENTE NELLA CAMERA DEI CONTI, SOVRINTENDENTE DELLA CASA DELLA REGINA, BARONE DI VERT. Signore, l’amore che voi avete per le cose illustri unitamente alla devozione particolarissima che voi portate al Santissimo Sacramento per fargli ergere altari la cui struttura e le cui decorazioni sarebbero così straordinari come queste due qualità vi fanno particolare; io ho preso l’ardire di presentarvi confidenzialmente il disegno, per farvi conoscere come io tenga in onore il fatto che  vi è piaciuto di donarmi la condotta nella quale, dopo aver avuto la felicità  di meritare la vostra approvazione, spero anche, signore, che voi mi permettiate di donarvi questa testimonianza e di dichiararmi in eterno, signore, vostro umilissimo e devotissimo servitore. B. D. Amico).

Ecco il dettaglio del nome del dedicatario

 

e di quello che si legge nel margine in basso a sinistra.

S(tefano) Della Bella f(ecit). Il fecit (=fece) fa supporre che il Della Bella sia stato tanto il disegnatore (nelle stampe antiche  con d., abbreviazione di delineavit=disegnò) quanto l’incisore (nelle stampe antiche con  s., abbreviazione di sculpsit=incise) e che B. D. Amico sia stato un semplice committente.

Stefano Della Bella (1610-1664) fu un incisore fiorentino di grande prestigio, successivo di una generazione al francese Jacques  Callot (1592-1635). La cronologia non impedisce di ritenere che il B. D. Amico della stampa sia proprio il nostro,  tanto più che il Della Bella fu alla corte dei Medici; ci si chiede, però, che tipo di rapporti ci fossero tra il nostro (se si tratta del dedicante della stampa) e Jacques Tubeuf (1606-1660), un dignitario (e che dignitario!) della corte francese, tenendo soprattutto conto del fatto che le dediche, di un libro come di una stampa, avevano una funzione di ringraziamento per un beneficio ricevuto, come nel caso di questa stampa, oppure quella, condizionante, che equivaleva  ad una richiesta di sponsorizzazione; oggi, per lo più, invece …). Di seguito, giacché ci siamo, il ritratto del Tubeuf, incisione di Nicolas Poilly (1627-1696).

Il fatto che la parte finale della dedica dell’incisione donata al Tubeuf (Vostre treshumble, et tres obeissant serviteur B. D. Amico) sembra essere la letterale, anche se parziale, traduzione in francese delle due, più o meno identiche, che abbiamo già visto per le due edizioni del libro (Humilissimo, et devotiss. Servitore Fr. Bernardino Amico da Gallipoli e Humilissimo, e devotissimo servitore Fra Bernardino Amico da Gallipoli Min. Osservante) è dovuto unicamente alla stereotipicità della formula? Non poteva il nostro, se di lui si tratta, aggiungere anche alla dedica della stampa il “titolo” insieme col luogo d’origine, dati che, invece, compaiono in quelle del libro, nonostante mai ci è capitato finora d’incontrare tale dettaglio nella dedica delle stampe antiche? Del tutto casuale, poi, il nesso che pure esiste tra il tema della stampa (processione del SS. Sacramento) e il fatto che il gallipolino dal 1596 al 1601 a Gerusalemme espletò l’incarico come presidente in rappresentanza dell’ordine in quella terra? E, infine, le desing (il disegno) che si legge nella dedica vuole rivendicare e sottolineare una paternità ben distinta da quella dell’incisore? Lo scioglimento di questi dubbi non sarebbe cosa di poco conto, perché la stampa, qualora B. D. Amico corrispondesse a Bernardino Amico, ci consentirebbe di affermare che il nostro, del quale si ignorano le date di nascita e di morte, era vivo almeno al 1643, data in cui Luigi XIV salì al trono a meno di cinque anni d’età.

Estratto da: Marcello Gaballo e Armando Polito, Bernardino Amico da Gallipoli. Il trattato delle Piante & Immagini de Sacri Edifizi di Terra Santa (1629), Fondazione Terra d’Otranto, Nardò, aprile 2016 (il volume contiene anche la copia anastatica integrale di un esemplare dell’edizione del 1620, molto rara, custodita nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò).

  

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1 Memorie degli scrittori del Regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli, 1782, tomo I, pp.  296-297

2 Leonardo Nicodemi (morto nel 1699), nelle Aggiunte alla Biblioteca napoletana di Nicolò Toppi, Bulifon, Napoli, 1678, p. 50.

3 Non conosciamo altre edizioni immediatamente successive. Segnaliamo, però,  un’ edizione in inglese dal titolo Plans of the Sacred Edifices of the Holy Land uscita nel 1953 per i tipi dello Studio Biblico Francescano e per gli stessi tipi, con integrazioni, nel 1997 e L’eglise de la Matarea en 1597, estratto dal libro dell’Amico (seconda edizione, pp. 18-20) ed inserito nella traduzione dall’italiano di Carla Burri e Nadine Sauneron con note di Serge Sauneron in Voyages en Egypte des années 1597-1601, Institut Français d’Archéologie Orientale du Caire, 1974.

4 È da considerare suo l’errore di Minimi per Minori già segnalato nella didascalia dell’immagine di testa, non solo perché compare anche nel testo della biografia ma anche nella citazione dell’opera di Lucas Wadding, il cui titolo da Scriptores Ordinis Minorum è diventato Scriptores Ordinis Minimorum.

 

 

 

Grazie a voi tutti non sono semplici diagrammi

di Marcello Gaballo

Al balletto delle cifre e delle statistiche siamo abituati ormai da tempo; tra sondaggi e interviste c’è pure chi ci sguazza giornalmente strumentalizzando anche le sconfitte e i più svegli tra noi non si meraviglieranno se alla prossima tornata elettorale i rappresentanti del partito batostato ammetteranno con la faccia della peggiore delle prostitute la sconfitta aggiungendo, però, subito dopo, che rispetto alle elezioni del 1950 il numero dei voti è aumentato dello 0,0005% …

Anche noi, nel nostro piccolo, esibiamo di seguito con viva e vibrante soddisfazione ciò che ci sembra inequivocabilmente la prova di una crescita, aggiungendo che anche un semplice diagramma a volte può nascondere, nel nostro caso nemmeno tanto, sentimenti autentici di condivisione, partecipazione, simpatia e affetto.

Per tutto questo la fondazione e il suo blog ringraziano, perciò, i veri artefici di questo successo, cioè i tanti lettori, datati e non, che ci hanno fin qui seguito. Con loro e con quelli che verranno ci impegniamo a rispettare i motivi ispiratori che ci hanno fin qui guidato e che, sostanzialmente, si identificano nell’amore per la nostra terra e per la sua cultura, nel rispetto di qualsiasi opinione, purché fondata e motivata, e, soprattutto, nella totale libertà e indipendenza da qualsiasi potere, debole o forte che sia.

 

 

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Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (II parte)

scrasceta-buona

di Marcello Gaballo

L’ingresso della villa Scrasceta è a pianta mistilinea[1] e un recente cancello a doppia anta in ferro battuto, fissato a corpose colonne in tufo[2], isola la dimora dalla pubblica via. Il portale è caratterizzato “dai notevoli effetti chiaroscurali prodotti sia dalla aggettante cornice, sovrastante da piccole lesene che sorreggono corpose basi toriche, quasi sfiancata dalla convessa piramide calcarea, sostenenti una sfera”[3].

Alcune stanze poste a sinistra dell’ingresso rimandano ad una modesta dimora per la servitù e ad una probabile rimessa per gli animali.

All’edificio principale si accede tramite un viale di una cinquantina di metri che giunge di fronte all’ingresso. Era questo fiancheggiato da busti in carparo, dapprima rimossi dai rispettivi basamenti, poi asportati da ignoti circa 30 anni fa[4]. Dovevano essere almeno otto per lato, intervallati da identici blocchi quadrangolari della medesima pietra. Così scrive a riguardo E. Mazzarella: “…Menava all’abitazione del proprietario un famoso viale con circa, ogni cinque metri, curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone, chitarra, mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di mellone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano e un orciuolo nell’altra, con una ruota tra le mani davanti al petto, in vari modi ancora. Le statue attirarono la curiosità di moltissima gente e furono dette volgarmente li pupi ti lu Scrasceta”[5].

scrasceta2

La corruzione e l’usura della pietra non hanno purtroppo concesso di riconoscere le fattezze delle insolite figure e gli strumenti da essi tenuti tra le mani. Dalle poche foto di archivio sopravvissute[6] sembra trattarsi di figure maschili orientali, a causa dei copricapi che nella maggior parte dei casi richiamano i kefiah arabi, ricadenti sulla nuca e sulle spalle. Altrettanto arduo è poter riconoscere gli strumenti musicali a corda che alcuni di essi sembrano suonare: due di essi paiono liuti arabi (ud), con la cassa armonica a mandorla, un breve manico con la paletta terminale ricurva ad angolo retto, a quattro o cinque corde[7]; un terzo sembra suonare una sorta di oboe a forma di cono (mizmar degli arabi). Più arduo è il riconoscimento dello strumento che tiene in mano la figura con le sembianze di un cinese.

pupi1

La descrizione del caratteristico prospetto principale della nostra villa è ben riportata nella citata Relazione della Soprintendenza[8]: “… Il prospetto principale che presenta un compatto paramento, a conci di pietra locale perfettamente squadrata, è sfondato al centro da profondi effetti d’ ombra che scaturiscono dalla presenza di profondi archi sovrapposti impaginati da appena accennati riquadri smussati agli angoli. A piano terra un’ arcata a sesto ribassato, dalle accentuate modanature che si avvolgono, al di sotto delle reni, in ricche volute a fogliame smosso, producenti un piacevole effetto di instabilità statica evidenziato dalla corposa trabeazione d’ imposta sostenuta, quasi a fatica, da mensole a voluta, definisce un androne rialzato dalla quasi evanescente cortina muraria in cui i vuoti delle aperture vengono rafforzati dalle cornici mistilinee”[9].

prospetto

Nello stesso androne, in corrispondenza dell’unica porta, trova posto uno scudo, sagomato secondo il gusto settecentesco, su cui doveva essere dipinto lo stemma della famiglia, sormontato da una corona con fioroni. Le ridipinture rendono assai difficile la lettura dell’elemento araldico con i due guerrieri in lotta, tipici della nobile famiglia[10]. Sembrerebbe che a seguito della scomparsa del dipinto si sia rimediato con l’applicazione di una piccola formella scolpita con l’arme, di forma rettangolare e stridente con la bellezza dello scudo, assai più ampio.

Uno degli elementi di maggiore caratterizzazione del prospetto dell’edificio è senz’altro rappresentato dall’arco mistilineo del piano nobile con la sua imponente e raffinata balaustra, che permetteva di godere della proprietà circostante. “Sostenuta da tozze mensole e ritmata dal succedersi di volute e balaustrini scolpiti a puttini”[11], conferiva particolare eleganza all’edificio, travalicando gli aspetti prettamente funzionali del sito aziendale. Certo l’insolita iconografia, con i putti che sorreggono serti di alloro o fiori, per niente richiama al contesto agreste o bucolico in cui sorge la villa, per cui non è vano ipotizzare la provenienza di quella balaustra da altri contesti. Senza trascurare la fattura, il cui stile sembra distante da quello in auge nel Settecento, richiamando invece a sculture tardo-cinquecentesche ben note in città.

particolare del balcone trafugato
particolare del balcone trafugato

In due riprese, a distanza di pochi mesi, una trentina di anni fa la balaustra fu comunque trafugata da fini intenditori, senza che nessuno abbia mai saputo l’infelice destinazione.

Stessa triste sorte è toccata alla bellissima Immacolata lapidea, “una statua devozionale di notevole fattura”[12], che trovava collocazione in una nicchia della loggia al piano nobile, questa ancora visibile, con elegante cornice modanata che mostra nella parte superiore tre teste di cherubini ed una sontuosa corona che sovrasta il tutto. Oggi restano solo delle foto d’archivio a testimoniare la bellezza dell’edificio, la cui devastazione illustra fin dove arriva l’incuria e la sfrontatezza.

Le cornici mistilinee in stucco, secondo il gusto dell’epoca, applicate attorno allo stemma, alla porta e alle due finestre del pianterreno sono riprese in maniera omogenea anche nelle porte interne del vano centrale. Quest’ultimo, a pianta rettangolare, immette in quattro ambienti circostanti e sul giardino, come ha rilevato di recente F. Fiorito[13]. Tutte le coperture dei nove vani sono coperti a volta leccese, ad eccezione del vano adibito a cucina, un tempo coperto ad incannucciata e coppi, oggi in pessimo stato. Non è dato di sapere se nell’interno vi fossero volte e pareti affrescate o dipinte, come invece avvenne per la menzionata masseria Brusca[14]. Tutti i pavimenti interni sono di cocciopesto[15] e lastricato.

 

Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo
Nardò, la trozza di Villa Scrasceta; foto di Marcello Gaballo

Altro elemento caratterizzante della nostra residenza è senz’altro il pozzo monumentale retrostante[16], che può ritenersi un’opera scultorea a sé e che conferma la condizione agiata e il buon gusto nel commissionare la singolare scultura, che resta tra i più importanti esempi di tal genere su tutto il territorio. Purtroppo anche in questo caso non abbiamo indicazioni circa l’autore, mentre è noto l’anno di costruzione, 1746, come si rileva dall’epigrafi inferiore della vera[17].

La presenza dell’impegnativo manufatto in carparo e pietra leccese, anche perché imponente nelle dimensioni, rende convenientemente dignitoso tutto il retro della villa, lasciando supporre che fosse stato realizzato in quel posto per una precisa esigenza scenografica e non solo funzionale o di arredo, a completamento del cortile e del giardino.

F. Suppressa, nel trattare dei vari sistemi di raccolta dell’elemento vitale per l’agricoltura, lo definisce a buon motivo “straordinario esempio… inserito prospettivamente nel complesso architettonico sorto attorno alla fine del Settecento per il piacere di vivere in campagna”[18]. Lo stesso, nel riprendere E. Mazzarella[19], si sofferma sulle epigrafi: “…nel timpano sorretto da possenti colonne e avvolto da sinuose decorazioni floreali, vi è incastonata un’emblematica epigrafe in latino:

NYMPHARUM LOCUS

SITIENS BIBE

LYNPHA SALUBRIS – UBERIBUS

PULCHRAE NAIADIS

ECCE FLUIT.

Ovvero “Questo è il luogo delle Ninfe, o sitibondo, bevi. Ecco qui scorre l’acqua chiara salutifera dai seni della bella Naiade”… Al di sotto della conchiglia vi è l’epigrafe PRAESENS FONS PERENNIS INCEPTUS FUIT DIE VII MARTII DCCXXXXVI (la presente fonte sorgiva fu incerta (fino al) 7 marzo 1746) e dall’altro lato, sempre al di sotto della conchiglia, AEMANAVIT AQUA DIE XVI AUGUSTI MDCCXXXXVI (Emanò l’acqua il giorno 16 agosto 1746)”[20].

pozzo2

G. De Pascalis ritiene il pozzo “collocato nel retroprospetto in posizione perfettamente assiale con le aperture del piano terra e con l’asse di riferimento dei viali”[21].

Certamente la sua realizzazione comportò una riqualificazione della parte retrostante dell’edificio, nel cui piccolo giardino con pergolati ed agrumi, sottoposto rispetto al cortile, sono ancora visibili tre edicole ed un pozzo di servizio.

Dunque tanti elementi architettonici ed artistici che hanno saputo coniugare l’arte con la natura, superando la monotonia del paesaggio agricolo circostante, sino a farle assumere una propria identità culturale, purtroppo oggi solo trasmissibile e parzialmente visibile.

 

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

[1] Cfr. S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 262-273; U. Gelli, Portali, pozzi, cisterne: esperienze di rilievo architettonico, ivi, pagg. 274-285.

[2] Su questa pietra, sul carparo e la pietra leccese, con cui sono realizzate le diverse parti della villa, la bibliografia è sterminata. Si vedano almeno: G. Marciano, Descrizione, origini e successi della provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli 1855; P. Cavoti, Il carparo e la pietra leccese nelle rocce salentine, Lecce 1884; C. De Giorgi, Note e ricerche sui materiali edilizi adoperati nella Provincia di Lecce, Lecce 1901, ristampa anastatica, Galatina 1981; V. G. Colaianni, Le volte leccesi, Bari 1967; F. Zezza, Le pietre da costruzione e ornamentali della Puglia. Caratteristiche sedimentologico-petrografiche, proprietà fisico-meccaniche e problemi geologico-tecnici relativi all’attività estrattiva, in «Rassegna tecnica pugliese – Continuità», anno VIII, N. 3-4, Luglio-Dicembre 1974, Bari 1974; Id., La pietra leccese, in AA.VV., La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano 1982, pagg. 155-160; M. Stella (a cura di), Le pietre da costruzione di Puglia: il tufo calcareo e la pietra leccese, Bari 1991; M. Mainardi, L’industria del cavar pietra. Le cave nel Salento, Lecce 1998; Id., Cave e Cavamonti. Documenti per una storia sociale del lavoro della pietra nella Puglia meridionale (1810/1965), Lecce 1999; D. G. De Pascalis, L’arte di fabbricare e i fabbricatori. Tecniche costruttive tradizionali e Magistri muratori in Terra d’Otranto dal Medioevo all’Età Moderna, Nardò 2002.

[3] Relazione della Soprintendenza, op.cit..

[4] A tal proposito si rimanda alla denuncia fatta dal circolo culturale “Nardò Nostra”, allora presieduta da chi scrive, che nel numero 7-8 (1985) del periodico locale “La voce di Nardò” chiedeva l’immediato ripristino in loco delle statue deposte dai basamenti, staccate per essere sostituite con vasi in cemento. Poco prima lo stesso giornale aveva denunciato la scomparsa di metà della balaustra.

[5] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op.cit., pagg. 397-400.

[6] Doveroso rimandare ancora una volta al ricco corredo fotografico di Michele Onorato nel citato volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò, figg. 193-205. Il fotografo, consapevole dell’importanza del luogo e quasi presagendo il triste destino che sarebbe toccato all’immobile, ha fotografato e fatto pubblicare il suo reportage, che resta fondamentale per la memoria visiva della nostra villa.

[7] “Nel IX secolo il giurista di Baghdad “ Miwardi ” utilizzava l’oud nel trattamento delle malattie, questa idea prese piede e perdurò fino al secolo XIX , l’oud vivifica il corpo, proprio perché agisce sugli umori corporali, rimettendoli in equilibrio. È considerato terapeutico, nella sua capacità di rinvigorire e dar riposo al cuore, veniva tradizionalmente suonato anche nei campi di battaglia” (http://www.etnoarabmusic.com/2011/03/08/oud-il-sultano-degli-strumenti-arabi/).

[8] Inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981.

[9] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[10] L’arme della famiglia è: spaccato di azzurro e di verde, e sul tutto due atleti di oro ignudi, in atto di lottare, accompagnati nel capo da una testa di mercurio del medesimo, con ali di argento e coperto da un berretto di nero.

Il motto: et pace et bello (sia in pace e sia in guerra) (M. Gaballo, Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra, Nardò 1996).

[11] Relazione della Soprintendenza, op. cit.

[12] Idem.

[13] F. Fiorito – M. V. Mastrangelo, Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n°7.

[14] In questa sopravvive un discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone, sul quale ho avuto modo di descrivere come “ il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore” (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca…, op. cit.).

[15] “la pavimentazione con cocciopesto consisteva in un primo strato composto da tufo frantumato, tufina e calce, impastato con acqua, in un secondo strato di malta grezza e in un ultimo strato di cocciopesto. Il massetto veniva

quindi cosparso di calce liquida, battuto e lucidato con cazzuola e latte di capra” (S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”).

[16] Come scrive A. Polito, trattasi di una trozza, ad estrazione manuale, mediante secchio legato ad una fune, ma con l’ausilio di una carrucola; al lemma trozza il Rohlfs: “confronta il greco antico τροχαλία2=carrucola, τροχιά3=cerchio di ruota, latino volgare *tròchia”. Rispetto al pozzo la struttura è molto più complessa e talora con pregevolissimi esiti estetici, come testimonia, per esempio, la trozza di Villa Scrasceta a Nardò.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/03/la-ngegna-forse-figlia-di-una-radice-molto-prolifica/

[17] Notevoli ci sembrano le analogie con alcune parti del bellissimo pozzo a due “vasche” ubicato nel giardino retrostante della citata villa in contrada La Riggia. La conchiglia sulla vera, le volute e gli elementi fitomorfi, la sommità dell’architrave, se non opera del medesimo autore del pozzo dello Scrasceta, possono far ritenere coeve le due singolari opere, che meritano ancora tanta attenzione da parte degli studiosi. Anche questo pozzo è stato fotografato da M. Onorato e pubblicato nel predetto volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (fig.211).

[18] F. Suppressa, Il paesaggio dell’Arneo attraverso i segni e i luoghi dell’acqua, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/15/il-paesaggio-dellarneo-attraverso-i-segni-e-i-luoghi-dellacqua/

[19] E. Mazzarella, Nardò Sacra, op. cit., p. 399.

[20] Il pozzo è anche descritto da P. Congedo nel suo saggio Censimento di pozzi e cisterne del territorio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., pagg. 289-290.

[21] G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rirale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neritino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, op. cit., p.180.

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

 

 

Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (I parte)

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

 

di Marcello Gaballo

 

Nardò, Villa Scrasceta in una foto di una ventina d’anni fa

 

 

Uno dei luoghi a cui sono più affezionati i neritini è quello noto come “Scrasceta”, che intere generazioni hanno portato stabilmente nell’animo per via di quei “pupi” regolarmente piazzati lungo il viale d’accesso e che potevano ritenersi come patrimonio della memoria collettiva. Un tesoro di cui i cittadini, a giusto motivo, potevano ritenersi gelosi e che mai avrebbero pensato potesse scomparire.

La villa, intesa come insieme di palazzo e giardini, è situata a circa tre chilometri da Nardò, lungo la strada vicinale Corano che collega il centro abitato alle marine di Torre Inserraglio e Sant’Isidoro, in quello che un tempo era detto feudo Imperiale, esente dal pagamento di decime feudali.

In posizione ideale rispetto alla viabilità, è rimasta libera dall’antropizzazione del territorio dell’ultimo cinquantennio, circondata da terreni agricoli ancora produttivi, poco distante dall’antichissima masseria di Curano.

Soggetta a vincolo con D.M. del 17/9/1981 ai sensi della L. 1089 del 1939, talvolta è stata erroneamente inserita tra le masserie del neritino, trattandosi piuttosto di dimora signorile a carattere stagionale. La Soprintendenza difatti l’ha tutelata “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’ attività agricola e alle strutture socio-economiche dell’ area salentina nei secc. XVIII-XIX”[1].

Come ha scritto A. Polito, la più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376[2], la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427[3], una terza (in loco nominato la Scraseida) in una visita pastorale del 1460[4]. Lo studioso fa derivare il nome da scràscia (rovo) e la cui terminazione –èta rimanda al plurale del suffisso latino –ètum, designante insieme di piante e conservatosi nell’italiano –èto.

scrasceta

Impossibile individuare il nucleo originario dell’edificio, ma un rogito notarile del 1598 la attesta come proprietà del barone neritino Francesco Sambiasi, che in tale anno vende al barone leccese Lucantonio Personè un oliveto con mille alberi e una casa lamiata qui ubicati, per 170 ducati[5].

Nel 1610 il possedimento risulta accatastato tra i beni del nobile Ottavio Massa di Nardò[6]. Diciotto anni dopo, nel 1628, è divenuta proprietà del nobile Mariano de Nestore, che potrebbe aver apportato consistenti rifacimenti ed ampliamenti, a causa della maggiore quotazione del bene . L’edificio con tutti gli annessi nel documento risulta possedere una abitazione con cisterna all’interno, un orto con forno per il pane, un frutteto, due palmenti e due pile, oltre a 22 orte di vigneto delimitate da parete a secco (…cum domo lamiata cum cisterna intus… orticello cum furno intus et cum pomario diversorum arborum et cum una quantitate di quadrelli et cum duobus palmentis et duobus pilaccis intus… ortis viginti duobus vinearum incirca, cum diversis arboribus intus insepalata circumcirca parietibus lapideis…)[7].

La tenuta, a causa dei debiti del de Nestore, viene venduta nel 1624 all’abate Marcello Massa, tutore degli eredi di suo fratello Girolamo, deceduto nel 1622, per ben 1500 ducati[8], contro i 170 certificati nel documento precedente che lo assegnava al Personè.

Per quasi un secolo i documenti finora rinvenuti tacciono sugli eventuali passaggi di proprietà e solo nel 1722 lo Scrasceta viene donato da uno dei personaggi più in vista nella città, il barone Diego Personè (1681-1743), a suo figlio Lucantonio, barone di Ogliastro, generato con Raimondina Alfarano Capece. Nell’importante atto notarile, oltre al vigneto circostante, per la prima volta si fa esplicito riferimento ad una domo lamiata et eius palatio et palmentis duabus intus eum[9]. E’ facile pensare che sia stata questa facoltosa famiglia dunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, al culmine della floridezza economica, ad ampliare e a dare un nuovo assetto alla costruzione, visto che per la prima volta si fa riferimento alla realizzazione del “palacium”, annesso alla preesistente “domus lamiata”. Dunque non più una costruzione legata all’attività produttiva, ma una nuova dimora, resa agevole con opportuni miglioramenti per consentire ai proprietari di soggiornarvi in determinati periodi dell’anno.

La ristrutturazione e i possibili ampliamenti, oltre a voler dimostrare lo status dei proprietari grazie alle raffinate architetture apportate in una modesta “casina” di campagna, tengono perciò conto della praticità e funzionalità produttiva del luogo, ma puntano anche all’abbellimento della stessa.

scrasceta1

Nel clima arcadico di questi primi decenni del secolo la villeggiatura anche a Nardò diventa un piacere per l’ambiente naturale e per l’architettura di ville e giardini, lontani dagli usi noiosi del vivere cittadino[10], magari partecipando alla raccolta dell’uva e osservando i lavori dei “furisi” e delle loro donne, passeggiando nel giardino o sul viale e trovando ristoro con la fresca acqua attinta dal pozzo. La stessa presenza dei bizzarri busti lungo il viale porta ad ipotizzare la natura “di svago” della bucolica residenza, per segreti piaceri che i palazzi cittadini non consentono. In fondo era quello che stava accadendo in altri comuni di Terra d’Otranto, ma anche nelle poco distanti Villa La Riggia[11], Villa Taverna e masseria Brusca, dove il nobile medico Francesco Maria Zuccaro ampliava e abbelliva il giardino annesso al complesso masserizio, dotandolo di statue di ispirazione mitologica[12] e di fontana ornamentale, facendo scolpire profili clipeati e lo stemma familiare sul portale[13].

Tornando alle vicende patrimoniali della nostra villa, un altro rogito del 1744 conferma la proprietà a Lucantonio Personè (1704-1749), figlio del predetto Diego, coniugato con Lucrezia Scaglione, il quale in tale anno cede il tutto a suo fratello Francesco, avendone in cambio la masseria del Pugnale seu dello Scaglione, in feudo di Anfiano[14], che aveva avuto in eredità da sua madre Raimondina Alfarano Capece[15].

Questa cessione potrebbe far pensare che Lucantonio sia stato uno dei committenti della ristrutturazione, purtroppo non terminata, come rivela l’incompletezza della costruzione nella parte sinistra, come ancora si osserva. Lo stesso avrebbe però ultimato nel 1766 la cappella dedicata all’Immacolata Concezione, innestata sull’angolo destro della facciata[16], grazie all’intervento dei mastri copertinesi Ignazio Verdesca[17] e Adriano Preite[18], come riporta M. Cazzato[19].

Francesco, dopo aver acquisito la proprietà dello Scrasceta, decide di ampliare la proprietà e acquista nel 1749 altre orte quattordici e quarantali undici di vigneticontigui, con una casa a volta e due palmenti per spremere uva dentro, dal sacerdote Saverio Giaccari[20]. L’acquisto, pattuito per ducati 338 e grana 75, avviene con atto del notaio Felice Massa di Nardò, “per essere contigue ad altre del medesimo”.

Gli atti notarili di questo periodo se annotano i passaggi di proprietà purtroppo non forniscono dati utili per risalire alla ricostruzione delle parti. Nulla vieta però che parte dei lavori di ammodernamento siano stati fatti eseguire dal facoltosissimo Giuseppe, che risulta tenutario dell’immobile e dell’estensione dei vigneti nel 1773[21], come conferma un rogito dell’anno dopo[22].

Nel 1809 la dimora risulta del fratello di Giuseppe, Michele Personè[23], che lo aveva avuto in dono come da testamento del primo rogato il 31 maggio 1786[24].

Michele detiene ancora la proprietà nel 1821[25], prima di trasmetterla a suo figlio Diego che ne risulterà tenutario in un documento dell’anno successivo[26].

Diego Personè poi la vende al fratello Giuseppe, che la trasmetterà al figlio Luigi Maria (1830-1898), detto lo zoppo, da cui al figlio Giuseppe. Questi la trasmette infine a Luigi Maria (1902-2004), detto penna d’oro, che la vende a Pantaleo Fonte, i cui figli ancora la posseggono.

 

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

[1] Relazione inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981. La dimora è ubicata in catasto al Fg. 83, p.lle 84-87.

[2] A. Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari 1981, pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 84.

[4] C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Galatina 1988, pag. 168.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/

[5] Archivio di Stato di Lecce (d’ora in avanti A.S.L.), atti notaio Francesco Fontò di Nardò (66/1) anno 1598, cc.171r-173v.

[6] A.S.L., atti notaio Francesco Zaminga di Nardò (66/8) anno 1610, c.18r.

[7] A.S.L., atti notaio Santoro Tollemeto di Nardò (66/6) anno 1628, cc.63r-69v.

[8] Idem, c.69v.

[9] A.S.L., atti notaio Donato De Cupertinis di Nardò (66/13) anno 1722, c.67.

[10] Sul fenomeno del vivere in villa e sulla villeggiatura v. A. Costantini, Del piacere di vivere in campagna. Guida alle ville del Salento, in Guida alle ville del Salento, Galatina 1996, pagg. 9 e segg.; Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a c. di M. Gaballo, Martina Franca 2001, pagg.216-217.

[11] Sul portale di questa villa si intravedono due figure che rimandano ai busti dello Scrasceta. Anche in questo caso l’usura e la carie della pietra impediscono una lettura definita che possa far pensare alla stessa bottega. Si vedano le figg. 207-210, di Michele Onorato, nel volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV) a c. di B. Vetere (Galatina 1986).. Questo richiamo lo devo all’amico Paolo Giuri, che ringrazio.

[12] Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione qui presente di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Anche qui dunque una scenografica, quasi teatrale, disposizione di statue (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n° 6).

[13] Idem.

[14] Il feudo di Anfiano è nel territorio di Cannole, confinante con quelli di Torcito e Palanzano. La masseria citata è ancora esistente, anche se ne sopravvivono i soli muri perimetrali. Dai Personè di Cannole passò ai Granafei, quindi ai Salzedo, che la ebbero sino al XIX secolo. Ringrazio l’amico Cristaino Villani per le informazioni.

[15] A.S.L., atti notaio Angelo Tommaso Maccagnano di Nardò (66/14) anno 1744, c.92v.

[16] Nella citata relazione della Soprintendenza così è descritta: “delimitata dalle ombre appena accennate della cornice, lievemente modanata, e dallo spigolo, a semicolonna incassata, ha la facciata caratterizzata dal vuoto dell’ occhialone policentrico sovrastante un semplice portale, inserito in una apertura mistilinea tompagnata, che immette in un vano coperto a volta leccese in cui si nota la presenza di un altare di dignitosa fattura”.

Mazzarella scrive che in essa vi era una tela raffigurante “la Vergine in piedi col Bambino Gesù in braccio in atto di calpestare la mezza luna ed il serpente, tra larga e pregevole cornice”, con campanile, campana e “suppellettili ottime” (E. Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di M. Gaballo, Galatina 1999, pagg. 397-400).

[17]. Originari di Copertino, si hanno notizie dei fratelli capimastro Angelantonio (Copertino 1740 ca. – notizie sino al 1806) e Ignazio.(notizie dal 1776 al 1794 ca)., Cfr. M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, p.19; S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”.

[18] Famiglia di costruttori originaria di Copertino, che ebbe in Adriano (Copertino 1724-1804) l’esponente più noto. Tra gli interventi più importanti quello nel seminario di Gallipoli (1747), palazzo Colafilippi a Galatina

(1768-1772 ca.), palazzo Doxi (1775 ca.) e palazzo Romito (1770 ca.) a Gallipoli. Nel 1781 completa la

matrice di Tricase, nel 1783 realizza la parrocchiale di Soleto;, nel 1790 quella di Sternatia (cfr. M. CAZZATO-A. COSTANTINI, Grecìa Salentina, Arte, Cultura e Territorio, Galatina 1996; M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, pagg.17-18).

[19] M. Cazzato, Oltre la porta, op. cit., p.19.

[20] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le “Cenate” fra Barocco ed Eclettismo, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di V. Cazzato, Lavello 2006, p.190.. Dei vigneti acquistati in luogo San Martino orte dieci e mezza ricadono in feudo Imperiale, quindi franche di decima, orte tre e tre quarti decimali alla Commenda di Malta, con un annuo canone di carlini dodici all’abbazia di S. Stefano di Curano, ubicata nelle immediate vicinanze (Archivio Diocesi di Nardò, Platea del Venerabile Seminario di Nardò, ms., 1801, c.202).

[21] In tale anno, con consenso del 13 marzo rilasciato dal Vescovo e dai deputati del Seminario, viene confermato il possesso al barone Giuseppe, residente a Napoli e rappresentato da suo fratello Michele, come da procura del notaio napoletano Carlo Narice del 15 ottobre 1773. Nell’atto si legge che il complesso confina per austro con la strada publica della la Via dello Scraseta o sia di Spirto. Per ponente confina con le proprie vigne di esso stesso Michele Personè; per tramontana con la strada publica dello Faulo che porta a Santo Stefano, ed anche alla massaria delli Cursari, e per Levante confina con le vigne delle fu Sig.e sorelle de’ Manieri oggi possedute dal Mag. Giuseppe de Pace (Platea del Venerabile Seminario di Nardò, op. cit., c.215)

[22] A.S.L., atti notaio Nicola Bona di Nardò (66/16) anno 1774, c.139r.

[23]ASL, Catasto Provvisorio di Nardò, vol. III, ditta 1195.

[24] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò , op. cit., p. 190.

[25] A.S.L., atti notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) anno 1821, cc.301r-306v.

[26] A.S.L., atti notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò (66/31) anno 1822, c.61. Secondo P. Giuri (in op. cit., p.190) Diego ne entrò in possesso il 29 dicembre 1837, con atto del notaio Saetta di Nardò.

 

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Prefazione al volume di Marcello Gaballo.

 

Una storia dimenticata

di Marcello Gaballo

 

La storia narrata in questo libro è, per molti versi, una storia dimenticata.

Dalla metà del diciassettesimo secolo ad oggi, cronisti, storici, studiosi e semplici appassionati hanno scritto pagine e pagine sulla rivolta di Nardò del 1647. Le angherie patite dalla città per decenni, la disperata ribellione contro il proprio signore, la vendetta di quest’ultimo ai danni dei cittadini a lui maggiormente invisi, gli omicidi senza processo, le persecuzioni che durarono per anni, l’impegno di alcuni neretini di fronte alle magistrature napoletane e spagnole sono stati raccontati in vario modo, a volte con dovizia di particolari a volte nel contesto di altre tematiche di carattere storico. Nondimeno questa vicenda resta, sotto molti punti di vista, una storia dimenticata.

Dimenticata dai neretini.

Forse non interessati alla storia dei propri antenati, forse non adeguatamente informati e sensibilizzati, i cittadini di Nardò non hanno certo una memoria consolidata e condivisa sull’argomento. Nelle scuole non se ne è quasi mai parlato, né se ne parla e, nonostante una tendenza diffusa negli ultimi anni a recuperare le tradizioni, le musiche, i canti dei nostri avi, gli antichi idiomi e le pagine di storia locale, la vicenda dei martiri di Nardò è rimasta (e tuttora rimane) fuori dalle aule, lontana dalla sensibilità comune, estranea agli interessi della città.

Dimenticata dalla Chiesa.

La rivolta vide tra i suoi fautori numerosi ecclesiastici. Sei di questi furono barbaramente uccisi, senza alcun processo e con la connivenza di monsignor Giovanni Granafei, a quel tempo vicario del vescovo di Nardò Fabio Chigi. La Chiesa dell’epoca non fece nulla o quasi in difesa dei propri figli e, per i secoli a seguire, la loro triste fine cadde nel più profondo dimenticatoio. Nella lunga teoria di vescovi, canonici, sacerdoti e chierici che si è dipanata dal 1647 ad oggi, nessuno ha mai pensato di dover “confrontarsi” con queste figure, nessuno ha mai ritenuto di dover garantire loro un riscatto morale e spirituale negato dalla storia.

Dimenticata dalle istituzioni.

Sfogliando l’elenco delle strade cittadine, ci si imbatte in “via Martiri Neretini”; consultando la mappa topografica, si può ritrovare questa via all’estrema periferia del paese: la penultima strada ad immettersi sulla statale 174 che porta a Galatone. È questo l’unico segno tangibile tributato al sacrificio del 1647: un segno che io stesso richiesi alla Commissione Toponomastica nella mia breve esperienza da consigliere comunale. Nessuna piazza o via del centro, nessuna targa commemorativa, nessuna stele, null’altro è stato dedicato alla memoria dei neretini che combatterono e morirono in difesa della propria città, dei propri diritti, della propria dignità.

Una dimenticanza che affligge e mortifica. I popoli si fondano sulla propria memoria, sulla propria storia o, perlomeno, sulle pagine più importanti di essa. Perché dunque Nardò ha da sempre rinunciato a riscoprire, a fare propria e a preservare una pagina tra le più gloriose della sua vita ultramillenaria? Perché non è stata capace di far rivivere in una grande strada, in una piazza, in un segno concreto il ricordo degli uomini che, in nome della propria appartenenza ad una città, hanno combattuto, sono insorti, si sono impegnati in una lotta disperata che ha portato alla morte di tanti di essi?

Probabilmente non esiste una risposta per queste domande o forse è una risposta poco edificante. Ciò dovrebbe invitare ad arrendersi? A mettere da parte il ricordo, le emozioni che questa storia sa ancora suscitare, gli insegnamenti che da essa si possono trarre, solo per assecondare l’indifferenza che alberga in molti? Personalmente dico no!

Da più di due decenni, il far tornare alla luce queste gloriose pagine della storia cittadina è divenuto per me un impegno personale o, per meglio dire, un vero e proprio obbligo morale nei confronti dei protagonisti della ribellione. Circa vent’anni fa, visitando l’archivio di Simancas, ebbi modo di consultare alcune fonti di prima mano sulla vicenda: un fondo documentale all’epoca pressoché inesplorato. Nelle ore trascorse nella città spagnola, le lunghe controversie giuridiche, le cronache della rivolta, i resoconti sulle sanguinose gesta del duca di Nardò e la ribellione dei suoi sudditi, il ruolo del re, dei suoi ministri, dei viceré e delle autorità locali rivissero sotto i miei occhi, donandomi un’emozione tuttora viva.

Negli anni a seguire, parte di questa documentazione ha visto la luce grazie ad alcuni studiosi pugliesi, molti dei quali gravitanti attorno al Centro Studi Conversanesi, come Aurora Martino, che desidero ringraziare per la preziosa collaborazione fornita e per l’enorme mole di informazioni restituite con i suoi scritti. Molto restava tuttavia da dire sulle vicende neretine. Per questo ho ritenuto indispensabile continuare le mie ricerche: a Napoli, presso il fondo Brancacciano, dove ho raccolto altre cronache dell’epoca; presso la Biblioteca della Società di Storia Patria, dove ho ritrovato i manoscritti sul processo intentato ai ribelli; e ancora a Nardò, nell’archivio del Capitolo della Cattedrale e in numerosi altri scrigni di fonti. Per anni tutto il materiale raccolto, trascritto e conservato, ha rappresentato la base per articoli, come quelli pubblicati annualmente sul sito della Fondazione Terra D’Otranto[1] e per opere di divulgazione, come Nardò a fumetti,[2] una storia illustrata dedicata ai piccoli neretini affinché germogliasse in loro un desiderio di conoscenza sulla storia della propria città.

Nonostante questi miei interventi personali e la pur ricca bibliografia esistente sull’argomento, ritenevo tuttavia giunto il momento di elaborare un lavoro più organico sulla vicenda, un’opera capace di incastonare i fatti di Nardò in un contesto storico più vasto ed articolato. Per questo decisi di affidare il frutto di anni di studio, letture e ricerche a qualcuno che, per preparazione e sensibilità, potesse essere in grado di donare loro una nuova veste. Questo qualcuno è stato Alessio Palumbo, il quale ha aderito con trasporto ed entusiasmo al mio progetto e che per questo ringrazio. Quest’opera è, in sintesi, il connubio tra un’antica passione e l’entusiasmo di giovani studiosi. Essa rappresenta dunque un tributo scientifico ma anche sentimentale ai fatti del 1647.

Risvegliare nei suoi lettori un interesse, una passione, anche una semplice curiosità su quanto accaduto; far comprendere ai neretini vecchi e nuovi e, soprattutto, a chi ne cura la formazione sin dalle prime classi scolastiche, l’importanza di riscoprire e conservare gelosamente il proprio passato; inculcare, in chi ne ha il potere, l’obbligo morale di garantire un riscatto (conoscitivo, civile, religioso) alle vittime di quella che fu una vera e propria barbarie: sono questi i principali obiettivi che questo volume si pone. L’auspicio è che riesca ad ottenerli tutti e tre. Se così non fosse, nondimeno avrà rappresentato, per i suoi autori e per chiunque vi abbia contribuito, un gradito impegno personale per studiare, ricordare, ripercorrere e rivivere una vicenda esemplare.

 

[1]http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

Http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/20/20-agosto-1647-lolocausto-di-nardo-seconda-parte/.

[2] M. Gaballo, Nardò a fumetti. Pagine di storia, cronologia ed altre notizie, Lecce, Conte Editore, 1996.

 

Parole e immagini: un connubio nuovo di comunicare emozioni

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Il dire ulteriore. Immagini e parole

Scatti d’autore di Mauro Minutello – testi di Elio Ria

prefazione di Pier Paolo Tarsi, a cura di Marcello Gaballo

Edizioni Fondazione Terra d’Otranto – Collana Scatti d’autore n°1

formato A/4, cartonato, 84 p., stampa colore

ISBN: 978-88-906976-4-7

 

La lettura del libro  e il godimento delle immagini rimanda ad un ulteriore dire in un panorama ampio di dettagli della terra salentina. Un libro “incompiuto” dove l’esaltazione dell’insieme è demandata al lettore. Il poeta e il fotografo hanno sottolineato ciò che hanno voluto secondo i propri interessi, in condizioni di imparziale attenzione, assumendo anche le vesti di spettatori trasognati.

Indubbiamente le immagini e i testi sono frutto delle abitudini e ossessioni degli autori: difatti in qualsiasi trattazione tematica fotografica e testuale  affrontata,  parlano in fondo di sé stessi, del proprio bisogno di trarre dalla geniale creazione di Dio un frammento concettuale per magnificare la sua opera.

La voglia di dire e di raccontare qualcosa che sfugge all’attenzione, e di cui non si avverte il valore, è palesemente suffragata dall’impegno del poeta Elio Ria e dal fotografo Mauro Minutello, i quali hanno dimostrato come la bellezza di un fiore resta tale anche se non c’è nessuno a contemplarla.

L’opera tenta di agganciare il lettore all’intorno di un mondo  come l’odierno   in cui tutto è uguale a tutto in osservanza della soddisfazione dei bisogni. Decelerare, soffermarsi a contemplare il significato della reale bellezza dei luoghi diventa un esercizio che rafforza le certezze di un’idea, sviluppatasi non solo per meravigliare gli occhi ma anche per traslare significati di architettura della natura. Il linguaggio dei luoghi è affine a quello della lingua.

Traspare nel volume edito da Fondazione di Terra d’Otranto il criterio di non deviare sia in parole che in immagini dal verisimile, rispettando ciò che gli occhi hanno visto – e comunque –  in una sorta di res ficta o argumentum,  vale a dire la res ficta è inventata sì, ma entro i limiti del verisimile, seppure in alcuni testi la poesia tende a colpire con lo splendore della forma: mirando a  immaginare fantasie ma anche cose incredibili. Il poeta giustifica in questo modo la propria licenza di trattare cose impossibili al fine di rendere sorprendente e interessante la sua opera. Di converso il fotografo ha estrapolato da un contesto più ampio un dettaglio che – a parere suo – potesse illuminare con la fissità dell’immagine qualcosa che sfugge all’abitudine degli occhi. Si può dire che  entrambi gli autori sono riusciti a dissimulare e a rendere gradevole persino l’assurdo, infrangendo le regole visive della verità, inducendo gli occhi a ragionare concetti di bellezza e di ulteriore dire, nel tentativo di conquistare gli occhi degli altri. Lo stupore dell’impossibile è un bisogno dell’uomo e i testi quando ne sono ricchi svolgono un compito preciso. Ricorrere alla finzione vuol dire allargare per un momento lo spazio del reale, muovere passi in zone normalmente vietate entro la logica della narrazione che si mantiene in un sistema coerente  di rapporti tra possibile e impossibile.

Il volume, di pregevole fattura, assume l’onere della divulgazione conoscitiva di alcuni luoghi del Salento, rendendo partecipe il lettore alla realtà, la quale è assumibile a un modello che descrive la riconducibilità della vita umana a essa. Modello che può anche fornire chiavi critiche, che può favorire un’evasione, oppure appagarsi della sua contemplazione o riportarlo alla realtà che esso produce fittiziamente.

Il palcoscenico è l’immagine tratta da uno scenario naturale, la parola è il sostegno ad essa per coniugare nuove visioni e una validazione della fantasia. Il libro è da considerarsi a tutti gli effetti un coraggioso tentativo di connubio poetico-artistico che fa da contraltare  ai canoni classici della letteratura e della fotografia, dimostrando che è possibile muovere insieme immagini e parole in un contesto regolato dalla ciclicità degli eventi naturali; inoltre la reversibilità del tempo, gli scambi reciproci fra immaginazione e vita, moltiplicano all’infinito i rapporti soggetto-oggetto. Ria e Minutello hanno teso al massimo il filo che collega il reale all’irreale: amplificando, modellando, cose quotidiane di un creato che può ancora meravigliare.

Millefanti sul desco pasquale

Un piatto tipicamente pasquale che si consuma a Nardò (e probabilmente in altri comuni del Salento) è quello dei milaffanti, una pasta miniaturizzata, altamente calorica e ricca dal punto di vista nutrizionale.

sfregamento dell’impasto per ottenere i milaffanti

Note per un probabile approfondimento di studio su un incunabolo della Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò

di Armando Polito

Nell’immaginario di chi conosce il significato della parola l’incunabolo assume un valore esclusivamente economico legato essenzialmente, più che al suo contenuto, all’età e alla rarità, due caratteristiche che rendono l’oggetto unico o quasi e, perciò, prezioso, almeno per il bibliofilo con risvolti pratici da antiquario. Per lo studioso, comunque, esso è molto, molto di più, perché segna lo spartiacque tra il manoscritto e la cinquecentina, che sancisce l’affermazione definitiva (poteva essere altrimenti?) e la diffusione della stampa. Bisognerà aspettare mezzo millennio per passare (forse fra pochissimi anni qualcuno dirà ancora una volta: poteva essere altrimenti?) dal libro a stampa al libro digitale o, come oggi è obbligo dire se non si vuol fare brutta figura …, e-book. Ma torniamo all’incunabolo. Incunabula1 i latini chiamavano le fasce dei neonati e, per traslato, il luogo di nascita, l’infanzia, il principio, l’origine, le prime prove. Sottintendete di stampa a quest’ultimo significato ed avrete la definizione più sintetica di incunabulo. E si capirà pure perché gli incunaboli per lo più seguono fedelmente la stessa struttura del manoscritto e, almeno all’inizio, pure i caratteri di stampa adottati imitano quelli adoperati dal copista.

È tempo di abbandonare la teoria e di passare alla pratica. L’oggetto oscuro del desiderio di oggi (si capirà dopo perché mi sono espresso in questo modo) è l’incunabolo così schedato da Maria Pia Vergine in Incunaboli e cinquecentine della Biblioteca comunale A. Vergari di Nardò, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina, 2002:

 

Bersuire, Pierre

Bersuire, Pierre

Dictionarius seu Repertorium morale perutile Praedicatoribus

Norimberga, Anton Koberger, 4. II. 1499

fol., car. got.

H  *2802     IGI  1489     BMC  II, 445     GW  3867    

Opera in tre parti, racchiuse in 3 voll. 

Vol. I

car. got. magg. min., cc.[3], 260, coll. 2, ll. 74, segn. a – z8, aa – ii8, kk8 (-kk8), tit. corr.

c.[1r], titolo: Prima pars Dictionarij // continet dictiones his // litteris incipientibus // A. B. C. D.

c.[1v]: bianca.

c.[2r], con segn. a2, incipit epistola: Iohannes Bekenhaub Moguntinus Lectori Salutem. // … explicit, l. 33: Vale. Ex officina impressorie An//thonij Koberger civis Nurenbergensis. Anno xri(sti) I.4.9.9. mensis Februarij. die quarto. // segue: Dictionarij ad lectorem epygramma.

c.[2v – 3v]: Ordo dictionum prima pars.

c.4r, con n. I e segn. a4, col. 1: In nomine trinitatis individue: Repertorium morale // p(er)utile p(re)dicatoribus. Editum p(er) fratrem Petru(m) bercharij // pictavien(sis) ordinis sancti Benedicti. meritoq(ue) Dictionari//us appellatu(m). q(uonia)m quodlibet vocabulum (saltem p(re)dicabi//le) s(ecundu)m alphabeti ordine(m) dilatat. distinguit auctoritates di//vidit. applicatq(ue) exe(m)pla naturalia. figuras & enigmata. In//cipit feliciter. //…. col. 2, l. 70: Finis prologus.

c.4v, col. 1: Prima pars Dictionarij: ordine alphabetico (ut p(ro)lo//go….

c.263v, col.1 ( unica ), l. 27: Finit prima pars Dictionarij.

Formato risultante: mm. 320×215. Manca l’ultima carta, probabilmente bianca.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: solo la “A” iniziale del prologo e quella dell’incipit è disegnata in rosso.

Note manoscritte: rare postille marginali; in rosso qualche segno di paragrafo.

Note di possesso: sotto l’occhietto: “e(st) s. antonij à nerit.o “.

Stato di conservazione: ottimo, carte leggermente imbrunite.

Collocazione attuale: RD – IV – A – 2.

Collocazione precedente: N 139 (sul dorso).

Inventario:  4607

 

Vol. II

car. got. magg. min., cc.[2], 317, coll. 2, ll. 74, segn. A – Z8, Aa – Rr8 (-Rr8), tit. corr., tab.

c.[1r], titolo: Secunda pars Dictionarij // Incipit in littera E finiturq(ue) // in littera O inclusive.

c.[1v – 2v]: Ordo dictionum secunde partis.

c.3r, con n. I e segn. A4, col. 1: Secunda pars Dictionarij. De littera E. ante A. In//cipit feliciter.

c.319v, col. 2, l. 70: Explicit littera .D.

Formato risultante: mm. 320×215. Manca l’ultima carta, senz’altro bianca.

Errori nella segnatura delle carte: A4  A3; G3  I3.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: solo la “E” dell’incipit disegnata in rosso, per le restanti spazio con e senza letterina guida.

Note manoscritte: rarissime. Qualche segno di paragrafo in rosso.

Note di possesso: sotto l’occhietto:”Est Sancti Antonij Civitatis Neritinae”.

Stato di conservazione: quasi ottimo, carte imbrunite.

Collocazione attuale:  RD – IV – A – 3.

Collocazione precedente: N 140 (sul dorso).

Inventario:  4608

 

Vol. III

car. got. magg. min., cc.[2], 254, coll. 2, ll. 74, segn. AA – ZZ8, aA – iI8, tit. corr., tab.

c.[1r], titolo: Tercia pars Dictionarij // Incipit in .P. littera usq(ue) // ad fine(m) durans alphabeti.

c.[1v – 2v]: Ordo dictionum in tercia & ultima parte dictionarij.

c.3r, con n. I e segn. AA3, col. 1: Incipit littera .P.

c.256r, con n. CCLIII, col. 2, l. 50, explicit: Regnat p(er) secula seculo(rum). Amen. // Deo gratias.

c.256v: bianca.

Formato risultante: mm. 320×215.

Legatura: ottocentesca, in pergamena rigida con dorso nervato. Taglio di testa fortemente rifilato.

Iniziali: La “P” dell’incipit è disegnata in rosso, per le restanti spazio bianco con e senza letterina guida.

Note manoscritte: rarissime postille marginali e qualche raro segno di paragrafo in rosso.

Note di possesso: sotto l’occhietto: “est S. antonij à nerino”.

Stato di conservazione: buono, carte imbrunite con qualche piccolo foro da tarlo.

Collocazione attuale: RD – IV – A – 4.

Collocazione precedente: N 141 (sul dorso).

Inventario:  4609

 

Dico subito che fino a cinque giorni fa di Pierre Bersuire non conoscevo neppure il nome e che la scelta di parlarne, dopo aver fatto la prima indagine, è maturata quando, nello scrivere il recente post sul tablet2 (complemento di argomento, non di mezzo e, in parte, di luogo …), mi sono imbattuto in rete in un altro incunabolo, in un’edizione diversa, custodito dalla nostra biblioteca. A quel punto chiedere a Marcello l’elenco completo tratto dall’opera da lui a suo tempo curata era un obbligo.

Eccomi, così, dopo l’assaggio del Supplementum Chronicarum di Iacopo Filippo Foresti da Bergamo del 1485 per i tipi De Boninis (Nardò possiede l’edizione veneziana del 1486 per i tipi di Benagli), ad annotare di un autore e di un testo quel poco che ho potuto racimolare, grazie alla rete, in questi ultimi giorni. E, siccome l’appetito vien mangiando, potrebbe venirmi lo schiribizzo di fare la stessa cosa con gli altri incunaboli Il massimo, poi sarebbe che nel frattempo a qualcuno (non necessariamente qualche colosso tipo Google …) venisse in mente di immetterne in rete la versione digitale di tutti (l’operazione, oltretutto, non richiederebbe troppo tempo essendo, debbo dire sfortunatamente, solo cinque); se ciò avvenisse, questa volta mi sentirei obbligato a perfezionare l’indagine già fatta e ad estenderla agli altri esemplari (che fino ad ora non ho visto nemmeno da lontano … ecco spiegato l’oscuro oggetto del desiderio di prima).

Chi era Pierre Bersuire (s’incontrano, fra le altre, anche le scritture Berceure, Bercheure, Berchoir, Bercheur)? Intanto il nome latinizzato era Petrus Berchorius. Nacque a Saint-Pierre du Chemin nel dipartimento della Vandea. S’ignora la data precisa di nascita ma in base a certe circostanze della sua vita e alla testimonianza del Petrarca, suo contemporaneo, con il quale ebbe occasione di incontrarsi, con una buona approssimazione si può affermare che nacque intorno al 1290. Ancora giovane divenne prima frate francescano, poi passò ai benedettini nell’abbazia di Maillezais. Prima del 1330 era ad Avignone, al seguito del cardinale Pierre Du Prat che era vice-cancelliere del Papa Giovanni XXII. Ad Avignone nel 1340 inizia la scrittura prima del Reductorium morale (il libro XV, come estratto, avrà vita autonoma a partire dal 1362 col titolo di Ovidius moralizatus3) e poi (ed è l’opera, la cui scheda ho riportato prima, che mi ha ispirato questo lavoro preparatorio) del Dictionarius seu repertorium morale (sarà completato nel 1359;. Nel 1342 è a Parigi dove corregge le due opere e verso il 1352 inizia la traduzione delle Storie di Tito Livio per incarico del re di Francia Giovanni II, lavoro probabilmente terminato nel 1355. Muore nel 1362.

Delle sue opere (soprattutto della traduzione di Livio) esiste un numero impressionante di manoscritti conservati in varie biblioteche. Comincio proprio da un esemplare del XIV secolo del Dictionarius seu repertorium morale custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia, dal cui sito ho tratto le immagini che seguono riproducenti la a copertina e la prima carta di testo di ogni volume (quella del terzo, purtroppo, è vandalicamente mutilata (http://gallica.bnf.fr/Search?ArianeWireIndex=index&p=1&lang=EN&q=PETRI+BERCHORII&x=29&y=7).

Ecco ora il dettaglio del lemma ABIATHAR come è trattato nel primo volume (A-E; dipartimento manoscritti latini n. 8862; per il secondo, F-O, n. 8863; per il terzo, P-Z, n. 8861) dell’esemplare manoscritto e a p. 6 del primo volume dell’edizione uscita a Venezia in 3 volumi per i tipi di Geronimo Scoto nel 1574 (primo e secondo volume) -1575 (terzo volume).

Il modello manoscritto dei tre volumi continua nelle opere a stampa. Di seguito i frontespizi dei tre volumi dell’edizione uscita a Venezia, sempre per i tipi di Geronimo Scoto, nel 1583.

Ecco ora le carte iniziali di alcuni manoscritti del XIV secolo della traduzione delle Storie di Tito Livio custoditi nella stessa biblioteca (dipartimento manoscritti francesi):

n. 31 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9009504g/f5.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 32 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9009481x/f6.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 35 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b9058225p/f4.zoom.r=BERSUIRE.langEN):

n. 6441 (questo è del XIV secolo; http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b90075481/f7.image.r=BERSUIRE.langEN):

n. 63 (risale al 1403 ed è molto importante perché costituisce quasi un frontespizio che, di regola, è assente nei manoscritti; http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451118s/f4.image.r=BERSUIRE.langEN):

L’importanza del nostro autore è sancita oltre che dal notevolissimo numero di manoscritti da quello altrettanto cospicuo delle edizioni a stampa delle sue opere, dei cui frontespizi offro una breve panoramica.

Opera omnia, 1609 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k1340683.r=BERSUIRE.langEN):

Dictionarium vulgo repertorium morale, 1712 (http://www.bsb-muenchen-digital.de/~db/1063/bsb10634497/images/index.html):

 

Opera omnia, 1730 (https://books.google.it/books?id=Kf04AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=bersuire+pierre&hl=it&sa=X&ei=_K7pVM31I8itUYq5gqAC&ved=0CB8Q6AEwADgK#v=onepage&q=bersuire%20pierre&f=false):

_________

1 Il vocabolo, neutro plurale, è composto da in=dentro+cunàbula (anche questo neutro plurale)=culla e, per traslato, nido, nascita, origine; a sua volta cunàbula è da cunae=culla. Cunàbula è connesso con cùmbula o cýmbala=barchetta; cuna con cumba o cymba=barca. Evidente il valore diminutivo di cùmbula/cýmbala rispetto a cumba/cymba. In tutto questo c’è lo  zampino del verbo cubare=giacere a letto, sedere a mensa, mangiare, giacere (in senso biblico) essere calmo, cullarsi. Cubare, a sua volta, presenta la radice senza infisso nasale presente invece  nei composti recùmbere=tornare a letto, coricarsi, stendersi, cadere, incùmbere=stendersi sopra, applicarsi, mettersi all’opera e succùmbere=cadere o cedere sotto. Lascio al lettore indovinare le voci italiane derivate (decubito, con le sue piaghe, compreso) e concludo dicendo che cumba/cymba è in rapporto strettissimo col greco κύμβη (leggi kiùmbe)=coppa, tazza, piccola barca, testa.

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/23/il-tablet/

3 Dell’Ovidius moralizatus abbiamo due manoscritti illustrati della seconda metà del secolo XIV, uno conservato a Gotha (Forschungsbibliothek, I 98), l’altro a Bergamo (Biblioteca civica Angelo Mai, Cassaf. 3, 4).  Nell’immagine che segue un’illustrazione (carta 11 r.) del primo:

 

 

20 febbraio 1743. Quel fierissimo tremuoto…

di Marcello Gaballo

E’ uscito in questi giorni l’ultimo lavoro di don Giuliano Santantonio, direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi di Nardò-Gallipoli, Quel fierissimo tremuoto. Nardò e le vittime del sisma del 1743. 28 pagine, stampate dalla tipografia Biesse di Nardò, che rileggono le vicende del funesto sisma del 20 febbraio 1743, che tanti danni arrecò a molti centri di Terra d’Otranto e alla città di Nardò in particolare.

 

san gregorio armeno

Un sisma di magnitudo M=6.9 che fu avvertito in tutto il Regno di Napoli e che causò danni ingenti e centinaia di morti, tra cui anche donne e bambini, dei quali elencati in dettaglio dall’autore nella pubblicazione.

“Gran parte del tessuto urbano – scrive Santantonio – fu sconvolto e gli apprezzi dei danni, fatti da lì a qualche mese, vanno dai 260.000 ducati circa ad oltre 400.000 ducati, somma ingentissima se si tiene conto che il salario medio annuo di un bracciante agricolo all’epoca ammontava a circa 30 ducati. Il Liber mortuorum della Chiesa Cattedrale registra per quell’evento 112 vittime, due delle quali rimaste insepolte sotto le macerie: si tratta di una rilevazione assolutamente certa e attendibile, mentre alcune fonti parlano di 150 vittime e altre addirittura di 349, numeri che appaiono piuttosto inverosimili per la sola Città di Nardò, dove se vi fossero stati dei dispersi rimasti sotto le macerie sarebbero stati sicuramente individuati e citati nel Liber mortuorum, come fu per i due riportati.

La statua di S. Gregorio Armeno, che dall’alto del sedile si vide ruotare per tre volte con la mano benedicente protesa quasi a fermare il flagello, diede da subito origine al convincimento che fu la protezione del Santo Patrono ad evitare un epilogo ancora più doloroso”.

Nella prima parte del volumetto, seppur già note, si riportano le fonti notarili che descrissero l’evento:

“Tra quelle che presentano maggiore interesse vi sono gli atti e le annotazioni di alcuni notai dell’epoca, testimoni diretti dell’evento, le cui particolareggiate descrizioni ci lasciano intuire quale impressione ebbe a destare nell’animo dei contemporanei un evento così drammatico.

Scrive il notaio Oronzo Ippazio De Carlo:

“Nel giorno di mercoledì venti febbraio, giorno più tosto estivo che d’inverno, a circa ore 23 nell’occaso si suscitò un vento gagliardissimo che fece stupire ogn’uno ed intimorire, poiché pareva che per l’aria correvano centinara di carrozze unite, tale era lo strepito, s’offuscò l’aria e pareva che mandasse fuoco, l’acqua ne pozzi saltava e si riconcentrava. Si oscurò il sole, e sopra le ore 23 traballò per causa d’un tremuoto Nardò, tornò a traballare, e finalmente muovendosi la terra à guisa dell’acqua che ferve nella pignatta, operò che cascasse dalle fondamenta Nardò. Morirono dà 349 cittadini, la maggior parte però furono bambini. Tutto rovinò, ogli, grani, etc.. I mobili e suppellettili dall’ingiurie delle pietre, polveri, e de tempi che susseguirono, restarono di minor momento e valore.  La statua della Beatissima Vergine Maria del vescovado sotto il titolo dell’Assunta sudò. La statua di San Gregorio Armeno che steva sopra del publico Sedile si vidde con la mano sinistra far segno al vento di ponente che fiatava che si quietasse. Le altre statue di San Michele e Sant’Antonio cascarono. Il danno ascese ad un milione sento settantacinque mila docati. Fu inteso il tremuoto da tutta l’Europa, anzi dal mondo tutto” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo)”.

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Sempre Santantonio scrive:

“Lo stesso notaio ripropone nel medesimo protocollo un’altra descrizione dell’evento, con qualche discrepanza rispetto alla prima:

“Successe un fierissimo tremuto, che durò secondo la comune, sette minuti, e ruinò dalle fondamenta la Città di Nardò [….] morirono duecentoventiotto persone, oltre centinara di figlioli e quattrocento e sette persone restarono in gran parte della persona offese e ferite. Quali morti e feriti furono tutte quasi persone basse a riserba del canonico D.Tommaso Abbate Piccione, del suddiacono Giuseppe Nociglia e del Padre fra’ Michele Talà Carmelitano. La fedelissima città di Lecce mandò per carità à detti infermi con il suo maestro di piazza settecento rotola di pane, quattro castrati e contanti. L’eccellenza del Signor marchese di Galatone ò sia il Principe di Belmonte colla sua solita pietà provedè del necessario detti poveri avendo dato ricovero alle religiose dette del Conservatorio, ed à più e più persone che erano fuggite in Galatone, dove dimora detto Eccellentissimo duca di Cerisano preside e da dove giornalmente si porta per provedere agli bisogni di detta città. Varii furono gli eventi che precedettero à detto tremuoto e frà questi il Tutelare Padre S.Gregorio Armeno, la di cui statoa di lecciso esisteva sopra del Publico Sedile nella piazza nell’atto che la terra si scoteva, invocato dal popolo si voltò visibilmente verso il ponente dà dove s’insorse il tremuoto, e la mano che prima steva in atto di benedire ora si vede tutta aperta ed in atto che impedisce il flagello: a continua a star voltata verso di detto vento di ponente, avendo perduto la mitra, che era tirata à tutto un pezzo con la statoa, ma non già lo pastorale. Cascarono poi le statoe di S.Michele, e di S.Antonio, che tenevano in mezzo detta statoa di esso S.Gregorio…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Oronzo Ippazio De Carlo) “.

E completa con l’altra annotazione:

“Il notaio Vincenzo Fedele, sotto la dicitura “Notizia a’ Posteri” inserita nel suo protocollo del 1742-1743, racconta circa la statua di San Gregorio posta sul Sedile:

“trè volte si vidde dal popolo che presente era in Piazza nell’atto di precipitare, e nello stesso istante li caschò la midra dà testa […] onde considera ò mio lettore che forsa hà il nostro Gran Protettore davanti Sua Divina Maestà à liberare il suo popolo dà i suoi giusti castighi per le nostre colpe. Gran Protettore Gregorio quanto ti deve la Città neretina” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Vincenzo Fedele)”.

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Riguardo l’entità dei danni nella sola Nardò l’autore riporta quanto scrisse il notaio Nicola Bona a distanza di qualche mese in un elenco sicuramente incompleto:

la intiera chiesa del venerabile convento di S.Francesco di Paola; la mettà del venerabile monastero di S.Teresa; il quarto di quello di S.Chiara; il terzo del venerabile Conservatorio di donne monache sotto il titilo della Purità assieme colla gubola della chiesa frantumata; la chiesa del venerabile convento de Scalzi di S.Agostino sotto il titolo della Coronata divisa pe il mezzo; il vescovado tutto conquassato e parte rovinato; la catedrale tutta servata col campanile precipitato in due de suoi ordini; il campanile della chiesa dei PP.Predicatori frantumato l’ordine superiore e la chiesa minacciante rovina; le case della Città nella publica piazza colle carceri nella parte inferiore tutte tirate a terra colla morte di sette infelici carcerati…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Nicola Bona).

E per completezza vengono anche riportati i pareri di alcuni mastri muratori, chiamati a redigere una stima dei danni subiti dal campanile della chiesa di S.Domenico e del Seminario ricostruito da Ferdinando Sanfelice, di cui fu danneggiata “specialmente la facciata, furono ruinati da sotto le fondamenta, la scala che si sale sopra e l’ambulatorio precipitati à terra et anche la chiesa, con havere solamente rimasta in piedi lo pariete della strada, e tutta aperto, e le officine desolate…” (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano)”.

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Molto interessante, ma anche questa cronaca già nota agli studiosi, la perizia giurata dei mastri muratori Nicolantonio de Angelis di Corigliano e Lucagiovanni Preite di Copertino, che quantifica nel modo seguente l’entità complessiva dei danni:

  • ducati 62.512 per gli immobili appartenenti ai benestanti;
  • ducati 50.829 per gli immobili delle persone povere;
  • ducati 108.982 per gli edifici ecclesiastici;
  • ducati 8.000 per trasportare fuori le mura i materiali degli edifici crollati e di quelli da abbattere;
  • ducati 30.000 per ricostruire le mura e le torri
  • ducati 6000 per le case del Governatore e le carceri;
  • ducati 800 per il Sedile;
  • altre somme non quantificate per riparare il cappellone di San Gregorio nella Chiesa Cattedrale e le case, appartenenti alla Città e dati in uso ai Ministri regii di passaggio (ASLe, Sezione notarile, protocollo del notaio Angelo Tommaso Maccagnano).

Liber mortuorum frontespizio

La novità della pubblicazione è data proprio dall’elenco delle 112 vittime, riportato nel Registro dei Defunti della Chiesa Cattedrale di Nardò, vol. 18 – dal 1742 al 1766 in quel “Giorno di mercordì a 20 febraro 1743 ad’ore ventiquattro meno un quarto sortì un terremoto così grande che non solamente precipitò tutta la Città ma vi morirono sotto le pietre li sottoscritti videlicet 112″.

Lo studioso non solo trascrive i nominativi, ma riporta delle utili notizie genealogiche e anagrafiche proprie di ognuno dei defunti, contribuendo così a colmare un’altra lacuna della storia cittadina.

 

Nota informativa: la pubblicazione potrà essere ritirata presso la Cattedrale di Nardò.

A proposito di febbraio e del freddo

di Marcello Gaballo

Il popolo salentino ha personificato anche i mesi dell’anno e da molte generazioni si tramanda questo breve raccontino, nel quale Febbraio chiede una cortesia al fratello Marzo:

frate Marzu, frate Marzu

damme tò giurni

e bbiti a ‘sta ‘ecchia cce lli fazzu!

Ca ci li giurni mia

l’abbìa tutti

facìa cuajare

lu mieru intra ‘lli ‘utti.

(fratello Marzo, fratello Marzo/ prestami due giorni dei tuoi/ e vedrai cosa farò a questa vecchia./ Avessi tutti i miei giorni/ farei congelare il vino nelle botti).

Ma a questa considerazione bisogna aggiungere anche un proverbio, che si recita a Scorrano:

Lu tàccaru cchiù gruessu

àzzalu pi marzu

(la legna più grande riservala per marzo).

Ogni commento si può risparmiare, visto che le temperature di questi giorni  confermano la secolare esperienza in fatto di metereologia.

Ancora una conferma?

Ci fribbaru no fribbarèscia

marzu mmalepensa

(se febbraio non porta il suo freddo, marzo potrebbe pensar male riguardo la sua reputazione di mese più freddo dell’anno).

Un’epigrafe in via Regina Elena a Giuliano di Lecce

di Marcello Gaballo e Armando Polito

VIRTUS INVIDIAM FRANGIT

LABOR FORTUNAM CONCILIAT

HUMILITAS FORTIORA VINCIT

La virtù frantuma l’invidia

Il lavoro propizia la fortuna

L’umiltà  supera prove piuttosto difficili.

 

Da un punto di vista di semplice scrittura epigrafica colpisce la compresenza di caratteri maiuscoli e minuscoli.

Questi ultimi sono in totale minoranza nella prima linea:  1, la r di FrANGIT, su 19 (sarebbero 21 se le I di INVIDIAM e di FRANGIT non fossero state inglobate rispettivamente in D e in G); i caratteri minuscoli trionfano nella seconda linea (17/21) e sono totalmente assenti nella terza. Da notare pure nella prima linea la compresenza di una R maiuscola (quella di VIRTUS) e  di

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

1 dicembre. Sant’Eligio. Una tela di Donato Antonio d’Orlando a Nardò

 

di Marcello Gaballo

Le sorprese che riserva la chiesa della Vergine del Carmelo a Nardò, un tempo officiata dai carmelitani scalzi, che dimoravano nell’annesso convento, poi parrocchia, sono davvero tante. I preziosi arredi, i decori, gli stucchi e le opere pittoriche presenti, ne fanno una delle tappe che non possono mancare nell’itinerario del turista, sia esso il più frettoloso e poco attento.

Di impianto cinquecentesco, ampiamente rimaneggiata dopo il funesto terremoto del 20 febbraio 1743,  l’edificio ospita una bella tela raffigurante Sant’Eligio, opera del prolifico ma poco noto pittore Donato Antonio d’Orlando (Nardò, 1562 ca – Racale, 1636), la cui produzione è uniformemente distribuita in Terra d’Otranto (Muro Leccese, Copertino, Seclì, Uggiano La Chiesa, Ugento, Leverano, Martina Franca, ecc.).

Il Santo orefice (Chaptelan 588 ca. – 1 dicembre 669 d.C.) fu controllore dei metalli, maestro della zecca, poi grande argentiere sotto il regno di Clotario II, quindi tesoriere di Dagoberto I, prima di essere eletto vescovo di Noyon nel 641 (nella cui abbazia riposa il corpo). Fu assunto a patrono degli orefici, argentieri e gioiellieri, per la sua abilità di intagliatore.  Prima degli ordini sacri eseguì opere di oreficeria di altissimo livello e ne erano prova i bassorilievi della tomba di S. Germain, vescovo di Parigi e i due seggi intarsiati per Clotario, ancora visibili nel 1789. Delle sue opere oggi restano soltanto, oltre ad alcune monete, un frammento di croce incastonata, conservata nel Gabinet des Médailles a Parigi.

antica immaginetta devozionale del santo
Nardò, masseria Brusca, affresco di S. Eligio

Sant’Eligio è considerato anche patrono di quanti si servono di martelli, tra cui carpentieri,  incisori, orologiai, fabbri, meccanici, calderai, minatori, attrezzisti, doratori, ma anche dei trasportatori, autisti, veterinari, sellai,  produttori di finimenti, garagisti, carrozzieri, carrettieri, commercianti di cavalli, contadini, operai, braccianti.

Chiesa matrice di Casarano, statua di S. Eligio (XVII secolo)

Il dipinto di Nardò, ad olio su una tela di cm. 123×193, si ammira sul primo altare della navata a sinistra di chi entra; la presenza di questo santo collima con l’intitolazione dell’altare allo stesso.
Di aspetto giovanile,  è dipinto a figura intera, in piedi, vestito in abiti vescovili; con il braccio sinistro regge il pastorale argenteo e un prezioso volume profilato in oro, mentre benedice con la mano destra.

particolari della tela nel Carmine di Nadò

Sui due lati sono inginocchiati i donatori, con l’abito e la croce confraternale, e subito dietro di essi una folta compagine di cittadini e nobili, tutti con lo sguardo rivolto al santo. Lo sfondo è caratterizzato dal particolare architettonico di quella che potrebbe essere una delle porte urbiche, porta San Paolo, nelle cui immediate vicinanze sorge la nostra chiesa. La presenza dello stemma civico di Nardò nella parte inferiore della tela fa pensare che tra i committenti ci sia stata anche l’universitas locale o che abbia perlomeno concorso al pagamento delle spese per realizzare l’opera.

Ad esaltare la figura del santo contribuisce il drappo del baldacchino dietro le sue spalle, in broccato nero e oro, nella cui parte superiore si legge a lettere maiuscole e dorate Sa(nc)tus Elicius. Gli arabeschi, i racemi e i fiorellini sono ripresi sulla pianeta marrone che il santo indossa su un ampio camice in seta bianca. Rifulge ovunque il dorato, che è poi una delle caratteristiche salienti della pittura del nostro, particolarmente accentuato nelle ricche bordure e profili dell’indumento e del manutergio. Dorate sono pure le scarpe, le cui punte avanzano dal bell’appiombo delle pieghe del camice, comprendendo la sigla D.A.O.P. (Donatus Antonius Orlandi Pinxit) con cui si firma l’artista.

particolare della tela di Nardò con la firma del santo tra i due piedi

La ricchezza decorativa è ulteriormente manifestata dai guanti gemmati, dagli anelli al secondo e quarto dito della mano sinistra, dalle pietre preziose e dal profilo della mitra.

L’ultimo restauro (eseguito da Francesca Romana Melodia nel 1997) ha ridonato splendore ai colori e specialmente alla doratura, rendendo il dipinto molto apprezzabile. Ha anche evidenziato come la tela sia stata ridotta nelle sue dimensioni originarie (probabilmente in coincidenza con i lavori di risistemazione della chiesa dopo il terremoto del 1743), con la definitiva perdita di brani pittorici che potevano narrare episodi della vita del santo. Non si spiegherebbero diversamente le tre iscrizioni sopravvissute ed ancora ben leggibili sul bordo inferiore, che narrano di miracoli accaduti per l’intercessione di Eligio.

 

il santo in una immaginetta devozionale francese del XVIII secolo

Su alcune reliquie conservate nella cappella di Tutti i Santi, nella cattedrale di Nardò

armadio con le reliquie dei Santi nella cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

La festività di Tutti i Santi è occasione utile per ricordare una eccezionale donazione dell’abate Domenico Roccamora, allora rettore del Seminario della Compagnia del Gesù di Roma, alla Cattedrale di Nardò effettuata nei primi decenni del ‘600.

Il prelato, con lettera accompagnatoria del 10 febbraio 1612, difatti, aveva fatto dono all’ università neritina dei corpi, con le loro teste, di S. Vittore martire e di S. Teodora vergine, ed altre reliquie di santi contenute in due grandi reliquiari che oggi sono esposti alla venerazione dei fedeli nella chiesa madre neritina. Tra le varie disposizioni del presule si legge nell’atto notarile che le reliquie sarebbero state conservate in apposita cappella in Cattedrale, di patronato dell’ università, ancora esistente e serrata da due grandi ante, aperte solo in questa giornata ed in particolari festività. Si tratta de “lu stipu ti li Santi”, nella cappella della navata sinistra, abbellita e definitivamente sistemata sotto l’episcopato di Mons Ricciardi, sul finire del secolo XIX. Lo stemma del vescovo difatti è finemente scolpito sulle due grandi ante.

reliquiari nella cattedrale di Nardò

Oltre la donazione è bene anche notare la particolare e poco nota richiesta del prelato. Nell’atto del marzo 1612, per notar Palemonio da Castellaneta rogante in Nardò, si legge infatti che le reliquie donate alla Cattedrale

Studiosi a convegno per presentare l’ultimo libro sulla Cattedrale di Nardò

Locandina

di Marcello Gaballo

Verrà presentato domenica 5 ottobre 2014, alle ore 19.30 presso la Cattedrale di Nardò, l’ultima fatica sul sesto centenario della Cattedrale di Nardò,dal titolo Neritinae Sedis. Atti del convegno di studio in occasione del VI centenario  della Cattedrale (31 maggio-1 giugno 2013).

Il volume, edito dalla Diocesi di Nardò-Gallipoli con Mario Congedo Editore, è inserito nella Collana dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, con il n° 7,  ed è stato curato da Giuliano Santantonio e Mario Spedicato.

L’opera, presentata ai lettori dal vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli, Mons. Fernando Filograna, offre al lettore un dignitoso e completo excursus storico sulla Cattedrale neritina, grazie al contributo di docenti, studiosi e ricercatori di varia provenienza ed estrazione, molti dei quali ben noti nel panorama della storiografia salentina e pugliese.

320 pagine in cui si analizzato le diverse fasi storiche, a partire dai monaci benedettini, con approfonditi studi delle fonti documentarie, tra le quali la Bolla dell’11 gennaio 1413, oltre a numerosi contributi che spaziano in diversi campi del sapere e comunque attinenti l’Ecclesia Mater neritina, assurta a chiesa regia con decreto del 12 ottobre 1803, poi dichiarata monumento nazionale il 20 agosto 1879, ed infine elevata dalla Santa Sede a dignità di Basilica minore il 2 giugno 1980.

Il volume apre con i saluti del Presidente della Provincia Antonio Gabellone, del Sindaco di Nardò Marcello Risi, facendo seguito un corposo Incipit del parroco    Giuliano Santantonio, che è stato anche curatore. Mario Spedicato, dell’Università del Salento e co-curatore, offre la Prefazione.

Questi i saggi, nell’ordine:

Benedetto Vetere, La Cattedra vescovile e le Bolle di Clemente VII e Giovanni XXIII.

Rosario Jurlaro, La presunta bolla di papa Paolo I dell’anno 761 nel giudizio di Annibale De Leo e la dipendenza della Chiesa di Nardò da quella metropolita di Brindisi.

Pietro De Leo, Nardò da abbazia a diocesi: una tortuosa procedura con vescovi paesani e forestieri tra XIV e XV secolo.

Giancarlo Vallone, Biografia in breve di Stefano Agricoli e non Pendinelli.

Vittorio Zacchino, A Nardò e diocesi prima e dopo Antonio Galateo.

Pasquale Corsi, Comunità ellenofone di Terra d’Otranto: un sondaggio tra le testimonianze d’archivio.

André Jacob, Nardò e Gallipoli tra greci e latini.

Anna Gaspari, Greci e francescani nel Salento tardomedievale e rinascimentale (con particolare riferimento alla diocesi di Nardò).

Roberta Durante, La Cripta di S. Antonio Abate nell’agro di Nardò.

Maria Domenica Muci, Il copista Giovanni di Nardò e la tradizione dei «Tria Syntagmata» di Nicola Nettario di Casole.

Patrizia Durante, Gaudeat ecclesia. Tradizione musicale francescana in diocesi di Nardò tra Medioevo ed Età Moderna.

Paolo Agostino Vetrugno, “Classicità e classicismo” nella scultura cinquecentesca neretina.

Francesco Danieli, Catechesi tridentine a Nardò nella pittura di Donato Antonio D’Orlando.

Donato Giancarlo De Pascalis, La Cattedrale nel tessuto urbano di Nardò: orientamento, modelli e confronti.

Giovanni Giangreco, Il futuro della Cattedrale di Nardò. La conservazione della fabbrica: manutenzione o restauro?

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Omaggio a Giorgio Cretì. A Ortelle

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“Per un antico(pòppitu)eroe” è l’incipit che accompagna il progetto/omaggio a Giorgio Cretì, giornalista, scrittore, cultore della gastronomia e delle tradizioni popolari, scomparso lo scorso anno. Ortelle, sua cittadina natale, gli rende merito con due iniziative culturali, che hanno lo scopo di celebrarne la memoria e anche di far germogliare altri semi che Cretì seppe spargere amorevolmente in terre lontane dal suo Salento.

Le manifestazioni si svolgeranno in piazza San Giorgio, agorà del borgo di Ortelle, Sabato 31 maggio con l’illustrazione del progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, un progetto promosso dal Comune di Ortelle che si è valso della collaborazione della “Fondazione Terra d’Otranto”, finanziato dal CUIS e sostenuto  dall’Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali.

Dopo i saluti delle autorità,i familiari di Cretì illustreranno la bio-bibliografia,mentre il presidente della Fondazione Terra d’Otranto dott. Marcello Gaballo presenterà il volume antologico che comprende i due romanzi, racconti inediti e foto d’archivio dello stesso Cretì.

Il volume, riccamente illustrato, sarà distribuito ad ogni famiglia del Comune, con ciò rispettando la volontà di Giorgio Cretì e della stessa Fondazione Terra d’Otranto, a cui sono stati ceduti i diritti dei testi pubblicati.

Domenica 1 giugno, alle 21, si alza il sipario sullo spettacolo teatrale “Pòppiti”, tratto dall’omonimo romanzo di Cretì. Il testo scritto dalla scrittrice Raffaella Verdesca sarà rappresentato dalla Compagnia teatrale ‘Ora in scena’, diretta da Paolo Rausa. Le musiche e le canzoni della tradizione salentina saranno eseguite da P40 e Lucia Minutello, la coreografia daKalimbaStudio Dance. Il racconto è unaffresco di salentinità,una storia d’amore e di guerra ambientata a Capriglia, una masseria collocata nell’entroterra fra Santa Cesarea Terme e Vignacastrisi. Le vicende si svolgono nel 1911 e si intrecciano con la guerra di Libia.

Nei due giorni è possibile visitare la mostra “Ortelle /Paesaggi Personaggi” con opere dei pittori locali Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e la “lettura” fotografica di Pòppiti a cura di Stefano Cretì, allestita nell’atrio e nelle sale di Palazzo “Rizzelli”, in piazza San Giorgio.

Info: Comune di Ortelle, 0836 958014, www.comune.ortelle.le.it

 

Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

presentazione del volume

Sancta Maria de Nerito.

Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

cop neerito bassa  

Sarà presentato venerdì 23 maggio 2014, alle ore 19.30 presso la Cattedrale di Nardò, il volume celebrativo del secentenario della Diocesi, dal titolo Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013).

Il volume, edito da Mario Congedo Editore e inserito nella Collana dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, è curato da Marcello Gaballo, Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri.

L’opera, presentata ai lettori dal Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, offre al lettore un excursus storico-artistico attraverso l’analisi e lo studio dell’ingente patrimonio d’arte conservato nella Cattedrale di Nardò.

L’antico edificio, grazie al contributo di docenti e ricercatori universitari, oltre che di studiosi di varia provenienza ed estrazione, è stato analizzato in tutte le fasi storico-artistiche, dall’età medievale al restauro ottocentesco, in virtù del necessario concorso di molteplici e specifiche discipline, essendo il monumento un eccezionale palinsesto architettonico, oltre che un contenitore di oggetti d’arte di inestimabile valore, molti dei quali qui studiati e offerti al pubblico per la prima volta dopo i recenti restauri che hanno interessato prevalentemente il patrimonio pittorico.

È stato così possibile formulare nuovi studi e analisi artistiche e stilistiche relativamente agli affreschi (dal XIII al XVI secolo) a all’ingente corpus dei dipinti di estrazione napoletana, commissionati in gran parte nella prima metà del Settecento dal vescovo Antonio Sanfelice. Tra le opere pittoriche si segnalano, per rilevanza, le ante dipinte dell’armadio del Tesoro il cui restauro si è appena concluso, restituendo una tra le più pregevoli opere attribuite alla scuola di Francesco Solimena.

Notevoli sono anche i contributi relativi allo studio delle fonti documentarie, tra le quali la Bolla dell’11 gennaio 1413, e dell’arredo sacro, finora mai o scarsamente indagato: dal Crocefisso ligneo, agli interventi settecenteschi apportati da Ferdinando Sanfelice, fino alle compagini musive otto-novecentesche che decorano le cappelle e le stanze parrocchiali.

Frutto, dunque, di una fortunata convergenza di circostanze, i contributi raccolti nel presente volume passano in rassegna sei secoli di storia della Cattedrale di Nardò mediante un capillare scavo archivistico e un attento studio delle fonti documentarie, storiche, letterarie e iconografiche. Tale studio rappresenta, pertanto, una scelta motivata dalla necessità di incoraggiare la valorizzazione, la salvaguardia e la trasmissione del ricco patrimonio artistico, culturale, simbolico e materiale della Ecclesia Mater neritina non solo a fini celebrativi, ma anche e soprattutto per preservare l’integrità e l’identità del tempio, assurto a chiesa regia con decreto del 12 ottobre 1803, dichiarato monumento nazionale il 20 agosto 1879, ed elevato dalla Santa Sede a dignità di Basilica minore il 2 giugno 1980.

 

Saggio V. Cazzato

Piano dell’opera

Card. Gianfranco Ravasi, Prefazione

Mons. Fernando Filograna

Don Giuliano Santantonio

Introduzione

Armando Polito, 11 gennaio 1413 – 11 gennaio 2013. Nardò celebra il suo seicentesimo anniversario

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Seicento anni di stemmi: la cronotassi araldica dei presuli neritini

 

PARTE I. L’ETÀ MEDIEVALE

 

Mariella Nuzzo, La Cattedrale di Nardò: dall’origine all’età angioina

Patrizia Durante, Edizioni di monodia liturgica e tradizione manoscritta nella Biblioteca Diocesana di Nardò “Antonio

Sanfelice”

Giuseppe Castelluccio, Il Crocifisso ligneo della Cattedrale di Nardò

Maria Rosaria Marchionibus, La Cattedrale di Nardò e la sua decorazione pittorica

Marcello Gaballo-Armando Polito, Prima attestazione conosciuta del volgare a Nardò

Manuela De Giorgi, La Dormitio Virginis “sculpto opere”, ovvero il rilievo erratico dalla Cattedrale: diario di un viaggio ancora in corso

 

PARTE II. L’ETÀ MODERNA

 

Giovanni De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice e il restauro della Cattedrale di Nardò

Mario Cazzato, Barocco in Cattedrale. Ovvero il declino della “maniera neritina”

Maura Lucia Sorrone, Scultura lignea e arredi liturgici in Cattedrale (1590-1734): artisti e committenze

Stefano De Mieri, Pittori del Sei-Settecento in Cattedrale: Francesco Solimena “ritrovato” e gli altri (Lucatelli, De Matteis e Olivieri)

Maria Teresa Tancredi, Pitture sei-settecentesche divise tra l’Episcopio e il Seminario vescovile di Nardò

Paolo Peri, Paramenti liturgici della Cattedrale di Nardò: oro, argento e seta, simboli e sacralità

 

PARTE III. L’ETÀ CONTEMPORANEA

 

Paolo Giuri, Il “ripristino” ottocentesco della Cattedrale di Nardò

Elsa Martinelli, “Per la gloria del Signore e della Sua Santa Casa”: l’organo Inzoli (1897) della Cattedrale di Nardò

Daniela De Lorenzis, Le compagini musive otto-novecentesche della Cattedrale di Nardò (rilievi di Fabrizio Suppressa)

Emilio Panarese, Gli arredi lignei della Scuola d’Arte di Maglie nella Cattedrale di Nardò

 

APPENDICE DOCUMENTARIA

Armando Polito, Nardò, la diocesi e i suoi vescovi riportati da Ferdinando Ughelli nell’ Italia Sacra

 

FONTI MANOSCRITTE E BIBLIOGRAFIA (a cura di Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri)

La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

Sarà presentato Sabato 26 aprile il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

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fronte retro

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

Libri. La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

E’ uscito in questi giorni il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

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particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

Mauro Minutello e le sue fotografie. A Maglie

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di Marcello Gaballo

E’ stata inaugurata a Maglie, presso la Libreria Universal, la mostra fotografica di Mauro Minutello, nostro validissimo collaboratore ed amico, che resterà aperta fino al termine dell’anno, con ingresso libero.

Con una soluzione originale e senz’altro piacevole, tra i libri troveranno posto alcuni degli scatti più interessanti dell’artista, che da tempo, timidamente e rispettosamente, esprime particolare sensibilità ed amore per la terra in cui vive ed opera.

Nelle fotografie di Mauro Minutello le persone sono assenti, emergendo invece le loro opere, specie quelle dei tempi che furono, le cui antichità sembrano sfidare l’obiettivo pur di evocare inconsapevolmente antiche nostalgie e perle di saggezza di abili costruttori e coraggiosi massari, specie quando il fotografo adopera  sapientemente il bianco e nero, con inquadrature che trasformano quelle opere in icone di una mitica terra come il Salento, che Mauro ama e riesce ad immortalare, fino ad evocare il misticismo di luoghi e anfratti che solo lui sa scovare.
Una terra luminosa e distensiva la sua, straordinariamente ricca e generosa, tanto da offrire piante e animaletti che difficilmente si notano se non li si va a cercare, magari appostandosi per ore e giorni, come riesce a fare solo un innamorato.

Perchè di amore si tratta, e solo questo riesce ad esaltare pietre a secco e pajare, giunchi e acquitrini, fichidindia e corbezzoli, rivalutando anche l’ultima foglia della vite che la stagione ha destinato alla fine.

Un occhio di riguardo Mauro lo riserva all’ulivo, l’eterna pianta che gioca a mettersi in posa, provocando la fantasia dello spettatore con le sue innumerevoli rughe, tronchi e fronde rabbiose e fragili, protese verso quel cielo che solo questa terra tra i due mari possiede, piantati in quelle distese senza tempo che richiamano il senso della vita, reclamando il diritto alla libertà di epressione, trattenendosi a forza tra le rosse zolle dell’arida terra salentina, con una lotta perenne con quanti li vorrebbero sradicati per farne buona legna da ardere.
Visitare una mostra di Mauro equivale ad un percorso nella memoria e negli ideali del Salento, tra simboli contraddittori del nostro vivere quotidiano che potrebbe sedare l’ansia dilagante, che certamente scemerebbe di fronte a quelle scenografie affettuosamente immortalate, senza distinzione tra terra e mare, sabbia o scogli, città o campagna.

Una visita alla mostra è il minimo che si possa fare, magari lasciandosi dietro la frenesia degli acquisti natalizi, alla ricerca di luoghi e paesaggi che difficilmente qualcun altro riesce a presentare così bene.

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30 novembre 2013. Un francobollo delle Poste Italiane celebra la Cattedrale di Nardò

Ancora un francobollo per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò. Questa volta delle Poste Italiane

 

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di Marcello Gaballo

 

 

Ed anche le Poste Italiane per la prima volta nella storia della filatelia onorano la città di Nardò e la sua Cattedrale emettendo un francobollo del valore di 70 centesimi, che si aggiunge ai cinque emessi dalle Poste Vaticane il 7 novembre scorso.

L’emissione, autorizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico, è di oggi, 30 novembre, accompagnata da un annullo speciale, da una cartolina e da un bollettino illustrativo, tutti stampati a ricordo del pluri-festeggiato sesto centenario della elevazione della chiesa abbaziale benedettina di S. Maria de Nerito in Cattedrale, con l’insediamento del vescovo Giovanni De Epiphanis (1355-1425), e contestualmente dell’elevazione della “Terra” di Nardò al rango di Città.

L’anniversario è stato solennemente celebrato l’11 gennaio 2013, data in cui fu emessa  la relativa bolla dal pontefice Giovanni XXIII nell’anno 1413, documento che si conserva in originale presso l’Archivio Storico della Diocesi e dal quale è stato tratto il motto “Ecclesiam in Cathedralem, Terram in Civitatem Neritonensem” riportato sui valori bollati.

Il francobollo ordinario, del valore di 0,70 €, è uno dei cinque emessi nello stesso giorno, tutti appartenenti alla serie tematica “il Patrimonio artistico e culturale italiano”, dedicati alla Mole Antonelliana in Torino, alle mura rinascimentali di Lucca, al sito archeologico di Alba Fucene (L’Aquila) e al complesso monumentale di Santa Sofia in Benevento.

Stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è in calcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura 90g/mq; il supporto è carta bianca, autoadesiva Kraft, monosiliconata da 80 g/mq; l’adesivo è del tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco). Il formato carta è di mm. 40×48, mentre il formato stampa è di mm. 36×44. Il formato tracciatura è di mm. 47×54. La dentellatura è 11 effettuata con fustellatura, ad un colore.

I fogli sono di ventotto esemplari, per un valore di € 19,60.

La leggenda per il nostro è CATTEDRALE, NARDò, oltre la scritta ITALIA.

Il bozzetto del francobollo è di Rita Fardini. Il testo riportato sul bollettino illustrativo è a firma di Mons. Luigi Luperto.

La vignetta raffigura la facciata della Cattedrale, alta 21 metri, eretta dal vescovo Antonio Sanfelice su disegno del fratello, il celebre architetto napoletano Ferdinando.

Completata nel 1725, è rivolta a occidente e presenta tre portali, di cui il mediano è più alto, posti in corrispondenza delle tre navate.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Come si legge nel recente volume di Giuliano Santantonio Ecclesia Mater “è ripartita in tre ordini. L’ordine inferiore presenta sei lesene in carparo con le loro basi, tra le quali sono inserite le tre porte in modo tale che ai lati della porta maggiore vi sono due lesene accoppiate per parte, alle quali seguono rispettivamente le due porte laterali affiancate ciascuna da una lesena semplice. Sulle porte minori vi sono due finestre circolari con vetri che consentono di illuminare le navate laterali. Sulle lesene vi sono capitelli scolpiti e una cornice marcapiano composita che corre orizzontalmente da un estremo all’altro, sopra la quale si eleva il secondo ordine della fabbrica, al centro del quale tra due lesene si apre una finestra quadrangolare più grande con vetri, da cui entra luce in tutta la basilica. Agli estremi laterali, sui due plinti che reggevano due statue di marmo, è riprodotto lo stemma del vescovo Sanfelice. Al di sopra della grande finestra centrale vi è un’altra finestra ovoidale a vetro assai più piccola, che all’epoca serviva per illuminare la parte soprastante il soffitto a lacunari della chiesa. Anche le lesene del secondo ordine sono munite di capitelli e sostengono un’altra cornice orizzontale, che separa questa parte della fabbrica dal fastigio. Tutto il prospetto ha forma quasi piramidale. In alto al centro vi è lo stemma del papa Benedetto XIII e ai due lati estremi del frontone vi sono i simboli araldici dei papi Clemente XI e Alessandro VII, mentre al centro della cornice superiore, sopra un plinto, si elevava la statua marmorea dell’Assunta. Le porte erano in noce, dipinte. Al di sopra della porta maggiore vi era un’epigrafe su lastra di marmo:

D.O.M.

CATHEDRALEM BASILICAM

IN HONOREM

DEIPARAE IN COELUM ASSUMPTAE DICATAM

VETUSTATE AC TERRAEMOTU LABENTEM

ANTONIUS SANFELICIUS EPISCOPUS

A FUNDAMENTIS RESTITUIT

NOVAMQUE FACIEM ADIECIT ET ARAM

ANNO SALUTIS MDCCXXV”.

 

L’annullo speciale è stato realizzato da Filatelia di Poste Italiane.

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Il francobollo e i prodotti filatelici correlati saranno posti in vendita oggi, sabato 30 novembre 2013, nell’Ufficio postale centrale di Nardò (Corso Garibaldi) (orario ufficio) e nel pomeriggio dello stesso giorno, dalle 16 alle 19, nel locale ubicato all’inizio di Corso Galliano.

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/06/cinque-francobolli-per-ricordare-il-sesto-centenario-della-cattedrale-di-nardo-e-della-civitas-neritonensis/

Cinque francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della civitas Neritonensis

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Il 7 novembre 2013 cinque preziosi affreschi riportati  nella serie dedicata all’Ecclesia Mater dalle Poste Vaticane sottolineano la fede, la storia e l’arte del vetusto monumento pugliese

 

di Marcello Gaballo

Per la prima volta nella storia la filatelia dello Stato della Città del Vaticano si occupa del massimo monumento religioso della diocesi di Nardò (ora Nardò-Gallipoli) e lo fa il 7 novembre 2013 tramite l’emissione filatelica di ben cinque valori, utili a ricordare il sesto centenario della elevazione della chiesa abbaziale benedettina di S. Maria de Nerito in Cattedrale, con l’insediamento del vescovo Giovanni De Epiphanis (1355-1425), e contestualmente dell’elevazione della “Terra” di Nardò al rango di Città.

L’anniversario è stato solennemente celebrato l’11 gennaio 2013, data in cui fu emessa  la relativa bolla dal pontefice Giovanni XXIII nell’anno 1413, documento che si conserva in originale presso l’Archivio Storico della Diocesi e dal quale è stato tratto il motto “Ecclesiam in Cathedralem, Terram in Civitatem Neritonensem” riportato sui valori bollati.

I francobolli nascono dalla proposta di Marcello Gaballo, presidente della Fondazione Terra d’Otranto, che oltre due anni fa presentò al direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giulano Santantonio e al Vescovo Mons. Domenico Caliandro (oggi Arcivescovo di Brindisi), quindi alla Commissione di Arte Sacra della Diocesi, la proposta, poi felicemente accolta e fatta propria dall’Ufficio filatelico della Città del Vaticano.

I bozzetti furono realizzati da Sandro Montinaro, su foto di Raffaele Puce. In pochi centimetri il grafico di Carpignano Salentino, autore anche del logo ufficiale, ha riassunto le preziose testimonianze di arte, storia e fede dell’edificio religioso, limitate a cinque particolari di preziosi affreschi del XIII-XV secolo, tra i più  antichi, significativi e leggibili che decorano le pareti e le colonne del massimo tempio cittadino.

Grazie alla professionalità e alla cortesia del Dott. Olivieri e della Dott.ssa Marica Fabris, dell’Ufficio Filatelico e Numismatico del Vaticano, finalmente la Diocesi col suo pastore Mons. Fernando Filograna potrà annoverare tra le sue importanti iniziative anche questa singolare e preziosa occasione, utile per trarre dalla memoria storica elementi sicuri per un rilancio del desiderio di futuro, sia sul piano sociale che su quello pastorale.

Copia di francobollo 0,05

Il valore di 0,05 € riporta un particolare dell’affresco di Sant’Agostino (m. 2,50×0,88), nella navata destra, sul secondo pilastro.

Il santo indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illeggibile, retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione, AGUSTIN con l’US finale nascosto dal pastorale, posta ai lati del capo, attesta il Santo.

Copia di francobollo 10

Il valore di 0,10 € riporta un particolare dell’affresco di Santa Maria delle Grazie o Madonna della Sanità (m. 1,80×0,80), nella quarta cappella della navata destra.

L’ immagine è posta tra due angeli musicanti di stile quattrocentesco ma dipinti alla fine del secolo scorso, in occasione dei restauri della Cattedrale, da Pietro Loli Piccolomini da Siena, assistente di Cesare Maccari.

La Vergine, dai lineamenti dolcissimi e con mesta pensosità, aureolata, con veste bianca e mantello blu orlato d’ oro, è seduta su un elegante baldacchino e regge sulle ginocchia il Figlio, che con la mano destra sorregge un pomo e benedice con la sinistra. Il Piccolo, con il nimbo crociato, veste un abito bianco con delicata tunica rosa. In basso a sinistra si intravede un devoto genuflesso.

L’ imago Beatissimae Virginis Sanitatis, in origine ubicata in fondo alla navata sinistra, nel 1573, da mons. Salvio fu traslocata dove oggi c’è la sede vescovile “per dar più onorato luogo alla sacra immagine…, e per mirarla di continuo avendola sempre all’incontro, e perchè stesse più esposta e alla vista della venerazione de’ popoli”. Da Mons. Girolamo De Franchis (1617-1634) fu di là trasferita nel sito attuale.

Copia di francobollo 15

Il valore di 0,15 € riporta un particolare dell’affresco della Madonna del giglio (m. 2,50×0,88), sul quarto pilastro della navata destra, da ricondurre al momento angioino dell’edificio.

La Vergine, seduta su trono con schienale curvo e raggiungibile tramite tre gradini, è dipinta col volto lievemente rivolto verso il Figlio. Indossa ampia tunica rosa e manto azzurro ed ha il capo coronato avvolto da un nimbo giallo orlato di perle; con la mano sinistra regge un bianco giglio angioino e con la destra sostiene il Bambino, il cui volto è circondato da un nimbo crociato ed orlato. Indossa una tunica rossa con cingolo bianco e indica con la sinistra il giglio.

Sullo sfondo azzurro spiccano le abbreviazioni greche delle due figure, inserite sotto un arco trilobo a tutto sesto.

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 Il valore di 0,25 € riporta un particolare dell’affresco di San Nicola di Myra (m. 2,48×0,80), sul secondo pilastro della navata sinistra.Il santo benedicente alla maniera greca, secondo lo schema bizantino, è ritratto frontalmente e a figura intera, veste tunica bianca, mantello rosso, omoforion bianco nerocrociato e tiene nella mano sinistra un Vangelo decorato con gemme. In alto, a sinistra, la Madre di Dio porge il pallio, mentre all’ opposto il Cristo, anch’ esso a figura intera, porge il Vangelo. Le iniziali latine sono scritte in caratteri gotici e inquadra il tutto una cornice di color corallo, complementare all’azzurro dello sfondo.

 

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Il valore di 0,45 € riporta un particolare dell’affresco del Cristo Pantocrator (m. 2,50×0,90), sul terzo pilastro della navata destra.

Seduto su un trono, in posizione frontale e benedicente alla greca, Cristo regge con la mano sinistra un Vangelo aperto su cui si legge Ego sum lux mundi qui sequitur me non ambulat in tenebris (Io sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nelle tenebre (Vangelo di Giovanni, I, 5).Indossa una veste rossa orlata di oro e un manto olivastro; il viso incorniciato da barba corta e scura ha un nimbo crociato orlato di perle. Interessante la forma del trono, rappresentato da uno schienale tondo abbastanza alto, che è “elemento diffuso nelle scuole artistiche bizantine della seconda metà del XIII secolo, collegato molto probabilmente al tema del <trono della Sapienza>, della Sofia <sapienza divina>, in cui Cristo è raffigurato in trono”.

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Nella parte inferiore dei valori a sinistra è riportato il logo del Vaticano, a destra quello delle celebrazioni neritine, in cui domina la croce patriarcale, che ricalca quella antichissima scolpita sulla facciata della Cattedrale, alla cui base sono opportunamente innestate le due lettere NC, compendiando la valenza nello stesso tempo laica e religiosa dell’evento, essendo abbreviazione N di Neritonensis e C di Cathedralis e di Civitas. Nell’ambito della seconda lettera trovano allocazione le due date 1413 e 2013.

Tra i due loghi è compreso il titolo dell’emissione: VI Centenario della Cattedrale di Nardò.

 

 

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Caratteristiche tecniche dell’emissione:

Titolo: VI Centenario della Cattedrale di Nardò

data emissione: 7 novembre 2013

serie composta da 5 valori da € 0,05 – € 0,10- € 0,15 – € 0,25 – € 0,45

Tiratura: 150.000 serie complete

Tecnica Stampa: Offset a  quattro colori

Dentellatura 13 ¼ x 13

formato dei francobolli: 32,13 x 38

Stamperia Cartor (Francia)

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (4)

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Stemmi civili e religiosi sulle travi. Alle origini dell’araldica

 di Marcello Gaballo

 

Un altro aspetto per niente trascurabile che offre la lettura delle nostre travi è rappresentato dal repertorio di stemmi civici e religiosi che si intercalano nel brulichìo di figure ed ornamenti. Un vero e proprio stemmario assai originale e molto precoce, essendo ancora oggi ben poche le raccolte di insegne anteriori al 1351.

La presenza di testimonianze araldiche sui tetti delle chiese pugliesi non è invero esclusiva del nostro tempio, anzi forse una consuetudine per molte altre chiese, tra le quali certamente va ricordata quella di Otranto[1].

Il loro rinvenimento certifica che essi sono senz’altro i primi esemplari di stemmi gentilizi a Nardò, in un’epoca in cui l’araldica, pur comparsa in Europa nel secondo quarto del XII secolo e iniziata ad essere riprodotta solo agli inizi del secolo successivo, lentamente si radicava anche in Terra d’Otranto. La nobiltà locale, fortemente condizionata dalle corti palermitane e napoletane, subendo gli influssi svevi e angioini, si adeguava alle abitudini dei pari nobili giunti da ogni parte del regno e come quelli, prendendo parte attiva a battaglie, ma anche a giostre e tornei, adottava un proprio simbolo e lo apponeva sull’equipaggiamento militare[2]. Come nelle altre parti dell’Europa inizialmente si servì di immagini animali o vegetali o elementi decorativi di varia natura, che vennero poi gradualmente codificati in veri e propri stemmi, trasmissibili ereditariamente. L’intento di richiamare subito al possessore fece sì che, quale signum proprietatis, lo stemma fosse rappresentato sui propri oggetti, sulle facciate dei palazzi o sugli ingressi delle masserie. Ma anche sulle cappelle di patronato o su opere pubbliche realizzate con i propri fondi, in modo tale da trasmetterne imperitura memoria. È ciò che accadde anche per le nostre travi, per la cui realizzazione o rifacimento contribuirono con consistenti finanziamenti diverse nobili famiglie, come testimoniano le loro armi dipinte su di esse.

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particolare dei rilievi delle travi della cattedrale di Nardò disegnati da Primo Panciroli

Ma oltre a segnalare la committenza gli stemmi ci consentono anche di datare con maggior precisione le stesse travi, in ciò aiutati anche dall’iscrizione di cui si è detto, confermando dunque l’epoca in cui esse furono realizzate e fornendo un valido repertorio del mondo baronale della Nardò trecentesca.

Mancando fonti documentarie araldiche medievali è evidente la difficoltà di poter individuare tutte le famiglie cui gli stemmi spettavano e solo per alcuni si è pensato di riuscirci, considerato che molti di essi poterono essere variati dai discendenti sia nelle figure che nei colori. Un’ulteriore difficoltà deriva indubbiamente dalla poca comprensibilità del disegno originario, dipinto su un materiale facilmente degradabile come il legno, riprodotto dal Panciroli o dall’Armanini ben oltre cinque secoli dopo.

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particolare dei rilievi delle travi della cattedrale di Nardò disegnati da Primo Panciroli

Ecco, dunque, quanto ci offrono le nostre travi:

nella seconda fila della tavola II si scorgono due stemmi non identificati, di cui il primo può blasonarsi: d’argento all’aquila di nero, probabile emblema della casa sveva; il secondo: di verde al leone rampante d’argento, che può attribuirsi ad uno dei Gentile, i filosvevi conti di Nardò, il cui capostipite fu Simone. A lui Federico II aveva donato la città nel 1212, quale premio per aver recuperato molti territori pugliesi usurpati dall’imperatore Ottone. La presenza di questi stemmi potrebbe essersi voluta per ricordare chi ricostruì o ampliò l’abbazia dopo il terremoto del 1245.

Sulla quarta fila della tavola III si alternano una serie di cornici a losanga e plurilobate. Nelle prime è inserita una stella a otto raggi, nelle seconde una croce potenziata nera.

Lo sfondo (il campo) della prima losanga è blu e la stella è d’oro, nella seconda rosso con stella bianca; il motivo si ripete per buona parte della trave. Lo sfondo delle cornici polilobate è invece sempre color oro e la croce è nera. Nel primo caso potrebbe trattarsi dello stemma della famiglia Del Balzo: di rosso alla cometa di sedici raggi d’argento. Storicamente risulta che dei Del Balzo, in questo periodo, vivesse Francesco, duca di Andria e conte di Avellino, cognato del già menzionato principe di Taranto Roberto, per aver sposato sua sorella Margherita, da cui poi ebbe Giacomo.

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Amphivena, immagine tratta da un bestiario medievale

Nella fila 4 della tavola IV sono riprodotti dei frammenti di decorazioni e su uno di essi è raffigurato un toro, in merito al quale il Panciroli annota nella fila seguente: «fondo bianco. Il toro di colore rosso è lo stemma di Nardò». Quasi certamente corrisponde alla nostra arme civica, anzi ne è in assoluto la prima testimonianza, ribadendo che l’uso degli stemmi delle città europee ebbe inizio nel XIV secolo, lo stesso delle nostre travi[4].

Nella sesta fila della tavola VII sono raffigurati altri tre stemmi gentilizi non identificati, di cui il primo con sfondo azzurro e bande e sbarre d’argento; il secondo presenta la prima e quarta parte d’argento, la seconda d’argento scaglionato di azzurro, all’opposto della terza parte che è azzurra con gli scaglioni d’argento[5]. Il terzo stemma, anche questo non attribuito, è d’oro con un drago nero.

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immagine tratta da un bestiario medievale

Nella prima fila della tavola VIII si ripete per due volte un emblema: d’argento alla croce patente di nero, che è poi la croce teutonica. Potrebbe trattarsi dell’insegna dell’Ordine di Santa Maria, detto dei Cavalieri Teutonici, che furono presenti nell’abbazia di S. Maria de Balneo[6] della balia di Puglia, almeno sino al 1435. Non è difficile pensare che anche questo Ordine avesse contribuito alla ricostruzione della cattedrale.

Nella terza fila della stessa tavola sono ritratte una serie di stelle a nastri incrociati ed archeggiati che racchiudono al loro interno un giglio: uno d’argento su sfondo rosso, gli altri rosso su sfondo nero, argento su sfondo rosso e nero su sfondo oro. Semplici variazioni dell’unico emblema del rex francorum, degli Angioini, quali erano il principe Roberto[7] e suo padre Filippo, probabili committenti del coevo affresco della Madonna detta del Giglio, nella navata destra della cattedrale.

Un altro stemma compare nella quarta fila: d’azzurro al castello d’oro sulla pianura erbosa di verde (si ripete in tav. XI, V fila). Si tratta certamente dell’arme della nobile famiglia neritina Del Castello, baroni di Paretalto ed Acquarica, di cui si ha notizia in Terra d’Otranto sin dai tempi di Federico II e che nel periodo di nostro interesse possedevano anche i feudi di Acquarica del Capo, Bagnolo, Andrano e Taurisano. Il fratello di Goffredo Del Castello da Nardò figura tra i baroni nel 1239, mentre lo stesso Goffredo e Filippo compaiono tra i feudatari di Terra d’Otranto nel 1284. Matteo fu vescovo a Nardò nel 1387, destituito poi da Bonifacio IX nel 1401.

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Il leone, immagine tratta da un bestiario medievale

Nella quarta fila della tavola XI vi sono altri tre stemmi, sostenuti da altrettante coppie di animali e figure antropomorfe[8]. Anche questi appartengono ad altrettanti feudatari neritini. Il primo o il secondo potrebbe essere dei De Noha, antica e nobile famiglia di origine normanna, vissuta in Nardò sino al secolo scorso. Da alcune pergamene del monastero di santa Chiara si desume che Pietro De Noha nel 1239 è uno dei baroni di Nardò fedeli a Federico II, mentre Guglielmo e Rao lo sono nel 1269 e 1284. Nello stesso secolo, nel 1253, Pietro, vivente a Lecce, è barone del casale di Noha.

Conclude la quarta fila uno stemma: d’oro alla croce di rosso accantonata da quattro bisanti dello stesso. Non è improbabile che si tratti  di un’esemplificazione dell’insegna del principato di Taranto, che araldicamente si descrive: di rosso alla croce d’oro accantonata da quattro bisanti d’argento, caricati ognuno da una croce di verde.

Nella quinta fila vi è l’emblema della Chiesa, le chiavi di Pietro decussate: di rosso alle chiavi d’argento poste in croce di sant’Andrea, con gli ingegni in alto, rivolti verso i lati dello scudo, rappresentando la prima il potere che si estende al Regno dei Cieli, la seconda l’autorità spirituale del papato sulla terra[9]. Nello stemma papale, in verità, una chiave è d’oro e l’altra è d’argento e sono tenute insieme da un laccio passante tra le due impugnature delle chiavi, quale segno dell’unione indissolubile dei due poteri[10]. Accanto si ripete lo stemma dei baroni Del Castello.

Se fosse stato possibile esaminare tutte le figure delle travi probabilmente si sarebbero rintracciati molti altri blasoni, scoprendo così nella nostra cattedrale un vero e proprio museo di araldica inserito nella più importante testimonianza pittorica cittadina.

fine

 

Le precedenti parti si possono leggere in:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/10/16/un-bestiario-medievale-sulle-antiche-travi-della-cattedrale-di-nardo-1/
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[1] Anche sulle travi delle cattedrali di Bari e di Bitonto furono rinvenuti degli stemmi, la cui identificazione ha poi permesso di collocarle cronologicamente (cf Gelao, Tecta depicta, 12 e segg.; 21-22; Fantasia, Il Duomo di Bari, 78).

[2] L’ elmo d’ altronde, calato sul volto, li rendeva irriconoscibili. A partire dall’inizio del secolo XIII l’uso dello stemma si estese alle donne, agli ecclesiastici, agli abitanti delle città; quindi alla fine del XIII e inizi del XIV secolo l’uso si estese alle comunità civili e religiose, alle istituzioni in genere (Enciclopedia dell’Arte Medievale,  II, s.v. Araldica).

[3] Di essa fecero parte: Galtiero, che compare tra i feudatari del regno di Napoli al tempo del re Manfredi, insieme a Filippo Sabatino. Enrico, che nel 1239 figura tra i baroni di Terra d’Otranto. I suoi figli seguivano le opinioni del re Federico II in aperto contrasto col papa (così come facevano altri baroni neritini: il fratello di Goffredo Del Castello, Pietro De Noha, Filippo De Persona, Tommaso Gentile, Nicolò e Ruggero Maresgallo, Guerriero Montefuscoli). Guglielmo, di Enrico, nel 1273 è signore di Racale; ebbe una figlia, Caterina, che nel 1274 sposò Risone della Marra. Francesco nel 1328 fu tra i baroni di Terra d’Otranto che ricusarono di andare alla custodia della Calabria.

[4] La distinzione tra i due quadrupedi andava fatta: in araldica il bue si distingue dal toro per avere le corna basse e la coda pendente, mentre le corna del toro sono montanti e la coda si ripiega sul corpo.

Il decreto di riconoscimento dello stemma è dell’ 11 novembre 1952, data in cui è stato trascritto nei Registri della Consulta Araldica di Roma. Per la sua descrizione v. M. Gaballo, Araldica Civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra 1996, 82-83.

[5] Ivi, 124.

[6] Il monastero sorgeva dove oggi c’è la masseria Fiume, a meno di 300 metri dal rudere delle Quattro Colonne, a sud del piccolo abitato costiero di Santa Maria al Bagno, sulla Serra prospiciente, a circa 35 metri dal livello del mare.

[7] L’iscrizione prima riportata può anche far pensare che Roberto possa essere il re di Napoli, figlio di Carlo II. In tal caso la datazione delle travature dovrebbe ridursi al 1343, anno della sua morte. Ma contraria tale ipotesi l’ emblema angioino qui raffigurato, che certamente non è quello del re in questione, al quale infatti è attribuito il seguente: interzato in palo: nel I a fasce alterne rosse e oro; nel II d’azzurro seminato di gigli d’oro col lambello; nel III di rosso all’ aquila d’oro. Questo stemma è visibile in S. Maria del Fiore a Firenze, in cui sono pure visibili le chiavi pontificie di cui si dirà in tavola 11, V fila.

[8] Notevoli somiglianze si osservano con i disegni delle travature un tempo esistenti nella chiesa di S. Agostino a Palermo, alcuni dei quali riportati nel più volte citato saggio della Gelao, Tecta depicta…, tavv. 30-31, oltre che in Lanza, Saggio sui soffitti siciliani, 178,214.

[9] Le chiavi, nell’ araldica ecclesiastica, appaiono nel XIII secolo, affiancate (“in palo”) e con gli ingegni rivolti in alto. Dal XIV secolo figurano invece incrociate (“in decusse”), come nel nostro caso.

[10] Le chiavi pontificie venivano rappresentate sempre da sole, come nel nostro caso, talvolta col triregno sovrapposto oppure con l’ombrellone o gonfalone papale. Nei secoli successivi vennero disegnate fuori dallo scudo papale, al di sopra, come un vero e proprio “capo” araldico (cf. G. Bascapè-M. Del Piazzo, Insegne e simboli. Araldica pubblica e privata medievale e moderna, Roma 1999).

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (3)

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particolare di disegni rilevati da Primo Panciroli sulle travature della cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

 

Le decorazioni e il bestiario medievale

 

Dall’osservazione delle diverse figurazioni è risultato come esse non siano state eseguite casualmente, per soli fini ornamentali, rivelando invece una struttura quanto mai affascinante e ricca di significati. Nel groviglio di immagini, simboli e personaggi, almeno per quanto ci è pervenuto e ci è dato ancora di notare sulle travi superstiti, risaltano motivi zoomorfi e fitomorfi che ebbero una grande diffusione nelle arti medievali, ben rispondenti alle esigenze di un mondo imbevuto di simbolismo, carico di allusioni e di mistero, che fece larghissimo uso della carica espressiva dell’allegoria.

Le nostre figurazioni non possono allora immaginarsi come frutto esclusivo di cultura locale, evidentemente insolite e troppo originali per essere ritenute semplice esercizio di fantasia. Quando si voglia dare un senso a quell’intercalarsi di figure, stemmi, gigli, foglie d’acanto, formelle, archi o ellissi, occorre immaginarli parti di un più grandioso racconto pittorico che doveva conferire particolare suggestione all’edificio.

La spiritualità dei monaci che lo commissionarono e poi custodirono certamente ha dovuto influire sull’artista, monaco o mercenario, indigeno o forestiero, probabilmente siciliano[1].

è possibile che a progettare l’impianto decorativo sia stato lo stesso abate Bartolomeo, visto che “gli abati erano coinvolti in prima persona, non solo come committenti o promotori, nella produzione artistica” e tenendo conto pure che per i benedettini «l’esercizio delle arti rientra negli instrumenta artis spiritualis elencati dalla Regola, è otium laboriosum contro i rischi del taedium»[2].

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particolare di disegni rilevati da Primo Panciroli sulle travature della cattedrale di Nardò

La chiave del linguaggio simbolico racchiuso nelle nostre figurazioni l’abbiamo trovata nei “bestiari”[3], specie di enciclopedie didattico-morali manoscritte che tanta fortuna ebbero nel Medioevo, a partire dal secolo XII, nei quali erano adombrati non solo i vizi e le virtù degli uomini, ma anche i loro rapporti con Dio e con la Chiesa. In essi, così come negli erbari e lapidari, «…tutto si voleva rivestire di significati riposti, desunti, o dalla etimologia dei vocaboli, o dalle particolari proprietà delle cose prese in esame, all’unico scopo di soddisfare l’ossessionante desiderio di ammaestramento morale che pervade l’intera classe dei dotti, siano essi religiosi o semplicemente laici»[4].

«… È “muta predicazione”, secondo la definizione di Pietro il Venerabile, abate di Cluny, e sospinge con la sua bellezza visibile verso l’invisibile»[5]. Non c’è dunque una descrizione fisica degli animali, tra l’altro numerosi sono quelli inesistenti, che invece offrono il pretesto per ricavare da essi un insegnamento morale e scoprirvi precetti della dottrina cristiana e modi per giustamente relazionarsi col Creatore.

Oltre ai testi sacri[6] ebbe un ruolo fondamentale per l’iconografia e iconologia degli animali nell’arte medievale il Physiologus, un trattato di storia naturale moralizzata in quarantotto capitoletti, composto alla fine del II secolo da un ebreo anonimo di Alessandria convertitosi al cristianesimo[7]. Noto in più varianti e traduzioni latine, il trattato conobbe notevole diffusione nel Medioevo, e molte opere successive si rifecero a quello.

In epoca carolingia i testi del Physiologus si arricchirono di particolari estratti da altre opere, specialmente le Etymologiae del vescovo di Siviglia Isidoro (560-636)[8] e l’Hexaemeron di sant’Ambrogio, il commento ai sei giorni della creazione del mondo, preparando così l’apparizione dei bestiari, i cui primi esempi conosciuti risalgono alla prima metà del sec. XII[9].

Dal Physiologus e dai bestiari trasse poi ispirazione l’imponente plastica architettonica delle chiese romaniche e poi gotiche con miriadi di animali apparsi su campanili, absidi, facciate, archi, basi di colonne e capitelli, amboni, stalli, codici. Di tali testimonianze ritroviamo frequentissimi esempi in svariati edifici sacri europei: Cluny, Reichenau, Montecassino, Assisi, Modena, Pisa, Siracusa e Palermo. Anche la Puglia ne è ricchissima e valgano fra tutte le sculture di san Leonardo di Siponto e di san Benedetto a Brindisi, delle cattedrali di Bari, Bitonto, Trani, Troia, Ruvo e Giovinazzo.

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particolare di disegni rilevati da Primo Panciroli sulle travature della cattedrale di Nardò

Ci è piaciuto riprendere un esempio dal Bestiario Moralizzato di Gubbio[10], uno dei tanti, per comprendere quale fosse il modo di descrivere l’animale e quali proprietà gli fossero attribuite.

La descrizione riguarda la manticora, un essere ibrido dal volto umano e col corpo di leone, che è raffigurato anche nelle nostre travi:

 Manticora

Una fera manticora kiamata

pare d’ omo et de bestia concepta,

però k’ a ciascheduno è semegliata

e carne umana desia e afecta.

 

Ane una boce bella e consonata

nella quale ki l’ ode se delecta:

a lo nemico pare semeliata

ke, variando, nell’ anima decepta.

 

Semiglia ad omo per demostramento,

kè, volendo la gente a sè trare,

fasse parere angelo de luce,

 

a bestia k’ è in reo delectamento:

fa ki li crede tanto delectare,

k’ a la dannatione lo conduce.

 

Alla manticora si affiancano diversi altri animali reali o immaginari quali l’Agnus Dei, la colomba, il leone di san Marco, il corvo di san Benedetto, la iena, il leopardo, l’aquila e tanti altri a chiave meno esplicita.

Tra gli animali carnivori prevalgono sicuramente il leone ed il grifone, tra i volatili l’aquila, tra i rettili il serpente ed il basilisco, spesso varianti dell’immagine del drago.

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basilisco

Il leone, il più forte tra tutti gli animali, nel Medioevo simbolizza la Resurrezione perché, quando i suoi piccoli nascono, giacciono come morti per tre giorni e la vita non entra in loro finchè il padre non aliti sul loro muso: «la voce sonora del leone, ne gli orecchi loro inalzata, non serve che per cavargli dall’ombre, nelle quali si trovavano sopiti, ed obbligargli a svegliarsi, e goder la chiarezza della luce»[11]. è ancora l’Apocalisse ad indicare in questo animale un simbolo di Cristo: «Colui che si chiama Leone della tribù di Giuda e Germoglio di Davide ha vinto la sua battaglia» (Ap 5,5).

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Come altri animali del bestiario esprime esso duplici connotazioni, positive e negative. I leoni stilofori che dovevano ornare il protiro della nostra cattedrale, e di cui non resta più alcuna traccia, o quelli ancora visibili ai lati del portale della chiesa del Carmine, per la loro funzione di custodia e di difesa dell’edificio sacro senz’altro avevano una valenza positiva. Lo stesso non può dirsi quando essi sono associati alla figura del telamone o quando vengono schiacciati da possenti opere in muratura, come si vede in alcuni altari della stessa cattedrale o ancor meglio nel cinquecentesco cenotafio dei duchi Acquaviva nella chiesa di sant’Antonio, chiara allusione del male schiacciato dal bene.

Sugli altri animali, numerosi nelle tavole di cui ci interessiamo, svariate sono anche le figure geometriche, come pure le ricorrenti rappresentazioni in coppia di leoni, grifi e draghi. è evidente, anche dall’osservazione diretta di quanto è sopravvissuto, l’ordine delle figure, che sembrano disposte con logica e si evidenzia una ricerca di eleganza.

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[1] Nell’isola è ampiamente documentata la tradizione artistica di dipingere i soffitti lignei, tra i quali in special modo il soffitto dello Steri di Palermo.

[2] G. Orofino, in Enciclopedia dell’ Arte Medievale, III, 347.

[3] Il termine è stato fatto derivare dalla frase iniziale di un capitolo delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, di cui si dirà dopo.

[4] De Bernardi, Disegno Storico della Letteratura Italiana, 26.

[5] Orofino, in Enciclopedia dell’ Arte Medievale, III, 348.

[6] Dall’Antico Testamento si ricavano due generi distinti di classificare gli animali. In Genesi 1,20-25 sono divisi a seconda del comportamento e dell’habitat naturale, ma più interessante appare la suddivisione in animali puri e impuri, che è presentata in Levitico 11 e Deuteronomio 14, 3-20 su base moralistica, prima ancor che igienica. Nel Nuovo Testamento viene abolita la distinzione tra animali puri e impuri, mantenendosi però una valenza negativa in chiave demoniaca, come per il serpente. Assumono particolare rilievo l’agnello e la colomba, che con il pesce, assumono estrema importanza nel simbolismo dell’arte cristiana (Enciclopedia dell’ Arte Medievale, II, s.v. “Animali”; Maspero- Granata, Bestiario medievale, Piemme, Casale Monferrato 1999, soprattutto 6 e segg. per la suddivisione in classi degli animali nella Bibbia).

[7] Per la descrizione di alcuni dei bestiari, conservati in Francia e Inghilterra, cf. A. Payne, Medieval Beasts, British Library, London 1990, 12-16; S. Panunzio, Bestiaris, voll. 2, Editorial Barcino, Barcellona 1963, I, 197-210, con ampia bibliografia; F. Zambon (a cura di), Il Fisiologo, Adelphi, Milano 1982, particolarmente 17-32; N. Pice, A proposito dei “bestiari fantastici” delle Cattedrali, in Studi Bitontini, Bitonto 1995, 77-88; F. Mezzalira, Bestie e bestiari, Allemandi, Torino 2001.

[8] Opera in 20 libri, la cui principale fonte fu soprattutto Plinio il Vecchio (c. 23-79 d. C.) per la cui descrizione si rimanda a P. Castelli, Alcuni appunti sulle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, in Iconografia di San Benedetto, 355-358.

Nell’opera gli animali vengono divisi in 4 classi: i quadrupedi, che vivono in terra e distinti in animali utili all’uomo e bestie crudeli e feroci; gli uccelli, che vivono nell’aria, pesci, che vivono nell’acqua, e rettili, che strisciano sulla terra.

[9] Una rassegna cronologica delle opere più importanti che affiancarono il Physiologus è riportata in I. Malaxecheverrìa, Bestiario Medieval, Ediciones Siruela, Madrid 1986, XII-XXI, tra le quali la Naturalis Historia di Plinio, il Liber monstruorum de diversis generibus (sec. VI), lo Speculum naturale di Vicenzo de Beauvais (+1264), il bestiario di Filippo e Thaun (XII sec.), il bestiario latino conservato nella biblioteca di Cambridge, quello di Guillaume le Clerc (1210), Il Tesoro di Brunetto Latini (c. 1220-1294), De animalibus di Alberto Magno (c. 1193-1280).

[10] Opera anonima di un italiano del XIV secolo. Contiene sessantaquattro sonetti, ognuno con le diverse proprietà dell’animale da cui si ricava l’insegnamento morale o simbolico.

[11] F. Picinelli, Mondo simbolico formato d’imprese scelte, spiegate, et illustrate, Stamp. Francesco Vigone, Milano 1680, 271.

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (2)

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Le iscrizioni

 

Fra le decorazioni policrome delle incavallature si sono trovate, nel restauro di fine Ottocento, alcune iscrizioni a grandi lettere gotiche, dipinte sulle facce laterali delle travi formanti le capriate. Esse rappresentano un notevole reperto epigrafico che aiuta sulla datazione, mentre non si è trovata alcuna indicazione per poter risalire agli autori. Sulla prima trave, a caratteri neri, si leggeva:

 

….TERTA SOLO TE(m)PLUM FUIT HOC RE(stitutum).

 

Sulla seconda, pure a caratteri neri, rimaneva la parte inferiore di poche lettere:

 

(p)ASTORIS BARTHULOM(ei)….SE(dentis?).

 

Sulla terza, a caratteri rossi, si leggeva:

):DOMINC….SEPTIV(?): REGALE:TENE(n)TI:PRINCIPAT(tu)

ROBERTO:NOSTRO:DOMINANTE:TARENTI:A(nno)M… [1]

 

I dati cronologici dell’iscrizione rimandano quindi ad un’epoca compresa tra il 1332, anno in cui Roberto d’Angiò successe al padre Filippo I d’Angiò nel principato di Taranto[2], del quale faceva parte anche Nardò, e il 1351, anno della morte dell’abate benedettino Bartolomeo (1324-11 aprile 1351), menzionato nell’iscrizione come vivente e che ha consentito l’esecuzione dell’opera[3]. Se si tiene conto degli eventi accaduti nel regno ed in città si potrebbe limitare il periodo fra 1350 e 1351.

Purtroppo non possediamo una letteratura adeguata che aiuti ad identificare meglio l’abate ed illustrarne la personalità, nè ci è dato di conoscere se possa essere stato egli stesso culturalmente in grado di sviluppare il programma iconologico di cui tratteremo o perlomeno sia stato capace di influenzarne la scelta. Di lui Giovan Bernardino Tafuri scrive che dal 1326 fu confessore del principe di Taranto Filippo e l’anno dopo partecipò al parlamento napoletano contro Ludovico il Bavaro. Da Filippo ottenne nel 1330 di far abitare il casale di San Nicola d’Arneo e nel 1349, dalla regina Giovanna, quello di Lucugnano, pure nell’Arneo. Di sicuro Bartolomeo fu  predecessore dell’abate Azzolino De Nestore, il cui nome, accanto alla data 1353, esistette sulla facciata della Cattedrale sino al 1652, con l’iscrizione: Abbas Azzolinus De Nestore A. D. Mcccliii. Certo è che se intervenne in modo così importante nell’abbazia di cui era reggente, preoccupandosi perfino di animare con vivaci dipinti le lunghe e piatte travi del soffitto, fu spinto o dall’intensificarsi dei pellegrinaggi o per la grande disponibilità dei benefattori, come testimoniano le memorie araldiche di cui si dirà più avanti, di sicuro per una cospicua presenza di monaci o anche solo di fedeli. Di certo conformemente alla Regola benedettina, che incoraggiava l’arte, strumento di vita monastica, in chiese e conventi.

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Primo Panciroli e Pier Olinto Armanini

 

L’arte decorativa medievale dei soffitti dipinti è un aspetto poco noto e non esiste ampia bibliografia sull’argomento. Ancor più scarsa la documentazione se ci si limita alla Puglia, per la quale resta fondamentale lo studio di Clara Gelao[4], che per prima ha documentato l’esistenza di parte delle antiche travature della nostra Cattedrale, da tutti gli altri Autori date per distrutte.

La lettura delle figurazioni delle travi offre interessanti considerazioni e nuove prospettive di studio che ci sforzeremo di indicare in questo lavoro.

Le decorazioni furono in parte riprodotte da Primo Panciroli, nato a Roma il 2 giugno 1875 e morto ad Acireale il 13 settembre 1946[5]. Il giovane riproduttore giunse in Nardò nel 1896, in occasione dei restauri della Cattedrale. Egli si limitò a raccogliere sistematicamente quanto era rimasto sulle travi superstiti, senza entrare nel merito dei temi, della cronologia e dei maestri esecutori, salvandolo così dall’oblio. Le tavole furono rilegate nel 1904 dallo stesso Panciroli in un album, oggi conservato nella Biblioteca dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte di Roma[6]. Il volumetto, con 11 tavole acquerellate di cm. 40 x 50, è  titolato: Raccolta dei motivi decorativi appartenenti alla distrutta travatura della Cattedrale di Nardò[7], ed era stato realizzato «per poter riprodurre quanto sarà possibile questa mirabile ornamentazione che ha delle caratteristiche veramente geniali»[8].

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Alcuni disegni furono pure eseguiti dall’architetto Pier Olinto Armanini, prematuramente scomparso all’età di ventisei anni il 10 maggio 1896, allievo dell’Accademia di Belle Arti di Milano, nonché discepolo di Camillo Boito ed amico del vescovo di Nardò Giuseppe Ricciardi. In occasione dei suoi studi romani sul Pantheon conobbe l’ispettore dell’Ufficio Centrale delle Belle Arti Giacomo Boni (1859-1925) e grazie a quest’altra conoscenza, ma anche per le sue indubbie capacità artistiche, ottenne il Pensionato Artistico Nazionale che durò dal 1892 al 1896. Il giovane architetto, anch’egli giunto nel gran fervore di intenti che animava la città di Nardò per il restauro della sua chiesa maggiore, quale saggio dei suoi studi realizzò nel 1894 una trentina di fregi ripresi  dalle nostre travi. I disegni furono pubblicati postumi nel volume La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello, che riguardo l’architetto riporta: «Innamorato delle svariate pitture decorative delle capriate, che, al dire del Maccari, forse in nessun altro monumento si presentano così copiose, svariate, ed in alcune travi-catene capricciose, l’Armanini si proponeva di tornare in Nardò per continuare nei rilievi; ma sventuratamente Nardò che tanto aveva amato ed ammirato l’aveva, e che di lui serberà imperitura memoria, più non lo rivide! Una infermità, che colpisce talora gl’ingegni più eletti non contenuti ne’ loro slanci da forza superiore, sventuratamente lo tolse agli studi. Quale vantaggio avrebbe arrecato all’arte il suo criterio esatto nell’esame dei monumenti!» [9].

Il tentativo fatto anche da questi lascia presupporre che già da allora più di qualcuno avesse intuito di trovarsi di fronte  ad un eccezionale documento di arte, di cultura e di fede, degno di essere trasmesso ai posteri.

Il Boni è stata senz’altro una figura importante per ciò che accadeva in Nardò in quegli anni. Tra gli architetti propugnatori dello stile neogotico che facevano capo a William Morris, era socio della “Society for the Protection of Ancient Building”. Per dieci anni svolse la sua attività nel Sud d’Italia e particolarmente in Puglia, dove tenace fu la sua opposizione a quanti pensavano di demolire la cattedrale di Nardò per scarso valore artistico: «se accadesse dovrei lacerare il diploma conferitomi per acclamazione dall’Istituto di Architettura di Londra, dovrei vendere al salumaio gli altri diplomi degli istituti congeneri degli Stati Uniti e dell’Accademia delle Scienze di New York». Infatti egli aveva individuato la chiesa normanna dell’XI secolo e tanta fu la sua soddisfazione d’essere riuscito a salvarla che ne curò personalmente il programma di recupero, preoccupandosi di studiare tutte le iscrizioni scolpite, dipinte e graffite, comprese le figure delle nostre travi.

Moltissimi elementi decorativi realizzati dal Panciroli servirono allo stesso Cesare Maccari (1840-1919) nell’affrescare il coro e alcune delle cappelle laterali dell’edificio, conformemente con quanto in quel periodo si studiava e dibatteva riguardo al Medioevo ed al passato più in generale[10].

 

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[1] C. Boito-G. Ricciardi-G. Moretti, La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello in Milano. Rilievi e studi eseguiti dall’ Architetto Pier Olinto Armanini durante gli anni del suo pensionato artistico in Roma, tipografia Umberto Allegretti, Milano 1898, 11. Le iscrizioni, rilevate dall’ architetto Giacomo Boni sulle travi della cattedrale, furono riportate nel Bollettino Ufficiale dell’Istruzione Pubblica, anno 1895, 2068.

[2] Roberto era anche signore di Puglia, avutala dalla regina Giovanna I, sua cognata per aver sposato il fratello Ludovico. Roberto nei documenti si firmava anche Romaniae Despotus, et Achajae, lasciategli da suo zio Giovanni di Sicilia, duca di Durazzo, Tarenti Princeps, Justiciarius, et Vicarius Principatus Tarenti…, oltre che Imperator Costantinopolitanus, dopo la morte della madre Caterina di Valois (Napoli, 1342), imperatrice di Costantinopoli, figlia di Carlo di Francia, conte di Valois, e Caterina di Courtenay, sua seconda moglie. Fratelli di Roberto, oltre il menzionato ed improle Ludovico, sposo di Giovanna I, furono Filippo II, che gli successe; Margherita, in prime nozze sposa di Edoardo re d’ Ecosse, ed in seconde di Francesco del Balzo, duca di Andria e conte di Avellino; Maria, nubile, e Giovanna, in prime nozze sposa di Leone I d’Armenia, della casa di Lezignen; in seconde di Leone II, zio e successore del regno di Armenia, col quale generò Leone III. Cf in merito anche S. Arcuti, I principi angioini di Taranto e la chiesa in Puglia, in Note di civiltà medievale. Numero speciale per l’ inaugurazione del nuovo edificio universitario “Oronzo Parlangeli”, Bari 1979, I, 209). Roberto, morto il 10 settembre 1364 e sepolto nella chiesa di san Giorgio il Grande in Napoli, sposò Maria di Bourbon, vedova di Guy de Lezignen.

[3] C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già chiesa abbaziale di S. Maria Assunta), in Insediamenti benedettini in Puglia, Congedo, Galatina 1980, 3 voll., 436.

[4] In particolare ci si riferisce al suo saggio Tecta depicta di chiese medievali pugliesi, “I quaderni dell’Amministrazione Prov. di Bari”, Bari s.d. (ma 1981), corredato di numerose illustrazioni e con ampia bibliografia.

[5] Nato da genitori emiliani studiò all’istituto San Michele sotto la guida di Alessandro Ceccarini, diplomandosi nel 1894. Collaborò col Maccari anche a Loreto e al palazzo di Giustizia a Roma e da lui fu avviato alla grande decorazione murale, inserendosi di diritto nella scuola romana dei decoratori. Tra le opere principali gli affreschi al Comando Militare di Trento, sala Dante (1901-05), nell’Albergo “Acqua della Salute” di Livorno (1901-05), nella cattedrale di Acireale (1907-11), nella chiesa del Rosario e cattedrale di Bagnara Calabra (1921-22, 1937-40), nella chiesa dei cristiani copti al Cairo (1924-32), nella chiesa di S. Giovanni Battista a Ragusa (1926). Decorò anche i soffitti del Ministero dell’Agricoltura a Roma (1913) e del palazzo comunale di Acireale (1942). Approfittiamo per ringraziare il personale della Biblioteca Zelantea di Acireale per le notizie fornite sull’artista.

[6] Ancora un doveroso grazie alla Direzione della stessa.

[7] Quasi in tutte sono riportate la firma e l’anno di esecuzione, tra il 1896 ed il 1904. Esse sono state pubblicate monocromaticamente nel citato saggio di B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’abbazia benedettina di Terra d’Otranto. Profilo storico-critico, in Insediamenti benedettini in Puglia, 228-240, e in Gelao, Tecta depicta, tavv. 19-26. Sempre qui sono riportate alcune foto di particolari sopravvissuti nelle travature (tavv. 8-18). Parzialmente i disegni del Panciroli sono apparsi nel volume curato da B. Vetere, Città e Monastero. I segni urbani di Nardò’ (secc. XI-XV), Congedo, Galatina 1986, figg. 29-35. Parte di una sola tavola è stata pubblicata nell’introduzione di M. Cazzato al volume di M. Marcucci, I mostri di Pietra guardiani della soglia. Civiltà della pietra leccese tra Medioevo, Barocco e Liberty, a cura di A. Costantini, Congedo, Galatina 1997, 6. Cazzato nel citato saggio accenna al divenire dell’imagerie medievale salentina, che raggiunge «livelli di saturazione visiva incredibili» nei secoli barocchi.

[8] Tafuri, Ripristino e restauro, 68. Un lavoro similare, ma limitato a poche tavole, fu realizzato per la Cattedrale di Bari da Pasquale Fantasia qualche anno prima. Cf C. Gelao, Tecta depicta, 11-12, tavv. 1-4; P. Fantasia, Il Duomo di Bari, in Annuario del R. Istituto Tecnico e Nautico di Bari, a. 1890, Bari 1892, tavv. XIX-XXII.

[9] «…l’Armanini, che aveva la prerogativa di non soffrire per la vista del vuoto, si inerpicò sulle travi catene e da vicino fece diversi rilievi di quelle pitture. Ma poi i rilievi furono completati e fatti con cura da uno dei discepoli del Maccari, Pietro Loli Piccolomini e raccolti in un album» A. Tafuri, Ripristino e restauro,  67-68). I disegni, come già spiegato, furono però eseguiti dal Panciroli e non dal Loli Piccolomini).

[10] In particolare furono soprattutto gli architetti francesi ed inglesi, poi anche italiani, che in quest’epoca si occupavano di studiare le arti applicate in ogni parte d’Europa, rivalutandole dal punto di vista estetico e storico-sociale. Negli anni in cui il Panciroli e l’Armanini lavorano a Nardò Camillo Boito, che era stato loro professore, pubblicava nel 1899, sulla sua rivista “Arte italiana decorativa e industriale”, una serie di pitture del soffitto dello Steri di Palermo realizzate da Giuseppe Alfano.

Un “bestiario” medievale sulle antiche travi della Cattedrale di Nardò (1).

 

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

di Marcello Gaballo

 

 

1. La Cattedrale e la sua copertura lignea.

Il monastero benedettino di Nardò fino ai primi decenni del XV secolo era immediate subiectum alla Santa Sede ed aveva una rigorosa organizzazione gerarchica al cui vertice c’era l’ abate, cui faceva capo tutto il territorio dell’attuale diocesi con le quattordici inferiores abbazie[1].

La cronologia della chiesa è incerta. Sicuramente essa esisteva nel 1092 (è di tale anno, infatti, la prima menzione diretta di un monasterium Sanctae Mariae de Neritono in un diploma col quale Goffredo, conte di Nardò e di Conversano, fa alcune concessioni all’ abate Everardo)[2].

Ai Basiliani erano subentrati due anni prima, per volere dello stesso conte Goffredo, i monaci Benedettini, pionieri del rito latino e del potere della Chiesa di Roma, che eseguirono importanti rifacimenti della struttura originaria dell’ edificio, ricostruendo la navata sinistra, il presbiterio ed il campanile, gravemente danneggiati dal terremoto del 1245[3]. Quest’ ultimo mostra infatti nelle decorazioni del primo ordine aspetti molto simili ad altre chiese angioine coeve[4].

I monaci, nello stesso secolo, istituirono nel monastero cattedre di letteratura greca e latina, di eloquenza e di matematica, e conservarono nella chiesa ad essi affidata la liturgia greca affianco alla latina.

L’ edificio, internamente scandito da pilastri con una serie di cinque arcate[5], fu ricostruito dopo il terremoto del 1350, come si fa cenno nella cronaca spuria di Stefano, abate benedettino[6], e fra gli ingenti danni riportati si registra anche il crollo del frontespizio.

L’ abate Bartolomeo, nominato da Filippo suo confessore, cappellano e consigliere[7], avrebbe fatto riparare la chiesa e il tetto danneggiati, con il concorso dei baroni della città. In tale occasione fu ingrandita con un prolungamento di circa 19 metri[8], che permise l’ aggiunta sul lato orientale del profondo coro terminante con l’ abside circolare e lo sfondamento delle nicchie absidali al termine delle due navate laterali.

Vennero eseguiti altri importanti lavori come il rifacimento della facciata principale (nel 1354, per volontà dell’ abate Azzolino De Nestore), l’ apertura di un portale sul fianco meridionale (la porta che oggi dà su piazza Salandra) caricato di un architrave col bellissimo rilievo della “Dormitio Virginis”, tuttora conservato a Nardò nella chiesetta delle Anime del Purgatorio[9].

Dall’ antipapa Clemente VII fu elevata a Cattedrale nel 1387, essendo vescovo Matteo del Castello, ma quando, nel 1401, terminò lo scisma, tornò ad essere semplice abbazia.

Le coperture del vasto edificio furono in origine costituite da travature lignee a vista, a due spioventi la navata centrale[10], ad uno le laterali. Le incavallature lignee della prima, “tra le più svariate ed originali forse in tutta Italia”[11], furono poi dipinte nel tempo di Roberto d’ Angiò, principe di Taranto, con vivacità coloristica forse ideata in funzione della ricchezza cromatica delle pareti interne, dove probabilmente era già stato realizzarto il ciclo di affreschi.

Sembra però che, nonostante la sostituzione dei pioventi, la tettoia in più punti cominciasse a subire dei guasti molto seri, per cui mons. Lelio Landi, vescovo di Nardò dal 1596 al 1610, la ricostruì per una metà nel 1606 e su una delle travi fece dipingere il suo stemma. Lo si deduce da un atto notarile conservato nell’ Archivio di Stato di Lecce, rogato dal notaio neritino Pietro Torricchio nell’ anno 1608. A c.43 recto del documento si legge infatti una dichiarazione del tesoriere della Cattedrale, l’ abate Giulio Cesare Rapanà, il quale sostiene ciuramento facto pectore more religiosorum che, tra gli altri lavori fatti eseguire per ordine del vescovo nel palazzo vescovile e nella Cattedrale, figurano anche quelli …per accomodare lo tetto della chiesa alla banda dello specchio che minacciava rovina per tavole, travi, maestranza…, eseguiti nel mese di marzo 1605, con spesa di ducati 47, …come appareno nel libro del mio esito distintamente.

Le spese furono però sicuramente maggiori, perchè negli atti dello stesso notaio, sempre del 1608, a c.7 recto, il “faber lignarum” Onofrio Fanuli da Galatone dichiarava con giuramento …di havere accomodato lo tetto della Cattedral chiesa della città di Nardò, quale minacciava rovina, in questo anno, e per la spesa necessaria per tavole, agionsioni di catene, crapiuli, ferrami, maestranza, calce e fabrica et altre cose necessarie per accomodare detto tetto, ci è stata di spesa ducati duicento novantasei, quali sono stati spesi e pagati per mano di Abb. Georgio Francesio V.I.D. can.co et procuratore di monsign. R.mo Lelio Landi, e passati tutti per mano mia…

Circa un mese dopo lo stesso mastro ribadiva sempre davanti al medesimo notaio (c.26 recto) di aver provveduto a riparare parte del tetto della Cattedrale …quale minacciava rovina questi mesi passati…, ricevendo la somma dovutagli. Aggiungeva inoltre che  …l’ altra parte del tetto di detta chiesa restò di accomodarsi, pure minaccia rovina e stà per cascare giorno in giorno, per haverlo conosciuto novamente e trovato le due catene di travi che stanno dov’ è l’ organo, sono relassate et marcitte e minacciano di cascare giorno per giorno che guastariano in tutto l’ organo di detta chiesa che, costa più di mille ducati, oltre l’ altro danno eccessivo che farebbe cascando e per resarcirlo et accomodarlo nel modo che stà accomodato l’ altro ci correrebbe di spesa ducati trecento in tutto fra ligname, fierri, tavole, mastria et altre cose necessarie, ma per fare nova detta parte di tetto che restò di farsi, ci vorrebbe di spesa mille ducati alla secura… Somma che comunque fu trovata. Infatti il vescovo Landi fece ricoprire le incavallature con un soffitto a lacunari, che in parte completò mons. Girolamo De Franchis (1617-1634).

bestiario

Di altri lavori delle coperture nei secoli successivi non è stata finora reperita documentazione.

Negli anni 40 del secolo scorso, nel togliere il predetto soffitto a cassettoni si ritrovarono le capriate del tetto decorate, “meno le prime 6 o 7 verso l’ altare maggiore che erano state rimosse recentemente dopo che il tetto fu sfondato per la caduta del campanile. Tra le due capriate sul piovente Nord e nella parte un po’ verso la porta maggiore sul  tavolato eravi lo stemma del vescovo Lelio Landi con sotto scritto Lelius Landus Suessano…”[12].

Oggi, tanto la navata centrale della Cattedrale quanto le minori, sono ricoperte da capriate lignee, in sostituzione delle originali, delle quali sopravvivono solo quelle poste sulla volta del coro, che mostrano tracce notevoli dell’ antica decorazione[13].

 

(fine prima parte)


[1]Esse erano: S. Anastasia, S. Angelo della Salute, S. Elia, S. Eleuterio, S. Maria de Alto di Nardò e di Felline, S. Maria de Civo, S. Maria della Tagliata, S. Maria di Cesarea, S. Nicola de Scugno, S. Nicola di Collemeto, S. Nicola di Pergoleto, S. Nicola Macugno, S. Stefano di Curano. Sulle vicende storiche cf. B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’ abbazia benedettina di Terra d’ Otranto. Profilo storico-critico, in Insediamenti benedettini in Puglia, Congedo Ed. – Galatina1980, I, pp. 199-254.

[2]C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già chiesa abbaziale di S. Maria Assunta), in Insediamenti benedettini, cit., II/2, pp. 434-440.

[3]Boito-Ricciardi-Moretti, La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello in Milano, in memoria di Pier Olinto Armanini; rilievi e studi eseguiti dall’ Architetto Pier Olinto Armanini durante gli anni del suo pensionato artistico in Roma, Milano 1898, p.25.

[4]Vedi per es. S. Maria del Casale presso Brindisi, S. Maria della Lizza ad Alezio, S. Maria della Giustizia a Taranto, S. Benedetto a Brindisi. Specie per quest’ ultima cf.  M. De Marco, Il Salento tra Medioevo e Rinascimento, Capone Ed. – Lecce 1997, p.31.

[5] Che sono a tutto sesto sul lato meridionale, a sesto acuto su quello settentrionale.

[6]Gelao, Chiesa Cattedrale…, cit., pp.436-7.

[7]E. Mazzarella,  La Sede Vescovile di Nardò, Congedo Ed. – Galatina 1971, p.46.

[8] Oggi l’ edificio misura metri 54,40 di lunghezza e 20,35 di larghezza.

[9] Cf. Id., Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Congedo Ed. – Galatina 1999, p.73.

[10] Si tratta di capriate con catena e controcatena, indispensabili per sostenere l’ armatura di copertura del tetto a falde inclinate, cui fu aggiunto successivamente un tirante orizzontale in ferro.

[11]Boito-Ricciardi-Moretti, La Cattedrale di Nardò-La cascina Pozzobello…, cit., p.18.

[12]A. Tafuri, Ripristino e restauro della Cattedrale di Nardò, Roma 1944, pp. 67-68.

[13]Cui si accede scomodamente dal terrazzo della Cattedrale. Una delle travi della navata centrale è custodita dall’ Ufficio Beni Culturali della Diocesi, in attesa di restauro ed adeguata sistemazione. Non è dato di sapere il destino delle restanti travature rinvenute nel predetto restauro.

Ecclesia Mater. La fabbrica della Cattedrale di Nardò attraverso gli atti delle visite pastorali

cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

 

Venerdì 11 ottobre, in Cattedrale, alle ore 19, alla presenza del Vescovo Mons. Fernando Filograna e dell’editore Mario Congedo, sarà presentato l’ultimo dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli: Ecclesia Mater. La fabbrica della Cattedrale di Nardò attraverso gli atti delle visite pastorali, di don Giuliano Santantonio, parroco della stessa chiesa e direttore dell’Ufficio Beni Culturali della diocesi.

Il volume, sesto della collana, di 192 pagine, in ottavo, si inserisce nel programma delle celebrazioni per i seicento anni della Cattedrale di Nardò (1413-2013).

Arricchito da numerose illustrazioni, risaltano una trentina di foto di C. Greco da Nardò, tratte dal rarissimo volume: Vedute e monumenti di Nardò, edito a Gallipoli nel 1907 per i tipi della Tipografia Stefanelli e donato alla diocesi dal barone Pasquale Personé.

Ad incrementare l’apparato iconografico anche alcune foto inedite di Paolo Giuri, tra le quali il pregevole Crocifisso, in legno policromato del sec. XVII, conservato nella sagrestia. Sempre da questo ambiente provengono i tre dipinti riportati nel volume: S. Agnese, un olio su tela degli inizi del sec. XVIII, di scuola del Solimena; San Bartolomeo apostolo, anche questo olio su tela, degli inizi del sec. XVII eseguita da maestranze salentine; il bellissimo Volto di Cristo, olio su tavola, del sec. XVI, di ignoto autore e degno di grande attenzione da parte degli storici dell’arte.

Inedite sono pure le foto di reperti lapidei erranti, quasi tutti provenienti dal giardino dell’episcopio neritino, che probabilmente troveranno collocazione nell’istituendo museo diocesano, tra i quali un Frammento della lapide posta dal Sanfelice nell’abside, sotto la tela raffigurante l’arrivo delle reliquie di S.Gregorio Armeno, su pietra leccese, datato 1718; una  Lapide di Girolamo De Franchis posta presso il nuovo sito dell’organo, su marmo, del 1619 (foto Paolo Giuri, 2013).

Ancora originale il repertorio di alcuni dei reliquiari conservati nell’altare di Tutti i Santi, nella navata sinistra della Cattedrale, minuziosamente elencati nelle diverse visite pastorali e descritti nel volume. Tra i tanti preziosi reliquiari le due urne, delle quali una  con le reliquie di S.Fausto martire e l’altra con le reliquie di S.Pio martire; i reliquiari a ostensorio con diverse reliquie di santi, quelli a forma di braccio con reliquia di S.Trifone martire e San Gregorio Armeno.

 

Ma l’importanza del libro è data soprattutto dalla mole di notizie ed informazioni in esso riportate, utili per seguire ed interpretare le vicende storiche del tempio neritino attraverso le numerose visite pastorali dei vescovi che si sono succeduti sulla Cattedra neritina, a cominciare da quelle della metà del XV secolo.

Scrive l’A. nella premessa: “…L’evidenza che emerge in questo genere di ricerche è che occorre abbandonare la tentazione di immaginare un edificio, della natura di una chiesa, come una costruzione che sia possibile fossilizzare dentro il gusto, la sensibilità e le forme di una sola epoca, magari quella della sua prima costruzione: se così fosse si snaturerebbe il suo significato, che dipende dalla sua funzione, e finirebbe per essere presto avvertita come un corpo estraneo nel quale diventa impossibile riconoscersi. Le chiese sono invece realtà vive, che dialogano con il tempo e che per rimanere se stesse hanno bisogno di cambiare in continuazione. Come la Chiesa-comunità è semper reformanda, così anche il luogo nella quale essa si riconosce e vive: è nella logica del mistero dell’incarnazione, che esige che ogni tempo e ogni generazione consegni a chi viene dopo una traccia di sé, che racconti la continuità e l’unità della fede dentro l’originalità del divenire umano.

Naturalmente questo processo è virtuoso solo se avviene in quel rispetto che consente il dialogo e non la contrapposizione nella diversità. In questo senso la cattedrale di Nardò rappresenta un formidabile libro in cui convivono armonicamente la storia, la fede, i costumi, le tradizioni delle generazioni che nell’arco di mille anni e più hanno trovato in essa un punto stabile di riferimento e di identificazione…”.

 

Di notevole ausilio sono la ricca bibliografia e l’indice analitico del volume.

 

Nino Pensabene. Un altro amico se n’è andato

nino pensabene

 

Meno di due settimane fa ci siamo sentiti per telefono. Da Roma, dove si trovava per motivi di salute da qualche mese, sarebbe tornato a Copertino per sorseggiare  il solito caffè al bar vicino la piazza. Mi avrebbe raccontato le sue vicissitudini trascorse tra un reparto e l’altro del policlinico romano, pronto per riprendere antichi progetti, accantonati per quella lenta meditazione di cui abbisognava.

L’inaspettato epilogo lascia sgomenti. Un altro amico se n’è andato. Ancora un amico che aveva voglia di vivere e che lascia il campo per altre praterie…

 

Nino è deceduto il 28 settembre a Roma, alle ore 9. I funerali si svolgeranno a Reggio Calabria il 2 ottobre, dove sarà sepolto nella tomba di famiglia.

 

 

Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

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di Marcello Gaballo

 

Due persone in una, la semplicità di Roberto nella genialità di Ferri, il tutto svelato in una veloce intervista fatta al giovane talento tarantino.

Poche domande di un innamorato dell’arte portano alla luce un quadro inedito fra i tanti della produzione pittorica di Roberto Ferri, il suo ritratto umano.

Pochi tratti salienti.

L’intervistatore usa toni rispondenti alla ricchezza simbolica e grafica dell’autore ricreando lo stesso rapporto esistente tra la sua ispirazione creatrice e la messa in opera della stessa, essenziale e naturale la prima, complessa e travolgente la seconda.

Il messaggio personale affidato alle opere contribuisce a fare di Roberto Ferri, prima che un personaggio, una persona vera.

Straordinaria infatti la sua comunicatività diretta con l’interlocutore, sorprendente l’empatia con quell’umanità comune che gli restituisce il conforto di sentimenti condivisi e il privilegio dell’unicità nell’esprimerli.

 

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

Il web mi ha permesso di conoscerla e dopo aver visitato il suo sito, godendo delle straordinarie e numerose opere, non ho più difficoltà a riconoscere un suo dipinto. Anche solo un’immagine di piccolissimo formato mi consente di attribuirla immediatamente. Uno stile inconfondibile, che si sta imponendo nella pittura contemporanea. La apprezzano e la seguono migliaia di fans, in Italia e all’estero, tanto da creare viva attesa nel conoscere la prossima mostra che ospiterà anche solo una delle sue opere. La critica è generosissima nei suoi confronti. Solo impressioni da parte di chi la segue da lontano o celebrità di cui lei è consapevole?

E’ un fenomeno di cui sì, sono al corrente, perchè le mie opere parlano direttamente al cuore, sono sincere, parlano di ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. La libera espressione di se stessi.

Mi par di capire che il suo iter formativo, in fondo a disposizione di tutti coloro che vogliono interessarsi di pittura e disegno, parta da molto lontano. Dove nasce questa particolare sensibilità e originalità, che evidentemente vanno ben oltre il liceo artistico e l’accademia?

Il tutto nasce dalla mia antica passione per la pittura. Da quando ero bambino ad oggi non ho smesso mai di studiarla, amarla, viverla.

 14 particolare blog

Potendo scegliere la frequentazione amichevole dei grandi della pittura a cui lei spesso si ispira, con quale di essi preferirebbe trascorrere un viaggio in diligenza da Taranto a Roma o viceversa?

hahaah bella domanda. Non so…forse proprio col Caravaggio, perchè credo non parleremmo di pittura, di arte…ma di vita.

 VIZIO E VIRTU'__

Ai tanti ammiratori e critici che la seguono, quale approccio lei consiglierebbe di avere dinanzi alle sue opere?

Consiglierei semplicemente di viverle, così come si vive una bella storia con una donna. Un’opera ti parla, trasmette intensità e racchiude un gran segreto.

La pittura di Ferri la si può collegare maggiormente al mito, all’onirico, alla fantasia, al demoniaco o al religioso?

Mi servo di tutto, pur di raccontare me stesso. Anche se comunque, sono affascinato naturalmente dall’eterno conflitto tra il bene e il male, tra angelico e demoniaco..

Le tante incredibili pose a cui ricorre per le sue figure sono indice di complessità della vita terrena o piuttosto emblemi della psicomachia?  

Sono l’esternazione di un conflitto interiore, la forma sensibile di un pensiero, di un sentimento…di un’emozione.

 

16 TRISTEZZE DELLA LUNA 3

Si metta ora nei panni dell’osservatore attento ad una sua opera. Come vorrebbe che lasciasse la sala espositiva: sgomento, sorpreso, lieto o estasiato?

Ciò che mi ha lasciato più felicemente impressionato, è stato quando ho visto un guardiano di una mia mostra, piangere per ciò che gli era stato trasmesso dalle mie opere… Non mi aspetto nulla, spero solo qualunque osservatore non rimanga indifferente.

 Angelo caduto

Qual è l’ambiente che la circonda nel dipingere? La luce o il buio? Il silenzio o un sottofondo musicale? Ai modelli è concesso dialogare con Roberto Ferri che li ritrae? Può esserci interferenza e ispirazione nell’opera o è già tutto predeterminato?

Sono immerso nella penombra, credo di essere fotofobico. Amo la musica come sottofondo, dalla classica al rock-metal e qualsiasi cosa contribuisce alla nascita di un’ opera. Anche una battuta con i modelli a volte..

 

Ed infine, ha mai esposto in Puglia o perlomeno nella sua Taranto? Mi auguro che il celeberrimo “nemo propheta in patria” non valga per lei.

Beh quest’anno esporrò al MUDI a Taranto, in una mostra curata da Sara Liuzzi, e ne sono molto felice. Qualcosa a Taranto si sta svegliando.

 

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

 

Gli argenti della Cattedrale di Nardò, una raccolta straordinaria

cattedrale di nardò

di Marcello Gaballo*

 

Per la prima volta si dedica ampia attenzione agli argenti della Cattedrale di Nardò, quasi mancasse in città una raccolta o, perlomeno, una collezione che testimoniasse l’importanza rivestita da tali preziose suppellettili nella vita religiosa e sociale dell’antichissima Civitas. Del resto, non potevano essere esenti dal commissionare o fare utilizzo di calici, pissidi, turiboli e quant’altro i numerosi vescovi succedutisi sul soglio episcopale neretino negli ultimi sei secoli, i conventi e monasteri presenti a Nardò, le potenti famiglie aristocratiche che si sono avvicendate nel governo cittadino per oltre un millennio, nonché un ceto medio alquanto facoltoso, la cui devozione tanto contribuì a dotare di arredi sacri il considerevole numero di chiese cittadine.

cattedrale di nardò 12

La fortunata combinazione dell’importante anniversario del massimo tempio cittadino (già abbazia benedettina, quindi sede episcopale dal 1413) con la sensibilità del vescovo Mons. Domenico Caliandro e con la disponibilità del parroco don Giuliano Santantonio, ha consentito di portare alla luce un incredibile patrimonio – tenuto celato ai più – che per secoli è andato accumulandosi, nell’ammirazione di pochi privilegiati, all’interno dei grandi armadi in larice conservati nella tesoreria della Cattedrale di Nardò.

cattedrale nardò

Questa pubblicazione, fortemente caldeggiata dalla Fondazione Terra d’Otranto, offre per la prima volta al lettore i capolavori dell’oreficeria e dell’argenteria meridionale che costituiscono il Tesoro della Cattedrale, smentendo peraltro quanto sostenuto da alcuni detrattori, più propensi a relegare Nardò entro un ambito di riferimento culturale localistico e periferico, assai distante dagli aggiornati orientamenti artistici della Capitale del Regno. Al contrario, gli abili orafi e argentieri neretini (o salentini) hanno lasciato prodotti di altissima qualità, che rivelano l’inequivocabile influsso esercitato dall’ambiente napoletano (si pensi anche alla coeva produzione architettonica, pittorica e scultorea neretine), come si evince dalla puntuale e sistematica catalogazione effettuata da Giovanni Boraccesi, uno dei massimi studiosi di argenti dell’Italia meridionale, nonché componente del Comitato scientifico della Fondazione Terra d’Otranto, il quale ha vagliato, studiato e catalogato i singoli pezzi del Tesoro della Cattedrale, illustrati nel presente volume. L’indubbia preparazione e la puntuale ricognizione che l’amico esperto ha effettuato su questo prezioso materiale guidano il lettore alla conoscenza e all’agevole fruizione di un patrimonio di elevato valore artistico, culturale, simbolico e materiale, solo sporadicamente menzionato in alcuni testi, nella genericità delle indicazioni artistiche.

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Una raccolta straordinaria che si è costituita a partire dal Cinquecento, continuando ad arricchirsi nel corso dei secoli successivi, fino al Novecento con l’aggiunta di manufatti preziosi, realizzati dagli argentieri della stessa Nardò o provenienti da altri fiorenti centri italiani.

Frutto di una meravigliosa convergenza di uomini e poteri, di devoti e artigiani, di istanze religiose e culturali, questa raccolta d’arte può, a buon diritto, essere inclusa tra le più importanti collezioni di oggetti sacri e liturgici esistenti in diocesi. Il volume curato da Giovanni Boraccesi rappresenta, pertanto, un doveroso omaggio all’Ecclesia Mater e alla città di Nardò, che proprio nel 2013 celebrano il VI centenario dell’elezione a Cattedrale, la prima, e a Civitas, la seconda.

 

 

*Presidente della Fondazione Terra d’Otranto

Gli affreschi di Cesare Maccari a Nardò visti con gli occhi del popolo e raccontati da un poeta dialettale

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non è raro il caso in cui leggendo la recensione di un libro, di un quadro, di una singola poesia vengono in mente le parole di Azzeccagarbugli al povero Renzo: – All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle –. Ora è vero, per esempio, che una parola comune usata da un poeta acquista per lo più nuovi significati, ma pare grottesco complicare ad ogni costo anche le cose più semplici e chiare. Così si ottiene solo un risultato: la superfetazione della stessa parola critico che diventa criptico, impegnato solo a trovare gli agganci più strani, le immagini più complicate, le parole più roboanti, le citazioni più o meno logore, anche quando basterebbero otto parole comuni per chiarire le quattro di loro usate, tal quali, dal poeta …

Sull’importanza, poi, del giudizio, espresso con questa oscena messinscena (dell’ossimoro non si è potuto fare a meno …) soprattutto in occasione di incontri, conferenze e simili eventi spacciati per culturali ma di taglio unicamente pubblicitario,  non sprechiamo parole, facciamo solo notare che il fatto che mai compaia una stroncaturina, magari solo parziale, dovrebbe far capire molte cose sull’onestà, anzitutto intellettuale, di autori, editori e recensori e sulla loro poco libera intelligenza, quando quest’ultima c’e.

La poesia che segue, tratta come le altre di Francesco Castrignanò fin qui lette dalla raccolta Cose nosce del 1909, è prevalentemente descrittiva ma riesce anche coniugare felicemente il registro moderatamente didattico o didascalico del cicerone di turno (una guida che, comunque, si direbbe di estrazione popolare, insomma nnu cicerone fattu a ccasa) con l’espressione del sentimento popolare di orgoglio e meraviglia per un evento importante quale fu quello della decorazione del coro, dell’abside e della volta del presbiterio della Cattedrale di Nardò, eseguita da Cesare Maccari (Siena, 1840-Roma, 1919) tra l’estate del 1896 e la fine del 1899 su commissione del vescovo Giuseppe Ricciardi (1888-1908); decorazione tanto più coinvolgente perché alcune rappresentazioni (Traslazione delle reliquie di San Gregorio Armeno e Miracolo del Cristo nero) del ciclo riguardano memorie, antiche e ben radicate nella religiosità popolare, della storia neretina. Le foto, laddove non compare specifica indicazione, sono degli autori.

Autoritratto di Cesare Maccari (1914) custodito nel deposito della Galleria degli Uffizi; immagine tratta da http://www.polomuseale.firenze.it/inv1890/scheda.asp

Cristo in trono che accoglie l’Assunta/ San Giuseppe, San Gioacchino, San Giovanni Battista, San Lorenzo, Santo Stefano, San Giacomo Maggiore/ i profeti Geremia, Daniele, Isaia

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La figura che, accanto al soldato, osserva allibita il miracolo è l’autoritratto del Maccari. Difficile dire se fu abitudine vanitosa quella di lasciarci suoi autoritratti in parecchie opere. Uno tra i più famosi è quello presente nel dipinto realizzato nel 1887 nella Sala del Risorgimento nel Palazzo pubblico di Siena e raffigurante il trasporto della salma di Vittorio Emanuele II al Pantheon (di seguito vista intera e dettaglio).

immagine tratta da http://www.iltesorodisiena.net/2011/09/palazzo-pubblico-gli-affreschi-della.html
immagine tratta da http://www.iltesorodisiena.net/2011/09/palazzo-pubblico-gli-affreschi-della.html

 

Leone XIII (1878-1903) in un’immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Leo_XIII..jpg e nella rappresentazione del Maccari in un’immagine tratta da http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A160017175

Monsignor Ricciardi nella rappresentazione del Maccari; immagine tratta da http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A1600171755

Nell’anno 2000, al quale risale la sottostante foto degli autori, il dipinto raffigurante il Ricciardi era in restauro.

______________

1 Sarebbe veramente interessante sapere, tramite un’indagine (che lasciamo a chi ne ha voglia e tempo) nell’archivio della curia,  se cinquantamila lire corrisponde, più o meno, alla spesa reale oppure è, sempre più o meno, sinonimo dei nostri una cifra, una  fortuna o un sacco di soldi. A pelle ci pare più plausibile la prima ipotesi. Crediamo, comunque, che qualche notizia in merito debba esserci in Andrea Cappello e Bartolomeo Lacerenza, La Cattedrale di Nardò e l’arte sacra di Cesare Maccari, M. Congedo, Galatina, 2001, testo che non ci è stato possibile, almeno fino ad ora, consultare.

2 Alla lettera fiato. Per il resto vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/13/due-improbabili-anzi-impossibili-coniugi-la-fiata-e-lu-fiatu-la-fiata-e-il-fiato/

3 Il tema fu successivamente trattato dal Maccari in una tela ad olio eseguita nel 1903 e custodita ad Imperia nella chiesa di S. Maurizio. Crediamo di poter affermare, però, che tale dipinto non sembra tener conto della struttura compositiva di quello neretino ma dell’Assunzione di Tiziano conservata nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia (foto in basso a destra).

Immagini tratte, rispettivamente, da:

http://194.242.241.172/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aartpast.org%3A0700020419

http://2.bp.blogspot.com/-rAx4WBWx5uY/TxsxONgUYjI/AAAAAAAABd0/XJER_Ie41II/s1600/04+TAVOLA+DELL%2527ASSUNTA+DI+TIZIANO.jpg

4 Da babbare, per il cui etimo vedi la nota 1 del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/02/quando-unagenda-vale-come-e-piu-di-un-libro/

5 Trattasi di parte dell’avambraccio portato secondo la tradizione a Nardò nell’VIII secolo dai monaci armeni in fuga dalla furia iconoclasta di Costantino Copronimo.  Era contenuto in un reliquiario a forma di braccio terminante con una mano benedicente, fatto realizzare dal vescovo Cesare Bovio (1577-1583). Fu trafugato nel 1975 e l’originale, fino ad ora non ritrovato, fu sostituito con una teca ovaliforme contenente un metacarpo che prima faceva parte delle reliquie conservate a Napoli, dono fatto nel 1985 dal cardinale Corrado Ursi già vescovo di Nardò (1951-1961), poi arcivescovo di Acerenza e dal 1966 arcivescovo di Napoli.

6 Corrisponde all’italiano garbo.

7 Corrisponde all’italiano gabbo.

8 Oggi la forma in uso è strusce, da struscire, corrispondente all’italiano strùggere.

9 Oggi la voce in uso a Nardò è beddha; caleddha è diminutivo femminile del greco καλή (leggi calè)=bella. Da notare come caleddha forma con il successivo beddha un tipo di  rima (con parole legate dallo stesso significato) che non ha, a quanto ne sappiamo, un nome particolare di classificazione. Proporremmo rima semantica o concettuale.

10 È un crocefisso ligneo che attualmente si trova nell’omonima cappella nella navata sinistra della Cattedrale. Secondo alcune fonti il 18 maggio 1255 i Saraceni tentarono invano di asportare dalla chiesa il Crocifisso per bruciarlo insieme con altri arredi sacri;  urtando la porta, si spezzò il mignolo della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne uscì  i soldati fuggirono atterriti  e abbandonarono Nardò.

Il dito spezzato, di cui non si aveva più notizia,  è stato ritrovato durante il restauro effettuato nel 1955 dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, nascosto in una cavità sulla spalla.. Quanto alla datazione del simulacro, studi recenti la spostano al XIII secolo, mentre la tradizione voleva che fosse stato portato a Nardò nell’VIII secolo dai monaci basiliani insieme con le reliquie di S. Gregorio.

11 Ci pare di poter cogliere in reale un’ambiguità, non sappiamo quanto consapevole: cosa degna di re, ma anche cosa concreta, destinata a durare.

 

 

Note storiche e descrittive della chiesetta di Santa Maria della Grotta in agro di Nardò

di Marcello Gaballo 

A pochi chilometri da Nardò, in contrada La Grotta, in quello che anticamente era denominato feudo di San Teodoro, sopravvive una interessantissima testimonianza architettonica, a torto considerata tra le chiese minori extra moenia. Ci riferiamo alla chiesetta di S. Maria della Grotta (in catasto al fg. 84, p.lla 68), talvolta denominata anche S. Maria della Grottella.

Un tempo della prebenda della Prepositura, oggi proprietà privata, è soggetta a vincolo con D.M. dell’ 11/11/86, grazie alle pressanti segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra (allora da me presieduta)[1], sebbene fosse stata già segnalata al Ministero dei BB. CC. il 9/9/981 per il riconoscimento di interesse storico-artistico ai sensi della L. n° 1089 del 1/6/939. Difatti “l’edificio sacro riveste notevole interesse storico-artistico, rappresentando un’insigne testimonianza di architettura religiosa campestre legata alle forme liturgiche proprie della cultura contadina dei centri minori del Salento nel XVII sec.”.

Nella successiva relazione del novembre 1986 della Soprintendenza viene descritta quale “tipico prodotto di architettura religiosa del XVII secolo legata ad un contesto economico-sociale non urbano bensì rurale… caratterizzato da peculiarità stilistiche e formali che lo pongono a pieno titolo nel ricco e complesso fenomeno figurativo comunemente definito come barocco salentino. Rispetto a tale fenomeno il piccolo monumento in questione occupa un posto che, sotto il profilo strettamente stilistico, non può dirsi prioritario; dal punto di vista storico e documentario esso è, tuttavia, ugualmente significativo per comprendere la varietà e la molteplicità delle manifestazioni originatesi da un’ unica temperie culturale ed estetica e ciò lo rende, dunque, meritevole di essere tutelato dal vincolo al pari di tanti altri episodi architettonici maggiori”.

la chiesa con la scala di accesso, vista dall’interno

L’ edificio è costituito da due corpi di fabbrica strettamente connessi, dei quali uno è occupato dalla chiesetta e l’ altro da locali di servizio, dei quali almeno uno già esistente nel 1678, come attesta la visita pastorale del vescovo Fortunato, in cui si legge essere  concamerata.

Il prospetto principale presenta un paramento murario, interamente intonacato, provvisto di due aperture e la cortina muraria degli altri tre lati “è realizzata, invece, in conci di pietra calcarea a faccia vista la cui tessitura contribuisce, insieme alla semplice cornice sagomata di coronamento, ad esaltare l’ essenziale volumetria della struttura parallelepipeda, interrotta soltanto dalle finestre a leggero strombo che si aprono sui fianchi”.

Dalla porta di destra del prospetto si accede, tramite una scalinata alquanto ripida, all’interno della chiesa, il cui piano di calpestío è di circa quattro metri più basso del livello esterno del terreno che circonda l’ edificio.

la volta della chiesa

La peculiarità dell’edificio, senz’altro attribuibile alle celebri maestranze neritine, oltre al vano ipogeo, è data dalla volta lunettata e dalla navata unica di notevole altezza. Ancor più caratterizzante il grande festone “a motivi fogliari scolpiti a forte aggetto che la solca longitudinalmente e che si apre in chiave di ogni campata per includere grandi rombi  decorati in forme diverse, a rosette dai petali rilevati o a racemi incornicianti il monogramma di Cristo. Un’analoga ornamentazione plastica segna i reni dei singoli pennacchi della volta, mentre sui blocchi d’imposta degli stessi compaiono lunghe foglie acquatiche dalla punta ricurva. L’insieme è trattato con evidente finezza ed eleganza e conferisce un piacevole aspetto dell’ambiente che doveva essere ulteriormente arricchito dall’ originaria decorazione pittorica di cui sussistono poche tracce nella parete di fondo”.  Inevitabili i richiami di questa decorazione a quelle della chiesa di S. Maria della Rosa e, soprattutto, della chiesa agostiniana dell’Incoronata, sempre a Nardò.

Occorre infine sottolineare che “singolare è il sistema di illuminazione naturale congegnato mediante alte finestre che attingono la luce dal di fuori e la convogliano mediante le doppie unghie sferoidiche all’interno costituendo diversi piani di luce e ombra che vivacizzano la volta. Le unghie sferoidiche della volta si intersecano in chiave  realizzando il singolare disegno del quadrato ruotato a quarantacinque gradi sottolineato da un cordolo di fiori chiusi, che segnano le linee di tensione della struttura voltata”[2].

una delle finestre

La chiesetta aveva un solo altare, distrutto negli ultimi decenni dai soliti “cercatori di tesori”, mentre le pareti retrostanti ospitavano alcuni dipinti a tempera, oggi a stento visibili, dei quali uno forse raffigurante la Vergine o un santo con lunga capigliatura[3], l’altro  una Crocifissione (vi esisteva infatti un beneficio omonimo) ed il terzo un vescovo con i suoi mitra e pastorale, inquadrato in cornice floreale anch’essa dipinta. Quest’ultimo è raffigurato su un ingresso murato della parete sinistra, probabilmente creato nel Seicento, quando fu dato il definitivo assetto alla chiesa, per ostruire una cavità che è riemersa dagli “scavi” dei soliti sciagurati “cercatori”. Risaltano speroni  rocciosi sulla parete sinistra, avanzati da una possibile grotta originaria, che successivamente fu inglobata nell’edificio. Sulla parete di fronte è murato lo stemma del vicario Granafei, con un’ epigrafe datata 1640, dalla quale si evince che l’ attuale chiesa fu ricostruita essendo abate Marcello Massa.

particolare della volta con il monogramma JHS

Quest’ultimo, già rettore nella visita pastorale del vescovo Luigi de Franchis del 1613, risulta ancora beneficiario nel trentennio successivo, come attestano le visite del vicario Granafei e del vicario Corbino, quando gli si  ordina  che facci far l’ astrico. Nel 1678 è rettore l’abate Girolamo delli Falconi. La chiesetta è censita nella visita del vescovo Sanfelice del 1723 come S. Maria de Griptella in feudo di Agnano; in quella del Lettieri del 1830 risulta officiata dal preposito don Pasquale De Laurentis, che forse fu l’ultimo a celebrarvi la Messa domenicale.

L’occasione è utile per ribadire, ancora una volta, che ci troviamo di fronte ad un monumento di grande interesse nel totale abbandono, che non può essere alla mercè di chi voglia accedervi, magari continuando a smantellare le poche parti ancora integre. Facciamo dunque appello ai proprietari, che non sembrano voler recuperare il bene, perché provvedano a impedirne il crollo, come sembrano minacciare le crepe sul lato destro.

Si preoccupino perlomeno di chiudere gli accessi e il cancello esterno, per evitare curiosi intrusi ed ulteriori vandaliche azioni che ci priverebbero, ancora, di parti di un patrimonio collettivo che ci è stato lasciato in consegna e che abbiamo l’obbligo di consegnare integro ai posteri.

dipinto con il santo vescovo
dipinto del santo o santa con corona, bordone e saccoccia. Tutte le foto sono di M. Gaballo

[1] Per le segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra v. “Quotidiano di Lecce”; “La città”, a. V, n°5, giugno 1986; “Il Salento Domani”, maggio 1986. Parte delle notizie le ho riportate in nota alla scheda compilata da Emilio Mazzarella in Nardò Sacra.

[2] cfr G. DE CUPERTINIS-L.FLORO, La chiesa di S. Maria della Grotta, in “La Voce di Nardò”, dic. 1995, p.17.

[3] Il dubbio è legittimo in quanto la figura, coronata, che regge con le mani quella che sembra una lunga croce astile o un bordone da pellegrino, è ben distante dalla nota iconografia mariana. Potrà aiutare nell’identificazione del santo quella che parrebbe essere una bisaccia, tenuta tra le mani.

 

Pubblicata su Il Filo di Aracne

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