E non scordate di mangiare anche le nostre buonissime mandorle…

mandorle del Salento
mandorle del Salento

…A pochi è nota l’azione antidiabetica e antinfiammatoria delle mandorle, spesso “sconsigliate” a chi ha problemi di obesità o di diabete perché molto caloriche e ricche di grassi. Invece l’elevato contenuto in proteine le rende anche lo spuntino ideale, quello davvero in grado di spezzare la fame perché la mandorla ha un indice glicemico basso, e grazie al suo contenuto di oli vegetali attiva anche la colecistokinina, una sostanza in grado di ridurre la fame senza provocare picchi glicemici. Inoltre un gruppo di ricercatori di Taiwan, ha pubblicato sullo European Journal of Nutrition i risultati di una ricerca sulla forte e naturale azione antinfiammatoria delle mandorle…

Leggi l’articolo:

http://www.nutrizione33.it/cont/nutrizione33-articoli/29285/excursus-cibi-funzionali-azione-antinfiammatoria.aspx?xrtd=LVLRSVRVTCSCLRPYRCCTLSV#.VjT25GaFMb4

La “cupeta tosta”: fatti e misfatti*

di Armando Polito

* questo lavoro esce in contemporanea su  http://www.vesuvioweb.com/it/ col titolo, leggermente adattato, di La “copeta”: fatti e misfatti.

immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0a/Cupeta_fresca.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0a/Cupeta_fresca.jpg

 

Amo la cubaita che “ci vuole il martello a romperla”, come scrive Sciascia.

A fatica riesci coi denti a staccarne un pezzetto e non lo devi aggredire subito, lo devi lasciare ad ammorbidirsi un pochino tra lingua e palato, devi quasi persuaderlo con amorevolezza ad essere mangiato.

Certo, per i guerrieri d’una volta era più facile, dato che usavano farsi limare i denti per usarli come arma nei corpo a corpo.

Io, bambino, la scoprii nel cassetto del comodino di mia nonna Elvira, che aveva la curiosa abitudine di mangiarsene un pezzetto a letto prima d’addormentarsi.

“Che è, nonna?”

“Cubaita di Cartanissetta”.

Fu un amore fulmineo. E infatti.

“Ma tu, figlio mio, mangi pietre?” – mi domandò il dentista quando mi ci portarono la prima volta a dieci anni.

“Nonsi, cubaita”.

……………

Ora, vecchio, mi viene assai difficile mangiare la cubaita. Mi con­solo scartandola per offrirla agli amici. Ma la carta me la tengo in tasca. Ogni tanto la tiro fuori e l’odoro. E quell’odore, con l’aiuto della memoria, mi restituisce il sapore impareggiabile della cu­baita.

(Andrea Camilleri, Elogio della cubaita dell’Antico Torronificio Nisseno; integralmente leggibile in http://www.vigata.org/bibliografia/elogiodellacubaita.shtml).

L’etimologia è come l’amore, o, se preferite, la vita: riserva gioie e dolori, conferme e tradimenti, sicurezze che vanno in frantumi quando amaramente ci si accorge di essere stati ingannati (o, meglio, di essersi ingannati) e quel sentimento che condensa in sé la fondamentale contraddittorietà del nostro passaggio terreno, nello stesso tempo espressione della  nostra grandezza ma anche della nostra miseria: il dubbio.

Comincio da Cupido, il dio dell’amore, la cui icona può essere sbrigativamente riassunta così: un fanciullo (va bene che è un dio, ma ‘sto figlio di … Venere poteva pur sempre crescere un po’ … per beccarsi qualche pugno sul muso) alato, armato di arco e di frecce che, come le siringhe, non sempre iniettano un farmaco destinato a far stare meglio …

Esso è la personificazione, anzi la divinizzazione, del nome comune latino cupìdo (genitivo cupìdinis) che significa desiderio. La voce cupìdo nasce dal verbo cùpio/cupis/cupìvi o cùpii/cupìtum/cùpere (=desiderare). È uno dei cosiddetti verbi in io, in passato più o meno noti a qualsiasi studente che tra le materie curricolari avesse il latino (oggi mi sentirei di garantire più il meno che il più che precede noto …).

Il verbo in questione, poi, è anche padre di parecchi figli: l’aggettivo cùpidus/cùpida/cùpidum (=desideroso) e i sostantivi cupìditas= (cupidigia), cupìtor= (chi desidera smaniosamente), cuppes= (ghiottone, dissoluto), cuppèdia e cuppèdium (=ghiottoneria), cuppedinàrius=mercante di cibi raffinati.

Tenendo presente tutto quanto fin qui detto ma soprattutto cuppèdia e che cupìta è pure il participio passato femminile singolare del verbo cùpere, non dovrebbe neppure sfiorarci il dubbio che proprio cupìta (=desiderata) sia all’origine di cupeta. Come si fa, infatti, a non desiderare questo delizioso dolce croccante (nel senso che scricchiola sotto i denti, ma anche in quello che, per la sua durezza, potrebbe farli scricchiolare …) fatto con zucchero (o miele) e mandorle tostate? Anche poi chi, come me, è ormai sdentato, non può resistere alla tentazione della nostra cupeta tosta, in cui l’aggiunta dell’aggettivo [tosta è femminile di tuestu, che significa duro e corrisponde all’italiano tosto che è da tostu(m), participio passato di torrère=tostare; ciò che è tostato perde acqua, diventando più duro; nel tosta che accompagna cupeta, perciò, accanto all’idea di duro sopravvive pure quello di tostato, riferito alle mandorle] la dice lunga sulla consistenza del nostro dolce.

Allora, chiederebbe Gerry Scotti, accendiamo cupèta da cupìta? In questo caso sarebbe come accendere la miccia di una bomba, cosa puntualmente fatta in  http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/tradizionali/copeta.htm, dove si legge: Nei territori campani di Benevento, Avellino e Salerno si produce ancora oggi un torrone di antichissima tradizione, il cui nome deriva dal latino “cupida” che vuol dire “desiderata”. La copeta “cupida” o “cupita”, che veniva desiderata per la sua bontà, viene citata da numerosi scrittori latini, tra cui Tito Livio, e viene riconosciuta come l’antenato del torrone di Benevento …

Osservo quanto segue:

a) In latino cùpida (attenzione all’accento, e non solo) esiste come femminile del già citato aggettivo cùpidus/cùpida/cùpidum, ma non significa affatto desiderata, bensì desiderosa; dunque, un disinvolto e arbitrario passaggio (a parte l’accento che avrebbe dovuto dare còpeta e non copèta) dal significato attivo a quello passivo.

b) Esilarante, poi, la seconda parte in cui vengono messi in campo i numerosi scrittori latini, fra cui Tito Livio. È normale che cùpida=desiderosa (ripeto, femminile di cùpidus/cùpida/cùpidum) e cupìta (participio passato di cùpere=desiderata), esprimendo concetti comunissimi, ricorrano a tonnellate, ma non c’è un solo esempio, dico uno, in cui la prima, tantomeno la seconda, e tutti gli altri figli di cùpere che ho già citato, compaiano ad indicare, in forma più o meno sostantivata, un commestibile specifico.

A beneficio del lettore non disposto ad accettare per oro colato tutto ciò che trova scritto in rete e non solo, esibirò fra poco le fonti dopo aver detto che, una volta accesa la miccia, la micidiale onda d’urto susseguente all’esplosione tende a propagarsi, dal momento che in http://oggicucinoio.forumfree.it/?t=26850196 leggo: All’inizio della sua [del torrone] lunga storia c’è una delizia di origine araba, la copeta, già ricordata dal poeta latino Marziale.

In http://www.eptbenevento.it/schedaItinerario.php?codice=40#sthash.cLUGqQ6Q.dpuf leggo: La “Cupedia”, ossia il progenitore del torrone, era conosciuta già al tempo dei Romani; la sua paternità è attribuita addirittura ai Sanniti, come dimostrano alcuni scritti di Tito Livio. Per il poeta latino Marco Valerio Marziale è uno dei cinque prodotti che, nel I secolo, rappresentano Benevento, la città delle cinque C, ossia “Carduus et cepae” (cardone e cipolle), “Celebrata” (cervellate), “Cupedia” (copeta) e “Chordae” (corde).

In http://vulvino.wordpress.com/2013/10/27/il-precursore-del-torrone-nei-manoscritti-di-tre-medici-arabi-del-medioevo-2/ leggo (ma sono già stanco …):

Marco Terenzio Varrone nelle Satyre Menippeae cita la “cuppedo”, ghiottoneria a base di semi oleosi, miele e albume: e al di là che il letterato reatino abbia inventato la storia della cuppedo “inventata” dai Sanniti per salvare da una fame autoimposta i romani che dovevano stare al mondo per passare sotto le Forche Caudine, quella delle Satyre è comunque una testimonianza che a Roma doveva già esistere. Tito Livio cita la cuppedo come alimento adatto alle lunghe marce dei legionari per le sue proprietà nutritive e la facile conservazione (una sorta di Enervit del Mondo Antico).

In http://magazine.quotidiano.net/enogastronomia/2010/12/27/il-torrone-alleato-della-salute/ leggo (sono sempre più stanco … ): Le testimonianze della sua lunga vita sono tante. Marziale nei suoi epigrammi scrive che i Sanniti, dopo aver umiliato i Romani con le forche caudine, distribuirono come premio torrone ai loro soldati.

In http://www.apicolturangrisani.it/notizie/992-il-torrone-di-benevento.html leggo …): Il temutissimo condottiero Sannita Gaio Ponzio Telesino, che nel 321 a.C. inflisse ai romani la cocente sconfitta imponendo poi loro l’umiliazione di passare sotto i gioghi delle forche Caudine, era molto ghiotto di “Copedia” (in latino “Desiderata”).

Qui, distrutto, finisco di leggere, anche perché sono convinto che, se continuassi a farlo, verrei a scoprire che il temutissimo Ponzio di prima nel corso della battaglia, a causa di un’improvvisa diarrea provocata dai cinque kg. di Copedia che si era fatto in meno di dieci minuti, era stato costretto a battere, sia pure momentaneamente, in ritirata …

Della copeta, come vedremo, si salverà solo l’origine araba, mentre la sua asserita presenza in Marziale, nelle Satyrae Menippeae di Varrone Reatino1  e in Tito Livio2 tradisce  chiaramente l’esistenza di preziosi manoscritti di cui solo ora si viene a conoscenza …

Credo di poter ricostruire le fasi della propagazione di questa nefasta onda d’urto e procedo a ritroso fino al presumibile (è sempre difficile individuare il padre di una sciocchezza) responsabile della deflagrazione della bomba.

Anno 1921. Sulla Rivista storica del Sannio, VII, 6, alle pp. 178-189 in un suo contributo dal titolo Il torrone di Benevento Costantino Anzovino sostiene che Marziale aveva immortalato Benevento per cinque suoi prodotti: carduus, caepae, cerebrata, cupedia e chordae. L’autore si guarda bene dal citare non dico i versi ma almeno il titolo dell’opera di Marziale da cui avrebbe tratto la notizia.

Anno 1838. Un volumetto-strenna per il periodo natalizio dal titolo Le violette. Strenna pel capo d’anno e pe’ giorni onomastici, anno II, Dalla tipografia del Guttemberg, Napoli  contiene anche uno scritto a firma di Matteo Camera (1807-1891), storico e numismatico nato ad Amalfi, in cui l’autore descrive un suo viaggio compiuto a Benevento proprio nell’anno di uscita della strenna. Alle pagg. 105-106 si legge:  La sua [di Benevento] popolazione attuale ascende a circa 20 mila abitanti. Il suo traffico di cerali è di somma importanza; e la copèta ivi lavorata non è scemata di quel pregio che aveva a’ tempi di Marziale, allorchè  , quali prodotti principali del luogo, siccome scrisse: Carduus, et caepae, cerebrata, cupedia, cordae,/nec non et calices, et calceamenta Vitini. Val quanto dire (Benevento) va decantata per i cardi, per le cipolle, per le cervellate, per la copèta, per le corde, per i calici o vasi, e per le calzature lavorate da Vitinio.

Se Matteo Camera anziché inventarsi Marziale, come dirò, se lo fosse riletto, avrebbe trovato non certo  cupedia ma altro pane per i suoi denti …: Apophoreta (o libro XIV degli Epigrammi), LXIX: Peccantis famuli pugno ne percute dentes: Clara Rhodos coptam quam tibi misit edat (Non percuotere con un pugno i denti del servo che sbaglia; mangi la focaccia specialità di Rodi che ti ho mandato).

Ho tradotto con un generico focaccia il coptam originale ed è doverosa una spiegazione. Copta (di cui il coptam del testo originale è l’accusativo) è trascrizione del greco κοπτή (leggi coptè). La voce compare col significato di focaccia di farina e sesamo in Dioscoride (I secolo d. C.), De materia medica, II, 103): Παρίστησι δὲ καὶ πρὸς ἀφροδίσια μιγέν μέλιτι καὶ πεπέρει ἀντὶ κοπτῆς πολὺ λαμβανόμενον ([Il seme di lino] giova anche ai piaceri sessuali, mescolato con miele e pepe, assunto in gran quantità invece di una focaccia di farina e sesamo). Κοπτή ricorre col significato generico di focaccia (a riprova di quanto sia difficile districarsi sul significato di una parola già nei testi originali) in Ateneo di Naucrati (II secolo d. C.), I deipnosofisti, 648e-649b: Dell’amido ricorda Teleclide in Le cose dure dicendo così: “Amo la focaccia calda, non amo le pere selvatiche, gradisco la carne di lepre servita sull’amido”. Sentito ciò, Ulpiano disse: “Ma poiché chiamate κοπτή (leggi coptè) un  piatto (ne vedo una per ciascuno posata sul tavolo), ditemi, o golosi, chi degli autori famosi ricorda questo nome”. E Democrito disse: “Dionisio di Utica nel settimo libro de L’agricoltura dice che si chiama κοπτή il porro marino. Della focaccia al miele [μελιπήκτον (leggi melipecton)] servitaci ricorda Clearco di Soli nell’opera sulle reti da pesca dicendo così: “A chi gli chiese di dire quali fossero gli attrezzi da cucina elencò: treppiedi, pentole, candeliere, mortaio, scanno, spugna, caldaia, badile, pietra cilindrica, fiasco, cesto, coltello, coppa, vaso; o tra le vivande: passato di legumi, lenticche, carne o pesce sotto sale, pesce, rapa, aglio, carne, tonno, salamoia, cipolla, cardo, oliva, cappero, lampascione, fungo; ugualmente tra le leccornie: focaccia al latte [ἄμης (leggi ames)], focaccia piatta [πλακοῦς (leggi placùs)] , focaccia con filetti di pesce [ἔντιλτος (leggi èntiltos)], torta di miele e sesamo, melagrana, uovo, cece, sesamo, κοπτή, grappolo d’uva, fico secco, pera, persea, mela, mandorla”. Questo disse Clearco: ”Sopatro, autore di tragicommedie nel dramma intitolato Porte dice: Chi inventò la κοπτή di abbondante papavero o mescolò piaceri di farina gialla tra le leccornie?”. Allontana, o mio bel ragionatore Ulpiano, la κοπτή che io ti consiglio di non mangiare. E lui senza indugio dopo averla afferrata la mangiò3.

L’unica certezza che emerge è che κοπτή era un nome generico per indicare la focaccia che poteva essere guarnita, in quelle che molto probabilmente sono solo due delle sue versioni, con semi di senape o di papavero. Tornando al nostro Matteo Camera è facile immaginare che, se fosse venuto a conoscenza della copta di Marziale (figlia della κοπτή), forse non si sarebbe inventato il cupedia dei presunti versi del poeta latino: infatti, per trasformare copta in cupedia bastano pochi (?) passaggi: o>u, inserimento di e, passaggio t>d e, per finire, inserimento di i

Debbo riconoscere, però, che Carduus, et caepae, cerebrata, cupedia, cordae,/nec non et calices, et calceamenta Vitini sono due esametri perfetti o, come dimostrerò, quasi perfetti; peccato, però, che, come ho anticipato, essi non furono scritti né da Marziale né da altro autore e sono un’abile quanto criminale invenzione del Camera, sfruttata poi acriticamente a distanza di 83 anni dall’Anzovino (ma nel 1888 c’era stata pure una ristampa in Arte e storia, Tipografia Domenicana), per riprovevolissimi fini campanilistici. La vera scienza ammette l’interpretazione dei dati, in questo caso delle fonti, non la loro manipolazione o, peggio, falsificazione: ma, prima di accanirci sul passato, siamo veramente sicuri che ancora oggi tutta la scienza rispetti questo sacrosanto principio e che al campanilismo di un tempo non sia subentrato, invece, il condizionamento del profitto innanzi tutto? D’altra parte nel XXI secolo ci sono o non ci sono ancora imbecilli che credono di diventare qualcuno inventandosi o comprandosi un titolo di studio o nobiliare?

Sulle fonti tornerò fra poco perché voglio prima dare ragione della criminale invenzione di cui ho accusato il Camera.

Comincio con calceamenta che negli autori classici ricorre solo in prosa e, per giunta, la seconda a non è breve (tale risulta, per improbabile correptio iambica, nel verso in questione) ma lunga. A chi, poi, dovesse chiedermi come mai affermo che la seconda a è lunga senza il supporto dell’uso poetico (l’unico che consente la ricostruzione della quantità delle vocali) ribatto che nel suffisso -amentum la a è sempre lunga (come in sacrāmentum da sacrāre, in iurāmentum da iurāre etc. etc; perciò pure in calceāmentum da calceāre). Cerebrata, poi, non è attestato neppure una volta, né in prosa né in poesia.

Mi piace ora motivare fino in fondo soprattutto il criminale. Intanto va detto, ad integrazione delle precedenti osservazioni,  che in tutta la produzione di Marziale il cardo (carduus), le cipolle (caepae), la copeta (cupedia), le corde [così traduce la sua stessa invenzione il Camera, dimenticando, forse, che corda (o chorda) in Petronio, Satyricon, LXVI, 7 ha il significato traslato di trippa] non compaiono neppure una volta.

E passiamo ai calici (calices), così come compaiono in Marziale, che ci consentiranno di scoprire ulteriormente gli altarini.

Epigramma XC del libro XIII alias Xenia:

Surrentina bibis? nec murrina picta nec aurum

sume: dabunt calices haec tibi vina suos.

 (Bevi vini di Sorrento? Non usare coppe di murra dipinta né di oro: questi vini ti daranno i loro calici).

Epigramma CII  del libro XIV alias Apophoreta:

Accipe non vili calices de pulvere natos,

sed Surrentinae leve toreuma rotae.

(Accetta questi calici nati da una creta non vile ma elegante prodotto di un tornio sorrentino).

E siamo al dunque: epigramma XCVI dello stesso libro:

Vilia sutoris calicem monimenta Vatini

accipe; sed nasus longior ille fuit.

(Accetta questo calice, vile ricordo del ciabattino Vatinio; ma egli fu un naso più lungo).

 

A comprendere l’ironia un po’ criptica dell’epigramma va detto che Vatinio (e non Vitinio …, ma l’errore di stampa o dovuto a citazione a memoria a questo punto sarebbe oro …) è ricordato da Tacito, Annales, XIV, 34: … apud Beneventum interim consedit, ubi gladiatorum munus a Vatinio celebre edebatur. Vatinius inter foedissima eius aulae ostenta fuit, sutrinae tabernae alumnus, corpore detorto, facetiis scurrilibus; primo in contumelias adsumptus, dehinc optimi cuiusque criminatione eo usque valuit, ut gratia, pecunia, vi nocendi etiam malos praemineret.

(… [Nerone] nel frattempo si fermò a Benevento, dove un famoso spettacolo di gladiatori era dato da Vatinio. Vatinio fu tra le più schifose manifestazioni di quella corte, apprendista calzolaio, dal corpo storto, dalle battute scurrili; assunto in un primo momento per lanciare offese, poi si specializzò nel lanciare accuse contro ogni persona dabbene al punto da superare anche i malvagi in benemerenze, denaro, capacità di nuocere).

Qui, dunque, il riferimento è all’invenzione vatiniana di un calice più lungo del naso del suo inventore. Va da sé che, almeno per Marziale, tale calice non era certo un modello esteticamente eccelso; figurarsi, poi, le calzature uscite dalle mani di un apprendista …

La confusione nel Camera tra calici e calzature è stata più ispirata che indotta proprio dalla consonanza finale del suo calceamenta con l’originale monimenta. E ho detto ispirata, perché simili sviste sono inammissibili in letterati del suo calibro e nella fattispecie la malafede è confermata dalle altre voci spacciate come presenti in Marziale.

Chiudo questa parte dicendo che solo tre sono le attestazioni letterarie di copeta che son riuscito a trovare nella letteratura napoletana e confido nell’aiuto degli amici conoscitori nativi di tale lingua per le inevitabili integrazioni e rettifiche, chiedendo nel contempo scusa per essere stato poco tenero nei confronti del loro conterraneo; ma chi mi conosce bene sa che di regola non lo sono nemmeno con i miei conterranei e, se e quando è necessario, nemmeno con  me stesso.

La prima è in Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille scritto dal 1634 al 1636 ma pubblicato postumo. Nel Trattenimento III della Jornata I si parla di Peruonto, giovane brutto e sfaticato che la madre Caforia, detta Ceccarella, manda a far legna nel bosco. Qui Peruonto s’imbatte in tre ragazze (figlie di una fata) che dormono in un fiume di sudore per il gran caldo; e lui premuroso costruisce per loro un riparo di frasche. Le ragazze per riconoscenza gli conferiscono il potere di ottenere tutto ciò che avesse chiesto. Peruonto non perse molto tempo e, dovendo portare a casa una sarcina di dimensioni non indifferenti, esprime il desiderio, dopo essersi posto a cavalcioni, che sia essa a portarlo a casa. Nel passare davanti alla reggia è oggetto del dileggio di alcune ragazze tra cui Vastolla, la figlia del re. A questo punto lo strano cavaliere esprime il suo secondo, questa volta vendicativo, desiderio e, cioè che Vastolla resti incinta di lui. La cosa avviene puntualmente. Il re sarebbe disposto anche a far fuori la figlia ma i consiglieri lo dissuadono e lo convincono a rimandare tutto al momento del parto. Vastolla partorisce due bambini e i consiglieri, convocati per la seconda volta, decidono di nuovo di prender tempo in modo da far crescere i bambini e permettere, così, di individuarne più facilmente il padre. Quando i bambini sono sufficientemente cresciuti, per fare l’esame comparativo viene organizzato un solenne banchetto al quale partecipa ogni tretolato (titolato) e gentel’hommo (gentiluomo) della città.  Al termine del convito ognuno di loro sfila davanti ai ragazzini sotto lo sguardo attento del re e dei consiglieri. L’esame così architettato dà esito negativo. Viene perciò organizzato un altro banchetto destinato, questa volta, non più a gente de portata, ma de cchiù bascia mano (gente importante, ma di più basso rango), riservato solo alle donne perché, notano i consiglieri, la femmena s’attacca sempre allo ppeo (la donna si attacca sempre al peggio). La reggia viene così invasa da una pittoresca folla femminile composta di chiaise, siercole, guitte, guzze, ragazze, spolletrune, ciantelle, scauzacane, verrille, spoglia ‘mpise, e gente de mantesino e (potevano mancare?) zuoccole, ch’erano alla Cetate (città). Nel frattempo Ceccarella convince il figlio a recarsi pure lui al banchetto e grande è la meraviglia e poi la rabbia del re nel vedere Peruonto accolto dalla irrefrenabile reazione ormonale delle convitate. Lo re, che vedde ste cose, se scippaie tutta la varva, vedenno ca la fava de sta copeta, lo nomme de sta beneficiata era toccato a no scirpio brutto fatto, che te veneva stommaco … (Il re, che vide queste cose, si strappò tutta la barba, vedendo che la fava di questa copeta, il nome di questa beneficiata era toccato a uno simile a giunco fatto (tanto) male, che ti veniva il voltastomaco …). Nel  Vocabolario domestico napoletano e toscano di Basilio Puoti, Tipografia Simoniana, Napoli, 1841, al lemma SCIRPIA: “Dicesi a femmina brutta e laida. Strega, Befana”. Nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano dei Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789: “SCIRPIA:  Brutta strega. Pare, che venga dal lat. scirpus, e dinotasse primitivamente persona, che avesse i capelli, come i giunchi, irti, e dritti, une tete hersée”. L’etimologia proposta mi pare convincente sul piano fonetico (meglio, secondo me, dall’aggettivo scirpeus/a/um) e su quello semantico (e qui il riferimento potrebbe essere pure alla “macilenza” del giunco), per cui ho reso scirpio con uno simile a giunco.

Il lettore noterà il significato traslato di fava che, per somiglianza di forme, qui allude alla mandorla che del dolce in questione è l’elemento più importante e, non a caso, più costoso. Per chi, poi, è curioso di sapere come andò a finire segnalo il link http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t133.pdf (da p. 30).

Anche la seconda attestazione è nel Basile e precisamente, in una situazione e immagine per certi versi simili alle precedenti, ne Le cinco figlie (Trattenemiento VII della Jornata V). È sempre il re che parla: A quale de vuie aggio da dare Cianna? Chisto non è migliaccio, che se pozza spartire a fella, perzò è forza che ad uno tocca la fava de la copeta, e l’autre se pigliano lo palicco (A chi di voi debbo dare Giovanna? Questo non è migliaccio [torta di farina di mais, ciccioli di maiale e formaggio, tipica della zona di Napoli] (tale) che la fetta possa essere spartita, perciò è fatale che ad uno tocchi la fava della copeta e che gli altri si prendano lo stecchino).

La terza attestazione di copeta è in Giulio Cesare Cortese (1570-1640), Micco Passaro nnammorato. Poema eroico, canto II, ottava 23, v. 7: E pecchè doce fu cchiù de copeta (E perché fu più dolce di copeta).

Torno ora alle fonti, quelle antiche, tempo fa promesse.

Plauto (III-II secolo a. C.), Stichus, atto V, scena IV, vv. 26-34:

Stichus -Bibe si bibis-

Sangarinus -Non mora erit apud me-

Stichus -Edepol convivi sat est, modo nostra huc amica accedat: id abest, aliud nil abest-

Stichus -Lepide hoc actum est. Tibi propino cantharum. Vinum tu habes-

Sangarinus -Nimis vellem aliquid pulpamenti-

Stichus -Si horum, quae adsunt, paenitet, nihil est. Tene aquam-

Sangarinus -Melius dicis; nil moror cuppedia

(Stico -Bevi, se vuoi bere-

Sangarino -Non perderò tempo-

Stico -Per Polluce, sono soddisfatto del convivio, ora venga qui la nostra amica; questo manca, null’altro-

Stco –Sì, già fatto. Brindo con questa coppa. Il vino tu ce l’hai-

Sangarino -Ho molta voglia di un po’ di companatico-

Stico – Se non gradisci quel che c’è, niente da fare. Bevi acqua-

-Sangarino – Dici bene; non perdo tempo con le ghiottonerie-).

Trinummus, atto II, scena I, v. 20: cuppes, elegans, despoliator (ghiottone, raffinato, saccheggiatore [tutti epiteti riferiti all’amore]).

Terenzio (II secolo a. C.), Eunuchus, atto II, scena II, vv.24-28: Dum haec loquimur, interea loci ad macellum ubi advenimus,/concurrunt laeti mi obviam cuppedinarii omnes,/ cetarii, lanii, coqui, fartores, piscatores,/quibus et re salva et perdita profueram et prosum saepe;/salutant, ad cenam vocant, adventum gratulantur (Nel frattempo, mentre così discorriamo, quando giungiamo al mercato del posto, lieti mi vengono incontro tutti i venditori di ghiottonerie, pescivendoli, macellai, cuochi, salsicciai, pescatori, ai quali, a fondo perduto o no, avevo fatto del bene e continui a farlo; salutano, mi invitano a pranzo, si rallegrano del mio arrivo).

Varrone Reatino (II-I secolo a. C.), De lingua Latina, V: … forum Cuppedinis a cuppedio, id est a fastidio; quod multi Forum Cupidinis a cupiditate ( … mercato della ghiottoneria da ghiottoneria, cioè dal gusto difficile; molti lo chiamano mercato del desiderio da desiderio).

Cicerone (II-I secolo a. C.), Tusculanae disputationes, IV, 26: Aegrotationi autem talia quaedam subiecta sunt: avaritia, ambitio, mulierositas, pervicacia, ligurritio, vinulentia, cuppedia, et si qua similia (Sono soggetti alla malattia certi vizi: l’avarizia, l’ambizione, la passione per le donne, l’ostinazione, la golosità, l’ubriachezza, la ghiottoneria e altri simili).

Festo (II secolo d. C.), De verborum significatione4, III : Cuppes et cuppedia antiqui lautiores cibos nominabant; inde et macellum forum cupedinis appellabant. Cupedia autem a cupiditate sunt dicta, vel, sicut Varro ait, quod ibi fuerit Cupedinis equitis domum, qui fuerat ob latrocinium damnatus (Gli antichi chiamavano cuppes e cuppedia i cibi alquanto raffinati; da qui chiamavano forus (=mercato) Cupedinis (=del desiderio) il mercato della carne. Cupedia (=le ghiottonerie) poi sono chiamate così da cupiditas (=desiderio) o, come dice Varrone, perché lì c’era stata la casa del cavaliere Cupedine che era stato condannato per furto).

Gellio (II secolo d. C.), Noctes Atticae, VI, 16: Hanc autem peragrantis gulae et in sucos inquirentis industriam atque has undiquevorsum indagines cuppediarum maiore detestatione dignas censebimus, si versus Euripidi recordemur, quibus … (Riterremo poi degne di maggiore condanna quest’attività della gola che scorazza tra i sapori e li ricerca, queste ricerche di ghiottonerie da ogni parte se ricordiamo i versi di Euripide con cui …).

VII, 13: Factitatum observatumque hoc Athenis est ab his qui erant philosopho Tauro iunctiores; cum domum suam vocaret, ne omnino, ut dicitur, immunes et asymboli veniremus, coniectabamus ad cenulam non cuppedias ciborum, sed argutias questionum … (Questo fu abitualmente e osservato ad Atene da coloro che erano più vicini al filosofo Tauro: quando ci invitava a casa sua, per non venire, come si dice, a mani vuote, preparavamo per il pranzo non ghiottonerie di cibi ma arguzie di argomenti …).

Ammiano Marcellino (IV secolo d. C.), Rerum gestarum libri, XXV, 2: indigenti, pars distributa est magna. Et imperator, cui non cuppediae ciborum, ex regio more, sed sub columellis tabernaculi parvis cenaturo, pultis portio parabatur exigua, etiam munifici fastidienda gregario …(A chi aveva bisogno fu distribuita gran parte [delle vettovaglie]. E l’imperatore, per il quale non si apparecchiavano, secondo il costume regale, ghiottonerie di cibi ma al momento di pranzare sotto i piccoli sostegni della tenda una piccola porzione di farinata che avrebbe fatto schifo ad un soldato addetto ai servizi …).

XXVI, 7, 1: Igitur cuppediarum vilium mercatores, et qui intra regiam apparebant, aut apparere desierant … (Dunque i mercanti di vili ghiottonerie e quelli che servivano a corte o avevano cessato di servire …).

XXX, 1, 20: Cumque apponerentur exquisitae cuppediae (E mentre venivano servite squisite ghiottonerie …)

In tutte le testimonianze riportate cuppedia conserva sempre il valore di nome comune, col significato generico di ghiottoneria e in nessun caso è ipotizzabile l’assunzione del valore di nome proprio, ad indicare la nostra specialità.

La conferma definitiva arriva da uno specialista:

Apicio (I secolo a. C.-I  secolo d. C.), De re coquinaria, V, 1: Pultes cum iure oenogari cocti. Pultes oenogari bene cocti iure condies; copadia, similam, sive alicam coctam hoc iure et cum copadiis porcinis apponis oenogari cocti iure conditis (Farinate con brodo di enogaro5 cotto. Condisci le farinate col brodo di enogaro ben cotto; servi i pezzetti di carne, fior di farina o spelta cotta in questo brodo e con i pezzetti di carne di porco conditi col brodo dell’enogaro cotto).

VII, 6: In copadiis ius album. Piper, cuminum, ligusticum, rutae semen, damascena; infundis vinum; oenomeli et aceto temperabis; thymo et origano agitabis (Brodo bianco per pezzetti di carne. Pepe, cumino, ligustico, seme di ruta, prugne di Damasco6; versa del vino, tempera con vino mielato e aceto, mescola con un ramo di timo e origano).

Aliter ius candidum in copadiis. Piper, thymum, cuminum, apii semen, foeniculum, rutam (alias mentham), baccam myrtae, uvam passam; mulso temperabis, agitabis ramo satureiae (Brodo bianco per pezzetti di carne in altro modo. Pepe, timo, cumino, seme di sedano, finocchio, ruta, altrimenti menta, bacca di mirto, uva passa; tempera con vino mielato, mescola con un ramo di santoreggia).

Ius in copadiis. Piper, ligusticum, careum, mentham, nardostachyon, folium, ovi vitellum, mel, mulsum, acetum, liquamen et oleum: agitabis satureia et porro; amyla ius (Brodo sui pezzetti di carne. Pepe, ligustico, carvi, menta, foglia di nardo, un tuorlo d’uovo, miele, vino mielato, aceto, salsa e olio; mescola con un ramo di santoreggia e un porro, mescola con amido il brodo).

Ius album in copadiis. Piper, ligusticum, cuminum, apii semen, thymum, nucleos infusos, nuces infusas et purgatas, mel, acetum, liquamen et oleum (Brodo bianco sui pezzetti di carne. Pepe, ligustico, cumino, seme di sedano, timo, mandorle macerate, noci macerate e ripulite,miele, aceto, salsa e olio).

Ius in copadiis. Piper, apii semen, careum, satureiam, cnici flores, cepullam, amygdala tosta, caryotam, liquamen, oleum, sinapis modicum: defruto coloras (Brodo sui pezzetti di carne. Pepe, seme di sedano, carvi, santoreggia, fiori di zafferano, cipolla, mandorle tostate, dattero, salsa, olio, un po’ di senape; colora con vino cotto).

Ius in copadiis. Piper, ligusticum, petroselinum, cepullam, amygdala tosta, dactylum, mel, acetum, liquamen, defrutum, oleum (Brodo sui pezzetti di carne. Pepe, ligustico, prezzemolo, cipolla, mandorle tostate, dattero, miele, aceto, salsa, vino cotto, olio).

Ius in copadiis. Ova dura incidis, piper, cuminum, petroselinum, porrum coctum, myrtae baccas plusculum, mel, acetum, liquamen, oleum (Brodo sui pezzetti di carne. Sbatti uova sode, pepe, cumino, prezzemolo, porro cotto, bacche di mirto un po’ di più, miele, aceto, salsa, olio).

Che i copadia non sono altro che pezzetti di carne lo dimostra non solo il porcinis che accompagna la prima ricetta ma soprattutto quelle che seguono.

II, 5: Alicam purgas et cum liquamine intestine et albumine porri concisi minutatim simul elixas. Elixato tolles pinguedinem; concides et copadia pulpae; in se omnia commisces; teres piper, ligusticum, ova tria: haec omnia in mortario permisces cum nucleis et pipere integro. Liquamen suffundes, intestinum imples, elixas et subassas, vel elixum tantum appones (Pulisci la spelta e lessala in salsa di intestini e bianco di porro sminuzzato; taglia anche pezzetti di polpa, mescola tutto; pesta pepe, ligustico, tre uova: mescola tutto in un mortaio con noci e pepe intero. Versa la salsa, riempine un budello, lessa e arrostisci leggermente, oppure servilo dopo averlo soltanto lesso).

VIII, 6: Copadia haedina sive agnina pipere, liquamine coques; cum phaseolis farctariis liquamine, pipere, latere, cum imbracto buccellas panis oleo modico. Aliter haedinam sive agninam excaldatam. Mitte in caccabum copadia, cepam, coriandrum minutim succides. Teres piper, ligusticum, cuminum, liquamen, oleum, vinum. Coques, exinanies in patina, amylo obligas (Cuoci con pepe e salsa i pezzetti di carne di capretto o di agnello; con fagioli disfatti nel farro con salsa, pepe, laser cuoci bocconcini di pane in poco olio. Altrimenti prepara carne di capretto o di agnello riscaldata: metti in una pentola i pezzetti, sminuzza  cipolla e coriandolo. Trita pepe, ligustico, cumino, salsa, olio, vino. Cuoci, versa nel piatto e addensa con amido).

Sull’etimo di copàdia (plurale di copàdium), poi, le opinioni non sono concordi. C’è chi (Papia) a suo tempo (XI secolo) lo interpretò, sulla scorta di antichi glossari, come briciola di carne, collegandolo al verbo greco κόπτω (leggi copto)=spezzare, e chi (Forcellini) in tempi più recenti (XVIII secolo) lo ha considerato variante del citato cuppèdia= ghiottoneria. Per quanto possa valere la mia opinione io non escluderei un rapporto con la serie copa=ostessa, caupo o copo=oste, caupona=ostessa, osteria. In ogni caso i copàdia, come abbiamo visto, non sono nemmeno vagamente dei dolci ma mostrano un rapporto strettissimo e costante con la carne (da qui la traduzione con pezzetti di carne; colgo l’occasione per ricordare che pezzettu, chiara italianizzazione di pezzetto, è a Nardò una corta salsiccia, specialità tipica delle trattorie da tempo immemorabile), dunque tra copàdia e cupèta non ci può essere nessun rapporto di parentela.

Infatti le origini di questa delizia sono arabe, come mostra agevolmente cubaita, la variante siciliana, protagonista dell’inizio di questo post, della nostra cupeta. Cubàita, infatti, come oggi concordano gli etimologisti, non è altro che la trascrizione fedele dell’arabo qubbayt=mandorlato. E da cubaita il cubaydario attestato in un atto palermitano del 1287 (notaio De Citella, I, 127, 360).

Che cupeta fosse di origine araba, però, l’avevano già affermato ai loro tempi i Filopatridi nell’opera prima citata, da cui ho tratto il dettaglio che segue:

E per la par condicio faccio seguire alla carta napoletana una foto, un po’ più recente ma d’epoca, neretina.

Nardò, Piazza Salandra prima e dopo l’installazione della Fontana del Toro (1930) con la demolizione della bottega dei Cupitari.

Spero di aver bloccato, così, l’onda d’urto di quest’altra bomba di superficialità (fanno più danno di quelle di profondità autentiche …) per evitare che cibernauti troppo creduloni, improvvisatisi saggisti, trasformino in breve, grazie al copia-incolla, un’epidemia in pandemia. Ma, nel tempo che ho scritto queste righe, chissà quante altre micce sono state accese …

E, a proposito di fuoco, nonostante tutto questo, non è detto che un bel pezzo di cupeta tosta non scateni Cupido … e che alla famosa locuzione del tempo che fu vieni a vedere la mia collezione di farfalle? non si sostituisca Vieni a vedere la cupeta tosta che ho preparato apposta per te? … Evitare, comunque, di dire Vieni ad assaggiare il mio pezzetto? Non va bene, non tanto perché sarebbe una battuta … da osteria ma perché quel diminutivo sarebbe imbarazzante per lui, inquietante per lei …

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1 Un cuppediarum (genitivo plurale di cuppedia) non compare nell’opera di Varrone ma nelle parole di Gellio che in questo caso non possono neppure costituire tradizione indiretta in quanto chiaramente non citazione  (Noctes Atticae, VI, 16,1-6): M. Varro in satura, quam περὶ ἐδεσμάτων inscripsit, lepide admodum et scite factis uersibus cenarum ciborum exquisitas delicias comprehendit. Nam pleraque id genus, quae helluones isti terra et mari conquirunt, exposuit inclusitque in numeros senarios. Et ipsos quidem versus, cui otium erit, in libro, quo dixi, positos legat; genera autem nominaque edulium et domicilia ciborum omnibus aliis praestantia, quae profunda ingluvies vestigavit, quae Varro obprobrans exsecutus est, haec sunt ferme, quantum nobis memoriae est: pavus e Samo, Phrygia attagena, grues Melicae, haedus ex Ambracia, pelamys Chalcedonia, muraena Tartesia, aselli Pessinuntii, ostrea Tarenti, pectunculus [ …], helops Rhodius, scari Cilices, nuces Thasiae, palma Aegyptia, glans Hiberica. Hanc autem peragrantis gulae et in sucos inquirentis industriam atque has undiquevorsum indagines cuppediarum maiore detestatione dignas censebimus, si versus Euripidi recordemur, quibus …  (Marco Varrone nella satira che scrisse sui cibi parla in versi costruiti in modo simpaticissimo ed elegante delle squisite delizie dei cibi dei pranzi. Infatti espose e condensò in versi senari moltissime cose di questo tipo che questi ghiottoni cercano per terra e per mare. E chi ha tempo libero legga proprio questi versi posti nel libro che ho detto; i tipi poi e i nomi e i luoghi di origine dei cibi che si distinguono su tutti gli altri, che la profonda ingordigia investigò, che Varrone indagò condannando, sono press’a poco queste a mia memoria: il pavone da Samo, il francolino dalla Frigia, la gru da Melica, il capretto da Ambracia, il tonnetto dalla Calcedonia, la murena da Tartesso, gli aselli da Pessinunte, le ostriche da Taranto, il pettine [ …], lo storione da Rodi, gli scari dalla Cilicia, le noci da Taso, il dattero dall’Egitto, la ghianda dalla Spagna. Riterremo poi degne di maggiore riprovazione questa operosità della gola che ricerca e richiede i sapori e queste indagini di ghiottonerie da ogni parte, se ricordo i versi di Euripide con cui …).

Il cuppedo messo in campo nel terzultimo dei links costituenti la lista nera di oggi, dunque, non esiste in Varrone ma anche se, per assurdo, fosse ricorso , essendo della terza declinazione, avrebbe dovuto dare, da cuppèdine(m) non cupèta ma, tutt’al più, cuppètine.

2 Sull’episodio ecco il testo originale perché il lettore si renda conto dell’assurdità di certe affermazioni: IX, 6, 5-7: Quod ubi est Capuam nuntiatum, evicit miseratio iusta sociorum superbiam ingenitam Campanis. Confestim insignia sua consulibus, fasces lictoribus, arma, equos, vestimenta commeatus militibus benigne mittunt; et venientibus Capuam cunctus senatus populusque obviam egressus iustis omnibus hospitalibus privatisque et publicis fungitur officiis (Quando giunse a Capua la notizia [dell’umiliazione delle forche caudine], la giusta pietà degli alleati prevalse sulle superbia congenita ai campani. Subito generosamente mandano le loro insegne ai consoli, i fasci ai littori, armi, cavalli, vesti, vettovaglie per i soldati; e per quelli che giungono a Capua tutto il senato e il popolo venuti incontro assolvono ai doveri dell’ospitalità pubblici e privati). Commeatus (=vettovaglie) si è specializzato prodigiosamente nei links segnalati nella nostra cupèta.

3 Τοῦ δὲ ἀμύλου μνημονεύει Τηλεκλείδης ἐν Στερροῖς οὑτωσὶ λέγων·

 φιλῶ πλακοῦντα θερμόν, ἀχράδας οὐ φιλῶ,

χαίρω λαγῴοις ἐπ᾽ ἀμύλῳ καθημένοις.

Τούτων ἀκούσας ὁ Οὐλπιανὸς ἔφη:  Ἀλλ᾽ ἐπειδὴ καὶ κοπτήν τινα καλεῖτε, ὁρῶ δὲ ἑκάστῳ κειμένην ἐπὶ τῆς τραπέζης, λέγετε ἡμῖν, ὦ λίχνοι, τίς τοῦ ὀνόματος τούτου τῶν ἐνδόξων μνημονεύει. Καὶ ὁ Δημόκριτος ἔφη: Τὸ μὲν θαλάσσιον πράσον κοπτήν φησι καλεῖσθαι Διονύσιος ὁ Ἰτυκαῖος ἐν ἑβδόμῳ Γεωργικῶν. Τοῦ δὲ ἡμῖν παρακειμένου μελιπήκτου μέμνηται Κλέαρχος ὁ Σολεὺς ἐν τῷ περὶ Γρίφων οὑτωσὶ λέγων·

τρίπους, χύτρα, λυχνεῖον, ἀκταία, βάθρον,

σπόγγος, λέβης, σκαφεῖον, ὅλμος, λήκυθος,

σπυρίς, μάχαιρα, τρυβλίον, κρατήρ, ῥαφίς,

ἢ πάλιν ὄψων οὕτως·

ἔτνος, φακῆ, τάριχος, ἰχθύς, γογγυλίς,

σκόροδον, κρέας, θύννειον, ἅλμη, κρόμμυον,

σκόλυμος, ἐλαία, κάππαρις, βολβός, μύκης.

Ἐπί τε τῶν τραγημάτων ὁμοίως·

ἄμης, πλακοῦς, ἔντιλτος, ἴτριον, ῥόα,

ᾠόν, ἐρέβινθος, σησάμη, κοπτή, βότρυς,

ἰσχάς, ἄπιος, πέρσεια, μῆλ᾽, ἀμύγδαλα.

Ταῦτα μὲν ὁ Κλέαρχος· Ὁ δὲ φλυακογράφος Σώπατρος ἐν τῷ ἐπιγραφομένῳ Πύλαι δράματί φησιν·

τίς δ᾽ ἀναρίθμου μήκωνος εὗρε κοπτὰς

ἢ κνηκοπύρους ἡδονὰς τραγημάτων ἔμιξεν;

Ἀπέχεις, ὦ καλέ μου λογιστὰ Οὐλπιανέ, τὴν κοπτὴν ἧς συμβουλεύω σοι ἀπεσθίειν. Καὶ ὃς οὐδὲν μελλήσας ἀνελόμενος ἤσθιεν.

4 Dell’opera ci resta solo l’epitome di Paolo Diacono (VIII secolo d. C.).

5 Oenogarum, una salsa di pesce e vino, è dal greco οἴνος (leggi òinos)=vino e γάρον (leggi garon)=salsa di pesce.

6 Lamàscinu, il nome dialettale salentino della susina, è deformazione di damascènum. La ritrazione dell’accento può essere spiegata come fenomeno analogico rispetto al medioevale damàsticum.

 

La mèndula (il mandorlo/la mandorla) 3/3

2mandorle

di Armando Polito

IL MANDORLO E LA MANDORLA NEGLI AUTORI ANTICHI

Fino oggi non ho ricevuto nessuna di quelle osservazioni cui alludevo nel finale della prima parte, il che non significa che non abbia detto una o più fesserie. Per mantenere, però, la promessa di parlare delle mandorle amare sono costretto a ritornare al passato. Comincio dagli autori latini.

Plinio (I secolo d. C.) cita l’olio di mandorle come ottimo conservante: “Gli unguenti si conservano benissimo in contenitori di alabastro, i profumi nell’olio e la loro conservazione è tanto più lunga quanto l’olio è più grasso, come quello estratto dalle mandorle”1. La sofisticazione dei prodotti alimentari è di vecchia data se il naturalista latino ci informa di quarantotto specie di “olea ficticia”, cioè di olii adulterati, non d’oliva, tra cui “il mandorlino, che alcuni chiamano metopio2, viene estratto da mandorle amare secche e ridotte in pasta, poi bagnata e nuovamente pestata”3. Sulla precocità di fioritura: “Tra gli alberi che germogliano in inverno al sorgere della costellazione dell’Aquila, come dicemmo, il mandorlo fiorisce primo fra tutti nel mese di gennaio, a marzo matura il frutto”4. Ecco poi alcuni consigli per la coltivazione che egli attribuisce a Magone (scrittore cartaginese del II secolo a. C.): “(Magone) consiglia che i mandorli si piantino in terreno argilloso che guarda a mezzogiorno. (Dice che) gradiscono anche il terreno duro e caldo ma che nel grasso ed umido muoiono e diventano sterili. Vanno seminate quelle più curve e di albero giovane, macerate per tre giorni con letame stemperato in acqua o prima che siano seminate in acqua e miele. Bisogna inserirle nel terreno dalla parte della punta e che il margine del fianco guardi a tramontana. Vanno piantate tre per volta insieme come in triangolo alla distanza di un palmo l’una dall’altra, annaffiate ogni dieci giorni finché crescono”5; “Lo stesso Magone consiglia che i mandorli siano piantati dal tramontare di Arturo fino all’inverno”6. Dopo aver affermato, citando Varrone, che basta che la capra lecchi un ulivo per renderlo sterile così continua :”Certi alberi muoiono per quest’offesa, alcuni diventano peggiori, come i mandorli: infatti si trasformano da dolci in amari”7. Ma ecco la trasformazione inversa: “Il mandorlo da amaro diventa dolce se si scava alla base e, foratolo in basso tutto attorno, si asporta l’umore che ne esce”8; il buon Plinio però non ci dice se l’espediente funziona non solo su un albero nato amaro ma pure diventato tale, come prima aveva detto,  per un incontro ravvicinato con un animale”. E infine: “Una terza natura diversa da queste [noci propriamente dette e nocciole] è quella della mandorla che ha un guscio esterno più sottile ma simile a quello delle noci e lo stesso è per quello interno. Il nòcciolo è diverso per larghezza e di massa più resistente. Non si sa se quest’albero fosse in Italia al tempo di Catone, perché egli nomina le greche che alcuni annoverano tra le noci. Inoltre nomina le avellane, le galbe, le prenestine, che loda al massimo e dice che sotterrandole in pentole si mantengono verdi. Ora sono esaltate le tasie e le albensi e due sono i tipi delle tarentine: uno dal guscio fragile, l’altro duro, le quali sono anche molto grandi e minimamente rotonde. Inoltre (ci sono) le mollusche che rompono il guscio”.

fiori-di-mandorlo

Non dissimilmente il contemporaneo Columella: ”Semina la noce greca10 intorno al primo febbraio poiché germoglia per prima; vuole terreno duro, caldo, secco. Infatti, se sotterrerai il seme in terreni differenti da questo, per lo più marcirà. Prima di seminarla falla macerare in acqua e miele non troppo dolce, così quando crescerà, darà un frutto di sapore più gradevole e intanto frondeggerà meglio e più velocemente. Metti tre mandorle in triangolo in modo che ciascuna sia distante dall’altra almeno un palmo e rivolta obliquamente a Favonio11. Ogni mandorla getta poi una radice e spunta con un solo stelo; la radice, quando giunge al fondo della buca, costretta dalla durezza della terra, si curva ed emette altre radici a mò di rami. Potrai rendere la noce greca e l’avellana12 tarentine13 in questo modo: nella buca in cui hai deciso di seminarle metti terra minuta per un’altezza di mezzo piede e spargi ivi seme di ferula14. Quando la ferula sarà nata, spaccala e nel suo midollo metti la noce greca o l’avellana senza guscio e copri di terra. Fallo prima del 1 marzo o anche tra il 7 e il 15 di marzo.15

mandorle del Salento
mandorle del Salento

Preziosa, per capire anche qualche nome usato dagli autori appena riportati e da altri, è la testimonianza di Macrobio (V secolo d. C.), Saturnalia, II, 14: “La noce greca è quella che è chiamata pure amigdala, ma la medesima noce è chiamata anche tasia. Lo attesta Cloazio16 nei quattro libri della sistematica dei Greci quando così dice: noce greca amigdala. Atta17 poi in una preghiera dice: aggiungi noce greca e miele quanto piace. La noce mollusca18, sebbene il rigore invernale ce la neghi, tuttavia, siccome parliamo delle noci, non trascuriamola: Plauto (III-II secolo a. C.) ne Lo stivaletto19 così la ricorda: Disse di che la noce mollusca pendeva sopra le sue tegole. Ecco, Plauto la nomina certamente, ma che quale sia la noce mollusca non lo dice. È invece quella che volgarmente è chiamata persica ed è detta noce mollusca poiché è più molle di tutte le altre noci. Di ciò è idoneo assertore Suevio20, uomo più che dotto, nell’idillio in cui viene descritto il moreto21: infatti, quando parla dell’ortolano che prepara il moreto tra gli altri ingredienti che vi mette dice che viene messo anche questo frutto, con queste parole: “Acca, unisci ora al basilico in parte questo, in parte pesche: vien tramandato questo nome perché coloro che un tempo sostennero feroci combattimenti nella guerra contro i Persiani con il potente re di nome Alessandro Magno dopo il loro ritorno importarono nei detti territori greci questo tipo di albero offrendo agli uomini nuovi frutti. Questa noce è la mollusca, perché qualcuno per caso non sbagli.

Si chiama noce terentina quella che è così molle che si spezza appena toccata. Su di essa nel libro di Favorino si trova questo: E parimenti alcuni chiamano tarentine le pecore o le noci che sono terentine dal terreno che nella lingua dei Sabini significa molle, per cui Varrone nel primo libro a Libone ritiene che si chiamino pure Terentini, errore in cui può sembrare di cadere anche Orazio quando dice: e la molle Taranto”22.

Su due punti della testimonianza di Macrobio mi soffermerò perché non mi convince l’identificazione della noce mollusca (nux mollusca) con la pesca (nux persica), peraltro condotta sulla scorta di due citazioni. Plauto, come riconosce lo stesso Macrobio, non ci descrive la nux mollusca (che, come abbiamo visto, in Plinio è inequivocabilmente un tipo di mandorla) ma il dettaglio dell’albero che copre le tegole, cioè il tetto, si adatta più ad un mandorlo che ad un pesco. Ma Macrobio è convinto del contrario e fa intervenire a supporto Suevio che in effetti ritiene sinonimi nux persica e nux mollusca. Ma la pesca non rientra in nessun’altra ricetta pervenutaci del moretum, come ho ampiamente dimostrato nel post indicato in nota 21; e poi, quando c’è discrepanza tra le fonti, bisogna dar più credito a quelle antiche, soprattutto quando sono dirette e non frutto di citazione da parte di altri autori.

mandorlo2

Sulla molle Taranto gli amici tarentini possono gioire o rattristarsi, a seconda dei punti di vista. La mollezza implica da un lato l’idea di effeminatezza, dall’altra quella di un edonismo spinto in cui il molle, riferito ad un dettaglio anatomico, è incompatibile. Ora veniamo a sapere da Macrobio che cita Favorino (autore del I-II secolo d. C. del quale ci sono rimasti solo pochi frammenti e quasi per intero il discorso Sull’esilio) che sarebbe tutta colpa di una e, quella che fa la differenza tra la salentina Taranto e Terento, luogo del Campo Marzio dove si celebravano i giochi secolari; intercambiando –a– con –e– si finisce per confondere l’eroe Taras (mitico fondatore della città) con la radice del verbo tèrere (da cui Terèntum)=logorare, consumare, frantumare (concetto che, inteso passivamente, può andar benissimo per una terra ma non per un eroe.

I più ampi riferimenti alle proprietà medicinali della mandorla, soprattutto di quella amara, si trovano in Celso (I secolo d. C.); ne riporto i più significativi.  De Medicina, III, 10, 1: “Se c’è dolore di testa è necessario mescolare l’olio rosato con l’aceto e fare l’applicazione; poi avere due pezze di dimensioni tali da coprire in larghezza e lunghezza la fronte, immergerle a turno nell’aceto e nell’olio rosato e applicarle sulla fronte: si possono utilizzare allo stesso modo lana appena tosata. Se l’aceto dà fastidio va usato solo l’olio rosato, se non si tollera neppure questo bisogna usare olio appena estratto. Se nessuno di questi mezzi è efficace si possono pestare o iris secca o mandorle amare o qualsiasi erba rinfrescante …”; (contro l’idropisia) “Sembrano essere efficaci l’iris, il nardo, il croco, il cinnamomo, la casia, la mirra, il balsamo, il galbano, il ladano, l’enante, la panacea, il cardamomo, l’ebano, il seme del cipresso, l’uva taminia che i Greci chiamano stafisagria, l’abrotono, le foglie di rosa, il calamo aromatico, le mandorle amare …”; (contro le suppurazioni interne) “Anzitutto va mangiato col miele del cibo come pinoli o mandorle o nocciole…”; (contro le ulcere della bocca) “Mandorle pestate con tragacanto e mescolate con passito …”;  (contro la tosse) “Bevanda di menta, mandorle ed amido; assumere all’inizio pane raffermo, poi un cibo leggero …”; (nei disturbi articolari) “Ma se c’è gonfiore va trattato con acqua tiepida nella quale sia stato bollito lentisco o altra pianta astringente, poi dev’essere applicato un medicamento fatto di noci amare pestate con aceto …”; (come emolliente): “Per rammollire ciò che si è addensato in qualche parte del corpo hanno grande efficacia … le mandorle amare”; VI, 11. “Le mandorle amare sono emollienti”; (contro l’estendersi di infezioni purulente) “…le mandorle amare con un terzo di e con aggiunta di un po’ di croco …”; (contro gli arrossamenti della pelle dei bambini): “In particolare contro quegli arrossamenti che colpiscono gli infanti si mescoli otto scrupoli della pietra chiamata pirite con cinquanta mandorle amare e si aggiungno tre bicchieri di olio. Ma prima che questo medicamento sia spalmato  gli arrossamenti debbono essere trattati con biacca”; VI, 5: (contro lentiggini ed efelidi e esiti di cicatrici): “Per tutto ciò e pure per colorare le cicatrici è efficace quel preparato la cui invenzione si attribuisce a Trifone. In essa pari sono le percentuali di essenza di mirobalano, di creta celestina del Cimolo, di noci amare, di farina di orzo e di ervo, di saponaria bianca, di seme di sertula campana. Tutti questi componenti pestati vanno mescolati con miele quanto più possibile amaro e il preparato va spalmato il pomeriggio e tolto lavandosi  al mattino successivo”; VI, 7, 1d-e: (contro tutte le malattie dell’orecchio): “… la rosa  e il succo delle radici della canna e l’olio in cui siano stati cotti dei lombrici e il succo estratto dalle noci amare o dal nocciolo della pesca” (e in particolare per calmare l’infiammazione o il dolore): “ …si pesti l’amaro della fava egiziana e si aggiunga olio di rosa; alcuni vi aggiungono un po’ di  latte di papavero o incenso con latte di donna o il succo di mandorle amare con olio di rosa” 23.

mandorlo

Passo ai greci.

Dioscoride (I secolo d. C.): “La radice del mandorlo amaro tritata e bollita schiarisce le efelidi sul viso e lo stesso effetto hanno le mandorle applicate come cataplasma. Applicate stimolano i mestrui e spalmate sul volto aiutano contro i dolori di testa o sulle tempie con aceto o olio di rose e con vino contro le pustole che compaiono di notte, con miele contro le piaghe infette, il fuoco di Sant’Antonio  e il morso di cane. Mangiate sono analgesiche, emollienti dell’intestino, diuretiche e assunte con amido sono efficaci contro l’amottisi, bevute con acqua o come elettuario con resina di terebinto giovano a chi soffre di reni e di polmoni, con zucchero a chi soffre di anuria, di calcolosi, di fegato, di tosse e di colite, con miele e latte come elettuario nella quantità di una nocciola. Le mandorle amare in numero di cinque o sei sono efficaci contro l’ubriachezza. Assunte con un altro cibo ammazzano pure le volpi. La gomma del mandorlo amaro è astringente, riscalda e bevuta è efficace nell’emottisi, spalmata con aceto cancella le piaghe superficiali, bevuta col vino puro è efficace contro la tosse cronica, con zucchero giova a chi soffre di calcolosi. La mandorla dolce e commestibile è meno efficace di quella amara, anche se pure essa è analgesica e diuretica; mangiata poi verde con la pelle assorbe l’eccesso di umori dello stomaco”24.

Plutarco (I-II secolo d. C.): “Tra coloro che vissero con Druso, figlio dell’imperatore Tiberio, si scoprì che un medico, il quale nel bere superava tutti, prendeva ogni volta cinque o sei mandorle amare per non ubriacarsi. Quando gli fu vietato di farlo e fu posto sotto controllo, con poco vino si ubriacò. Alcuni ritenevano che quelle mandorle avessero la proprietà di mordere e rodere la carne, sì da cancellare le efelidi sul volto e che assunte prima di bere con la loro amarezza pungono e mordono tutti i passaggi e  perciò traggono dalla testa l’umore evaporato. A noi piuttosto sembrò che la forza dell’amarezza fosse atta a disseccare e a consumare gli umori; perciò l’amarezza per il gusto è il più gradevole dei sapori. Infatti l’amarezza restringe contro natura le vene della lingua che sono, come dice Platone, molli e poco compatte, mentre gli umori vengono consumati. E le ferite si restringono con medicamenti amari, come dice il poeta: Applicò una radice amara calmante che gli fece passare tutti i dolori, rimarginò la ferita e l’emorragia cessò. Correttamente disse che ciò che è amaro al gusto ha proprietà astringenti. Sembra che anche la cipria delle donne, con cui ostacolano il sudore, sia aspra al gusto e astringente per la forza dell’amarezza che inasprisce. Così dunque, dicevo, stando le cose, è naturale che l’amarezza delle mandorle sia un rimedio contro il vino puro poiché inaridisce le parti interne del corpo e non consente che si riempiano le vene dalla cui dilatazione e turbamento dicono che derivi l’ubriachezza. Ne è grande prova quello che succede alle volpi: se mangiano mandorle amare e non bevono subito muoiono essendosi consumato tutto l’umore” 25.

Il nostro viaggio nel mondo della mandorla termina da dove era partito, cioè dal dialetto neretino in cui il nesso pasta ti mèndule non indica solo la prelibatezza dolciaria che tutti conoscono ma anche metaforicamente una persona dal carattere generoso, dolce e remissivo, una specie in via di estinzione, proprio come il cazzamèndule (schiacciamandorle) della mia infanzia (nome italiano frosone o frosone, nome scientifico Coccothraustes coccothraustes).

Immagine tratta da http://www.migratoria.it/public/uploadswp/editor/image/hawfinch-3086.jpg
Immagine tratta da http://www.migratoria.it/public/uploadswp/editor/image/hawfinch-3086.jpg

 

E questa volta la nota etimologica che segue chiudendo il post ha il solo scopo di celare la tristezza, che credo condivideranno quelli della mia generazione, non tanto per il tempo trascorso quanto per i danni che abbiamo fatto e le occasioni che abbiamo sprecato: frosone è dal latino tardo frisiòne(m) che si incontra in Medicinae Plinianae libri quinque26, opera attribuita a Plinio Valeriano, medico vissuto probabilmente nel  IV secolo d. C.

Variante medioevale è il frixones (plurale) che s’incontra in De Gestis Henrici VII di Albertino Mussato (XIII secolo): Avium quoque genus ignotum per Longobardorum agros visum, deprehensumque, plumae cineritiae, cum rubris maculis, et crista in vertice, magnitudinis harum, quas Frixones Patavini vocant (Fu visto e catturato nelle campagne lombarde anche un genere sconosciuto di uccelli con le piume color cenere, macchie rosse e cresta sul capo, della grandezza di quelli che i padovani chiamano frosoni). Se si vuole scavare nell’etimo il discorso diventa molto complicato perché le voci latine appena ricordate potrebbero collegarsi al classico fresus, participio passato di frèndere=frangere, macinare, ma pure a frìgere=frignare (con riferimento al verso?) e, infine a Prygius=della Frigia (con riferimento al luogo di origine?). Ciò che è certo è che tanto il nome dialettale quanto quello scientifico (coccothraustes è dal greco κόκκος=granello, chicco+θράυω=spezzare) hanno privilegiato la prima ipotesi.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/17/la-mendula-il-mandorlola-mandorla13/ 

Per la seconda:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/19/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-23/

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1 Naturalis historia,  XIII, 3: Unguenta optime servantur in alabastris, odores in oleo, quod diuturnitati eorum tanto utilius est, quanto pinguius, ut ex amygdalis.

2 A testimonianza che anche allora cose non totalmente identiche  potevano avere lo stesso nome debbo dire che il metopio era stato citato prima (XII, 49) in riferimento ad un albero e alla sua linfa: Ergo Aethiopiae subiecta Africa hammoniaci lacrymam stillat in arenis suis, inde nomine etiam Hammonis oraculo, iuxta quod gignitur arbor: quam metopion vocant, resinae modo aut gummi. Genera eius duo: thrauston, masculi thuris similitudine, quod maxime probatur, alterum pingue et resinosum, quod phyrama appellant. Adulteratur arenis, velut nascendo adprehensis. Igitur quam minimis glebis probatur, et quam purissimis. Pretium optimi in libras, asse XL (Dunque la parte di Africa sottostante l’Etiopia stilla nelle sue sabbie la lacrima dell’ammoniaco, da cui anche il nome per l’oracolo di Ammone vicino al quale nasce l’albero che chiamano metopio, a mo’ di resina o gomma. Ce ne sono due tipi: il trausto, simile all’incenso maschio e questo è molto apprezzato; l’altro, grasso e resinoso, che chiamano firama. Si falsifica con la sabbia come se l’inglobasse alla nascita; perciò quanto più le lacrime sono piccole e pure tanto più sono apprezzate. Quaranta assi la libbra è il prezzo del migliore).

3 Op. cit., XV, 7: Amygdalinum, quod aliqui metopium vocant, ex amaris nucibus arefactis et in offam contusis, adspersis aqua iterumque tusis exprimitur.

Op. cit., XVI, 42: Ex his quae hieme Aquila exoriente (ut diximus) concipiunt, floret prima omnium amygdala mense Ianuario, Martio vero pomum maturat”. A tal proposito ricordo i due proverbi salentini: Mendule ti scinnaru: non ‘ndi minti intra ‘llu panaru (Se il mandorlo fiorisce in gennaio nel paniere non metterai frutto; chiaro riferimento al nefasto effetto di pioggia, vento e gelate) e Ti santa Marina la mendula ete china [Di san Marina (17 luglio) la mandorla è piena (cioè la parte interna non è più mucillaginosa); evidentemente il maturat pliniano è da intendersi riferito allo sviluppo completo del guscio].

5 Op. cit., XVII, 11: Gaudere et dura, calidaque terra, in pingui aut humida mori ac steriliscere. Serendas quam maxime falcatas et e novella, fimoque diluto maceratas per triduum, aut pridie quam serantur aqua mulsa. Mucrone degifi, aciem lateris in aquilonem spectare, ternas simul serendas triangula ratione, palmo inter se distantes. Denis diebus adaquari, donec grandescant.

6 Op. cit., XVII, 30: Mago idem amygdalas ab occasu Arcturi ad brumam seri iubet.

7 Op. cit., XVII, 37: Quaedam hac iniuria moriuntur, aliqua deteriora tantum fiunt, ut amygdalae: ex dulcibus enim transfigurantur in amaras.

8 Op. cit., XVII, 43: Amygdalae ex amaris dulces fiunt si, circumfosso stipites et ab ima parte circumforato, defluens pituita abstergeatur.

9 Op. cit., XV, 24: Tertia ab his natura amygdalis, tenuiore sed simili iuglandium summo operimento, item secundo putaminis. Nucleus dissimilis latitudine et acriore callo. Haec arbor an fuerit in Italia Catonis aetate dubitatur, quoniam Graecas nominat, quas quidam et in iunglandium genere servant. Adiicit praeterea avellanas, et albas, Praenestinas quas maxime laudat et conditas ollis in terra servari virides tradit. Nunc Thasiae et Albenses celebrantur, et Tarentinarum duo genera: fragili putamine ac duro, quae sunt et amplissimae et minime rotundae. Praeterea molluscae putamen rumpentes.

10 Così aveva già chiamato il mandorlo Catone (III-II secolo a. C.), De agri cultura, 8,  a testimonianza della sua introduzione dalla Grecia.

11 Da favère=favorire; Altrimenti detto Zefiro, vento di ponente che in primavera col suo tepore favorisce lo schiudersi delle gemme.

12 Il nocciòlo.

13 Col frutto dal guscio tenero, se dobbiamo credere a Macrobio (V secolo d. C.), Saturnalia, III, 18: Tarentina nux dicitur quae ita mollis est ut vix attrectata frangatur (Si chiama noce tarentina quella che è così molle che appena toccata si spezza).

14 Specie di canna, simbolo dell’autorità sacerdotale ma usata pure, insieme con la verga, dai maestri romani per tenere a bada gli allievi. Ma, dico io, è possibile che il potere da sempre abbia potuto e saputo imporsi (e continui a farlo in forme più sofisticate …) quello religioso con la paura della morte e quello laico con la violenza fisica?

15 De re rustica, V, 10: Nucem Graecam serito circa Calendas Februarias quia prima gemmascit; agrum durum, caluidum, siccum desiderat. Nam in locis diversis nucem si deposueris, plerumque putrescit. Antequam nucem deponas, in aqua mulsa, nec nimis dulci macerato; ita iucundioris saporis fructum, quum adoleverit, praebebit et interim melius atque celerius frondebit. Ternas nuces in trigonum statuito, ut nux a nuce minime palmo absit, et anceps ad Favonium spectet. Omnis autem nux unam radicem mittit et simplici stilo prorepit: quum ad acrobis solum radix pervenit duritia humi coercita recurvatur et ex se in modum ramorum alias radices emittit. Nucem Graecam et Avellanam Tarentinam facere hoc modo poteris. In quo scrobe destinaveris nuces serere, in eo terram minutam pro modo semipedisponito, ibique semen ferulae repangito. Quum ferula fuerit enata, eam findito et in medulla eius sine putamine nucem Graecam aut Avellanam abscondito et ita adobruito. Hoc ante Calendas Martias facito vel etiam inter Nonas et Idus Martias.

16 Se non l’avesse citato Macrobio ne avremmo ignorato anche l’esistenza.

17 Commediografo del I secolo a. C.; di lui ci restano dodici titoli e pochissimi frammenti.

18 Quest’aggettivo, che in traduzione ho conservato sempre tal quale,  compare solo unito a nux e l’unica attestazione che ne abbiamo prima di Macrobio è, come abbiamo visto, in Plinio (vedi nota 9), dove inequivocabilmente la nux mollusca è compresa tra le mandorle. Audace e infondato pensare che da mollusca (che è chiaramente da mollis=molle) derivi il neretino mèndula muddhese=mandorla dal guscio molle, in contrapposizione a mèndula tosta=mandorla dal guscio duro? Il tutto con buona pace di Macrobio e delle conclusioni che trarrà poco dopo d’un colpo dalla sua citazione plautina, quando l’albero in questione poteva benissimo essere un mandorlo che produce frutti dal guscio tenero.

19 Di questa commedia ci è rimasto solo questo frammento citato da Macrobio.

20 Vale quanto detto per Cloazio nella nota 16.   

21 Sul moretum:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/12/il-moretum-salsa-per-tartine-di-duemila-anni-fa-antenato-del-pesto-genovese/

22 Nux Graeca haec est, quae et amygdale dicitur. Sed et Thasia eadem nux vocatur. Testis est Cloatius in ordinatorum Graecorum libris quattuor cum sic ait: Nux Graeca amygdale. Atta vero in supplicatioe -Nucem Graecam -ait- favumque adde quantum libet. Nucem molluscam, licet hiemis nobis tempus invideat, tamen quia de nucibus loquimur indictam non relinquamus. Plautus in Calceolo sic eius meminit: Molluscam nucem super eius dixit impendere tegulas. Ecce Plautus nominat quidem, sed quid sit nux Mollusca non exprimit. Est autem persicum quod vulgo vocatur et Mollusca nux dicitur, scilicet quod ceteris omnibus nucibus mollior sit. Huius rei idoneus assertor est Suevius vir longe doctissimus, in idyllio quod inscribitur moretum. Nam, cum loquitur de hortulano faciente moretum, inter cetera quae eo mittit et hoc pomum mitti ait his verbis:Admisce tu Acca basilicis haec nunc partim,/partim Persica: quod nomen sic denique fertur/propterea quod qui quondam cum rege potenti/nomine Alexandro Magno fera proelia bello/in Persas retulere, suo post inde reventu/hoc genus arboris in praelatis finibus Graiis/differuere, novos fructus mortalibus dantes./ Mollusca haec nux est, ne quis forte inscius erret.

Nux Terentina dicitur quae ita mollis est, ut vix attrectata frangatur. De qua in libro Favorini sic reperitur: Itemque quidam Tarentinas oves vel nuces dicunt quae sunt Terentinae a terreno, quod est Sabinorum lingua molle, unde Terentinos quoque dictos putat Varro ad Libonem primo, quam in culpam etiam Horatius potest videri incidere qui ait: et molle Tarentum.

23 De Medicina, III, 10, 1: Si capitis dolores sint, rosam cum aceto miscere oportet et in id ingerere; deinde habere duo pittacia, quae frontis latitudinem longitudinemque aequent, ex his invicem alterum in aceto et rosa habere, alterum in fronte; aut intinctam isdem lanam sucidam inponere. Si acetum offendit, pura rosa utendum est; si rosa ipsa laedit, oleo acerbo. Si ista parum iuvant, teri potest vel iris arida vel nuces amarae vel quaelibet herba ex refrigerantibus; III, 21, 7: Videntur autem hanc facultatem habere iris, nardum, crocum, cinnamomum, casia, murra, balsamum, galbanum, ladanum, oenanthe, panaces, cardamomum, hebenus, cupressi semen, uva taminia quam σταφίδα ἀγρίαν Graeci nominant, habrotonum, rosae folia, acorum, amarae nuces; III, 27, 4a: Primoque cum melle quaedam edenda, ut nuclei pinei vel Graecae nuces vel Abellanae; IV, 9, 2: “Nuces Graecae cum tragacanto contritae et cum passo mixtae …; IV, 10, 2: Potio ex menta nucibusque Graecis et amylo; primoque adsumptus panis aridus, deinde aliquis cibus lenis…; IV, 31, 7: At si tumor est, foveri quidem debet aqua egelida, in qua lentiscus aliave verbena ex reprimentibus decocta sit, induci vero medicamentum ex nucibus amaris cum aceto tritis …; VI, 11: Ad discutienda vero ea, quae in corporis parte aliqua coierunt, maxime possunt …amarae nuces …: VI, 15: Molliunt … amarae nuces …; VI, 22, 2a: … amarae nuces cum alio, sic ut huius pars tertia sit, paulumque his croci adiciatur…; VI, 28, 15e: Proprie ad eas pusulas, quae infantes male habent, lapidis, quem pyriten vocant, P. scripul. VIII cum quinquaginta amaris nucibus miscetur, adiciunturque olei cyathi tres. Sed prius ungui ex cerussa pusulae debent, tum hoc inlini…; VI, 5: Ad omnia ista vero atque etiam ad colorandas cicatrices potest ea compositio, quae ad Tryphonem patrem auctorem refertur. In ea pares portiones sunt myrobalani magmatis, cretae Cimoliae subcaeruleae, nucum amararum, farinae hordei atque ervi, struthi albi, sertulae Campanae seminis. Quae omnia contrita melle quam amarissimo coguntur, inlitumque id vespere mane eluitur; VI, 7, 1d-e: Et haec quidem communia sunt medicamenta: verum est et rosa et radicum harundinis sucus, et oleum, in quo lumbrici cocti sunt, et umor ex amaris nucibus aut ex nucleo mali Persici expressus….quod amarum in Aegyptia faba est, conteritur rosa adiecta; quibus murrae quoque paulum a quibusdam miscetur vel papaveris lacrimae aut tus cum muliebri lacte vel amararum nucum cum rosa sucus …

24  De materia medica, I, 139: Ἀμυγδαλέας πικράς ἡ ῥίζα ἀφεψηθεῖσα λεία ἐφήλεις τὰς ἐν προσώπῳ ἀποκαθαίρει· καὶ αὐτὰ δἐ τὰ ἀμύγδαλα καταπλασθέντα τὰ αὐτὰ ποιεῖ· προστιθέμενα δἐ  ἄγει καταμήνια καὶ κεφαλαλγίας βοηθεῖ καταπλασθέντα μετώπῳ ἢ κροτάφοις μετ’ὄξους ἢ ῥοδίνου, καὶ πρὸς ἐπινυκτίδας σὺν οἴνῳ· πρὸς δὲ σηπεδόνας καὶ ἔρπητας καὶ κυνόδηκτα σὺν μέλιτι. Ἐσθιόμενα δέ ἐστιν ἀνώδυνα, κοιλίας μαλακτικὰ, ὑπνοτικὰ, οὐρητικὰ, καὶ πρὸς αἵματος ἀναγωγὴν μετὰ ἀμύλου λαμβανόμενα· πρὸς δἐ νεφριτικοὺς καὶ περιπνευμονικοὺς σὺν ὕδατι πινόμενα ἢ ἐκλειχόμενα σὺν ῥετίνῃ τερεβινθίνῃ· δυσουριῶσι δἐ καὶ λιθιῶσι σὺν γλυκεῖ βοηθεῖ, καὶ ἡπατικοῖς καὶ βηξῖ καὶ κώλου ἐμπνευματώσεσι, σὺν μέλιτι καὶ γάλακτι ἐκλειχόμενα καρύου ποντικοῦ τὸ μέγεθος. Ἔστι δὲ ἀμέθυσα προλαμβανόμενα ὅσον ε’ ἢ ζ’. Κτείνει δὲ καὶ ἀλώπεκας, βρωθέντα σύν τινι. Τὸ δὲ κόμμι αὐτῆς στύφει καὶ θερμαίνει καὶ βοηθεῖ πρὸς αἵματος ἀναγωγὴν πινόμενον· σὺν ὄξει δὲ ἐπιχριόμενον λειχῆνας ἐπιπολαίους αἴρει· ἰᾶται καὶ βῆχα χρονίαν μετ’ἀκράτου ποθέν· λιθιῶντας δὲ ὠφελεῖ σὺν γλυκεῖ πινόμενον. Ἡ δὲ γλυκεῖα καὶ ἐλώδιμος ἀμυγδάλη καταπολὺ ἥσσων ἐστὶν ὡς πρὸς ἐνεργείαν τῆς πικρὰς· καὶ αὐτὴ δὲ λεπτυντικὴ, οὐρητική· βρωθέντα δὲ σὺν τῷ λέπει τὰ ἀμύγδαλα χλωρὰ στωμάχου πλάδον ἀποκαθίστησι.

25 Quaestiones conviviales, I, 6, 4: Τῶν  δὲ Δρούσῳ, τῷ Τιβερίου υἱῷ, συμβιούντων ὁ πάντας ἐν τῷ πίνειν προτρεπόμενος ίατρὸς ἑάλω τῶν πικρῶν ἀμυγδάλων πέντε ἢ  ἑξ ἑκάστοτε προλαμβάνων, ἕνεκα τοῦ μὴ μεθύσκεσθαι· κωλυθεὶς δὲ καὶ παραφυλαχθεὶς οὐδ’ἐπὶ μικρὸν ἀντέσχεν. Ἔνιοι μὲν οὖν ᾤοντο, τὰϛ ἀμυγδαλίδας δητικόν τι καὶ ῥυπτικὸν ἔχειν τῆς σαρκὸϛ, ὥστε καὶ τῶν προσώπων τὰϛ ἐφηλίδας ἐξαιρεῖν· ὅταν οὖν προληφθῶσι, τῇ πικρότητι τοὺς πόρους ἀμύσσειν, καὶ δηγμὸν ἐμποιεῖν, ὑφ’οὗ τὸ ὑγρὸν κατασπῶσιν ἀπὸ τῆς κεφαλῆς διατριζόμενον. Ἡμῖν δὲ μᾶλλον ἡ τῆς πικρότητος ἐδόκει δύναμις ἀναξηραντικὴ καὶ δάπανος ὑγρῶν εἶναι· διὸ τῇ γεύσει πάντων ἐστὶ τῶν χυλῶν ό πικρὸς ἀηδέστατος. Τὰ γὰρ φλεβία τῆς γλώττης, ὡς ὁ Πλάτων φησὶ, μαλακὰ ὄντα, συντείνει παρὰ φύσιν ἡ τῆς ξηρότητος [φύσις], ἐκτηκομένων τῶν ύγρῶν. Καὶ τὰ ἕλκη τοῖς πικροῖς ὰπισχναίνουσι φαρμάκοις, ὡς ὁ ποιητής φησιν· Ἐπὶ δὲ ῥίζαν βάλε πικρὴν/χερσὶ διατρίψας ὀδυνήφατον, ἥ οἱ [ἀπάσας/ἐσχ’ὀδύνας· τὸ μὲν ἕλκος ἐτέρσετο,] παύσατο δ’αἷμα. Τὸ γὰρ τᾒ γεύσει πικρὸν τῇ δυνάμει ξηραντικὸν ὀρθῶς προσεγόρευσε. Φαίνεται δὲ καὶ τὰ διαπάσματα τῶν γυναικῶν, οἷς ἀναρπάζουσι τοὺς ἱδρῶτας, πικρὰ τῇ φύσει καὶ στυπτικὰ ὄντα σφοδρότητι τοῦ στρυφνοῦντος πικροῦ. Оὕτωϛ οὖν, ἔφην, τούτων ἐχόντων, εἰκὀτως ἡ τῶν ὰμυγδάλων πικρότης βοηθεῖ πρὸς τὸν ἄκρατον, ὰναξηραίνουσα τοῦ σώματος τὰ ἐντὸς, καὶ οὐκ ἐῶσα πἱμπλασθαι τὰς φλέβας ὧν διατάσει φασὶ καὶ ταραχῇ συμβαίνει τὸ μεθύειν. Τεκμήριον δὲ τοῦ λόγου μέγα τὸ συμβαῖνον περὶ τὰς ἀλώπεκας· ἂν γὰρ ὰμυγδάλας πικρὰς φαγοῡσαι [μὴ] επιπίωσιν, [ἀποθνήσκουσι] τῶν ὑγρῶν ὰθρό[ως ἐκλει]πόντων.

26 V, 42: lac vaccinum atque caprinum, frisionem, columbam, porrum crudum …

 

La mèndula (il mandorlo/la mandorla) 2/3

di Armando Polito

Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery
Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery

Mantengo fede all’appuntamento che insieme con Filli vi avevo fissato alla fine della prima parte. Proprio la Filli del Sannazzaro, infatti, mi dà l’occasione di passare a qualcosa, mi auguro, di più accattivante per chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Fillide  ( forma più corretta del poetico Filli) è una figura etimologica rientrante nel novero di quelle vittime d’amore umano o divino che a compensazione della loro sfortuna furono mutate in un albero (tra gli esempi più famosi: Dafne, oggetto del desiderio di Apollo, mutata in alloro e Calamo mutato in canna dopo la morte di Carpo). La nostra Fillide sarebbe stata mutata in mandorlo. Ciò che segue vuole spiegare quel sarebbe e lo farò riportando le testimonianze antiche sul mito in ordine cronologico.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), il poeta dell’amore, scrisse, com’è noto, anche Heroides, una raccolta di lettere che egli immagina inviate da eroine  ai loro compagni lontani: la seconda lettera è proprio quella che idealmente Fillide invia a Demofonte. Non la riporto perché essa non aggiunge alcun dettaglio al mito. Lo stesso poeta dedicò, però, alla sfortunata fanciulla i versi 55-56 e 590-609 del Remedia amoris: ”Fillide se avesse seguito i miei insegnamenti sarebbe vissuta e avrebbe percorso un numero maggiore di volte quella via che battè nove volte …  Che cosa se non le oscure selve uccisero Fillide? Certa fu la causa della morte: rimase da sola. Andava, come la turba barbara suole andare con i capelli sciolti celebrando le feste triennali a Bacco trace, e ora quanto poteva scrutava sul mare lontano, ora stanca giaceva sul suolo sabbioso. – Perfido Demofonte! – gridava alle sorde onde e le sue parole erano rotte dal singhiozzo. Vi era un sentiero piuttosto oscuro per la lunga ombra attraverso il quale essa mosse il suo piede verso il mare. Era la nona volta che compiva quel percorso: – Guarda!- dice e divenuta pallida guarda la sua cintura e i rami; indugia e cerca di evitare ciò che osa e teme e porta le dita al collo. O donna di Tracia, allora sicuramente avrei voluto che tu non fossi stata sola: la selva non avrebbe pianto con le chiome abbassate Fillide. Tu uomo offeso dalla tua donna, tu donna offesa dal tuo uomo, temete, sull’esempio di Fillide, i luoghi troppo nascosti!”1 Fillide è ricordata pure nell’Ars amatoria: “Cerca perché un solo percorso è chiamato nove vie e sappi che le selve con le chiome dimesse piansero Fillide”2.

Le immagini che seguono aventi come soggetto il mito di Fillide sono custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio

 

Plinio (I secolo d. C.): “Cremuzio scrive che mai verdeggia l’albero a cui s’impiccò Fillide”.3

Pseudo Apollodoro4 (I secolo d. C.): “Demofonte approda con poche navi presso i Traci Bisalti e la figlia del re innamoratasi di lui con in dote il regno gli viene concessa in moglie dal padre. Egli desiderando recarsi in patria, dopo molte preghiere avendo promesso di tornare, parte; e Fillide lo accompagna fino al posto chiamato nove strade e gli dà una cesta dicendo che vi un’offerta per la madre (Rea) e di non aprirla se non quando avesse perso la speranza di ritornare da lei. Demofonte una volta recatosi a Cipro lì mise casa. E, trascorso il tempo stabilito, Fillide dopo aver lanciato maledizioni nei confronti di Demofonte, si uccide. Demofonte dopo aver aperto la cesta preso dalla paura salì a cavallo e lanciandolo al galoppo muore di morte orribile: sbalzato, infatti, dal cavallo che era inciampato cadde sulla spada”5.

Igino (II-III secolo d. C.): “Si racconta che Demofonte, figlio di Teseo, venne in Tracia accolto in ospitalità da Fillide e che da lei fu amato. Volendo egli tornare in patria le assicurò che sarebbe tornato da lei. Non essendo egli ritornato alla data stabilita si racconta che lei in quel giorno corse nove volte al lido, il che in greco è detto nove strade. Fillide poi a causa del dolore per la mancanza di Demofonte morì. Avendole i genitori eretto un sepolcro, ivi nacquero degli alberi che in un certo tempo piangono la morte di Fillide, per cui le foglie seccano e cadono. Dal suo nome le foglie in greco sono chiamate φύλλα6.

Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV° secolo d. C.): “(Il pero tramite l’innesto) anzi insegnando a Fillide a maturare frutti più grandi offre le sue membra alla dura scorza”; “(Il pesco noce) pone le leggere ombre nel tronco di Fillide e in tal modo apprende ad essere più forte”; “Fillide fissata alla corteccia di un pruno scisso ricopre gli arti odorosi di giovani fiori”7. Siamo in presenza della prima superfetazione che propizierà l’identificazione di Fillide con il mandorlo.

Servio Mario Onorato (IV secolo d. C.): “I fuochi di Fillide. Fillide, figlia di Sitone, fu regina dei Traci. Essa amò Demofonte, figlio di Teseo, re degli Ateniesi, reduce dalla guerra di Troia e lo chiese in sposo. Egli disse che prima avrebbe dovuto sistemare le sue cose e poi sarebbe tornato a sposarla. Così, poiché partito tardava a tornare, Fillide spinta dalla pena d’amore e dal dolore, poiché riteneva di essere stata abbandonata, si impiccò e fu trasformata in un albero di mandorlo senza foglie. Successivamente Demofonte di ritorno, appreso il fatto, abbracciò il tronco che, quasi sentisse il ritorno del promesso sposo, emise le foglie: perciò quelli che prima si chiamavano petali da Fillide furono chiamati foglie. Così Ovidio nei libri delle metamorfosi”8. Nel commentare il nesso virgiliano Phillidis ignes Servio compie la superfetazione finale ed incorre in un doppio errore perché Ovidio nelle Metamorfosi mai trattò di questo mito e il dettaglio della trasformazione in mandorlo non compare nel brano di Remedia amoris che prima ho citato.

Colluto (VI secolo d. C.): “Subito oltre le cime del tracio Pangeo vide la tomba nascente di Fillide innamorata del marito e vide il percorso a nove giri dell’ingannevole via dove camminando Fillide piangeva il marito aspettando il ritorno di Demofonte sano e salvo, quando fosse ritornato dal popolo di Atene.9 

Cometa Cartulario (prima del X secolo d. C.): “Fillide volgeva gli occhi a cercare la nave, il giuramento vagava lontano e Demofonte le era infedele. Ora eccomi qui, il tuo Demofonte fedele, sulla riva del mare; ma come mai sei tu, Fillide, diventata infedele?”10

Per dovere di completezza va detto che Fillide era stata celebrata anche da Callimaco (III secolo a. C.) negli Ἄιτια , ma sfortunatamente del componimento ci resta solo il seguente frammento: “ …o sposo Demofonte, ospite infedele.”11

La superfetazione di Servio ebbe credito e fortuna nel tempo: l’immagine di Fillide impiccatasi ad un mandorlo nel passo citato del Sannazzaro viene ripresa da Giovan Battista Marino (XVII secolo): “Il mandorlo gentile,/qual già sotto l’incarco/della sospesa Fillide gli avenne,/tutto si ringemmò d’arabi fiori12  e, più fedelmente al commento serviano, da Giuseppe Parini (XVIII secolo): “Il macinato di quell’arbor frutto/che a Rodope fu già vaga donzella,/e chiama invan sotto mutate spoglie/Demofoonte ancor, Demofoonte.13

Se all’arte in generale e alla poesia in particolare si perdona tutto, lo stesso non posso fare con le mistificazioni moderne, anche se esse dovessero avere il lodevole intento di nobilitare le origini. E la povera Fillide oggi, lungi dall’essere celebrata da qualche poeta contemporaneo, sbarca in internet come fondatrice della città di Amandola in un italiano, peraltro, in cui latitano, come il lettore potrà constatare, un paio di maiuscole, alcune virgole e pure la consecutio temporum: Secondo la leggenda, Fillide, figlia di Licurgo Re di Sparta, era andata in sposa al bel Demofonte, partito per la guerra di Troia. La guerra era terminata ma demofonte tardava a tornare dall’amata, alla quale era giunta la falsa notizia che il suo sposo, invaghitosi di un’altra fanciulla non sarebbe più tornato. Fillide disperata scappò dalla Grecia e giunta sui sibillini nel luogo dell’antico Castel Leone si tolse la vita e il suo corpo si tramutò in un mandorlo, un grande albero, bello ma privo di foglie. Demofonte fa ritorno a casa e, non trovando la donna amata decise di mettersi in viaggio alla sua ricerca. Giunto anch’egli su Castel Leone apprende la tragica fine di Fillide, non gli restò altro da fare che abbracciare il tronco di quel mandorlo che, come per incanto, divenne subito frondoso e ricco di gemme. Da quel mandorlo antico, nato sull’altura di Castel Leone, prese il nome la città di Amandola.25

 

– Da quale pulpito viene la predica!26–  potrebbero esclamare gli amici marchigiani che abbiano avuto l’occasione di sentir parlare di Giovanni Bernardino Tafuri. E avrebbero ragione da vendere; solo che il falsario di Nardò ha avuto da sempre un nome e un cognome, il creatore o i creatori della versione campanilistica del mito di Fillide no, almeno fino ad ora (se ci siete battete almeno un colpo …!).  Mi consolo con un gioco di parole:  siccome mentre scrivo fa freddo e il poncio non basta, per riscaldare oltre al corpo pure lo spirito (infatti non devo dimenticare di metterci un po’ di grappa …)  vado a prepararmi, anche se la bevanda in questione valeva soprattutto contro la tosse e la pertosse,  un poncio, quello della nonna, in cui uno degli ingredienti fondamentali erano i fichi secchi e le bucce, pure loro secche  (non il mallo ma, come dice chi sa parlare …, l’endocarpio lignificato),  della mandorla.

Sarò grato, come sempre, a chiunque mi segnalerà la fesseria (lo dico non solo per ricollegarmi al sottotitolo della prima parte) , magari l’unica (ma quando mai?) , in cui dovessi essere incorso fin qui. Però, se la critica dovesse risultare infondata, per lui saranno m…andorle amare, non quelle di cui parlerò nella terza ed ultima parte.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/17/la-mendula-il-mandorlola-mandorla13/

Per la terza: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/21/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-33/

 

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1 Vixisset Phyllis si me foret usa magistro,/et per quod novies, saepius isset iter …Quid, nisi secretae laeserunt Phyllida silvae?/Certa necis causa est: incomitata fuit./Ibat, ut Edono referens trieterica Baccho/ire solet fusis barbara turba comis,/et modo, qua poterat, longum spectabat in aequor,/nunc in harenosa lassa iacebat humo./-Perfide Demophoon!- surdas clamabat ad undas,/ruptaque singultu verba loquentis erant. Limes erat tenuis longa subnubilus umbra,/quo tulit illa suos ad mare saepe pedes./Nona terebatur miserae via: -viderit!- inquit,/et spectat zonam pallida facta suam,/aspicit et ramos; dubitat, refugitque quod audet/et timet, et digitos ad sua colla refert./Sithoni, tum certe vellem non sola fuisses:/non flesset positis Phyllida silva comis./Phyllidis exemplo nimium secreta timete,/laese vir a domina, laesa puella viro.

2 III, 37-38: Quaere, novem cur una viae dicantur, et audi/depositis silvas Phyllida flesse comis.

3 Naturalis historia, XVI, 45: Cremutius auctor est numquam virere arborem ex qua Phyllis se suspenderit. Cremuzio Cordo (I secolo a. C.-I secolo d. C.) scrisse  Annales opera per le sue idee politiche mandata al rogo per volontà di Seiano funzionario di Tiberio.

4 Nome convenzionale per distinguerlo da Apollodoro di Atene (II secolo a. C.) al quale erroneamente fu attribuita la Biblioteca in parte perduta ma della quale ci è stata tramandata un’epitome che consente la ricostruzione pressoché integrale del suo contenuto.

5 Epitome, VI, 16-17: Δημοφῶν δὲ Θραξὶ Βισάλταις μετ’ὀλίγων νεῶν προσίσχει, καὶ αὐτοῡ ἐράσθεῖσα Φυλλὶς ἡ θυγάτηρ τοῡ βασιλέως ἐπὶ προικὶ τῇ βασιλείᾳ συνευνάζεται ὑπὸ τοῡ πατρός. Ό δὲ βουλόμενος εἰς τὴν πατρίδα ἀπιέναι, πολλὰ δεηθεὶς ὀμόσας ἀναστρέψειν ἀπέρχεται καὶ Φυλλὶς αὐτόν ἄχρι τῶν Έννέα ὁδῶν λεγομέων προπέμπει καὶ δίδωσιν αὐτῷ κίστην, εἰποῡσα ἱερὸν τῆς μετρὸς ʹΡέας ἐνεῑναι, καὶ ταύτην μὴ ἀνοίγειν, εἰ μὴ ὅταν ἀπελπίσῃ τῆς πρὸς αὐτὴν ὰνόδου. Δημοφῶν δὲ ἐλθὼν εἰς Κύπρον ἐκεῑ κατῴκει καὶ τοῦ τακτοῦ χρόνου διελθόντος Φυλλὶς ἀρὰς θεμένη κατὰ Δημοφῶντος ἑαυτὴν ἀναιρεῑ: Δημοφῶν δὲ τὴν κίστην ἀνοίξας φόβῳ κατασχεθείς ἄνεισιν ἐπὶ τὸν ἵππον σφαλέντος κατενεχθεὶς ἐπὶ τὸ ξίφος ἔπεσεν.

6 Fabulae, 59: Demophoon Thesei filius in Thraciam ad Phyllidem in hospitium dicitur venisse et ab ea esse amatus. Qui cum in patriam vellet redire fidem ei dedit se ad eam rediturum. Qui die constituta cum non venisset, illa eo die dicitur novies ad littus cucurrisse quod ex eo ἐννέα ὁδοὶ Graece appellatur. Phyllis autem ob desiderium Demophoontis spiritum emisit. Cui parentes cum sepulcrum constituissent, arbores ibi sunt natae, quae certo tempore Phyllidis mortem lugent, quo folia arescunt et diffluunt. Cuius ex nomine folia graece φύλλα sunt appellata. Al singolare in greco foglia è φύλλον qui messo in connessione con Fillide che in greco (Φυλλὶς al nominativo, Φυλλὶδος al genitivo) è attestato  anche come nome comune col significato collettivo di fogliame in Geoponica (una compilazione risalente al X secolo), VII, 18, 1 e con quello di insalata  in Δειψονοφισταί (Sapienti a banchetto), II, 66d e II, 120d di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.); quasi sei secoli prima di Ateneo, Teofrasto  in Ricerca sulle piante, VII, 2, 6 quasi sei secoli ne aveva ricordato la dolcezza delle radici. E proprio il significato generico di insalata mostra  come il nostro fògghie (verdura), che pure formalmente è trascrizione di foglia (ma quest’ultima in dialetto è fugghiàzza) sia semanticamente legato alla voce greca.

7 De re rustica, XIV, 61-62 ; 97-98 e 149-150.

8 Commentaria in Vergilii Bucolica, V, 10:  PHILLIDIS IGNES Phillys, Sithonis filia, regina Thracum fuit. Haec Demophoontem, Thesei filium, regem Atheniensium, redeuntem de Troiano proelio, dilexit et in coniugium suum rogavit. Ille ait, ante se ordinaturum rem suam et sic ad eius nuptias reversurum. Profectus itaque cum tardaret, Phyllis et amoris impatientia et doloris impulsu, quod se spretam esse credebat, laqueo vitam finivit et conversa est in arborem amygdalum sine foliis. Postea reversus Demophoon, cognita re, eius amplexus est truncum, qui velut sponsi sentiret adventum, folia emisit: unde etiam φύλλα sunt dicta a Phyllide, quae antea πέταλα dicebantur. Sic Ovidius in metamophorseon libris.

9 De raptu Helenae, 213-218: … αἶψα δὲ Θρηικίοιο μετὰ ῥία Παγγαίοιο/Φυλλίδος ἀντέλλοντα φιλήνορος ἔδρακε τύμβον/καὶ δρόμον ἐννεάκυκλον ἀλήμονος εἶδε κελεύθου,/ ἔνθα διαστείχουσα κινύρεο, Φυλλίς, ἀκοίτην,/δεχνυμένη παλίνορσον ἀπήμονα Δημοφόωντα,/ὁππότε νοστήσειεν Ἀθηναίης ἀπὸ δήμου.

10 Antologia Palatina, 265: Ὅμματα Φυλλὶ ςἔπεμπε κατὰπλὸον·ὅρκοςἀλήτης/πλάζετο, Δημοφόωνδ’ἦενἄπιστοςἀνήρ./Νῦνδὲ, φίλη, πιστὸςμὲνἐγὼπαρὰθῖναθαλάσσης/Δημοφόων·σὺδὲπῶς, Φυλλὶς, ἄπιστοςἔφυς;  L’Antologia Palatina è una compilazione, risalente al X secolo d. C., di epigrammi greci di autori noti e meno noti, tra i quali ultimi rientra il nostro.

11 Frammento 556 Pf: νυμφίε Δημοφόων, ἄδικε ξένε …

12 La sampogna. Idilli favolosi. Orfeo, I, 842-845.

13 Il giorno. Il mattino,244-247.

14 http://www.prolocoamandola.org/la_storia.htm

15 A proposito di predica: mischiando un po’, almeno secondo la logica cattolica, il profano con il sacro, non posso trascurare di ricordare la mandorla mistica detta anche vesica piscis (vescica di pesce), cioè la grande aureola a forma di mandorla  che circonda l’immagine di Cristo in tante raffigurazioni dell’arte bizantina e romanica.….

 

 

 

 

 

 

 

Ancora dolci salentini. La torta di pasta di mandorla

 

di Massimo Vaglio

 

Ingredienti: 1 kg. di mandorle dolci pelate, 50 gr. di mandorle amare, 800 gr. di zucchero, la buccia di un limone, il succo di un limone, 1 bustina di vanillina pura, uova q.b.

Per il ripieno: savoiardi, elisir San Marzano o similare, cioccolato fondente, marmellata d’arance.

 

Macinate le mandorle insieme alla buccia del limone unitele con tutti gli altri ingredienti e amalgamate il tutto con delle uova, sino ad ottenere un composto facilmente lavorabile. Ricoprite una teglia con carta da forno e fate uno strato sottile con una metà della pasta ottenuta; disponetevi sopra un leggero strato di marmellata d’arancia, il cioccolato fondente sbriciolato ed infine uno strato di savoiardi bagnati nel San Marzano allungato al 50% con acqua. Ricoprite il tutto con il restante strato di pasta e pennellate la torta con un po’ di uovo sbattuto, ponete in forno a 180° finché non vedrete la superficie ben dorata. Fatela raffreddare, quindi toglietela dalla teglia e cospargetela di zucchero a velo.

Il latte di mandorla, per palati fini

di Massimo Vaglio

 

Il latte di mandorla, è un’emulsione acquosa ricavata dalle mandorle pelate e triturate con l’aggiunta di zucchero.

È un prodotto tipico diffuso, con qualche piccola variante, un po’ in tutta la Puglia, si consuma quasi esclusivamente nelle vigilie di Natale e in altre feste particolari. E’ tradizione, in queste occasioni, recare in omaggio a qualche famiglia amica o vicina di casa, una scodellina di vermicelli con il latte di mandorla fumanti, che vengono presentati, come l’atmosfera festiva conviene, ben apparecchiati, in una salviettina ricamata. La sua tradizione è antica, e nei secoli scorsi, fra i ceti più abbienti, veniva consumato normalmente a colazione in sostituzione del latte, considerato un alimento plebeo e forse non a torto, viste le precarie condizioni igieniche considerato un alimento igienicamente poco raccomandabile, il suo uso decadde intorno al primo ventennio del secolo scorso, quando venne soppiantato nella colazione delle ragazza bene, dal Vermut o dal Marsala all’uovo con i savoiardi.

Importantissimo fu il suo ruolo nell’evoluzione del gelato, attraverso di questo si passò dai primitivi sorbetti di frutta al biancomangiare, da cui, per arrivare al gelato come lo conosciamo oggi il passo fu breve.

Preparazione

2 Kg di mandorle sgusciate, zucchero q. b. , 5 l d’acqua una stecca di cannella.

Mettete a bagno le mandorle, cambiando spesso l’acqua sino a quando si riescono a pelare con una certa facilità. Tritatele finemente, ponete la pasta ottenuta un poco per volta in un telo a trama larga, fatene un fagotto e immergetelo in una casseruola contenente cinque litri d’acqua molto calda. Lasciatelo per qualche minuto, quindi ritiratelo e strizzatelo per bene. Ripetete l’operazione sino all’esaurimento della pasta di mandorle. Portate ad ebollizione il latte ottenuto zuccheratelo, a vostro gusto e aromatizzatelo con la stecca di cannella. Tradizionalmente  si adopera per cuocervi, in alcune ricorrenze i vermicelli pugliesi, che sono un formato di pasta simile a chicchi d’avena…

 

Bianco mangiare

1 kg e 1/2 di mandorle, 1kg di zucchero, 350 gr d’amido di frumento, 1limone non trattato, 1 stecca di cannella.

E’ una crema, d’antica origine, il cui uso, un tempo molto diffuso è andato via, via perdendosi venendo sostituita dalla più pratica crema pasticcera. La sua riscoperta potrebbe rivelarsi utile nei sempre più frequenti casi d’intolleranza al latte. Utilizzando la tecnica descritta nella ricetta precedente ricavate 4 litri di latte di mandorla. Ponete in una casseruola lo zucchero e l’amido, mischiateli per bene, versate a filo il latte di mandorla, ponete sulla fiamma  e girando di continuo lasciate addensare unendo la scorza del limone. Versate la crema ottenuta in coppette monoporzione e spolverate in superficie con cannella in polvere.

La “cupeta” dei salentini

di Massimo Vaglio

Gli ingredienti della cupeta sono: mandorle leggermente tostate zucchero e aroma alla vaniglia. Viene realizzata in almeno tre versioni: cupeta nera, (con mandorle integre); cupeta bianca, con mandorle pelate; cupeta macinata, con mandorle pelate e tritate. Si mette lo zucchero nel polsonetto, si bagna con l’acqua in modo che ne derivi uno sciroppo molto denso, si pone sulla fiamma che deve essere abbastanza viva e, quando lo zucchero diviene di un bel colore ambrato, si unisce un analogo quantitativo di mandorle, si mescola bene, si aromatizza con la vaniglia e si sorveglia, mescolando di tanto in tanto. Quando lo zucchero bollendo non genera più schiuma e appare limpido, viene tolto prontamente dalla fiamma onde evitare che superi la cottura (condizione che lo renderebbe amaro) . Si versa il contenuto del polsonetto sopra un tavolo di marmo unto di olio, dove si procede a spatolarlo un bel po’, rivoltandolo ripetutamente con uno specifico utensile che altro non è che una sorta di coltello dalla lama rettangolare  molto allungata, alta e con affilatura appena accennata, che si utilizza a mo’ di spatola. Appena accenna ad indurirsi si stende velocemente e utilizzando sempre il coltello, si rifila ai bordi, in modo da ottenere una forma rettangolare il più regolare possibile. Infine, si taglia la cupeta così ottenuta, a stecche larghe due dita e spesse una.

Due varietà di dolci con le mandorle

di Massimo Vaglio

 

Quaresimali

1 kg. di mandorle pelate, 1 kg. di zucchero, 1 kg. di farina, 12 uova intere.

 

Tostate le mandorle passandole in forno sino a quando acquisiscono una leggera coloritura, quindi si lasciatele raffreddare, trinciatele grossolanamente con un coltello, amalgamatele a tutti gli altri ingredienti e lavorate sino ad ottenere un impasto omogeneo e consistente. Formate delle sorta di salami appiattiti larghi 6-7 cm e disponeteli su di una teglia da forno unta con del buon olio d’oliva. Infornano a 180°, estraeteli dopo una mezz’ora, disponeteli su di un tagliere e con l’ausilio di un coltello a lama larga ben affilato affettateli in tranci dello spessore di circa 1 cm. Rimetteteli in forno e lasciateli biscottare lentamente a temperatura moderata. Negli ultimi minuti di permanenza in forno aumentate la temperatura onde fargli acquisire una spiccata colorazione dorata. Se ben riusciti devono risultare oltre che ben coloriti, duri e croccanti. Un tempo erano i dolci tradizionali del periodo di Quaresima da cui il nome. Oggi, costituiscono per lo più un dolce da fine pasto, ideali per essere inzuppati in un vino da dessert, un Aleatico o preferibilmente un ottimo Primitivo di Manduria.

 

Divini amori

1 kg di mandorle dolci senza pelle macinate fini, 800g di zucchero a velo, 3 (o 4) uova (a seconda di quante ne richiede il tipo di mandorla)
la scorza di un limone grattugiato, glassa per copertura. Macinate finemente le mandorle e mischiatele con lo zucchero a velo, unite la scorza di limone grattugiata, aggiungere le uova impastate tutto per bene fino ad ottenere un impasto omogeneo. Formate ora i dolcetti dando la forma di piccoli ovetti o palline, poneteli su di una teglia foderata di carta da forno e cuoceteli in forno a 180° per circa 15 minuti (una variante consiste nel farcire i dolcetti con confetture varie o marmellata d’arancia). Tenete presente che appena estratti dal forno i dolcetti saranno morbidissimi, ma bastano pochi minuti perché induriscano, una volta raffreddati, passateli nella glassa, lasciateli asciugare e conservateli in scatole di latta.

Per preparare la glassa occorrono 750 grammi di zucchero a velo, due albumi e un limone. Versate in una casseruola lo zucchero, bagnatelo con un po’ d’acqua e ponetelo sul fuoco, mescolando sino a quando inizia a formare bollicine. Unite gli albumi montati a neve ferma con l’aggiunta di un po’ di succo di limone e mescolate per bene. Possono pure essere glassati con cioccolato fondente sciolto a bagnomaria.

Le mandorle di Terra d’Otranto

di Massimo Vaglio

 

Il mandorlo (Amygdalus communis L.), è un albero originario dell’Asia occidentale e dei paesi caldi del bacino del Mediterraneo. In Italia, viene coltivato da epoca remota e già i Romani ne avevano selezionate diverse cultivar. E’ molto longevo, potendo superare anche i cento anni d’età e le sue dimensioni variano a seconda della varietà, del clima e della fertilità del suolo. Nel Salento, grazie al clima evidentemente molto congeniale, il mandorlo raggiunge solitamente grandi dimensioni anche in terreni poco profondi e aridi.

Il fiore, è quello caratteristico delle rosacee, dalla colorazione bianco-candida o rosea, la cui fecondazione avviene rigorosamente per via entomofila. La fioritura è assai precoce e varia a seconda dell’ubicazione del mandorleto e delle caratteristiche delle diverse cultivar. Nel Salento, nelle aree litoranee è comune imbattersi in alberi completamente fioriti già ai primi di gennaio, naturalmente queste precoci fioriture limitano di molto, a causa delle gelate, l’allegagione dei frutti come sancito puntualmente in un famoso distico popolare:

Mendule di scinnaru,

non ‘ndi minti intra ‘llù panaru

ossia: dal mandorlo che fiorisce in gennaio non scaturiscono mandorle da porre nel paniere. I contadini salentini, per cercare di limitare il succitato problema, procedevano empiricamente ad impiantare le varietà a fiore rosa perché fioriscono più tardivamente, rispetto a quelle a fiore bianco.

 

mandorle del Salento
mandorle del Salento

Le cultivar sono molto numerose, gli studiosi ne hanno descritte 400 nella sola Sicilia, mentre per la Puglia il Fanelli ne ha descritte 50, ed elencate circa altre 400. Dal punto di vista dell’utilizzazione, le cultivar possono essere suddivise nei seguenti gruppi:

1) mandorle da tavola fresche.- con guscio molle o semi molle, frutto grosso e a maturazione precoce, vengono raccolte con il mallo ancora verde e devono essere consumate entro qualche giorno.

2) mandorle da tavola secche.- con guscio molle o semi molle, ossia tale da poter essere facilmente rotto con la pressione delle dita nel primo caso e facilmente con lo schiaccianoci nel secondo caso, il seme deve essere unico e grosso.

3) mandorle da dolceria.- fra queste, rientrano anche le cultivar a seme amaro, si utilizza il seme per la preparazione di una grande varietà di dolciumi, sono le più coltivate.

In Puglia e in particolare nel barese sono diffusi impianti specializzati investiti soprattutto con le seguenti cultivar: Pizzuta d’Avola, Santoro, Fragiulio, Montrone, Cristomorto, Occhiorosso, Filippo Ceo, Genco, Tuono, Mollese, Fragile di Terlizzi, Amara Coratina… . Nel Tarantino e nel Salento le cultivar selezionate maggiormente diffuse sono la Rachele e la Cartuccia o Agatuccia, con frutto grosso, rotondo, quasi sempre a due semi che un tempo, per la sua bellezza, veniva anche esportata in alcuni paesi asiatici ove veniva impiegata per fare collane ornamentali.

le ormai rarissime mandorle agatucce raccolte nelle campagne di Nardò
le ormai rarissime mandorle agatucce raccolte nelle campagne di Nardò

Le mandorle sono letteralmente ricolme di elementi nutritivi. Hanno una percentuale d’olio che si aggira intorno al 60% quindi sono quindi molto caloriche: un etto fornisce quasi 600 calorie.

Sono ricche di grassi polinsaturi, di proteine, di potassio, calcio, ferro, zinco, vitamina E e B2. Le mandorle contengono anche un po’ di amigdalina, più nota come laetrile, il che le ha procurato una reputazione di alimento anticancro. Bisogna però stare molto attenti a non mangiare mandorle rancide o dal sapore amaro segno della presenza del pericoloso acido prussico.

 

le mandorle Agatucce di Nardò
le mandorle Agatucce di Nardò

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