La ruta e la malva, due farmacie a cielo aperto

di Armando Polito

nome scientifico:  Ruta graveolens L.       nome scientifico: Malva silvestris L.

nome italiano e dialettale neretino: ruta  nome italiano: malva

nome dialettale neretino: marva

Ruta è dal latino ruta(m), dal greco rytè che potrebbe essere connesso con rytér=protettore (con riferimento alle sue proprietà), a sua volta dal verbo rýomai=proteggere1. Graveolens (da grave=pesante+olère=mandar odore) significa di odore acuto.

Malva è dal latino malva(m) connesso col suo nome greco malàche, a sua volta collegato con malaké=morbida, tenera (con riferimento alle sue proprietà emollienti). Silvestris significa selvatica; la voce neretina presenta il passaggio –l->-r– (dalla liquida sonora alla vibrante sonora).

La ruta ogni mmale stuta2 (La ruta spegne ogni male).

La marva ti ogni mmale ti sarva (La malva ti salva da ogni male).

Questi due vecchi proverbi la dicono lunga sulle proprietà medicinali delle due piante e rappresentano la continuazione di conoscenze antiche che ne facevano quasi due erbe gemelle, dal momento che, come vedremo, molto spesso sono loro attribuite proprietà terapeutiche contro la stessa malattia. Non è un caso, perciò,  il fatto che a ciascuna di loro un naturalista come Plinio (I° secolo d. C.) dedichi esclusivamente un intero capitolo, senza contare le altre notizie fornite in ordine sparso.

Comincerò dalla ruta che vedremo proposta (lo stesso sarà per la malva) come rimedio contro un numero impressionante di malattie, dall’herpes zoster al mal di pancia, dalla dissenteria alle fratture, oltre che come anticoncezionale.

Essa fa la sua timida comparsa nel capitolo 37 del libro XIX: “Credono che

I rimedi polivalenti della farmacopea popolare in tre proverbi

di Armando Polito

Nella nostra era scienza e tecnologia mi appaiono asservite al profitto e ad un edonismo sfrenato che si esprime nelle forme più disparate e contraddittorie che finiscono per creare nuovi bisogni e nuovi problemi. Tre soli esempi: l’allungamento della vita degli anziani e dei vecchi è un fenomeno drammaticamente grave per i giovani (il mio non è cinismo…masochistico) che procrastineranno fra poco ai cinquanta anni la nascita di un figlio probabilmente non tanto normale, il che creerà ulteriori problemi, anche di natura economico-assistenziale, per la nostra traballante società; l’illusione di fermare, o addirittura far arretrare, il tempo, splendido (?) dono del culto dell’immagine, cioè di ciò che appare, non di ciò che è, prontamente sfruttato dalla chirurgia estetica, peraltro benemerita per la correzione di difetti congeniti o acquisiti a seguito di incidente, che ha la presunzione in molti casi di far prevalere la discutibile attrattiva di un astratto, asettico e massificante canone di armonia su una imperfezione il cui portatore non è riuscito, per unica, imperdonabile sua colpa, a portare al nobile ruolo di tratto distintivo, caratterizzante, irripetibile, irrinunciabile; risale solo a qualche mese fa la notizia che i soliti ricercatori americani (bisogna riconoscere che i nostri, nonostante tutto, dedicano, magari all’estero, il loro talento a questioni meno banali) sono giunti alla geniale conclusione che la frutta prodotta fuori stagione presenta rispetto a quella stagionale una riduzione al (non del) 30% dei principi attivi più importanti per la salute umana, in primis gli antiossidanti (quella transgenica, invece…). In questo quadro parlare di farmacopea popolare potrebbe sembrare una nostalgica operazione passatista. Così non è, non solo perché la scienza ufficiale, propende, purtroppo solo a parole pronunziate fra l’altro a denti stretti, per un uso meno violento e manipolato, insomma più rispettoso della natura e meno asservito alla chimica, delle sostanze terapeutiche, ma anche e soprattutto perché in passato, tanto per fare un solo recente esempio di cronaca, nessuno aveva preteso di guarire il cancro col bicarbonato, naturalmente da pagare a carissimo prezzo, nell’immediato al momento dell’acquisto (si sa, per i maghi, e solo per loro, il bicarbonato ha un costo elevatissimo…) e un po’ più in là al momento della dipartita…

E’ tempo di far parlare il passato:

“L’uègghiu ti ulìa: ogni mmale pìgghia ia” (l’olio d’oliva: ogni male se ne va). Oltre che entrare come ingrediente nella preparazione di innumerevoli rimedi, era, da solo, il farmaco per eccellenza (dal rinforzo dei capelli ai dolori articolari); seguivano, a distanza notevole, gli unici concorrenti appresso citati.

“La marva: ti ogni mmale ti sarva” (la malva: da ogni male ti ti salva). Impacchi di cotone idrofilo inzuppato di infuso di malva tiepido, rinnovati ogni tre o quattro minuti, erano utilizzati per la cura delle emorroidi, dell’herpes zoster (fuoco di sant’Antonio) dell’orticaria (nel dialetto neritino “foca”, da un latino *foca, plurale collettivo di *focum, dal classico focus=fuoco), del mal di denti; impiastri di foglie fresche o secche, tenuti in loco per almeno un’ora, favorivano la maturazione di ascessi anche multipli (nel dialetto neritino “fau”; il corrispondente italiano è favo, dal latino favum, per evidenti analogia di forma), di paterecci e la riduzione dell’edema; l’estratto di malva era efficace anche contro la congiuntivite e la tosse, efficace come diuretico, rinfrescante delle vie urinarie.

“La ruta: ogni mmale stuta” (la ruta spegne ogni male); efficace contro i dolori di stomaco, per far maturare gli ascessi e come antielmintico (contru li ièrmi). Colgo l’occasione per ricordare l’etimologia di “stutare”: da un latino *extutàre, dal classico ex=lontano da+tutàri=proteggere (intensivo di tuèri=guardare, vigilare), con chiara allusione al fatto che il fuoco, se non vigilato, in passato si spegneva (ed era una iattura); non posso fare a meno di notare che, invece, oggi, il fuoco, se non vigilato (o volontariamente appiccato e non solo per eliminare le erbacce…) si estende (ed è, per motivi diametralmente opposti, una iattura).

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