Il Salento dei Malladrone, Pappamusci, Patipaticchia, Battilocchio e delle Caremme

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Siamo quello che siamo stati.

Quello che ogni giorno proviamo e sentiamo dentro di noi, l’abbiamo già vissuto mille volte. Da bambini. Da adolescenti. Da ragazzi. Da piccoli uomini o piccole donne. Poi, siamo entrati nel pieno della vita.

Quello che siamo stati è il nostro futuro. Sempre. Anche quando il futuro ci sembra lontano e irraggiungibile. O ha tutta l’aria di essere passato.

Siamo la nostra memoria. Fatta di giorni o di semplici momenti che ci hanno fatalmente segnato. Giorni e momenti indimenticabili. Impossibili da raccontare se non a se stessi, nell’intimo del proprio ricordo, della propria emozione, che calda rivive nei sensi e nell’anima.

Non è soltanto nostalgia né un rifugio né una fuga dal tempo. È il sogno concreto della nostra condizione di esseri intelligenti e sempre un po’ romantici, della nostra piccola personale epopea. E non importa davvero come essa sia stata. Perché sappiamo assai bene – ognuno a suo modo, e nonostante tutto – che è stata bella e completa. Perché sappiamo che in quel tempo reale e ideale siamo cresciuti giorno dopo giorno, assaporando i misteri e la bellezza della vita, cominciando a conoscere, a scoprire, a soffrire, ad amare, a sperare, a combattere, a vincere, e qualche volta a perdere, senza che nessuna ferita ci sia mai apparsa irrimarginabile. La vita ci voleva forti e sereni.

Più tardi, quando saremmo diventati ‘grandi’, il nostro tempo primordiale avrebbe assunto le dimensioni del sogno. Così, quando ci capita di guardare indietro, spesso ci sembra di rivederci come se fossimo ‘altri’, come se la nostra infanzia e adolescenza fossero irreali, raccontati o dipinti dalla nostra o dall’altrui immaginazione.

Ecco allora che in nostro soccorso, per non disorientarci più di quanto dovremmo, viene la visione custodita con cura di quel tempo non lontano e tuttavia remotissimo. Una visione che assume i contorni del racconto, della poesia, della leggenda.

 

Siamo stati anche noi parti attive delle leggende salentine. Di certo, da bambini, abbiamo vissuto in un’aura fantastica, talora fors’anche spaventevole ma che oggi ci appare semplicemente magica. Di volta in volta, a seconda delle occasioni, i nostri genitori e i nostri nonni o i compagni più saputi e più grandi ci facevano ‘toccare con mano’ i personaggi e i luoghi concreti dove i racconti favolosi della nostra terra avevano avuto origine, e noi stessi li abbiamo poi tramandati ai nostri figli e nipoti. Com’è nell’ordine delle cose del mondo.

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

Il Malladrone di Gallipoli, per esempio. Figura spregevole, degna del più assoluto disprezzo. L’incarnazione del male, della cattiveria, dell’empietà. Occhi iniettati di sangue, riso beffardo, sguardo sprezzante, e denti rabbiosi, in una verosimiglianza terribilmente sbalorditiva. Oggetto e soggetto di leggende raccapriccianti, come quella che lo vogliono pronto a scendere dalla croce e vagare nottetempo nei vicoli della Città Vecchia, per il semplice e perfido piacere di spaventare a morte i nottambuli solitari. O l’altra, ancora più nota, che parla delle sue vesti sempre lacerate e cenciose: ogni qualvolta vengono restaurate o rifatte ex novo, il giorno dopo ridiventano squarciate e disfatte: i gallipolini dicono che è egli stesso a strapparle e dilaniarle coi suoi denti mostruosi.

Il famigerato Misma (nome del Malladrone) non si pentì mai dei suoi orrendi misfatti, nonostante sul Calvario fosse stato accanto a Gesù Cristo, il quale nella sua somma misericordia lo perdonò d’ogni colpa. Non lo perdonò mai il popolo. Tant’è che la statua lignea in un’ala della chiesa di san Francesco d’Assisi che lo rappresenta con un ghigno feroce in tutta la sua scelleratezza – opera del XVII secolo del frate Vespasiano Genuino – è continuamente visitata a simbolo e a ludibrio perpetuo della malvagità umana.

Nell’estate del 1895 fu ‘ammirata’, fra i tanti, anche da Gabriele D’Annunzio. I gallipolini, e non solo, continuano a portare i propri figli al cospetto di un simile crudele personaggio per suscitaresentimenti frammisti di esecrazione e pietà, o di vergogna e apprensione, come testimoniano questi versi, tratti dalla tradizione popolare: «Pùh, ci sì bruttu, cu te càscia ‘utta! / Ci te vitia de notte, largu sia / cu sta facce rrignata e cusì brutta / sarà ca me cacava pe la via!».

Anche a Galatina, nella chiesa dell’Addolorata, c’era un’analoga statua (in cartapesta) che suscitava ribrezzo e timore: era quella di Patipaticchia, lo spietato flagellatore di Cristo, che veniva esposta al furore dei fedel nel periodo della Settimana Santa dedicato alla visitazione dei Sepolcri: chiunque vi si avvicinasse – uomini, donne, vecchi o bambini – si scagliava contro questa trista figura, e si ‘vendicava’ (in una sorta di inconscio esorcismo e affrancamento espiatorio dei propri peccati), conficcandovi spilli e chiodi, o graffiandone il corpo in un frastuono di urla e imprecazioni.

 

Tra la fine del Carnevale e la Pasqua intercorrono, com’è noto, i quaranta giorni della Quaresima. È altresì noto che in questo periodo, e già dal mercoledì delle Ceneri, in molti paesi del Salento dove la tradizione è ancora radicata – si pensi al territorio intorno a Gallipoli, ai comini del Capo di Leuca o alla Grecìa Salentina –, appare appesa ai crocicchi delle strade la tipica Quaremma o Caremma, un fantoccio raffigurante una vecchia brutta e sdentata, vestita di abiti scuri, che in una mano tiene il fuso e la conocchia, e nell’altra un’arancia amara, simbolo di afflizione e pentimento, con sette penne di cappone o gallina conficcate, che vengono poi sfilate una alla volta per ogni settimana di Quaresima, fino all’ultima, levata a mezzodì della domenica di Pasqua, ora in cui la Quaremma verrà definitivamente bruciata, in un rito salvifico da colpe e peccati.

caremma

Probabilmente ispirata alle famose Parche della mitologia greca, e precisamente a Cloto, che filava il destino degli uomini, la nostra Quaremma serviva soprattutto a monito del periodo di lutto, penitenza e sacrificio che tutti i cristiani dovevano osservare tra le Ceneri e la Pasqua, richiamandoli non soltanto ad una severa osservanza morale, con le varie liturgie religiose e la recita del Rosario, ma anche ad un comportamento di igiene alimentare, che prevedeva fra l’altro il mangiare di magro e, in alcuni giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno.

Ancora oggi, le maggiori solennità della Quaresima si svolgono il Giovedì e il Venerdì Santo: dapprima con la visita ai Sepolcri, in un’atmosfera di commossa partecipazione e di silenzio assoluto (anche le campane vengono legate per non fare il minimo rumore, e l’unico suono udibile è quello stridulo del tipico attrezzo in legno detto tròzzula o tròccula); poi con la mesta e affollatissima processione dei Misteri, che assume il valore di una spettacolare sacra rappresentazione, particolarmente in alcune città come Taranto, Gallipoli, Grottaglie o Francavilla Fontana (qui con la famosa processione de li Pappamusci, di derivazione spagnola).

 

Da Pasqua a Pasquetta ovvero dal divino al terreno. Se per un verso l’uomo sente di dover rispettare e onorare le leggi etiche e religiose, egli ha altresì il bisogno naturale di esprimere la propria gioia di vivere. E una delle occasioni più festose dell’anno è certamente quella del Lunedì dell’Angelo o in Albis, che prende nome dall’incontro che le pie donne giunte al Santo Sepolcro ebbero con un Angelo ”in albis vestibus” (con bianche vesti), che le avvertì che Cristo era risorto.

In questo giorno, in molti paesi si festeggia appunto la “Pasquetta”, con la tradizionale gita fuori porta, che esalta il piacere della convivialità. La maggior parte dei salentini ama riversarsi sulle marine: Gallipoli, Porto Cesareo, Torre dell’Orso, Otranto, Santa Maria di Leuca, Castro… Quest’ultima meta, in particolare, offre anche la possibilità di una visita alla famosa Grotta Zinzulusa, il cui nome sembra derivare da una suggestiva leggenda.

Si narra infatti che un certo Battilocchio, barone di Castro, uomo di estrema crudeltà, essendo assai geloso della bella moglie Rosaura, un giorno la uccise, costringendo peraltro la loro giovane figlia Margherita a vivere di stenti e a vestire di stracci. La buona fata Amelinda, scoperto l’intrigo e mossa a pietà, liberò la giovane da quella schiavitù e la diede in sposa al principe Bellomo, dopo aver gettato le vesti lacerate che fino a quel momento l’avevano a malapena ricoperta. Portati via da un vento particolarmente impetuoso, gli stracci o zìnzuli, nel dialetto salentino, andarono a pietrificarsi sulle pareti di una grotta, che da allora venne appunto chiamata Zinzulusa.

E lo snaturato barone Battilocchio? Il meno che gli poteva capitare fu di sprofondare nei meandri più lugubri della stessa grotta, facendo scaturire il laghetto Cocito, che alcuni dicono sia l’anticamera dell’Inferno.

Certo, viene da pensare che se anche al mondo d’oggi ci fossero le buone fate come Amelinda certe prepotenze e ingiustizie, forse, non ci sarebbero più…

Alla prossima.

 

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Gallipoli e il suo Malladrone

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

di Francesca Fontò

La chiesa di S. Francesco d’Assisi, in riviera Nazario Sauro a Gallipoli, è la più antica del centro storico. La tradizione popolare ne attribuisce la fondazione allo stesso S. Francesco nel 1217.
La chiesa venne eretta nel XV secolo dai francescani ed è stata interamente rimaneggiata alla fine del XVI sec, con l’arrivo a Gallipoli dei frati riformati. La facciata in carparo è del 1736. L’interno maestoso è scandito da tre navate, interamente abbellito di stucchi nel primo ventennio del ‘700.
Questa chiesa è molto cara ai gallipolini che la chiamano la “Chiesa tu ‘Mmalatrone”- la chiesa del cattivo ladrone- o, più semplicemente, “ Mmallatrone”.
Entrando in chiesa, alla nostra destra si apre la cappella funeraria degli spagnoli che apparteneva alla famiglia Gorgoni, ceduta alla moglie di don Giovanni Della Cueva, Anna Massa Capece (baronessa di Collepasso) nel 1680 con il vincolo di non spostare il dipinto di San Francesco, ivi presente, in nessun’altra chiesa di Gallipoli.
Il regio castellano di Gallipoli, Giuseppe Della Cueva, vi fece collocare all’interno un Cristo Morto in legno, con ai lati il buon ladrone, Disma ed il cattivo ladrone, Misma, entrambi crocifissi.
I ladroni sono delle figure abbigliate in stoffa, con testa, mani e piedi in legno. La leggenda narra che il peccato del Mal Ladrone fosse così intenso da corrodergli non solo l’anima, ma anche le vesti che realmente si laceravano, tanto da dover essere periodicamente sostituite.

La religiosità dei gallipolini si respira ancora oggi, soprattutto nella Settimana Santa e nelle ricorrenze dei santi protettori rigorosamente onorati e festeggiati ed è sorprendente la riverenza per il Malladrone, materializzazione della tentazione e del demonio per antonomasia. I delinquenti sono per sfortuna, nella storia più prestigiosi e più conosciuti, ecco perché tanta gente da diversi luoghi è incuriosita dal Malladrone, il nostro “illustre concittadino”, che oltre venti secoli fa per superbia non volle ascoltare il Signore mostrandosi disdegnoso, rabbioso e saccente.
Anche Gabriele D’Annunzio, che senti parlare del “Mal ladrone” di Gallipoli volle vederlo, ma nel cuore della notte e con una candela che illuminava il solo volto, ne rimase così colpito da definirlo di orrida bellezza.
Il ghigno di Misma, secondo la credenza popolare, sarebbe costituito dai denti veri di un condannato a morte(anche se nel recente restauro si è constatato che i denti sono di legno) ed è così malefico che va riconosciuto il merito dell’ignoto artista, per aver raffigurato in maniera così efficace il peccato e la cattiveria di Misma.

L'altro ladrone
L’altro ladrone

La chiesa dopo oltre 10 dieci anni di lavori è stata riaperta al culto nel settembre del 2005 e durante il restauro si è avuto modo di verificare che il muro su cui poggia la croce del “Mal ladrone”, essendo più esposto all’azione del mare, viene attraversato dalla salsedine che, invisibile, ne deteriora le vesti, anche se noi preferiamo restare ancorati alla credenza popolare che vuole identificare nel logorio delle vesti di Misma, il logorio dell’anima corrosa dal peccato.

Gallipoli e il suo Malladrone

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

di Francesca Fontò

La chiesa di S. Francesco d’Assisi, in riviera Nazario Sauro a Gallipoli, è la più antica del centro storico. La tradizione popolare ne attribuisce la fondazione allo stesso S. Francesco nel 1217.
La chiesa venne eretta nel XV secolo dai francescani ed è stata interamente rimaneggiata alla fine del XVI sec, con l’arrivo a Gallipoli dei frati riformati. La facciata in carparo è del 1736. L’interno maestoso è scandito da tre navate, interamente abbellito di stucchi nel primo ventennio del ‘700.
Questa chiesa è molto cara ai gallipolini che la chiamano la “Chiesa tu ‘Mmalatrone”- la chiesa del cattivo ladrone- o, più semplicemente, “ Mmallatrone”.
Entrando in chiesa, alla nostra destra si apre la cappella funeraria degli spagnoli che apparteneva alla famiglia Gorgoni, ceduta alla moglie di don Giovanni Della Cueva, Anna Massa Capece (baronessa di Collepasso) nel 1680 con il vincolo di non spostare il dipinto di San Francesco, ivi presente, in nessun’altra chiesa di Gallipoli.
Il regio castellano di Gallipoli, Giuseppe Della Cueva, vi fece collocare all’interno un Cristo Morto in legno, con ai lati il buon ladrone, Disma ed il cattivo ladrone, Misma, entrambi crocifissi.
I ladroni sono delle figure abbigliate in stoffa, con testa, mani e piedi in legno. La leggenda narra che il peccato del Mal Ladrone fosse così intenso da corrodergli non solo l’anima, ma anche le vesti che realmente si laceravano, tanto da dover essere periodicamente sostituite.

La religiosità dei gallipolini si respira ancora oggi, soprattutto nella Settimana Santa e nelle ricorrenze dei santi protettori rigorosamente onorati e festeggiati ed è sorprendente la riverenza per il Malladrone, materializzazione della tentazione e del demonio per antonomasia. I delinquenti sono per sfortuna, nella storia più prestigiosi e più conosciuti, ecco perché tanta gente da diversi luoghi è incuriosita dal Malladrone, il nostro “illustre concittadino”, che oltre venti secoli fa per superbia non volle ascoltare il Signore mostrandosi disdegnoso, rabbioso e saccente.
Anche Gabriele D’Annunzio, che senti parlare del “Mal ladrone” di Gallipoli volle vederlo, ma nel cuore della notte e con una candela che illuminava il solo volto, ne rimase così colpito da definirlo di orrida bellezza.
Il ghigno di Misma, secondo la credenza popolare, sarebbe costituito dai denti veri di un condannato a morte(anche se nel recente restauro si è constatato che i denti sono di legno) ed è così malefico che va riconosciuto il merito dell’ignoto artista, per aver raffigurato in maniera così efficace il peccato e la cattiveria di Misma.

L'altro ladrone
L’altro ladrone

La chiesa dopo oltre 10 dieci anni di lavori è stata riaperta al culto nel settembre del 2005 e durante il restauro si è avuto modo di verificare che il muro su cui poggia la croce del “Mal ladrone”, essendo più esposto all’azione del mare, viene attraversato dalla salsedine che, invisibile, ne deteriora le vesti, anche se noi preferiamo restare ancorati alla credenza popolare che vuole identificare nel logorio delle vesti di Misma, il logorio dell’anima corrosa dal peccato.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!