La torre di S. Maria dell’Alto sulla costa di Nardò

Note sulla torre di S. Maria dell’Alto alias del salto della capra

di Salvatore Muci

Torna utile riproporre un documento già noto agli studiosi che da anni indagano sul sistema di fortificazioni a carattere difensivo dell’area salentina. Nel grande Archivio di Stato di Napoli, nel fondo Collaterale Curiae, si conserva una lettera del Viceré don Parafan de Ribera diretta al Presidente della Regia Camera della Summaria, esplicativa per una storia delle torri costiere del regno: “Ad Alfonso Salazar. Negli anni et mesi passati per servitio di S. Maestà defensione et guardia de li popoli di questo Regno, et per virtù di detti nostri ordini si sono fabbricate alcune torri et altre restano a farsi, et quelle che sono fatte intendemo che bisognano visitarse di si stanno bene complite et ben fatte. Febbraio 1568. Don Parafan”.

In seguito a questo ordine l’ingegnere T. Scala giunse dunque nella nostra provincia per una ricognizione dei siti più idonei su cui elevare le torri desiderate, e fra questi diversi sulla costiera neretina, dove trovò indicazione anche lo sperone roccioso, propaggine delle Serre Salentine, che oggi domina la baia di Portoselvaggio.

Su di esso quindi doveva realizzarsi ancora una torre, dalla quale procedendo sempre verso oriente dopo un miglio vedesi la torre di S. Caterina, mentre ad occidente comunica visivamente con quella di Uluzzo.

La torre, come le altre, sarebbe stata dotata di pezzi d’artiglieria. È infatti dell’anno seguente il dispaccio dello stesso Vicerè che ordina di provvedervi, anche se nella nostra torre i canoni giunsero solo nel 1614, avendoli prelevati dal castello di Lecce: “… Havendo fatto costruire nelle marine del regno alcune torri per guardia di quelle et per dar l’avisi necessari quando capitassero nelli mari del regno predetto alcuni vascelli d’infedeli, ci è parso affalché stiano provviste, come et li soldati che risedono in quelle oltre di dare detti avvisi, si possono difendere, et obviare alli danni, che si potriano commettere per detti infedeli, provvedere et ordinare che siano provviste di alcuni pezzi d’artiglieria de metallo, et per adesso fare provedere delli prezzi predetti l’infrascritte torri de le marine de le provincie di Terra d’Otranto […] ordiniamo che al ricevere di questa senza perder momento di tempo dobbiate fare il partito di metallo, et altre prezzo che potrete, et le farete costruire con ogni prestezza affalché si possano consegnare in dette torri…Datum Neapoli die X Septembris 1569”.

Il costruttore fu con certezza il neretino mastro Angelo Spalletta, che iniziò i lavori intorno al 1570 e che, come nelle altre poco distanti, vi realizzò il piano terra con la cisterna, il deposito e la stalla; il piano superiore con camino, dove viveva il caporale con i suoi soldati; all’ultimo livello la terrazza con la guardiola, da cui si poteva effettuare l’avvistamento e da cui si poteva sparare col cannone qui posizionato. Come le altre della serie in alto è definita da una cornice a beccatelli, con tre caditoie ravvicinate, localizzate al centro della facciata, a balzo su mensoloni.

Poichè nel 1594 lo Spalletta doveva ancora ricevere il pattuito, questi si rifiutò di eseguire delle riparazioni che si erano manifestate nella costruzione, tanto che il 5 agosto dello stesso anno vengono affidati urgenti restauri o probabili ampliamenti al concittadino mastro Lupo Antonio Mergola. Difatti in un atto del 1595 si legge “fabricanda turris de l’ Alto nominatam dello salto della capra”. Forse fu questo mastro a dotarla dell’importante scalinata su archi, dalla quale si accede alla porta levatoia al primo piano.

panorama dalla torre dell’Alto

Ancora a Napoli, nel fondo Percettori e Tesorieri, si legge che i soldati della torre nella primavera del 1577 ricevevano la paga di 52 ducati dall’università neretina. Altri pagamenti risultano da atti notarili degli anni 1583 e 1584, a favore dei cavallari, caporali e torrieri della torre dell’Alto e di quelle “nuncupate de Crustano, de Critò e Santi Sidori” da parte del municipio, che recuperava le somme dalla Regia Corte napoletana per il tramite del Percettore di Terra d’Otranto, cui spettava il compito di verificare i vari conti dell’amministrazione centrale, tra i quali anche quelli per le costruzioni ex novo di torri e le spese in esse utili per manutenzione o restauro.

Nel giugno 1584 tra i caporali della nostra torre ritroviamo Nicola Cavallaro e Gio: Paolo Sombrino, che percepiscono lo stipendio di 19 ducati, tarì 2 e grana 10.

L’anno dopo, come si evince dai rogiti del notaio Cornelio Tollemeto, il sindaco del popolo Bernorio Caballone consegna la torre a Giacomo Sassone, che vi resterà quale caporale sino a novembre 1598. Gli subentrerà nella carica il congiunto Giovanni Donato Sassone, che già gli era stato affiancato negli anni precedenti, per restarvi fino all’aprile del 1601, quando cede il passo ad un altro parente, Lucrezio Sassone, il quale ricoprirà l’incarico per ben dieci anni, sino all’8 giugno 1611.

Nella seconda metà dello stesso  secolo vi presteranno servizio soldati spagnoli, i cui nomi figurano nel Liber Mortuorum della Cattedrale.

Forme di commercio illegale, di banditismo e vari altri fenomeni criminosi, tipici di una malavita di stampo più che altro corsaro, si verificarono tra la fine del Sei e primi del Settecento sulle coste salentine, tanto che le autorità si videro costrette ad emanare severe istruzioni per provvedere alla contumacia di imbarcazioni di provenienza sospetta che approdavano sulle nostre sponde e che in diversi casi apportarono malattie contagiose.

Gli atti del notaio Emanuele Bovino documentano la ferma in quarantena di turchi e corsari slavi nelle torri costiere del feudo di Nardò, tra cui quella di Santa Maria dell’Alto, dove vennero isolati sulla guardiola o nel piano inferiore, adibiti perciò a lazzaretto, sotto la stretta sorveglianza sanitaria dei cavallari. Tanto era loro imposto dal Tribunale della General Salute di Napoli che li obbligava a darne repentina comunicazione ai prodirettori, che a loro volta avrebbero trasmesso la notizia all’istituzione sanitaria, che metteva in atto ogni utile precauzione per evitare l’introduzione ed il propagarsi di morbi contagiosi.

In verità questa fu una competenza dettata dalla necessità, ma i loro compiti, è risaputo, consistevano in ben altro e principalmente nell’avvisare gli abitanti dei paesi vicini quando un naviglio di corsari si avvicinava a riva. Sia di giorno che di notte percorrevano a cavallo il litorale e l’avvistamento veniva segnalato ai caporali torrieri, che a loro volta trasmettevano la notizia mediante segnali di fumo o di fuoco, a seconda che fosse giorno o notte.

Ogni torre, poi, doveva informare dell’accaduto l’università di competenza, dalla quale era salariata.

Due sono i cavallari che siamo riusciti finora a scoprire in questa torre: nel 1730 Felice Varri, nel 1777 il neretino Nicola De Simone. Anche questa era compresa nella Comarca di Cesaria, guidata dal sopraguardia che in quella aveva dimora.

Pubblici appalti per la pavimentazione della città di Nardò tra 1582 e 1584

Pubblici appalti per la pavimentazione della città di Nardò tra 1582 e 1584, sull’esempio di quella già eseguita a Lecce e Francavilla Fontana

di Marcello Gaballo

L’amico Angelo Micello mi ha dato l’opportunità di riprendere un rogito notarile che avevo gelosamente custodito tra le carte, avendolo studiato non pochi anni fa. L’occasione è data da un altro suo bel contributo sulla ottocentesca pavimentazione con basoli di Castro, pubblicato sul suo interessante sito.

Su uno degli appalti neritini di cui si dà nota ne aveva già in parte scritto Giovanni Cosi[1], ma sembra  utile riprendere ed integrare con alcuni stralci, che danno meglio l’idea su come venissero commissionati i lavori pubblici e quali norme di dovessero rispettare in quel secolo. Il tutto vergato dal notaio, che nel nostro caso è Cornelio Tollemeto, che registra la convenzione in data 2 gennaio 1582, nell’abitazione che fu di Fabio Calò, dove risiede il regio Commissario per la Redenzione della città di Nardò. Sono presenti il sindaco dei nobili Filippo Sambiasi e quello del popolo Girolamo Burdi, gli auditori e gli ordinati dei nobili e del popolo, e quali tutti sono amministratori della città per l’anno in corso. Partecipa anche il Commissario Giacomo Antonio Seribella quale ufficiale del Regno; l’altro comparente è mastro Nicolao de Aricza de Litio. Il motivo del raduno è dettato dalla necessità di ufficializzare i capitoli et convenzioni statuite tra l’universitas di Nardò e il predetto mastro sopra il partito de l’insilicare detta città di Nardò.

Innanzitutto si conviene che detta università di Nardò dia al detto mastro Nicolò una stanza comoda, uno saccone, una lett(i)era, uno paro di lanzoli, una coperta gratis et che tanto esso mastro Nicolò quanto soi compagni purchè siano forestieri siano franchi di tutte gabelle et datii d’essa università, oltre agli alloggiamenti per il mastro e i suoi collaboratori.

Che detta università abbia l’obbligo di portare le pietre sul luogo in cui verranno collocate:  sia tenuta scappare le pietre et portarle sopra il lavoro di detto insalicato a sue spese, pericolo et interesse et che fanno spesa di far cavare la terra delle strade dove se haverà de insalicare, levare e mettere secondo sarà bisogno per l’insalicatore.

Nardò, via Sanfelice. Antica pavimentazione a basoli

Item che detta università sia tenuta accomodare detto mastro di ducati trenta al principio del lavoro di detto insalicato, et che gli si habbia da scomputare ogni mese cinque ducati sopra le fatiche del lavoro di detto insilicato, et che detto mastro sia obligato a dar plegiarìa di detti ducati trenta, osservando tutti i capitoli dell’accordo stipulato tra le parti.

Il mastro da parte sua si obbliga a far bono et perfetto lavoro et le pietre lavorarle come quelle di Lecce, alte et bascie con le sue pendentie di manera che l’acque vadano fora di detta Città, et se ne receva utile a beneficio di detto insalicato, quale s’habbia d’incominciare la prima volta da la strada de la Chiesa Madre verso la piazza, et poi la detta piazza, et  appresso l’altre strade ad elettione di detta università.

Il mastro si impegna a lavorare le pietre nello stesso sito in cui sono estratte, quindi sarà l’università a portarle così lavorate sul luogo di applicazione.

Il mastro con quattro dei suoi collaboratori si troverà in città a partire dal primo marzo, data in cui avranno inizio i lavori et che ne lui ne detti mastri si possano partire da detto lavoro per tutto il mese di settembre ma continuamente lavorare le petre et attendere a detto insilicato. Trascorso tutto il mese di febbraio dell’anno 1583 il mastro e i suoi collaboratori riprenderanno la messa in posa, lavorando fino a tutto settembre 1583, e così per l’anno successivo, fino al completamento dei lavori, secondo le esigenze dell’università. Quest’ultima si impegna a versare in anticipo i trenta ducati, all’inizio dei lavori, scomputando dalla somma prevista pari a cinque ducati per mese.

Item detta università sia obligata a dare le petrelle […] al detto mastro e compagni affinché nello […] per tutto tempo in detto lavoro e mancando detta università e detti mastri perdendono tempo per culpa o defetto de detta università  sia essa università obligata pagare a ciascuno mastro la ragione di carlini quattro il dì, salvo e reservato quando essa università fusse impedita da legittimo impedimento, che in tal caso non sia obligata alle giornate di detti mastri.

Il lavoro sarà valutato di mese in mese, con sopralluoghi, e si provvede dunque al credito dovuto.

Nardò, centro storico, Via Sant’Angelo

Nell’atto si stabilisce anche il salario finale per detto lavoro di insalicato di detta città: a mastro Nicola  carlini dieci e grana due e mezza la canna, che gli saranno consegnati poco prima del completamento dei lavori, a patto che li faccia bello lavoro con pendentia debita per restare bene  limpia e netta la città in occasione delle piogge. E siccome spesso venivano aggiornate le unità di misura, ecco che nell’atto si precisa che la canna si intende otto palmi di quattro, conforme allo insalicato canniggiato nella città di Lecce, con declaratione et pacto che quando il partito de l’insalicato della terra di Francavilla fusse stato fatto per meno prezzo che li carlini dieci e grana due e mezza per canna, il presente partito d’insalicare detta città di Nardò s’intenda essere stato fatto per quello meno che si trovarà detto partito di Francavilla.

I convenuti – si legge ancora- si impegnano ad osservare et fare osservare tutta la consistentia de li presenti capituli con la pena et sotto la pena de onze XXV ogni qualvolta sia trasgredito un qualsiasi punto di detta capitulazione.

Dato che le pietre erano state già estratte dai mastri nella cava in località San Leucio (nei pressi della masseria Torsano), l’università stringe accordo con i cittadini Lucio Bove e Mariano Calabrese perché portino “le chianche” in città, pagando loro 34 grana la canna quadrata. Ma essi dovranno effettuare almeno quattro carichi al giorno, per impedire il fermo dei lavori da parte dei mastri insalicatori. Se così non fosse stato i trasportatori avrebbero dovuto pagare quattro carlini per ognuno di essi.

L’atto si conclude con la formula di rito, sottoscritto dal giudice regio Domenico Musachio, dai testimoni don Cicco Calò, Scipione Farina e il notaio Aquilante Costa.

Un anno dopo, quindi 1583, il 5 ottobre, il governo della città si ritrova per riproporre il capitolato per la pavimentazione. Il sindaco dei nobili per l’anno in corso è Giovan Bernardino Sombrino e quello del popolo è Cicco Gaballone, in carica da settembre, che pattuiscono con il mastro Paulo de Arice de Litio e con Lupo Antonio Mergola de Neritono le regole per insilicato faciendo in civitate Neritoni.

I due magistri in solidum prometteno et se obligano d’insilicare detta città di Nardò, far bono et perfetto lavoro et le pietre lavorare come quelle di l’insilicato fatto sin ad hoggi in detta città, alte et bascie  con le debite pendentie di maniera che l’acque vadano di fora di detta città, et se ne receva utile  et benefitio di detto insilicato, quale s’habbia da fare in quelle strate primieramente che da detta magnifica università gli saranno ordinate, et detto insilicato s’habbia d’incominciare al primo di marzo pr(oss)imo venturo dell’intrante anno 1584 et che per fare detto  insilicato detti mastri siano obligati a loro proprie spese scappare et dolare le pietre in quello loco dove si scappano, et da là condurle in la città, farne detto insilicato, cernere la terra sopra detto insilicato et impirlo di terra a tutta perfezione, cavar la terra da le strate, con ponerci essi mastri tutti manipoli et ferramente a loro spese.

Ma, continua ancora l’atto, anco cacciare et portare tutta la terra (che) sarà soverchia alle muraglie di la città o in quel loco ove gli sarà ordinato da detta magnifica università purchè non si porti fuori della città.

Non si prevedono altri impegni da parte del governo municipale se non reperire il sito di lavorazione delle pietre, in cui scappare et dolare dette pietre, luogo che sarà distante dall’abitato entro tre miglia. Se il sito sarà più lontano dallo stabilito, l’università si impegna a risarcire l’eccesso di distanza (la strata che giustamente gli competerà di più).

I mastri et loro discipuli forastieri che saranno impiegati all’esecuzione del lavoro saranno esentati (franchi et immuni) da dazii e gabelle. La paga stabilita è di carlini diciotto la canna per ognuno, così come è stato aggiudicato in seguito a pubblico bando tenutosi nello stesso giorno in città, come ultimi licitatori et plus offerenti ad extintum candelae. Difatti, secondo la norma, al mattino era stato messo all’asta il lavoro, bandito quattro giorni prima.

Ad inizio lavori l’università versa ai mastri cento ducati, con l’impegno di darne sufficiente pleggiaria  per una perfetta esecuzione dei lavori. Ancora un impegno dalla civica amministrazione: non sarà annullato il lavoro, né sarà dato ad altri per minor prezzo. Se mai ciò dovesse accadere, la penalità sarà di cinquanta ducati.

Anche questo atto si conclude con la formula di rito e il giuramento, sottoscritto dal giudice regio Tommaso Manieri, dai testimoni suddiacono don Tommaso de Ruggiero, Ottaviano de Castello e il mastro Ercole Pugliese.

Con altro atto del 1586 ai mastri si aggiungerà il figlio di Paolo de Arice, Nardo.


[1] G. Cosi, Il notaio e la pandetta, Galatina 1992, pp. 84-85.

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