Luigi Scorrano. L’uomo che guarda le stelle e altre storie

stelle

di Elio Ria

L’opera si compone di 13 racconti scritti un anno dopo l’altro per una circostanza particolare: la “fera te santa Lucia” (13 dicembre). La festa di santa Lucia è la ricorrenza durante la quale tutti gli artigiani (e i dilettanti) di figurine del presepio (in cartapesta o in gesso) espongono e vendono. Una tradizione leccese.

Accogliendo questi dati di tradizione, l’Autore ha fatto protagonisti dei suoi racconti uomini e pupi che ricordano i Natali del passato, riflettono sul senso di una giornata particolare, fanno i conti con il proprio passato o con la propria funzione in quella che è la tradizione del presepio. Rimpianti e delusioni, piccole gioie ritrovate, scettico sguardo su una tradizione che sempre più ha perduto i suoi connotati originali, malinconica presa d’atto di tante promesse mancate della vita.

Varietà di toni e di registri sono armonizzati da una scrittura piana e attraente; l’invenzione va da una memoria dell’infanzia che si cerca di recuperare per interrogarne i remoti trasalimenti (A Natale i treni) allo sguardo disincantato e alla memoria pungente di L’uomo che guarda le stelle; dall’ilare invenzione di Ma che cos’è questastoria della Befana? e di Uno strano caso al vario atteggiarsi dell’animo dei protagonisti del presepio (da I Magi a Baldassare per la strada a L’albero cantava).

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di racconti per ragazzi o di piccole storie consolatrici. Sullo sfondo c’è il nostro tempo, con le sue angosce e i suoi affanni quotidiani.

Ciascun racconto è corredato da una illustrazione realizzata da Gabriella Torsello.

La parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

F. Campasena, 1885. Disegno della chiesa di Melissano

di Fernando Scozzi

Una chiesa, una comunità: la parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

D.O.M.

Precum effusio

Datori bonorum omnium

et indefessa populi

largitio

ad exitum opus duxerunt

die 8 februarii 1902

In questa scritta, che leggiamo all’ingresso della chiesa parrocchiale di Melissano, è riassunta la storia del sacro edificio, di cui, alcuni giorni fa, abbiamo ricordato il 110° anniversario della dedicazione. La Fede, le preghiere e l’instancabile generosità dei nostri Padri edificarono questa chiesa i cui lavori iniziarono nel 1885, quando Melissano contava appena 1500 abitanti: un agglomerato di casupole affacciate sulla campagna, pochi vicoli ricalcanti gli antichi sentieri campestri e due chiese, fra le quali l’antica parrocchiale, dedicata al Protettore S. Antonio e non più adeguata al culto.

Fin dal 1877, infatti,  il parroco, don Vito Corvaglia, scriveva al Papa Pio IX facendosi ardito a presentare a Sua Beatissima la preghiera come appresso: lo stesso trovasi parroco di una meschinissima chiesa, indegna al culto di Dio e neppure idonea a contenere una popolazione crescente di giorno in giorno:

Tuglie. Allo scoperto

Gli “Amici della Biblioteca” di Tuglie inaugureranno con Luigi Scorrano, studioso, dantista e critico, l’iniziativa

ALLO SCOPERTO

domenica 12 febbraio ore 18,30,

 

Luigi Scorrano, tugliese, sarà invitato a raccontarsi, anzi a scoprirsi, pungolato dalle domande di Elio Ria.

Gli interessi letterari di Luigi Scorrano sono centrati principalmente sul dantismo. È peraltro il più assiduo frequentatore dei testi novecenteschi alla ricerca delle presenze e tracce dantesche nella poesia e letteratura italiana e non solo,

Libri/ Carmelo Arnisi, un maestro-poeta dell’800

di PaoloVincenti

Nel 2003, è stato pubblicato da Congedo, per la Collana “Biblioteca di Cultura Pugliese, il volume  “Carmelo Arnisi, un maestro-poeta dell’800”, sulla figura di questo intellettuale ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento, che, fino ad allora, era poco conosciuto.

Questo libro, a cura di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, è stato pubblicato con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Ruffano e su impulso della Pro Loco e dell’allora suo Presidente, prof.Cosimo Conallo che, nell’Introduzione, sottolineava come fosse giustamente ormai tempo di riscoprire la figura di questo poeta ruffanese, a cui a Ruffano è stata

Cartoline da Tuglie. Un luogo ideale

di Luigi Scorrano

C’è un’aria fina di primavera e vi si sveglia dentro il desiderio di una bella passeggiata? Il paese non offre molto sotto questo punto di vista. Qualunque passo pone il problema dell’incolumità personale: il pedone è sempre a rischio.

Lasciate pure le solite strade del centro e cercate un luogo appartato ma non proprio nascosto. C’è! Vi svettano alberi superbi, comodi viali vi permettono di camminare senza rischi, una gran quantità di piante fiorite e ben curate rallegra la vista: insomma, c’è quanto si può desiderare per andarsene a braccetto dei propri pensieri. Il luogo spira calma e serenità. Camminandovi, anche se siete da soli, vi sembrerà di essere in buona e numerosa compagnia. Non correrete il rischio che qualche seccatore vi capiti tra i piedi. Coloro che vedete hanno tutti un sorriso benevolo, vi guardano con simpatia e si rallegrano di vedervi. Forse soffrono un poco di solitudine e non gli par vero che nelle loro case silenziose di tanto in tanto risuoni il rumore d’un passo diverso dal loro, ch’è felpato e quasi inaudibile.

Si respira, qui. E vi si gode un panorama stupendo, tanto che quasi quasi nasce un po’ d’invidia per coloro che son venuti ad abitare qui dal momento che godono d’una visione che altri luoghi del paese non potrebbero offrirvi

Cartoline da Tuglie. La chiesa matrice

Una facciata, quasi un volto

 di Luigi Scorrano

In molti la ricordano ancora, col suo aspetto biancastro o ingrigito, con le tracce della stanchezza che il tempo lascia sui monumenti oltre che sulle facce delle persone. Appena restaurata, la facciata della Chiesa Matrice provocava un effetto choc, con il suo colore che poteva risultare troppo acceso, con la quasi sfacciata evidenza della sua mole subito tornata ad imporsi nello spazio della piazza. Ora, però, anche quel colore così vivo sì è un poco velato, o forse l’occhio vi si è abituato e l ’effetto è quello di collocare la facciata della chiesa tra le immagini familiari; non più staccata dagli edifici circostanti ma con essi in colloquio pacato e cordiale come s’addice allo spazio urbano d’una piazza cordiale anch’essa, con un aspetto quotidiano che non incute soggezione.

Una facciata è come un volto: vi si stratifica la memoria degli anni e degli avvenimenti. La si può assumere come testimone di eventi che sono ormai lontani dal nostro tempo; si può facilmente immaginare che resterà, anche dopo la stagione della nostra vita, a vegliare sulla vita del paese.

Una facciata, quella della nostra Chiesa Matrice, senza pretese, aperta, fraterna alla dimensione della quotidianità nella quale siamo immersi. L’orizzontalità dei suoi piani è bilanciata dalla verticalità di rilevanti elementi architettonici; il sagrato-terrazza, con la sua balaustra di confine, piccolo balcone dove sostare in piacevoli incontri, costituisce un sorridente

Cartoline da Tuglie

Largo Fiera, per memoria

di Luigi  Scorrano

Del Largo Fiera solo chi c’è nato e vi ha trascorso un bel pezzo della sua vita può coltivare la nostalgia da paradiso perduto che il luogo insinua nella memoria. È come dire che chi vi è nato ha aperto gli occhi sulla luce di quel quadrato di cielo sopra le case che il profilo degli edifici non riesce a contenere. E la luce sfugge allegra per le vie circostanti, a raggiera, come in una paesana e dolcemente improbabile Place de L’Étoile di casa nostra.

Per chi lo vede oggi, e non l’ha mai visto com’era quando in effetti vi si svolgeva la fiera dell’Annunziata, ch’è l’occasione che gli dette il nome, Largo Fiera è segnato da uno dei tanti pettinati assetti urbani che il tempo e nuove esigenze di vita comportano. Sicché pare che ricordarlo com’era, fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, sia una sorta di privilegio. Certo è un segreto appuntamento con la malinconia delle cose perdute o di quella perduta parte di noi stessi che riaggalla a tratti nella mente e rende più pungente il senso del passato.

Un largo, come dice il nome: non una piazza. Un largo senza muretti di confine a segnare con decisione le strade. Uno spiazzo dove i bambini delle famiglie che vi abitavano intorno trovavano il luogo ideale dei loro giochi ed erano sotto l’occhio amorosamente vegliante delle madri. L’ingombrante Casa del Fascio, rimasta incompiuta ed in seguito utilizzata  in vario modo (scuola, municipio), tolse respiro al luogo; ma nello spazio dell’attuale “villetta” gli alberi del pepe (li chiamavamo così) scuotevano languidamente i loro molli rami, quasi travestendosi da salici al margine di uno specchio d’acqua inesistente.

Il toponimo, prima degli anni Ottanta divenuto Piazza Municipio, gli è stato provvidamente restituito, perché della funzione di quel luogo non si cancellasse la memoria. Il giorno della festa patronale, la Madonna dell’Annunziata, protettrice del paese, vi sostava un bel po’, ferma di fronte al luogo dove in suo onore venivano “sparate” fragorose “batterie”. Era in compagnia d’una teoria di santi, che le assicuravano scorta e facevano un bel vedere, nella luce fresca di marzo, con i loro gesti imperiosi o dolci, con le loro divise multicolori.

Largo Fiera era un luogo della gioia. A Natale vi si accendeva il più bel falò del paese, quello che durava per più giorni. Il calore di quel fuoco riscalda la mente, a ripensarlo. E le faville che ne scaturivano si sono attaccate alla volta celeste e sono le stelle che brillano nella notte di Natale.

Tuglie. Un paese, un racconto

di Luigi Scorrano

Ogni paese ha una storia. Ma questa storia è fatta non solo degli avvenimenti, grandi o piccoli, dei quali un paese è teatro; è fatta anche dalla fisionomia del paese, dai suoi luoghi, dalle generazioni che vi impressero un segno distintivo e lo passano ai posteri. Si può fare storia di un paese anche così, osservando quanto ci circonda nel luogo in cui viviamo, ripensando alla nostra collocazione nella piccola società che esso ospita… Il racconto ‘storico’ di un paese può attingere anche in un percorso inconsueto la sua visibilità, il suo carattere.

Il paese di cui qui parliamo è Tuglie. Per ‘cartoline’.

Ritrattino di Tuglie

Con le sue case, con la sua piazza al centro di un abitato più lungo che largo, con la sua collina di Montegrappa che fa da belvedere su un ampio tratto di territorio, Tuglie, nella sua raccolta fisionomia, non manca di attrattive. Sembra quasi d’obbligo, quando si vogliano vantare origini illustri, rifarsi ai Romani (in Italia, almeno!) o anche più lontano: anche Tuglie non sfugge a questa specie di regola. Qualche traccia, per quanto incerta, una parentela potrebbe stabilirla. Ma è dal Medioevo che abbiamo qualche notizia più sicura; ed è soprattutto tra il Sei ed il Settecento che Tuglie comincia ad acquistare un preciso profilo di paese, di comunità urbana.

Gli studiosi locali hanno illustrato aspetti generali o parziali di questo luogo; ci hanno raccontato, anche, la storia dei suoi abitanti, umili o eminenti che fossero. Un paese è fatto di tutti coloro che ci vivono e in

Tuglie. Una cartolina da Largo Fiera

Largo Fiera, per memoria

di Luigi Scorrano

Del Largo Fiera solo chi c’è nato e vi ha trascorso un bel pezzo della sua vita può coltivare la nostalgia da paradiso perduto che il luogo insinua nella memoria. È come dire che chi vi è nato ha aperto gli occhi sulla luce di quel quadrato di cielo sopra le case che il profilo degli edifici non riesce a contenere. E la luce sfugge allegra per le vie circostanti, a raggiera, come in una paesana e dolcemente improbabile Place de L’Étoile di casa nostra.

Per chi lo vede oggi, e non l’ha mai visto com’era quando in effetti vi si svolgeva la fiera dell’Annunziata, ch’è l’occasione che gli dette il nome, Largo Fiera è segnato da uno dei tanti pettinati assetti urbani che il tempo e nuove esigenze di vita comportano. Sicché pare che ricordarlo com’era, fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, sia una sorta di privilegio. Certo è un segreto appuntamento con la malinconia delle cose perdute o di quella perduta parte di noi stessi che riaggalla a tratti nella mente e rende più pungente il senso del passato.

Un largo, come dice il nome: non una piazza. Un largo senza muretti di confine a segnare con decisione le strade. Uno spiazzo dove i bambini delle famiglie che vi abitavano intorno trovavano il luogo ideale dei loro giochi ed

Tuglie. Una cartolina dalla Stazione

di Luigi Scorrano

“Stazione” vuol dire, letteralmente, “luogo di sosta”. Ogni stazione lo è. Meglio si potrebbe dire “luogo d’attesa”. Ci si fermi in procinto di partire o, al momento del ritorno, il tanto che basta a passare dal predellino d’una locomotiva al marciapiede, il sentimento che si prova è quello non di uno “stare”, come la parola vorrebbe, ma d’un tendere verso qualcosa. Tendere a un luogo perché vi sospingono particolari circostanze della vita; tornare al luogo natale, alle note pareti di casa, alle vie percorse tante volte con disattenzione e che ora sembrano muovere incontro a chi torna mostrando un volto festevole.

La stazione, anche “questa stazione”, è un luogo in cui s’incrociano destini, in cui storie dolorose o liete si appoggiano per un attimo come valige piene di doni inattesi o di misere cianfrusaglie. Non c’è bisogno di grande movimento per evocare tutto questo: basta oggi osservare gli scarsi viaggiatori in attesa che un lenta littorina scivoli in frenata sui binari o riprenda il suo calmo cammino attraverso irti blocchi di case o dolci tratti di campagne. Basta questo, però, a rievocare la “nostra” stazione com’era  – per esempio – alla metà degli anni Cinquanta, o poco più oltre?

La memoria talvolta arricchisce un’impressione… Di certo c’era il vocio allegro degli studenti, il professionale incedere del personale, il tentativo di recupero d’un po’ di sonno da parte dei passeggeri le cui facce s’intravedevano dietro i finestrini. In alcuni anni la stazione si è presentata un po’ troppo povera nell’aspetto, un po’ trascurata; in altri, lavori e risistemazioni le hanno conferito la fisionomia dignitosa, non senza un’ombra di civetteria, che oggi ha.

La riguardiamo, qualche volta, con un pizzico di nostalgia. I treni si fermano ancora: partono, arrivano… I viaggiatori sempre più radi. Non per questo la stazione perde di fascino. Rimane un luogo simbolico: un luogo dell’incontro o del distacco, ma pur sempre un luogo stampato nella nostra mente con il film di tante vicende, di tante storie personali.

L’emigrazione ne affollò il marciapiede, ora così agevole e allora un po’ sconnesso. Case crebbero sui due lati della ferrovia; la campagna cedette a qualche insediamento industriale. E in anni remoti una coppia di barbagianni costruì nella stazione il proprio nido famigliare. Ma il canto notturno di quei volatili spaventò creduli e superstiziosi. Per i due sposi alati la stazione divenne il luogo dal quale fuggire in cerca d’un nido più accogliente.

Non sempre le stazioni sono felici luoghi di sosta!

(pubblicato da Felice Campa su  www.tuglie.com)

  

Tuglie. Un paese, un racconto

di Luigi Scorrano

Ogni paese ha una storia. Ma questa storia è fatta non solo degli avvenimenti, grandi o piccoli, dei quali un paese è teatro; è fatta anche dalla fisionomia del paese, dai suoi luoghi, dalle generazioni che vi impressero un segno distintivo e lo passano ai posteri. Si può fare storia di un paese anche così, osservando quanto ci circonda nel luogo in cui viviamo, ripensando alla nostra collocazione nella piccola società che esso ospita… Il racconto ‘storico’ di un paese può attingere anche in un percorso inconsueto la sua visibilità, il suo carattere.

Il paese di cui qui parliamo è Tuglie. Per ‘cartoline’.

Ritrattino di Tuglie

Con le sue case, con la sua piazza al centro di un abitato più lungo che largo, con la sua collina di Montegrappa che fa da belvedere su un ampio tratto di territorio, Tuglie, nella sua raccolta fisionomia, non manca di attrattive. Sembra quasi d’obbligo, quando si vogliano vantare origini illustri, rifarsi ai Romani (in Italia, almeno!) o anche più lontano: anche Tuglie non sfugge a questa specie di regola. Qualche traccia, per quanto incerta, una parentela potrebbe stabilirla. Ma è dal Medioevo che abbiamo qualche notizia più

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