Rocco De Vitis a vent’anni dalla scomparsa

Rocco De Vitis a vent’anni dalla scomparsa

Il medico, l’uomo del popolo, l’umanista

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di Luigi Montonato

Ci sono date che restano memorabili nella memoria collettiva di un paese, sì da segnare nelle conversazioni future un riferimento comune, che fanno appartenenza e identità.

La sera di sabato, 21 ottobre 2017, a Supersano, è una di queste date. Il teatro dell’oratorio “Mons. Antonio De Vitis” era piccolo per contenere tanta gente. Persone di tutte le età. Si era lì convenuti per celebrare un uomo di cui ancora gran parte dei supersanesi ha memoria: il medico Rocco De Vitis, scomparso nel 1997, a 86 anni.

Era, questi, uno di quei personaggi come nei nostri paesi se ne vedevano in passato; un medico taumaturgico, un uomo autorevole e carismatico, in cui la gente riponeva fiducia in tutto e per tutto; benestante quanto bastava per non aver bisogno di nulla; generoso e altruista, tanto da poter dare del suo ai singoli e al paese. Il suo nome, don Rocco, non aveva bisogno d’altro per sapere chi fosse.

Chi lo conobbe, tutto questo lo sa. Per chi non lo conobbe, valgono le sue opere e i ricordi-testimonianza degli altri.

La sua figura di medico, di uomo e di letterato è stata rievocata quest’anno nella ricorrenza del ventennale della sua morte, con due volumi collettanei e due manifestazioni pubbliche; promosse dai famigliari sotto l’egida della Sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia, di cui è presidente il prof. Mario Spedicato, curatore anche dei due volumi insieme coi professori Franco De Paola e Maria Antonietta Bondanese e conduttore delle due manifestazioni.

La serata di sabato, per presentare il secondo dei due volumi, Rocco De Vitis medico umanista di Supersano, a cura di Maria Antonietta Bondanese e Mario Spedicato (Giorgiani, 2017), non avrebbe potuto iniziare in modo migliore per far passare il messaggio immediatamente comprensivo della ragione celebrativa. I bambini della Classe IV B della Scuola Primaria, uno accanto all’altro sul palco, si passavano il microfono per declamare in maniera stentorea frasi semplici e significare lo scorrere del tempo, il rapporto fra generazioni, l’importanza della memoria: io i nonni ce l’ho…io non ce l’ho…io ho perfino i bisnonni. I nonni, dunque, come veicoli di memoria collettiva. I nipoti come loro continuatori. La manifestazione come tappa memoriale, a segnare un approdo e, augurabilmente, una ripartenza.

Due volumi, due cerimonie; due, perché Rocco De Vitis non è stato solo un medico rispettato e amato dalla sua gente, ma anche un letterato, un uomo di cultura, forse non sufficientemente considerato in vita per i suoi meriti, che furono notevoli, a detta degli studiosi che della sua opera si sono occupati per la circostanza e non solo.

Fra le altre opere ha lasciato un diario di guerra, testimonianza della sua esperienza bellica come ufficiale medico sul fronte albanese nel corso della seconda guerra mondiale, di cui ha parlato sia nel primo che nel secondo volume Remigio Morelli, professore di Storia e Filosofia. Ma il suo impegno letterario maggiore, che ne fa un personaggio di ampiezza assai più grande di quanto non si possa scorgere da un campanile, è la traduzione delle opere di Virgilio: l’Eneide, le Bucoliche e le Georgiche, di cui hanno parlato autorevoli latinisti, fra cui la prof.ssa Maria Elvira Consoli di Unisalento. Un autentico monumento salentino al grande poeta mantovano. Un’opera imponente che sancisce la sua vocazione poetica, il suo grande amore per la classicità, la solida tenuta linguistica e letteraria.

Già prima dell’estate, all’Università, c’era stata la presentazione del primo dei due volumi, Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico e umanista, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese (Grifo, 2017).

I due volumi non si sovrappongono, uno è complemento dell’altro; ma variamente destinati e perciò anche variamente impostati; fanno parte di un unico progetto. Più orientato sui contenuti letterari, pur nel contesto biografico e ambientale, il primo volume raccoglie interventi sull’opera letteraria di De Vitis, scritti da uomini di scuola e di studio, per proporre il personaggio al mondo della scuola e delle lettere, secondo la regola aurea della comunicazione di adeguare temi e linguaggio al destinatario, in questo caso di settore.

Così il secondo volume, Rocco De Vitis medico umanista di Supersano, raccoglie altri contributi, che insistono sulle stesse tematiche ma più brevi e occasionali rispetto a quelli del precedente, e comprendono anche testimonianze famigliari e paesane, dei nipoti e degli alunni della scuola locale, che conferiscono carattere più massmediale. Il volume si salda tematicamente al primo anche perché riprende i testi dei relatori della sua presentazione, come spiegato in apertura da Mario Spedicato.

Più decisamente popolare è stata la manifestazione supersanese perché, rispetto a quella leccese, rivolta ad un pubblico per certi aspetti più virtuale e lontano, ha coinvolto tutto l’universo del De Vitis, usando temi appropriati e toccando corde sentimentali per raggiungere il pubblico reale, vivo e partecipe. Non solo la drammatizzazione iniziale dei ragazzini della scuola elementare, ma anche la testimonianza del Sen. Luigi Pepe, presidente dell’Ordine dei Medici di Lecce; l’intervento del Sindaco di Supersano, dr. Bruno Corrado, medico anche lui; della rappresentante del Comitato salentino della Dante prof.ssa Francesca Giordano e soprattutto di Maria Rosaria De Vitis, figlia del Nostro, che con piglio accattivante ha ricreato atmosfere paesane e famigliari in gustosa affabulazione. Il mondo di Rocco De Vitis era tutto lì, riproposto nel video “Rocco De Vitis medico e umanista di Supersano”, proiettato nella circostanza. C’erano don Oronzo Cosi e Gino De Vitis, il direttore de “Il nostro Giornale”; i ragazzi del laboratorio teatrale “Colpo di scena” di Supersano, diretto da Giuliana De Iaco, e gli alunni dell’Istituto Comprensivo.

Libro e serata leccesi avevano aperto un percorso celebrativo, completato a Supersano, con due formidabili guide: il prof. Mario Spedicato e la prof.ssa Maria Antonietta Bondanese, col concorso della Banca Popolare Pugliese, della federazione leccese dell’Ordine dei Medici, del Dipartimento dei Beni Culturali di Unisalento, della Società di Storia Patria di Lecce, dell’Associazione “Salute Donna” e del Comitato salentino della “Dante Alighieri”.

 

manifesto libri M
manifesto libri M

 

Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (seconda parte)

oma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

di Maurizio Nocera

… Ma lasciatemi prendere qui un po’ di spazio per riportare le parole con le quali Francesco Paolo Raimondi descrive, nella sua “Cronologia della vita e delle opere” (pp. 295-313), i tragici ultimi momenti di vita dell’Ateo Salentino: «1619 […] Sabato 9 febbraio: il procuratore generale [di Tolosa], François Saint-Félix d’Aussargues, convoca di primo mattino in seduta plenaria la “Grand’ Chambre” e la “Tournelle”, sotto la presidenza di Gilles Le Masuyer. Il processo è ormai giunto allo snodo finale. Guillaume de Catel, avvocato e noto storico tolosano, pronuncia l’arringa contro Vanini. Se è, in qualche misura, credibile la versione consegnataci da Gramond, la sua linea accusatoria sembrerebbe tradire la conoscenza del “De admirandis”. […] Votata a maggioranza, nel suo scarno dispositivo, essa stabilisce il taglio della lingua dell’imputato, il suo strangolamento, il successivo rogo e lo spargimento delle ceneri al vento./ Pronunciato l’ “Arrest de mort”, per la sua esecuzione i poteri ritornano nelle mani del “Capitole” che, prima del crepuscolo della sera, fece innalzare in tutta fretta il patibolo. […] Prelevato dalla “conciergerie” [portineria], Vanini è condotto davanti alla “Grande Port” della basilica di Saint-Etienne. Egli è fiero e nello stesso tempo ribelle, votato come in altre circostanze al martirio, consapevole che l’iniqua sentenza lo aveva d’un tratto elevato alla dignità del filosofo. Forse per un istante passò per la sua mente il ricordo delle altre vittime della filosofia, scrupolosamente citate nei suoi scritti e, al commissario, che lo prelevò dalla prigione, rispose con fermezza in lingua italiana: “Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo”. La scena si svolse come da copione. Egli fu tradotto in camicia su un carro su cui era sintetizzata la sentenza: “Atheiste et blasphemateur du nom de Dieu” [Ateo e bestemmiatore del nome di Dio]. […] Imponendogli di stare in ginocchio e di tenere in mano una torcia accesa, il commissario del Parlamento gli ingiunse di fare “amente honorable” [onorabile ammenda] a Dio, alla giustizia e al Re. Ma Vanini gli oppose un orgoglioso rifiuto. L’ufficiale gli rinnovò l’invito e […] il Salentino, dichiarando scopertamente il suo ateismo, gridò: “Non esiste né Dio né il diavolo, perché se ci fosse un Dio gli chiederei di lanciare un fulmine sull’ingiusto ed iniquo Parlamento; se ci fosse un diavolo gli chiederei di inghiottirlo sotto terra; ma, poiché non esiste né l’uno né l’altro non ne farò nulla”. Il macabro rito riprese secondo una prassi consolidata: il corteo percorse le vie Saint-Etienne, Croix-Baragnon, Place Roueaix, rue de la Trinité e giunse, attraverso la Grand’rue, alla Place du Salin./ La fermezza e la fierezza del Vanini sorpresero e sconvolsero i testimoni. Giunto sul patibolo, gli fu fissata la testa al palo. Per una sorta di istinto naturale si rifiutò di porgere spontaneamente la lingua al boia, che si vide costretto a strappargliela con la forza delle tenaglie. Ancora grondante sangue, il corpo fu appeso alla forca e poi gettato sul rogo. Quando le sue spoglie mortali furono consumate dalle fiamme, le ceneri furono sparse al vento, affinché non restasse di lui alcuna traccia.

Tutte le fonti, anche quelle più invelenite contro l’ateo pertinace, non poterono fare a meno di rilevare la grandezza del suo carattere e la sua incrollabile tenacia. Agli spettatori sbigottiti egli offrì un mirabile esempio di quella risoluta fermezza che si credeva poter essere dettata solo dalla fede profonda dei martiri cristiani» (v. pp. 310-312)

Ho riportato questa lunga citazione della ricostruzione storica della crudele fine di Vanini, scritta dal curatore del libro, perché in essa è vivamente percepibile l’intimo pathos dello scrivente. Sorprendentemente, mi sembra di trovarmi davanti ad una sorta di nemesi storica: qui, in questa stessa città nella quale, tra la notte del sabato 19 e la domenica 20 gennaio 1585, nacque il grande Taurisanese, ritroviamo oggi un altro filosofo (Francesco Paolo Raimondi) che, dedicando l’intera vita agli studi, ha saputo ridare onore e

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